Almanacco dei misteri d' Italia


Piazza Fontana
le notizie del 2005
18 febbraio 2005 - GLI ATTI DI PIAZZA FONTANA IN CANTINA
"Diario"
Memoria in polvere: gli atti di piazza Fontana in cantina
Catanzaro: l'intera documentazione dei processi preda di caos e incuria. Un appello per salvarla
Ancora uno schiaffo alla memoria. E alla giustizia. Non bastava che la strage di piazza. Fontana fosse - l'ennesima - senza colpevoli, dopo che l'anno scorso la corte d'assise d'appello di Milano ha cancellato le condanne in primo grado a quattro neofascisti. Adesso si scopre anche che rischia di sparire - persa nel caos e abbandonata all'incuria - tutta la documentazione del lunghissimo (36 anni) calvario giudiziario relativo alla strage del 12 dicembre 1969. Nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Catanzaro, infarti, sono confluiti tutti gli atti e i documenti dei processi istruiti su piazza Fontana: dalle istruttorie di Milano, Treviso e Roma, agli atti dei vari spostamenti del processo. Pezzi preziosi di memoria destinati a essere cancellati. La denuncia, lanciata dal giovane storico Fabio Cuzzola con un'inchiesta-appello pubblicata dal Quotidiano della Calabria, ha fatto il giro d'Italia. Ma non ha avuto nessuna risposta concreta. Neppure dopo che il senatore dei Ds, Nuccio Iovene, l'ha sottoposta all'attenzione del ministro della Giustizia Roberto Castelli in un'interrogazione parlamentare. Negli scantinati del tribunale catanzarese i documenti sono conservati in un centinaio di faldoni suddivisi in quattro archivi in cui domina il caos: "Sono confusi tra di loro", ha segnalato Cuzzola, "solo un volenteroso li ha segnati fuori con un pezzettino di scotch colorato per distinguere le provenienze". Difficoltà di catalogazione. E di conservazione: "Molti degli atti sarebbero sbiaditi, i reperti fotografici, i negativi e gli originali", ha scritto Iovene nella sua interrogazione, "sarebbero conservati dentro buste inadeguate a proteggere questi beni storici dall'usura del tempo e dell'umidità. Inoltre, vi è una mancanza di indicizzazione mentre le relazioni dei servizi di informazione e sicurezza risultano mescolate agli atti delle commissioni parlamentari, alle istruttorie, ai reperti. E di tutto questo materiale non esisterebbe copia".
La soluzione è semplice: si chiama catalogazione e archivio digitale. "Basterebbero poche decine di migliaia di euro", spiega Cuzzola. Spiccioli, se confrontati con l'importanza di ricordare e se si considerano i tantissimi cronisti, investigatori e studiosi che chiedono (o potranno chiedere) di consultare le carte. Più che i fondi, allora, serve la volontà politica, Iovene sta lavorando a un progetto di legge per la costituzione degli archivi. "Un'iniziativa per salvare l'Italia dall'oblio", dichiara a Diario, "per conservare sistematicamente tutti gli atti dei misteri d'Italia". Perché magari un giorno ci sia chiarezza sulla bomba esplosa alla Banca nazionale dell'agricoltura e sulle altre storie del Belpaese pieno di buchi neri.
DANILO CHIRICO 
 

17 aprile 2005 - GIUSTIZIA: MORTO EX PROCURATORE PESARO SAVOLDELLI PEDROCCHI

ANSA:

GIUSTIZIA: MORTO EX PROCURATORE PESARO SAVOLDELLI PEDROCCHI

   L' ex procuratore della Repubblica di Urbino, prima, e di Pesaro, poi, Gaetano Savoldelli Pedrocchi, e' deceduto la scorsa notte a 76 anni nel reparto di oncologia dell' ospedale di Muraglia di Pesaro. I funerali avranno luogo domani alle 15.00 al Duomo di Urbino.

   Savoldelli Pedrocchi e' stato procuratore a Urbino per 20 anni e successivamente, per 13, a Pesaro, andando in pensione nell' agosto 2000.

   Nella sua carriera professionale, ha legato il suo nome al ritrovamento, in Svizzera, dopo 13 mesi di indagini, delle tele di Raffaello rubate nel febbraio del 1975 alla Galleria nazionale di Urbino. Nel 1991, la banda della Uno bianca:

Savoldelli Pedrocchi ebbe l' intuizione di controllare i poligoni di tiro di Rimini e cio' consenti' di focalizzare l' attenzione su tre frequentatori, i fratelli Savi. Tuttavia, il coordinamento dell' inchiesta, affidato ad altra procura, non tenne conto di questa segnalazione che avrebbe evitato altri lutti, compreso quello per la morte del bancario Ubaldi Paci, ucciso da Fabio Savi il 24 maggio del '94 a Pesaro. "Non averli presi prima e' stato il mio piu' grande rammarico", disse piu' volte Savoldelli Pedrocchi all' arresto dei fratelli Savi.

   A Urbino, all' apparenza sede periferica e sonnolenta, Savoldelli Pedrocchi incrocio' personaggi come il terrorista Franceschini, capo delle Br, camorristi come Pasquale Barra, detto ""o animale", e altri spietati killer. Anche con costoro, durante gli interrogatori, tentava di instaurare un dialogo parlando di vita, cultura e aspirazioni, perche' era convinto che "ogni persona valeva la pena di essere conosciuta". Negli ultimi anni di attivita', Savoldelli Pedrocchi si era battuto per un nuovo palazzo di giustizia a Pesaro; ora il nuovo edificio e' pronto e lui avrebbe dovuto essere fra le personalita' a inaugurarlo.

21 aprile 2005 - PIAZZA FONTANA: IL 28/4 CASSAZIONE ESAMINA RICORSO PG

ANSA:

PIAZZA FONTANA: IL 28/4 CASSAZIONE ESAMINA RICORSO PG

   Approda in Cassazione l'ultimo capitolo dell'infinita vicenda giudiziaria legata alla strage di piazza Fontana. Il 28 aprile prossimo la suprema Corte esaminera' il ricorso presentato dalla Procura Generale milanese contro l'assoluzione disposta dalla Corte d'assise d'appello nei confronti di Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi.

   I tre imputati, accusati di strage, sono stati assolti in secondo grado, contro la richiesta di ergastolo formulata dal sostituto procuratore generale Laura Bertole' Viale, titolare ora del ricorso che sara' discusso la prossima settimana in una causa in cui sono costituiti parte civile i familiari di molte delle vittime dell'attentato che apri' gli anni della 'strategia della tensione'.

   La strage avvenne il 12 dicembre 1969 nella sede di piazza Fontana della Banca Nazionale dell'Agricoltura. La bomba che esplose nel centro del salone provoco' la morte di 17 persone e il ferimento di un' ottantina.

27 aprile 2005 - CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA, DOMANI MAXIUDIENZA

ANSA:

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA, DOMANI MAXIUDIENZA

UNDICESIMO PROCESSO, SCHIERATI 13 AVVOCATI E COLLEGIO DOC

 (di Margherita Nanetti)

   Inizia domani, innanzi alla Seconda sezione penale della Cassazione, l'undicesimo processo per la strage di Piazza Fontana che piu' di 35 anni fa, il 12 dicembre del 1969 a Milano, segno' l'avvio della 'strategia del terrore' inaugurata dalla destra eversiva, quando una bomba esplose nella Banca nazionale dell'Agricoltura provocando 17 morti e 85 feriti. Il presidente del collegio giudicante, Francesco Morelli ha fatto distribuire agli altri quattro consiglieri le copie del fascicolo dibattimentale proprio per la complessita' del procedimento. Al suo fianco siederanno i giudici Alberto Macchia, che svolgera' la relazione introduttiva e avra' poi il compito materiale di scrivere la sentenza di legittimita', Pietro Sirena, Giuliano Casucci e Giacomo Fumu.

   In particolare la Suprema Corte dovra' decidere se confermare - o annullare - l'assoluzione ottenuta in secondo grado da Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre ex militanti dell'organizzazione neofascista veneta 'Ordine Nuovo' condannati all'ergastolo in primo grado, il 30 giugno 2001, dalla Corte di Assise di Milano. Inoltre gli 'ermellini' dovranno decidere se rendere definitiva, o meno, la condanna a un anno di reclusione per Stefano Tringali accusato di depistaggio.

   Probabilmente la decisione della Seconda sezione arrivera' dopodomani perche' ci vorra' molto tempo per le arringhe dei 13 legali, otto dei quali parleranno a difesa dei tre ex imputati e di Tringali e quattro in rappresentanza dei familiari delle vittime e delle amministrazioni locali.

   La Procura del Palazzaccio verra' rappresentata dal sostituto procuratore generale Enrico Delehaye, che a lungo e' stato consigliere giudicante in Cassazione prima di passare a funzioni requirenti. Dopo la sua requisitoria, prenderanno la parola gli avvocati delle 17 parti civili che oltre a Caterina Malavenda, Corso Bovio, Federico Sinicato schierano anche - ed e' una novita' nella storia di questo lunghissimo processo - il professor Franco Coppi, gia' difensore di Giulio Andreotti. A fianco delle parti civili ci sono anche la Provincia di Milano e quella di Lodi, e il Comune di Milano che si sono regolarmente costituiti in Cassazione. Interverra' pure l'Avvocatura dello Stato, in rappresentanza del Ministero dell'Interno e della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

   Dopo le parti civili prenderanno la parola i penalisti Antonio Franchini e il professor Giovanni Arico' per Delfo Zorzi (latitante in Giappone, dove ha acquistato la cittadinanza); l'onorevole avvocato di An Enzo Fragala' e Benedetto Tusa per Rognoni; gli avvocati Mauro Ronco e Enrico Bucci per Maggi; infine Giovanni Caroleo Grimaldi (che in Cassazione difese senza successo Patrizia Reggiani, accusata dell'omicidio di Maurizio Gucci) con Renato Alberini per Tringali.

   Contro il verdetto che ha prosciolto gli imputati - in appello, il 12 marzo 2004 - il sostituto procuratore generale milanese, Laura Bertole' Viale, ha fatto ricorso a Piazza Cavour con una istanza di 36 pagine nelle quali sostiene che le prove a carico, soprattutto la parola dei pentiti Martino Siciliano e Carlo Digilio, sono state valutate in maniera illogica e frantumata. In pratica il Pg di Milano chiede alla Cassazione di stracciare la sentenza di 642 pagine che ha azzerato le condanne e ha ridotto la pena per Tringali, minorenne all'epoca della strage. La stessa cosa domandano le parti civili con una corposa memoria di 75 pagine. Se cosi' fosse ad essere confermata sarebbe la monumentale sentenza di primo grado (850 pagine) in attesa del dodicesimo processo su Piazza Fontana. Nonostante siano passati 35 anni, 4 mesi e 16 giorni da quel tragico 12 dicembre, l'avvocato Coppi e' convinto che ha ancora un "forte senso morale la ricerca della verita"".

   Recentemente la Cassazione, con sentenza depositata il 19 aprile, ha confermato la richiesta di arresto per Zorzi in relazione alla strage che il 28 maggio 1974 provoco', in Piazza della Loggia a Brescia, otto morti e un centinaio di feriti.  Dunque, solo pochi giorni fa, per i supremi giudici il pentito Digilio si e' rivelato attendibile, se pur in un procedimento diverso.

28 aprile 2005 - PIAZZA FONTANA: DAI GIORNALI

ANSA:

PIAZZA FONTANA: CALVI, SBAGLIA ANDREOTTI A PENSAR MALE

NESSUNA IDENTITA' PROCESSUALE TRA DIFENSORI FREDA E VALPREDA

  "Il presidente Andreotti, nel rispondere al procuratore D'Ambrosio sulla strage di piazza Fontana, ha adombrato una supposizione maliziosa. Questa volta pero' a pensar male, come egli dice, non si coglie nel vero", dice il senatore Guido Calvi che fu il primo difensore di Pietro Valpreda.

   " Non vi fu nessuna identita' di linea processuale tra la difesa di Valpreda e quella di Freda e Ventura. Anzi, vi fu una conflittualita' radicale e, lo ricordo con piacere, vincente fu la nostra linea. Freda e Ventura e anche Giannettini furono condannati all'ergastolo, mentre Valpreda fu assolto, sia pure con la formula dubitativa", aggiunge. "Su un punto, pero', Andreotti ha ragione. Concentrammo quasi esclusivamente la nostra attenzione sulle responsabilita' del Sid, tanto che il generale Maletti e il capitano La Bruna furono condannati mentre, con il senno di poi, credo che avremmo dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilita' e alle condotte depistanti dell'Ufficio Affari riservati del ministero degli Interni e sul dottor Umberto Federico D'Amato".

PIAZZA FONTANA: CENTO, SALVARE ARCHIVI SU STRAGE DI STATO

   "Rendere consultabili tutti gli archivi per ricostruire la verita' su Piazza Fontana". Paolo Cento, vicepresidente della commisione Giustizia della Camera, interviene sulla richiesta di assoluzione degli imputati per la strage del 12 dicembre 1969.

   "Una strage di Stato ç sottolinea - le cui indagini furono prima deviate dalla bufala sul ruolo degli anarchici, poi insabbiate. Ora e' giunto il momento di aprire tutti gli archivi, una enorme mole di documenti oggi di difficile consultazione che Camera e Senato farebbero bene ad acquisire e rendere fruibile per ricostruire la verita' storica, giudiziaria e politica. L'Italia non puo' piu' sopportare impunita', depistaggi e sentenze contraddittorie che impediscono la definizione di un quadro veritiero sulla strategia della tensione che ha minacciato la vita democratica del nostro paese".

PIAZZA FONTANA: ANDREOTTI, NON POSSO AIUTARE D'AMBROSIO

DIFESA FREDA E VALPREDA SI RISPETTAVANO ACCUSANDO SERVIZI

   Giulio Andreotti risponde a Gerardo D'Ambrosio, il magistrato che unitamente ad Alessandrini indago' sulla strage di Piazza Fontana e che oggi, in una intervista al Corriere della Sera, ha detto che la verita' la chiederebbe a Pino Rauti e Giulio Andreotti. "Il dottor D'Ambrosio cerchi nelle cancellerie le spiegazioni dell'esito dei processi. Io non posso aiutarlo".

   Interpellato dai giornalisti, il sette volte presidente del Consiglio, che per primo svelo' che Guido Giannettini era un informatore dei servizi afferma che su quel processo ricorda "solo grane". "Revocai il segreto di Stato circa l'appartenenza di Giannettini tra gli informatori dei servizi segreti (lo feci contro il parere dei servizi stessi) che in precedenza avevano indotto Rumor a segretare. Di piu' chiesi al ministero della Giustizia perche' aveva ritardato tanto l'estradizione di Giannettini arrestato all'estero. Mi rispose per iscritto Beria d'Argentine che sorprendentemente disse in udienza che cio' non era vero. Per fortuna avevo la sua risposta anche scritta e la esibii in Aula. Si scuso' e volle una colazione di... chiarimento".

   E Andreotti commenta anche l'affermazione di D'Ambrosio su Freda e Ventura, i due estremisti di destra che vennero assolti.  "Perche' assolti' L'impressione che io ebbi che vi era una tacita intesa tra la difesa di Freda e Ventura e quella di Valpreda di... rispettarsi, dando addosso solo ai servizi segreti. Il magistrato Saverio Malizia, testimone, scoppio addirittura a piangere, una cosa incredibile in Italia".

   Il senatore a vita parla anche dei servizi segreti: "Anche loro fecero errori. Tra l'altro negando di aver favorito un espatrio, che invece era documentato. Di piu'. Freda e Ventura scapparono da Catanzaro e il governo mando' a casa il capo della polizia".

28 aprile 2005 - CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA

ANSA:

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; INIZIATA UDIENZA

   E' appena iniziata, davanti alla seconda sezione penale della Cassazione, l'udienza per la strage di Piazza Fontana: e' l'undicesimo processo ed e' la quarta volta che questo procedimento approda alla Suprema Corte. E' stato sostituito uno dei componenti del collegio: al posto del consigliere Giacomo Fumu, colpito da un lutto familiare, siede il consigliere Luca Morgigni. Inalterata la rimanente composizione del collegio presieduto da Francesco Morelli, il relatore e' Alberto Macchia, gli altri consiglieri sono Pietro Sirena e Giuliano Casucci. Hanno preso posto tutti gli avvocati sia di parte civile che dei tre ex imputati assolti, in appello, dalla condanna all'ergastolo: Delfo Zorzi (latitante in Giappone), Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Presenti anche i difensori di Stefano Tringali, l'unico imputato che ha riportato una condanna (a un anno di reclusione) per depistaggio nelle indagini della strage.

  La bomba nella Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano esplose alle 16,25 del 12 dicembre 1969, provocando 17 morti e 85 feriti. In Cassazione - contro le assoluzioni - ha fatto ricorso il sostituto procuratore generale di Milano Laura Bertole' Viale che chiede l'annullamento del verdetto di secondo grado emesso il 12 marzo 2004. La stessa richiesta viene dai familiari delle vittime, dall'Avvocatura dello Stato, dal Comune e dalla Provincia di Lodi e Milano, costituitesi parte civile anche in Cassazione.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; ARICO', SEPPELLIRE RICORSO PROCURA

LEGALE ZORZI, PROCESSO FATTO CON PENTITI PREZZOLATI

   L'inammissibilita' totale del ricorso presentato dal sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertole' Viale e' stato chiesto dal prof. Giovanni Arico', uno dei due legali di Delfo Zorzi, nella sua arringa difensiva. Per il legale la richiesta della procura di Milano "non va onorata con la sepoltura di un semplice rigetto, ma con la dichiarazione di inammissibilita"". Arico' ha quindi esortato i supremi giudici: "prima seppellite questo processo fatto con pentiti prezzolati, e meglio sara' per tutti, soprattutto per i familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana perche' la morte va rispettata e non strumentalizzata con questo tipo di processi". In sostanza Arico' ha chiesto la conferma dell'assoluzione di Zorzi.

   Ad avviso di Arico' "la sentenza di appello e' ingiustamente accusata di essere 'innocentista' ma in realta' commette dei grossi errori di diritto proprio nei confronti di Zorzi, che pure non 'vuole' ma 'deve' assolvere".  Secondo il difensore del principale accusato della strage, "si viola il principio del contraddittorio, sancito dalla Costituzione quando, come fa il ricorso della Procura di Milano, si perviene a condannare sia pure incidentalmente due assolti (Freda e ventura) che indipendentemente dalla loro caratura ideologica, non hanno potuto interloquire in questo processo proprio perche' gia' assolti". "E che si ritenga legittimo di condannare chi e' assolto solo per condannare altri - ha tuonato con foga Arico' - finisce col violare non solo il codice dei galantuomini, ma l'essenza stesso del diritto: qui per Zorzi si inventa la 'revisio in pejus"". Arico' ha contestato in radice l'attendibilita' del principale accusatore, il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, sostenendo che ha parlato "andando a lezione la mattina dagli inquirenti e poi testimoniando il pomeriggio". Quanto alla credibilita' dell'altro 'pentito', Martino Siciliano, il difensore di Zorzi lo ha definito "un dichiarante sul mercato che si vendeva al miglior offerente, e non c'e' niente di strano se un innocente (Zorzi) ha tentato di comprare un prezzolato che voleva metterlo nei guai con le sue 'spontanee' dichiarazioni: smettiamola di infangare la gente".

   Inoltre Arico' - rispondendo alle obiezioni del professor Franco Coppi, legale di parte civile - ha sottolineato come "avviene in molti processi il fatto che, come in questa vicenda di Piazza Fontana, risulti condannato, anche se prescritto, il 'pentito' della situazione (Digilio) mentre sono stati assolti quelli che lui accusava di essere suoi principali coimputati (Zorzi e Maggi, Rognoni)". "Spesso - ha concluso - accade che si condanna il 'pentito' e si assolvono per mancanza di riscontri gli altri imputati. Non per questo le sentenze devono essere considerate sbagliate". Infine Arico' ha perorato la tesi della mancanza di coordinamento tra i vari compartimenti territoriali di 'Ordine Nuovo' rilevando che nel 1969 e negli anni seguenti gli attentati sono stati tanti e "sicuramente non riconducibili ad una unica matrice". In questo modo ha rintuzzato il punto di vista dell'Avvocatura dello Stato, rappresentata da Massimo Giannuzzi, che aveva sostenuto "l'unitarieta' dell'azione degli ordinovisti".

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; AVV.STATO, ANNULLARE ASSOLUZIONE

   L'avvocato dello Stato, Massimo Giannuzzi - che rappresenta il ministero dell'Interno e la Presidenza del Consiglio dei ministri - ha appena chiesto alla seconda sezione penale della Cassazione di annullare le assoluzioni dei tre neofascisti (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni) emesse in secondo grado dalla corte d'assise d'appello di Milano per la strage di Piazza Fontana.

   In particolare, l'avvocato dello Stato ha fortemente criticato la sentenza di secondo grado perche' "non considera unitariamente tutte le risultanze processuali".

   In pratica, per Giannuzzi "l'organizzazione eversiva Ordine Nuovo aveva una strategia stragista di ampio respiro comune a tutte le articolazioni territoriali dell'associazione che, non dimentichiamolo, aveva un referente nazionale in Pino Rauti".  Ad avviso dell'avvocato dello Stato e' un errore "valutare in maniera frantumata tutti gli aspetti che collegano i singoli contributi, ad una strategia stragista unitaria, forniti dagli esponenti ordinovisti di Venezia-Mestre, Padova e Milano".

   Per questo Giannuzzi ha chiesto l'annullamento con rinvio del verdetto assolutorio d'appello sottolineando che "come parte civile siamo in diritto di chiedere, anche per rispetto del dolore delle vittime e per la storia e l'identita' democratica del nostro Paese, che sulla strage di Piazza Fontana ci sia quantomeno un nuovo processo che corregga la sentenza della corte d'assise d'appello".

CASSAZIONE:PIAZZA FONTANA, DOMANI L'UNDICESIMO VERDETTO

   (di Margherita Nanetti)

   Arrivera' nel pomeriggio di domani, l'undicesimo verdetto su Piazza Fontana. Il compito tocchera' alla Seconda sezione della Corte di Cassazione e sara' la quarta volta che i magistrati di Piazza Cavour firmeranno una sentenza sull'esplosione che a Milano, alle 16.25 del 12 dicembre del 1969, sventro' la Banca dell'Agricoltura provocando - ormai 35 anni, 4 mesi e 17 giorni fa - una strage con 17 morti e 85 feriti.

   Dunque domani si sapra' se si riaprira' il processo per la strage che diede l'avvio alla 'stagione del terrore' della destra eversiva oppure se bisognera' rassegnarsi ad accettare l'ennesima strage irrisolta, dell'Italia senza colpevoli. Di questo secondo avviso si e' dichiarato - stamani - il Sostituto procuratore della Cassazione, Enrico Delehaye, che ha chiesto il rigetto del ricorso, contro le assoluzioni dei neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, presentato dalla Procura di Milano e dalle parti civili, ossia dai familiari delle vittime, da Palazzo Marino e dalla Provincia di Lodi e Milano. E dall'Avvocatura dello Stato che ha rappresentato il Ministero dell'Interno e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, parti in causa in tutte le stragi che "turbano l"ordine pubblico".

   Secondo il Pg Delehaye, che ha svolto una requisitoria molto contenuta nei tempi e nei modi, la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Appello di Milano - il 12 marzo 2004 - "non contiene valutazioni illogiche" pertanto, "anche se a me e' piaciuta di piu' la sentenza di primo grado", la pronuncia assolutoria "non merita censure". In sintesi, la Procura di Piazza Cavour ha chiesto il "rigetto" dei ricorsi presentati dal Sostituto procuratore di Milano, Laura Bertole' Viale, e dalle parti civili che chiedevano la riapertura del processo.

   Alla richiesta del Pg Delehaye, si e' opposto l'Avvocato dello Stato, Massimo Giannuzzi che ha sostenuto "l'unitarieta' delle componenti territoriali di 'Ordine Nuovo' e della regia della strage". In nome del "rispetto delle vittime e della identita' democratica del nostro Paese", Giannuzzi ha chiesto la riapertura del processo di Piazza Fontana ed e' rimasto presente in aula finche', alle otto di sera, l'udienza non si e' conclusa. Di solito gli Avvocati dello Stato sono presenze frettolose nei processi, che spesso non spendono molto parole e si "associano" alle arringhe degli altri difensori. A Giannuzzi bisogna dare atto di aver invertito questa tendenza.

   L'intervento piu' atteso, dalla schiera delle parti civili, era quello del professor Franco Coppi, una 'new entry' in questo processo dal momento che solo un mese fa e' stato chiamato a entrare nella 'squadra' di chi si batte perche' su Piazza Fontana non cada il sipario dell'impunita'. Con passione e l'oratoria serrata e stringente che lo caratterizza, Coppi ha cercato di demolire il verdetto assolutorio e si e' battuto per affermare la piena credibilita' del 'pentito' Carlo Digilio, vero perno dell'accusa in primo grado. "E' totalmente contraddittorio che la sentenza di secondo grado - ha detto - creda a Digilio solo quando si autoaccusa, e lo ritenga inattendibile quando invece punta il dito contro Zorzi e Maggi". Con lui ha incrociato il fioretto il professor Giovanni Arico', altra new entry' di prestigio - essendo uno dei migliori cassazionisti - collocata, pero', nel collegio difensivo del principale imputato, Delfo Zorzi superlatitante in Giappone dove dal 1989 ha ottenuto al cittadinanza. Arico' - ad ascoltarlo si e' trattenuto lo stesso Coppi, in segno di stima - non ha avuto mezzi termini e ha chiesto agli 'ermellini' di "seppellire senza onore il ricorso del Pg di Milano, dichiarandolo inammissibile". "Questo e' un processo - ha sottolineato il legale - fatto con pentiti prezzolati, come Martino Siciliano, e inattendibili e coartati come Carlo Digilio".

   Domani prendera' la parola il difensore storico di Zorzi, l'avvocato Antonio Franchini: poi il collegio presieduto da Francesco Morelli e composto dal consigliere relatore Alberto Macchia, da Pietro Sirena, da Giuliano Casucci e da Luca Morgigni (che ha sostituito il collega Giacomo Fumu, colpito da un lutto) si chiudera' nel segreto della camera di consiglio.  Dove valutera' le richieste di Delehaye, che oltre alla conferma delle assoluzioni ha chiesto anche l'annullamento della condanna a un anno di reclusione inflitta a Stefano Tringali per depistaggio. le richieste delle parti civili, compresa quella del Comune di Milano, patrocinato da Corso Bovio che ha chiesto la riapertura del processo, come ha fatto con un'arringa emotiva l'avvocato Federico Sinicato, che rappresenta - da sempre - la voce e il dolore dei familiari delle vittime.

CASSAZIONE:PIAZZA FONTANA;FRAGALA',STRAGE FU DEGLI ANARCHICI

   "Il ricorso del Pg di Milano e' appeso nel vuoto, come la sentenza di primo grado, soprattutto nei confronti di Giancarlo Rognoni al quale era stata dedicata solo mezza pagina con motivazioni 'de relato' proveniente da Bonazzi che fu smentito da Nico Azzi, che era la sua stessa fonte". Lo sottolinea l'avvocato Enzo Fragala', difensore di Rognoni insieme a Benedetto Tusa.

   Il difensore, inoltre, insiste nel sostenere la cosiddetta pista anarchica. Rileva in proposito Fragala' che "la sentenza d'appello riconoscendo la assoluta infondatezza della cosiddetta pista di destra, nella strage di Piazza Fontana, ha implicitamente riconosciuto che le indagini condotte dal binomio Giraudo-Salvini furono totalmente inquinate dal pregiudizio politico di volere dimostrare, attraverso improbabili fonti testimoniali, la responsabilita' di ex estremisti di destra rispetto ad un attentato che era di chiara matrice anarchica".

   Aggiunge Fragala' che "il pregiudizio di chi ha svolto le indagini non si e' fermato neppure di fronte a clamorosi artifici processuali, quali l'uso illegittimo di 100 milioni di vecchie lire dei servizi segreti, devoluti al pentito Martino Siciliano: una vicenda sulla quale Salvini e il generale Sergio Siracusa sono stati al centro di una indagine del Pm veneziano Felice Casson". "Indagine che si e' conclusa - prosegue Fragala', che e' anche deputato di An - con l'archiviazione motivata da valutazioni assai critiche sull'operato del giudice Salvini e dell'allora capo del Sisde, generale Siracusa". Tra il primo grado e l'appello - conclude Fragala' - "e' emersa l'ulteriore inquietante circostanza che il giudice Salvini aveva inviato a Martino Siciliano oltre 8 milioni di vecchie lire, apparentemente di tasca propria e con una motivazione allucinante".

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; PG, ANNULLARE CONDANNA TRINGALI

   Il sostituto procurato generale della Cassazione, Enrico Delehaye, ha chiesto anche l'annullamento senza rinvio della condanna ad un anno di reclusione per Stefano Tringali, condannato dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano ad un anno di reclusione per depistaggio nelle indagini. In precedenza il Pg aveva chiesto la piena conferma delle assoluzioni per i 3 neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, che invece erano stati condannati all'ergastolo in primo grado.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; PG, CONFERMARE ASSOLUZIONI

   Il Pg della Cassazione ha chiesto la conferma delle assoluzioni emesse in appello per i tre imputati della strage di Piazza Fontana: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

   In particolare il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, Enrico Delehaye, ha chiesto il rigetto del ricorso presentato dalla Procura di Milano e dalle parti civili contro il verdetto con il quale la Corte di assise di appello di Milano - il 12 marzo 2004 - aveva annullato le condanne all'ergastolo per i tre neofascisti accusati della strage. In primo grado Zorzi, Maggi e Rognoni erano stati condannati all'ergastolo.

   Il Pg della Suprema Corte ha, tra l'altro, detto che "mi e' piaciuta di piu' la sentenza di primo grado ma questo non vuol dire che la sentenza di appello sia illogica perche' e' esaustiva". Delehaye quando il presidente della seconda sezione penale, Francesco Morelli, gli ha dato la parola per la requisitoria, aveva chiesto una interruzione per la "commozione" provata nell'affrontare questo processo che segno' l'inizio del suo ingresso in magistratura.

    "Mi dolgo di occuparmi ora, a cosi' tanti anni di distanza dal fatto - ha detto il Pg Delehaye - della strage di Piazza Fontana perche' non ritengo che la Suprema Corte sia la sede piu' adatta per accertare la verita', quando la verita' non e' accertata nelle fasi precedenti di giudizio". "Che la luce sulla verita' dei fatti sia mancata - ha proseguito il Pg nella sua requisitoria - mi pare evidente, tanto e' che abbiamo avuto due verdetti di merito completamente opposti". Tuttavia Delehaye ha affermato di "non ritenere che si possa sostenere, come fa il procuratore di Milano nel suo ricorso, che due persone assolte con sentenza passata in giudicato (Freda e Ventura), siano i responsabili di un reato: dunque viene meno quello che e' l'anello di congiunzione delle diverse censure avanzate dal Pg milanese alla sentenza di secondo grado, ossia aver trascurato i rapporti tra 'Ordine nuovo' del Veneto e la destra eversiva milanese".

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; PG, SCONFITTA INVESTIGATIVA

   "Ritengo che il processo sia arrivato ad una conclusione". Questo il commento del sostituto procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye. "Siamo davanti ad una sconfitta investigativa, che evidenzia - aggiunge il sostituto procuratore a margine del suo intervento in aula - come non sia stato possibile dichiarare nessuno colpevole della strage di Piazza Fontana".

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; PG, SENTENZA NON MERITA CRITICHE

   "Non possiamo andare oltre un certo limite sulla valutazione dei fatti e le critiche alla sentenza d'appello, per la strage di Piazza Fontana, non possono trovare spazio in sede di legittimita' perche' tutto si puo' dire del verdetto della Corte d'assise d'appello di Milano tranne che abbia trascurato qualche elemento". Lo ha appena detto il rappresentante della Procura di Piazza Cavour, Enrico Delehaye, nella sua requisitoria che sembra preannunciare la richiesta di confermare le assoluzioni di Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, i tre neofascisti accusati della strage e condannati all'ergastolo in primo grado.

CASSAZIONE:PIAZZA FONTANA;SINICATO, DOVEROSO CERCARE VERITA'

   "Non e' possibile per un paese democratico come il nostro rinunciare a raggiungere la verita' per fatti gravi come la strage di Piazza Fontana: per questo e' doverosa la ricerca della verita' e ha ancora senso, a piu' di 35 anni dall'esplosione della bomba, ricercare la verita"". Lo sottolinea - a margine dell'udienza su Piazza Fontana in corso innanzi alla seconda sezione penale della Cassazione - l'avvocato di parte civile Federico Sinicato che rappresenta 17 familiari delle vittime e le province di Milano e Lodi.

   Il legale, che si batte per l'accoglimento del ricorso della Procura di Milano contro l'assoluzione dei tre neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, aggiunge che "il problema del superamento di quegli anni improntati alla strategia del terrore si potra' porre solo dopo l'accertamento delle responsabilita' di questa strage".

   La bomba che esplose alle 16,25 del 12 dicembre del 1969, nella Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, provoco' 17 morti e 85 feriti e segno' l'avvio della strategia del terrore inaugurata dalla destra eversiva.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; UDIENZA RIPRENDE DOMANI

   Si e' appena conclusa, innanzi alla seconda sezione penale della Cassazione, l'udienza per la strage di Piazza Fontana. Domani parlera' l'ultimo difensore di Delfo Zorzi e poi i supremi giudici si chiuderanno in camera di consiglio. Il verdetto si sapra' dunque soltanto domani.

29 aprile 2005 - ANDREOTTI: PIAZZA FONTANA, NON FU STRAGE DI STATO

ANSA:

ANDREOTTI: PIAZZA FONTANA, NON FU STRAGE DI STATO

INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA

   "Il 12 dicembre 1969 (strage di piazza Fontana, ndr) non ero al governo. Ero in Francia. Appresi la notizia alla radio. Ne fui molto impressionato, anche per la simultaneita' delle bombe di Roma", ricorda Giulio Andreotti, intervistato dal CORRIERE DELLA SERA.

   Il giudice D'Ambrosio dice: chiederei la verita' ad Andreotti. Non le fa un certo effetto' Chiede il quotidiano milanese. "Non mi fa ne' caldo ne' freddo. Certo, stamattina per un attimo ho pensato: non bastava tutto quel che mi hanno fatto passare, ci mancava pure questa. Ma a D'Ambrosio rigiro la domanda: dovrebbero essere i magistrati a scoprirla, la verita'.  Purtroppo quando le indagini durano anni e anni finiscono per assomigliare a romanzi gialli".

   "Questa storia comincia per me solo nel '74. Quando tornai alla Difesa, trovai una pratica d'ufficio. Al ministero veniva chiesto se tale Guido Giannettini, giornalista credo minore, fosse o no un informatore del Sid. Lo era. Lo dissi. Non lo dissi ai magistrati (come contesta D'Ambrosio, ndr). Lo dissi a chi me lo chiedeva. Cioe' a Massimo Caprara. Ma feci di piu': convocai una riunione a palazzo Barberini, cui parteciparono i vertici dei servizi e degli Stati maggiori, e dissi con chiarezza che bisognava dire sempre la verita', e rivolgersi sempre e solo ai competenti gerarchici e ai ministri, mai a personaggi esterni. Una scelta che non fu senza prezzo.  Rivelando il nome di un informatore avevo violato il sancta sanctorum. Una norma vincolava il ministero alla riservatezza; ma a me pareva grottesco che si potesse dare l'impressione di proteggere qualcuno in un processo per strage; tanto piu' che gia' si parlava di strage di Stato. Una definizione che me contestata. Un dettaglio mi ha sempre colpito. Il tassista che riconobbe Valpreda aveva annotato che indossava un cappotto diverso. Si scopri' poi che Valpreda era passato a casa di un parente e aveva cambiato cappotto. Un dettaglio, ma di quelli che in poche righe possono contenere la chiave di un giallo", conclude Andreotti.

29 aprile 2005 - CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA

ANSA:

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; FOLENA, RIPARTA COMMISSIONE STRAGI

PAESE DEVE SAPERE PERCHE' DI QUELLA CARNEFICINA

   "E' sconfortante che, a distanza di 36 anni, la verita' giudiziaria sulla strage di Piazza Fontana torni nuovamente ad allontanarsi". Lo sottolinea Pietro Folena del Prc commentando la nuova richiesta di assoluzione per Zorzi, Maggi e Rognoni. Folena chiede tra l'altro che "anche il Parlamento ritorni a indagare" visto che "ci sono delle verita' politiche da accertare".

   "La magistratura - aggiunge l'ex diessino - ha il suo compito, e noi, a differenza di altri, rispettiamo le sentenze e anche le requisitorie. Ma la politica ha un altro ambito di indagine".

   "Bisogna riprendere - conclude - il lavoro della commissione stragi. Occorre che il Paese sappia il perche' di quella carneficina".

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; AVV.ZORZI, RINVIO E'GIUSTIFICATO

   "E' innegabile che il principio cardine del processo penale sia quello dell'immediatezza, per cui alle arringhe degli avvocati deve seguire la camera di consiglio dei giudici: tuttavia, oggi, il rinvio dell'udienza su Piazza Fontana e' stato chiesto per un dato di natura oggettiva, come l'impedimento fisico di un consigliere". Lo sottolinea l'avvocato Antonio Franchini, il difensore 'storico' di Delfo Zorzi, commentando la decisione del presidente della Seconda sezione penale della Cassazione, Francesco Morelli, che ha fatto slittare al tre maggio l'udienza conclusiva sulla strage di Piazza Fontana in quanto uno dei componenti il collegio giudicante - il consigliere Luca Morgigni - e' stato colpito dal "colpo della strega" e non puo' "stare seduto a lungo".

   "Meglio una udienza rinviata - ha aggiunto Franchini - che non una udienza davanti a giudici che non sono in grado, per malesseri fisici, di prestare la dovuta attenzione".

   Sul rinvio dell'udienza, appresa la notizia del colpo della strega di Morgigni, hanno espresso il loro accordo - con verbale depositato nella cancelleria della Seconda sezione penale - sia Franchini, cui spetta l'arringa finale, sia il Sostituto procuratore della Cassazione, Enrico Delehaye, che ieri aveva chiesto la conferma delle assoluzioni per la strage di Piazza Fontana. Sempre ieri, l'udienza si era aperta con la comunicazione del presidente Morelli di aver sostituito 'in extremis' il consigliere Giacomo Fumu - colpito da lutto familiare per la morte della suocera - proprio con il consigliere Morgigni.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; LEGALE VITTIME, RINVIO E'ASSURDO

   "Siamo al teatro dell'assurdo: questa decisione di rinviare un processo cosi' delicato, dopo che gia' ieri un consigliere e' stato sostituito, desta perplessita"". Cosi' l'avvocato Federico Sinicato, difensore storico dei familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana, ha commentato la decisione del presidente della Seconda sezione penale della Cassazione, Francesco Morelli, di far slittare al 3 maggio l'udienza conclusiva che dovra' decidere se far calare la parola 'fine' sulla strage o riaprire un nuovo processo. "Spero che questi giorni fino al 3 maggio - ha aggiunto Sinicato - possano servire ai consiglieri della Suprema Corte e soprattutto al consigliere che oggi si e' sentito poco bene e che ieri era entrato 'in extremis' a far parte del collegio per sostituire un collega colpito da lutto, per approfondire lo studio delle sentenze di primo e secondo grado". Per il rappresentante della parte civile, quella che si e' verificata stamani, in Cassazione, "e' una situazione straordinaria e un modo certo non bellissimo per trattare una vicenda come quella di Piazza Fontana".

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; VERDETTO SLITTA AL 3 MAGGIO

   Solo il prossimo 3 maggio si sapra' se ci sara' un nuovo processo sulla strage di Piazza Fontana oppure se diventeranno definitive le assoluzioni decise dalla Corte d'Assise di Appello di Milano nel 2004.

   Lo ha appena reso noto il presidente della seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, Francesco Morelli, rendendo noto che "a causa del colpo della strega" che ha colpito il consigliere Luca Morgigni, il collegio non puo' proseguire l'udienza su Piazza Fontana, che oggi avrebbe dovuto concludersi con l'arringa finale di Antonio Franchini, difensore di Delfo Zorzi.

   Gia' ieri, nella prima giornata di udienza, si era registrata la sostituzione del consigliere Giacomo Fumu, colpito da lutto familiare per la morte della suocera e sostituito proprio da Morgigni.

29 aprile 2005 – PIAZZA FONTANA: DAI GIORNALI

“Il Corriere della sera”

«Non fu strage di Stato. E resta il giallo Valpreda»

Andreotti: a D' Ambrosio dico che tocca ai magistrati scoprire la verità. Quel cappotto dell' anarchico notato da un tassista

An

dreotti, dov' era il 12 dicembre 1969? « Non al governo. In Francia. Appresi la notizia alla radio. Ne fui molto impressionato, anche per la simultaneità delle bombe di Roma » . D' Ambrosio dice: chiederei la verità ad Andreotti. Non le fa un certo effetto? « Non mi fa né caldo né freddo. Certo, stamattina per un attimo ho pensato: non bastava tutto quel che mi hanno fatto passare, ci mancava pure questa. Ma a D' Ambrosio rigiro la domanda: dovrebbero essere i magistrati a scoprirla, la verità. Purtroppo quando le indagini durano anni e anni finiscono per assomigliare a romanzi gialli » . Lei cosa sa della verità? « Questa storia comincia per me solo nel ' 74. Quando tornai alla Difesa, trovai una pratica d' ufficio. Al ministero veniva chiesto se tale Guido Giannettini, giornalista credo minore, fosse o no un informatore del Sid. Lo era. Lo dissi » . In un' intervista però. Non ai magistrati. E' quel che le contesta D' Ambrosio. « Lo dissi a chi me lo chiedeva. Cioè a Massimo Caprara. Ma feci di più: convocai una riunione a palazzo Barberini, cui parteciparono i vertici dei servizi e degli Stati maggiori, e dissi con chiarezza che bisognava dire sempre la verità, e rivolgersi sempre e solo ai competenti gerarchici e ai ministri, mai a personaggi esterni. Una scelta che non fu senza prezzo » . Cosa intende dire? « Rivelando il nome di un informatore avevo violato il sancta sanctorum. Una norma vincolava il ministero alla riservatezza; ma a me pareva grottesco che si potesse dare l' impressione di proteggere qualcuno in un processo per strage; tanto più che già si parlava di strage di Stato » . Una definizione che lei contesta? « Sì. Un dettaglio mi ha sempre colpito. Il tassista che riconobbe Valpreda aveva annotato che indossava un cappotto diverso. Si scoprì poi che Valpreda era passato a casa di un parente e aveva cambiato cappotto. Un dettaglio, ma di quelli che in poche righe possono contenere la chiave di un gial lo » . A parte che la matrice fascista di altre stragi come Peteano e piazza della Loggia non è in discussione, la questione politica riguarda i mandanti, e gli insabbiatori. « Non è mai esistito un doppio Stato. Ci furono casi singoli, anche dolorosi, di deviazioni. Come il colonnello Spiazzi, che era figlio di un deputato Dc. Ma le istituzioni in sé erano sane. Che nei servizi ci fosse chi ci riteneva degli illusi, incapaci di tener testa ai comunisti, è vero. Che qualcuno intendesse sostituirsi ai politici, è vero. Non a caso De Lorenzo e Miceli divennero poi parlamentari della destra. Noi eravamo attentissimi a non deviare dal rispetto rigoroso delle procedure democratiche; anche perché, se avessimo sgarrato, i comunisti ci avrebbero colti in castagna » . I servizi segreti, d' intesa con il governo, coprirono a lungo Giannettini. « Ci fu una riunione in cui il generale Martini consigliò di non farne il nome, per ragioni di principio: se scoperti, gli informatori perdono la loro funzione. Il mio predecessore Tanassi e il presidente del Consiglio Rumor furono d' accordo. Io decisi diversamente. Al processo di Catanzaro Caprara e io fummo messi a confronto: lui sosteneva che io avevo chiamato in causa Rumor, io ricordavo di no. In ogni caso, non ho addebiti da muovergli » . Ma tra voi democristiani non parlaste mai delle trame nere? Non vi poneste il problema che nelle istituzioni ci fossero uomini che praticassero o coprissero la violenza, magari anche in funzione anti Dc? « Di sicuro anche in funzione anti Dc. Ma non era un problema da toglierci il sonno. Con Moro sì, ne parlammo. Lui era più preoccupato. Io cercai di rassicurarlo. Sapevo che il nostro esercito non aveva tradizioni né intenzioni golpiste. Non ho mai creduto al pericolo di un colpo di Stato; né ai tempi di De Lorenzo, né a quelli di Sogno; che peraltro avevano progetti diversi » . Quando Sogno rivelò il suo, Scalfari scrisse che era stato lei a sventarlo, cambiando i vertici dei servizi e delle forze armate. « Una rotazione di tanto in tanto è necessaria... » . Rotazione? « Va be' , erano stati commessi degli errori. Miceli non era adatto a dirigere i servizi. Un giorno venne Maletti ad avvertirmi di aver ricevuto un dossier secondo cui Miceli, cioè il suo capo, aveva avuto contatti con Borghese. Io risposi: " Riferisca del dossier a Miceli, e vediamo se lui viene da me". Venne. Disse che Borghese era un informatore. Ma il capo dei servizi non va di persona da un informatore. E fu esonerato. Contro i colpi di Stato però vigilavano non solo Dc e Pci; anche il Msi, non a caso considerato da questi elementi come un gruppo di traditori. Sono convinto che la notte dell' 8 dicembre 1970 fu Almirante a informare la polizia delle mosse di Borghese, per evitare che il partito ne venisse coinvolto » . Null' altro da rimproverare ai servizi? « Certo, ci fu insipienza da parte di alcuni agenti. Ricordo che nel guardare le carte provai una certa sorpresa: questo Giannettini, fuggito in Argentina, diceva di essersi costituito per timore di finire ammazzato. Ammazzato: uno che mi era stato descritto come un ritagliatore di giornali. Ho pensato: però. Le stranezze continuarono. Siccome l' estradizione tardava, ne chiesi ragione al Guardasigilli Zagari. Ricevetti una risposta scritta dal suo capo di gabinetto, Adolfo Beria d' Argentine. Con mia grande sorpresa, al processo Beria disse di non aver ricevuto alcuna mia richiesta. Per fortuna ho l' abitudine di conservare le carte, e il giorno dopo portai in aula la sua lettera. Più tardi mi invitò a colazione e mi chiese se gli portavo rancore. Risposi che non me ne importava un fico secco » . Lei parlava di insipienza dei servizi. « Si comportavano talora come se avessero qualcosa da nascondere, magari anche quando da nascondere non c' era nulla. Negavano di sapere chi fosse il tal personaggio minore che si era fatto fuggire all' estero, e il giudice tirava fuori la carta d' identità che i servizi gli avevano preparato. Un ruolo fu giocato anche dagli avvocati di Valpreda e da quelli di Freda e Ventura, che si accordarono per alleggerire la posizione dei loro clienti e dare addosso ai servizi » . Poi Freda e Ventura fuggirono. « E noi dovemmo esonerare il capo della polizia, Parlato. Un galantuomo, privo di responsabilità dirette, tra l' altro dell' Opus Dei. Però ci fu, appunto, una certa insipienza. Nulla più. Almeno per me, che pure nei drammi, forse sbagliando, vedo un lato ridicolo » . Non è mai esistito il doppio Stato Se noi avessimo sgarrato, i comunisti ci avrebbero preso in castagna Non ho mai creduto al pericolo di un golpe, né ai tempi di De Lorenzo, né a quelli di Sogno .

Cazzullo Aldo

Rauti: mai minacciato nessuno, vittima anch' io

"Riconosciuto con un cappello in testa? Non ne ho mai portati, tranne il basco di Salo'

ROMA - Pino Rauti, l' ex procuratore D' Ambrosio dice che i familiari delle vittime dovrebbero chiedere a lei la verità sulla strage di Piazza Fontana. « Una battuta pesante. Se la poteva risparmiare. Io invece vorrei chiedere ai magistrati che per anni hanno indagato sulla strage come mai non hanno saputo scoprire la verità » . Lei non ne sa proprio nulla? « Zero assoluto. Sono una vittima anch' io e come tale mi schiero al fianco dei familiari. Sono il primo a voler conoscere la verità. Non c' entro nulla e mi hanno rovinato la vita » . Il dottor D' Ambrosio dice che perlomeno lei dovrebbe spiegare perché andò a minacciare di morte l' elettrotecnico Fabris che lavorava per Freda. « Ho già spiegato. Su quell' episodio fui interrogato dalla Corte d' assise d' appello a Milano. L' accusa era questa: una signora mi aveva visto in televisione e aveva creduto di riconoscere in me quello che aveva fatto le minacce a Fabris. Dissi ai giudici che era una cosa ridicola. Io sono uno studioso, un politico, una persona come me, ammesso che volessi fa re delle minacce, casomai manda qualcuno » . Secondo l' accusa, l' uomo delle minacce, e cioè lei, portava un berretto in testa. « E questa è un' altra prova che quell' uomo non ero io. Perché sono noto per non aver messo in testa mai un cappello o un berretto che sia. Portai solo il basco della Repubblica di Salò. Ma avevo 17 anni. Poi, tolto quello, mai più un copricapo di alcun genere » . Allora come mai il dottor D' Ambrosio la tira in ballo di nuovo? « Non saprei. Ho fatto leggere le sue di chiarazioni a un avvocato. Mi ha detto di lasciar perdere, non ci sono le condizioni per una querela. Ad ogni modo su questa storia bisogna essere responsabili perché ho già subito troppi danni. Fui arrestato. Mentre ero in carcere mia suocera sentì alla radio che io rischiavo tre ergastoli. Morì di crepacuore. Il dottor D' Ambrosio mi interrogò a più riprese e oggi per fortuna riconosce con rispetto che sono uscito assolto dal processo » . Che idea si è fatta della strage di Piazza Fontana? « Non ho dubbi: si trattò di un' operazione in cui intervennero pesantemente i servizi segreti. Lo scopo era demonizzare la destra e la sinistra estreme, i cosiddetti opposti estremismi. Se a destra e a sinistra si agitavano gli eversori, le forze di governo emergevano come le uniche affidabili. Mi sono sempre chiesto perché i numerosi attentati esplosivi di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta avvenivano con una cadenza quasi regolare, un' esplosione attribuita alla destra e poi un' altra attribuita alla sinistra. Mai contemporaneamente » . AL « CORRIERE » D' Ambrosio Rispetto l' assoluzione di Rauti, però forse dovrebbe spiegarci perché minacciò di morte l' elettricista Fabris... ( Sul lavoro sporco del Sid) sentirei Andreotti. Fu il primo ad ammettere che Giannettini era un agente del Sid. Ma non lo disse a noi magistrati, lo rivelò in un' intervista.

Nese Marco

30 aprile 2005 - PIAZZA FONTANA: DAI GIORNALI

"La Sicilia"

Un evento che precipitò il Paese nel sangue

Tony Zermo

Mentre la Cassazione si avvia ad assolvere i neofascisti Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, converra ricordare soprattutto ai più giovani quello che significò la strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre '69 con 17 morti, 80 feriti). Quel giorno qualcuno mise una borsa carica di esplosivo sotto il bancone del salone centrale della Banca dell'Agricoltura. La domanda ancora aperta è: furono i neofascisti, oppure gli anarchici' Di fatto quella strage segnò l'inizio degli anni di piombo perch‚ videro la nascita delle Br nel timore che i neofascisti volessero "impadronirsi" del Paese a suon di bombe.

Il primo processo venne tolto a Milano e fu celebrato per legittima suspicione a Catanzaro fra il '73 e il '74 nella palestra di un istituto scolastico. Tutti gli inviati dei giornali confluimmo la per il "processo del secolo". Tra loro c'erano i "pistaioli", quelli che conoscevano ogni cosa degli imputati, una razza giornalistica ormai scomparsa. La tesi dell'accusa era questa: la cellula neofascista padovana di Freda e Ventura che gia si era cimentata negli attentati (senza morti) ai treni nell'estate del '69, aveva un punto di collegamento con il circolo anarchico romano "XXII Ottobre" di cui faceva parte il ballerino Valpreda. Questo collegamento segreto era costituito da Antonio Merlino, un neofascista che si faceva passare per anarchico. L'ipotesi era che Merlino avesse portato quella borsa con l'esplosivo al circolo anarchico dove si volevano organizzare attentati cruenti. E che questa borsa sia stata portata da Pietro Valpreda a Milano, poich‚ il giorno della strage il ballerino era a Milano dove si era recato con la sua scassata "500".

Insomma la "mente" sarebbe stato il gruppo Freda, controllato dall'agente dei servizi segreti, il giornalista Guido Giannettini, e il "braccio" l'anarchico Valpreda. Un teorema che in qualche modo sembrava funzionare perch‚ l'alibi di Valpreda era sostenuto solo da una zia ("Quel giorno era a letto perch‚ influenzato") e perch‚ Valpreda era stato riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi che l'avrebbe portato quel pomeriggio a piazza Fontana. "Tra l'altro - ricorda Andreotti - il tassista disse che il suo passeggero aveva un cappotto diverso da quello di Valpreda quando fu arrestato. E in effetti si scoprì che Valpreda aveva cambiato cappotto in casa di un amico".

Davanti alla Corte di Catanzaro c'erano non solo i neofascisti, ma anche gli anarchici e sfilarono come testi i vertici delle Istituzioni, da Rumor ad Andreotti e ai capi dei servizi. Alla fine la sola cosa che si capì era che i servizi segreti avevano fatto un gioco sporco, "manovrando" gli attentati organizzati dalla cellula neonazista di Padova in modo che l'elettorato per paura convergesse al centro, essendo quello un periodo politico caldo in cui la sinistra minacciava di diventare maggioranza. Il solo fatto che i servizi segreti avessero fatto espatriare con passaporti autentici i Giannettini, i Ventura e i Freda era una prova del coinvolgimento. Ci furono dure condanne per Freda e Ventura, 4 anni a Valpreda per associazione sovversiva, ma alla fine dopo tanti processi furono tutti assolti con gran sollievo dell'estrema destra e dell'estrema sinistra che su Valpreda aveva fatto un pressing formidabile.

Negli anni successivi Andreotti disse: "La strage fu un errore di calcolo, perch‚ qualcuno credeva che quel venerdì pomeriggio la banca fosse chiusa, mentre c'era il mercato degli agricoltori". Però non chiarì mai da dove traesse questo convincimento. Anche Craxi, durante un viaggio a Berlino, disse a un giornalista: "Ma lei crede veramente che il povero tassista milanese abbia mentito'". Nel frattempo il tassista Cornelio Rolandi, denigrato e insultato, era morto di crepacuore.

Poi l'Italia si disinteressò di Piazza Fontana. Agli inviati che eravamo radunati a Catanzaro arrivò dai giornali l'ordine di fare le valigie per Genova: era stato rapito il giudice Mario Sossi. Era la primavera del '74, erano cominciati gli anni di piombo.

30 aprile 2005 - STRAGI: TANTE TESI, NESSUNA VERITA'

"Il Tempo"

Stragi: tante tesi, nessuna verità

Saggio di Vincenzo Ruggero Manca, vicepresidente della commissione parlamentare

I fallimenti della giustizia e della politica da piazza Fontana agli anni di piombo

di MASSIMO TOSTI

LE NOTIZIE d'attualita inducono ad allargare le braccia. La procura generale della Cassazione ammette di non avere prove sulla strage di piazza Fontana. Una sconfitta della magistratura ordinaria. O - se preferite - una ordinaria sconfitta della magistratura. Quel che dovrebbe, viceversa, apparire straordinario (e non lo è affatto) è che mercoledì prossimo sapremo se ci sara un nuovo processo sulla strage del dicembre 1969. A trentasei anni di distanza da quel giorno funesto del dicembre 1969 quando 17 persone furono uccise e altre 85 rimasero ferite) in un'agenzia della Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano. Una verita mancata, dal punto di vista giudiziario. Ma anche la politica ha fallito, nel tentativo di strappare il velo delle responsabilita (delle complicita, delle omerta) nella lunga stagione delle stragi e dell'eversione che si aprì in quella buia giornata del 1969, che allungò la sua ombra sinistra in tutti gli anni Settanta, e che ha lasciato una scia di sangue recente con i delitti D'Antona e Biagi. Una verita mancata, anche questa. Oppure "Una verita non voluta", come s'intitola un bel libro di Vincenzo Ruggero Manca, prefazione di Giulio Andreotti (editore KOINE', 16 euro). Manca ex generale di squadra aerea, senatore nella scorsa legislatura, è stato vicepresidente della Commissione Stragi in parlamento. E', dunque, uno che la materia la conosce, e a fondo. Il libro è nato, evidentemente, da una doppia delusione: al termine del suo mandato la Commissione non riuscì ad approvare una relazione comune; nella legislatura seguente (l'attuale) il parlamento non ha ritenuto di ricostituire la Commissione. Ha allargato le braccia, ammettendo una sconfitta. "Eppure - dice l'ex senatore Manca - eravamo vicinissimi a raggiungere un risultato. Se mi affidassero il compito potrei scriverla in breve tempo una relazione condivisibile e condivisa". Sull'assassinio di Moro, su Ustica, su Brescia, e - più in generale - sugli anni di piombo e sullo stragismo. Una relazione politica, beninteso, per concludere un'indagine politica, che è cosa ben diversa da un'indagine giudiziaria. Ma che - a trent'anni dai fatti narrati - ha un senso e un valore molto maggiore di un rosario di condanne o di assoluzioni inflitte da un tribunale che giudica in nome del popolo italiano. Si torna a un esercizio intellettuale oggi molto di moda: cercare di costruire una memoria comune e, appunto, condivisa. Si è cercato di farlo - con apprezzabili risultati, dopo le coraggiose affermazioni di Gianfranco Fini - riguardo alle leggi razziali e alla Shoa. Si è cercato di farlo, con indiscutibili passi avanti, riguardo alle foibe. Si è fallito, per ora, (inutile nasconderlo) sul 25 aprile. Si è fallito su quei terribili anni Settanta. La memoria di Manca è nitidissima, perch‚ si appoggia sui verbali della Commissione, e sulle tante audizioni che occupano migliaia di pagine, con i ricordi e le testimonianze di personaggi chiave della nostra storia recente - Paolo Emilio Taviani, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Arnaldo Forlani, Luigi Gui, Luciano Barca - e di un lotto nutrito di consulenti (il magistrato Carlo Nordio, lo storico Viktor Zaslavsky (per citare i due che fornirono la lana per i gomitoli più interessanti: le Brigate Rosse e i rapporti con l'Unione Sovietica). Nel libro si trova il succo di quelle deposizioni, estratto con brio giornalistico e forza divulgativa. Perch‚ la gente comune sappia quali tesi si sono confrontate davanti ai commissari. Manca riferisce, non giudica. Ed è il modo migliore (se non l'unico possibile) per cercare di ricostruire la verita, tassello per tassello, senza pregiudizi. Un commendevole esercizio di buona volonta, che ottenne risultati importanti. Il presidente della commissione, Giovanni Pellegrino (eletto nelle liste dei Ds), in cinque anni di lavoro, ha modificato molte delle convinzioni iniziali riguardo al doppio Stato, alla teoria della sovranita limitata, al ruolo anomalo svolto dal Pci "nelle dinamiche istituzionali, per lo stretto vincolo che all'Urss lo legava". Si sarebbe potuto, persino, rileggere la storia di Tangentopoli, partendo dalle parole di Pellegrino, quando riconosce che "effettivamente il flusso di denaro da Mosca al Pci, in dollari, è stato enorme e costante per circa un quarantennio". Le cifre erano "impressionati": mezzo milione di dollari (di allora) nel 1951, un milione e mezzo nel 1953, due milioni e mezzo nel 1956, e via a salire progressivamente. Il che giustificava (se non legittimava) la fame di quattrini dei partiti che al Pci si opponevano, e che produssero i fenomeni di corruzione sui quali si abbatt‚ la mannaia di "Mani pulite". Le pagine più suggestive del libro sono quelle nelle quali viene raccolto il pensiero di Francesco Cossiga, mente lucidissima, e uomo privo di remore. "La cultura del complotto - spiegò l'ex Presidente della Repubblica in una audizione - è una forte, antica e robusta cultura, la cui sintassi consiste nello spiegare i fatti e gli avvenimenti non con la banale categoria del reale, specie se non corrisponde al proprio ideale e al proprio progetto politico, ma con le ipotesi e le tesi, anteponendo la scelta alla verifica e sostituendo all'essere fattuale il dover essere ideologico". Introdotta con il giacobinismo, e sviluppata con il leninismo ("La verita è sempre rivoluzionaria") la cultura del complotto ha inquinato ogni ricerca della verita in Italia: "Un fatto vale nella misura in cui è funzionale ad un valore; se non è funzionale a quel valore, il fatto è irrilevante". Ebbene - dopo cinque anni di lavoro - la commissione si stava indirizzando a riconoscere anche i fatti "non funzionali": che Gladio fosse un'organizzazione legittima (presente anche negli altri Paesi europei), che le Brigate Rosse fossero una costola della Resistenza e contassero su un'area di contiguita molto estesa e molto rispettabile (negli ambienti alto borghesi, nello spettacolo, in una certa intelligenthia, che svolgeva un prezioso ruolo di fiancheggiamento sui media), che l'Aeronautica fosse estranea (e, sostanzialmente, all'oscuro) alla tragedia di Ustica. Il superamento della guerra fredda, con la caduta del muro di Berlino, aveva permesso di compiere significativi passi avanti nella condivisione della memoria. Ma poi, negli ultimi anni Novanta, è esplosa un'altra guerra fredda. Per intenderci - e dirla in modo sbrigativo (senza coinvolgere Manca in questa versione) - è scoppiata, alla vigilia delle elezioni del 2001, la guerra contro il pericolo Berlusconi, un altro anomalo. E la verita non è stata più voluta.

3 maggio 2005 - CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA, CONFERMATE ASSOLUZIONI
ANSA:
CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA, CONFERMATE ASSOLUZIONI
La seconda sezione della Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni dei tre neofascisti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ ergastolo in primo grado per la strage di piazza Fontana.
Inoltre, la Cassazione ha condannato le parti civili - tra le quali i familiari delle vittime, la Provincia di Milano e Lodi e il Comune di Milano - al pagamento delle spese processuali. 
La Seconda sezione penale della Cassazione ha posto la parola ‘fine’ all’undicesimo e definitivo processo per la strage di Piazza Fontana, dopo circa otto ore di camera di consiglio.
Per conoscere le motivazioni di questa decisione, bisognera’ attendere almeno 30 giorni. Questo, infatti, il lasso di tempo che hanno, di norma, i consiglieri per depositare le motivazioni dei loro verdetti. In casi particolarmente complicati, il periodo puo’ essere prorogato.
   A scrivere il verdetto su Piazza Fontana sara’ il consigliere
Alberto Macchia che in passato ha condotto alla Procura di Roma molte indagini sul ‘terrorismo nero’, lavorando in pool insieme ai giudici Giancarlo Capaldo, Loris D’Ambrosio, Pietro Giordano e Michele Guardata. Il pool romano raccolse l’eredita’ delle indagini lasciate aperte dal giudice Mario Amato, ucciso dai neofascisti.

PIAZZA FONTANA: TUTTI ASSOLTI,CALA SIPARIO SULLA STRAGE
CASSAZIONE CONFERMA VERDETTO APPELLO PER ZORZI, MAGGI E ROGNONI
La Cassazione conferma le assoluzioni decise in appello nel 2004 per i tre neofascisti - Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni - condannati in primo grado all’ ergastolo per la strage di Piazza Fontana e fa calare il sipario su una delle pagine piu’ nere della storia del’ Italia Repubblicana.
Dopo 11 processi, si chiude definitivamente senza risposte la vicenda giudiziaria per individuare i responsabili dello scoppio della bomba che a Milano il 12 dicembre 1969 a Milano provoco’ 17 morti e 85 feriti. I giudici della seconda sezione della Cassazione sono rimasti in camera di consiglio otto ore per decidere di respingere il ricorso presentato dalla procura generale di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni, e condannare le parti civili - tra le quali i familiari delle vittime, la Provincia di Milano e Lodi e il Comune di Milano - al pagamento delle spese processuali.
Il verdetto a molti lascia l’ amaro in bocca e riapre antiche ferite. L’ unico ad esultare per la sentenza e’ Carlo Maria Maggi. “Nonostante le accuse infamanti, che per anni mi hanno perseguitato, ho sempre avuto dalla mia parte i miei pazienti, con i quali stasera vado a brindare - ha detto il medico veneziano di 77 anni -. E’ incredibile come dei giudici, che sono persone perbene, per tanti anni abbiano creduto alle menzogne grossolane di un poveraccio come Carlo Digilio”.  Maggi, infine, si “equipara” alle vittime della strage e dice di non “sentirsi per niente risarcito da questa tardiva assoluzione definitiva”.
Di ‘familiari nauseati” parla Federico Sinicato, l’ avvocato che ha rappresentato in tutti i gradi di giudizio i parenti delle vittime. “Avevamo presentato - spiega - altri riscontri e altri documenti alle prove, contro gli stragisti la Cassazione non le ha volute leggere. E’ un altro pezzo di storia coperto dal mistero”.
“Ora non c’e’ piu’ niente da fare: il discorso su piazza Fontana e’ definitivamente chiuso. Rimane l’ amarezza per una strage, ufficialmente, senza colpevoli”, aggiunge il professor Franco Coppi, difensore di alcuni familiari delle vittime.  “Questo verdetto me lo aspettavo, lo temevo anche se naturalmente - commenta - un po’ delusione c’e’ lo stesso anche perche’ la lunghezza della camera di consiglio faceva ben sperare”.
Dice di non potersi sentire contento della decisione e di aspettare le motivazioni (per le quali bisognera’ attendere almeno 30 giorni) per valutarla l’ avvocato dello Stato Massimo Gannuzzi, che ha rappresentato in Cassazione la presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno.
“E’ la decisione di una Corte di legittimita’ che ha agito secondo diritto: ed e’ l’ultima parola su Piazza Fontana, a meno che non emergano altre prove, cosa che mi pare difficile”, commenta, invece, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye, subito dopo la lettura del verdetto.
Per il sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertole’ Viale, che in corte d’assise d’appello aveva chiesto l’ ergastolo per i tre imputati, e  aveva fatto ricorso in Cassazione contro le assoluzioni, gli elementi per ritenere responsabili gli imputati erano piu’ che sufficienti “ma evidentemente  e’ destino che quell’episodio, che segno’ la storia del nostro Paese, non trovi un chiarimento definitivo”.
Non si e’ fatto attendere anche il commento degli anarchici che parlano di “cronaca di una ingiustizia annunciata”. “La decisione su piazza Fontana e’ il rovesciamento tra vittime e carnefici, di carnefici assolti e le vittime che restano vittime senza il riconoscimento dell’ ingiustizia subita”, dice Mauro Decortes, portavoce del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa Milano. Decortes, che e’ stato amico di Pietro Valpreda, aggiunge che domani alle 11, con gli esponenti dell’ Osservatorio Democratico, gli anarchici del Circolo terranno una conferenza stampa sulla questione davanti alla lapide che ricorda Giuseppe Pinelli in piazza Fontana. “Come anarchici - ha aggiunto - non possiamo che ribadire che la strage di Piazza Fontana resta una strage di stato. Cosi’ come ribadiamo l’innocenza di Valpreda e il fatto che Pinelli fu assassinato.  La sentenza della Cassazione e’ un esempio emblematico per ricordare che ci sono state e che ci sono ingiustizie”.
Il gip di Milano, Guido Salvini, che da giudice istruttore segui’ le piu’ importanti inchieste sull’eversione di estrema destra, resta dell’ idea che nonostante la conferma delle assoluzioni per i tre imputati, gli attentati del 12 dicembre del ‘69 furono opera dei gruppi di Ordine Nuovo. “La verita’ giudiziaria non si esaurisce sempre nella condanna dei singoli responsabili - commenta Salvini -. Mi sembra che la sentenza di Appello che ha assolto i singoli imputati abbia affermato chiaramente che gli attentati del 12 dicembre, come quelli precedenti, furono opera dei gruppi di Ordine Nuovo e questo rimane cosi’ un punto fermo. Nel caso di piazza Fontana resta in piu’ anche la provata responsabilita’ di Carlo Digilio, che era di Ordine Nuovo e non certo anarchico, la cui dichiarazione di colpevolezza contenuta nella sentenza di primo grado seguita da dichiarazione di prescrizione per la sua collaborazione, non e’ stata toccata dalle sentenze successive”.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
Ecco il dispositivo della sentenza emessa, stasera, dalla Seconda sezione penale della Cassazione:
“Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Tringali Stefano perche’ il reato e’ estinto per prescrizione.  Rigetta il ricorso del procuratore generale e i ricorsi delle parti civili: presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno, Comune di Milano, Provincia di Lodi, Provincia di Milano nonche’ di tutte le altre parti civili (ndr i familiari delle vittime); ricorsi proposti nei confronti di Maggi Carlo Maria, Zorzi Delfo e Rognoni Giancarlo”.
Infine il dispositivo “Condanna tutte le predette parti civili ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali”.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; AVV STATO, NON SONO CONTENTO
ROMA, 3 MAG - “Non posso essere contento di questa decisione. Tuttavia, per valutarla, attendo di conoscere le motivazioni dei giudici della Seconda sezione penale”. Questo il primo commento - subito dopo la lettura del verdetto - espresso dall’avvocato dello Stato, Massimo Gannuzzi, che ha rappresentato in Cassazione la presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno.
Giannuzzi aveva chiesto alla Suprema Corte di accogliere il ricorso presentato dal sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertole’ Viale, e dalle parti civili, contro l’assoluzione pronunciata in appello per i tre neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, condannati all’ergastolo in primo grado.

CASSAZIONE: PIAZZA FONTANA; AVV STATO, UN DOVERE ESSERE QUI
ROMA, 3 MAG - “In questo processo per la strage di Piazza Fontana rappresento le istituzioni e, per me, e’ un dovere essere qui perche’ questa vicenda ha segnato la storia del nostro Paese”. Cosi’ Massimo Giannuzzi, l’avvocato dello Stato che rappresenta il Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno, ha spiegato il significato della sua presenza davanti all’aula chiusa della II Sezione Penale della Cassazione, dove i supremi giudici sono ormai chiusi da 8 ore.  L’avvocato Giannuzzi e’ stato molto presente durante tutte le varie fasi dell’udienza in Cassazione per la strage di Piazza Fontana, iniziata lo scorso giovedi’. L’avvocato dello Stato e’ appena ritornato in Cassazione, dalla sede dell’Avvocatura dello Stato, proprio per essere presente alla lettura del verdetto della Cassazione.

4 maggio 2005 – PIAZZA FONTANA: DAI GIORNALI
“La Repubblica”
L´INTERVISTA
L´ex procuratore di Milano: tanti anni di indagini fra ogni tipo di ostacoli
L´emozione di D´Ambrosio: "Ma l´eccidio fu di Stato"
FERRUCCIO SANSA
MILANO - «Com´è andata?». Gerardo D´Ambrosio mantiene il controllo, ma la voce tradisce l´emozione. Del resto l´ex procuratore capo di Milano ha dedicato anni a cercare la verità su piazza Fontana.
Li hanno assolti, dottor D´Ambrosio.
«Era prevedibile. In fondo i giudici questa volta non erano chiamati a pronunciarsi sul merito, ma dovevano solo verificare che non ci fossero difetti di motivazione nell´appello».
Ma lei se lo aspettava?
«In questa vicenda c´è sempre stata la volontà di non arrivare fino in fondo. Quando eravamo a un passo dalla verità ci hanno eccepito il segreto politico e militare. Abbiamo incontrato ostacoli di ogni tipo. Anche la Cassazione».
Quest´ultima decisione?
«No, parlo di molte scelte passate. La Cassazione ha avuto un ruolo molto pesante in questa vicenda. Nel 1974 con due ordinanze fermò il processo. Anche quando Giannettini, agente del Sid, si costituì e decise di parlare con noi: in tutta fretta ci fu tolto il processo».
Ma ci sono altre ombre su questa inchiesta infinita. Quali?
«La polizia ha fatto decine di errori. E tutti a favore dei neofascisti. Il 12 dicembre prese l´assurda decisione di far saltare l´unica bomba rimasta inesplosa, distruggendo così tutte le prove. Poi ci fu l´arresto abusivo degli anarchici Valpreda e Pinelli. Loro non c´entravano con la strage».
Ormai la vicenda giudiziaria è finita: tutti assolti. Nessuna verità.
«Questo non è vero. La verità storica è stata accertata. Sul finire degli anni 60 alcuni settori dello Stato - servizi segreti (Sid), vertici militari e alcuni uomini politici - pianificarono l´uso di terroristi di estrema destra per frenare l´avanzata della sinistra. Si volevano spaventare i moderati. Ecco, tutto questo è stato accertato, anche nei processi di Catanzaro e Bari».
Trentasei anni, ma alla fine nessuno condannato. Nemmeno i neofascisti.
«Ma le nostre prove spinsero Ventura a confessare le bombe sui treni. E Freda ha scontato una condanna definitiva per gli attentati che hanno preparato il 1969».
Nessuna condanna, non si sente un po´ sfiduciato?
«Questo è un altro dei misteri d´Italia. Ma dopo 45 anni di magistratura niente più mi sorprende. E comunque no, io non perdo fiducia nella giustizia».

“Il Corriere della sera”
Da Valpreda ai timer di Freda 35 anni tra sospetti e depistaggi
LA RICOSTRUZIONE
La strage di piazza Fontana resta impunita. Dopo 36 anni la giustizia dello Stato non è riuscita a ottenere neppure una condanna per l' eccidio ( 17 morti e 85 feriti) che ha segnato l' inizio del terrorismo politico in Italia. Il solo colpevole teorico ( non punibile per prescrizione), secondo la sentenza confermata ieri dalla Cassazione, è Carlo Digilio: l' unico terrorista pentito di Ordine nuovo. La bomba del 12 dicembre 1969 devasta il salone gremito di innocenti della Banca nazionale dell' agricoltura fermandone l' orologio alle 16.37. In pochi minuti scoppiano altre 3 bombe a Roma e a Milano se ne scopre una quinta inesplosa. La polizia e l' Ufficio affari riservati indirizzano subito le indagini contro gli anarchici. La mattina del 15 dicembre Pietro Valpreda viene arrestato come « presunto esecutore » . La stessa notte Giuseppe Pinelli muore sotto interrogatorio precipitando da una finestra della questura: l' inchiesta esclude l' omicidio, ma conferma che fu vittima di un « arresto abusivo e violento » . Il 17 maggio ' 72 Ovidio Bompressi uccide il commissario Luigi Calabresi, additato da Lotta Continua ( senza alcuna prova) come responsabile della morte di Pinelli. Dopo tre anni di carcere, Valpreda viene assolto già in primo grado per insufficienza di prove. Anche l' ultima sentenza ( da ieri definitiva) riconferma che era innocente e fu incastrato da depistaggi raffinatissimi. La pista anarchica frana a partire dal 1971, grazie a una scoperta casuale: ristrutturando una casa a Castelfranco Veneto, i muratori trovano un arsenale nella soffitta di un vicino, che è un neofascista. La svolta fa riemergere dagli archivi la testimonianza dell' insegnante Guido Lorenzon, che subito dopo la strage accusò Giovanni Ventura di avergli confessato le bombe del 12 dicembre ' 69, preannunciandone altre « per favori re un golpe » . I magistrati veneti trasmettono gli atti a Milano, dove il giudice D' Ambrosio e i pm Fiasconaro e Alessandrini ( poi ucciso da Prima Linea) raccolgono prove contro la cellula di Ordine nuovo padovana, capeggiata da Franco Freda. L' istruttoria accerta, tra l' altro, che la valigia con la bomba inesplosa ( fatta scoppiare dalla questura con scelta « disastrosa » ) era stata venduta in un negozio di Padova a una persona simile a Freda e che la polizia lo sa peva, ma lo ha nascosto. Sempre Freda ha acquistato una partita di « timer a deviazione » identici a quelli del 12 dicembre. Nel ' 73, dopo l' arresto, Ventura confessa gli altri 21 attentati del ' 69, negando solo la strage. Quindi i pm scoprono che « faceva rapporto » a Guido Giannettini, un agente del Sid scappato all' estero con un passaporto dello stesso servizio segreto. La domenica successiva la Cassazione sposta tutti i processi a Catanzaro: « A Milano non c' è un clima se reno per giudicare » . Qui la Corte d' assise infligge l' ergastolo a Freda, Ventura e Giannettini, che in appello e Cassazione sono però assolti per insufficienza di prove. Freda e Ventura risultano colpevoli solo dei 21 attentati preparatori. Condanna definitiva per favoreggiamento anche per il generale Maletti e il capitano Labruna del Sid. Dopo un secondo, inutile processo ai neofascisti Stefano delle Chiaie e Massimiliano Fachini, negli anni ' 90 il giudice Guido Salvini fa ripartire le indagini da un nome emerso a Catanzaro: a preparare le bombe era « zio Otto » , identificato per Carlo Digilio. Rientrato dalla latitanza a Santo Domingo, Digilio si pente e accusa Carlo Maria Maggi, arrestato nel ' 97 come mandante, e Delfo Zorzi, presunto esecutore, latitante in Giappone. Altri testimoni chiamano in causa come basista il milanese Giancarlo Rognoni, già condannato a 15 anni per una bomba sul treno del 1973. In primo grado, nel 2001, la Corte d' assise infligge tre ergastoli. Ma in appello, nel 2004, i nuovi giudici scagionano Rognoni con formula piena e assolvono Zorzi e Maggi « perché la prova è rimasta incompleta » . Nelle motivazioni, il presidente Pallini considera Digilio attendibile quando accusa se stesso, ma non credibile contro Zorzi e Maggi, rimarcando « il grave ictus che nel ' 95 ne ha compromesso la memoria » e denunciando « l' oggettiva influenza » dei suoi « colloqui con i carabinieri » . La stessa sentenza, ora definitiva, considera « pienamente attendibili i nuovi testimoni » , dall' elettricista Tullio Fabris all' ex ordinovista Martino Siciliano, che « inchiodano Freda e Ventura alle loro responsabilità per la strage » , che però valgono solo per gli storici: per la giustizia, il loro processo è ormai finito a Catanzaro. Per sempre.

 IL PRESIDENTE PALLINI Digilio? Un ictus ha compromesso la sua memoria, è influenzato dai carabinieri
 IL TESTE LORENZON Ventura mi disse che dopo le bombe del 1969 altre erano pronte per favorire un golpe
Biondani Paolo «nessuna verità? Falso, sappiamo chi è stato»
L' ex legale di Valpreda: anche nei Ds e nella sinistra su questo si sbaglia
C A L V I
ROMA - « Purtroppo non deve meravigliare che, adesso, le parti civili siano costrette a pagare anche le spese processuali. E' una conseguenza inevitabile » . E' un avvocato navigato il senatore dei Ds Guido Calvi che nel 1969 assunse la difesa dell' anarchico Pietro Valpreda e insieme a lui, fino all' assoluzione del 1985, ha visitato molte aule giudiziarie a Catanzaro, a Bari, a Roma. E in tanti anni Calvi ha maturato un convincimento: « C' è un' attitudine sbagliata, anche nell' opinione pubblica di sinistra e nel mio partito, nel dire che sulla strage di piazza Fontana non è stata accertata la verità. Non è così. E bisognerebbe leggerle tutte le sentenze, perché è certo che la matrice era quella della cellula eversiva veneta e che vi è stata una collusione con i servizi deviati che hanno depistato le indagini. Con questi ostacoli, il grado di verità raggiunto è alto » . Però, 35 anni dopo, con le ultime assoluzioni non ci sono colpevoli. « In tutti questi anni vi è stato un impegno straordinario della magistratura e degli avvocati. Per piazza Fontana, i giudici della Corte di Assise di Appello di Milano hanno scritto che le responsabilità di Freda e Ventura, ritenute accertabili, purtroppo sono coperte dal principio ne bis in idem. Freda e Ventura sono stati assolti per insufficienza di prove però i giudici di appello di Milano hanno ritenuto che, probabilmente, quella era la verità che si poteva perseguire » . E questo le basta per ritenere valida la pista neofascista? « Fr eda e Ventura non sono stati condannati soltanto per reati associativi, ma anche per alcuni attentati compiuti nel 1969: dai treni all' Ufficio cambi. Condannati per molti episodi tranne che per la Banca nazionale dell' Agricoltura, per la quale sono stati assolti per insufficienza di prove » . C' è chi avanza ancora dubbi su Valpreda, che alla fine fu assolto per insufficienza di prove. « Il procuratore generale di Bari impugnò l' assoluzione per insufficienza di prove chiedendo la formula piena con una motivazione di centinaia di pagine. Poi la sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale non poté accogliere la richiesta. Ma soltanto per una ragione formale » . Il giudice D' Ambrosio dice: « Su piazza Fontana chiedete ad Andreotti » . Condivide? « No, non condivido. E poi noi, Catanzaro, lo abbiamo anche interrogato Andreotti... » .
Martirano Dino

«Chi doveva trovare i colpevoli ha fallito»
L' ex difensore di Zorzi: pentiti usati male, dovevano fare verifiche
P E C O R E L L A
MILANO - Avvocato Gaetano Pecorella, lei ha difeso Delfo Zorzi. Processo vinto. Soddisfatti? « Non è una questione di soddisfazione. Non c' erano prove quando il processo è cominciato, non ci sono oggi. Ancora una volta, dopo anni di sospetti e accuse sulle spalle di innocenti, ci si trova con un nulla di fatto. È possibile che in Italia non si trovino mai i colpevoli? » . Che cosa non ha funzionato nell' accusa? Il pentito? I riscontri? « Questo processo è nato da dichiarazioni di un soggetto malato che già durante le indagini era stato ritenuto non lucido. Digilio ha detto una serie di cose non vere e smentite dai fatti » . Pentito usato male? « Credo di sì. Sarebbe necessario usare i collaboratori di giustizia in modo diverso prima di costruire un' accusa tanto grave e di creare aspet tative e illusioni nelle vittime di reati come questi. Quando il pentito appare poco credibile, bisogna fare verifiche approfondite. Purtroppo accade che ci si innamori di una tesi e si tenga un atteggiamento negativo su qualcuno magari per il suo passato e la sua ideologia » . Non c' era soltanto Digilio. C' era anche Martino Siciliano. « Lui avrebbe ricevuto le confidenze da Zorzi sulla strage una sera di Natale e dopo una buona bevuta. Dichiarazioni smentite dai testimoni » . C' è una verità storica su Piazza Fontana diversa da quella dei tribunali? « Se non si trovano le persone fisiche che hanno commesso un fatto, è arbitrario attribuirlo a un gruppo politico. Per ciò che riguarda Freda e Ventura, ritengo che in quel processo gli elementi raccolti fossero sicuramente più cospicui, più resistenti, ma ci sono stati due gradi di giudizio in cui non si è ritenuto che lo fossero. Fare queste affermazioni può mettere in crisi la credibilità della giustizia » . Dopo quasi 36 anni i familiari delle vittime si ritrovano ancora al punto di partenza. « Sì. C' è purtroppo la sensazione del danno che si aggiunge alla beffa. Ma questa è una regola che vale in qualsiasi processo. Se qualcuno prende l' iniziativa contro qualcun altro e il giudice gli dà torto, il pagamento delle spese processuali è la logica conseguenza. Bisogna chiedersi se fosse stato giusto condannare un innocente pur di avere un responsabile. Io credo proprio di no » .
Guastella Giuseppe

 “Il Messaggero”
GLI IMPUTATI
Zorzi dal Giappone: voglio tornare in Italia, Maggi: stasera festeggio con i miei pazienti
ROMA - Il principale “ex imputato” della strage di Piazza Fontana, il neofascista Delfo Zorzi, «ha il desiderio di tornare in Italia». Lo ha detto Antonio Franchini, legale di Zorzi, che dal 1975 vive in Giappone dove, dal 1989, ha ottenuto la cittadinanza.
Proprio questo requisito - la cittadinanza giapponese - impedisce che Zorzi sia estradato in Italia, «perchè la Costituzione giapponese vieta l'estradizione dei cittadini nipponici», ha spiegato Franchini rispondendo a chi gli domandava se, in caso di riapertura del processo, l'Italia potrebbe ottenere dal Giappone l'estradizione di Zorzi.
Franchini ha anche aggiunto che «se venissero confermate le assoluzioni, si alleggerirebbe la posizione di Zorzi anche per quanto riguarda le indagini sulla strage bresciana di Piazza della Loggia». In particolare, Franchini ha avuto come bersagli della sua arringa «l'inconsistenza» dei ricorsi della Procura di Milano e delle parti civili e ha sottolineato «l' inattendibilità delle principali fonti di prova, il pentito Carlo Digilio e il dichiarante Martino Siciliano».
«Nonostante le accuse infamanti che per anni mi hanno perseguitato - ha commentato Carlo Maria Maggi medico veneziano di 71 anni assolto dalla Cassazione - ho sempre avuto dalla mia parte i pazienti. Brinderò con loro».

 “Il Messaggero”
Calvi: «Non provate le singole responsabilità ma chiarite matrice e finalità degli attentati»
ROMA - Per il senatore Guido Calvi, che fu l’avvocato del primo imputato di Piazza Fontana, l’anarchico Pietro Valpreda, l’assoluzione dei tre neofascisti non va considerata un colpo di spugna.
Avvocato Calvi sono passati 35 anni, ma non sono bastati a far luce sulla strage di piazza Fontana. Gli imputati sono stati assolti e condannati a pagar le spese processuali sono ora i familiari delle vittime. Non è una beffa?
«Dopo la richiesta del Pg di Cassazione la conferma della sentenza di assoluzione di Milano era praticamente scontata. Ma non vuol dire che il processo abbia fatto tabula rasa di quanto è emerso in tutti questi anni. Non sono state provate le responsabilità individuali, ma è ormai chiara la matrice delle stragi e la loro finalità. Nella stessa sentenza della Corte d’appello di Milano si confermava il ruolo dei primi imputati, Freda e Ventura, non più perseguibili dopo l’assoluzione definitiva per insufficienza di prove ma a carico dei quali restano pesanti ombre».
La maggior parte degli imputati di strage sono stati assolti per insufficienza di prove. Come mai?
«Non tutti. Per la strage di Bologna abbiamo la condanna all’ergastolo per Mambro e Fioravanti e si è saliti al livello superiore con la condanna dei militari Musumeci e Belmonte, nonché di Gelli e Pazienza. Per la strage di Peteano abbiamo la condanna del neofascista Vinciguerra. Per la strage di Brescia la condanna di Buzzi, che poi è stato ucciso in carcere...».
Cosa resta dell’inchiesta del giudice Salvini?
«L’impianto, la ricostruzione ambientale che indica la maturazione del progetto stragista negli ambienti della destra eversiva, il ruolo degli apparati deviati. Bisogna avere la pazienza di leggere le sentenze».

 “Il Messaggero”
TROPPI DEPISTAGGI PER TROVARE I COLPEVOLI
di ROBERTO MARTINELLI
PIAZZA Fontana come Ustica, come l'Italicus, come Piazza della Loggia, come le tante, troppe stragi impunite della storia recente del nostro paese. Tutte finite in quell'armadio della vergogna che non fa onore alla nostra giustizia, colpevole di aver indagato su piste alternative e inconciliabili tra loro o affidandosi a testimoni poco attendibili. Undici processi non sono bastati per dare un volto e un nome a chi fece esplodere a Roma e Milano le quattro bombe che dettero il via alla strategia del terrore. Per trentasei anni le sedici vittime della Banca Nazionale dell'Agricoltura hanno atteso invano giustizia e ieri sera sono state addirittura beffate da una sentenza che nega loro per sempre il diritto a qualunque risarcimento.
Era un verdetto annunciato dopo che la pubblica accusa, in contrasto con la Procura generale di Milano, aveva dato forfait sollecitando essa stessa l'assoluzione degli ultimi tre della lunga lista di imputati alternativi di tante inchieste, condannati in primo grado a tre ergastoli ma poi assolti in appello. Furono tre ergastoli virtuali inflitti ad imputati assenti, lontani mille miglia dai nostri confini che uno strano pentito aveva indicato come mandanti ed esecutore della strage. Il silenzio glaciale che ha accompagnato la lettura della sentenza ha cancellato per sempre lo scrosciare dell'applauso che accolse il verdetto di condanna, quattro anni fa nell'aula delle Assise di Milano. Un silenzio che la dice lunga sulla ennesima sconfitta della giustizia italiana e che deve far riflettere tutti, ma soprattutto quei rappresentanti della pubblica accusa che, in perfetta buona fede, ritengono che i pentiti possono assumere nel processo penale il ruolo di testimoni della corona, depositari di verità assolute e non dubitabili. Per non dire di quanti su Piazza Fontana hanno cercato la verità approfondendo piste alternative, per poi seguire senza alcuna esitazione quella del neofascismo. Le bombe che esplosero a Milano e a Roma il pomeriggio del 12 dicembre 1969 furono infatti attribuite prima agli anarchici, poi ai neofascisti veneti e poi ancora agli uomini di Ordine nuovo con la sospettata ma mai provata complicità della Cia.
La sentenza di oggi, che la stessa pubblica accusa ha sollecitato dicendo che non c'erano prove della colpevolezza degli imputati, suggella la fine di una ricerca spasmodica della verità. Nessuna ulteriore indagine sarà d'ora in avanti credibile e sostenibile davanti ad una Corte d’Assise. Anche quella segretissima che tenderebbe ad individuare eventuali responsabilità di misteriosi mandanti occulti che avrebbero manovrato gli imputati appena assolti. E cioè coloro che avrebbero avuto l'interesse ad usare gruppi di estrema destra per alimentare, alla fine degli anni Sessanta, la strategia del terrore per indurre i politici ad evitare qualsiasi spostamento dalla politica filoatlantica che l'Italia aveva seguito fino ad allora.
Una ipotesi scaturita dalla parola dell'ex capo dell'ufficio “D” del vecchio Sid, il generale Gian Adelio Maletti, che in un'intervista di tanti anni fa disse di aver avuto il sospetto che la strategia delle bombe avesse una regia intern