Almanacco dei misteri d' Italia


G8 e uccisione di Giuliani
le notizie del 2002
8 gennaio 2002 - G8: INTERROGATO EX VICE CAPO DIGOS GENOVA
I Pm di Genova Monica Parentini e Francesco Cardona Albini interrogano Alessandro Perugini, l' ex vice dirigente della Digos di Genova raggiunto da due avvisi di garanzia per i fatti del G8. Perugini, assistito dall' avvocato Vittorio Pendini, deve rispondere di concorso in lesioni ad un manifestante e di abuso di autorita' nei confronti degli arrestati, detenuti nella caserma di Bolzaneto nei tre giorni del G8. Il primo avviso di garanzia, per concorso il lesioni, riguarda l' episodio del presunto calcio sferrato al volto di un quindicenne di Ostia. Perugini era stato ripreso dalle telecamere e fotografato nell' atto di sferrare un calcio al volto del giovane manifestante, gia' costretto a terra da un gruppo di agenti nei pressi della questura. Il secondo avviso di garanzia riguarda invece gli episodi di presunti soprusi e violenze avvenuti nella caserma di Bolzaneto e lo coinvolge in quanto nel corso delle indagini, Perugini e' risultato il funzionario con il grado piu' alto presente nella struttura che era stata organizzata dalle forze dell' ordine come centro di detenzione temporaneo per i manifestanti arrestati. L' interrogatorio dura oltre cinque ore. All' uscita, l' avv. Pendini dice che "Perugini e' stato interrogato su tutto il G8" e che "il contenuto dell' interrogatorio e' stato secretato dai magistrati".

11 gennaio 2002 - GIULIANI; CONTROPERIZIA, SPARO' SOLO UN' ARMA
"La Repubblica"
Omicidio Giuliani ecco l'ultima perizia "Sparò solo una pistola" IL CASO
GENOVA - Fu una sola pistola, la Beretta del carabiniere Mario Placanica, a sparare in piazza Alimonda quel maledetto pomeriggio in cui fu ucciso Carlo Giuliani: questi, secondo indiscrezioni non smentite dalla Procura genovese, i clamorosi risultati dell'ultima perizia balistica ordinata dal pm Silvio Franz. Il sostituto procuratore aveva affidato un precedente esame sull'arma sequestrata al militare ad un esperto genovese, che il mese scorso aveva consegnato una dettagliata relazione secondo cui per un primo bossolo - trovato a bordo del Defender dell'Arma - c'era una compatibilità dell'80% con la pistola di Placanica, mentre per il secondo - raccolto a pochi metri dal cadavere del ragazzo da un giornalista di Repubblica, - la compatibilità scendeva solo al 10%. Il clamoroso risultato aveva gettato nuove ombre sulla vicenda, costringendo il pm ad ordinare un nuovo esame sui due bossoli ed affidandolo questa volta ad un professionista palermitano specializzato in cose di mafia: verifiche più sofisticate avrebbero permesso di accertare una compatibilità assoluta tra i bossoli e la Beretta impugnata dal militare. (m.cal.)

12 gennaio 2002 - GIULIANI: ANNUNCIATA MANIFESTAZIONE A GENOVA A SEI MESI DALLA MORTE
A sei mesi dalla morte di Carlo Giuliani, il 20 gennaio il movimento no global tornera' a Genova per ricordare con una manifestazione nazionale in Piazza Alimonda Carlo Giuliani, il giovane ucciso durante gli scontri con le forze dell' ordine. "Stiamo decidendo i dettagli della manifestazione - ha detto Vittorio Agnoletto a margine dell' assemblea di fondazione di Attac Italia - ma posso gia' anticipare che sul palco saliranno anche alcuni oratori esterni al movimento". Agnoletto ha anche annunciato che la riunione della Fao a Roma di meta' giugno sara' un appuntamento mondiale del movimento: "Anche se la Fao non e' il G8 e quindi non e' in discussione la legittimita' dell' organizzazione delle Nazioni Unite, ma le sue politiche contro la fame nel mondo". Modi e forme della mobilitazione - ha precisato Agnoletto - saranno decisi da un comitato internazionale dopo il Forum mondiale di Porto Alegre, in programma dal 31 gennaio al 5 febbraio, che indichera' una serie di "priorita"' fra cui la Tobin Tax, una campagna mondiale contro le privatizzazioni e per l' accesso all' acqua potabile, la lotta contro la fame. "Di fronte a questo governo ribadiamo il diritto a manifestare, ma la manifestazione non e' l' unica delle forme di lotta, che vanno decise di volta in volta".

14 gennaio 2002 - GIULIANI, A FUOCO ALTARINO PIAZZA ALIMONDA
Va a fuoco nella notte parte dell' altarino (fiori, messaggi, oggetti, candele) composto in piazza Alimonda, a Genova, nel luogo in cui fu ucciso Carlo Giuliani. I vigili del fuoco, a cui era stato segnalato un cassonetto dei rifiuti in fiamme, hanno spento il fuoco. Sui resti anneriti dell' incendio qualcuno ha lasciato un cartello su cui e' scritto: "La memoria non si cancella, Carlo vivra' nei nostri cuori". Per la Digos di Genova l' incendio non ha origine dolosa. Le fiamme si sarebbero propagate dalle candele che vengono quotidianamente accese dai visitatori. Inoltre i vigili del fuoco non avrebbero riscontrato elementi utili ad avvalorare l' ipotesi del dolo e il giornalaio che ha dato l' allarme, intorno alle 4,50 del mattino, ha dichiarato di non aver visto nessuno nella zona nel momento dell' incendio.

16 gennaio 2002 - G8: MORTE GIULIANI, DI PLACANICA I DUE COLPI
E' depositata in Procura la perizia della polizia scientifica di Palermo. Sarebbero stati sparati dalla pistola del carabiniere Mario Placanica i due bossoli trovati sul luogo dell' uccisione di Carlo Giuliani. La perizia contraddice il risultato di quella precedente, affidata ad un esperto genovese. Il pm Franz dovra' adesso decidere se mettere a confronto i due periti o disporre una nuova super-perizia.

16 gennaio 2002 - G8: SITO SU GIULIANI; PER GLI AMICI, VITTIMA DI UNA TRAPPOLA
Il "Comitato Piazza Carlo Giuliani" pubblica su un sito internet (www.piazzacarlogiuliani.org) tesi e fotografie sulla morte di Carlo. "Chiunque poteva essere al posto di Carlo - afferma Andrea che si occupa di comunicazione per il Comitato -: quando un non militante viene ucciso in piazza cio' accade o perche' e' in atto una sollevazione popolare, e non era quello il caso, oppure perche' le persone vengono terrorizzate. Chi e' arrivato in piazza Alimonda lo ha fatto perche' sospinto dai lacrimogeni e dalle cariche. E li' c' era una camionetta dei carabinieri bloccata, con intorno un plotone di forze dell' ordine che non ha mosso un dito. Ecco - aggiunge Andrea - la trappola di potere in cui e' caduto Carlo: la trappola di chi ha ordinato le cariche per far crescere la tensione e far passare i manifestanti solo come violenti. Una manifestazione senza scontri avrebbe fatto ben piu' paura". Per quanto riguarda la dinamica della morte, il Comitato contesta anche l' utilizzo diffuso delle foto che mostrano Carlo Giuliani in una prospettiva che lo pone a distanza ravvicinata dal Defender dei carabinieri. "C'e' una foto e una sequenza, disponibili sul nostro sito - affermano Pino e Andrea che hanno costituito il Comitato insieme con i genitori di Carlo e altri amici - nelle quali si vede benissimo che Carlo era a 4 metri di distanza nel momento in cui e' partito il colpo che l' ha ucciso. Eppure, chissa' perche', questa foto non compare mai sui giornali. E il giorno in cui l' abbiamo appesa in piazza Alimonda poche ore dopo qualcuno aveva gia' provveduto a farla sparire". Il sito ricorda anche la figura di Carlo, cosi' come l' hanno conosciuto i suoi amici. "Era un ragazzo davvero in gamba - raccontano -, hanno detto di lui che era un punk-bestia, che viveva nei giardinetti. Bugie: Carlo ha fatto l' obbiettore di coscienza, prestava assistenza ai ragazzi sieropositivi, era andato a Sarajevo a portare viveri e indumenti alla popolazione. Ecco chi era Carletto".

17 gennaio 2002 - G8: PADRE DI CARLO GIULIANI, FATTI ANCORA POCO CHIARI
In una intervista al settimanale "Vita", Giuliano Giuliani dichiara di aver "messo in fila gli elementi certi" della vicenda che ha coinvolto suo figlio". Quelli "provati da documenti pubblici, foto, filmati, come quello della Rai in cui si vede  che Carlo non era a pochi centimetri dalla jeep, come sembrano mostrare altre foto piu' famose, ma a tre-quattro metri. Un fatto - dice - che ridimensiona l' entita' della minaccia che costituiva per gli occupanti della macchina. E questo e' oggettivo". Su quanto successo a piazza Alimonda ancora non ci sono certezze, ma Giuliani sulla vicenda dichiara nell' intervista:"c'e' un'altra verita' che e' solo mia. Conoscendo mio figlio so che l'estintore se lo e' trovato vicino ai piedi e, secondo me, voleva disarmare chi aveva in mano la pistola e urlava 'vi ammazzo tutti'". Del carabiniere che quel giorno sparo', Giuliano Giuliani non ha saputo piu' nulla: "ne' nessun esponente dell'Arma mi ha contattato da allora. In compenso ha avuto centinaia di dimostrazioni di affetto da parte di gente qualunque. Biglietti, fiori, regali. Ho ricevuto di tutto: dai rosari alle magliette di Che Guevara, a dimostrazione del fatto che l'unita' delle persone oneste e' possibile, comunque la pensino".

19 gennaio 2002 - G8: MORTE GIULIANI; PER AGNOLETTO LA VERITA' E' ANCORA LONTANA
Per Vittorio Agnoletto, portavoce del Gsf durante il G9 a Genova, "A sei mesi da quelle giornate non si possono chiudere le inchieste sulla morte di Carlo Giuliani e sull' assalto alla scuola Diaz". Secondo Agnoletto infatti "la verita' va ancora ricercata superando l'ostruzionismo e la non collaborazione coi magistrati mostrate da ampi settori delle forze dell'ordine: alla luce delle novita' emerse fino ad ora dalle indagini giudiziarie la tesi della legittima difesa a proposito della morte di Carlo Giuliani si dimostra del tutto indifendibile. I dati ad oggi emersi smentiscono anche le versioni fornite dalla Polizia secondo la quale l'attacco alla scuola Diaz sarebbe stato preceduto da lanci di oggetti dalla scuola stessa contro i manifestanti: nessuna testimonianza ne' documentazione ha confermato tale ricostruzione". Inoltre, secondo Agnoletto, "e' ormai molto probabile che in piazza Alimonda abbia sparato piu' di una persona ed e' dimostrato che un numero ben piu' alto di rappresentanti delle forze dell'ordine hanno sparato in altre zone della citta' in quella stessa giornata". Agnoletto pone alcuni quesiti su questioni che definisce "importanti da appurare" e su alcuni "misteri" da svelare: "chi ha sparato il colpo che ha ucciso Carlo, chi era il quarto uomo sulla camionetta, le responsabilita' di chi si vogliono coprire con le versioni 'ufficiali' fornite fino ad ora?". "Sulla base delle novita' ormai divenute pubbliche - conclude - si ripropone la necessita' di individuare anche le responsabilita' politiche di chi ha gestito al massimo livello degli organi dello Stato gli eventi di quelle giornate".

19 gennaio 2002 - G8: MORTE GIULIANI; CASARINI, UCCISIONE VOLUTA E PREMEDITATA
Per il leader delle tute bianche Luca Casarini "Tutto il paese deve sapere la verita' su Genova che non e' quella che i vertici istituzionali e di polizia vogliono fare credere: l'uccisione di Carlo Giuliani era voluta e premeditata". "Chi ha ucciso Carlo Giuliani? A che corpo apparteneva la persona che ha sparato? Chi era il quarto uomo sulla jeep? Chi sta coprendo Placanica? - ha detto Casarini -: sono queste le domande a cui il governo e le forze dell'ordine devono rispondere. Ma il loro atteggiamento reticente sta a significare che quello che e' accaduto a Genova era una cosa premeditata. Possono minacciarci, possono arrestarci ma noi vogliamo la verita' e la loro deve essere una risposta pubblica".

19 gennaio 2002 - MORTE GIULIANI; DON VITALIANO, VOGLIONO CANCELLARE VERITA'
Per don Vitaliano della Sala, parroco di Sant'Angelo a Scala (Avellino) ed esponente della rete No Global "Il governo Berlusconi dovrebbe essere riconoscente nei confronti dei terroristi che l'11 settembre hanno compiuto gli attentati negli Stati Uniti perche', senza di loro e senza gli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono, in Italia si sarebbe parlato ancora per mesi del G8 e del controvertice di Genova". "A sei mesi da quei tragici fatti - ha aggiunto il sacerdote - non si e' ancora sentita, non dico la verita', ma almeno una parola chiara sulle violenze commesse e permesse non si sa da chi, dai fantomatici black bloc oppure, come io continuo a credere, da uomini delle forze dell'ordine mascherati da manifestanti? Nessuno vuole raccontarci quello che veramente successe attorno e dentro la scuola Diaz e alla caserma-lager di Bolzaneto; e nessuno ci dice, finalmente, chi comandava veramente in quei tragici giorni a Genova, chi permise che i manifestanti venissero aggrediti selvaggiamente da uomini impazziti delle forze dell'ordine e chi autorizzo', come ci rivela il settimanale Carta in edicola, l'uso dei lacrimogeni al CS (chlorobenzylidene malonitrile che, tra l'altro, e' ricercato dagli ispettori ONU nell'Iraq di Saddam Hussein), un gas pericolosissimo, che provoca danni irreparabili e vietato da convenzioni internazionali". "Infine - prosegue don Vitaliano - resta un mistero l'uccisione di Carlo Giuliani, come il quotidiano Repubblica ci riferisce in un'attenta ricostruzione dei trenta secondi che videro la morte del giovane manifestante: perche' ci sono due perizie discordanti ordinate dalla Procura? Come mai nessuno dice che il foro di entrata del proiettile nel volto di Carlo non e' compatibile con il foro che provocherebbe una pistola come quella usata del carabiniere dalla quale, invece, ci vogliono far credere sia partito il colpo? Quanti spari ci sono stati e esplosi da chi, dalla stessa persona o da due? Quanti carabinieri erano presenti sulla camionetta? A che distanza era Carlo dalla camionetta? Insomma, chi ha veramente ucciso e perche', Carlo Giuliani?". "Il G8 di Genova, con il suo contorno di morte, di violenze, di squallore - ha detto ancora don Vitaliano - si assommera', ne sono certo, ai tanti misteri italiani, diventera' come la strage di Portella della Ginestra, di Ustica, come la stagione del terrorismo, delle stragi di Stato e dei depistaggi, un ennesimo "mistero" della storia italiana. Per contribuire a che cio' non avvenga e per ricordare Carlo a sei mesi dall'uccisione, domani celebrero' una messa nella parrocchia di Sant'Angelo a Scala. Ricorderemo e pregheremo per tutte le vittime dimenticate delle stragi di Stato, e per i morti a causa della guerra, del terrorismo, del razzismo, dell'odio, implorando da Dio la costanza nel ricercare sempre la verita'".

20 gennaio 2002 - G8: GIULIANI; CORTEO PACIFICO A SEI MESI DALLA MORTE
ANSA:
Non il solito corteo, rumoroso e colorato. Quello a sei mesi dalla morte di Carlo Giuliani e' stato un corteo austero, e soprattutto pacifico, a smentire gli allarmismi dei giorni scorsi della polizia ed a confermare che, dai giorni del G8 dovunque i No Global, i Disobbedienti, le sciolte Tute bianche, o i semplici giovani e studenti abbiano manifestato, non c'e' stato alcun incidente. Ne' sono bastate le notizie ad accendere gli animi, le notizie diffuse in tarda mattinata, di decine di presunti 'black bloc' fermati ai caselli dell' autostrada dove era dispiegato il primo di una fitta serie di controlli in varie parti della citta'. La Questura stessa ha precisato, piu' tardi, che si trattava di trenta persone soltanto controllate. Nel compatto e non lungo corteo, gli oltre 10mila partecipanti - per gli organizzatori; 4.000 per la Questura - non hanno sventolato una sola bandiera, per tutte le sigle e per tutti i presenti, bastava l'enorme striscione di apertura: "Pensate di averlo ammazzato ma Carletto vive attraverso noi" firmato genericamente "Gli amici". Anche acusticamente il corteo e' stato caratterizzato da un incombente silenzio, anticipato in piazza Alimonda, quando la folla ha cominciato a muoversi, dalle tristi note dell' Internazionale. A suonarla era la banda degli 'Ottoni a scoppio' che ha poi accompagnato il corteo suonando motivi in sintonia con l'austerita' della manifestazione. Soltanto frequenti applausi a chi a voce alta ricordava Carlo e le sobrie ballate di De Andre' sono stati gli altri 'rumori' del corteo. La rabbia e l' amarezza composte e contenute per la morte di Carlo ma anche per gli interrogativi che ancora avvolgono la vicenda e per gli incidenti del G8 - una ferita che la citta' non sembra ancora aver rimarginato - si sono svelate all' improvviso quando in via XX Settembre i giovani hanno gridato 'Assassini' e 'fascisti' esibendo il dito medio della mano alzato ai poliziotti che in tenuta antisommossa stazionavano davanti ad alcune autoblindo. E' da questo momento che la figura del padre di Carlo, Giuliano, ha assunto un importante ruolo di mediazione, frapponendosi tra polizia e manifestanti insieme con il servizio d'ordine, davanti agli agenti, e, piu' avanti, da solo a proteggere le vetrine del McDonald. Ed e' stato di nuovo a consentire, trattando con la polizia, il congiungimento al corteo del centinaio di ragazzi del centro sociale Inmensa, che avevano dato vita ad un corteo alternativo in polemica con gli organizzatori della manifestazione e con l'ex GSF. E' stato questo l'unico momento che forse avrebbe potuto creare tensione. La memoria. E' stata invocata da tanti, non solo per evitare di dimenticare, quanto rivolta al futuro, per capire ed ottenere giustizia. Cosi', Vittorio Agnoletto, protagonista dei cruenti giorni di luglio, ha chiesto "verita' e giustizia". Obiettivi che il movimento della contestazione intende raggiungere attraverso la dialettica pacifica. In questo senso, Agnoletto, interpretando il pensiero dei tanti in piazza oggi, ha mosso critiche a coloro che mirano a creare "spavento, tensione" nella gente. L' ex leader del Genoa Social Forum ha fatto un nome per tutti: il questore di Genova. Piero Bernocchi, leader dei Cobas Scuola, si e' mantenuto su un generico "potere politico ed economico" cui "piacerebbe che succedessero incidenti". Il segretario di Prc, Fausto Bertinotti, giunto a Genova in mattinata per partecipare ad un convegno in preparazione dell' appuntamento del Forum Mondiale a Porto Alegre, ha spiegato le ragioni di rabbia ed amarezza della folla: "una repressione tanto violenta quanto assurda" riferendosi agli scontri del G8. In precedenza aveva auspicato, anche alla luce delle recenti novita' emerse in merito alle circostanze della morte di Carlo, che la magistratura genovese "vada fino in fondo per accertare la verita"'. E individuare, forse, quelli che per il leader della contestazione napoletana, Francesco Caruso, sono i 'black bloc di Berlusconi'. Il questore Oscar Fioriolli ha commentato: "Quando c'e' la volonta' di tuti di comportarsi correttamente, le manifestazioni si svolgono pacificamente". Il momento piu' toccante della giornata e' scoccato alle 17,27, quando fermatosi non casualmente davanti a Palazzo Ducale dove furono ospitati i lavori del G8, il corteo si e' stretto intorno ai genitori di Carlo ed ha ricordato l'istante della morte del giovane. Dapprima in silenzio poi con un crescendo di applausi, infine con le note e le parole di 'Bella ciao'. Tra le lagrime di tanti ragazzi, la manifestazione si e' spostata nella adiacente piazza Matteotti dove, dal palco, si sono succeduti alcuni interventi, prima del concerto finale. Qui, ad infiammare gli animi, ci hanno pensato don Gallo e don Tubino, che operano nel mondo dell'emarginazione. Al primo sacerdote e' bastato presentarsi sul palco con il pugno alzato e chiedere un "no corale alla guerra" perche' la folla uscisse, con un'ovazione, dall' atmosfera di soffocato cordoglio. Il secondo ha ricordato che ogni giorno "muoiono 35mila bambini, senza che nessuno tra politici e governanti ne parli e dica che e' colpa dei paesi ricchi". Poi, su tutto, "l' assordante minuto di silenzio" chiesto da Giuliano Giuliani cui la gente ha risposto di nuovo compostamente. Dopo aver sostato circa un quarto d' ora in piazza Matteotti, sono arrivati sino all' area del Porto Antico i circa cento manifestanti del Centro Sociale Inmensa e di altri centri sociali italiani che non hanno voluto associarsi al corteo in memoria di Giuliani. Momenti di tensione si sono avuti in piazza de Ferrari, quando un uomo, isolato, ha cercato di bloccare il gruppo. C'e' stato qualche spintone ed un vivace scambio di opinioni. Quindi il piccolo corteo dei centri sociali ha raggiunto piazza Matteotti, dove si svolgeva la manifestazione ufficiale. Qui i manifestanti si sono fermati alcuni minuti distribuendo volantini e parlando la megafono, quindi hanno ripreso il cammino per via San Lorenzo e sono arrivati fino al Porto Antico, dove si sono dispersi. Il piccolo corteo e' stato seguito con discrezione da agenti in borghese e in divisa.

22 gennaio 2002 - G8: I MISTERI AUMENTANO INVECE DI DIMINUIRE
Vittorio Agnoletto, in una conferenza stampa, chiede a nome del movimento che non vengano chiuse le inchieste sui fatti di piazza Alimonda e della scuola Diaz. "Noi chiediamo solo verita' e giustizia - ha detto Agnoletto - e senza la prima non ci puo' essere la seconda. Temiamo che non si vogliano individuare le responsabilita', che si ripeta quanto successo con la strage di piazza Fontana. Perche' tutti coloro che avevano responsabilita' a Genova sono poi stati dapprima messi in panchina, quindi promossi? Se chi in quei giorni ha gestito Genova oggi si ritrova vicecapo dei servizi segreti, la cosa ci preoccupa". "Su piazza Alimonda - ha affermato ancora - sono aumentati i misteri: perche' non e' stato trovato il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani? In quanti hanno sparato a Genova, visto che sono stati trovati quindici bossoli? quanti in piazza Alimonda? quante persone c'erano sul 'defender' dei carabinieri? Erano in tre o in quattro? Perche' se erano quattro, quale e' la persona che si vuole coprire? Inoltre e' stato dimostrato che Carlo Giuliani era a tre-quattro metri dalla camionetta, non a uno: cade dunque per il carabiniere che ha sparato la logica della legittima difesa". Discorso analogo, secondo l'ex portavoce del Genoa Social Forum, si puo' fare per i fatti della Diaz. "Mi pare che cada ogni legittimazione per quell' assalto. Perche' e' difficile sostenere che quell' assalto fu in realta' una conseguenza di legittima difesa per il lancio di oggetti dalle finestre della scuola. Alcune versioni rilasciate da rappresentanti delle forze dell' ordine subito dopo i fatti non reggono dentro alle inchieste. Tuttavia ci sembra che non prevalga la volonta' di appurare la verita'. Perche', per esempio, non furono messi subito i sigilli alla scuola?". Secondo Agnoletto, poi, non si possono tralasciare anche gli episodi avvenuti nella caserma di Bolzaneto. "E ci auguriamo - ha aggiunto - che ci sia anche un pezzo di indagine sulle infiltrazioni fasciste della Destra nei cortei. Mi auguro che questo capitolo non venga tralasciato dalle indagini". "Non dimentichiamoci, poi - ha proseguito - che sono stati i carabinieri a scatenare tutto, soprattutto in occasione della manifestazione che scendeva dallo stadio Carlini". Tuttavia "mentre sull'operato della polizia sono state fatte inchieste, qualcuno e' stato messo temporaneamente in panchina, poi tutti coloro che avevano responsabilita' sono stati promossi, non ci risulta che sull' operato dei carabinieri sia stato fatto alcunche'".

6 febbraio 2002 - G8: UN TERZO INDAGATO PER ASSALTO A LAND ROVER CARABINIERI
"Il Corriere Mercantile" scrive che e' salito a tre il numero degli indagati nell'inchiesta del pm Silvio Franz sull' assalto alla Land Rover dei carabinieri, il 20 luglio 2001, durante gli scontri per vertice del G8. Anche nei confronti di questo terzo indagato e' ipotizzato il reato di tentato omicidio. La notizia trova conferma negli ambienti della Procura. Le altre due persone indagate sono Massimiliano Monai ed Eurialo Predonzani. Nel frattempo si e' appreso che la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso che la Procura di Genova aveva presentato contro i criteri usati dal tribunale del riesame di Genova per valutare gli indizi a carico del gruppo di teatranti austriaci che furono arrestati dopo i fatti del G8 con l' accusa di devastazione e saccheggio. La sentenza e' stata quindi annullata e gli atti verranno trasmessi al tribunale del riesame. All' epoca, infatti, il gip aveva emesso misura cautelare nei confronti dei giovani mentre i giudici del riesame avevano annullato l' ordinanza disponendo la loro scarcerazione. I pm Andrea Canciani e Anna Canepa presentarono ricorso in Cassazione perche' per loro c' erano tutti gli elementi per emettere la misura cautelare e mantenere in carcere i giovani.

7 febbraio 2002 - G8: GIULIANI; SUPPLEMENTO PERIZIA PER BOSSOLI
Un supplemento di perizia e' stato compiuto dal perito balistico Valerio Cantarella sul bossolo trovato nei pressi del cadavere di Carlo Giuliani e su quello recuperato all' interno del Defender dal quale sparo' il carabiniere Mario Placanica il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda. A parziale modifica di una sua precedente consulenza, il perito sostiene che la percentuale di coincidenza del bossolo trovato al suolo con la pistola in dotazione al militare e' di circa il 60% mentre prima aveva sostenuto che era del 10%. Per quanto riguarda il bossolo trovato all' interno del fuoristrada, nella sua prima perizia, Cantarella aveva sostenuto che la probabilita' che il bossolo fosse compatibile con l' arma del carabiniere era dell' 80%. Una consulenza tecnica, affidata a suo tempo dal pm Silvio Franz all' ispettore Biagio Manetto di Palermo, diede come risultato che entrambi i bossoli erano stati sparati dall' arma di Placanica. Fu proprio a causa della divergenza tra le due consulenze che il pm convoco' Cantarella e Manetto; al primo fu chiesta un' integrazione del suo elaborato.

12 febbraio 2002 - G8: GIULIANI, ORDINATA PERIZIA A CONSULENTI CASO MARTA RUSSO
Il pm Silvio Franz affida ai tre periti del caso Marta Russo l' incarico di ricostruire la dinamica dell' uccisione in piazza Alimonda di Carlo Giuliani. Si tratta in pratica di una nuova perizia, la terza, che dovra' anche fugare i dubbi lasciati dalle due perizie balistiche ordinate dal magistrato, i cui risultati sono stati contradditori. I consulenti nominati dal pm sono Carlo Torre, Paolo Romanini e Pietro Benedetti i quali dovranno fare un "accertamento tecnico non ripetibile" dell' episodio, in tutti i suoi dettagli, in base al materiale gia' in possesso della procura. In particolare i consulenti dovranno stabilire la distanza di Giuliani dalla Land Rover dei carabinieri nel momento in cui parti' il colpo mortale, la visibilita' e le modalita' dei due colpi, uno dei quali mortali, sparati dal militare. I tre periti del pm saranno affiancati dal prof. Claudio Gentile, nominato dalla famiglia Giuliani, parte offesa nel procedimento, assistita dall' avv. Lia Vinci. Il difensore di Placanica, avv. Piero Pruzzo, si e' invece riservato di decidere nei prossimi giorni la nomina del suo consulente. Non e' escluso che i tre periti del pm chiedano al magistrato di fare anche una ricognizione in piazza Alimonda, dove avvenne l' assalto alla camionetta dei carabinieri da parte di un gruppo di manifestanti, tra cui c' era Carlo Giuliani. Per i fatti del G8 sara' interrogato il 19 febbraio Luca Casarini, il leader delle Tute Bianche, assistito dall' avv. Laura Tartarini, indagato per istigazione a delinquere, vilipendio alle istituzioni e alle forze armate per alcune sue affermazioni del 14 agosto.

14 febbraio 2002 - IL SENATO BOCCIA LA PROPOSTA DI UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA SUI FATTI DEL G8
Il Senato boccia la proposta di istituire una commissione parlamentare di inchiesta sulle violenze del G8 a Genova e approva una pregiudiziale proposta dalla Cdl nella quale si sosteneva l'inopportunita' di procedere a una inchiesta parlamentare dopo le conclusioni della Commissione di indagine. Secondo la maggioranza queste sarebbero esaustive. Per Gavino Angius, capogruppo Ds, "E' scandaloso che la maggioranza non accetti la Commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova". Secondo Angius "la verita' e' che la Casa delle liberta' ha paura della verita' su Genova". Angius giudica "inaccettabile" la preoccupazione del centrodestra di non far interferire il lavoro di una commissione con quello della magistratura: "E' la maggioranza stessa - sottolinea Angius - che per altri casi propone l'istituzione di commissioni d'inchiesta rispetto a questioni sulle quali la magistratura italiana sta indagando". Secondo Angius questo l'atteggiamento della maggioranza "e' offensivo sia per l'opposizione che per il ruolo del Parlamento". La maggioranza - aggiunge - "vuole coprire le responsabilita' politiche gravi del Governo e del ministero dell'Interno per quanto e' avvenuto a Genova". E questo - sottolinea - e' "grave" perche' su molti punti non sono arrivate "risposte appaganti". Secondo Angius bisogna stabilire se, durante il G8, "qualcuno abbia organizzato una vergognosa azione di provocazione per dimostrare che il movimento no-global, nel suo insieme, fosse violento". Comunque, promette il capogruppo dei Ds, l'opposizione non intende rinunciare alla battaglia per l'istituzione della Commissione.
Per Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, "Diventa sempre piu' evidente come quanto accaduto a Genova non sia una concatenazione di fatti casuali, ma corrisponda invece a una strategia repressiva preparata precedentemente da settori del Governo in stretto rapporto con l'Arma dei Carabinieri e di parti dei Servizi Segreti. Continuiamo a chiedere giustizia e verita': questa, che in qualunque Paese civile dovrebbe essere un diritto di ogni cittadino, in Italia sembra costituire un traguardo irraggiungibile".

15 febbraio 2002 - SCAJOLA: AL G8 DI GENOVA ORDINE DI SPARARE
Repubblica on line
Il ministro degli Interni: "A Genova si giocava una partita seria
dopo l'11 settembre lo hanno capito tutti"
Scajola: "Ordinai di sparare se superavano la zona rossa"
Agnoletto attacca: "Deve dimettersi"
GENOVA - Carlo Giuliani era morto poche ore prima. La tensione a Genova era altissima. E il ministro degli Interni diede l'ordine di sparare, ma solo "se i manifestanti avessero sfondato la zona rossa". Di ritorno dalla Spagna, Claudio Scajola rievoca con i giornalisti la tensione che si respirava a Genova in quei giorni, durante il G8. Un ordine che non era legato al pericolo che rappresentavano i manifestanti in sé e per sé, quanto probabilmente alla minaccia di un attentato terroristico di matrice internazionale. Claudio Scajola su questo non si pronuncia. Ma aggiunge: "A Genova in quei giorni si giocava una partita seria. Dopo lo hanno capito tutti quanti. C'era Bush, c'erano i capi di stato stranieri, ma c'erano anche 36 mila persone" chiuse nella zona rossa. Il pericolo, fa intendere il ministro, non proveniva dall'interno, ma da fuori. Almeno così facevano pensare i segnali e le informative arrivate dalle Intelligence di tutto il mondo. E dopo l'11 settembre e gli attentati alle Torri gemelle "tutti quanti hanno compreso a fondo ciò che sarebbe potuto accadere durante quel summit".
Il titolare del Viminale torna indietro con la memoria: "Ricordo bene le polemiche e le critiche che furono sollevate perché il governo aveva fatto installare all'aeroporto di Genova una postazione di batterie antimissile", ha detto il ministro. "Ma presto - ha aggiunto senza dare particolari - forse sapremo quali disposizioni qualcuno aveva avuto. Mubarak ci aveva avvertiti", ha proseguito Scajola riferendosi all'allarme diramato dal presidente egiziano e lasciando intendere che altri servizi segreti internazionali avessero fornito informazioni attendibili sulla preparazione di possibili attentati durante il G8. Attentati di matrice internazionale.
In serata fonti del Viminale hanno precisato che l'ordine di sparare impartito di Scajola a polizia e carabinieri non modificò in alcun modo, memmeno temporaneamente, le norme che regolano l'eventuale uso delle armi durante i servizi di ordine pubblico. Ma proprio questo ha rafforzato l'idea che Scajola abbia voluto in qualche modo anticipare l'imminente uscita di notizie non ancora pubbliche sui retroscena di un G8 ad altissimo rischio.
Per Vittorio Agnoletto, leader dei No golobal, le dichiarazioni di Scajola "confermano quello che noi abbiamo immediatamente detto a Genova". E cioé che "non ci siamo trovati né di fronte a un susseguirsi di fatti casuali né a episodi di legittima difesa ma bensì a un piano repressivo preparato in precedenza dal governo con settori dei servizi segreti e con i carabinieri. Un piano nel quale era prevista la possibilità che qualcuno rimanesse ucciso".
Non solo. "E' ridicolo il tentativo di Scajola di non assumersi la responsabilità di quanto avvenuto il 20 luglio affermando che l'ordine di sparare è stato dato solo la sera del venerdì. Questo - commenta Agnoletto - serve solo ad assumersi la responsabilità dei 15 proiettili sparati in zone diverse della città dalle forze dell'ordine e ritrovati dai magistrati".

16 febbraio 2002 - G8: AGNOLETTO SU DICHIARAZIONI SCAJOLA
Repubblica on line
Il portavoce del Genoa Social Forum Agnoletto attacca
"Ai terroristi non interessava oltrepassare la zona rossa"
"Scajola conferma le nostre idee
al G8 la repressione fu organizzata"
"Ora il Parlamento deve fare una Commissione d'inchiesta"
di ANDREA DI NICOLA
ROMA - "Scajola parla così perché ha la sicurezza dell'impunità politica". Vittorio Agnoletto è ad Atene a parlare di lotta all'Aids ai delegati di 18 Paesi ma, con il ritorno d'attualità dei fatti avvenuti al G8, il portavoce del Genoa Social Forum ferma il suo lavoro per commentare le dichiarazioni di Scajola.
Agnoletto, stupito delle dichiarazioni del ministro dell'Interno?
"Tutto sommato no. Con le sue parole Scajola ha dichiarato ciò che noi sosteniamo da sempre, ovvero che il governo aveva mandato segnali di autorizzazioni sull'uso delle armi facendo balenare alle forze dell'ordine la prospettiva dell'impunità. Adesso rivendica questa linea. Queste parole ci confermano che a Genova c'era una strategia repressiva che aveva l'obbiettivo di distruggere il movimento. Strategia che si è servita dei servizi che hanno permesso ai violenti del black bloc di arrivare a Genova, alimentata con infiltrazioni che non hanno certo contribuito a fermare i black bloc e, ancora, alimentata dall'arma dei carabinieri che ha attaccato un corteo autorizzato".
Veramente adesso Scajola dice che a Genova c'erano pericoli di attentati...
"Sono dichiarazioni pietose anche se tutt'altro che improvvisate. Il ministro si premura di specificare di aver dato ordine di sparare solo nella serata del 20 luglio, ovvero dopo i colpi sparati durante la giornata in cui è morto Carlo Giuliani. Dice di aver dato indicazioni di sparare ai terroristi ma è falso. Ai terroristi non si spara solo dopo un certo orario e poi nessun terorista voleva passare la zona rossa. Solo un settore del movimento aveva dato indicazione per quell'azione di disobbedienza. Nel mirino c'era il movimento e infatti sia importanti deputati del Parlamento che i vertici delle forze dell'ordine non hanno nessuna voglia di collaborare con la magistratura che è stata tenuta all'oscuro delle disposizioni di Scajola. Appare evidente che non vogliono arrivare a definire le responsabilità".
Secondo lei perché proprio ora che la tempesta del G8 si era calmata il ministro fa quelle rivelazioni?
"Perché ora. Intanto Scajola dopo la bocciatura da parte della maggioranza della commissione parlamentare d'inchiesta ritiene di avere l'impunità politica. Per il resto posso avanzare solo ipotesi. Potrebbe anche essere che qualcuno della catena di comando delle forze dell'ordine ha parlato con la magistratura e Scajola ha voluto giocare d'anticipo, oppure con quelle frasi è intervenuto su un meccanismo di ricatti interni alle forze dell'ordine e alla stessa maggioranza. Basta vedere le contraddizioni fra i diversi responsabili delle forze dell'ordine".
Vi sentite tirati in causa quando Scajola, parlando di possibili attentati, dice: "L'11 settembre ha dimostrato che era tutto vero e possibile. E presto sapremo altro, ad esempio quali disposizioni qualcuno aveva avuto"?
"Rapporti fra Genoa Social Forum e terroristi intende? No, non è possibile. Secondo me, vista la mia ipotesi precedente, era un messaggio mandato a qualcuno. Il fatto è che vogliono giustificare a posteriori le violenze di Genova".
E adesso?
"Scajola deve dimettersi perché ha calpestato tutti i diritti costituzionali e il Parlamento deve fare una Commissione d'inchiesta".

16 febbraio 2002 - G8: I MAGISTRATI, CI HANNO NASCOSTO TUTTO
"La Repubblica
IL RETROSCENA
Sorpresa e preoccupazione in procura a Genova: "Taciuto un elemento decisivo per valutare i fatti di luglio"
L´amarezza dei magistrati "Ci hanno nascosto tutto"
Il pm Franz: "A noi non risultava nessuna modifica delle norme che presiedono alle cosiddette regole d´ingaggio sull´uso delle armi"
Giallo al Viminale: nessuno ricorda quali vie gerarchiche seguì la disposizione data nella notte dopo la tragedia di piazza Alimonda
CARLO BONINI
ROMA - La fonte della Procura della Repubblica di Genova ha chiesto tempo per capire. Per verificare. Poi, alle 9 di sera, affida a poche, inequivocabili parole il senso di quel che da oggi attende il Viminale: "Se il ministro dell´interno Scajola ha effettivamente impartito dopo i fatti di Piazza Alimonda l´ordine di sparare nell´ipotesi di sfondamento della zona rossa, questa circostanza, per quanto ci concerne, significa una cosa sola. Per sei mesi ci è stato taciuto un elemento importante, forse decisivo, per valutare quanto accaduto nella notte del 20 luglio e nella giornata del 21. Per comprendere le ragioni di comportamenti altrimenti anomali".
In una serata convulsa, in cui l´entourage del ministro fatica a raffreddare senso e sostanza della sortita, tentando di ridimensionarne la "novità", le parole di Scajola urtano contro i fatti. Che sono forse pochi, ma certo incontrovertibili. Raggiunti da Repubblica, i pubblici ministeri Silvio Franz, Anna Canepa, Francesco Cardona, titolari dei tre principali tronconi in cui l´inchiesta sui fatti di Genova è stata divisa (la morte di Carlo Giuliani, le devastazioni attribuite ai black block, i fatti della Diaz e Bolzaneto) confermano che non un testimone delle decine sentiti, non una singola circolare del Dipartimento di Pubblica sicurezza delle molte acquisite all´inchiesta fa alcun riferimento ad un cambio di routine o protocolli operativi delle forze dell´ordine così come questi erano stati fissati alla vigilia del G8. Tantomeno nella notte tra il 20 e il 21 luglio, i giorni del sangue e della devastazione. Franz, del resto, lo spiega con franchezza: "A quanto ne so, ma dovrei dire a quanto ne sapevo fino a stasera, risultava alla Procura che per il G8 di Genova, al di là di una mobilitazione straordinaria in termini di uomini e mezzi, non vi fosse stata alcuna modifica delle norme che da sempre presiedono alle cosiddette regole di ingaggio nell´uso delle armi".
L´esistenza di un ordine di Scajola taciuto per mesi agli inquirenti, e prima ancora alla Commissione parlamentare di indagine, moltiplica scomode domande e ingrassa tangibili imbarazzi. Se è infatti evidente chi ne fu il naturale destinatario - il capo della polizia Gianni De Gennaro - nessuno, al Viminale, sembra ora ricordare o anche semplicemente sapere quali vie gerarchiche quell´ordine seguì nella notte del 20 luglio. Il questore di Genova e il Comando dei carabinieri? Probabile. Il prefetto Ansoino Andreassi, coordinatore sul terreno delle operazioni di ordine pubblico? Verosimile. Presto lo si saprà, mentre appare più difficile comprendere la ragione di quell´ordine. Perché Scajola sentì l´urgenza di raccomandare l´uso di armi da fuoco? A stare al senso e al contesto delle parole pronunciate dal ministro (il riferimento alle Torri gemelle, all´allarme per un attentato aereo ventilato dagli egiziani e raccolto dai servizi di intelligence militare italiani), furono le preoccupazioni, allora ignote alla pubblica opinione, per un possibile atto terroristico di matrice mediorientale. Epperò, la spiegazione non sembra sciogliere il nodo della questione. "Delle due l´una - chiosa un magistrato della Procura di Genova - Se l´ordine modificò le normali prassi sull´uso delle armi, allora qualcuno dovrà spiegarci perché e sulla base di quali concrete e in quel momento attuali informazioni quella decisione venne assunta. Se invece l´ordine di Scajola non modificò quelle regole, allora non se ne capisce il senso, anche perché la semplice invasione della zona rossa da parte di chiunque non avrebbe di per sé giustificato il ricorso alle armi".
In attesa che dal ministro arrivi una qualche risposta, ancora una volta sono i fatti a parlare. A Genova non sparò solo una pistola di ordinanza in piazza Alimonda. In almeno altre sei circostanze, militari dell´Arma dei carabinieri esplosero colpi di arma da fuoco. Conseguenza forse di quell´ordine?
Ce ne sarebbe già abbastanza per immaginare che le prossime saranno ore complicate per il Viminale, ma la sortita di Scajola ha avuto e ha una sua ulteriore coda - questa sì apparentemente incomprensibile. "Presto, forse, sapremo quali disposizioni qualcuno aveva avuto...", ha detto il ministro nel congedarsi dal seguito che sull´aereo che lo riportava a Genova aveva annotato la sua repentina rivelazione sull´ordine di fare fuoco. "Presto sapremo...", ma da chi? E soprattutto, sapremo cosa?
L´ipotesi di un riferimento del ministro all´imminenza di operazioni di polizia giudiziaria in grado di svelare un inedito e perverso intreccio nelle giornate di Genova tra il popolo dei no-global e presunte cellule terroristiche non solo non ha trovato alcuna conferma nell´entourage di Scajola, ma viene smentito con convinzione dagli apparati investigativi.
Dunque, almeno su questo punto, il buio è davvero fitto. Anche perché è lo stesso Scajola, in serata, a far sapere che né oggi, né domani, è da attendersi alcuna sua pubblica uscita in grado di dare un senso a questa sorta di vaticinio.

17 febbraio 2002 - G8; SCAJOLA PRECISA
"Il corriere della sera"
Scajola: al G8 l'ordine era di sparare ai terroristi
"Polemica pretestuosa, i rischi erano altissimi". I poliziotti: direttiva mai ricevuta. L'opposizione: si dimetta
ROMA - "Una polemica pretestuosa, una non notizia". Sommerso dalle critiche, il ministro degli Interni torna a parlare del G8, e di quella frase pronunciata tornando dalla Spagna, una frase che aveva suscitato un putiferio. "Avevo dato l'ordine di sparare contro chi avesse violato la zona rossa", aveva detto il ministro. "Inaccettabile leggerezza", "dichiarazioni gravi", "gravità inaudita", "ambiguità inquietanti", "un autogol politico", l'avevano definita gli uomini dell'opposizione, che per tutto il giorno ieri si erano sgolati a chiedere le dimissioni del ministro, l'istituzione di una commissione d'inchiesta, e una immediata spiegazione davanti al Parlamento. E il ministro adesso precisa meglio il suo pensiero. "La sera del 20 luglio, dopo la morte del giovane Giuliani, la tensione a Genova e nel Paese era fortissima, come tutti ricordano - dice dunque il responsabile del Viminale -. Le informative di cui disponeva il ministro degli Interni indicavano possibili infiltrazioni terroristiche internazionali. In questo scenario, ho dato indicazioni al Capo della Polizia, come ho a suo tempo riferito in Parlamento, affinché ogni utile azione consentita dalle leggi vigenti fosse posta in essere per salvaguardare, ad ogni costo, la sicurezza del presidente della Repubblica italiana, del presidente del Consiglio, dei capi di Stato e di governo che erano a Genova in quei giorni".
LE FORZE DELL'ORDINE - Giovanni Aliquò, segretario dell'Associazione nazionale Funzionari di polizia, smentisce con decisione le dichiarazioni del ministro: "Si può affermare con certezza che nessun funzionario abbia mai ricevuto l'ordine di sparare sulle folle". E in ogni caso, rincara Aliquò, se anche quell'ordine fosse stato impartito, "i funzionari di polizia si sarebbero semplicemente rifiutati di eseguirlo". Se invece la frase del ministro si riferiva ad un attacco terroristico, "è certo che ciò implica livelli di responsabilità diversi e più alti di quelli del dicastero dell'Interno". Anche al Sap, il sindacato autonomo di polizia, "non risulta che questo ordine sia stato impartito". Così come non risulta ai carabinieri: "Per quanto ne so, i carabinieri non hanno ricevuto alcun ordine di sparare", dice il generale Maurizio Scoppa, presidente del Cocer.
L'OPPOSIZIONE - Per il vice presidente del Senato Giovanni Salvi, Ds, "in altri Paesi un ministro degli Interni che si comportasse in questo modo si dovrebbe immediatamente dimettere". Mentre il Verde Paolo Cento e il capogruppo dei ds alla Camera, Luciano Violante, chiedono "al ministro di riferire subito in Parlamento". Per Giuliano Giuliani, padre del ragazzo ucciso durante gli scontri di Genova, le parole del ministro "corrispondono ad un disegno preciso", e Scajola "sicuramente sa qualcosa di più". Scajola non ha detto "la verità in Parlamento", rincara il capogruppo diessino al Senato Gavino Angius, mentre Giuliano Pisapia (deputato di Rifondazione ma anche difensore della famiglia Giuliani) accusa il ministro di "totale mancanza di rispetto delle istituzioni. E per l'ex ministro Franco Bassanini, che chiede un'inchiesta parlamentare, "chi mente al Parlamento deve dimettersi".
LA MAGGIORANZA - "Risoluzioni dure ma necessarie" quelle di Scajola per il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli. E chi le critica "dovrebbe finire in galera per connivenza". Critiche di una "sinistra in malafede" per il capogruppo di Forza Italia al Senato Renato Schifani, secondo il quale "dopo i tragici fatti dell'11 settembre emerge un fatto incontestabile: dobbiamo ringraziare il ministro dell'Interno se a Genova si è scampato un grande pericolo". Mentre per il capogruppo del Ccd-Cdu alla Camera, Luca Volontè, si trattava di "un ordine assolutamente giustificato". La pensa così anche il capogruppo di FI alla Camera Elio Vito: "Il ministro ha fatto solo il suo dovere". Si chiama fuori invece Carlo Taormina, sottosegretario agli Interni: "Noi sottosegretari non ne sapemmo nulla".
Giuliano Gallo

17 febbraio 2002 - G8: QUELLA DI SCAJOLA E' STATA UNA GAFFE O NO?
"Il Corriere della sera"
Non è stata una "gaffe", c'è un obiettivo dietro quella frase
ROMA - Al Viminale c'è sconcerto, ma anche preoccupazione per le parole del ministro dell'Interno. E tutti si interrogano su un'esternazione che riapre in maniera clamorosa le polemiche sui tre giorni di Genova. Perché Scajola ha deciso di fare una simile rivelazione a distanza di sette mesi e soprattutto due giorni dopo il voto del Senato che ha bocciato l'istituzione di una commissione di inchiesta su quanto avvenne durante il G8? Che cosa voleva dire con la frase: "Forse presto sapremo chi ha ricevuto disposizioni..."? Si riferiva ai terroristi? O le "disposizioni" di cui parla riguardano gli uomini che hanno gestito la sicurezza del vertice e l'ordine pubblico in piazza? Le dichiarazioni di Scajola sono arrivate al termine del viaggio a Santiago de Compostela dove ha incontrato i suoi colleghi dell'Unione europea. E' possibile che qualcuno gli abbia annunciato prove sull'esistenza di un piano eversivo che doveva essere messo in atto durante la riunione dei Grandi. Nuovi particolari su un attentato contro il presidente Bush e gli altri capi di Stato del quale aveva già parlato il presidente egiziano Hosni Mubarak. Il ministro avrebbe dunque deciso di giocare d'anticipo e ricordare che tutte le misure prese per proteggere i "potenti", compresa quella di rispondere con le armi ad un'eventuale incursione, erano più che giustificate. Ma perché dirlo ai giornalisti? E perché adesso? Di una cosa tutti appaiono certi: non è stata una gaffe. "Scajola - spiega chi lo conosce bene - sa perfettamente quale peso e quali conseguenze avrebbero avuto le sue parole. E la sua precisazione di ieri non è affatto una smentita a quanto detto il giorno prima".
Ufficialmente sia i servizi di prevenzione sia quelli di intelligence smentiscono che nelle ultime ore siano arrivate notizie particolari sul terrorismo islamico. "L'ultimo allerta - chiariscono - è stato diramato dagli Stati Uniti, ma riguardava soprattutto la zona dello Yemen. L'Italia continua ad essere un possibile obiettivo, ma non c'è un pericolo particolare, né un'informativa specifica che ci riguardi". Confermano invece quanto alta fosse la tensione nei mesi precedenti il G8 con continui allarmi che arrivavano soprattutto dall'estero. "Ambienti della Nato - ricorda Enzo Bianco, ministro dell'Interno fino al 13 giugno e ora presidente del comitato parlamentare di controllo sugli 007 - ci dissero che anche i ceceni potevano colpire. Il piano approvato prevedeva naturalmente l'interdizione della zona rossa, ma la risposta delle forze dell'ordine doveva essere proporzionata all'azione di offesa e comunque non spetta al ministro ordinare di sparare. L'uso delle armi è regolamentato dalla legge".
A Genova gli uomini che presidiavano l'area interdetta erano naturalmente armati. "Avevamo messo in conto l'ipotesi di sparare - spiega un agente dei reparti antisommossa - ma soltanto se fossimo stati aggrediti o in caso di un attentato". Una procedura prevista dal codice che non necessita di ulteriori disposizioni. Ed è proprio questo a scatenare i dietrologi. "Scajola - dice Giovanni Aliquò segretario dell'associazione funzionari di polizia - lo sa bene e quindi la sua scelta di riaprire il dibattito sul G8 potrebbe avere un altro scopo: mettere in difficoltà i vertici del dipartimento e in particolare il capo della polizia. Entro breve sarà sostituito il comandante generale dei carabinieri, forse qualcuno sta pensando anche ad altri avvicendamenti". Gli uomini vicini al ministro smentiscono, ma non possono negare che il clima sia tornato quello dei veleni e delle tensioni. Un'atmosfera che preoccupa molto polizia e carabinieri, soprattutto per quel che riguarda la gestione dell'ordine pubblico. Anche se l'attenzione nei confronti del terrorismo continua ad essere al massimo livello, gli analisti guardano con preoccupazione al disagio di alcuni settori dei lavoratori che spesso nelle ultime settimane sono scesi in piazza per protestare contro i provvedimenti del governo. Al loro fianco, in ogni occasione, ci sono sempre stati i no global. "Siamo in un momento delicato - avverte la "base" delle forze dell'ordine - e bisogna evitare qualsiasi tipo di atteggiamento che possa fomentare la folla, altrimenti diventerà impossibile gestire i cortei garantendo la protesta pacifica dei manifestanti".
Fiorenza Sarzanini

"La Repubblica"
Trentasei ore di passione al ministero. E c´è chi ipotizza una circolare coperta dal segreto La marcia indietro del Viminale "Quegli ordini? Solo verbali" Colloquio con De Gennaro, poi la difesa: tutto secondo legge CLAUDIA FUSANI
ROMA - Le trentasei ore che fanno tremare il ministro dell´Interno Claudio Scajola cominciano a bordo di un Airbus della presidenza del consiglio di ritorno da un summit europeo, attraversano una notte agitata e una giornata di fuoco, con telefoni bollenti e tentativi di trovare una soluzione. Approdano in serata a una dichiarazione ufficiale del ministro che dice ma non spiega: "Ho solo detto che la sera del 20 luglio, dopo la morte del giovane Giuliani, la tensione a Genova e nel paese era fortissima e che le informative indicavano possibili infiltrazioni terroristiche internazionali. In questo scenario, ho dato indicazioni al capo della polizia affinchè ogni utile azione consentita dalle leggi fosse posta in essere per salvaguardare la sicurezza".
Se fosse così, sarebbe veramente una "una polemica pretestuosa". Solo che il ministro quella frase - "dopo l´uccisione di Giuliani, quella sera, ho dovuto dare l´ordine di sparare perché la tensione e il rischio terrorismo erano altissimi" - l´ha detta.
Trentasei ore, appunto. Nel mezzo ci sono state telefonate, consulti, tentativi di contenere quella che potrebbe anche finire con l´essere solo una gaffe, difficile però da ammettere. "Una tempesta in un bicchier d´acqua", sostiene il Viminale. Al secondo piano del palazzo si tentano fin dalla mattina varie soluzioni che vanno dall´invocazione del segreto di stato su documentazione riservata alla prospettiva di imminenti e rivelatrici operazioni antiterrorismo. Già nel pomeriggio si tenta la giustificazione "della parziale interpretazione giornalistica". In serata, poi, quella dichiarazione che dice, ma appunto, non spiega.
La percezione esatta di quanto stava succedendo il ministro probabilmente ce l´ha solo ieri mattina quando, nella sua casa di Imperia, apre i giornali e vede che la sua frase è finita su tutte le prime pagine. La prima, lunga, telefonata è col capo della polizia, il prefetto Gianni De Gennaro. Anche lui vuole capire visto che, naturale destinatario di quell´ordine, non ha mai ricevuto quella direttiva. Né prima né durante il G8 "dove, anzi, gli ordini era di senso contrario".
Una cosa è certa: occorre trovare il modo di spiegare e giustificare l´esternazione del ministro. Come fare? Bisogna tener conto dei magistrati di Genova che indagano sui fatti del G8, che pur avendo acquisito centinaia di circolari nulla sanno di quell´ordine e che adesso pensano di chiederne copia. Bisogna tener conto anche della Commissione bicamerale d´indagine che, nonostante le migliaia di atti acquisiti, ignora quell´ordine. Negli uffici si ipotizza l´esistenza di un atto segreto, sigillato dal segreto di stato in nome della sicurezza nazionale, motivo sufficiente per tacerla alla magistratura. Un´idea che vive una manciata di secondi perché quel segreto è caduto nel momento stesso in cui il ministro ha parlato. Si cambia subito rotta: "Quella direttiva non è mai stata scritta, ma solo telefonata". Ma a chi? E perché? Tutti i tentativi si frantumano contro l´unica verità granitica: il ministro dell´Interno non può impartire l´ordine di sparare, esistono leggi chiarissime sull´uso delle armi in ordine pubblico. E poi perché l´ha detta ora, sette mesi dopo? Gli uffici cercano appigli. Ma non ne trovano: non esistono informative dei servizi che possano giustificare questa esternazione; non ci sono indagini che a breve sveleranno piani segreti di black bloc per attaccare la zona rossa. Già nel pomeriggio prende corpo l´ipotesi che "forse il ministro si riferiva a un ordine di allerta ai militari e alla minaccia del terrorismo internazionale che dopo la morte di Giuliani poteva approfittare di un clima di alta tensione in tutta la città". Debole anche questa ipotesi. Verso le sette di sera si profila l´unica spiegazione ragionevole: "Il ministro voleva solo dire una cosa nota: la sera del 20 luglio, in una situazione così difficile sul fronte del terrorismo internazionale, ha ricordato di non lasciare inutilizzato alcun strumento di difesa". E´ la versione che passa per buona e finisce sulle agenzie. Ma che resta troppo diversa da quel: "La sera del 20 luglio ordinai di sparare".

Sconcerto tra i funzionari di Polizia. Taormina: sottosegretari all´oscuro
"Mai ricevute certe istruzioni sarebbero state illegittime"
il retroscena
A Genova padroni dell´ordine pubblico furono i responsabili dei servizi di piazza
Nelle riunioni notturne del 20 luglio non si discusse alcun ordine di aprire il fuoco
CARLO BONINI
ROMA - Al Dipartimento della Pubblica sicurezza, la raccontano così: è vero, la sera del 20 luglio il comitato di crisi riunito al Viminale discusse, e a lungo, di una piazza che si era macchiata di sangue e sembrava sfuggita di mano. Ma, con ogni certezza, il comitato non discusse di un "ordine" del ministro dell´interno che autorizzava ad aprire il fuoco contro chiunque avesse tentato di "sfondare la zona rossa". Prova ne sia che di quell´ordine, ammesso che lo avesse ricevuto nei termini e nei tempi in cui Scajola lo riferisce, il capo della Polizia Gianni De Gennaro non mise a parte né il prefetto e coordinatore delle operazioni del G8 Ansoino Andreassi, né l´allora direttore dell´Antiterrorismo Arnaldo La Barbera, suoi terminali nel teatro genovese.
La notte del 20 - giura chi ebbe una qualche parte nelle convulse comunicazioni di quelle ore - si ragionò di quanto stava accadendo nella scuola Diaz, si convenne sull´opportunità, dopo la morte di Carlo Giuliani, di disimpegnare i reparti dei carabinieri dal confronto di piazza nella giornata del 21 per evitare qualsiasi contatto con i manifestanti, come della necessità di orientare alla massima allerta lo scudo di uomini e mezzi a protezione della zona rossa.
Dunque? Dunque, le parole di Scajola rimbalzano sul muro di ostentato sconcerto repentinamente alzato a protezione di se stesso da un apparato preso in contropiede e - ciò che è peggio - tormentato ora dall´incapacità di comprendere le ragioni politiche di una sortita che riporta indietro di sette mesi il calendario del Viminale. Per di più senza un´apparente ragione. L´esito ne risulta scontato e per certi versi significativo. Scajola incassa lo stupore del suo ex sottosegretario Carlo Taormina ("Noi sottosegretari non ne sapevamo nulla") e l´irritazione del sindacato dei funzionari di polizia, l´Anfp di Giovanni Aliquò, terminale sensibile per misurare gli umori dei quadri intermedi ("Nessuno ricevette un ordine di quel genere. E ammesso che quell´ordine fosse stato diramato, sarebbe stato manifestamente illegittimo e dunque non eseguibile").
Né sembra che la precisazione affidata da Scajola alle agenzie al termine di un sabato complicato contribuisca a sciogliere il grumo di interrogativi e malumori dell´apparato. Nella spiegazione del ministro ("Diedi istruzioni al capo della polizia affinché venisse intrapresa ogni utile azione consentita dalle leggi vigenti per salvaguardare ad ogni costo la sicurezza del Presidente della Repubblica, del Presidente del Consiglio, dei capi di Stato e di governo che erano a Genova") il riferimento all´ "ordine di fare fuoco", pur così netto nelle parole pronunciate venerdì, scompare, ma - ecco il punto - non sembra lenire l´irritazione che ha provocato.
A Genova, in quei giorni - insistono ancora in serata fonti diverse del Viminale, riproponendo il canovaccio del ragionamento che lo stesso capo della Polizia fece proprio nelle audizioni di fronte alla commissione di indagine parlamentare - padroni dell´ordine pubblico furono i singoli funzionari incaricati dei servizi di piazza e di sorveglianza. Che si trattasse di montare la guardia ad una grata a protezione della zona rossa, di garantire l´incolumità dei capi di Stato e delle loro delegazioni, di ordinare una carica, ovvero ancora di fronteggiare una qualsiasi minaccia, armata o meno che fosse, loro e soltanto loro, i funzionari in servizio, avrebbero potuto ordinare l´uso delle armi. Perché loro e soltanto loro avrebbero potuto e dovuto valutare la proporzione che la legge (codice penale e norme di pubblica sicurezza) impone alla risposta di fronte ad una minaccia.
E´ un modo per tenere il punto e abbandonare il ministro al gioco, politicamente mortificante, delle precisazioni, sotto l´urto delle opposizioni. Un vuoto discreto ma tangibile per sottolineare che qualunque ordine Scajola impartì la sera del 20 luglio questo non potè che essere pleonastico. Quel giorno - osservano taglienti fonti del Dipartimento di pubblica sicurezza - le batterie antiaeree a difesa della costa, come del resto le squadre di tiratori scelti, disposte a protezione di palazzo ducale e degli itinerari obbligati percorsi dalle delegazioni, non ricevettero alcun ordine in grado di modificare le istruzioni ricevute alla vigilia del G8. Né - aggiungono le stesse fonti - le informative dei servizi che ad avviso di Scajola avrebbero suggerito un rafforzamento dei meccanismi di protezione arrivarono a vertice in corso. L´allarme dell´intelligence egiziana è datato giugno e ancora di giugno, inizio luglio, è la fioritura delle note del Sismi in cui si allungava l´ombra della minaccia terroristica internazionale. Ancora una volta, dunque, cosa c´entrano il 20 luglio e la morte di Carlo Giuliani con il terrorismo internazionale? Scajola risponderà in Parlamento. Ma la sensazione è che forse dovrà ricucire lo strappo che quelle domande sollecitano anche al Viminale.

17 febbraio 2002 - G8; IL PADRE DI GIULIANI CHIEDE LA COMMISSIONE D' INCHIESTA
"La Stampa"
IL PADRE DI CARLO "PAROLE DI GRAVITA´ INAUDITA" Giuliani: commissione d´inchiesta
ROMA. "Le dichiarazioni di Scajola sono di una gravità eccezionale". Ad affermarlo è Giuliano Giuliani, papà di Carlo, il giovane che morì per il colpo sparato da una camionetta dei Cc durante gli scontri di Genova intorno al G8. "Non mi pare che in quei giorni - prosegue - a Genova ci fossero elementi terroristici tali da giustificare simili disposizioni. Ecco perchè occorre una commissione parlamentare d'inchiesta che faccia subito luce sui fatti". "Le parole del ministro corrispondono a un disegno preciso - spiega -. Sarebbe strano, infatti, che Scajola se ne uscisse ora con questa affermazione. Sicuramente sa qualcosa di più. E allora dica tutto perchè mi pare eccezionalmente grave aver trasformato un paese in un far west. Dica tutto, poi magari potrebbe anche dimettersi". "Scajola - osserva Giuliani - ha detto che ha dato l'ordine di sparare subito dopo la morte di mio figlio. A questo punto, voglio proprio sapere chi ha dato l'ordine di sparare prima, visto che, anche a detta della dirigenza dei carabinieri, sono stati sparati diciotto colpi, tra i quali quelli che hanno ferito mortalmente Carlo".
Adnkronos

18 febbraio 2002 - G8: SCAJOLA, MAI DETTO DI SPARARE SULLA FOLLA
"La Stampa"
"Mai detto di sparare sulla folla" Il ministro: "Tornare in aula? Non ho nulla da chiarire, ma sono pronto"
NON ho mai detto "sparate sulla folla". Il tentativo di farmi passare per un irresponsabile è assurdo". Claudio Scajola, ministro dell´Interno, parla pochi minuti dopo la sua intervista ai telegiornali, e spiega: "La polemica che è nata sulle mie affermazioni dell´altro giorno è infondata. Io non ho fatto rivelazioni, ho solo ricordato il clima e le informazioni che avevamo nei giorni del G8. Dopo l´assassinio del giovane Carlo Giuliani il rischio di un assedio al Palazzo Ducale e alla zona rossa era concreto. Ed era ovvio che io, come ministro dell´Interno, dopo aver informato della situazione il capo dello Stato e il presidente del Consiglio, dessi istruzioni di massima allerta".
Ma quanto giocava l´allarme per il possibile attentato al presidente Bush?
"Il timore di un attentato al presidente degli Stati Uniti esisteva, e c´erano informazioni in questo senso da parte di molti servizi segreti, come ha confermato lo stesso presidente egiziano Mubarak. Questo aveva determinato un sistema di sicurezza eccezionale, con l´uso di lanciamissili e la chiusura dello spazio aereo su Genova. In questo clima avvennero gli scontri del giorno 20 e la morte del giovane Giuliani. Vorrei aggiungere che ho trovato molto conformismo nella discussione sull´uso legittimo delle armi da fuoco. E´ chiaro che il ricorso alle armi è disciplinato da regole precise. Ed è altrettanto chiaro che io mi sono attenuto a queste regole nel dare istruzioni. Francamente fare apparire me, uomo del dialogo con le organizzazioni dei manifestanti, uomo di garanzia e di libertà, come quello che grida "sparate sulla folla" è una forzatura".
Chiarirà in Parlamento il caso nato dalle sue affermazioni al ritorno dalla Spagna?
"Non c´è nessun elemento nuovo rispetto a quanto io ho già dichiarato in Parlamento a proposito dei fatti di Genova. Ma se c´è qualcosa da approfondire, sono pronto".
r. i.

18 febbraio 2002 - G8; PLACANICA, NESSUN ORDINE DI SPARARE
"Repubblica on line"
Parla il carabiniere che il 20 luglio dell'anno scorso uccise Carlo Giuliani durante le manifestazioni contro il G8
Placanica: nessun ordine sparai solo per difendermi
di BRUNO PERSANO
GENOVA - Mario Placanica è il carabiniere ausiliario che sparò dalla camionetta e uccise Carlo Giuliani durante le manifestazioni per il G8. Il ministro dell'Interno dice di aver impartito l'ordine di sparare sui manifestanti.
Lei sparò e uccise Carlo Giuliani. Lo fece perché aveva avuto un ordine?
"Non ho sparato perché me l' hanno ordinato ma perché dovevo salvare la mia vita".
Il procuratore capo di Genova Francesco Meloni ha detto che l'indagine contro di lei sta puntando dritto verso l' archiviazione per legittima difesa. Cosa ne pensa?
"E' quello che sostengo dal giorno della tragedia. So che stanno facendo un'altra perizia. Aspetterò ma ho fiducia nella giustizia".
Il padre di Carlo Giuliani ha detto più volte che non nutre sentimenti di vedetta per la morte di suo figlio. Lei ha scritto a Giuliani?
"Ho intenzione di farlo ma non adesso, non è il momento giusto. Aspetterò che la vicenda giudiziaria sia chiusa".
Sono passati sette mesi da quel venerdì di luglio. Come si sente ora?
"Mi sento meglio. Sono più tranquillo. Soffro comunque ancora moltissimo per quello che è accaduto".
Come ricorda quei momenti?
"Con sgomento. Via via che trascorrono i giorni mi convinco sempre di più che ciò che capitò fu perché si era creata una situazione terribile che non mi aveva lasciato scelta. Non potevo agire diversamente. Si trattava di salvare la mia vita e quella dei miei compagni".
Cosa pensa di Carlo Giuliani?
"Non lo conoscevo. Non potevo conoscerlo. Certo che provo un gran dolore: ha perduto la vita un ragazzo della mia età, uno che aveva vent'anni come me. Ma non mi piace parlare di quel giorno. La tragedia mi ha lasciato un segno che non cancellerò mai".
Ha pensato di abbandonare l'Arma?
"A luglio ero carabiniere ausiliario. Dopo la tragedia, sono rimasto a casa parecchio tempo ma quando ho dovuto scegliere se cambiare lavoro, ho preferito firmare e rimanere carabiniere".
Nel settembre scorso, è ritornato a Genova per l[b4]interrogatorio del giudice. Si ricorda l'emozione che ha provato a rivedere la città dov'era successa la tragedia?
"Non intendo ritornare mai più a Genova".
Il suo avvocato Umberto Pruzzo aggiunge: "Mario non ha ancora assorbito il trauma. E' un ragazzo pulito, coscienzioso, sicuramente è tutt'ora oppresso dal peso di una tragedia di cui è stato suo malgrado protagonista. Sotto molti aspetti, si considera una vittima di circostanze sfortunate. Sfortunate non soltanto per il povero Carlo Giuliani, ma anche per lui".

18 febbraio 2002 - G8; SCAJOLA, C' ERA UN PIANO PER UCCIDERE BUSH
"Il Corriere della sera"
Ulivo ancora all'attacco, Cossiga difende il Viminale sull'ordine di sparare
"Piano per uccidere Bush
Scajola rilancia l'allarme Bin Laden. "Dissi di agire con ogni mezzo"
ROMA - Adesso è tutto più chiaro, ma non abbastanza da far posare la polvere delle polemiche. "Avevamo il dovere di proteggere i capi di Sato e la popolazione da attacchi terroristici che sapevamo essere possibili", torna a spiegare il ministro degli Interni Claudio Scajola. "Disponevamo di informative di tale gravità che ci avevano fatto decidere misure di sicurezza eccezionali. L'attentato dell'11 settembre e le dichiarazioni di Mubarak hanno confermato la possibilità di un attentato a George Bush. Dopo la morte di Carlo Giuliani, di fronte al rischio che gruppi terroristici potessero approfittare della situazione, ho dato disposizioni al capo della polizia affinché si svolgesse ogni azione utile consentita per salvaguardare, con ogni mezzo, la sicurezza di tutti". Notizia già nota da tempo, quella di un allarme per un attentato al presidente degli Stati Uniti, ma ora il ministro rivela un dettaglio in più: "C'è un'inchiesta importante che stanno conducendo gli americani sul terrorismo internazionale, alla quale l'Italia ha collaborato in modo molto utile. E spero che da questa inchiesta in corso si possa effettivamente sapere come era e su quali mezzi contava Al Qaeda nel progettare un attentato a Genova in quei giorni".
LA POLEMICA CONTINUA - Ecco dunque da dove dovrebbero arrivare le spiegazioni che Scajola aveva preannunciato venerdì sera. Ma questo non spiega ancora perché il ministro si sia deciso a tirar fuori la frase che tante polemiche ha suscitato nelle ultime 48 ore. Polemiche che non sembrano destinate per il momento a placarsi. Anzi. "Il ministro ha dichiarato che avrebbe impartito l'ordine di sparare sui manifestanti di Genova - dice severo il segretario dei Ds Piero Fassino -. E' una notizia grave, che getta una luce sinistra sui fatti gravi che sconvolsero la città ligure nel luglio scorso". Per questo, dice Fassino, "noi chiediamo che il ministro venga subito in Parlamento, e dica a chi e come impartì quell'ordine. E soprattutto perché non ha detto nulla di tutto ciò alla commissione di indagine parlamentare che ha indagato sui fatti di Genova. Si impone un chiarimento immediato, perché è in gioco la stessa credibilità del ministro degli Interni". E anche Rifondazione Comunista, per bocca del suo capogruppo alla Camera, Marco Rizzo, ribadisce che "il ministro deve chiarire in Parlamento le sue ultime affermazioni". Perché, dice Rizzo, "o il ministro ha effettivamente dato l'ordine di sparare, e quindi ha commesso un atto irresponsabile. Oppure le sue tardive dichiarazioni non sono una semplice boutade, il tentativo di depistare l'opinione pubblica". Mentre il vicepresidente del consiglio comunale di Genova, il Verde Antonio Bruno, definisce "stupefacenti" le dichiarazioni di Scajola, e sostiene che "le sue parole si inseriscono in un clima torbido".
LA DIFESA - Francesco Cossiga scende in campo per spezzare una lancia in favore del ministro degli Interni. Cossiga, titolare del Viminale nei giorni più cupi del terrorismo, rivela che anche a quel tempo "avevamo dei piani in cui si prevedeva di sparare". E anche l'ex sottosegretario agli Interni Carlo Taormina ribadisce che l'ordine (del quale lui non sapeva nulla) era comunque legittimo, "nell'ipotesi che il superamento della linea rossa" venisse fatto "con una violenza tale per cui sarebbe stato doveroso il ricorso legittimo alle armi".
Giuliano Gallo

18 febbraio 2002 - G8: ANGIUS E VIOLANTE CHIEDONO CHE SCAJOLA RIFERISCA IN PARLAMENTO
Il presidente dei senatori Ds, Gavino Angius, ha scritto al presidente del Senato Marcello Pera per chiedere la convocazione urgente delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato con all'ordine del giorno l'audizione del ministro Claudio Scajola sui fatti del G8. Pera ha risposto impegnandosi a portare la questione all'attenzione della conferenza dei capigruppo che si riunira' domani alle ore 12. Anche Luciano Violante, presidente dei deputati Ds, in una lettera inviata al presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, chiede per l'audizione del ministro, la convocazione congiunta delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato che effettuarono gia' l'indagine conoscitiva. Violante fa presente che una parte delle dichiarazioni rilasciate dal ministro Scajola, "riguarda informazioni sugli indirizzi che sarebbero stati impartiti alle forze di polizia, informazioni che invece sono state taciute dallo stesso ministro quando e' stato sentito dall'apposito comitato d'indagine. Si tratta di comprendere con chiarezza - sottolinea Violante - che tipo di disposizioni abbia impartito il ministro, chi le abbia ricevute, se c'e' un rapporto tra quelle disposizioni e la morte di Carlo Giuliani e come mai si era decisa una risposta cosi' radicale nei confronti di chi fosse eventualmente entrato nella zona rossa mentre sono state lasciate indisturbate poche centinaia di Black blockers che distruggevano alcune zone della citta’". Il presidente della commissione, Donato Bruno, intervistato da "Inn", canale all news del Gruppo Sitcom di Telepiu' digitale, dice che "Con ogni probabilita' entro giovedi' il ministro dell'Interno Scajola sara' di fronte alla commissione Affari costituzionali della Camera per essere ascoltato. I presidenti di Camera e Senato si sono gia' sentiti per fare in modo che questo accada".

18 febbraio 2002 - G8: PRC RACCOGLIE FIRME PER DIMISSIONI MINISTRO SCAJOLA
Da Genova, Rifondazione Comunista lancia una campagna di raccolta di firme per chiedere le dimissione del ministro degli interni Claudio Scajola, dopo le sue dichiarazioni sull' ordine di sparare dopo la morte di Carlo Giuliani a chi avesse tentato di oltrepassare la zona rossa. Rifondazione con la raccolta di firme chiede anche le dimissioni dei vertice delle forze dell' ordine che operarono all' epoca e la costituzione di una commissione d' inchiesta parlamentare sui fatti del G8. "Con le ultime gravissime rivelazioni del ministro - ha dichiarato la parlamentare Graziella Mascia - si rende indispensabile fare cio' che non e' stato fatto con la precedente commissione, ovvero chiarire all' opinione pubblica che cosa accadde e che ordini furono dati in quelle giornate". Il PRC sta allestendo banchetti per la raccolta delle firme in tutta Italia.

18 febbraio 2002 - G8: CURZI, IL 21 LUGLIO STRANI INDIVIDUI NON BLOCCATI DA PS
Sandro Curzi, direttore di Liberazione, rivolge un appello a genovesi e non che erano a Genova e "videro":"Chi ha visto i tanti episodi strani dei giorni in piazza durante il G8 si faccia avanti, racconti". Curzi racconta quel che vide personalmente il 21 luglio: "Raggiunsi piazzale Kennedy - ricorda - per vedere sfilare il corteo da una postazione tranquilla. Non sono piu' tanto giovane, sapete com'e'...C' era la mucca di Jose' Bove', negli stand si preparavano panini e si distribuivano bibite. All' improvviso arrivarono una quarantina di gipponi della polizia e, contemporaneamente, una ventina di giovanotti, vestiti in modo strano, con il volto coperto e spranghe in mano. Questi si appoggiarono tranquillamente a delle saracinesche, davanti alla polizia". Pochi minuti dopo, si sentono gli echi del corteo che avanza verso piazzale Kennedy da levante. "A quel punto – racconta Curzi - questi giovanotti si scagliano contro la polizia gridando 'assassini, assassini'. E, inspiegabilmente, le camionette e tutti i poliziotti si allontanano e poco dopo cominciano a sparare lacrimogeni contro il corteo. Questa immagine mi e' tornata alla mente nuovamente in questi giorni dopo aver sentito le parole del ministro Scajola. Mi chiedo, dunque, ora perche' quei giovanotti non furono bloccati. Non sarebbe stato difficile per la polizia farlo. Che ordini c'erano, allora? Chi comandava sul serio? Quel reparto, che ha palesemente compiuto una omissione, quali comandi stava applicando in piazza? E, infine, un ministro che da' l' ordine di sparare perche', se e' vero, c'era il pericolo di un attentato a Bush, come fa ad andarsene a dormire tranquillo la notte del blitz alla scuola Diaz? I parlamentari che erano presenti quella sera l' hanno cercato invano, ma lui era irraggiungibile...".

18 febbraio 2002 – G8: PM GENOVESI ZUCCA E PINTO A BERLINO
Cominciano al palazzo di giustizia di Berlino gli interrogatori, da parte dei pm genovesi Enrico Zucca e Francesco Pinto, di alcuni manifestanti tedeschi presenti a Genova durante i giorni del G8. I magistrati intendono infatti raccogliere le testimonianze sull' irruzione nella scuola Diaz-Pertini della polizia, avvenuta la notte del 21 luglio. I pm Pinto e Zucca hanno raggiunto Berlino sotto scorta perche' la polizia tedesca teme disordini da parte degli anti global. Questi ultimi infatti sarebbero convinti che gli inquirenti genovesi abbiano deciso la trasferta per raccogliere nuove prove contro i presunti black bloc tedeschi. In serata si concludono gli interrogatori dei primi due manifestanti tedeschi, in tutti una decina, che saranno sentiti per rogatoria a Berlino dal procuratore Heinke, alla presenza dei pm genovesi Francesco Pinto ed Enrico Zucca. Ai giovani, un ragazzo e una ragazza di circa 25 anni assistiti dall'avvocato del Genoa Legal Forum Filippo Guiglia, i magistrati hanno sottoposto le foto dei poliziotti e di agenti penitenziari presenti all'irruzione nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. I due manifestanti, hanno riconosciuto le divise, ma non sono stati in grado di identificare i presunti picchiatori. "Anche perche' – ha spiegato l'avvocato - nel corso dell'irruzione alla Diaz, i poliziotti sono entrati con il volto coperto e il casco in testa".

18 febbraio 2002 - G8: PLACANICA SMENTISCE REPUBBLICA, CHE CONFERMA
ANSA:
Il carabiniere Mario Placanica, indagato per aver sparato contro Carlo Giuliani, rifiuta, attraverso il suo legale Umberto Pruzzo, la paternita' dell' intervista apparsa oggi sul quotidiano La Repubblica. Il giornale pero' conferma il testo delle dichiarazioni, precisando che era stato concordato con il legale. "Qualsiasi altra dichiarazione che apparira' a suo nome - afferma inoltre l' avv. Pruzzo - e' da ritenersi infondata. Ogni dichiarazione verra' rilasciata dal carabiniere nel momento in cui le indagini saranno ufficialmente concluse". Placanica annuncia inoltre che, attraverso il proprio legale Umberto Pruzzo, e' intenzionato adire le vie legali nei confronti del quotidiano La Repubblica per la tutela di ogni suo diritto. Dal canto suo, Repubblica conferma il testo delle dichiarazioni rese al giornale da Placanica, testo che - precisano dal quotidiano - era stato concordato con il suo legale.

18 febbraio 2002 - G8: MAMMA GIULIANI, SI CONTINUA A GETTARE FANGO SU CARLO
ANSA:
"Si continua a gettare fango su mio figlio. Ma io non so ancora la verita' sulla sua morte. Ho sempre detto e continuo a pensare che le responsabilita' sono superiori...". Ragiona pacatamente Adelaide Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso a Genova in piazza Alimonda il 20 luglio scorso durante il G8. Le dichiarazioni del ministro degli Interni Scajola l' hanno colpita profondamente rafforzando i suoi dubbi. Anche la morte di un amico di Carlo, Edo, in Svizzera, per cause si presume naturali - osserva Adelaide Giuliani - "e' stata utilizzata per infangare ancora la memoria di Carlo". "Quando Edo e' stato trovato morto - racconta - la polizia elvetica ha parlato di probabile aneurisma e ha annunciato che sarebbero state aperte indagini e compiuta l' autopsia. La polizia italiana, della quale si sono fatti portavoce tanti giornali, ha subito tradotto queste affermazioni in una conclusione: overdose. Edo non si e' mai fatto un 'buco' in vita sua, lo posso giurare". "Ma se non fosse stato un amico di Carlo - aggiunge Adelaide Giuliani - nessuno si sarebbe occupato di quel povero ragazzo". "Io vorrei protestare per le tante non verita' che circolano nel nostro Paese - aggiunge la mamma di Carlo - e di come all' estero e in questo caso in Svizzera ci si comporti molto diversamente". "In luglio - racconta la signora Giuliani -, dopo la morte di Carlo, un poliziotto ha mandato in rete, su Internet, insulti contro mio figlio, del tipo: 'gli e' stato bene a quel bastardo'. I vertici della polizia, appresa la cosa, l' hanno rimosso dall' incarico, e inviato in un centro di riabilitazione, dal quale l' agente ha scritto a me a a mio marito una lettera di scuse. Nessuno in Italia si e' scusato, anzi". "Qui a Genova - ricorda Adelaide Giuliani - poche ore dopo l' omicidio di Carlo i poliziotti, come molti hanno sentito e riferito, cantavano 'un, due, tre viva Pinochet' e, riferendosi a Carlo, urlavano raggianti 'uno di meno'. Nessuno ha preso alcun provvedimento. D' altra parte, che cosa ci si puo' aspettare in un paese dove il vicepremier, il giorno dopo la morte di un ragazzo, aveva gia' archiviato il caso come legittima difesa, senza alcun rispetto per le indagini della magistratura?".

19 febbraio 2002 - G8: AGNOLETTO, C'ERA UNA REGIA POLITICA
Vittorio Agnoletto,portavoce del Genoa social forum, commentando le affermazioni del ministro dell' Interno, Claudio Scajola, dice: "Ora sappiamo che a Genova c'era una regia politica". "La prima ipotesi - ha risposto Agnoletto ala domanda su come mai Scajola e' tornato sulla vicenda - e' che probabilmente si sta giocando una partita di ricatti fra le diverse forze dell'ordine e diversi soggetti politici. Per questo Scajola ha pensato di giocare d'anticipo in modo tale da non dover essere poi chiamato a rispondere o in sede politica o in sede giudiziaria. Non a caso le sue dichiarazioni arrivano 24 ore dopo che era tramontata la possibilita' di fare una commissione d'inchiesta a Senato grazie al voto della sua maggioranza. Ritenendo quindi di aver acquisito una volta per tutte la propria impunita' politica, Scajola gioca d'anticipo per evitare di dover rispondere". Quanto al riferimento del ministro agli atti di terrorismo segnalati per quei giorni, secondo Agnoletto "non e' altro che la giustificazione con motivi non credibili fatta dal bambino trovato con le mani nella marmellata: gli egiziani avevano avvertito degli atti di terrorismo un mese prima del G8, che motivo c'era di dare quelle disposizioni la sera stessa? Puerile anche il tentativo di motivarla con i fatti dell'11 settembre, accaduti oltre un mese dopo". Per Agnoletto "sarebbe bene parlare di un altro capitolo: come mai e' stato consentito ai black-bloc di scorazzare per il centro di Genova? Come hanno funzionato gli infiltrati delle forze dell'ordine nei black bloc? Come mai non sono state raccolte le nostre segnalazioni sui gruppi di estrema destra infiltrati? Tutti i servizi segreti che funzionavano cosi' bene, come mai non sono intervenuti? A queste domande Scajola deve dare delle risposte. Ecco perche' chiediamo un dibattito in Parlamento. Sui fatti di Genova c'e' una responsabilita' politica precisa, che e' quella di Scajola, di cui chiediamo le dimissioni. Questo non annulla la responsabilita' che hanno le forze dell'ordine, ma ora sappiamo che dietro c'era una precisa regia politica".

19 febbraio 2002 - G8: CASARINI ASCOLTATO DA PM
A palazzo di Giustizia di Genova i pm sentono Luca Casarini, convocato come persona informata dei fatti del G8. Uscendo dalla stanza del pm Anna Canepa, Casarini dice che il contenuto della sua deposizione, durata sei ore, e' stato secretato dai magistrati. "Ho riferito ai magistrati - ha spiegato Casarini - cosa ho vissuto come tantissimi altri in quei giorni a Genova, io piu' dal di dentro, e anche quello che ho visto, come i colpi di pistola, i blindati lanciati a 100 all' ora sui manifestanti, i verbali falsi del Sisde pubblicati dai giornali, e altre cose di questo genere. Mi hanno detto che sono libero ma posso essere arrestato se dico cose in piu' perche' il verbale e' tutto secretato". Casarini ha anche consegnato ai magistrati la memoria letta il 6 settembre a Roma, durante l' audizione davanti al comitato parlamentare di indagine sui fatti di Genova, "frutto - ha scritto Casarini - di una elaborazione collettiva del movimento delle Tute Bianche". Casarini era accompagnato dall' avvocato Laura Tartarini del Genoa Legal Forum.

19 febbraio 2002 - G8: GIUDICI PROSEGUONO INTERROGATORI DIMOSTRANTI TEDESCHI
Proseguono a Berlino gli interrogatori dei dimostranti tedeschi rimasti coinvolti negli incidenti al G8 di Genova. La rogatoria e' condotta dal pubblico ministero di Berlino Heinke, in presenza dei pm genovesi, Francesco Pinto e Enrico Zucca, e dell'avvocato del Genoa Legal Forum, Filippo Guiglia. Secondo Guiglia, che rientra oggi in Italia, il procuratore di Berlino e' stato molto preciso nelle domande e alla fine ha chiesto ai colleghi italiani se avevano delle richieste da fare. L'interrogatorio e' stato, a detta dell'avvocato, piuttosto lungo e i due ragazzi, originari del nord, erano assistiti anche dai legali tedeschi. L'indagine e' legata in particolare all'irruzione delle forze dell'ordine nella Scuola Diaz e nella Caserma Bolzaneto. Ai ragazzi sono state mostrate piantine della scuola e alcune foto e divise per cercare di ricostruire i fatti. I manifestanti non sono pero' riusciti a identificare i presunti aggressori anche perche' -ha detto l'avvocato- avevano il volto coperto.

20 febbraio 2002 - G8: BLITZ CENTRI SOCIALI; PM CERCANO MATERIALE INDYMEDIA
ANSA:
Materiale fotografico e video con le immagini del G8 di Genova, computer, hard disk ed e-mail sono stati sequestrati stamani dal Ros dei carabinieri, nel corso delle perquisizioni nei centri sociali di Bologna, Torino, Firenze e nella sede dei Cobas a Taranto, su ordine dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani della procura di Genova. Per Luca Casarini, portavoce del "movimento dei disobbedienti": "Si tratta - ha detto - di  un' operazione propagandistica per trasmettere un messaggio chiaro: le indagini sono sul movimento e non sui veri responsabili di quanto accaduto a Genova durante il G8 e cioe' le forze dell' ordine". I militari stamane si sono presentati con il decreto di perquisizione nei centri sociali "Teatro polivalente occupato" di Bologna, "Gabrio" di Torino, e "Cecco Rivolta" di Firenze, e hanno sequestrato una grande quantita' di materiale sui fatti del G8. A Taranto invece sono andati nella sede dei Cobas dove pero' non hanno trovato documentazione sulle giornate di Genova. Il materiale sequestrato era stato raccolto, sia in rete che per posta, dopo un appello da Indymedia, agenzia di informazione indipendente, vicina all' area dei no-global, con l' intenzione di metterlo poi in rete, su Internet. "Abbiamo preso questi provvedimenti - ha spiegato Andrea Canciani - di acquisizione di materiale fotografico e video perche' sapevamo che era custodito all' interno di questi centri sociali". "Il materiale - ha aggiunto - puo' essere utile per tutte le indagini che riguardano il G8: sia quelle sui manifestanti violenti sia quelle che riguardano i presunti abusi da parte delle forze dell' ordine". Canciani ha inoltre sottolineato che "questo atto non riguarda nessuna indagine sui centri sociali; la procura infatti e' venuta a conoscenza dell' esistenza di questi filmati e materiale fotografico su Internet, nel sito di "Indymedia italia". Le perquisizioni sono state decise - hanno spiegato i militari del Ros di Genova - perche' su Internet e' comparso alcuni mesi fa l' appello di Indymedia a portare in questi centri sociali materiale video e foto sui fatti del G8. Questo sarebbe poi stato vagliato dall' agenzia e messo in rete a sua discrezione. L' iniziativa della magistratura genovese ha provocato molte reazioni da parte degli esponenti dei centri sociali oggetto delle perquisizioni, dei leader dei no global e di politici. Rappresentanti del centro sociale di Bologna hanno definito l' operazione dei militari "quasi da taliban". "Stamani sono entrati - hanno raccontato - una settantina di carabinieri e hanno iniziato la perquisizione prima ancora che arrivasse il legale chiamato dall' unico ragazzo presente in quel momento. I carabinieri sono entrati dopo aver divelto la rete di protezione del cortile del centro. Potevano poi evitare di divellere anche porte e finestre e di ribaltare scaffali". Secondo i no global, le perquisizioni di oggi, dopo l' interrogatorio di ieri a Genova di Casarini e la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati della procura di Roma per istigazione alla diserzione, sono "un segnale chiaro che il clima nei loro confronti sta diventando pesante. "C' e' un comportamento da parte della magistratura paradossale - hanno commentato - rispetto ad una inchiesta che dovrebbe avere come oggetto i responsabili delle violenze di Stato avvenute a
Genova". I deputati verdi Paolo Cento e Mario Bulgarelli hanno annunciato la presentazione di un' interrogazione ai ministri dell' Interno e della Giustizia Scajola e Castelli, sulle modalita' delle perquisizioni nel centro sociale di Bologna e negli altri centri sociali in Italia. Per i responsabili di Indymedia-Center di Bologna invece "si tratta di un attacco grave all' informazione. Quando si mandano le forze dell' ordine a perquisire la sede di un organo di informazione e' un' operazione fascista o stalinista. Chiediamo solidarieta' ai mezzi di informazione. Oggi capita a noi, domani potrebbe capitare a voi". Solidarieta' a Indymedia e ai centri sociali e' stata espressa dalla segreteria nazionale S.In.Cobas che, per le perquisizioni di oggi, ha chiesto le dimissioni del ministro dell' interno Scajola e dei responsabili dell' Arma dei carabinieri e della Polizia di Stato. Il Movimento "Isole nella rete', dopo aver espresso solidarieta' a Indymedia, ha annunciato la sua adesione all' iniziativa che si terra' a Genova il 23 marzo della Commissione internazionale d' inchiesta per la difesa dei diritti fondamentali nella globalizzazione. Secondo il Genoa Legal Forum, che riunisce gli avvocati impegnati nella difesa dei no global, i sequestri disposti oggi dalla Procura di Genova "sembrano in realta' voler colpire senza ragioni obiettive il movimento in maniera indiscriminata, ed in particolare quella informazione libera e indipendente tutelata e difesa dall' art. 21 della Costituzione". "Non si comprende - proseguono gli avvocati - a quale logica tendano ad ispirarsi queste nuove azioni di polizia giudiziaria, stante la stretta collaborazione tra procura ed informazione indipendente anche attraverso i materiali ampiamente prodotti dal Genoa Legal Forum, che si avvalgono oltretutto di alcuni tecnici di Indymedia come consulenti di parte". I legali, precisato che Indymedia Italia non ha sedi specifiche, affermano che l' individuazione dei quattro centri in cui sono state compiute le perquisizioni "appare alquanto generica e priva di ogni attendibilita' in ordine ai fini perseguiti dall' autorita' giudiziaria". Piu' grave, sempre secondo il Genoa Legal Forum, e' il sequestro dei computer che "oltre a contenere dati di varia natura, priva i proprietari degli strumenti necessari per poter continuare legittimamente il loro lavoro di libera informazione".

21 febbraio 2002 - G8: SCAJOLA IN COMMISSIONE AL SENATO
"Il Nuovo"
G8, Scajola: "Non ho detto di sparare"
Il ministro dell'Interno, davanti alla commissione del Senato, ammette solo uno svarione lessicale: "Non sono un irresponsabile che incita a sparare sulla folla". I Ds: "Non ci permettono di porre domande".
ROMA - Sulla sua rivelazione "dell'ordine di sparare al G8", Scajola parla di uno scivolone lessicale, ma poi fa dietrofront anche sul senso della sua dichiarazione. Un'espressione "non del tutto propria sotto il profilo giuridico e approssimativa se estrapolata dal contesto", ha detto il ministro dell'Interno ai senatori della commissione Affari costituzionali, precisando però di aver parlato in un ambito "colloquiale" con i giornalisti sull'aereo che lo riportava in Italia dal vertice di Santiago de Compostela. E spiega che, dopo la morte di Carlo Giuliani, le non c'era "l'ordine di sparare, ma un'ulteriore indicazione condivisa di avere ogni utile attenzione, con ogni utile mezzo, per avere la sicurezza che non potesse esserci qualcosa di ancora più grave nella zona rossa".
La seduta in commissione è stata investita da un'ondata di critiche da parte dell'opposizione per lo scarso tempo concesso per porre domande al ministro. Scajola è partito al contrattacco contro "l'intollerabile accusa di aver taciuto e mentito davanti al Parlamento", nell'informativa urgente al Parlamento del 24 luglio scorso, a pochi giorni dagli scontri di piazza che caratterizzarono il vertice di Genova. "Comprendo la polemica politica, anche aspra, ma la falsità non l'accetto - ha aggiunto - Non sono un irresponsabile che ordina di sparare sulla folla. La minaccia terroristica era incombente sul G8, ed è dunque del tutto evidente che tutte le misure prese non furono disposte per i manifestanti. In Parlamento prima del summit non potevo e non dovevo dire di più sulla minaccia terroristica perché le informative ricevute erano riservate e perché non volevo ingenerare ulteriori allarmismi tra la gente preoccupata dall'attentato del plico esplosivo inviato nella caserma di San Fruttuoso e che aveva provocato il grave ferimento di un militare".
Quindi Scajola ha parlato dei rischi che pendevano sul G8: "L'analisi delle informative aveva rilevato una concreta minaccia terroristica su obiettivi istituzionali e su esponenti politici. Mi auguro - ha proseguito Scajola riferendosi alle indagini in corso - che si possa sapere presto su quali mezzi e su chi poteva contare al-Qaeda nel progettare un atto terroristico a Genova".
Concitato l'avvio della seduta in commissione, con la contestazione del centrosinistra che Gavino Angius, presidente dei senatori Ds, sintetizza così: "La conduzione dei lavori di questa commissione ci vede totalmente in dissenso. E' inaccettabile questo comportamento della maggioranza, che comprime il diritto delle opposizioni di esprimere osservazioni sulle dichiarazioni del ministro, tagliando i tempi per gli interventi. La maggioranza ha deciso che tutti i parlamentari di opposizione delle due commissioni di Camera e Senato abbiano in totale 25 minuti per porre le domande al ministro. E' evidente che siamo qui solo per ascoltare, e che non si vuole affrontare un serio dibattito di merito, in modo sereno, sulle vicende legate al G8 di Genova".

25 febbraio 2002 - G8: DIAZ, PER MANIFESTANTI TEDESCHI, PRIMI AD ENTRARE AGENTI DI CANTERINI
ANSA:
Sarebbero stati gli agenti di polizia del nucleo antisommossa di Roma, agli ordini di Vincenzo Canterini, ad entrare per primi nella scuola Diaz, il 21 luglio, dove rimasero feriti una sessantina di manifestanti nell' irruzione notturna delle forze dell' ordine. Lo hanno dichiarato a Berlino,secondo indiscrezioni raccolte a palazzo di giustizia, 12 no-global tedeschi, interrogati per rogatoria la scorsa settimana  dai pm  genovesi Francesco Pinto ed Enrico Zucca. Canterini e i suoi uomini, sentiti dalla procura di Genova, hanno sempre negato di aver fatto irruzione per primi alla scuola Diaz e di essere gli autori dei pestaggi. I manifestanti tedeschi, interrogati a Berlino, hanno invece riconosciuto  le divise dei poliziotti romani fornendo ai magistrati descrizioni precise e univoche. Ad entrare per primi, secondo il loro racconto, sarebbero stati poliziotti con il casco in testa, in divisa blu protetta, cinturone di pelle nera e con in mano  manganelli del tipo "tonfa", descrizione che combacia con la divisa del nucleo antisommossa. I no global tedeschi hanno  raccontato inoltre che all' interno della scuola erano presenti anche  funzionari in borghese e tra questi  avrebbero riconosciuto  un alto funzionario. Sulle presunte violenze  nella caserma di Bolzaneto, i manifestanti avrebbero detto di aver subito soprusi anche in infermeria. Uno dei racconti piu' scioccanti per i magistrati e' stato quello di Anna Kutschuku alla quale le forze dell' ordine hanno rotto sette denti durante l' irruzione alla scuola Diaz. "Se fosse vera la meta' delle cose che sono state denunciate - ha commentato il magistrato tedesco che ha interrogato per rogatoria i manifestanti - e che ho sentito personalmente, sarebbe una vera catastrofe". A Berlino martedi' scorso, in occasione della seconda giornata di interrogatori, si e' tenuta  una manifestazione con musiche, canzoni (tra cui "bandiera rossa") e comizi sotto il palazzo di giustizia in cui simpatizzanti no global hanno chiesto ai magistrati di fare chiarezza e giustizia sui fatti di Genova. La prima tornata di interrogatori in Germania e' durata cinque giorni, dal 18 al 22 febbraio scorsi, per complessive 57 ore tra deposizioni e trascrizioni a verbale.  Altri 15 manifestanti tedeschi saranno sentiti dal 4 all' 8 marzo prossimi a Berlino e ad Amburgo. Nello stesso periodo altri due pm della procura di Genova si recheranno a Saragozza, in Spagna, per sentire altri manifestanti, sempre nella duplice veste di indagati e di  presunte parti lese per i pestaggi avvenuti alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Intanto oggi e' stato interrogato a lungo, da parte dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani, Stefano Kovac, responsabile logistica del Genoa Social Forum durante i giorni del G8. Kovac era gia' stato sentito come teste dal pm Enrico Zucca, a cui aveva ribadito che il giorno del blitz notturno della polizia alla scuola Diaz, aveva pregato Spartaco Mortola, dirigente della Digos, di non alzare la tensione perche' la situazione era sotto controllo. Mortola invece, nella sua relazione di servizio, ha sostenuto che Kovac quel giorno gli avrebbe detto che all' interno delle scuole c' erano degli infiltrati, probabilmente anche dei black bloc. Kovac aveva spiegato  al magistrato che nel pomeriggio del 21 luglio scorso, prima dell' irruzione nelle scuole, era stato contattato telefonicamente dal dirigente della Digos Mortola al quale avrebbe fornito, su richiesta, chiarimenti su chi occupasse il centro di accoglienza e di aver pregato caldamente il funzionario, che lo metteva al corrente di lanci di bottiglie contro uomini delle forze dell' ordine, di evitare azioni che potessero innalzare la tensione e che lui lo rassicuro' in tal senso.

2 marzo 2002 -CAROVANA ANTIMAFIA DI LIBERA: TAPPA A MILANO
ANSA:
"Dentro il black-bloc c'era di tutto, da appartenenti a forze di destra alle provocazioni dei servizi o quant'altro". Lo ha detto Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il giovane ucciso a Genova il 20 luglio, intervenendo a Milano al convegno organizzato da Libera (l'organizzazione di don Ciotti) e dall' Arci nell' ambito della tappa milanese della Carovana Nazionale Antimafia. Davanti a un pubblico composto di giovani, dicendo di ripetere quel che da tempo va sostenendo, Giuliani ha affermato che, se anche quel movimento costituito da alcune centinaia di persone fosse stato costituito solo di black-bloc, "l'utilizzo che ne e' stato fatto e' stato inquietante: averlo lasciato agire liberamente ha precostituito un terreno orrendo". Le parole di Giuliani si inseriscono in un discorso piu' ampio che parte dalla considerazione che "la classe dominante lancia un messaggio di individualismo piu' sfrenato", che va di pari passo con "l'omologazione sottoculturale", e che tocca anche "l'oscuramento della cultura della solidarieta'". "Di questo modo di oscurare la cultura della solidarieta' - ha aggiunto Giuliani - Genova e' stata significativa: quando si definiscono 200/300 persone degli scalmanati e violenti, si oscura il senso della solidarieta' delle persone venute a Genova a luglio. Per fortuna che le testimonianze ci sono state e alla fine la verita' sta uscendo", per definire ad esempio "quali abusi, quali intolleranze siano stati commessi in quei giorni".

1 marzo 2001 - G8: GIORNALISTA TEDESCO RACCONTA IRRUZIONE ALLA DIAZ
ANSA:
Mesut Dunan, 26 anni, il giornalista free-lance tedesco, ma di origine turca, che si trovava nella scuola Diaz la sera dell' irruzione da parte delle forze dell' ordine durante il G8 di Genova, oggi e' stato interrogato a lungo dal pm Enrico Zucca. Secondo quanto e' trapelato, Dunan avrebbe riconosciuto in una foto un funzionario di polizia in borghese che era entrato nella Diaz e che, a suo dire, aveva cercato di fermare gli uomini in divisa intenti a picchiare le persone che si trovavano, come lui, nella palestra della scuola. Assistito dagli avvocati Massimo Pastore, Laura Tartarini e Filippo Guiglia, Dunan ha ripercorso le fasi di quella notte. Gia' ieri, durante una conferenza stampa indetta dai legali di Suna Yasar Gol, la giornalista turca picchiata, arrestata e dopo quattro giorni espulsa dall' Italia (e' rifugiata politica in Svizzera), il free-lance aveva raccontato del momento in cui ci fu l'irruzione delle forze dell' ordine ed oggi ha ribadito cio' che accadde. Ieri aveva spiegato che Suna fu trascinata per i capelli fuori dal sacco a pelo e presa a calci ed a manganellate, aggiungendo di essere stato picchiato a sua volta e di aver avuto un braccio rotto. Il racconto di Dunan ha riguardato anche la caserma di Bolzaneto dove, ha detto, lo fecero stare in piedi, con le mani appoggiate al muro ed ebbe difficolta' a spogliarsi per essere visitato perche' il braccio gli faceva male. Stamani in Procura e' stato ascoltato un cittadino francese, come testimone, dal pm Francesco Albini Cardona sempre sui fatti legati al G8. Quel giovane si trovava nella caserma di Bolzaneto ma poi fu rilasciato. La prossima settimana, intanto, il pm Enrico Zucca si rechera' nuovamente in Germania insieme al collega Vittorio Ranieri Miniati per gli interrogatori dei giovani tedeschi che erano stati arrestati a Genova. Sono una quarantina e finora ne sono stati sentiti nove.

8 marzo 2002 - MAMMA GIULIANI,CARLO VIDE PISTOLA ALLORA PRESE ESTINTORE
Intervenendo al consiglio nazionale dell' Arci, la mamma di Carlo Giuliani ha ricostruito cosi' la morte di suo figlio "Carlo ha visto la pistola puntata su un ragazzo, allora ha raccolto l'estintore, che tra l'altro era vuoto, per cercare di fermare questa pistola". "Il fatto che Carlo ha visto la pistola prima di raccogliere l'estintore - ha infatti spiegato - si puo' ricostruire guardando le foto, perche', come ci ha spiegato un medico analizzandole, si vede chiaramente che quando mio figlio raccoglie l'estintore e' in una posizione sbilanciata all' indietro, perche' sta guardando quell' arma davanti a se'". "Non sono un'esperta -spiega Adelaide- ma conosco profondamente mio figlio. E posso dire che quando Carlo ha visto quella pistola deve aver pensato: 'cosa vuoi fare con quell'arma, mettila via, cretino'. Cosi' mio figlio e' andato a cercare di fermare quella pistola". E aggiunge: "Carlo ha assistito alla prima carica in piazza Mannino alle 16.30, poi si e' fermato a mangiare in un'altra piazza e infine e' arrivato in via Tolemaide dove gia' da qualche ora i ragazzi subivano cariche frontali. Abbiamo visto tutti le immagini di ragazzi a terra con tre o quattro poliziotti che li prendono a manganellate. I ragazzi a un certo punto si sono difesi ed e' ben diverso da aggredire". La mamma di Carlo Giuliani chiede quindi la verita' su Genova e ricorda che "i nostri ragazzi non hanno nulla a che fare con i Black bloc", dietro ai quali "com'e' noto si nascondevano altri personaggi". Bisogna smetterla, dice, "di raccontare la favola dei Black bloc, del pericolo di un attacco terroristico nei confronti di Bush... Ma che cosa c'entravano i nostri ragazzi con questo? Che cosa c'entravano i ragazzi della Diaz, picchiati mentre dormivano, con il terrorismo?". Ad una domanda sul volantino di rivendicazione dell'attentato davanti al Viminale, firmato 'Brigata 20 luglio' (data della morte di Carlo), risponde spiegando di non essere un'esperta "ma solo una madre alla quale hanno ucciso il figlio e l'unica cosa di cui sono esperta e' mio figlio". La sigla di rivendicazione, puo' essere una "provocazione", aggiunge poi e precisa di essere contraria "a tutte le bombe, quelle grandi e quelle piccole. L'unica guerra che riconosco -conclude- e' quella di resistenza, non di aggressione".

25 marzo 2002 - G8: IRRUZIONE DIAZ, INTERROGATI IN GERMANIA OTTO GIOVANI
ANSA:
Altri otto cittadini tedeschi indagati per i fatti del G8 sono stati ascoltati per rogatoria dai pm genovesi Vittorio Ranieri Miniati ed Enrico Zucca che, la settimana scorsa, si sono recati in Germania per assistere agli interrogatori. Sono tutti giovani che si trovavano all' interno della scuola Diaz, i quali sostengono di essere stati picchiati da esponenti delle forze dell' ordine. Alcuni di essi si sono costituiti come parti offese, esibendo certificati medici che attestano le lesioni subite. La settimana di Miniati e Zucca e' stata piuttosto intensa perche' gli interrogatori si sono svolti in diverse citta' tra cui Monaco, Norimberga, Mannheim e Tubinga. I giudici devono ancora assistere agli interrogatori di sette-otto giovani coinvolti nei fatti del G8: probabilmente dopo Pasqua saranno nuovamente in Germania.

9 aprile 2002 - G8: PROCURA ORDINA A FORZE DI POLIZIA CONSEGNA FILMATI
ANSA:
La procura di Genova ha mandato un ordine di esibizione alle forze di polizia per i filmati che erano stati girati dagli elicotteri nei giorni del G8. La richiesta di avere i video era stata fatta, subito dopo la conclusione del vertice, dai sostituti procuratori Francesco Pinto ed Enrico Zucca, ma i filmati, a distanza di otto mesi, non sono stati consegnati. Secondo la procura, infatti, le riprese fatte dall' alto potrebbero far chiarezza sui vari incidenti avvenuti sulle strade durante i tre giorni del G8. In particolare pero' i pm sono interessati ai video sull' irruzione delle forze dell' ordine nella scuola Diaz, soprattutto se fosse stato ripreso il momento esatto in cui i vari reparti entravano nell' edificio. Per ricostruire invece l' episodio di piazza Alimonda, dove mori' il giovane Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola sparato dal carabiniere di leva Mario Placanica, e' stato fissato per la prossima settimana l' incontro tra i periti nominati dal pm Silvio Franz e i consulenti della famiglia Giuliani. Il pm infatti, per appurare l' esatta dinamica della sparatoria che provoco' la morte di Giuliani, ha scelto la procedura della consulenza in contraddittorio. Questo tipo di procedura - diverso dalla perizia - prevede anche la ricostruzione dell' episodio in piazza Alimonda, con l' utilizzo della camionetta dei carabinieri, tuttora sotto sequestro, la partecipazione di Placanica e di un manichino o di un attore nel ruolo di Giuliani. Il pm inoltre ha chiesto ai periti anche le ricostruzioni virtuali per stabilire esattamente la distanza tra il carabiniere e Giuliani, al momento dell' assalto al Defender. I consulenti del pm sono Carlo Torre, Paolo Romanini e Pietro Benedetti, gli stessi che si occuparono del caso Marta Russo, a cui si affiancheranno Claudio Gentile, docente di fisica e il professor Giorgio Accardo, nominati dalla famiglia Giuliani, parte offesa nel procedimento, assistita dai legali Lia Vinci e Giuliano Pisapia.

10 aprile 2002 - G8: IL PADRE DI CARLO GIULIANI CANDIDATO A GENOVA
"La Stampa"
IL PADRE DI CARLO CANDIDATO AL COMUNE DI GENOVA Giuliano Giuliani in pista con i Ds "Io, vecchio trinariciuto, lotterò per i giovani del G8"
inviato a GENOVA
A luglio dell´anno scorso tentavano di "prendere" il Palazzo gridando che "un nuovo mondo è possibile"; a giugno di quest´anno, con la mareggiata del G8 divenuta onda lunga, nel Palazzo potrebbero entrare dalla porta principale: rappresentanti dei no-global che lottano per uno scranno da amministratore pubblico. Quasi a voler dire: "Si deve pur cominciare. E, allora, tentiamo di rendere possibili almeno una nuova città e una nuova Provincia". E´ una piccola pattuglia di antagonisti Doc che ha vissuto la stagione rovente della mobilitazione: Massimiliano Morettini, presidente regionale dell´Arci e portavoce del Genoa Social Forum, si presenta con i Ds; con Rifondazione comunista si schierano Laura Tartarini, avvocato del legal team che ha difeso molti dimostranti fermati dopo i disordini ("in realtà corro come indipendente: il movimento preferisce proporsi attraverso un suo esponente diretto"); Luca Moro dell´area non-violenta; Roberto De Montis, pacifista di Città Aperta, e, probabilmente, Giulia Griffini, immortalata nell´iconografia della rivolta come quella che lanciò una torta in faccia al ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi. Ma il candidato che più colpisce è un uomo non giovane. Uno che, tra le tante manifestazioni di quei giorni ribelli, partecipò a una sola: il funerale di suo figlio. E´ Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso in piazza Alimonda. Sarà in lista con i Ds.
Una scelta che qualcuno guarda con un pizzico di perplessità. Pensi, signor Giuliani, che lo stesso sindaco Pericu, l´altra mattina, ha detto a un congresso di giuristi che anche il governo di centro sinistra, durante la preparazione del summit, riteneva naturale che, per proteggere il vertice, si dovessero inibire le libertà fondamentali.
"Durante i giorni precedenti e successivi al G8 ho assunto una posizione molto critica nei confronti di questo partito che ha mostrato un atteggiamento schizofrenico. Ma agli errori si rimedia, l´importante è occuparsi del presente e del futuro. Quanto è successo in questo Paese ci costringe a guardare avanti".
Lei, quindi, non legge alcuna intenzione dei Ds di rifarsi, attraverso la sua candidatura, una sorta di verginità presso il popolo no global di Genova?
"No, assolutamente. In ogni caso, ho posto una condizione ben chiara per accettare: che a sostegno di Pericu - che ritengo un buon sindaco con un buon programma - ci fosse a sostegno tutto lo schieramento dell´opposizione. Da Rifondazione a Di Pietro".
Signor Giuliani, perdoni ancora la franchezza: pensa che la tragica fine di suo figlio abbia inciso in quest´offerta d´un posto in lista?
"Guardi: io sono un "trinariciuto" di vecchia data, milito nel partito da 40 anni. Dal `60 al `70 ho fatto politica attiva, poi nel sindacato Cgil. Credo d´avere le carte in regola. Ma c´è una verità in quel che dice: il dramma vissuto come padre, sicuramente, mi ha dato qualcosa in più".
A cosa si riferisce, in particolare?
"Al rapporto con i giovani che ho riscoperto in questi mesi, proprio dopo la morte di Carlo. Possiedono generosità e spirito solidale. Sarà soprattutto a loro che mi rivolgerò se verrò eletto. Più che di ideologismo, in città c´è bisogno di spazi per favorire l´aggregazione, sostenere il volontariato e l´associazionismo. Ecco il mio impegno".
Nelle liste Ds ci sono candidati che appartengono alle forze dell´ordine. Tra gli altri, anche un vicequestore: Angela Burlando. Non la turba, in qualche modo, questa vicinanza?
"E perché dovrebbe? Perché mio figlio è stato ucciso in piazza? Sono estremamente critico con gli agenti e i carabinieri che si sono comportati in modo riprovevole e assurdo. Penso, però, che sia un grave errore considerarli tutti nemici".
Sua moglie Heidi ha sempre mostrato simpatia per Rifondazione al punto che circolava la voce, poi smentita, che Bertinotti le avesse offerto un posto in lista: in famiglia, la sua scelta di correre con i Ds ha suscitato qualche contrasto?
"Abbiamo rispetto reciproco per le nostre idee, ci mancherebbe altro. E, poi, a Genova Ds e Prc stanno dalla stessa parte".

10 aprile 2002 - G8: LETTERA MINATORIA A POLIZIOTTI DIGOS GENOVA
ANSA:
Una lettera di minacce contro i poliziotti che indagano sul G8, firmata da un sedicente "Gruppo anarchici italiani", e' arrivata alcuni giorni fa per posta alla questura di Genova. "Vi conosciamo tutti, farete una brutta fine" si legge nella missiva. Le minacce sono indirizzate agli investigatori della digos che lavorano sugli scontri di piazza e che hanno gia' identificato oltre 70 manifestanti violenti.

21 aprile 2002 - G8: PIAZZA ALIMONDA, PERITI SCOPRONO NUOVO FORO PROIETTILE
ANSA:
Un foro sul muro, provocato forse da uno dei due colpi sparati dal carabiniere Mario Placanica, e' stato scoperto oggi durante la ricostruzione "virtuale", in piazza Alimonda, dell' assalto al Defender dei militari in cui il 20 luglio scorso, durante il G8, mori' il giovane Carlo Giuliani. A distanza di nove mesi dalla morte del giovane no-global, questa novita' potrebbe segnare una svolta per chiarire l' esatta dinamica dell' episodio e le responsabilita'. Finora infatti la ricostruzione della morte di Giuliani si e' basata sugli spari registrati dalle varie riprese televisive in cui si sentiva che dopo il primo colpo, sparato dal carabiniere, Carlo era caduto a terra, colpito a morte. Subito dopo, a distanza di pochi secondi, si sentiva il secondo sparo, il cui proiettile non e' stato mai ritrovato. Oggi, grazie all' intuizione di Carlo Torre, perito balistico del pm Silvio Franz che conduce l' inchiesta sulla morte di Giuliani, e' stata ricostruita la probabile traiettoria del secondo proiettile, che portava al muro della chiesa di Nostra Signora del Rimedio, ad una altezza di sei-sette metri. Se verra' appurato che il foro, trovato oggi, da cui la polizia scientifica ha asportato del materiale per analizzarlo, e' stato provocato dal proiettile sparato dal militare, si rafforzerebbe infatti anche la tesi del carabiniere di leva, cioe' che aveva sparato solo per intimorire gli assalitori, non per ucciderli. "Non desidero per ora fare commenti - dice l' avv. Umberto Pruzzo, difensore di Placanica - perche' sarebbero prematuri in quanto non sappiamo ancora con certezza da che cosa e' stato provocato quel foro sul muro. Solo quando avro' i risultati delle perizie balistiche potro' dire di piu"'. L' avvocato racconta solo che il suo assistito ha sempre ammesso di aver sparato due colpi per difendersi, senza rendersi conto di quale dei due aveva colpito a morte il giovane Giuliani. Oggi, la vera e propria ricostruzione "tridimensionale" della morte di Carlo Giuliani, e' stata fatta dal perito informatico Nello Balossino, consulente del pm, affiancato dai colleghi nominati dalle parti del procedimento. Sulla piazza, che e' stata vietata alle auto per tutto il giorno per diventare un set giudiziario, e' stato portato anche il Defender, ancora sotto sequestro, per prendere nuove misure e compararle con quelle dei filmati in possesso del pm, in modo da ricostruire l' esatta dinamica dell' assalto alla camionetta e della morte di Giuliani. Grazie a delle comparse, che hanno simulato le varie fasi, e' stato ricostruito nei minimi dettagli tutto l' episodio, accaduto il pomeriggio del 20 luglio scorso, culminato con la morte del giovane. Alla ricostruzione erano presenti i familiari di Carlo, il padre Giuliano, la mamma Heidi e la sorella Elena, insieme al loro legale Lia Vinci. "Da questa ricostruzione mi aspetto solo la verita' - ha commentato Giuliano Giuliani. Contesto infatti lo scarso uso che finora si e' fatto di una foto di Marco D' Auria la quale, a differenza di quella della Reuter, la piu' ripresa anche dai media, induce a pensare che la cosidetta minaccia rappresentata da mio figlio Carlo non fosse cosi' immediatamente percepibile". La famiglia Giuliani contesta infatti, della ricostruzione fatta dagli inquirenti, soprattutto la distanza tra Carlo e la camionetta, al momento dello sparo. Secondo il perito del pm infatti il giovane si trovava a circa un metro e mezzo di distanza dal Defender, mentre per Giuliani il figlio sarebbe stato almeno a tre metri e mezzo di distanza. La famiglia insiste su questo particolare perche' mette in discussione anche la tesi della legittima difesa del carabiniere. Oggi intanto il pm Silvio Franz, presente in piazza per la ricostruzione, ha acquisito nuove foto, riprese da Internet, che farebbero ulteriore chiarezza sulla distanza di Giuliani dal Defender.

22 aprile 2002 - G8: UCCISIONE GIULIANI; BATTAGLIA TRA PERITI SU DISTANZE
ANSA:
Carlo Giuliani si sarebbe trovato a due metri e 79 centimetri dal Defender dei carabinieri nel momento in cui e' stata scattata la foto della Reuters: e' questa per ora l' unica distanza certa, utilizzata ieri dai periti per le rilevazioni, durante la ricostruzione in piazza Alimonda della morte del giovane no-global. I periti del pm devono infatti stabilire, con approssimazioni al centimetro, a quale distanza dal Defender si trovasse Carlo Giuliani quando venne ucciso, il 20 luglio scorso, durante il G8, dal colpo di pistola sparato dal carabiniere di leva Mario Placanica. Oggi intanto, su richiesta dei consulenti, e' stato rinviato di un mese (al 14 maggio) il deposito delle perizie ordinate dal pm, mentre l' incontro tra le parti si terra' il 23 maggio. Il magistrato l'ha comunicato questa mattina ai due difensori del procedimento, l' avv. Umberto Pruzzo che assiste il carabiniere Mario Placanica accusato di omicidio, e l' avv. Lia Vinci, nominata dalla famiglia Giuliani insieme all' avv. Giuliano Pisapia di Milano. La famiglia Giuliani infatti si e' costituita parte offesa nel procedimento. Secondo quanto si e' appreso oggi dagli investigatori che hanno partecipato alla ricostruzione dell' episodio, quando e' stata scattata la famosa foto della Reuters, Giuliani teneva l' estintore all' altezza del petto. Negli istanti successivi, il giovane si sarebbe mosso in avanti di un metro verso il Defender, alzando l' estintore fino a sollevarlo piu' in alto della testa. E' stato allora che Giuliani e' stato raggiunto all' occhio dal colpo sparato da Placanica. Le ipotesi, simulate ieri dalla "comparsa" che interpretava il ruolo di Giuliani, hanno preso in considerazione le varie distanze dal Defender in cui si poteva trovare il giovane al momento della morte. E' infatti proprio questa distanza uno dei questiti cardine indicati dal pm Silvio Franz ai suoi periti, Carlo Torre, Paolo Romanini, Pietro Benedetti e Nello Balossino. Sara' Balossino, consulente informatico, famoso per i processi a Sofri e a Nardi, docente all' universita' di Torino, a fornire al pm, attraverso la ricostruzione tridimensionale, l' esatta dinamica dell' episodio. Perche' e' su questa che c'e' gia' battaglia tra le parti. Per ora le distanze appurate, in cui si poteva trovare Carlo, quando venne colpito a morte, variano dai 110-140 centimetri, indicati dalla perizia di Biagio Manetto, consulente del pm, accettata dalla difesa di Placanica, ma contestata vivacemente di genitori di Giuliani2723m. Questi ultimi infatti, attraverso i loro legali, sostengono che lo sparo avvenne quando Carlo era a 3-4 metri dalla camionetta. Circa poi il ritrovamento, avvenuto ieri, del foro sul muro della chiesa del Rimedio, provocato molto probabilmente dal secondo proiettile sparato dal carabiniere Mario Placanica, il pm Franz ha commentato che "aiutera' senz'altro a ricostruire meglio l' episodio". La scoperta e' stata fatta nel pomeriggio, dopo il laborioso posizionamento del Defender, dai periti del pm, Torre e Romanini, che hanno intuito la probabile traiettoria del proiettile. Durante la ricostruzione e' poi stata simulata a lungo anche la scena dello sparo, affidata ad una comparsa che impersonava Placanica, all' interno del Defender. Secondo la difesa, in base alle numerose foto acquisite, il carabiniere aveva la pistola spianata gia' prima che Giuliani tentasse di lanciare l' estintore. "Dalle riprese televisive - spiega l' avv. Umberto Pruzzo, difensore di Placanica - risulta anche che Placanica, prima di sparare, abbia intimato piu' volte agli aggressori di allontanarsi". Commentando poi il ritrovamento del foro sul muro a sei-sette metri di altezza, l' avv. Pruzzo ribadisce che "certamente e' positivo per la difesa che venga accertato che il colpo sia stato sparato verso l' alto".

26 aprile 2002 - GLOBAL FORUM DI NAPOLI; ARRESTATI POLIZIOTTI
ANSA:
Dovevano essere eseguite domani, sabato, le otto ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei due funzionari della questura di Napoli Carlo Solimene e Fabio Ciccimarra e di sei poliziotti per le presunte violenze contro alcuni dei fermati al "Global Forum" di Napoli del marzo 2001. L' operazione, anticipata a stasera dalla squadra mobile, dopo che i carabinieri avevano provveduto a notificare i provvedimenti, ha provocato una rivolta nella Questura, dove oltre 100 agenti hanno bloccato il trasferimento agli arresti domiciliari dei colleghi formando una catena umana intorno all' edificio. La Procura di Napoli in un comunicato firmato da Agostino Cordova precisa le accuse : "giovani che a seguito degli scontri con le forze dell' ordine, ovvero per ragioni indipendenti dalla manifestazione si erano recati presso ospedali cittadini per farsi medicare furono prelevati con la forza, condotti presso la caserma Raniero senza alcuna valida giustificazione e li' sottoposti a gravi forme di maltrattementi, ingiustificate perquisizioni personali e gratuite mortificazioni". Tutto cio' si concretizza nei reati contestati ai poliziotti: sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali. Le ordinanze di custodia emesse dal gip Isabella Iaselli, sarebbero giustificate dal pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione dei reati. Ma tra i poliziotti ed i loro sindacati esplode la rabbia. "Dipingono di rosso la questura, e noi dobbiamo restare rinchiusi dentro", gridano con le lacrime agli occhi gli agenti, che prendono di mira anche fotografi e giornalisti. "Neanche un avviso di garanzia e' stato inviato agli indagati - dice il segretario dell' Associazione nazionale funzionari di Polizia Giovanni Aliquo' - a tutte le forze politiche chiediamo fino a quando saremo costretti a subire per fatti accaduti in servizio di ordine pubblico". Quel 17 marzo 2001 a Napoli tra gli oltre seimila "No Global" che tentavano di sfondare in piazza Municipio il cordone della "zona rossa", davanti a Palazzo reale, dove erano riuniti i delegati del Terzo Global Forum sull' e-government, e le forze dell' ordine ci fu una vera battaglia. Fu un corpo a corpo durato quasi un' ora, un' anticipazione di quanto sarebbe accaduto nel luglio successivo a Genova. Attacco a "testuggine" dei manifestanti, dopo varie scaramucce diversive, lanci di lacrimogeni, cariche, inseguimenti di polizia e carabinieri. "C' erano gruppi organizzati per la guerriglia", denunciarono i sindacati di polizia. "Ci hanno aggredito, ci siamo difesi", dichiaro' il questore Nicola Izzo. A Napoli sarebbero stati individuati nei giorni precedenti al Forum terroristi tra i quali il brigatista rosso latitante in Francia Guido Cucolo. Ma le polemiche proseguirono per giorni. Ds, Rifondazione comunista, rete Lilliput parlarono di violenze contro manifestanti inermi. Uno degli arrestati, Giuseppe Inammorato, un ragazzo di Bari, presento' denuncia per violenze subite in ospedale.
Fabio Ciccimarra, arrestato questa sera per gli incidenti con i manifestanti avvenuti nel marzo dello scorso anno a Napoli, e' indagato per concorso in lesioni anche dalla procura di Genova, nell' ambito dell' inchiesta sui fatti del G8, per l' irruzione notturna nella scuola Diaz-Pertini che si era conclusa con oltre 90 arrestati e una sessantina di feriti. Il poliziotto, infatti, la sera del 21 luglio, era al comando di un gruppo di poliziotti che fece irruzione nella scuola. A Genova, nei giorni del vertice dei G8 e delle manifestazione del Genoa Social Forum (Gsf), si trovavano molti agenti e funzionari provenienti da altre citta' italiane. Ciccimarra, assistito dal difensore di fiducia, e' stato interrogato a lungo alcuni mesi fa dal sostituto procuratore di Genova Enrico Zucca, che conduce le indagini su questo filone d' inchiesta insieme ad altri colleghi della procura. Per i fatti successi alla Diaz sono tra gli altri indagati anche l' ex capo dell' antiterrorismo Arnaldo la Barbera, il suo vice Gianni Luperi, il dirigente dello Sco Francesco Gratteri, il suo vice Gilberto Caldarossi, il comandante del reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, ed il suo vice Michelangelo Fournier. Il blitz nella scuola Diaz e nel vicino centro stampa del Genoa Social Forum avvenne la notte tra il 21 e il 22 luglio, alla fine della tre giorni di manifestazioni, cortei, scontri durante il vertice dei G8 a Genova, e poco piu' di 24 ore dopo la morte in piazza di Carlo Giuliani, colpito da un carabiniere mentre assaltava con altri manifestanti una camionetta dei militari. Nella scuola Diaz si trovavano accampati un centinaio di ragazzi, tra i quali molti manifestanti stranieri. La perquisizione scatto' intorno alle 23,30 e fu decisa - secondo quanto e' emerso finora - dopo che alcune volanti di pattuglia nella zona della scuola e della sede del Genoa Social Forum (nel quartiere residenziale della Foce) riferirono in questura di essere stati bersagliati dalle finestre della Diaz da sassi e bottiglie. La polizia, in tenuta antisommossa, entro' dapprima nel centro stampa dove si trovavano diversi militanti e responsabili del Gsf e poi nella scuola-accampamento. Il bilancio del blitz fu di 93 persone fermate, una ventina di agenti e 60 manifestanti feriti. Tra questi ultimi molti dichiararono di essere stati picchiati dai poliziotti che avevano fatto irruzione nella scuola.

ANSA:
ARRESTO POL