Almanacco dei misteri d' Italia
|
le notizie del 2002 |
2 luglio 2002 - G8: INTERROGATO TROIANI
"Il Manifesto"
TROIANI INTERROGATO
Si è svolto ieri a Genova l'interrogatorio di Pietro Troiani, il vice-questore aggiunto del reparto mobile di Roma che la sera del 21 luglio 2001 sarebbe stato visto dal commissario Massimiliano Di Bernardini con due bottiglie molotov in mano nella scuola Diaz. Lo hanno ascoltato i pm Zucca e Albini Cardona. Troiani dovrebbe chiarire i vari passaggi delle molotov che, secondo gli inquirenti, sarebbero state utilizzate come false prove per sostenere l'arresto di 93 persone alla Diaz. Il nome di Troiani era stato fatto da Di Bernardini a proposito delle molotov sequestrate in un'aiola in corso Italia e poi ricomparse alla Diaz. Ieri i pm hanno ascoltato anche un altro poliziotto del quale non si conosce il nome.
E SECRETATO
L'interrogatorio di Troiani è stato secretato dai pm. Nei prossimi giorni sono previsti altri interrogatori mentre per il 4 luglio è stato fissato il primo processo a carico di un giovane no-global tedesco arrestato durante il G8 per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti.2 luglio 2002 - G8: DIAZ; NUOVO INTERROGATORIO CALDAROZZI
ANSA:
Nuovo interrogatorio per Gilberto Caldarozzi, il vicedirigente dello Sco della Polizia indagato, con altri funzionari, per concorso in lesioni volontarie per non avere impedito i pestaggi all' interno della scuola Diaz. Il funzionario di polizia era gia' stato sentito il 31 maggio scorso. Oggi ad interrogarlo sono i Pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona che ieri hanno ascoltato fino a tarda sera Pietro Troiani, vicequestore aggiunto del Reparto Mobile della polizia di Roma, indicato come il funzionario che fu visto per primo nella scuola Diaz con le due bottiglie molotov in mano. Si tratterebbe degli stessi ordigni incendiari sequestrati in un' aiuola durante gli incidenti in Corso Italia e poi ricomparsi nella scuola Diaz per essere adoperate, secondo l' ipotesi di reato della procura, come false prove contro i no global. Sabato era stato invece interrogato per circa 11 ore Francesco Gratteri, capo dello Sco. Caldarozzi stamani era accompagnato dal suo legale Mario Valerio Corini del foro della Spezia. Il 31 maggio era stato interrogato a proposito della vicenda dell' accoltellamento dell' agente Massimo Nucera, un' altra messinscena per giustificare i pestaggi, sempre secondo gli inquirenti. Ora, probabilmente, i magistrati intendono chiedere chiarimenti a proposito delle bottiglie incendiarie. Caldarozzi era tra gli alti funzionari presenti in questura il 21 luglio dell' anno scorso quando fu decisa l' irruzione nella scuola Diaz. "Abbiamo fornito solo alcuni chiarimenti. L' interrogatorio e' andato benissimo; e' stato molto esauriente. Per noi era tutto chiaro dall' inizio". Lo ha detto l' avvocato Mario Valerio Corini, difensore di Gilberto Caldarozzi, al termine dell' interrogatorio del suo cliente durato circa sei ore. "Comunque - ha aggiunto il legale spezzino - non abbiamo nulla da dire perche' l' interrogatorio e' stato secretato". Ad interrogare il vicedirigente dello Sco sono stati dalle 11 circa di questa mattina i pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona. Massimo riserbo da parte della procura sull' interrogatorio di Gilberto Caldarozzi che e' stato nuovamente interrogato per fornire, presumibilmente, chiarimenti sull' episodio delle due bottiglie molotov. Caldarozzi, come altri funzionari di polizia, e' indagato per concorso in lesioni volontarie, calunnia e falso. Domani, intanto, i pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona avranno un' altra giornata impegnata con gli interrogatori di due funzionari di polizia.3 luglio 2002 - SI DIMETTE IL MINISTRO DELL' INTERNO SCAJOLA. AL SUO POSTO PISANU
ANSA:
Ecco di seguito una cronologia della giornata che ha portato alle dimissioni del ministro dell'Interno Claudio Scajola.
- 00:00 Scajola e' a colloquio con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a palazzo Grazioli. Con loro Roberto Antonione, Paolo Bonaiuti, Gianni Letta e Renato Schifani.
- 01:08 Si conclude l'incontro di via del Plebiscito.
- 01:15 Il ministro Scajola si reca nella sede nazionale di Forza Italia di via dell'Umilta'.
- 02:07 Il ministro Scajola lascia la sede di Forza Italia.
- 02:13 Il ministro Scajola rientra nella sua abitazione: "sono stanco - dice - e non voglio dichiarare nulla. Ho avuto piacere nel vedere dimostrato da parte della maggioranza questo atto di solidarieta"'.
- 09:30 Il presidente del Consiglio e' al lavoro in via del Plebiscito.
- 11:50 Il ministro Scajola a colloquio con il capo della Polizia Gianni De Gennaro nella sua abitazione romana.
- 12:07 Termina l'incontro tra Scajola e De Gennaro.
- 12:24 Scajola arriva al Viminale.
- 12:49 Il ministro Bossi, entrando alla Camera, dichiara che Scajola non deve dimettersi.
- 12:59 Scajola si dimette.
- 13:09 Il vicepremier Gianfranco Fini afferma che le dimissioni di Scajola sono un esempio di "alto senso dello Stato".
- 13:42 Il presidente della Camera Pierferdinando Casini convoca la presidenza dei capigruppo di Montecitorio.
- 13:47 Il capo dello Stato riceve la lettera di dimissioni di Scajola.
- 14:09 L'intervento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla Camera slitta alle 18,30.
- 14:48 Il ministro Pisanu, indicato come uno dei probabili successori al Viminale, si reca dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in via del Plebiscito.
- 16,49: il sottosegretario Antonione annuncia che c'e' un nuovo ministro dell'Interno.
- 17.00: il ministro Scajola si congeda dai suoi collaboratori al Viminale.
- 17,01: il ministro per l'Attuazione del programma Beppe Pisanu lascia palazzo Grazioli.
- 17,25: Silvio Berlusconi lascia Palazzo Grazioli per recarsi al Quirinale.
- 18,18: il presidente del consiglio lascia il Quirinale.
- 18,24: Pisanu giunge Montecitorio. Per lui strette di mani e congratulazione dai colleghi della maggioranza.
- 18,30: Pisanu dice: "mi dicono che saro' nominato".
- 19,00: Ciampi firma nomina Pisanu al Viminale.
- 19,00: comincia intervento Berlusconi alla Camera.
- 19,04: nell'aula della Camera entra Scajola accolto da un lungo applauso della Cdl.
- 19,30: il presidente della Camera Casini interrompe la seduta per intemperanze delle opposizioni.
- 19,40: riprende la seduta.
- 19,45: si conclude intervento Berlusconi.
- 21.00: termina il dibattito alla Camera.3 luglio 2002 - DIMISSIONI SCAJOLA, IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA
ANSA:
"Caro Presidente rassegno le dimissioni ben consapevole dell'alta responsabilita' che, come ministro dell'Interno, ho verso la Repubblica e i suoi cittadini". Cosi' inizia la lettera di Claudio Scajola a Silvio Berlusconi. "L'attuale momento storico reso piu' difficile e complesso dalla minaccia terroristica, impone infatti che l'autorita' nazionale di Pubblica sicurezza sia assistita dalla piena fiducia della Maggioranza parlamentare e dal rispetto delle forze di opposizione; quando queste garanzie si affievoliscono deve avvertirsi la sensibilita' sul piano morale e politico, di rinunciare responsabilmente all'alto ufficio che si e' avuto l' onore di ricoprire". "Con questo gesto sereno, intendo compiere un doveroso atto di servizio verso le istituzioni democratiche". "Sento altresi' di esprimere ai familiari del professore Marco Biagi il mio piu' profondo e sentito rammarico per aver involontariamente contribuito a rinnovare il loro dolore". "Un vivo ringraziamento desidero infine rivolgere all'intera amministrazione dell'Interno e a tutte le forze di polizia con l'esortazione a continuare con fedelta', lealta' e abnegazione, a servire la Nazione". "Ti esprimo - conclude Scajola rivolgendosi a Berlusconi - gratitudine per la fiducia in me riposta anche in questi giorni difficili. Tuo Claudio Scajola".3 luglio 2002 - SCAJOLA: UN ANNO AL VIMINALE, DAL G8 A CIPRO
ANSA:
(di Lorenzo Salvia)
Il suo e' stato un incarico tutto in salita. Il primo vero problema lo ha dovuto affrontare un mese dopo la nomina: il G8 di Genova, con la morte di Carlo Giuliani e la discussa irruzione della polizia alla scuola Diaz. Ma durante il suo anno da ministro dell'Interno, sono stati tanti i momenti delicati vissuti da Claudio Scajola. Prima di tutto l'11 settembre, con tutto quello che ha comportato sul fronte della sicurezza interna e anche con qualche attrito con il suo collega alla Difesa, Antonio Martino. Gli arresti dei poliziotti di Napoli, le polemiche sulle scorte con i magistrati milanesi, e quelle ancora piu' dure sulla protezione di Marco Biagi, fino alle dichiarazioni di tre giorni fa che hanno portato alla fine del suo mandato. In questo periodo, tuttavia, ci sono state anche altre due spine nel fianco del ministro. Forse meno visibili, ma non meno importanti. L'aumento degli sbarchi dei clandestini: 6.500 nei primi tre mesi dell'anno contro i 3.400 dello stesso periodo del 2001, come aveva sottolineato lo stesso Scajola. E poi un capo della polizia, Gianni De Gennaro, nominato dal precedente governo. E rimasto sempre al suo posto nonostante le continue voci di passaggio delle consegne e il ricambio radicale comunque operato ai vertici dell'amministrazione.
LUGLIO 2001: G8 DI GENOVA, LA PRIMA RICHIESTA DI DIMISSIONI - Dopo la morte di Carlo Giuliani e l'irruzione alla scuola Diaz, l'opposizione chiede al ministro dell'Interno di lasciare. La prima difesa arriva dal vice premier, Gianfranco Fini. Il primo agosto il Parlamento dice no alla mozione di sfiducia. Scajola ammette degli errori, ma difende il carabiniere che ha sparato in Piazza Alimonda ("si e' difeso dal linciaggio") e anche la perquisizione alla scuola, "non e' stata una ritorsione". L'indagine amministrativa interna porta alla rimozione del questore di Genova, Francesco Colucci, del vice capo della polizia, Ansoino Andreassi, e del capo dell'antiterrorismo, Anraldo La Barbera. De Gennaro, invece, resta al suo posto.
11 SETTEMBRE, IL MOMENTO DELLA PAURA - Poco dopo l'attentato alle Twin towers, Scajola dispone l'attivazione di tutti i sistemi di protezione per gli obiettivi potenziali. Si apre un nuovo fronte caldo: quello della sicurezza interna.
OTTOBRE 2001, LA SOSTITUZIONE DI TANO GRASSO - Al suo posto, nella carica di commissario antiracket, viene nominato il prefetto Rino Monaco. Protestano l'opposizione e le associazioni contro le estorsioni che parlano di operazioni politica.
4 DICEMBRE, SI CHIUDE IL CASO TAORMINA - Il sottosegretario all'Interno lascia il suo incarico. Nel corso del suo mandato era stato piu' volte criticato dall'opposizione, ma non solo, per i suoi attacchi sul tema della giustizia. Anche Scajola ne aveva preso piu' volte le distanze. Ad agosto, ad esempio, aveva detto: i suoi comportamenti "sembrano andare nella direzione di una incompatibilita' di fatto tra l' incarico di Governo e l' esercizio della professione di avvocato".
GENNAIO 2002, LA VICENDA SCORTE E LA DENUNCIA DI BORRELLI - Gia' a settembre Scajola aveva annunciato la riduzione del 30% delle misure di protezione con l'obiettivo, dopo l'11 settembre, di recuperare uomini per la sicurezza. Protestano i magistrati siciliani e quelli di Milano. Ma e' con l'inaugurazione dell' anno giudiziario che la polemica sale di tono. Il pg Francesco Saverio Borrelli dice che le scorte sono state tolte proprio ai pm dei processi contro Silvio Berlusconi. Scajola denuncia l'ex capo del pool di Mani pulite.
FEBBRAIO 2002, ANCORA POLEMICHE SUL G8 - Ci sono delle analogie con le dichiarazioni rilasciate a Cipro. Sull'aereo che lo sta riportando in Italia dalla Spagna, Scajola parla con i giornalisti del vertice di Genova. 'Dopo il 20 luglio diedi l'ordine di sparare' titolano l'indomani i giornali. Un'altra bufera. Il ministro si difende: "non sono un irresponsabile che incita a sparare sulla folla" e l'ordine pubblico "e' stato garantito con idranti e lacrimogeni e non con altre armi".
26 FEBBRAIO 2002, ATTENTATO AL VIMINALE - Nella notte esplode una bomba rudimentale sistemata su un motorino vicino al ministero. Scajola si appella alla compattezza istituzionale.
MARZO 2002, L'OMICIDIO DI MARCO BIAGI - L'assassinio di Bologna porta alla seconda richiesta di dimissioni nei confronti di Scajola, accusato di non aver assicurato un'adeguata protezione all'economista. Anche questa volta il primo a difenderlo e' Gianfranco Fini. L'inchiesta del Viminale, conclusa ad aprile, ammette che qualcosa non ha funzionato ma esclude responsabilita' e propone una riforma del sistema delle scorte, varata pochi giorni fa dal Parlamento.
APRILE 2002, GLI ARRESTI DEI POLIZIOTTI DI NAPOLI - La vicenda e' quella del Global Forum che si era tenuto a Napoli un anno prima. Anche questa volta la poltrona di De Gennaro trema. Scajola promette che "non ci saranno immunita"', ne' per i poliziotti, ne' per i magistrati.
GLI ATTRITI CON MARTINO SUGLI ALLARME TERRORISMO - Due gli episodi piu' rilevanti. Il primo episodio e' poco prima di Pasqua, quando il dipartimento Usa indica anche quattro citta' d'arte italiane tra quelle a rischio terrorismo. 'Io starei a casa' dice Martino. Scajola corre ai ripari: "Passero' le vacanze tra Firenze e Venezia". Il secondo episodio e' di pochi giorni fa: il 25 giugno Martino si dice convinto che ci sara' un nuovo grosso attenato in occidente. Questa volta Scajola non interviene direttamente. Ma e' il Viminale a far sapere che non c'e' nessuna specifica minaccia per il nostro Paese.
CIPRO E POI LE DIMISSIONI - La frase infelice con la quale Scajola a Cipro con i giornalisti ha parlato di Marco Biagi e' stata decisiva. Le polemiche hanno travolto il ministro: la difesa di Berlusconi e' stata immediata ma su di lui ha pesato il giudizio di An.4 luglio 2002 - G8: INTERROGATO DONNINI
"La Repubblica" edizione di Genova
Tre ore d'interrogatorio per il testimone Valerio Donnini, 'stratega' del Reparto mobile
Sotto torchio il superpoliziotto che ordinò il blitz alla Diaz
MASSIMO CALANDRI
TRE ore di interrogatorio per il superpoliziotto Valerio Donnini, l'uomo che la notte del 21 luglio scorso ordinò a Vincenzo Canterini di fare irruzione con i suoi agenti nella scuola Diaz: prima del prefetto Gianni De Gennaro _ il capo della polizia potrebbe essere ascoltato sabato _ i pm Francesco Cardona Albini ed Enrico Zucca hanno voluto incontrare un altro alto funzionario del Ministero dell'Interno, lo "stratega" del reparto mobile, l'uomo che ha fortissimamente voluto i Nuclei antisommossa e li ha armati dei temibili "tonfa", i manganelli con doppia impugnatura. Nella ricerca della verità sul famigerato blitz all'istituto di via Cesare Battisti, i magistrati genovesi avrebbero dedicato quasi tutta la "chiacchierata" di ieri _ Donnini è stato sentito dalle 15 alle 18, sempre in qualità di testimone _ al grottesco ritrovamento di due bottiglie molotov. Ordigni che erano stati rinvenuti quel pomeriggio in coso Italia, ordigni che erano stati presi in consegna da uomini del Reparto mobile _ di cui era nel complesso responsabile Valerio Donini, ufficialmente _ e che sono sorprendentemente saltati fuori al termine dell'irruzione alla Diaz, attribuiti ai fantomatici Black Bloc per "giustificare" in qualche modo l'intervento notturno. Il superpoliziotto ha raccontato della gestione del suo reparto, di come e dove i suoi agenti dovevano custodire le armi _ molotov comprese _ sequestrate, delle istruzioni ricevute e trasmesse a Canterini la sera del 21 luglio. Su questo argomento Donnini era già stato interrogato dalla commissione parlamentare sul G8: "Per quanto riguarda la scuola Diaz _ aveva testimoniato _, mi trovavo a cena con il dottor Canterini ed altri comandanti di reparto e credo che la telefonata sia intervenuta intorno alle 2121,30, ma non posso essere preciso. Mi ha telefonato il questore Colucci. Le sue parole sono state le seguenti: 'Guarda, c'è un'operazione urgente da fare, mi servono 100120 uomini'. (...) Lo ripeto, se l'intervento del VII Nucleo da una parte fu casuale, forse dovuto alla circostanza che il dottor Canterini era nelle mie vicinanze, d'altra, se avessi potuto scegliere il reparto da mandare, io avrei scelto senz'altro il VII Nucleo, per le seguenti ragioni. In primo luogo, perché mi dava maggiori garanzie: era il più preparato; invero, aveva fatto addestramento più degli altri. In secondo luogo, perché era uno dei pochissimi reparti che, pur essendo stato comandato di servizio, come tutti gli altri dalle 8 di mattina, non avevaavuto scontri durante la giornata, evenienze invece fronteggiate dagli altri". L'interrogatorio di ieri è stato secretato, così come quelli di altri due testimoni ascoltati per circa un'ora in mattinata: si tratta di un funzionario e di un agente della squadra mobile di Padova, poliziotti che erano stati filmati mentre dalla scuola Diaz portavano fuori le due bottiglie molotov. Chi aveva consegnato loro le bottiglie incendiarie? Nessun commento, almeno per il momento, dalla Procura.6 luglio 2002 - G8: MOLOTOV; NUOVO INTERROGATORIO PER DI BERNARDINI
ANSA:
E' stato interrogato oggi in Procura a Genova il vicequestore romano Massimiliano Di Bernardini, il funzionario di polizia che il 17 giugno scorso, riferi' ai magistrati di aver visto il vice questore aggiunto del Reparto Mobile della polizia di Roma Pietro Troiani (ora indagato) con due bottiglie molotov in mano mentre si trovava all' interno della scuola Diaz. Di Bernardini e' indagato, come altri funzionari di polizia, per concorso in lesioni, falso e calunnia. Assistito dall' avvocato Massimo Lauro del foro di Roma, e' stato ascoltato per circa due ore e mezza dai pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona. Secondo quanto si e' appreso Di Bernardini, che era gia' stato sentito nel dicembre e nel giugno scorsi, avrebbe fornito chiarimenti, in particolare sull' episodio delle due bottiglie incendiarie che, secondo gli inquirenti, sarebbero state utilizzate come false prove per sostenere l' arresto dei 93 no-global trovati nella scuola Diaz durante l' irruzione della polizia. Il nuovo interrogatorio, evidentemente, si e' reso necessario alla luce di quanto dichiarato da Troiani che lunedi' scorso era stato sentito come persona informata dei fatti ed ora ha assunto la veste di indagato. Ieri, infatti, ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso in calunnia e, assistito dall' avv. Alfredo Biondi, presto sara' nuovamente interrogato dai magistrati.8 luglio 2002 - G8: CD DI CANZONI PER CARLO GIULIANI
ANSA:
"Ma pensa te!" avrebbe detto Carlo Giuliani (parola di mamma) se ieri sera avesse potuto assistere alla festa di presentazione del cd 'Piazza Carlo Giuliani ragazzo". 17 artisti e gruppi musicali italiani hanno donato i loro brani inediti e non per questo cd, il cui ricavato andra' al fondo in memoria di Carlo per attivita' di solidarieta'. Una vera e propria festa perche' - come ha ricordato piu' volta la mamma, Heidi Giuliani - "bisogna ricordare Carlo brindando. Io non sono credente - ha proseguito - e tutto questo non lo sto facendo per Carlo ma sto girando tutta l'Italia per i nostri splendidi ragazzi". Alla festa, organizzata a Roma presso il ristorante Otello della Concordia di proprieta' di uno dei musicisti, hanno partecipato alcuni degli artisti che hanno regalato le loro canzoni (il padrone di casa Andrea Sisti, Vito Rorro, i Keviar di Milano, i Meganoidi di Genova), alcuni registi (fra cui Marco Giusti e Citto Maselli) e la famiglia di Carlo, oltre alla mamma, lo zio Roberto (che ha curato la realizzazione del cd), la sorella Elena e il papa'. Unica voce politica ad intervenire Paolo Cento dei Verdi, che ha detto: "ci sembra un modo intelligente per ricordare la figura di Carlo a distanza di un anno dalla sua scomparsa. Dopo le dimissioni di Scajola non ci accontentiamo, vogliamo che emerga la verita'". "L'idea del cd - ha raccontato Heidi Giuliani - mi e' venuta pochissimi giorni dopo la morte di Carlo. Due ragazzi di New York mi hanno mandato una canzone, si intitolava 'W Carlo!'. sono rimasta in contatto via e-mail con questi ragazzi anche dopo l'11 settembre, quando ho scritto loro per esprimere la mia solidarieta' contro ogni tipo di violenza. Purtroppo poi ho perso i contatti e nonostante loro mi avessero regalato la canzone non abbiamo potuto inserirla nel disco perche' occorreva la loro liberatoria". Fra i brani scritti appositamente spiccano la canzone di Marco Chiavistrelli 'E io sono qui' tratta da una lettera di un carabiniere a 'Liberazione', la canzone interpretata dai Keviar "Dove vai ragazzo' scritta dallo zio, il cui ritornello e' tratto da una poesia di Carlo e il brano, poco piu' di due frasi, scritte da due amici di Carlo, Pierugo e Marika che avevano cantato anche al funerale. Tra i gruppi invece che hanno regalato una loro canzone ci sono i 99 Posse che hanno dedicato a Carlo il brano 'Odio/Rappresaglia', composto per l'uccisione dei giudici Falcone e Borsellino, e riproposto durante un concerto a Savona il 26 luglio scorso. I Modena City Ramblers hanno donato la loro 'La legge giusta', la Banda Bassotti 'L'altra faccia dell'impero', Daniele Sepe 'Luchin', gli Africa Unite 'Salmodia', i Meganoidi 'New Enemy', i Subsonica 'Sole slienzioso', i Mau Mau 'Micasa tucasa'. "Si e' trattato di un percorso inverso rispetto a quello che solitamente precede la realizzazione di un cd - ha spiegato lo zio, Roberto Giuliani - le canzoni sono arrivate spontaneamente e poi ci siamo preoccupati di come si potesse realizzare un cd". Il ricavato del cd, che verra' venduto nei negozi ma anche attraverso una rete di distribuzione alternativa, andra' interamente devoluto al fondo in memoria di Carlo Giuliani che da luglio ad oggi ha gia' realizzato l'adozione a distanza di tre bambini, un contributo al finanziamento di una scuola nel Saharawi, un contributo ad Emergency per la popolazione afghana e l'apertura a Gerusalemme Est di un centro destinato ai ragazzi palestinesi mutilati di guerra.9 luglio 2002 - G8: DIAZ; CINQUE ORE DI INTERROGATORIO PER TROIANI
ANSA:
Si e' concluso in serata, dopo oltre cinque ore, l' interrogatorio di Pietro Troiani, vice questore aggiunto del Reparto mobile della polizia di Roma, indagato di concorso in calunnia, ascoltato fino alle 20 dai pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona. Anche il secondo interrogatorio del commissario, gia' sentito come teste il primo luglio scorso, e' stato secretato. Al termine l' avv. difensore Alfredo Biondi, ha commentato: "il commissario ha reso ampie dichiarazioni precisando le modalita' del suo comportamento, sostenendo l' estraneita' all' imputazione che gli e' stata mossa". L' avv. Biondi ha poi aggiunto che "Troiani ha fornito tutte le spiegazioni richieste". "Abbiamo preferito - ha sottolineato l' avvocato - assumere un atteggiamento collaborativo perche' il dottor Troiani e' un funzionario pubblico e se ne ricorda anche quando e' indagato". Circa l' accusa mossa dalla procura, Biondi ha detto che "si tratta di una ipotesi criminosa lontana mille miglia dal comportamento tenuto dal dottor Troiani". L' atteggiamento "collaborativo" del vice questore aggiunto potrebbe aver chiarito i vari passaggi delle due bottiglie molotov che, secondo gli inquirenti, sarebbero state utilizzate come false prove dalla polizia per sostenere l' arresto dei 93 no-global trovati nella scuola Diaz, durante l' irruzione del 21 luglio scorso, nei giorni del G8. Il nome di Troiani era stato fatto dal commissario romano Massimiliano Di Bernardini il 17 giugno scorso durante l' interrogatorio sull' episodio delle molotov, sequestrate in un' aiuola in corso Italia e poi "ricomparse" nella scuola Diaz.9 luglio 2002 - G8: LIBRO BIANCO DEL GSF UN ANNO DOPO
ANSA:
A un anno di distanza dal G8 di Genova esce un Libro Bianco su quei fatti, e un cd rom in edicola da venerdi' prossimo: 228 pagine a colori, con oltre 500 fotografie, e centinaia di testimonianze, articoli, didascalie, tutte dedicate a quella settimana che doveva essere di incontri e che fu di scontri. L' iniziativa, presentata come "un lavoro di memoria, di paziente ricostruzione dei fatti, a opera di chi a Genova c'era", e' del Genoa Social Forum, e con esso hanno collaborato per la diffusione in edicola gli editori dei giornali l'Unita', Liberazione, Manifesto e Carta. "Con questo Libro Bianco - si legge nell'introduzione - il Genoa Social Forum ricostruisce la sua storia, i passaggi istituzionali e gli aspetti organizzativi, descrive il clima di tensione che precedette le manifestazioni di Genova e analizza i giorni della contestazione. Con questo Libro Bianco il Gsf chiede chiarezza al governo e alle forze dell' ordine su fatti e provvedimenti che giudica gravi e ingiustificati: la sospensione del diritto di difesa, le violenze ingiustificate, le espulsioni anomale di cittadini stranieri, i verbali fotocopia, l'impiego di corpi speciali anticrimine e degli infiltrati, la gestione della piazza...". Le 500 pagine ripercorrono giorno dopo giorno la settimana che va dal 16 al 22 luglio 2001: i giorni precedenti il vertice, l'apertura del G8 con l'arrivo dei primi capi dei Stato e di Governo, le prime manifestazioni, i primi scontri, culminati venerdi' 20 luglio, con la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. La successione fotografica sugli scontri di piazza Alimonda e' dettagliatissima: in particolare viene inconfutabilmente ripreso il momento in cui la camionetta dei carabinieri passa sopra al corpo di Carlo Giuliani, mentre meno chiara e' la sequenza degli scontri immediatamente precedenti il colpo di pistola che uccise il manifestante. Documentata con dovizia di fotografie e di testimonianze anche la notte tra sabato 21 e domenica 22 luglio, quella del 'blitz' alla scuola Diaz, definita nel Libro Bianco "La notte della mattanza", cosi' come altri due capitoli del Libro sono dedicati rispettivamente a "Il Lager di Bolzaneto e altri luoghi di tortura", e "Genova vista dai media'. Il Libro riporta numerosi editoriali di diversi quotidiani, e stralci di articoli usciti in quei giorni. Infine un capitolo e' dedicato alle inchieste giudiziarie seguite ai giorni di Genova. Il Libro Bianco sara' ufficialmente presentato venerdi' prossimo in una conferenza stampa a Palazzo Ducale a Genova.10 luglio 2002 - G8: AVVISI DI GARANZIA A DUE GIORNALISTI 'REPUBBLICA'
"Liberazione"
Ancora una volta giornalisti "criminalizzati per aver fatto ... Ancora una volta giornalisti "criminalizzati per aver fatto il proprio dovere": accade a Genova, città dalla quale sono partiti gli avvisi di garanzia destinati a Massimo Calandri e Carlo Bonini, entrambi de La Repubblica, indagati per "pubblicazione di notizie coperte da segreto istruttorio". I due sono gli autori dell'articolo che, venerdì scorso, aveva rivelato l'iscrizione nel registro degli indagati del vice questore aggiunto romano Pietro Troiani. Quest'ultimo sarebbe stato riconosciuto da un collega come l'uomo che portò due molotov alla scuola Diaz così da giustificare la violentissima operazione di polizia della notte del 21 luglio 2001 nella scuola assegnata al Gsf. Immediata reazione dell'Associazione e dell'Ordine dei giornalisti liguri che sottolineano come la notizia fosse ormai di dominio pubblico e "che nulla aveva a che fare con fonti interne a Palazzo di Giustizia". Preoccupato il segretario generale della Fnsi, Serventi Longhi: "Ancora una volta si viene indagati per violazione del segreto istruttorio per aver diffuso notizie corrette e verificate. Le inchieste sul G8 e sui fatti di Napoli, interessano milioni di italiani perché è in gioco la credibilità delle istituzioni".
Proprio a Napoli, intanto, la magistratura ha chiesto la proproga di sei mesi per le indagini sulle presunte violenze di 58 poliziotti a danno di manifestanti fermati, nella manifestazione contro il Global forum del 17 marzo 2001, e portati nella caserma Raniero della ps. I reati ipotizzati sono quelli di abuso di ufficio, violenza privata, lesione personale e sequestro di persona e le indagini suppletive riguarderanno ancora gli otto funzionari finiti agli arresti domiciliari, per evitare la reiterazione dei reati e l'inquinamento delle prove, e successivamente rimessi in libertà dal tribunale del riesame. Nonostante le pressioni politiche fortissime, sembra impossibile, per ora, chiudere o ridurre l'inchiesta sulle torture alla Raniero a pochi indagati sebbene ieri uno dei legali dei poliziotti (è l'avvocato Rastrelli, ex parà e figlio dell'ex governatore di An della Campania) si sia affrettato a vaticinare "un drastico ridimensionamento della vicenda". Non ci sarebbe riduzione del numero degli indagati da 100 a 58 poiché restano iscritti al registro tutti gli agenti in servizio nella caserma Raniero quel giorno. Toni più allarmati nella sede dell'Uilps, sigla sindacale di ps, dove si parla di "dimensione preoccupante per l'immagine della polizia".12 luglio 2002 - G8: "L'ESPRESSO" SU 'LE BUGIE DI GENOVA'
"L' Espresso"
G8 un anno dopo
Le bugie di Genova
Molotov sequestrate in strada durante gli scontri del mattino e riapparse alla Diaz di notte. Ordini dati e poi negati. Perizie che escludono ferite su agenti... I risultati di un anno di inchieste
di Roberto Di Caro
Il senso dell'inchiesta della magistratura genovese sui fatti del G8, e le sue disastrose conseguenze sulle istituzioni, stanno in una vecchia striscia dei Peanuts di Charles Schultz. Lucy: "Guarda, una rara farfalla europea, ha traversato l'oceano per venire da noi!" Linus: "È una patatina, non una farfalla". Lucy: "Oh! Chissà come avrà fatto a volare sull'oceano!".
Ecco. Le chips non volano: che Lucy pretenda di tenere in piedi il suo ragionamento è un nonsense, per questo ci fa ridere. Ma non volano neppure le bottiglie molotov sequestrate alle 16.30 in un'aiuola in corso Italia dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione e da lui consegnate a un camion del primo reparto mobile, poi risequestrate a mezzanotte alla scuola Diaz durante l'irruzione della polizia: al primo piano da uomini del primo reparto stando a un rapporto, al pianterreno da uomini della Digos e dello Sco secondo un altro. Né i picconi si aprono da soli le porte dello sgabuzzino dove stanno riposti per lavori di ristrutturazione, per la gioia di essere trovati da uno zelante agente tra una manganellata e l'altra. Né si lanciano da soli contro le quattro volanti, dalle finestre della scuola quartier generale del Genoa social forum, i sassi che nessuno ha visto ma di cui sta scritto nel rapporto firmato da Massimiliano Di Bernardini del Nucleo antisommossa e steso, racconterà poi, per sentito dire ("un agente deve avermi raccontato che volava di tutto": sassi che insieme alle molotov servirono a giustificare l'irruzione alla Diaz).
E se sassi, picconi e molotov non volano più delle chips del fumetto, allora salta l'intera ricostruzione fornita, già nella prima conferenza stampa la sera stessa davanti alla Diaz mentre ancora portavano via i feriti, da Roberto Sgalla, portavoce del capo della Polizia, e ribadita la mattina di domenica in Questura, presente l'allora questore Francesco Colucci.
A un anno di distanza, dimostrata falsa la prima versione, la Polizia si ritrova senza una nuova spiegazione dei fatti. Cerca i burloni che chissà perché hanno sistemato molotov e picconi dove faceva comodo che fossero e riferito all'estensore dei rapporti di quei sassi così utili e così evanescenti. Ma questa logica se la può permettere la ricciuta bambina dei Peanuts. Non la Polizia italiana. Non i suoi vertici, presenti quasi al completo alla Diaz la sera del 21 luglio 2001 e per questo inquisiti per falso e calunnia: perché se le motivazioni fornite sono false, allora non c'era motivo per fare quell'irruzione. O, peggio, lo scopo c'era ma non era quello dichiarato.
Andiamo avanti. Dalla Diaz vennero portate fuori e poi arrestate 93 persone, 62 delle quali ferite, con costole rotte, una milza spappolata, svariati traumi cranici. Perquisizione immotivata ma arresti motivati? "In questa situazione, sicuramente aggravata dalle condizioni sanitarie di diversi giovani, è maturata la determinazione di effettuare l'arresto di tutti gli occupanti dell'immobile, contestando loro i delitti di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio, lesioni, violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, senza disporre, per ognuno di loro, di elementi che consentissero di ascrivere con una certa sicurezza specifiche responsabilità personali". Capito? Senza disporre di elementi eccetera. Arresti di massa. Arresti non giustificati. E chi lo scrive? Un legale del Social forum, una fanzine no global, un magistrato toga rossa? Sbagliato. Sotto la dicitura "Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza", il passaggio sta nel Rapporto Micalizio, ispettore degli Interni incaricato dal capo della Polizia Gianni De Gennaro. Stesse conclusioni del resto ha tratto il Gip, che dei 93 arresti compiuti quella sera alla Diaz ne ha confermato uno solo.
"Come volano le molotov": è il capitolo che stanno scrivendo i magistrati, a partire dall'interrogatorio di Pietro Troiani, vice questore aggiunto del Reparto Mobile della Polizia di Roma, che Di Bernardini vide alla Diaz, in mano le due molotov in bottiglie di rosso Merlot e Colli piacentini. Deposizione segretata: perché quelle bottiglie passano probabilmente nei locali della Questura, certo in mani pesanti, non solo in quelle dell'ultimo agente. E quel filo, snocciolato un granello alla volta come il rosario, porta a chi diede l'ordine di organizzare la messinscena. Particolare inquietante: quando la magistratura ha chiesto alla Polizia l'elenco del personale che entrò quella sera alla Diaz è arrivata una lista di 292 nomi, compresi quelli che stavano nei paraggi , ma il nome di Troiani non c'era.
Il capitolo precedente s'intitola gogolianamente "il giubbotto" e vi si narra come i due tagli sul giubbotto antiproiettile dell'agente Massimo Nocera, sedicente accoltellato appena entrato alla Diaz da un non identificato no global, risultino ai Ris dei Carabinieri incompatibili tra loro e con la testimonianza di Nocera.
Tutto da scrivere è l'epilogo. Là dove si dovrebbe sciogliere l'enigma del chi ha deciso il blitz - e perché - visto che le motivazioni finora addotte non reggono. Curiosi appaiono infatti i rapporti gerarchici nella nostra Polizia, a dar retta alle precedenti testimonianze. Racconta il prefetto Arnaldo La Barbera che poco prima del blitz, in auto con il primo dirigente Vincenzo Canterini, gli dice "passiamo mano, non è cosa". Ma Canterini insiste, "no, facciamolo lo stesso": sicché si fa. Solo che La Barbera era all'epoca il direttore dell'Ucigos, Canterini il capo del primo reparto mobile di Roma: in quale esercito gli ufficiali decidono le strategie e i generali si adeguano di malavoglia? Canterini, per parte sua, ha smentito.
Da fine maggio la Polizia collabora con i magistrati, con una task force d'indagine voluta da De Gennaro e guidata da Claudio Sanfilippo, già capo della Catturandi a Palermo e ora della Mobile a Genova. Con tutte le difficoltà di indagare in una struttura gerarchica in cui sotto inchiesta sono proprio i suoi vertici. Negli alti gradi, del resto, è un fuggi fuggi generale: ora sembra stessero tutti lì come osservatori di passaggio. Franco Gratteri, capo dello Sco, Servizio centrale operativo, interrogatorio di 11 ore, segretato. Il suo vice Gilberto Caldarozzi. Il vice di La Barbera, Gianni Luperi. Il citato Di Bernardini. Spartaco Mortola, capo della Digos di Genova. Lorenzo Murgolo, all'epoca questore vicario di Bologna dove ora è a capo della Digos. L'allora questore Francesco Colucci. Alle 10.30 sono tutti in Questura alla riunione dove si decide il blitz: solo il prefetto Ansoino Andreassi se ne va, in disaccordo, come testimonierà alla commissione parlamentare d'inchiesta. C'è invece La Barbera, che quel sabato arriva da Roma per compiti tecnici secondo lui; o, secondo quella che è ormai una precisa ipotesi processuale, perché porta l'ordine di intervenire duro contro quel Social forum che Berlusconi il giorno dopo dirà non essere diverso dai black bloc. A Genova c'è già il vicepremier Gianfranco Fini, poi arriva anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli.
La catena di comando, questo è il punto. Gli ordini primi. Lo scopo vero dell'operazione. Se si chiarisce questo, anche gli altri fatti tragici di quei giorni assumono un preciso significato. La caserma di Bolzaneto, le vessazioni fisiche e psicologiche inflitte agli arrestati, per cui sono indagati il vicecapo genovese della Digos Alessandro Perugini, un medico, alcuni poliziotti, carabinieri, finanzieri e Gom, polizia penitenziaria. Gli scontri di piazza in via Gastaldi e in piazza Manin, per i quali sono stati identificati e indagati alcuni genovesi che facevano da guida ai 5-600 black bloc: ma la domanda è perché le forze dell'ordine i black bloc non li fermano, come in cima alla ripida scalinata di fronte al carcere di Marassi. Dove, racconta Giuliano Giuliani, padre di Carlo, "bastavano due agenti panciuti per farli rotolare giù, e invece la polizia si scosta, i black bloc salgono, devastano, incendiano, rovesciano i banchetti e picchiano i pacifisti di Rete Lilliput". Altri filmati mostrano un fitto parlottare tra black bloc e alcuni uomini dello Stato.
In questo contesto, anche la morte di Carlo Giuliani, venerdì 20 alle 17.27 in piazza Alimonda, diventa altra cosa da ciò che finirà nelle conclusioni delle indagini, con l'annunciata archiviazione delle accuse per il carabiniere Mario Placanica, il militare di leva che ha sparato. Forse il proiettile è stato deviato da un sasso che volava in aria in quell'istante: lo sostengono alcuni dei periti e in Procura sembrano crederci. Ma a scorrere i filmati degli scontri c'è da stupirsi che i morti non siano stati tre, cinque, dieci. Di certo ci fu una gestione disastrosa della piazza. Per incompetenza o per scelta politica?13 luglio 2002 - G8: PIAZZA ALIMONDA, IDENTIFICATO DAL ROS QUARTO INDAGATO
ANSA:
E' un giovane romano il quarto indagato per l' assalto alla camionetta dei carabinieri in piazza Alimonda durante il quale mori' il 20 luglio scorso il giovane no global Carlo Giuliani, colpito da un colpo di pistola sparato dal carabiniere di leva Mario Placanica. Il nuovo indagato, come anticipato oggi dal quotidiano "Il Secolo XIX", e' stato individuato dai carabinieri del Ros che hanno trasmesso in questi giorni un rapporto in procura al pm Silvio Franz che conduce l' inchiesta. Il giovane, di cui non si conosce ancora il nome, sarebbe vicino ai gruppi antagonisti, e quel giorno si trovava vicino alla camionetta bloccata dai manifestanti. Avrebbe inoltre partecipato ai disordini culminati con la morte di Giuliani. Gli altri presunti assalitori dei tre carabinieri, che si trovavano all' interno del Defender, sono Massimiliano Monai ed Eurialo Predonzani, entrambi genovesi, e Luca F., giovane barista di Pavia. Sempre nell' ambito di questa inchiesta, mercoledi' scadra' il termine per il deposito delle consulenze sulla ricostruzione virtuale dell' episodio della morte di Carlo Giuliani. I periti del pm molto probabilmente chiederanno un ulteriore rinvio per esaminare a fondo tutti i filmati in loro possesso, dopo la scoperta che a deviare la traiettoria della pallottola del carabiniere sarebbe stato un pezzo di calcinaccio che, al momento dello sparo, stava volando sopra il tetto della camionetta.14 luglio 2002 - G8: AGENTI INFILTRATI TRA I BLACK BLOC PER PADRE GIULIANI
ANSA:
"Tra i black bloc erano infiltrati agenti delle Forze dello Stato". E' stato Giuliano Giuliani, padre del giovane morto durante il G8 di Genova, a lanciare oggi l' accusa di connivenza tra manifestanti violenti e forze dell'ordine. "A Genova - ha aggiunto - i protagonisti delle peggiori nefandezze sono stati i carabinieri". Giuliani e' intervenuto oggi all' incontro "Noi della Diaz", a cui hanno preso parte, insieme ad una decina di giovani che il 21 luglio scorso si trovavano all' interno della scuola Diaz durante il blitz delle forze dell' ordine, anche due poliziotti dei sindacati Silp e Siulp. "Bisogna sciogliere questo nodo dei black bloc, - ha proseguito -, all' interno dei quali, oltre a teppisti autentici, c' erano anche rappresentanti delle Forze dello Stato, motivo per cui gli e' stato concesso di distruggere la citta' senza essere ne' fermati, ne' identificati". La tesi di Giuliani e' stata abbracciata anche dal portavoce del Social Forum, Vittorio Agnoletto, il quale nel suo intervento ha aggiunto che "durante il blitz i militari cercavano proprio le videocassette in cui dimostravamo tali connivenze".15 luglio 2002 - G8: ACCUSE A GIORNALISTI; PROCURA CHIEDE ARCHIVIAZIONE
ANSA:
La Procura ha chiesto al Gip l' archiviazione dell' inchiesta aperta dopo il deposito di un dossier, da parte della questura, che ipotizzava la pubblicazione, durante il G8, di notizie false e tendenziose che potevano turbare l' ordine pubblico. La richiesta e' stata firmata dal procuratore Francesco Meloni, come ultimo atto del suo incarico, prima di andare in pensione. A dare notizia di questa richiesta assolutoria nei confronti dei giornalisti, sono stati questa mattina Attilio Lugli e Marcello Zinola, rispettivamente presidente dell' Ordine dei Giornalisti Liguri e segretario dell' Associazione dei Giornalisti e Edoardo Pusillo del Gruppo Cronisti, nel corso di una conferenza stampa. Sia Lugli che Zinola hanno sottolineato che il procuratore Francesco Meloni ha ritenuto infondate le gravi accuse ipotizzate nel dossier della questura contro i giornalisti. "Mi auguro comunque - ha spiegato Zinola - che possa riprendere con la questura un nuovo confronto, un nuovo e leale confronto, in questi mesi rimasto 'congelato' a causa delle accuse ipotizzate nel dossier". Pusillo ha invece sottolineato che i giornalisti durante il G8 hanno scritto con il loro faticoso lavoro una pagina di storia, pur tra le mille difficolta' di chi racconta vicende drammatiche in diretta.16 luglio 2002 - G8: BOLZANETO; PROCURA APRE NUOVO FASCICOLO SU SANITARI
ANSA:
La procura ha aperto un nuovo fascicolo (per ora senza ipotesi di reato) sui sanitari, medici e infermieri (una decina), che erano in servizio durante i giorni del G8 nella caserma di Bolzaneto, dopo aver raccolto le testimonianze di presunti abusi e molestie da parte di una trentina di giovani no-global, la maggior parte ragazze. Si tratta di quattro medici, di cui 2 donne e di 6 infermieri (tre uomini e tre donne). I pm, per far luce sugli episodi denunciati, hanno acquisito le fotografie di tutto il personale sanitario per sottoporle alle persone offese in una nuova tornata di interrogatori. Finora l' unico sanitario indagato per le presunte violenze a Bolzaneto e' il medico genovese Giacomo Toccafondi, interrogato in procura l' 11 settembre scorso, il giorno dell' attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York. A breve dovrebbe venire identificata anche la donna in camice bianco, una dottoressa o una infermiera, che - come hanno rivelato oggi "Repubblica" e il "Corriere Mercantile" - un giovane no-global ha accusato di una pesante avance, a cui erano seguiti insulti da parte di altri tre sanitari. Il ragazzo ha raccontato infatti ai pm che la donna gli disse di spogliarsi e che lo fece rimanere a lungo nudo davanti a lei. Poi, rivolgendosi ad un collega, avrebbe detto: "Quasi quasi questo comunista me lo farei". E lui di rimando:"Guarda che i comunisti sono tutti froci". Un infermiere che assisteva alla scena li interruppe, dicendo "Se non sono froci, come minimo hanno la sifilide". A Bolzaneto comunque, secondo i pm, il clima era molto pesante, proprio "da caserma": vessazioni costanti, percosse, insulti. Un pm ha commentato "Bolzaneto non e' stata come la caserma Raniero di Napoli, pero' ci sono state visite mediche, soprattutto a ragazze, con modalita' tali da offendere la dignita' delle persone. La normalita' invece e' stata quella di tenere a lungo i manifestanti nudi, in piedi, anche in presenza dell' altro sesso". Nell' ambito dell' inchiesta di Bolzaneto, a carico dei rappresentanti delle forze dell' ordine, gli indagati sono per ora una decina, con l' ipotesi di accusa di non aver impedito, pur avendone la percezione, la violenza nei confronti degli arrestati. Tra questi l' ex vice dirigente della Digos genovese, Alessandro Perugini, il vicequestore Anna Poggi di Torino, due capitani della polizia penitenziaria, due ufficiali dei carabinieri del Battaglione Sardegna e un ispettore di polizia.17 luglio 2002 - G8 UN ANNO DOPO: LE 5 INCHIESTE-CARDINE DELLA PROCURA
ANSA:
Sono cinque le inchieste-cardine, suddivise a loro volta in numerosi fascicoli, aperte dalla procura di Genova per i fatti del G8. In tutto nei vari procedimenti gli indagati sono circa 600, di cui oltre un centinaio appartenenti alle forze dell' ordine, sia per le irruzioni della polizia nelle scuole Diaz e Pascoli, del 21 luglio scorso, sia per le violenze avvenute in piazza e nella caserma di Bolzaneto. Solo nella caserma di Bolzaneto furono portati 360 manifestanti arrestati, tra cui alcuni dei 93 arrestati durante il bliz della polizia nella scuola Diaz.
- MORTE GIULIANI: Le indagini piu' complesse sono quelle su piazza Alimonda, dove, il 20 luglio, il giovane Carlo Giuliani, fu ucciso da un colpo di pistola sparato dal carabiniere di leva Mario Placanica. L' inchiesta e' stata infatti suddivisa in due fascicoli. Da una parte c' e' l' istruttoria per la morte di Giuliani con l' accusa di omicidio volontario per il carabiniere, dall' altra quella per l' assalto al Defender dei militari con l' accusa di tentato omicidio a carico dei manifestanti. Indagati per ora sono quattro giovani no-global, tra cui due genovesi, Massimiliano Monai "l'uomo della trave" e Eurialo Predonzani. L' inchiesta per la morte di Giuliani, che sembrava avviarsi verso la conclusione, ha subito una battuta d' arresto dopo che i periti del pm Silvio Franz hanno presentato le loro conclusioni: che il giovane fu colpito da una pallottola di rimbalzo. Ma i periti di parte della famiglia contestano questa ricostruzione; i legali dei Giuliani sosengono con forza che il carabiniere sparo' ad altezza d' uomo e che Carlo era piu' distante dal Defender di quanto appare nelle ormai famose foto della Reuter "schiacciate" dal teleobiettivo.
- BLACK BLOC: E' questo il fascicolo piu' nutrito, con circa 460 indagati, che raccoglie sia le violenze di piazza da parte dei manifestanti, sia i sospetti black bloc. Di questi ne sarebbero stati gia' individuati 47, la maggior parte stranieri. Le ipotesi di reato vanno dal tentato omicidio, alle lesioni, danneggiamento e resistenza. Sono accusati di associazione per delinquere anche i 93 giovani arrestati, e subito rimessi in liberta' dal gip, nel blitz alla scuola Diaz. Sette invece sono gli indagati per l' assalto ad un blindato dei carabinieri in corso Torino. Secondo indiscrezioni sarebbero gia' stati individuati una quarantina di manifestanti violenti, che potrebbero venire anche arrestati. Questa ipotesi pero' e' stata smentita nei giorni scorsi dalla procura. I carabinieri del Ros nel frattempo hanno individuato altrettanti genovesi, che avrebbero fatto da "basisti" ai black bloc.
- SCUOLA DIAZ: Si tratta dell' inchiesta politicamente piu' delicata in quanto ha un' ottantina di poliziotti indagati, tra cui alti funzionari e dirigenti, come Arnaldo La Barbera e Francesco Gratteri, rispettivamente direttori dell' Ucigos e dello Sco, i loro vice Gianni Luperi e Gilberto Caldarozzi, il dirigente del Reparto Mobile di Roma Vincenzo Canterini, l' ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola, il commissario romano Massimiliano Di Bernardini. Raggiunti in un primo tempo da un avviso di garanzia per concorso in lesioni, ora sono indagati anche per falso e calunnia. La nuova ipotesi di reato e' stata formulata dopo che la Procura ha ritenuto falso l'accoltellamento da parte di un no-global denunciato dall' agente Massimo Nucera ed ha scoperto che le due bottiglie molotov trovate nella scuola, in realta' erano state trovate altrove e portate nella scuola per giustificare l' arresto dei no-global. In questi giorni dalla procura sono partiti altri avvisi di garanzia per la nuova tornata di interrogatori. Nell' ambito di questa inchiesta e' confluita anche l' irruzione nella scuola Pascoli, che ospitava il centro stampa del Genoa Social Forum, dove furono rotti alcuni computer e sequestrate delle cassette. Sono tre per ora i poliziotti indagati.
- CASERMA BOLZANETO: Anche questa inchiesta e' stata divisa in due tronconi: uno a carico dei rappresentanti delle forze dell' ordine e un' altra nei confronti dei sanitari che si sono avvicendati nella struttura. Gli indagati delle forze dell' ordine sono per ora una decina, con l' ipotesi di accusa di non aver impedito la violenza nei confronti degli arrestati, alcuni dei quali anche feriti. La procura, proprio in questi giorni, ha aperto un nuovo fascicolo sui dieci sanitari, medici e infermieri, in servizio nella caserma. Le accuse nei loro confronti sono state fatte da una trentina di giovani no-global, la maggior parte ragazze.
- VIOLENZE IN STRADA: Anche questa inchiesta e' stata divisa in due filoni, uno a carico dei manifestanti, l' altra nei confronti delle forze dell' ordine. Venti di questi sono indagati per episodi avvenuti durante i cortei. Tra di loro c' e' anche Alessandro Perugini, vicedirigente della Digos genovese, accusato di aver colpito un giovane a terra con un calcio in faccia. I manifestanti piu' violenti, gia' identificati, sono confluiti nel fascicolo dei Black-bloc. Sono stati gia' fissati alcuni processi a carico di no-global arrestati per i disordini di piazza, ma a causa di vizi procedurali alcuni di questi fascicoli sono stati rinviati alla procura perche' formulasse nuove richieste, altri invece, dopo un' udienza filtro, sono stati rinviati. Il primo processo per i fatti del G8 si e' tenuto il 24 maggio nei confronti di Valerie Vie, la donna francese che tento' di oltrepassare la "zona rossa".CARLO GIULIANI: UN ANNO DI CINEMA, TEATRO, CANZONI, TV
ANSA:
A un anno di distanza dai fatti di Genova, sono diverse le iniziative, tra spettacoli teatrali, proiezioni di film e concerti, per ricordare Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso durante gli scontri di piazza il 20 luglio 2001. Ma la volonta' di esponenti del mondo del cinema, della musica e del teatro, di sottrarre all'oblio il ricordo di quei giorni tragici, ha gia' ispirato numerose iniziative.
"Un altro mondo e' possibile". Nata dal desiderio di "fotografare" la protesta del movimento, si e' trasformata, dopo i tragici fatti di piazza Alimonda, nel tentativo di riportare alla luce quanto di positivo e politicamente vitale vi era stato nelle manifestazioni di Genova. Il documentario, opera collettiva di 33 cineasti coordinati da Francesco Maselli e' stato presentato il 2 settembre 2001 alla Mostra del cinema di Venezia. I 60 minuti di pellicola sono il risultato della selezione di ben 290 ore di girato. Sole immagini, niente commento, per una precisa scelta degli autori.
"Carlo Giuliani ragazzo". Lavoro di Francesca Comencini, presentato al Festival di Cannes, in cui la regista ricostruisce la figura del giovane attraverso la testimonianza della madre. Le immagini degli scontri di Genova si alternano alle parole di Heidi, la madre di Carlo, che ricostruisce l'ultima giornata del figlio. Il film vuole raccontare il dolore di una madre e al tempo stesso dare un messaggio politico: il diritto al dissenso come cuore della democrazia. "Un diritto - afferma la regista - che noi diamo per scontato, ma che si acquista in tanti anni di storia e di educazione civica". Il film sara' trasmesso stasera in Francia e Germania per la prima volta, alle 20,45 sull' emittente pubblica franco-tedesca 'Arte'.
"Bella ciao". Presentato anch'esso a Cannes, il documentario e' realizzato da Carlo Freccero e Marco Giusti, assieme all'operatore Roberto Torelli: un montaggio di immagini girate da una troupe Rai, mai mandate in onda all'epoca dei fatti, con l'aggiunta di altri materiali provenienti da riprese amatoriali e di tv private liguri. Il filmato e' tuttora al centro di una polemica politica perche' la Rai, in virtu' di "vincoli" per la sua utilizzazione lo ha negato sia al comune di Genova che a quello di Roma che lo avevano chiesto per proiettarlo.
"Piazza Carlo Giuliani ragazzo". E' il cd che nasce dall'incontro tra diversi autori, cantanti e gruppi musicali. Raccoglie brani inediti e non dei Subsonica, Modena City Ramblers, 99 Posse, Daniele Sepe, Banda Bassotti, Mau Mau e tanti altri. Il ricavato delle vendite andra' al "Comitato Piazza Carlo Giuliani".
"Carlo Giuliani". E' la canzone di Giampiero Alloisio nata da un incontro del cantante con i genitori di Carlo, presentata a Pianoro (Bologna) il tre luglio.
"Requiem per un ragazzo". La vicenda di Carlo Giuliani approda anche a teatro, con "Requiem per un ragazzo", presentato a gennaio, a Genova, dal Collettivo di ricerca teatrale di Vittorio Veneto. Lo spettacolo, realizzato con le testimonianze offerte dai genitori di Carlo e da sua sorella Elena, e' un collage di ricordi e documenti, come la poesia scritta per la madre il giorno del suo compleanno.
"Colpi di rimbalzo. Teatri in azione a un anno da Genova" E' l'evento in scena in questi giorni a Roma, al Teatro Vascello, con la partecipazione dei numerosi gruppi e artisti romani riuniti nella rete Sabir - I teatri di Babele. Saranno di scena rappresentazioni di teatro, danza, performance di poesia e musica.
"Genova senza risposte". E' il film realizzato da Federico Micali, Teresa Paoli e Stefano Lorenzi che sara' presentato a Roma, al cinema Quattro fontane, lunedi' 22 luglio. Al film documentario e' stato aggiunto un aggiornamento di 18 minuti, "naturale corollario - secondo gli autori - del film, a un anno dal G8". Un approfondimento dedicato al dopo-Genova, quello "della nebbia dei gas cs, delle perizie e dei processi in corso".
"Concrete autogestioni". E' il Festival di musica, cinema e dibattiti che si aprira' domani al centro sociale milanese Leoncavallo, in scena fino al 21 luglio. Si va dalle esibizioni di Michael Franti & Sperhead, Chumbawamba, La Crus, alle proiezioni di video e film con la collaborazione di Massa Zero e SubMovie. E ancora i dibattiti, come quello sulla soppressione del tribunale dei minori, sulla questione palestinese, sulla situazione in Irlanda, e la proiezione di film come "Bloody Sunday", "Paz!", "Amores perros" e "Carlo Giuliani ragazzo".19 luglio 2002 - G8: FOTO DI GRUPPO CON BLACK BLOC
"Diario"
Foto di gruppo con black bloc
Anarchici duri, fascisti no global, gente che passava di lì, ma non per caso. Cosa resta dei "neri" che infiammarono il G8 di Genova
di Mario Portanova
MILANO.
Se dopo un anno dal G8 di Genova provassimo a scattare una foto di gruppo del black bloc, verrebbe fuori grosso modo così: in primo piano, nitido, un nucleo di stranieri detentori del "marchio"; accanto a loro, un folto gruppo di anarchici e autonomi italiani che più o meno spontaneamente si sono aggregati; dietro di loro, appena un po' sfuocati, militanti dell'estrema destra rivoluzionaria e dell'independentismo altrettanto sinceramente no global; sullo sfondo, molto sgranati, altri estremisti di destra piombati a Genova per fomentare gli scontri e screditare il movimento; infine, ma sono poco più che vaghe macchioline grigie, uomini legati agli apparati di sicurezza. Insomma, a Genova i black bloc, efficacissimo innesco degli scontri di piazza più duri, erano un po' troppi. Troppi, e troppo attivi, rispetto a quello che si era visto nelle grandi manifestazioni antiglobalizzazione precedenti. Troppi, soprattutto, rispetto a quelle successive, dal World Economic Forum del febbraio 2002 a New York al recente vertice dell'Unione europea di Barcellona. Le "performance" di piazza, le coreografiche marcette ritmate dai tamburi, il mito dell'inafferrabilità, l'estetica delle felpe nere incappucciate: tutto lasciava pensare che questa pratica di lotta, fino al 20 luglio dell'anno scorso inedita in Italia, avrebbe preso piede, complice il trampolino mediatico offerto dal G8. Invece, dopo quella fiammata, poco o nulla. Di visibile, almeno.
SPONTANEISMO ALLARGATO. Sulle violenze di piazza del G8 indagano i pm genovesi Anna Canepa e Andrea Canciani. Secondo la loro ricostruzione, a Genova arrivarono dall'estero i black bloc per così dire tradizionali, anarchici e autonomi soprattutto tedeschi, austriaci, greci, spagnoli, qualche americano. A questi si sono uniti spontaneamente molti italiani, fino a formare un blocco di "migliaia di persone", "alcune politicizzate, altre no". Infatti nell'inchiesta sui "neri", che conta attualmente decine di indagati per devastazione e saccheggio, sono finite anche persone con precedenti per comuni reati contro il patrimonio e nessuna biografia politica. Le indagini sulle violenze non toccano solo il black bloc, ma anche altre componenti del movimento. Compresi alcuni Disobbedienti, che per la maggior parte hanno sfilato pacificamente, ma dopo le cariche di via Tolemaide (che sfociarono nell'uccisione di Carlo Giuliani) avrebbero reagito, in alcuni casi, in maniera "sproporzionata". Uno scenario confermato proprio da una "individualità del black bloc" sul sito Squat.net: "Nella giornata del 20 questa componente era di migliaia di persone con una fortissima componente (molto maggioritaria) internazionale... Evidentemente c'era un blocco nero ben definito che si è mosso in una direzione ed era facilmente identificabile anche dai tamburi, e decine di piccoli gruppi di altro tipo che hanno fronteggiato e risposto alla violenza della polizia in molti punti della città che erano molto eterogenei".
Canepa e Canciani indagano anche sul fronte delle infiltrazioni nel blocco nero da parte di estremisti di destra e di membri delle forze dell'ordine, ma per il momento non sarebbero arrivati a individuare persone ed episodi specifici. La presenza di black bloc "abusivi" è indicata da numerosi riscontri, ma non spiega interamente l'inedita violenza degli scontri del G8. Tant'è che in vista della manifestazione genovese del 20 giugno prossimo, il Questore di Genova Oscar Fioriolli, il successore di Francesco Colucci, rimosso dopo il G8, ha detto al Secolo XIX una cosa sorprendente: "I black bloc, se non fanno nulla e se osservano le prescrizioni, possono manifestare". Un'apertura agli irriducibili "cattivi"? Fioriolli spiega che i black bloc "in realtà fanno parte di un'area ben definita: l'area anarco-insurrezionalista e l'autonomia di classe". Un appello alla distensione che certo non è rivolto agli "arrabbiati" berlinesi o baschi, ma a quelli di casa nostra, e genovesi in particolare. Il riferimento, non esplicito, è al corteo alternativo di sabato 20 luglio indetto dagli autonomi del centro sociale Inmensa.
Come fenomeno internazionale, i black bloc non sono né un gruppo né un'organizzazione stabile, ma piuttosto una tattica di piazza utilizzata dalle frange anarchiche più radicali degli Stati Uniti nel 1991, nelle manifestazioni contro la guerra del Golfo, e ispirata dalle pratiche degli autonomi tedeschi degli anni Ottanta (che la polizia di Amburgo battezzò appunto "Schwarzer Block", blocco nero). Il loro debutto italiano, in occasione del G8, ha lasciato il segno. La parte di movimento che si riconosceva nel Genoa Social Forum, compresi i Disobbedienti ma anche la maggioranza degli anarchici, ha preso nettamente le distanze dai neri, imputando loro di aver offerto il pretesto per un'indiscriminata repressione poliziesca. Ma l'ala più radicale del movimento, che non stava nel Genoa Social Forum contestando il "riformismo" e la mediazione con le istituzioni, rivendica la genuinità delle azioni dei neri: magari ci sarà stata qualche infiltrazione, ma i black bloc sono stati l'espressione di una salutare rivolta anticapitalista.
"SIAMO TUTTI UN PO' BLACK BLOC". Dove è andato a finire quello che potremmo chiamare, con qualche forzatura, il "black bloc italiano" esploso a Genova? Proviamo a farcelo spiegare da un anarchico che a Genova c'era, conosce bene l'area antagonista più dura e naturalmente non ama la pubblicità: "La realtà è che tanta gente a Genova è partita da casa con le scatole piene, e, come accade sempre più sovente, appena si è presentata l'occasione, si è scatenata. Riteniamo questo assolutamente naturale", spiega. "Viviamo in una società sempre più organizzata, impastoiata, e in cui chiunque quando gli succede qualcosa, quando riceve un torto, un'ingiustizia o semplicemente vive costantemente male, non ha neanche più un referente con cui (democraticamente o meno, pacificamente o meno) prendersela. Se ci pensi il meccanismo per cui uno attacca banche e polizia è semplicissimo: ha finalmente davanti un nemico, che protegge quelli che si nascondono, quelli che sono dietro uno sportello e non sanno neanche quel che fanno, che non sono (magari ci credono davvero) responsabili di nulla mai, che nulla possono...".
Queste persone non sono sparite. Certo, alle tante manifestazioni che ci sono state in Italia dopo il G8 non si sono fatte notare, anche per "furbizia", precisa il nostro interlocutore. "I black bloc non ci sono più?", continua. "Forse non si notano perché non sono più 5 mila in mezzo a 300 mila persone, ma azioni di questo tipo si svolgono quasi quotidianamente, molte volte senza telecamere e non in situazioni pubbliche, ma pensi che i giornali te lo dicano? Tre anni fa circa si è chiuso il maxiprocesso che vedeva indagati una settantina di anarchici per svariati reati (dalla rapina al rapimento), accusati tra l'altro di avere - in una decina d'anni - fatto circa 1.500 attentati a tralicci, ripetitori, centraline... Tutti atti non firmati, certo, non rivendicati... Piccole cose, non professionali. Ma erano 1.500... e tu pensi non accadano più? Quanti pensi ce ne siano stati nel 2002 in tutta Italia? Pensi che i quotidiani lo dicano? E come lo spiegherebbero? Con un'altra banda armata come voleva fare il giudice Marini? La nuda realtà", conclude l'anarchico, "pochissimo cronachistica, è che i black bloc, come tutte le altre categorie da prima pagina - gli ultrà, i serial killer, i maniaci sessuali, i fanatici, i collezionisti - siamo tutti noi, poco da dire. È che li etichettiamo solo quando vengono filmati, quando fanno notizia, mentre le ragioni comprensibili (magari non condivisbili) non fanno notizia per un cazzo, sennò dovrebbero scrivere tutti i giorni di che razza di vita di merda facciamo, tutti i giorni, sempre uguale, senza alcuna speranza che cambi...".
Poi ci si sono messi anche gli attentati dell'11 settembre, che hanno scompaginato i piani dei black bloc nella loro culla, gli Stati Uniti. Chuck Munson è uno di loro e non lo nasconde: vive ad Arlington, Virginia, fa il "web master/bibliotecario disoccupato" e fra i suoi passatempi annovera "fare commenti volgari nelle gallerie d'arte". Ha accettato di rispondere via e-mail a qualche domanda di Diario. "Può sembrare che la tattica del black bloc sia scomparsa dalle proteste, ma questo è dovuto soprattutto alla situazione post 11 settembre", spiega Munson. "Stavamo pianificando parecchie azioni black bloc per il meeting del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington, nel settembre scorso. Volevamo anche occupare l'ala di un ospedale che stava per essere chiuso, per protestare contro la politica sanitaria neoliberista della città. Ma il meeting è stato posticipato e abbiamo dovuto cambiare i piani". Anche Munson rivendica la genuinità delle azioni genovesi, alle quali stima abbiano partecipato non più di 25 "neri" americani, ma precisa: "Ho sempre pensato che nella - e dalla - protesta di Genova la polizia abbia creato il proprio black bloc per favorire divisioni nel movimento antiglobalizzazione".
In rete circolano numerose "rivendicazioni" di black bloc, dove le accuse di infiltrazioni e provocazioni vengono respinte o ridimensionate. Ma qualcuno fa un po' di autocritica, rilevando comportamenti irrispettosi dell'etica del blocco nero: "Rompere le vetrine di banche e di multinazionali è un'azione simbolica. Tuttavia non condividiamo la distruzione e il saccheggio di piccoli negozi e di piccole automobili. Non fa parte delle nostre pratiche", si legge in una "Dichiarazione di attivisti del black bloc, 21 luglio 2001", raccolta insieme a tante altre testimonianze dirette dalla testata anarchica francese Zanzara Athee (zanzara atea). Sul sito anarchico flag.blackened.net un "nero" irlandese racconta la sua esperienza genovese: "Il black bloc ha compiuto un sacco di danneggiamenti di proprietà, alcuni dei quali sensati: banche, pornoshop, distributori di benzina, automobili di lusso, supermercati; alcuni stupidi: semafori, pensiline dell'autobus, utilitarie; e qualcuno da pazzi: dare fuoco a un ufficio sopra il quale c'era un edificio residenziale (la sera di venerdì 20 luglio in corso Marconi, ndr)".
Accanto ai black bloc "genuini", comunque, a Genova c'erano altri personaggi. C'è un'area dell'estrema destra rivoluzionaria che è contro la globalizzazione e cerca il dialogo a sinistra. Come il Coordinamento antimondialista, che per il G8 di Genova ha lanciato un appello "alla mobilitazione e alla contrapposizione totale in favore della lotta al sistema per l'annientamento del sistema", pubblicato nel numero di giugno 2001 di Avanguardia, testata neonazista e antisemita che mette Hitler in copertina e fa capo alla Comunità politica Avanguardia. "So per conoscenza diretta che individui di destra sono stati a Genova", afferma Leonardo Fonte, direttore di Avanguardia, "ma senza simboli, perché avrebbero creato tensione con gli altri manifestanti. La Comunità Avanguardia ha dato il pieno appoggio alle manifestazioni genovesi" (dove peraltro sono circolati volantini no global di destra). Nello stesso numero, Avanguardia propone un'"univoca opposizione degli antagonismi anticapitalistici" e chiede ai "compagni" di superare "il frazionistico muro divisorio dell'antifascismo". Sulla stessa lunghezza d'onda la rivista Comunitarismo, espressione dell'omonima rete antiglobalizzazione nazionalista, che celebrò sulle proprie pagine la partecipazione agli scontri di Napoli del marzo 2001 (lo riporta Bruno Luverà in La trappola, una "controinchiesta" su Genova appena uscita per Editori Riuniti). Inoltre Diario (n. 44 del 2001) raccolse le dichiarazioni di Fabiano Gavinelli, vicesegratario dei Volontari verdi della Lega nord: "Molti volontari verdi hanno partecipato ai cortei di Genova... e agli scontri con le forze dell'ordine". Gavinelli fu subito espulso e la Lega mandò una smentita, non a Diario ma a se stessa, cioè al quotidiano La Padania.
Ma questi sono infiltrati a loro modo idealisti. Resta aperto il capitolo dei provocatori veri e propri, evocati fra l'altro dal questore Colucci ("600 infiltrati dell'estrema destra") e da un'informativa della stessa Questura trapelata sui giornali un mese prima del G8 dove si parlava di "20-30 militanti di Forza nuova" pronti a infiltrarsi tra le Tute bianche per aggredire la polizia e screditare l'antagonismo di sinistra (curiosamente, pare che questa informativa non sia a diposizione dei magistrati che indagano sulle violenze di piazza). Inoltre, la sera del 18 luglio 2001, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto ha ricevuto una segnalazione molto dettagliata "circa la presenza nella zona dell'impianto Sciorba o comunque dello stadio di Marassi di due pullman di Forza nuova i cui occupanti si sarebbero accampati in dette aree", come si può leggere in Genova, il libro bianco, un'ampia raccolta di materiale sui giorni del G8 appena pubblicata dal Genoa Social Forum. La Digos, ha precisato in seguito il capo della polizia Gianni De Gennaro, fece i controlli ma non trovò nulla. "Ho dato ai magistrati genovesi tutti gli elementi, e la persona che mi aveva segnalato la cosa era disposta a testimoniare", spiega Agnoletto. "I black bloc naturalmente esistono, ma non c'entrano nulla con il movimento e anzi ne sono gli antagonisti", precisa ancora. "Però siamo anche convinti che a Genova i black bloc fossero pesantemente infiltrati dall'estrema destra e dalle forze dell'ordine". In effetti, di minacciosi teppisti in confidenza con poliziotti e carabinieri sono zeppi filmati, album fotografici e testimonianze dirette di chi stava in piazza. L'immagine simbolo l'ha immortalata Davide Ferrario in Le strade di Genova: un sinistro, corpulento e attempato "contestatore" che da solo, con calma, fa indietreggiare un plotone di carabinieri. "Il blitz alla scuola Diaz è scattato due ore dopo che io e Ferrario eravamo stati a La 7 a mostrare dei filmati con black bloc che parlavano con le forze dell'ordine", denuncia Agnoletto. "Credo che la perquisizione al nostro centro stampa (di fronte alla scuola Pertini, quella dei pestaggi, ndr) sia scattata per recuperare questo materiale". Non ci sarebbe stato nulla di strano se la polizia (non solo italiana) avesse infiltrato agenti tra i manifestanti e tra gli stessi - arcinoti - black bloc a scopo preventivo. Se è andata così, gli infiltrati non hanno fatto un gran lavoro, visto che i black bloc hanno agito pressoché indisturbati. "Le relazioni riservate del Sisde del 19 e 20 luglio hanno dato conto di due distinte riunioni degli esponenti che si richiamano ai black blockers nelle quali erano state discusse le modalità degli attacchi programmati per la giornata del 20 luglio, l'ora e il luogo in cui essi sarebbero iniziati", si legge nella relazione di minoranza del Comitato parlamentare sul G8 firmata dall'Ulivo. "I servizi informano che circa 300/500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi. Alle due riunioni di cui alle note 189 e 201 del Sisde, partecipano esponenti di gruppi italiani, tedeschi, greci, spagnoli e inglesi che vogliono alzare il livello dello scontro e comunque causare danni ingenti. Entrambe le note, oltre a essere trasmesse ai vertici delle forze dell'ordine con fax urgente, sono direttamente comunicate alla Digos di Genova. Come si vedrà poi, il giorno 20 luglio i black blockers si concentreranno appunto in piazza Paolo Da Novi iniziando da lì le loro devastazioni". Qualche infiltrato che si guadagna lo stipendio, insomma, c'è. Però poi il suo lavoro non viene preso in considerazione. La solita mancanza di coordinamento, forse. O magari un coordinamento ben più raffinato.19 luglio 2002 - G8: ANNIVERSARIO; PLACANICA AL TG1
ANSA:
"Non potro' mai dimenticare. Da allora sono perseguitato da un' angoscia, da pensieri rivolti sempre a quella giornata". Parla cosi' Mario Placanica, il carabiniere che il 20 luglio dell' anno scorso ha ucciso Carlo Giuliani, in un' intervista andata in onda al TG1 delle 20. E' la prima volta che il militare ventunenne di Catanzaro (che ha gia' rilasciato altre interviste a giornali e tv) si fa riprendere in volto. Placanica si copre soltanto gli occhi con un paio di occhiali scuri. Ha i capelli corti e parla con una voce pacata, a tratti incerta per l' emozione. Sullo sfondo si vede un promontorio sul mare.
"Secondo me - ha dichiarato Placanica all' intervistatore - quest' anno lo posso decretare come un anno che non fa parte della mia vita. Non mi rendo conto se sono stato io, perche' io ho sparato in aria. Non ho sparato contro persone. Davanti a me non c' era nessuno, non c' era Carlo Giuliani".
"Spero che si fara' luce su questa questione - ha concluso il carabiniere -, anche per i genitori di Carlo Giuliani. Non mi sento in grado di parlargli in faccia, di parlargli da persona a persona. Un giorno lo faro'".
Giuliano Giuliani, intervistato nel corso dello stesso servizio, ha ribadito di non essere ancora pronto ad incontrarsi con Placanica, anche se non ha escluso possa farlo dopo la conclusione dell' inchiesta giudiziaria.20 luglio 2002 - G8: "LIBERAZIONE" SU COSE POCO CHIARE
"Liberazione"
Cercare la verità è un conflitto Se questo non fosse il paese di Ustica e delle stragi di Stato, potremmo attendere fiduciosi che il trascorrere del tempo porti con sé la verità sulla morte di Carlo Giuliani, sulla mattanza della "Diaz" e le torture di Bolzaneto, sulla pianificazione della violenza militare nelle giornate di Genova. Ma siamo qui e non sono consentite illusioni. La ricerca della verità è un conflitto, richiede un impegno intransigente affinché ogni responsabilità sia precisamente individuata. Per parte nostra, non ci stancheremo di fare il possibile perché sia fatta chiarezza sulle direttive impartite dal Viminale alle forze dell'ordine impiegate nei giorni del G8 e sul ruolo di parlamentari della maggioranza e di ministri di Berlusconi (a cominciare dal vicepresidente del Consiglio) nelle sale operative della Questura e dei Carabinieri di Genova. Non dimentichiamo la frase di Scajola sull'"ordine di sparare contro chi avesse violato la zona rossa". E non la consideriamo una battuta di spirito.
D'altra parte, qualcosa è venuto faticosamente a galla nel corso di quest'anno, anche grazie al lavoro di alcuni magistrati decisi a non lasciarsi intimidire da pressioni politiche. E' emersa l'inesistenza della sassaiola che - secondo alcune relazioni di servizio - sarebbe stata all'origine del blitz alla "Diaz". Si è scoperto che le due bottiglie molotov trovate nella scuola vi erano state portate dagli stessi poliziotti e che la coltellata che un agente avrebbe ricevuto nel corso della perquisizione era frutto di una simulazione. Risultato: una serie di agenti e di alti dirigenti della polizia di Stato sono oggi accusati di falso e calunnia oltre che di concorso in lesioni gravi, perquisizione arbitraria, furto aggravato e omissione di controllo.
E' un risultato insieme vergognoso e importante, ma la lotta per fare piena luce sui fatti di Genova resta difficile. Non crediamo che la moltiplicazione delle versioni fornite dagli indagati sia un semplice scaricabarile. Somiglia, molto di più, a una strategia di depistaggio, al pari degli elenchi incompleti, della lentezza con cui i comandi rispondono alle richieste degli inquirenti, delle fotografie degli agenti inservibili per i riconoscimenti. La vicenda delle perizie sul colpo d'arma da fuoco che uccise Giuliani è del resto l'esempio più eloquente dello scontro in atto. Si vuole accreditare l'ennesimo caso di "morte accidentale". Si vuole arrivare a un'archiviazione, evitare in ogni modo un processo che potrebbe coinvolgere responsabili eccellenti. Chi ancora avesse dubbi al riguardo, volga lo sguardo a Napoli, dove è addirittura plateale lo scontro tra i magistrati che conducono l'inchiesta sui pestaggi nella caserma Raniero e il vasto blocco delle forze - governo e partiti di maggioranza, alti comandi della polizia e altri magistrati, a cominciare dal procuratore della Repubblica - intenzionate a frenarla.
Nei prossimi mesi ci attende dunque un serio impegno al fianco di quanti lavorano per l'accertamento della verità sui fatti di Genova. Tra questi crediamo di potere annoverare anche quei settori delle forze dell'ordine che si rendono conto della grave situazione creata dalle decisioni del governo e dei loro massimi dirigenti. Non è possibile nutrire dubbi sulla strategia perseguita. Si vuole smantellare la riforma del 1981, con cui si smilitarizzò la polizia e si imboccò la strada della sua trasformazione in un servizio di natura civile, impegnato nella prevenzione e nella mediazione del conflitto. Vanno in tale direzione tutte le decisioni di questo governo (ma - occorre dirlo con chiarezza - anche quelle del centrosinistra, che ha inaugurato questa deriva conferendo ai carabinieri lo statuto di quarta forza armata e inducendo, per questa via, una sciagurata competizione tra i diversi corpi). Il ddl con cui si intende condizionare il reclutamento di nuovi agenti alla prestazione di un anno di servizio militare volontario depone inequivocabilmente in tal senso, e gli intenti di questa strategia sono sin troppo evidenti. Si prevede (si programma) l'intensificarsi del conflitto sociale e politico: quindi ci si attiva per munirsi di strumenti idonei alla repressione armata del dissenso e della protesta.
Ma appunto, questo accresce la responsabilità di quanti - forze politiche e settori democratici delle forze dell'ordine - vogliono opporsi a tale disegno.
Noi non identifichiamo l'intera polizia con le sue componenti reazionarie, disponibili a farsi arma delle politiche di repressione. Conosciamo il malessere che serpeggia nelle caserme e crediamo di intenderne le ragioni. Sappiamo anche che la destra, in gran parte responsabile delle condizioni intollerabili in cui le forze di polizia si trovano ad operare, specula su di esse per alimentare frustrazione e rabbia e per incoraggiare tentazioni autoritarie. Tutto questo ci è noto e non ignoriamo certo i nostri limiti nell'operare in modo sempre efficace e conseguente. Resta che la parola è oggi a quegli agenti e a quei funzionari che vogliono dare avvio a una battaglia di democrazia all'interno delle forze dell'ordine di questo paese. Parlino, informino le forze politiche democratiche di quanto vedono e sanno su come viene gestita la partita dell'ordine pubblico da parte dei superiori e delle autorità di governo. Noi, per parte nostra, non commetteremo l'errore di ascoltarli con scarsa attenzione né rimarremo inattivi. Perché sappiamo che, dopo Genova, la questione democratica in questo paese passa anche attraverso la battaglia contro la militarizzazione delle forze dell'ordine.20 luglio 2002 - G8: PLACANICA CAMBIA LEGALE
ANSA:
Nel primo anniversario della morte di Carlo Giuliani, l' avvocato Umberto Pruzzo, difensore del carabiniere Mario Placanica, indagato di omicidio volontario per la morte del giovane no-global, ha rimesso il suo mandato. Ieri infatti una nuova versione sull' uccisione e' stata rivelata in una intervista proprio dal militare. Placanica, con parole a tratti sofferte, ha dichiarato al Tg1 di non sapere se ad ucciderlo sia stato proprio lui. L' avvocato Pruzzo, secondo indiscrezioni, avrebbe contestato queste rivelazioni, definendole suicide, anche perche' l' inchiesta si avviava verso l' archiviazione. A seguire ora Placanica, nelle ultime fasi delle indagini preliminari, e' Vittorio Colosimo del foro di Catanzaro. Probabilmente la scelta di rilasciare quell' intervista, con le nuove dichiarazioni, e' stata suggerita proprio dal nuovo difensore. 'Ormai non so piu' nemmeno se sono stato io - ha detto infatti Placanica - perche' ho sparato in aria, non ho sparato contro delle persone. Davanti a me non c' era nessuno, non c' era Carlo Giuliani". In seguito a queste dichiarazioni del carabiniere, che modificano in parte le sue precedenti versioni, rese al pubblico ministero nel corso degli interrogatori, Vittorio Agnoletto, ex portavoce delle tute bianche, ha riconfermato i dubbi su questa inchiesta e sul vero colpevole, durante il suo intervento al convegno, organizzato a Genova, dal Genoa Legal Forum e dai giuristi democratici. A Placanica, Agnoletto ha anche rivolto una domanda: "Se non sei stato tu, chi ti ha ordinato di portare avanti questa versione per un anno intero?". "Per ora - ha aggiunto - siamo solo in grado di dire non chi ha sparato quel colpo mortale, ma che quel colpo e' stato sparato ad altezza d' uomo e non in aria". L' ex leader delle tute bianche ha quindi invitato tutta la societa' civile a non accettare che la morte di Carlo venga archiviata."Tutti hanno diritto a sapere la verita' - ha ribadito - non solo il nostro movimento". La dismissione del mandato difensivo da parte dell' avvocato Pruzzo, secondo indiscrezioni, sarebbe quindi stata motivata dalla decisione di Placanica di rilasciare l' intervista senza consultarlo. Per Pruzzo questa intervista sarebbe stata una scelta sbagliata, che ha suscitato infatti nuovi dubbi e polemiche. La famiglia Giuliani infatti, attraverso il suo legale, avvocato Giuliano Pisapia, che da sempre chiede un' altra verita', ha ribadito che chi ha sparato aveva comunque intenzione di uccidere. E ha nuovamente chiesto il dibattimento processuale. Il nuovo difensore di Placanica, avvocato Colosimo, ha risposto oggi ai dubbi espressi dall' avvocato Pisapia, sostenendo che "tutta la verita' sulla morte di Carlo Giuliani e' nei filmati televisivi". L' avv. Colosimo si e' anche detto certo che "nei confronti di Placanica c' e' gia' stata la sentenza da parte di ogni italiano. Quella sentenza - ha aggiunto - ogni italiano l' ha emessa in cuor proprio, o magari parlando con il proprio figlio o con la propria moglie, amico o congiunto. E si tratta di una sentenza ampiamente assolutoria nei confronti di Mario Placanica. Per questo ritengo che non ci possa, non ci debba essere spazio per altro tipo di sentenza, emesse in nome del popolo italiano, perche' quella sentenza vera, quella che vale moralmente, quella che noi seguiamo e che difenderemo e' stata gia' emessa dal popolo, da tutti i cittadini, dagli umili ai potenti".20 luglio 2002 - G8: PLACANICA, DI QUEL GIORNO RICORDO...
ANSA:
(di Alessandro Sgherri)
"Ad un anno dalla morte di Carlo Giuliani, voglio rivolgere un pensiero alla famiglia che ha sofferto per la morte di un figlio che si e' trovato in quel contesto con me, in un posto in cui non avremmo dovuto essere, perche' ha segnato due persone". Mario Placanica, il carabiniere indagato per la morte di Giuliani, parla lentamente ricordando quei momenti.
Seduto in un piccolo ufficio in un palazzo situato in una zona alla periferia di Catanzaro, sua citta' natale, con al fianco il padre, Giuseppe, e l' avv. Vittorio Colosimo, che da oggi e' il suo nuovo difensore, Placanica torna con la mente a quei momenti. "Il pensiero di quanto accaduto rimane e rimarra' sempre dentro di me (e mentre lo dice si porta la mano destra sul cuore, ndr). Pero' voglio anche dire che in quel momento, se il colpo che ho ricevuto alla testa fosse stato spostato piu' avanti, adesso non so se sarebbe la mia famiglia a piangere o se i giornali avrebbero parlato di me".
Alto, robusto, capelli corti, un viso che lo fa apparire piu' giovane dei suoi 21 anni, jeans e maglietta scura, Placanica prende fiato prima di tornare con la mente all' attimo dell' esplosione dei colpi d' arma da fuoco. "Dei momenti che precedettero e seguirono gli spari - dice - ricordo solo tanta paura. La mia e quella dei colleghi che erano con me. Adesso posso solo confermare di avere sparato in aria. Sono sicuro di questo. Pero', secondo me, c' e' un mistero: tutte quelle pietre che deviano proiettili, corpi metallici, non si capisce niente".
D - Come ha vissuto quest' anno?
R - "Non bene. Sia per le vicende processuali, sia per lo svolgimento della vita quotidiana, anche se a 21 anni la vita dovrebbe essere piena di gioia. Purtroppo e' andata cosi'".
D - E come ha trascorso questo periodo la sua famiglia?
R - "E' stata molto male. Sono stati gli unici che hanno sofferto per quello che e' successo. La mia famiglia ha pensato a quella di Carlo Giuliani e non ne ha parlato male. Il pensiero corre sempre alla mia famiglia. Ed il loro e' rivolto a quello di un figlio che purtroppo, a 21 anni, si e' trovato in una situazione particolare".
D - Perche' ha deciso di entrare nell' Arma dei carabinieri?
R - "La passione per l' Arma e' nata quando avevo 16-17 anni. Vedevo il carabiniere come una persona portatrice di alti valori morali, di rispetto. Momentaneamente non so cosa dire, perche' sono stato male (attualmente e' in convalescenza). Se tornero' a lavorare nell' Arma lo faro' solo se staro' bene".
D - Quindi pensa di lasciare l' Arma?
R - "Al momento non lo so. Sto vivendo in un periodo di incertezze, anche perche' dopo tutto quello che e' successo vorrei solo un po' di tranquillita' ".
D - Ancora non ha parlato con il padre di Carlo Giuliani. A suo avviso quando potrebbe essere il momento giusto?
R - "L' eventuale incontro, come ha detto il padre di Giuliani, come lui vuole, sara' alla fine del processo, per una stretta di mano... spero e per un momento di comprensione nei confronti di entrambe le parti".
D - Oggi e' l' anniversario della morte di Giuliani. A Genova sono in corso manifestazioni in suo ricordo. Forze dell' ordine e manifestanti si trovano nuovamente di fronte. Come vive questa giornata?
R - "Penso ai colleghi che sono a fare ordine pubblico. Spero che non si rivivano momenti come quello accaduto un anno fa e spero anche che i manifestanti si comportino in modo adeguato nei confronti delle forze dell' ordine. L' unico mezzo per mettere a confronto le parti, per affrontare i problemi, e' parlare. Senza la parola non si puo' fare niente. La parola e' la prima cosa che si deve mettere in campo. Non e' bruciando le macchine, distruggendo i negozi e tutto quello che si trova per strada che si risolvono i problemi. La gente, il giorno, non va a lavorare per gioco. Ci va per mandare avanti la propria vita e far crescere i propri figli".21 luglio 2002 - G8: ANCORA "LIBERAZIONE" SU 'BUCHI NERI'
"Liberazione"
Poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e finanzieri, tutti impazziti o eterodiretti da comandi occulti?
Quei buchi neri nei giorni del G8
Annibale Paloscia
Dopo la denuncia di Amnesty, che ha raccolto centinaia di testimonianze sulle illegalità compiute a Genova dalle forze di polizia nei giorni del G8, l'inchiesta parlamentare è l'unica strada per far luce sugli aspetti più oscuri e inquietanti che sconfinano dal territorio giudiziario in quello delle responsabilità politiche. Nella storia dell'ordine pubblico, è lungo l'elenco di abusi, omicidi ed eccidi compiuti da apparati dello Stato, ma non era mai successa una così simultanea rottura con la legalità ad opera di settori diversi delle forze repressive.
Abbiamo visto un giovane ucciso dai colpi sparati dai carabinieri, i feriti presi a calci da dirigenti dell'ordine pubblico, altri dirigenti della polizia che escogitano squallidi trucchi per pestare gli ospiti della scuola Diaz, agenti penitenziari che compiono atti di brutalità contro i fermati portati nella caserma di Bolzaneto, e perfino medici e infermieri penitenziari, che non hanno più un volto umano. Un medico si accanisce perfino a strappare i pearcing a ragazze e a ragazzi che non avevano avuto mai conoscenza dell'inferno del carcere.
Vogliono farci credere che carabinieri, poliziotti, agenti penitenziari, guardie di Finanza e medici di Stato abbiano fatto tutto questo senza concertamenti a nessun livello, per puro impulso alla violenza? E se anche, sventuratamente, le forze di polizia si fossero degradate fino a questo punto, non si dovrebbe ricercarne le cause in gravi responsabilità politiche? Ma gli uomini delle forze dell'ordine mandati a Genova erano gli stessi che in molte altre occasioni si erano comportati con rispetto di se stessi, della loro dignità e della loro professionalità? Tra quegli uomini c'erano anche poliziotti e carabinieri temprati dalla lotta alla mafia e al crimine organizzato, capaci di affrontare rischi altissimi senza perdere il controllo. Non i sassi e le mazze dei black block, da cui ci si può difendere con uno scudo o con una carica, ma le raffiche di mitra. A pestare nella scuola Diaz c'erano anche loro. Anzi sono stati proprio loro i primi ad entrare, secondo il comandante del reparto mobile di Roma. A Bolzaneto c'erano agenti penitenziari con anni di servizio nelle carceri di massima sicurezza, che non avevano mai torto un capello a un boss.
Ispiratori occulti
A Genova, come a Napoli qualche mese prima, settori delle forze dell'ordine sono diventati illegali e brutali. Come mai? E' questo l'aspetto più oscuro delle violenze compiute dalle forze di polizia nei giorni del G8. Chi le ha ispirate? Chi ha detto ai carabinieri, ai poliziotti, agli agenti penitenziari, alle guardie di Finanza che bisognava versare un po' di sangue per dimostrare che lo Stato era capace di dare una prova di forza, era capace di rispondere alle violenze dei black block con violenze maggiori?
Nell'inchiesta giudiziaria si sono fatti importanti passi avanti. Si è scoperto che la sassaiola presa a pretesto per fare l'irruzione nella Diaz era una messa in scena, che il colpo di coltello che aveva squarciato il giubbotto di un poliziotto era una messa in scena, che le due bottiglie molotov esibite dalla polizia come armi da guerra trovate nella scuola erano una messa in scena. Alla fine potrebbe anche risultare che provenivano dagli stock di bottiglie incendiarie di cui dispongono i reparti mobili ad uso di addestramento. Alti funzionari della polizia - l'allora capo dell'Ucigos, il capo dello Sco, il comandante del reparto mobile di Roma, dirigenti della questura di Genova - rischiano il processo per calunnia e violenze. Nessuno di loro si è assunto la responsabilità di aver preordinato l'irruzione alla Diaz e tanto meno di aver dato sul posto l'ordine del pestaggio.
Nella caserma di Bolzaneto, dove c'erano tanti poliziotti carabinieri, agenti penintenziari, e personale sanitario dello Stato - quattro medici e sei infermieri - si compie il seguito del misfatto: insulti violenze, botte. Il sangue schizza sui muri, ma il ministro Castelli che arriva "improvvisamente" non nota niente, gli sembra tutto normale. A Genova c'era anche il vice presidente del Consiglio Fini, mentre il ministro dell'Interno Scajola era stato mandato a dormire. Anche per l'infernale notte di Bolzaneto ci vogliono far credere che siano stati commessi solo degli abusi "spontanei".
Ordini speciali
Non si può dare credito alla tesi che le violenze, gli abusi e i trucchi delle forze di polizia siano dovuti a errori, a deprecabili iniziative personali, e a impulsi incontrollabili delle forze dell'ordine. Questa tesi offende la ragione. A Genova c'era un avvenimento di rilievo mondiale, erano presenti i signori del mondo. La strategia dell'ordine pubblico era stata pianificata in decine di riunioni alle quali avevano partecipato i vertici della polizia, dell'esercito e dei servizi segreti. Nessun funzionario o ufficiale si sarebbe azzardato a prendere iniziative personali, a escogitare trucchi, a incitare al pestaggio, a compiere illegalità; nessun poliziotto, carabiniere, agente penitenziario si sarebbe presa la responsabilità di fare di testa sua. Neppure il capo della polizia poteva prendere delle decisioni se non in esecuzione di ordini politici.
Il punto oscuro è se gli ordini furono dati solo dal Viminale o anche da altri poteri politici e militari. Possono essere stati dati degli ordini attraverso speciali canali che raggiungevano solo alcune nicchie della Ps, dei carabinieri e degli agenti penitenziari. Può essere stata creata una rete "clandestina" che aveva il compito di creare una situazione torbida, una rete che si è messa in moto appena ha ricevuto gli ordini. Questo spiegherebbe il fatto che in tutte le forze di polizia ci sono uomini coinvolti in atti illegali.
Chi uccise Carlo?
In un fitto mistero è anche l'omicidio di Carlo Giuliani, visto che il carabiniere Platanica, ieri, in un'intervista televisiva, ha cambiato la sua versione dei fatti. Aveva detto di aver sparato perché aveva visto una persona che si avvicinava con un oggetto metallico molto grosso. Secondo i consulenti del giudice, il carabiniere Placanica, che si trovava nella parte posteriore di un automezzo con a bordo altri due militari, premette il grilletto quando Carlo Giuliani si avvicinò a un metro e mezzo da lui e stava per lanciare un estintore. "Davanti a me non c'era nessuno, non c'era Carlo Giuliani - dice, invece, ora Placanica -. Ormai non so più nemmeno se sono stato io. Perché io ho sparato in aria, non ho sparato contro persone".
Chi ha ucciso Carlo Giuliani? Come ha sempre sostenuto l'avvocato Pisapia, legale della famiglia Giuliani, il giovane era in realtà almeno a tre metri e mezzo dalla camionetta militare e, quindi, l'estintore che aveva sollevato non poteva fare alcun danno ai carabinieri. A quella distanza per ucciderlo - fu colpito al volto - bisognava prendere la mira. L'omicidio fu un atto voluto e determinato. Non compiuto dal Placanica, se è vero che neppure vide Giuliani e che sparò solo in aria. Ma, forse, qualcuno nei carabinieri aveva avuto ordini speciali.23 luglio 2002 - G8: TUTTO DA RIFARE PER NUOVO LEGALE DI PLACANICA
"Il Nuovo"
G8, il legale di Placanica: "Tutto da rifare"
Il nuovo legale del carabiniere attacca: "Nessun processo, bisogna ricominciare le indagini dal giorno dello sparo. Placanica non deve rispondere di nulla e lo dimostrerò non appena avrò le carte".
di Alessandra Fava
L'ESPERTO BALISTICO INSISTE: "IL PROIETTILE E' STATO DEVIATO"
GENOVA - "Gli devono dare la medaglia d'oro e ricominciare il procedimento da zero". Vittorio Colosimo, il nuovo avvocato di Mario Placanica, il carabiniere che avrebbe sparato a Carlo Giuliani in piazza Alimonda, porta la verve terrigna e verace della Calabria. E' un istrione, incanta e gioca con le parole, affondando il coltello e guardando i cronisti dritto negli occhi. E' stato scelto della famiglia Placanica perché già aveva seguito delle questioni di civile per il padre del carabiniere. Oggi è venuto alla Procura di Genova per acquisire gli atti dal pm Silvio Franz che conduce le indagini sull'omicidio, ma se ne riparte con una decina di fogli dentro una cartellina. "In settimana avrò tutti gli atti", assicura. Dal suo referente locale, "Beppe Gallo, un altro calabrese", sottolinea.
Da dieci giorni Lei è l'avvocato difensore di Placanica. Che cosa farà?
Da oggi il procedimento torna al 20 luglio 2001. La storia di Placanica si riscrive. Prima di tutto cercherò un gruppo di periti, di specialisti che mi aiutino a decifrare ogni immagine e filmato relativo a piazza Alimonda. Perché io ci voglio vedere chiaro: la storia della polvere e del sasso in Italia non se l'è bevuta nessuno. Le prove che porteremo saranno chiare e incontrovertibili. Placanica è uno che serviva lo Stato per un milione al mese. In Calabria si arruolano perché altro lavoro non se ne trova. Lui aveva scelto di servire voi tutti. Il sindaco di Genova dovrebbe dargli la medaglia. Perché quel giorno i Genovesi erano tutti rintanati in casa. Non si gioca sul ragazzino calabrese. Placanica non pagherà e non sarà il capro espiatorio.
Qui in Procura si parlava già di archiviazione. Perché rimettere tutto in discussione?
Perché Placanica deve uscire a testa alta. Siccome i tempi della giustizia sono veloci, si è perso un anno. Placanica è un carabiniere che ha patito per rispetto della legalità. Noi non pietiamo l'archiviazione. Le cose vanno fatte con legittimità. Placanica non è un pentito.
Placanica dice che per una frazione di secondo ha perso di vista l'arma. E' stato un altro a sparare?
Non lo so. Tocca al giudice sentire gli altri carabinieri presenti sul Defender. Certo che hanno lasciato che due ragazzi si scontrassero. E Placanica ferito e sanguinante ha difeso anche gli altri. Però non è neppure giusto che un ragazzo di vent'anni (Giuliani) perda la vita così, perché manifestare in piazza deve essere legittimo.
Nell'ultima intervista televisiva Placanica sembrava scosso? Qualcuno parla anche di tentato suicidio. E' vero?
Ma che suicidio, la verità è che l'Arma lo ha tenuto sotto chiave. Gli hanno paventato presunte minacce da ogni dove. Lo hanno trasformato in un fantasma. Non ha rubato Placanica, non è un delinquente, ha difeso lo Stato. O c'è qualcos'altro dietro la questione? E i coetanei sotto leva o sono invidiosi e gli mettono paura. Ma ora questo ragazzo vive a casa mia, è in vacanza per un po'. L'ho adottato come terzo figlio. E ora quando mi chiama al telefonino, dice: Leoncino 2 a Leone 1. Ha ritrovato un padre come quello che ha già che è grandissimo. L'altra sera siamo andati a mangiare la piazza con la giovane fidanzata e con il coltello l'ho insignito come comandante dei carabinieri e come il figlio che tutte le madri d'Italia abbraccerebbero. Placanica è un ragazzone, un bambino di vent'anni".24 luglio 2002 - G8: INTERROGATO EX CAPO DIGOS GENOVA
"La Stampa"
IERI IN PROCURA INTERROGATORIO FIUME DELL´EX CAPO DELLA DIGOS GENOVESE SPARTACO MORTOLA G8: partono 12 avvisi di garanzia Il nuovo legale di Placanica: "Tutto sbagliato, tutto da rifare"
GENOVA
È cominciato nel primo pomeriggio e si è protratto oltre la serata l'interrogatorio di Spartaco Mortola, dirigente della Digos genovese durante il G8, ora vicequestore ispettore, indagato per concorso in lesioni, falso e calunnia nell'ambito dell'inchiesta Diaz. Mortola è arrivato in procura alle 14,30 accompagnato dai difensori Maurizio Mascia e Alessandro Gazzolo. Per la vicenda delle due bottiglie molotov che la procura sospetta essere false prove costruite dalla polizia, l'avvocato Mascia ha spiegato: "Se è vera questa ipotesi della procura, il dottor Mortola sarebbe stato ingannato e quindi sarebbe a sua volta parte lesa nel procedimento". È slittato a domani, invece, su richiesta degli avvocati difensori, l'interrogatorio di Gianni Luperi, attuale capo dell'antiterrorismo della Polizia, indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla Diaz di concorso in lesioni, falso e calunnia. La procura intanto sta inviando le notifiche per la nuova tornata di interrogatori con le accuse di falso e calunnia ai 12 funzionari di polizia, firmatari del verbale di sequestro redatto dopo l'irruzione alla Diaz. Per quanto riguarda l´inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani, si è presentato ieri al pm Silvio Franz l´avvocato calabrese Vittorio Colosimo, che ha sostituito il genovese Umberto Pruzzo nella difesa del carabiniere Mario Placanica. "Tutto sbagliato, tutto da rifare": così ha esordito il legale, che sarà affiancato dal genovese Giuseppe Gallo in quello che lui ha definito "un maledetto imbroglio processuale". "Il pubblico ministero - ha detto Colosimo - avrà un ottimo collaboratore di giustizia, Mario Placanica, ma non un pentito, per l'accertamento della verità che per ora è stata mistificata. Bisogna ricominciare da zero, tornando al 20 luglio 2001". "La storia del carabiniere - ha sostenuto il legale - è da riscrivere ex novo, a partire da oggi. A mio avviso ci sono delle macroscopiche nullità. In settimana acquisirò tutti gli atti e allora potrò dimostrare l'innocenza di questo ragazzo calabrese di vent'anni". Come spiega il nuovo legale, il carabiniere avrebbe dovuto rientare in servizio già da ieri. "Mario ha ancora bisogno di tranquillità - dice - Per questo l'ho per così dire adottato. Il ragazzo sta con me ogni sera. Lo porto fuori la sera insieme ai miei figli. Nessuno deve più permettersi di chiamarlo assassino". L'avvocato ha deciso di tutelare a tal punto il carabiniere che non gli racconterà nemmeno gli sviluppi dell'inchiesta. "Lui mi chiede, vuole sapere - ha concluso Colosimo - ma sono io a cambiare discorso. Ora sta meglio e piano piano tornerà alla vita normale. A me interessa solo il ragazzo Placanica che ha perso la pace per salvare la pace dei genovesi. Ma mi chiedo: che doveva fare Placanica in quella circostanza? Doveva farsi ammazzare come un cane dopo aver rimediato almeno 50 punti di sutura?".25 luglio 2002 - LIBERAZIONE SULLA CORSA AL POSTO DI DE GENNARO
"Liberazione"
Le polemiche sull'omicidio di Bologna oscurano le inchieste sui misfatti di polizia al G8 Biagi e Genova, segreti e poltrone
Annibale Paloscia
La corsa al posto di De Gennaro dietro le fughe di notizie Mentre l'inchiesta sugli abusi delle forze di polizia a Genova sale per "li rami", c'è uno speciale attivismo del Viminale a richiamare l'attenzione della stampa su un'altra inchiesta, quella amministrativa del prefetto Sorge sulla mancata protezione di Marco Biagi, fino a pochi giorni fa bollata con un top secret, tanto da metterne a conoscenza solo il comitato parlamentare per i servizi segreti sotto il vincolo della segretezza. All'ex ministro dell'Interno Scajola l'inchiesta Sorge scottava, al suo successore Pisanu forse crea meno problemi. Sta di fatto che pezzi della relazione segretata compaiono da giorni sui giornali, in varie riprese, a seconda dell'obiettivo di colpire questo o quel prefetto candidato a salire ai vertici della polizia in caso di sostituzione di De Gennaro, attaccato, in particolare, dalla stampa di centrodestra. Nell'orizzonte della destra c'è un candidato capo della polizia, che gode del particolare privilegio di un silenzio tombale sulle sue aspirazioni e i suoi sponsor: è il prefetto di Napoli, un grande amico di Fini. Le colpe dei prefetti e dei questori di Milano, Bologna, Modena e Roma (dove fu il precedente prefetto a negare la scorta a Biagi) sono ben note da mesi e non sono mai state il principale motivo per suggellare col massimo segreto la relazione Sorge. L'aspetto più oscuro della mancata protezione a Biagi finora non è venuto fuori. Il frastuono sulle arcinote défaillance di prefetti e questori da un lato serve a spostare l'attenzione da Genova, dall'altro a coprire l'interrogativo più inquietante sulla mancata protezione a Biagi: perché il rapporto dei servizi segreti che indicava come bersagli delle Br ministri, sottosegretari, sindacalisti e consulenti del lavoro fu divulgato attraverso un settimanale (Panorama) anziché essere trasmesso ai prefetti che dovevano provvedere alle scorte? Marco Biagi fu assassinato cinque giorni dopo la pubblicazione di quel documento.
Servizi e prefetti
Prefetti e questori, alle prese con centinaia di richieste di scorta e con una direttiva del ministro dell'Interno che imponeva di ridurle, non hanno avuto nelle mani (né allora né mai) quelle informazioni dei servizi segreti e non hanno potuto utlizzarle per individuare le persone più in pericolo. Mesi prima le minacce a Biagi erano state sottovalutate, con grave negligenza, ma se il rapporto degli 007 avesse seguito i canali istituzionali anziché quelli mediali, forse ci sarebbe stato il tempo per rivalutare la posizione del consulente del lavoro minacciato e dargli la protezione. E' possibile che la pubblicazione di quel rapporto sui giornali abbia indotto, anzi, le Br ad affrettare i tempi, a uccidere Biagi, prima che a qualche prefetto venisse l'idea di ridargli la scorta. La relazione Sorge fa riferimento ai rapporti tra servizi segreti e apparati del Viminale, ed è questo che ne motiva realmente la segretezza e fa diventare l'omicidio Biagi un affare di Stato.
L'uso della relazione Sorge solo per riposizionare i candidati ai vertici di ps è anche un efficace rimedio per far parlare d'altro, mentre l'ombra dei misteri di Genova avanza sempre più fitta verso gli alti livelli gerarchici della polizia. Alcuni dirigenti generali sono stati già toccati dal sospetto di responsabilità oggettive e sono "indagati" per i misfatti compiuti dalle forze di polizia nella Diaz. Gli sviluppi dell'inchiesta hanno aperto nuovi scenari di responsabilità soggettive, che non possono essere messe al riparo sotto la copertura politica generalizzata di An sui punti più tenebrosi del comportamento della Ps. L'equilibrio del sistema gerarchico della polizia sarebbe fortemente scosso se dovesse risultare che i dirigenti dello Sco (il servizio centrale operativo, sala di comando di tutta l'attività investigativa) abbiano avuto un ruolo di qualsiasi tipo nel trucco delle bottiglie incendiarie esibite come armi da guerra "trovate al pian terreno della Diaz", mentre erano state raccolte parecchie ore prima dalla stessa polizia in un' altra parte di Genova.
Personaggi chiave
E' un fatto che i personaggi chiave di questa vicenda sono - allo stato attuale delle inchiesta - tre funzionari arrivati da Roma. Ripetutamente è stato interrogato Massimiliano Di Bernardini per tre anni capo a Roma della sezione per la lotta al crimine organizzato. La sua squadra un tempo dipendeva direttamente dallo Sco, poi è stata inquadrata nella squadra mobile. Un punto da chiarire è se i funzionari mandati a Genova in missione di ordine pubblico ricevessero gli ordini dallo Sco o dall'Ucigos. Di Bernardini afferma di aver preso in consegna le due Molotov e di averle date nel cortile della Diaz al vice questore Pietro Troiani, anche lui proveniente da Roma, dicendogli di passarle a Gilberto Calderozzi, numero due dello Sco, uno degli alti funzionari partecipanti all'irruzione nella Diaz. Troiani ammette di essersi scambiato le bottiglie incendiarie con Di Bernardini, ma non conferma né smentisce di averle date a Calderozzi. E quest'ultimo asserisce di non averle mai viste. La cosa molto strana è che nessuno dei funzionari abbia registrato in una nota di servizio i passaggi di mano dei due ordigni. E' un obbligo elementare. Nessun agente, nessun ispettore prenderebbe mai in consegna un ordigno o una qualsiasi arma, senza annotarne in un foglio di servizio la provenienza e le caratteristiche. Di Bernardini ricorda solo di averle prese da un "furgone". E' possibile che proprio un funzionario abbia trascurato quell'obbligo elementare di fare la nota di servizio sia sull'acquisizione delle bottiglie molotov sia sulla consegna al collega? E' possibile che anche nel successivo passaggio di mano vi sia stato lo stesso comportamento? I ricordi vaghi prima o poi usciranno dalle nebbie. E questo preoccupa molto il Viminale.25 luglio 2002 - G8: DIAZ; INTERROGATO LUPERI
ANSA:
E' cominciato alle 12.30 in procura a Genova l' interrogatorio di Gianni Luperi, attuale capo dell' antiterrorismo della polizia, indagato nell' ambito dell' inchiesta sulla scuola Diaz per concorso in lesioni, falso e calunnia. "Ho gia' risposto ampiamente sui spostamenti e sul mio ruolo durante il G8" ha detto laconico Luperi prima di entrare nella stanza del magistrato. Per Luperi si tratta infatti del secondo interrogatorio da parte del pm Enrico Zucca in qualita' di indagato. La nuova convocazione e' stata decisa dal magistrato per ricostruire gli spostamenti delle due bottiglie molotov che sarebbero state messe dalla polizia all' interno della scuola Diaz come false prove a carico dei 93 no global arrestati. Luperi e' assistito da due avvocati del foro di Lucca Carlo Di Bugno e il professor Enrico Mazzaduri.
Si e' concluso dopo un'ora e mezzo l' incontro tra Gianni Luperi e i pubblici ministeri Enrico Zucca e Monica Parentini. Il capo dell'antiterrorismo dopo aver appreso le nuove contestazioni di falso e calunnia, si e' avvalso della facolta' di non rispondere. All'uscita dalla stanza dei magistrati, Luperi ha solo ribadito di non voler fare alcuna dichiarazione.26 luglio 2002 - G8: BOLZANETO; VIOLENZE, 30 RICONOSCIUTI DA FERMATI
ANSA:
Sono una trentina, tra poliziotti, agenti di polizia penitenziaria, carabinieri e sanitari, le persone riconosciute dai manifestanti, come presunti responsabili di violenze e soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto, durante i giorni del G8. Nell' ambito dell' inchiesta sono dodici i componenti delle forze dell' ordine gia' indagati per abuso di autorita' contro i manifestanti arrestati o detenuti. Di questi, due ispettori di polizia saranno interrogati nei primi giorni della prossima settimana dal pm Vittorio Ranieri Miniati. Nei confronti dei sanitari invece, quattro medici e sei infermieri, la procura ha aperto la scorsa settimana un fascicolo a parte, per ora senza ipotesi di reato. Le forze dell' ordine devono invece rispondere dell' accusa di abuso di autorita' contro arrestati o detenuti. I riconoscimenti sono stati resi possibili grazie alle numerose ricognizioni personali fatte mostrando ai manifestanti, parti lese, recenti fotografie di tutto il personale in servizio. Uno dei primi ad essere stato individuato e' il poliziotto autore di una delle violenze piu' atroci denunciate. Si tratta di quel funzionario di polizia che ha divaricato le dita di una mano ad un giovane provocandogli numerose fratture al dorso. Ieri invece, nel corso di una ricognizione personale, Bruno Pasolini, un sindacalista della Fiom di Brescia, arrestato il 20 luglio dell' anno scorso, ha ricordato ai magistrati gli episodi di molestie di cui fu vittima nella caserma di Bolzaneto. Autori di queste angherie sarebbero stati due poliziotti, una donna e un uomo, ma con il concorso "morale" di alcuni sanitari presenti nella stanza. Tra questi il manifestante avrebbe riconosciuto un medico o un infermiere. Pasolini ha raccontato di essere stato picchiato in piazza con dei manganelli, arrestato e poi portato a Bolzaneto. In caserma la poliziotta gli avrebbe detto "Questo ha un bel..., me lo farei", mentre il poliziotto avrebbe aggiunto "Allarga un po' le gambe che ci penso io con il manganello". Nell' ambito invece dell' inchiesta per l' irruzione nella scuola Diaz, il pm Enrico Zucca ha inviato in questi giorni una decina di avvisi di convocazione a tutti i dirigenti e funzionari di polizia gia' interrogati, indagati a vario titolo per concorso in lesioni gravi, falso e calunnia. La prima tornata di confronti ci sara' martedi' prossimo, 30 luglio. E' intenzione del magistrato mettere i poliziotti a confronto sulle dichiarazioni fatte, la maggior parte discordanti, sul ritrovamento alla Diaz delle due bottiglie molotov. Secondo l' ipotesi di accusa della procura le due bottiglie incendiarie sarebbero state portate dalla polizia nella scuola per usarle come false prove contro i manifestanti arrestati.28 luglio 2002 - G8: MOLOTOV; PER "REPUBBLICA" UN AGENTE CONFESSA, HO OBBEDITO AD UN ORDINE
ANSA:
"Ho portato le molotov alla scuola Diaz. Ho obbedito ad un ordine di un superiore". Sarebbe questo il contenuto choc di una confessione resa da un agente di Ps ai magistrati genovesi che indagano sulle due bottiglie incendiare ufficialmente sequestrate all'interno della scuola-dormitorio dei no global in occasione del G8 dello scorso anno. Della confessione da' notizia oggi il quotidiano 'La Repubblica' che rivela le modalita' utilizzate per introdurre nella scuola le false prove e giustificare cosi' l'incursione violenta compiuta la notte del 21 luglio scorso. Sempre secondo il quotidiano il poliziotto avrebbe indicato nel vicequestore Pietro Troiani, del reparto mobile di Roma, il superiore che gli aveva dato tale disposizione. Secondo quanto riportato nell'articolo, l'agente, autista di un funzionario di polizia, avrebbe raccontato che le due molotov sarebbero state raccolte, come gia' affermato davanti ad un giudice di Bari dal vice questore Pasquale Guaglione, in una aiuola del lungomare di Genova durante gli scontri di sabato 20 luglio, e sarebbero state depositate in un furgone utilizzato proprio per custodire le armi abbandonate. Sempre secondo il racconto del poliziotto riportato su 'Repubblica' quel furgone rimase sino alla sera successiva nel cortile interno della Questura di Genova e fu poi proprio lo stesso agente, obbedendo ad un ordine di un superiore gia' indagato per falso e calunnia proprio in relazione alla vicenda molotov, a guidarlo sino alla scuola Diaz. La confessione del poliziotto si innesca perfettamente nei racconti forniti alla magistratura da alcuni commissari e funzionari circa le false prove 'costruite' per spiegare i pestaggi e gli arresti alla Diaz e chiarirebbe le modalita' dell'operazione. Ai magistrati resta pero' ancora il compito di verificare il racconto ed raccogliere elementi di prova che potrebbero emergere in modo definitivo martedi' in occasione del confronto davanti al pm Enrico Zucca tra funzionari e dirigenti di polizia presenti quella sera nel dormitorio dei no global. Contestando a ciascuno le versioni gia' fornite, tra loro discordanti, il magistrato intende infatti accertare i vari passaggi delle due bottiglie molotov e valutare la rispondenza dei fatti con il racconto fornito dall'agente. Per questa tornata di nuovi interrogatori sono stati convocati Francesco Gratteri, direttore del Servizio centrale operativo (Sco), il suo vice, Gilberto Caldarozzi, il commissario romano Massimiliano Di Bernardini e il vice questore aggiunto del reparto mobile della polizia di Roma, Pietro Troiani. Altri avvisi di convocazione sono stati inviati a tutti i dirigenti e funzionari gia' indagati per i fatti della Diaz.29 luglio 2002 - G8: DIAZ; INDAGATO AGENTE CHE PORTO' MOLOTOV DENTRO SCUOLA
ANSA:
E' indagato dalla procura l' agente A.B., 25 anni, autista della polizia di Stato, aggregato a Genova durante il G8, che nei giorni scorsi ha rivelato ai pm genovesi di aver portato le due bottiglie molotov alla scuola Diaz su ordine di un superiore. Domani in procura si terranno intanto i confronti tra dirigenti e funzionari di polizia indagati di falso e calunnia a cui i pm intendono contestare le versioni fornite, tra loro discordanti. I pm intendono infatti appurare chi, tra funzionari e dirigenti, ha organizzato il ritrovamento delle molotov per usarle come false prove nei confronti dei 93 no-global arrestati. L' agente A.B., ultimo in ordine di tempo a essere indagato per la vicenda delle due molotov, nei giorni del G8 era a disposizione di Valerio Donnini, dirigente degli Affari Generali del Dipartimento di Ps che gestisce i reparti mobili (non indagato), da cui prendeva ordini anche il vice questore romano Pietro Troiani, indagato per calunnia. Il poliziotto avrebbe in pratica confermato ai pm le dichiarazioni del vice questore di Bari Pasquale Guaglione, cioe' che le due bottiglie molotov erano state trovate in un' aiuola di Corso Italia, alcune ore prima dell' irruzione della polizia nella scuola. Ha pero' aggiunto un altro tassello: di aver portato lui stesso le due molotov nella scuola per ordine di un suo diretto superiore. Questa notizia, che in qualche modo coinvolgerebbe Troiani, apparsa sui giornali, ha provocato una immediata reazione da parte del suo difensore, avvocato Alfredo Biondi. "I processi si fanno in tribunale - ha commentato - e non con le fuoriuscite clandestine di notizie relative ad un' istruttoria che non dovrebbe essere un colabrodo. Naturalmente anche il rapporto processuale finora instaurato subira' la conseguenza di queste violazioni". Il nome di Troiani era stato fatto dal commissario romano Massimiliano Di Bernardini, il quale riferi' ai magistrati di aver visto le due bottiglie molotov, avvolte in una busta di plastica blu, dentro alla scuola, in mano al vicequestore romano, quando gia' a terra c' erano i no-global feriti. Troiani, secondo la versione del commissario, gli disse di averle trovate nella scuola. A quel punto Di Bernardini lo consiglio' di portarle da Gilberto Caldarozzi, vice di Francesco Gratteri, direttore del Servizio centrale operativo (Sco). Caldarozzi avrebbe ammesso ai pm di aver visto le due bottiglie molotov e di essere stato avvisato del loro ritrovamento non da Troiani, ma da Di Bernardini, e comunque di non averle mai avute in mano. Il pm, con i confronti di domani, intendono far luce sui vari "passaggi" delle due bottiglie incendiarie,e su chi diede l' ordine di utilizzarle come false prove. Per questa ricostruzione sono stati convocati tutti i funzionari e dirigenti, firmatari del verbale di arresto dei 93 manifestanti, e alcuni partecipanti alla ormai famosa riunione delle 22,30 in questura quando fu deciso di intervenire alla scuola Diaz, tra cui Francesco Gratteri, capo dello Sco, il suo vice Caldarozzi, il commissario Di Bernardini, e il vicequestore vicario bolognese Lorenzo Murgolo. Domani inoltre dovrebbero essere presenti anche Pietro Troiani e l' ex dirigente della Digos genovese Spartaco Mortola. Nell' ambito invece dell' inchiesta sulla caserma di Bolzaneto, i pm Vittorio Ranieri Miniati, Monica Parentini e Patrizia Petruzziello avevano convocato per oggi in procura un ispettore e una ispettrice della polizia di Stato, indagati per non aver imepdito la violenza nei confronti degli arrestati. L' ispettore si e' avvalso della facolta' di non rispondere, mentre la dirigente ha concordato con il pm un' altra data per il suo interrogatorio.30 luglio 2002 - G8: NIENTE CONFRONTI PER TROIANI
"Il Nuovo"
Molotov nella scuola Diaz, Troiani rifiuta il confronto
Alla fine niente confronti tra dirigenti di polizia per le molotov alla Diaz. Il vicequestore Troiani rifiuta il faccia a faccia.
di Alessandra Fava
GENOVA - Il faccia a faccia tra i vertici della polizia presenti al blitz della Diaz non c'è stato. Gli interrogatori sono ancora in corso e minacciano di arrivare a notte fonda, ma il confronto all'americana favoleggiato dai giornali non s'é visto. Forse il disegno dei pm genovesi è saltato perché è mancato il caposaldo. Pietro Troiani, vice questore aggiunto del reparto mobile di Roma, ha infatti rifiutato il confronto o meglio si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Lo dice il suo avvocato Alfredo Biondi che verso le cinque del pomeriggio dopo una giornata di lunghe attese e convocazioni improvvise, dice: "non abbiamo ritenuto necessario nessun confronto. Troiani ha confermato le precedenti dichiarazioni come persona informata dei fatti e poi come indagato. Risponde per il segmento di attività svolto, quindi ha dato spiegazioni del suo comportamento. Alla Diaz, " conclude sibillino Biondi, "le molotov le avevano quelli che le avevano, ma in Italia gli ordini non li dà nessuno, sono segreti. Fa parte dei misteri italici".
Pietro Troiani (per altro anche lui indagato di falso e calunnia e già sentito dalla Procura) doveva essere il grimaldello, quello che metteva in crisi le dichiarazioni già fatte dagli altri: era stato citato da Massimiliano Di Bernardini, funzionario romano, che disse che gli aveva consigliato di portare le molotov a Caldarozzi, il vice di Gratteri. In settimana i pm hanno preparato l'interrogatorio per filo e per segno con diverse riunioni e si parlava anche del faccia a faccia. "Tutti quelli che hanno toccato le molotov sono rimasti bruciati" si commentava nei corridoi. Oggi i "numeri uno" dell'assalto notturno alla scuola di via Cesare Battisti sono tutti qui: il capo dello Sco (Servizio centrale operativo della polizia) Franco Gratteri, il suo vice Gilberto Caldarozzi, Spartaco Mortola ex capo della Digos di Genova, poi Troiani, quindi Massimiliano Di Bernardini. Nel pomeriggio arriva anche Lorenzo Murgolo, questore vicario di Roma.
Man mano si susseguono gli interrogatori. In mattinata vengono sentiti brevemente Gratteri e Caldarozzi e più a lungo Mortola che nelle ultime settimane ha scelto una linea difensiva sostenendo di essere arrivato alla Diaz a cose fatte. Nel pomeriggio è stata la volta di Gratteri, Di Bernardini, Troiani, Mortola e Caldarozzi. "I pm non hanno niente in mano", sbotta un avvocato uscendo dalla stanza di Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, "chiedono a ognuno notizie sulle attività di altri. Come è possibile fare un interrogatorio in questo modo?". In maniera più esplicita un'accusa simile arriva da Maurizio Mascia, avvocato difensore di Mortola: "Presunte. Sì chiamiamole così queste molotov. E poi i termini della questione non sono chiari neppure alla difesa, non sappiamo se ci sono dichiarazioni in contrasto".
Insomma per ora la verità su chi e come decise di portare le molotov alla Diaz come prova della presenza dei Black bloc sembra lontana. Si sa che le bottiglie passarono per le mani di Pasquale Guaglione, l'agente di Bari che le trovò in corso Italia, in un cespuglio. Finirono sul Magnum di A. B., autista di Valerio Donnini, responsabile dei reparti antisommossa e non indagato. Come e se finirono a Troiani si continua a non sapere. Non è spuntato nessun "pentito" tra le forze dell'ordine. "Qualcosa alla Diaz è successo, ma non c'entrano le persone che sono qui", commenta l'avvocato Luigi Li Gotti, difensore di Gratteri.30 luglio 2002 - G8: DIAZ; LEGALI MANIFESTANTI, DISEGNO GLOBALE PRECOSTITUITO
ANSA:
Un' indagine alla Perry Mason per dimostrare che al G8 di Genova i manifestanti si difesero da un disegno precostituito di aggressione da parte delle forze di polizia. E' questa la linea scelta da alcuni avvocati dei no-global indagati per gli scontri di piazza. I legali intendono sentire fra gli altri anche Fini e Scajola. Gli avvocati sono Andrea Sandra di Genova, Ezio Menzione di Pisa (difensore anche di Ovidio Bompressi), Gilberto Pagani e Giorgio Bonamassa di Milano, Nicola Canestrini di Trento. Tutti facevano parte del Genoa Legal Forum, il pool di legali del Genoa Social Forum, ma se ne sono distaccati considerandolo un' esperienza ormai conclusa. I cinque legali chiedono l' immediata archiviazione per i 93 arrestati alla Diaz e un' indagine approfondita sul blitz della polizia al centro stampa del GSF nella scuola Pascoli. Ma soprattutto, intendono dimostrare che al G8 dell' anno scorso ci fu un disegno globale da parte del governo per attaccare il movimento. "Per arrivare a questo risultato - dichiara Sandra - intendiamo avviare un' indagine difensiva, come previsto dal codice. Sentiremo persone in tutta Italia, e chiederemo di rispondere alle nostre domande anche al vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, al ministro dell' Interno Claudio Scajola e ai parlamentari di An Ascierto e Bornacin, che erano presenti a Genova in quei giorni". "In riferimento all' irruzione alla Diaz - prosegue Sandra - e' ormai assodato che vi fu un disegno precostituito da parte dei dirigenti l' operazione. La completezza dell' indagine consentirebbe di accertare l' ipotesi di un disegno globale precostituito che non si limita agli episodi sopra ricordati, ma che si estende alla gestione delle forze dell' ordine nel corso delle manifestazioni di venerdi' 20 e saba