25 gennaio - Presentato a Milano
il libro "L' altra faccia della medaglia" di Maria Eleonora Guasconi, edito
da Rubettino. Il libro si occupa dei condizionamenti, ufficiali e non,
che gli Usa misero in atto in Italia durante la Guerra fredda, nell' ambito
della lotta al comunismo. "L' intervento Usa - ha spiegato la Guasconi,
giovane storica toscana - per la lotta al comunismo in Italia riguardo'
tre settori: la cosiddetta guerra psicologica, il tentativo di contrastare
la Cgil e favorire nel contempo la nascita di sindacati anticomunisti e
gli interventi nel settore delle relazioni industriali". Ci fu anche un
piano denominato 'Demagnetize' (smagnetizzazione) operante tra il
'52 e il '53 che poi fu congelato ma alcuni aspetti vennero comunque portati
avanti "come ad esempio i prestiti alle industrie, tra cui la Fiat per
far calare la presenza di operai e sindacalisti comunisti in fabbrica".
Gli Usa tentarono di esportare il loro modello di organizzazione industriale
ma fu la parte del piano in cui ebbero meno successo: la Fiat 600 ne e'
un esempio, un' auto radicalmente diversa dal modello di auto che gli americani
avrebbero voluto fosse prodotta.
8 febbraio – Il sen. Francesco Cossiga
dichiara: “Certamente le dichiarazioni dell'amico Berlusconi sulla scarsa
democraticita' delle future elezioni regionali suonano in verita' un po'
improprie anche perche' sul futuro poco possiamo dire e ancor di meno,
a mio avviso, sull'efficacia degli spot. Per rispetto della verita', tuttavia,
ci e' parso fin dall'inizio che l'idea della par condicio sia stata dettata
piu' da tardive paure elettorali che da rigorose e neutrali applicazioni
di principi di correttezza e uguaglianza giuridica, del tutto dimenticati
sotto il governo Prodi e il primo governo D'Alema e in verita' poco pertinenti
in un paese nel quale il cosiddetto servizio pubblico ('risum teneatis!'),
e come e' stato accertato anche parte di quello commerciale, sono uno 'spot
continuo', a favore della coalizione di maggioranza e del governo. Ma,
se questa e' materia opinabile non e' opinabile il fatto, tra l'altro consacrato
in migliaia di pagine degli atti della Commissione di inchiesta sulle stragi,
che alcuni dirigenti dei Ds, che ora si sbracciano, sono gli stessi dirigenti
del Pds e in moltissimi casi del Pci che erano ben addestrati e quasi maestri
della retorica del complotto di memoria terzinternazionalista. Retorica
secondo la quale la mancata ascesa al potere del Pci era dovuta a complotti
internazionali, alla Nato, a disegni destabilizzanti, a stragi di Stato
e quant'altro (a partire dalla vituperata Gladio che diede luogo
ad una vergognosa caccia alle streghe), rifiutando in questo modo la tradizione
realista della socialdemocrazia europea. Per rispetto della verita', va
detto che sono state queste affermazioni e queste logiche a cercare nel
passato di delegittimare, anche sulle piazze, il sistema parlamentare italiano
quando venivano sconfitti, ed in particolare in significative occasioni,
quali l'approvazione del Patto Atlantico e dei trattati costitutivi della
Comunita' europea. E mi duole, ma non mi meraviglia, che anche in questa
occasione i Ds abbiano avuto alcuni caudatari che fino ad avant'ieri avrebbero
detto le stesse cose che oggi dico io”.
17 febbraio - Il sottosegretario alla Difesa
Paolo Guerrini, rispondendo in commissione Difesa al Senato ad un' interrogazione
di Vicenzo Manca (Forza Italia) in cui si chiedeva se “per tutti gli appartenenti
alla disciolta Stay Behind non si ritenesse opportuno quanto doveroso
procedere al riconoscimento dello stato giuridico di militari per il periodo
in cui essi sono stati inquadrati nella struttura” afferma che “Non si
puo' ridurre Gladio a una vertenza sindacale sulle ricostruzioni di carriera.
La storia del dopoguerra, della contrapposizione tra i blocchi est-ovest
e' questione troppo seria e complessa per essere vista solo dal lato della
ricostruzione di carriera dei gladiatori. Su Gladio vi sono opposte opinioni:
una che la considera un' organizzazione che aveva lo scopo di organizzare
la resistenza in caso di invasione del nostro Paese. In questo caso, ora
per allora, chiederei anch' io di farne parte. Un' altra visione la considera
come un' organizzazione che voleva impedire la costituzione di un governo
frutto di un risultato elettorale indesiderato. In questa ipotesi non c'
e' bisogno che io mi iscriva al partito avverso poiche' gia' ne faccio
parte, quello della repubblica democratica”. Il senatore Vincenzo Manca
ribatte che “La magistratura ha gia' autorevolmente assolto Gladio da qualsiasi
sospetto” e che “la risposta del governo e' stata deludente, in quanto
ha messo in evidenza scarsa conoscenza dell' argomento, volontaria distorsione
dei dati oggettivi di riferimento, pretestuosita' nel distinguere i gladiatori
con servizio militare precedentemente prestato da quelli che erano esonerati
dalla leva”. Secondo il senatore di Forza Italia, “il tutto va giudicato
come grave forma di ipocrisia, ingratitudine e insensbilita' verso dei
cittadini meritevoli, che hanno militato volontariamente in un' organizzazione
creata dal governo italiano con accordi Nato per il bene della patria.
Per quanto ci riguarda e ci compete - conclude - non staremo ne' zitti
ne' fermi e daremo battaglia per far trionfare la giustizia e debellare
l'ipocrisia. Cio' anche nella certezza che presso il Sismi e le procure
della repubblica esista un' ampia documentazione per gli adempimenti burocratici
richiesti e finora ignorati”.
28 febbraio – Il sen. Giulio Andreotti,
all'uscita dall'aula del tribunale di Velletri dove e' stato ascoltato
come testimone e quale ministro della Difesa dell'epoca, in un processo
per diffamazione, dice:“Io non ho mai visto il Piano Solo, ma da
tutto quello che si e' saputo non sembra fosse assolutamente un piano di
carattere eversivo, non credo assolutamente che ci sia stato il rischio
di un golpe in Italia”. Prima di lui anche il sen. Francesco Cossiga nell'ambito
dello stesso procedimento, aveva ridimensionato l'importanza del Piano
Solo, redatto nel 1964 dall'allora comandante generale dell'Arma dei Carabinieri,
Giovanni De Lorenzo. “Considero questo Piano - ha precisato Andreotti –
un fatto di nessunissima importanza sostanziale su cui si sono create tante
leggende”. In aula, il senatore si e' soffermato su due punti in particolare
delle spiegazioni che diede il gen. De Lorenzo sui fascicoli del Sifar,
i servizi segreti del tempo, che ha definito “plausibili”: il numero dei
fascicoli esistenti e il coinvolgimento in essi di esponenti ecclesiastici.
Andreotti ha ricordato che i fascicoli furono distrutti nell'inceneritore
a Fiumicino nel 1974, quando torno' alla carica di ministro della Difesa
ed apprese che il materiale non era stato ancora distrutto, come aveva
disposto in precedenza la commissione Alessi. “Non mi risultano casi –
ha precisato Andreotti - in cui questi fascicoli siano stati utilizzati
diversamente dal loro scopo o che siano stati fatti abusivamente fascicoli”.
In quell'anno egli apprese il contenuto degli 'omissis' che coprivano una
parte della relazione riguardante la vicenda, scoperta, ha detto, che “non
mi ha portato ad una valutazione diversa da quella che avevo espresso in
precedenza”. Il senatore ha precisato anche: “Nel 1964 non sentii parlare
del Piano Solo, ne ho sentito evocare dopo”, cosi' come del presunto ordine
di uccidere 50 altoatesini. Infine Andreotti si e' soffermato sui cattivi
rapporti esistenti tra il gen. Aloia, predecessore del gen. De Lorenzo
nella carica di capo di Stato Maggiore, e il comandante di Corpo d'Armata,
Beolchini, autore della prima relazione sui fascicoli per la commissione
che indago' sul caso. “Il gen. Beolchini nutriva risentimento nei confronti
del gen. De Lorenzo”, ha detto Andreotti, mentre i rapporti tra Aloia e
De Lorenzo “erano pessimi”. Fu questo uno dei motivi principali per cui
si oppose all' epoca alla successione di De Lorenzo a capo di Stato Maggiore.
Il processo ha preso spunto da un opuscolo pubblicato nel 1993 dal settimanale
'Avvenimenti', nel quale si affermava che il gen. De Lorenzo era un “golpista”.
A presentare la querela e' stato il figlio dell'ufficiale, Alessandro De
Lorenzo. Il processo e' stato aggiornato al 3 aprile quando deporranno
l'ex direttore della Repubblica Eugenio Scalfari ed il sottosegretario
alla Difesa Massimo Brutti.
28 marzo - L'ex presidente Francesco Cossiga
polemizza con il segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti:"Fa bene il giovane
Castagnetti a ricordarmi le mie responsabilita'. Me le sono sempre assunte
ed ho pagato per esse. Me le sono assunte davanti al tribunale dei ministri
quando mi feci carico di Gladio, voluta a suo tempo da Moro e Taviani e
di cui mi occupai per incarico del primo; e l'ho pagata con un'autentica
persecuzione da parte dei comunisti. Me la sono assunta quando riuscii
a far schierare, con l'aiuto di Zaccagnini, Craxi, Spadolini e Malagodi,
l'Italia accanto alla Germania nel riarmo nucleare e per risposta i comunisti
mi trascinarono nel caso Donat Cattin. Me le assunsi per il caso Moro dimettendomi,
sia perche' lo sentivo un dovere morale sia per cercare di non fare naufragare
il progetto politico di Moro e Andreotti della solidarieta' nazionale".
28 marzo - L'ex presidente della Commissione
Difesa della Camera Falco Accame segnala che nel suo sito
Internet, Antonino Arconte, un sardo che dice di essere stato un gladiatore
dal nome in codice G71, scrive che negli anni '70 furono indetti concorsi
dal ministero della Difesa per entrare nel Sid (i servizi segreti dell'epoca)
e da qui transitare in Gladio. Scorrendo il sito, realizzato alcuni anni
fa, si legge che "Gladio era composto di tre centurie: la prima era chiamata
'Aquile', ed era composta da aviatori e para' della Folgore; la seconda
'Lupi', ed era composta da personale della Marina e dell'Esercito; la terza
era invece chiamata 'Colombe' ed era composta da civili, donne comprese".
Accame sottolinea che il nome di Antonino Arconte non figura nella lista
dei 622 resa nota in Parlamento, risultata comunque "del tutto inattendibile"
e che le modalita' di reclutamento "se vere, sarebbero del tutto inedite".
G71, infatti, "sarebbe stato arruolato nel '70 in un concorso di militari
per il passaggio nel Sid tenutosi a Viterbo. Ora lamenta - aggiunge Accame
- che pur essendo a libro paga fin dal 1970, non prende la pensione, ne'
ha potuto riscuotere i due terzi del suo stipendio accantonato in titoli
di Stato". In un' intervista, anche questa presente in rete e di cui inserisco
una
copia, perche' e' un file zippato da scaricare,, Arconte dice anche
che Raul Gardini era una delle 'Colombe' ed esprime forti dubbi sul suo
suicidio.
3 aprile - Al processo di Velletri per
diffamazione intentato da Alessandro De Lorenzo, figlio del defunto generale,
nei confronti del settimanale "Avvenimenti", il sottosegretario agli interni
Massimo Brutti, intervenuto in qualita' di persona informata dei fatti
come ex presidente del Comitato parlamentare sui servizi di informazione
e sicurezza, dice che il generale Giovanni De Lorenzo, "stando in un circuito
istituzionale, partecipo' con responsabilita' di primo piano all'approntamento
di uno strumento illegittimo". Riferendosi al piano Solo, Brutti ha parlato
di "una vicenda in continuita' con altre vicende degli anni 50" sottolineando
che le liste di persone da fermare e arrestare di cui si parla nel Piano
Solo sono altra cosa rispetto ai fascicoli anch'essi illegittimi realizzati
dai servizi segreti sulla vita di esponenti pubblici. De Lorenzo, infatti,
fu a capo del Sifar prima di passare al vertice dell' Arma. "Nel 1964 -
ha detto Brutti - ci fu una stretta, un aggiornamento delle liste perche'
potessero diventare operative immediatamente". Il motivo di tale iniziativa
per Brutti sarebbe stata la formazione del primo Governo di centrosinistra.
Il sottosegretario ha parlato di due giudizi, storico e politico: "Lo scopo
era bloccare gli uomini dell' opposizione ed i capi comunisti, una iniziativa
che contraddiceva i principi della Costituzione ma che storicamente costituiva
un atto di sottomissione alla 'ragion di Stato' nell'epoca della guerra
fredda". Una parziale giustificazione quest'ultima "per gli anni '50 ma
non per il 1964 quando la pressione della guerra fredda era diminuita;
la novita' allora era il centrosinistra". Per Brutti, De Lorenzo non agi'
da solo. Il giornalista Eugenio Scalfari ha fornito dettagli sul Piano
Solo sostenendo che in una certa situazione di allarme, di tensione, c'era
la preoccupazione che il partito comunista ed i suoi alleati prendessero
l'iniziativa per assicurarsi il potere. Il piano era controreazione preventiva
a questa iniziativa. Il piano prevedeva che per un centinaio di nominativi
- ha ricordato Scalfari - tra i quali dirigenti e sindacalisti di sinistra,
giornalisti e funzionari pubblici di un certo tipo venissero prelevati
a mezzanotte dalle loro case, portati in luoghi di concentrazione e da
li' con aerei e navi in Sardegna per essere trattenuti". I carabinieri,
da soli, avrebbero preso possesso delle stazioni televisive e radio, delle
Ferrovie. Per attuare una operazione di questo tipo Scalfari ha sottolineato
che occorreva sorvegliare queste persone, "conoscere dove abitavano, sapere
come erano fatti i loro portoni, ecc". Scalfari, e prima di lui il giornalista
Lino Jannuzzi, furono gli autori, rispettivamente in qualita' di direttore
e di inviato dell'Espresso, di un'inchiesta giornalistica che nel 1966
porto' alla conoscenza del Piano Solo. Scalfari ha detto che l'esistenza
del piano fu resa nota dal parlamentare socialista Pasquale Schiano, e
fu successivamente confermata da alti ufficiali dei carabinieri, in particolare
dall'allora vicecomandante Giorgio Manes e dal comandante della legione
di Milano Zinza. Iannuzzi ha sottolineato che l'irregolarita' del piano
stava nel fatto che il presidente della Repubblica Segni, scavalcando il
Governo, aveva avuto colloqui privati con De Lorenzo proprio su questo
progetto.
3 aprile - Vincenzo Manca (FI), vicepresidente
della commissione Stragi, chiede l' audizione del vice capo della "residentura"
romana del Kgb negli anni del "piano Solo", colonnello Leonida Kolossov.
" Sembrerebbero esistere infatti sufficienti elementi - dice Manca - per
poter sostenere che il Piano Solo in realta' fu formulato presso la residenza
romana del Kgb e passato quindi, tramite un deputato socialista a due giornalisti
dell' Espresso".
4 aprile - Il sottosegretario alla Difesa
Paolo Guerrini (Pdci), rispondendo ad un'interrogazione in Senato, dice
che Capo Marrargiu, la base nei pressi di Alghero in cui Gladio addestrava
i suoi uomini, e' stata realizzata con il contributo economico della Cia.
"In merito alla partecipazione finanziaria della Cia all'acquisto e alla
costruzione del centro di Capo Marrargiu - ha detto Guerrini - risultano
riscontri che hanno trovato collocazione nella Relazione sull'operazione
Gladio" del comitato parlamentare di vigilanza sui servizi segreti. Secondo
il sottosegretario, in quel documento "nella parte riguardante gli aspetti
finanziari della suddetta operazione, si evincono le spese sostenute dal
servizio statunitense. Riscontri in tal senso - ha aggiunto - risultano
anche da altri documenti relativi al carteggio Gladio a suo tempo sequestrati
dalla procura della repubblica di Roma".
19 maggio - Sono state depositate le motivazioni
della sentenza con cui, il 16 dicembre scorso furono assolti tutti gli
imputati del processo per la caduta di "Argo 16", l' aereo militare dei
servizi segreti precipitato a Marghera il 23 novembre 1973 provocando la
morte dei quattro membri dell' equipaggio. "Appaiono evidenti - e' detto
in un passo della sentenza emessa dalla corte d'assise di Venezia - le
intrinseche debolezze delle ipotesi di partenza, che si alimentano di ulteriori
ipotesi, che solo apparentemente le sorreggono e le convalidano in una
logica autoreferenziale, finalizzata piu' a rafforzare convinzioni che
non a fornire dimostrazioni". Nella sentenza, redatta dal presidente Ivano
Nelson Salvarani, vengono comunque definite un legittimo presupposto per
la riapertura dell' istruttoria le dichiarazioni fatte nel 1986 dal gen.
Ambrogio Viviani, secondo cui "l' esplosione sarebbe stata un avvertimento
del Mossad", e viene inoltre precisato che "non si intende di certo valutare
lo sforzo profuso dal Giudice Istruttore nella compendiosa istruttoria
che, per altro, in parte non irrilevante si e' occupata della struttura
di Gladio". Per quanto riguarda l' ipotesi di sabotaggio del velivolo,
la Corte afferma che "non potendo essere dimostrato ne' da elementi oggettivi
ne' da prove orali, e' stato ritenuto come effettivamente verificatosi
in via deduttiva, in seguito a ipotizzate condotte di copertura attuate
dal Sid sul versante informativo e dall' Aeronautica militare". Ma riguardo
a queste presunte coperture, i giudici aggiungono che non vi e' prova neppure
che il Sid avesse raggiunto la fondata convinzione che Argo 16 fosse stato
sabotato. Riguardo poi alle presunte omissioni da parte dell' Aeronautica,
i giudici sottolineano che spesso la Commissione sugli incidenti di volo
"si rifugiava nelle conclusioni di comodo di attribuire l' incidente a
una 'causa imprecisata', ma appare azzardato fondare su tale prassi disdicevole
la dimostrazione che le conclusioni relative alla caduta di Argo 16 siano
state falsificate". Gli stessi periti poi, fa presente la Corte, non hanno
saputo spiegare con certezza esatta la causa della caduta, e nel corso
del processo hanno propeso per l' ipotesi dell' avaria accidentale. "Indimostrata
la strage - proseguono le motivazioni - anche l' occultamento della stessa
e' rimasta una mera congettura. La tesi accusatoria che una pratica
con le prove del sabotaggio era stata 'impiantata e poi distrutta' non
ha trovato alcuna conferma, neppure parziale".
28 maggio - All' assemblea annuale degli
ex appartenenti a Gladio, il presidente dell' Associazione italiana volontari
Stay Behind, Giorgio Mathieu, chiede per gli ex gladiatori il riconoscimento
lo status giuridico di militari. Secondo Mathieu, il governo deve riconoscere
agli ex gladiatori lo status di militari, mediante la trascrizione in chiaro
del servizio prestato nella Gladio sui fogli matricolari sostituendo le
attuali descrizioni "di copertura" con la specifica dell' indicazione "organizzazione
militare speciale" e l' apertura di fogli matricolari caratteristici anche
per coloro (come le donne) che all' epoca non erano contemplati come iscrivibili
in tali fogli. "L' iniziativa - ha spiegato Mathieu - ha il duplice scopo
di far certificare in un atto ufficiale la piena legittimita' della appartenenza
alla struttura segreta e di far cosi' risultare in maniera inequivocabile
che nessuno dei corsi ed esercitazioni effettuate era finalizzato a compiti
ed impieghi impropri e diversi da quelli previsti e programmati". All'
assemblea hanno partecipato anche l' on. Marco Taradash e il sen. Vincenzo
Manca della Commissione Stragi, che hanno illustrato le interrogazioni
parlamentari da loro presentate sull' argomento e alle quali il governo
ha dato risposte da loro ritenute "insoddisfacenti".
22 giugno - Francesco Gironda, portavoce
degli ex appartenenti a Gladio, commenta le affermazioni contenute nella
relazione dei Ds alla commissione stragi "in cui si afferma che la Gladio
aveva anche lo scopo di contrastare un partito politico democraticamente
chiamato a rappresentare le istanze di milioni di italiani" e le definisce
affermazioni "destituite di ogni fondamento", che dimostrano "un pressapochistico
tentativo di giustificazione della storia di un partito che continua a
non distanziarsi da un passato democraticamente impresentabile".
23 giugno - L' ammiraglio Fulvio Martini,
ex capo del Sismi, commenta con i giornalisti il dossier dei Ds sulle stragi
e dice:"Ho letto che hanno citato Gladio e questo mi sembra stupefacente:
dovrebbero rileggersi l' archiviazione dell' indagine su Gladio del 1996
che e' a firma Salvi, Ionta e Saviotti". Ad un giornalista che gli chiedeva
che cosa ne pensasse della definizione di "stragi di Stato e atlantiche",
Martini ha risposto: "Siamo d' estate e il sole picchia".
20 luglio - Il deputato torinese della
Lega Nord Mario Borghezio, in una lettera al Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi, propone la nomina di Edgardo Sogno a senatore a vita.
Sogno, 85 anni, da Natale e' sofferente per gravi disturbi cardiaci ed
e' attualmente ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell' ospedale
Molinette; le sue condizioni non sono pero' particolarmente preoccupanti.
"Mi pare incredibile - scrive Borghezio nella lettera - che un uomo di
questa levatura rischi di morire dimenticato e abbandonato dall' Italia
ufficiale. I meriti storici e politici di questo coraggioso combattente
per la liberta' di tutti non vanno dimenticati". Anche Stefania Craxi,
figlia di Bettino Craxi, dichiara:"Vorrei testimoniare solidarieta' ad
Edgardo Sogno perche' la sua sofferenza e la sua solitudine mi ricordano
quella di mio padre, Bettino Craxi, al quale la vicenda Sogno arrecava
profonda indignazione". "Vorrei dire al patriota Sogno - aggiunge Stefania
Craxi - che ha il dovere di continuare a lottare e quello di curarsi, perche'
la sua salute e la sua battaglia per la verita' e la giustizia stanno a
cuore di tutti i patrioti, ai garibaldini braccati e agli incalliti libertari
che ancora ci sono in questo Paese".
26 luglio – Muore a Milano Adolfo Beria
D'Argentine, magistrato, 79 anni. Beria D' Argentine era stato procuratore
generale di Milano tra febbraio 1987 e dicembre 1990, quando lascio’ l'
incarico e la magistratura per raggiunti limiti di eta'. Nato a Torino
il 5 dicembre 1920. Laureato in giurisprudenza e filosofia, comincio' il
tirocinio come uditore a Biella e passo' poi attraverso vari incarichi
fino ad assumere, nel 1978, quello di presidente del tribunale dei minori
di Milano. E' stato anche segretario generale del Centro di prevenzione
e difesa sociale, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, componente
del Csm e piu' volte presidente dell' Associazione Nazionale Magistrati.
Beria D’Argentine, durante la resistenza, e’ stato uno dei componenti dell’organizzazione
Franchi, un avventuroso gruppo di partigiani bianchi, guidato da Edgardo
Sogno, in contatto con i servizi segreti della Gran Bretagna e degli Stati
Uniti. Con Sogno, Beria d’ Argentine e’ rimasto legato anche in seguito.
Ecco un brano di un’ audizione del marzo 1999
di Alberto Franceschini in commissione stragi:
PRESIDENTE - ...A questo proposito c’è
un episodio che la riguarda. Quando foste arrestati, nel 1974, è
vero che avevate un carteggio intercorso tra Edgardo Sogno e il giudice
Adolfo Beria d’Argentine che però non risulta fra il materiale sequestrato
?
FRANCESCHINI - E’ stata un’altra delle cose emerse
al processo di Torino del 1978. Durante il sequestro Sossi compimmo due
azioni: una alla sede del CRD (Comitato di resistenza democratica) a Milano
e un’altra al Centro Sturzo (mi sembra che si chiamasse così) a
Torino. In queste due "perquisizioni", soprattutto in quella a Milano presso
il CRD, portammo via una documentazione, consistente in un elenco di persone
che avevano partecipato ad un convegno sulla riforma dello Stato in senso
gollista che si era tenuto a Firenze credo nel 1973-1974.
PRESIDENTE - Capisco a cosa si riferisce.
FRANCESCHINI - Vi era una serie di relazioni
fatte a questo convegno. A una di tali relazioni (riguardava le modifiche
alla Costituzione eccetera) era allegato questo documento anonimo, una
lettera che ricordo ancora cominciava con: "Caro Eddy". Diceva: "Ti ho
mandato le cose che mi chiedevi, ti prego, leggile tu al convegno: sai,
per la mia posizione non posso venire, non posso espormi". Era Beria d’Argentine
che all’epoca credo fosse procuratore di Milano o una roba del genere.
Quando fummo arrestati io e Curcio, questi documenti li avevamo in macchina,
anche perché volevamo renderli noti pubblicandoli in una specie
di libretto. Questi documenti sono scomparsi. Al processo, nel 1978, parlo
di questi documenti e chiedo alla corte di far venire Edgardo Sogno e Beria
d’Argentine in aula e di svolgere un confronto per vedere se erano vere
queste cose che dicevo io. Vennero in aula e confermarono: Beria d’Argentine
disse che era vero, era amico di Sogno dai tempi della "Franchi", un’organizzazione
in cui erano stati insieme durante la Resistenza, c’era un rapporto di
amicizia, lui aveva scritto questa lettera .
PRESIDENTE - Il punto che mi interessa è
che questa documentazione è scomparsa.
FRANCESCHINI - Sì, scompare. La ricordo
ancora perché l’ho guardata, c’era circa un migliaio di nomi. L’elemento
più interessante era un tabulato con moltissimi nomi (ufficiali,
certamente alte personalità dello Stato). Poi, quando è uscita
la storia della Loggia P2 ho pensato che forse c’entrava qualcosa.
Nella richiesta di autorizzazione a procedere
contro il sen. Giulio Andreotti per l' uccisione di Mino Pecorelli, c'
e' una dichiarazione del gen. Nicolo' Bozzo, stretto collaboratore del
gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, raccolta l' 11 maggio 1993. Bozzo dice:
"Dalla Chiesa era molto interessato da una ipotesi
di lavoro che aveva cominciato a elaborare a seguito degli attentati a
Savona nel 1974/75. Si era infatti accorto che poteva intravedersi un collegamento
operativo tra ambienti della destra eversiva, criminalita' comune organizzata,
massoneria e settori dei servizi deviati. Successivamente al 1° settembre
1978 e cioe' quando il rapporto di dipendenza divenne diretto, il generale
mi invito', in piu' occasioni, ad approfondire questa ipotesi che, a suo
parere, si fondava sull'esistenza di una struttura segreta paramilitare,
con funzioni organizzative antinvasione ma che aveva poi debordato in azioni
illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro intemo. A suo parere
questa struttura poteva aver avuto origine sin dal periodo della Resistenza,
attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso
il controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza. In particolare
il generale mi segnalo' l'Organizzazione Franchi. Un'occasione di discussione
a tale proposito fu l'indicazione da parte di Viglione del nome del Magistrato
Beria D'argentine, come partecipe delle riunioni delle Br il generale,
infatti, la defini' un'azione di depistaggio ma si interrogava sulla funzione
di questa operazione di depistaggio e se essa potesse essere ricondotta
agli organismi di cui ho parlato. In questo contesto, su indicazione del
generale, mi recai anche a contattare un confidente del quale non intendo
fare il nome, avvalendomi del diritto di non rivelare la fonte - che mi
forni' qualche notizia generica, che confermava il senso dell'ipotesi operativa
manifestatami dal generale. Il confidente apparve pero' terrorizzato e
temeva per la propria vita. Egli mi disse che temeva di essere assassinato
da questa síruttura, che pero' non volle indicare specificamente.
In sostanza egli disse che alcune formazioni comuniste erano state infiltrate
durante la Resistenza al fine di portarle all'annientamento. Si trattava
delle formazioni comuniste, socialiste e azioniste. Non volle pero' parlarne
oltre. L'incontro avvenne nell'autunno 1978. Il generale ed io fummo poi
presi da ben altri impegni immediati, anche per il ritmo incalzante delle
operazioni antiterrorismo. Dai primi mesi del 1979, o meglio da quando
vi fu a Roma il processo Viglione, l'interesse del generale scemo', anche
perche' vi era ormai una pubblicita' sul tema e non era piu' opportuno
svolgere indagini di carattere riservato. Ne' si poteva pensare ad aprire
un'indagine vera e propria con quegli elementi, o meglio con le sole ipotesi
di cui si disponeva."
5 agosto - Edgardo Sogno Rata del Vallino,
84 anni, muore nella sua casa di Torino, stroncato da una crisi cardiaca.
Secondo alcuni e' stato un golpista e un agente dei servizi segreti occidentali,
secondo altri un eroe della liberta' e un precursore della seconda repubblica
e del bipartitismo. Edgardo Sogno Rata del Vallino, di famiglia nobile
piemontese, nasce nel 1915 a Torino. Nel 1938 si arruola come volontario
franchista nella guerra civile spagnola. Partecipa alla seconda guerra
mondiale come ufficiale del "Nizza cavalleria" ed entra poi nella resistenza
come fondatore dell' Organizzazione Franchi, da lui comandato con il nome
di battaglia di Franco Franchi, un gruppo di partigiani bianchi (ne fa
parte anche Adolfo Beria D'Argentine, morto pochi giorni fa) collegato
con i servizi segreti inglesi e con quelli americani che gli conferiranno
la "Bronze star". L'avventurosa banda di Sogno mette a segno alcune imprese
come la liberazione di Ferruccio Parri. Lo stesso Sogno e' arrestato quattro
volte dai nazisti e quattro volte liberato. Monarchico convinto, nel dopoguerra
entra nel Partito liberale. Nel 1948 comincia la carriera diplomatica.
Nell' agosto 1950, mentre e' segretario d' ambasciata a Parigi, riceve
l' invito dal ministro dell' Interno Scelba di organizzare elementi civili
di appoggio alle forze dell' ordine e elabora il progetto degli "atlantici
d' Italia", primo abbozzo della futura Gladio. Nel 1953, con Luigi Cavallo,
fonda il movimento "Pace e liberta", un centro di attivita' anticomunista.
Nel 1971 forma i "comitati di resistenza democratica", che hanno l'obiettivo,
come dira' lui stesso, di "impedire con ogni mezzo" che il PCI vada "al
potere, anche attraverso libere elezioni". La sede dei Comitati viene "perquisita"
nel 1974 dalle Brigate rosse che portano via alcuni elenchi. Queste liste
di nomi erano in mano a Renato Curcio e Alberto Franceschini quando, poco
dopo, saranno arrestati. I due brigatisti denunceranno la sparizione dei
documenti. Il 1974 e' anche l'anno in cui, per l'agosto, Sogno avrebbe
organizzato il cosiddetto "golpe bianco", secondo l'accusa un piano per
rapire il presidente Leone, costringerlo a sciogliere il Parlamento e nominare
un governo di tecnici e militari presieduto da Pacciardi. Sempre secondo
l'accusa il piano prevedeva anche campi di concentramento, un tribunale
speciale, la sospensione dell'immunita' parlamentare e lo scioglimenti
del Msi e dei gruppi extraparlamentari di destra e di sinistra. Sul presunto
golpe apre un'inchiesta l'allora giudice istruttore torinese Luciano Violante
che chiede al Sid i documenti su Sogno, che pero' saranno quasi tutti coperti
da segreto di Stato. Il 5 maggio 1976 Violante ordina l' arresto di Sogno
e Cavallo per cospirazione contro le istituzioni dello Stato. Sogno, in
un primo momento, sfugge all'arresto, ma poi si costituisce. La Cassazione
trasferisce pero' l' inchiesta a Roma, ai giudici che si occupano del golpe
Borghese. Dopo un mese e mezzo Sogno ottiene la liberta' provvisoria. Il
12 settembre 1978 Sogno, con Cavallo, Randolfo Pacciardi, Remo Orlandini
e altri e' prosciolto perche' il fatto non sussiste. Nel febbraio 1975
intanto, in un comizio a Roma con Pacciardi, propone una seconda repubblica,
presidenziale, come unica soluzione alla crisi del regime parlamentare
giudicato in stato agonico. Per Pacciardi e Sogno "l'Italia e' un baccanale
orgiastico di delitti e rapine".Tra il 1975 e il 1976 Sogno, con Licio
Gelli, Carmelo Spagnuolo, Anna Bonomi Bolchini e altri, e' uno dei firmatari
degli ''affidavit'' a favore di Michele Sindona, dichiarazioni giurate
rilasciate all' ambasciata Usa e rivolte alla magistratura americana che
sostenevano che Sindona era perseguitato dalla giustizia italiana perche'
anticomunista e prendevano posizione contro la sua estradizione in Italia
per il crack della "Banca privata italiana". Nel 1981 il suo nome compare
negli elenchi dei presunti iscritti alla P2 trovati negli uffici della
Gio.Le. di Gelli a Castiglion Fibocchi. Sogno riprende l'attivita' politica
nel 1986, intervenendo al congresso del Pli, che nel 1988 esorta a "favorire
in ogni modo il successo del progetto politico di Craxi" verso un "sistema
bipolare in cui dialogano e si avvicendano al governo due schieramenti,
uno riformista-innovatore, l'altro tradizionalista e moderato". Alle elezioni
politiche del 1996 e' nelle liste di An, candidato del Polo al seggio senatoriale
di Cuneo, ma non viene eletto. Nel 1997, in un' intervista dichiara che
se la secessione di cui parla Bossi divenisse realta' chiamerebbe a raccolta
"gli uomini della Resistenza, tutti, senza distinzione alcuna in una situazione
del genere. Sono vecchio ma se necessario riprenderei le armi". Nel marzo
del 1999 interrompe la sua collaborazione al quotidiano "Il Giornale" perche'
troppo tiepido nei confronti del "clerico-marxismo". A gennaio di quest'anno
Berlusconi dichiara che "Edgardo Sogno e' uno degli uomini che in Italia
merita maggior rispetto e onsiderazione". Il 20 luglio il deputato leghista
Mario Borghezio chiede al presidente Ciampi la nomina di Sogno a senatore
a vita e lo stesso giorno Stefania Craxi, figlia dell' ex segretario socialista,
dice che "la sua sofferenza e la sua solitudine mi ricordano quella di
mio padre, Bettino Craxi, al quale la vicenda Sogno arrecava profonda indignazione".
Sogno, da Natale del 1999, era sofferente per gravi disturbi cardiaci ed
era stato ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell' ospedale Molinette.
5 agosto - Per Francesco Cossiga "Con Edgardo
Sogno scompare una figura di grande patriota, un liberale che ha onorato
le tradizioni risorgimentali, un combattente eroico della Resistenza, un
democratico che mai e' venuto meno agli ideali civili e morali dell'antifascismo"
e "una vittima della cultura dietrologica e di una concezione illiberale
della giustizia". Per Silvio Berlusconi "Con Edgardo Sogno scompare un
grande italiano, un vero patriota, un testimone esemplare coraggioso della
liberta' e della democrazia". "Sogno - dice ancora Berlusconi - ha subito
nel corso della sua vita un' atroce ingiustizia ed una vergognosa persecuzione
politica, con l' unica colpa di essere un servitore della patria ed un
combattente della liberta'. La sua vicenda ha dimostrato di quali infamie
e di quali bassezze si e' nutrita anche in Italia l' ideologia comunista.
Il suo ultimo trepidante messaggio per l'affermazione della verita', ancora
calpestata e irrisa dagli epigoni dei comunisti, rappresenta per noi un
lascito morale e politico di cui sapremo essere degni. La battaglia per
la liberta' oggi e' piu' forte e piu' consapevole perche' puo' contare
sull' esempio e sulla testimonianza di uomini come Edgardo Sogno. Spero
- conclude Berlusconi - che l' Italia sappia rendergli oggi il dovuto onore".
6 agosto - In un'intervista al "Corriere
della sera" Giulio Andreotti dice che "Edgardo Sogno tutto era tranne che
un golpista. L'accusa non stava in piedi. Perche' fondata su un carteggio
che e' poi risultato inesistente. Essere stati anticomunisti non significa
aver celato disegni eversivi". "Un uomo che ha dato molto alla Resistenza
- ricorda il senatore a vita - per poi finire al centro delle polemiche
su un pregetto di riforma della Repubblica che andava in senso opposto
al modello che fu poi adottato. Un uomo insomma che aveva conosciuto la
politica senza tuttavia mai rimanerne coinvolto fino in fondo". Andreotti
smentisce ogni rapporto tra Sogno e Gladio: "Conosco la vicenda - sottolinea
- anzi, qualcuno non mi ha mai perdonato per aver rivelato quegli elenchi.
E comunque il nome di Sogno non e' mai comparso".
6 agosto - Il generale Gianalfonso d'Avossa,
dimessosi quattro anni fa dall'Esercito e ora responsabile di una fondazione
culturale a San Pietroburgo chiede "Perche' l'ex presidente della Repubblica
Cossiga, invece di dichiarare oggi con fare gesuitico che Edgardo Sogno
e' stato una vittima della cultura dietrologica, non lo ha nominato a suo
tempo senatore a vita?". "L'ex capo dello Stato - prosegue d'Avossa - sempre
pronto a sottolineare la mancanza di coraggio negli altri, come ha fatto
anche in relazione alle ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio
a proposito della strage di Bologna, avrebbe potuto, lui si', fare un gesto
coraggioso, rendendo un omaggio alla Resistenza nel senso piu' ampio del
termine. Un gesto che sarebbe servito anche da riparazione morale nei confronti
dell'uomo Sogno, perseguitato per le sue idee piu' durante la Repubblica
che nell'epoca fascista".
6 agosto - Edgardo Sogno, in uno scritto
dell' 11 luglio scorso, probabilmente l' ultimo, inviato ad amici e ad
intellettuali, nel segnalare numerosi articoli usciti "contro" di lui,
afferma di "essersi battuto per 50 anni per la distruzione dello Stato"
che i comunisti "con i loro amici e alleati sono riusciti a creare". "Non
c'e' soluzione - scrive Sogno riferendosi in modo particolare ai "comunisti"
- al di fuori della distruzione totale di questa realta' perche' le alternative
sono soltanto la nostra sottomissione o il loro annientamento. Il Pc e'
riuscito a rendere ovvia all' opinione comune delle Sinistre la nozione
storica che io sono un mostro antidemocratico e totalitario". In una altro
passo, Sogno sostiene che "sarebbe ridicolo pensare che i comunisti usino
qualche obiettivita' per me che sono un loro nemico, ma e' ugualmente ridicolo
ed assurdo continuare come voi fate ad illudersi che i comunisti accettino
un qualche compromesso di ragionamento obiettivo quando non serva ad una
loro poltica". Tra i destinatari della lettera vi sono Gianni Baget Bozzo,
Marcello Dell' Utri, Mario Cervi, Giorgio Forattini, Paolo Guzzanti, Marcello
Pera, Maurizio Belpietro, il "Foglio", Radio Radicale.
6 agosto - Il quotidiano "La Repubblica"
pubblica un articolo di Ettore Boffano dal titolo "Il comandante partigiano
che odiava il comunismo". L' articolo, oltre a notizie biografiche su Sogno,
contiene alcuni riferimenti al signor Luigi Cavallo, il quale precisa quanto
segue:
L' articolo di "Repubblica" intitolato "Il comandante
partigiano che odiava il comunismo" firmato Ettore Boffano afferma:
"In manette, invece, finisce subito Luigi Cavallo
, ex giornalista de "l'Unità" e della "Gazzetta del Popolo" che
sin dai giorni della Resistenza, ha sempre fatto il provocatore e l'infiltrato
nel PCI clandestino"
Sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino
dal gennaio 1946. Nel 1943, insieme a Temistocle Vaccarella, Mario Arnò,
Ateo Garemi e numerosi altri militanti ho fondato il movimento comunista
"STELLA ROSSA", Forza Armata partigiana di cui ho diretto i gappisti e
il Movimento dal 1943 al 1945.
A Torino con Amendola e Geymonat ho redatto i
primi numeri de "l'Unità", dopo la Liberazione a Torino, quindi
Palmiro Togliatti e Giulio Cerrreti mi hanno nominato capo servizio per
la politica interna del giornale mansione da me svolta sino al 1° giugno
1946 data della mia partenza per Parigi e Berlino ove divenni corrispondente
delle Quattro edizioni de l'Unità: Torino, Milano, Genova e Roma
ed ebbi libero accesso al SED., Partito Socialista Unificato della Germania
comunista.
Ho rotto con il Partito comunista alla fine del
1949 a seguito delle numerose condanne a morte inflitte da Stalin ai maggiori
esponenti dei partiti comunisti che facevano capo al Cominform.
La mia rottura ufficiale con il PCI avvenne a
Roma a conclusione di una serie di riunioni tempestose protratte per tre
mesi, che si svolsero nell'Ufficio Quadri in via delle Botteghe Oscure
con la partecipazione di Lampredi, Audisio, D'Onofrio e mia nel settembre,
ottobre e novembre del 1949. Preciso che in quel periodo ero iscritto al
PCF e che Fernand Leger , responsabile della cultura nel partito comunista
prese posizione in mio favore.
Il dott Boffano è iscritto all'Ordine
dei Giornalisti di Torino ma non ha sentito il dovere di recarsi alla Biblioteca
Civica o alla Biblioteca Nazionale o all'Istituto storico della Resistenza
e della Storia contemporanea di Torino in via del Carmine e consultare
la collezione de l'Unità e di "Stella Rossa". Avrebbe potuto leggere
centinaia di "pezzi" (talvolta anche tre nella stessa data ) fra cui editoriali
e articoli di spalla da me firmati contemporaneamente a Togliatti, Ugolini,
Ottavio Pastore , Luigi Longo, Mario Montagnana , eccetera! Analizzando
i testi avrebbe accertato l'inesistenza delle mie "provocazioni" e dell'"infiltrazione"che
mi attribuisce.
Come avrebbe potuto un "infiltrato" e "provocatore
nel PCI clandestino" concordare ufficialmente la confluenza di "Stella
Rossa " nel PCI con Amedeo Ugolini sin dalla primavera del 1944 ed emergere
accanto a Giorgio Amendola alla Liberazione insieme ad altri esponenti
del PCI, del PCF e di altri partiti comunisti europei, e tutto ciò
pubblicamente per anni e senza alcuna interruzione pubblicare centinaia
di articoli firmati su "l'Unita ", sulla "Borba" di Belgrado, "Democratie
Nouvelle" di Parigi, "Einheit" di Berlino est, sul "Kommunist" di Mosca,
il "Politecnico" di Milano diretta da Elio Vittorini , ecc...?
All'epoca per essere designati alle sedi di Parigi
e Berlino bisognava avere l'OK non soltanto di Togliatti ma anche di Stalin.
Secondo il giornalista Boffano io sarei stato il "fratello più furbo"
della compagnia:un infiltrato ? Per conto di chi? E perché? E quali
sarebbero state le mie provocazioni nel PCI clandestino?
Alla Liberazione ho tenuto comizi insieme a Luciano
Barca ed altri nelle maggiori fabbriche di Torino, correggevo e sintetizzavo
i testi dei comizi di Togliatti che venivano stampati nell'edizione di
Torino de "l'Unità" e, ho tenuto conferenze ai generali sovietici
su loro richiesta nella mia veste di corrispondente da Berlino e da Parigi.
Nel 1946 Pietro Nenni, Ministro degli Esteri,
e il Comitato dei "Quattro Ambasciatori" (Saragat, Reale, Quaroni e Carandini),
previo assenso di Palmiro Togliatti e di Alcide De Gasperi, mi incaricarono
di costituire a Parigi la Mostra della Resistenza Italiana in occasione
della Conferenza per la stipula del Trattato di Pace tra le Potenze Alleate
e l'Italia.
Consultai a Parigi le forze antifasciste interessate
alla Conferenza per il Trattato di Pace con l'Italia. Ero personalmente
noto agli esponenti dei Paesi vincitori, fra i quali l'URSS, la Jugoslavia,
la Francia nonché alle delegazioni anglosassoni. Accompagnavo personalmente
Togliatti nei suoi incontri con Molotov e gli esponenti sovietici e del
blocco cominformista.
La Mostra, allestita in una palazzina del centro
di Parigi, espropriata alle destre fasciste ed affidata dal Partito comunista
francese a Aldo Lampredi, a Misuri ed a me, venne illustrata con giornali,
manifesti, fotografie, e disegni anti nazi-fascisti.
Con Lampredi dopo la guerra organizzammo i grandi
scioperi contro il Piano Marshall nei centri industriali dell'Europa occidentale
eseguendo alla lettera le direttive e gli ordini impartiti dal Cominform
come attestano gli archivi della Prefettura di Parigi e dell'ex Unione
Sovietica.
Oggi sono inammissibili e ingiustificabili certe
affermazioni scritte con cosciente scopo diffamatorio pretendendo di spacciare
menzogne per fatti storici. Gli archivi di tutti questi paesi sono in libero
accesso, compresi quelli di Mosca e e di altre capitali. d"Europa, d'America,
ecc...e nei miei archivi che ho riunito a Béziers e sto riordinando
per consegnarli agli Istituti storici.
Dopo aver letto il "pezzo" del dott.Boffano,
il quale evidentemente non è al corrente dei fatti, preciso
Da tempo Sogno ed io sapevamo che potevamo venire
arrestati. La stessa polizia, "cortesemente" ci aveva informati che l'arresto
era imminente. Spiegai a Eddy, il quale intendeva scegliere la clandestinità
che, se la Polizia preferiva ci dessimo alla latitanza, significava che
voleva evitare i nostri interrogatori e soprattutto le nostre inevitabili
contestazioni. Decidemmo quindi di attendere in casa il nostro arresto,
che venne illustrato e descritto in emissioni televisive, in libri e giornali
e atti giudiziari. Non è vero quanto afferma il dott. Boffano che
Edgardo Sogno fuggì da un passaggio segreto costruito da suo nonno
ed io sia finito subito in manette mentre Sogno si costituì successivamente.
A casa di Eddy vi è una botola e non un
passaggio segreto, come ben sa il dott. Violante che ha perquisito il nascondiglio.
Il passaggio segreto era a casa della principessa Pallavicino a Roma la
quale ci aveva indicato il passaggio costruito dai suoi antenati.
Preciso: il Dott. Violante ha emesso un mandato
di cattura per sovvertimento delle istituzioni, pena che comportava gravissime
pene, senza mai interrogarmi, sebbene da me più volte sollecitato.
Alle ore 19 del 5 maggio 1976, il dott. Criscuolo
, comandante il nucleo anti terrorismo di Torino con due agenti arrestò
Edgardo Sogno in via Donati,mentre era in portineria intento a ritirare
la posta.
Alle ore 20 due automezzi con otto agenti al
comando di D'Aiuto sostavano in via Ozanam , angolo via Po a Torino, e
in sei (sic!)salirono a casa mia e mi hanno arrestato.
Nella notte, su due auto e con un convoglio di
quattro macchine siamo stati trasferiti a Roma e incarcerati a Regina Coeli
in due celle confinanti nelle quali potevamo discutere dalla mattina alla
sera sino a quando non venivano spente le luci e chiudevano le celle.
Scrive Boffano: - "Violante li accusa, con un'inchiesta
avviata due anni prima, di aver preparato, usando il movimento anticomunista
"Pace e Libertà", il progetto di un "golpe bianco", con lo scopo
di costruire una Repubblica presidenziale "
"Pace e Libertà" è nata nel 1953
, io ho abbandonato la rivista come direttore responsabile nel 1954. A
partire da quell'anno Sogno utilizzò "Pace e Libertà" per
condurre le sue campagne elettorali personali. Nel 1957 rientrò
in diplomazia e soltanto nel 1970 ritornò in Italia dalla Birmania
alla vigilia della pensione.
E' assurdo sostenere che "Pace e Libertà"
sarebbe stato utilizzata per attuare un progetto di Golpe Bianco nel 1974
, con vent'anni di ritardo!
Preciso: nel 1996 e nel 1997 chiesi di essere
ascoltato dalla Commissione Stragi in audizione formale, assoggettato alle
responsabilità derivanti dal precetto penale, nonché in ordine
all'obbligo di rendere dichiarazioni corrispondenti al vero in merito a
"Pace e Libertà", e sulla mia attività antisovietica e antitotalitaria
in Italia e a Berlino a partire dal 1953; sul colpo di Stato del 1974,
sul col. Renzo Rocca (che conoscevo sin dalla mia adolescenza),e sulle
infiltrazioni nella NATO attuate dal partito comunista negli Anni Sessanta.
La Commissione Stragi non mi ha mai inviato alcun cenno di risposta e tanto
meno interrogato.Però i relatori DS hanno confermato le dichiarazioni
alla stampa di Edgardo Sogno che non ha mai chiesto di essere audito e
che ho contestato in una lettera raccomandata trasmessa alla Commissione
Stragi.
Non a caso il libro di Alberto Papuzzi "Il Provocatore"
pubblicato a mia insaputa e senza la mia autorizzazione è stato
diffuso immediatamente dopo che Sogno ed io siamo usciti dal carcere, nel
Giugno 1976, ed è stato stampato dalla casa editrice Einaudi che
si trovava in stato fallimentare. Non a caso il libro ha riportato sia
la sentenza di rinvio a giudizio per il Colpo di Stato per il quale siamo
stati rilasciati in libertà e poi assolti , la prefazione di Corrado
Stajano parlava dello spionaggio Fiat , processo nel quale io non sono
mai stato interrogato neppure come testimone; la sentenza in Pretura di
primo grado del dott. Guariniello, contro la quale io feci ricorso in Cassazione
Il libro è zeppo di errori nei nomi, nei
fatti, e nelle presunte mie autobiografie le quali non sono state scritte
da me, nè il libro riproduce fotocopie di documenti comprovanti
quanto il Papuzzi sostenne. Si citano documenti del SIFAR o del SID da
me contestati e diffusi nel 1973 nella rivista "Controinformazione" , organo
delle Brigate rosse, la quale nel 1977 mi dedicò 16 pagine , in
parte riprese dal libro di Papuzzi che io contestai con una memoria di
64 pagine.
Non sono stato né querelato né
contestato dopo la trasmissione di Gad Lerner del 1990 "Passo falso" quando
smentii il dott. Luciano Violante e l'on. Diego Novelli presenti al dibattito.
Boffano ha scritto: "Vito Miceli ha chiesto al
Governo di mantenere il Segreto di Stato.
Evidentemente il dott. Boffano confonde il "Golpe
Borghese con il "Golpe Bianco" E' semplicistico e deviante fare affermazioni
in una frase monca. Miceli, interrogato dai magistrati romani ,Vitalone
e Fiore , sul Golpe Borghese del 1970 e i servizi "deviati" del SID, chiese
a Moro di essere liberato dal segreto politico militare. Moro impose il
silenzio a Miceli.
Ho diffuso nel 1976 due successive inchieste
mentre ero in carcere a Regina Coeli in due numeri della "Agenzia A" rispettivamente
intitolati "L' inchiesta di Luigi Cavallo sul Golpe e sui provocatori agenti
del SID" e "Dietro il Golpe gli strateghi della tensione".
Chiedo da anni l'abolizione del segreto politico
militare sui fatti che mi riguardano compreso il "Golpe bianco" e il col.
Renzo Rocca. Siamo l'unico paese in Europa nel quale le stragi restano
tuttora insolute.
Ho ripetuto la richiesta nel febbraio 2002 con
una lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi il quale non mi ha risposto
in merito, come sarebbe stato suo dovere.
Scrive Boffano: "Francesco Cossiga rivelerà
anche il contenuto dei famigerati omissis: l'attività clandestina
di Edgardo Sogno per conto dell'Italia e dei suoi alleati durante la rivolta
di Ungheria".
I fatti di Ungheria risalgono al 1956, mentre
il Colpo di Stato è datato 1974. Perché collegare gli omissis
con fatti accaduti vent'anni prima e perché clandestina? Tutto ciò
non ha alcun senso per chi conosce la storia della rivolta ungherese.
Ho più volte smentito Eddy in merito alle
sue dichiarazioni sul col Rocca, che egli non ha mai conosciuto, nonché
sul "Golpe" e sui fatti di Ungheria quando era ancora in vita. Sogno non
mi ha mai contraddetto, l'ho invitato anche a scrivere alla Commmissione
stragi insieme con me.
8 agosto – Jean Rodocanachi, 81 anni, ex
manager industriale di origine greca, compagno di Edgardo Sogno nei Comitati
di resistenza democratica, fra le circa 2 mila persone che hanno partecipato
ai funerali di Sogno, dice:“Non siamo mai stati dei golpisti, e' stato
uno dei piu' clamorosi falsi storici italiani”. Anche lui comandante partigiano,
Rodocanachi, che si professa “repubblicano”, fu, come Sogno, coinvolto
(ma mai indagato) nell' inchiesta del 1976 sul “golpe bianco”. “La sentenza
di assoluzione - ricorda - appuro' senza ombra di dubbio che il fatto non
sussisteva. Sottoscrissi, insieme ad altre persone di sicura fede democratica,
come Edoardo Visconti, fratello del regista Luchino, l' atto costitutivo
dei Crd. Non volevamo certo rovesciare lo Stato, ma cercavamo dei minimi
comuni denominatori fra tutti i democratici dell' arco costituzionale per
aiutare l' Italia a combattere i pericoli di diventare uno Stato totalitario
comunista”. “Sogno era un uomo profondamente democratico – conclude Rodocanachi
- ed e' morto ancora con la disperazione della persecuzione, come dimostra
la lettera che ha inviato a me e ad altri 31 amici fidati pochi giorni
prima di morire”.
7 settembre - Lo storico Gianni Donno,
consulente della Commissione parlamentare sulle stragi, per conto della
quale sta conducendo un’ indagine sulla formazione paramilitare del partito,
denominato “apparato di vigilanza”. Secondo Donno l’intera attivita’ della
cosiddetta Gladio Rossa, l’apparato militare del partito in piedi dall’estate
del 1945 fino alla meta’ degli anni Sessanta era contenuta in cinque valige
di pelle verde, di cui si sono ormai perse le tracce. A meta’ degli anni
Ottanta sarebbero state trasferite “dalla sede di istituzioni culturali
vicine al Pci nelle abitazioni di antichi e fidati dirigenti”. “L’archivio
segreto - sostiene il professore Donno in base a riscontri con esponenti
autorevoli dell’ex Pci e con testimoni esterni al partito - avrebbe contenuto
la documentazione ”militare”, cioe’ le direttive e i piani insurrezionali
territoriali, elaborati anche attraverso dettagliate mappe regionali ed
urbane. Sarebbero stati individuati i punti ”sensibili” delle comunicazioni
stradali e ferroviarie, ai quali assegnare speciali bande di sabotatori
e di armati, che a questo scopo frequentavano corsi specifici di addestramento
politico e militare in campi segreti internazionali in Cecoslovacchia fin
dal 1950”. Ma nell’archivio sarebbero state contenute anche indicazioni
della direzione centrale del Pci sull’armamento individuale, sui nascondigli
di armi e munizioni, sui campi di concentramento locali e regionali cui
avviare, scoccata l’ora X di un eventuale insurrezione, gli elementi “governativi
e reazionari”. Nelle direttive - ha accertato sempre lo storico Donno dalla
consultazione dei documenti del Viminale - si sarebbe infatti raccomandato
ai dirigenti delle federazioni comuniste la tenuta e l’aggiornamento delle
“liste di proscrizione” contenenti i nomi di dirigenti e proprietari delle
principali aziende e fabbriche, oltreche’ dei nemici “politici” locali.
Ancora, importanti direttive erano quelle circa la diserzione da promuovere
nelle file dell’esercito e della polizia. Sempre a quanto risulta dalle
ricerche svolte dallo storico Donno, nei documenti si sarebbe dichiarato
con aperto ottimismo “che una volta scoppiata l’insurrezione, la polizia
non avrebbe sparato un colpo, che l’esercito, come per l’8 settembre 1943,
si sarebbe immediatamente disgregato, con la diserzione di molti e l’ingresso
di altrettanti nelle bande armate clandestine del Pci”. “Dalle carte del
Viminale - ha aggiunto Donno - risulterebbe che il Pci avesse previsto
l’attivazione e la difesa strenua di un corridoio padano, che da Imola
avrebbe operato il collegamento con la frontiera jugoslava, per ottenere
entro sei giorni l’aiuto dai Paesi dell’Est. Un piano insurrezionale siciliano
avrebbe invece organizzato una dura resistenza e guerriglia contro il prevedibile
sbarco americano. La predisposizione dei piani insurrezionali e le relative
direttive segrete sarebbero avvenute sotto il controllo e la consulenza
di agenti sovietici”. Il tutto sarebbe stato confermato, direttamente o
indirettamente, nelle relazioni del personale diplomatico americano in
Italia. Per Donno l’archivio sparito rappresenta in sostanza la documentazione
dell’attivita’ illegale del Pci e la testimonianza di un suo proposito
di eversione dello Stato repubblicano, che si veniva costruendo secondo
i principi, del tutto inaccettabili per il Pci, delle liberaldemocrazie
occidentali”. Nelle cinque valige di pelle c’erano anche le istruzioni
sulla custodia della documentazione segreta pervenuta alle federazioni
del partito: “Essa doveva essere distrutta e affidata alla conservazione
presso le abitazioni degli elementi piu’ fidati”. Per il presidente della
Commissione stragi, senatore Giovanni Pellegrino, la storia ufficiale e’
piena di vuoti negli archivi ufficiali, immaginiamo negli archivi che riguardano
la vita interna dei partiti” e non c’e’ da stupirsi che siano ancora oggi
introvabili alcuni documenti segreti sulla Gladio Rossa. “Pensare che ci
possano essere dei vuoti nella vita di molti partiti mi sembra plausibile
- aggiunge -. Secondo me Craxi ha utilizzato molti dei fondi neri che venivano
da Tangentopoli per aiutare la resistenza greca, finanziare Solidarnosc
e probabilmente anche qualcosa in Medio Oriente. Nonostante agli storici
revisionisti non piaccia la parola doppio stato, nella vita delle istituzioni
c’e’ un ambito segreto che non si riesce a ricostruire bene documentalmente.
Dunque non mi meraviglierebbe che la storia interna dei partiti non sia
oggi ricostruita per intero, e questo non vale solo per il Pci”. Sulla
Gladio Rossa, secondo il presidente della Commissione stragi, “ora il problema
e’ procedere con gli approfondimenti, riscontrare i vuoti documentali e
non abbandonarsi alla fantasia. Mi chiedo dove sono carte di Cirillo il
quale avrebbe confidato alle Br segreti sulla Democrazia Cristiana”. Vincenzo
Manca (Fi), vicepresidente della Commissione stragi, spiega che i consulenti
dell’organismo bicamerale cercano in piu’ direzioni “gli elementi per poter
spiegare storicamente su quale terreno e’ nata, si e’ sviluppata e si e’
conclusa l’esperienza dell’eversione di sinistra in Italia. Ci sono anche
buone ragioni per pensare che documenti siano passati negli anni da Botteghe
Oscure a case private di alcuni ex dirigenti del Pci”. Per il professore
Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, che afferma
di non sapere niente di “un archivio segreto del Pci”, le eventuali carte
mancanti, potrebbero essere state trattenute a Mosca, durante gli anni
della guerra fredda. I documenti del Pci potrebbero essere finiti nella
capitale sovietica o in case private anche per Alfredo Mantica. Il problema,
secondo il senatore di An, “e’ che la verita’ sugli ultimi cinquant’anni
di storia italiana non verra’ accertata se non si procedera’ alla riforma
degli archivi”.
4 settembre – Sono 15 i documenti presentati
in commissione Stragi. Nei circa otto mesi di legislatura che restano l'
obiettivo e' quello di arrivare - come prevede il regolamento- ad una relazione
finale per il Parlamento. Oltre a quello dei Ds su “Stragi e terrorismo
in Italia dal dopoguerra al '74”, che in giugno aveva sollevato polemiche,
il primo in ordine di presentazione e' quello del senatore del PPi Luigi
Follieri dal titolo: “Gli eventi eversivi e terroristici degli anni tra
il '69 ed il 1975”. Su “il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni
'60” il testo depositato dai parlamentari del Polo Enzo Fragala', Alfredo
Mantica e Vincenzo Manca, autori di altri “dossier” tra cui quello su “Il
parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta'
Br su piazza Fontana”. Ma Mantica e Fragala', di An, hanno elaborato anche
documenti sugli “Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza
della Loggia”, su “Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-75”, “Per
una rilettura degli anni '60”, su “La dimensione sovranazionale del fenomeno
eversivo in Italia” e su “I depistaggi di Piazza Fontana”. Fragala' e Mantica,
con Vincenzo Manca e Marco Taradash, si sono occupati quindi anche di Ustica
(“Sciagura aerea del 27 giugno 1980”) e di KGB con “L'Ombra del KGB sulla
politica italiana”. E con altri due parlamentari dell'opposizione, Cosimo
Ventucci e Antonio Leone, hanno poi presentato un documento su “Il
terrorismo e le stragi in Italia”. Solo Mantica, invece, ha depositato
una relazione su “Il problema di definire una memoria storica condivisa
della lunga marcia verso la democrazia nell'Italia post-bellica (Un contributo
dall'esperienza della Commissione per la verita' e la riconciliazione in
Sudafrica)”. “Contributo sul periodo 1969-'74” e' il titolo del testo proposto
dal senatore dei Verdi Athos De Luca. Mentre il deputato dei Ds Walter
Bielli si e' occupato di Mario Moretti: “Nuovi elementi concernenti il
brigatista rosso Mario Moretti e la sua latitanza”. L' obiettivo e' ora
quello di arrivare ad un confronto per “confezionare” testi omogenei da
votare per la relazione finale.
12 settembre - Il sen. Antonio Di Pietro,
rispondendo a un lettore nella sua rubrica sul settimanale sulla 'Gladio
Rossa' scrive che la documentazione “si dice sarebbe sparita. Mi meraviglierei
del contrario”. Comunque secondo Di Pietro, che riassume al lettore tutte
le vicende che portarono l'Italia a essere “in mezzo a due fuochi” anche
dal punto di vista dei servizi segreti, “quell'epoca e' finita e l'opera
di sbaraccamento non poteva non riguardare, oltre agli archivi ufficiali
dei vari servizi segreti, anche quelli dei partiti e organizzazioni satelliti.
Certo - aggiunge - leggendo quei documenti avremmo potuto sapere qualche
nome in piu'. Ma e' acqua passata. Non credo che il risultato storico potrebbe
essere tanto diverso rispetto a cio' che sappiamo. E' inutile perdere tempo
dietro questa storia: ci sono - conclude - problemi ben piu' urgenti di
cui le istituzioni devono occuparsi”.
12 settembre – Il presidente della commissione
stragi Giovanni Pellegrino, nella sua bozza di relazione che evidenzia
anche le analogie tra il rapimento Moro e quello dell'assessore regionale
campano Ciro Cirillo, ipotizza un ruolo guida di Giovanni Senzani nel rapimento
Moro, che da Firenze potrebbe aver retto la regia politica dei 54 giorni.
“Anche l'uomo politico napoletano - scrive Pellegrino – fu infatti sottoposto
a una sorta di processo la cui documentazione (comprese alcune cassette
audioregistrate) non e’ mai stata per intero rinvenuta. E dato che e' certo,
per la vicenda Cirillo, che tale documentazione fu oggetto di una plurima
trattativa, con l'inserimento di familiari, uomini politici, spezzoni dei
servizi segreti, “anche il mancato ritrovamento delle carte di Moro non
potra' piu' ritenersi casuale, rafforzando il convincimento di una inaccettabilita'
delle spiegazioni che nel tempo hanno provato a darne i protagonisti del
sequestro”. Tra l'altro, il presidente della commissione Stragi cita anche
i molti riferimenti a legami tra Senzani e apparati di sicurezza italiani
e stranieri. Il professore delle Br ebbe un ruolo di vertice per il sequestro
D'Urso e poi per Cirillo, avvenuti nell'80 e nell'81, ed e' quindi “poco
probabile” che fosse entrato nelle Br da poco. Ma su Senzani e il caso
Moro, da un punto di vista delle sentenze della magistratura, c'e' una
sostanziale assenza di giudizio: condanne per il '76-'77 (banda armata
Br) e gravi responsabilita' per gli omicidi e i fatti successivi al caso
Moro, ma sul 1978 nulla. Tra i molti elementi gia' noti, citati da Pellegrino,
c'e' quello inedito, ma che la commissione non puo' far suo perche' anonimo,
presente nelle carte che il generale Le Winter consegno' anni fa al giornalista
Ennio Remondino che stava svolgendo una inchiesta sulla CIA e la strategia
della tensione in Europa. Nelle poche righe si affermava che “La stazione
di Roma (della CIA ndr.) ha assicurato Sops che il nuovo contatto con Parigi,
Giovanni Senzani, e' sotto contratto”. Il documento su carta bianca non
puo' essere preso in considerazione dalla commissione Stragi - scrive Pellegrino
- “in quanto si tratta di documentazione anonima e priva quindi di requisiti
di autenticita’ e che appare quindi inidonea a provare in termini di certezza
l'esistenza di rapporti fra Senzani e strutture istituzionali italiane
a straniere. L'insieme degli elementi innanzi ricordati, tuttavia, attribuisce
a tale ipotesi piu' volte emersa, una qualche consistenza”.
13 settembre - An e Forza Italia attaccano
Giovanni Pellegrino per la sua proposta di relazione sugli ultimi sviluppi
dell'inchiesta riguardante il caso Moro, e in particolare per il riferimento
a Giovanni Senzani, ritenuto comunque non fondato da Pellegrino, come “agente
a contratto” della CIA e agganciato alla struttura 'Stay behind'. Questo
documento e' contenuto nel 'Dossier Brenneke', consegnato nel 1991 al giornalista
Ennio Remondino da parte di Oswald Le Winter. “E' un fatto gravissimo,
che apre una questione di natura istituzionale in seno alla commissione
– affermano Alfredo Mantica ed Enzo Fragala' di An - di una cosa siamo
ormai certi: o il senatore Pellegrino scrive il falso o ha esercitato (e
continua ad esercitare) un potere istruttorio (e quindi di natura penetrativa)
autonomo' e occulto, al di fuori del contesto istituzionale”. In sostanza,
affermano i parlamentari, la maggioranza dei commissari e' stata tenuta
all'oscuro di una parte cruciale e delicata di tutto il lavoro svolto,
“visto che non sono stati messi in condizione di verificare e riscontrare,
in corso d'opera, le 'scoperte' e le valutazioni del presidente”. In particolare
Fragala' arriva ad ipotizzare che il comportamento di Pellegrino possa
configurare “il reato di uso e divulgazione di notizie false e tendenziose,
che potrebbero anche portare all'apertura di un fascicolo alla Procura
di Roma”. Il senatore Vincenzo Manca (FI), vice presidente della commissione
Stragi, attacca anch'egli Pellegrino e la sua “politica di rapporti coi
mass media, dato che “ha fornito indebitamente, a nome dell'intera commissione,
documenti non ancora esaminati dalla stessa, e con valutazioni soggettive
contrabbandate come gia' condivise dall'organismo parlamentare, inducendo
cosi' in inganno i giornalisti”. “E' questo il caso delle anticipazioni
su una ennesima versione, la quarta, della sua relazione sulla vicenda
Moro, che contiene anche nuovi elementi in merito alla figura di Senzani”.
Da Forza Italia viene la denuncia del tentativo di reintrodurre l'ipotesi,
scartata in prima istanza dallo stesso Pellegrino, e reintrodotta solo
ora, “di una supposta dipendenza di Senzani da centrali atlantiche”. Cio'
dimostra “solo il disperato tentativo dei Ds di sottrarsi, con questi tentati
depistaggi, al confronto sempre rimandato sui documenti provenienti dagli
archivi dell'Est”.
13 settembre - L'ex portavoce dell'associazione
di ex appartenenti alla Stay-behind, Francesco Gironda afferma che non
c’e’ nessun collegamento tra Giovanni Senzani e Gladio. Secondo Gironda,
i documenti citati dal senatore Giovanni Pellegrino “a sostegno di un supposto
contatto di Senzani con i comandi Nato o americani preposti a sovraintendere
l'attivita' di guerra non ortodossa in caso di invasione da parte dell'Urss,
si appoggiano ad un carteggio emerso alcuni anni fa in occasione del 'caso
Brenneke', portato a conoscenza del pubblico italiano dal giornalista Remondino.
Tale carteggio e' stato giudicato completamente inattendibile da tutte
le procure della Repubblica che ne entrarono in possesso”. “Probabilmente
- ipotizza Gironda - si trattava di un'operazione di depistaggio ed intossicazione
da contorni oscuri che riguardava il tentativo di colpire Bush in occasione
della sua ricandidatura alla presidenza americana. Stupisce che Pellegrino
possa cadere inconsapevolmente in questo tipo di trappola. Si potrebbe
supporre - conclude Gironda - un suo desiderio di essere anticipatamente
delegittimato, con la conseguente crisi della Commissione stragi, per non
dover prendere in esame ben altri documenti o acquisire altre testimonianze,
e metterle in discussione con risultati prevedibilmente poco graditi alla
sua parte politica”.
14 settembre - L' ex brigatista rosso Giovanni
Senzani smentisce le ipotesi avanzate dal presidente della commissione
stragi, sen. Pellegrino, in una bozza di relazione, sul ruolo guida di
Senzani durante il sequestro Moro, e l' ipotesi di un suo “contatto” con
la Cia. “Non ho mai fatto parte –afferma Senzani - come dimostrato da processi
e da molte indagini, delle strutture locali e di vertice delle Br tirate
in ballo dal sen. Pellegrino per quell' epoca e le sue ipotesi non sono
suffragate dai fatti”. “E quali sarebbero le prove ? – dice anche Senzani
- Una relazione del sen. Pellegrino che si sarebbe convinto sulla base
di 'seria deduzione logica pur non suffragata da prove', che io sarei coinvolto
nel sequestro Moro nonostante che tutte le indagini e i processi abbiano
dimostrato l' opposto. Perche' come residente a Firenze non posso non aver
partecipato addirittura alle riunioni del Comitato Esecutivo delle Br di
quell' epoca e come 'professore' non posso non aver dato consigli ai brigatisti.
Altra prova sarebbe il fatto che sarei salito, in anni successivi, troppo
in fretta nella 'gerarchia' della organizzazione e quindi 'dovevo essere
brigatista e di vertice da chissa' quanto tempo'”. “Insomma - continua
Senzani - secondo il senatore nella comprovata ferrea organizzazione politico
militare delle Brigate Rosse si poteva fare carriera per titoli di studio.
Ed era necessario un professore per concepire ed attuare il sequestro Moro.
La realta' storica e giudiziaria ha dimostrato ben altra cosa ed e' davanti
a tutti, dopo anni di dibattito sul caso Moro, smentendo il nuovo teorema
che si vorrebbe portare avanti”. Anche per quanto riguarda i collegamenti
con i servizi, Senzani sottolinea che “siamo al riutilizzo di inconsistenti
voci che non sono state dimosrtare e neppure prese in considerazione, per
la loro labilita', in qualche processo. E sarebbe bastato a Pellegrino
confrontare alcune dichiarazioni per vedere che si contraddicevano. Non
e' vero come dice il collaboratore di giustizia Franceschini che io sarei
stato arrestato per pochi giorni e scarcerato nel 1976 e poi sarei andato
pur con la fama di brigatista a fare ricerche universitarie nel 1979 in
Usa ottenendo un visto sospetto. Sono stato come ricercatore in Usa, universita'
di Berkeley, nel 1972/73, con una borsa di studio del Cnr, pubblicando
poi diversi libri, e sono stato arrestato nel 1979, e non 1976. E poi sembra
credibile tale supposizione alla luce del fatto che mi sono fatto 17 anni
di carcere duro insieme ad altri brigatisti, per giunta con tre anni di
isolamento nei braccetti?”.
18 ottobre - In commissione stragi, audizione
dell' ex questore Arrigo Molinari. Molinari afferma che nel settembre del
1978 la questura di Genova invio' all' allora ministro dell' Interno Virginio
Rognoni un rapporto per segnalare tutta una serie di elementi e di riscontri
che facevano ritenere Giovanni Senzani un infiltrato all' interno delle
Br. La questura due giorno dopo l' invio a Roma del rapporto ricevette
un' ispezione che fece le "pulci" all' ufficio, nel quale lavorava anche
Molinari. Molinari ha confermato che, su ordine del Viminale, consegno'
le chiavi dell' armadio che conteneva tutte le carte servite per stendere
il rapporto al gen. Dalla Chiesa. Molinari ha poi confermato all' Ansa
questo elemento, aggiungendo anche che ci fu uno scambio di opinioni con
l' ufficio Affari riservati del Viminale per dire, in sostanza, che dalla
questura di Genova ci sarebbe stato un diverso atteggiamento se fossero
stati informati della natura "particolare" del brigatista Giovanni Senzani.
"Ce lo potevate dire che era un infiltrato. Ci saremmo comportati diversamente",
ha sintetizzato Molinari citando quello scambio di battute. L' audizione
di Molinari ha riguardato anche alcuni momenti cruciali della strategia
della tensione, comprese le notizie apprese a Genova relative al piano
Solo e al "reclutamento" di uomini che venivano dall' OAS. Dopo l' audizione
Athos de Luca, capogruppo dei Verdi in Commissione Stragi, chiede di ascoltare
in commissione Stragi l' ex ministro dell' Interno, Virginio Rognoni. "
Molinari - dice De Luca - ha parlato di un rapporto riservato contenente
delle rivelazioni su Senzani ed ha affermato che all' indomani di questa
iniziativa, non solo non vennero presi provvedimenti verso l' uomo sospettato
di essere la mente delle Br ma anzi venne immediatamente disposta un' ispezione
negli uffici della Questura. A seguito di questa inchiesta il questore
De Longis fu costretto alle dimissioni. Queste dichiarazioni se lette in
relazione con l' affermazione attribuita a De Longis per cui 'su cinque
brigatisti tre erano falsi e due veri, e i tre falsi manovravano i due
veri' accrediterebbero la tesi di ampie infiltrazioni dei servizi nelle
Br, forse con l' avallo del Viminale. Ecco perche' chiediamo di ascoltare
Rognoni per chiarire queste circostanze che, se confermate, indicherebbero
precise responsabilita' politiche".
19 ottobre - Enzo Fragala' (An), Vincenzo
Mantica (An) e Marco Taradash, parlamentari d’ opposizione membri della
commissione stragi, illustrano in una conferenza stampa due loro relazioni
gia' depositate in Commissione Stragi: “L'ombra del Kgb sulla politica
italiana” e “Il Piano Solo e la teoria del golpe negli anni '60”. Secondi
i tre il “Piano Solo” non e' mai esistito (“e' il frutto del lavoro intossicante
del Kgb”), la strategia della tensione e' stata piu' o meno “inventata”
da una certa parte della sinistra e il Kgb ha influenzato, se non addirittura
governato, la vita italiana dal dopoguerra ad oggi. Secondo i tre esponenti
dell'opposizione “la storia degli ultimi 30 anni non puo' essere raccontata
partendo dal presupposto che c'e' stata una strategia unica, un filo conduttore
dei vari eventi, un solo regista”. “Ogni strage - spiega Fragala' - ha
infatti una sua storia e una sua origine. Ed e' per questo che abbiamo
deciso di presentare 12 relazioni. Piazza Fontana, voluta dagli anarchici,
non c'entra niente con Ustica, di matrice libica, e cosi' via”. Da qui
la difficolta' denunciata tempo fa da esponenti della commissione di arrivare
ad una relazione conclusiva condivisa. “Vogliamo poi denunciare - aggiunge
Fragala' - che dopo la scoperta del dossier Mitrokhin nessuna indagine,
ne' interrogatorio sono stati fatti”. “Basta con la lettura caricaturale
degli ultimi decenni offerta dalla sinistra - dichiara Taradash - occorre
ristabilire la verita' e ridare dignita' ad apparati dello Stato ingiustamente
accusati” come ad esempio “i vertici dell'Aeronautica per il Caso Ustica”.
“Il fatto che non vogliamo arrivare ad un'unica relazione conclusiva -
precisa Mantica - e' da parte nostra una risposta politica. Sono fatti
diversi e a se' stanti che richiedono analisi separate”. Il Piano Solo
ad esempio, dichiara, “non e' mai esistito. Sono stati solo degli appunti
del generale De Lorenzo 'pompati' ad arte ed enfatizzati da certa stampa”.
Cosi' come non si e' mai parlato “a sufficienza e nei giusti termini del
ruolo svolto in Italia dal Kgb” che avrebbe, per il senatore di An, tra
l'altro, non solo finanziato ed etero-diretto il Pci, ma sostenuto le Br
e dato corpo alla cosiddetta 'pista atlantica' per il Caso Moro. Pellegrino,
intervenuto alla conferenza, ha invitato a rileggere quegli anni con piu'
distacco e serenita' senza commettere “lo stesso errore commesso allora
dalla sinistra di ideologizzare troppo gli eventi”. “La vera domanda a
cui si deve rispondere - dichiara - e' perche' gran parte dei giovani di
allora decise di armarsi contro lo Stato chi per abbatterlo e chi per piegarlo
in senso autoritario. Ma senza pregiudizi politici che impediscono di capire
la verità”.
25 ottobre – Il mensile GQ pubblica un’
intervista di Antonino Arconte a Marco Gregoretti. Arconte afferma che
Supergladio e' esistita sino al 1987, si chiamava Supersid, e la componevano
280 militari, ad altissimo addestramento, che compivano missioni segrete
all' estero: Tunisia, Cina, Libia, Angola, Vietnam e nei Paesi dell' est
europeo. Il capitano di vascello Nino Arconte, che faceva parte della struttura
supersegreta, con la sigla in codice G-71-VO-155-M, afferma:“I veri gladiatori
eravamo noi, non i 622 i cui nomi furono letti da Giulio Andreotti alla
Camera”. Secondo l' ex gladiatore, accanto a quella militare, e quindi
operativa, esisteva una seconda struttura parallela civile, di cui, ha
aggiunto, faceva parte anche Raul Gardini, per la sua profonda conoscenza
dei meccanismi di finanziamento dell' allora Pci. Da Arconte anche la “rivelazione”
che, per conto di Craxi, agi' in Tunisia al fine di provocare la caduta
del regime guidato da Bourghiba. “Ma non fu un golpe morbido - ha aggiunto
- come sostenne l' amm.Martini, ex capo del Sismi, nelle prime ammissioni
del coinvolgimento di Gladio in quel golpe. Io c' ero: fu un bagno di sangue”.
Arconte ha anche rivelato che “uno di noi era il col.Mario Ferraro”, trovato
impiccato nel luglio del 1995, e continua:“l'ho conosciuto a Beirut”.
27 ottobre - In un'intervista a "La Repubblica",
che serve anche ad annunciare la prossima uscita del libro "Segreto di
Stato, la verità da Gladio al caso Moro", edito da Einaudi, libro-intervista
condotta da Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri a Giovanni Pellegrino,
il presidente della commissione stragi, che ha gia' annunciato e oggi riconferma
la decisione di non ricandidarsi, propone una nuova interpretazione della
'strategia della tensione' fino a definirla una 'guerra civile a bassa
intensità'. Pellegrino afferma che il Parlamento dovrebbe riconoscere
che "non possiamo piu' fare del passato un tema di scontro" e, su terrorismo
e stragi, invoca la "soluzione sudafricana", in cui chi sa, a destra e
sinistra, parli ottenendo cosi' il perdono. Se ci sara' questa "maturazione",
dice, "nella prossima legislatura si potra' affrontare la soluzione politica
con un provvedimento che in primo luogo accolga tutte le richieste che
vengono dalle associazioni dei familiari". Poi, aggiunge Pellegrino, "basterebbe
un modesto intervento in campo penale per chiudere definitivamente la partita
giudiziaria con gli anni di piombo". Pellegrino si rammarica perche' lo
scontro politico "non ha permesso alla Commissione di arrivare a una soluzione
unitaria anche su vicende come il caso Moro" sulla quale, peraltro, si
e' lavorato "con grande sintonia e efficacia". Il presidente della Commissione
stragi cerca anche di spiegare un aspetto della "anormalita' " del caso
italiano:"Dc e Pci avevano al loro interno settori che spingevano in senso
antidemocratico, ma li hanno saputi contenere e asorbire. Alla fine il
saldo e' stato positivo: eravamo un paese distrutto dalla guerra e dal
fascismo, siamo una democrazia che cresce, la classe politica della Prima
Repubblica ha il diritto di essere in parte orgogliosa di questo". Nel
libro comunque Pellegrino rivela una nuova ipotesi secondo la quale nel
1990 Giulio Andreotti svelo' l'esistenza di Gladio "per coprire qualcosa
di piu' segreto, di piu' occulto e probabilmente anche di piu' antico".
Su questa misteriosa rete clandestina sarebbe in corso una indagine giudiziaria.
Pellegrino parla anche della fallita audizione di Bettino Craxi ad Hammamet
nel 1997. L' audizione salto' all' ultimo momento per una serie di difficolta'.
Secondo Pellegrino fu la Procura di Milano a fare pressioni su autorita'
istituzionali" perche' cio' accadesse. Alla domanda:"Fu il Quirinale ?"
(il presidente era Scalfaro) Pellegrino non smentisce. Secondo Pellegrino
inoltre, dietro l'irritazione "da belva ferita" con cui Cossiga reagisce
ai dubbi sulla gestione del caso Moro, c' e' un segreto. Per Pellegrino
Cossiga fece di tutto per salvare Moro, ma poi scopri' di essersi affidato
a "persone" o "apparati" sbagliati, di essere stato "atrocemente beffato
da mandatari infedeli".
28 ottobre - Giovanni Pellegrino (Ds),
presidente della commissione stragi, conferma che c' erano "autorevoli
esponenti della sinistra parlamentare" che manifestarono contrarieta' ad
una "trasferta" della commissione ad Hammamet per ascoltare Bettino Craxi
sulla vicenda Moro e declina l' invito del presidente dei senatori Ds Gavino
Angius che vorrebbe che si concludesse quanto prima l' inchiesta sulla
vicenda Moro con una audizione dello stesso Pellegrino davanti la commissione
Stragi: "Mi dispiace di non poter seguire il consiglio dell' amico Angius.
Ma non c'e' nulla di cui possa riferire alla commissione che di tutto e'
informata. Agli atti risulta la contrarieta' di autorevoli esponenti all'
audizione. Vi furono anche lettere a me indirizzate e liberamente consultabili.
L' ufficio di presidenza allargato ritenne allora di svolgere una inchiesta
sull' inchiesta e ascolto' a lungo il ministro Dini per cercare di capire
le ragioni che impedirono lo svolgimento dell' audizione. Il verbale dell'
incontro con Dini e' pubblico e dimostra quanto diffuso fosse nell' ufficio
di presidenza il convincimento che quella audizione incontrasse difficolta'
perche' sgradita ad autorevoli esponenti italiani. Ricordo a memoria, tra
gli altri, i colleghi Tassone e De Luca". Sulle anticipazioni del suo libro
riguardanti "la interpretazione" della vicenda Moro, Pellegrino conferma
che questa sua analisi e' "affidata a documenti istruttori e preparatori
di relazioni gia' consegnate alla commissione e che la stessa non ha discusso
data la situazione di empasse in cui l' hanno condotta le note divisioni
interne". "Per tali ragioni - spiega - ho affidato ai verbali dell' ufficio
di presidenza il preannuncio della pubblicazione della lunga intervista
che tra qualche giorno sara' in libreria. Nessuno mosse obiezioni. E di
tale proposito ho riferito ai presidenti delle Camere nella relazione semestrale
sull' attivita' dell' organismo che guido. Non resta quindi che attendere
che il libro possa essere letto e meditato. Ci si avvedra' allora che io
non ho alcuna certezza circa gli autori di pressioni sul governo tunisino
e che valuto come considerevolissimo l' importante contributo di
Scalfaro dato dal Quirinale all' inchiesta su Moro". Il libro "chiarira'
in che limiti - spiega ancora Pellegrino - la mia posizione coincida con
la proposta di relazione dell' on. Bielli (Ds). E in che limiti se ne distacchi
recependo valutazioni e proposte venute da altre componenti della commissione".
"Le mie riflessioni si fondano su acquisizioni della commissione frutto
di un lungo e paziente lavoro collegiale e non di indagini personali o
private". "Solo a quel punto - conclude Pellegrino - potro' valutare se
il mio tentativo, ampiamente preannunciato, di portare serenita' nel dibattito
politico su questo difficile passato, abbia avuto o no successo; e cioe'
creare quel clima politico piu' sereno che consentira' al prossimo Parlamento
di accogliere le richieste venute dalle associazioni dei familiari delle
vittime del terrorismo e chiudere la partita giudiziaria con gli anni di
piombo. E' una proposta che ha avanzato il senatore di An Mantica per primo
e che ho ripreso e che ha avuto la condivisione del senatore De Luca (Verdi).
Puo' questo essere un inizio". Nel capitolo del libro dedicato alla vicenda
Moro spunta nuovamente Igor Markevitch, il direttore d' orchestra di fama
internazionale su cui si e' indagato partendo dall' ipotesi che potesse
essere l' "anfitrione" delle Br, cioe' l' uomo che ospito' a Firenze la
direzione strategica delle Br. Per Giovanni Pellegrino, Markevitch e' "un
personaggio interessantissimo, intrinsecamente doppio. Un uomo con cui
i servizi degli opposti schieramenti avrebbero potuto benissimo entrare
in contatto per utilizzarne il passato resistenziale come bigliettino da
visita da mostrare nelle Br. E d' altra parte, e' un intellettuale raffinatissimo
e abbastanza snob da apparire 'misterioso' ai brigatisti". In quel "misterioso"
c' e' un riferimento di Pellegrino ai "misteriosi intermediari" che compaiono
nel comunicato numero quattro delle br. Piu' volte Pellegrino parla di
Markevitch e si dilunga sulla sua vita e sulle sue amicizie. "Mi piacerebbe
che qualcuno, per esempio la procura di Roma, indagasse seriamente e fino
in fondo su un' ipotesi del genere. Questa non e' un' inchiesta che possa
condurre un organismo composto da 41 persone, come la nostra commissione".
Nel libro "Segreto di Stato" di Giovanni Pellegrino, che sara' nelle librerie
a partire dalla prossima settimana c' e' un capitolo anche su Gladio. "Non
vorrei violare segreti istruttori - scrive Pellegrino - tuttavia posso
dire che da un' indagine giudiziaria sta emergendo un' ipotesi clamorosa:
cioe' che quando Giulio Andreotti parlo' per la prima volta di Gladio,
volesse in realta' gettare in qualche modo un osso all' opinione pubblica
per coprire qualcosa di piu' segreto, di piu' occulto e probabilmente anche
di piu' antico rispetto a Gladio". "Io non posso dire se sia esistita una
Gladio parallela, quello che posso dire con certezza - dice in un' altra
risposta dello stesso capitolo - e' che la Gladio che conosciamo non esaurisce
questo mondo segreto, sotterraneo. Anzi, piu' siamo andati avanti nelle
indagini, piu' quello di Gladio ci e' apparso come un ruolo minore". Per
Pellegrino inoltre, alla base della cosiddetta "strategia della tensione"
non ci sarebbe stata solo una funzione anticomunista, ma anche lo scontro
nord-sud. Rispetto alla vulgata interpretativa, Pellegrino dice: "Gli approfondimenti
di questi ultimi anni mi hanno convinto che la chiave di lettura anticomunista
e' insufficiente perche' porta a una ricostruzione unilaterale". "Nei delicati
equilibri strategici dell' area - sottolinea Pellegrino - l' Italia era
la portaerei della Nato nel Mediterraneo e doveva rimanere imprigionata
in quel ruolo. Se, nei conflitti nord-sud, provava ad assumere una posizione
autonoma, scattavano immediatamente spinte di carattere geopolitico volte
a riconsegnarla in quel suo ruolo sostanzialmente subalterno". Pellegrino
si sofferma a lungo sui rapporti Italia-Libia, Italia-mondo arabo. "Gli
ambienti vicini alle multinazionali mal sopportavano l' attivismo del presidente
dell' Eni, Enrico Mattei, o la politica filo-araba di Giulio Andreotti
e Aldo Moro, e cercavano di contrastarla alimentando situazioni di instabilita'
all' interno del nostro paese". La politica filo-araba italiana, poi, era
sgradita alle lobbies ebraiche, molto potenti in Inghilterra e negli Usa.
Se consideriamo le difficolta' che incontra lo stesso Governo americano
nel misurarsi con questi problemi, e' facile immaginare l' effetto che
poteva provocare in quegli ambienti il tentativo della piccola Italia di
crearsi un suo spazio nel Mediterraneo". Pellegrino parla anche del ruolo
della Germania e di Israele rispetto all' Italia. Questi due paesi avevano
"interesse ad accreditarsi agli occhi degli americani come gli alleati
piu' affidabili e influenti: la prima nello scacchiere europeo, il secondo
in quello mediterraneo. E dunque anche loro soffiavano sul fuoco dell'
instabilita'".
1 novembre - Il Tribunale di Velletri assolve
il direttore di “Avvenimenti” Claudio Fracassi, il prof. Giuseppe De Lutiis
ed i giornalisti Aldo Giannuli e Gianni Cipriani che in un libro pubblicato
nel 1993 avevano definito golpista il generale dei carabinieri Giovanni
De Lorenzo. Erano imputati di diffamazione a mezzo stampa sulla base di
una denuncia del figlio di De Lorenzo, Alessandro e difesi dagli avvocati
Alfredo Galasso, Licia D' Amico e Alessandro Benedetti. Alessandro De Lorenzo
non presentera' appello, ma ha annunciato che agira' in sede civile per
ottenere il risarcimento dei danni. Al processo numerosi sono stati i testimoni,
tra i quali i senatori Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Massimo Brutti,
il giornalista Eugenio Scalfari. “Al diritto di cronaca e ancora piu' quello
di critica storica - commentano i difensori - non puo' essere posto il
bavaglio; in questo Paese e' ancora possibile parlare e analizzare anche
in maniera fortemente critica gli aspetti piu' inquietanti della nostra
storia recente”. “La formula 'perche' il fatto non costituisce reato' -
ha detto l' avvocato di De Lorenzo, Francesco Caroleo Grimaldi - lascia
comprendere che l' assoluzione e' intervenuta per il ritenuto diritto di
critica storica. Il fatto, viceversa, inteso come illecito e' evidentemente
configurato”.
6 novembre - Comincia davanti alla prima
Corte di Assise di Roma il processo per la distruzione della documentazione
segreta proveniente dalla scuola militare di paracadutismo di Pisa (Smipar)
per occultare i rapporti intercorsi tra un ufficiale addetto ai servizi
di sicurezza e un estremista di destra legato a Ordine Nuovo. Gli imputati
sono due alti ufficiali del Sios dell' Esercito, il generale Roberto Montagna
e il colonnello Giuseppe Giordano, che dovranno rispondere - secondo le
contestazioni del pm Franco Ionta - di "soppressione di atti concernenti
la sicurezza dello Stato" (art. 255 del Codice Penale) che prevede una
pena di non meno di otto anni di reclusione. Al centro del processo il
fascicolo a firma del capitano Carmine De Felice (che tra il 1971 e il
1977 lavoro' all'ufficio I, cioe' la sicurezza della Smipar di Pisa) e
le informazioni contenute sul rapporto con Andrea Brogi, coinvolto, tra
l'altro, in una serie di attentati dinamitardi avvenuti negli anni
'70 in Lombardia, Emilia Romagna, Marche e Umbria e condannato definitivamente
a due anni di reclusione. Le indagini partirono dall'Ufficio istruzione
di Venezia dove il giudice Carlo Mastelloni chiese il sequestro di alcune
carte nell' ambito delle indagini sull'Argo 16, l'aereo che veniva usato
anche per il trasporto degli appartenenti a Gladio ed era gestito dalla
Smipar. Mastelloni sapeva dei rapporti tra De Felice e Brogi, che aveva
fatto il servizio militare alla scuola di paracadutismo di Pisa e faceva
da informatore - come e' emerso oggi in aula - indicando chi tra i commilitoni
aveva simpatie o amicizie e legami in ambienti della sinistra. Il 21 dicembre
del 1992, secondo l'accusa, mentre funzionari della Digos cercavano le
carte della Smipar indirizzate al Sios esercito, qualcuno della Scuola
di Pisa informo' lo stesso Sios che fece distruggere le carte relative
al periodo in cui Brogi era di leva e faceva 'da ponte' per De Felice.
Che cosa quelle carte potessero contenere di tanto imbarazzante non e'
mai venuto fuori nel corso delle indagini. In aula sono sentiti i funzionari
della Digos di Roma e Venezia che si sono occupati del caso e in particolare
Lamberto Giannini ha parlato di un memoriale in cui Brogi tra l' altro
diceva di essere stato "spinto" da persone del Sid. Giordano e Montagna,
negano con decisione le accuse: il primo perche' a dare l'ordine di distruzione
delle carte fu il colonnello Regesburger che al momento del fatto era in
congedo e fu sostituito proprio da Giordano; il secondo perche' doveva
obbedire, in qualita' di tenente colonnello, agli ordini del superiore.
La prossima udienza e' fissata per il 17 novembre.
9 novembre - Il quotidiano "Il Tempo" pubblica
una lunga intervista di Stefano Mannucci a Antonino Arconte sulla sua esperienza
di "gladiatore". Arconte, nato a Oristano, in Sardegna, il 10 febbraio
1954, ha gia' scritto delle sua avventure in un sito
internet in cui racconta le sue esperienze in operazioni segrete "Stay
behind" in Vietnam, in Angola, in Medio Oriente, in Sudafrica. arconte
afferma anche che la Gladio rivelata da Giulio Andreotti in Parlamento
non era la vera Gladio, divisa in centurie di Aquile (composta da aviatori,
elicotteristi, paracadutisti), di Lupi (composta da truppe scelte arruolate
tra la Marina militare) e di Colombe (personale civile con compiti soprattutto
informativi e dei quali faceva parte, secondo Arconte, anche Raul Gardini,
che lui ritiene sia stato "suicidato"). Per Arconte, la struttura e' poi
stata smantellata a tradimento ealcuni gladiatori sono stati "eliminati",
tra cui anche il tenente colonnello del Sismi Mario Ferraro, trovato impiccato
in casa e sul cui suicidio ci sono stati sempre molti dubbi. Lo stesso
Arconte dice di aver subito una perquisizione con accuse ingiuste per detenzione
di stupefacenti e di essere stato oggetto di un attentato quando qualcuno
tento' di buttarlo giu' da una scogliera. Arconte fa vedere al giornalista
anche alcune lettere in cui Bettino Craxi lo invitava a tacere per il bene
del Paese. Arconte racconta anche che, pochi giorni prima del rapimento
di Aldo Moro fu mandato a Beirut, in Libano, dove doveva incontrare proprio
Ferraro. Arconte riusci' a vedere che tra gli ordini da lui portati c'
era anche quello di attivarsi per cercare contatti con gruppi terroristici
del Medio Oriente per ottenere la liberazione di Moro, che pero' non era
ancora stato rapito.
11 novembre - Per Falco Accame, le radici
della nuova Gladio di cui ha parlato, in un accenno, il senatore Giovanni
Pellegrino nel suo libro “Segreto di Stato” sarebbero in un patto “armi
contro petrolio”. Accame, ex presidente della Commissione Difesa, parla
di una “Gladio offensiva, interventista, avendo nel retroterra interessi
delle armi e del petrolio”. Secondo vari storici - dice - la presa del
potere da parte di Gheddafi “si avvalse di operatori italiani all' estero
e la nascita di Israele conto' per il suo riarmo sulle forniture italiane
che nel dopoguerra venivano dai campi Arar, pensiamo all'attivita' della
ditta Tirrenia di Vittorio Amadasi e a chi ha supportato questa attivita'”.
E' ben noto - aggiunge – che nei servizi ci fosse una corrente filo-araba
facente capo in una determinata epoca al generale Miceli. Nel retroterra
operavano interessi petroliferi (Moro, Eni, Mattei) e una corrente filo-israeliana
che faceva capo al generale Maletti e che aveva nel suo retroterra interessi
nella vendita delle armi (non solo i primi armamenti vennero forniti ad
Israele dall'Italia, ma dopo anche apparecchiature di guerra elettronica).
Inoltre Israele figurava da tramite coperto per la vendita di armi al Sud
Africa. Vi sono personaggi politici che hanno operato sia in direzione
filo-araba sia filo-israeliana. Cio' si ripercuoteva in direttive contrastanti
per le operazioni occulte dei servizi segreti”.
14 novembre – “Il Corriere della sera”
pubblica un fondo di Ernesto Galli Della Loggia dal Titolo “Il grande vecchio
e’ in mezzo a noi”. Galli Della Loggia scrive che se il presidente di una
commissione come quella Stragi, Giovanni Pellegrino, ha scelto la via di
un libro pubblicato da Einaudi per esporre le sue conclusioni “credo che
abbia avuto le sue buone ragioni. Provo a immaginarne almeno due: a) la
convinzione che probabilmente la legislatura in corso si chiudera’ senza
che la Commissione sia riuscita a terminare i suoi lavori; b) la constatazione
che le sue opinioni divergono notevolmente, ormai, da quelle della maggioranza
che pure lo ha designato, e in particolare da quelle del gruppo dei Ds
che abbiamo letto appena qualche mese fa. In effetti, su molte questioni
della massima importanza il giudizio odierno del senatore Pellegrino appare
non solo diversissimo da quello dei suoi compagni, e non solo abbastanza
diverso da quanto egli stesso in passato ha sostenuto, ma opposto, o almeno
in radicale contrasto, rispetto a cio’ che la maggior parte dell' opinione
pubblica di sinistra ha fino ad oggi creduto come verita’ di fede”. “Ecco,
riassunti con la massima brevita’ – scrive ancora Galli della Loggia –
i punti piu’ importanti sui qua li si e’ esercitata la revisione di giudizio
da parte di Pellegrino. In generale e’ tutta la vulgata della «strategia
della tensione» che esce drasticamente ridimensionata. Gladio, ad
esempio, era «una struttura giustificata dalla Guerra fredda»
ed e’ «difficilmente condivisibile» l' idea che fosse «lo
strumento operativo della strategia della tensione». Anche il piano
Solo (1964) e il ruolo del generale De Lorenzo appaiono a Pellegrino episodi
di natura tutto sommato dubbia, per i quali «probabilmente c' e’
stata un' enfatizzazione nel successivo trattamento giornalistico giudiziario»:
frutto di un ceto politico che «pur essendo nel complesso sostanzialmente
fedele alla Costituzione, si assumeva a volte la responsabilita’ di qualche
cosciente forzatura di fronte alle emergenze del momento». Sono parole
pesanti, ma perfettamente comprensibili nel quadro di quello che mi pare
lo sforzo piu’ meritorio di Pellegrino: lo sforzo di contestualizzare la
storia d' Italia alla luce dello scontro durissimo dominato dall' ambigua
presenza del Pci e del suo legame con l' Unione Sovietica. E, tuttavia,
«la verita’ - non esita a scrivere Pellegrino contraddicendo un altro
tradizionale luogo comune della «strategia della tensione»
- e’ che il Pci, almeno fino al 1989, non ha mai avuto una concreta possibilita’
di andare al governo semplicemente perché una sinistra comunista
e non socialdemocratica non e’ mai parsa alla maggioranza degli italiani
una credibile alternativa di governo». Aggiungendo poi che a suo
giudizio mai «il governo degli Stati Uniti si e’ deciso ad appoggiare
le spinte golpiste o paragolpiste italiane». Che naturalmente dunque
ci furono, cosi’ come ci furono le stragi: frutto, le une e le altre, del
connubio tra settori degli «apparati di forza» paranoicamente
sensibili al pericolo comunista e settori dell' anticomunismo di marca
neo fascista. Ai quali pero’ manco’ qualunque copertura politica effettiva,
ma non una colpevole volonta’ insabbiatrice, da parte del ceto di governo
democristiano, preoccupato nella sostanza che le indagini giudiziarie portassero
alla luce gli impegni segreti in ambito Nato e le connesse reti operative
(donde i depistaggi) ovvero compromettessero pubblicamente i Servizi. Il
tutto all' insegna non gia’ di una strategia made in Usa in funzione anti-Pci,
ma della variegata presenza sul territorio italiano di servizi stranieri
dell' Est e dell' Ovest impegnati in special modo nel controllo dello scacchiere
mediterraneo e nell' impedirvi qualunque ruolo di rilievo dell' Italia.
Gli spunti e le osservazioni contenuti nell' intervista di Pellegrino sui
quali si dovrebbe riflettere sono moltissimi, ma almeno su un' altra questione
vorrei fermarmi ancora: quella del terrorismo rosso. A proposito del quale
osservo di passata come, a differenza che in passato, oggi mi sembrano
convincenti le cose che ora il presidente della Commissione stragi afferma
circa la dinamica del delitto Moro (compiuto certo non per contrastare
l' incontro Pci-Dc, egli sottolinea) e circa l' importanza cruciale delle
carte del suo «interrogatorio» da parte delle Brigate Rosse
che personalmente, lo ammetto, avevo invece sempre sottovalutato. Nella
sostanza, oggi Pellegrino pensa che il terrorismo rosso, lungi dall' essere
stato il burattino di qualche subdola intelligenza volta a tutt' altri
scopi, come hanno a lungo creduto vasti settori dell' opinione pubblica
nazionale, abbia rappresentato viceversa la propaggine di quella vera e
propria «guerra civile a bassa intensita’» che e’ durata ininterrottamente
dal 1945 fino agli anni '80 (in barba ad ogni conclamato patto costituzionale
che pure ci fu, certo, ma anch' esso, evidentemente, dotato di un' intensita’
piuttosto relativa). Una guerra civile che vide schierata allora, dietro
o a fianco dei brigatisti - si legge nell' intervista - un' area contigua
non solo di un' ampiezza insospettabile (3-4 mila tra regolari e irregolari,
piu’ 30-40 mila simpatizzanti) ma, quel che e’ piu’ stupefacente, radicata
e ramificata soprattutto negli ambienti della classe dirigente di sinistra.
La borghesia media e alta delle professioni, del giornalismo, dell' universita’,
del sindacato e della cultura fece a gara nel mettere a disposizione delle
Br salotti, amicizie, protezioni e collegamenti di ogni tipo. Ha rivelato
uno dei carcerieri di Moro, Germano Maccari:«So con certezza che
oggi vi sono persone, magari giornalisti o sindacalisti che ricoprono incarichi
importanti, che allora tifavano ed erano onorate di avere in casa il cavaliere
impavido. Il terrorista, il guerrigliero era una figura affascinante, romantica,
ovviamente in quegli anni. Vi sono anche filosofi e sociologi, insomma,
l' intellighenzia di sinistra». Il presidente della Commissione stragi
e’ convinto che proprio in quest' area di contiguita’ si celi tuttora il
vero cervello politico delle Brigate rosse, rimasto pero’ fino ad oggi
sconosciuto. E proprio la cui presenza incognita ma nota a chi di dovere
(per esempio ai brigatisti e ai Servizi) o sospettata da altri, ha rappresentato
e rappresenterebbe ancora una continua fonte di ricatti e di complicita’
occulte, di intorbidamento profondo e continuo della vita pubblica del
Paese. Per disinquinare finalmente la quale, e chiudere una buona volta
la guerra civile italiana, Pellegrino propone che, sul modello sudafricano,
venga promesso a chiunque, in cambio della verita’, l' impunita’ penale
non solo per sé ma anche per tutti coloro che risultino coinvolti
dalle sue parole. Per quel che vale sono completamente d' accordo”.
14 novembre – Il presidente della commissione
stragi Giovanni Pellegrino commenta cosi’ l’ articolo di Galli della Loggia.“Mi
fa piacere che un intellettuale come Galli della Loggia, dopo le polemiche
accese che ci sono state tra di noi apprezzi, sia pur con alcuni distinguo,
il risultato finale a cui sono giunto sulle materie di indagine della commissione
e soprattutto colga il senso politico di cio' che suggerisco e che si approdi
ad una storia piu' serena”. “Credo - spiega - che si possa passare finalmente
questa materia agli storici sperando che il confronto tra loro non sconti
l' apriorismo pregiudiziale delle opinioni politiche”. Ad una domanda riguardante
i rapporti con il suo partito, Pellegrino risponde:“non penso di essere
del tutto isolato nei Ds. Diversi colleghi hanno letto il libro e l' hanno
apprezzato. Da alcuni sono venuti momenti di dissenso. Un forte apprezzamento
e' venuto da Giuliano Amato e quindi rincresce che l' annunciata presentazione
ufficiale del libro a Roma non sia ancora avvenuta”. Pellegrino parla infine
della “area di contiguita' alle Br. Non e' difficile ipotizzare che chi
allora faceva parte di questa area sia approdato nell' area moderata di
questo Paese”. Per quanto riguarda il “grande vecchio” pellegrino dice
che non doveva essere per forza una sola persona ma tante che “ruotarono”
in una area di contiguita' delle Br. “Quando parlo di questa figura, voglio
intendere un'area riferibile ad un milieu culturale di sinistra anche se
giudico non improbabile che protagonisti di questa stagione e che facevano
parte di quell'ambiente, facciano parte oggi dell'area moderata di
questo Paese. Alcuni percorsi apparenti sono in questo senso, e non troverei
quindi sorprendente che quelli apparenti siano doppiati da percorsi sotterranei”.
14 novembre - Walter Bielli, deputato dei
Ds e componente della commissione Stragi, spiega, ai microfoni di Radio
Radicale, di non condividere molto di quanto detto da Giovanni Pellegrino
nel suo libro: “Segreto di Stato”. Soprattutto per quanto riguarda Gladio
e la strategia della tensione. “Pellegrino - dichiara Bielli - introduce
alcune chiavi di lettura che in qualche modo non erano state indagate compiutamente.
Da questo punto di vista ha il merito di aver fatto qualche cosa di nuovo
e di interessante. Su alcune questioni pero' e' andato un po' troppo avanti
rispetto alle sue convinzioni non sempre suffragate da documentazioni.
Per esempio non condivido molto tutto il passaggio su Gladio e la strategia
della tensione. Non solo infatti Gladio c'era. Ma c'era qualche cosa che
andava oltre Gladio. Io vorrei discutere piu' dell'altro e Pellegrino invece
- prosegue - lo lascia un po' nell'ombra. In questi giorni dagli americani
ci viene detto quello che hanno fatto in Cile. Pellegrino ci dice che in
Italia gli americani non sono stati presenti in prima persona in mire di
tipo autoritario. Perche', chiedo a Pellegrino, avrebbero dovuto esserlo
in Cile e non in Italia?”. Bielli poi afferma di non condividere molto
la tesi secondo la quale le Br non sarebbero state condizionate da nessuno.
“Pellegrino - dichiara Bielli - apre una nuova finestra sul terrorismo
rosso quando dice che oltre ai brigatisti c'erano anche quelli che in qualche
modo li sostenevano e poi c'era quell'area di contiguita' che senza sostenerli
in prima persona gli permetteva di agire. Quando pero' si dice che le Br
sono state quelle che hanno detto di essere - sottolinea - si sottovaluta
che qualcuno ha fatto in modo di intervenire su questi personaggi e li
ha anche molto condizionati. Basta pensare per esempio al ruolo di Senzani.
Su questi aspetti - conclude Bielli - forse si sottacciono alcune questioni
alle quali sarebbe bene invece guardare con piu' attenzione”.
14 novembre – In comissione stragi sono
arrivate migliaia di pagine frutto del lavoro di ricerca svolto negli archivi
della Cia da Gianni Cipriani, uno dei consulenti della commissione. I documenti
portati da Cipriani in Italia riguarderebbero i fatti piu' importanti avvenuti
in Italia dal dopoguerra in poi e conterrebbero le schedature molto
dettagliate di alte personalita' della politica e del mondo dell'industria.
Tra le notizie contenute nella documentazione, quella che gli Stati Uniti
erano a conoscenza del golpe Borghese gia' dall'agosto del 1970, cioe'
ben quattro mesi prima che avvenisse l'operazione.
14 novembre - L'avvocato Giuseppe De Gori
attacca Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi:“Per il
suo libro si e' ispirato largamente a quanto dissi nel corso della mia
audizione in commissione stragi”. “Vengo regolarmente saccheggiato - dice
l'avvocato di parte civile della Dc nei 5 processi Moro - su quanto scrivo
sul caso Moro, sul terrorismo, sulla Commissione Stragi. L'8 luglio 1998
venivo ascoltato dalla Commissione Stragi. Qualche giorno fa in un libro
intervista il sen. Pellegrino faceva proprie con opportune, anche se ridicole,
modifiche quanto da me dichiarato alla Commissione. Per esempio io parlavo
di 5 mila brigatisti tra regolari ed irregolari, sul libro-intervista veniva
riportato il numero di 3 o 4 mila. Lo stesso dicasi sull' 'area di contiguita’’
e di favoreggiamento Br: io ho detto 50 mila, il saggio parla di 30-40
mila. Il giorno 13 novembre l'agenzia di stampa 'Repubblica' anticipa un
mio editoriale in tema sul suo sito internet e puntualmente in data odierna
sul 'Corriere della Sera', con l'editoriale 'Il grande vecchio e' tra di
noi' Ernesto Galli della Loggia fin dalle prime righe si appropria di quanto
da me scritto su Repubblica. Attendo spiegazioni e scuse da parte di Pellegrino”.
14 novembre - Dalle pagine di un giornale
di Francoforte, Friedrich Schaudinn,condannato in Italia a 22 anni per
l'attentato al rapido treno Napoli-Milano, nel dicembre 1984, del quale
si dice totalmente estraneo, lancia accuse pesanti alla giustizia italiana,
e in particolare al responsabile dell'Antimafia Pierluigi Vigna. Schuadinn,
di professione tecnico e all'epoca residente con la famiglia a Ostia, fu
condannato con l'accusa di essere stato il costruttore del sistema di accensione
dell'ordigno esploso mentre il treno percorreva il tratto ferroviario Firenze-Bologna
e che costo' la vita a 15 persone. Grazie a una soffiata dell'ambasciata
tedesca, come racconta alla 'Frankfurter Rundschau', Schaudinn, il quale
oggi ha 61 anni, riusci' a fuggire in Germania poco prima della sentenza
nell'88. Da allora tutti i ricorsi fino alla Cassazione sono stati respinti
dalla giustizia italiana che lo cerca con un mandato di cattura internazionale.
Dall' '88 Schaudinn non ha mai lasciato la Germania.Finora poteva stare
tranquillo: da una parte la procura di Francoforte, in due verifiche del
suo caso, ha contestato gli estremi dell'accusa italiana, e, dall'altra,
la legge tedesca, finora, non consentiva l'estradizione di cittadini della
Germania verso stati Ue. Da due settimane, pero', il governo ha modificato
la legge e Schuadinn teme di essere arrestato ed estradato. Secondo Schaudinn,
pero’, e' improbabile pero' che l' Italia insista per l'estradizione perche'
il caso verrebbe riaperto e la verita' verrebbe a galla: “non vogliono
clamore”, afferma. Schaudinn sostiene che la sola prova addotta contro
di lui dai procuratori, Vigna incluso, fu il nome di un mafioso trovato
nell'indirizzario della sua ditta di allarmi. Il suo caso era una rotella
“nell'ingranaggio della giustizia italiana”, disse l'allora portavoce della
procura di Francoforte Hubert Harth. Nel 1993, racconta ancora Schaudinn,
quando studiava a Francoforte per avere la licenza di tassi', Vigna addirittura
lo accuso' dell'attentato agli Uffizi a Firenze. Tentativi di indurlo a
pronunciarsi sul caso sono finiti tutti nel vuoto.
15 novembre - Il gip di Brescia Francesca
Morelli decidera' nei prossimi giorni se interrogare, con la formula dell'incidente
probatorio, Carlo Digilio, nell'ambito dell'inchiesta sulla strage di Piazza
Loggia. L'incidente probatorio e' stato chiesto dai pm Roberto Di Martino
e Francesco Piantoni a causa delle cattive condizioni di salute di Digilio,
personaggio legato all'eversione nera ed ora collaboratore di giustizia,
le cui dichiarazioni sono risultate fondamentali nel processo per la strage
della Questura di Milano e che sono al vaglio dei giudici della seconda
Corte d'assise di Milano, davanti ai quali si sta celebrando il processo
per la strage di piazza Fontana. Digilio, detto 'Zio Otto', con le sue
dichiarazioni ha coinvolto nove persone che ora potranno presentare opposizione
alla richiesta di incidente probatorio. Tra le persone coinvolte da Digilio
c'e' anche Felix Marie Guillon, meglio noto come 'Guerin Serac', francese,
ex direttore del centro spionistico legato alla Cia e camuffato dall' agenzia
di stampa 'Aginter Press'. Digilio ha chiamato in causa anche Giovanni
Maifredi, genovese, ex guardia del corpo del ministro Taviani e indagato
per il Mar di Carlo Fumagalli (anche Fumagalli e' stato sentito nei mesi
scorsi dai pm bresciani sulla strage). Inoltre ha coinvolto Arturo Francesconi
Sartori, padovano, e Angelo Pignatelli, ex ufficiale dei carabinieri, processato
e poi assolto perche' accusato del depistaggio delle indagini sulla strage
di Peteano. Interessati dell'eventuale incidente probatorio sono anche
Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, entrambi imputati al processo per la strage
di piazza Fontana e l'ex collaboratore dei servizi Maurizio Tramonte, meglio
noto come 'Fonte Tritone'. Digilio ha chiamato in causa anche il generale
dei carabinieri Francesco Delfino, all'epoca della strage comandante del
nucleo operativo dei carabinieri di Brescia. Per quanto riguarda l'esistenza
del cosiddetto 'Nostro Servizio' (la struttura parallela ai servizi segreti)
gli atti inviati dai pm bresciani alla Commissione stragi proverrebbero
in gran parte dall'archivio affari riservati del Viminale. A quanto si
e' appreso i sospettati di appartenere al Sid parallelo sarebbero stati
ad un livello “piu' alto” rispetto ai presunti ideatori ed esecutori materiali
dell'eccidio.
15 novembre – Alcuni quotidiani pubblicano
notizie su una relazione tecnica per la Procura di Brescia, giunta a San
Macuto, il palazzo nel centro di Roma che ospita gli uffici della commissione
stragi. Nei documenti la struttura viene chiamata semplicemente "il noto
Servizio". In giornata il documento viene reso noto. Il 'noto servizio'
sarebbe una struttura parallela, un servizio composto da imprenditori,
industriali, ex ufficiali o badogliani o “repubblichini”, come ad esempio
lo scomparso Giorgio Pisano', ma anche religiosi, come Padre Zucca, entrato
nelle cronache per per aver trafugato la salma di Benito Mussolini a Milano.
E Adalberto Titta, l'uomo che entrava e usciva a suo piacimento dalle carceri
italiane durante le frenetiche trattative con le Br di Giovanni Senzani
che avevano nelle loro mani l'assessore Dc Ciro Cirillo, ma anche Tom Ponzi,
l' investigatore privato che si afferma fosse legato alla destra estrema.
Il “noto servizio” poteva contare su un buon numero di uomini (164 nel
1972) che costavano diversi miliardi l'anno e che avevano il compito di
predisporre anche i piani per uccidere uomini politici (con finti incidenti
stradali) o per fare rapimenti (tra gli obiettivi, il sindaco di Milano
Aniasi, ma anche Mario Capanna e Giangiacomo Feltrinelli). Uomini che si
appoggiavano prevalentemente ai carabinieri, ma anche al Sid, avendo un
rapporto mediato - come si afferma in piu' punti nelle “veline” citate
dalla relazione - con Giulio Andreotti. Tra questi uomini troviamo nomi
noti del mondo politico-affaristico, come Felice Fulchignoni, ma anche
illustri sconosciuti. Una struttura parallela che nasce con la fuga del
generale Roatta, nel marzo 1945. Nei documenti compare anche Jordan Vesselinov,
un bulgaro che potrebbe aver avuto un ruolo centrale nel finanziamento
dei gruppi estremisti di destra, massone coperto, e consuocero di Igor
Markevitch, l'uomo di cui si e' parlato lo scorso anno come possibile “anfitrione”
delle Br. Nella relazione, che espone in gran parte informative sul 'noto
servizio', si indicano come uomini centrali della struttura Padre Zucca,
Pisano', Titta, Fulchignoni e Sigfrido Battaini, che si appoggiavano prevalentemente
su un ufficiale dei carabinieri a Milano (il maggiore Pietro Rossi), con
un ufficio in via Statuto, e uno a Roma. “Battaini - e' scritto in una
informativa - dispone di notevoli masse di denaro e tiene il proprio deposito
armi, munizioni e automezzi presso la caserma dei Carabinieri di via Moscova.
Il servizio dispone anche di un aereo e di un elicottero che sono depositati
presso un campo di aviazione in territorio svizzero, a pochi chilometri
dal confine italiano”. Si cita il “noto servizio” per piazza Fontana, la
strage di Brescia, il Mar di Fumagalli, l'attivita' del 'bombardiere nero'
Gianni Nardi, con un riferimento anche ai sequestri, al riciclaggio dei
soldi derivanti da sequestri (Cristina Mazzotti) e ai contatti con lo storico
boss mafioso Luciano Liggio. La struttura, almeno nelle carte citate nella
relazione inviata da Brescia a San Macuto, avrebbe avuto un rapporto privilegiato
con Giulio Andreotti (si citano soprattutto carte degli anni Settanta),
e si riportano informative e veline che attribuiscono al senatore a vita
il ruolo di fomentatore della destra eversiva (cui arrivano armi ed esplosivi)
tramite alti ufficiali dell'Arma (ad esempio il generale Jucci, che inizio'
il rapporto con la Libia all'inizio degli anni Settanta) e guastatori che
operavano in Sardegna (un riferimento a Capo Marrargiu, sede di Gladio?).
Sulla base di molte vecchie testimonianze, di riscontri documentali e di
verifiche incrociate sui documenti ritrovati negli archivi da Aldo Giannuli,
il perito dei magistrati di Brescia Roberto De Martino e Francesco Piantoni,
si afferma in sostanza che sotto la denominazione di “noto servizio”, locuzione
questa che potrebbe sottendere un ben preciso nome, si e' nascosta la struttura
definita come “Super-Sid” e “Supersismi”, e che si ipotizzo' essere la
struttura italiana di Stay Behind, cioe' Gladio. E si ricorda tra l'altro
che Andreotti, presentando Gladio a San Macuto, titolo' la sua relazione
“Il 'cosiddetto Sid parallelo' e l'operazione Gladio”: cioe' un “servizio
segreto clandestino, irregolare”, ma comunque “innestato sul tessuto istituzionale”.
E si sostiene che questa struttura possa aver ospitato al suo interno personaggi
di primo piano dell'eversione degli anni Settanta; che l'azione di alcuni
personaggi, indicati come membri della struttura, possa essersi intrecciata
con la strage di piazza Fontana; che questo servizio possa essere in qualche
modo “connesso” alla strage di Piazza della Loggia (“anche se non necessariamente
come mandante o organizzatore”), al punto che le indagini hanno potuto
portare a questa struttura. Adalberto Titta, ex maggiore dell' aeronautica
morto otto mesi dopo il rilascio di Ciro Cirillo per un infarto che il
giudice Carlo Alemi, che ha indagato sul rapimento Cirillo, definisce “strano”,
compare come collaboratore esterno del Sismi nella trattativa con la Nuova
Camorra organizzata di Raffaele Cutolo per arrivare alla liberazione dell'
assessore Dc napoletano sequestrato dalle Brigate rosse il 27 aprile 1981.
Titta era in ottimi rapporti con l' avv. Francesco Gangemi, testimone di
nozze di Cutolo. Un paio di settimane dopo il rapimento, Titta, insieme
al col. Belmonte, accompagno' nel carcere di Ascoli Piceno l' ex sindaco
di Giugliano, Giuliano Granata, collaboratore di Cirillo, il camorrista
Vincenzo Casillo (in contatto con i servizi segreti e poi ucciso dall'
esplosione di un'autobomba) e Corrado Iacolare, per trattare l' intervento
di Cutolo. Cutolo in seguito ha affermato che Titta gli mostro' un 'foglio
di scarcerazione', ma che lui si fece “una risata perche' capivo che la
cosa non era possibile”. In seguito il giudice Alemi ha dichiarato che
diversi di quelli che in un modo o nell'altro avevano partecipato alla
trattativa o ne erano al corrente, tra cui Casillo, Titta, Nicola Nuzzo,
Luigi Bosso, Salvatore Imperatrice, Aldo Semerari, Maria Fiorella Carraro
sono morti “prematuramente”, di morte naturale, suicidi o assassinati.
Il nome di Felice Fulchignoni e' comparso nelle cronache il 25 gennaio
1985, quando fu arrestato nell' ambito dell' inchiesta della magistratura
milanese sulle tangenti pagate dalla societa' di costruzioni edilizie Icomec
per ottenere appalti di opere pubbliche. Originario di Messina, all' epoca
Fulchignoni aveva 70 anni, ed era un uomo d' affari e giornalista professionista,
molto legato al segretario del Psdi Pietro Longo (il cui nome era nei presunti
elenchi della P2 sequestrati a Castiglion Fibocchi). Con Longo, Fulchignoni,
alcuni anni prima, aveva fondato una agenzia giornalistica. Nella sua abitazione
furono sequestrati circa settecento fascicoli contenenti informazioni,
tra l' altro, sull' attivita' di grandi imprese e sulla costituzione di
societa' all' estero. Fulchignoni fu accusato di concorso in concussione
per una somma di oltre un miliardo e mezzo, versati dalla Icomec per essere
inserita nell' elenco delle ditte che partecipavano all' appalto per la
costruzione della centrale idroelettrica di Edolo (Brescia). La sua posizione
fu pero' stralciata per gravi motivi di salute. Nella vicenda furono coinvolti
diversi personaggi finiti poi in “Tangentopoli” come Gianfranco Troielli,
Massimo Berruti, Antonio Natali, Fortunato Nigro e Salvatore Curcio. Padre
Enrico Zucca, morto il 16 luglio 1979 nella clinica di Ponte San Pietro
(Bergamo) all' eta' di 73 anni, e' stato priore del convento dell' Angelicum
di Milano e fondatore e presidente a vita della Fondazione Balzan, che
ha sede a Zurigo, in Svizzera. Il suo nome e' tra l' altro legato al trafugamento
del cadavere di Benito Mussolini, avvenuto nel 1946, dal cimitero di Musocco
(Milano). Il corpo fu consegnato a padre Zucca. Lo Stato italiano lo restitui'
alla famiglia solo nel 1957. Per questa vicenda padre Zucca fini' in carcere
per un mese e mezzo. Nel 1957 padre Zucca partecipa alla creazione della
“fondazione Balzan” con i soldi dell' eredita' di Eugenio Balzan, ex direttore
amministrativo del “Corriere della sera”, per la gestione della quale avra'
continue dispute giudiziarie con l' avv. Ulisse Mazzolini, esecutore testamentario
della famiglia Balzan, e con il governo svizzero. Nel 1976 il frate finisce
ancora in carcere per una sola notte, accusato di reticenza in un' inchiesta
sul finanziere Franco Ambrosio. Durante il caso Moro, padre Zucca,
Presidente della Fondazione Balzan avrebbe messo a disposizione una cifra
di due milioni di dollari, con l'impegno a trovarne molti di piu' (si parlo'
di 50 milioni di dollari) grazie all' aiuto di anche e imprenditori italiani
e stranieri o ricorrendo ai fondi dell' Istituto. Fu lo stesso frate a
parlarne a fine maggio 1978, sostenendo di aver incontrato un brigatista
in un confessionale di una chiesa di Milano, verso la fine di aprile del
1978 e di aver avuto la disponibilita' a trattare e addirittura un invito
a visitare il presidente della Dc nella “prigione del popolo”. Secondo
padre Zucca, della tentata trattativa, sarebbero stati al corrente l' allora
presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che pero' non avrebbe mai risposto
alle lettere di Zucca, e il governo federale svizzero, che replico' di
essere completamente all' oscuro della vicenda, aggiungendo che padre Zucca
era stato espulso nel 1965 dal consiglio della Fondazione Balzan, su decisione
del ministero dell' Interno federale. A sua volta Zucca replico' che i
due milioni di dollari provenivano dai fondi del ramo francese della fondazione,
di cui lui aveva la disponibilita'. La Procura di Brescia apre, con l'invio
in Commissione stragi del rapporto sul 'noto servizio', la struttura parallela
che avrebbe operato in Italia dal '43 al '90, una partita forse decisiva
per capire quale e' stata la portata della 'politica occulta' nel gioco
democratico nel nostro Paese e costringe anche, se venisse verificata,
a rivedere la questione Gladio ed anche lo scontro politico che la contraddistinse.
Se e' vero che quello dell'ottobre 1990 fu "un osso" gettato da Andreotti
per tutelare altre strutture, questa in particolare, verrebbero confermati
gli elementi, indiziari e anonimi, che sembrano collegare il 'noto servizio'
al senatore a vita che quando invio' San Macuto il suo dossier per illustrare
Gladio lo titolo', con una malizia che ora fa riflettere, "Il cosiddetto
'Sid parallelo' e l'operazione Gladio". L'ipotesi da cui si parte - una
struttura civile, infarcita di ex Salo', imprenditori, religiosi, e uomini
'dell'ombra', posti all'incrocio tra affari e politica e che e' intervenuta
in tanti ambiti, ben oltre il limite della raccolta di informazioni e anche
con presunte uccisioni - e' ben grave e poggia per ora solo sulle
veline e vecchi riscontri documentali "coerenti" con carte trovate in archivi.
Dal quadro delineato emerge un mix che vede spuntare il riciclaggio dei
proventi dei sequestri, i progettati rapimenti di esponenti politici, i
contatti con Liggio e l'utilizzo a fini politici della destra eversiva
(Mar, Gianni Nardi) ma anche tracce interessanti che portano a piazza Fontana
e alla strage di Brescia. Sullo sfondo della struttura, sulla base di diversi
passaggi, quasi tutti tratti da informative anonime, il profilo di Giulio
Andreotti, accusato, sulla base di un vecchia velina anonima che e' anche
pubblicata negli atti della Commissione P2, di fomentare e foraggiare i
gruppi della destra eversiva. Il 'noto servizio' comunque sembra poggiare
su snodi importanti, come, ad esempio, il tentativo di fondare un nuovo
partito cattolico a meta' degli anni Settanta che divenne poi l'oggetto
principale, con i riferimenti alle forniture militari alla Libia, del famoso
dossier M.Fo.Biali. Tra gli uomini della struttura spicca Giorgio Pisano',
indicato,piu' volte, come "canale" di contato con i carabinieri che sembrano
essere, nell'architettura delineata dalla relazione, i referenti principali
della struttura civile che aveva mani libere nell'azione pur di mantenere
l'Italia nel campo occidentale evitando, a questo punto con qualsiasi mezzo
utile, l'arrivo al potere della sinistra. Nella caserma di via Moscova,
a Milano, erano le armi della struttura e a due passi vi era la sede principale.
Adalberto Titta sembra assumere i contorni del capo operativo, mentre altri
uomini si adoperano in campo imprenditoriale ed economico. Da citare che
nel 1974, quando tra i primi parlo' di una struttura occulta dei servizi,
Roberto Cavallaro affermo' che il "Sid parallelo" aveva al suo interno
anche imprenditori e questa struttura si infiltrava, utilizzandoli, sia
in gruppi di destra estrema sia di sinistra estrema. A Brescia poi operava,
come ufficiale pagatore del Mar, Jordan Vesselinov, un uomo probabilmente
centrale per capire certi intrecci. Tutto il dossier allude a cose molto
gravi ma poggia su testimonianze e riscontri deboli, per ora: data la notoria
riservatezza di magistrati di Brescia e la loro rigorosita' e' facile intuire
che ben altro ci sia nei cassetti della Procura sul 'noto servizio' e che
quindi si dovranno attendere quei documenti per dare una valutazione compiuta
della ipotesi di quello che sembra essere l'ultimo cassetto della politica
occulta in Italia. Certi nomi, come Adalberto Titta, che e' il vero e proprio
'prezzemolo' del caso Cirillo, e Padre