Almanacco dei misteri d' Italia


Gladio, piano Solo, golpes vari, dossier Mitrokhin...
le notizie del 2001

(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)

8 gennaio - Giorgio Perissin e Luciano Scarel del Comitato organizzatore per la commemorazione del col. Aldo Specogna della Stay Behind lamentano “l'ingiusto accanimento che c'e' stato e che continua da parte di qualcuno” nei confronti degli appartenenti all'ex formazione “Gladio”. “Cio' - rilevano i due esponenti del Comitato – nonostante che per i volontari dell'ex Organizzazione, dopo le diverse indagini giudiziarie, non risulta alcun addebito da parte della Giustizia e lo stesso Presidente della Commissione Stragi abbia confermato la loro estraneita' a tutti i luttuosi avvenimenti degli scorsi decenni”. Secondo Perissin e Scarel, “sembra che questi volontari siano stati strumento di un gioco politico proprio come gli untori manzoniani in pasto alla folla”. Gli ex volontari Stay Behind, i cosiddetti “gladiatori”, del Nord-Est commemoreranno domenica 21 gennaio prossimo, a Cividale del Friuli (Udine), il col. Specogna e i colleghi ormai scomparsi. La cerimonia si ripete ogni anno nel mese di gennaio, in coincidenza con la pubblicazione dei nomi dei 622 volontari della Stay Behind.

10 gennaio - Davanti alla seconda Corte d'assise di Roma, nel processo, in cui e' imputato insieme all'ex capo di Stato maggiore del Sismi Paolo Inzerilli, sulla distruzione e soppressione di materiale riguardante la stessa organizzazione Gladio, l' ammiraglio Fulvio Martini, ex direttore del Sismi, il servizio segreto militare, afferma che la struttura Gladio non ebbe coinvolgimenti nella strategia della tensione. Rispondendo alle domande del Pm Giovanni Salvi ha spiegato il suo punto di vista. "Ho sempre ritento inopportuno che le carte su Gladio - ha detto - venissero viste dall'autorita' giudiziaria. Quando in un sodalizio con altri Paesi uno Stato fa accordi internazionali e' bene che si consultino tali Paesi prima della divulgazione del contenuto di documenti riservati". Martini ha anche precisato che alla presidenza del Consiglio dell'epoca era nota la sua opposizione a rendere noti gli elenchi su Gladio specificando, in proposito, che in qualita' di capo del Sismi raccolse "lamentele dai numerosi Paesi alleati". Prima dell'esame di Fulvio Martini e' stato completato quello di Giovanni Invernizzi, ex direttore della settima divisione del Sismi e responsabile della struttura Gladio, accusato di abuso di ufficio. In aula e' stato fatto notare come soltanto il giorno prima dell'annunciata visita del giudice Felice Casson a Forte Boccea, il 27 luglio 1990, in cerca degli atti riguardanti la strage di Peteano, il Sismi comincio' a distruggere documentazione varia. Invernizzi ha spiegato: "Gia' dal gennaio 1990, affondando da tempo nella carta, disposi di rivedere l'intente massa cartacea per eliminare cio' che non era utile all'ufficio".
 

13 gennaio - A Torino si svolge un incontro per presentare il libro-intervista di Aldo Cazzullo con Edgardo Sogno: "Testamento di un anticomunista". Tutti i relatori presenti, da Gad Lerner ad Gian Enrico Rusconi a Paolo Guzzanti, ma anche la vedova Anna, hanno sottolineato l' onesta' di Sogno. Onesta' in qualche modo sottolineata anche da Diego Novelli chiamato ad intervenire dai relatori nonostante dal pubblico molti non volessero. Novelli ha criticato lo spirito sempre "esagerato" di Sogno e il suo antisindacalismo- antioperaismo che "fece tante vittime" in Fiat a Torino, ma ha anche ricordato Giancarlo Pajetta quando disse che Sogno era un po' matto ma che come antifascista aveva fatto grandi cose. L' atmosfera tra il pubblico - numerosissimo e stipato nella sala del Turin Palace - era comunque acceso e molti dei presenti, dichiaratamente di destra, non hanno nascosto antipatia nei confronti di Lerner e di Novelli. "Il golpe di Sogno - ha detto Guzzanti - fu un golpe scritto, fatto di nomi e parole, nulla in realta' venne mai organizzato. Era un grande adolescente ma anche un intellettuale di genio assoluto, un uomo d' arme, un letterato mai capito perche' la sinistra' indico' sempre i suoi libri negletti".

19 gennaio – Il sen. Giovanni Pellegrino, presidente della commissione stragi, intervistato a Radio 24, nel corso di "Viva voce" condotta da Giancarlo Santalmassi, dice:"Assolvo Gladio perche' abbiamo accertato che le stragi le fanno gli ordinovisti e gli avanguardisti, che sono stati assoltati dal ministero dell'Interno e dalle forze armate e dal servizio segreto militare". "Il problema – dice Pellegrino - e' che la politica italiana riesce a concordare sulle valutazioni delle patologie del presente, come sulla vicenda di D'Antona (in due mesi abbiamo approvato all'unanimita" una relazione) ma sul passato ci si divide in modo aspro. Il dibattito politico sul passato e' inferiore al livello di maturita' raggiunto dal Paese". Per motivare la sua "assoluzione" Pellegrino ha detto tra l'altro che Gladio e' stata "una struttura sostanzialmente legittima, presente in molte nazioni europee". "Non condivido la valutazione negativa che ne e' stata fatta finora. Gli accertamenti da noi svolti, in fase giudiziale, hanno dimostrato che Gladio non ha avuto un ruolo nella strategia della tensione e che era una struttura con una potenzialita' operativa, nell'eventualita' di un terzo conflitto mondiale. Si trattava di 100 reclutatori, che con facilita' avrebbero potuto ciascuno reclutare 10 partigiani per costituire un gruppo di 1000 partigiani, per fare resistenza dietro le linee nemiche. Gladio era questo. La preparazione di nuclei di resistenza nell'ipotesi che una parte del territorio nazionale fosse stato occupato dalle truppe del Patto di Varsavia". Pellegrino ha preso le distanze dal giudizio espresso in passato dai Ds su Gladio. "La valutazione negativa sul caso Gladio risente della valutazione che fu fatta gia' dalla Commissione sotto la presidenza di Libero Gualtieri". Pellegrino dice anche che "La Commissione avrebbe dovuto occuparsi di Ustica piu' intensamente di quanto abbia fatto" e che "In questa legislazione l' attivita' della Commissione su Ustica e' stata scarsa e poco concludente". Durante la trasmissione c’ e’ anche uno scambio di battute in diretta tra Giovanni Pellegrino e Fernando Ferrari, gia' imputato per la strage di piazza della Loggia e assolto. Il presidente della Commissione stragi ha espresso forti dubbi su quella assoluzione. "Pensare che la strage di Brescia non sia di matrice fascista - ha detto fra l'altro Pellegrino - vuol dire non collidere con gli accertamenti storici svolti. Il che non significa escludere che singoli ragazzi della destra radicale siano stati imputati ingiustamente".

23 gennaio - Il Garante per la protezione della privacy dei dati personali, Stefano Rodota', al termine degli accertamenti sui cosiddetti archivi dell'Arma dei Carabinieri, dice che servono nuove norme per adeguare il sistema di raccolta e utilizzo dei dati personali da parte dei carabinieri ai principi della legge sulla privacy. Infatti, anche se i trattamenti dei dati da parte dell'Arma sono sostanzialmente in linea con la normativa vigente, le informazioni contenute nei fascicoli permanenti custoditi nei comandi dei carabinieri sono “ormai in contrasto con i sopravvenuti principi” in materia di protezione dei dati. Da subito vengono dunque indicati una serie di correttivi, che prevedono, tra l'altro, termini di conservazione “piu' proporzionati”; nuovi livelli di consultazione; particolari “cautele” per i dati piu' antichi, specie per quanto riguarda i giudizi e i dati sensibili; la verifica periodica della “pertinenza e non eccedenza” delle informazioni rispetto ai fini perseguiti. La vicenda risale a meta' dell'anno scorso, quando un appuntato dell'Arma denuncio' che nei 5.000 comandi territoriali dei carabinieri, sparsi in tutta Italia, vi sarebbero decine di milioni di “pratiche permanenti-fascicoli personali, intestati a cittadini vivi e morti, ma anche a associazioni e enti”, la cui formazione violerebbe la legge 675 del '96 sulla privacy. Conclusi gli accertamenti, l'Autorita' garante - dopo aver premesso che “non sono emersi trattamenti sostanzialmente difformi dalla normativa vigente” - sottolinea che si sono comunque “evidenziati alcuni problemi che derivano da un quadro normativo che non e' stato ancora adeguato del tutto ai principi introdotti dalla legge sulla riservatezza dei dati”. Proprio per questo il Garante ha gia' segnalato al presidente del Consiglio e al ministro della Difesa “la necessita' di un sollecito intervento, a livello legislativo e regolamentare, per integrare la normativa” che oggi regola le attivita' di raccolta e utilizzo dei dati da parte dei carabinieri, sia per fini meramente amministrativi, sia per le funzioni specifiche dell'Arma: quelle di pubblica sicurezza, di protezione civile, di polizia militare e di polizia giudiziaria. Riguardo alle pratiche permanenti custodite nei comandi dei carabinieri, l'Autorita' garante prende atto della “collaborazione fornita dall'Arma e dell'impegno del suo Comando generale a definire in tempi brevi una nuova disciplina interna sulle modalita' di verifica, aggiornamento, conservazione ed eventuale distruzione dell'ingente materiale informativo raccolto in passato”. Una nuova disciplina che modifichi prassi consolidate, che nel tempo hanno portato non solo ad una “proliferazione eccessiva e ad una conservazione stabile di un numero enorme di pratiche”, ma che ha anche comportato “l'accorpamento di preesistenti pratiche, con un numero elevato di informazioni ormai in contrasto con i sopravvenuti principi in materia di protezione dei dati”. Altro richiamo del Garante per la privacy quello relativo ai dati comunicati al Ced, il Centro elaborazione dati del Dipartimento di pubblica sicurezza, per i quali serve un “aggiornamento selettivo”. Quei dati - sottolinea tra l'altro il Garante, che affrontera' l'argomento anche con lo stesso Dipartimento e con le altre forze di polizia - devono essere “effettivamente rilevanti per le finalita' di tutela dell'ordine, della sicurezza pubblica e della prevenzione e repressione della criminalita’”. Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, afferma che “L'appuntato Valerio Mattioli, che ha denunciato la presenza di 70 milioni di pratiche permanenti nei comandi dell'Arma, aveva ragione; ma la sua verita' era in difetto: quei fascicoli, infatti, sono 95 milioni”. Accame - secondo cui “neanche nei Paesi piu' totalitari si era giunti a tanto” - sostiene che “le forze politiche sono state tenute all'oscuro, cosi' come le Commissioni Difesa del Parlamento. Ora - conclude - i responsabili dovranno essere puniti”. Alfio Nicotra, responsabile del settore Pace di Rifondazione comunista, saluta “positivamente” l'esito degli accertamenti del Garante per la privacy sugli archivi dell'Arma, ma chiede che “adesso il Governo emani dei regolamenti per tutelare i cittadini schedati dai carabinieri”. “Visto che la massima autorita' in materia ha ritenuto fondate le preoccupazioni sollevate - conclude Nicotra - ci auguriamo che il ministro della Difesa ed il comandante generale dell'Arma revochino i provvedimenti disciplinari nei cofnronti dell'appuntato Mattioli, dalla cui denuncia e' scaturita l'indagine dell'autority”. L' appuntato dei carabinieri Valerio Mattioli, che aveva sollevato il caso degli archivi dell'Arma, commenta:“La pronuncia del Garante per la privacy conferma la mia denuncia ed e' un intervento positivo”. “Quando ho parlato di 70 milioni di fascicoli - dice - mentivo sapendo di mentire, perche' ero sicuro che fossero di piu'. Ho arrotondato per difetto perche' temevo che mi accusassero di esagerare e ho calcolato 15 mila fascicoli per ognuna delle 4.600 stazioni, cioe' 70 milioni”. A questo proposito, l'Autorita' garante sottolinea che le “informazioni fornite dall'Arma denotano che le prassi adottate da lungo tempo hanno portato ad una proliferazione eccessiva e ad una conservazione stabile di un numero enorme di pratiche permanenti, che l'Arma stima in circa 95 milioni”. Mattioli lavora presso la stazione di San Giovanni Valdarno, in Toscana:“Per le mie denunce - dice - sono stato punito quattro volte e devo ancora rispondere di un'accusa di scarso rendimento in servizio”.

23 gennaio - La Corte di Cassazione conferma la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per il generale dei carabinieri Francesco Delfino per truffa aggravata nell' ambito del sequestro dell' imprenditore Giuseppe Soffiantini. I giudici hanno impiegato circa quattro ore per prendere questa decisione che ha accolto le richieste del procuratore generale Antonio Mura, che aveva chiesto la conferma della condanna emessa dalla Corte di appello di Brescia. Giuseppe Soffiantini e' stato presente alla lettura del verdetto ed e', poi, ripartito per Brescia dopo la lettura del dispositivo. “Sono contento di questa decisione dei giudici - ha detto l' imprenditore - e del resto ho sempre avuto fiducia nella magistratura e negli inquirenti”. Nella loro arringa, gli avvocati difensori del gen.Delfino, Alessandro Gamberini e Raniero della Valle, avevano cercato di smontare la configurazione giuridica dell' accusa di truffa pluriaggravata e truffa aggravata formulata a carico del loro assistito. Ma i loro sforzi sono risultati vani. Delfino, comunque, come ha sottolineato uno dei legali, non rischia di dover tornare in carcere in quanto la sua condanna - avendo l' alto ufficiale gia' scontato alcuni mesi di carcere preventivo - e' inferiore ai tre anni e, quindi, puo' usufruire delle misure alternative alla detenzione. Rimane comunque aperto il problema della restituzione del miliardo che il generale ha sottratto ai familiari del rapito: dell' intera somma, a Soffiantini sono state restituite solo 100mila lire.

26 gennaio – Il quotidiano “La Repubblica” pubblica con grande rilievo un servizio di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano sull’ uccisione di Mauro De Mauro, che sarebbe legata non al caso Mattei, ma al legame della mafia con il principe Junio Valerio Borghese per il tentato colpo di Stato del 1970.
Il titolo del servizio e’:"De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe - Il capomafia: "Lo sepellimmo alla foce dell'Oreto"
Scrive “La Repubblica”:“Dice il capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo: "E' qui, alla foce dell'Oreto, il cadavere di Mauro De Mauro. Io so chi lo ha ucciso, so perché è stato ucciso. Ora vi racconto...".  Così è in fondo a questa gola dove il fiume scende lentamente verso il mare di Palermo - si vedono le case popolari del villaggio di Santa Rosalia e più su le guglie della Cattedrale - che si chiuse la vita e oggi il mistero di Mauro De Mauro. Il suo cadavere è da qualche parte qui tra le alte felci e le cavità della roccia, gli antri e i cunicoli scavati dall'acqua, sepolto tra i piccoli massi trascinati dalla corrente, nascosto dentro la terra e la melma di quella che fu la Conca d'Oro. A tre chilometri dalle stanze gonfie di fumo de "L'Ora", il suo giornale in piazzale Ungheria. A sei chilometri dalla sua casa in via delle Magnolie. A due chilometri dalla strada dove poi ritrovarono la sua Bmw color blu notte. Trent'anni fa morì Mauro e aveva tra le mani lo scoop "che - diceva - avrebbe fatto tremare l'Italia" e che invece lo trascinò all'inferno. Scoop. Bisogna essere cronisti per conoscere il sapore aspro che ti dà anche soltanto la parola. Scoop. Mauro De Mauro era uno tosto, se si parla di notizie. Un paio di generazioni di cronisti in Sicilia e in Italia è cresciuta nella sua leggenda. Raccontano che, quando ancora i "pezzi" si dettavano al telefono e i giornalisti si dividevano in chi aveva dettato e chi non lo aveva ancora fatto, Mauro non lasciava chances ai concorrenti. Ora dovete immaginare Mauro De Mauro in quell'estate del 1970. Lo hanno confinato allo sport e il suo ultimo titolo a nove colonne era sul "libero" Alberto Malavasi, ingaggiato dal Palermo per 18 milioni di lire. In redazione c'era chi diceva: "Povero Mauro...". Mauro se la rideva tra sé e tirava diritto. Stava già lavorando da settimane sul suo scoop. Lo scoop era questo: i fascisti di Junio Valerio Borghese avrebbero tentato il colpo di Stato con l'aiuto di Cosa Nostra. La dannazione di notizie come queste è che hai bisogno di riscontri e di conferme e di dettagli. E, per averne, devi scoprirti. Devi fare domande in giro e sei consapevole che più domande fai, più è facile per chi ti ascolta conoscere che cosa hai già saputo e che cosa puoi già scrivere. Mauro sapeva dove cercare ciò di cui aveva bisogno. A quel tempo il Circolo della Stampa di Palermo era, più o meno, una bisca e gli "uomini d' onore" ci andavano a giocare a poker, eleganti come damerini. Mauro li avvicinò. Distrattamente buttò lì qualche domanda. Quelli avvertirono subito i loro capi. "C'è quel De Mauro che fa troppo domande sul 'fatto di Roma'". Mauro fu trascinato in una masseria a Santa Maria del Gesù. La borgata è appena dopo un antico monastero diroccato, trecentocinquanta metri dal fiume, viottoli polverosi, i confini degli orti segnati dai muretti di pietra viva, cortili, piccole piazze deserte, case basse che si confondono tra i mandarini. Lì, nel baglio di una tenuta ai piedi di monte Grifone, Mauro fu torturato e "interrogato". Lui sapeva, ma chi altro sapeva? Poi ci fu chi gli scivolò alle spalle e lo strangolò. Il corpo di Mauro fu seppellito lungo il letto del fiume, in fondo alla gola. La storia della morte di Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970, è stata raccontata per la prima volta una settimana fa da un mafioso che lo aveva conosciuto, un mafioso che ha svelato i retroscena di quella clamorosa notizia annunciata dal "segugio" de "L'Ora" di Palermo. Mauro De Mauro sapeva del golpe, sapeva che cosa stava progettando in quei mesi il "principe nero" Borghese e, con lui, alcuni boss di Cosa Nostra. Le prime voci le aveva ascoltate negli ambienti militari e in quelli neofascisti, magari gliele aveva "soffiate" un suo compagno d' armi o un vecchio "camerata". Era un mondo, quello, che De Mauro conosceva di diritto e di rovescio. Era stato un repubblichino della Decima Mas, prima di venire a vivere in Sicilia nel 1946 con sua moglie Elda. "Fu ucciso perché aveva scoperto che Borghese e la mafia si erano alleati per il golpe... il giornalista si fece scappare qualcosa con uno dei tanti boss che allora frequentavano il Circolo della Stampa che era dentro il teatro Massimo", ha ricordato giovedì 18 gennaio ai procuratori palermitani Francesco Di Carlo, il padrino di Altofonte che è in qualche modo invischiato anche nella misteriosa morte del banchiere Roberto Calvi e che ora ha deciso di vuotare il sacco. Di Carlo ha fatto i nomi dei mandanti dell'uccisione di Mauro De Mauro. E anche quelli degli assassini. C'era anche Bernardo Provenzano quella sera in via delle Magnolie, il corleonese latitante dal 1963. Era una caldissima sera di settembre, era il sedici, lo scirocco soffiava a 65 l'ora. Mauro sbrigò il suo lavoro in redazione e, come sempre solo, lasciò il palazzo di vetro dell'Ora. Si fermò a un bar di via Pirandello, comprò due etti di caffè macinato, tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e la solita bottiglia di bourbon. Sua figlia Franca - che si sarebbe dovuta sposare il mattino seguente - stava aprendo la porta di casa e lo vide vicino alla sua Bmw "parlare con due o tre uomini". Un paio di minuti dopo, via delle Magnolie era deserta. E nessuno - fino a sette giorni fa - ha saputo più nulla di lui. Con chi andò via? Chi lo uccise, e dove? Perché fu ucciso? Mauro De Mauro parlottava sotto casa con quegli uomini e poi la sua Bmw improvvisamente ripartì. Spiega Di Carlo nel suo verbale: "Si è sempre detto che fu rapito. Non fu rapito invece né prelevato con la forza. Non ce ne fu bisogno. De Mauro conosceva bene uno di quei tre uomini, era Emanuele D'Agostino, mafioso di Santa Maria del Gesù. Gli altri due erano Bernardo Provenzano e Stefano Giaconia". Forse Mauro non si insospettì più di tanto, quando i tre gli chiesero di seguirlo. Aveva lavorato duro, alle 7 del mattino in redazione, all'una al lido dell'hotel "La Torre" di Mondello per mangiar qualcosa, nel pomeriggio ancora in redazione. Valeva la pena di lavorare ancora per ore, per tutta la notte se necessario: quell'amico - Emanuele D'Agostino - gli prometteva il pezzo mancante della "sua" storia, del suo scoop. Mauro li fece salire sulla sua auto. Si diressero dal lato opposto della città. Scesero da via Sciuti, poi da via Terrasanta, forse a quel punto svoltarono in piazza Diodoro Siculo e abbandonarono la Bmw di Mauro in via Pietro D'Asaro. Su un'altra macchina puntarono verso i giardini di Santa Maria del Gesù, verso il regno di quello che era allora il più potente mafioso della Sicilia: Stefano Bontate. I ricordi di Francesco Di Carlo sono molto nitidi: "Quando Emanuele D'Agostino seppe al Circolo della Stampa che De Mauro era a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate che era il suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione, tra cui Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno che chiamavano "l'avvocato", non esercitava la professione ma era laureato... Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo Miceli (il generale Vito Miceli, capo del Sid, il Servizio informazioni difesa? ndr) che forse era un militare e forse con un certo Maletti (il generale Gianadelio Maletti, capo dell'ufficio "D" del Sid? ndr)...". Generali e mafiosi si incontrarono, parlarono per ore, cercarono di saperne di più su che cosa aveva scoperto Mauro De Mauro e convennero che era troppo pericoloso per troppi di loro tenere in circolazione "quello lì". A quel punto, era chiaro a tutti i presenti quale sarebbe sato il passo successivo dell'affare. Di Carlo svela ancora chi decise di uccidere il giornalista: "Da Roma partì subito l'ordine di chiudergli la bocca... I miei amici mafiosi, quando ritornarono a Palermo, mi raccontarono che quella gente era molto preoccupata, mi dissero che avevano paura, che se fosse uscita anche la più piccola delle notizie sull'operazione che stavano preparando, loro sarebbero stati tutti arrestati...". Così morì Mauro De Mauro. Cominciò a morire al Circolo della Stampa nei saloni bui del teatro Massimo. Dove c'era sempre Tommaso Buscetta. Dove andava Masino Spadaro, che allora era il più grosso contrabbandiere di "bionde" del Mediterraneo. Dove c'era sempre Emanuele D'Agostino che era l'autista di Stefano Bontate. Era esuberante Mauro De Mauro. Curioso della vita, ciondolava in quei saloni, tra quella gente e chiacchierava volentieri, chiedeva sempre qualcosa ("Ci sono novità?") e rideva e scherzava e sapeva dar fiducia e farsi rispettare come "uomo con una sola faccia" e anche voler bene come un amico sincero. Poi tornava in redazione, infilava la testa nello stanzone della cronaca e ripeteva l'altro suo grido di guerra ai più giovani che pestavano apprensivi i tasti della macchina per scrivere: "Minchiate...sono tutte minchiate...". Mauro era scuro, alto, claudicante e con il naso ricucito per le ferite di un incidente stradale nei pressi di Verona o, come sosteneva qualcuno, per le legnate prese da un gruppo di partigiani. Un suo fratello aviatore era morto in guerra e un altro, Tullio, (l'attuale ministro della Pubblica istruzione) era già allora un autorevole linguista. Sua moglie Elda era stata anche lei braccata dai partigiani del Pavese, alla seconda figlia avevano dato il nome di Junia come quello di Borghese che era stato il suo comandante alla Decima Mas. Aveva 49 anni Mauro De Mauro, la sera che incontrò D'Agostino, Provenzano e Giaconia sotto casa. Aveva lo scoop della vita tra le mani, ma non intuì che era stato già tradito. "Gli interessi in gioco erano troppo grossi e dentro Cosa Nostra non tutti erano d'accordo con quel golpe", ha precisato meglio il mafioso Di Carlo venerdì 19 gennaio, nel suo secondo giorno di interrogatorio sul mistero della scomparsa del giornalista con il procuratore Pietro Grasso, l'aggiunto Guido Lo Forte e il sostituto Vittorio Teresi. La notizia che il principe Borghese stava progettando un colpo di Stato e che aveva chiesto un appoggio alla mafia, Mauro De Mauro la venne a sapere da un suo vecchio amico di estrema destra, uno che conosceva tutti i dettagli dell'operazione "Tora Tora", nome in codice del piano insurrezionale che sarebbe dovuto scattare la notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970. Mauro De Mauro aveva scoperto tutto tre mesi prima. Seppe che il principe Borghese aveva "arruolato" anche Cosa Nostra. In cambio di un aiuto aveva promesso di cancellare ergastoli e processi per gli uomini d'onore in gabbia. Lo torturano, ma non fece il nome di chi per primo gli "soffiò" la notizia. Ricorda Francesco Di Carlo: "Ci avevano assicurato che nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale, il nuovo governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato... ma non tutta Cosa Nostra vedeva di buon occhio il piano dei fascisti". Una parte era d'accordo, altri non volevano sentire ragione di quelle promesse di Junio Valerio Borghese. Il principe pretendeva che alla vigilia del golpe la mafia consegnasse ai generali una "lista" di tutti i mafiosi dell'isola, poi per farsi riconoscere durante il colpo di Stato gli stessi mafiosi avrebbero dovuto portare una fascia al braccio. Ci fu un summit a Milano per decidere cosa fare. C'era tutta la Cupola. E c'era anche Francesco Di Carlo quel giorno con gli altri boss. Il golpe non ci fu più, ma anche Mauro De Mauro non c'era più. Era stato inghiottito nel nulla. Là dove le acque dell'Oreto seguono le colline e poi, lentamente e sempre più torbide, finiscono nel mare di Palermo”.

26 gennaio – La Procura di Palermo ha chiesto all' ufficio del gip la riapertura dell' inchiesta sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. L' iniziativa e' collegata ad alcuni fatti nuovi, tra cui l' acquisizione delle dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo riportate dal quotidiano "La Repubblica". Il procuratore Pietro Grasso non ha voluto commentare la pubblicazione del verbale di Di Carlo: "Coerentemente con il mio ruolo non posso violare il segreto istruttorio, contrariamente a quanto fanno i giornalisti". Quasi contestualmente la magistratura di Pavia, che indaga sull' incidente aereo di Bescape' nel quale mori' nel 1962 il presidente dell' Eni Enrico Mattei, ha inviato alla procura palermitana atti della propria inchiesta: verbali, testimonianze e rapporti. L' indagine di Pavia ipotizza un collegamento tra la caduta dell' aereo, che sarebbe stato sabotato, e la scomparsa di De Mauro: il giornalista dell' Ora se ne era occupato per la sceneggiatura di un film di Francesco Rosi. Le dichiarazioni di Francesco Di Carlo, boss di Altofonte, riaprono invece un' altra pista investigativa che conduce al golpe tentato nel 1970 dal principe Junio Valerio Borghese. Del caso Borghese avevano parlato in precedenza sia il boss Luciano Liggio in un udienza del maxiprocesso a Cosa nostra sia Tommaso Buscetta. Con diverse sfaccettature il loro racconto concordava sul fatto che i golpisti avevano chiesto l' appoggio militare della mafia. L' accordo pero' sfumo' per quella che la mafia giudico' una richiesta "molto strana": gli uomini d' onore dovevano portare una fascia verde come segno di riconoscimento. La pista Borghese, che a quanto pare sfiora anche due professionisti palermitani (uno e' morto qualche anno fa), e' stata a lungo scandagliata ma senza costrutto dalla magistratura assieme ad altre ipotesi investigative. Tanto che i giudici avevano archiviato l'inchiesta, dopo avere acquisito anche la sentenza di Roma sul tentativo di colpo di Stato. Ora le dichiarazioni del pentito Di Carlo e l' arrivo di nuovi documenti da Pavia inducono la Procura a ritornare su uno dei piu' impenetrabili misteri italiani degli anni '70.

26 gennaio - Il presidente della Camera Luciano Violante, rispondendo alla domanda di una donna nel pubblico della scuola media Leonardo da Vinci durante la conferenza sulla legalita', ha detto che "Edgardo Sogno e' stato assolto dalle accuse che gli si muovevano. Ecco perche' gli sono stati fatti funerali di Stato". “Sogno - ha aggiunto - era innocente per la giustizia italiana. Il libro con le sue dichiarazioni e' uscito dopo la sua morte. La decisione sui funerali di Stato e' comunque di competenza della presidenza del Consiglio".

27 gennaio – Annunciata per il 29 gennaio in Grecia l’ uscita  di un libro intitolato “Il Movimento studentesco greco e la sua lotta contro la dittatura in Italia', di Nikos Klitsikos per la casa editrice 'Proskinio -A. Sideratos'. La prefazione e' dell'ex sindaco di Napoli Maurizio Valenzi. Alcune anticipazioni apparse sulla stampa greca hanno gia' creato scompiglio e minacce di querele. Nel libro l'autore traccia i legami fra l'estrema destra di Roma, Atene e gli ambienti della Nato, anche a Napoli, sia prima del colpo di stato greco del 21 aprile '67, sia dopo, per "tingere l'Europa di nero". Va detto, pero' - aggiunge Klitsikos - che Napoli e Roma sono state fondamentali per la Resistenza greca. Klitsikos racconta anche che "Dopo il fallimento del 'golpe Borghese' il principe Junio Valerio Borghese trovo' rifugio per la sua latitanza a Corfu' e una ventina di esponenti della sinistra italiana organizzo', in stretta collaborazione con il Pak e la Resistenza, un raid fino all'isola" per riportarlo davanti alle autorita' italiane. "Il tentativo - precisa Klitsikos - fu annullato all'ultimo momento perche' a Corfu' quel giorno c'era un gran movimento di polizia ed esercito". Le liste delle spie, secondo Klitsikos, sono "autentiche e inedite perche' furono trovate dopo la fine della dittatura nei consolati greci in Italia dagli studenti che li occuparono, come accadde a Napoli nel marzo '75, e finora erano sparse".

27 gennaio - Il settimanale "Diario" pubblica un numero speciale intitolato "Mi ricordo" per il "giorno della memoria". Il numero contiene anche un articolo di Gianni Barbacetto su "Guerra invisibile in tempo di benessere" con il sottotitolo "Per non dimenticare: la memoria delle stragi italiane e delle vittime senza verita' e giustizia", che racconta l' inizio e le conseguenze della "low intensity war", del conflitto a intensita' ridotta che si e' combattuta in modo strisciante in Italia sin dal dopoguerra.

27 gennaio – L’ Ansa scrive: “Nel Fuan, l'organizzazione universitaria del Msi, esisteva anche un livello clandestino: e' una delle rivelazioni in qualche modo riconducibili al fallito golpe Borghese in Sicilia - al quale potrebbe collegarsi, secondo le dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo, l'omicidio del giornalista Mauro De Mauro - fatte in carcere nel '93 dal terrorista nero Pierluigi Concutelli al magistrato veneziano Carlo Mastelloni. Brani di queste dichiarazioni sono riportati in una ordinanza sui servizi israeliani e sull'eversione di destra depositata due anni fa. Era il filone di indagini relativo alla Gladio e all'Argo 16. Mastelloni, come giudice istruttore, invio' un rapporto sull'argomento all'autorita' giudiziaria di Palermo per competenza. Rendendo noti particolari inediti della vicenda, Concutelli parlo' dell'esistenza di un livello clandestino nel Fuan, l'organizzazione universitaria del Msi, e affermo' di aver gestito una trentina di giovani a Palermo, dove era anche in contatto con il principe Borghese. Di quei giovani, circa dieci - appartenenti appunto al livello clandestino - sarebbero stati al corrente dell'esistenza di armi destinate ad alimentare la lotta studentesca di destra. Concutelli venne successivamente arrestato nella zona del poligono militare di Bellolampo con altre persone, poi, come lui, scarcerate dopo un brevissimo periodo di detenzione. Ad arrestarlo fu l'allora comandante del nucleo investigativo dei carabinieri, Giuseppe Russo. In quell'occasione vennero sequestrate numerose armi, ma a Mastelloni il neofascista disse che ve ne erano altre, ancora nascoste. Le armi erano state portate in Sicilia da Roma in treno dallo stesso Concutelli in due tempi. Si trattava di moschetti Beretta calibro 9, machine pistole cal. 9 lungo, pistole Radom cal. 9 lungo, sette bombe a mano Srcm, cartucce e bossoli in quantita' rilevante che Concutelli aveva avuto in deposito.

27 gennaio - Il quotidiano "Il Mattino" intervista il presidente della commisione stragi, Giovanni Pellegrino, sulle nuove rivelazioni sull' uccisione di Mauro De Mauro:
"La ricostruzione potrebbe essere coerente, ma c'è una circostanza narrata dal boss pentito che mi lascia perplesso": il racconto che Franco Di Carlo fa dell'uccisione di Mauro De Mauro non convince Giovanni Pellegrino. Per il presidente Ds della commissione stragi non siamo ancora giunti alla verità su De Mauro. Il racconto di De Carlo appare molto circostanziato. Si indica perfino il luogo dove sarebbe sepolto il giornalista. Cosa non la convince?
"Cominciamo con il dire che si tratta di una ricostruzione che appare coerente con quello che fu il "golpe Borghese", che non fu affatto un golpe da operetta come ci hanno fatto credere per troppo tempo. Detto ciò, mi sembra che vengano utilizzati scenari così noti da fare da sfondo a qualsiasi ricostruzione. E a tanti anni di distanza è facile inserirci anche una vicenda come quella di De Mauro".
Quindi non fu ammazzato per i segreti "Borghese"
"Siamo di recente venuti a conoscenza della documentazione statunitense che dimostra come i servizi segreti di quel paese monitorassero costantemente la preparazione del golpe. Quindi è probabile che ciò che non era sfuggito ai servizi segreti americani non fosse sfuggito a un giornalista come De Mauro. Ma il racconto mi convince poco quando si sofferma sul momento della decisione dell'assassinio".
Poco probabile che lo abbiano ammazzato i mafiosi?
"No, questo è certo. Resto, però, sorpreso di quanto Di Carlo dice a proposito dei vertici dei servizi segreti italiani. Mi sembra abbastanza inverosimile che il generale Miceli abbia accettato di incontrare i vertici della mafia, così come mi appare addirittura improbabile che i vertici mafiosi abbiano incontrato insieme Maletti e Miceli".
Per quale ragione?
"Che Miceli fosse a conoscenza di cosa stesse tramando il generale Borghese è risaputo. Ma che Maletti e Miceli, notoriamente in aperto contrasto tra loro e appartenenti a due "cordate" contrapposte, siano andati insieme dai capimafia mi sembra una ricostruzione a dir poco temeraria. Io, comunque, approfondirei un aspetto mai abbastanza studiato".
Quale?
"La Sicilia restò solo apparentemente estranea alla strategia della tensione. Ecco io comincerei a indagare anche sui rapporti tra terroristi e mafia"".

27 gennaio - Il quotidiano "La Stampa" scrive:
"Sono passati trent'anni da quando mio marito non è più tornato a casa. Trent'anni per  sentirsi dire da un pentito che Mauro è stato ucciso per il golpe Borghese. A me sembra un  racconto strano, non vorrei che fosse un'altra azione di disturbo". Pensa al depistaggio la  signora Elda De Mauro, vedova del giornalista de "L'Ora" Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970. Da un mese la procura di Palermo ha ricevuto gli atti spediti  da Pavia, dal giudice Calia che, indagando sulla strage di Bascapè, sulla morte del presidente dell'Eni Enrico Mattei avvenuta la sera del 27 ottobre del 1962, si è imbattuto nel sequestro De Mauro. L'ipotesi di Pavia è che il giornalista siciliano sia stato eliminato perché sapeva del mistero di Bascapè. Una settimana fa la procura di Palermo ha sentito un pentito di Altofonte, Francesco Di Carlo, che ha raccontato che a uccidere De Mauro fu Cosa nostra su indicazione anche di pezzi delle istituzioni, dei servizi segreti, perché il giornalista sapeva del golpe che il Principe nero, Junio Valerio Borghese, stava preparando nell'estate del 1970.
 Signora De Mauro, crede alla storia del golpe Borghese? Suo marito, che aveva fatto parte della Decima Mas, conosceva il principe Junio Valerio Borghese?
"Non aveva questo onore. Il Principe mi scrisse una lettera, dopo la scomparsa di Mauro, augurandosi la sua liberazione. No, alla pista Borghese non ci credo. Ricordo bene quell'estate, l'ultima estate di Mauro. Mio marito era immerso nel lavoro commissionato dal regista Franco Rosi, che doveva girare un film su Mattei. Mauro non parlò altro che di Mattei, quell'estate".
Il pentito Di Carlo ha detto che suo marito andava spesso al Circolo della Stampa di Palermo, proprio per raccogliere notizie sul golpe Borghese...
"Non sta in piedi questa storia, è ridicola. Lo sanno tutti a Palermo che in agosto il Circolo è chiuso. E poi mio marito metteva piede al Circolo solo due volte l'anno, quando con le nostre bambine andavamo a prendere, a Natale, i regalini sotto l'albero, e a Pasqua l'uovo di cioccolata".
L'estate del 1970. Mauro si occupava di Mattei per Rosi: perché escludere che pensasse anche al golpe Borghese?
"Ogni pentito dice la sua. Iniziò Buscetta prima tacendo perché i tempi non erano maturi e poi, parlando di Mattei, ha ipotizzato il ruolo delle Sette Sorelle. Poi sono venuti i Mannoia e anche Mutolo a dire la loro su mio marito. Mi dispiace che qualcuno si presti a fare da megafono a questi pentiti. Sono certa che lui stava lavorando solo sul caso Mattei. Quell'estate, prima che partissi con mia figlia Junia per l'Austria - mio marito rimase a Palermo con nostra figlia più grande, con Franca - mi pare che fosse giugno, Mauro ebbe l'offerta di collaborare con Rosi. Era molto contento di farlo, ha lavorato solo a questo in quelle settimane".
Nel diario, sua figlia Junia accenna a quell'ultima volta che suo padre, suo marito, a tavola parlò della morte di Mattei. Ricorda?
"E come potrei non ricordarlo? Era quel famoso martedì. Il sabato si sarebbe dovuta sposare Franca, mio marito scomparve il mercoledì sera. Dunque, quel martedì a tavola si parlò del caso Mattei. Mauro disse che aveva finito il suo lavoro, che aveva saputo che a decidere la morte di Mattei era stato il presidente...".
Con i magistrati, Junia ha parlato del presidente Cefis.
"Mio marito stava per pronunciare quel nome quando trillò il campanello. Con il senno di poi, ci siamo convinti che il riferimento fosse a Cefis".
In quei giorni suo marito usò mai delle espressioni forti del tipo: "Ho scoperto qualcosa che farà tremare l'Italia...?".
"Qualcosa del genere lo disse un mese prima della sua scomparsa, al mare. Usò quell'espressione riferendola esclusivamente al caso Mattei".
Signora De Mauro, più di trent'anni sono passati dal 16 settembre del 1970, quando scomparve suo marito. Qual è il suo ultimo ricordo di Mauro De Mauro?
"Che sofferenza non sentire più quel campanello. Lui aveva le chiavi ma ogni sera, quando tornava a casa, si annunciava suonando il campanello. Più che una immagine, l'ultimo ricordo di mio marito è quella telefonata che mi fece. Era rattristato perché era andato allo stabilimento per farsi un bagno e sperava che Franca, nostra figlia, si fermasse con lui a fare un tuffo. E invece Franca lo lasciò solo"".
 

27 gennaio - "La Repubblica" pubblica un' intervista di Daniele Mastrogiacomo al gen. Maletti sulle ipotesi di legami tra il golpe Borghese e l' uccisione di Mauro De Mauro:
"Generale Maletti, si ricorda del giornalista Mauro De Mauro?
Dall'altro capo del telefono, a circa 7 mila chilometri di distanza, si sente solo il gracchiare della linea disturbata. Pochi secondi. Poi la voce nasale e un po' anglosassone della vecchia spia del Sid accenna ad un secco sì.
"E' un nome che non si scorda. Se ne parlò molto negli Anni 70".
Un boss mafioso, oggi collaboratore di giustizia, indica il nome del generale Vito Miceli e il suo come mandanti dell'omicidio del giornalista. De Mauro aveva scoperto i piani golpisti di Junio Valerio Borghese. Lei e Miceli, secondo il boss mafioso, avreste partecipato ad una riunione con esponenti di rilievo di Cosa nostra durante la quale sarebbe stata decretata la sua morte.
"E quando sarebbe avvenuto questo incontro?".
Nell'estate del 1970.
"Fare il nome di Gianadelio Maletti è comodo, visto che quasi tutti i dirigenti del Sid sono morti... Se vogliamo spaccare il capello, nell' agosto del 1970 non ero al Sid. Sono stato nominato capo dell'ufficio D il 15 giugno del 1971".
Ma dopo il suo ingresso al Sid non ha mai saputo qualcosa di simile?
"Mai. Erano note le divergenze tra me e Vito Miceli. Su di lui non posso certo giurare nulla. Se Miceli può essere stato il grilletto che ha esploso il colpo contro il giornalista io non avrei mai potuto essere il calcio che impugnava l'arma".
Il generale Miceli fu coinvolto nel golpe Borghese. Non è quindi inverosimile la tesi del collaboratore di giustizia.
"Il generale Miceli era anche siciliano, oltre che notoriamente su posizioni di destra estrema. Era chiuso, sospettoso e si circondava di una serie di ufficiali del Sid di cui si fidava ciecamente. Volendo credere a quella riunione è molto più facile che abbia coinvolto qualcuno di loro".
Chi, per esempio?
"Il colonnello Pace. Faceva parte di quel gruppo di ufficiali ad alto livello di impiego legatissimi a Miceli".
Nel libro "Delitto al potere", di Riccardo De Santis, pubblicato nel 1972 ma tolto dalla circolazione in poche ore, si ricostruisce la vicenda De Mauro. Si parla di un certo maggiore P., del Sid, che nei giorni precedenti l'omicidio era presente a Palermo. Potrebbe essere Cosimo Pace?
"Nel 1971, quando sono entrato al Sid, Pace era tenente colonello. Può darsi che fosse lui e che un anno prima avesse il grado di maggiore. Lui era legatissimo a Miceli, siciliano anche lui, credo di Palermo o di Trapani. Non so se sia ancora vivo".
Alla riunione, sempre secondo il pentito, avrebbe partecipato anche un ufficiale del Sid, conosciuto come "l'avvocato". Molte persone dell'epoca sostengono si tratti del colonnello Bonaventura. Lei, generale, lo conosceva?
"Certo. Era un colonnello dei carabinieri, capo del Controspionaggio di Palermo. Morì qualche anno dopo, assieme alla moglie, in un incidente stradale. Un incidente misterioso".
Il Sid si occupò mai del caso De Mauro?
"Se ne occupò in termini molto vaghi. Era scomparso, si parlava di mafia, di droga, di armi. L'ufficio indagò, raccogliendo le informazioni di routine. Tutto ciò che faceva clamore rientrava nella sfera dei nostri interessi. Il nome di Mauro De Mauro era famoso, lo ricordavano tutti. Ma quando arrivai al Sid e durante la mia permanenza a Forte Braschi non ho mai visto un rapporto, un atto ufficiale su di lui".
Il boss Francesco Di Carlo è considerato attendibile dai magistrati. Ha svelato molti retroscena su casi difficili e rimasti nell'ombra per anni.
"Non voglio mettere in discussione l'attendibilità di quel pentito. Il generale Miceli era sicuramente interessato a nascondere qualsiasi voce legata ai progetti di golpe di Junio Valerio Borghese e a coprire i promotori del colpo di Stato. In quei mesi, infatti, entrò in contatto con Remo Orlandini, l'imprenditore assai attivo nel progetto".
Lei, generale, raccolse un dossier sul golpe. Nella lista dei promotori c'era anche il nome di Miceli?
"Non lo ricordo. Un fatto è certo. Quando consegnai il famoso malloppone all'allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, il generale Miceli figurava tra i sostenitori e i probabili protagonisti del progetto".
Quel malloppone le procurò dei guai.
"Fu l'inizio dei miei guai. Ma questa è un'altra storia. Voglio solo ricordare, a chi ha la memoria corta, che io fui l'unico tra i dirigenti del Sid ad aver svolto un lavoro di vero controspionaggio interno nei confronti dei movimenti eversivi di destra. E che segnalò all'autorità politica e poi a quella giudiziaria i nomi dei promotori dei vari golpe. Primo fra tutti quello di Junio Valerio Borghese che considero il più serio e il più pericoloso messo in atto in quel periodo".
Nel dossier non emerse il ruolo della mafia nel golpe?
"Il malloppone era soprattutto una lista di nomi. Gente coinvolta nel piano della notte dell'Immacolata. Furono processati. Il pm era Claudio Vitalone, legatissimo a Miceli, che svolse una requisitoria durissima. Credo che fosse un gioco delle parti, la soluzione era già stata trovata: vennero tutti assolti"."
"La Repubblica" pubblica anche un' intervista a Bruno Carbone, "compagno di scrivania" di Mauro De Mauro a "L'Ora":
"Sulla sua scrivania di ferro color verdastro c'erano sempre due o tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e una bottiglia di whisky. E poi ci faceva volare su anche il solito maglione un po' largo che si sfilava ogni volta che doveva picchiare le dita sulla macchina per scrivere, cinque o sei cartelle di trenta righe l'una buttate giù in meno di un paio d'ore, fogli che scivolavano via cronaca dopo cronaca, giorno dopo giorno. "Fumava come un turco ma beveva solo dopo che avevamo chiuso, cioè solo di pomeriggio...io ho sempre creduto che l'avessero ucciso per il golpe ma ormai si sono persi 30 anni prima di seguire la pista giusta", ricorda il collega che ha vissuto a fianco di Mauro De Mauro, prima stanza a sinistra al secondo piano del palazzotto di vetro dove si stampava "L'Ora", quotidiano della sera che in quell'epoca era voce e cuore dell'altra Palermo, "L'Ora morti e feriti" venduto dagli strilloni che annunciavano sempre nuove sparatorie agli angoli delle vie. Si chiama Bruno Carbone, il giovanissimo "compagno di banco" del povero Mauro alla fine di quell'estate del 1970. Aveva cominciato con Achille Occhetto a "Nuova Generazione", l'avevano mandato giù in Sicilia a farsi le ossa affidandolo proprio a lui, il principe della "nera", quel De Mauro che era già famoso per i suoi scoop sui fatti di mafia. La memoria di Bruno Carbone - che poi sarebbe anche diventato direttore di quel giornale - torna all'estate del 1970: "Era sempre in contatto con quel mondo neofascista, io prendevo le sue telefonate, lo sentivo parlare, mi aveva detto che aveva per le mani un colpo straordinario... eppure nessun poliziotto e nessun magistrato mi ha mai ascoltato: sono stato testimone della vita e forse della morte di Mauro e nessuno mi ha mai chiesto nulla: è incredibile ma è così. Certi miei sospetti li ho confidati solo in privato, sono sempre stato convinto che De Mauro era stato ucciso perché a conoscenza di qualcosa sul quel piano militare...". Un altro ricordo: "Pochi giorni prima di sparire gli suggerii di parlare con il procuratore capo Pietro Scaglione, lui ci andò... dopo pochi mesi uccisero anche Scaglione". Il giornale era proprio al centro di Palermo, le finestre della stanza di De Mauro e di Carbone davano sul fioraio di piazzetta Napoli. "L'avevo conosciuto lì, primo servizio con lui in un paesino dove un uomo era fuggito con la cognata ma dopo poche ore li trovarono morti tutti e due: si erano suicidati. De Mauro mi portò a casa della moglie, c'era anche Gigi Petix il fotografo, appena quella aprì la porta lui la tramortì raccontandole cosa era successo al marito e alla sorella. Intanto Mauro aveva già ripulito la casa di tutte le foto e quando arrivarono quelli del "Giornale di Sicilia" non trovarono più niente. Io ero sconvolto, ma allora si faceva così...". Bruno Carbone racconta le scorribande di De Mauro cronista e poi torna a quei rapporti che aveva sempre mantenuto con i neri: "Sentiva tanta gente che era stata come lui nella Decima Mas, conosceva sicuramente bene anche quel Giacomo Micalizio che poi fu coinvolto e poi ancora assolto per il golpe Borghese... non so se ebbe contatti con lui in quegli ultimi giorni, questo non mi risulta...". Giacomo Micalizio è un medico che ha un laboratorio di analisi a Palermo. Risponde al telefono: "Non ho sentito De Mauro in quei giorni, lo frequentavo ma tantissimi anni prima. Non voglio parlare di queste cose fino a quando non capirò che piega prende tutta questa vicenda... quando capirò, e solo allora, offrirò la mia testimonianza". Caporedattore de "L'Ora" in quell'anno, il 70, era Etrio Fidora. Ricorda come se fosse ieri la mattina di quel 17 settembre, quando "quello straordinario giornalista che era Mauro" non si trovava dalla notte prima. "Non ci preoccupammo più di tanto, era già accaduto altre volte...qualche mese prima non era venuto al giornale per due giorni, io e il direttore amministrativo Giovanni Fantozzi lo trovammo a casa completamente sbronzo". Fu sempre Etrio Fidora a entrare nella stessa casa di via delle Magnolie tre giorni dopo la scomparsa, quando ritrovarono la sua auto, la Bmw blu. Accade qualcosa che non è facile dimenticare. E' sempre Fidora che parla: "Il commissario Boris Giuliano voleva prendere impronte digitali di Mauro ma in casa sua non ne aveva trovata neanche una, allora io gli dissi che c'era un posto dove sicuramente le avrebbe trovate: sui tasti della sua macchina per scrivere. Mi sbagliavo... non c'erano neppure lì sopra... in casa mi dissero che avevano pulito tutto, che era loro abitudine pulire tutto ogni mattina"."

28 gennaio - "La Repubblica" scrive:
"Sulla morte del giornalista Mauro De Mauro le vere indagini stanno cominciando dopo trent'anni. Forse cercheranno anche i resti del suo corpo alla foce del fiume Oreto, sicuramente scaverrano di più e meglio nei misteri della sua scomparsa. Dopo aver annunciato che l'inchiesta è stata ufficialmente riaperta, ecco cosa dichiara il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso all'agenzia Ansa: "Ci siamo resi conto che molti personaggi legati a De Mauro e al contesto in cui si muoveva non sono stati mai sentiti. Dobbiamo riprendere le fila di tutto il caso". E' stato chiaro il procuratore di Palermo: sul sequestro del 16 settembre 1970 si ricomincia daccapo. Dopo le rivelazioni del pentito Francesco Di Carlo sull'ordine venuto da Roma "di chiudere la bocca al giornalista" che aveva saputo del golpe Borghese, i magistrati del pool ripescano tutti i fascicoli, seguono tutte le piste, Mattei, le esattorie dei Salvo, naturalmente s'indaga soprattutto tra i "neri" che volevano fare il colpo di Stato con i mafiosi. S'indaga anche su quel "livello clandestino" del Fuan (l'organizzazione universitaria del Movimento sociale) di cui parlò qualche anno fa il terrorista nero palermitano Pierluigi Concutelli, si ascolteranno i giornalisti che non si sono incredibilmente mai ascoltati (i colleghi più vicini a Mauro De Mauro in quell'estate di 30 anni fa), si interrogheranno vecchi personaggi a cavallo tra ambienti neofascisti e ambienti mafiosi. Insomma, si rileggerà ogni singola carta. Ma qualcosa "agli atti" c'è già, qualcosa che nei giorni scorsi ha spinto la Procura a chiedere al giudice degli indagini preliminari la riapertura dell'inchiesta. Un paio di personaggi sono nel mirino delle ultime investigazioni. E dagli archivi blindati è già stata prelevata una bobina che era in mano ai vecchi servizi segreti, il Sid. E' un nastro dove è ricostruita la storia dell'operazione "Tora Tora", il golpe che vide - ma solo fino a un certo punto - mafiosi e fascisti a braccetto. Il contenuto delle registrazioni all'epoca non finì mai nel "rapporto" degli ufficiali del Servizio. Fu consegnato - e solo nel 1992 - dal capitano Antonio La Bruna al giudice milanese Guido Salvini che istruiva il processo sulla strage di piazza Fontana. Tre anni dopo il giudice Salvini inviò le sue carte a Palermo. Finirono in mezzo a quel milione di pagine che è diventato il processo Andreotti. Nella bobina sparita ci sono voci che parlano, ci sono nomi che si sentono, ci sono legami che riaffiorano da vicende molto lontane. Lì dentro c'è la voce di un ufficiale che chiede: "Tu mi dici che un nucleo di uomini provenienti dalla Sicilia era già stato messo a disposizione per far fuori il capo della polizia Vicari?". Risponde la voce di una fonte: "Da quello che so, c'era un'intesa mafia e...". E cita il nome di due uomini, uno di Palermo e l'altro di Catania. Il primo è Giacomo Micalizio, l'analista arrestato, processato e assolto per il colpo di Stato. Il secondo era Salvatore Drago, medico all'epoca in servizio al ministero degli Interni. Il "caso De Mauro" riparte anche da qui. Da due lunghe conversazione avvenute il 30 e il 31 maggio 1974 in un appartamento del Servizio informazione difesa in via degli Avignonesi a Roma. Presenti due ufficiali, lo stesso La Bruna e il vice del comandante Gianadelio Maletti, il tenente colonnello Sandro Romagnoli. E presenti anche due "fonti", l'avvocato romano Maurizio degli Innocenti e l'odontotecnico spezzino Torquato Nicoli. Tutti parlavano del golpe Borghese e di "quei siciliani" che erano sbarcati a Roma quattro anni prima. Alloggiavano al "Residence Cavalieri" dove non si erano fatti registrare. Torniamo a quell'intercettazione negli uffici del Sid. Raccontava ancora una delle fonti - l'odontotecnico Nicoli - al tenente colonnello Romagnoli: "Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari ma non avevano le armi". La voce del capitano La Bruna: "E questi mafiosi che poi conoscevano le abitudini di Vicari...". Ancora Nicoli: "A me sembrò molto impossibile... improbabile che dei mafiosi non venissero armati con i loro ferri....". Il colonello Romagnoli: "Adesso da dimostrare è questo: c'era uno al ministero degli Interni... che lì si vede che c'era una certa azione che andava fatta in una certa maniera". La chiacchierata va avanti ancora. Si parla della Forestale che avrebbe dovuto occuparsi della Rai, "degli spezzini e dei genovesi" che sarebbero dovuti entrare al ministero della Difesa, poi sempre di quei siciliani che dovevano uccidere il capo della Polizia. Scrive il giudice Salvini: "Nel discorso di Torquato Nicoli il collegamento fra il gruppo dei mafiosi e il medico catanese e l'altro importante congiurato Giacomo Micalizio non è l'elemento che basta a spiegare l'omissione operata dal rapporto...". E aggiunge: "E' probabile che il generale Maletti... aveva espunto il nome ed il ruolo di Gelli dal rapporto sul golpe censurando l'intero episodio relativo alla presenza del gruppo di mafiosi collegati allo stesso dottor Drago...". La mafia che "sparisce" dal piano golpista grazie ai servizi segreti. Saranno poi pentiti come Buscetta o boss come Liggio e per ultimo Francesco Di Carlo, a ricordare cosa in realtà era accaduto. E' tutta materia per le nuove indagini su Mauro De Mauro”.

29 gennaio – “La Stampa” pubblica un’ intervista a Graziano Verzotto, a Parigi, che ricostruisce in maniera del tutto diversa da Di Carlo lo scenario dell’ uccisione di De Mauro:
“Era mio amico, Mauro De Mauro. Ci davamo del tu. Venne a trovarmi, quell' estate, chiedendomi se fosse stato risolto il problema legato al contratto di collaborazione saltuaria che aveva chiesto all'Ente minerario siciliano, all'Ems. Ma forse era un pretesto, un modo di entrare in conversazione, per arrivare al dunque. Voleva sapere di Enrico Mattei, della sua morte, dell'incidente di Bascapè, degli ultimi due giorni di vita che il presidente dell'Eni trascorse in Sicilia, prima di schiantarsi con l'aereo. E io ho cercato di aiutarlo". Parla a fatica Graziano Verzotto, a Parigi - a lui cara tanto da averla scelta come luogo di una quindicennale latitanza – per sottoporsi ad una terapia specialistica. Fu un personaggio, in Sicilia, l'ex senatore democristiano originario di Padova ma siracusano di adozione. Prima segretario provinciale del partito, poi vicesegretario regionale, quindi segretario e presidente dell'Ems dopo essere stato responsabile, nell'Isola, per le relazioni esterne dell'Eni di Enrico Mattei. Un vero uomo di potere. E, come tale, gli sono passati davanti vicende e personaggi che hanno segnato la storia siciliana e non soltanto. Per questo stesso motivo non si può dire sia stato uomo facilmente decifrabile, almeno fino al suo inarrestabile declino, dopo un trentennio che lo vide protagonista insieme con una galleria di ritratti che vanno da Lucky Luciano al procuratore Scaglione, da Silvio Milazzo al misterioso "avvocato", Vito Guarrasi, considerato come una sorta di stratega delle intricate vicende politico-economiche (e non sempre chiare) dell'autonomia siciliana. Graziano Verzotto ancora oggi ha paura, si porta dietro le tracce indelebili di una stagione difficile, pericolosa, si porta dentro ancora oggi le "cicatrici" di quella stagione e, quando gli si chiede di affrontare alcuni temi cruciali, la sua risposta tradisce ancora il peso del passato: "Lasciatemi campare ancora qualche anno....". Certo, come dare torto a uno che - seppure tra luci e ombre, tra omissioni e silenzi – dice che si è imbattuto in un attentato dinamitardo, è stato vittima di minacce ed è rimasto ferito mentre cercavano di sequestrarlo? Senatore Verzotto, procediamo con ordine. Iniziamo da Mauro DE MAURO. Lei lo incontrò due volte, prima di quel tragico 16 settembre 1970. Cosa gli disse? "Gli raccontai tutto quello che sapevo dei due giorni di Mattei in Sicilia. Gli indicai pure le persone che potevano completare quel quadro: Vito Guarrasi, Pompeo Colajanni, partigiano con Mattei, intellettuale e dirigente comunista, e l'ex presidente della Regione Mario D'Angelo". Parlaste anche dell'attentato? "Certamente. Mi sembrò convinto che l'aereo di Mattei fosse stato sabotato. Ricordo che eravamo nel suo studio, a casa sua. Sfogliava quegli appunti che stava preparando per il regista Franco Rosi, che gli aveva commissionato una sorta di sceneggiatura degli ultimi giorni di Mattei in Sicilia. E in quegli appunti lui aveva scritto le ragioni di quell'attentato. Ne parlammo insieme, chiedendoci a chi avesse giovato la scomparsa di Mattei. La risposta portava a Cefis, che divenne presidente dell'Eni, e all'avvocato Vito Guarrasi, che era stato allontanato dall'Eni di Mattei". Senta senatore, sta dicendo che Cefis e Guarrasi hanno firmato la condanna a morte di Mauro DE MAURO e di conseguenza di Enrico Mattei? "Non riesco a convincermene neppure adesso: decidere la soppressione di Mattei per trarre vantaggi a venire... ci  vuole uno stomaco d'acciaio. Mah... tutto è possibile, mi fa fatica a crederlo... in ogni caso un conto è parlarne e un altro è provarlo in un'aula di Tribunale". Ma DE MAURO in quei giorni bussò anche alla porta di Vito Guarrasi? "Io gli suggerii di andare e Guarrasi non me lo perdonò. Credette volessi metterlo in cattiva luce e dargli un ruolo in quel contesto. Sapete perché? Perché quando Mattei venne in Sicilia in quell'ottobre del 1962, Guarrasi era stato allontanato dal Consiglio di amministrazione dell'Anic di Gela". Quindi il giornalista aveva ultimato il lavoro per Rosi? "Immagino di sì. Io vidi quello che aveva scritto". E lei condivideva il pensiero di DE MAURO sulla morte del presidente dell'Eni, Enrico Mattei? "In un primo momento credetti alle risultanze dell'inchiesta della commissione nominata dalla Difesa, e d'altra parte era impossibile non prendere atto della categoricità con cui veniva esclusa la pista dell'attentato. Nel 1970 mi convinsi che Mattei era rimasto vittima di un attentato". Come mai tanta certezza? "Ho vissuto la scomparsa di DE MAURO anche come una sorta di avvertimento nei miei confronti, tant'è che subito dopo ho cominciato ad avvertire un tam tam sotterraneo che mi coinvolgeva direttamente nei misteri di Bascapè e di Palermo. Ho avuto paura. Ricordo un giorno, appena atterrato a Punta Raisi, chiesi al mio addetto stampa, Tonino Zito, di convocare gli inviati dei grandi giornali che seguivano l'inchiesta DE MAURO, per far sapere che io con quelle vicende non c'entravo nulla". Temeva che cosa, senatore? "Avevo la sensazione che il corridoio che metteva in giro la parola d'ordine: "DE MAURO scomparso, Verzotto sa", fosse organizzato da qualcuno, un piromane che voleva incendiare Palermo". Ma chi erano i suoi nemici? "Ne ho avuti sempre tanti, sin da quando sbarcai in Sicilia. In quella terra non puoi prevedere le conseguenze di certe decisioni importanti. Ricordo quella volta che mi toccò di bloccare la nomina fatta dal ministro Emilio Colombo del presidente del Banco di Sicilia. Il governo scelse il professore Orlando Cascio. Io dovetti andare a Roma a far cambiare idea al ministro. Fu così nominato un ispettore della Banca d'Italia, mi pare si chiamasse Di Martino. E durò sedici anni". Sono stati, dunque, i nemici la causa delle sue disavventure giudiziarie? "Sono rimasto coinvolto nella vicenda dei fondi neri di Sindona. La regione Sicilia aveva stanziato un finanziamento di 20 miliardi per costituire una società con il petroliere Rovelli. Nell'attesa che il progetto partisse ci siamo trovati a dover decidere dove depositare quei finanziamenti. Scegliemmo la Banca privata di Sindona - i cui dirigenti mi erano stati indicati dall'amministratore delegato dei giornali Paese Sera e L'Ora - perché offriva il miglior tasso d'interesse. Ebbi la premonizione che qualcosa non andava per il verso giusto. E dopo solo nove mesi prelevai i depositi, proprio in tempo per non essere travolto dal crack di Sindona. Altri enti avevano fatto la nostra stessa operazione, come la Gescal di Franco Briatico (30 miliardi) o la Finmeccanica di Giorgio Tupini (40 miliardi). Un anno dopo, un'ispezione della Banca d'Italia scopre il meccanismo dei cosiddetti fondi neri ma a pagare sarò solo io. Eppure chi mi chiamò in causa, un funzionario della banca di Sindona, disse che quei soldi al nero servivano per finanziare Fanfani, Andreotti, Colombo e Verzotto. Ma a pagare fui solo io". Ma, tra amici e nemici, ha mai sentito qualcosa sulla cosiddetta pista Borghese? DE MAURO le parlò mai del tentativo di golpe di Stato del principe Junio Valerio Borghese? "Cado dalle nuvole. Con me ha sempre parlato di Mattei. E anche con altri. Dall'avvocato Guarrasi cercava risposte sui misteri siciliani di Mattei". Lei descrive Guarrasi quasi come il "Grande Vecchio" siciliano. Anch'egli un nemico? "Era un uomo abile, la sua forza stava nell'abilità con cui riusciva a trovare una soluzione giuridica per ogni problema. Conosceva tutti e tutti si rivolgevano a lui. Lui fu la grande levatrice del governo Milazzo, quella scandalosa anomalia che per la prima volta mise insieme comunisti e destra per relegare all'opposizione la Democrazia Cristiana nel governo autonomista. La sua mente ha partorito i progetti più ambiziosi, lui è stato presente, come consulente o membro dei consigli d'amministrazione, in quasi tutte le imprese e società regionali". Però Mattei lo allontana dall'Eni. "Questo resta un mistero. Non so se fu Mattei o addirittura lo stesso Cefis ad allontanare Guarrasi. E restano un mistero anche i motivi di quell'allontanamento. Forse, Giorgio Ruffolo potrebbe spiegarli e anche il dottor Gandolfi, che di Mattei era il segretario". Pure lei, però, ha qualcosa da farsi perdonare. Per esempio, l'assunzione del mafioso Beppe Di Cristina di Riesi all'Ente Minerario Siciliano... "Fu Aristide Gunnella il repubblicano ad assumerlo. Io commisi la leggerezza, da stupido "polentone", di essere il suo testimone di nozze. Me lo chiese il partito di Caltanissetta: Di Cristina sposava la figlia del segretario della sezione comunista. Alcuni anni dopo lo stesso Di Cristina venne nel mio ufficio a chiedere una promozione, gliela negai e raccontai tutto all'allora colonnello Dalla Chiesa. Mi portarono a confronto con Di Cristina, recluso all'Ucciardone. Una esperienza terrificante: quello che gridava e sputava e mi chiamava "vigliacco e traditore"". L'ha vista da vicino, la mafia. "Una volta mi volevano costringere ad assumere quattro mafiosi. Mi bloccarono per strada ma io ho resistito. Ricordo i Salvo. C'era un problema da risolvere: una concessione per lo sfruttamento del giacimento di Gagliano. L'assessore regionale D'Antoni voleva centocinquanta assunzioni in cambio della concessione. Il capogruppo della Dc all'Assemblea Regionale, all'epoca, era Alessi che mi avversava. Convinco il gruppo regionale della necessità della concessione, ma non D'Antoni, che era un repubblicano. Mi rivolsi all'amico Nino Salvo che mi suggerì la soluzione: mi portò nel giorno di San Pietro nelle terre di D'Antoni, mentre si trebbiava. Ebbi con l'assessore una discussione tanto calorosa quanto polverosa. Alla fine, D'Antoni capitolò e firmò. Questo lo devo a Nino Salvo, lo devo alla sua presenza quel giorno. Mi aspettavo qualche richiesta in cambio, ma lui non pretese nulla. Evidentemente gli bastava di aver dimostrato quanto valesse la sua presenza". Senatore Verzotto, nella Sicilia degli Anni 50 e 60, la Dc i mafiosi li aveva in lista. Erano suoi iscritti.... "E' vero, non si può negarlo. Anche Genco Russo fu candidato nelle nostre liste a Mussomeli. La cosa non piacque a Roma. Il segretario Rumor mi diede mandato di depennare quel nome. Andai a Mussomeli e portai con me il giovane Lillo Pumilia, che poi sarebbe diventato parlamentare, dicendogli: "Adesso ti faccio fare una bella esperienza". L'assemblea fu convocata al Circolo dei Nobili. Bel palazzo, spazioso, con grandi saloni. Il primo, il secondo, il terzo erano pieni di "coppole storte". La riunione si tenne in uno stanzino. Dissi senza perifrasi che volevo vedere la lista elettorale. Arrivammo al nome di Genco Russo. Chiesi a quale titolo stava in lista. Mi fu risposto che rappresentava la Confraternita del Santissimo Sacramento. Andai dal parroco che mi confidò di averlo dovuto fare presidente della Confraternita perché solo lui era capace di garantire una presenza di popolo in chiesa e nelle processioni. Convinsi il partito che un cotanto candidato andava speso per consultazioni più impegnative e il nome di Genco Russo fu cancellato". Altri "incontri ravvicinati"? "A parte il tentativo di sequestro, che è storia risaputa, ricordo una notte sulla strada di Valguarnera. Ero rimasto in panne. Una macchina sbucata dal nulla mi prende a bordo e mi porta al ristorante. Quando esco la mia auto è di nuovo in condizione di camminare. Chiedo: "Quant'è il disturbo?". E mi viene risposto: "Lei è persona conosciuta. Non ci deve nulla". Quello era il territorio di Calogero Volpe, mio grande elettore. Un'altra volta incontrai Lucky Luciano all'Hotel Des Palmes di Palermo. Mi volle incontrare per ringraziarmi di aver liberato la Sicilia e il Paese da quella iattura che era il governo Milazzo. Con me c'era Mauro De Mauro ed ero contento di poter offrire al mio amico un vero scoop. Luciano, infatti, parlò a ruota libera affermando che la mafia aveva collaborato per lo sbarco degli alleati in Sicilia. Anzi, era andata oltre eliminando nel porto di New York le spie tedesche che sabotavano le navi destinate agli Alleati. Ma DE MAURO preferì non scrivere nulla". Ci dica, senatore: è vero che lei incontrò il 4 maggio del 1971, il giorno prima che fosse assassinato da Cosa nostra, il procuratore Scaglione? "E' vero. Ci vedemmo a cena, e c'era anche il presidente del Tribunale Piraino Leto, suocero di Paolo Borsellino. Il procuratore era avido di notizie sulla storia del metanodotto. Era scomparso DE MAURO e la cosiddetta pista Eni non era ancora del tutto dimenticata". E la corruzione, Verzotto? Lei ha finanziato i partiti siciliani? "Come? Non sento bene. Il traffico di Parigi è troppo assordante".

30 gennaio - Giovanni Pellegrino, presidente della commissione Stragi, parlando con i giornalisti a Palermo a margine di una lezione sui poteri occulti organizzata dall' Accademia di studi politici presieduta da Bartolo Sammartino, dice:”La mafia? E' stata una Gladio siciliana, e' riuscita a tenere fuori l'isola dalle tensioni che hanno attraversato il Paese". Pellegrino ha detto di ritenere le due piste (golpe Borghese e caso Mattei) della scomparsa del cronista de L'Ora Mauro De Mauro entrambe 'verosimili', ma di ritenere 'piu' intrigante la seconda, perche' la colloco nelle tensioni generate dall'asse nord-sud del mondo, piuttosto che sulle contrapposizioni est-ovest". "Certo - ha aggiunto - e' difficile credere ad un incontro di Vito Miceli con il vertice mafioso". Alla lezione ha partecipato anche l'on. Enzo Fragala', di An, anch'egli componente della commissione Stragi, che ha detto di non credere che la strage di Capaci possa essere organizzata dai mafiosi. "E' un'organizzazione militare - ha detto – della quale i contadini di Corleone potevano avere idea solo andando al cinema". Fragala' ha denunciato che "nessuna indagine e' stata fatta sull' archivio Mitrokhin" ed ha aggiunto: "Come pensate che la storia occulta del Paese si possa disvelare se Francesco De Martino, confidente del KGB a detta dell'archivio, e' ancora senatore a vita della Repubblica".

31 gennaio - Il settimanale "Diario" pubblica un articolo sul prof. Pio Filippani Ronconi, "Non solo un illustre orientalista, un soldato che in gioventu' si e' schierato dalla parte sbagliata, ma e' stato invece chiamato a rispondere, a verbale, sull' organizzazione delle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia". "Diario" ricorda anche la vicenda che ha visto protagonisti lo studioso e il "Corriere della Sera", con cui aveva una collaborazione, sospesa dal direttore Ferruccio De Bortoli dopo aver appreso del suo passato. Ex nazista, "combatte' con le Waffen-Ss durante l' ultima guerra", citato dal giudice Salvini nella sentenza ordinanza per Piazza Fontana, il prof. Pio Filippani Ronconi, scrive 'Diario', "e' ancora oggi sotto la lente della squadra di investigatori che indaga su eversione e stragi, sotto l' autorita' dei magistrati di Brescia che stanno per chiudere l' ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia. Vorrebbero sapere dal grande orientalista, teorico dell' organizzazione a piu' livelli, che cosa sa dei livelli operativi, dei ragazzi passati dalle 'nobili azioni dimostrative' a piu' utili e coordinate attivita' eversive. Cosa sa, per esempio, dei gruppi esoterici neonazisti, il circolo dei Krammerziano di Verona, il nucleo italiano della setta induista Ananda Marga".
 

8 febbraio - "La Repubblica" scrive che a Genova il movimento di Antonio Di Pietro intenderebbe candidare l' anziano avv. Filippo De Jorio, il cui nome era nelle liste dei presunti iscritti alla P2 (tessera 511), accusato e assolto per il golpe Borghese del 1970. La candidatura di De Jorio avrebbe provocato malumori nel movimento. Filippo De Jorio, che ormai ha 80 anni passati, ha fatto a lungo parte della destra democristiana, legata a certi ambienti militari. Per la Dc e’ stato consigliere regionale del Lazio. Ha diretto per molto tempo la rivista “Politica e strategia”. Nell’ aprile 1975 sarebbe stato oggetto di un fallito agguato da parte dei Nap (Nuclei armati proletari). Nel 1981, quando negli uffici della Gio.Le. a Castiglion Fibocchi (Arezzo) la Guardia di finanza trova gli elenchi dei presunti iscritti alla loggia P2 guidata ufficialmente da Licio Gelli, nelle liste c’ e’ anche il nome di De Jorio, che naturalmente smentisce, minaccia querele e precisa:”c' e' una circostanza che, semmai ce ne fosse bisogno, chiarisce la mia estraneita': la data della mia pretesa iscrizione recata nel famoso elenco accanto al mio nome e' 1/1/1977; ebbene dai primi mesi del 1975 io mi trovavo all' estero donde sono tornato, dopo la sentenza di assoluzione con formula piena, nella seconda meta' del 1978. Si deve, quindi, concludere che l' inclusione del mio nome nella lista e' un falso”. In effetti nel 1977 De Jorio si trovava all’ estero, tra Parigi e Montecarlo, dove era fuggito dopo che nei suoi confronti era stato emesso un mandato di cattura per insurrezione armata contro le istituzioni dello Stato per il tentativo di colpo di stato del principe Junio Valerio Borghese (dicembre 1970). Dall’ accusa di aver partecipato in primo piano al golpe Borghese (gli sarebbe stato promesso un posto di ministro degli Esteri nel governo golpista), De Jorio viene pero’ assolto nel luglio 1978. Per la vicenda P2 comunque, il collegio dei probiviri della Dc adotta nei confronti di De Jorio il provvedimento disciplinare della sospensione per sei mesi. Negli anni ottanta De Jorio fonda un partito dei pensionati e riesce a farsi eleggere di nuovo nel consiglio regionale del Lazio con la lista “Alleanza italiana pensionati-Liga veneta”. Nell’ ottobre 1986 pero’ l' Alleanza italiana pensionati fa sapere di aver deliberato il “dimissionamento” dal movimento dell' avv. Filippo De Jorio, co-segretario e co-tesoriere dell' Aip, “per ragioni politiche e morali”, invitandolo a dimettersi anche dalla carica di consigliere regionale del Lazio per far subentrare il primo dei non eletti, gen. Giulio Cesare Graziani. Nel 1988, al processo per la strage di Bologna, Paolo Aleandri, terrorista neofascista che teneva contatti diretti con Licio Gelli e che e' diventato uno dei pentiti della destra eversiva, racconta che avrebbe avuto, tra l’ altro, l' incarico di far da tramite tra il capo della P2 e De Jorio, quando questi era latitante perche' coinvolto nell' inchiesta sul golpe Borghese. Poi De Jorio comincia un lungo girovagare tra partiti diversi, tenendo sempre un suo “zoccolo duro” di organizzatore di movimenti di pensionati. Nel 1988 De Jorio e’ alla testa di una alleanza tra una serie di associazioni dei pensionati (partito nazionale pensionati, alleanza italiana pensionati, movimento pensionati e alleanza pensionati), nel 1989 e’ candidato (non eletto) alle elezioni europee nelle liste del Psdi, nel 1992 e’ candidato (non eletto) in Liguria alle elezioni politiche per la lista “Lega casalinghe pensionati”, nel 1996 e’ candidato (sconfitto) alle politiche per Alleanza nazionale in un collegio uninominale, nel 1999 e’ candidato (ancora sconfitto), per il Movimento Sociale-Fiamma tricolore di Rauti, alle elezioni comunali di Avellino e anche alle elezioni europee.

9 febbraio - I giudici della terza corte di appello di Roma hanno ridotto la pena da tre a due anni di reclusione per Giovanni Marra, ex pilota dell' Ati considerato la mente di un' organizzazione che nel 1993 programmo' un golpe che prevedeva l' occupazione del centro Rai di Saxa Rubra., da due a un anno e due mesi di reclusione quella per Ambrogio Tagliente, gia' coinvolto in Germania nell' attentato al deputato socialdemocratico La Fontaine. I due imputati sono stati riconosciuti responsabili di cospirazione politica mediante accordo. Gli stessi giudici hanno inoltre dichiarato il non doversi procedere per Lorenzo Pampalon, ex legionario ed ex istruttore di una scuola di sopravvivenza. La vicenda fu scoperta dalla magistratura di Trento che raccolse le dichiarazioni di un editore, Eugenio Pellegrini. Nel corso dell' inchiesta giudiziaria si accerto' che il piano prevedeva l' uso di gas nervino da sganciare sul Parlamento e l' assalto alla sede Rai di Saxa Rubra. Gli atti dell' inchiesta furono poi trasferiti a Roma per competenza territoriale.

14 febbraio - Parlando con i giornalisti a margine di un convegno, il professor Christopher Andrew, l' autore del libro sull' "archivio Mitrokhin", 'Dario' non era un agente segreto con doppia o tripla casacca: era al solo servizio del Kgb. Andrew ha sempre sostenuto che Dario, al secolo Giorgio Conforto, e' stato "il piu' prezioso agente" del Kgb in Italia durante la guerra fredda e per lui sono "speculazioni" e "teorie cospirative" quelle di chi nelle settimane scorse ha ipotizzato che Dario fosse un agente della Cia o di altri servizi. "Io - ha detto Andrew - sto ai fatti, all'evidenza. Ho letto e studiato le carte e le carte dicono che Dario era un fedele agente del servizio segreto sovietico. Nient'altro". Lo storico inglese ha poi aggiunto che non vi sono nuove carte provenienti dall'archivio di Vassili Mitrokhin: "Non c'e' altro materiale, nessuna carta nuova", ha detto Andrew. Walter Bielli, capogruppo Ds in commissione Stragi, polemizzando con Andrew, dice che "Le dichiarazioni del curatore del cosiddetto Dossier Mitrokhin, prof. Christopher Andrew, sono l'ennesima prova di come sia facile emettere sentenze, ma molto piu' difficile leggere le carte". L'ipotesi che fosse anche al soldo degli occidentali, secondo Bielli, "non e' una speculazione, tantomeno una teoria cospirativa, come afferma Andrew, ma si basa su documenti ben precisi". Bielli fa riferimento a una lettera del 26 luglio 1941 che Conforto scrisse al capo dell'Ovra, la polizia politica di Mussolini, spiegando come "in ottemperanza alle istruzioni impartitegli" dal ministro degli Esteri italiani avesse preso contatto con taluni fuoriusciti sovietici. Cita poi una intervista che l'ex capo dell'Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno, Federico Umberto D'Amato, rilascio' a "Il Borghese" il 2 luglio 1987 e nella quale parla di Conforto come di uno "straordinario agente sovietico in Vaticano" negli anni tra il '30 e il '45, aggiungendo che all'Ovra esisteva un corposo fascicolo su di lui. Quindi, e' la tesi di Bielli, essendo conosciuto dall'Ovra come agente del Kgb "e' escluso che possa essere stato 'il piu' prezioso agente' dell'Urss nel nostro Paese durante la guerra fredda, a meno che Italia e Stati Uniti non avessero deciso di lasciarlo lavorare tranquillamente". "Si metta l'animo in pace, il prof. Andrew, ma il Dossier Mitrokhin - conclude Bielli - non e' quella Bibbia che qualcuno vorrebbe far credere e 'i fatti, le evidenze, e le carte' dicono cose ben diverse da quelle riportate dal fantomatico ex archivista del Kgb". Le dichiarazioni del prof. Andrew su Giorgio Conforto invece, secondo i componenti di An della Commissione stragi Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, "smentiscono seccamente e definitivamente le panzane del documento Bielli". Un documento, affermano, "con il quale la sinistra ha tentato inutilmente di screditare la veridicita' del Dossier Mitrokhin e accreditare la figura di Conforto come 'doppia casacca' al servizio degli americani nel tentativo patetico di addebitare agli Usa l'eterodirezione del terrorismo in Italia". Secondo i due parlamentari, le parole del curatore del Dossier Mitrokhin dimostrano che la sinistra "mistifica la realta' storica per piegarla alle esigenze politiche nel forsennato tentativo di riabilitare il ruolo del Pci nello scacchiere internazionale all'epoca della guerra fredda". Fragala' e Mantica, "non senza malizia", chiedono perche' il presidente della commissione, Pellegrino, non abbia mai invitato in audizione il prof. Andrew: "Non vorremmo che questa dimenticanza fosse dovuta a qualche imbarazzo di troppo e al timore che Andrew in commissione avrebbe potuto smontare riga per riga l'inverosimile relazione Ds e in genere la storia del dopoguerra scritta dalla storiografia di sinistra". Infine, definiscono "scandaloso" l'insabbiamento da parte della sinistra del dossier Mitrokhin e assicurano che in caso di vittoria della Casa delle Liberta' si batteranno "perche' la Commissione Stragi, ormai inutile per come e' gestita e organizzata, diventi la Commissione Mitrokhin".

15 febbraio - Walter Bielli (Ds) rivbatte a Mantica e Fragala', di An, "le panzane le raccontano loro: non e' sostenibile che una spia bruciata possa agire per altri 35 anni". "Non avendo argomenti seri di risposta - aggiunge Bielli, capogruppo Ds in commissione Stragi - i colleghi Mantica e Fragala' ricorrono agli insulti. Eppure, se non i documenti della commissione, mi auguravo che leggessero almeno 'Il Borghese' (un giornale a loro vicino), laddove D'Amato riferisce che Conforto era abbondantemente conosciuto dalle intelligence occidentali almeno dal 1946". "Se sono in grado di dimostrare il contrario facciano pure - afferma ancora Bielli - ma con qualche documento un po' piu' credibile del dossier Mitrokhin, perche' sull'attendibilita' di quel dossier anche il comitato parlamentare di controllo sui servizi ha affermato che 'e' emersa una valutazione complessiva del Sismi di non accentuata rilevanza dell'insieme delle informazioni ricevute ai fini di sicurezza dello Stato'. Quello che si sembra assurdo da parte di Mantica e Fragala' - conclude Bielli - e' questo atteggiamento di totale indifferenza nei confronti dei documenti. Ma a chi serve realmente accreditare a tutti i costi una tesi quando i documenti dicono il contrario? Con il persistere di questo attegiamento, sorge legittimo il dubbio che si voglia coprire qualcosa".

19 febbraio - Due consulenti della Commissione stragi hanno acquisito dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio, con nomi che sembrano diversi da quelli finora conosciuti, e la vicenda  del ritrovamento delle carte di Aldo  Moro in via Monte Nevoso, il 9 ottobre del 1990. I due faldoni della Digos, classificati in passato con "segretissimo" recano le intestazioni: "A-4. Sequestro Moro-Covo di via Monte Nevoso-Rinvenimento del 9 ottobre 1990-Carteggio" e "Sequestro Moro-Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio". La titolazione del secondo faldone e' "sorprendente" , affermano i due consulenti Gerardo Padulo e Libero Mancuso, perche' "nessuno aveva mai accostato, alle carte di Moro, gli elenchi dei gladiatori". Il secondo faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio  i cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che recano l'intestazione "MOROELENCO". Anche il primo faldone contiene un elenco intestato pero' 'MORONOMI' e riguardante persone che  per logiche e incombenze diverse si erano occupate del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Nel secondo faldone c'e' la richiesta di stilare dei "cartellini" per tutti i nominativi, comprese le date di nascita presenti nel fascicolo "Sequestro Moro-Via Monte Nevoso- Elenchi". L'originale del fascicolo, classificato "segretissimo", venne conservato in cassaforte. Ci sono poi una serie di elenchi con indicazioni diverse di segretezza, l'ultimo del 1991, che riportano elenchi di aderenti a Gladio. Da un primo esame degli elenchi, segnalano i due consulenti nel documento inviato in commissione, "sembra che diversi nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della questura non figurino nel noto elenco dei 622". Attualmente e' in corso un processo nel quale si ipotizza che gli aderenti a Gladio possano essere stati 860 e 1909 i nominativi complessivamente sequestrati a Forte Braschi nel 1991. Le note manoscritte sul registro di protocollo "appaiono redatte contestualmente con la medesima penna e successivamente alle date di riferimento". I due consulenti rinviano ad un piu' approfondito esame degli elenchi ma se dovesse essere confermata la prima impressione non ci sarebbe che da ritenere che in occasione della diffusione dell'elenco degli aderenti a Gladio "vi sarebbero state opportune scremature presso il Sismi prima e dopo l'acquisizione di notizie richieste a Ucigos, Gdf a Carabinieri e che dunque le richieste avanzate a tali Autorita' di Polizia erano dirette ad impedire che figurassero nominativi privi di quelle caratteristiche  tranquillizzanti gia' riferiti dal Sismi". I consulenti avanzano due ipotesi su questa commistione di temi tra Gladio e le carte di Moro ritrovate nel 1990. Un  "passaggio", quello individuato, per provvedere a ripulire le liste prima di inviarle al giudice; un modo per avere una sorta di giustificazione nel non averle mai inviate al giudici. "Altra ipotesi, ben piu' inquietante, si potrebbe formulare se - affermano -  quelle intestazioni di fascicoli cosi' delicati da meritare 'segretissimo', corrispondessero al vero, se cioe' si trattasse di elenchi acquisiti in occasione del secondo sequestro delle carte di Moro in via Monte Nevoso. In proposito non si sono rinvenuti ulteriori atti che in qualche modo riconducano a tale ipotesi."
Strane carte e strani elenchi hanno gia' fatto capolino nel caso Moro in diverse circostanze: Il 14 marzo 2000, in un' audizione in commissione stragi, il giornalista Mario Scialoja viene sentito su un articolo pubblicato il 15 ottobre 1978 sull' "Espresso" con il titolo "Libro bianco sul caso Moro". Nell' articolo Scialoja scrive tra l' altro che in via Monte Nevoso "sono state trovate piu' cose di quante gli inquirenti e la stampa abbiano detto" e "e' stata anche trovata la fotocopia di un accordo di cooperazione internazionale tra i servizi segreti italiani e quelli degli altri paesi NATO". Nell' audizione, rispondendo ad una domanda, Scialoja dice che in uno  dei processi sul rapimento del Presidente della Dc aveva gia' detto"che Moro aveva ricevuto, durante il suo sequestro, dei documenti, perche' durante gli interrogatori delle Brigate rosse aveva parlato di certi argomenti. Aveva ricevuto dei documenti che aveva indicato ai suoi collaboratori assistenti e che aveva nel suo studio privato di via Savoia. Su sua indicazione, questi documenti erano stati consegnati alle Brigate rosse". Le stesse cose, Scialoja le aveva in effetti scritte in un articolo del febbraio 1980, pubblicato su "L'Espresso" e intitolato "Cinque segreti intorno al caso Moro":"Qualche tempo dopo un altro episodio venne a confermare che tra le Brigate rosse e la famiglia e gli amici di Moro esisteva un canale che sfuggiva ai controlli. Mediante una serie di messaggi che riuscirono ad aggirare la rete di sorveglianza, Moro fece pervenire ai suoi intimi la richiesta di alcuni documenti riservati contenuti nella sua biblioteca che aveva sede in via Savoia 88 a Roma e da consegnare ad un emissario delle Brigate rosse. Alcuni fascicoli furono effettivamente consegnati ed arrivarono ai brigatisti, ma il fatto si seppe e ne fu informato Cossiga. Il quale si arrabbio' molto e fece sapere che se un altro episodio di quel genere fosse accaduto il Governo avrebbe preso misure severe. In che consistano i documenti di Moro consegnati alle Brigate rosse non si sa. Si sa pero' che quando il Ministro dell'interno espose il problema ad uno staff ristretto di suoi collaboratori e gli fu chiesto se l'importanza dei documenti era tale da costringere il Governo a cambiare strategia, egli rispose di no. Una certa importanza pero' quei documenti la dovevano avere, tant'e' che gli specialisti furono subito incaricati di fare una analisi sul potere destabilizzante di un eventuale loro uso illegittimo". Nel 1982, al processo Moro, l' ex direttore dell' Espresso Livio Zanetti disse che sarebbe stato "qualcuno dello staff di tecnici predisposti all' epoca dal Viminale" a rivelare a Scialoja le informazioni su via Savoia. L' 8 maggio 1978, alla vigilia dell' uccisione di Moro, un quotidiano aveva scritto che a via Gradoli sarebbero stati trovati due elenchi: uno contenente nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l' altro di esponenti regionali della Dc. Del primo elenco si fanno i nomi di Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe e Publio Fiori. Il giorno escono anche i nomi di Gustavo Selva e Giacomo Sedati e le notizie vengono riprese da tutta la stampa. Il 9 pero' Moro viene ucciso e quindi le rivelazioni si interrompono. Il 31 ottobre 1990, i magistrati Franco Ionta e Francesco Nitto Palma, che indagavano sul secondo ritrovamento di via Monte Nevoso a Milano, ascoltano il generale dei carabinieri Vincenzo Morelli che in un' intervista riportata dal settimanale "L' Espresso", a proposito dell' irruzione dei carabinieri in via Monte Nevoso nel 1978, aveva sostenuto che nel covo era stato trovato "un archivio con ingente materiale di natura militare di massima segretezza". Nel libro "Anni di Piombo", il gen. Morelli aveva scritto che tra le altre cose, in via Monte Nevoso, fu trovata una "schedatura di uomini politici, di dirigenti politici, di uomini di partito, di ufficiali dei carabinieri, di magistrati, di esponenti sindacali". Il 15 ottobre 1993, il giorno dopo l' arresto di Germano Maccari e la pubblicazioni delle dichiarazioni di un pentito calabrese sulla presenza in via Fani di un killer della 'ndrangheta, un giornale scrive che il gen. Francesco Delfino "dal 1978 venne inviato dall' allora ministro Francesco Cossiga ad Ankara come capo settore del Sismi, per essere allontanato dall' Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso era stato infatti trovato un documento con i nomi di tre vittime designate: insieme col colonnello Antonio Varisco e il capitano Cornacchia, c' era anche lui". Anche di questi nomi non si troverebbe pero' traccia negli atti.
Per Walter Bielli, capogruppo Ds in Commissione stragi, "E' comunque un episodio inquietante pero' puo' trovare una spiegazione qualora il senatore Andreotti fornisse ulteriori informazioni che ci potrebbero venire anche dal colonnello Fasano, che della questione pare essersene interessato". "In ogni caso da una prima sommaria analisi dei documenti si capisce che l'elenco dei gladiatori fissato in 622 risulta essere diverso. Il che ha un suo significato non trascurabile. Forse si son voluti coprire dei nomi e anche la 'pericolosita" di Gladio. La dicitura 'sequestro  Moro covo di via Monte Nevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990- Carteggio' e  quella sugli elenchi degli appartenenti a Gladio fa ipotizzare una possibilita': quella che i brigatisti potrebbero essere venuti in possesso dell'elenco dei gladiatori quindi con un effetto straordinario per quanto riguarda  la conoscenza di organizzazioni segrete paramilitari in questo paese. A questo punto chi sa parli per evitare illazioni, fraintendimenti ma in ogni caso per spiegare atti e fatti che non hanno trovato una spiegazione logica e seria". Bielli nota che il 6 e 7 novembre 1990 si chiede esplicitamente di fare una indagine sui nomi. L'8 Androtti si reca alla Camera. C'e' da chiedersi - conclude - se c'e' una connessione tra queste tre date". An invece, con Enzo Fragala' e Alfredo Mantica, attacca il documento che da' conto dei due faldoni della Digos recentemente acquisiti: "prendiamo atto, con enorme preoccupazione, di questi giochini, che una certa componente della sinistra - dicono - sta mettendo in atto, in vista dell'imminente campagna elettorale. Per rispetto della verita' e a dispetto della menzogna chiediamo formalmente che il contenuto di questa relazione venga immmediatamente sottoposta a rigorosissima attivita' di verifica da parte dell'autorita' giudiziaria e, nel caso, qualora, come siamo certi, le notizie contenute non trovino nessun riscontro con la realta', venga promossa immediatamente l'obbligatoria azione penale da parte del pm per tutti i reati ravvisabili". "In questi fascicoli - proseguono i due parlamentari di An - non esiste alcun collegamento tra gli elenchi della Gladio e il secondo ritrovamento delle carte di Moro nel covo di Milano, in via Monte Nevoso".

20 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica in prima pagina un fondo di Ernesto Galli della Loggia che polemizza con un' ennesima presentazione del libro del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino.

20 febbraio - Alla presentazione del libro di Giovanni Pellegrino dal titolo "Segreto di Stato", il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che quella che noi abbiamo vissuto e' stata la storia di un "paese non normale", con due comunita' politiche con delle varianti estremistiche a sinistra e a destra, in cui esistevano "due patrie", una legata all'occidente, l'altra all'est comunista. Questo fatto consenti' la nascita di due Gladio, entrambe difensive, una bianca e una rossa. "Questa e' l'ipotesi che mette avanti Pellegrino, una ipotesi aspra da accettare: era comodo interpretare la storia - prosegue il premier - sostenendo che l'illegalita' stava tutta da una parte". "Io non sono mai appartenuto al Pci, anzi, ma capisco che digerire un libro di questo genere e' difficile. Il volume di Pellegrino rappresenta un controcanto che non si puo' leggere correttamente solo mettendo in evidenza le illegalita' di certi apparati come la P2. La lettura storica di quegli anni che riconduce tutto a Gladio suona poco credibile anche se altrettanto poco credibile suona il fatto che i gladiatori fossero solo 600". Secondo Amato, non si puo' pensare che tutte le stragi siano state figlie dell'anticomunismo. "Alcune si', ma ci furono anche le stragi della manovalanza estremista scaricata da certi apparati. E questa potrebbe essere una spiegazione per Piazza della Loggia". Amato, nel ricordare il suo "stupore" per gli attacchi ricevuti quando parlo' delle stragi inesplicate dell'Italicus e della stazione di Bologna, vede bene l'ipotesi di "coltivare" un dubbio, cosi' come fa Pellegrino, senza doverlo "appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Di qui, la distinzione che il premier fa tra le stragi di chiara finalita' anticomunista, quelle che nascono dalle rotture all'interno "dell'impasto eversivo" che si era creato nel nostro paese e, quelle che non si spiegano e per le quali la risposta non deve essere necessariamente "provinciale". Per Amato le stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna "forse si collocano sul versante di un quadrante internazionale...E' bene fermarsi qua per l'incarico che momentaneamente ricopro, anche se gli stessi Papi quando parlano dei loro incarichi dicono 'pro tempore'". "La strage dell'Italicus, dice Pellegrino, rimane inesplicabile - ha tra l'altro detto il premier - e sono anch'io convinto di cio'. Non sappiamo la motivazione della strage di Bologna anche se conosciamo chi materialmente l'ha fatta". Di queste stragi si puo' anche ipotizzare una  matrice che non e' proprio 'provinciale'". Impostare cosi' queste vicende, ha ancora detto Amato riferendosi al libro di Pellegrino, consente di "coltivare un dubbio senza doverlo appendere al grappolo delle stragi tutte uguali". Amato ritiene inoltre plausibile l'ipotesi che l'eventuale presa del potere da parte del Pci potesse essere bloccata dall'Urss stessa per non avere fastidi dagli americani su altri fronti, "nello spirito di Yalta". Cosi' come, per quanto riguarda il periodo delle Brigate Rosse, il presidente del Consiglio parla di una infatuazione "irresponsabile" da parte di una certa borghesia, di cui facevano parte anche professori universitari: una infatuazione dunque che nasceva da "ruoli superiori" a quelli che erano i tradizionali elettori del Pci. "Gli incontri nella casa a Prati e le rivelazioni su Firenze sono di grande interesse. Mi hanno impressionato tanto da rendermi scettico sulla possibilita' che una soluzione politica possa permetterci di arrivare alla verita'". "Se uno era partecipe non lo dice, anche se puo' avere le garanzie che non sara' condannato. Nel libro ci sono episodi di grande rilevanza legati alle Brigate rosse, episodi legati alla vicenda Moro e caduti nel nulla. A Roma si sta indagando su due giovani in motocicletta che erano in via Fani - ha ancora detto Amato - ma non si e' ancora indagato su fatti acquisibili da altre procure e molto piu' rilevanti". Amato ha anche citato l'ipotesi del "doppio ostaggio" per quanto riguarda il caso Moro. "Si era capito - ha affermato nel commentare il libro di Pellegrino - che Moro stava dando informazioni alle Brigate rosse". Amato sostiene anche che abbiamo il dovere "di continuare comunque a cercare la verita"' sulle stragi. "E' un dovere che va al di la' di cio' che possono fare i giudici". "Anche su Ustica bisogna arrivare a capire quello che e' successo. C'e' un diritto alla verita'" senza porsi limiti del tipo "taci il nemico ti ascolta", ha ancora detto il premier sottolineando come Pellegrino nel suo libro cerca di uscire da una visione "manichea" di queste storie. Il presidente Ds Massimo D'Alema definisce "singolare" la polemica aperta da Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera". "Scrivere libri non rappresenta una lesione per le prerogative del Parlamento. Non significa sottrarre al Parlamento doveri e prerogative. Questo libro e' una iniziativa di lotta politica e civile e documenta le difficolta' della commissione stragi di arrivare ad una chiave di lettura complessiva condivisa al suo interno. Una certa polemica che non ha senso da parte di chi professa liberalismo anzi se n'e' fatto cattedra. Speriamo che in futuro non ci vietino i dibattiti", ha detto sorridendo, aggiungendo poco dopo: "c'e' una ventata liberale inquietante nel paese". D'Alema ha condiviso pienamente il giudizio che esce dal volume, ma ora chiede "qualche elemento in piu"'. E si rivolge, direttamente e indirettamente, a Francesco Cossiga. "Una volta Cossiga mi riferi', e non e' un segreto, una sua valutazione conclusiva su questa vicenda: 'abbiamo difeso la democrazia possibile' nel quadro di un mondo che era quello. I margini di sovranita' erano quelli. Io sono disposto ad accettare questa conclusione, ma prima di arrivarci vorrei conoscere qualcosa sulla parte precedente. Per curiosita' di verita', non per malizia". D'Alema ha chiesto di conoscere "qualche altro passaggio", "pur avendo ben chiaro - ha rilevato - che la sentenza e' di assoluzione, sentenza che mi sento di condividere fin d'ora". Questo passaggio del presidente dei Ds fa riferimento alla "parte non scritta" del volume di Pellegrino, cioe' quella che non ha trovato dei riscontri tali per essere contenuta nel volume. Il libro puo' essere letto, secondo D'Alema, come "una sentenza". "C'e' pero' - ha concluso - un bisogno di verita', non per fare conti con il passato o per cercare le responsabilita' di Tizio o Caio, ma per liberare il futuro del Paese". Per questo D'Alema condivide l'invito ad uno scambio: verita' sulle stragi e la vicenda Moro in cambio della non punibilita' giudiziaria. Giunti a questo punto, dice l'ex presidente del Consiglio, non e' piu' il caso di andare a cercare le singole responsabilita' giudiziarie, ma si puo' ricercare la verita' garantendo una non punibilita'. "Quello proposto dal sen.Pellegrino - dice D'Alema - e' un obiettivo condivisibile".

20 febbraio - La procura di Roma ha aperto un fascicolo per verificare se sia fondata l' ipotesi di un legame tra un nuovo elenco di appartenenti a Gladio e la vicenda del ritrovamento delle dossier Moro in via Monte Nevoso, come sembrerebbe emergere dopo l' acquisizione di due faldoni di documenti da parte dei consulenti della Commissione stragi. Il fascicolo, intestato "atti relativi a", e' stato aperto dai pm Franco Ionta e Giovanni Salvi, gia' titolari dei procedimenti sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro nonche' sulla struttura cosiddetta 'Stay Behind". I magistrati hanno gia' ricevuto dalla Commissione i faldoni, classificati in passato con "segretissimo", recanti le intestazioni "A-4. Sequestro Moro - covo di via Montenevoso - rinvenimento del 9 ottobre 1990 - carteggio" e "sequestro Moro - elenchi appartenenti organizzazione Gladio". I magistrati dovranno accertare se l' eventuale legame sia frutto anche di una casualita' dovuta alla 'coincidenza' dei tempi in cui si sono verificati i fatti.

21 febbraio - E' presentata in Parlamento una relazione di An, firmata da Enzo Fragala' e Alfredo Mantica e redatta dal consulente Giam Paolo Pellizzaro sulla dimensione sovra-nazionale del fenomeno eversivo in Italia che ha tra i protagonisti centrali proprio l'editore Giangiacomo Feltrinelli, capo gappista, figura che si incrocia con molte realta': dal Kgb a Carlos, ai servizi segreti dell'Est, ai nascenti gruppi dell'eversione di sinistra tra cui le Brigate Rosse. La relazione e' uno studio ragionato e coerente sui collegamenti fra le organizzazioni terroristiche internazionali. Il documento era gia' stato depositato in Commissione insieme a molti altri elaborati ma e' stato aggiornato per l'arrivo a San Macuto di un ponderoso dossier su Feltrinelli. Tra l'altro si cita un rapporto elaborato dal Centro di controspionaggio del Sismi di Berna, risalente al 1982, secondo il quale nei campi di Cecoslovacchia dal '48 al '78, sarebbero passati circa 600 cittadini italiani. Dalle osservazioni e dai rilievi effettuati, sono state confermate le attivita' di supporto e addestramento degli apparati cechi (sottoposti alla supervisione degli istruttori sovietici del Kgb e Gru) nel campo dell'addestramento paramilitare a cellule di tedeschi, italiani, francesi, irlandesi, palestinesi, cileni, boliviani, cubani, venezuelani, argentini ed afgani (per questi ultimi, circa 1000, sarebbero stati esercitati alla guerriglia per il loro successivo utilizzo contro le sacche di resistenza formatesi in seguito all'invasione dell'Afganistan da parte dell'Urss). "Feltrinelli - ricostruisce la relazione - rappresenta un personaggio la cui statura, in termini di operosita', potenza, efficienza, influenza e pericolosita' per le istituzioni democratiche, corre di pari passo a quell'incredibile e schiacciante vulgata che lo ha descritto come una sorta di minus habens, un rivoluzionario mancato o incompiuto, un dandy decadente senza spina dorsale, un outsider maniaco-depressivo. Un fallito, insomma". Feltrinelli, invece e' stato "uno dei generali del terrorismo mondiale, un personaggio di altissimo livello che ha impresso il decisivo e forse definitivo impulso al progetto di integrazione (soprattutto al livello di vertici), dei vari movimenti e organizzazioni eversive internazionali. Il ruolo di Feltrinelli e' stato quello di ministro plenipotenziario, emissario ed ambasciatore del neonato comparto eversivo mondiale". An chiede che le molte relazioni finali presentate dai vari gruppi in Commissione stragi vengano discusse quanto prima altrimenti , se non verra' meno "un certo ostruzionismo", il gruppo si rivolgera' ai Presidenti di Senato e Camera. "Qualora il presidente Pellegrino non dovesse accogliere la nostra richiesta - ha spiegato l'esponente di An Enzo Fragala' - chiederemo ai presidenti d intervenire per sollecitare il Presidente della Commissione a tener fede ai suoi doveri istituzionali". E comunque - ha aggiunto - "riteniamo che nella prossima legislatura vada recuperata la Commissione Mitrokhin, gia' approvata da un ramo del Parlamento , che dovra' ereditare tutto l'archivio della Commissione per  approfondire l'intera questione e per proseguire un lavoro non certo esaurito in questi anni". Fragala' ha parlato di responsabilita' della maggioranza a non voler concludere il lavoro della Commissione con la discussione e la messa in votazione delle relazioni, "passaggi che danno conto dell'attivita' svolta in dieci anni di esistenza di questo organismo parlamentare d'inchiesta". Sul perche' cio' rischia di accadere  Fragala' ha una  idea: "faccio un cattivo pensiero: la maggioranza non e' certa di tenere sulle relazioni depositate, e teme che quelle della Casa delle Liberta' possano avere l'approvazione maggioritaria. E per la prima volta la Commissione Stragi si rivelerebbe un boomerang per la coalizione di governo".

22 febbraio - L' ex presidente della commissione Difesa della Camera Falco  Accame consegna nuovi documenti ai giudici della procura militare di Roma che conducono l’ inchiesta sull' “altra Gladio”, la struttura militare italiana che sarebbe stata impiegata in missioni all'estero. L'indagine e' stata aperta dal procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, nel dicembre 2000. Tra le carte consegnate, un preavviso di mobilitazione per Antonino Arconte, ex gladiatore. Emanato nel 1975 dal  Comsubin, il comando degli incursori subacquei della Spezia, il preavviso dice che “agli effetti della mobilitazione e fino ad ulteriore comunicazione, la Marina militare ha scelto la signoria vostra per le esigenze della difesa del Paese, e la mobilitazione nominativa Nucleo speciale G di Comsubin. Pertanto, in caso di richiamo alle armi, vostra signoria dovra' presentarsi munito della presente cartolina immediatamente e direttamente a Maridist, Cagliari, Cas Sanluri”. Secondo Accame, “i distretti marittimi erano quindi informati, cosi' come le capitanerie di porto. Lo stesso Arconte dice che la struttura “non era affatto un segreto tra i militari. Il nostro compito principale era quello di addestrare i soldati di altri Paesi, soprattutto africani. Ma siamo stati impiegati anche per missioni piu' delicate, come l'azione in Tunisia per rovesciare il regime di Bourghiba”.

22 febbraio - Vincenzo Manca, vicepresidente della commissione Stragi rende noti alcuni accertamenti fatti rispetto ai documenti che "legavano" in qualche modo la vicenda Moro con le liste di Gladio: Per Manca non vi e' nessun riscontro concreto che i fascicoli della Digos acquisiti dalla commissione stragi possano far riferimento a nuovi elenchi della Gladio. "Tutte le indagini parlamentari e giudiziarie dal 1990 ad oggi - ha detto il vicepresidente della Commissione stragi - hanno univocamente acclarato che i presidenti del consiglio dei ministri, i ministri della difesa ed i capi di stato maggiore della difesa, pur ampiamente a conoscenza della esistenza-finalita'-forza della Gladio, non hanno mai avuto la disponibilita' degli elenchi del personale. Cio' porta a dedurre - ha sottolineato - che non poteva averli neanche l'on. Moro".

24 febbraio – “La nuova Sardegna” pubblica un altro articolo sulla vicenda di Nino Arconte, il Gladiatore che da anni sta cercando di far emergere la propria storia, che e’ stata “cancellata” dalla storia ufficiale:
“Ritornano i fantasmi di Gladio. Le ombre di un passato oscuro e irrisolto continuano infatti a proiettarsi su un presente ancora ostaggio di sospetti e di trame che per anni hanno avvelenato la vita politica italiana. Come ha detto nei giorni scorsi in un convegno a Bologna il presidente del consiglio Giuliano Amato, «nel dopoguerra il nostro è stato un Paese non normale». E forse ha ragione anche l'ex presidente Francesco Cossiga, quando dice che «un'invisibile cortina di ferro attraversò la popolazione: due realtà politiche, due patrie». L'eredità di quella lunga stagione ormai finita condiziona ancora pesantemente il presente. E proprio per questo motivo, fatica ancora a trovare la sua giusta dimensione la storia di Antonino Arconte, il gladiatore di Cabras che, nei mesi scorsi, ha rivelato di avere fatto parte di una struttura operativa supersegreta, creata all'interno del Sid. Il vecchio servizio segreto militare. Ma la sua storia non ha lasciato indifferente il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, che ha aperto un fascicolo su questa Gladio finora sconosciuta. Potrebbe trattarsi di una di quelle branche ancora coperte del Sid, delle quali ha parlato il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino. Un'organizzazione che, stando al racconto dell'agente G.71 Nino Arconte, aveva compiti molto diversi da quelli della "Stay-behind" della quale, nel 1990, Giulio Andreotti fu costretto a rivelare l'esistenza. Quindi, non una struttura pensata per gestire una resistenza in funzione anticomunista nel caso di un'invasione degli eserciti del Patto di Varsavia, ma un gruppo di supersoldati addestrati per operazioni coperte all'estero. Ma non è stata solo la magistratura militare a ritenere «interessante e meritevole di un serio approfondimento» la storia di Arconte. Anche la procura di Roma ha infatti aperto un fascicolo e il sostituto Franco Ionta ha spedito a Cabras i carabinieri del "nucleo antieversione" per interrogare il gladiatore G.71. Le due inchieste vanno così avanti parallelamente. E nei giorni scorsi l'ex presidente della commissione Difesa della Camera, Falco Accame, ha consegnato al procuratore militare di Roma Intelisano un documento inedito, che conferma le rivelazioni di Arconte, ma soprattutto dimostra che l'esistenza della Gladio delle centurie era conosciuta in molte articolazioni del mondo militare. Il documento in questione è una "cartolina di mobilitazione" spedita nel 1975 dal Comsubin ad Arconte. Il Comsubin (Comando subacquei incursori "Teseo Tesei") è un corpo d'elite della Marina militare che ha sede a Varignano, nel golfo della Spezia. Si tratta degli eredi della Xª Mas. «Si informa che agli effetti della mobilitazione - si legge nella cartolina - e fino ad ulteriore comunicazione, la Marina Militare ha scelto la signoria vostra per le esigenze della difesa del Paese, della mobilitazione nominativa Nucleo Speciale G di Consubin. Pertanto, in caso di richiamo alle armi, vostra signoria dovrà presentarsi munito della presente cartolina immediatamente a Maridist, Cagliari, C.A.S. Sanluri». Dunque, all'interno del corpo degli incursori di Marina esisteva un nucleo di Gladio. Cioé uomini del servizio segreto militare che ricevevano un addestramento di altissimo livello per essere poi impegnati in missioni operative all'estero. E se i punti di riferimento in queste mobilitazioni segrete erano i distretti marittimi e le capitanerie di porto, significa che esisteva una rete abbastanza estesa di persone a conoscenza della Gladio militare. «Eravamo - ha detto Arconte in un'intervista rilasciata qualche mese fa al nostro giornale - quelli che vengono comunemente definiti "consiglieri militari". Uno dei nostri compiti, infatti, era quello di addestrare i guerriglieri che combattevano contro i regimi comunisti». «Ora si tratta di accertare - dice Falco Accame - quali compiti aveva il nucleo G di Comsubin, chi impartiva le direttive di impiego della Gladio militare, chi doveva essere mobilitato e perché, quanti uomini componevano la Gladio e quali erano i riservisti da mobilitare. E ancora: chi impartiva gli ordini operativi per le singole missioni come quella per la destabilizzazione di Bourghiba, nel Maghreb. Occorre anche stabilire se la Gladio militare veniva utilizzata per collegamenti con altre organizzazioni straniere, operanti per esempio nel Medio Oriente. Arconte ha infatti raccontato di informazioni, che sarebbero passate per il Libano, sulla presumibile prigione di Aldo Moro ancor prima del rapimento». Intanto, in questi ultimi mesi, sono arrivati anche dei riscontri testimoniali sul racconto dell'agente G.71. Un altro gladiatore sardo, che si è trincerato dietro lo pseudonimo di Franz, ha infatti confermato in un'intervista al Tempo di Roma di essere stato un agente di Gladio che operava nella Cecoslovacchia comunista. Ed è arrivata anche la testimonianza di un altro sardo che ha accompagnato Arconte in alcune missioni in nord Africa. C'è perfino chi ricorda G.71 alla Maddalena. Cioé dove il gladiatore di Cabras non dovrebbe essere mai stato. Almeno secondo le dichiarazioni ufficiali...”

26 febbraio - Presentato in Francia il libro "Revelations", di Denis Robert, un giornalista non nuovo ad inchieste sul mondo della finanza e sui paradisi fiscali. Il libro parla di una "camera di compensazione" finanziaria, con base a Lussemburgo, che sarebbe diventata in qualche anno base di un vorticoso giro di conti segreti per centinaia di miliardi di dollari. Il libro, che uscira' in settimana in Francia, cita banche ed imprese di molti paesi che sarebbero coinvolte, lasciando intendere che quei conti segreti servivano per loschi affari, come il riciclaggio di denaro e si basa quasi esclusivamente sulla testimonianza di Ernest Backes, che fu dirigente della Cedel (la "camera di compensazione" lussemburghese che adesso si chiama Clearstream) e che fu poi licenziato. Backes sostiene di essere in possesso di un'impressionante documentazione fatta di dischetti, videocassette, roba da "riempire decine di metri di scaffali" e che rappresenta "un'assicurazione sulla vita". C'e' di tutto, dalla Elf all'Ambrosiano, dalla banca spagnola Banesto ai fondi pensione Chrysler Canada, ai pesos d'oro messicani del dittatore cubano Batista. Per 'Le Figaro', che ha aperto la sua prima pagina con la presentazione del libro, il sistema della Cedel-Clearstream potrebbe essere "la piu' grande macchina di riciclaggio di denaro sporco al mondo". Da parte della finanziaria lussemburghese e' giunta subito una secca smentita, che parla di controlli "draconiani" sui propri conti. La Cedel nacque alla fine degli anni Sessanta per venire incontro alla legittima esigenza delle banche internazionali di minimizzare i tempi e i costi per i trasferimenti di documenti contabili, annullando fra l'altro le somme che gli istituti dovrebbero ogni volta versarsi l'un l'altro. Ma, all'inizio degli anni Novanta, questa la tesi di 'Revelations', si sviluppo' in poco tempo la pratica dei "conti segreti". Prima ogni banca aveva un conto presso Cedel, da un certo momento in poi tutte - comprese quelle con sede nei paradisi fiscali o un'esercito di neonate banche russe di dubbia origine - sono state autorizzate ad aprire dei "sottoconti" in codice. In alcuni casi, grandi gruppi industriali avevano accesso diretto a questi conti. Denis Robert, quando parla di coinvolgimenti italiani, cita praticamente tutti i grandi misteri e scandali italiani degli ultimi anni, da Calvi alla P2, dallo IOR a Gladio, sempre affidandosi a documentazioni gia' note e pubblicate. I conti delle banche italiane, secondo lui, erano particolarmente numerosi (a fine anni Settanta apportavano il 60% del volume di affari trattati da Cedel) in quanto "nel loro paese erano sottomesse a pesanti tassazioni di capitali". "Le Monde", che giudica relativamente affidabilel'inchiesta, scrive pero' oggi che "i fatti che 'Revelations' denuncia restano da provare".

27 febbraio - Il direttore di 'Avvenimenti' Claudio Fracassi e i giornalisti Michele Gambino, Silverio Novelli e Turi Giannandrea sono stati assolti dal tribunale penale di Roma dall'accusa di diffamazione. I quattro erano stati querelati dal figlio del generale De Lorenzo, per uno dei libri di Avvenimenti della collezione 'Storia della Prima Repubblica' (il volume incriminato era quello '1961-67: il Centrosinistra, i Beatles e il tentato golpe'). Nel libro, tra l'altro, e' scritto che "nel luglio del '64 l'alleanza di centrosinistra affronto' la sua piu' grave crisi. Sulla trattativa per la formazione del governo Moro peso' la minaccia di un possibile golpe guidato dal generale De Lorenzo. Anni dopo furono scoperte liste di uomini politici della sinistra da deportare in Sardegna".

1 marzo – “Il Corriere della sera” pubblica un’ intervista all’ ammiraglio Fulvio Martini, ex direttore del Sismi a Maria Antonietta Calabro’:
“Questa sera il pm Giovanni Salvi sarà ascoltato in seduta segreta dalla Commissione stragi sui possibili collegamenti tra il caso Gladio e il sequestro Moro e sugli ultimi sviluppi delle indagini della Procura di Roma sull'assassinio dello statista dc. Mentre una relazione del giudice Bonfigli, depositata ieri, mette nuovamente in luce il ruolo del direttore d'orchestra russo Igor Markevitch. L'ex direttore del Servizio segreto militare, ammiraglio Fulvio Martini, rivela al Corriere un episodio assolutamente inedito di quei terribili 55 giorni. E fornisce per la prima volta una testimonianza diretta di un possibile legame tra Gladio e il caso Moro. Durante il sequestro dello statista, Martini, incaricato dal governo di stabilire se Moro era a conoscenza di segreti vitali per la sicurezza dello Stato, si accorse che nella cassaforte del ministro della Difesa non c'era un documento riguardante Gladio. E' possibile che quelle carte, uscite dalla cassaforte di Palazzo Baracchini, siano finite nelle mani delle Brigate rosse come possibile "merce di scambio" con lo statista prigioniero? Sono quelle carte "l'altro ostaggio" ipotizzato dal presidente della Commissione, Giovanni Pellegrino, che apparati dello Stato cercarono di recuperare mentre era in corso la trattativa per la salvezza del presidente della Dc? Ammiraglio, ci spieghi come andò.
"In pratica ero il numero due del Sismi, diretto dal generale Santovito, ed ero anche caporeparto operativo per l'estero. Era l'aprile del 1978, durante il sequestro di Aldo Moro, ero stato incaricato dal governo di fare un'inchiesta per cercare di capire se Moro, sotto interrogatorio da parte delle Brigate Rosse, potesse essere in grado di svelare segreti di Stato relativi alla politica estera o alla sicurezza militare. Ebbi un'assicurazione scritta dalla Farnesina e dal ministero della Difesa che Moro non era a conoscenza di grandi segreti e quindi, anche se avesse parlato, non avrebbe potuto portare gravi danni. Nel corso di questa stessa inchiesta (siamo nella primavera del '78) mi dissero che Moro non era mai stato "indottrinato" sull'esistenza di Stay Behind (che era uno degli argomenti specifici che io dovevo appurare), cioè che non era stato mai informato ufficialmente della presenza in Italia della struttura segreta della Nato".
E allora come mai nel memoriale di Moro c'è un'indicazione abbastanza precisa su Gladio?
"Quando, nell'autunno '90, furono ritrovate le carte del covo di via Monte Nevoso, il pm di Roma Franco Ionta mi fece vedere una delle carte di Moro trovate a Milano in cui accennava ad un'organizzazione segreta della Nato che avrebbe potuto essere identificata con Stay Behind, e mi chiese se, secondo me, Moro si riferiva alla Gladio. Risposi che probabilmente poteva essere così, perché, forse, ne era stato informato da qualcuno del suo partito".
Il ministro della Difesa dell'epoca, Attilio Ruffini, sapeva di Stay Behind?
"Certamente. Ma quando feci l'indagine, nel '78, riscontrai che il documento di passaggio delle consegne tra lui e il suo precedessore, il ministro Lattanzio, in relazione all'organizzazione Gladio non era nella sua cassaforte".
E cosa avvenne allora?
"In una riunione al Viminale, presente il ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, e altri 6-7 testimoni, riferii quello che risultava sulle conoscenze di Moro e consegnai le dichiarazioni del segretario generale della Farnesina, Malfatti, e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Viglione. Feci anche notare a Ruffini che nella sua cassaforte mancava il documento di passaggio di consegne sulla Gladio. Era un particolare che non era irrilevante, ma che non c'entrava niente con gli accertamenti in relazione a Moro".
Forse questa valutazione poteva valere all'epoca, ma non dopo le scoperte di Monte Nevoso. Come doveva essere questo documento? Un foglio, venticinque fogli?
"Non lo so perché non l'ho visto. So solo che doveva trattare l'argomento Stay Behind".
Lei pochi mesi dopo quell'episodio, in agosto, lasciò il Sismi.
"Sì, avevo avuto quello scontro con il ministro e poi c'erano stati altri episodi che mi indussero a cambiare aria. Giurai a me stesso che non avrei più rimesso piede nel Servizio. Non fu così perché venni nominato direttore del Sismi nell'84, ma andarmene allora fu una scelta saggia: mi mise al riparo da un certo numero di problemi che di lì a poco coinvolsero il servizio".”

1 marzo – L’ ufficio di presidenza della commissione stragi ascolta i magistrati Ionta e Palma sullo sviluppo delle inchieste giudiziarie su Gladio, Brigate rosse e dossier Mitrokhin. Il dottor Ionta e' rimasto - ha detto Pellegrino - “molto perplesso per quanto dichiarato dal generale Cogliandro. Infatti - ha aggiunto Pellegrino - Cogliandro ha sempre detto il contrario di quanto ha ora rivelato agli investigatori che hanno condotto l'indagine. Ionta era infatti finora convinto che tutta la vicenda nascesse esclusivamente da un articolo del mensile per soli uomini 'Penthouse' (dello scrittore italo-americano Pietro Di Donato, intitolato 'Cristo in plastica') che nel novembre-dicembre del 1978 pubblico' una sorta di diario della prigionia di Moro avente come protagonista un personaggio che successivamente ipotizzera' essere proprio Igor Markevitch. Ionta comunque ha confermato l'idea che la prigione di Moro sia solo ed esclusivamente quella di via Montalcini mentre si e' mostrato molto interessato a capire fino in fondo quale e' stato il ruolo svolto da Firenze e dalle base li' presenti nel corso dei 55 giorni del rapimento del presidente della Dc.

1 marzo - Lo storico Gianni Donno, indicato dai commissari di Fi come consulente della Commissione Stragi, deposita in commissione un ponderoso studio dedicato alla Gladio rossa (“Alle origini del terrorismo in Italia: la Gladio rossa del Pci '45-'67”) corredata con 180 documenti inediti, in gran parte provenienti da archivi italiani.

2 marzo – “Il Corriere della sera” pubblica un’ intervista del gen. Paolo Inzerilli, ex capo di Gladio, a Maria Antonietta Calabro’:
“Il capo di Gladio: è vero, le carte sparirono durante il sequestro Moro
La Commissione stragi indaga per capire se i documenti finirono nelle mani delle Br
ROMA - "C'erano tutti i segreti della struttura supersegreta della Nato, Stay Behind, nel documento top-secret (di ben quindici pagine) che avrebbe dovuto essere custodito nella cassaforte del ministro della Difesa" e che invece nell'aprile del '78, durante il sequestro Moro, era sparito, secondo quanto ha rivelato ieri al Corriere l'ammiraglio Fulvio Martini. Si trattava infatti "dell'informativa completa su Gladio messa a punto da me, allora capo della Gladio, che, misteriosamente scomparsa, misteriosamente ricomparve nell'80", cioè a due anni dal caso Moro. Lo sostiene l'ex capo della Gladio, generale Paolo Inzerilli. "Ricordo - afferma ancora Inzerilli - che andai nell'ufficio del ministro della Difesa, Attilio Ruffini, il 16 dicembre del '77, con due testimoni, uno era il capo del Sid ammiraglio Casardi, illustrando un documento di quindici pagine, che conteneva segreti di enorme importanza, allora a conoscenza di pochi eletti, corredandolo anche con una serie di diapositive in cui spiegavo nel dettaglio lo schieramento dell'intera struttura antinvasione della Nato. Per quanto riguarda il suo predecessore, Lattanzio, feci la stessa cosa con lui nell'ottobre '76 lasciando in consegna l'importante documentazione". Secondo Inzerilli, il documento sparì quasi certamente durante il sequestro Moro. "Mi ricordo infatti che protestai con il successore di Casardi alla guida del nuovo Sismi, generale Santovito, perché quel documento che doveva essere riconsegnato dopo il cambio di ministro non "rientrava"". Fu Martini che constatò accidentalmente, nell'aprile '78 che quel documento nella cassaforte non c'era più. Martini stava conducendo un'indagine in cui doveva accertare che tipo di segreti fossero stati eventualmente a conoscenza di Moro, e vide che nella cassaforte "mancavano le consegne del ministro Lattanzio a Ruffini". Per questo motivo Martini ebbe un durissimo scontro con Ruffini (presenti tra gli altri il ministro dell'Interno Cossiga). Lo scontro fu talmente violento che Martini si sentì male e si accasciò per terra. L'interrogativo che si pone la Commissione stragi è se sia possibile che quelle carte, uscite dalla cassaforte di palazzo Baracchini, siano finite nelle mani delle Br e siano "l'altro ostaggio", ipotizzato dal presidente Pellegrino, che apparati dello Stato cercarono di recuperare. Anche su questi temi ieri sera la Commissione ha ascoltato i pm romani Giovanni Salvi e Franco Ionta. In agenda anche domande sulla Gladio Rossa che secondo la consulenza richiesta da Vincenzo Manca di An era "una struttura offensiva". La vicenda del documento scomparso era già stata portata a conoscenza del Comitato di controllo sui servizi nel 1992. Nell'appendice alla Relazione del presidente Gitti, è stata pubblicata l' informativa con le notazioni di pugno di Inzerilli. "Le carte tornarono al mio ufficio il 16 luglio '80 - ricorda Inzerilli - accompagnate da un biglietto firmato dall'aiutante del ministro della Difesa, ammiraglio Staglianò. Dunque, non si erano perse. Che cosa ne sia stato però, non saprei dirlo".”

2 marzo – “Il Messaggero” pubblica una serie di servizi (due pagine intere) sulla relazione di Donno sulla Gladio rossa. In prima pagina e’ annunciato:”Un dossier di cinquecento pagine sulla "Gladio rossa" è nelle mani della Commissione Stragi: la struttura militare del Partito comunista italiano fino al 1953-54 era pronta per una rivolta armata. Nell'abitazione di un vecchio dirigente del partito un dossier con centinaia di nomi. In alcuni documenti ci sarebbero anche le "istruzioni" preparate dagli esperti militari sovietici. I collegamenti con le future Brigate rosse: armi arrivate dalla Fgci a Franceschini.”
All’ interno ci sono un lungo articolo di Gaetano Quagliarello, intitolato “Piu’ storia, meno veleni”:
“A POCHI giorni dal termine della legislatura, la Commissione Stragi torna al centro delle cronache. Ieri uno dei suoi consulenti, Gianni Donno professore di Storia contemporanea all'Università di Lecce, ha consegnato un contributo sul Pci e la Gladio Rossa. Il testo è di quelli destinati a fare discutere e, a nostro avviso, a modificare alcune consolidate acquisizioni sulla storia d'Italia del secondo dopoguerra. Si tratta di un volume di oltre 500 pagine costituito da documenti compresi tra il 1945 ed il 1967 provenienti dagli archivi di quasi tutte le prefetture d'Italia, della polizia, dei carabinieri, del ministero dell'Interno e delle strutture Nato. Questo tipo di documentazione, definita in gergo un po' sbrigativamente