Almanacco dei misteri d' Italia


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le notizie del 2004: febbraio
1 febbraio 2004 - PIANO SOLO: LETTERE AL CORRIERE
"Il Corriere della sera"
Il presunto golpe del '64: nuove carte per gli storici
Sto seguendo con grande interesse il dibattito che lei, caro Mieli, ha sollevato sui fatti dell'estate di quarant'anni fa. Nel merito mi sono sempre attenuto al più stretto riserbo, solo una volta risposi pubblicamente a un articolo di Enzo Forcella particolarmente grave. Alle sue accuse verso mio padre rispondevo con tre argomenti. Ricordavo la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta che, nelle conclusioni di maggioranza, affermava categoricamente che non era stato raccolto "un solo elemento di prova, un solo indizio" a favore del presunto tentativo di un colpo di Stato; e sottolineavo che la relazione era stata votata anche dai socialisti, cioè dal partito in cui militavano i più intransigenti accusatori. Facevo una considerazione - che lei, caro Mieli, ha ampiamente ripreso - che se De Lorenzo avesse costretto Nenni, gli altri socialisti e lo stesso Moro a rinunciare ad una serie di richieste con la minaccia di un colpo militare, non si spiegherebbe come mai lo stesso governo che era stato vittima di un ricatto golpista abbia promosso un anno dopo De Lorenzo capo di Stato maggiore dell'Esercito. Affermavo la incredibilità storica dell'accusa. Mio padre appartiene a quella generazione di democristiani che, assieme ad altre grandi figure, ha costruito la democrazia repubblicana. A questa classe politica viene generalmente riconosciuto uno straordinario senso dello Stato, un rispetto assoluto per i valori della democrazia e della libertà. Pensare che uno dei più importanti rappresentanti di quella generazione, o che addirittura il gruppo dirigente della Democrazia cristiana complottasse a un colpo di Stato, viola un giudizio storico incontrovertibile e costituisce una offesa a uomini cui va la nostra riconoscenza. Non avevo però allora alcun documento su questi fatti. Solo molti anni dopo sono entrato in possesso di una serie di appunti scritti personalmente da Antonio Segni nei giorni cruciali della crisi. D'accordo con i miei fratelli, ritengo doveroso renderli pubblici, e lo farò non appena li avrò compiutamente riordinati. Premetto che rimarrebbe deluso chi si aspettasse clamorose rivelazioni su chissà quali complotti. L'aspetto sensazionale sta piuttosto nel fatto che, in una ricostruzione minuziosa di passaggi, di incontri e di problemi sul tappeto, non vi è il minimo accenno ai fatti in questione.
Mario Segni

Caro Segni, ho l'impressione che in occasione dei quarant'anni dall'affaire De Lorenzo verranno alla luce molti nuovi documenti che confermeranno la mia ipotesi secondo cui nell'estate del 1964 non fu ordito un vero e proprio colpo di Stato. Beninteso, come conferma un'interessante ancorché non del tutto esaustiva ricostruzione che ieri, su Repubblica , ne ha dato Eugenio Scalfari, in quell'occasione furono sì predisposti piani militari (che andavano oltre il lecito) per fronteggiare un'eventuale riproposizione dei moti di piazza che nel luglio del 1960 avevano contribuito a determinare la caduta del governo presieduto da Fernando Tambroni e sostenuto dai voti missini. Ma un golpe no. E non saranno solo gli appunti di suo padre, l'allora presidente della Repubblica Antonio Segni, che lei e suo fratello metterete a disposizione degli storici. Ci sono già gli interessantissimi documenti dei servizi segreti americani che Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli stanno pubblicando sulla Stampa . E la rivista Belfagor di Carlo Ferdinando Russo darà alle stampe nuove carte a cura di Paolo Varvaro, che riguardano il ruolo avuto nella vicenda da Cesare Merzagora, all'epoca presidente del Senato, candidato da Segni ad essere presidente del Consiglio nel caso di irreversibilità della crisi del governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro. Ritengo che se tutto questo materiale d'archivio sarà esaminato senza pregiudizi, sarà da riaprire la discussione su quel che veramente accadde in quell'estate di quarant'anni fa.

3 febbraio 2004 - D'ALEMA IN COMMISSIONE MITROKHIN
ANSA:
MITROKHIN: D'ALEMA, SCONCERTATO, MEGLIO INDAGARE SU PREZZI
TUTTO GIA' CHIARITO DA PARLAMENTO CON RELAZIONE COPACO
Al termine dell' audizione davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla vicenda Mitrokhin, nel corso della quale l'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema si e' rifatto alla "verita' da tutti accettata in Parlamento" della relazione del Copaco sulla vicenda, il leader diessino si e' detto "sconcertato".
"Tutto e' stato chiarito all' unanimita' dal Parlamento, grazie alla relazione del presidente del Copaco, Franco Frattini, che fu approvata da tutti. Non c'e' nulla da chiarire. Si e' cercato piu' volte di mettere in difficolta' con domande del tipo: 'Ma lei esclude...', 'ma lei puo' veramente dire che...', eccetera. Non capisco questo modo di agire. C'e' da chiedersi se sia giusto impiegare tanto tempo dei parlamentari e le risorse dei cittadini per questo, oppure se non sarebbe meglio indagare, ad esempio, sull' aumento dei prezzi".

MITROKHIN: D'ALEMA, PARLAMENTO HA GIA' INDAGATO E CHIARITO
E' DIFFICILE AGITARE IL NULLA COME UNA CLAVA
"C'e' stata gia' un'inchiesta del Parlamento, da parte del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, che ha approvato all'unanimita' una relazione preparata dal presidente Franco Frattini sulla vicenda. In quel documento c'e' tutto quello che si puo' dire su questa vicenda, tutto quello che il governo ha fatto. Certamente il Parlamento e' libero di approfondire, ma non riesco ad immaginare cosa ulteriormente si puo' acquisire in piu' rispetto a quello che si sa". Massimo D'Alema, davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Mitrokhin, rinvia piu' volte al documento del Copaco approvato da tutti i rappresentanti dell'organismo parlamentare.
"Se c'e' qualcosa da chiarire io sono pronto", dice sottoponendosi al fuoco di fila delle domande dei commissari. Ma aggiunge subito: "Se vogliamo parlare della storia del Pci ci sono altre sedi. Una indagine di questo tipo deve essere condotta con un senso di rispetto verso le persone e le forze politiche per non ingenerare il sospetto che si vogliano mettere in giro 'dei fantasmi' o alimentare sospetti o nutrire la polemica politica quotidiana'. Immediato l'intervento di Paolo Guzzanti che ha difeso la logica, anche politica, della commissione. "Nessuno ha mai usato la clava e se la vedessi alzare sarei il primo a farla depositare". Sarcastica la replica di D'Alema: "E' difficile agitare il nulla come una clava".
D'Alema ha ricostruito i vari passaggi della vicenda di cui venne informato, nel settembre del '99, dal vice presidente del Consiglio con delega ai servizi Sergio Mattarella.
"Stava per uscire un libro in Gran Bretagna e pochi giorni dopo si ebbe la pubblicazione e la procura di Roma apri' un'indagine. Noi - ha spiegato l'ex presidente del Consiglio - decidemmo di non opporre il segreto di stato e di attivare le procedure per chiedere al servizio inglese se potevamo o meno, vista la riserva di segretezza assoluta che c'era sul materiale, consegnare il tutto alla magistratura, considerato che erano possibili eventuali azioni di controspionaggio. Alla fine decidemmo di inviare il tutto alla Commissione stragi perche' esaminasse se vi erano nomi che avevano un qualche rilievo politico (sugli altri avrebbe dovuto naturalmente indagare la magistratura). La riservatezza fu totale e - ha detto sorridendo - tutto alla fine usci' sui giornali per intero. Secondo i servizi segreti - ha sottolineato piu' volte D'Alema - non vi erano elementi che potessero riguardare la sicurezza dello Stato, l'unica ragione per cui io potevo chiedere di poter visionare quel dossier. Mi sembra una condotta assolutamente chiara, lineare, chiara in se"".
Il presidente dei Ds, nella sua audizione, ha sottolineato come il suo governo "si e' trovato ad agire all'interno di una situazione determinata, con dei ben precisi vincoli che nascevano dalla 'riserva di segretezza assoluta' che ci era stata posta dai servizi inglesi". D'Alema, che ha detto di non aver mai letto per intero il dossier Impedian e di aver appreso molti elementi della vicenda leggendo la relazione del Copaco sulla questione, ha sottolineato che da tutti e' stata tenuta una condotta "appropriata e coerente cosi' come detto dalla relazione Frattini. Tutti hanno avuto, anche in precedenza, una condotta sicuramente adeguata. Io mi sono trovato in una situazione diversa e ho cercato di fare quello che era ragionevole fare", ha detto alludendo all'esplodere del caso sui giornali. Elogi di D'Alema anche per i generali Battelli e Siracusa, gia' responsabili del Sismi. "Sono stati dei salvatori dello Stato. Sono degli ufficiali di grande valore, che godono la stima anche degli altri servizi, e non e' una cosa facile, posso escludere nella maniera piu' assoluta che potessero negoziare favori con questo o quel politico".
Piu' volte il presidente dei Ds ha ricordato che all'epoca vi erano ben altre priorita' su cui era concentrata la sua attenzione e che d'altra parte i servizi segreti italiani hanno attribuito a questo materiale "uno scarso valore. Non aveva interesse per la sicurezza del paese se non per le ricerche giornalistiche che riguardavano il passato". Un momento di nervosismo in aula (dominata da una sorta di ironico fair play con molti 'prego', 'mi scusi', 'le pare', ecc.), si e' avuto quando e' stato ricordato a D'Alema che agli atti vi e' una lettera che fa riferimento alla bozza del libro sul dossier Mitrokhin, pubblicato in Inghilterra dal professor Andrew, nella quale si chiedeva agli italiani di visionare la prima stesura e di apporre eventuali correzioni o revisioni. E dato che la bozza del libro non e' allegata alla documentazione e' stato chiesto a D'Alema se, prima del settembre '99, aveva saputo qualcosa di questa vicenda. "Se ho detto che ho saputo tutto nel settembre del '99 significa che sono stato informato in quella data", ha ribadito con voce piccata l'ex premier, sollevando le proteste di alcuni commissari. Veloce scambio di battute e D'Alema ha replicato: "Se mi si rifa' una domanda io ripropongo la stessa risposta oppure state dicendo che ho detto il falso?". Rapido intervento di Paolo Guzzanti che ha chiarito cosi' la questione. "La lettera dei servizi inglesi e' del 29 aprile '98, prima quindi che entrasse in carica il governo presieduto da D'Alema. Non vi fu infatti - ha ribadito - nessun 'passaggio delle consegne' su questa vicenda tra i due presidenti del Consiglio e - ha aggiunto - sono ben lieto che cio' non sia avvenuto perche' senno' staremmo qui a parlarne per una settimana".
 La prima parte dell'audizione, condotta sulla base delle molte domande fatte dal capogruppo di An, Enzo Fragala', ha riguardato un lontano episodio del giugno '91 e cioe' l'interessamento da parte di un professionista affinche' dall'Urss fossero riciclati in occidente, tramite l'interessamento del Pds, dei fondi di non chiara provenienza.
D'Alema ha rinviato alle testimonianze gia' rese in sede di inchiesta della magistratura che ha "chiarito per intero tutta la vicenda", e ha confermato di aver inviato un funzionario del Pds in Russia per avvertire di quello che si stava tentando. "L'ho sempre ritenuto un affare non chiaro e, probabilmente, una provocazione nei nostri confronti', ha chiosato, chiarendo che Francesco Cossiga, all'epoca presidente della Repubblica, lo chiamo' al Quirinale per chiedergli di questo contatto avvenuto attraverso un consulente di Modena che aveva proposto di far transitare decine di miliardi verso altri paesi europei grazie anche al Pds. D'Alema ha risposto alle domande di Fragala' che ha piu' volte cercato di far cadere in contraddizione il presidente dei Ds. "Io non ho informato subito la magistratura di questa vicenda perche', come e' stato chiarito dalla stessa, non ero affatto tenuto a farlo - ha detto il presidente dei Ds - perche', per quello che ne sapevo io, la vicenda non evidenziava alcun elemento che potesse far ipotizzare un reato".
Fragala' ha ricordato che a informare di questa vicenda il presidente Cossiga fu l'allora ambasciatore sovietico a Roma che parlo' di un 'grande imprenditore' che si era interessato alla vicenda. "Evidentemente, di passaggio in passaggio, la statura di questo personaggio - mai citato per nome e cognome da D'Alema, che ha tuttavia confermato il nome fatto da Enzo Fragala' (Ugo Bovaldi) - e' cresciuta. Credo che fosse un uomo adeguato a quello che si voleva fare ma nulla di piu'".
 

MITROKHIN: D'ALEMA A FRAGALA', LA PERDONO
"Va beh! La perdono". E' stato un duello costellato di gentilezze e battute quello fra Enzo Fragala', capogruppo di An, e Massimo D'Alema, ascoltato oggi dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Mitrokhin.
L'esponente di An ha "punzecchiato" D'Alema citando verbali, interviste, dichiarazioni, libri. Ad ogni contestazione D'Alema ha risposto con il suo tono ma punteggiando sempre le sue risposte con un "prego" a cui Fragala' rispondeva con un 'grazie". A volte le parti si sono invertite e nel momento di piu' grosso scontro fra i due, scontro sempre rimasto nell'ambito del 'savoir faire' parlamentare, a D'Alema e' scappato un "va beh! La perdono".

MORO: D'ALEMA,HAVEL RITENEVA SUO DOSSIER DI SCARSO INTERESSE
LO HA DETTO DAVANTI ALLA COMMISSIONE MITROKIN
L'11 marzo del '99 l'allora presidente della Slovacchia (Nota dell' Almanacco dei misteri d'Italia: Havel era presidente della Repubblica Ceca e non della Slovacchia) Vaclav Havel confermo' a Massimo D'Alema di aver consegnato nel settembre del 1990, durante il suo viaggio in Italia, un carteggio che doveva riguardare i servizi segreti dell'est e il terrorismo. Un cosidetto "dossier' di cui molto si e' parlato nell'ambito della vicenda dell'omicidio di Aldo Moro perche' quelle carte, secondo alcune fonti, conterrebbero dei riferimenti o elementi riguardanti l'interessamento dell'est alle Br e all'omicidio Moro.
D'Alema ha detto che Havel attribuiva a quelle carte "scarse interesse", giudizio che nasceva dal fatto che l'allora presidente slovacco non ricordava il contenuto di quel carteggio ne' a chi lo avesse direttamente consegnato. Incalzato, per chiarire se quella di Havel era una dichiarazione esplicita o se D'Alema avesse desunto questo giudizio da una piu' ampia conversazione, il presidente dei Ds ha detto che Havel non ricordava di cosa si trattasse e che questo lo portava a pensare che potesse essersi trattato di cose di scarsa importanza. D'Alema ha da principio contestato che questa domanda rientrasse tra i "compiti della commissione", ma poi ha confermato il succo del discorso fattogli da Havel.

MITROKHIN: FRAGALA', I GRAVI ERRORI DI D'ALEMA
''Nelle sue due ore di mezzo di frasi mistificatorie e stizzite di fronte alla commissione Mitrokhin l'onorevole D'Alema e' incorso in gravi errori''. Lo afferma in una nota Enzo Fragala', capogruppo di An nella commissione di inchiesta.
''D'Alema -spiega- ha escluso che alcun membro del suo governo sapesse alcunche' del dossier Mitrokhin. Peccato che il ministro degli Esteri era Lamberto Dini, gia' presidente del Consiglio durante la prima fase dell'invio delle schede dai Servizi inglesi al Sismi. E che, come confermato dallo stesso Dini in audizione, l'allora numero uno del nostro Servizio segreto militare, Sergio Siracusa, gli aveva mostrato le sette schede relative al Partito Comunista Italiano e all'onorevole Cossutta''.
Inoltre, aggiunge Fragala', l'ex premier ''si e' trincerato tutto il tempo dietro alla relazione che nel 2000 il Copaco scrisse al termine di una inchiesta sulla gestione del dossier da parte del Sismi. Peccato che il Copaco sia stato del tutto fuorviato e preso in giro da Battelli e Siracusa, con false dichiarazioni ampiamente smentite dai lavori della Commissione. Faremo avere a D'Alema la lettera di scuse che Siracusa invio' alla Commissione per aver mentito''.

4 febbraio 2004 - PIANO SOLO: LETTERE SEGNI A MORO
"Avvenire"
PIANO SOLO
Pubblichiamo alcune lettere inedite dell'allora capo dello Stato ad Aldo Moro, premier incaricato. Emerge che il presidente della Repubblica era ossessionato da problemi di ordine pubblico, ma non pensava a un colpo di Stato
1964, Segni non volle il golpe
Alcuni considerano la vicenda De Lorenzo come la "madre di tutte le deviazioni", l'antefatto da cui è scaturita la strategia della tensione. In realtà, i mandanti delle stragi non si nascondevano nella classe dirigente cattolica
Di Agostino Giovagnoli
Si avvicinano i quarant'anni dal luglio 1964 e si torna a parlare del "golpe" del generale De Lorenzo. Lo hanno fatto alcuni giornali nei giorni scorsi, ricordando tra l'altro il coinvolgimento dell'allora presidente della Repubblica, Antonio Segni. Nuovi elementi emergono ora dalle lettere inedite di questi ad Aldo Moro (ritrovate nello studio di quest'ultimo in via Savoia a Roma quando venne rapito dalle Br), presidente del Consiglio incaricato in quella difficile crisi di governo, tanto da chiedersi: fu vero golpe?
In una situazione politica già molto tesa, l'8 giugno 1964, Segni scriveva a Moro denunciando il pericolo che l'Italia andasse "(sia pure gradualmente) slittando fuori dei principi e regole della Costituzione [...] fuori del mercato (e forse dalla sfera politica) dell'Occidente". Il 25 giugno si aprì la crisi di governo e i partiti si pronunciarono subito per la ripresa del centro-sinistra. Nenni annotò però nel suo Diario che si parlava anche del "ministero al di sopra dei partiti, del "salvatore" o del ministero di transizione. Sotto sotto per molti c'è l'idea di nuove elezioni". La conferma viene dalle lettere di Segni che ricordò a Moro qualche giorno dopo: "Ti avevo proposto un'alternativa, che non impediva un successivo ritorno alla politica di C. S. [centro-sinistra]". Ma il progetto non gli riuscì ed egli passò ad imporre rigide condizioni: "Una riproduzione del vecchio governo senza alcun mutamento non può che suscitare profonda delusione e sfiducia" e il "programma quinquennale" di Giolitti doveva essere respinto perché anticostituzionale.
Nei primi incontri tra i partiti dell'ex maggioranza "l'atmosfera era greve, la diffidenza si tagliava con il coltello", ha scritto Rumor. "Se entro quarantotto ore non ci mettiamo d'accordo - annotò Nenni - nessuno sa che cosa può succedere: forse un governo per le "elezioni": forse un governo presidenziale tipo Tambroni 1960; in ogni caso è l'avventura". I suoi sospetti si appuntarono su un governo " fascistico-agricolo-industriale" guidato da Merzagora, che in quei giorni aveva intensi rapporti con Segni (ma dalle lettere emerge una certa distanza di questi dal proposito che Nenni attribuiva a Merzagora). Le difficoltà del centro-sinistra riaccesero le speranze di Segni, che impose a Moro di pronunciarsi nettamente sull'adesione italiana alla Forza multilaterale, di respingere la riforma urbanistica e di escludere quella regionale, tutte scelte sgradite ai socialisti. La conclusione del capo dello Stato era eloquente: "Pensa che vi sono le alternative alle quali accennai". Il giorno dopo, giunse anche ad agitare la minaccia di un secondo partito cattolico: sarebbe stata la fine della Dc. Ma se, nella primavera del 1960, si era parlato di "veto cattolico" verso l'astensione socialista al governo - cui era seguito il tentativo Tambroni -, nel 1964 la Chiesa non appoggiò l'anziano presidente: probabilmente, questa differenza fu decisiva per determinare esiti diversi delle due crisi. In extremis, infatti, l'accordo per la formazione di un nuovo governo di centro-sinistra fu trovato.
Si deve supporre che, mentre interveniva politicamente nella crisi, Segni preparò con De Lorenzo un golpe? Il colpo di Stato non ci fu. Si potrebbe pensare che, come nel tentativo di Junio Valerio Borghese del 1970, ci sia stato un contrordine all'ultimo momento, ma non da parte di Segni: se questi fosse stato favorevole al golpe, avrebbe avuto interesse a realizzarlo davvero, visto che non era riuscito ad impedire il centro-sinistra per via politica. Oppure, come molti hanno sostenuto, si trattava di un'intentona e cioè di un golpe solo minacciato allo scopo di esercitare una pressione nei confronti di politici e partiti? Ma i protagonisti politici di allora, in particolare Nenni e Moro, non furono raggiunti da quella minaccia e dunque l'intimidazione non si realizzò.
Le lettere a Moro sembrano confermare che Segni non pensava ad un golpe, ma era ossessionato da problemi di "ordin e pubblico". Le lettere mostrano in particolare che egli convocò De Lorenzo al Quirinale (dando inusuale pubblicità all'incontro) proprio quando gli sembrò più vicina la possibilità di affossare il centro-sinistra e di andare ad elezioni politiche anticipate. Segni temeva che, in questo caso, si sarebbe scatenata una forte reazione di piazza e proprio di ordine pubblico in caso di elezioni anticipate si discusse, su sua richiesta, nella famosa riunione del 16 luglio a casa Morlino, cui parteciparono Moro, Rumor, Gava e Zaccagnini, con De Lorenzo e il capo della Polizia Vicari (senza Taviani e Andreotti). Segni, insomma, immaginava uno scivolamento "legale" dell'Italia fuori dall'Occidente, temeva improbabili azioni di piazza manovrate dai comunisti, diffidava dei socialisti e avrebbe preferito un altro governo, ma alla fine si "accontentò" di un centro-sinistra più moderato.
Indubbiamente, accaddero molte cose strane nel luglio 1964, ma il mistero riguarda più De Lorenzo che Segni. Si è molto parlato di legami tra De Lorenzo e la Cia, ma le fonti statunitensi smentiscono questa ipotesi: gli americani non avevano nessuna intenzione di appoggiare un colpo di Stato, sostenevano il centro-sinistra e temevano le manovre di De Lorenzo e di altri personaggi. Anche nel caso del generale, inoltre, è improbabile una vera intenzione di golpe: il Piano Solo, infatti, era confuso, approssimativo e, comunque, insufficiente per realizzare un colpo di Stato perché la sola Arma dei carabinieri non era in grado di compierlo senza la partecipazione di altre forze armate. Era invece sufficiente per minacciarlo, ma come si è ricordato i politici impegnati nelle trattative non ne vennero a conoscenza: anche per De Lorenzo, dunque, è difficile parlare di intentona. Resta il fatto che il generale preparò il famoso piano (illegale) per gli "enucleandi". E' possibile, quindi, che, approfittando dei "fantasmi" del Quirinale, il comandante dei Carabinieri predispose uno strumento utile, all 'occorrenza, per scopi diversi, affiancando ai numerosi fascicoli Sifar già in suo possesso un ulteriore elemento di pressione nei confronti di numerosi uomini politici di sinistra (e non).
Il "golpe" del 1964 è stato spesso considerato come la "madre di tutte le deviazioni" e l'antefatto da cui è scaturita poi la strategia della tensione. Ridiscuterlo alla luce di una più solida documentazione è importante anche per verificare molte ricostruzioni troppo semplicistiche della storia repubblicana, che si richiamano più o meno fondatamente alle tesi del doppio Stato o della guerra civile latente. In particolare, le lettere di Segni a Moro introducono dubbi sulla totale e immediata coincidenza tra il livello della politica e quello degli apparati, nelle tante storie di deviazioni che hanno attraversato l'Italia repubblicana. I mandanti di tante stragi, attentati o assassini non si nascondevano nella classe dirigente cattolica, come si è spesso sostenuto.

4 febbraio 2004 - COMMISSIONE MITROKHIN: DAI GIORNALI
"L' Opinione"
D'Alema sbianchetta la Commissione Mitrokhin
di Giovanna Albertini
La classe non è acqua. E quella di un professionista della politica come Massimo D'Alema, una specie di Andreotti del Duemila, messa a paragone con il dilettantismo di chi ieri, nella Commissione Mitrokhin, si è creduto di poterlo incastrare a basso prezzo, trasformandolo invece da preda in cacciatore, è risaltata come il sole tra le tenebre. Così un'audizione che si poteva prefigurare come molto delicata per il Presidente del consiglio pro tempore (quando finalmente vennero resi pubblici i dossier Impedian, tenuti per tre anni nei cassetti dall'intelligence italiana senza particolare opera di investigazione sui nominativi sensibili) si è trasformata in una vera e propria marcia trionfale fatta su un lastrico costituito dalle brutte figure di qualche commissario della maggioranza.
Totale, D'Alema adesso ha sbianchetatto, meglio fatto sbiancare, l'intera Commissione Mitrokhin mettendola davanti alla propria inadeguatezza. Se non alla propria inutilità. Un esempio per spiegare meglio tutta la premessa è quello delle domande del commissario di An Enzo Fragalà, un avvocato siciliano molto brillante ma anche troppo sicuro di sé e dei propri collaboratori. Fragalà che ha preso la parola per primo tenendola per quasi cinquanta minuti, ha aspettato gli ultimi dieci per fare la prima domanda inerente alla gestione governativa di D'Alema delle carte Impedian.
Peggio di lui solo il deputato Pierfrancesco Gamba, sempre di An, che ad apposita domanda sul passaggio di consegne tra Prodi e D'Alema dell'incartamento ha provocato la seguente risposta: "non ho mai preso in mano il dossier Mitrokhin, non sono mai stato colto da questa curiosità. Anzi per fortuna che Prodi a suo tempo non mi informò perché altrimenti saremmo stati qui per settimane". Risate del pubblico presente e giù il sipario. Prima ancora, sempre a Gamba, D'Alema aveva risposto addirittura con irrisione spiegandogli che lui non aveva voluto sapere nulla del dossier Mitrokhin nell'agosto del 1999 "perché in vacanza aveva dato disposizione di essere disturbato solo per le cose serie, che concernevano la sicurezza dello stato".
Come la guerra in Kosovo, più volte evocata da D'Alema come esempio di cosa seria da mettere a confronto con l'aria fritta che a suo dire sarebbe la questione Impedian. Perché a D'Alema finora, ma c'è ancora tempo martedì sera prossimo, i commissari della attuale maggioranza non sono riusciti a chiedere nulla e a contestargli alcunché. Né a trovare un singolo argomento che possa metterlo in difficoltà.
Se Gamba si è beccato le battute alla Andreotti, Fragalà prendendo le cose troppo alla lontana, e rievocando addirittura la storia tirata fuori da Cossiga nel 1991 (da presidente) quando raccontò di avere convocato D'Alema per saperne di più su quella storia dei soldi che i russi volevano trasferire in Italia dall'ex Urss, si è beccato addirittura due o tre volte chiari e netti gli epiteti di manipolatore e divulgatore di notizie false e insinuazioni. Limitandosi a fare "pippa". Salvo scatenarsi nel pomeriggio con dichiarazioni alle agenzie. Insomma la solita storia dei pifferi di montagna che vanno per suonare e rimangono suonati. E la Commissione Mitrokhin, sia pure senza cadere nelle toppe della sorella Telekom Serbia, si avvia a diventare l'ennesimo boomerang per una maggioranza che se davvero aveva l'intenzione di usarle come clave è finita per darsele sui cosiddetti. Tafazzi style.
Giovanna Albertini

4 febbraio 2004 - MORTE MITROKHIN: DAI GIORNALI
"Avvenimenti"
Vasili Mitrokhin, l'uomo dei dossier al latte, ultimo comunista
Non sappiamo se un giorno la vita e la morte del colonnello del KGB Vasili Mitrokhin avrà un posto nei libri di storia. Ma per molti in Italia, dal settembre del 1999, è assurto ad un ruolo mitico e i suoi dossier la chiave d'accesso per ricostruire la storia d'Italia.
Strano caso quello del colonnello russo: da persona schiva e mite, forse, non si sarebbe mai aspettato di dare vita ad una sorta di maccartismo all'amatriciana, di diventare lui, comunista mai pentito, l'eroe del revisionismo berlusconiano che vede in ogni misfatto italiano la longa manus del KGB e, di conseguenza, di tutta la sinistra italiana.
Quando dalla primavera del 1972 si mise a copiare a mano migliaia di documenti che attestavano l'attività del controspionaggio sovietico in tutto il mondo - con nomi, date, agenti sotto copertura e operazioni segrete - la motivazione che lo spingeva a rischiare la vita era la vendetta: "contro quella nomenklatura - ha dichiarato molti anni dopo - che aveva tradito gli ideali della rivoluzione sovietica".
Per una dozzina di anni, quei fogli finirono sotto terra, nascosti in comuni bottiglie e cartoni del latte, seppelliti nella dacia di campagna del compagno colonnello.
Andato in pensione nel 1984, la vendetta di Mitrokhin era ancora a metà. Per altri sette anni, il colonnello, ormai ex, si dedicò alla riscrittura di quelle carte trafugate. Poi, conclusasi la "primavera di Gorbacev" e ammainata definitivamente la bandiera rossa sul Cremlino, Mitrokhin capì che l'ora del riscatto era arrivata. Con un estratto dei suoi appunti si reca presso un ufficio dell'ambasciata americana in Lettonia ma un agente della CIA, rimasto anonimo, non gli dà credito.
Poi, l'anno dopo, con la primavera, si schiudono per Mitrokhin le porte dell'occidente: il servizio segreto inglese ritiene attendibile la sua storia e i suoi scritti. Chissà cosa ha pensato il colonnello, quando in una gelida giornata dell'ottobre del 1992, riesce ad imbarcarsi in un aereo con al seguito sei pesanti casse di zinco, frutto della sua vendetta contro il defunto regime sovietico.
Il resto è storia nota o quasi. Soprattutto in Italia, dove, caso unico al mondo, alcune centinaia di pagine dell'archivio di Vasili Mitrokhin danno vita, non solo a fortissime polemiche politiche ma addirittura ad una commissione parlamentare d'inchiesta. Che, ancora per un caso della storia, viene richiesta dal primo ex-comunista diventato presidente del consiglio, Massimo D'Alema.
Il battage mediatico è notevole. D'Alema viene infatti accusato di aver "sbianchettato" le liste degli agenti sovietici in Italia, forniti da Mitrokhin, per coprire eventuali responsabilità di esponenti della sinistra, con l'ausilio, nientedimeno, che dei servizi segreti. Da qui al neo-maccartismo il passo è stato breve, seppure accidentato: secondo alcuni autorevoli esponenti della destra, il dossier Mitrokhin rivelerebbe come alcuni dei più gravi delitti compiuti in Italia, l'omicidio Moro su tutti, sarebbero stati gestiti dal KGB che avrebbe anche fatto opera di disinformazione (attraverso le decine di giornalisti confidenti ) per avallare supposte responsabilità americane nell'azione brigatista. E così via, in una affrettata riscrittura della storia. Che però non trova riscontro nelle carte di Mitrokhin, che invece citano con non pochi particolari che il leader politico nel mirino del KGB era proprio il comunista Enrico Berlinguer. Come non trovano riscontro le accuse ai servizi di sicurezza italiani che hanno gestito la vicenda Mitrokhin dal 1995 al 1999, durante i governi del centro-sinistra, accusati di non aver voluto "interrogare" la fonte Mitrokhin, evidentemente, secondo la versione che ne dà una parte del centro-destra, per non dispiacere i vertici politici dell'epoca. Era, infatti, l'aprile del 1998 quando il Sismi chiese al servizio segreto inglese di poter incontrare Mitrokhin e la risposta fu negativa.
Questo non significa che sul dossier Mitrokhin tutto è chiaro e d'altronde nel mondo delle spie la chiarezza e la verità sono termini che non sono mai andati molto di moda.
Ne sa qualcosa il Presidente della Commissione d'inchiesta che indaga sull'archivio Mitrokhin, Paolo Guzzanti, che nel giugno scorso si sentì rispondere dal colonnello del KGB Andrei Kolossov: " I segreti che ho dentro non li dirò...li porterò nella tomba".
E così, a poche ore dall'audizione di Massimo D'Alema in commissione parlamentare d'inchiesta, con i tempi che sembrano dettati da uno spietato regista, è giunta la notizia della morte di Vasili Mitrokhin piccolo testimone del mondo diviso in blocchi tra USA e URSS.
Che il colonnello Mitrokhin voleva chiudere e dimenticare per sempre e che in molti, in Italia, vorrebbero far rivivere.
Tovarisch compagno Mitrokhin.
Nicola Biondo

5 febbraio 2004 - PIANO SOLO: COSSIGA, FORSE SCALFARI 'INTOSSICATO' DA KGB
ANSA:
PIANO SOLO: COSSIGA, FORSE SCALFARI 'INTOSSICATO' DA KGB
MA INCONSAPEVOLMENTE; FERRARA, GLI INCONTRI DI MIO PADRE
"Bisognerebbe studiare meglio gli archivi sovietici o persino gli archivi Mitrokhin, per sapere se Eugenio Scalfari non sia stato inconsapevolmente intossicato dal Kgb". Francesco Cossiga intervistato da 'Panorama' interviene nella polemica sollevata sul 'golpe dell' estate 1964' e sulla rivisitazione storica avviata da Paolo Mieli dalle colonne del 'Corriere della Sera'.
"Chiesi al generale dei Carabinieri di secretare il Piano Solo quando me ne occupai, dopo lo scandalo provocate dalle rivelazioni de 'L'Espresso'. Avremmo fatto una brutta figura, come golpisti democristiani, perche' con quel piano non si sarebbe potuta fronteggiare nemmeno la rivolta di un gruppo di allievi delle elementari" afferma il presidente emerito della Repubblica che si interesso' degli 'omissis' sulle carte riguardanti l'inchiesta sul presunto golpe.
"De Lorenzo - sottolinea Cossiga - veniva considerato un generale di sinistra, amico del capo dei partigiani Arrigo Boldrini, protetto da Moro, nominato da Nenni contro il parere di Andreotti".
A proposito della reputazione di De Lorenzo come "generale di sinistra", "Panorama" intervista anche Giuliano Ferrara, il quale rivela che suo padre, Maurizio, allora vicedirettore dell' 'Unita", nel 1967 ebbe incontri riservati col generale. E conclude: "De Lorenzo (partigiano, monarchico, di destra) parlava con tutti; infatti, fu un inciucio bipartisan a farne il capo di Stato maggiore della Difesa un anno dopo il famoso tentato golpe".

5 febbraio 2004 - MITROKHIN: DAI GIORNALI
"L' Unita'"
Destra: Il costoso nulla Mitrokhin
di Enrico Fierro
Flop clamorosi. Inchieste appese al nulla. Montagne di carte prodotte dalle fantasiose rivelazioni di personaggi alla Igor Marini e dal cervellotico lavoro di taglia e cuci di un archivista del Kgb. Telekom-Serbia e Mitrokhin: due commissioni parlamentari d'inchiesta che dovevano essere la pistola puntata alla tempia delle opposizioni si sono invece trasformate in micidiali boomerang per la destra. La Telekom-Serbia è da tempo arenata sulle "verità" dell'ex attore di film porno-soft Igor Marini e di un pietoso "Barnum" di faccendieri, rottami dei servizi segreti e piduisti, con l'opposizione che non partecipa più alle sedute. La Mitrokhin ha ricevuto un colpo mortale dall'audizione di Massimo D'Alema. Non solo per l'abilità del personaggio (freddo, ironico, sprezzante, preparatissimo sull'argomento).
Ma soprattutto per l'inconsistenza delle domande dei commissari. Presto il verbale della seduta sarà pubblicato sul sito di Camera e Senato, su Radio radicale è possibile ascoltare (per chi avesse voglia e una buona dose di pazienza) l'intera riunione, sarà quindi facile rendersi conto che D'Alema ha ragione nel dire che lo scopo della Commissione è uno solo: "Togliersi la soddisfazione di far sedere gli avversari politici sul banco degli imputati". Pensate alla Mitrokhin. I suoi quaranta parlamentari (20 deputati e 20 senatori) lavorano dal 16 luglio del 2002, e continueranno ad indagare fino alla fine della legislatura. Per il momento, i risultati raggiunti sono pari allo zero. Cinquanta audizioni, ore e ore di parole e scontri durissimi tra maggioranza e opposizione, hanno finora prodotto solo una buona dose di veleni. Nomi di presunti spioni al servizio del Kgb pubblicati dai giornali e dati in pasto all'opinione pubblica. Smentite e lettere di scusa.
Ma era proprio necessario, dopo l'arrivo in Italia del dossier di Vasilj Mitrokhin istituire una Commissione parlamentare d'inchiesta? Lasciamo da parte l'opposizione che si è sempre detta contraria, e dimentichiamo il rapporto-Frattini del 2000 (relazione del Comitato di controllo sui servizi segreti approvata da tutti i gruppi) che escludeva responsabilità dei governi e dei servizi segreti nella gestione del dossier Mitrokhin, parliamo di Giulio Andreotti. Che in una delle prime sedute rivolge, con la consueta ironia, la seguente domanda al presidente della Commissione, Paolo Guzzanti: "Poiché gli inglesi questo materiale come l'hanno dato a noi l'hanno dato anche ad altri 3-4 paesi, credo che bisognerebbe verificare se ci sia stato un seguito parlamentare". Risposta - imbarazzatissima - di Guzzanti: "...In nessun altro Paese è stata richiesta una Commissione di inchiesta come quella di cui facciamo parte". Basterebbe ed avanzerebbe. Invece da noi la Commissione si è fatta, si sono impegnati deputati e senatori e soprattutto consulenti. Tanti, un esercito di una sessantina di persone. Giornalisti, storici, slavisti e magistrati, ma anche egregi signor nessuno (c'è un giovane consigliere municipale di An che in genere si occupa di comunicazione) e militari. Nove consulenti a testa hanno i Ds e Forza Italia; 14 Alleanza nazionale; 4 Margherita e Udc; 2 la Lega; 1 i Verdi e il senatore Andreotti; 2 al Gruppo misto. Ben 15 sono stati scelti dal Presidente. Ma a provocare le reazioni indignate dell'opposizione è stata la presenza di tanti, troppi ex agenti dei servizi. "Hanno affidato la custodia del pollaio ad una volpe o un gregge di pecore a un lupo", commentò all'atto della scelta degli esperti il senatore della Margherita Mario Cavallaro.
Lettere delle opposizioni a Pera e Casini per la nomina di Paolo Inzerilli, al Sismi per una trentina d'anni e già capo della struttura "Gladio", del generale Bruno Boccassin (Sismi e Sisde) e del generale Cesare Vitale, capo del controspionaggio e poi comandante del Ros. Ma quanto costano i consulenti? Quelli pagati sono una ventina, lavorano part-time e percepiscono mille euro al mese più il rimborso delle spese. Alcuni solo quello, e solo uno - un magistrato - lavora a tempo pieno. Sono comunque troppi visti i risultati, tuona l'opposizione. Caustico, ancora una volta, Giulio Andreotti: "Più che di tanti consulenti, avremmo bisogno della nostra intelligenza". Sferzante D'Alema: "Mi chiedo se sia giusto impiegare tanto tempo dei parlamentari e le risorse dei cittadini per queste cose, oppure se non sarebbe meglio indagare sull'aumento dei prezzi".

5 febbraio 2004 - PIANO SOLO: GOLPE O NO ?
"Sette" del Corriere della sera
1964-2004 Fu vero golpe ?
di PIER LUIGI VERCESI
Torrido luglio del 1964. Per il centro-sinistra, stagione politica strappata da Aldo Moro alla Dc due anni e mezzo prima con un discorso di sette ore, suonano le campane a morto. Giuseppe Tamburrano, consigliere politico di Pietro Nenni, l'altro grande protagonista del matrimonio social-democristiano, dice al leader socialista: "Vado in montagna, tanto qui va avanti per un paio di mesi". "Se parti", replica Nenni, "torni subito: stavolta ci giochiamo la democrazia".
È il "tintinnar di sciabole" che terrà sveglia l'Italia per molti anni: l'ombra del golpe che si dispiegherà tre anni più tardi, quando un giornalista dell'Espresso, Lino Jannuzzi, ricostruirà la vicenda. Sul banco degli imputati il generale Giovanni De Lorenzo, che ha predisposto il "Piano solo" (che significa: i carabinieri "da soli", degli altri non ci si può fidare) per deportare in Sardegna circa 700 "comunisti", tra cui anche qualche vescovo e cardinale, secondo un'accurata lista stilata dal Sifar, i servizi segreti. Ma anche il presidente della Repubblica Antonio Segni, garante dell'ortodossia Dc, sotto pressione per le riforme reclamate dai socialisti che, impaurendo i piccoli proprietari, sarebbero costate due o tre milioni di voti allo scudocrociato. Il Presidente, già malato, in quella stessa estate sarà colto da un ictus che lo condurrà alla morte.
Tutto accadde, dunque, 40 anni fa. Ma quegli spettri sono stati anticipatamente riesumati dalle lettere piovute sul Corriere della Sera nella rubrica di Paolo Mieli. Il dibattito parte dal luglio del '60, quando il governo Tambroni, sostenuto dal Msi, si deve dimettere per i moti di piazza (Genova, Licata, Reggio Emilia, Palermo e Catania) in cui trovano la morte 10 persone. Un lettore collega quei fatti alla fine del primo governo di centro-sinistra e a qualche "tramestio al Quirinale". Mieli coglie l'occasione: "La prova definitiva di questo golpe non si è mai avuta ma i libri di storia hanno fatto propria la tesi secondo la quale l'Italia si sarebbe trovata sull'orlo di un colpo di Stato. Io ho qualche dubbio". E due giorni dopo, incalzato: "I colpi di Stato si ordiscono o per realizzarli o per minacciarli e provocare un effetto di intimidazione. Dal momento che quel golpe non fu pensato per essere messo in atto, dovrebbe reggere la seconda ipotesi. Ma è mai possibile che l'intimidazione sia stata fatta senza che i minacciati ne avessero avuto una qualche contezza? Più probabile è che Segni e lo stato maggiore Dc volessero far sapere ai socialisti che in caso di moti di piazza la risposta sarebbe stata ben maggiore di quella del '60. Cosa ben diversa dal tentativo di un colpo di Stato. Tant'è che Nenni cedette, Togliatti ironizzò su quel cedimento e un governo di centro-sinistra riprese a governare l'Italia".
C'è di più: un anno dopo, nel 1965, De Lorenzo viene promosso a capo di stato maggiore dell'Esercito. Con il beneplacito dei socialisti. Lo stesso Nenni, nelle sue memorie, vanta i meriti partigiani del generale. E allora ? Sembra che Mieli abbia imboccato la via giusta. La tesi non convince lo storico Nicola Tranfaglia che vede, in questo passaggio, la dimostrazione che "l'intimidazione continuava a funzionare. Perché quello fu un tentativo riuscito di intimidazione della sinistra architettato da Segni e De Lorenzo. Moro fu costretto a cedere. Così come Nenni. Certo, il golpe è qualcosa che si fa o non si fa, ma credo che se Moro e Nenni non avessero ceduto il contrasto sarebbe nato. Difficile poi prevedere dove avrebbe portato: cosa avrebbe fatto la polizia?". Chi dice, poi, che la sinistra non sapesse? "All'epoca", racconta Sandro Curzi, "ero vicino a Togliatti. Altro che si parlava di golpe! Tanto che il Pci prese misure molto serie. Pensammo a come fare uscire l'Unità in clandestinità. Io andai a Ginevra per verificare la possibilità di stamparla lì. De Lorenzo puzzava di golpe, lo sapeva anche Nenni: non ho le prove, ma ho ragione di credere che lui e Togliatti si parlassero".
Se i due leader della sinistra italiana erano in contatto, allora non si spiegherebbe la pesante ironia fatta dal "Migliore" durante l'ultimo discorso pronunciato in piazza San Giovanni a Roma. C'era Emanuele Macaluso, responsabile dell'organizzazione del partito con Natta e Berlinguer: "Disse, nella sostanza, che quel rumore di sciabole era servito a Nenni per calare le braghe. Noi sapevamo poco o niente. C'è chi sostiene che la direzione avrebbe dato, all'epoca, l'ordine di dormire fuori. Ma quando mai: quell'ordine avrei dovuto darlo io. Che Segni, uomo molto determinato, volesse prendere in mano la situazione anche andando contro la Costituzione è fuor di dubbio. Persino Scelba, che non era uno specchiato democratico, convocato dal Presidente che gli disse di tenersi pronto, rifiutò, replicando: non intendo partecipare a un'operazione extraparlamentare; così verrai accusato di golpe. Allora Segni ripiegò su Merzagora e convocò De Lorenzo dicendogli di star pronto. Nenni sapeva cosa stava bollendo in pentola, ma non conosceva i dettagli, per questo appoggiò la nomina di De Lorenzo a capo dell'Esercito".
Su questo punto lo storico Giovanni Sabbatucci è di opinione diametralmente opposta: "Nenni aveva interesse a che le cose non si sapessero. Perché lui non avrebbe fatto una bella figura. Per questo fu reticente anche negli anni successivi. De Lorenzo fu un mero strumento, che servì a Segni, a Moro e a Nenni stesso. Non si può definire il "Piano solo" un tentativo di golpe, al massimo è un eccesso di difesa. Segni molto probabilmente vedeva in questa operazione non un tentativo di occupazione dello Stato bensì una difesa da possibili attacchi. Nella sostanza, la Dc voleva uno strumento forte per dire ai socialisti: volete stare con noi, e allora toglietevi di testa grandi programmi di riforma. Il Psi, dal canto suo, poteva minacciare i morti di piazza, e la Dc, che strumenti aveva? Per questo Segni diede risalto alla visita di De Lorenzo".
Eugenio Scalfari, grande protagonista della denuncia di golpe insieme a Jannuzzi nel '67, rispondendo sul Venerdi' a un lettore, che prendeva spunto dal dibattito suscitato da Mieli sul Corriere, ribadisce invece la sua convinzione sulla drammaticità di quel luglio '64. È ovvio, sostiene, che "nessun mutamento istituzionale avvenne" ma è altrettanto vero che quel "rumore di sciabole" determinò "mutamenti politici molto rilevanti": "Se condizionare la situazione politica con il "rumore delle sciabole" è un fatto eversivo - e lo è - allora il "golpe" ci fu".
La tesi della "difesa dello Stato" - quindi non golpista- è elaborata in maniera suggestiva da Tamburrano, lo storico di Nenni e del centro-sinistra: "Il "Piano solo" non è altro che la versione "interna" di Gladio. Mentre il secondo scattava in caso di invasione sovietica, il primo metteva al riparo dai pericoli interni, dalla piazza "comunista". li "Piano solo", infatti, esisteva già molti mesi prima di quel luglio '64 e faceva appello anche a forze della società che sarebbero dovute entrare in funzione in caso di pericolo rosso". Quest'ipotesi sembra trovare conferma nella memoria di Marcello Staglieno, vicepresidente del Senato ai tempi del primo Berlusconi: "Ero poco più che un ragazzo, a Genova. Un giorno mi invitano nella villa che fu di Rocco Piaggio, in via Capo di Santa Chiara. Sui miei diari ho segnato: 11 aprile, alle 4 del pomeriggio. C'erano molti giovani. Arrivò De Lorenzo in borghese, con un pessimo gessato, lo notai perché portavo il primo abito regalatomi da mio padre. C'era anche il principe Borghese. Parlarono di comunisti, di star pronti e mi parve che volessero battere cassa". Su quest'ultimo dettaglio è difficile trovare conferme, anche perché non erano i soldi a mancare, tanto più che si mormorava di un'ingentissima somma stanziata dal "direttorio della torretta", come veniva chiamato il gruppo di lavoro che si stringeva attorno al presidente della Confindustria a cui erano riservate, appunto, le stanze della torretta nella sede romana: denaro stanziato per far cadere il governo di centro-sinistra.
I sentimenti degli industriali non erano un mistero per nessuno. Il 28 giugno 1964, infatti, dalla base Nato di Verona partiva un telex al Comando di Heidelberg, in Germania, che faceva seguito a una richiesta di informazioni. Nel documento, tra l'altro, si legge: "...possibile colpo di Stato in Italia nel prossimo futuro"; si parla di una specie di marcia su Roma organizzata dal Msi con veterani e prigionieri di guerra per ristabilire il sentimento patriottico italiano, "creare un'atmosfera favorevole per la fine dell'attuale trend politico e per istallare un nuovo ordine fondato sui tradizionali valori politici e morali della nazione"; i fondi necessari "saranno forniti dalle confederazioni degli industriali e degli agricoltori". Come dimostrano i documenti declassificati della Cia, il Dipartimento di Stato americano temeva le conseguenze di un crollo del centro-sinistra, un golpe appunto, ma non condivideva le paure di Segni sul pericolo comunista. Questa era l'opinione dell' ambasciatore americano a Roma. La Cia era meno ottimista, poi si allineò con l'ambasciata nel sottolineare che il colpo di Stato sarebbe potuto venire da destra piuttosto che da sinistra. Tutto questo mentre ci si avvicinava a quei fatidici 10 giorni che sconvolsero persino Moro. Al di là delle interpretazioni, l'uomo che vide più lontano di tutti fu Nenni: "Sapeva", testimonia Tamburrano, "che dal centrosinistra si usciva solo per rientrare nel centrosinistra. Sul piatto c'erano lo statuto dei lavoratori, le regioni e soprattutto l'urbanistica. La gente, allora, pensava: ci vogliono nazionalizzare la casa. E la Dc avrebbe perso una marea di voti. Moro mandava segnali a Nenni, che diceva di avere anche un filo con il Quirinale. Chissà se Segni stesso? 1 suoi, Giolitti e Lombardi, erano inconsapevoli di tutto e Lombardi immaginava, dentro di sé, di abbattere il regime a colpi ù1 di riforme. Era un rivoluzionario. Il 15 luglio Segni convoca De Lorenzo. II 16 qualcuno racconta dell'incontro, in casa dell'avvocato Mattino, di De Lorenzo con lo stato maggiore della Dc. Nel pomeriggio tornarono a parlarsi le delegazioni dei quattro prtiti. Moro e' sfatto e accusa un malessere. Rumor sussurra all'orecchio di Nenni: "Aiutateci, siamo al limite della disgregazione". Alle tre del mattino l'accordo è siglato. Nenni capì che la legge sull'urbanistica poteva attendere: li' si giocava la democrazia".
Fu tentativo di golpe? "Non per Segni", spiega Tamburrano. "Non voleva si ripetessero i fatti del '60 e chiese, probabilmente, a De Lorenzo di attrezzarsi. Il generale ragionò come un alto ufficiale: a mali estremi estremi rimedi".
Insomma, un gran pasticcio. Potrebbe avere ragione Alberto Arbasino che nella sua lettera al Corriere ha scritto: "La quantità crescente di prove e controprove sul "gcolpe '64" non indurrà taluni a concludere che fu forse "una delle solite buffonate all'italiana'?".
Pier Luigi Vercesi

LINO JANNUZZI
La telefonata di Moro e i 77 omissis
I documenti censurati. l'incontro con Ferruccio Parri. II ruolo di Antonio Segni e quello di Aldo Moro... II giornalista che diede il la all'inchiesta sul ''Piano solo'' racconta tutti i retroscena.
''Scoppia lo scandalo del Sifar: spioni che spiano tutto e aprono dossier su tutti.
Io non me ne occupo. Sono in Sicilia dal mio amico Sciascia. Mi telefona Eugenio (Scalfari, ndr): ti devi mettere su questa storia, L'Europeo ci sta facendo neri... ''.
E' la primavera del '67, L'Espresso era nato da una costola proprio dell'Europeo. Lino Jannuzzi era quello che e' ora, nonostante le diverse collocazioni politiche: giornalista. Buoni rapporti con radicali e socialisti. Torna a Roma e prova a tener
testa a Renzo Trionfera, il giornalista dell'Europeo che stava macinando scoop.
''Sono alla Camera dove si trascina un dibattito estenuato, che non frega piu' niente a nessuno. E infatti siamo due gatti quando Anderlini, parlando di registrazioni e spionaggi, sibila: ''...meglio non parlare di qualcosa di ancora piu' grave, come cio' che e' successo nell'estate del 1964...''. Al tavolo del governo si vede chiaramente Moro agitarsi. Ma la gente e' stanca. Io aspetto Anderlini al bar: ''Cosa intendeva dire?''. Ma e' reticente. Non vuole parlare, e comunque non li'. Mi da' appuntamento nella redazione dell'Astrolabio, il giornale di Parri: ''Meglio se te ne parla Ferruccio'', dice''.
Parri aveva rapporti stretti con i ''generali democratici''. Un po' per il suo ruolo nella Resistenza e nei primi governi, un po' perche' da giovane tenentino aveva stilato i piani di Vittorio Veneto.
''Parri mi dice che durante il governo di centro-sinistra si erano preparate brutte cose. E mi mette in contatto con agenti in grado di ricostruire tutta la vicenda. Una settimana dopo scrivo: ''Complotto al Quirinale''. Io non uso la parola golpe. Lo fa Scalfari, che spara in prima pagina Segni e un De Lorenzo con il monocolo usando la parola ''colpo di Stato''. Al processo, infatti, io prendo un mese in meno di lui. Al giudice ho detto la verita': ''Eugenio e' stato coraggioso, si e' fidato di me''. Nemmeno a lui avevo confidato i nomi dei miei informatori, con i quali avevo stretto un patto: faccio i nomi solo se mi processano''.
I fatti, come li racconto' Jannuzzi, verranno confermati, nella sostanza, da una commissione parlamentare presieduta dal senatore Giuseppe Alessi, tra i fondatori della Dc siciliana, oggi centenario.
''Appena condannati, io vengo eletto senatore per i radicali ed Eugenio deputato per i socialisti. E cosi' si ottiene la commissione d'inchiesta. Fu golpe? Certo che ci fu il tentativo: parliamo di un comandante dei carabinieri che, senza informare il
governo, prepara un piano come quello. Dice poi al presidente della Repubblica: ''Se non si riga dritto intervengono i carabinieri da soli'' Siccome al centro-sinistra, allora, politicamente non c'era alternativa, e' ovvio che si prospettava la guerra civile. Se questo sia golpe o no, probabilmente e' solo una questione linguistica.
Ma scusatemi: se si condannano i generali del caso Ustica
per alto tradimento perche' non hanno informato dei fatti il governo, cosa si doveva fare con De Lorenzo? In quell'apoteosi di onnipotenza il capo dei carabinieri fece persino
registrare i suoi colloqui con Segni, per crearsi un alibi''.
Tutto questo, ovviamente, sopra la testa di Moro.
''Certo, non era affidabile e, comunque, non avrebbe mai autorizzato l'intervento in tempo utile. A supporto del piano da realizzarsi ''solo'' con i carabinieri, De Lorenzo porto' a Segni i risultati elettorali di un collegio dove votavano molti poliziotti: ''loro'', diceva quell'analisi, erano di sinistra.
Un piano di difesa delle istituzioni poteva rientrare solo nell'ambito della strategia Es, di emergenza, approntata dopo la crisi del '60, che prevedeva l'azione del governo e coinvolgeva anche la polizia. Se il governo non fu informato, allora fu un tentativo di golpe''.
Ma non fu' tutto un po' troppo amplificato dal colpo di Stato dei Colonnelli che in Grecia si stata consumando proprio a cavallo dell'uscita del suo articolo?
''Certo, quello era il clima, ma De Lorenzo andava giu' pesante, accanto al ''Piano solo'' aveva predisposto il ''Piano sigma'', una specie di richiamo dei carabinieri in congedo e reclutamento, soprattutto al Nord. Gente d'appoggio, insomma''.
A questo punto bisogna chiamare in causa anche il presidente della Repubblica. ''Segni questa cosa l'ha subita. Al congresso di Napoli in cui Moro riusci' a convincere la Dc che era giunto il tempo di imbarcare i socialisti, si stabili' anche che Segni andasse al Quirinale per vigilare su questi sospetti alleati.
Nel '64 la situazione era difficile, anche economicamente: ci fu la famosa lettera di Colombo da Bruxelles che rappresentava anche le preoccupazioni dell'Europa, lettera che venne tenuta nascosta da Moro ma che qualcuno fece scivolare nelle tasche di un giornalista del Messaggero. Segni sapeva che bisognava essere pronti. E De Lorenzo ne approfitto'. Se poi il colpo di Stato avrebbe potuto funzionare, chi lo sa? Tanti anni dopo mi sono ricordato di una frase che allora mi disse Franco Restivo: ''In Italia il golpe non lo faranno i militari, lo faranno i magistrati, perche' i soldati italiani, in fondo, sono dei bonaccioni, mentre i giudici hanno poteri reali che prima o poi useranno''''.
Ma se tutto era cosi' chiaro, perche' all'inizio lei e Scalfari siete stati condannati ?
''Il pm aveva molti pregiudizi nei nostri confronti. Diceva che avevamo esagerato, che De Lorenzo era un galantuomo. Durante la mia deposizione, che duro' tre giorni, io sciolsi le riserve e raccontai delle fonti e siccome avevo parlato riservatamente
con il generale Manes, il vicecomandante che era stato tenuto all'oscuro di tutto, dissi: ''Tutto quello di cui stiamo dibattendo e' chiarito in un'inchiesta interna fatta dal vicecomandante dei carabinieri conservata nella cassaforte del comando dell'Arma''. Il pubblico ministero richiese il documento. E il famoso ''rapporto Manes'' gli venne subito consegnato. Comincio' a leggerlo ma non aveva ancora finito e, soprattutto, non l'aveva ancora consegnato al tribunale quando arrivo' la telefonata di Moro che diceva: per carita', ridatecelo immediatamente, perche' in quel documento ci sono segreti politico-militari; ve lo rimanderemo al piu' presto. Certo, torno', ma con 77 omissis, quando in realta' le violazioni di
segreti sulle basi americane in Sardegna non erano piu' di tre o quattro.
Quindi la verita' non pote' essere usata, anche se il pm, da allora, cambio' atteggiamento nei nostri confronti''.
P.L.V.

7 febbraio 2004 - PIANO SOLO: LETTERE AL CORRIERE
"Il Corriere della sera"
GIACOMO MANCINI Il caso De Lorenzo
Caro Mieli, in merito alla ricostruzione da lei utilmente promossa, delle torbide trame, politiche e dei servizi, di quarant'anni fa, ritengo sia giusto e utile sottolineare il ruolo che assunse, all'interno del governo di centrosinistra, un giovane e combattivo ministro socialista: Giacomo Mancini. In Consiglio dei ministri, mio padre si battè contro la proposta dell'allora premier, il dc Aldo Moro, che aveva chiesto l'allontanamento dal servizio del generale Manes, integerrimo vicecomandante dell'Arma dei carabinieri e implacabile accusatore del generale De Lorenzo. Mancini riteneva - e lo spiegò in un libro-intervista curato dal giornalista Matteo Cosenza - che Moro, in quella circostanza, e in tutti gli episodi connessi alla questione Sifar, avesse seguito "una linea, che soltanto eufemisticamente può essere considerata di cautela e di riservatezza". All'intervistatore, che lo incalzava sui possibili collegamenti tra il fermo atteggiamento, assunto da Mancini sul caso De Lorenzo, e la successiva, violenta campagna della stampa fascista contro di lui, l'ex ministro così rispose: "Le trasgressioni del periodo seguente, le colpevoli inadempienze, le gravi e insanabili deviazioni, che hanno colpito il sistema democratico, sono in connessione con quei fatti, sui quali non si è indagato nel modo giusto". E attaccò "la concezione proprietaria dello Stato da parte della Dc", partito che è stato di recente "assolto" da un giudice non del tutto imparziale, Mariotto Segni, figlio dell'ex capo dello Stato, Antonio, nel corso del dibattito su "La 7". Anche negli anni successivi, il ruolo degli apparati statali e il funzionamento, tutt'altro che irreprensibile, dei servizi di sicurezza fu analizzato, coraggiosamente (ricordo la sua relazione da segretario del partito, al congresso socialista di Genova del 1972), da Giacomo Mancini. Che, nella campagna elettorale del 1968, propose e ottenne dalla direzione socialista, al cui interno non mancarono le voci contrarie, le candidature in Parlamento di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, i giornalisti che sull' Espresso avevano raccontato il "tintinnar di sciabole", come Pietro Nenni definì gli inquietanti fatti del 1964.
Pietro Mancini

INCHIESTA SUL SIFAR
Nessun tentato golpe
Caro Mieli, pure io, che all'epoca comandavo una stazione carabinieri, "non dubito affatto di quel che il senatore democristiano Rino Alessi, relatore di maggioranza della Commissione d'inchiesta sul caso in questione, scrisse a proposito dell'affaire Sifar". E come lei, non credo al tentato golpe: nessuno di noi sarebbe venuto meno al proprio dovere o poteva essere costretto a compiere atti in contrasto con la legislazione del tempo. Non è retorica del senno di poi, ma intima ripulsa per un'accusa risibile e meschina.
Luciano Colombo

7 febbraio 2004 - PIANO SOLO: GUERZONI, VOLEVANO DISFARSI DI MORO
"Il Corriere della sera"
L'INTERVENTO Corrado Guerzoni rilegge gli eventi legati al presunto golpe
Luglio '64: il Piano era disfarsi di Moro
Il collaboratore dello statista e i punti oscuri: la lettera di Colombo, la riunione da Morlino, il ruolo di De Lorenzo
Prendo spunto da quanto ha scritto Paolo Franchi nella sua rubrica "La nostra storia" del 30 gennaio per qualche precisazione sugli eventi del luglio 1964. Ho letto, ad esempio, che la lettera "riservata" del ministro del Tesoro Colombo a Moro fu pubblicata "a sorpresa". Ma a sorpresa di chi? Certo, non di Moro che, avendo preferito sulle prime ignorarla, sapeva benissimo di offrire così il pretesto per la sua pubblicazione. Quella lettera rientrava nella campagna promossa dall'asse Colombo-Carli-Segni, il cui scopo era di escludere i socialisti dal governo o di costringerli ad accettare un notevole ridimensionamento delle loro ambizioni. Quando scoppiò la crisi di governo, una parte dei democristiani (con l'ammiccamento di altri) pensò che fosse la volta buona per disfarsi di Moro. Il presidente del consiglio, d'altronde, era già stato allontanato a gennaio dalla segreteria del partito. Vengo all'incontro in casa Morlino tra Moro, Rumor, Zaccagnini, Gava e il generale De Lorenzo. Fu Moro, dopo un colloquio con il presidente della Repubblica Segni, a indire la riunione. Segni gli aveva manifestato ansietà per la situazione politica, economica e dell'ordine pubblico, della quale il generale De Lorenzo gli aveva, a suo dire, delineato un quadro a tinte fosche: considerava pressoché improponibile la ripresa della collaborazione con il Psi, e non escludeva affatto lo scioglimento delle Camere e l'indizione di elezioni politiche da parte di un monocolore dc o da un governo guidato da una personalità come Merzagora. Moro motivò invece l'inderogabile necessità politica di proseguire quella collaborazione. Di fronte alle ripetute insistenze di Segni, si dichiarò disponibile a verificare di persona. Di qui la riunione in casa Morlino, alla quale, non come partecipante, ma come consultato, fu a un certo punto ammesso De Lorenzo, accompagnato fino all'uscio dal comandante Cossetto, persona di assoluta fiducia di Segni. Il generale fece chiaramente comprendere che si muoveva per corrispondere alla profonda preoccupazione del Quirinale. Fu sentito poi il capo della polizia Vicari che confermò, come De Lorenzo, la possibilità di mantenere l'ordine in qualsiasi circostanza. Ma, in disparte e sottovoce, disse a Moro: "Lei, comunque, farebbe meglio a rinunciare all'incarico di formare il nuovo governo".
Segni fu poi rassicurato da Moro, che si dichiarò ben consapevole della delicatezza del momento, e tuttavia in grado di affrontarla con la corresponsabilità avvertita dei socialisti. Ciò fu possibile dopo un incontro tra Moro e Nenni, che non fu rozzamente improntato al ricatto del "tintinnar di sciabole". I due uomini politici, che si stimavano profondamente, affrontarono con realismo la situazione, guardando ai riflessi interni e internazionali delle loro determinazioni; e decisero di continuare la collaborazione, convinti che era finita, se mai c'era stata, l'età delle illusioni, e che non con sfide e ricatti, ma con pazienza e fatica, si sarebbero potute tenere insieme le forze politiche, a loro volta unite, per quanto possibile, al proprio interno.
Se poi ci fosse o non ci fosse stato un tentativo di complotto, nel senso etimologico e tecnico del termine, e quale significato e portata si dovesse attribuire al Piano Solo, ideato e definito in un contesto procedurale sicuramente illegale, è questione dello storico. Comunque, non ebbe influenza alcuna nell'origine, nell'andamento e nella soluzione della crisi, il cui epicentro fu e resta la lettera di Colombo. Compito del testimone, per la parte di sua diretta conoscenza, è precisare che Moro avvertì le difficoltà e i rischi, valutò le tensioni e i possibili sconfinamenti dalla legalità democratica, e li comunicò senza reticenze a Nenni. Del resto Moro non disistimava De Lorenzo, come non disistimò più tardi il generale Miceli, nel presupposto che un leader democratico che voglia preservare l'integrità della Repubblica e l'incolumità dei cittadini guarda ai servizi concreti resi in momenti drammatici della vita dello Stato, al di là dell'opinabilità delle biografie individuali.
Corrado Guerzoni

11 febbraio 2004 - MITROKHIN: D'ALEMA, PER SERVIZI DOSSIER POCO IMPORTANTE
ANSA:
MITROKHIN:D'ALEMA,PER SERVIZI DOSSIER SCARSAMENTE IMPORTANTE
DA META' ANNI '70 KGB CONTRASTO' PCI
Massimo D'Alema, presidente del Consiglio quando nel settembre del '99 esplose in Italia la vicenda Mitrokhin, conferma: "il giudizio dei nostri servizi segreti dava una scarsa importanza al dossier che era arrivato da Londra rispetto a problemi riguardanti la sicurezza dello Stato". D'Alema ha sottolineato, ascoltato ieri sera fino a tarda notte dalla commissione di inchiesta, di non aver mai letto il dossier direttamente se non quando venne reso pubblico dalla commissione stragi. L'ex presidente del Consiglio ha contestato alcune delle domande rivoltegli perche' riguardavano, secondo il suo giudizio, "piu' la storia del Pci che i fatti concreti legati alla gestione delle carte". D'Alema ha anche detto che il Sismi, nel settembre del '99, invio' le carte alla magistratura in due tronconi e cio' perche' si stava ancora provvedendo alla traduzione di alcuni documenti. Una prima serie di carte fu richiesto ed ottenuto dalla procura della repubblica di Roma il 21 settembre. Circa un mese dopo il dossier non era ancora pero' giunto completamente alla Procura di Roma tanto che il procuratore Vecchione scrisse al Sismi, e per conoscenza al presidente del Consiglio per sollecitare la trasmissione di tutti i documenti. Ieri sera la lettera di Vecchione e' stata letta dal senatore di An Franco Mugnai. D'Alema ha spiegato cosi' la questione: "nel passaggio delle carte io mi attivai nell'ambito dei miei compiti istituzionali. Le carte arrivarono in due fasi solo per ragione di traduzione. Una parte del fascicolo fu inviata qualche tempo dopo perche' si stava ancora traducendo il tutto, fatto che io sollecitai". D'Alema ha sottolineato nel suo intervento che sia dal punto di vista politico-parlamentare con la relazione del Copaco, diretto da Franco Frattini, sia con le scarse rilevanze giudiziarie il giudizio di una non rilevante importanza e' stato confermato. "Se poi voi pensate - ha aggiunto D'Alema - che questo giudizio possa contrastare con gli elementi che avete raccolto chiedetelo a chi ha espresso questo giudizio e non a chi lo ha ricevuto". D'Alema, rispondendo alle domande di Enzo Fragala', ha detto che "per quanto gli consta" l'allora ministro dela difesa Carlo Scognamiglio non venne informato del dossier "Mitrokhin" prima dell' estate del '99. "Delle informative erano pervenute all' esecutivo, anche se non a me ma in una forma che non era direttamente riconoscibile: nel senso che le informative erano su operazioni svolte nell'ambito della cooperazione internazionale tra i servizi. Nell'informativa non c'era alcun riferimento diretto al dossier. Solo dopo si comprese che queste operazioni erano collegate alle note del dossier. Le operazioni di controspionaggio erano in corso, i servizi avevano informato l'autorita' politica ma in una forma tale che per noi non sarebbe stato possibile collegarle direttamente al dossier perche' il nome di Mitrokhin non compariva. Erano operazioni di controspionaggio svolte in cooperazione con i servizi stranieri". D'Alema conferma, dopo l'audizione delal scorsa settimana, il giudizio di "correttezza" sul comportamento del governo da lui guidato e da quelli guidati precedentemente da Dini e Prodi. Anche quest'ultimo "non aveva riscontri nel dossier. Era stato informato di un'altra cosa: le informative, in divenire provenienti da una fonte. In una intervista il ministro Andreatta chiari' l'equivoco. Successivamente fu chiarito in che modo e in che termini il governo Prodi venne informato dai servizi. Tutto cio' risulta dalla relazione del Copaco". Tra le molte domande di ieri sera una di Giulio Andreotti che ha chiesto a D'Alema se fosse al corrente che, poco prima di morire, il giudice Falcone stesse indagando sui fondi del Pcus e che avrebbe dovuto incontrare il procuratore russo Stepankov. "E' una cosa che io non ho citato mai perche' non voglio apparire come colui che alleggerisce la responsabilita' della mafia ma certo questa coincidenza e' un fatto", ha spiegato Andreotti. D'Alema ha detto di non conoscere la vicenda.

12 febbraio 2004 - PIANO SOLO: DAI GIORNALI
"Avvenire"
"Piano Solo", golpe o no? Chi sa, parli
Antonio Airo'
Nel luglio di 40 anni fa ci fu effettivamente un "tintinnio di sciabole", come avrebbe scritto Pietro Nenni, preludio a un vero e proprio "golpe" gestito direttamente dal generale De Lorenzo, allora alla testa dei servizi segreti? E il "Piano Solo" che prevedeva l'arresto preventivo di alcune centinaia di politici, in gran parte comunisti, ebbe l'approvazione del presidente della Repubblica, Antonio Segni? E la difficile crisi di governo, dovuta alle dimissioni del primo governo di centrosinistra presieduto da Moro, avrebbe dovuto portare a un nuovo governo più tecnico e meno politico guidato dal presidente del Senato Cesare Merzagora o comunque a un "ammorbidimento" delle pretese dei socialisti, che finirono per cedere "spaventati" dal possibile colpo di Stato del generale De Lorenzo? Interrogativi che sono tornati nel dibattito di questi giorni, con due principi del giornalismo - Paolo Mieli e Eugenio Scalfari - in aperta contrapposizione. Con il primo ad escludere il "golpe" e il secondo a sostenere che un intento eversivo ci fu, anche se non fu poi realizzato. Già il nostro giornale ha pubblicato nei giorni scorsi alcune lettere finora inedite di Segni a Moro, nelle quali emerge la preoccupazione del presidente della Repubblica e per la difficile situazione economica e per le possibili minacce all'ordine pubblico. Oggi il settimanale "Sette" ospiterà altri documenti sconosciuti finora in possesso di Mario Segni. In quei giorni caldi di luglio, Mariano Rumor era segretario della Dc e ben conosceva le difficoltà per la ricostituzione del centrosinistra e le continue e frequenti sollecitazioni di Segni "a non arrivare a conclusioni che incidessero nella stabilità democratica e nella tranquillità dell'ordine pubblico", come scrive nelle sue memorie. Ma Rumor fu anche uno dei partecipanti alla famosa riunione che Moro indisse, la mattina del 17 luglio, nell'abitazione del senatore Morlino per ascoltare direttamente il generale De Lorenzo. "Nessuno di noi - annota il segretario della Dc - poteva immaginare le illazioni che si sarebbero tratte. Né potevamo immaginare l'enfatizzazione data a una consultazione che si svolse senza drammatiche conclusioni". De Lorenzo, secondo Rumor, non mancò di segnalare "le tensioni dell'opinione pubblica", sconsigliando il ricorso ad eventuali elezioni anticipate. Ma nell'incontro "non emerse allarme di sorta circa possibili disordini e non si accennò nemmeno lontanamente a possibili reazioni". Per il segretario della Dc il "Piano Solo" predisposto da De Lorenzo, "generale ambizioso e intraprendente... se fu una gravissima e scorretta iniziativa, nel contenuto non rivelava alcuna connessione con la situazione politica del luglio 1964, ma era un'ipotesi valida per qualsiasi evenienza sovversiva". Anche Paolo Emilio Taviani, allora ministro dell'Interno, distingue tra la situazione politica di quei giorni e il "Piano Solo" nei suoi diari: "Non costituiva di per sé un atto illegittimo... Fu invece un atto arbitrario la riunione dei vertici dell'Arma per discutere il piano in previsione di una emergenza internazionale che nel 1964 non sussisteva". Un atto del quale non fu informato l'allora ministro della Difesa Andreotti. Tuttora vivo e vegeto. E certamente con buona memoria.

14 febbraio 2004 - LETTERA GIULIETTO CHIESA SU COMPROMESSO STORICO
"Il Manifesto"
Il paradigma cileno
Leggo l'articolo di Maurizio Matteuzzi sul manifesto del 5 febbraio ("E Kissinger vinse due volte"), e sbalordisco. Vi si legge, testualmente, in riferimento all'analisi di Berlinguer sul compromesso storico comparsa su Rinascita circa un mese dopo il golpe cileno, che "Dal trionfo cileno del dottor Kissinger (Berlinguer) concluse che vincere l'avversario per via democratica era impossibile. Al massimo ci si poteva battere - e unire alla Dc - per fermare l'avanzata del fascismo. Le Br, paradossalmente, arrivarono alle stesse conclusioni del Pci: non c'erano sbocchi alle grandi lotte degli anni '60 in quel quadro istituzionale".
In queste poche righe sono condensati tanti errori storici che è difficile districarsene in poche righe. Se Matteuzzi avesse letto quelle pagine avrebbe capito subito che l'idea di Berlinguer era distante anni luce da questa sintesi maldestra. Al contrario, l'intero discorso del compromesso storico fu concepito come l'organizzazione della difesa della democrazia nelle condizioni dell'esercizio della forza e della violenza da parte degli Stati uniti. Non una fuga dalla via democratica, ma l'organizzazione, molto realistica, delle condizioni attraverso cui far vincere la via democratica. Cioè organizzando un sistema di alleanze tale da impedirne il rovesciamento con la forza, com'era appena avvenuto in Cile. Non basta il 51 per cento, pensava Berlinguer, per ottenere la trasformazione democratica, riformatrice, socialista dell'Italia (e di nessun altro paese del mondo). Ci vuole un'alleanza molto più larga. Non basta vincere le elezioni, occorre costruire uno schieramento democratico che renda impossibile l'eversione. La formulazione di Matteuzzi non corrisponde né al testo, né allo spirito di quel saggio.
Ma dove sono superati tutti i limiti è nell'affermazione (non si sa se volutamente ambigua o irresponsabile) secondo cui le Brigate rosse "arrivarono alle stesse conclusioni del Pci". Ovvio che, non avendo capito queste ultime, si fa in fretta a metterle sullo stesso piano di quelle delle Br. Se poi, volendo, si andasse un pochino più indietro, alla strage di piazza Fontana; e un pochino più avanti, al rapimento e uccisione di Aldo Moro, non dovrebbe essere difficile capire che Enrico Berlinguer aveva previsto esattamente ciò che stava per accadere. La strategia della tensione fu (insieme alla P2) l'avvio dell'uscita delle forze reazionarie, appoggiate dai servizi segreti statunitensi, da quel terreno democratico su cui la sinistra aveva continuato ad avanzare. Un'avanzata che non era contrastabile con mezzi democratici. Il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta furono l'epilogo e la vittoria della reazione. Vittoria militare, non democratica, alla quale le Brigate rosse diedero un contributo determinante.
Giulietto Chiesa

C'è solo un punto, dell'infervorata lettera di Giulietto Chiesa, su cui concordo e che, potendo tornare indietro, non riscriverei negli stessi termini. Il passo dell'articolo in questione in cui ho scritto che "Dal trionfo cileno del dottor Kissinger (Berlinguer) concluse che vincere l'avversario per via democratica era impossibile". Quel "per via democratica" è fuorviante e ha ragione Chiesa (con Berlinguer): non sarebbe bastato il 51per cento per ottenere la trasformazione democratica, riformatrice e tantomeno socialista dell'Italia (come non era bastata nel Cile di Allende dove la Unità popolare aveva ancor meno forza). Quanto al resto sono opinioni di Chiesa, riguardo al compromesso storico (che in tutta evidenza suscita ancora molte nostalgie), ai suoi fondamenti teorici e ai suoi esiti pratici. Opinioni rispettabilissime ma non per questo sempre condivisibili a fronte di altre altrettanto prestigiose. Alcune delle quali, nel caso Chiesa sia interessato, erano presenti e argomentate anche nell'inserto speciale che il manifesto ha dedicato al trentennale del golpe cileno, l'11 settembre 2003.
m. m.

15 febbraio 2004 - CRACK PARMALAT: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
IL RETROSCENA
I pm milanesi che indagano sul crac Tecnosistemi hanno inviato un plico ai colleghi dell´indagine Parmalat
E spunta la pista massonica a Parma un dossier su Mutti
L´iniziativa nasce da una perquisizione negli uffici dell´ex presidente della Standa
Nei documenti il nome di un dirigente che in Brasile lavorava per i due gruppi e per Cirio
LUCA FAZZO
MARCO MENSURATI
MILANO - Mancava solo l´impronta della massoneria, per rendere il pasticcio della Parmalat un riassunto quasi perfetto della italian way alla criminalità economica. Ed ecco la tessera che mancava. Sta in un plico partito a metà della scorsa settimana dalla Procura della Repubblica di Milano per Antonella Ioffredi e Silvia Cavallari, i due pm emiliani titolari dell´indagine sul gruppo di Calisto Tanzi. Nel plico, il resoconto di una perquisizione eseguita nell´abitazione e negli uffici di un personaggio che finora nelle cronache sul crac Parmalat era entrato solo di striscio: Mario Mutti, imprenditore di lungo corso, già direttore generale della Federconsorzi, buon amico di Silvio Berlusconi (che lo piazzò nel 1989 alla guida della Standa e poi lo inviò in Spagna come proconsole del gruppo Fininvest) e oggi patron di un´azienda finita gambe all´aria, la Tecnosistemi. Mutti è indagato per bancarotta fraudolenta da due pm milanesi, Laura Pedio e Luigi Orsi. Ed è dalla perquisizione a suo carico che saltano fuori documenti di impronta inequivocabilmente massonica. Mutti è un "grembiulino", come si dice in gergo. E non solo. Il suo nome compariva nelle liste di Stay behind, ovvero della rete Gladio, l´organizzazione segreta creata dall´Alleanza atlantica negli anni Sessanta per scatenare la guerriglia in caso di presa del potere comunista in Italia.

La Guardia di finanza, quando perquisisce la casa di Mutti, trova anche documenti di Gladio, e anche questi finiscono insieme alle carte del Grande oriente nel plico inviato a Parma. Ma non si tratta solo di folklore o di curiosità. Perché tra le carte sequestrate a Mutti ce ne sono alcune che documenterebbero con dettagli preoccupanti l´intreccio tra i due capitomboli finanziari. Un dettaglio, su tutti, unisce i dissesti di Parmalat e Tecnosistemi all´altro grande buco di questi mesi, l´affare Cirio. Un dettaglio il cui senso è ancora tutto da interpretare. Sia Cirio sia Parmalat sia Tecnosistemi hanno robusti interessi in Brasile. E tutte sono rappresentate in Brasile dalla stessa persona: Giampaolo Grisendi, il manager indicato da Fausto Tonna, nelle sue confessioni, come il regista delle operazioni che segnarono l´inizio dei guai di bilancio per il gruppo di Collecchio. Oggi le filiali locali delle tre società sono andate gambe all´aria, e un magistrato di San Paolo, Carlos Henriques Abrao, ipotizza che dietro a questo scenario di finanza allegra e di fallimenti ci sia un corposo flusso di riciclaggio di denaro sporco.
In Italia, d´altronde, le piste del massone Mutti e del cattolicissimo Tanzi hanno iniziato a incrociarsi già anni fa, quando Parmalat decise di sbarcare in Borsa: l´operazione passò attraverso una società di Mutti, la finanziaria Centro Nord, che si fuse con Parmalat. Mutti è stato fino al 1998 consigliere d´amministrazione di Parmalat. Parmalat ha posseduto fino all´anno scorso una quota di Tecnosistemi. Partecipazioni incrociate che denotano, se non altro, sintonia d´intenti. E anche dopo l´uscita dal Cda di Parmalat Mutti ha continuato a fare affari con Tanzi: insieme i due detengono una parte delle azioni della Aranca, una società palermitana che produce succo di agrumi, sui motivi reali della cui acquisizione hanno parlato con i pm alcuni ex collaboratori di Tanzi.
La Tecnosistemi di Mutti - che oggi è in amministrazione straordinaria, cioè tecnicamente fallita - era finita sui giornali un paio d´anni fa, quando Mutti aveva realizzato una joint venture assai chiacchierata con l´Enav, l´ente pubblico di assistenza al volo. Intercettando i telefoni dei vertici Enav (nell´ambito dell´inchiesta sulla strage di Linate) la Procura milanese aveva scoperto che Mutti era legato a filo doppio ai vertici lombardi di Forza Italia. Ne erano nate una serie di interrogazioni parlamentari e l´affare era naufragato.

"Il Corriere della sera"
Indagine in Svizzera sui conti segreti di Tanzi
Due rogatorie per i movimenti di denaro. La banca e i legali di Lugano: il deposito c'è, ma da noi sono passati solo due milioni
MILANO - "Bisogna lavorare fino in fondo per ricostruire completamente tutti i passaggi del denaro transitato su conti esteri - osserva il procuratore capo reggente di Parma, Vito Zincani -: ci vuole tempo e pazienza, ci sono rogatorie internazionali in atto". Dopo che l'avvocato di Tanzi, Michele Ributti, indagato per riciclaggio, ai pm milanesi ha indicato che Calisto Tanzi era "beneficiario economico" di almeno un conto alla Pkb Privatbank Ag di Lugano, intermediato dallo studio legale svizzero Spiess-Brunoni-Molino, l'avvocato Brenno Brunoni si pone le stesse domande al centro delle rogatorie: "Siamo un grande studio e se un cliente ritiene di affidarci dei soldi di provenienza lecita, perché dire di no? Se poi salta fuori, con il tempo, che quelle somme lecite non sono, allora scatta una segnalazione all'autorità: ma fino a pochissimo tempo fa, da noi in Svizzera come in Italia, il nome di Calisto Tanzi non era certo sospetto, anzi era un nome di un certo prestigio". Per segreto professionale l'avvocato svizzero preferisce glissare sulle attività svolte per "le persone di Parmalat", anche se sempre nel suo verbale di giovedì sera Ributti ha aggiunto di aver appreso di recente dall'avvocato Spiess che la liquidazione di due proprie parcelle professionali (per 1 milione di euro) proveniva da quel conto: "Ma io - rivela Ributti - non sapevo che il conto Pkb era alimentato con i fondi Tetra Pak, cioè con distrazioni dalla Parmalat e non con disponibilità personali di Tanzi". E il 7 gennaio il direttore finanziario Parmalat, Fausto Tonna, aveva quantificato anno per anno le distrazioni degli sconti praticati dalla svedese Tetra Pak a Parmalat, per un totale di circa 100 milioni di euro dal 1996. Una stima confermata da Tetra Pak che ieri, nel ribadire la propria "totale estraneità all'eventuale utilizzo improprio degli sconti a Parmalat", li ha calcolati dal 1995 al 2003 in una media di 12,2 milioni di euro l'anno, quindi in almeno 110 milioni. E' vero, un conto presso la Pkb esiste, conferma ora l'avvocato Brunoni che non ama l'associazione del suo studio alla difesa in passato del cliente Licio Gelli ("E allora? Si fa in fretta a dare la targa di legali di imbroglioni, ognuno ha diritto di conferire un mandato"). E' un conto intestato allo studio e utilizzato per le operazioni di più clienti, sul quale "negli ultimi 10 anni sono effettivamente transitati fondi di pertinenza personale dei clienti e secondo precise istruzioni dei clienti", ma per "meno di 2 milioni di euro" e "nel rispetto delle norme antiriciclaggio". Ed "è chiaro che, quando sono sorti i primi sospetti, abbiamo subito interessato l'autorità giudiziaria". Analoga la posizione della Pkb: "La mia banca - spiega il direttore generale Fernando Zari - non ha mai avuto rapporti bancari diretti con il gruppo Parmalat", che invece "ha fatto transitare, tramite uno studio legale intestatario di un conto, somme complessivamente inferiori a 2 milioni di euro riferibili al gruppo di Collecchio".
Saranno ora due rogatorie incrociate tra Milano-Parma e Berna (che pure indaga per riciclaggio dalla Svizzera verso l'Italia) a inseguire, partendo dal filo del conto di Lugano, il percorso degli altri soldi usciti dalle casse di Parmalat. E Tanzi? E' "incredulo", riferisce l'altro suo avvocato Fabio Belloni: "Mi ha chiesto lui di questo conto in Svizzera, ritiene la circostanza incredibile. Non ritengo sia un conto riferibile a lui, quando vedrò le carte farò un esame, è tutto da vedere a chi sia realmente riferibile. Tanzi è sereno e fermo: non ha somme all'estero, né direttamente né su conti intestati ad altre persone".
Paolo Biondani Luigi Ferrarella

"Il Manifesto"
Il mistero svizzero
I 100 milioni di Tanzi Negano tutto i protagonisti della vicenda portata alla ribalta dal Corriere della Sera: Tanzi, avvocati e banca. Voce dall'Argentina: ecco i conti segreti con oltre 60 milioni
BEPPE MARCHETTI
"Non c'è alcun conto". Il giorno dopo l'annunciata scoperta dei 100 milioni di fondi neri in Svizzera tutti s'affannano a negare: Tanzi, Tetra Pak, la banca, lo studio legale cui il conto era intestato. E persino il procuratore parmense Vito Zincani invita alla calma e bacchetta i giornali: "Non è possibile dare notizie prima di avere l'intera ricostruzione, altrimenti si propagano informazioni assolutamente infondate o parziali". Ma le voci continuano a moltiplicarsi e a volte vengono da lontano: la rivista Poder, di Buenos Aires, nel suo ultimo numero parla di conti esteri intestati a Tonna e Tanzi, per un totale di 60 milioni di euro. La prima smentita è arrivata dalla banca. Cioè dalla Pbk di Lugano, istituto specializzato in private banking con filiali in Lussemburgo (Coparfin) e Antigua. Loro quei cento milioni non li hanno visti davvero. Non solo, neanche conoscevano Tanzi, come si è affrettato a precisare il direttore Fernando Zari. Secondo la banca, l'ex patron di Parmalat avrebbe fatto transitare su un conto intestato a uno studio legale una cifra molto inferiore, due milioni di euro.
Versione simile quella dello studio legale, lo Spiess Brunoni Pedrazzini Molino, sempre di Lugano. Uno dei suoi soci, il notaio Giangiorgio Spiess, ha difeso a suo tempo Licio Gelli. Ieri in un comunicato lo studio conferma la cifra di due milioni di euro, con la precisazione che "si trattava di fondi di pertinenza personale dei clienti". E anche tutti i movimenti di denaro sono sempre avvenuti "secondo precise istruzioni dei clienti".
Ma i clienti, anzi il cliente, non è per nulla d'accordo. Interrogato ieri a Parma per la seconda volta in due giorni, Tanzi si sarebbe molto stupito. "È stato lui a chiedere a me del conto, ritiene questa vicenda incredibile", dice l'avvocato Fabio Belloni. Tanto incredibile che nelle cinque ore dell'interrogatorio, aggiunge l'avvocato, neanche se ne è parlato: "Non è stato un dato oggetto di discussione, mi pare che sia una notizia tutta da verificare". Di più: "Si tratta di notizie giornalistiche e quindi vaghe".
Una frase, quest'ultima, che non dev'essere piaciuta molto al Corriere della Sera, che sabato ha dedicato al "tesoro di Tanzi" una prima pagina col sapore di scoop. E infatti da via Solferino è arrivata una nota, in cui il giornale definisce la notizia "fedele agli atti". Nella replica del Corriere si apprende che la cifra di 100 milioni è frutto di una stima: i fondi neri derivano - dice il giornale - dagli sconti che Tetra Pak ha fatto a Parmalat. Dai 5 ai 15 milioni ogni anno per 8 anni: il conto è alla portata di tutti.
Ma dalla Svezia non ha tardato la smentita di Tetra Pak: mai avuto niente a che fare con i magheggi finanziari di Parmalat. Gli sconti non erano l'escamotage per distrarre denaro e creare fondi neri, ma "accordi commerciali basati su regole ben definite e applicate a livello internazionale a tutti i grandi clienti".
In una giornata segnata dalla smania di difendersi e smentire, un'accusa è arrivata da oltreoceano. Precisamente da Buenos Aires, dove il settimanale Poder sostiene di avere individuato conti correnti intestati a Tanzi, Fausto Tonna e altri dirigenti di Parmalat, per un totale di oltre 60 milioni. Con un trionfalismo che può suscitare qualche sorriso, il direttore Julio Villalonga annuncia: "Questa rivista ha trovato i trovato numeri di conto corrente di alcuni personaggi importanti di questa storia". E sono "numeri che fino a oggi non sono stati pubblicati da alcun giornale del mondo", continua il giornalista. Seguono i numeri di conto di varie banche: monegasche, svizzere e lussemburghesi. E un perentorio invito ai magistrati: "Indagate".
E un consiglio alla magistratura non l'ha risparmiato neanche Roberto Calderoli, coordinatore della Lega e vice presidente del Senato. Che delle vicende di questi giorni s'è fatto un'idea molto personale: il processo va fatto "a Tanzi, all'oltretevere e ai loro amici della Roma ladrona". Ma non per truffa: "Bensì per razzismo nei confronti del nord il cui risparmio hanno razziato". Calderoli, tra crack di aziende padane e fondi neri in banche ticinesi, dev'essere proprio di cattivo umore.

18 febbraio 2004 - PIANO SOLO: DAI GIORNALI
"Avvenire"
TESTIMONIANZA
Il crollo del centrosinistra di Moro, la paura della crisi economica... Ma di un "piano Solo" per un colpo di Stato militare non c'è traccia nei discorsi del leader democristiano
1964, il golpe non fa Rumor
Nella relazione al IX congresso del partito l'assicurazione che mai i cattolici si sarebbero resi conniventi d'uno sconvolgimento del sistema di libertà
Di Gabriele De Rosa
È certo che la mia conoscenza di Mariano Rumor risale al 1962, se non prima, perché fra le mie carte conservo una sua lettera, datata 22 novembre, con la quale mi invitava a tenere, alla Scuola di Cultura Cattolica di Vicenza, una conferenza su "Benedetto XV e il Partito Popolare, che mi sembra possa trovare in Lei un interprete particolarmente efficace ed illuminato".
Non fu la sola volta che tenni una conferenza in quella prestigiosa scuola vicentina; gli inviti si ripeterono più volte, tanto è che in uno scambio di lettere che ci fu tra noi nel gennaio del 1968, decidemmo di passare dal lei al tu. Ma prima di arrivare alla Scuola vicentina, e poi alla creazione dell'Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa del 1975, di cui Rumor fu il fondatore e il primo presidente, devo rifarmi anche io a quel 1964, che è divenuto un po' il crocevia di tutti i revisori del nostro recente passato.
Che il '64 non sia stato un anno tranquillo mi pare sia un convincimento piuttosto diffuso. Tutte le ricostruzioni fatte in questi tempi sembrano convergere su questa tesi. Nel mio diario del '64, alla data del 6 giugno, scrivevo: "C'è aria di crisi, non la solita crisi di governo, qualcosa di più grave. Si va diffondendo una specie di qualunquismo, di complesso di sfiducia anticostituzionale. I fanfaniani parlano di crisi del regime dei partiti: appena dopo venti anni dalla loro rinascita! Dicono che si annega nel proporzionalismo, che bisogna rivedere la Costituzione. Sintomi di un fallimento, di una reazione di sconfitta? O esaurimento del ruolo di un'intera classe dirigente, quella antifascista? Roba da corridoio o realtà del Paese? Certo, lo slancio ovvero l'entusiasmo se n'è andato: l'effervescenza dell'economia del benessere sta scomparendo".
La caduta del primo governo di centrosinistra, presieduto da Aldo Moro, scoraggiava: "Il Paese è stanco - annotavo sotto la data del 1° luglio 1964 -, ha paura della crisi economica. La politica non ce la fa a respingerla. Le manca un serio sostrato culturale, tuttavia non c'è posto per una nuova esperienza fascista. Il sistema pluralista dei partiti è solidissimo. Il margine per l'irrazionale è ridottissimo". Tuttavia la politica come pura amministrazione del benessere, delle "comodità che regolano tutto", mi sembrava avesse fatto fallimento.
Come spesso accadeva in queste circostanze politiche molto confuse, chiesi aiuto all'amico Tommaso Morlino, ma questa volta lo trovai "più scoraggiato" di me: "Ma la bestia è la Democrazia Cristiana", questo il suo commento: "Vuole fare la politica di destra con un governo di sinistra, quando non pensa di fare una politica di sinistra con governo di destra". I cattolici non hanno più un loro lessico politico, "parlano il linguaggio della massoneria bancaria, hanno accettato la legge degli uomini d'ordine della finanza, di cui ci parla Teilhard de Chardin" (5 VII 64). C'era un rischio che questo vuoto, prodotto dalla generica impotenza della classe dirigente, aprisse l'adito a qualche avventura militare? A un colpo di Stato? Se ne parlava, nella convinzione di fondo, però, che il pericolo fosse insussistente.
Nell'ampia, fluviale relazione che Rumor tenne al IX Congresso della Dc, il 12 settembre 1964, non c'è alcun riferimento, supposto o reale, al pericolo di un golpe. Giuseppe Tagliapietra, discreto e sottile interprete del pensiero di Rumor, mi fece pervenire "lo schema della relazione di Rumor", chiedendo il mio contributo per la "prospettiva storica", con il richiamo alle origini del movimento dei cattolici italiani da Sturzo a De Gasperi. Ma ecco sinteticamente il discorso. Analizzando i risultati elettorali del 28 aprile '64, che videro un calo di voti per la Dc, Rumor ne attribuiva la causa alla novità del governo di centrosinistra, che si scontrò con "una diffusa mentalità al cambiamento del corso politico e diffidente verso i socialisti".
Ammetteva però che la Dc si era trovata di fronte "anche la perp lessità di quei nuovi ceti intermedi che abbisognano di un quadro nitido, pacato, obiettivo dei nostri intendimenti", con l'assicurazione che non si sarebbe mai resa "connivente d'uno sconvolgimento del sistema di libertà che coincide con la sua stessa ragioni d'essere". Ribadiva l'essenzialità del regime dei partiti, senza il quale "la lotta politica sarebbe un confuso e non produttivo agitarsi di fazioni, di personalismi"; infine, quello che fu un motivo costante del suo discorso politico: occorreva "superare il solco tra cultura e politica, che i nostri avversari denunciano come una carenza del mondo cattolico". Una carenza che condusse Rumor, di lì a poco, a proporre un convegno ad hoc, con la partecipazione di intellettuali cattolici, non catalogabili come uomini di partito.
Ma quanto all'idea di Nenni che nel luglio del '64 era "passata nell'Italia la minaccia di un golpe", Rumor la definì "un fantasioso e inesistente pericolo". Fu così? Il golpe del '64, fantasioso o meno, è stato ripreso recentemente. Si è arrivati a pensare a una mano statunitense negli intrighi del luglio '64, ma seri supporti a questa tesi non ci sono; quel che è certo, golpe allora non ci fu.
Dunque, la crisi del '64 aprì la strada al noto convegno di Lucca del 28 aprile 1967, un convegno che fu un evento culturale straordinario, perché non fu di partito, pur essendo stata la Dc di Rumor a promuoverlo; fu il confronto fra un gruppo di intellettuali cattolici (Vittore Branca, Sergio Cotta, Gabriele De Rosa, Cornelio Fabro e Vittorino Veronese), che chiedevano un rinnovamento politico, un riesame coraggioso, aperto, convinto della Dc e, più in generale, del sistema dei partiti, ai quali era legato il futuro del Paese. A me gli amici intellettuali affidarono la relazione di apertura.
Questo singolare confronto a Rumor piacque molto, convinto che il partito ne avrebbe guadagnato nell'immagine che il suo elettorato poteva averne. Sentiva l'attrazione, se non il fascino, di questo ruolo an che formativo che il partito, mediante la cultura, avrebbe potuto recuperare. Non amava fare l'uomo di governo, il negoziatore di incarichi e di combinazioni varie, lo confessò nelle sue Memorie: Quel "mestiere" di uomo di governo che transitava in alto loco da un posto all'altro, lo sentiva "freddo, con un rapporto molto indiretto con le persone". Era un "dato psicologico - lo ammetteva - che lo faceva indifferente alle soddisfazioni del potere".

20 febbraio 2004 - TANZI, CRAGNOTTI, BERLUSCONI: STESSI CANALI FINANZIARI ?
"Diario"
DIARIO DEI SUCCESSI E DEI CRAC OFFSHORE
L'onore dei soldi
Tanzi, Cragnotti, Berlusconi: stessi canali finanziari
di Gianni Barbacetto
Un piccolo miracolo italiano di Silvio Berlusconi: far passare Tanzi e Cragnotti per finanzieri "della sinistra". Calisto da Collecchio, democristianissimo, nel 2001 (dopo aver distribuito soldi a destra e a manca) ha finanziato generosamente Forza Italia. Sergio "la Fattucchiera" (come Cragnotti era chiamato da Cuccia) era l'uomo delle tangenti Enimont al Msi, oggi An. Eppure i due crac globali della finanza italiana sono stati fatti passare come faccende interne a1 fronte antiberlusconiano. Il governo della Casa delle libertà ha esordito depenalizzando il falso in bilancio e proponendo addirittura la cancellazione della bancarotta fraudolenta. Eppure il centrodestra si è presentato all'opinione pubblica come il difensore dei risparmiatori.
Uno degli argomenti azzurri: Tanzi ha cominciato a falsificare i bilanci ben prima della nuova legge berlusconiana. Nessuno dal fronte opposto si è alzato a ribattere: ma le indagini (e il calcolo delle pene e dei tempi di prescrizione) si fanno con la legge di oggi, non con quella vigente ai tempi in cui i reati sono stati commessi. Comunque, archiviato per il momento l'attacco (strumentale) alla Banca d'Italia e ad Antonio Fazio, Berlusconi e il suo ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, si sono attestati sulla linea del multiforme attacco all'opposizione: oltre che comunista, è anche amica dei bancarottieri. A scavare nella storia recente della finanza italiana, però, emerge una trama di rapporti che collegano non soltanto Tanzi a Cragnotti, ma addirittura a Silvio Berlusconi.
VIAGGIO IN SVIZZERA. Indagando sulla rete finanziaria del signor Parmalat, i magistrati di Milano hanno scoperto la Sata srl, una società-cassaforte che per anni ha pompato all'estero un fiume di denaro, disperso in paradisi fiscali e societari, dal Lussemburgo alle Cayman. Prima tappa, in Svizzera, una finanziaria notissima: la Fidinam. Sede a Lugano, fama consolidata in trent'anni d'attività, la Fidinam Holding Sa è una delle più importanti finanziarie elvetiche, controllata da due professionisti di prima grandezza: Giangiorgio Spiess e Tito Tettamanti. La società è stata fondata nel 1960 e oggi ha sedi operative e corrispondenti in più di 25 Paesi nel mondo. Le brochure ufficiali della Fidinam informano che "le società del gruppo svolgono attività di consulenza e pianificazione fiscale internazionale, amministrazione, consulenze immobiliari, revisione e certificazione dei bilanci, con esclusione dell'attività di gestione patrimoniale".
Spiess, presidente della Fidinam, come avvocato d'affari ha avuto per le mani molti dei più intricati affari internazionali. Come avvocato, ha anche assunto la difesa in Svizzera di Licio Gelli, il Gran Maestro della Loggia P2, che proprio in Svizzera fu arrestato. L'area massonica in cui si muove lo accomuna a Tettamanti, ex politico liberale e fiero combattente anticomunista diventato finanziere di successo (ancor oggi è vicepresidente della Fidinam) che unisce frequentazioni massoniche e legami con l'Opus Dei.
Parmalat International Sa, controllata elvetica di Tanzi, è domiciliata a Lugano e ha, tra i consiglieri d'amministrazione, Giangiorgio Spiess. Spiess è anche il fiduciario del conto aperto alla banca Pkb, il cui beneficiario era Calisto Tanzi in persona. Ma la coppia Spiess-Tettamanti ha lavorato, in passato, anche per altri finanzieri italiani. Cragnotti innanzitutto: il vortice di compravendite d'azioni Enimont prima del blocco giudiziario, avvenne all'estero, tra la Svizzera e le Cayman, attraverso società come la Clubeira e la Calas, finanziarie messe in scena dalla Fidinam. Dunque i canali finanziari di Mr Parmalat e dì Mr Cirio sono gli stessi, come svelato da Paolo Biondani sul Corriere della sera. Più indietro nel tempo, Spiess ha avuto rapporti con Orazio Bagnasco, protagonista della clamorosa avventura di Europrogramme e dell'incursione nel morente Banco Ambrosiano dì Roberto Calvi. Il cliente più famoso della premiata ditta Tettamanti, però, si chiama Silvio Berlusconi.
I PRIMI PASSI DI SILVIO. I primi affari immobiliari di Berlusconi, negli anni Sessanta, sono finanziati da misteriosi soci svizzeri. È da Lugano che arrivano i denari che permettono al giovane palazzinaro di realizzare le sue prime imprese, i palazzi di via Alciati, il villaggio di Brugherio, infine Milano 2. Italcantieri srl, la società che nasce nel 1973 per edificare la città satellite, è fondata dalla Cofigen, dietro cui si muove Tito Tettamanti. Più recentemente, i magistrati di Palermo si sono interessati invece alla consociata italiana della Fidinam, la Fidirevisa Italia spa.
Nata nel 1968, Fidirevisa "svolge l'attività di amministrazione statica di azioni, quote, obbligazioni e finanziamenti a lei fiduciariamente intestati", recita la presentazione aziendale. "L'ammontare della massa fiduciaria amministrata alla fine del 1999 era di oltre 125 milioni di erro". La sede della Fidirevisa è a Milano, in un bel palazzo di via Senato 12. Lo stesso dove Marcello Dell'Utri, già braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia, ha il suo ufficio e la sua biblioteca. La vicinanza è casuale: ma i magistrati palermitani sono molto interessati alle visite fatte in via Senato 12 da alcuni siciliani indagati per mafia. Sono passati di lì il medico Giuseppe Guttadauro e il boss di Cosa nostra Salvatore Aragona, arrestato nel 2003. Agli investigatori palermitani risulta che Aragona, Guttadauro e altri imprenditori siciliani di Bagheria abbiano usato Fidirevisa. D'altra parte, è stato lo stesso Dell'Utri ad ammettere di aver incontrato a Milano, nei suoi uffici di via Senato 12, Salvatore Aragona: "per motivi professionali". Nei colloqui (intercettati) con Guttadauro, anche Aragona racconta di aver incontrato Dell'Utri e di avergli parlato di una campagna "garantista" sulle carceri, da attivare attraverso il Foglio, e sulla necessità di bloccare i "pentiti".
IL CONTAGIO. È normale che una grande ed efficiente finanziaria elvetica sia usata, nel tempo, dai più diversi personaggi. In finanza non vale la regola del contagio, per cui chi usa un canale impiegato da un mascalzone diventa mascalzone egli stesso. Ma certo colpisce la ripetitività dei riti, la circolarità dei metodi, la iterazione degli scandali. Grandi bancarotte, truffe, riciclaggi si consumano tra le austere stanze di banche d'affari e rispettabilissime finanziarie che non sono mai tenute a controllare "l'odore dei soldi".
Nell'affaire Parmalat è entrato di striscio anche un personaggio come Mario Mutti, già dirigente della Federconsorzi e poi manager di Berlusconi, che lo chiamò al vertice della Standa e poi lo inviò in Spagna. Uscito dal gruppo Fininvest, Mutti ha tentato la sorte con la Tecnosistemi, azienda oggi in amministrazione controllata, cioè tecnicamente fallita: per questo ora Mutti è indagato per bancarotta fraudolenta dai magistrati milanesi Luigi Orsi e Latra Pedio. Ebbene, durante una perquisizione nella sua abitazione, gli investigatori hanno trovato documenti che provano la sua appartenenza alla massoneria e a Gladio, la rete segreta anticomunista organizzata dai servizi d'informazione durante la guerra fredda, ma anche carte che documenterebbero intrecci d'affari fra tre crac: quello di Tecnosistemi, quello di Parmalat e quello di Cirio.
Mutti e Tanzi sono soci. Il primo possiede una quota della società Aranca di Palermo, che produce succhi di agrumi. Il secondo ha avuto in portafoglio fino allo scorso anno una partecipazione in Tecnosistemi. Ma è il Brasile ad accumunare i tre finanzieri: Mutti, Tanzi e Cragnotti avevano realizzato là massicci investimenti, ora finiti in cenere. E un magistrato brasiliano, Carlos Henriques Abrao, secondo il quotidiano La Repubblica ipotizza che dietro il triplice fallimento si nasconda un colossale riciclaggio di denaro sporco. Prima o poi, arriva sempre qualcuno che pretende di giudicare l'odore dei soldi.






21 febbraio 2004 - PIANO SOLO: CONVEGNO A VICENZA
"Il Giornale di Vicenza"
Storici al convegno della Fondazione
Quell'estate del '64 Rumor e una crisi lontana dal "golpe"
di Luca Valente
"Aspetti e momenti di vita italiana nel secondo dopoguerra": un simposio di studi dedicato a Mariano Rumor, l'eminente uomo politico vicentino scomparso oramai quasi tre lustri fa, uno dei protagonisti nella storia della "Prima Repubblica". Il convegno si è svolto al Palazzo delle Opere Sociali, organizzato dalla Fondazione "Mariano Rumor", intitolata allo statista e sorta con finalità storico-culturali, in primis lo studio della sua figura, del suo pensiero, della sua lunga esperienza politica.
La giornata è stata aperta dal presidente della Fondazione, avv. Lorenzo Pellizzari, che ha presentato al pubblico ed alle autorità convenute, tra cui sindaco e prefetto, le finalità e gli elementi costitutivi dell'ente, fondato il 6 giugno scorso. Dell'archivio di Rumor ha parlato il prof. Filiberto Agostini, direttore della Fondazione e docente di Storia contemporanea all'Università di Padova, che ha illustrato il programma scientifico per il prossimo biennio, specificatamente le iniziative di ricerca storica - incontri, convegni, missioni e borse di studio, la costituzione di un centro studi - ed editoriali, a partire dai futuri "quaderni" della Fondazione.
È toccato al prof. Gabriele De Rosa dipingere un ritratto di Rumor dall'inizio degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta, rispolverando ricordi personali e rievocando incontri e colloqui di un'amicizia che lo legò strettamente allo statista. De Rosa e Rumor si conobbero nel novembre del '62, quando quest'ultimo lo invitò a tenere una conferenza su Benedetto XV. Un rapporto che divenne più forte nel tentativo rumoriano di saldare cultura e politica, chiamando a raccolta un gruppo di intellettuali cattolici: Rumor, in sostanza, capì che la crisi di governo del '64 aveva rivelato i limiti socio-culturali della Dc, propostasi troppo spesso in chiave unicamente anticomunista.
De Rosa ha quindi illustrato la genesi dell'Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa di Vicenza, di cui è segretario, fondato da Rumor nel 1975, illustrando poi il periodo dei moti studenteschi durante il quale lo statista - allora anche capo del governo - si dimostrò contrario alla repressione, ed infine il tragico sequestro di Aldo Moro. Rumor in privato palesò all'epoca grandi preoccupazioni, mentre pubblicamente espresse speranze in una positiva soluzione, vanificate dalla scelta finale delle Br che, disse, "privò la Dc del suo cervello".
Sulla crisi dell'estate 1964 si è soffermato il prof. Agostino Giovagnoli, docente di Storia contemporanea all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Giovagnoli ha ripercorso le varie tappe della vicenda, spiegando perché il pericolo di golpe e le collusioni tra il presidente Segni e il generale De Lorenzo di cui si è spesso parlato, dagli articoli di Scalfari e Iannuzzi del '67 fino a quelli recenti di Paolo Mieli, a suo parere non ci furono. Rumor, allora segretario della Dc, si trovò a fronteggiare la crisi posta dall'ala sinistra del Psi e poi a presiedere alle trattative per la formazione del nuovo governo Moro-Nenni-Saragat. Dalla crisi, secondo Rumor, la Dc uscì rafforzata, come pure la volontà riformatrice dei partiti che sostenevano il centrosinistra, e che dunque -ha detto Giovagnoli- "non terminò con quella stagione".
Il prof. Francesco Malgeri, docente di Storia contemporanea all'Università di Roma La Sapienza, ha concluso la sessione convegnistica con un'analisi della questione sociale in Italia alla fine degli anni Quaranta: il giovane deputato Rumor, in quel periodo, maturò la sua idea politica di "bene comune", a vantaggio delle classi popolari ma estranea tanto al liberismo quanto al collettivismo di sinistra, difendendo in seguito in Parlamento il Piano Ina-Casa, la legge sul lavoro pensata per risolvere il problema della disoccupazione e degli alloggi.
Malgeri ha quindi ripercorso la storia dei vari congressi della Dc: ha illustrato la sintonia che correva tra Rumor e De Gasperi sul piano delle riforme (e con Dossetti relativamente alle istanze sociali e alla giustizia distributiva fondata su solidarismo, mutualismo e cooperativismo cattolici), parlando infine della riforma pensionistica e dello Statuto dei lavoratori, sui quali l'uomo politico vicentino pose la sua firma.

21 febbraio 2004 - MITROKHIN: MARTEDI' AUDIZIONE COSSIGA
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI, MARTEDI' ASCOLTEREMO COSSIGA
Martedi' prossimo ascolteremo Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica e "sara' certamente un grande show". Paolo Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin spiega i motivi che hanno spinto Francesco Cossiga a chiedere di essere ascoltato martedi' prossimo alle 11 dalla Commissione d'inchiesta e fa un pronostico basato sulle attese di quello che l'ex sottosegretario alla Difesa, ministro degli Interni durante il caso Moro, ex presidente del Senato, ed ex presidente della Repubblica potra' dire sulla presenza e l'attivita' dei servizi segreti sovietici in Italia.
"Ci sono diverse ragioni. Alcune generali: Cossiga e' - dice Guzzanti - un grande esperto di intelligence e ha ricoperto ruoli chiave. Ci sono poi dei motivi specifici. Cossiga, gran sostenitore del governo D'Alema, chiese a D'Alema di costituire una commissione d'inchiesta quando emerse la vicenda. Trovo' un totale 'muro di gomma' tanto da dover acquistare per diversi milioni una pagina sul Corriere della Sera per una 'lettera aperta'. Dopo questa uscita clamorosa D'Alema accolse la proposta anche se poi i suoi gli si rivoltarono contro e non se ne fece nulla. Inoltre Cossiga e' stato ascoltato dal magistrato Ionta, che ha indagato sulle vicende che a noi interessano, per oltre sette ore e certamente la sua testimonianza potra' esserci molto utile. Facile prevedere - conclude Guzzanti - che sara' un bellissimo show".

24 febbraio 2004 - MITROKHIN: COSSIGA
"L'Opinione"
Cossiga: "Botteghe Oscure era finanziata dal Kgb"
di Aldo Torchiaro
Il Partito Comunista Italiano è stato finanziato, per esplicita ammissione dei suoi stessi amministratori, da fondi provenienti dall'Unione Sovietica. Quello che la Commissione Mitrokhin deve adesso stabilire con precisione è la complicità esistente tra il Kgb e lo stesso Pci: come i soldi che provenivano da Mosca influenzavano le scelte strategiche del primo partito della sinistra italiana, quali connessioni esistessero tra le due strutture e perché questa pagina di storia fatichi così tanto a chiarirsi. L'occasione del chiarimento la si avrà oggi stesso, quando il Presidente emerito Francesco Cossiga, ispiratore della commissione medesima, parlerà in audizione nella Mitrokhin.
Difficile avere un'idea di quanto potrebbe emergere, essendo Cossiga una inesauribile fonte di notizie ed un impressionante conservatore di memorie. Il presidente tirerà in ballo probabilmente la vicenda della misteriosa offerta di fondi avanzata nel 1991 al Pds, della quale potrebbe essere chiamato a rispondere direttamente Massimo D'Alema. Di cosa si tratta? Tutto nasce quando il 28 novembre 1991 il Cossiga allora presidente della Repubblica scrisse al presidente del Consiglio Andreotti una missiva riservata a proposito di una informativa dell'ambasciata italiana a Mosca.
Cosa conteneva quell'informativa? Una verità imbarazzante: i servizi segreti sovietici avevano saputo che dopo il fallito tentativo di colpo di stato di Gorbaciov, lo stesso Kgb che aveva finanziato quel golpe aveva anche organizzato il riciclaggio di un'impressionante somma di denaro. I fondi segreti del Kgb dovevano essere "lavati" attraverso il finanziamento delle attività di alcuni partiti nell'orbita comunista in Europa, e allo scopo venne contattato il Pds. Benché lo strappo della Bolognina fosse stato abbondantemente consumato già da due anni, il riferimento italiano del Kgb risultava dunque la medesima, inossidabile istituzione di sempre. Botteghe Oscure.
I soldi vennero offerti, su questo vi è l'ammissione di D'Alema registrata formalmente nell'aula della commissione Mitrokhin. Ma vennero, a onor del vero, rifiutati. D'Alema nel 1991 declinò l'offerta inviando a Mosca un suo uomo di fiducia per ringraziare, con garbo, e chiudere lì il caso. Interrogato sul perché non decise mai di farne parola, D'Alema si giustificò dicendo che in assenza di reato, non vi erano gli estremi per ricorrere alla magistratura. Rimane il dato politico di come il Kgb abbia pensato, per la sua "proposta indecente", di dover avvantaggiare nel 1991 una forza della sinistra italiana come il Pds, mentre non si conoscono le possibili analogie che il caso potrebbe potenzialmente riservare: in altri paesi europei si sono avanzate proposte dello stesso tipo ad altri partiti, e se sì in quali paesi?
In Italia solo il Pds è stato oggetto del corteggiamento del Kgb, o anche altre forze politiche, più marcatamente marxiste e filosovietiche, hanno ricevuto simili profferte? Curiosità giornalistiche ancora non soddisfatte. Neanche il carteggio segreto tra Cossiga ed Andreotti esplora queste possibilità. Vi si trova però traccia di come il 21 gennaio 1991 il Sismi segnalò "l'ingresso in Italia di un membro della direzione del partito comunista cecoslovacco" insieme a "due agenti del disciolto servizio segreto Stb che avevano operato in Italia sotto copertura diplomatica". L'ipotesi del Sismi è che i due agenti segreti avevano dato vita alla cosiddetta "rete Orfei", quella che teneva insieme esponenti politici, giornalisti e presidenti di centri studi in contatto con le istituzioni dell'ex Pci.
Su questo punto Cossiga, che è tornato in questi giorni più attivo che mai, lancia il suo affondo ai Ds: "Considero estremamente grave, ed incomprensibile, che nel nostro paese si possano essere svolte attività come quella confessata, senza che se ne sia parlato alle autorità. Non deve essere preso per normale che, a conoscenza di tali fatti, l'onorevole D'Alema abbia deciso di risolvere poi la questione in forma privata, mandando un emissario a Mosca, senza darne alcuna notizia alle autorità italiane". L'appuntamento è per oggi, quando Cossiga, c'è da scommetterci, si scatenerà davanti alla commissione Mitrokhin.
Aldo Torchiaro

ANSA:
MITROKHIN: RINVIATA AL 5 DI APRILE L'AUDIZIONE DI PRODI
Per i concomitanti impegni legati alla carica di presidente della Commissione Europea l'audizione di Romano Prodi davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulla vicenda Mitrokhin e' stata rinviata al 5 di aprile. La precedente data era il 10 di marzo. Ad annunciarlo e' stato il presidente della commissione di inchiesta, il sen. Paolo Guzzanti (Fi) aprendo l'audizione dell'ex presidente della repubblica Francesco Cossiga.

MITROKHIN: COSSIGA, KGB INFILTRO' SUE SPIE NEL PCI
PECCHIOLI CHIEDEVA AIUTO A ME
Il Kgb infiltro' suoi uomini nel Pci, nel Psi e nei principali sindacati italiani. Alcune volte lo stesso Pci, e in particolare Ugo Pecchioli, allora ministro dell'Interno ombra del partito, si rivolge a Francesco Cossiga, al tempo presidente della Repubblica, per "avere informazioni" sugli infiltrati sovietici. E' lo stesso Cossiga a raccontare, davanti alla commissione Mitrokhin, questo "spaccato riservato" della storia recente della nostra repubblica.
"Qualche volta e' venuto da me Pecchioli per chiedermi un aiuto - ha raccontato l'ex Capo dello Stato - Io gli dissi che non potevo infiltrare uomini degli Affari Riservati o del Sid nel Pci perche' se si fosse scoperto avremo fatto una brutta figura sia io che lui. Mi riservai di segnalargli una necessita': quella di stare molto attenti alle ditte di pulizie che intervenivano dopo le riunioni della direzione o di altri organi competenti. Gli segnalai anche una ditta privata che effettivamente 'ripuli" da cimici i locali del Pci a Botteghe Oscure".
Cossiga ha detto che nel dossier Mitrokhin c'e' un po' di tutto ma che gli inglesi lo ritengono il "piu' alto contributo" dato da un defezionista sovietico alla conoscenza della rete occidentale del Kgb. Tuttavia l'ex capo dello Stato ha sottolineato che nel dossier Mitrokhin ci sono anche nomi di ubriaconi, curiosi, millantatori, chiacchieroni, sbruffoni e anche molti "informatori inconsapevoli" come ad esempio Josef Strauss, il leader della Cdu bavarese noto per le sue posizioni di destra che amava le donne e l'opera lirica e veniva accompagnato a Lipsia da agenti della Ddr che gli carpivano regolarmente notizie. Cossiga ha anche raccontato che quando era presidente della Repubblica chiamo' Pecchioli per invitarlo ad una maggiore cautela nell'uso delle linee riservate che qualche esponente del Pci faceva con l'ambasciata sovietica a Roma. "Io gli dissi di invitare qualche suo collega ad una maggior cautela perche' qualcun altro, leggendo o avendo riferim