Almanacco dei misteri d' Italia


Gladio, piano Solo, golpes vari, dossier Mitrokhin...
le notizie del 2004: maggio-settembre
9 maggio 2004 - PRESENTAZIONE "NEBULOSA DEL CASO MORO"
ANSA:
MORO: ANDREOTTI, SCONFITTA CHE NON SI POTRA' MAI COMPENSARE
Quella di oggi, a 26 anni dalla morte di Aldo Moro, e' la ricorrenza di una "sconfitta che non potra' mai essere compensata". Giulio Andreotti ricorda Aldo Moro presentando, all' Archivio di Stato, il libro 'La nebulosa e il caso Moro' (ed.Selene), curato da Maria Fida Moro.
Andreotti ha ricostruito i rapporti che a cavallo degli anni '70 videro lo sviluppo della politica di Moro, parlando tra l'altro di due aspetti ancora da chiarire: quello del presunto studente sovietico Sokolov, che seguiva da vicino Moro alla vigilia del rapimento e che potrebbe essere un agente del Kgb, e del direttore d'orchestra Igor Markevitch ("Un punto che potrebbe essere approfondito").
Ma Andreotti parla anche di Mario Moretti, che potrebbe dare un contributo "forse determinante". "Avevo chiesto una sua testimonianza per un punto che mi stava a cuore, durante i processi che ho subito, ma mi ha risposto che lui non viene a testimoniare davanti ai tribunali borghesi".
Altri temi toccati dalla ricostruzione di Andreotti hanno riguardato l'ultima riunione della direzione Dc, proprio il 9 maggio 1978, "quella che avrebbe dovuto, secondo alcuni, aprire la strada, grazie a un intervento di Amintore Fanfani, ad un cambiamento della linea Dc".
"A me non risulta che Fanfani volesse fare un intervento di questo tipo. Non so quel che e' stato detto in un circuito circoscritto e che ha riguardato anche la famiglia. Io non credo che si sarebbe mutata la linea della trattativa. Chi dice il contrario sbaglia. Ne' sarebbe stata utile la liberazione di Paola Besuschio, come ipotizzato nelle ultime ore prima della morte di Moro, perche' aveva due incriminazioni e se anche si fosse concessa la grazia per la prima, cosa possibile, non lo si sarebbe potuto fare per la seconda".
Ma Andreotti ha anche criticato il libro, in particolare per una ricostruzione riguardante la "Gladio militare" e un suo presunto componente, Antonino Arconte. Nel libro si da' conto di una missione che sarebbe stata affidata ad Arconte il 2 marzo 1978, ben prima del rapimento. Andreotti ha presentato un'interrogazione per chiedere se sia vero che l'ordine impartito ad Arconte da questa presunta struttura fosse stato quello di interessarsi presso l'Olp per prendere contatti per liberare Moro, gia' prima che il rapimento fosse avvenuto.
"La risposta alla mia interrogazione chiarisce che quei documenti mostrati da Arconte sono falsi, come falsi sono i suoi presunti contatti con i servizi americani, che non lo conoscono. Queste cose si debbono raccontare, perche' senno' potrebbe sembrare che questa e' una societa' di delinquenti. Ma cosi' non e".

9 maggio 2004 - TRENTA ANNI FA SCOPERTO IL MAR DI FUMAGALLI
"Il Giornale di Brescia"
Trent'anni fa il Mar: la lunga notte di Carlo Fumagalli
La città scoprì la "strategia della tensione" Raffica di arresti per la "Gladio bianco-nera"
Sergio Castelletti
Nove maggio 1974-nove maggio 2004. Trent'anni fa, come oggi, con l'arresto di un rilevante numero di persone ordinato dal giudice istruttore, Giovanni Arcai, Brescia scopre la "strategia della tensione", annunciata dalla strage di Piazza Fontana ('69), dalla strage di Peteano ('72), dal sequestro dei giudice Mario Sossi (aprile '74), e da una impressionante escalation di attentati. Sono i giorni turbolenti del referendum sul divorzio. Si chiama "Stella del Mar" l'operazione condotta nelle province del Nord, e soprattutto a Brescia, da centocinquanta carabinieri che nella notte tra l'otto e il nove maggio del '74 ammanettano una ventina di persone, tra cui fa spicco il valtellinese Carlo Fumagalli, il "partigiano bianco" noto come "comandante Jordan", legato agli ambienti della destra liberale di Edgardo Sogno attraverso l'avvocato Adamo Degli Occhi, milanese, capo della cosiddetta "Maggioranza silenziosa". Il Mar (Movimento di azione rivoluzionaria) è pronto ad armarsi e a dare battaglia. Fumagalli, secondo l'accusa, può mettere in campo circa 300 uomini (soprattutto giovanissimi in overdose ideologica) per sostenere una insurrezione che è nell'aria da mesi dopo il fallimento di ben due tentativi di intimidire o rovesciare le istituzioni democratiche: il "Piano Solo" di De Lorenzo (1964) e il "Golpe Borghese" (1970). Nel 1973, a Firenze, il "Comitato di resistenza democratica" ha tenuto un convegno sulla "rifondazione dello Stato". Tra i partecipanti figurano, con Edgardo Sogno (fatto arrestare nel '74 da Luciano Violante per un presunto "golpe bianco", ma poi scagionato) da personaggi eccellenti della nomenclatura politica e istituzionale del Paese. Si discutono temi delicati, guardati con sospetto: repubblica presidenziale, abolizione del bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, unificazione della figura del presidente del Consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza. Attorno a questo progetto di ispirazione atlantica, finalizzato a contrastare il radicamento del centrosinistra che sembra sbilanciarsi su una ventilata ipotesi di "compromesso storico", si formano e si muovono organizzazioni anticomuniste con ideologie e finalità diverse, vuoi di origini certe, con gerarchie, progetti definiti, come, per citarne alcune, la P2, Europa 70, la Rosa dei venti, vuoi nate spontaneamente, come il Mar, le Sam (Squadre d'azione Mussolini), Ordine nuovo, Fronte Borghese, successivamente entrate nell'orbita di ben strutturate associazioni più o meno clandestine. Dalle idee e dai proclami ai fatti. Il salto di qualità, la svolta terroristica a Brescia si manifesta la notte del 3-4 febbraio 1973 quando un potente ordigno al tritolo devasta completamente la Federazione del Psi di largo Torrelunga-piazza Arnaldo. I responsabili (sei giovani, di cui 5 della destra radicale) sono catturati e condannati a tre anni di carcere. Seguono altri attentati nel quadro di una strategia complessiva di destabilizzazione e di provocazione. In quei giorni è grande il fermento nei Servizi segreti. Il lavoro di "intelligence" dei carabinieri è febbrile. Anche la Cia è attiva, ma si tiene in posizione defilata. Ai vertici e nelle strutture lombarde dell'Arma sono molti gli avvicendamenti. Gli investigatori si mettono alle costole dei neofascisti condannati per l'attentato al Psi e già tornati liberi. Il 9 marzo 1974 uno di questi è catturato ad un posto di blocco dei carabinieri a Sonico, in Vallecamonica. Con un camerata - pure arrestato - risaliva la valle su una Fiat 128 di colore giallo. Nel bagagliaio otto chili di plastico e 364 candelotti di tritolo. Sotto il tappetino cinque milioni in contanti. L'arresto dei due estremisti è parte dell'"Operazione Basilico", alla quale i carabinieri, coordinati dal colonnello Vincenzo Morelli e dal capitano Francesco Delfino, stanno lavorando da tempo, servendosi anche di un agente provocatore, ex autista di un ministro della Repubblica noto per le sue forti antipatie a sinistra. Il fascicolo finisce prima in Procura e poi sul tavolo del giudice istruttore Arcai. La notte dell'8-9 maggio scatta l'"Operazione Stella del Mar". Fumagalli è ammanettato e con lui molti giovani della città, della Vallecamonica, milanesi e valtellinesi. Altri numerosi arresti nelle settimane successive. La strage del 28 maggio (8 vittime, 102 feriti), preceduta dalla morte di Silvio Ferrari (19 maggio), e quella successiva dell'Italicus, 4 agosto '74 (12 vittime, 50 feriti), scuotono e paralizzano il Paese. Anche l'inchiesta di Arcai subisce forti contraccolpi. Il giudice istruttore, però, ha già raccolto importanti risultati: ha accertato i collegamenti e gli intrecci tra le diverse organizzazioni anticomuniste, ha stabilito l'esistenza di una "Gladio bianco-nera", ha svelato l'embrione di un piano per contrastare il pericolo di un golpe marxista denunciato da Edgardo Sogno. Arcai si trova così di fronte ad un vastissimo e allarmante mosaico da approfondire e riordinare. Ma il giudice viene improvvisamente trasferito alla Corte d'Appello di Milano. Deve lasciare l'inchiesta sul Mar di Fumagalli che è affidata ad altro magistrato, mentre sono quasi esauriti i tempi di legge per completare l'indagine. Agli sgoccioli anche quelli della carcerazione preventiva. E così, scrive la Commissione parlamentare stragi, "mentre l'inchiesta sulla strage di piazza della Loggia procede inizialmente in una direzione che si è rivelata improduttiva, l'indagine sul Mar non raggiunge quel grado di approfondimento che avrebbe potuto ben prima consentire il disvelamento del contesto eversivo in cui l'attentato di piazza Loggia può oggi, ragionevolmente e serenamente, affermarsi inserito". Fumagalli, che non ha detto una parola di troppo, finisce davanti alla Corte d'Assise di Brescia assieme a 55 coimputati. Pesanti le accuse sostenute con grande passione dal pm Francesco Trovato: guerra civile, attentato alla Costituzione dello Stato, cospirazione politica mediante associazione, banda armata, sequestro di persona e giù giù fino alle semplici contravvenzioni. Il 2 febbraio 1978, dopo 105 udienze e 36 ore di camera di consiglio, la sentenza. L'inchiesta e il dibattimento fissano alcuni punti certi: provato, secondo i giudici, che gli uomini del Mar cospiravano concretamente contro le istituzioni del Paese, e che l'organizzazione paramilitare si autofinanziava con sequestri, rapine e furti. La Corte non trova invece riscontri sufficienti alle ben più gravi accuse di guerra civile e attentato alla Costituzione. Quanto infine al conflitto a fuoco di Pian del Rascino, dove il 30 maggio 1974 rimase ucciso Giancarlo Esposti capo delle Sam e ritrovati armi ed esplosivo, i giudici non lo valutano come azione di una "banda armata", ma più semplicemente un tentato omicidio (obbiettivo i carabinieri), occasionale, isolato cioè dal più generale contesto eversivo. La pena più severa è per Carlo Fumagalli: 20 anni di carcere perché ispiratore e promotore della cospirazione, ma soprattutto per responsabilità dirette in episodi di criminalità comune (il sequestro dell'architetto Carlo Cannavale e le rapine). Per queste ultime ragioni ai suoi più stretti collaboratori sono inflitti 15, 13, 9 e 8 anni. I reati "politici" vengono sanzionati con un massimo di sei anni di carcere (Giuseppe Picone Chiodo, Gaetano Orlando e Adamo Degli Occhi). Alla fine sono trentacinque le condanne e ventuno le assoluzioni.

13 maggio 2004: MITROKHIN: FRAGALA', PERCHE' SI VUOLE ARCHIVIARE INCHIESTA?
ANSA:
MITROKHIN: FRAGALA', PERCHE' SI VUOLE ARCHIVIARE INCHIESTA?
BERLUSCONI PRESENTI OPPOSIZIONE, CASTELLI MANDI ISPETTORI
Interrogazione e lettera al presidente del Consiglio per opporsi alla archiviazione della inchiesta sull'archivio Mitrokhin. E' l'iniziativa del capogruppo di An in commissione, Enzo Fragala'. In particolare, Fragala' ha scritto a Berlusconi affinche' - nella sua qualita' di parte lesa come rappresentante dello Stato italiano - presenti una opposizione alla richiesta di archiviazione.
Fragala' chiede se la presidenza del Consiglio sia stata "resa edotta del procedimento quale persona offesa dal reato per l'esercizio delle prerogative connesse e se il ministro della Giustizia intenda svolgere funzione ispettiva sulla regolare applicazione delle norme nel procedimento istruito dalla Procura di Roma".
Ieri, 'Il Giornale', osserva Fragala', riportava un ampio articolo relativo alla richiesta di archiviazione promossa dalla Procura della Repubblica di Roma nel procedimento penale per il reato di spionaggio apertosi sulla base delle rivelazioni dell'ex archivista del KGB Vassilj Mitrokhin.
"Ho proceduto all'esame della richiesta di archiviazione, formulata dal pubblico ministero dott. Ionta e trasmessa alla commissione in data 18 aprile 2004, rilevando una serie di incongruita' che oggi pongo all'attenzione dei competenti organi del Governo per le doverose iniziative. In via preliminare, voglio osservare che il provvedimento non ha rispettato i tempi legali connessi alla scadenza dei termini dell'investigazione e, viceversa, esso appare singolarmente sincronico in ausilio di coloro (governi e Servizi di controspionaggio) la cui responsabilita' e' sempre piu' evidente agli occhi della commissione".
Il provvedimento "e' assolutamente difettoso nella ricostruzione della storia del procedimento, incredibilmente laconico nella motivazione, inconsistente nella spiegazione dei principi di diritto applicati al caso, giuridicamente fatiscente nel riferimento alle norme che osterebbero alla prosecuzione, reticente sulle acquisizioni esperite dall'organo parlamentare e sospetto per il mancato coinvolgimento delle persone offese".
Inoltre, il " pubblico ministero archivia diciannove posizioni indagate, iscritte per il grave reato di spionaggio ai danni dello Stato italiano, senza neanche specificare perche' cio' sia avvenuto e quali evidenze permettano di affermare che l'ipotesi di reato ascritta non fosse attendibile. La pubblica accusa chiede il non luogo senza mai avere acquisito gli esiti probatori dell'attivita' inquirente svolta dalla commissione".

20 maggio 2004 - MITROKHIN: GUZZANTI PRESENTA BOZZA DI RELAZIONE 'INTERMEDIA'
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI PRESENTA BOZZA DI RELAZIONE 'INTERMEDIA'
Paolo Guzzanti ha oggi consegnato all'ufficio di presidenza allargato della commissione Mitrokhin, di cui e' presidente, una bozza di relazione con allegati documentali che raccolgono due anni di attivita', durante i quali e' stata completata l'inchiesta relativa ai 261 rapporti britannici che formarono il dossier Impedian.
Il documento e' riservato e non destinato alla divulgazione, anche se contiene soltanto un'ampia e dettagliata sinossi dei documenti e delle audizioni, tutto materiale pubblico, in cui sono evidenziati tutte le anomalie, contraddizioni, vuoti di memoria, ritrattazioni ed enigmi non risolti.
Tra l'altro viene sottolineato il fatto che per il caso Mitrokhin il Sismi adotto' una procedura mai usata prima in casi analoghi, omettendo di informare sin dall'inizio il ministro della Difesa, secondo quanto ordinato dalla L.801 e dalla prassi.
Nella prossima riunione della commissione i rappresentanti dei partiti d'opposizione faranno sapere se vorranno concorrere alla formulazione di un testo condiviso e comune o presentare una relazione di minoranza.
La relazione finale della commissione Mitrokhin sara' sottoposta ad approvazione soltanto alla fine della legislatura, quando terminera' i suoi lavori.

21 maggio 2004 - "LA SFINGE DELLE BRIGATE ROSSE", LIBRO FLAMIGNI SU MORETTI
ANSA:
LA SFINGE DELLE BRIGATE ROSSE, FLAMIGNI SU MARIO MORETTI
(NOTIZIARIO LIBRI)
SERGIO FLAMIGNI, "LA SFINGE DELLE BRIGATE ROSSE" (KAOS EDIZIONI, PP.362, EURO 19)
Mario Moretti, capo delle Brigate rosse del dopo-Curcio e principale gestore del rapimento Moro, e' al centro del nuovo libro dell' ex senatore Sergio Flamigni, che del caso Moro e' forse il piu' importante studioso. La recente storiografia 'revisionista', Vladimiro Satta in testa, lo accusa di essere un 'dietrologo', ma e' innegabile il merito di Flamigni di aver insistentemente segnalato la probabile esistenza di carte non trovate nella prima perquisizione del covo milanese di via Monte Nevoso e di un quarto 'carceriere' di Moro, due ipotesi poi dimostrate esatte dai fatti, smentendo i tanti che gia' allora sostenevano che nel caso Moro non c'era piu' nulla da chiarire.
Nel libro, la biografia di Moretti sembra sfuggire del tutto alla teoria cara a Rossana Rossanda delle Br sorte dall' 'album di famiglia' del comunismo italiano. La famiglia di Moretti infatti e' lontana dalla tradizione della sinistra, alcuni parenti sono fascisti, lui stesso frequenta parrocchie e scuole religiose e, dopo la morte del padre, fa le scuole superiori, professando idee di destra, in un convitto di Fermo (Ascoli Piceno) grazie all'aiuto economico della nobile famiglia milanese dei Casati Stampa di Soncino, quei Camillo e Anna protagonisti nel 1970 di un clamoroso caso di cronaca, quando il marchese Camillo uccise la bellissima moglie e il giovane amante di lei. La loro villa San Martino di Arcore sara' poi acquistata dal giovane imprenditore Silvio Berlusconi.
Finiti gli studi, Moretti si trasferisce a Milano, si iscrive all' Universita' cattolica con una dichiarazione del viceparroco che garantisce che il giovane "professa sane idee religiose e politiche" e, grazie alla raccomandazione dei Casati Stampa, viene assunto alla Sit-Siemens, dove si iscrive alla Cisl.
Alla Sit-Siemens avviene la politicizzazione di Moretti, che frequenta il Cpm (Collettivo politico metropolitano) guidato da Renato Curcio e Corrado Simioni. Quando le strade dei due si divaricano, con Curcio che fonda le Brigate rosse e Simioni che segue il proprio progetto di un' organizzazione superclandestina (da cui il nome di 'Superclan') che infiltri tutte le realta' della sinistra rivoluzionaria, Moretti segue Simioni, ma poi rientra nelle Br (lo stesso fara' poco dopo Gallinari) portando avanti una linea che privilegia l'aspetto 'militarista' rispetto a quello 'politico'. Secondo Alberto Franceschini, uno dei padri fondatori delle Br, Moretti sarebbe rientrato in accordo con Simioni (che qualcuno ha riconosciuto nella descrizione del 'grande vecchio' data nel 1980 da Bettino Craxi) e i rapporti tra i due non sarebbero mai cessati (il pruriricercato Moretti, negli anni successivi, si rechera' numerose volte a Parigi, sfuggendo tranquillamente a tutti i controlli.
Nel settembre 1974, grazie al contributo dell' infiltrato 'Frate Mitra', Curcio e Franceschini, che avevano con se' gli schedari portati via qualche mese prima dalla sede del 'Comitato di Resistenza Democratica' di Edgardo Sogno, sono arrestati. Una soffiata sulla minaccia arriva a Moretti, che non riesce ad avvertirli in tempo (o non vuole ?) e resta cosi' il principale leader delle Brigate rosse, anche perche', poco dopo, Mara Cagol sara' uccisa e Giorgio Semeria gravemente ferito, entrambi in circostanze poco chiare. E nel libro di Flamigni la storia di Moretti si intreccia spesso con quella della 'strategia della tensione' e con quella di Edgardo Sogno e dei suoi principali collaboratori, gli ex comunisti Luigi Cavallo e Roberto Dotti, quel Roberto Dotti al quale Simioni aveva raccomandato a Mara Cagol di rivolgersi per qualsiasi emergenza. Sembra quasi che l' obiettivo sia comune: attaccare il Pci e ridurre il suo peso nella societa' italiana. Flamigni segnala anche la stranezza che la fidanzata e i futuri suoceri di Moretti abitavano nello stesso edificio dove c'era la sede di Luigi Cavallo e che, dopo il matrimonio, Moretti e la moglie vanno a vivere in una piccola strada dove abitano anche Roberto Dotti e il capo dellþUfficio politico della Questura Antonino Allegra.
Con la leadership di Moretti, la 'Primula rossa' che per 10 anni sfugge a tutte le ricerche, le Br alzano il tiro e passano dalla 'propaganda armata' (rapimenti dimostrativi e azioni punitive) all"attacco al cuore dello Stato' con gambizzazioni e omicidi. Anche nelle Br qualcuno sospetta che Moretti sia una spia, ma l'inchiesta fatta da Bonisoli e Azzolini lo scagiona.
Nel 1981 la lunga latitanza di Moretti si conclude a Milano, grazie alla soffiata di un fiancheggiatore spacciatore di droga. Pochi mesi dopo, nel carcere di Cuneo, Moretti e' aggredito e ferito con un coltello da un ergastolano comune, per motivi mai chiariti, ma che sembrano un avvertimento.
Cominciano i processi e Moretti si ritrova con sei condanne all' ergastolo. A gennaio 1993, dopo meno di 12 anni di carcere, usufruisce del primo permesso premio. Nell' estate dello stesso anno, Moretti, in una lunga intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda, racconta la sua versione, che diventa un libro pubblicato da un editore ex militante del Superclan. Moretti avalla la ricostruzione del caso Moro fornita da Morucci e Faranda e si accolla la responsabilita' di aver ucciso Moro, scagionando Gallinari. Passano quattro anni e, nell' estate del 1997, il capo delle Br ottiene la semiliberta'.
In una polemico capitoletto conclusivo Flamigni risponde alle critiche di chi lo accusa di fare dietrologia. E ribadisce alcune sue convinzioni: 1) "La verita' ufficiale raccontata dai brigatisti e sancita dai tribunali come tale e' in piu' punti inverosimile". 2) "Non credo alla purezza rivoluzionaria delle Brigate rosse morettiane e man che meno a quella del loro capo". 3) "Sono convinto che nel delitto Moro vi siano state implicazioni dei servizi segreti e collusioni 'atlantiche'''.
Avra' ragione anche stavolta ?

TERRORISMO: MARIO MORETTI E GLI STRANI VICINI DI CASA
NEL NUOVO LIBRO DI FLAMIGNI I COVI BR IN LUOGHI SINGOLARI
Mario Moretti, il capo indiscusso delle Brigate rosse nel periodo dal 1974 al 1981, aveva l' abitudine, o la sorte, di trovare covi o abitazioni con vicini di casa imbarazzanti o pericolosi. Questa strana caratteristica di Moretti, definito per anni la "Primula Rossa" delle Br, emerge dal nuovo libro dei Sergio Flamigni (ex senatore del Pci, che per anni ha fatto parte delle commissioni P2, Moro e Antimafia): "La sfinge delle Brigate rosse - Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti", che sta per uscire.
Quando Moretti arriva a Milano dalle Marche - fa notare Flamigni - la sua fidanzata diventa Amelia, che poi sposera' e dalla quale divorziera'. La ragazza abita con i genitori in via Gallarate 131, nello stesso palazzo in cui era la sede milanese di Luigi Cavallo, un ex comunista diventato poi il principale collaboratore di Edgardo Sogno, ex partigiano della 'Franchi', accusato nel 1974 di preparare un 'golpe bianco' e poi scagionato (ma in un libro pubblicato postumo, lo stesso Sogno ammettera' di aver preparato un colpo di Stato).
Quando poi Mario Moretti e Amelia si sposano, vanno a vivere in un appartamentino in via delle Ande 16. Ma anche qui ci sono vicini da cui un terrorista dovrebbe stare alla larga. Al numero 15, a pochi metri dai Moretti, abita Antonino Allegra, capo dell' Ufficio politico della Questura milanese, e poco piu' in la', al numero 5, abita un altro importante collaboratore di Edgardo Sogno, Roberto Dotti, anche lui ex comunista pentito. Dotti, tra l' altro, e' al centro di un altro imbarazzante mistero: Corrado Simioni, il capo del Superclan (organizzazione nata dalla stessa costola delle Br e poi fondatore della scuola di lingue Hyperion, a Parigi) avrebbe detto a Mara Cagol (moglie di Renato Curcio) di consegnare proprio a Dotti le schede dei nuovi aderenti.
E la storia non finisce qui, perche' anche a Roma, nel famoso covo di via Gradoli 96 in cui Moretti viveva al tempo del rapimento Moro, c' erano, solo in quella palazzina, ben 24 appartamenti di "proprieta' di societa' immobiliari nei cui organismi societari vi sono alcuni funzionari del servizio segreto civile" e lo stesso Vincenzo Parisi, capo del Sisde, acquistera' poi alcuni appartamenti in via Gradoli. In un appartamento vicino al covo abitava una donna egiziana, informatrice della polizia, che infatti segnalera' qualcosa di strano nell' appartamento di Moretti e Barbara Balzerani. Inoltre, al numero 89, proprio di fronte al covo, abitava un sottufficiale dei carabinieri, in forza al Sismi, anche lui, come Moretti, originario di Porto San Giorgio.

22 maggio 2004 - MITROKHIN: SULLA BOZZA DI RELAZIONE GUZZANTI
"L' Opinione"
Fu sbianchettata l'edizione italiana del dossier Mitrokhin
di Giovanna Albertini
Interpolazioni e correzioni. Cioè purghe. Magari non staliniane, ma di certo assai politically correct. Oltre che opportunisticamente necessarie all'ex governo D'Alema per non avere noie con uno dei suoi più cari alleati dell'epoca: Armando Cossutta. Secondo la commissione Mitrokhin, il cui presidente Paolo Guzzanti nei giorni scorsi ha sottoposto a tutti i propri commissari una bozza di relazione, l'edizione italiana del best seller dello storico inglese Christopher Andrew sarebbe stata debitamente espunta di tutti i riferimenti ad Armando Cossutta, talvolta con effetti tragicomici.
Il nome di Armando Cossutta infatti in inglese nel capitolo sull'eurocomunismo, compare sette volte mentre non si legge affatto alla pagina corrispondente del libro pubblicato in Italia, dove viene usata una perifrasi al posto del nome. Non solo: a pagina 788 del dattiloscritto inglese, Cossutta è presente due volte, mentre nella corrispondente pagina della versione italiana è assente e si parla genericamente di un "informatore del Kgb nella Direzione del Partito comunista italiano".
Quanto a Giorgio Conforto, l'agente sovietico 'Dario' che probabilmente ebbe un ruolo nell'arresto dei due capi della colonna romana delle Br, Valerio Morucci e Adriana Faranda, beccati nel maggio '79 a casa della figlia di Conforto, Giuliana, risulta mancante un intero periodo su di lui nella versione italiana. Indovinate quale? Quello in cui si parla di un suo possibile rapporto con le Br nella gestione del dopo sequestro Moro. E' prevedibile che queste indiscrezioni riportate ieri dall'Adnkronos sulla bozza di relazione di mid-term della Mitrokhin provocheranno nuove polemiche. D'altronde in Italia funziona così: quando il dito indica la luna molti imbecilli guardano il dito.
Giovanna Albertini

25 maggio 2004 - LIBRO FLAMIGNI SU MARIO MORETTI
"La Gazzetta del Sud"
Sergio Flamigni: "La sfinge delle Brigate rosse" Un alone di mistero avvolge il "militarista" Mario Moretti
SERGIO FLAMIGNI La sfinge delle Brigate Rosse Kaos edizioni pagine 362 - euro 19,00
Carlo De Biase
Mario Moretti, capo delle Brigate rosse del dopo-Curcio e principale gestore del rapimento Moro, è al centro del nuovo libro dell'ex senatore Sergio Flamigni, che del caso Moro è forse il più importante studioso. La recente storiografia "revisionista", Vladimiro Satta in testa, lo accusa di essere un "dietrologo", ma è innegabile il merito di Flamigni di aver insistentemente segnalato la probabile esistenza di carte non trovate nella prima perquisizione del covo milanese di via Monte Nevoso e di un quarto "carceriere" di Moro, due ipotesi poi dimostrate esatte dai fatti, smentendo i tanti che già allora sostenevano che nel caso Moro non c'era più nulla da chiarire. Nel libro, la biografia di Moretti sembra sfuggire del tutto alla teoria cara a Rossana Rossanda delle Br sorte dall'"album di famiglia" del comunismo italiano. La famiglia di Moretti infatti è lontana dalla tradizione della sinistra, alcuni parenti sono fascisti, lui stesso frequenta parrocchie e scuole religiose e, dopo la morte del padre, fa le scuole superiori, professando idee di destra, in un convitto di Fermo (Ascoli Piceno) grazie all'aiuto economico della nobile famiglia milanese dei Casati Stampa di Soncino, quei Camillo e Anna protagonisti nel 1970 di un clamoroso caso di cronaca, quando il marchese Camillo uccise la bellissima moglie e il giovane amante di lei. La loro villa San Martino di Arcore sarà poi acquistata dal giovane imprenditore Silvio Berlusconi. Finiti gli studi, Moretti si trasferisce a Milano, si iscrive all'Università cattolica con una dichiarazione del viceparroco che garantisce che il giovane "professa sane idee religiose e politiche" e, grazie alla raccomandazione dei Casati Stampa, viene assunto alla Sit-Siemens, dove si iscrive alla Cisl. Alla Sit-Siemens avviene la politicizzazione di Moretti, che frequenta il Cpm (Collettivo politico metropolitano) guidato da Renato Curcio e Corrado Simioni. Quando le strade dei due si divaricano, con Curcio che fonda le Brigate rosse e Simioni che segue il proprio progetto di un'organizzazione superclandestina (da cui il nome di "Superclan") che infiltri tutte le realtà della sinistra rivoluzionaria, Moretti segue Simioni, ma poi rientra nelle Br (lo stesso farà poco dopo Gallinari) portando avanti una linea che privilegia l'aspetto "militarista" rispetto a quello "politico". Secondo Alberto Franceschini, uno dei padri fondatori delle Br, Moretti sarebbe rientrato in accordo con Simioni (che qualcuno ha riconosciuto nella descrizione del "grande vecchio" data nel 1980 da Bettino Craxi) e i rapporti tra i due non sarebbero mai cessati (il pruriricercato Moretti, negli anni successivi, si recherà numerose volte a Parigi, sfuggendo tranquillamente a tutti i controlli). Nel settembre 1974, grazie al contributo dell' infiltrato "Frate Mitra", Curcio e Franceschini, che avevano con sé gli schedari portati via qualche mese prima dalla sede del "Comitato di Resistenza Democratica" di Edgardo Sogno, sono arrestati. Una soffiata sulla minaccia arriva a Moretti, che non riesce ad avvertirli in tempo (o non vuole ?) e resta così il principale leader delle Brigate rosse, anche perchè, poco dopo, Mara Cagol sarà uccisa e Giorgio Semeria gravemente ferito, entrambi in circostanze poco chiare. E nel libro di Flamigni la storia di Moretti si intreccia spesso con quella della "strategia della tensione" e con quella di Edgardo Sogno e dei suoi principali collaboratori, gli ex comunisti Luigi Cavallo e Roberto Dotti, quel Roberto Dotti al quale Simioni aveva raccomandato a Mara Cagol di rivolgersi per qualsiasi emergenza. Sembra quasi che l' obiettivo sia comune: attaccare il Pci e ridurre il suo peso nella società italiana. Flamigni segnala anche la stranezza che la fidanzata e i futuri suoceri di Moretti abitavano nello stesso edificio dove c'era la sede di Luigi Cavallo e che, dopo il matrimonio, Moretti e la moglie vanno a vivere in una piccola strada dove abitano anche Roberto Dotti e il capo dell Ufficio politico della Questura Antonino Allegra. Con la leadership di Moretti, la "Primula rossa" che per 10 anni sfugge a tutte le ricerche, le Br alzano il tiro e passano dalla "propaganda armata" (rapimenti dimostrativi e azioni punitive) all'"attacco al cuore dello Stato" con gambizzazioni e omicidi. Anche nelle Br qualcuno sospetta che Moretti sia una spia, ma l'inchiesta fatta da Bonisoli e Azzolini lo scagiona. Nel 1981 la lunga latitanza di Moretti si conclude a Milano, grazie alla soffiata di un fiancheggiatore spacciatore di droga. Pochi mesi dopo, nel carcere di Cuneo, Moretti è aggredito e ferito con un coltello da un ergastolano comune, per motivi mai chiariti, ma che sembrano un avvertimento. Cominciano i processi e Moretti si ritrova con sei condanne all'ergastolo. A gennaio 1993, dopo meno di 12 anni di carcere, usufruisce del primo permesso premio. Nell' estate dello stesso anno, Moretti, in una lunga intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda, racconta la sua versione, che diventa un libro pubblicato da un editore ex militante del Superclan. Moretti avalla la ricostruzione del caso Moro fornita da Morucci e Faranda e si accolla la responsabilità di aver ucciso Moro, scagionando Gallinari. Passano quattro anni e, nell'estate del 1997, il capo delle Br ottiene la semilibertà. In un polemico capitoletto conclusivo Flamigni risponde alle critiche di chi lo accusa di fare dietrologia. E ribadisce alcune sue convinzioni: 1) "La verità ufficiale raccontata dai brigatisti e sancita dai tribunali come tale è in più punti inverosimile". 2) "Non credo alla purezza rivoluzionaria delle Brigate rosse morettiane e men che meno a quella del loro capo". 3) "Sono convinto che nel delitto Moro vi siano state implicazioni dei servizi segreti e collusioni "atlantiche"". Avrà ragione anche stavolta? Da Cesare Battisti a Parigi ad Alessio Casimirri in Nicaragua, passando per la Libia, l'Argentina fino alle isole del Pacifico, il giornalista Daniele Biacchessi ("Vie di fuga" , Mursia, pagine 190 - euro 12,50) ricostruisce la mappa dei rifugi dei 163 latitanti del terrorismo rosso, i loro percorsi politici, personali e giudiziari, lo stato degli accordi internazionali sulla materia. E i misteri che hanno accompagnato le azioni di alcuni di loro, quando in Italia impugnavano una pistola e dopo, lungo le strade della loro nuova vita. Ai brani delle dichiarazioni rese alla commissione parlamentare d'indagine sulle stragi, delle sentenze di tribunali di tutt'Italia, ed alle interviste da lui raccolte con magistrati, parenti del vittime ed ex terroristi, Biacchessi aggiunge colorate descrizioni sui paesaggi che fanno da sfondo alle latitanze. Come il "minuscolo paradiso costruito da Alessio Casimirri": "per arrivarci bisogna seguire la Panamericana fino a San Juan del Sur, proprio al confine con il Costa Rica, poi imboccare uno sterrato lungo 22 chilometri, fino a raggiungere un bed and brekfast con quattro bungalow colorati, un ristorante e una falagnameria. La spiaggia è vigilata da due soldati armati. Di domenica mattina appare all'improvviso a quanti intendono partecipare al suo corso di subacqueo". Casimirri è il "compagno Camillo" delle Br, uno degli uomini del commando di via Fani, l'unico, tra quelli individuati e condannati per la strage, a non aver fatto nemmeno un giorno di galera. Ma il colore, il taglio del racconto scelto da Bianchessi, non scioglie l'amaro che lasciano in bocca certe dichiarazioni, come quella fatta nel 2000 da Germano Maccari alla commissione stragi che lo interrogava su una spedizione fatta da uomini del Sisde in Nicaragua (dopo la quale era stato individuato ed arrestato come esecutore materiale dell'assassinio di Moro anche lui, morto in carcere l'anno seguente): "facevano prima ad eliminarmi fisicamente, anziché andare lì a spendere un miliardo e quattrocento milioni per parlare con Casimirri". La cifra, spiega Bianchessi, è comprensiva di biglietti aerei, hotel e ristoranti per una settimana di permanenza per due funzionari, Mario Fabbri (all'epoca caporeparto) e Carlo Parolisi che di Casimirri era stato "amico d'infanzia". In quella stessa seduta il parlamentare Taradash, facendo una domanda a Maccari parla di "una trattativa con la stato dalla quale è uscito molto bene" Casimirri. Ma ancora più inquietante è la domanda che il presidente della commissione stragi aveva rivolto a Maccari: "...può escludere che il Sisde avesse paura che lei, in via Montalcini, avesse saputo qualche cosa, che forse poi non ha saputo, che poteva in qualche modo rivelare?".

26 maggio 2004 - LIBRO SU UCCISIONE MAURO DE MAURO
"Il Secolo XIX"
L'assassinio di Mauro De Mauro il giornalista che sapeva troppo Oggi in libreria "Colpo di Stato" Il libro-inchiesta di Camillo Arcuri sul golpe di Valerio Borghese apre nuovi scenari sulla morte del cronista dell'"Ora" di Palermo
"P iù che un lavoro da Maigret, con queste pagine volevo compiere un'opera di restauro, per rendere più viva la memoria collettiva su certi fatti, cronologicamente forse lontani eppure così caldi, vivi". Così Camillo Arcuri nel penultimo capitolo del suo "Colpo di Stato" (Rizzoli-Bur, pagg 143, 8 ) da oggi in libreria. Un libro costruito con la puntigliosità documentale del saggio, con la verve del reportage e scritto con una prosa che sposa il ritmo all'eleganza. Il colpo di stato del titolo è quello tentato da Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970. Un golpe del quale l'allora giovane inviato del Giorno Camillo Arcuri (futuro capocronista al Secolo XIX, vicedirettore dell'Europeo e inviato del Corsera) aveva avuto informazione riservatissima nel settembre dell'anno precedente. Tre pagine dattiloscritte di un rapporto dei servizi segreti su una riunione che Borghese aveva tenuto a Genova. Una notizia che, censurata al Giorno, dà oggi il la a questo libro-inchiesta fitto di rivelazioni. La più importante: quella che lega al golpe Borghese la scomparsa di Mauro De Mauro, il giornalista dell'"Ora" di Palermo vittima della mafia nel 1970.
Arcuri, perché questo libro a 35 anni di distanza?
"È frutto di un cruccio che mi sono portato dietro da allora. Una profonda inquietudine morale, nata quando, tre mesi dopo la censura subita dal mio pezzo, scoppiò la bomba di piazza Fontana. La domanda che mi posi allora e che mi seguì negli anni era: se la notizia della preparazione del golpe fosse stata pubblicata, quella strage ci sarebbe stata? Poi, tre anni fa, ho letto un trafiletto sul Secolo XIX"
Di cosa parlava?
"Riferiva le dichiarazioni di un pentito di mafia: Francesco Di Carlo, padrino di Altofonte. Secondo la sua testimonianza Mauro De Mauro era stato ammazzato per aver scoperto qualcosa di troppo sul golpe Borghese, sull'alleanza che i neofascisti avevano stabilito al Sud con Cosa Nostra. Era la prima volta che i due fatti venivano collegati. La sparizione di De Mauro era sempre stata collegata al caso Mattei".
Un collegamento da brividi. Lo scoop poteva costarle la vita...
"No, non credo. Qui non siamo in Sicilia. Semmai ho provato un altro motivo di inquietudine: se Il Giorno avesse pubblicato la notizia forse le cose sarebbero andate diversamente per De Mauro".
"Colpo di stato" prende avvio da una riunione segreta tenuta a Genova da Borghese con esponenti di importati famiglie genovesi. Non ne fa però i nomi. Perché?
"All'indomani dello sventato golpe di Delle Chiaie, nel dicembre del 1970, il Secolo XIX ne pubblicò alcuni ma alla fine tutto fu insabbiato. L'unico documento di cui dispongo, è un rapporto decapitato dell'intestazione e della firma di chi l'ha redatto. Un po' poco per affrontare una causa per diffamazione".
Il libro oltre a rivelare aspetti inediti dei casi Mattei, De Mauro e Borghese lancia pesanti accuse al mondo dell'informazione. Da allora qualcosa è cambiato?
"Sì. La notizia oggi soffre del bisogno di spettacolarizzazione ma, probabilmente, una censura come quella che subii io allora non sarebbe possibile. Prima di piazza Fontana le fonti ufficiali, quelle di polizia, erano prese per oro colato. Con gli anni c'è stata una crescita di consapevolezza che è garanzia di maggiore attendibilità anche se, dopo tanti anni di giornalismo, al dogma dell'obiettività io non credo più".
Andrea Casazza

26 maggio 2004 - LIBRO FLAMIGNI SU MARIO MORETTI
"Dagospia"
Grazie alla mia supervista di supereroe ho potuto dare un'occhiata al nuovo libro di Sergio Flamigni, "La sfinge delle Brigate rosse - Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti", edito dalla Kaos, che uscirà in libreria tra pochi giorni. Dal libro emerge che Mario Moretti, il capo indiscusso delle Brigate rosse nel periodo dal 1974 al 1981, definito per anni la "Primula Rossa" delle Br, aveva l'abitudine (o la strana sorte) di trovare covi o abitazioni con vicini di casa imbarazzanti o pericolosi. Quando Moretti arriva a Milano dalle Marche si fidanza con Amelia, che poi sposerà e dalla quale divorzierà. La ragazza abita con i genitori in via Gallarate 131, nello stesso palazzo in cui era la sede milanese di Luigi Cavallo, un ex comunista diventato poi il principale collaboratore di Edgardo Sogno.
Quando Mario Moretti e Amelia si sposano, ad un certo punto vanno a vivere in un appartamentino in via delle Ande 16. Ma anche qui ci sono vicini da cui un terrorista dovrebbe stare alla larga. Al numero 15, a pochi metri dai Moretti, abita Antonino Allegra, capo dell'Ufficio politico della Questura milanese, e poco più in là, al numero 5, abita un altro importante collaboratore di Edgardo Sogno, Roberto Dotti, anche lui ex comunista pentito. Dotti, tra l'altro, è al centro di un altro imbarazzante mistero: Corrado Simioni, il capo del Superclan (organizzazione nata dalla stessa costola delle Br) e poi fondatore a Parigi della scuola di lingue Hyperion, avrebbe detto a Mara Cagol (moglie di Renato Curcio) di consegnare proprio a Dotti le schede dei nuovi aderenti e a lui che poteva rivolgersi in caso di bisogno.
Simioni è l'uomo che molti hanno creduto di riconoscere nella descrizione data da Craxi, nel 1980, del "grande vecchio". E la storia non finisce qui, perché anche a Roma, nel famoso covo di via Gradoli 96 in cui Moretti viveva al tempo del rapimento Moro, c'erano, solo in quella palazzina, ben 24 appartamenti di "proprietà di società immobiliari nei cui organismi societari vi sono alcuni funzionari del servizio segreto civile" e lo stesso Vincenzo Parisi, capo del Sisde, acquisterà poi alcuni appartamenti in via Gradoli.
In un appartamento al piano di sotto abitava una donna egiziana, informatrice della polizia, che infatti segnalerà qualcosa di strano nell'appartamento di Moretti e Barbara Balzerani. Inoltre, al numero 89, proprio di fronte al covo, abitava un sottufficiale dei carabinieri, in forza al Sismi, anche lui, come Moretti, originario di Porto San Giorgio. Ma anche la biografia di Moretti sembra sfuggire del tutto alla teoria, cara a Rossana Rossanda, delle Br sorte dall'"album di famiglia" del comunismo italiano.
La famiglia di Moretti infatti è lontana dalla tradizione della sinistra, alcuni parenti sono fascisti, lui stesso frequenta parrocchie e scuole religiose e, dopo la morte del padre, fa le scuole superiori, professando idee di destra, in un convitto di Fermo (Ascoli Piceno) grazie all'aiuto economico della nobile famiglia milanese dei Casati Stampa di Soncino, quei Camillo e Anna protagonisti nel 1970 di un clamoroso caso di cronaca, quando il marchese Camillo uccise la bellissima moglie e il giovane amante di lei, prima di suicidarsi. La loro villa San Martino di Arcore sarà poi acquistata dal giovane imprenditore Silvio Berlusconi, grazie all'intervento di Previti, ma grazie soprattutto al senatore liberale Giorgio Bergamasco, tutore della marchesina rimasta orfana e anche lui collaboratore di Sogno.
Voi direte giustamente che sono le solite teorie dietrologiche di Flamigni e io risponderò, altrettanto giustamente, che è innegabile il merito di Flamigni di avere insistentemente segnalato, contro tutto e tutti, la probabile esistenza di carte non trovate nella prima perquisizione del covo milanese di via Monte Nevoso e l'altrettanto probabile esistenza di un quarto 'carceriere' di Moro, due ipotesi poi dimostrate esatte dai fatti, smentendo i tanti che già allora sostenevano che nel caso Moro non c'era più nulla da chiarire.
Nembokid

27 maggio 2004 - MORTO CEFIS
"Ticinonline"
Morto a Lugano Eugenio Cefis
MILANO - Eugenio Cefis, ex "signore" della chimica italiana, è morto a Lugano all'età di 82 anni. La notizia della scomparsa è stata resa nota dalla famiglia a funerale avvenuto, con un necrologio sul "Corriere della sera". Ritiratosi dalla scena pubblica nel 1987, Cefis aveva lasciato Milano per stabilirsi sulle rive del Ceresio, dove da allora ha sempre vissuto.
Nato a Cividale del Friuli il 21 luglio 1921, Eugenio Cefis è stato uno dei maggiori dirigenti industriali italiani tra la fine della Seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta. Laureatosi in giurisprudenza, nel dopoguerra entrò nel gruppo Eni, dove ricoprì numerose cariche sociali, tra cui la vicepresidenza nel 1962, dopo la la morte di Enrico Mattei e la presidenza nel 1967. Lasciò questo incarico nel 1971 per assumere la presidenza della Montedison, tenuta fino al 1977. In questa veste conquistò una posizione di predominio nella chimica italiana, grazie anche a complesse operazioni finanziarie.
La famiglia chiede agli amici e a chi lo conobbe non fiori, "ma un aiuto alla ricerca medica o un atto di bontà verso chi ne ha bisogno".

ANSA:
CEFIS, DALL'ENI DI MATTEI AL SOGNO DELLA CHIMICA
SCOMPARE PROTAGONISTA DI 20 ANNI DI VITA ECONOMICA ITALIANA
Presidente dell'Eni, scalatore della Montedison con la regia della Mediobanca di Enrico Cuccia, ma soprattutto protagonista di venti anni di vita economica e politica italiana. Eugenio Cefis, il 'corazziere', soprannome guadagnato per la statura e il passato da ufficiale dei granatieri, entra nell'Agip al termine della guerra, e ne diventa consigliere negli anni 1953-54. Assume, fin dalla costituzione dell'Eni, la carica di vice direttore generale e assistente del presidente Enrico Mattei.
A luglio del 1967, a pochi anni dalla tragica scomparsa di Mattei, e' il nuovo presidente della compagnia petrolifera e coltiva il sogno di fare della chimica nazionale un settore competitivo a livello internazionale. Sulla base di alcune considerazioni: le enormi potenzialita' legate alla petrolchimica, la convinzione dell'esistenza di uno spazio in Italia per un solo grande operatore e, infine, la nascita di Montedison, la potente conglomerata frutto della fusione tra Edison, alla ricerca di nuove aree dove investire i guadagni delle attivita' elettriche, e Montecatini, in gravi difficolta' finanziarie.
Nasce cosi' la scalata a Foro Buonaparte, dopo l'incontro tra Cefis e Cuccia, con il via libera del governo e un solido rapporto con l'ala della Dc di Amintore Fanfani. Acquisito il controllo di Montedison, Cefis (ormai 'il signor chimica') ne diventa nel 1971 presidente e lascia il vertice dell'Eni, ma a pochi anni di distanza, nel 1977, lascia a sorpresa anche la Montedison ormai in crisi, ritirandosi a Lugano. Ossessionato dalla preoccupazione principale di conoscere tutto degli altri (anche con l'ausilio dei servizi segreti militari, secondo un'inchiesta dell'Espresso), e di non far sapere niente di se', la vita di Cefis, nato a Cividale del Friuli il 21 luglio del 1921, si intreccia a doppio filo con interi governi finche' 'il corazziere' diventa una sorta di eminenza grigia fino all'iscrizione alla loggia massonica P2. (Nota dell' Almanacco dei misteri d'Italia: il nome di Cefis non era tra quelli che comparivano negli elenchi della P2 sequestrati a Castiglion Fibocchi. Il suo nome compariva nel libro "I massoni in Italia", di Roberto Fabiani, come membro della loggia "Giustizia e liberta'")
Stupisce lo stesso Cuccia, quando nel 1977 Cefis, cultore del generale prussiano von Clausewitz, lascia la scena pubblica per ritirarsi in Svizzera con un patrimonio stimato allora in 100 miliardi di vecchie lire: "non me lo aspettavo, credevo che lei avrebbe fatto il colpo di stato", sarebbe stato il commento del banchiere.
Anni di silenzio la ricomparsa improvvisa l'8 maggio 2001, dopo un quarto di secolo di assenza, nell'aula di giustizia di Mestre dove si celebra l'ultima udienza al processo per le morti di tumore al petrolchimico di Porto Marghera: "Sono Cefis Eugenio, nato a Cividale del Friuli il 21 luglio del 1921".
Poi un'altra intervista al Corriere delle Sera, fino alla sua morte, resa nota, a funerali ormai avvenuti, dalle pagine dei necrologi del Corsera.

Almanacco dei misteri d' Italia:
Riproponiamo un articolo del 2001 su Cefis
Da "Affari e Finanza" di Repubblica del 15 maggio 2001
Alberto Statera
Sarà per la febbre elettorale che negli ultimi giorni ha concentrato tutte le attenzioni su Berlusconi, ma un grande ritorno, uno di quelli che fanno rivivere in un momento un intero ventennio di storia italiana, è passato praticamente inosservato. Martedì 8 maggio, nell'aula bunker di Mestre dove si celebrava l'ultima udienza al processo per le morti di tumore al petrolchimico di Porto Marghera (121 udienze, 24.700 pagine di verbali, 31 imputati, 546 parti lese, 99 periti) è comparso un anziano e austero signore, alto dritto, con un che di militaresco, che ha declinato davanti al presidente della Corte Nelson Salvarani e al pubblico ministero Felice Casson: "Sono Cefis Eugenio, nato a Cividale del Friuli il 21 luglio del 1921...."
Scommettiamo che un sondaggio tra mille studenti di Economia e di Scienze politiche delle principali università italiane rivelerebbe che il 90 per cento degli studenti (ma anche dei giovani manager e dei giovani giornalisti) non ha la minima idea di chi sia quel signore allampanato costretto a difendersi a ottant'anni dall'accusa di aver causato con le "sue " fabbriche chimiche 220 morti di cancro. Eppure, Eugenio Cefis non è stato soltanto il discusso presidente dell'Eni, lo spregiudicato scalatore della chimica nazionale con denaro pubblico, perso nel sogno di farne un settore competitivo a livello internazionale, ma è stato soprattutto il protagonista occulto di vent'anni di politica italiana.
La sua ossessione era di sapere tutto degli altri, attraverso i sofisticati sistemi di spionaggio messi in piedi all'Eni e alla Montedison, e far sapere nulla di sé. Il suo predecessore Enrico Mattei comprava i partiti inzeppando banconote nelle scatole di scarpe, lui passò ai più moderni sistemi della finanza estera. Ministri, presidenti del Consiglio, interi governi furono nelle sue mani per lustri, piegati alle esigenze non tanto di un sogno imprenditoriale, ma di un ben più grande sogno di potere. La Montedison lo interessava, ma gli interessava di più impadronirsi dell'Italia.
Per cui stupì tutti a metà degli anni Settanta, quando, vecchio cadetto dell'Accademia militare di Modena e lettore indefesso di Clausewitz, ma anche di Schumpeter, si ritirò da tutto e scomparve. Si racconta che quando gli diede l'annuncio che si sarebbe ritirato, Enrico Cuccia esclamò: "Non me lo aspettavo, credevo che lei avrebbe fatto il colpo di stato". Perché Cefis, come ha poi raccontato Piero Ottone in un suo libro, aveva la sensazione e l'ossessione che la repubblica italiana stesse disintegrandosi e che occorresse intervenire con vigore, idea in cui lo confortava il suo consulente Gianfranco Miglio, che molti anni dopo troveremo tra gli ideologi della Lega Nord.
Clausewitz in qualcosa lo aiutò: nel suggerirgli di ripiegare e scomparire, prima in Canada poi in Svizzera, con un patrimonio personale valutato allora sui 100 miliardi, perché tra tutti i grandi boiardi è il solo che è riuscito a schivare inchieste, processi, mandati di cattura, salvo, per l'appunto, il processo che si conclude nei prossimi giorni per le morti di cancro al petrolchimico di Marghera, nel quale è imputato con altri presidenti e dirigenti della Montedison.
Ecco così che, come scomparve, Cefis ricompare all'improvviso quasi un quarto di secolo dopo impettito e fiero. Due sono le circostanze che inducono a riflettere sull'evento. La prima è che la Montedison, tanti lustri dopo, rimane ancora lo psicodramma senza principio e senza fine dell'economia italiana. La seconda, che l'incedere dinanzi ai magistrati nell'aula di giustizia di Mestre avviene mentre si annuncia la vittoria elettorale di uno schieramento politico variegato, guidato da un uomo che fu iscritto alla loggia massonica P2, nei cui programmi risuona l'eco di qualcuna delle elucubrazioni che in quei lontani anni Cefis coltivava con Miglio. Per carità, nessuna illazione immotivata, ma la conferma che qualche volta "ogni cosa lungamente passata ci pare essere presente".
Alberto Statera

Dal libro di Roberto Fabiani
"I Massoni in Italia"
Editoriale l'Espresso - 1978
L'unificazione fra le obbedienze di Palazzo Giustiniani e Piazza del Gesù
Eppure come nel primo triennio della sua gran maestranza aveva colto il frutto maturo del riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita d' Inghilterra, anche all'inizio del secondo triennio Salvini realizzò un grosso successo che aveva tutte le caratteristiche per essere definito storico: la riunificazione con la Massoneria Universale di Piazza del Gesù. Le due famiglie erano separate da 65 anni e per tutto quel tempo avevano vissuto ufficialmente ignorandosi a vicenda in realtà spiandosi, raccogliendo notizie una dell'altra, cercando di catturare gli uomini migliori. Avevano percorso strade all'apparenza simili, delimitate dalle stesse pietre di confine e lastricate dalle stesse antiche costituzioni, ma in realtà divergenti. Quanto a palazzo Giustiniani erano stati laici sempre e anticlericali spesso, tanto a piazza del Gesù avevano cercato e trovato contatti e dialogo con la chiesa già molti anni prima che il paolino Rosario Esposito cominciasse l'evangelizzazione della libera muratoria. I "giustinianei" avevano sempre avuto una marcata impronta di sinistra arrivando ad aprire le porte dei templi ai socialisti rivoluzionari e agli anarchici; i "gesuih " si erano sempre mantenuti sul moderato, cercando proseliti tra monarchici, liberali, socialdemocratici, democristiani e sconfinando frequentemente nel terreno reazionario dei fascisti. Gli epigoni di Adriano Lemmi avevano sempre coltivato la speranza di poter diventare un superpartito; i seguaci dello scissionista Fera erano sempre andati a chiedere ai partiti protezioni e favori. A palazzo Giustiniani la democrazia funzionava: il Gran Maestro e tutti i dignitari dell'Ordine e delle logge restavano in carica tre anni e dopo tre elezioni consecutive il Gran Maestro non poteva più ripresentarsi; a Piazza del Gesù il maglietto del comando poteva essere mantenuto dalla stessa persona per tutta la vita. Palazzo Giustiniani aveva conosciuto tempeste, polemiche, battaglie intestine durissime ma bene o male era rimasto compatto; invece dal fianco di Piazza del Gesù ogni tanto nasceva qualche nuova obbedienza. Fino a quando a capo dei "gesuiti " c 'era stato il medico Tito Ceccherini, ogni tentahvo di dialogo era abortito sul nascere. Poi, morto Ceccherini, il suo posto era stato preso da Francesco Bellantonio. Siciliano, esperto commercialista, ex funzionario dell'ENI, Bellantonio si era trovato nelle mani un gruppo massonico che di certo aveva solo l 'indirizzo della sede a piazza del Gesù. Il resto era tutto discutibile, a cominciare dalla legittimità storica. Si era messo al lavoro di buona lena, facendo leva sui tradizionali punti di forza della famiglia: I 'atteggiamento politico moderato, la disposizione all'intesa con la chiesa cattolica, la fedeltà, maggiore che non quella dei giustinianei, alle origini della massoneria: lavoro in loggia, miglioramento dell'individuo, nessuna presa di posizione pubblica sui grandi temi della vita sociale verso i quali ciascun fratello poteva e doveva regolarsi secondo coscienza. Bellantonio indulgeva volentieri anche a qualche piccola scimmiottatura degli usi della massoneria inglese: amava vedere i fratelli riuniti nel tempio con i grembiulini, i collari e i guanti bianchi indossati sopra gli smoking e gli dispiaceva che qualche gruppo non fosse d'accordo con questa consuetudine e si presentasse, polemicamente, in camicia e maglione.
In pochi anni Bellantonio aveva fatto dimenticare la controversia circa la legittimità storica del suo gruppo e aveva messo insieme 3.500 fratelli distribuiti in circa 200 logge. Il nerbo degli iscritti era rappresentato da funzionari di livello medio alto, professionisti in ascesa, imprenditori e commercianti, alcuni militari, banchieri autorevoli, politici di razza. Anche a piazza del Gesù, come in tutte le massonerie del mondo, esisteva una loggia coperta, destinata a riunire i fratelli più in vista. Si chiamava Giustizia e Libertà e in passato aveva visto una comparsa (rapida) dell'ex presidente del Senato e senatore a vita Cesare Merzagora, dei generali Giuseppe Aloja e Giovanni De Lorenzo; perfino il caporione fascista Giulio Caradonna era entrato e uscito diverse volte. Da qualche anno la Giustizia e Libertà era stata affidata a Giorgio Ciarrocca, direttore centrale della RAI, libero docente dell'Università di Roma. In quel forziere Ciarrocca aveva concentrato un materiale di primissima scelta, Franziskus Konig, arcivescovo di Vienna e cardinale tra i prelati. Tra i politici: Giacinto Bosco, Marcello Simonacci, Eugenio Gatto, democristiani; Luigi Preti socialdemocratico e perfino il dirigente comunista, speranza del partito Gianni Cervetti. Formidabile la presenza dei grandi e inamovibili condottieri delle industrie e delle banche pubbliche, dai boiardi di Stato di personaggi usi a trattare col potere da pari a pari, Eugenio Cefis, primo tra i primi, iscritto dal 15 settembre 1961, Leopoldo Modugno, dirigente delle Partecipazioni Statali, in loggia dal 9 giugno 1965, Giuseppe Arcaini, iniziato il 15 luglio 1963, Guido Carli, tra i liberi massoni dal 19 settembre 1967. E un altro grande e riservatissimo personaggio del mondo bancario non solo italiano ma internazionale, Enrico Cuccia, amministratore delegato di Mediobanca, seduto tra le colonne del tempio fin dal 27 marzo 1955. Il più importante di tutti costoro, da un punto di vista massonico, era Raffaele Ursini, che aveva la carica di luogotenente del Sovrano Gran Commendatore del Rito. Contenuta ma di altissimo livello la presenza militare: Corrado Sangiorgio, generale di corpo d'armata, comandante dei carabinieri, massone dal 14 febbraio 1961 e Arnaldo Ferrara, capo di stato maggiore dell'Arma, avvicinatosi alla libera muratoria e iniziato il 15 luglio 1969. Oltre ai due generali ormai in disarmo Aloja e De Lorenzo. L'immarcescibile stirpe dei costruttori romani era rappresentata da Fortunato Federici e da Aladino Minciaroni. Non mancava un intimo del Quirinale, il presidente della Compagnia Italiana Grandi Alberghi, Alberto Mircangeli e due intimissimi di casa Fanfani, Ettore Bernabei e Stelio Valentini genero del presidente del Senato. L'avvocato Francesco Buccellato rappresentava il mondo delle libere professioni e Salvatore Comes, direttore generale per l'insegnamento universitario al ministero della Pubblica Istruzione quello della burocrazia. Il potere giudiziario aveva tra le fila dei liberi muratori di piazza del Gesù uno dei magistrati all'epoca più potenti d' Italia, Carmelo Spagnuolo, massone dal 1947. Siccome Bellantonio era parente di Michele Sindona, in quegli anni lanciato alla conquista di traguardi sempre più ambiziosi, anche l'intraprendente finanziere era stato arruolato. Dopo di lui era arrivato un personaggio scontroso e taciturno: quel don Agostino Coppola, economo della cattedrale di Monreale che sarebbe stato condannato a diciotto anni di prigione sotto l 'imputazione di appartenere alla banda di Luciano Liggio. Nessuno sa spiegare come potessero convivere nella stessa organizzazione ed in spirito di fraternità personaggi che si odiavano a morte come Cuccia e Sindona, Aloja e De Lorenzo, ognuno dei quali avrebbe dovuto assistere alla rovina dell'altro e le cui lotte avrebbero segnato non solo la cronaca ma addirittura la storia d' Italia. E Dio solo sa cosa facessero insieme lo stalinista Gianni Cervetti, il socialdemocratico Luigi Preti e il democristiano di destra Marcello Simonacci. Alla Giustizia e Libertà facevano le cose per bene e ogni fratello iscritto aveva il suo codice, vagamente somigliante al codice fiscale. Gianni Cervetti: OKL-0321-L/3; Luigi Preti: OKL-056/B18; Giuseppe Arcaini: OHNM-796/R.18; Leopoldo Medugno: OHN-1531/R.6; Aladino Minciaroni: OHN0634/F.18; Marcello Simonacci: OKL-0261/R14; Arnaldo Ferrara: OK-056/R.27; Stelio Valentini: OKN-051/F.2/1; Guido Carli: OHN-I9.11; Eugenio Cefis: OHN-05371/5.15; Corrado Sangiorgi: OK-1521/F.55; Ettore Bernabei: OKN-64915/3F; Enrico Cuccia: OHN-071/MI; Francesco Buccellato: OHT-5531/F; FortunatoFederici: COP-6945/R.50. Con una loggia coperta di quel calibro, 200 logge ordinarie, 40 templi, 3500 fratelli, Francesco Bellantonio avrebbe potuto camminare tranquillo per la sua strada. Ma anche lui aveva voglia di passare alla storia della massoneria con un gesto che lasciasse il segno. E anche lui, come già subito dopo la guerra il gruppo guidato da Arturo Labriola, aveva capito che era sciocco, prima che tatticamente sbagliato, continuare a tenere divise le pur imponenti forze. Del resto molti degli antichi motivi di contrasto si potevano considerare superati: da sempre vicini alla chiesa, i dirigenti di piazza del Gesù sapevano benissimo che palazzo Giustiniani aveva cominciato da tempo un confronto serrato con qualificati emissari del Vaticano. Sapeva anche che i giustinianei si mostravano sempre più restii a prendere posizione sui temi che animavano il dibattito civile: Salvini aveva tenuto una reclamizzata conferenza stampa per annunciare che la massoneria era schierata a favore del divorzio, contro il referendum e contro il concordato, ma lo aveva fatto di malavoglia praticamente costretto a quel gesto dalla battagliera opposizione interna. Da ultimo, Francesco Bellantonio nutriva la speranza, non del tutto segreta ne' inespressa di poter diventare Gran Maestro di una grande famiglia massonica finalmente riunita negli uomini e nelle strutture. E tutti insieme in marcia, con spirito di concordia e fraternità, alla ricerca della verità e della vera luce. Per questi motivi il Gran Maestro di piazza del Gesù aveva ripreso con palazzo Giustiniani un dialogo che era stato iniziato e interrotto più volte. E era arrivato a un accordo con Salvini: la sua obbedienza si sarebbe presentata al completo per fondersi con quella di palazzo Giustiniani. I fratelli avrebbero mantenuto i gradi raggiunti nella famiglia d'origine; neppure a parlarne di selezione, esame, controlli e altre trafile del genere. Il tesoro sarebbe stato riversato in quello di palazzo Giustiniani. Il Gran Maestro di piazza del Gesù una volta realizzata la fusione sarebbe stato acclamato Gran Maestro aggiunto del Grande Oriente. La loggia coperta Giustizia e Libertà avrebbe preso contatti con la consorella P2 per il passaggio degli iscritti "all'orecchio del Gran Maestro". In tutta questa trattativa Francesco Bellantonio portava una dose di calcolo, un grande entusiasmo e una grandissima ingenuità. Era talmente convinto che l 'accordo stipulato con Salvini avrebbe funzionato che si bruciò i vascelli alle spalle e cedette al Gran Maestro di palazzo Giustiniani il contratto d 'affitto dell'appartamento di piazza del Gesù.
Può sembrare un particolare poco importante, ma non è così. Come il Grande Oriente aveva legato il suo nome al palazzo che ne ospitava il governo, così la Massoneria Universale aveva la culla a piazza del Gesù, dove era andato a installarsi Saverio Fera nel l908; nessuno aveva mai chiamato quella comunione con il nome ufficiale di Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi Liberi e Accettati Massoni ma semplicemente con il nome della piazza dove c'era la sede. In un corpo perennemente sferzato da tentazioni scissioniste come è sempre stato quello della massoneria italiana, restare ancorati alle pietre dell'antico palazzo garantiva agli occupanti la possibilità di richiamarsi alla tradizione, montare se necessario un bluff; stendere cortine di fumo difficili da diradare. Bellantonio tutto questo non lo capì e rinunciò con leggerezza al patrimonio rappresentato da quel semplice indirizzo. Se ne sarebbe amaramente pentito due anni più tardi quando, naufragata l'intesa con il Grande Oriente, avrebbe cercato di ridare vita al suo antico gruppo senza però poter rimettere piede nella sede storica. Il contratto lo aveva in mano Salvini; fraternamente se lo tenne.Ma nel l973 tutti pensavano a costruire ed era lontano il sospetto che il nuovo edificio sarebbe rimasto in piedi 24 mesi appena. Il patto diffusione venne stilato e firmato a primavera; comunicati trionfalistici vennero spediti a tutte le famiglie massoniche del mondo per annunciare lo storico evento, il secondo nel giro di soli due anni, che aveva riportato all'abbraccio e alla concordia due grandi obbedienze separate da più di mezzo secolo. Se nei saloni di palazzo Giustiniani Lino Salvini gustava quel trionfo che gli apparteneva a titolo pieno, all'albergo Excelsior di Roma Licio Gelli guardava con soddisfazione crescere a dismisura la potenza della sua loggia segreta: era stato lesto a muoversi e aveva catturato quasi tutti gli iscritti alla Giustizia e Libertà di piazza del Gesù. Adesso sotto la volta stellata del tempio della P2 era concentrata una forza imponente, quale in Italia non si vedeva dai tempi di Lemmi e forse non si sarebbe vista più: non era mai successo che molti degli uomini che tengono in mano una nazione stessero riuniti nella stessa sala a celebrare gli stessi riti e professare le stesse idee: il padrone del Quirinale, che non era il presidente della Repubblica ma il volitivo e inamovibile segretario generale Nicola Picella; il padrone dei servizi segreti Vito Miceli; il padrone della Banca d'Italia, Guido Carli; il padrone della Rai Ettore Bernabei; il padrone della più importante Procura della Repubblica d'Italia Carmelo Spagnuolo; il padrone del pozzo senza fondo Italcasse, Giuseppe Arcaini; il motore immobile della Camera dei Deputati, Francesco Cosentino; il potente capo di stato maggiore dei carabinieri Arnaldo Ferrara; il padrone di una banca di importanza internazionale, Enrico Cuccia. E un uomo furbo e ambizioso che teneva strette in mano le chiavi del cuore di Giulio Andreotti, Michele Sindona.Per questa eletta compagnia la sede di via Cosenza non andava più bene; oltre tutto si era dimostrata poco sicura perché c'era stato un misterioso e non riuscito tentativo d 'effrazione che Miceli e Spagnuolo avevano subito classificato come "operazione tendente a inserire microfoni d'ambiente e mezzi d'ascolto elettronici". Allora Gelli fece preparare un codice dal fido generale De Santis e mise in chiave i nomi degli iscritti. Poi trovò una sede adeguata a via Condotti a un passo dalla scalinata di Trinità dei Monti, sopra la gioielleria di Gianni Bulgari, e ci trasferì la P2. Per qualche mese la massoneria italiana brillò di luce vivissima, mentre tutto sembrava funzionare alla perfezione: la fusione con i fratelli di piazza del Gesù procedeva senza intoppi ed erano pochi i dissidenti che non condividevano la riappacificazione e si mettevano in sonno; la pace con la chiesa mancava ancora di una qualche pronuncia pubblica e solenne ma era ormai cosa fatta; le grandi logge straniere con le quali erano stati stabiliti costanti rapporti sommavano a più di 140; l'opposizione interna alla gran maestranza di Salvini era sempre vigile ma aveva smorzato i toni della polemica e, all'ordine nei templi mostrava di rispettare le regole del gioco democratico; la P2 dava lustro alla famiglia con tutti i suoi altolocati aderenti, anche se di questo nelle logge ordinarie se ne sapeva poco o nulla. Come non si sapeva che il capo della P2 Licio Gelli aveva ormai scalato il colle del Quirinale e si incontrava abbastanza spesso con il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Per Gelli non era stato difficile farsi ammettere al cospetto della massima autorità dello Stato: dentro al Quirinale aveva già un amico fratello fidatissimo, l'onnipotente segretario generale Nicola Picella ed aveva allacciato rapporti cordiali con un intimo di casa Leone, quel professore Antonio Lefebvre che, sconosciuto a tutti nel 1973, sarebbe diventato celeberrimo tre anni dopo in seguito allo scandalo Lochkeed. Picella o Lefebvre avevano fatto credere a Leone che la sua elezione era stata propiziata da un signore distinto e riservato che comandava a bacchetta 110 parlamentari ai quali, nel momento cruciale delle votazioni, aveva ordinato di votare ad oltranza Giovanni Leone. E questa era solo una delle cose che il misterioso personaggio era in grado di fare: il suo potere si estendeva dal mondo bancario a quello diplomatico a quello militare e dei servizi segreti. Poteva essere utile, valeva la pena di incontrarlo. E si incontrarono. Gelli cominciò subito a battere un tasto per lui abituale: la famiglia massonica, ramificata com'è nei gangli vitali del paese è forse l'unica organizzazione ad avere costantemente sottomano e aggiornata la situazione dell'Italia. E' anche in condizione di stendere relazioni su argomenti specifici basati su dati assolutamente esatti. Desidera mettere questa capacità a disposizione del presidente della Repubblica che stando tanto in alto e isolato forse non sempre sa con precisione come vanno le cose.

27 maggio 2004 - I TUNNEL DELLA POLITICA
"La Stampa"
DAL CASO DI VILLA CERTOSA AI MISTERIOSI TUNNEL SOTTERRANEI CHE DA SEMPRE COLLEGANO I PALAZZI DELLA POLITICA
Le gallerie segrete che non portano fortuna al potere
di Filippo Ceccarelli
IL governo conferma di aver posto il segreto di Stato sul cantiere sorto in prossimità di di Villa "La Certosa", la residenza del presidente Berlusconi a Punta Lada, Costa Smeralda. I lavori rimangono dunque abbastanza misteriosi, ma l'esecutivo li ritiene comunque "indifferibili e urgenti".
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, cui ieri spettava il compito di rispondere alle interpellanze urgenti nell'aula di Montecitorio, ha fatto presente che la villa viene ormai utilizzata "anche" come sede istituzionale per riunioni con ospiti internazionali e questo implica la necessità di garantire e quindi di predisporre "una via di fuga sicura di mare". Il presidente Berlusconi all'inizio non voleva, ma i servizi segreti (Cesis) hanno tanto insistito. E l'opera, cripticamente definita "passaggio da un anfratto naturale al terreno sovrastante", sarà a spese del Cavaliere.
Nel frattempo, ha aggiunto Giovanardi, la Capitaneria di porto ha vietato il transito sulla costa per 500 metri; l'ufficio per la tutela del paesaggio della regione ha dato il suo assenso, mentre la commissione di valutazione dell'impatto ambientale ha escluso "effetti rilevanti". Quel "rilevanti" è suonato in verità palesemente e comprensibilmente necessitato. Riferendosi al cantiere, l'onorevole Maurandi, ds, ha detto in modo polemico: "Forse si tratta di una di quelle grandi opere che Berlusconi promette per l'Italia". Il ministro gli ha risposto che non avrebbe accolto "queste piccole provocazioni alquanto miserabili".
Da quel che si è capito il Cavaliere, già costruttore di città in cemento e poi di immateriali e luminose città televisive, sta scavandosi un tunnel, dal mare a casa e ritorno. Una galleria anche bella lunga. E qui conviene mettere punto, perché il desiderio di scavare, il privilegio dell'ipogeo, insomma il dominio del sottosuolo è un antico, universale e sintomatico vizio del potere. Nel senso che ci cascano tutti, anche se poi di rado quell'arcana e dispendiosa protezione gli torna utile.
Così, a rileggere gli argomenti utilizzati ieri da Giovanardi tornava in mente un interessante saggio della studiosa rumena Ileana Florescu a proposito della Reggia di Nicolae Ceausescu, la cosiddetta "Casa Republicii" (ne Il teatro del potere, a cura di Sergio Bertelli, Carocci, 2000): "Quando si toccano argomenti come il sottosuolo di quel palazzo - si legge - le notizie, oltre che rare, sono poco attendibili. In realtà i sotterranei sono ancora custoditi dal segreto di Stato e la loro stessa costruzione fu affidata a unità speciali della Securitate e dell'esercito". Nacque così la leggenda di un'intera città segreta, con rifugi anti-atomici, sale torture, bus elettrici e vie di fuga, queste ultime non esattamente auto-beneauguranti.
Nella mitologia, in effetti, come nell'immaginazione letteraria e cinematografica, da Plutone a Lucifero, da Batman alla Spectre nei film di 007, i "cattivacci" vivono parecchio giù in fondo, nei visceri della terra, dentro grotte e caverne oltretombali non di rado trasformate in bunker iper-tecnologici.
Ebbene: anche il Cavaliere, che già sotto il mausoleo di Arcore dietro pesanti porte di marmo e di bronzo aveva piazzato la sala del sarcofago e il "dormitorium" (con tanto di potente gruppo elettrogeno), è caduto nella tentazione di dar corso al mito della caverna. Per le vacanze in Sardegna, oltretutto. E questo, oltre al fatto che Berlusconi paga di tasca sua, è un elemento sicuro di novità.
Di solito nel passato le fortificazioni sotterranee erano a spese del contribuente. I romani lo sanno meglio di tutti. Al periodo papale si fanno risalire parecchi cunicoli che da Castel Sant'Angelo arrivano in Vaticano. E e al regime di Mussolini si attribuisce l'eventuale creazione di quel fitto reticolo di ampie gallerie - alcune pare anche illuminate - di cui a Roma si favoleggia specie quando in traffico va in tilt, cioè quasi sempre: da Forte Braschi, sempre secondo la leggenda, raggiungerebbero Civitavecchia. E' certo d'altra parte che esiste un tunnel che collega Palazzo Madama con Palazzo Giustiniani; così come ne esiste un altro da Palazzo Chigi a Montecitorio. Da qui se ne invoca un altro ancora che raggiunga Palazzo Theodoli. Ogni anno i deputati ci provano, ma l'opera è troppo costosa per potersi attribuire alla fobia dell'aria aperta, alla voglia di non bagnarsi quando piove o al ritorno freudiano nell'utero materno.
Indicativo, più che il motivo, rischia di apparire il momento scelto per il tunnel berlusconiano. Sicurezza infatti vuol dire tutto e nulla, compresa ansia di nascondimento e smania di città proibita. Nel segreto riposano infatti le paure, anche elettorali, ma non è detto che queste passino quando si sta sottoterra.

28 maggio 2004 - LIBRO "COME NASCE LA REPUBBLICA" DI TRANFAGLIA
ANSA:
'COME NASCE LA REPUBBLICA' NEI DOCUMENTI USA E ITALIANI
(NOTIZIARIO LIBRI)
NICOLA TRANFAGLIA, 'COME NASCE LA REPUBBLICA. LA MAFIA, IL VATICANO E IL NEOFASCISMO NEI DOCUMENTI AMERICANI E ITALIANI 1943-1947' (Bompiani ed. pp.444, euro 23).
In Italia la guerra fredda non comincio' nel 1947, ma due anni prima, all'indomani della Liberazione, quando gli americani impiegarono uomini scelti della Decima Mas in azioni coperte contro la sinistra e il sindacato italiano. La tesi (gia' avanzata in varie occasioni) trova ora conferme nei documenti della Cia e del suo predecessore l'OSS, che Nicola Tranfaglia pubblica insieme ad altri provenienti dall'archivio del Pci e di alcuni leader democristiani.
Grazie a questi archivi da poco disponibili si getta una nuova luce (a volte sinistra) sul difficile passaggio dall'Italia fascista a quella repubblicana. Non solo ma si attenua anche quella che Tranfaglia chiama "una certa insoddisfazione di studioso, dovuta alla persistente oscurita' riguardante problemi e avvenimenti che hanno caratterizzato in maniera significativa quel periodo"
Tale insoddisfazione riguarda, in primo luogo, l'azione dei servizi segreti americani nei primi cinquanta anni della Repubblica, i loro rapporti con la destra, e i loro progetti volti a combattere i comunisti e la sinistra.
Un altro aspetto che si precisa e' lo sviluppo dei movimenti fascisti dopo il 1945 e il ruolo che questi hanno nella nascita e nella crescita del Movimento sociale italiano, destinato a entrare in Parlamento l'anno dopo con le elezione del 18 aprile, oltre che nelle operazioni coperte affidate, a quanto emerge dai documento dell'Oss, ai servizi segreti americani e a quelli italiani.
A giudicare dalla documentazione pubblicata da Tranfaglia, la Sicilia e' il luogo da dove parte, subito dopo la caduta di Mussolini, un tentativo di riorganizzazione di militari e di politici esclusi dal processo di costruzione dello Stato democratico per chiare responsabilita' ricoperte fino all'ultimo nel regime e poi nella sua reincarnazione a Salo'.
I documenti di questa antologia confermano poi la forte connessione tra mafia e politica nei quattro anni seguiti allo sbarco alleato e, dall'altra, l'attenzione particolare che l'onorata societa' porta verso i partiti in grado di garantire l'ordine costituito, vale a dire prima i separatisti, poi il partito cattolico.
"Viene insomma confermata - spiega Tranfaglia - quell'ipotesi generale sulla storia dell'Italia repubblicana che vede nascere, proprio durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra, una sorta di coabitazione tra i partiti di governo, e in particolare quello cattolico, e l'associazione mafiosa siciliana in funzione anticomunista".

28 maggio 2004 - MORTE CEFIS: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
IL PERSONAGGIO / La scomparsa a 82 anni dell'imprenditore. L'annuncio ieri a funerali già avvenuti a Lugano in forma strettamente privata
La morte di Eugenio Cefis
L'amicizia con Marcora e il legame con Cuccia. "Erede" di Enrico Mattei all'Eni Si era ritirato in Svizzera negli anni 70 dopo essere diventato il signore della chimica
"Cuccia mi diceva sempre: non fa niente se un manager va a caccia di donne o se si arricchisce, guai se parla con i giornalisti". In questa battuta c'è tutto Eugenio Cefis, il rapporto con il grande banchiere di via Filodrammatici, il culto quasi ossessivo della privacy, la diffidenza nei confronti della stampa e dei giornalisti. Il risultato è che di lui, uno dei grandi boiardi che hanno calcato le scene dell'industria pubblicata e privata di questo Paese sappiamo tutto sommato troppo poco. Su Enrico Mattei continuano a uscire biografie e ritratti, del suo più stretto collaboratore invece pochi si sono occupati e la sua vera storia è tutta ancora da scrivere. Prima che il male lo martoriasse Cefis viveva nel buen retiro di Lugano, a due passi dalla stazione ma le sue puntate in Italia erano frequentissime. A Milano nello studio di via Chiossetto o ad Arolo nella villa sul lago Maggiore. Discutere con lui di vita partigiana, degli anni eroici dell'Eni, dei rapporti con i grandi capi della nomenklatura sovietica come Breznev e Kossighin o più semplicemente dell'Italia berlusconiana rappresentava un affascinante tuffo nel passato. In un passato nel quale l'Italia era una democrazia giovane ma sicuramente più ambiziosa di adesso. Nel Canton Ticino Cefis si era trasferito nell'ormai lontano 1977 quando con un autentico coup de théâtre si dimise da presidente della Montedison. Abdicò a soli 56 anni come nel Cinquecento aveva fatto l'imperatore Carlo V. Qualcuno disse che in quel modo aveva evitato l'arresto per via di presunti preparativi di golpe, ma nessuno ha mai potuto produrre una prova che servisse a convalidare quell'ipotesi fantapolitica. Da allora l'uomo che aveva condizionato la politica italiana era tornato a fare il Brambilla, il piccolo imprenditore privato, ad occuparsi per un periodo dei suoi interessi in Canada o della casa d'aste Finarte a cui era molto attaccato ("è il mio amore" gli veniva da dire). L'ultima volta che gli chiesero se fosse diventato ricco rispose che pagava un milione di franchi svizzeri l'anno di tasse.
Del resto industriale privato Cefis lo era anche prima che Mattei lo chiamasse all'Eni e in azienda aveva sempre applicato quel forte del senso del comando appreso in montagna tra i partigiani bianchi, contendendosi a fucilate con i "rossi" di Cino Moscatelli i lanci aerei degli americani.
Il rapporto con il fondatore del cane a sei zampe è stato assai complesso. Fatto di grandi battaglie comuni ma anche di forti dissensi. Fu Eugenio - nome di battaglia Alberto - a presentare all'amico Enrico uno dei politici più brillanti che abbia avuto l'Italia, Giovanni Marcora detto Albertino, che avrebbe fondato la corrente di Base decisiva nella storia della Dc. In seguito i due, Cefis e Mattei, ebbero idee diverse sulla chimica e sulle scelte che l'Eni avrebbe dovuto compiere per entrare in un settore nel quale non aveva tradizione. I politici premevano perché il gruppo creasse occupazione e Mattei si lanciò nel salvataggio del Pignone e della Lanerossi, scontando la resistenza di Cefis che insisteva a dire: "Noi italiani siamo un popolo di navigatori, non di chimici".
Dall'Eni Cefis se ne andò 4-5 volte e almeno in venti, secondo le sue stesse parole, aveva minacciato le dimissioni. Ma guai a sostenere che da Mattei lo dividesse anche una valutazione (opposta) dei rapporti che la compagnia italiana doveva instaurare con le Sette Sorelle del petrolio. Per Cefis l'immagine di un presidente dell'Eni anti-yankee era tutta cinematografica e un po' colpa di Francesco Rosi e della trasposizione sul grande schermo del caso Mattei. "Nel film appare come un comiziante, scamiciato, con il colletto slacciato. Un'offesa. Enrico invece teneva tanto al suo aspetto che portava sempre con sé un pettine". L'accordo della pax petrolifera tra Eni ed Esso che Cefis firmò dopo la morte del suo vecchio amico in realtà era già stato predisposto e stilato dallo stesso Mattei, prima di cadere con l'aereo nella campagna pavese. A chiedere a Cefis di tornare in Eni erano stati Amintore Fanfani ed Aldo Moro, che interpretarono così i sentimenti della dirigenza, compatta allora come oggi, preoccupata dell'arrivo di un capo di matrice politica. "Volli evitare - avrebbe dichiarato in seguito Cefis - che vincesse la Confindustria e l'Eni diventasse una delle tante aziende "irizzate"".
Lo scontro con l'establishment privato proseguì per anni. I ministeri avevano bisogno di collaboratori, esperti e anche segretarie e l'Eni come la Confindustria facevano a gara "a prestare" i propri impiegati. Gli avversari sostennero che la compagnia petrolifera ormai avesse tracimato fino a diventare una sorta di Stato nello Stato, il successore di Mattei replicò che anche Edison, Montecatini e Fiat si comportavano allo stesso modo e l'industria era costretta a fare azione di lobby per evitare che il proprio azionista, lo Stato, favorisse i concorrenti.
Il passaggio successivo della avventurosa vita di Eugenio C. vede l'ingresso sulla scena di Enrico Cuccia. Fu il banchiere siciliano a insistere presso Cefis perché comprasse azioni Montedison e pose così le premesse per il blitz che avrebbe portato l'Eni (pubblica) a condizionare l'azienda privata di Foro Buonaparte e poi Cefis a trasferirsi armi e bagagli dall'una all'altra sponda.
L'avventura in Montedison non fu delle più fortunate. Successe di tutto. Lo shock petrolifero che sconvolse i prezzi e rese impossibile il risanamento, l'avvio di una gestione finanziaria aggressiva, l'uscita di scena di Amintore Fanfani appiedato dalle sconfitte elettorali e referendarie. La clamorosa svolta sarebbe maturata solo qualche anno dopo, nel 1977. Cefis spiazzò tutti lasciando Foro Buonaparte. La Razza Padrona, come ebbero a definirlo Eugenio Scalfari e Peppino Turani, lasciava il campo di sua spontanea volontà. Contrariando non poco Cuccia. Aveva pensato di aver trovato il suo Faust e invece finì a mani vuote. Stette zitto un mese o due e poi andò a trovare Cefis in via Chiossetto. Gliene disse di cotte di crude, si lamentò di essere stato lasciato solo "come un birillo tra le bocce". E poi proferì la frase ad effetto: "Pensavo che lei, Cefis, facesse il golpe e invece se ne è andato". L'ex partigiano non si scompose, diede al banchiere del "matto" e replicò che "chiunque pensasse che in Italia fosse possibile un golpe appoggiato dall'esercito" non capiva niente di questioni militari. "Per spostare le divisioni dai confini della Jugoslavia in periferia ci vogliono quattro-cinque settimane e se ne accorgerebbero tutti. Sono cose da operetta".
Dario Di Vico

INTERVISTA / Giorgio Ruffolo, prima all'Eni poi segretario alla Programmazione. I rapporti con il presidente del colosso petrolifero e gli incontri in Mediobanca
"Quando mi disse: lo tenga segreto, ho comprato Montedison"
"Aveva la convinzione della superiorità su buona parte del capitalismo privato"
MILANO - "Era molto disinvolto. Un mattino venne al ministero del Bilancio e della Programmazione. Sedette sul divanetto un po' sgangherato nel mio ufficio e mi confidò: non lo dica a nessuno per 24 ore. Ho comprato la Montedison. L'ho già comunicato a chi di dovere, cioè ad Aldo Moro e Pietro Nenni". Giorgio Ruffolo, economista ed ex deputato a Roma e Bruxelles nelle file prima del Psi e poi Ds, ha conosciuto Eugenio Cefis all'Eni, quando alla guida c'era Enrico Mattei. Ruffolo dirigeva il servizio studi, che nel colosso petrolifero rappresentava un centro di discreta influenza, con uffici anche a Beirut e Tunisi. E Cefis?
"Era vicedirettore e collaboratore strettissimo di Mattei".
Come definirebbe i loro rapporti?
"Di grande stima reciproca. Mattei aveva una notevole considerazione di Cefis come negoziatore ed esperto di finanza. Devo dire che ogni tanto il presidente dell'Eni si divertiva...".
In che senso?
"Diceva: sapete, ho inviato quel monarchico e anticomunista di Cefis a Mosca a trattare l'acquisto del petrolio russo...".
Ma in seguito fra i due crebbe la distanza.
"Sa, Cefis di fare il dipendente non è che ne avesse granché voglia. Era un leader, con forti interessi personali ed era anche imprenditore in proprio. Fu richiamato in Eni alla morte di Mattei da Marcello Boldrini. Formalmente come vicepresidente. Di fatto divenne subito il numero uno".
E fra voi come andarono le cose?
"Lui mi stimava e gli ero anche simpatico. E sapeva che Mattei mi voleva bene. In un primo tempo mi chiese di essere il suo assistente personale. Disse: lei parteciperà a molte missioni importanti. E diventerà anche ricco. Ma ero socialista e frequentavo Pasquale Saraceno, Antonio Giolitti, Ugo La Malfa. Così un giorno mi comunicò con franchezza: l'Eni è democristiano. Perciò lei ha due possibilità: o si licenzia con una bella liquidazione e può essere distaccato alla Programmazione economica. Scelsi la seconda soluzione".
Ministero che lui frequentava parecchio.
"Ovviamente. Veniva spesso nel mio ufficio. Magari era un po' scettico sui nostri effettivi poteri. Parlandomi del fondatore di Mediobanca Enrico Cuccia, disse: glielo lo devo far conoscere. Se c'è qualcuno che fa la programmazione in Italia è lui. Così ci incontrammo più volte in via Filodrammatici...".
E insieme Cefis e Cuccia scalarono Montedison...
"Cefis mi spiegò che doveva farlo".
Doveva?
"L'operazione, secondo lui, aveva un carattere difensivo. Montedison aveva grande potere di influenza sulla politica nazionale. La sua "conquista" era perciò decisiva per il governo. Vede Cefis, diversamente da Mattei, esercitava il potere senza il sostegno di un grande disegno metapolitico. Lo esercitava e basta".
Non che Mattei...
"Certo, certo... Ma se si vuole tracciare un bilancio dell'epoca dei boiardi, o dei tecnocrati di Stato, la demarcazione è evidente. Mattei lavorava anche a un grande disegno industriale nazionale, di emancipazione dallo strapotere delle cosiddette Sette Sorelle. Cefis invece mise fine alla battaglia contro le grandi compagnie petrolifere. Era un realista al limite dello scetticismo, se non del cinismo. Era la "Razza Padrona" descritta da Eugenio Scalfari, forse non estranea a progetti di esercizio diretto del potere, di "colpi di stato" tecnocratici. Nella convinzione anche di una certa superiorità su buona parte del nostro capitalismo privato".
Beh, ne ha conquistato uno dei principali rappresentanti...
"Voleva entrare nella chimica e sapeva bene che Montedison era un gigante con i piedi di argilla. Frutto di una fusione tra fragilità. Ma, lo ripeto, la scalata non rispondeva in modo prioritario a disegni industriali, bensì politici. E non ne seguì il rafforzamento della chimica. Gli anni successivi furono di guerra e di rovina. Nonostante i nostri sforzi di dare una pianificazione a quell'industria di importanza strategica".
Erano gli anni di Cefis, Girotti, Rovelli, Ursini...
"Appunto, delle guerre...puniche. La politica aveva i propri "campioni" che si contendevano potere, influenza e denaro pubblico. Il ministro del Bilancio Taviani ci incaricò di sedare il conflitto fra Girotti, presidente dell'Eni, e Cefis che nel frattempo era diventato numero uno di Montedison. Cercammo di dare un disegno, di razionalizzare. Bene, perdemmo la partita. Con un'unica, magra, consolazione".
Quale?
"Il progetto degli uffici tecnici della programmazione prevedeva una concentrazione in un solo polo nella Sicilia orientale della chimica di base. E una spinta decisa verso la cosiddetta chimica fine. Bene, alla fine ci fu invece la moltiplicazione degli investimenti assistiti da incentivi statali da parte di tutti i protagonisti, senza un disegno di settore. Un disastro, se si pensa che tutto ciò si verificò alla vigilia del grande choc petrolifero. Alle riunioni del Cipe (il comitato interministeriale per la programmazione economica) fu messa a verbale la mia contrarietà. Ecco la sola soddifazione. Un bilancio magro, non le pare? Ma combattere contro la "razza padrona" era come dare l'assalto ai mulini a vento".
Sergio Bocconi

La riservatezza è stata per Eugenio Cefis una regola di vita. Rispettata anche al momento della morte, avvenuta a Lugano martedì scorso, e comunicata dai familiari solo a esequie avvenute. Cefis aveva 82 anni e dalla fine degli anni 70 aveva lasciato Milano per trasferirsi in Svizzera. Nell'ultimo viaggio lo hanno accompagnato la moglie Marcella, con cui aveva da poco festeggiato i 60 anni di matrimonio, i figli Giorgio e Cristina, con i tre nipoti. Nato a Cividale del Friuli il 21 luglio del 1921, Cefis ha impersonato venti anni di economia italiana, guidando l'Eni subito dopo la scomparsa di Enrico Mattei, poi la Montedison, passando per la vicepresidenza di Confindustria, con Gianni Agnelli presidente, e per le partite più importanti del capitalismo italiano. Cultore della riservatezza, "il corazziere", come era chiamato Cefis per l'alta statura e il passato nei Granatieri, della sua vita non ha mai parlato, se non della passione per le icone e gli "ex-voto" (ne aveva raccolti quasi 5.000, donati al Museo del Paesaggio di Verbania). Degli altri, però, lui sapeva tutto. Nel 1999, quando per la prima volta dopo venti anni decide di rompere il silenzio, concendendo un'intervista al Corriere , racconta: "Cuccia mi diceva sempre: non fa niente se un manager infastidisce le segretarie o se si arricchisce, ma sono guai se parla. Soprattutto con i giornalisti".
Al Corriere raccontò del periodo della guerra, di quando uscito dall'accademia militare di Modena, si era unito ai partigiani diventandone vicecomandante. E' il periodo in cui avviene l'incontro che cambierà la vita del giovane Cefis, quello con Mattei, che all'epoca della Resistenza era uno dei cinque capi del Corpo volontari della libertà. All'ombra di Mattei costruirà tutta la sua carriera, iniziata nel dopoguerra all'Agip, e terminata nel '77 alla Montedison, il colosso della chimica che Cefis aveva scalato nel 1971 appoggiato dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, assumendone la guida e diventando "il signore della chimica".
Nei venti anni di carriera all'Eni, di cui è stato presidente dal 1967 al 1970, e vicepresidente dal giorno della scomparsa di Mattei, aveva coltivato il sogno di fare della chimica italiana un settore competitivo a livello internazionale. Cefis era convinto delle enormi potenzialità legate alla petrolchimica, ma anche che in Italia c'era lo spazio per un solo grande operatore. Che il manager riconoscerà nella società nata dalla fusione tra Edison e Montecatini: la Montedison, il veicolo per realizzare il sogno. E per consolidare il potere accumulato alla guida del colosso pubblico.
Nel '77, soprendendo tutti, "il signore della chimica" lascia la scena per ritirarsi in Svizzera. "Ho imparato ad apprezzare la Svizzera durante la lotta partigiana in Valdossola. Tutte le volte che c'erano dei rastrellamenti riparavamo oltre confine" raccontò Cefis. Aggiungendo: "Anche per quel ricordo sono venuto qui, e qui spero di morire".
F ederico De Rosa

"La Repubblica"
È morto a 83 anni dopo una vita di potere e intrighi, culminata con la scalata alla Montedison
Addio a Cefis il "burattinaio" scompare la razza padrona
Vice di Mattei, è stato al timone di Eni e Foro Bonaparte con l´aiuto di Fanfani e Cuccia
GIUSEPPE TURANI
MILANO - E´ morto, Eugenio Cefis, come in fondo aveva vissuto: quasi nella clandestinità, segretamente. All´inizio degli anni Settanta è stato uno dei maggiori protagonisti (se non il maggiore) della finanza italiana, ma di lui non si ricorda, in quel periodo, una sola intervista o una sola apparizione pubblica di qualche rilievo.
La sua biografia è semplice nella cronologia e complessa invece nei contenuti. Nasce a Cividale del Friuli nel 1921. Si laurea in economia alla Cattolica di Milano, va a fare l´Accademia militare di Modena e va a prestare servizio in un reggimento di Granatieri. Dopo l´8 settembre del ?43 va a comandare una brigata partigiana "Valtoce" della formazione "Fratelli di Dio".
Finita la guerra Enrico Mattei, che ha avuto l´incarico di chiudere l´Agip, lo chiama a lavorare con lui. L´Agip, come si sa, non viene chiusa e da essa nasce l´Eni, con Mattei presidente. Nel 1967, ormai morto Mattei (in un misterioso incidente aereo) e ormai chiusa la fase eroica dell´Eni (quella della guerra alle Sette Sorelle del petrolio), Cefis diventa presidente del gruppo. Da quella posizione ha l´intuizione che dominerà poi il resto della sua vita, e che sarà all´origine sia della sua fortuna e della sua successiva sfortuna. Intravede che sta per arrivare l´ora della chimica. Anzi, nel suo giro matura la convinzione che la chimica sia in assoluto l´affare del futuro, destinato a prendere nell´economia italiana il posto trainante che era stato dell´auto.
Ma in Italia c´è già un protagonista forte nella chimica: si tratta della Montedison. E, intorno, ci sono altri: Rovelli con la Sir, Ursini con la Liquigas, ecc... Cefis fa i suoi conti e decide che il modo più semplice e più veloce di diventare a sua volta un protagonista nella chimica è quello di scalare la Montedison. La faccenda è complicata perché la Montedison è privata e l´Eni è pubblica.
Ma Cefis non è uomo da fermarsi di fronte a questioni del genere. Insieme a Cuccia, allora padrone indiscusso di Mediobanca e gran protettore della Montedison, organizza la scalata alla Montedison, alla fine degli anni Sessanta. La faccenda solleva uno scandalo enorme, tanto per la sostanza quanto per i metodi usati. Ma Cefis la spunta, almeno in parte.
Già allora, infatti, sta al centro di quella che poi verrà chiamata la razza padrona. Un mix, cioè, di affari e di politica. Una sorta di rete in cui ci sono i politici che proteggono Cefis e che da lui sono protetti (e aiutati, con la forza del potere economico). Cefis, mentre punta alla chimica, non trascura di controllare e di condizionare l´informazione, come mantiene buoni rapporti con i servizi segreti. Nasce in quel periodo uno degli episodi più clamorosi (e pesanti) di inquinamento della politica e della vita pubblica in Italia.
Dopo la sua scalata alla Montedison infuria la lunghissima stagione delle guerre chimiche: tutti sono convinti che lì ci siano i soldi del futuro (e il potere) e tutti vogliono una fetta della chimica. Di fatto, Cefis dalla poltrona di presidente dell´Eni non riesce a governare la Montedison. Oltre a tutti i problemi economici e politici c´è di mezzo anche un mostruoso conflitto di interessi. Il gotha dell´industria privata (Agnelli e Pirelli) protesta per l´assalto alla Montedison, roccaforte dell´industria privata. Alla fine si arriva a un compromesso per cui si stabilisce che la Montedison (metà pubblica e metà privata) sarà la linea di confine: da quel momento in avanti, dicono i privati, non saranno più tollerate invasioni di campo.
Ma le cose, tenute insieme da un po´ di diplomazia e anche da maniere brusche, non funzionano. Nel 1973 Cefis getta la maschera e fa il suo passo più ardito: lascia l´Eni e passa alla testa della Montedison. Ovviamente, appena sbarcato nella nuova carica comincia a contestare l´Eni, di cui non tollera più la presenza, nonostante lui stesso abbia fatto, con la scalata, dell´Eni il maggior azionista della Montedison.
A molti, allora, il passo di Cefis apparve inspiegabile. Invece era il trionfo della filosofia della razza padrona. Cefis lasciava l´Eni, che bene o male era sempre un ente pubblico (soggetto a controlli pubblici, ai ministeri e al Parlamento), e si trasferiva in Montedison, società di diritto privato, con il progetto di diventare l´esclusivo padrone della chimica italiana, senza più padroni. Insomma, arrivato in alto grazie alla politica, alla fine volle sganciarsi della politica per diventare semmai padrone della politica.
Piano ambizioso e forse anche un po´ cervellotico, ma tipico di Cefis e del suo entourage. A quei tempi erano tutti convinti che la chimica si sarebbe trasformata in una miniera d´oro zecchino. Ma non fu mai così. La Montedison, nonostante tagli e ritagli, aiuti e mille sostegni, non è mai riuscita a produrre soldi. Anzi, ne ha sempre persi in abbondanza.
La fine di Cefis, e con lui della razza padrona, fu istantanea, forse dieci secondi in tutto. Cefis, si racconta, nel 1977 va da Cuccia in Mediobanca per sottoporre al suo protettore una questione non nuova: la società ha bisogno di soldi, bisogna fare un altro aumento di capitale. Cuccia, che fino a allora aveva aiutato generosamente la Montedison (da lui stesso inventata peraltro a metà degli anni Sessanta), ha intanto maturato la convinzione che la partita è persa e che lo stesso Cefis è un perdente. E quindi gli risponde semplicemente con un monosillabo: "No".
Cefis, ex ufficiale dell´Accademia di Modena, non è uno che si fa dire due volte le cose. Capisce che la partita è chiusa, la grande avventura è arrivata alla sua ultima pagina. Si dimette dalla Montedison, si ritira a Lugano, e per la finanza italiana è come se fosse morto allora. Nessuno sentirà mai più parlare di lui.

"Il Manifesto"
EUGENIO CEFIS
L'uomo che non riuscì a farsi re
E' morto nei giorni scorsi, dopo 27 anni di assenza dalla scena pubblica. Nel decennio precedente aveva avuto in mano le chiavi della finanza - e della politica - italiana
La scalata modello Eugenio Cefis ha avuto il suo momento di gloria quando ha scalato Montedison con i capitali dell'Eni. E' stato in quel tempo, per pochi anni, l'uomo più potente d'Italia.
GUGLIELMO RAGOZZINO
Eugenio Cefis ebbe in sorte due corone: fu dapprima capo dell'Eni, richiamato dopo la scomparsa di Enrico Mattei dal gruppo dirigente e dalla Base, una corrente democristiana nata dalla resistenza, che aveva sull'Eni di allora voce in capitolo; poi fu capo della Montedison, un po' per debolezza degli altri industriali (avvocato di panna montata) avrebbe scritto Eugenio Scalfari per segnalare la sua delusione e per la doppiezza dei banchieri; e molto o moltissimo per abilità proprie. Nel bel mezzo di queste due presidenze, la scalata, di Eni a Montedison: uno dei tanti avvenimenti del fantastico `68; un anno sconvolgente. Se possiamo fare un passo indietro, è opportuno tornare al 1962, quando la nazionalizzazione elettrica dette un primo scossone al sistema capitalistico maggiore in Italia. Lo stato pagò, sopravalutandoli, gli impianti elettrici alle società espropriate che quindi rimasero, piene di soldi e senza attività utili. La conseguenza fu un rimescolamento di attività e una precipitazione della maggior parte dei miliardi su due attività soltanto: la siderurgia all'Iri e la chimica sviluppata da Edison e da Montecatini allora disunite. Montecatini incorporò la Sade: quella del Vajont.
La chimica diventava davvero eccessiva in Italia, con produzione sovrabbondanti di cloro, di etilene, di fertilizzanti, di ammoniaca, di aromatici. La Montecatini, che della chimica si considerava la padrona, non fece a tempo a risentirsene. Il capo della Edison, Giorgio Valerio, con l'aiuto di Mediobanca e tenendo totalmente all'oscuro il conte Faina, capo storico della Montecatini, volato a Mosca per vendervi fabbriche chiavi-in-mano, portò la scalata alla Montecatini e se ne impadronì. E con questo si chiude l'antefatto.
Se l'obiettivo affidato a Valerio, divenuto capo della neonata Montedison, era quello di razionalizzare il sistema industriale e rendere un po' più sopportabile la chimica per un paese tutto sommato piccolo e disadatto come l'Italia, esso non fu raggiunto. Oltretutto Valerio di chimica non capiva granché (non capiva granché di nulla tranne che di contatori elettrici); gli impianti divennero sempre più faraonici e inefficienti. Montedison distribuiva gli ultimi spiccioli della rendita elettrica come dividendi; e per vendere un po' di chimica, sacrificava i prezzi di tutti gli altri.
Valerio, come si sarebbe saputo in seguito con notevole precisione, anche per merito della Razza padrona di Scalfari e Giuseppe Turani aveva anche un'altra abitudine disdicevole. Oltre a erigere inutili impianti chimici destinati a perdere denaro e a moltiplicare l'inquinamento, Valerio inquinava anche i partiti con abbondanti dazioni, a partire dalla democrazia cristiana. Razza padrona riferisce degli interrogatori resi anni dai protagonisti dopo davanti a un certo giudice istruttore. Neppure Scalfari e Turani, pur dotati di buono spirito di previsione, si sarebbero immaginati che la Storia in una delle sue tante giravolte, avrebbe raggiunto anche quel giudice, Renato Squillante.
Dunque Cefis era preoccupato per l'eccesso ingovernabile della chimica e anche - o forse più - per la concorrenza della ingovernabile Montedison nei confronti della Dc. Anch'egli, come capo dell'Eni ed erede di Enrico Mattei, la voleva orientare con buonissimi consigli e lauti finanziamenti, in nero e in chiaro. Che fare? Ovvio, fare come Valerio. Come si è detto l'anno 1968 era eccezionale a tutti gli effetti. Per non rimestare che il brodo confindustriale, nell'anno Fiat aveva fuso l'auto con Citroen, mentre Pirelli si era unita a Dunlop. Nella chimica fine, la Snia Viscosa aveva assorbito Bombrini Parodi Delfino - Bpd, fabbricante di esplosivi. Insomma, all'inizio dell'autunno la proprietà industriale era entrata in una fase di larghi cambiamenti. Ma non per questo la scalata di Cefis, organizzata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, passò inosservata. Tra Milano e Roma, da Piazza Affari a Piazza Montecitorio, vi furono proteste e agitazioni, contro l'aggressività della mano pubblica, come allora si amava dire. Il ministro del Tesoro Emilio Colombo giustificò l'operazione di scalata come se lui stesso avesse autorizzato (o richiesto) all'Eni di intervenire a sostegno delle azioni di Montedison in notevole ribasso. Nessuno gli credette. Colombo statuì anche che ci doveva essere un pareggio nel controllo tra mano pubblica e privati. E così l'Eni dovette anche fare la parte dell'azionista privato, con altri esborsi e coperture.
Cefis mandò il suo numero due, Raffaele Girotti come proconsole alla Montedison. Ma Girotti non riuscì mai a prendere davvero il controllo dell'attività industriale. Le due mega imprese navigavano di conserva, senza più combattersi, ma senza collaborare apertamente. Si era poi verificato un fatto imprevedibile. I piccoli azionisti, angosciati dalla perdita di valore delle loro azioni Montedison, presero a organizzarsi, intorno a giornali o personaggi pittoreschi. L'assemblea della Montedison si svolgeva allora in un austero salone dove nei giorni normali gli utenti andavano a pagare le bollette dell'elettricità e del gas. Quando si svolse l'assemblea della Montedison erano presenti migliaia di azionisti che seguivano le indicazioni dei personaggi: Giorgio Pisanò del Candido o Massimo De Carolis, o Sella di Monteluce, il più formidabile di tutti, un vero capopopolo che a un certo punto nel corso del suo intervento gridò: "tutti a destra!" e ottenne davvero che le masse frementi si spostassero, scavalcando ordinatamente - scusi signora - le file di sedie e i banchi. Cefis quel giorno non c'era.
Cefis lasciò infatti che la situazione si decantasse. Dopo Valerio, fu eletto presidente Cesare Merzagora, che prese sul serio l'incarico, e naturalmente durò poco. Poi un breve interregno di Piero Camlilli già esponente democristiano, finché nel 1971 viene anche il suo tempo. E' dunque presidente (viene in pratica nominato da Guido Carli, governatore della banca d'Italia, cui le due parti pubblico e privato hanno chiesto di fare da arbitro. Sulla presidenza di Cefis va ricordato che erano gli anni delle morti al petrolchimico di Porto Marghera. In primo grado, quando finalmente si fa il processo, Cefis è assolto, come gli altri imputati.
L'elezione di Cefis avviene in un clima abbastanza tranquillo. L'Eni ormai ha preso in mano l'opposizione pittoresca e ne ha fatto un proprio strumento, offrendo anche posti in consiglio ai principali esponenti della opposizione di base. Non sono loro a segnare l'assemblea. L'elemento carattteristico è un altro personaggio un guardaspalle, che si colloca dietro la presidenza e scruta il pubblico. Negli anni successivi ci siamo abituati a vederne, ma quella volta, nell'ingenuità degli anni `70, era il primo.
La situazione, a Milano, precipita. Cefis con i guardaspalle non fa che anticipare di poco i tempi che saranno di lì a poco assai confusi: cani ringhianti, poliziotti privati, rapimenti di personaggi in vista. Cefis dall'alto dei suoi poteri non è un elemento di tranquillità, ma anzi, con continue scalate e sconvolgimenti deforma la normale vita dei maggiorenti cittadini, costruisce intorno a sé un gruppo finanziariamente aggressivo, ma debole dal punto di vista del consenso. Il suo consigliere delegato si chiama Giorgio Corsi e viene dall'Eni. Costruisce intorno a Montredison una ragnatela finanziaria inestricabile. Montedison, sulla carta, diventa un'impero che vale una volta e mezza la Fiat. Ma quando Cefis inesplicabilmente lascia, nel 1977, Montedison è decotta e pronta per nuovo scalate, ripresa e rilasciata dall'Eni e dalla Fiat, fino al dissolvimento finale.

28 maggio 2004 - BATMAN RICOSTRUISCE LA STRAGE DI BRESCIA
"Il Barbiere della sera"
28.05.2004
Una memoria corta trent'anni
di Batman
Piazza della Loggia è una storia che ogni anno esce da un cassetto, un po' come quando si fa il cambio di stagione, porta con se quell'odore di naftalina che disturba l'olfatto, come un vecchio maglione, da secoli nell'armadio, che per motivi incomprensibili non si riesce a buttare anche se è infeltrito, orrendo o semplicemente fuori moda. Oggi è un buon giorno per riprovare a raccontarla.
Potrebbe cominciare con "era un bel mattino di maggio di trent'anni fa...", ma non lo è: piove, fa freddo e la gente si accalca ancora di più per scaldarsi.
Intorno, anche in quell'uggiosa giornata di primavera, la piazza è bella: ad ovest, di fronte alla folla, si trova il palazzo del municipio costruito mentre Colombo raggiungeva l'America, alle spalle si trovano i portici con la torre dell'orologio e le sue statue di bronzo che da secoli non battono più la campana, sul lato meridionale si affacciano palazzi in stile veneziano sulle cui pareti sono murate lapidi di marmo di epoca romana su cui ancora oggi sono leggibili le iscrizioni che il professore di latino ci mandava a tradurre ai tempi del liceo.
Mi piace pensare che i presenti contemplino anche questo insieme, ma l'attenzione è rivolta piuttosto verso il centro della piazza dove qualcuno, parlando dal palco, dà voce alla rabbia di quanti hanno assistito impotenti ad un'impressionante escalation di attentati dinamitardi contro sedi di partito, sindacati, supermercati e culminata - solo pochi giorni prima - con la grottesca morte di uno dei responsabili.
Si chiamava Silvio Ferrari, diciotto anni e una passione - si dice - per il lancio di bottiglie incendiarie sui cortei di operai. Probabilmente quel giorno le sospensioni della sua Vespa avevano reagito male ad una buca, peggio, molto peggio, l'aveva presa l'esplosivo che portava con se.
E' già un anno difficile questo: il referendum sul divorzio, le polemiche sulla nazionale che andrà ai mondiali, il sequestro Sossi, qualche tentativo di colpo di Stato e poi c'è questa città di provincia, apparentemente lontana dai grandi eventi, che da qualche tempo respira un'atmosfera strana e tesa.
La gente si è radunata per ascoltare, per protestare o è solo di passaggio, ma piove e molti cercano riparo sotto i portici dove altrimenti ci sarebbe un cordone di carabinieri.
"Che ore sono?" - chiede qualcuno - "le dieci e ...".
Chissà che odore lascia il tritolo, io non l'ho sentito, abitavo a qualche centinaio di metri e poi non avrei potuto ricordarlo perché all'epoca avevo solo quattro anni, ma neppure il magistrato che poche ore dopo arriva sul luogo dell'esplosione lo può sentire perché il vicequestore - sgombrati otto cadaveri straziati e un centinaio di feriti - ha appena chiamato i pompieri e fatto ripulire la piazza con le autopompe. Non sarà più ritrovata l'arma del delitto, come nei migliori gialli.
Quattro sentenze e un funerale
La circostanza all'inizio non sembra essere così rilevante giacché l'ufficiale dei carabinieri preposto alle indagini - il capitano Francesco Delfino - ha già imboccato un'unica e precisa direzione che porta ad un eccentrico balordo locale - Ermanno Buzzi - e all'eterogeneo ambiente neofascista a cui appartiene che comprende piccoli delinquenti e rampolli di buona famiglia.
Buzzi non è noto come un tortuoso stratega o una raffinata mente politica, bensì come pregiudicato per reati comuni, mitomane, persino informatore dell'Arma.
Nel suo entourage - oltre al defunto Silvio Ferrari - spiccano in particolare i nomi di due personaggi di varia umanità: Ugo Bonati - nessun lavoro e qualche precedente per furto- che si rende prontamente disponibile come testimone dell'accusa (per poi - finito anch'egli accusato - scomparire di scena) e Angelo Papa, un diciottenne disadattato che fino a quattordici anni frequentava ancora la quinta elementare (non è una battuta).
Quest'ultimo dopo dieci minuti di interrogatorio di Delfino, confessa - salvo in seguito ritrattare - di essere stato lui a piazzare la bomba nel cestino dei rifiuti.
Insistendo un po' forse avrebbe confessato anche di aver sparato a Kennedy (questa invece è una battuta).
Nel ricostruire questi fatti qualcuno scriveva pochi anni fa ad un giornale: "la prima scellerata istruttoria fu depistata dalle dichiarazioni di Ugo Bonati che, pur essendo reo confesso, era stato manipolato dall'allora capitano Delfino [...] alla fine venne però perseguito come autore [...] ma il Bonati divenne latitante dopo avere ricevuto in un campo di aviazione del meridione, da un distinto signore venuto da Milano, un milione di lire e forse anche documenti falsi di identificazione. E scomparve definitivamente."
La persona che scrive è un giudice - Giovanni Arcai - il cui figlio figura inizialmente tra gli indagati e che nel 1974 sta da qualche tempo conducendo indagini sul Mar (Movimento azione rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli, gruppo della destra eversiva con cui alcuni accusati avevano stretto rapporti: la situazione venutasi a creare fa sì che il magistrato sia trasferito per incompatibilità ambientale, evento che contribuirà a pregiudicare anche l'inchiesta da lui condotta.
La domanda - una delle troppe - che allora ed in seguito tanti si posero è perché lo stesso Delfino, che aveva prima condotto un'operazione (denominata - con discutibile fantasia - "stella del Mar") culminata con numerosi arresti verso appartenenti all'organizzazione, avesse poi focalizzato le indagini sull'attentato esclusivamente su dei balordi locali omettendo di approfondire i collegamenti di questi non solo con i Mar, ma anche con esponenti del disciolto Ordine Nuovo, in particolare con il gruppo "La Fenice" di Milano.
Dopo cinque anni - nel 1979 - in Corte di Assise si arriva alla prima sentenza: dei sedici rinviati a giudizio per il reato di strage, vengono condannati all'ergastolo Buzzi e Papa, scagionati tutti gli altri.
Nel 1982- anno che tutti ricordano perché vinciamo finalmente un mondiale - in appello vengono assolti con formula dubitativa anche gli unici due condannati: peccato per Buzzi che non ne possa gioire perché, alla vigilia dell'inizio del dibattimento, viene trasferito nel carcere di Novara dove, sul giornale stampato dai detenuti neofascisti (direttore Sergio Latini), nella rubrica "Ecrasez l'infame" si legge la sua condanna a morte per essere stato informatore dei carabinieri. Passeggiando nel cortile del carcere viene macabramente assassinato dai terroristi neri Concutelli e Tuti: prima lo strangolano, poi - in sfregio - gli schiacciano gli occhi.
Nella sentenza Buzzi verrà definito "un cadavere da assolvere".
Tirando le somme, di otto anni di indagini e processi (sorvolando - per brevità - sugli ulteriori gradi di giudizio) ci rimane un morto in più, un altro capo di imputazione per omicidio e nessun colpevole. La palla rotola mestamente al centro.
Insorgenze argentine
Si riparte da un nuovo filone d'inchiesta (poi diviso in due istruttorie): la testimonianza di un pentito - raccolta dai magistrati di Firenze che stanno indagando sugli attentati ferroviari avvenuti in Toscana negli stessi anni - indica nuovamente che la strage possa essere avvenuta sotto la supervisione operativa degli ordinovisti milanesi del gruppo "La Fenice" ed in particolare di Cesare Ferri, che già nel corso del primo procedimento era stato indicato da diversi testimoni come presente sul posto nei giorni immediatamente precedenti l'attentato.
La persona informata di questi fatti dall'ex compagno di carcere - ora defunto - Ermanno Buzzi, è Gianni Guido, evaso dal penitenziario di San Gimignano, ma detenuto a Buenos Aires per possesso di passaporto falso.
Quando il giudice istruttore Gianpaolo Zorzi predispone la trasferta oltreoceano per incontrarlo ed ottenerne l'estradizione, avviene un fatto singolare: gli inquirenti argentini vengono informati dall'ambasciata italiana che i magistrati hanno chiesto un rinvio dell'udienza di cui avevano già fissato la data e accettano in buona fede - come si dimostrò poi - di spostare l'interrogatorio il mese successivo.
Si può ben immaginare l'assoluto sconcerto dei magistrati bresciani nello scoprire - alla vigilia di questo incontro - non solo di non essere mai stati informati dall'ambasciata di quella prima udienza per la quale avrebbero - qui il condizionale è d'obbligo - chiesto il rinvio, ma anche che in quel lasso di tempo Gianni Guido è evaso: con il trucco della procurata infermità viene fatto fuggire dall'ospedale del carcere. Anche di lui non si saprà più nulla.
Scriverà il giudice istruttore a proposito dell'episodio: "nel meccanismo si iscrive qualcosa di fortemente "anomalo": un qualcosa che fa letteralmente venire i brividi (soprattutto di rabbia) in quanto si propone quale riprova (se mai ve ne fosse bisogno) dell'esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo".
La sentenza di primo grado del 1987 - relativa alla prima delle due istruttorie - e il successivo grado di giudizio, porteranno all'assoluzione per insufficienza di prove dei principali imputati (Ferri, Stepanoff, Latini): è il capolinea di una lunga vicenda di testimonianze svanite o ritrattate, reticenze, alibi costruiti e depistaggi, con l'ulteriore sberleffo per i giudici di un rimborso di cento milioni chiesto ed ottenuto da Ferri per ingiusta detenzione.
Analoga sorte avrà l'altra istruttoria, riguardante coimputati secondari e terminata nel 1993 , della quale però ci rimane la sentenza del giudice Zorzi che - nel dispositivo - fa per la prima volta intendere in modo inequivocabile come - man mano si sono cercati elementi di prova sugli esecutori del delitto - sia apparso sempre più chiaro un disegno finalizzato ad inquinare il procedimento con ogni mezzo.
Quello che prima era solo un mormorio è diventato una voce che sempre più apertamente parla di "Strage di Stato", un termine tanto ad effetto quanto forse impreciso nel descrivere quello che è sembrato piuttosto come un sistematico tentativo di nascondere rapporti fra esponenti del terrorismo di matrice neofascista ed apparati deviati dello Stato.
A cena è gradito il nero
Sono molti - oltre al citato episodio in Argentina - gli elementi che alimentano il sospetto di manovre di depistaggio, manifestatesi in alcuni casi anche con vistose omissioni: nella sentenza si parla anche della scoperta di un appunto recuperato dagli archivi del Sid che raccoglie la testimonianza di un informatore ben inserito nei gruppi di estrema destra (la fonte "tritone", al secolo Maurizio Tramonte) e descrive una riunione avvenuta pochi giorni prima della strage in casa di Gastone Romani (all'epoca deputato Msi), in cui l'ospite d'onore è l'esponente più importante di Ordine Nuovo nel Triveneto, il dottor Carlo Maria Maggi.
Immaginiamo la situazione come se si trattasse di una cena fra amici: siamo all'antipasto e l'anfitrione comincia a parlare ai camerati dell'ingiusto scioglimento imposto dal ministro Taviani all'organizzazione per l'accusa di ricostruzione del partito fascista, i convenuti bevono