Almanacco dei misteri d' Italia


Gladio, piano Solo, golpes vari, dossier Mitrokhin...
le notizie del 2004: marzo/aprile
1 marzo 2004 - ENRICO MATTEI: INOLTRATA DOMANDA DI BEATIFICAZIONE
ANSA:
ENRICO MATTEI: INOLTRATA DOMANDA DI BEATIFICAZIONE
Il presidente del Centro Studi Internazionale Enrico Mattei, Raffaele Morini, ha chiesto la beatificazione del fondatore dell'Eni morto nel 1962 nel disastro aereo di Bascape'. Lo ha reso noto lo stesso Morini, che e' anche presidente provinciale di Pavia dell'Associazione Partigiani Cristiani.
Morini ha detto di aver inoltrato la domanda di beatificazione di Mattei il 9 novembre scorso all'Ufficio per le Cause dei Santi della Curia di Pavia.
"La documentazione che ho raccolto in anni di lavoro pone in evidenza in modo inequivocabile le virtu' eroiche di Enrico Mattei. La proposta di beatificazione che il 9 novembre scorso ho inoltrato a don Michele Mosa nella sua qualita' di preposto all'Ufficio per la Causa dei Santi della diocesi di Pavia, elenca le ragioni di questa mia richiesta". Cosi' Raffaele Morini, presidente dell' Associazione Partigiani Cristiani e del Centro Studi Internazionale Enrico Mattei, spiega le ragioni della sua proposta.
Morini, 74 anni, attualmente residente a Sannazzaro, in provincia di Pavia e' stato all'eta' di 30 anni fra i collaboratori diretti di Enrico Mattei (lo stesso Mattei era stato partigiano cristiano). Da 40 anni Morini dedica la sua vita soprattutto alla causa del fondatore dell'Eni, morto 42 anni fa nello schianto aereo di Bascape' (Pavia) sul quale non e' mai stata fatta piena luce.
Per anni Morini ha sostenuto la tesi di Mattei vittima di un attentato. E di Mattei uomo meritevole di beatificazione. "Mattei ha compiuto, a mio avviso, tre miracoli - afferma Morini -. Il primo e' stato il miracolo economico dell' Italia, dalla meta' degli anni '50 all'inizio degli anni '60. Il secondo e' stato quello di aver fornito un contributo determinante alla salvezza del mondo dalla terza guerra mondiale all'inizio degli anni '60. Infine, da presidente dell'Eni, si prodigo' instancabilmente a costruire scuole, ospedali, e chiese in tutto il mondo".
Nessuna reazione, per il momento, da parte della Curia pavese, alla proposta avanzata da Morini.
La richiesta alla diocesi di Pavia di beatificazione di Enrico Mattei non comporta automaticamente l'apertura della causa, ma solo la verifica se si puo' avviare la prima fase della causa, appunto quella diocesana.
In casi particolari, l'apertura dalla prima fase viene comunicata in modo solenne dal vescovo. Ma solo dopo aver compiuto tutto l'iter, la pratica viene approvata e, solo a quel punto, inviata alla congregazione per le Cause dei Santi, l' organismo vaticano a cui spetta la seconda fase della beatificazione.

3 marzo 2004 - MITROKHIN: DAI GIORNALI
"La Padania"
DOSSIER MITROKHIN, DALL'URSS DOLLARI ALL'ON. LAMI (PSIUP)
Peccato che nessuno abbia mai avuto voglia di soffermarsi sulla presenza nel dossier Mitrokhin di riferimenti al deputato del Psiup Francesco Lami. L'esponente del Partito socialista di unità proletaria, che nell'ultima guerra aveva militato nelle formazioni di "Giustizia e libertà" ed era stato il rappresentante del Psi nella provincia di Forlì nel Cln, fu tra i commissari della commissione istituita nel lontano 1969 dal Parlamento per indagare sulle deviazioni del Sifar. Le relazioni di maggioranza e quelle di minoranza (erano 4) furono presentate il 15 dicembre del 1970. Secondo il rapporto Impedian numero 126 - riportato dal Velino -, nei giorni precedenti a quel voto, il compagno Francesco Lami, alias "Aleksandr". avrebbe incassato 700.000 $. Una cifra di tutto rispetto. Nel rapporto Impedian, il membro della Commissione sul Sifar viene definita "una fonte sensibile". Prima della fine del 1969, "Aleksandr" incassa per conto del Psiup altri 200.000 $. E il suo partito ne chiede altri 900.000. Nel rapporto viene scritto che "Il Psiup ha chiesto che la somma a loro assegnata aumentasse da 700.000$ a 900.000$". Tuttavia, dal prospetto del 1969 è chiaro che il commissario Lami aveva già incassato già quei 900.000$. Come avrebbe potuto chiedere un aumento se la somma incassata già ammontava a 900.000$? All'appello ne mancano dunque 200.000. Mistero. Nel rapporto è ben specificato che il deputato Lami consegnava una ricevuta per i soldi presi al Kgb. Con i fondi destinati al Psiup il Kgb intendeva condizionare i lavori della Commissione d'inchiesta? Per quanto riguarda i soldi ricevuti dal Psiup nel 1970, dal membro della Commissione sul Sifar non sono riportate le cifre inviate da Mosca. Il resoconto dei fondi sovietici riprende nel 1971, l'anno successivo alla fine dei lavori della Commissione. Stavolta il compagno "Aleksandr" deve "accontentarsi" solo di 815.000$.

"La Gazzetta del Sud"
MITROKHIN
Mattarella ricorda il dossier Inpedian
Paolo Mori
ROMA - Il presidente del Consiglio Prodi era stato informato, come Dini ed Andreatta, dell'esistenza del dossier Impedian. Lo rende noto in Commissione Mitrokhin Sergio Mattarella, vicepresidente del Consiglio nel governo D'Alema I. Mattarella si insediò nell'ottobre 1998, ma fu informato dal Sismi dell'esistenza del dossier alla fine del mese di agosto del 1999, pochi giorni prima dell'uscita del libro. "Io credo - dice Mattarella - che non abbiano informato me, così come fatto con Andreatta, Prodi e Dini, perché le indicazioni sul modo di operare, proposte dal Sismi, erano state approvate dai due Governi precedenti (Dini e Prodi). Per quello che ho letto sui giornali non mi pare che il presidente Prodi abbia negato. Ha negato di ricordare un dossier Mitrokhin, ma questo non poteva rammentarlo perché nessuno conosceva quel nome fino alla fine del 1999". Mattarella rende noto che il Sismi mise in allarme la Farnesina due volte. "Il Sismi - afferma Mattarella - ha fatto la verifica, in itinere dell'arrivo dei report, che non vi fossero persone nell'apparato statale messe in posizione delicata per i segreti, informando il ministero degli Esteri per due volte di questa esigenza". Susanna Agnelli fu il ministro degli Esteri del governo Dini e Lamberto Dini fu il ministro degli Esteri dei governi Prodi e D'Alema. I segretari generali della Farnesina nel periodo 1995-1999 furono Ferdinando Salleo, Boris Biancheri Chiappori e Umberto Vattani. Mattarella fu informato del ritrovamento nel dicembre 1998 di due depositi segreti del Kgb in Italia con tanto di esplosivo per distruggere gli apparecchi ricetrasmittenti. "Ma il Sismi nell'informarmi non parlò del dossier, usò correttamente la formula "in un contesto di collaborazione internazionale"". Perché il Sismi informò i governi Dini e Prodi e non il governo D'Alema? "Il Sismi - risponde Mattarella - aveva convenuto il modo di comportarsi con i due precedenti governi e non c'era ragione di chiedere a ciascun governo. Durante il governo D'Alema pervennero solo 25 schede su 261: una piccola coda non di particolare rilievo. Se ci fossero stati elementi di rilievo, mi avrebbero informato". Mattarella conferma che nel 1999 Strelkov, indicato nel dossier Mitrokhin con le schede 34 e 214, iniziò a collaborare con il Sismi. Mattarella, ministro della Difesa nel governo Amato, fu informato di Strelkov fra la metà del 2000 e la metà del 2001 e decise di non informare l'autorità giudiziaria della sua collaborazione per difendere la sicurezza dello Stato. L'ex vicepresidente del consiglio Mattarella nega che ci sia stato un passaggio delle consegne sul dossier Mitrokhin fra lui e Veltroni, suo predecessore nel governo Prodi. "Se il governo precedente avesse fornito notizie al presidente D'Alema, lui me lo avrebbe detto, nel momento in cui mi fu conferita la delega ai servizi. D'Alema non ha visto il materiale".

9 marzo 2004 - MITROKHIN: DAI GIORNALI
"L'Avanti"
L'ULIVO PUNTA A BLOCCARE DEFINITIVAMENTE LA COMMISSIONE PRESIEDUTA DA GUZZANTI Mitrokhin, la sinistra ha paura
09/03/2004
Domani in Commissione Mitrokhin i rappresentanti della sinistra tenteranno di neutralizzare il rischio che le prove formali della "sbianchettatura" delle schede del dossier "Impedian" possano emergere dalle casseforti in cui, fino ad ora, sono state rinchiuse. Fino ad ora un abile fuoco di sbarramento è stato posto in essere, dai commissari e dai consulenti della sinistra cattocomunista (mai definizione fu più appropriata per definire gli interessi che si sono intrecciati per impedire che la verità venga fuori), per attardare, contestare, sabotare il lavoro della Commissione. E questo è avvenuto con la complicità della quasi totalità dei mezzi di informazione italiani, che hanno sapientemente alternato silenzi inspiegabili sui risultati delle audizioni e livide e sussiegose prese di distanza (alle volte condivise, con inspiegabili compiacenze, anche da qualche opinionista in conto alla Casa delle libertà) sul significato di quanto, in questa prima fase, di illogico e di ingiustificabile si veniva a scoprire. Quale differenza con l'attenzione offerta dai media, sia della carta stampata che televisivi, alle teorie sul doppio Stato e sulle ipotesi di regia, sempre atlantica e filoccidentale, di ogni strage e delitto politico commesso nel nostro Paese. Teorie e ipotesi nate nel quadro di quella che poi venne definita la "disinformazione in Commissione Stragi" che intossicò l'opinione pubblica negli anni Novanta, in particolare durante la presidenza di quella Commissione del neo "compagno di strada", il mio, per altro compianto, ex compagno di partito, senatore Gualtieri. Ma qual è oggi la materia del contendere su cui la sinistra si prepara ad alzare le barricate? Cercherò di riassumerne brevemente l'antefatto: il III comma dell'articolo 3 della legge che istituisce la Commissione Mitrokhin, recita: "La Commissione può avvalersi dell'opera di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria e delle collaborazioni che ritiene necessarie. Può richiedere informazioni e documenti al Sismi, al Sisde e al Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza Cesis". Più chiaro di così... Questo articolo, peraltro, introduce una novità assoluta, perché per la prima volta nella storia delle commissioni parlamentari, è esplicitamente prevista la facoltà di "chiedere informazioni" (quelle non ancora disponibili in forma documentale e protocollare) al servizio informazioni. Una possibilità in più rispetto alla tradizionale richiesta di documenti (e cioè l'acquisizione di informazioni già formalizzate) offerta alle commissioni parlamentari. Ma inopinatamente, nella riunione dell'ufficio di presidenza, le sinistre sono insorte contro la proposta del presidente Guzzanti di utilizzare questa possibilità, affidando quindi al Sismi l'incarico di chiedere e ottenere dal servizio collegato britannico tutto quanto attiene alla parte italiana del dossier Mitrokhin e verificare così alla fonte il sospetto che non tutto il contenuto dello stesso sia stato portato a conoscenza degli italiani. Il motivo addotto dal centrosinistra è che, appunto, prima d'ora una cosa del genere non si era mai fatta e che il potere delle commissioni deve limitarsi al tradizionale utilizzo della collaborazione della polizia giudiziaria. E la novità dell'articolo 3? Chi se ne frega! Il servizio collegato inglese ha intanto fatto sapere, per via informale, che non è disposto ad interloquire con altra entità che non sia il servizio collegato italiano. Ciò preclude in partenza ogni possibile via alternativa come la rogatoria e la via diplomatica. Per di più il ministero degli Esteri italiano, interpellato anch'esso informalmente, ha fatto sapere di non gradire l'eventuale richiesta di un suo intervento per via diplomatica, perché impossibile da portare a buon fine e dunque per questo imbarazzante. Ne consegue che la sola via per rispondere ad alcuni dei più importanti quesiti a cui la Commissione è tenuta a rispondere di fronte al Parlamento e al Paese - e cioè se il dossier reso pubblico in Italia contenga le medesime informazioni in possesso delle istituzioni britanniche e da queste offerte agli italiani e se esistono documenti all'estero da acquisire per consentire, in via definitiva, l'accertamento della verità - è proprio quella di utilizzare il Sismi. Ma se la sinistra fa melina, la maggioranza dovrebbe far deliberare la Commissione in tale senso, e visto il passare del tempo e le tattiche ostruzionistiche poste in essere dalla minoranza, anche celermente. Ma non è così semplice. Non si offende nessuno se si afferma che i commissari della Casa della libertà hanno dimostrato, con qualche lodevole ma non sufficiente eccezione, di essere infinitamente meno attenti e preparati dei loro avversari nell'utilizzo degli strumenti offerti delle commissioni di inchiesta parlamentare. In particolare è emersa una certa leggerezza nell'approfondimento dei documenti necessari alla scelta e preparazione delle audizioni e, in qualche caso, nell'assicurare la presenza alle sedute, per evitare i colpi di mano di una minoranza tesa solo a delegittimare l'attività istituzionale delle commissioni stesse. Come non ricordare che per motivi analoghi in altre epoche e in un'altra commissione, il già citato senatore Gualtieri poté regalare, per l'assenza distratta dei rappresentanti dei partiti che rappresentavano la maggioranza del Paese, al Partito Comunista una falsa ricostruzione della storia d'Italia, contenuta nella ormai famosa "Relazione Gualtieri" con i voti della sola minoranza, 14 su 41 commissari, i cui effetti perversi inquinano ancora oggi, dopo oltre un decennio, l'opinione pubblica italiana. Ebbene trovandosi, per alcune assenze, a non disporre della maggioranza in ufficio di presidenza, il presidente della Commissione, Guzzanti, ha dovuto accogliere la dilatoria raccomandazione dei commissari della sinistra, di provvedere a fornire preliminarmente un parere giuridico che confermasse la legittimità di utilizzazione del Sismi nella circostanza in oggetto. Cosa che il presidente ha fatto, ottenendo un parere del tutto positivo da un insigne costituzionalista, il professor De Vergottini dell'Università di Bologna. Problema risolto allora? Manco per niente! Le sinistre, con una ulteriore manovra dilatoria, ribadivano che loro richiesta doveva essere soddisfatta non dal parere di un insigne giurista, comunque selezionato, ma da una dichiarazione di legittimità, sulla procedura proposta dal presidente Guzzanti, proveniente dagli uffici del Senato e hanno annunciato che domani, in occasione dell'assemblea generale della Commissione, riunita prima della terza audizione dell'onorevole Mattarella, solleveranno la questione e cercheranno di far votare contro. Contro che cosa? Ma contro l'utilizzo dell'unica strada possibile per verificare se quanto è stato acquisito documentalmente e nelle audizioni corrisponde alla verità e a tutta la verità o se sono fondati i gravi sospetti che durante gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino - durante i governi Dini, Prodi e D'Alema - sia stata realizzata un'azione di depistaggio, posta in essere da funzionari dello Stato, autonomamente o per suggerimento delle autorità politiche. Azione di depistaggio concepita nell'intento di nascondere, antiche criminali collusioni e relazioni di cittadini italiani, con i servizi segreti degli avversari militari del nostro Paese. Criminali collusioni e relazioni che potrebbero ancora mantenere, se non integralmente conosciute, potenzialità tuttora destabilizzanti per il corretto sviluppo della vita democratica del Paese e delle sue relazioni internazionali. "Bisogna votare contro!", dicono i commissari della sinistra e i loro (forse non consapevoli) alleati e se quello è l'unico metodo per avvicinarci alla verità, pazienza. Cosa credono Guzzanti e quelli della Casa della libertà? Che sia possibile rendere pubblico, palese e trasparente quello che il Pci, Pds, Ds, Ulivo e alleati vari non vogliono che si scopra? Dove andrebbero gli "arcana imperii"? Ma lo sanno quale scuola e quanti anni di applicazione, di sacrifici, di umile disciplina ci vogliono per preparare i quadri dirigenti di un partito, di un movimento in grado di piegare la verità storica ai superiori fini della verità di partito, l'unica verità utilizzabile dalle masse? Sarà forse opportuno che i commissari della Casa della libertà assicurino con la loro presenza che tale manovra venga fatta fallire e che riflettano sulla importanza strategica del loro ruolo in questa circostanza. Si domandino nel frattempo, e domandiamocelo tutti, cosa nasconde questa volontà ostruzionistica delle sinistre che vorrebbero ridurre le funzione della Commissione alla semplice acquisizione notarile delle risposte ufficiali e formali, paralizzandone la capacità inquirente. E di che cosa hanno paura? A tale proposito dopo l'audizione dell'onorevole D'Alema e dopo le sue risposte in merito all'affare dei fondi provenienti dall'Urss e offerti al suo partito per essere "smistati" verso altre destinazioni (per carità non vogliamo presumere per canali già in passato collaudati per operazioni diciamo riservate) su cui l'allora presidente Cossiga volle ascoltare il suo parere, non sarebbe forse opportuno che la Commissione convocasse anche l'onorevole Occhetto? La ricerca di qualche riscontro incrociato sulle risposte date da D'Alema, durante le sue audizioni, sarebbe comunque buona materia di studio per qualche consulente della Commissione scelto tra i tanti per ora non troppo occupati. Così, tanto per essere sicuri, che l'adamantina difesa della esemplare correttezza, da lui rivendicata, forse un poco troppo altezzosamente, sia veramente giustificata. Sennò a che servono le commissioni parlamentari!
Francesco Gironda

11 marzo 2004 - PIANO SOLO: DAI GIORNALI
"L' Avvenire"
RETROSCENA
I socialisti premevano da tempo, il governo Moro si era dimesso e qualcuno già parlava di una "seconda repubblica" presidenziale. Anche Paolo VI intervenne considerando inevitabile il centrosinistra
1964, il golpe e i cattolici
Al di là delle ipotesi di un piano di De Lorenzo per il colpo di Stato quell'estate la crisi delle istituzioni fu forte e si parlò apertamente di svolta autoritaria in caso di elezioni anticipate
Di Agostino Giovagnoli
Di regola, i colpi di Stato dovrebbero essere progettati in silenzio e realizzati nella massima riservatezza. Ma, nel 1964, le regole non vennero rispettate e si cominciò a parlare pubblicamente di una svolta autoritaria ben prima che si realizzassero le manovre occulte denunciate poi nel 1967 dall'Espresso. In quella calda estate romana, infatti, circolarono molte voci in questo senso, raccolte anche da Paese Sera, accreditate dall'Express e smentite dalla Stampa.
Tali voci si fondavano su una constatazione politica: non esistevano alternative parlamentari al centro-sinistra e una crisi di questa formula, che appariva sempre più probabile, non solo avrebbe imposto elezioni anticipate, ma avrebbe innestato anche una crisi istituzionale. Dalla constatazione di un'assenza di alternative scaturiva un interrogativo: se i partiti non erano più in grado di guidare la politica italiana, chi o che cosa ne avrebbe preso il posto? Era inevitabile che si pensasse a ciò che c'era stato in Italia prima di questo sistema, e cioè a una dittatura come quella fascista, oppure a modelli nati in altri Paesi da crisi analoghe, come il gaullismo in Francia: qualcuno, come Randolfo Pacciardi, parlò apertamente di passaggio a una Seconda Repubblica di tipo presidenzialistico. Nell'estate 1964, insomma, l'ipotesi di un colpo di Stato o di qualcosa di simile fu ampiamente discussa, alla luce del sole o quasi, sulla base di un ragionamento politico prima ancora che sulla spinta degli eventi.
Di fatto, a metà degli anni Sessanta, i partiti erano ormai profondamente radicati nella società italiana e molti dei loro leaders, pur ipotizzandola, consideravano irrealistica una svolta autoritaria, come ha ricordato De Rosa su Avvenire a proposito di Rumor. Ma, indubbiamente, l'assenza di alternative al centro-sinistra costituiva un problema: era il segno di quella che Paolo Mieli ha definito una "democrazia malata". Non si trattava pe rò di una novità improvvisa: fin dal 1948 la guerra fredda ha determinato in Italia un anomalo congelamento all'opposizione di larghi settori della società italiana. A causa di questa anomalia, la storia dell'Italia repubblicana ha conosciuto molti momenti difficili e anche se nel 1964 il rischio che si realizzasse veramente un colpo di Stato rimase piuttosto remoto, anche quel momento fu effettivamente difficile: come in altre occasioni, per restare nell'ambito di un percorso democratico fu necessaria la mobilitazione di molte forze diverse, come mostrano vari documenti che cominciano gradualmente ad emergere.
Alcuni di questi illuminano in particolare il dibattito interno alla Dc e al mondo cattolico, che ebbero un ruolo rilevante in quella vicenda. Già nei primi mesi del 1964, i cattolici avevano denunciato le pressioni crescenti che venivano dai socialisti. Sulla riforma urbanistica, che prevedeva l'esproprio anche di molte istituzioni ecclesiastiche, ad esempio, c'era stato un passo ufficiale del nunzio in Italia, mentre il ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Gui, rassegnò le dimissioni per gli attacchi di Codignola ed altri all'"invadenza" cattolica nel mondo della scuola e lo stesso segretario della Dc, Rumor, rilevò con preoccupazione il tentativo del ministro socialista Corona di abolire immediatamente la censura cinematografica.
Negli anni precedenti, l'opposizione cattolica aveva più volte frenato l'avvento del centro-sinistra: era accaduto ad esempio nel 1960, quando Segni rinunciò a formare il governo per non urtare contro un possibile "veto" cattolico alla collaborazione con i socialisti. Anche nel 1964, una crisi di governo nata dallo scontro tra laici e cattolici avrebbe potuto avere effetti devastanti, facendo risorgere gli "storici steccati" che De Gasperi aveva cercato di superare e mettendo in discussione la "pace religiosa" su cui si era fondata, fino a quel momento, la stabilità della Repubblica. È quanto avvenne il 25 giugno 1964: il primo governo Moro si dimise dopo un voto contrario dei laici ad un modesto finanziamento per la scuola materna non statale. La Dc respinse però la possibilità di uno scontro confessionale. Rumor affermò che "non si [poteva] andare alle elezioni con il peso di un frontismo laicista contro di noi" e, pur deprecando "l'immaturità e la leggerezza del Psi", concluse: "Salviamo De Gasperi e la repubblica".
La crisi si incentrò in seguito sulle questioni economiche. Ne aveva scritto il ministro del Tesoro, Colombo, in una lettera riservata a Moro, di cui alla fine di maggio diede notizia il Messaggero. I socialisti protestarono vivacemente e Rumor fu costretto a convocare la direzione della Dc per un chiarimento: il ministro del Tesoro spiegò che si era trattato di un'"indiscrezione non autorizzata" e il contrasto si ricompose. Al fondo, infatti, la Dc era compatta sull'esigenza di introdurre, senza abbandonare le riforme, severe misure anticongiunturali che invece buona parte dei socialisti respingevano. Nella Dc emersero allora molte posizioni diverse ed una forte la spinta verso la rottura con gli alleati del centro-sinistra. Prevalse però la volontà di salvare la collaborazione con laici e socialisti.
Dopo le dimissioni di Moro, nella direzione democristiana del 29 giugno, Rumor informò che Nenni, Saragat, La Malfa erano d'accordo per un'immediata riproposizione del centro-sinistra e per la riconferma di Moro per la formazione del nuovo governo. Il malcontento cattolico per quel voto era però forte e il presidente della Repubblica, Antonio Segni, contrario a una riedizione del centro-sinistra, provò ad usare tale malcontento come strumento di pressione per "spaventare" Rumor e altri leaders democristiani. Ma l'idea di elezioni anticipate, inevitabili in caso di insuccesso di Moro, non trovò sostegno in Vaticano. Come si legge negli appunti di Segni, "S[ua] S[antità] dice che è troppo tardi (...) per rompere con le elezioni [e che il centro-sinistra] è una formula che si accetta per necessità".
Sembra di capire che Paolo VI ritenesse inevitabile la prosecuzione del centro-sinistra e che fosse contrario ad elezioni anticipate: un pronunciamento tanto autorevole ebbe certamente grande influenza su Segni, che cercò anche di fermare Moro agitando la minaccia di una scissione della Dc e della nascita di un secondo partito cattolico. Anche in questo caso, come in altre occasioni, un sostegno importante alla democrazia italiana venne dunque dalla Chiesa, attraverso le sue istanze più alte, anche a costo di sacrificare esigenze specifiche dei cattolici per promuovere gli interessi generali del Paese.

13 marzo 2004 - DAGLI ARCHIVI AMERICANI: SARAGAT A NIXON
"Il Corriere della sera"
Saragat a Nixon: attento a quei due
"Longo è un agente sovietico, Paolo VI non s' intende di politica"
Declassificati a Washington i documenti sui rapporti tra Italia e Stati Uniti dal 1969 al ' 74. Il Quirinale temeva che il nostro Paese scivolasse fuori dalla Nato
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO
WASHINGTON - "Agli occhi degli italiani il Pci si fa passare per un partito socialista attivista e rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino; il suo capo, Luigi Longo, è a tutti gli effetti un funzionario sovietico. I comunisti hanno condannato l' invasione della Cecoslovacchia e la nostra stampa e quella internazionale vi hanno visto un distacco dall' Urss. E' un errore, lo hanno fatto perché gli italiani sono indignati, e per tenersi liberi di denunciare la Nato: la vogliono distruggere, rendere prima l' Italia neutrale poi allinearla a Mosca". E ancora. "La Dc è forte perché ha l' appoggio del Vaticano, e lo merita perché è il pilastro della libertà e della democrazia in Italia. Ma il Papa Paolo VI - una persona per bene - non ne capisce molto di politica, bisognerebbe dirgli che se il comunismo vincesse finirebbe in esilio o diverrebbe come il metropolita Alexei in Urss". Infine. "Il Psi ha una frangia estremista di sinistra come la Dc, ma con un peso maggiore: grazie alla complicità di questi due gruppi antiatlantici, il Pci è in grado di causare grossi guai". La data è il 28 febbraio del 1969, la sede è il Quirinale, chi parla è il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e chi ascolta è il presidente americano Richard Nixon, in carica da poco più di un mese. I due si conoscono dal 1947, quando Nixon visitò l' Italia con una commissione parlamentare su Trieste e sulla ricostruzione del nostro Paese. Saragat dice all' ospite di volere parlare da amico "con il massimo candore". Nella sua disamina della politica italiana afferma che "l' estrema destra, fascisti e monarchici, non è ultranazionalista"; che per l' Italia "l' unificazione europea è indispensabile e deve includere l' Inghilterra"; e che gli Stati Uniti "non devono far nulla che indebolisca la democrazia in Europa". A tale proposito chiede la proroga della sospensione dei bombardamenti nel Vietnam e una spinta ai negoziati con i nordvietnamiti a Parigi; pressioni sulla giunta militare in Grecia - e sulla Spagna - per libere elezioni; mediazione più costruttiva tra gli arabi e gli israeliani; adozione di una linea distensiva con l' Urss, "che è preoccupata della Cina e che può collaborare alla pace e al disarmo". Il colloquio tra Saragat e Nixon venne stenografato dal generale Vernon Walters, futuro vicedirettore della Cia, ex attendente del generale Clark, il liberatore di Roma nel 1944. Fa parte di un dossier di migliaia di pagine appena declassificato dagli Archivi nazionali a Washington sui rapporti America-Italia sotto Nixon, dal gennaio 1969 all' agosto 1974, quando il presidente si dimise per lo scandalo Watergate, una delle fasi più convulse della recente storia italiana. Svela il timore dell' amministrazione repubblicana che il Pci andasse al potere, timore che nell' autunno caldo del ' 69 sfociò in una inchiesta sul comunismo italiano del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, diretto da Henry Kissinger. E che portò alla nomina di un nuovo ambasciatore a Roma, Graham Martin, un falco trasferito più tardi a Saigon, con l' implicito compito di promuovere se possibile la formazione di governi di centrodestra. Strategia non condivisa dalle colombe di Washington, tra cui il segretario di Stato William Rogers, favorevole al centrosinistra come lo erano state le amministrazioni democratiche di Kennedy e di Johnson. Inizialmente, l' approccio di Nixon all' Italia è cauto. Preparando l' incontro con Saragat, Kissinger gli ricorda alcuni punti: "Il premier democristiano Rumor considera il successo della vostra visita importante per il governo, date le divergenze con il Psi e la forza dei comunisti; conviene però prestare eguale attenzione ai socialisti Saragat e Nenni; comunque non bisogna dare l' impressione che trattiamo l' Italia da potenza di rango inferiore". La situazione a Roma, dove dal dicembre precedente Mariano Rumor è presidente del Consiglio e Pietro Nenni è ministro degli Esteri, appare alla Casa Bianca "abbastanza stabile, sebbene divampi la protesta sociale, specie tra i giovani, e resti da risolvere il problema di ridurre l' influenza del Pci". L' annuncio del prossimo riconoscimento della Cina comunista, ancora nemica degli Usa, da parte italiana, uno dei temi più controversi dei colloqui, è attribuito a un colpo di mano di Nenni "e alla persuasione che l' America si stia aprendo a poco a poco a Pechino" (in effetti lo farà nel 1971). Un mese dopo, l' atteggiamento americano verso l' Italia si fa più deciso. Rumor si reca a Washington, alle esequie dell' ex presidente Ike Eisenhower e il 1° aprile viene ricevuto da Nixon che lo complimenta: "Ho detto ai colleghi che in lei abbiamo un uomo forte a Roma". Ma al presidente americano urge sapere se "l' elettorato italiano si sposti a sinistra e sia possibile che il Pci prenda più voti". Rumor risponde che "l' avanzata del Pci rallenta, ma le sue tendenze neutraliste permangono e si estendono ad alcuni socialisti e cattolici". Aggiunge che i comunisti "hanno organizzato dimostrazioni di massa contro la Nato per aprile e maggio, che sono già cominciate e diverranno più violente" e rappresentano "un problema psicologico per il governo". Ma conclude che il centrosinistra "rimane l' unica formula possibile" e fa eco a Saragat: la distensione tra gli Usa e l' Urss e un armistizio in Vietnam "lo aiuterebbero". Rumor caldeggia una conferenza sulla sicurezza europea del tipo proposto dal Patto di Varsavia: "Non c' è da fidarsi dei comunisti, è solo propaganda, ma non si può lasciare loro l' iniziativa". La Casa Bianca entra in allarme a maggio, quando anche la Francia è in fiamme, dopo un monito del dipartimento di Stato che "in Italia è esplosa una tempesta politica a causa della spaccatura" del Partito socialista unificato (nato dall' effimera fusione del 1966 tra Psi e Psdi) "che non si sa se Saragat e Nenni riusciranno a ricucire". Le paure aumentano a fine giugno, con il viaggio del ministro della Difesa francese Debré a Washington: "Debré è molto preoccupato", riferisce un rapporto, "non ritiene impossibile che il Pci sia invitato a fare parte del nuovo governo in Italia e accetti. Ricorda che nell' ultimo anno i comunisti italiani hanno assunto una linea nazionalista, che è divenuto difficile escluderli dal potere. Per quanto ciò possa sorprendere l' Occidente, si aspetta un governo col Pci a Roma. E non esclude che le possibilità dei comunisti francesi di condividere il potere a Parigi crescano". Il dipartimento di Stato ne trae le conseguenze: ordina all' ambasciata americana in Italia di "non interferire nella formazione del governo ma anticipare gli sviluppi della crisi in modo che possiamo decidere se e quali misure prendere". Giudicate voi, termina, "come e quando adoprare la nostra influenza".

I verbali
I documenti sui rapporti tra Italia e Stati Uniti durante i mandati presidenziali di Richard Nixon, appena declassificati dagli Archivi nazionali di Washington, offrono molti spunti d' interesse. Si va infatti dal 1969 al 1974, passando attraverso l' epilogo del conflitto vietnamita, la crisi cilena, la guerra del Kippur, lo shock petrolifero e, in Italia, l' autunno caldo, gli esordi del terrorismo, il logoramento del centrosinistra, la battaglia sul divorzio. A questo articolo ne seguiranno altri, il primo dei quali sarà dedicato ai riflessi italiani dell' ascesa di Salvador Allende.

I protagonisti
NIXON Già vicepresidente di Eisenhower, Richard Nixon (1913-1994) fu sconfitto da Kennedy nella corsa alla Casa Bianca del 1960, ma vinse poi nel 1968. Da presidente mise fine alla convertibilità del dollaro e ritirò le truppe dal Vietnam. Rieletto nel 1972, fu costretto a dimettersi dallo scandalo Watergate nel 1974.
SARAGAT Dirigente socialista riformista, esule sotto il fascismo, Giuseppe Saragat (1898-1988) guidò la scissione di Palazzo Barberini (1947) e fondò il Psdi. Dopo aver ricoperto importanti incarichi di governo, fu presidente della Repubblica dal 1964 al 1971.

13 marzo 2004 - SPARI CONTRO CONSULENTE COMMISSIONE MITROKHIN
"Il Corriere della sera"
Mario Scaramella ha un incarico anche per il Parco del Vesuvio: doveva occuparsi della demolizione della villa di un piccolo boss
Inchiesta Mitrokhin, spari su un consulente
Napoli, collaboratore della commissione coinvolto in uno scontro a fuoco tra agenti e camorristi
NAPOLI - Una sparatoria poco dopo l'alba in una strada di campagna di Ercolano. Da una parte quattro uomini andati a recuperare un carico di armi dalla villa di un camorrista che deve essere abbattuta per abusivismo, dall'altra due agenti della polizia penitenziaria, senza divise ma con le pistole in tasca, che in quella strada di campagna si trovano non per servizio ma per cose private. Pochi secondi in cui i proiettili volano da una parte e dall'altra, poi i quattro si allontanano, salgono in macchina e scappano. Arriva la polizia, ritrova l'auto usata per la fuga. Dentro ci sono le armi e tracce di sangue. Passano tre ore e in un ospedale della zona viene fermato un sospetto. Si chiama Vincenzo Spagnuolo, è un piccolo delinquente che è andato a farsi medicare una ferita da arma da fuoco alla testa. Lo arrestano. Sembrerebbe una storia di malavita quotidiana come ne accadono tante nei paesi intorno al Vesuvio e in generale in quelli intorno a Napoli, e se così fosse, potrebbe anche finire qui. Non questa, però. Questa ha qualcosa di diverso. Perché se si torna alla scena iniziale, alla sparatoria, si scopre che alle spalle dei due agenti penitenziari c'è un uomo che difficilmente ci si aspetterebbe di trovare alle sette del mattino in una strada di campagna di Ercolano. E' Mario Scaramella, 34 anni, consulente della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin, incaricato di indagare sui rapporti tra Brigate Rosse e Kgb.
Che cosa c'entra uno così con l'abbattimento di una villa abusiva? E perché ci sono con lui due agenti della polizia penitenziaria? Alla prima domanda una risposta c'è: Scaramella è uno che si occupa di sicurezza ambientale a 360 gradi, ed è anche consulente del Parco del Vesuvio. E in questa veste, accompagnato da un collaboratore, è venuto a fare un sopralluogo alla villa costruita abusivamente da Lorenzo Cozzolino, boss di un clan di Ercolano attualmente detenuto. L'altra domanda, invece, risposte non ne ha, nemmeno da parte dello stesso Scaramella. Quel che è certo è che i due della polizia penitenziaria non erano lì per questioni collegate all'abbattimento della villa, non avevano compiti né di sorveglianza né di scorta. Probabilmente era un incontro privato con il consulente del Parco, dicono in questura. Fatti loro, insomma.
Comunque è stata una fortuna che ci fossero, perché appena sono arrivati nei pressi della villa, Scaramella e gli altri non hanno avuto nemmeno il tempo di avvicinarsi che quei quattro hanno cominciato a sparare. I banditi erano lì per recuperare due mitra e tre bombe a mano prima che arrivassero le ruspe (quelle sì, sotto scorta della polizia) e se non ci fossero stati i due agenti a rispondere al fuoco, il consulente della commissione Mitrokhin e il suo collaboratore se la sarebbero vista molto brutta. E probabilmente anche peggio.
Fulvio Bufi

L'indagine su Br e Kgb? In mano all'esperto di ecologia
"Mi interesso di armi atomiche. E per noi tira una brutta aria"
DAL NOSTRO INVIATO
ERCOLANO (Napoli) - Più che un biglietto da visita, ci vorrebbe una pergamena. E forse nemmeno quella riuscirebbe a contenere i titoli affastellati nel curriculum di Mario Scaramella, che si fa chiamare professore ma non ha una cattedra universitaria, che fu imputato (e successivamente prosciolto) in una strana storia di "poliziotti ecologici" con compiti poco chiari ma è stato pure magistrato monocratico, che collabora con la presidenza della commissione Mitrokhin per approfondire i rapporti fra Kgb e Brigate Rosse ma si occupa di sicurezza ambientale, che discetta di "tecnologie spaziali contro il terrorismo" e "mine atomiche" ma nella vita di tutti i giorni sovrintende alla demolizione delle case abusive per conto dell'Ente Parco del Vesuvio.
Credenziali, insomma, che nel bene e nel male basterebbero a sorreggere due o tre carriere ormai al traguardo della pensione. E che, invece, sono soltanto gocce di carburante nel serbatoio di questo trentaquattrenne un po' guascone, abituato (per lavoro) a rovistare dietro le quinte del potere, camminando lungo quella sottile linea che separa mistero e politica, affari limpidi e faccende torbide.
Non a caso, persino lui fatica a mettere ordine nel groviglio dei suoi incarichi ora che bisogna agguantare il filo giusto per risalire al movente della sparatoria in cui è stato coinvolto, ieri mattina, a Ercolano.
"Valutazioni? Mi spiace, non sono in grado di farne - esclama perentorio -. Qualunque ipotesi, allo stato dei fatti, mi sembra zoppa. Non credo che volessero vendicarsi per la demolizione della palazzina: sarebbe stata una reazione francamente eccessiva anche per la camorra. E tantomeno penso che avessero intenzione di difendere qualche piccolo arsenale nascosto in zona: avrebbero potuto riprendersi le armi durante la notte e nessuno se ne sarebbe accorto".
Dunque, non rimane la pista che porta al suo ruolo di consulente nella commissione Mitrokhin. "E perché tendermi un agguato proprio a Ercolano... Certo, mai prima d'ora i clan avevano usato bombe a mano, mitra e pistole per un agguato: è una circostanza che dovrebbe far riflettere. Anche in questura si mostravano perplessi". In verità, la squadra mobile sostiene che quelle armi sono state ritrovate in una macchina parcheggiata poco lontano. "Davvero? Mah, se lo dice la polizia... Comunque, d'una cosa sono sicuro: tira una brutta aria per noi che lavoriamo con la commissione". In che senso, scusi? "Rischiamo di brutto, gliel'assicuro. Pochi giorni fa, ho telefonato al presidente Paolo Guzzanti e gli ho detto: stai... anzi, stia attento perché so che preparano qualcosa di terribile contro di lei e contro di me. Quindi, chieda protezione, pretenda una scorta. E infatti gliel'hanno concessa".
Ma chi viene a raccontarle queste cose? "Si tratta d'informazioni che traggo dal mio lavoro. Mi occupo di sicurezza ambientale e sono il segretario generale del programma intergovernativo di questo settore". Vale a dire? "Beh, è una materia molto vasta: spazia dal nucleare alla demolizione della case abusive". E che c'entrano i presunti rapporti fra il Kgb e le Brigate Rosse con tutto ciò? "C'entrano eccome. Vede, io sono un esperto di "mine atomiche", ossia di quelle valigette nucleari che, ai tempi dell'Unione Sovietica, sarebbero state sepolte accanto alle basi Nato. Lo hanno rivelato alcuni generali dell'Armata Rossa dopo la caduta del comunismo". Ma all'epoca, lei aveva sì e no vent'anni... "Infatti, mi sento già vecchio come studioso". Però una cattedra all'università non ce l'ha, vero professore? "Faccio ricerca nei corsi post-laurea, collaboro con l'Ateneo di San Josè in California... Ormai il concetto di cattedra è superato". Mica avrà rapporti con i servizi segreti? "Certo che li ho. E con quelli di tutto il mondo. Ma per il mio lavoro di analista. Mica faccio la spia, io. Sono un professore, se lo ricordi".
Enzo d'Errico

"Il Mattino"
SOPRALLUOGO E MISTERI
DALL'INVIATO A ERCOLANO GIGI DI FIORE
La strada, poco più di un sentiero sterrato, s'inerpica proprio di fronte alla pizzeria "Casa rossa". Tutt'intorno, oltre ai ristoranti, scenari di abusivismo ed abbandono: scheletri di manufatti, discariche improvvisate con masserizie varie. È proprio qui, in pieno Parco ambientale del Vesuvio, che di primo mattino è avvenuta la strana e indiretta aggressione al professore Mario Scaramella, 35 anni, consulente della commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin. È lui che deve approfondire gli eventuali rapporti del Kgb con il terrorismo islamico e italiano.
Lo sterrato, ripido e pieno di dossi, arriva in uno spiazzo, con l'ingresso di una casa dalle imposte rosse: siamo al numero 67 di via Vesuvio. È qui che Scaramella, in compagnia di due agenti di polizia penitenziaria ed un suo collaboratore, doveva sovrintendere alla rimozione dei detriti prodotti dalla demolizione, eseguita martedì scorso, di una casa abusiva. Scaramella, dottore in giurisprudenza, ma esperto di crimini ambientali (scorie nucleari, rifiuti tossici, abusivismo, inquinamenti da scarichi chimici), è da tempo anche consulente dell'ente Parco Vesuvio. E con l'ente, attraverso l'Eccp (l'organismo internazionale di prevenzione dei crimini ambientali), si occupa di abbattimenti di manufatti abusivi.
Sono le sette del mattino. Scaramella ed i suoi collaboratori arrivano in auto. A ridosso dei detriti, un'escavatrice e due camion. Ma anche quattro persone, in una Peugeot 206 grigio metallizzata. Pochi minuti, per una dinamica ancora confusa. I quattro si mostrano stupiti della presenza di Scaramella e degli altri tre uomini. Impugnano pistole e sparano in aria, per spaventarli. Ma ricevono un'immediata reazione: sparano i due agenti penitenziari, cerca di caricare la sua pistola anche Scaramella. I quattro fuggono sulla Peugeot, su cui si scaricano i colpi degli agenti. L'abbandonano. Uno resta ferito e verrà lasciato all'ospedale Maresca di Torre del Greco, dove viene fermato dalla polizia: si chiama Vincenzo Spagnuolo, ha 35 anni e sarebbe legato al clan camorristico degli Ascione. La fuga dei quattro prosegue su una seconda auto, parcheggiata appena fuori la strada. Sullo sterrato, vengono trovati sette bossoli e un proiettile inesploso. La Peugeot ha un foro da proiettile all'altezza del posto di guida ed il lunotto posteriore in frantumi. L'auto aveva il navigatore elettrico e, vicino al sedile anteriore destro, c'era una scatola di cioccolatini blu con delle mimose.
Commenta Amilcare Troiano, presidente del Parco Vesuvio: "Non so cosa possa essere successo, se era un'aggressione contro gli abbattimenti. Di certo, stiamo lavorando a ripristinare legalità sul territorio e finora non abbiamo mai avuto problemi". La casa abbattuta era di proprietà di Giuseppe C., che però sembra aver accettato la decisione dell'ente senza molti problemi. Perquisita la zona, la polizia trova una Fiat uno rossa abbandonata. Dentro, ci sono un kalashnikov, due bombe a mano, decine di proiettili, un fucile a pompa. L'ipotesi sull'agguato è presto fatta: in zona sarebbero state conservate armi di clan della camorra. Forse, i quattro aggressori stavano trasferendo altrove lo scomodo materiale e, disturbati, hanno sparato. In questa ricostruzione, risulta casuale la presenza di Scaramella tra gli aggrediti. Lui, il consulente della commissione presieduta da Paolo Guzzanti, dice: "Non ho elementi certi. Stiamo per presentare conclusioni importanti in commissione. E alcuni segnali di intelligence hanno portato alla scorta per Guzzanti. Certo, qui siamo lontani da Roma, ma la presenza delle bombe a mano è inusuale per la camorra. Non ho ipotesi su ciò che è successo. Dovranno dirlo gli inquirenti. Anche se tutte le coincidenze appaiono strane. Non dimentichiamo che, per eliminare qualcuno scomodo, si possono simulare episodi banali, come rapine, per sviare le indagini. Ma sono solo ragionamenti di chi, per lavoro, è abituato a diffidare sempre delle banali apparenze".

14 marzo 2004 - SPARI CONTRO CONSULENTE COMMISSIONE MITROKHIN: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
IL PERSONAGGIO
Esperto per la sicurezza "giramondo": dalle cattedre universitarie in Usa e Colombia alle Procure di Verona e Reggio Calabria
"Ex spie sovietiche, indago anche a Napoli"
Scaramella: "Agguato? So di essere a rischio in questo momento"
GIOVANNI MARINO
"Voglio pure essere trasparente ma non posso rivelare dei segreti...io lavoro per la commissione Mitrokhin anche a Napoli, voglio dire: pure qui devo svolgere la mia missione, espletare certe modalità operative". Non c´è niente da fare, Mario Scaramella, una vita da consulente (per la sicurezza, per i crimini ambientali, per due Procure, per il Parco del Vesuvio, per la commissione), già giudice onorario, una disavventura giudiziaria superata, è sempre pronto a sorprenderti. Quando pensi di aver ascoltato tutto da lui, tira fuori un asso nella manica che ti spiazza. La connessione Napoli-Mitrokhin, per esempio. Inedita. "Per la commissione c´è del lavoro anche su Napoli, stop, il resto è riservato". E via con un altro mistero di questa vita che sconfina nel romanzesco.
Allora, dottor Scaramella, ha le idee più chiare sull´agguato?
"Veramente sono professore".
E dove?
"Lo sono in Usa e Colombia, qui sarei considerato un contrattista, ma di fatto la qualifica che ho all´estero deve intendersi omologata anche in Italia".
Professore in?
"Analisi sulla sicurezza".
Torniamo all´agguato, le sue valutazioni.
"Vicenda anomala. Primo, perché quel tipo di armamento da guerra ritrovato non mi sembra roba di camorra. Secondo, perché seguivo l´abbattimento della villa da giorni e ci sarebbe stato tutto il tempo per portar via le armi molto prima. Terzo perché sono consulente del Parco del Vesuvio da tempo e non è mai successo niente di simile".
Quindi...
"Se dovessero emergere collegamenti fra i clan e il terrorismo tipo Br la cosa sarebbe più chiara".
In assenza di questo collegamento, però, converrà che è difficile legare l´agguato alla Mitrokhin...
"Tutto è possibile; il presidente Guzzanti ed io attraversiamo un momento in cui il rischio viene valutato alto; il presidente ha ottenuto la scorta, a me è stato detto di organizzarmi".
E lei si è organizzato: l´altro giorno ad Ercolano eravate in 4. Si è sparsa la voce che ci fossero anche agenti del Sismi. E´ così?
"Di Sismi so che ha parlato il presidente Guzzanti. Con me c´era un consulente per la sicurezza e due uomini di un corpo di polizia. Non so dire quale. E questo perché avevo notato strani movimenti sotto casa".
Tredici anni fa finì sui giornali perché accusato di essere un falso poliziotto dei Nasc, la polizia ambientale, oggi ci torna da uomo dei misteri della Mitrokhin...
"Tredici anni fa mi fu chiesta una attività informativa dal Sismi sui rapporti fra criminalità e ambiente, ne era a conoscenza l´Alto commissariato antimafia e iniziò lì la mia competenza sul Kgb che cercava spie in Italia fra gli ecologisti, volevano formare una specie di Brigate verdi; un bel giorno, mi trovai sotto inchiesta a Napoli, Santa Maria Capua Vetere e Salerno; prosciolto in tutti e 3 i casi".
Da lì come è arrivato alla Mitrokhin?
"Andai all´estero a studiare temi sulla sicurezza: Inghilterra, Francia, Belgio. Tornai in Italia e fui consulente prima della Procura di Verona, epoca Tangentopoli, poi di quella di Reggio Calabria. Quindi negli Usa, dove fui contattato dalla Cia, mi chiesero di andare in Colombia perché c´era da capire la connessione fra narcos e spie russe , lì divenni professore ordinario. Quindi alla San Josè University; infine un signore della Cia mi disse che un pm di Palermo cercava collaborazione in una indagine su nucleare e spie russe, fu lui a presentarmi Guzzanti e ora sono alla Mithrokin".
La Cia, il Kgb, i narcos, le spie: ma come si fa a crederle su tutto, sembra un legal thriller...
"Ho 36 anni, due matrimoni e due figli, sono grandicello: i media non possono prendermi per i fondelli. Questa è la mia vita, credetemi, è solo il mio lavoro".

I PRECEDENTI
LA SPY STORY DEL VESUVIO
Perizia balistica per collegare l´arsenale ritrovato ad agguati di camorra, la Mobile cerca tre complici
Ercolano, giallo delle armi
Nuova pista sugli spari al consulente di Mitrokhin
Arrestato un uomo legato al clan Ascione
Guzzanti: "Non lo diffamate. Lavora per scoprire i traffici di materiale nucleare"
Molti gli interrogativi sul conflitto a fuoco che ha visto coinvolto il professor Scaramella
Resistono ancora molti misteri dietro agli spari contro il consulente della commissione Mitrokhin. La vicenda di Ercolano lascia diversi interrogativi irrisolti. Lo stesso consulente, Mario Scaramella, non sembra affatto convinto della prima ricostruzione dei fatti che riporta tutto ad un arsenale che i clan volevano spostare da quei luoghi. "Troppe anomalie", ripete a 24 ore dai fatti. E svela: "Lavoro per la commissione anche su Napoli, non posso aggiungere particolari", quasi indicando una nuova pista. Forse un movente.
La Squadra mobile ha in corso verifiche importanti. Vi sarà una perizia balistica. Per capire se i mitra, i kalashnikov e i fucili a pompa ritrovati dentro ad una auto nei pressi della villa abusiva di Ercolano da abbattere abbiano già sparato in delitti di camorra. Un arsenale da guerra, persino con bombe a mano, che la polizia ritiene appartenga al clan Ascione.
La prima pista presa in considerazione dalla Mobile è strettamente legata all´arsenale: la camorra stava per spostare armi e bombe quando si è imbattuta in Scaramella (nel ruolo di consulente del Parco del Vesuvio, delegato a seguire l´abbattimento); per salvare l´arsenale, uomini vicini al clan hanno sparato contro il consulente, certi di metterlo in fuga. Non potevano sapere che con lui c´erano anche due uomini armati, secondo la Questura, due guardie penitenziarie del carcere di Secondigliano. Che hanno risposto al fuoco ferendo chi, per primo, aveva sparato.
Ieri è stato formalmente accusato di tentativo di quadruplice omicidio, detenzione di armi da guerra ed esplosivo Vincenzo Spagnuolo, l´uomo ritenuto vicino al clan Ascione arrestato appunto dopo la sparatoria alle pendici del Vesuvio. La Squadra mobile di Napoli sta cercando i suoi complici, i tre uomini che sono stati visti allontanarsi da Scaramella, da un suo collaboratore e dai due agenti della polizia penitenziaria.
Una vicenda di camorra è dunque la pista privilegiata. Ma è ancora Scaramella con le sue dichiarazioni a lasciare aperte altre ipotesi. Strettamente connesse al suo ruolo all´interno della commissione Mitrokhin. Sulla vicenda torna a parlare, con vena polemica, il presidente della commissione, Paolo Guzzanti: "Sono solidale con il professor Scaramella per lo scampato pericolo e per l´immediata campagna diffamatoria nei suoi confronti che trovo direttamente proporzionale alle sue capacità di investigatore. Scaramella lavora per la Environment Crime Prevention Program, agenzia internazionale che collabora con l´Onu e 25-26 Paesi. Fa corsi di intelligence. Si occupa di indagini volte a scoprire traffici illegali di materiale nucleare sia sotto forma di barre di uranio sia sotto forma di scorie radioattive. Fa pensare che, prima della Mitrokhin, Scaramella nella sua attività non era mai stato oggetto di un attentato".
(g.ma.)

16 marzo 2004 - LEGALE MARIA FIDA MORO DEPOSITA DOMANDA RIAPERTURA INCHIESTA
ANSA:
MORO: LEGALE FAMIGLIA DEPOSITA DOMANDA RIAPERTURA INCHIESTA
L' avvocato di Maria Fida Moro, Nino Marazzita, ha presentato oggi alla Procura della Repubblica di Roma una istanza per chiedere la riapertura del fascicolo sul sequestro e l' omicidio di Aldo Moro e della sua scorta.

MORO: AVV.MARAZZITA, BR COSTRETTE DA P2, KGB E CIA A UCCIDERLO
"Una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia, il cui scopo era bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". Sono queste per l' avvocato della famiglia Moro, Nino Marazzita, i responsabili indiretti e le ragioni per cui fu ammazzato lo statista.
Secondo il legale, questi organismi "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si impadronirono dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo", ha precisato il legale.
Marazzita ha sostenuto che nuovi elementi, tali da motivare la riapertura dell' inchiesta, sono contenuti nel cosiddetto dossier Mitrokhin. L' intero incartamento e' stato allegato in copia all' istanza. Si tratta di "un primo livello - ha spiegato il legale - poi forniro' documentazione per salire ad un livello piu' alto".
Dallo studio del dossier con le varie audizioni - le piu' significative quelle di esponenti del Sismi, tra cui il capo Fulvio Martini, e del magistrato Rosario Priore - il legale ha detto di aver trovato la conferma ad una ipotesi formulata negli anni e da piu' parti, secondo la quale ad uccidere Moro sia stato un insieme di interessi nazionali ed internazionali contrari alla sua intenzione di formare un governo di centro-sinistra.
Il legale ha ipotizzato il reato di concorso nel sequestro e nell' omicidio di Moro e della scorta di alcune persone che "pur sapendo non hanno fatto niente per evitare la tragedia e nonostante avessero il dovere di bloccare l' evento". In altre parole l' avvocato della famiglia ritiene che "c'erano segnali che facevano presumere il rapimento non di un politico qualunque, ma proprio di Aldo Moro". E cita, tra i presunti responsabili, l' allora capo della Polizia, Parlato, che, "informato dallo stesso Moro delle voci di un suo rapimento, il giorno prima del rapimento gli comunico' che non c'e' alcun pericolo in tal senso".
L' istanza del legale e' molto circostanziata e consente di individuare quelli che ritiene i responsabili non materiali dell' uccisione di Moro. "Il Comitato di gestione crisi costituito dopo il rapimento - ha sottolineato - attraverso i suoi componenti, tra i quali agenti della Cia, del Kgb come Nino Report numero 14, ed altri, agisce in maniera che Moro non abbia la possibilita' di salvarsi, agisce in maniera che le Br non possano rilasciarlo come volevano ma siano invece costrette ad ucciderlo".
Marazzita ha citato anche due persone che, al contrario, si sono dissociate da questa strategia: "Un esperto statunitense giunto in Italia per offrire un contributo alla soluzione e che torno' nel suo paese per non trasformarsi in un complice dell' omicidio - ha specificato Marazzita - ed il prefetto Napolitano, capo del Cesis. Non era iscritto a nessuna loggia segreta - ha proseguito - e si dimise dal Comitato perche' non ne condivideva l' operato".
Il ruolo del Kgb sarebbe stato quello di "supportare questo scopo nella fase iniziale della vicenda, poi subentrera' anche la Cia, con un ruolo piu' importante. Gli israeliani - ha concluso Marazzita - ebbero invece un ruolo marginale, di supporto, cercarono di aiutare le Br ma poi queste presero le distanze da loro".

MORO: LEGALE FAMIGLIA, UNA COMBINE TRA P2, KGB E CIA
CHIESTA RIAPERTURA INDAGINI
L'avvocato Nino Marazzita, legale della famiglia Moro, ha scelto una data simbolica, quella del 26/o anniversario del sequestro e dell'uccisione della scorta, per far riesplodere il caso Moro. Lo ha fatto depositando alla Procura di Roma una istanza allegata a una ponderosa documentazione (il dossier Mitrokhin) in cui chiede la riapertura delle indagini.
Alla Procura di Roma non ci sono fascicoli aperti sul caso Moro. Secondo il legale proprio dal dossier sarebbero emersi nuovi elementi nella responsabilita' della vicenda, che confermerebbero uno scenario, sempre ipotizzato, quello di "una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia". Lo scopo era "bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". In altre parole, questi organismi "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si impadronirono dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo", ha precisato il legale.
Il legale ha ipotizzato il reato di concorso nel sequestro e nell'omicidio di Moro e della scorta di alcune persone che "pur sapendo non hanno fatto niente per evitare la tragedia e nonostante avessero il dovere di bloccare l'evento". In altre parole l'avvocato della famiglia ritiene che "c'erano segnali che facevano presumere il rapimento non di un politico qualunque, ma proprio di Aldo Moro". E cita, tra i presunti responsabili, l'allora capo della Polizia, Parlato, che, "informato dallo stesso Moro delle voci di un suo rapimento, il giorno prima del rapimento gli comunico' che non c'e' alcun pericolo in tal senso".
L'istanza e' molto circostanziata e consente di individuare quelli che ritiene i responsabili non materiali dell'uccisione di Moro. "Il Comitato di gestione crisi costituito dopo il rapimento - ha sottolineato - attraverso i suoi componenti, tra i quali agenti della Cia, del Kgb come Nino Report numero 14, e altri, agisce in maniera che Moro non abbia la possibilita' di salvarsi, agisce in maniera che le Br non possano rilasciarlo come volevano ma siano invece costrette ad ucciderlo".
Marazzita ha citato anche due persone che, al contrario, si sono dissociate da questa strategia: "Un esperto statunitense giunto in Italia per offrire un contributo alla soluzione e che torno' nel suo paese per non trasformarsi in un complice dell'omicidio - ha specificato Marazzita - e il prefetto Napolitano, capo del Cesis. Non era iscritto a nessuna loggia segreta - ha proseguito - e si dimise dal Comitato perche' non ne condivideva l'operato".

17 marzo 2004 - RICHIESTA RIAPERTURA CASO MORO: DAI GIORNALI
ANSA:
MORO: COSSIGA, ATTACCO MARAZZITA SOLO INDECENTI SPECULAZIONI
Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, attacca duramente l'avvocato Nino Marazzita, che ieri ha presentato una richiesta di riapertura delle indagini sul caso Moro a nome di Maria Fida, la primogenita del presidente della Dc.
Senza citare per nome Marazzita, Cossiga parla delle "recenti farneticanti speculazioni sul caso Moro di un assai modesto legale". "E' doloroso e rivoltante - afferma l'ex Capo dello Stato - che un noto 'paglietta' speculi in maniera indecente, dopo 26 anni, su un evento tragico quale fu il rapimento di Aldo Moro, la sua successiva uccisione, e l'annientamento della sua scorta, evidentemente per risollevare le sorti di una traballante professione".

MORO: MARAZZITA, INSULTI CHE SANNO DI CONFESSIONE
"Nessuno l'ha chiamato in causa. Questo attacco di Cossiga ha il sapore di una confessione spontanea". Nino Marazzita, rappresentante legale di Maria Fida Moro, replica cosi' al duro attacco del presidente emerito della Repubblica.
"Sono insulti - dice - che mi lasciano del tutto indifferente. Non replico perche' penso che gli insulti, quando sono usati come un metodo, si ritorcano giustamente contro chi li fa". "Cossiga usa l'insulto come metodo - prosegue Marazzita - quando i temi non gli sono graditi. Sarebbe stato molto piu' interessante se nei 26 anni che sono passati da via Fani avesse cominciato a dire la verita'. Debbo ammettere che come uomo politico lui non e' stato 'modesto', ma e' stato molto divertente".

MORO: AL VAGLIO PM IONTA RICHIESTA APERTURA NUOVA INDAGINE
E' da oggi al vaglio del pm Franco Ionta, responsabile del pool antiterrorismo di Roma, la documentazione, tre faldoni (comprendente il dossier Mitrokhin), depositata dall' avvocato Nino Marazzita assieme alla richiesta di apertura di una nuova indagine sul caso Moro.
Per il legale, proprio dal dossier emergono aspetti che potrebbero configurare lo scenario di "una combine di interessi italiani e stranieri, principalmente P2, Kgb e Cia" il cui scopo sarebbe stato quello di "bloccare la politica di apertura verso il Partito Comunista Italiano". Questi organismi, secondo l' ipotesi di Marazzita, "insieme con i servizi israeliani che ebbero un ruolo marginale", si sarebbero impadroniti dei "meccanismi delle Brigate Rosse che volevano liberare Moro e che invece furono costrette ad ucciderlo".
Il pm Ionta, il quale ha rappresentato l' accusa in alcuni dei processi celebrati sui fatti cominciati con il sequestro dello statista Dc in via Fani e la strage della sua scorta, dovra' ora stabilire se sussistano i presupposti per la apertura di un fascicolo processuale. In particolare, il magistrato, titolare tra l' altro del fascicolo riguardante proprio il dossier Mitrokhin, dovra' accertare se quegli elementi indicati da Marazzita non siano mai stati esaminati in passato e, quindi, costituiscano la novita' necessaria per avviare una nuova inchiesta.

MORO:ACCAME, CHI FECE CADERE INDICAZIONE DI GRADOLI STRASSE?
TROPPI TABU' RESISTONO AD UNA SERIA RIFLESSIONE
"Vi sono ancora troppi tabu' che resistono nonostante siano passati 26 anni dal sequestro di Aldo Moro". Falco Accame, ex presidente delal Commissione Difesa, studioso del caso Moro e presidente della Anavafaf, l'associazione che tutela i militari, chiede che questi tabu' siano affrontati. C'era qualcuno che sapeva della imminente strage nelle istituzioni e non ha fatto nulla per evitarla?" E a riscontro Accame cita alcuni elementi: "Perche' dal tavolino a tre gambe di Bologna non emerse la chiave per scoprire il covo e cioe' via Gradoli, ma emerse solo 'Gradoli', deviando cosi' la indagine sul paese e impedendo che si scoprisse una fonte essenziale per individuare la prigione e i carcerieri di Moro?. Eppure da fonti tedesche era emersa la notizia esatta, e cioe' che si trattava di Gradoli Strasse, e non vi erano quindi dubbi su dove andare a guardare".
Accame ricorda gli elementi emersi nel tempo sulla ""Gladio delle centurie" la struttura militare che e' stata tenuta coperta dal 'disvelamento' della gladio dei 622. Un militare di questa gladio venne inviato a Beirut il 5 marzo 1978. Il 16 febbraio era pervenuta ai servizi una soffiata dal carcere di Matera da parte di un detenuto, Salvatore Senatore. Il militare fu convocato a La Spezia da Comsubin (il comando incursori a cui venne affidata anche l'operazione smeraldo i ricerca della prigione di Moro sul litorale laziale) in data 26 febbraio. Il gladiatore fu imbarcato a La Spezia il 5 marzo sulla nave Jumbo M e gli fu affibbiato un messaggio a distruzione immediata in cui si chiedeva che l'Olp intervenisse per la liberazione di Moro. Quel documento era per Stefano Giovannone, capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. L'originale di questo documento e' stato riprodotto nel libro "I misteri del caso Moro" del regista Giuseppe Ferrara, "Forse - osserva Accame - non a caso e' stato fatto completo silenzio su questo libro dove si fa cenno dal ruolo giocato da Comsubin e Maripers sulla intera vicenda". Il secondo tabu' - sostiene Accame - riguarda l'invio di un'agente della gladio delle centurie (nome in codice Franz) in Cecoslovacchia per indagare sull'addestramento delle Br in tale paese, addestramento che risulta dal libro "In cifra" "I giorni del diluvio" scritto dall'allora sottosegretario ai servizi segreti, Francesco Mazzola. "L'agente Franz - come ha piu' volte detto - ebbe notizie da ambiente tedesco circa il covo di 'Gradoli Strasse'. Lo comunico' al capitano La Bruna. Fu pero' fatta cadere strasse e la notizia fu data in modo anonimo attribuendola ad una 'soffiata' del tavolo a tre gambe di Bologna dove si tenne a seduta spiritica che ufficialmente indico' il nome di Gradoli".
"Interrogati dai Ros - segnala Accame - i due gladiatori dovrebbero essere incriminati per falsa testimonianza se hanno detto il falso e processati. Se quanto hanno detto e' vero la rilevanza della notizia da loro fornita e' di enorme interesse. Ma sulla vicenda e' caduto il silenzio piu' rumoroso di quello di un attentato terroristico. I cittadini hanno diritto di sapere se questi due gladiatori hanno mentito o hanno detto il vero. Il silenzio su questa vicenda e' una vera vergogna per la Repubblica.

"Il Gazzettino"
MISTERI D'ITALIA
Con una istanza presentata ieri l'avv. Nino Marazzita per conto di Maria Fida Moro ha chiesto la riapertura delle indagini sulla strage di Via Fani nonché sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Secondo la figlia di Moro dalle indagini relative al dossier Mitrokhin e da altre indagini sarebbero emerse nuove prove e nuovi indizi. In particolare sarebbe emerso il collegamento tra uomini delle Br e il servizio segreto di Mosca, e inoltre che il comitato di crisi, massimo organo costituito dal governo d'allora per seguire il rapimento Moro, era costituito di persone quasi tutte iscritte alla loggia massonica "coperta" P2. Uno dei non iscritti alla Loggia P2 si dimise dal comitato per disaccordo con gli altri membri.
Allegando documenti tratti dal dossier Mitrokhin e dalle indagini relative, l'avvocato Marazzita chiede al procuratore della Repubblica di riaprire le indagini "in ordine alla individuazione degli ulteriori concorrenti nei delitti relativi al sequestro e all'omicidio dell'on. Aldo Moro e della sua scorta".
"Le nuove fonti di prova - spiega il legale - sono facilmente rilevabili attraverso la lettura della documentazione prodotta: è processualmente certo-ha aggiunto Marazzita- che due tra i più feroci organizzatori della strage, del sequestro e dell'uccisione del presidente Moro furono arrestati nel maggio '79 a Roma in viale Giulio Cesare, presso il domicilio di Conforto Giuliana. È certo che fino al giorno precedente la strage il presidente Moro era stato seguito da un soggetto di nazionalità russa".
Le indagini sul dossier Mitrokhin hanno permesso di acclarare "ulteriori fonti probatorie su circostanze fino ad oggi sconosciute agli inquirenti e in gran parte dolosamente celate": primo, che "Conforto Giorgio era l'agente "Dario", caporete dei servizi strategici del patto di Varsavia e quindi uomo del Kgb russo. Secondo, che il soggetto che seguiva Moro era Sergej Sokolov, capitano del Kgb russo. Terzo, che Morucci Valerio, Giorgio Bellini, Luigi Santini, Alessandro Girardi erano membri dell'organizzazione 'Separat', gestita dal terrorista Carlos, braccio esecutore della strategia terroristica del Kgb".Un'altra circostanza "merita il doveroso approfondimento": "All'indomani dell'eccidio di via Fani e durante tutto il corso del sequestro fu istituito presso il ministero dell'Interno per volere del ministro Cossiga uno speciale comitato di gestione crisi". I suoi componenti sono quasi tutti risultati iscritti alla loggia massonica P2. "Non affiliato alla loggia segreto era il prefetto Gaetano Napolitano, capo del Cesis, che con grande atto di coraggio decise di dimettersi in quanto non condivideva l'operato del comitato". "Tali elementi - concòude l'avvocato dei Moro - chiudono il cerchio logico della morsa cospirativa nella quale Aldo Moro era chiuso senza più alcuna speranza di sopravvivere".

"L'Opinione"
Do you remember Aldo Moro?
di Dimitri Buffa
Ventisei anni fa, un 16 marzo come quello di ieri, solo che era giovedì, l'Italia scoprì di che lacrime grondavano e di che sangue le ideologie post sessantottine e marxistoidi delle Brigate Rosse. Alle 9.05 infatti un commando rapiva Aldo Moro in pieno giorno e in piena Roma e per sequestrarlo uccideva senza pietà i suoi cinque agenti di scorta: evento che poi sarebbe stato ricordato per questo quarto di secolo come la strage di via Fani. Tutti i protagonisti di quel crimine oggi sono liberi. Anche di predicare da cattivi maestri, anche di rivendicare un ruolo nell'attuale movimento no-global. Chi scrive, all'epoca era un ragazzino immaturo che faceva l'ultimo anno del liceo classico al San Giuseppe de Merode di piazza di Spagna. "Immaturo" non solo per la giovane età, ma perché, come quasi tutti gli altri italiani, sentiva come inverosimile un evento drammatico come quello che all'epoca stava vivendo e i 55 giorni che ne seguirono.
L'Italia, pur essendone stata devastata almeno dal 12 dicembre 1969, data della strage di piazza Fontana, di fatto scopriva il terrorismo solo quel maledetto 16 marzo 1978. E ricordo che noi ragazzi ci emozionavamo un casino tra posti di blocco e perquisizioni di abitazioni a blocchi. Ancora rammento gli autobus che stavano in fila sulla via Cassia per farsi ispezionare palmo a palmo da chi cercava anche solo un labile indizio che portasse alla prigione di Moro. A scuola poi "giocavamo alle Brigate Rosse", stilando finti comunicati e quant'altro. La realtà era oltre la nostra immaginazione. Il nostro immaginario era stato assorbito dagli anni di piombo e la matrice marxista dei brigatisti ci sembrava lontana, quasi mitologica.
All'epoca il Pci, cioè l'avo degli attuali Ds, teneva una posizione ben più dura contro il terrorismo di quella che sarebbe stata tenuta dai suoi futuri discendenti. E andava incontro alle critiche di chi gli ricordava che quei rivoluzionari non erano sedicenti brigatisti (come scriveva qualche anno prima del sequestro Moro uno come Giorgio Bocca), bensì rappresentavano la parte rimossa dell'album di famiglia. Per usare lo slogan che coniò la Rossanda. Il Pci di Berlinguer fu durissimo soprattutto contro quei fiancheggiatori e simpatizzanti dell'area dell'autonomia operaia che in fondo stavano alle Br come gli attuali no global stanno ai terrorismi nostrani o di importazione nell'anno di grazia 2004. Erano "l'acqua in cui nuotava il pesce", come si diceva all'epoca.
Oggi che ben altro terrorismo, di matrice nihilista-terzo mondista e pseudo religiosa, ci minaccia, stupisce non poco vedere la mutata e possibilista posizione degli eredi del Pci (e dell'annesso "partito della fermezza" che oltre ogni ragionevolezza rifiutò ogni apertura che potesse sapere di trattativa con i carcerieri di Moro): oggi con Bin Laden non solo si tratta, ma ci si ritira dall'Iraq se i suoi terroristi ce lo ordinano con deliranti comunicati che rivendicano stragi indiscriminate come quelle che una volta venivano etichettate come "fasciste" (piazza Fontana, Bologna, Brescia, Italicus, ecc.).
Oggi si marcia per la pace insieme a quell'area del movimento antagonista che "tifa" non solo per le nuove Br di Nadia Desdemona Lioce (la brigatista "palmare"), ma anche per tutti quei terroristi che in Iraq o altrove ammazzano americani o israeliani o italiani o spagnoli. Il 20 marzo Fassino, dopo avere rifiutato la manifestazione unitaria proposta dal Polo, andrà probabilmente alla marcia dei Casarini, dei Caruso e degli Agnoletto, tra bandiere americane bruciate e cori di "uno-dieci-mille Nassirya", mentre il suo omologo spagnolo, "Bambi" Zapatero, fa già sapere che intende cedere al ricatto terrorista e ritirare la simbolica presenza spagnola in Iraq.
Se Lama veniva cacciato dall'università di Roma nel 1977 dagli amici dei terroristi, i Fassino, i Cobas, la sinistra Ds, i Verdi, i Comunisti unitari e i rifondaroli post moderni faranno a gara per ottenere la benedizione dei no-global, in gran parte definibili come gli odierni simpatizzanti del terrorismo islamico e non. Perché tutto ciò? Forse perché se certe ideologie come quella liberale con il tempo invecchiano come il buon vino, certe altre, come il marxismo, hanno invece preso decisamente d'aceto.

17 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON E L'ITALIA
"Il Corriere della sera"
ARCHIVI USA
Nixon: il mio tormento si chiama Italia
Nuove rivelazioni dai documenti di Washington appena declassificati. Tra il 1969 e il 1970 il nostro Paese era "osservato speciale"
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO
WASHINGTON - "La competizione tra Fanfani e Moro per la Presidenza della Repubblica è un cancro continuo per la Dc. Nessuno dei due può essere eletto presidente senza i voti comunisti. Fanfani e Moro sono ossessionati, pensano sempre che effetto avranno le loro azioni sul Pci se ne otterranno l'appoggio per le loro ambizioni presidenziali. Ma potrebbe emergere un outsider, Pertini". Una pausa. "Se indicessimo le elezioni, ne uscirebbe un Parlamento più centrista, ma il Pci lo sa e non vuole che siano anticipate. Per questo si comporta bene, tanto è vero che il suo segretario Longo ha condannato l'espulsione di Dubcek dal Pc cecoslovacco. Sta utilizzando i socialisti come il suo cavallo di Troia nelle amministrazioni locali".
E' il 9 luglio del '70, sei mesi dopo l'autunno caldo, e il leader dc Mariano Rumor, appena dimessosi da premier dopo il governo dei 100 giorni, il suo terzo, si sfoga con l'ambasciatore americano a Roma Graham Martin. E' convinto che alle elezioni regionali del mese precedente ci sia stato un complotto Pci-Psi, uno storno forzato di voti dal Psiup ai socialisti per formare amministrazioni "rosse" come in Umbria e in Toscana e per fargli la fronda a Roma. Sbotta: "Mi sono dimesso per traumatizzarli e indurli alla ragione!".
Lo sfogo di Rumor figura nel dossier Nixon sull'Italia declassificato dagli Archivi nazionali a Washington, e segna una svolta nella politica dell'amministrazione Usa verso il nostro Paese. La Casa Bianca, che ha puntato non sui due "cavalli di razza" Fanfani e Moro ma su Rumor, si è accorta che in Italia è incominciato un periodo di grave instabilità politica. I suoi carteggi testimoniano del timore che il Pci assuma il potere, del sospetto che il Psi ne sia complice, e della furia per le beghe fra i leader della Dc. Ai primi di agosto l'ambasciata a Roma arriva a ipotizzare una "soluzione non costituzionale" della crisi: Martin adombra "un flirt di Fanfani con i sovietici per installare un regime "forte" in Italia", in vista della sua conquista della Presidenza, e si riserva di affrontarlo al ritorno della sua visita a Mosca.
L'ipotesi è sbagliata, di lì a pochi giorni nascerà il governo di centrosinistra di Colombo. Ma per Washington il nostro Paese è diventato "il ventre molle dell'Europa, e mette in gioco il futuro della democrazia nell'intero continente". Il "tormento italiano" di Nixon è incominciato un anno prima, nel luglio del '69, alla caduta del "Rumor 1°". In quella data un dispaccio del Dipartimento di Stato cita Toni Bisaglia, ritenuto un uomo di fiducia: "Se fosse utile, non avremmo obiezioni a che lo avvicinaste per influire sulla formazione del governo" scrive all'ambasciata. Il disagio aumenta quando quello stesso mese Rumor forma un monocolore con Moro agli Esteri al posto di Nenni. Un rapporto dice che il governo potrebbe cadere "a causa dei torbidi operai e studenteschi". Nell'ottobre '69 "le convulsioni italiane" sono tali da indurre il ministro dei Trasporti John Volpe, un italoamericano amico di Nixon, a prendere le redini della diplomazia. Volpe, che diverrà ambasciatore a Roma, si reca da Saragat. Il presidente italiano avverte che Nixon deve proteggere non solo l'Italia "ma tutta l'Europa, se no l'Urss tenterà di fagocitarla come Praga", e paragona la Superpotenza all'impero romano "arbitro dell'equilibrio e la pace mondiali". Volpe chiede a Nixon di invitare Rumor e Saragat a Washington per un chiarimento.
Il segretario di Stato William Rogers e il consigliere della sicurezza della Casa Bianca Henry Kissinger non sono d'accordo sull'invito. Rogers vuole il chiarimento subito. Segnala a Kissinger di avere ricevuto una lettera "dell'avvocato Paolo Pisano, che dice di rappresentare l'editore Vittorio Vaccari e Rumor, secondo cui, se non interverremo, a Roma andrà al governo un Fronte popolare coi comunisti". Stando a Pisano, "Moro è pronto all'intesa con il Pci" (il compromesso storico, non ancora noto come tale) "che è facilitata dall'abbandono da parte del Vaticano della sua politica anticomunista". Kissinger preferisce aspettare, vuole prima un'indagine dei servizi segreti sull'Italia e la Santa sede.
Sceglie il gennaio del '70 per la visita di Rumor, e il luglio successivo per quella di Saragat. E sollecita poi Nixon a formare una Commissione d'inchiesta "sulle implicazioni per gli Usa di un ingresso comunista al governo a Roma".
"C'è qualche pericolo che in due o tre anni il Pci salga al potere, sarebbe prudente esaminare la emergenza, non possiamo lasciarci cogliere impreparati". Il capo della commissione sarà Elliott Richardson, un fido di Nixon: l'esito dell'inchiesta è tuttora segreto, il dossier non è mai stato declassificato.
Dall'ottobre '69 in poi, mentre il nuovo ambasciatore Graham Martin, un falco nominato per fare ordine nel caos italiano, giunge a Roma, gli eventi precipitano. L'autunno caldo accentua le difficoltà di Rumor, le bombe del 12 dicembre alla Banca dell'Agricoltura di Milano e alla Banca del Lavoro di Roma seminano il panico tra gli italiani. Un telegramma dell'ambasciata americana al Dipartimento di Stato parla di "centinaia di arresti tra i maoisti, gli anarchici, gli estremisti di sinistra" senza cenni alla strategia della tensione della estrema destra. "Gli effetti politici potrebbero essere severi" ammonisce. Rumor annulla la visita a Washington a gennaio, e in un appunto a Nixon del 16 dicembre Kissinger commenta: "Se venisse, al ritorno a Roma si troverebbe in una situazione più difficile". A differenza di Martin, Kissinger non esclude che le bombe arrivino da destra: "La polizia italiana sta arrestando anche neo fascisti con trascorsi terroristici". A gennaio e febbraio del '70, né Rumor né Moro né Fanfani riescono a formare un governo, l'Italia è alla deriva.
Rumor riesce nell'impresa a marzo, e la Casa Bianca non prende misure, decide di aspettare. Il 22 giugno del '70, quando Fanfani si reca all'Onu, Kissinger organizza una sua visita alla Casa Bianca per l'atteso chiarimento. Notifica a Nixon che Fanfani vuole apparire "un leader meritevole dell'attenzione americana, cosa che è nel nostro interesse perché è un uomo influente".
Il presidente Usa sa come trattarlo. Ricorda che "la nostra ex ambasciatrice a Roma Booth Luce lo considerava il miglior politico italiano" e Fanfani ribatte che lo chiamava "il leader per i giorni di pioggia". Il "cavallo di razza" rassicura l'ospite. Quella tra il luglio '69 e il marzo '70 è stata una fase tra le più delicate della storia d'Italia, ma la situazione è molto migliorata. Le ultime elezioni hanno rafforzato la Dc, il Psi, il Psu e il Pri a danno della destra e fermato l'avanzata del Pci, del Psiup e dei maoisti. Si può guardare al futuro con ottimismo. Ottimismo infondato perché due settimane dopo scoppierà la tempesta, Rumor rassegnerà le dimissioni, e Fanfani finirà sulla lista dei sospetti.

NATO E DINTORNI
I cavalli di razza che non piacevano alla Casa Bianca
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON - Il dossier degli Archivi nazionali conferma che Moro non è gradito all'amministrazione repubblicana di Nixon tanto quanto lo fu a quella democratica di Johnson. Il 9 ottobre del '69, in pieno autunno caldo, l'ex premier italiano, in quel momento ministro degli Esteri, va alla Casa Bianca. Kissinger ha notificato a Nixon che Moro "è interessato al simbolismo, non alla sostanza dell'incontro, per una questione di prestigio personale e come riconoscimento del ruolo della Dc in Italia". E' un'allusione, come quella a Fanfani otto mesi dopo, alla sua corsa alla presidenza della Repubblica italiana. Kissinger ha anche ricordato a Nixon che in passato ha visto Moro due volte.
Il presidente americano fa del suo meglio. Dice a Moro che l'America ritiene l'Italia "un alleato importante", e giudica lui Moro, Saragat e Rumor "politici realistici, il tipo di leader di cui il mondo ha bisogno". Moro è cauto, non si riscalda ai complimenti come farà Fanfani. Non si sbottona sul Pci né sul Psi, ribadisce solo l'"amicizia e solidarietà italiane" agli Usa, e illustra la crisi a Roma: "I problemi sono complessi, il Paese è in transizione, ma il monocolore di Rumor intende rilanciare il centrosinistra, i cui partiti sono tutti per la Nato". Esprime infine il suo apprezzamento per il passaggio dal confronto al negoziato nella politica estera Usa.
E. C.

17 marzo 2004 - IL "LIBRO NERO DELLA PRIMA REPUBBLICA" DI RITA DI GIOVACCHINO
"Il Manifesto"
Le strade d'Italia che portano a Capaci
Per Fazi Editore, "Il libro nero della prima Repubblica" di Rita Di Giovacchino
FRANCESCO NERI
Perché il 20 marzo 1979 è stato ucciso a Roma, in via Tacito, il giornalista Mino Pecorelli, direttore di Op, in procinto di pubblicare ampi stralci della parte sconosciuta del Memoriale Moro? Perché nel 1980 lo Stato scese a patti con le Br e pagò un riscatto per la liberazione dell'assessore democristiano Ciro Cirillo, rinnegando la linea della fermezza che solo due anni prima aveva adottato per il sequestro di Aldo Moro? Chi è veramente il senatore Giulio Andreotti, uno dei pochi politici italiani uscito indenne dal terremoto che ha distrutto la prima repubblica? Sono solo alcune domande a cui cerca di rispondere Il libro nero della prima repubblica (Fazi editore, pag. 443, 18 euro). L'autrice, Rita Di Giovacchino, da anni si occupa di cronaca giudiziaria per il Messaggero. Ha seguito quasi tutte le grandi tragedie italiane: dal caso Moro alla morte di Falcone e Borsellino. Con questo volume, uscito solo qualche mese fa e già alla seconda ristampa, la giornalista tenta di ricostruire l'intreccio dei poteri, visibili e invisibili, che hanno caratterizzato e condizionato decenni di vita politica nazionale.
Il libro è articolato in cinque parti: un prologo, tre capitoli, un epilogo. "Il mio criterio - dice Di Giovacchino - sarà quello di raccontare i fatti".
La prima parte del volume è dedicata agli anni del golpe Borghese: la notte dell' 8 dicembre 1970 alcune migliaia di uomini guidate dal principe Junio Valerio Borghese occuparono il Viminale per ritirarsi poche ore dopo. Sono anche gli anni di Gelli e della P2. Quelli di Sindona che morirà il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè al cianuro, proprio come Gaspare Pisciotta nel `54. Sono gli anni di Gladio, un'organizzazione segretissima di cui facevano parte tre componenti operative: il Superservizio, sorta di cupola dei servizi segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione, identificato con l'ufficio R del Sid e poi del Sismi; i reparti militari Stay Behind regolari; la rete parallela, costituita da civili o ex militari, in cui erano confluiti anche alcuni appartenenti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, coinvolti nel golpe Borghese.
La seconda descrive il delitto Moro: l'agguato di via Fani, il carcere del popolo, il Memoriale. Rita Di Giovacchino riporta molti documenti di quei tragici fatti e, commentando alcune lettere del leader democristiano, scrive: "È proprio la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine dell'involuzione politica del paese e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire un'istantanea anticipata della degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente alla luce quindici anni dopo".
La terza parte è relativa all'agenzia del crimine: la banda della Magliana, il patto intercorso tra questa, Cosa Nostra e ambienti dell'eversione di destra "cominciato - come si legge nel volume - con un mutuo scambio di favori su armi e documenti e proseguito con la partecipazione dei neofascisti alle rapine e dei malavitosi agli attentati".
Nell'epilogo, sul tramonto della prima repubblica, Rita Di Giovacchino riporta alla memoria del lettore quel 23 maggio 1992 quando, sull'autostrada che collega Punta Raisi a Palermo, all'altezza di Capaci, 500 chili di tritolo dilaniarono il giudice Falcone, la moglie e cinque agenti di scorta. E poi il 19 luglio quando, solo 57 giorni dopo, stessa sorte sarebbe toccata al giudice Borsellino in via D'Amelio.

18 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON CONTRO MORO
"Il Riformista"
DOCUMENTI DESECRETATI
Covert operation così Nixon tentò di fermare Moro
I documenti appena desecretati dagli archivi di Washington gettano luce su molti aspetti finora oscuri dell'Italia degli anni Settanta. Ma la principale novità è che per la prima volta è possibile ricostruire nei dettagli i contorni, le motivazioni e i caratteri della politica dell'amministrazione Nixon e in particolare della covert operation che nel nostro paese fu gestita direttamente dall'ambasciatore Martin e che continuò anche dopo il '72, all'insaputa del nuovo ambasciatore Volpe. I documenti sono stati esaminati dagli storici Roberto Gualtieri e Mario Del Pero, nel corso di uno studio sul rapporto tra Stati Uniti e Italia nel dopoguerra. Per quanto riguarda la politica "italiana" dell'amministrazione Nixon e l'impatto della distensione sul nostro paese, nuove acquisizioni sono contenute nel saggio che Gualtieri pubblicherà a breve sul Journal of Modern Italian Studies.
Preoccupato della crescente pressione sovietica nel Mediterraneo, nel '70 il presidente americano decide di intervenire per favorire un ritorno al centrismo, ottenendo un primo successo con l'elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica nel '71 e la formazione del governo Andreotti-Malagodi (senza i socialisti) nel '72. Secondo Gualtieri l'amministrazione Usa guarda con crescente allarme alle tensioni della politica italiana oscillante tra la "strategia dell'attenzione" caldeggiata da Moro e le correnti (nella Dc e nel Psi) ostili all'apertura a sinistra. Sia perché verso gli Usa si rivolgono allarmati tutti gli attori di quella vicenda, come ha raccontato anche Caretto sul Corriere, sia perché nell'ottica geopolitica kissingeriana la distensione con l'Urss doveva accompagnarsi a un più accentuato controllo del proprio blocco. Infine perché gli sviluppi della situazione mediterranea non erano affatto tranquillizzanti (nel '69 l'ascesa di Gheddafi in Libia toglie agli Usa una base fondamentale e nel '70 la guerra di logoramento tra Sadat e Israele aumenta la presenza militare sovietica in Egitto). Nixon e Kissinger decidono dunque di interessare della questione italiana il National security council. Materiali ora accessibili, da cui emergono riunioni dedicate prima all'Italia e successivamente alla Grecia, riprese poi all'interno di un unico scenario riguardante l'area del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Ora si può quindi ricostruire il processo di elaborazione del Nsc che portò l'amministrazione americana a scegliere la cosiddetta "interventionist option", che per la Grecia significava la ripresa delle forniture militari al regime dei colonnelli e per l'Italia voleva dire "un interventionist role che blocchi la deriva a sinistra, offrendo covert assistance a organizzazioni e individui che lavorino per la stabilità politica". Un approccio che comprendeva il lancio di una grande covert operation da 12 milioni di dollari gestita personalmente dall'ambasciatore Martin, che d'accordo con Kissinger sottraeva alla Cia la gestione dei fondi. Ovviamente tra le proteste del servizio segreto Usa, che accusava Martin di finanziare elementi come Vito Miceli (il capo del Sid, uno dei principali beneficiari), chiaramente legati ad ambienti "antidemocratici" della destra italiana. Vi è poi un importante documento ritrovato da Del Pero nella Ford library in Michigan, in cui l'ambasciatore Martin rivendica il merito (è il 1974) di avere spostato gli equilibri politici in Italia dal centrosinistra al centrismo del governo Andreotti-Malagodi. Questi documenti non costituiscono solo la prima conferma diretta della covert operation decisa dal Nsc, ma contengono anche alcune indicazioni sull'esistenza di una seconda operazione segreta condotta dagli Stati Uniti nel corso del 73-74, quando la crisi economica resuscitò le fortune del dialogo con i comunisti. Secondo Gualtieri i nuovissimi documenti della Ford Library inducono a ritenere che l'operazione sia continuata anche dopo la partenza (nel 1972) dell'ambasciatore Martin, che avrebbe continuato a seguire la questione italiana dall'ambasciata di Saigon (e in stretto rapporto Kissinger).

20 marzo 2004 - ARCHIVI USA: NIXON CONTRO MORO
"Il Riformista"
DUE STORICI ANALIZZANO LE CARTE DESECRETATE DALLA CASA BIANCA
L'ambasciatore Martin e 12 milioni di dollari non fermarono la Dc di Moro e Zaccagnini
Una "covert operation" per aiutare il Msi e varare un governo centrista, nel clima da golpe dei primi anni '70
Saigon, 28 novembre 1973. Un telegramma inviato alla Casa Bianca attraverso il "back channel" (dunque all'insaputa dello stesso Dipartimento di Stato) chiede che "un impegno che sono stato doverosamente autorizzato a prendere, e sulla base del quale grandi e sinceri amici degli Stati Uniti si sono impegnati a loro volta per la fiducia che hanno in noi, sia mantenuto senza ulteriori ritardi". Mittente: Graham Martin, ambasciatore statunitense in Italia fino al 1972 (poi inviato a Saigon). E' l'uomo cui Henry Kissinger nel 1970 aveva affidato la gestione diretta dell'"operazione coperta" da 12 milioni di dollari finalizzata a sostenere anche ambienti della destra e a favorire il clima di una pesante offensiva anticomunista in Italia, per indurre la Dc a tornare ad abbandonare l'idea di un dialogo con la sinistra sostenuta da Moro. Il documento è stato ritrovato da Mario Del Pero e dal punto di vista storico è forse la più rilevante novità contenuta nelle carte appena desecretate della Casa Bianca. Il motivo è semplice: quel telegramma indica l'esistenza anche di una seconda covert operation in Italia, cui partecipò - fatto assai irrituale - lo stesso Martin da Saigon, d'accordo con Kissinger e all'insaputa del nuovo ambasciatore in Italia John Volpe (va peraltro ricordato che dei 12 milioni di dollari stanziati per la prima covert operation '70-'72, secondo il "rapporto Pike" ne erano stati spesi soltanto 10).
Lo storico Roberto Gualtieri, che con Del Pero sta lavorando alla sistemazione dei documenti in uno studio sui rapporti Usa-Italia e che pubblicherà a breve un saggio sulla distensione nel nostro paese per il Journal of Modern Italian Studies, sottolinea l'importanza del telegramma per comprendere la linea dell'amministrazione americana in quegli anni. Un documento che rende "lecito interrogarsi sui possibili rapporti tra l'impegno di cui parla Martin nel novembre del '73 e il tentato golpe bianco organizzato da Edgardo Sogno nel '74".
Se la interventionist option decisa nel National security council nel '70 implicava per l'Italia il tentativo di contrastare la strategia dell'attenzione di Moro anche attraverso tali operazioni segrete, è interessante capire il suo collegamento con le tentazioni golpiste che in quegli anni si affacciano nel nostro paese. Secondo Gualtieri le carte permettono di sfatare "la leggenda di tutta una letteratura dietrologica di dubbio valore secondo cui la cosiddetta strategia della tensione (la serie di attentati compiuti in Italia tra il '69 e il '74, da Piazza Fontana all'Italicus, ndr) sarebbe stata diretta e pianificata da Washington con l'obiettivo di rovesciare il sistema democratico". Sicuramente delle tentazioni golpiste ci furono, provenienti però dall'interno del paese e da ambienti economici italoamericani, come nel caso del costruttore Pier Talenti che più volte sollecitò personalmente lo stesso Nixon, sostenendo l'esigenza di un colpo di stato in Italia.
Lo dimostra tra l'altro il verbale di un incontro del dicembre 1970 tra lo stesso Talenti e Alexander Haig. Ma davanti all'esplicita richiesta del costruttore di un "take over" dell'esercito, il braccio destro di Kissinger evitò accuratamente di pronunciarsi. La vicenda peraltro non è priva di aspetti grotteschi. Talenti era effettivamente amico di Nixon, ma la sua unica carica era quella di presidente del comitato elettorale del Partito repubblicano (americano) in Italia. Ma poiché in Italia i partiti contano più dei governi e delle istituzioni (o almeno così era allora) gli ambienti golpisti dell'estrema destra prendono le sue parole per oro colato, convinti di avere dietro di sé nientemeno che la Casa Bianca. L'ambasciatore Martin naturalmente sapeva e lasciava correre, perché tutto tornava utile come elemento di pressione sulla Dc. Fatto sta che la reputazione del costruttore italoamericano presso questi settori della destra eversiva era tanto elevata quanto infondata (tanto che secondo i piani del golpe Borghese, una volta preso il ministero degli Interni, Talenti avrebbe dovuto chiamare personalmente Nixon per annunciare trionfalmente la riuscita dell'operazione).
Martin in realtà voleva sostenere finanziariamente il Msi e favorire il clima di un'offensiva anticomunista anche con azioni di violenza diffusa, per indurre la Dc a tornare al centro, come avverrà con l'elezione di Leone e il governo Andreotti-Malagodi. Tuttavia, osserva Gualtieri, i successivi sviluppi dimostreranno invece come la strategia della Dc fosse assai meno permeabile di quanto si pensi agli obiettivi americani. E come la sua strategia fosse più realistica ed efficace - anche a fini di "containment" - della "great power politics" kissingeriana. Il ritorno al centrismo del '72 fu concepito infatti come una scelta tattica, funzionale al recupero dei voti andati a destra. La strategia dc restava quella del dialogo e a partire dal '74 si affermerà definitivamente con la nomina di Moro a presidente del Consiglio e l'elezione di Zaccagnini alla segreteria dc. Ma la linea del "dialogo", nella turbolenta situazione economica internazionale prodotta dall'abbandono dei cambi fissi da parte degli Usa e dalla crisi petrolifera, diviene nel frattempo la linea della "solidarietà nazionale" volta a condividere i costi politici e sociali del risanamento economico. Non viene meno però la dura opposizione di Kissinger, che interpretava la distensione come strumento di consolidamento del bipolarismo. "Il fatto che io stringa la mano a Breznev non significa che lo vorrei come mio vice presidente", dice il segretario di Stato a Moro in uno dei loro incontri più tempestosi.
Al contrasto tra i due aggiunge dunque nuovi elementi la scoperta di una seconda covert operation in Italia guidata da Kissinger con la partecipazione attiva di Martin e del suo ex attaché militare James Clavio. Operazione di cui fino ad oggi nulla si sapeva e che getta una luce sinistra anche sul golpe Sogno. In ogni caso, certo è che tra giugno e luglio del '74 l'allora ministro della Difesa Andreotti rimosse Vito Miceli (legato all'estrema destra e tra i principali beneficiari dei fondi di Martin) dal vertice del Sid, denunciò l'attività di un'internazionale terrorista con quartier generale a Parigi e organizzò con i servizi segreti e lo stato maggiore dell'esercito la prevenzione di un possibile tentativo golpista il 15 agosto.
Un ulteriore freno all'ostilità di Kissinger venne dalla vera e propria rete protettiva rappresentata dalla Cee. Negli incontri riservati con il segretario di Stato i leader europei fecero capire chiaramente, come disse il ministro degli Esteri Callaghan, che "i russi accetterebbero una versione occidentale della "dottrina Breznev" (che aveva portato all'invasione della Cecoslovacchia nel '68, ndr) ma questo ripugnerebbe a noi e ai princìpi della democrazia".

21 marzo 2004 - PARMALAT: CRAC ANNUNCIATO
"La Repubblica"
Le prime fortune di Tanzi tra voci di appoggio della massoneria e interventi dell' Opus Dei
Parmalat, un crac annunciato negli Anni 80
l' inchiesta
CARLO BONINI E GIUSEPPE D' AVANZO
Se si guarda al crac della Parlamat, la giustizia italiana svela di poter essere anche rapida come una lepre. I fatti sono questi, e occhio alle date, per favore. Il 17 dicembre 2003 la Bank of America svela la "bufala" più farfallina inventata a Collecchio. New York fa sapere, a un' Italia imbambolata dalle menzogne e dai numeri, che il conto corrente intestato a Bonlat presso la sede di New York non esiste. Non c' è. Non c' è mai stato (forse, come vedremo). Come non ci sono i 3, 95 miliardi di euro che avrebbero dovuto esserci a sentire gli amministratori della Parmalat e i revisori dei bilanci. è il sorprendente, straordinario, inaspettatissimo schianto dell' ottavo gruppo industriale italiano. Dieci giorni dopo. 27 dicembre 2003. Sono le otto della sera. Milano. Un investigatore della Guardia di Finanza chiede a un signore ingobbito ma sorridente, reduce da sette giorni in giro per il mondo (Parma, Lisbona, Fatima, Lisbona, Madrid, Quito e Guayaquil - in Ecuador - Madrid, Zurigo, Milano, Collecchio): "è lei, il dottor Tanzi?". Calisto Tanzi trova la forza (o l' avventatezza) di fare ancora un mezzo sorriso e ciao ciao alle telecamere prima di infilarsi nell' auto degli investigatori e trasferirsi nel carcere di San Vittore.
Novantauno giorno dopo. 17 marzo 2004. Procura di Milano. I pubblici ministeri appaiono stanchi del tour de force, ma alquanto soddisfatti. Ancora 24 ore e sono in grado di chiedere il giudizio immediato contro Calisto Tanzi, i manager di Collecchio, i dirigenti delle sedi estere della Parmalat, i revisori "primari" (Deloitte&Touche) e "secondari" (Grant Thornton), i "controllori" (internal auditors), e tre dirigenti di Bank of America, l' avvocato d' affari Gianpaolo Zini e, infine, come "persone giuridiche" Bank of America, Deloitte&Touche e Gran Thornton. Ipotesi di reato: aggiotaggio, ostacolo alla Consob e concorso nel falso dei revisori. Il reato di aggiotaggio è disciplinato dall' art. 501 del codice penale: "Chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo dei valori ammessi nelle liste di borsa è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da uno a cinquanta milioni di lire~.". Dicono in Procura: "Sarà un processo senza storia perché gli imputati, da Calisto Tanzi al vero dominus finanziario della società Fausto Tonna, hanno confessato e dimostrato di aver falsificato i bilanci, deformandone le poste, occultandone le perdite, inventato di sana pianta liquidità inesistenti". A giudicare dalle facce rassegnate degli avvocati delle difese i pubblici ministeri non esagerano: l' esito del giudizio appare molto prevedibile. Tira un sospiro di sollievo soltanto Gian Piero Biancolella, avvocato di Tanzi. Il patron di Collecchio, seduto accanto agli uomini di Bank of America, intravede una possibilità di poter ridimensionare le sue responsabilità. Da Milano a Parma. Qui i pubblici ministeri ipotizzano contro Tanzi & soci la bancarotta fraudolenta, la truffa aggravata, il falso in bilancio. Come a Milano, i procuratori non hanno incertezze sulla conclusione del processo. "Le distrazioni di denaro dalle casse della Parmalat sono dimostrate per tabulas e di conseguenza la truffa e il falso bilancio. Contiamo di andare a giudizio entro giugno". Dicembre 2003/Giugno 2004. In soli 180 giorni, indicando responsabilità e assegnando colpe, la giustizia italiana offre una (prima) conclusione al crac industriale e finanziario più clamoroso della storia italiana, un default pari a 14,4 miliardi di euro (quasi 28 mila miliardi di lire), lo 0,7 per cento del nostro prodotto interno lordo. * * * Anche in quest' ultimo atto della Parmalat, come in molti degli atti precedenti, il padrone della scena (e della sceneggiatura) è il ragioniere Fausto Tonna. Tanzi (pare) gliel' ha lasciata volentieri. Gli interrogatori di don Calisto sono sempre zoppicanti, monchi di circostanze e punti fermi. Si sviluppano come un tormentone. Di questo tipo: "E' vero, con promissory notes verso terzi, cambiali finanziarie insomma, abbassavamo l' indebitamento delle società, ma per i dettagli di questa o quella operazione dovete chiedere a Tonna, lui sa tutto~ E' vero, per aumentare l' attivo di Bonlat abbiamo fatto degli swaps con il fondo Epicurum che avevamo creato apposta. No, non ricordo quanti. Uno, forse tre, forse quattro~ Dovete chiedere a Tonna, queste cose le sa lui~". Alter ego e doppio di Calisto Tanzi. Arrogante. Irascibilissimo. Decisionista. Consapevole di sé fino al punto da coltivare, con la nipote del patron Paola Visconti, l' ambizione di "scippare" al "padrone" addirittura la società (come è emerso in alcuni interrogatori), Fausto Tonna indica ai pubblici ministeri di Milano e di Parma la strada da percorrere e undici tappe da seguire e vagliare. Undici come "i protocolli" per creare dal nulla voci attive nel bilancio e cancellare nel nulla le perdite. Gli interrogatori di Fausto Tonna, le sue visite negli uffici della Parmalat in via Oreste Grassi a Collecchio, diventano così il canovaccio dell' inchiesta e l' intreccio della pubblica ricostruzione della truffa. Il "servo padrone" di don Calisto ha in mano tutti i fili dello spettacolo, quali che siano spettatore e attore. Delle magie finanziarie che hanno tenuto in vita e sui mercati Parmalat, conosce i segreti e il doppio fondo. Dell' inchiesta giudiziaria è il pivot. E' consapevole di poter dire, tacere o dissimulare piegando nella direzione voluta le indagini. Soprattutto sa di poter rallentare o accelerare il gioco del disvelamento. Quanto tempo occorrerebbe ai pubblici ministeri per decrittare i "protocolli" della falsificazione dei bilanci, ammesso che senza il suo aiuto l' impresa riesca? E quanto ancora sarebbe il tempo necessario agli investigatori per correre in tre continenti, dove è presente Parmalat, per rintracciare le prove della truffa e le ragioni del crack? Fausto Tonna regala preziosissimo tempo ai magistrati - non v' ha dubbio - e i magistrati, tra Milano e Parma, non stanno lì a tormentarlo più di tanto. Per il momento, anzi, gliene sono addirittura grati. Chi con entusiasmo ("La collaborazione di Tonna all' inchiesta ha avuto anche un segno etico", si sente dire). Chi con più diffidenza e maggiore pragmatismo: "Sappiamo che Tonna non ci ha detto tutto. Come sappiamo che la sua confessione non scioglie il garbuglio. Semplicemente stiamo facendo di necessità virtù perché non abbiamo le forze né il tempo per dare una risposta a tutte le domande dell' affare e ci accontentiamo, dobbiamo accontentarci delle risposte che ci permettono di istruire il processo con solide fonti di prova". Buona ragione, perché economica, se si ha la toga sulle spalle. Non una ragione adeguata se si vuole capire che cosa è accaduto a Collecchio. Come è potuto accadere? Domande essenziali per comprendere dove il "sistema" finanziario (con i suoi controlli e le sue istituzioni e le sue regole) non ha funzionato. Il tableau disegnato da Fausto Tonna, nella lunga confessione, è minimalista fino al grottesco. Una banda di ragionieri di Collecchio per anni prende per il naso società di revisione, società di rating, banche nazionali e internazionali, analisti finanziari, fondi di investimento, Consob e soprattutto risparmiatori, con pochi tratti di penna, un computer e uno scanner. E' uno scenario che, accanto al buon senso, lascia in un canto troppe questioni. Non solo quella che naturalmente fiorisce sulla bocca di tutti: come è potuto accadere? Ma soprattutto, se Tonna non la racconta tutta, quella essenziale: che cosa è accaduto; da quanto tempo accadeva, e perché? Altri interrogativi ne sono il necessario corollario: chi è davvero Calisto Tanzi? Di quali protezioni ha goduto? Di quali capitali si è avvantaggiato per sopravvivere, e come? * * * "Chi è davvero Calisto Tanzi?" pare la prima domanda da affrontare. Cominciamo con definirlo furbissimo, e non per (non solo per) i trucchi dei bilanci della Parmalat. Tanzi è un furbissimo soprattutto perché ha fatto lievitare di sé, intorno a sé, su di sé, un' immagine efficacissima per il suo marketing personale e vincente per il marchio dell' azienda di famiglia. Religiosissimo. Morigeratissimo. Perbenissimo. Attaccatissimo alla moglie e ai figli (che poi curiosamente coinvolgerà nella catastrofe e rovinerà). Modernissimo imprenditore: non per caso, si diceva, Parmalat è l' unico marchio "globale" del Paese. Unicamente interessato ai prodotti delle sue fabbriche, e a null' altro. (Null' altro, se si esclude il football). Bene, ma era, è davvero così Calisto Tanzi? Per dirne una. Leggi che, nella cena di celebrazione in Italia dei cento anni della Chase Manhattan Bank, lo avevano sistemato alla sinistra di David Rockfeller che aveva alla sua destra Gianni Agnelli. Quella seggiola accanto al banchiere americano lo assegna a un empireo industriale, ne testimonia il successo e il prestigio personale, la collocazione in un ambito internazionale che nessun industriale italiano ha mai toccato, se non l' Avvocato e per via diciamo così "dinastica". Scopri poi, però, che non è vero niente, che quella storia è una delle tante favolette della storia di Tanzi. Chi c' era quella sera ricorda: "La cena è del 1994 e Tanzi non era seduto né alla destra né al tavolo di Rockfeller, per l' ovvia ragione che nessuno è tanto matto o scortese da far sedere chi non parla una parola di inglese accanto a chi parla solo inglese. Sicuramente Tanzi sedeva a uno tavolo importante, ma non accanto a Rockfeller. Quel che è certo è che la cosa non sembrò allora dare a Calisto alcun brivido o gratificazione. E' un pessimo conversatore e le occasioni mondane in società servivano soltanto ad appagare la sua ansia di offrire un' immagine di sé e del suo nome. Non aveva alcun interesse a conoscere Rockfeller, né era curioso di scambiarci due parole". Così era fatto, così è fatto don Calisto. * * * "Apparire" è apparso a Tanzi sempre più essenziale che "essere". Apparire "liquido", molto "liquido" era, poi, il primo degli imperativi della sua strategia. Liquido, Tanzi? Anche questa era una bufala. Parola di un banchiere: Gianmario Roveraro, che organizzò per Parmalat la quotazione in borsa alla fine del 1990. "La collocazione delle azioni - racconta Roveraro - aveva avuto, prima del nostro arrivo, qualche difficoltà per un motivo noto a tutti: Tanzi non pagava i fornitori. Lo sapevano tutti tra l' Emilia e la Lombardia, così le banche erano sul "chi vive" e prudenti i risparmiatori". Tanzi non pagava perché le casse della Parmalat erano stente, perché - in quel 1989 - era già ridotto maluccio. Tanto che, appena due anni dopo la quotazione in borsa, è costretto a chiedere, con un secondo aumento di capitale, ancora denaro fresco al mercato. L' aumento di capitale è di 430 miliardi. Per la metà lo avrebbe dovuto conferire la famiglia di Collecchio. Ma lo fece e, se lo fece, dove prese il denaro? "Mah! - sospira Roveraro - Allora Tanzi mi disse che aveva attinto al patrimonio della moglie". Per 215 miliardi? "Così mi disse e io gli credetti anche se cominciai ad avere dei dubbi quando, subito dopo, chiese a me come all' avvocato Sergio Erede e a Renato Picco (Eridania-Ferruzzi) di lasciare libero il posto nel consiglio d' amministrazione che da quel momento è stato sempre composto da familiari di Tanzi o da dipendenti della Parmalat". Le manipolazioni di bilancio cominciano in quell' anno, dunque, con le poste che la famiglia doveva conferire all' aumento di capitale. "E' - scrivono i pm di Milano - riscontrare oggettivamente che la contabilità del gruppo Parmalat è stata totalmente falsificata quanto meno dal 1990". A voce un pubblico ministero dice di più: "Saremo in grado di dimostrare che, già alla fine degli anni Ottanta, la Parmalat era tecnicamente fallita". Tecnicamente fallita alla fine degli anni Ottanta. Si sa come don Calisto si salvò in quell' occasione. Ricorse ai buoni uffici di Giuseppe Gennari, un finanziere tanto oscuro quanto aggressivo che gli fu presentato da Mario Mutti, gladiatore dello "stay behind" e massone. Meno di pubblico dominio è che la società di Gennari, la Finanziaria Centronord (Fcn), come ricorda Florio Fiorini che vi investì una parte della sua liquidazione dell' Eni, fosse "più o meno una società di strozzo che erogava modesti prestiti a piccoli imprenditori, a commercianti e artigiani scontando i crediti presso il Monte dei Paschi di Siena dov' era direttore generale Carlo Zini che la Fcn aveva fondato e poi abbandonato". Sarà per questi nomi e questi metodi e questa storia che il 1989 e il 1990 sono gli anni più oscuri dell' avventura di Tanzi. In una delle principali merchant bank del tempo si ritenne (lo ha ricordato Marco Vitale), che la società fosse "opaca, la natura dei nuovi capitali entrati ambigua, la fiducia nell' imprenditore Tanzi bassa". Non si comprende infatti con quali risorse Tanzi sia entrato, con la finanziaria di famiglia (la Coloniale), in Fcn e con quali quattrini Gennari abbia potuto fare ingresso nella Coloniale prima e in Parmalat poi (fino a possederne, a sentir lui, più del 50 per cento). Un uomo d' affari di Milano seppe, qualche tempo dopo, che "fu il gran maestro della massoneria Armando Corona a salvare il cattolicissimo Tanzi". Non ci mancava che questa. La massoneria. Il rumor, senza conferma, si diffonde. E ingrassa se si prende per buona la convinzione che il Monte Paschi fosse controllato dai massoni toscani e che a mediare tra Tanzi, la banca di Siena e Gennari fosse, come s' è detto, il massone Mario Mutti. Guai però a parlare di massoneria con Carlo Zini che, dei Paschi, era in quegli anni provveditore (direttore generale). "Ma quale massoneria - dice oggi - Che bisogno della massoneria aveva Tanzi! In quel tempo era la politica a governare il credito. La deputazione del Monte dei Paschi era composta con il bilancino. Otto membri. Tre alla Dc, due al Pci e due al Psi, uno alternativamente al Psdi e al Pri. Il provveditore nominato dal ministro del Tesoro. Tanzi non aveva bisogno dei massoni, gli era sufficiente l' amicizia dei politici. Anzi, a Siena era sufficiente saperlo amici dei politici". Così si spiega perché, nella primavera del 1989, la merchant bank dei Paschi (la Centrofinanziaria) organizzò in gran fretta alla Parmalat un prestito di 120 miliardi a patto che Tanzi si liberasse della disastrosa proprietà di Odeon Tv e si impegnasse, in caso di mancato rimborso entro tre anni, a consegnare alle banche il 22 per cento dell' azienda. "Che - ricorda oggi Zini - eravamo già pronti a cedere alla Kraft". Ancora debiti. Ancora con il fiato sospeso. Tuttavia Tanzi ce la fa. Ancora una volta, non si sa come. "Fu salvata - ha scritto Marco Vitale (Corriere della Sera) - dalla brillante operazione condotta dalla Akros di Gianmario Roveraro, mobilitando capitali imprenditoriali non chiarissimi e facendo ricorso al mercato". C' è chi sostiene che, fallito il tentativo di Gennari appoggiato dal Monte dei Paschi, sia stata l' Opus Dei a tirare fuori dai guai don Calisto. E, in effetti, tutti gli uomini chiave dello sbarco di Parmalat in Piazza Affari sono dell' Opus. Lo è Gianmario Roveraro. Lo è Ettore Gotti Tedeschi che introduce Tanzi da Roveraro. E' stato scritto che per ottenere i favori dell' Opus, don Calisto furbissimo abbia organizzato addirittura "un circolo di preghiera". "Posso dire - taglia corto, gentile e infastidito, Roveraro - che Calisto Tanzi non ha mai partecipato a iniziative dell' Opus Dei né a quelle collettive di dottrina né a quelle individuali di ascesi. E comunque l' Opus non c' entra nulla in questa storia e non si occupa di queste cose. La finanza non è cattolica né laica o massonica: è semplicemente finanza". Prendiamone atto e annotiamo qualche prima conclusione. Per i pubblici ministeri, che si preparano a portare in giudizio Tanzi&soci, a soli tre mesi dal crac, Parmalat è "tecnicamente fallita" già alla fine degli Anni Ottanta. I capitali che vi affluiscono in quella stagione (consentono la quotazione alla Borsa di Milano) sono, nell' opinione della comunità finanziaria, "oscuri e non chiarissimi". A cavallo del 1990, la formidabile politica di acquisizioni all' estero aggrava ancora di più l' indebitamento di Calisto Tanzi. Fausto Tonna manipola i bilanci, nasconde le perdite, gonfia gli attivi. Come entra, dunque, Parmalat negli anni Novanta? Per saperlo conviene incontrare un "bucaniere" della finanza opaca. Florio Fiorini. (1. continua)

23 marzo 2004 - PARMALAT: CRAC ANNUNCIATO
"La Repubblica"
Ecco come il gruppo di Collecchio, per il forte indebitamento, fu costretto ad accettare le condizioni delle banche
Il patto scellerato di Tanzi
per tenere a galla Parmalat
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO
Florio Fiorini è stato un "bucaniere" della finanza internazionale, un fantasioso "lavandaio" (è un'autodefinizione). Oggi, dopo quattro anni di prigione in Svizzera, assegnato (come si dice) ai servizi sociali per le condanne in Italia, è un pacioso signore innamorato di numeri e percentuali, apparentemente pacificato con se stesso e gli altri, alle prese con qualche acciacco del corpo e molti ricordi.
Tra i suoi ricordi, c'è Calisto Tanzi. Florio Fiorini ebbe come socio don Calisto in una finanziaria che lanciò all'inizio degli Anni Ottanta, la Sidit, Società italo-danubiana d'investimenti e trading. Ma soprattutto lo liberò del "vuoto a perdere" di Odeon Tv dove il Lattaio aveva versato in pochi anni 80 milioni di euro (anno 1988/89): era la condizione essenziale offerta a don Calisto per incassare un prestito di 120 miliardi dalla merchant bank del Monte dei Paschi di Siena. Le cose andarono così (Fiorini le ha raccontate in un interrogatorio, pubblicato da Milano Finanza).
"Noi della Sasea, quando abbiamo acquistato Odeon Tv da Tanzi, l'abbiamo messa in fallimento e fatto il concordato fallimentare al 25 per cento, pagando cioè soltanto 25 miliardi anziché 100". Pagando? Si fa per dire. Fiorini: "I 25 miliardi ce li aveva dati il San Paolo. Ero andato a chiederli a Torino. Il vicedirettore della banca sentì il presidente Zandano e in mezz'ora ci concesse il credito. Naturalmente mi sono ben guardato dal restituire i 25 miliardi al San Paolo".
In poche righe, avete letto del "metodo Sasea". Si tratta di questo. Fiorini fonda la finanziaria Sasea. Apre una sede a Ginevra e attende i clienti che non mancano. I clienti non sono altro che le banche alle prese con crediti inesigibili e un cliente "praticamente fallito". I banchieri vanno allora da Fiorini a Ginevra ("C'era la fila davanti alla porta dell'ufficio") e gli propongono di acquistare - con un finanziamento della stessa banca - quella società a mal partito. Chiaro, no?
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La banca ha tra i clienti un'impresa che non è in grado rimborsare il debito concessole. Finanzia allora Fiorini che, con i soldi dei quella stessa banca, compra l'impresa. La banca elimina dai suoi bilanci il credito inesigibile, incassa addirittura le provvigioni per il nuovo affare. Gli azionisti sono contenti. Il management anche. Fiorini intasca il denaro che "naturalmente" non pensa di restituire e, in più, prova a fare qualche soldo da quel che ha comprato, magari smembrandolo, infiocchettandolo e vendendolo. I "bucanieri" chiamano quest'operazione "il cambio di cavallo".
Fiorini trova ora una posizione più comoda sul divano e dice: "Parmalat non è stata che una Sasea industriale". Come dire, una pattumiera dove le banche hanno scaricato imprese decotte e crediti inesigibili. In cambio, don Calisto ha potuto contare sul denaro fresco che lo ha tenuto a galla per quindici anni.Spiega Fiorini: "Parmalat è diventata una Sasea industriale soltanto nella fase terminale della sua lunga malattia. Conviene allora chiedersi che cosa ha provocato la malattia e, per rispondersi, bisogna conoscere la legge dell'interesse composto. Voi la conoscete, la legge dell'interesse composto?".
"La prima causa dell'indebitamento - sostiene Fiorini - la si può definire la "sindrome di Tapie"". Ricordate Bernard Tapie, il magnate francese? Un giorno, un giudice gli contesta di aver usato il denaro dell'Adidas per finanziare l'Olimpique Marsiglia. Tapie lo guarda stralunato e sbotta incredulo in una frase diventata celebre: "Ma si tratta sempre di mie società!".