Almanacco dei misteri d' Italia


Gladio, piano Solo, golpes vari, dossier Mitrokhin...
le notizie del 2005
12 gennaio 2005 - MORO: ACCAME SCRIVE A CIAMPI SU PREALLARME 'ALTRA GLADIO'
ANSA:
MORO: ACCAME SCRIVE A CIAMPI SU PREALLARME 'ALTRA GLADIO'
LETTERA PREAFFRANCA A ENZO BIANCO PER RISPOSTA A MESSAGGI
Falco Accame, gia' parlamentare socialista ed esperti di questioni militari nonche' studioso della vicenda Moro e presidente di un'associazione che tutela i familiari delle vittime militari cadute in servizio, scrive nuovamente al presidente della Repubblica per la vicenda del preallarme, 14 giorni prima di via Fani, che riguardo' la gladio-militare che venne attivata per arrivare alla "liberazione di Moro" che ancora doveva essere rapito.
Accame ha scritto una lettera a Carlo Azeglio Ciampi e un'altra al presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti Enzo Bianco, preaffrancando una busta per la risposta visto il silenzio avuto per precedenti sollecitazioni tutte sostenute documentalmente.
Dopo aver scritto con analoghe modalita' anche ai presidenti di Camera e Senato e al presidente della commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti, Accame solleva la questione dei due "gladiatori militari", Antonino Arconte e Pierfrancesco Cangedda. Il primo venne inviato in Libano il 2 marzo 1978 chiamato dalla sua residenza in Sardegna attraverso la Capitaneria di Oristano dal ComSubim di La Spezia con una cartolina di mobilitazione, presumibilmente in base ad un preavviso di un possibile attentato. Della struttura militare legata alla Gladio, ha parlato anche, confermandone l'esistenza, l'ammiraglio Fulvio Martini, per lunghi anni direttore del Sismi.
La notizia del possibile rapimento di Moro "era dunque giunto a qualche apparato dello Stato. Se fosse stato emanato un allarme che avesse interessato anche gli agenti di scorta, forse si sarebbe salvato l'on. Moro. Forse sarebbe stato rapito e qualcuno delle Br sarebbe stato individuato". Pier Francesco Cangeda, che operava in Cecoslovacchia per osservare l'addestramento delle Br, afferma di aver saputo del covo delle Br a via Gradoli da una fonte della Stasi, il servizio segreto della Germania dell'Est, e di aver trasmesso a Roma questa notizia precisando che "il covo si trovava in Gradoli-strasse".
"Invece - scrive Accame - le indagini tennero conto delle segnalazioni di un tavolo spiritico a tre gambe a Bologna e le ricerche vennero indirizzate verso il paese di Gradoli nel Lazio. Si tratta, ovviamente, se verificati, di fatti gravissimi su cui di recente e' intervenuto il magistrato Otello Lupacchini nel suo libro dedicato alla banda della Magliana".
Accame sollecita Enzo Bianco ad indagare sulla esistenza di "un apparato segreto (forse ancora in atto) che ha operato all'estero anche armato (sul modello Cia) ma non conosciuto dai capi dello Stato italiano che per la Costituzione sono a capo delle forze armate del nostro paese".
Nella lettera inviata a Ciampi e per conoscenza ai familiari delle vittime di via Fani e al ministro della Giustizia, Accame segnala che i due gladiatori affermano di appartenere a una struttura diversa da quella conosciuta perche' resa nota in parlamento e composta da 622 civili: una Gladio che poteva contare anche su agenti armati operanti all'estero e che ad esempio hanno partecipato al defenestramento del presidente Burghiba in Tunisia.
L'ex presidente della commissione Difesa della Camera ricorda che i due sono stati interrogato dai Ros dei carabinieri nel novembre del 2002 ma su quella deposizione "e' calato il silenzio".
"Io credo, signor presidente - scrive Accame - che i familiari di via Fani abbiano il preciso diritto di sapere la verita' in vicende indicate". E cita una recente interrogazione del senatore Giulio Andreotti che sollecita l'accertamento della verita' o l'incriminazione dei due per falsa testimonianza:
"Nel caso che i suddetti gladiatori' affermino il falso ritengo debbano rispondere di fronte alla giustizia di cio' che hanno dichiarato altrimenti si deve chiarire il tutto, fino in fondo. Fino ad oggi - conclude - non sono stati nemmeno esaminati i documenti a riscontro custoditi presso un notaio in Sardegna".

17 gennaio 2005 - PSEUDO-RIVELAZIONI SU UNA "GLADIO MILITARE"
"L'Unione sarda"
Il grande segreto del codice Cosmos: assassinare tutti i big della sinistra
Le esplosive rivelazioni di un ex appartentente a "Gladio militare"
Enrico Berlinguer tra le vittime designate (e tenute sotto sorveglianza)
Un colpo di pistola dietro l'orecchio. Così avrebbe dovuto morire Enrico Berlinguer, segretario del più importante Partito comunista dell'Europa occidentale. Obiettivo sensibile e sorvegliato speciale dei servizi segreti Usa-Nato, sino a tre quattro anni prima che un ictus se lo portasse via qualche giorno dopo un comizio elettorale a Padova nel 1984. C'era anche lui nel lungo elenco della nomenclatura di sinistra, 186 nomi da spegnere, da eliminare perché troppo pericolosi per gli interessi degli Stati Uniti nel mondo. Tra questi, Armando Cossutta, Luciano Lama, Lucio Magri, Mario Capanna e Rossana Rossanda. Erano gli anni bui, molto bui, della Guerra Fredda. Quando Usa e Urss giocavano sullo scacchiere mediterraneo sistemando le loro pedine un po' dovunque e controllandosi a vicenda. In questo scenario da spy story (e non è sicuramente una novità), l'Italia ha avuto un ruolo di grande importanza. E non solo per la sua particolare posizione geografica. Ha fornito uomini e strategie, ma anche aree della penisola, tuttora a uso e consumo degli alleati americani. Sino a non molto tempo fa, queste zone (che non troverete in nessuna mappa ufficiale) venivano utilizzate anche dalla cosiddetta "Gladio Militare", niente a che vedere con quella civile, la famosa "Stay Behind", composta dai famosi 622 patrioti, più che altro dei crocerossini male in arnese e del tutto incapaci di far fronte a un'eventuale avanzata dell'armata sovietica. La "Gladio Militare codice Cosmos" era davvero tutt'altra cosa. "Eravamo dei soppressori speciali, quanto meno studiavamo per esserlo", precisa Fantasmino, nome di battaglia di uno dei 3250 gladiatori assoldati direttamente dalla Nato tramite l'Esercito. "Operavamo nella massima segretezza, studiando metodi e sistemi di guerra convenzionale e non convenzionale". Nessuno, tranne i vertici europei della Nato, era a conoscenza dell'organizzazione. Che pure esisteva, eccome se esisteva: 18 centri d'ascolto in tutta l'Italia, operazioni Sigint ed Echelon con Nsa, Nro e Cia. Con lo scopo di fare da supporto agli Alleati in caso di invasione da parte di truppe del Patto di Varsavia. "Il punto debole della Nato era l'Italia meridionale", racconta Fantasmino "in particolare la Calabria. Era qui che si temeva potessero sbarcare le colonne corazzate dell'esercito sovietico con 36 mila uomini al seguito, 300 carri armati, 480 mezzi per il trasporto di truppe motorizzate, artiglieria, 12 elicotteri e poca logistica per alimentarsi. Avrebbero fatto razzia durante il tragitto verso Napoli e Taranto. Lo scopo dei sovietici, dalle nostre informative, era quello di creare una spina nel fianco Nato, dividere le forze e impegnare i caccia delle portaerei americane di stanza nel Mediterraneo". Perché questa ipotesi? "Semplice, era il territorio con il più basso indice di popolazione e più facilmente raggiungibile partendo da paesi amici come Libia ed Egitto. Per cui, dopo l'eventuale contrasto militare, che secondo stime Nato sarebbe durato non più di 25 giorni, avremmo dovuto impiegare anche armi tattiche nucleari da 2, 5 e 10 kiloton per un totale di 500 kiloton, passando a uno stato di Defcon 1. Non potendo sfollare la popolazione civile, nonostante alcune misure preventive, dovevamo causare il minor danno possibile. Che potevano essere, per capirci, centomila morti". E lei lo chiama minor danno possibile? "Sì, sarebbe servito per intimorire i sovietici. La Calabria e il nord est della penisola sarebbero diventate il teatro per la cosiddetta guerra Nbc (acronimo che sta per nucleare, biologico e chimico, ndr). L'impiego di armi atomiche sarebbe poi avvenuto in Germania. Dovevamo far capire che se eravamo capaci di tanto nel nostro territorio chissà cosa avremmo fatto in casa loro. È chiamata guerra psicologica". Per fortuna, non c'è stata alcuna invasione. "Certo, è stato meglio così. Ma noi si era pronti a tutto. Ad avvelenare l'acqua, i cibi, a fare ogni cosa per disturbare e ritardare l'avanzata nemica. A Napoli e a Taranto non sarebbero mai arrivati. Il nostro compito era di debilitarli e sfiancarli con azioni di guerriglia, noi eravamo la migliore e unica forza speciale per la guerra non convenzionale". Quali erano invece gli altri compiti. "Diciamo che tutto ciò che noi facevamo aveva un solo obiettivo: combattere il Patto di Varsavia, il comunismo e i comunisti, naturalmente in caso di conflitto. Ci avevano addestrato e specializzato per intervenire su questo terreno. Abbiamo partecipato (faceva parte del progetto) all'eliminazione di decine di infiltrati di Kgb, Gru e Stasi (i servizi segreti militari dell'Urss e della Germania Est). Avevamo anche funzioni di lavanderia, termine che nel nostro gergo significava uccidere chi aveva posizioni di contrasto e dissenso nei confronti della Nato". Quindi il Pci e il suo vertice. "In caso di attacco sovietico, l'intera nomenclatura di sinistra, con in testa Berlinguer e Lama dovevano saltare. Un lungo elenco di personalità da spegnere era nelle mani delle Blue Light, un nucleo di 150 militari statunitensi, super addestrati e assolutamente privi di qualsiasi scrupolo". Si spieghi. "Vede, questi signori studiavano e si preparavano con noi, nelle basi logistiche di Miano, vicino Napoli, e Verona. Da loro avevamo appreso le tecniche per sopprimere, infiltrare e quant'altro. Erano, come dire, dei dormienti. Seguivano passo per passo i vertici comunisti, stando bene attenti a restare lontani dalle forze dell'ordine. Il loro fine era la destabilizzazione del Paese per ricondurlo a posizioni più filoamericane magari spostando l'elettorato con una serie di operazioni sporche da addebitare alle Brigate rosse. In realtà, si muovevano parallelamente alle Br ma erano molto più letali". Un esempio. "Il caso Moro, giusto per citarne uno. Nessuno di noi ha mai creduto alle Brigate Rosse. Non erano all'altezza di mettere in atto un'operazione militare di tale livello. Più verosimile che alcuni snipers Blue Light (cecchini, ndr) abbiano ucciso gli autisti e i carabinieri seduti di fianco nelle due auto sparando con armi ad altissima precisione da almeno tre quattrocento metri di distanza. Erano capaci, come noi d'altronde, di colpire il bersaglio anche a ottocento metri. Quindi, hanno lasciato il campo al commando brigatista. Vorrei porre un quesito: perché non è mai stata resa nota la perizia balistica sulle armi usate in via Fani? Chi avrebbe dovuto dirlo non lo ha mai detto". Secondo lei? "Era meglio che non si sapesse. Le Blue Light dovevano continuare ad agire nell'ombra e l'Italia non poteva mettere in discussione nulla con la Nato. Far credere che le Brigate rosse avessero progettato, organizzato e messo in atto il sequestro e l'omicidio del leader politico, era più semplice e conveniente. Per tutti".

Retroscena, accordi e obiettivi dell'incontro tra un cronista e l'agente segreto nella redazione del nostro giornale a Olbia La storia d'Italia nelle pagine del diario di Fantasmino
Fantasmino si presenta nella redazione di Olbia una mattina di novembre verso mezzogiorno. E' un ex magro, cinquantenne (grosso modo), ben vestito ma senza esagerare. L'aria da agente segreto non ce l'ha nemmeno se lo dichiara il notaio. Proprio questa è la sua forza. Insospettabile. Questo signore, aplomb da parastatale in pensione, annoiato quanto basta per scappare dalla televisione, si presenta negli uffici de L'Unione Sarda con un quadernetto elegante, scrittura fitta fitta e vagamente femminile, ordinata, le i con i puntini ben centrati, le o con col ricciolino in alto. Si presenta (per modo di dire) con questo documento: che cortesemente consegna e con altrettanta cortesia aspetta un'opinione. Intanto fa sapere che non intende cedere gratis il memoriale. Però si vede che é più arrabbiato che interessato, che i soldi non sono affatto il suo obiettivo principale. Offre referenze: è disposto a lasciare in prestito il quadernetto e aspettare che il giornale faccia tutte le verifiche del caso. Quella che sta presentando é una piccola storia dell'Italia contemporanea, diversa da quelle che siamo abituati a leggere. Anziché alzare il prezzo presentandosi come un sicario dello Stato, preferisce raccontare una vita trentennale da travet dello spionaggio. Una sorta di postelegrafonico con l'hobby dei fatti altrui. E mica fatti da niente: parla di omicidi politici, di bombe e di attentati come Cassano discetterebbe (sia pure con qualche difficoltà) di sport. Non recita la parte sfuggente di chi sa e non può dire di più, del poveretto schiantato da segreti terribili. Dicesse che vende aspirapolveri, non si farebbe fatica a credergli. Sa bene che il cosiddetto fattore umano (per dirla con un suo collega famoso, Graham Greene) é determinante per sembrare credibile. Lui, invece, niente. Affida la sua credibilità e le sue credenziali a documenti che intende mostrare solo e soltanto se la trattativa (pecuniarmente parlando) va avanti. Nel frattempo prosegue a parlare della vita da spione, dei pericoli corsi dalla democrazia italiana, degli assassini americani (Blue light) che circolavano liberamente in Italia, del pericolo rosso che turbava i suoi giorni e i suoi sogni. Man mano che spiega si fa prendere dalla foga e rivela perché vuol svuotare il sacco con un giornale: ce l'ha, a morte, con chi ha infangato Gladio, con l'ex deputato Falco Accame e con tutte "le ignobili bugie raccontate in questi anni". Al dunque, fine delle trattativa: Fantasmino cede gratuitamente "in nome della verità" il suo quadernetto, pretende tuttavia il controllo preventivo del testo da pubblicare. In cambio rivela la sua vera identità. Abbiamo verificato, non ha raccontato bugie, è stato davvero un servitore (segreto) dello Stato per lunghissimi anni. Ascoltarlo, senza pretendere di fare storiografia, è decisamente istruttivo. E inquietante. Anche se quella che svela non dovesse essere tutta la verità, nient'altro che la verità.

La guerra sporca dei Corpi speciali L'addestramento, gli allarmi notturni e le simulazioni
Qualcuno, sbagliando, l'ha definita una configurazione diversa dalla "Gladio civile" ma con strutture abbastanza simili. In realtà la Gladio militare non aveva niente a che vedere con "Stay behind". Innanzitutto per la selezione degli uomini, di solito giovani in forza all'Esercito (sia di leva che in carriera) e non civili con uno spiccato senso della patria e, nella quasi totalità, incapaci solo di maneggiare un'arma. I gladiatori militari erano davvero speciali. Venivano addestrati da istruttori dei migliori reparti dell'Esercito americano che li sottoponevano a veri e propri corsi di sopravvivenza prima ancora di passare alle tecniche e alle strategie di guerra e guerriglia, comprese quelle sporche. All'inizio, durante la fase della selezione, c'erano insegnanti che parlavano alle reclute di Nato e Patto di Varsavia. Raccontavano dei 26 mila carri armati schierati contro l'Europa che ne disponeva di appena 5200. "Si lavorava 17 ore al giorno per più di sette mesi. Ci svuotavano", ricorda Fantasmino. Ciò che contava era l'aspetto psicologico, quello fisico veniva assicurato con continue corse e camminate, abbondanti colazioni e percorsi di guerra. E poi, nel centro di Miano, vicino Napoli, esercitazioni di tiro al poligono, lezioni su come fabbricare molotov o altri ordigni esplosivi. Da non tralasciare i filmati sugli esperimenti nucleari a Los Alamos negli Stati Uniti e i loro effetti sugli animali. "C'era sempre qualcuno che vomitava, che non riusciva a reggere. Ogni tanto mi chiedo dove abbia trovato la forza di resistere". A letto si andava alle 22. Ma il riposo durava poco. Quasi tutte le notti si simulavano allarmi, quindi di nuovo in piedi a indossare la mimetica, prendere le armi e saltare su qualche camion per raggiungere l'obiettivo. Molti non finivano il corso. "Nei primi due-tre mesi crollava il 60 per cento del gruppo. Gli anziani ? dice Fantasmino ? si tenevano in piedi con amfetamine e calmanti". Non esistevano domeniche né feste comandate che a Miano, anzi, servivano per discutere di strategie. E amplificare, se possibile, il sentimento anti-comunista. "Non era odio il nostro, ma loro erano contro la Nato e contro l'Occidente e noi, semplicemente, non potevamo permetterlo. Così ci era stato detto e per questo eravamo pronti a tutto". E in tutti i sensi. Nello studio delle risposte a un'eventuale invasione rossa, erano state approntate tre fasi. La prima prevedeva una guerra convenzionale per 25-28 giorni su tre fronti, Calabria e confini di Austria e Iugoslavia (quelli su sui si ipotizzava un attacco). Con la seconda ci sarebbe stato spazio per l'uso di armi tattiche e nucleari grazie alle quali Gladio militare avrebbe dovuto prendere il controllo dell'intera Calabria. La fase finale riguardava invece l'utilizzo di ordigni atomici in Germania, Grecia, Turchia e uno negli Urali per bloccare le telecomunicazioni. Tutto questo senza che i vertici militari e politici nazionali ne sapessero nulla. Per anni. Solo la Nato, a Bruxelles, sapeva tutto. Per il resto, i gladiatori dovevano scomparire, vivere nell'anonimato più assoluto. Fantasmini.

Strategie
Per ragioni di strategia, la Gladio militare non ha tenuto in alcuna considerazione la Sardegna. Nonostante la presenza della base americana di Santo Stefano (La Maddalena), la base interforze di Quirra e l'aeroporto di Decimomannu, non è mai stata ritenuta importante sul fronte della difesa da un eventuale attacco sovietico. Non era, insomma, un obiettivo.

18 gennaio 2005 - "GLADIO MILITARE": DAI GIORNALI
"L'Unione sarda"
Le verità svelate della Gladio militare Curzi: "Spiati sì ma non sapevo che potevamo essere uccisi"
Armando Cossutta non commenta. Anzi, il suo no comment alle dichiarazioni di Fantasmino, nome in codice di un ex agente della Gladio militare, lo affida al portavoce Gianni Montesano. Silenzio anche da parte di Rossana Rossanda (al lavoro ma introvabile), Piero Fassino (impegnato in una riunione della Gad), Fausto Bertinotti (sta tenendo un comizio). Davvero un peccato, visto che 185 leader della sinistra erano pedinati e controllati in ogni loro movimento. Addirittura, stando al racconto del gladiatore, all'attuale presidente dei Comunisti italiani venivano ispezionati i bagagli (naturalmente, a sua insaputa) al rientro dai suoi viaggi moscoviti. Sarebbe stato uno dei primi ad essere spento, ucciso con un colpo di pistola alla testa, meglio, dietro l'orecchio. La firma del gruppo super segreto denominato Codice Cosmos. Per Cossutta e tutti gli altri che non parlano, c'è Falco Accame, ammiraglio in pensione, ex parlamentare socialista, che nel racconto di Fantasmino trova un'altra parte di verità sui tanti misteri del Paese. "L'esistenza di un patto firmato dai responsabili dei servizi segreti americani e italiani nel lontano 1952 era nota, anche se molti hanno pensato dopo d ignorarla. Era stato chiamato de magnitude, per indicare che la sinistra andava smagnetizzata dal contesto politico". Un particolare importante che giustifica la costituzione della Gladio militare e i suoi obiettivi primari: impedire ai comunisti di prendere il potere. "Quello che sappiamo ? commenta ? è solo la punta dell'iceberg. Ma continua a sorprendermi e indignarmi l'atteggiamento delle istituzioni. Si comportano come i mafiosi, mantenendo il massimo dell'omertà". In che senso? "Dopo le rivelazioni di Arconte, un altro gladiatore, sul sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, ho scritto a tutti. Al presidente della commissioni stragi, e a chi lo ha preceduto, al ministro dell'Interno e ai suoi predecessori, ai presidenti di Camera e Senato, a Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Massimo D'Alema. Beh, lo sa che non ho avuto alcuna risposta? È incredibile. Sui fatti più gravi della storia repubblicana ci son sempre state propinate piccole parti di verità". La ragione per Falco Accame è una sola. "È una questione di scheletri nell'armadio, ce li ha la destra come la sinistra, non mi stupisco più. Di recente ho anche scritto al presidente Ciampi, almeno da lui spero che arrivi una risposta". E chissà che non sia la volta buona. Anche perché Accame pare sia rimasto il solo a voler andare a fondo sull'attività segreta dei gladiatori e sul mistero che li ha circondati per decenni. Per Sandro Curzi, la vera storia d'Italia si scriverà "nel momento in cui cadranno le coperture sui vari episodi che hanno segnato il corso della nostra Repubblica". Ma lei lo sapeva che dagli anni Sessanta in Italia circolava liberamente una banda di assassini addestrata e pronta a far fuori i comunisti in caso di invasione sovietica? "No. Questa mi giunge nuova ma non mi sorprende. Che fossimo controllati e pedinati lo sapevamo benissimo. Infatti avevamo preso le nostre precauzioni, per quello che poteva servire". Non si sentiva comunque in pericolo di vita? "Assolutamente no. Eravamo a conoscenza delle schedature, dei rapporti di polizia sul conto dei compagni, del fatto che eravamo spiati ma che potessero arrivare anche a farci fuori no". A distanza di così tanto tempo cosa le viene da pensare? "Mi chiedo chi ha coperto queste cose. Peraltro mi risulta che sino a qualche anno fa alcuni di questi gladiatori erano ancora operativi. Bisognerebbe sapere chi li ha coperti, solo allora si potrà riscrivere la recente storia italiana. Ma, per via dei miei 75 anni, non credo che io riesca un giorno leggerla". Non è particolarmente ottimista l'ex direttore di Liberazione, e non gli si può neanche dar torto. L'avvocato Carlo Taormina, che aveva definito la Gladio civile "una realtà politica che ha comunque svolto una funzione positiva grazie al confronto con le istituzioni", della Gladio militare non conosce l'esistenza. "Non ho mai saputo nulla di una organizzazione segreta che agisse nell'ombra per conseguire certi obiettivi. Di sicuro ? precisa ? non avrei usato gli stessi termini nei loro confronti, ci mancherebbe altro. No, questa dei gladiatori che erano pronti a uccidere i vertici comunisti non la conoscevo davvero". In verità erano in pochi a saperlo. Qualcuno alla Nato, unico organismo riconosciuto, un piccolo entourage della stessa Gladio militare e i capi Blue Light (150 uomini delle forze speciali Usa operanti in Italia con compiti di destabilizzazione). Fantasmino voleva togliersi qualche sassolino dalla scarpa. A farlo uscire allo scoperto, sarebbero state le iniziative di Falco Accame che puntavano ad accusare lui e i suoi compagni di ogni misfatto accaduto nell'Italia degli Anni di piombo. Per ora, le sue parole hanno ottenuto l'effetto esattamente opposto. Accame ha apprezzato la sua sortita dicendosi disposto a incontrarlo. Dopo Arconte e Franz, Fantasmino è un altro tassello nel puzzle dei misteri italiani. Vito Fiori

l'ex agente segreto "Mi occupavo di pianificare"
"Non ho mai ammazzato nessuno. Il mio lavoro consisteva nel pianificare le operazioni, da un punto di vista pratico ero abbastanza mediocre. Ma ero bravo a studiare strategie". Comprese le evacuazioni dai territori coinvolti in una guerra tattico-nucleare. Fantasmino, istruttore della Gladio militare, è un uomo deluso. "Per anni, io e gli altri eravamo convinti di rendere un grande servizio al Paese. Di tanto in tanto, lo ammetto, ero assalito dai dubbi. Soprattutto quando assistevo a quelle proiezioni sugli esperimenti atomici a Los Alamos. Ma dove son finito? Me lo ripetevo spesso senza darmi una risposta convincente per farmi smettere. Poi, a metà degli anni Settanta, sono riuscito a staccarmi. Nel senso che non avevo più obblighi di presentarmi nei centri di Miano e Verona. Però venivo chiamato spesso perché ero a conoscenza di troppe cose ed ero in grado di studiare piani per le nostre attività che si svolgevano prevalentemente all'estero. Il fatto è che quando stai in un certo ambiente non può mollare tutto e cambiare vita". Adesso Fantasmino un cambio di rotta l'ha fatto. Ha rotto il patto del silenzio, il giuramento di tutti i gladiatori. E ha deciso di parlare, di raccontare gli scenari studiati per contrastare un'invasione dell'armata rossa in terra italiana e per eliminare quanti non vedevano di buon occhio l'espandersi dell'impero americano. I comunisti innanzitutto. (v. f.)

19 gennaio 2005 - POLEMICHE A PORDENONE PER SINDACO A CONVEGNO "STAY BEHIND"
"Il Gazzettino"
Il sindaco parteciperà ad un incontro
Si rivede Gladio Bufera in Comune
I Ds: "Una scelta discutibile"
Pordenone
Si rivede Gladio e in Comune scoppia la bufera. E la polemica questa volta rischia di essere grossa. Perchè? Il primo cittadino non solo parteciperà ad un convegno che si terrà in città organizzato dall'associazione Stay Behind (così si chiama), ma ha anche concesso il patrocinio del Comune all'iniziativa. Come dire, insomma, che ha urtato la sensibilità (e non solo quella) degli eredi della Falce e Martello, Ds, Comunisti Italiani e Rifondazione comunista. "Apprendiamo con sorpresa - si legge in una dura nota congiunta delle segreterie Ds, Comunisti Italiani e Rifondazione - che il Comune ha deciso di patrocinare l'iniziativa "Gladio. Disinformazione e verità storica" organizzata dall'associazione Stay Behind in calendario per il 21 gennaio. Si tratta di una scelta discutibile: il patrocinio e, ancor più grave politicamente, il previsto saluto del sindaco Sergio Bolzonello, legittimano un'organizzazione armata e clandestina a cavallo tra servizi segreti militari italiani e la Cia americana che per tutta la durata della guerra fredda ha operato sul territorio nazionale con il fine dichiarato di sconfiggere, anche con la violenza, un'eventuale avanzata del Pci".
"La mia formazione liberale - ha riposto in maniera piccata il primo cittadino - mi porta a permettere che tutti possano esprimere liberamente la propria opinione".

Gladio, guerra fredda tra sindaco e Ds Patrocinio del Comune e presenza di Bolzonello a una iniziativa di Stay Behind: è polemica Chi l'avrebbe mai detto che a mettere in difficoltà il sindaco del capoluogo con una parte della sua maggioranza potesse essere Gladio. Già, proprio quell'organizzazione segreta che negli anni '90 ha sollevato un putiferio. E la polemica questa volta rischia di essere grossa. Il primo cittadino non solo parteciperà ad un convegno che si terrà in città organizzato dall'associazione Stay Behind (così si chiama), ma ha anche concesso il patrocinio del Comune all'iniziativa. Come dire, insomma, che ha urtato la sensibilità (e non solo quella) degli eredi della Falce e Martello, Ds, Comunisti Italiani e Rifondazione comunista. Non solo. Lo strappo è ancora più evidente perchè sia l'assessore diessino Enzo Marigliano che il capogruppo in consiglio della Quercia, Ennio Martin, hanno spiegato al segretario comunale Orazio Cantiello di non averne saputo assolutamente nulla. "Apprendiamo con sorpresa - si legge in una dura nota congiunta delle segreterie Ds, Comunisti Italiani e Rifondazione - che il Comune ha deciso di patrocinare l'iniziativa "Gladio. Disinformazione e verità storica" organizzata dall'associazione Stay Behind e in calendario per il 21 gennaio. Si tratta di una scelta discutibile: il patrocinio e, ancor più grave politicamente, il previsto saluto del sindaco Sergio Bolzonello, legittimano un'organizzazione armata e clandestina a cavallo tra servizi segreti militari italiani e la Cia americana che per tutta la durata della guerra fredda ha operato sul territorio nazionale con il fine dichiarato di sconfiggere, anche con la violenza, un'eventuale avanzata del Pci. Gladio non era solamente una forza anticomunista, ma soprattutto una formazione antidemocratica che ha scritto una delle pagine più oscure e ancora poco chiare della storia istituzionale del nostro Paese. Rifondazione, Ds e Comunisti italiani fanno appello a tutte le forze democratiche e antifasciste pordenonesi affinché esprimano dissenso verso la concessione del patrocinio comunale. Quanto alla prevista partecipazione del sindaco all'incontro, ci auguriamo che Sergio Bolzonello voglia tenere in seria considerazione anche le sensibilità di coloro che rispetto alla vicenda Gladio esprimono un giudizio profondamente negativo. Non vorremmo che di questi tempi si contribuisse ad avallare il nuovo pensiero berlusconiano che ci vede portatori di terrore, miseria e morte, scenari più vicini a Gladio che non alla Sinistra italiana".
Secca la replica del sindaco. "La mia formazione liberale mi porta a permettere che tutti possano esprimere liberamente la propria opinione. Nel caso in oggetto l'Associazione Stay Behind ha chiesto di poter esporre alla cittadinanza la loro versione dei fatti sulla vicenda Gladio. Il sottoscritto - spiega - ha riferito puntualmente in giunta dell'iniziativa e all'unanimità, nessuno escluso, si è convenuto di dare il patrocinio e di permettere che anche a Pordenone si possa discutere liberamente della vicenda. Se qualche assessore era assente - incalza il sindaco - come sempre accade gli viene comunicato dopo alcuni giorni l'intero resoconto di quanto accaduto nell'esecutivo. Basta leggerlo. Per quanto riguarda infine la mia presenza - ha concluso il sindaco - ho ritenuto di presenziare al convegno proprio per dire che in questa città c'è libera circolazione di idee e opportunità per tutti di parlare ed esprimere la propria opinione. A prescindere dal fatto che il primo cittadino la pensi allo stesso modo". Le scintille sono appena iniziate.
Loris Del Frate

STRUTTURA SEGRETA
Gladio fu una struttura segreta costituita in ambito Nato da civili e militari. Restò segreta fino al 1990 quando il Governo Andreotti parlò dello organizzazione "Stay behind" alla Commissione stragi del Parlamento. La struttura diventò operativa nel 1956 e in Friuli aggregò anche personale della brigata partigiana Osoppo che, dopo il '45, venne ricostituita per essere utilizzata clandestinamente e segretamente dallo Stato maggiore dell'Esercito nelle regioni nordorientali. La struttura aveva la disponibilità di armi e materiale bellico in nascondigli interrati denominati Nasco. Al parlamento fu fornito un elenco di 622 persone inserite nell'organizzazione Gladio. Questi erano destinati ad avere un ruolo armato nell'ipotesi di una invasione da Est e una funzione informativa Si ritiene che Gladio nel quarantennio della sua esistenza non sia stata l'unica struttura segreta operante nel Paese.

20 gennaio 2005 - "GLADIO MILITARE": DAI GIORNALI
"L'Arena"
Le rivelazioni in un memoriale consegnato al quotidiano "L'Unione Sarda": " Lì ci insegnavano a diventare dei soppressori speciali"
"A Verona il bunker dei Gladiatori"
Uno dei "pianificatori" svela: "Addestrati per eliminare Lama e Berlinguer"
di Giancarlo Beltrame
Verona di nuovo al centro di intrighi spionistici e di trame occulte. Pagine del passato che riemergono dalla pubblicazione sull' Unione Sarda di una serie di servizi firmati da Vito Fiori, con esplosive rivelazioni su una organizzazione segreta, una "Gladio Militare", ben diversa, più numerosa e meglio addestrata e dotata di armi e strutture logistiche, dalla "Stay Behind" che venne svelata all'inizio degli anni '90 e dei cui 622 membri facevano parte anche alcuni veronesi.
Conosciuta, si fa per dire, con il nome in codice "Cosmos", questa megacentrale spionistica faceva capo direttamente alla Nato, che proprio a Verona aveva uno dei centri nevralgici con il comando Ftase, e operava all'insaputa dei vertici militari e politici italiani. Tra i suoi compiti c'erano anche le operazioni "sporche", che per essere potenzialmente efficaci dovevano essere studiate nei minimi particolari. Una di queste, ad esempio - stando alle rivelazioni dell'agente "Fantasmino", che ha consegnato un memoriale all' Unione Sarda -, era denominata "Demagnetize", ossia "smagnetizzazione". Un modo ironicamente macabro per indicare l'eliminazione fisica di 186 dirigenti politici e sindacali della sinistra, dal segretario del partito comunista italiano Enrico Berlinguer al segretario della Cgil Luciano Lama, dal leader del Movimento studentesco Mario Capanna all'attuale parlamentare dei Comunisti italiani Armando Cossutta, fino agli scissionisti del Manifesto Lucio Magri e Rossana Rossanda. Un colpo di pistola dietro l'orecchio e, in caso di necessità, ossia di invasione sovietica dell'Italia, Berlinguer sarebbe stato "smagnetizzato". Intanto, tanto lui che gli altri leader della sinistra, erano tenuti costantemente sotto controllo con intercettazioni, pedinamenti e persino perquisizioni dei loro bagagli al rientro dai viaggi a Mosca o nell'ex impero sovietico.
Ma cosa c'entra Verona in questi scenari da spy-story e fantapolitica da Guerra Fredda? Stando al racconto di "Fantasmino" uno dei centri di addestramento, anzi, il più importante, si trovava proprio nella nostra provincia, in mega bunker sotterraneo ampio migliaia di metri quadrati, in cui gli "agenti segreti" venivano addestrati a tutto, dal colpire un bersaglio a centinaia di metri di distanza all'eliminazione a mani nude, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali alla mimetizzazione nella vita di tutti i giorni.
"Eravamo dei soppressori speciali, quanto meno studiavamo per esserlo", ha raccontato a Fiori il gladiatore "Fantasmino". "Operavamo nella massima segretezza, studiando metodi e sistemi di guerra convenzionale e non convenzionale".
L'organizzazione aveva a disposizione 18 centri d'ascolto in tutta Italia, ed effettuava operazioni Sigint ed Echelon con Nsa, Nro e Cia, ossia i servizi segreti americani, per contrastare l'invasione dell'Italia da parte di truppe del Patto di Varsavia.
E se essa fosse avvenuta, sarebbe stato utilizzato ogni mezzo per fermarla, compreso l'uso di armi atomiche e chimico-biologiche, la cosiddetta guerra Nbc (acronimo che sta per nucleare, biologico e chimico, ndr) , da usare prioritariamente nel Nord Est e in Calabria, individuate come le due aree da dove sarebbe partito l'attacco dei rossi. Se pensiamo che il Patto di Varsavia, dal canto suo, aveva ipotizzato di colpire con una bomba atomica Verona, considerata la testa del sistema difensivo della Nato in Italia, c'è da dire che non ci sarebbe stato di che stare allegri dalle nostre parti nel caso la Guerra Fredda fosse diventata calda.
"Noi si era pronti a tutto", ha rivelato il gladiatore sardo, "ad avvelenare l'acqua, i cibi, a fare ogni cosa per disturbare e ritardare l'avanzata nemica. Il nostro compito era di debilitarli e sfiancarli con azioni di guerriglia, noi eravamo la migliore e unica forza speciale per la guerra non convenzionale".
Ma i compiti della Cosmos non si fermavano qui. "Diciamo che tutto ciò che noi facevamo aveva un solo obiettivo: combattere il Patto di Varsavia, il comunismo e i comunisti, naturalmente in caso di conflitto", sostiene l'agente segreto che ha deciso di parlare. "Ci avevano addestrato e specializzato per intervenire su questo terreno. Abbiamo partecipato (faceva parte del progetto) all'eliminazione di decine di infiltrati di Kgb, Gru e Stasi (i servizi segreti militari dell'Urss e della Germania Est). Avevamo anche funzioni di "lavanderia", termine che nel nostro gergo significava uccidere chi aveva posizioni di contrasto e dissenso nei confronti della Nato", rivela ancora, riferendosi a un gruppo di agenti speciali, i "Blue Light", luce blu, che monitoravano costantemente il Pci e il suo vertice. "In caso di attacco sovietico, l'intera nomenclatura di sinistra, con in testa Berlinguer e Lama dovevano saltare. Un lungo elenco di personalità da spegnere era nelle mani dei "Blue Light", un nucleo di 150 militari statunitensi, super addestrati e assolutamente privi di qualsiasi scrupolo, che studiavano e si preparavano con noi, nelle basi logistiche di Miano, vicino Napoli, e Verona. Da loro avevamo appreso le tecniche per sopprimere, infiltrare e quant'altro. Erano, come dire, dei dormienti. Seguivano passo per passo i vertici comunisti, stando bene attenti a restare lontani dalle forze dell'ordine. Il loro fine era la destabilizzazione del Paese per ricondurlo a posizioni più filoamericane magari spostando l'elettorato con una serie di operazioni sporche da addebitare alle Brigate rosse. In realtà, si muovevano parallelamente alle Br ma erano molto più letali".
Ma per lo stesso obiettivo operavano anche con la strategia della tensione sul fronte opposto del terrorismo, quello di estrema destra. E il pensiero corre inquieto ai processi milanesi che negli anni scorsi avevano cercato di dimostrare il coinvolgimento di agenti segreti americani di stanza a Verona nelle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia da parte di Ordine Nuovo. Se così fosse, ci si troverebbe di fronte a una medesima testa che cinicamente muoveva i propri burattini ora a destra ora a sinistra a seconda delle convenienze del momento. Il tutto sulla pelle dell'Italia e degli italiani.

- La novità
"I cecchini Blue Lights operarono in via Fani"
Tra le rivelazioni di "Fantasmino", una riguarda il caso Moro. "Nessuno di noi ha mai creduto alle Brigate Rosse. Non erano all'altezza di mettere in atto un'operazione militare di tale livello. Più verosimile che alcuni snipers "Blue Light"", (cecchini del tipo di quelli che il gladiatore afferma di aver incontrato a Verona, ndr), "abbiano ucciso gli autisti e i carabinieri seduti di fianco nelle due auto sparando con armi ad altissima precisione da almeno tre-quattrocento metri di distanza. Erano capaci, come noi d'altronde, di colpire il bersaglio anche a ottocento metri. Quindi, hanno lasciato il campo al commando brigatista. Vorrei porre un quesito: perché non è mai stata resa nota la perizia balistica sulle armi usate in via Fani? Chi avrebbe dovuto dirlo non lo ha mai detto. Era meglio che non si sapesse. Le "Blue Light" dovevano continuare ad agire nell'ombra e l'Italia non poteva mettere in discussione nulla con la Nato. Far credere che le Brigate rosse avessero progettato, organizzato e messo in atto il sequestro e l'omicidio del leader politico, era più semplice e conveniente. Per tutti".

- L'adepto della "Stay Behind"
"Di questi non so niente Noi servivamo la Patria"
"Gladio? Pensavo fosse una cosa morta e sepolta". La risposta di Giuseppe Canestrari, uno dei 622 gladiatori di "Stay Behind", è secca. "E di questa Cosmos, questa Gladio Militare, non so proprio assolutamente nulla. Tutto ciò che avevo da dire sull'organizzazione di cui facevo parte, d'altronde, l'ho già detto a suo tempo". L'architetto Canestrari adesso ha sessant'anni, ma nell'inverno tra il 1990 e il 1991 si trovò nel bel mezzo della bufera scatenata dalle rivelazioni su una struttura clandestina, una rete pronta a opporsi all'invasione comunista. Un ruolo che rivendicò con orgoglio, "ho servito la Patria", in un'intervista all' Arena l'8 gennaio 1991. Il giorno prima, all'esterno del cimitero di Arbizzano, era stato recuperato il contenuto di uno dei "Nasco", i depositi segreti di armi e munizioni a disposizione delle cellule Gladio.
Gli altri veronesi dell'elenco ufficiale di "Stay Behind", erano Guglielmo Avesani di Verona, Ferdinando Bacilieri di Verona, Luciano Cestaro di Villafranca, Gabriele De Santi di Verona, Gianfranco Gainelli di Bolca e Giampietro Mistrorigo di Verona. Ma all'epoca era comparso un altro elenco con molti più nomi.

- Interrogativi senza risposta
"Cos'è la Gladio delle Centurie?"
Da alcuni anni l'ex parlamentare Falco Accame chiede chiarimenti
Dell'esistenza di una "Gladio Militare", definita la "Gladio delle Centurie", che operava all'estero con compiti interventistici (addestramento forze guerrigliere di liberazione) simili a quelli della Cia, ha parlato spesso Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa. "Mentre la Gladio civile (quella dei cosiddetti 622)", sostiene Accame, "è venuta alla luce dopo 50 anni e ora viene riabilitata, nulla è emerso circa la "Gladio Militare"". Accame, già parlamentare socialista ed espert o di questioni militari , nonch é studioso della vicenda Moro e presidente di un'associazione che tutela i familiari delle vittime militari cadute in servizio, ha scritto nei giorni scorsi al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e al presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti Enzo Bianco , per la vicenda del preallarme, 14 giorni prima di via Fani, che riguardò la " Gladio Militare " che venne attivata per arrivare alla "liberazione di Moro" che ancora doveva essere rapito. Un preallarme attivato attraverso un giro internazionale di "gladiatori", alcuni dei quali fecero poi una misteriosa fine.
Accame solleva la questione a partire dalle rivelazioni di due "gladiatori militari", Antonino Arconte e Pierfrancesco Can ceddu, detto "Franz" . Della struttura militare legata alla Gladio, ha parlato anche, confermandone l'esistenza, l'ammiraglio Fulvio Martini, per lunghi anni direttore del Sismi. Accame sollecita Bianco a indagare sulla esistenza di "un apparato segreto (forse ancora in atto) che ha operato all'estero anche armato (sul modello Cia) ma non conosciuto dai capi dello Stato italiano che per la Costituzione sono a capo delle forze armate del nostro Paese".
Nella lettera inviata a Ciampi e per conoscenza ai familiari delle vittime di via Fani e al ministro della Giustizia, Accame segnala che i due gladiatori affermano di appartenere a una struttura diversa da quella conosciuta perch é resa nota in parlamento e composta da 622 civili: una Gladio che poteva contare anche su agenti armati operanti all'estero , anche per l'addestramento di formazioni di guerriglieri, e che ad esempio hanno partecipato al defenestramento del presidente Burghiba in Tunisia .

20 gennaio 2005 - CIPRIANI: QUANDO LA VERITÀ È COME UN'ESCA
"Reporter associati"
Quando la verità è come un'esca...
di Gianni Cipriani
Da quando mi occupo di terrorismo e servizi segreti, mi è stato proposto di pubblicare i documenti segreti della Marina sulla strage di Ustica; le carte riservate sulle Gladio, civili, militari, miste, femminili che avrebbero agito al servizio delle più svariate centrali occulte; l'ordine di acquisto dell'esplosivo utilizzato per compiere la strage di Bologna; l'ordine scritto su come organizzare il depistaggio per quell'attentato; i documenti riservati su traffici di armi e materiali nucleari nei quali erano invischiati sempre "alte personalità" o grandi potenze. Gli anni di professione sono tanti e sono sicuro di aver dimenticato molti altri episodi simili. Poco male, perché in ogni caso - sempre, quindi - questi documenti, memoriali, rivelazioni a gettone si sono rivelate patacche.
Alcune rozze, altre un po' più raffinate. Ma sempre e comunque false. Detto in altri termini, la mia personale statistica mi ha portato a diffidare dei divulgatori di verità sensazionali, soprattutto quando agiscono come venditori porta a porta, alla caccia forsennata del primo acquirente. E questo perché non solo - generalmente - chi è mosso dalla sete di verità e giustizia in primo luogo si rivolge alla magistratura piuttosto che bussare cassa, ma perché i bocconi troppo "ghiotti" sono il più delle volte esche, dal momento che la realtà è spesso più articolata e mal si presta a letture tutte bianche o tutte nere, tagliate con l'accetta.
Nella recente e drammatica storia del nostro paese ci sono state troppe verità "di sinistra" (apparentemente) che in realtà nascondevano operazioni di tutt'altro colore; molte denunce dei segreti o depistaggi di Stato che in realtà servivano a depistare e a creare un diversivo rispetto ad altri e più seri problemi.
Senza considerare un particolare non secondario e piuttosto fastidioso per chi, nonostante tutto, cerca ancora di fare ricerche serie e dare una lettura ed una interpretazione storica ai cosiddetti "misteri d'Italia", andando oltre la vuota demagogia degli slogan. Tanto più i divulgatori dei sensazionali retroscena-patacca, portatori di verità indimostrate e indimostrabili, continueranno a trovare udienza, tanto più la vera ricerca storica ne risulterà delegittimata.
Perché chi solleva dubbi ragionevoli si vedrà - come si è visto - accomunare alle fantasie dei venditori di dossier. Una manna per chi, davvero, non vuole che sui "misteri" si vada fino in fondo. Ecco perché è sempre meglio non lasciarsi incantare dalle sirene che ci allettano con parole d'ordine troppo scontate, che rappresentano solamente un pretesto per attirarci e portarci su una strada fasulla.
C'è chi protegge i segreti di Stato denunciando il segreto di Stato; c'è chi cerca di arrotondare pensione o stipendio vendendo per verità il proprio rancore, la propria smania di protagonismo, la proprie personali fantasie.
La strada della ricerca e dell'inchiesta, invece, è quasi sempre in salita. Frutto di un impegno quotidiano, spesso faticoso e irto di difficoltà. In questo mondo buio dei misteri, chi cerca di fare luce deve ricordarsi, però, che troppa luce abbaglia.
E chi rimane abbagliato finisce con il non vedere più nulla. E il più delle volte va a sbattere.

21 gennaio 2005 - MITROKHIN: GUZZANTI, ESISTE UN ALTRO DOSSIER E LO TROVEREMO
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI, ESISTE UN ALTRO DOSSIER E LO TROVEREMO
POTREBBE FAR LUCE SU CASO MORO.INCHIESTA FINO A FINE LEGISLATURA
"Credo, e ho mille indizi per dirlo, che esista un altro dossier Mitrokhin, quello vero, precedente a quello su cui abbiamo lavorato e che potrebbe fare luce sull' omicidio Moro": lo ha affermato, oggi a Torino, il presidente della Commissione parlamentare, Paolo Guzzanti.
"L' inchiesta - ha detto - continuera' fino a fine legislatura. Adesso ci dedicheremo a trovare il plico mancante del vero dossier Mitrokhin per avere la verita' sul caso Moro"."Lo scandalo Mitrokhin - ha aggiunto Guzzanti che sull' argomento ha partecipato a un dibattito nella sede di Forza Italia - ha due facce: uno e' lo scandalo in se', l' altro e' il silenzio stampa che e' stato imposto. La gente pensa che la commissione non esista piu' da tempo, che abbia terminato i lavori. Invece a dicembre e' stata soltanto approvata, dopo una battaglia parlamentare violentissima, la mia relazione di medio termine che chiude la prima parte di investigazione in cui si mettono inoppugnabilmente in lista tutte le violazioni della legge, dei regolamenti da parte del Sismi negli anni '95-'99 sotto i governi Dini, Prodi e D'Alema".
Guzzanti ha spiegato che l' inchiesta che parte adesso ha un altro obiettivo: trovare il nuovo dossier "della cui esistenza si hanno tracce nella relazione al parlamento inglese della commissione inglese che ha lavorato sullo scandalo Mitrokhin. Gli inglesi, prima del '95, mandarono in giro per il mondo, a diversi Paesi, un totale di 300 mila schede. Noi finora abbiano lavorato su 261 schede interattive che, pero', erano la parte finale, un' appendice minima di un corpo molto piu' grosso". L' impegno della commissione d' inchiesta e' di trovare la parte mancante. Secondo Guzzanti, il nuovo plico di documenti si trova in Inghilterra e gli inglesi - ha aggiunto - sono molto restii a darlo. "Ma prometto - ha concluso fiducioso - che il Parlamento della Repubblica italiana avra' le risposte alle domande che cercava sulla piu' spericolata operazione militare mai vista sul suolo della Repubblica qual e' stato il rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro".

21 gennaio 2005 - GLADIO: POLEMICHE A PORDENONE
"Il Gazzettino"
Sergio Bolzonello non ritira il patrocinio al convegno di Stay Behind che si terrà oggi alle 18. Comunisti Italiani e Rifondazione saranno presenti alla manifestazione Bandiere rosse contro Gladio Un presidio fuori dall'auditorium e il sindaco sarà "sorvegliato speciale" Oltre alle polemiche che sono già scoppiate e che circolano da alcuni giorni, il patrocinio del Comune al convegno dell'Associazione Stay Behind (si terrà oggi alle 18 all'auditorium della Regione) e la presenza del sindaco all'incontro dei "gladiatori" ha prodotto un primo effetto politico. Nei prossimi giorni, infatti, sarà allestito il tavolo comunale delle forze che compongono Intesa Democratica. "È un segnale importante - spiega Orazio Cantiello, segretario comunale dei Ds - perchè sino ad ora non si era mai fatto. Non solo - va avanti - c'è anche da dire che all'incontro parteciperanno tutti i partiti che rappresentanto la coalizione, anche quelli che non hanno consiglieri sui banchi della maggioranza di centrosinistra che regge il Comune capoluogo".Resta il fatto che questo pomeriggio, anche se ufficialmente non è stato deciso nulla, fuori dall'auditorium della Regione potrebbe essere allestito un piccolo presidio con tanto di bandiere rosse. Ma non è tutto. Il sindaco sarà "sorvegliato speciale". Come dire, insomma, che i rappresentanti della sinistra seguiranno attentamente quanto il primo cittadino dirà dal palco. "In seguito - taglia corto Cantiello - valuteremo se sarà il caso di intraprendere altre iniziative".
A favore del sindaco, invece, si schiera il segretario dello Sdi, Beppino Nosella. "Bene ha fatto il sindaco a partecipare - spiega - in quanto c'è sempre da garantire la libertà di opinione e di dibattito". Ad appoggiare i "gladiatori" anche il consigliere regionale di An, Luca Ciriani. ""I comunisti di Pordenone stanno creando un clima di intolleranza sconcertante: sembra di essere ripiombati negli anni '70. Da un pò di anni in questa città c'è una minoranza di estremisti che riappare puntualmente ogni qualvolta si voglia discutere liberamente o sulla guerra civile e la Resistenza o sulla complicità del comunismo italiano con l'imperialismo sovietico durante la guerra fredda. Trovo incredibile che lo spirito di faziosità si spinga fino a contestare il sindaco che con la sua presenza al convegno non fa nulla di più che il suo dovere".
ldf

A sollevare la polemica è stato un convegno organizzato dall'Associazione "Stay behind" dal titolo: "Gladio: disinformazione e verità storica" al quale l'amministrazione comunale ha concesso il patrocinio. Non solo. Il sindaco ha anche deciso di presenziare all'incontro che si terrà oggi alle 18 nell'Auditorium della Regione. A muoversi sono stati i partiti eredi del vecchio Pci: i Ds, Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani che con una dura nota hanno stigmatizzato il patrocinio concesso dal Comune e soprattutto la presenza del sindaco al convegno. Non solo. Hanno anche chiesto che Sergio Bolzonello ritirasse il patrocinio, cosa che l'amministrazione comunale ha deciso di non fare. Nella polemica è entrato anche l'assessore diessino Enzo Marigliano, visto che il sindaco ha spiegato che la decisione è stata assunta dopo una discussione in giunta. Ma a quella riunione dell'esecutivo il referente diessino non era presente.

21 gennaio 2005 - REGISTA ROSEANO: "ENTRO L'ANNO GIRERÒ UN FILM SULLA GLADIO"
"L'Arena"
Il regista dopo le novità su Cosmos
"Entro l'anno girerò un film sulla Gladio"
C'è un giovane regista veneto, Manlio Roseano, nato a Conegliano trent'anni fa, che da qualche anno cerca di girare un film su Gladio. Ieri, dopo le rivelazioni su "Cosmos", la "Gladio Militare", contenute nel memoriale di "Fantasmino" pubblicato dall' Unione Sarda e riprese dall' Arena , lo abbiamo cercato per farci raccontare a che punto era il progetto. Il film era stato annunciato come imminente nel novembre 2002, invece... "Invece forse ce la faremo a girarlo entro quest'anno", ci dice Roseano. "Le difficoltà a realizzarlo sono state superiori al previsto, ma proprio in questi giorni dovremo chiudere. Nel frattempo ho più volte cambiato la sceneggiatura, modificando anche l'idea di fondo di realizzare un docufilm alla JFK di Oliver Stone sul caso Kennedy, per puntare più decisamente a una fiction".
Immagino che lei si sia letto tutti i documenti possibili e immaginabili su Gladio. Qual è la sua opinione sulle nuove rivelazioni di "Fantasmino"?
"Ho compiuto tre anni di ricerche, leggendo tutto il possibile e sentendo molti gladiatori del Nord Est. Periodicamente saltano fuori memoriali, rivelazioni, nuove verità. Bisogna prenderle con le pinze, perché è un mondo dove non c'è nulla di limpido. Comunque i gladiatori "ufficiali", i 622 di "Stay Behind" per intenderci, non riconoscono altri tipi di Gladio..."
Potrebbe però essere che loro pensavano di essere l'unica sola e vera Gladio, mentre in realtà ce n'erano altre più segrete. E questo spiegherebbe anche la facilità con cui sono stati "sacrificati", dati in pasto ai mass media. In fondo potevano benissimo essere l'ultimo anello della catena...
"Potrebbe anche essere così. Sono organizzazioni in cui le varie cellule non si conoscevano, proprio per garantire la segretezza".
C'è qualcosa che l'ha colpita nelle ultime rivelazioni?
"La conferma dell'esistenza di questo mondo ambiguo che andrò ad analizzare nel mio film. Per quanto riguarda il piano "demagnetize" era già in parte presente nel Piano Solo della metà degli anni '60, il famoso colpo di Stato tentato dal Sifar di De Lorenzo. Solo che invece di essere fatti fuori con un colpo di pistola alla nuca i dirigenti della sinistra avrebbero dovuto essere internati tutti in Sardegna".
Passerà dalle parti di Verona con il suo film?
"C'è un episodio legato al rapimento Dozier, per cui potrei anche girare qualcosa a Verona o comunque ricostruire l'ambientazione in un territorio veneto simile". (g.b.)

22 gennaio 2005 - GLADIO: POLEMICHE A PORDENONE
"Il Gazzettino"
Nessuna contro manifestazione (solo un volantinaggio) dei Comunisti italiani all'incontro dei volontari Stay Behind Gladio, le acrobazie del sindaco Bolzonello non toglie il patrocinio, va al convegno ma non appoggia l'iniziava e scomoda Voltaire L'unico brivido del convegno organizzato dall'associazione "Stay Behind", universalmente denominata Gladio, si è concretizzato con un allarme che nel bel mezzo della manifestazione (per la verità non lo hanno sentito in tanti) è suonato all'esterno dell'auditorium della Regione. Ma non si trattava certo di qualcosa di grave, anzi. Un fumatore impenitente si era avvicinato troppo al sensore che "annusa" il fumo e ha fatto scattare l'allarme, mettendo in fibrillazione polizia e carabinieri. Nulla di più. Per il resto tutto è filato liscio con una sala strapiena e silenziosa quando i quattro relatori spiegavano l'intero percorso che ha portato Gladio dalla sua nascita sino alla fine. Anche sotto l'aspetto politico l'incontro è stato depotenziato. I Comunisti italiani e i rappresentanti di Rifondazione non si sono fatti vedere, se non per un veloce volantinaggio. Il sindaco Sergio Bolzonello, invece, si è ben guardato dal creare nuovi scossoni nella sua maggioranza. Ha avuto il coraggio di non togliere il patrocinio che aveva già concesso ed ha portato il suo saluto alla platea. Ma per uscirne senza sporcarsi troppo le scarpe non ha certo appoggiato l'iniziativa e ha scomodato il filosofo Voltaire. Qualcuno in sala ha parlato (seppur sotto voce) di "acrobazie verbali". "Per evitare nuove strumentalizzazioni - ha spiegato - ho preferito scrivere questo mio breve intervento. Ritengo che questo incontro sia utile per avere informazioni sulla vicenda Gladio. Siete stati accusati di golpismo e stragismo, assolti dalla magistratura e quindi è giusto che raccontiate la cosa dal vostro punto di vista. L'amministrazione comunale non è chiamata a prendere posizione da una parte o dall'altra, ma a dare la possibilità a tutti di parlare, spiegare e confrontarsi. Questo è quello che ho voluto fare". Infine ha chiuso citando Voltaire. "Non sono d'accordo con le tue idee, ma mi batterò sino alla fine perchè tu possa esprimerle". Scontati gli applausi e i ringraziamenti pubblici di Sanviti, il moderatore del convegno. "Sergio Bolzonello ci ha dato la possibilità di incontrare la cittadinanza secondo le regole civili e democratiche che devono sempre prevalere. Si è dimostrato ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, il sindaco di tutti".
Poi è stata la volta degli interventi. Per primo ha parlato l'avvocato sanvitese Giorgio Brusin, presidente onorario dell'associazione Stay Behind. "Eravamo una società segreta, ma non clandestina - ha spiegato tra le altre cose - con il compito di opporre una resistenza armata nel caso un cui un paese ostile volesse occupare l'Italia. Certo, il nemico individuato erano le truppe del Patto di Varsavia, ma mai nei nostri incontri abbiamo parlato di politica e mai abbiamo demonizzato il Pci". Tesi ben diversa da quella che invece oppongono i comunisti che associano Gladio a una forza armata e clandestina che aveva il compito dichiarato, anche con la violenza, di fermare una eventuale avanzata del Pci italiano. Brusin ha raccontato le vicende che hanno portato Gladio a "subire una colossale aggressione mediatica", le durissime accuse sollevate dalla magistratura, sino all'assoluzione piena avvenuta nel 2002. "Sono orgolioso di aver fatto parte di Gladio" - ha concluso. È toccato poi al tenente generale Paolo Inzerilli spiegare come avvenivano i reclutamenti e l'organizzazione militare della struttura. Sono anche intervenuti il presidente dell'Associazione, Giorgio Mathieu e il portavoce degli ex gladiatori Francesco Gironda di Canneto. In sala - tra gli altri - Gianni Zanolin, Edouard Ballaman, Antonio Pedicini, Michelangelo Agrusti, Maurizio Salvador, Luca Ciriani, Renzo Francesconi, Salvatore Averna e Walter Santarossa.
Loris Del Frate

28 gennaio 2005 - LIBRO MORUCCI: LETTERA A DAGOSPIA
"Dagospia"
Nel recente libro "La peggio gioventù", Valerio Morucci scrive: "Venire a sapere che c'erano altre forze che si muovevano 'dietro', che portavano avanti un proprio disegno che aveva fini più radicali di quelli ufficiali e, di conseguenza, usava mezzi più radicali, avrebbe fatto saltare il quadro. Avrebbe portato alla conclusione che c'erano due nemici. Che non sarebbe poi stato così grave, se non fosse stato che il secondo, quello 'dietro' - per quanto in alcuni punti intrecciato, anche se più con alcuni industriali che coi politici - giocava una partita diversa. A che punto sarebbero arrivate le BR? A dover riconoscere che, sì, la Dc era il nemico ma forse non l'unico? E che ne facevano di Moro? Visto che gli americani erano altri? Visto che il gap della doppia fedeltà, quella di governo e quella atlantica, dei nostri servizi, e di tutto l'apparato a quelli legato, li portava ad operare anche all'insaputa dei governi in carica? Troppo complicato. Lo Stato era troppo complicato. Saltava tutto."
Sarebbe interessante avere dall'ex brigatista qualche precisazione in più, dal momento che i diversi accenni al 'dietro' fanno pensare a "Stay behind", ma quell'inciso "intrecciato, anche se più con alcuni industriali che coi politici" sembra indirizzare verso qualcos'altro.
Nembokid

28 gennaio 2005 - MITROKHIN: GIANNI LETTA, UNA BALLA 'IL TEMPO' USATO DAL KGB
ANSA:
MITROKHIN: GIANNI LETTA, UNA BALLA 'IL TEMPO' USATO DAL KGB
LETTERA A GUZZANTI,VERITA' NON SCOLORISCE NEMMENO COL BIANCHETTO
"Una fantasia, una bugia, una panzana; alla romana, una balla". Anche Gianni Letta perde per una volta il suo aplomb e lo fa in difesa del 'suo' giornale, che per tanti anni ha diretto, 'Il Tempo'. E scrive al presidente della commissione Mitrokhin per respingere, duramente, al mittente, quanto di sfuggita compare nella relazione di minoranza presentata dalle opposizioni a meta' del lavoro sull' inchiesta riguardante le carte dell' ex archivista del Kgb e della rete operativa in Italia.
Una lettera inusitata nello stile per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, datata 17 gennaio. In particolare, Letta contesta il passaggio presente a pagina 56 della relazione di minoranza, quando si parla del report n. 146 che afferma che il quotidiano romano, nel 1974, era "usato" dal Kgb. "In quegli anni - si legge nella relazione - il quotidiano romano era diretto dall'ex democristiano Gianni Letta, vicepresidente del Consiglio dei ministri con delega ai servizi nel secondo governo Berlusconi". In precedenza la relazione definiva questo report, al pari di altri due, "inverosimili e generici".
"Davvero non c'e' limite alla fantasia dei commissari! - si legge nella lettera di Gianni Letta - Quando me l'hanno segnalato, ho pensato a un errore o a uno scherzo, ma quando incredulo ho sfogliato il fascicolo, ho scoperto che era proprio vero. Vero, intendiamoci, che ci fosse scritto cosi', non certamente quello che c'era scritto. E' anche vero che l'affermazione viene tratta da uno di quei report che gli stessi commissari si preoccupano di definire 'inverosimili' e 'generici', ma intanto sta li', bella e stampata, in un documento ufficiale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Un modo surrettizio e subdolo di raccogliere e rilanciare un'insinuazione falsa e calunniosa, infame".
Letta sottolinea che si tratta di una "falsita' cosi' evidente e assurda, perche' a smentirla ci sono tutte le annate della collezione del giornale: quintali di carta stampata che, per fortuna, non scolorisce neppure con il bianchetto. Cio' che e' scritto, e' scritto, e impresso per sempre, senza tema di smentita".
Gianni Letta, che ha chiesto che la sua lettera fosse posta agli atti della commissione e portata a conoscenza dei commissari, a cominciare da quelli di minoranza, ricorda di essere stato direttore de 'Il Tempo' e quindi di non poter rinunciare a "una smentita formale, anche per evitare strumentalizzazioni o speculazioni di sorta".
"Non vorrei - scrive a Guzzanti - che un giorno, magari lontano, qualcuno raccogliesse questa insinuazione per accreditarla con la scusa, come spesso succede, che in fondo 'non era stata neppure smentita'... E allora scrivo a lei, caro presidente, per dirle in coscienza e con assoluta chiarezza che nulla e' piu' inverosimile e irreale di quella malignita'. Nel senso letterale del termine: una cosa fuori dal mondo. E nulla di piu' insensato, aberrante, e falso, perche' impossibile. Lo lasci dire a me, che ho fatto il direttore a tempo pieno, collega tra i colleghi, in redazione come in tipografia, tutti i giorni dell'anno, festivita' comprese. Impossibile non accorgersi che qualcuno 'usasse', o tentasse di usare, il giornale. E poi per il Kgb!".
In quel giornale, gia' allora, negli anni '70, scrive ancora Letta, "sapevamo bene quello che tanti altri hanno scoperto con anni o decenni di ritardo, anche se, adesso, pretendono di insegnare anche a noi quei principi liberali nei quali allora non sembrava avessero la stessa fiducia che dicono di avere oggi. Una favola, percio', quella 'voce dal report fuggita', nel senso che i dizionari attribuiscono a questa parola: una fantasia, una bugia, una panzana; alla romana, una balla. Che non e' degna percio' - conclude Letta - di figurare negli atti di una commissione parlamentare. Neppure come voce o insinuazione. A me compete il dovere di questa smentita".

16 febbraio 2005 - CIAMPI CONCEDE LA GRAZIA A LINO JANNUZZI
ANSA:
CIAMPI CONCEDE LA GRAZIA A LINO JANNUZZI
IL DECRETO E' STATO FIRMATO L'11 FEBBRAIO
(ANSA) - NUOVA DELHI, 16 FEB - Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha concesso la grazia al giornalista Lino Jannuzzi, senatore di Forza Italia, prima di partire per l'India dove si trova in visita di Stato. Il decreto e' stato firmato l'11 di febbraio su proposta del ministro della Giustizia Roberto Castelli.
Jannuzzi doveva contare un cumulo di pena di 2 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione per reati di diffamazione a mezzo stampa.
La domanda di grazia era stata presentata dal legale del senatore di Forza Italia, l'avvocato Grazia Volo, lo scorso giugno. Jannuzzi in un primo momento aveva smentito. In questi mesi, pero', la procedura e' andata avanti e l'ufficio competente del ministero della Giustizia ha acquisito i pareri della procura generale e del Tribunale di Sorveglianza di Milano. Entrambi i pareri (tecnici e non vincolanti) sono stati favorevoli alla concessione dell'atto di clemenza. Il ministro della Giustizia Castelli ha quindi condiviso le conclusioni e ha proposto la grazia nei confronti di Jannuzzi.
In questi ultimi mesi la vicenda giudiziaria del sentaore-giornalista di Forza Italia si e' andata complicando. Jannuzzi e' infatti agli arresti domiciliari dallo scorso luglio su decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano, che gli ha comunque dato la possibilita' di assentarsi dal suo domicilio romano dalle 8 alle 19 per assolvere il proprio mandato parlamentare.
Allo stesso tempo, pero', gli stessi giudici di Milano hanno sollevato un conflitto di competenza territoriale con il tribunale di sorveglianza di Napoli per quanto riguarda l'affidamento in prova ai servizi sociali di Jannuzzi. Una richiesta, questa, che il senatore di Forza Italia aveva gia' avanzato in passato e che si era visto respingere per due volte dai giudici di Napoli.
La Cassazione, lo scorso gennaio, ha risolto il conflitto a favore del tribunale di Sorveglianza di Napoli, nonostante la difesa di Jannuzzi avesse insistito sul fatto che l'ultimo provvedimento di cumulo di pena era stato emesso dai magistrati di Monza e dunque la competenza territoriale spettasse a Milano.

CIAMPI GRAZIA JANNUZZI, APPLAUSI BIPARTISAN
ORA SI PUNTA A VIA LIBERA PER LEGGE DIFFAMAZIONE
La notizia ufficiosa della grazia, firmata dal capo dello Stato l'11 febbraio, arriva di prima mattina. "Non ne so' niente ma e' la fine di un incubo", dice ancora prima della conferma ufficiale Lino Jannuzzi. Il senatore -giornalista viene da "tre anni di peripezie" giudiziarie e diversi mesi di arresti domiciliari per una sentenza per diffamazione passata in giudicato. Poi arrivano la conferma del Quirinale e il plauso unanime, senza "stecche" di alcun tipo, del mondo politico e del giornalismo.
Tutti soddisfatti, proprio tutti. Dal segretario dell'Fnsi Paolo Serventi Longhi all'opposizione e ancor piu', naturalmente, agli esponenti della maggioranza. Quella a Jannuzzi e' l'undicesima grazia concessa dal capo dello Stato dall'inizio del suo mandato. Le reazioni non sono altro che una lunga serie di apprezzamenti.
"Mi dispiace solo - dice Jannuzzi quando e' ancora a Parigi
- che, con tutti i problemi a cui deve ottemperare il presidente Ciampi, sia stato costretto, dalla malagiustizia italiana, ad occuparsi anche di questo". Jannuzzi doveva scontare un cumulo di pena di due anni, cinque mesi e dieci giorni di reclusione per il reato di diffamazione a mezzo stampa. La domanda di grazie era stata presentata dal legale del senatore di Fi, l'avvocato Grazia Volo, nel giugno dello scorso anno. Jannuzzi in un primo momento aveva smentito, ma in questi mesi la procedura e' andata avanti e l'ufficio competente del ministero della Giustizia ha acquisito i pareri della procura generale e del tribunale di sorveglianza di Milano.
In entrambi i casi le valutazioni (non vincolanti) sono state favorevoli alla concessione dell'atto di clemenza e Castelli ha quindi condiviso le conclusioni dei suoi uffici ed ha proposto la grazia nei confronti di Jannuzzi che Ciampi ha firmato.
La vicenda di Jannuzzi si era ulteriormente ingarbugliata perche' il tribunale di sorveglianza aveva deciso per gli arresti domiciliari, nello scorso luglio, per permettere al senatore di poter adempiere al suo mandato parlamentare.
Tra i primi commenti quello di Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds, che ha parlato di una "decisione saggia". "Adesso siamo piu' liberi di modificare la legge sulla diffamazione e possiamo evitare che il testo della Camera contenga una norma apposita in considerazione della particolare situazione di Jannuzzi". Aspetto questo sottolineato anche da Paolo Serventi Longhi, segretario generale della Fnsi. "Credo che ora il Parlamento - ha detto - debba smettere questo inaccettabile balletto sul testo di riforma della legge e decidere in materia. Vengano ritirati tutti gli emendamenti peggiorativi. Si ripristini il ruolo dell'ordine dei giornalisti, relativamente al tema della pena accessoria e dell'interdizione della professione. Si rispetti l'indipendenza del giornalismo. I moltissimi 'casi Jannuzzi' se non proprio sotto il ricatto del carcere, sotto l'incubo di condanne pecuniarie insostenibili non devono piu' appartenere al sistema legislativo di un Paese democratico come il nostro".
Quindi parlamentari "a mani libere" e non condizionati nell'affrontare il delicato tema delle nuove norme sulla diffamazione. Domenico Nania (An) ha detto che Ciampi ha posto fine, con la sua decisione alla "paradossale situazione" in cui si e' venuto a trovare il giornalista-senatore. Renato Schifani (Fi) definisce quello di oggi un "giorno speciale". "E' un fatto che ci riempie di gioia", dice.
Unica voce dissonante, ma non contraria alla grazia, quella di Antonio Di Pietro che invita Jannuzzi, oggi piu' che mai, a "rispettare l'onore e il decoro dei magistrati che ha offeso ed umiliato. Infatti Jannuzzi, a differenza di altri - sottolinea l'ex pm di Milano - solo per l'eta' avanzata e in qualita' di membro del Parlamento, puo' permettersi di non rispondere davanti alla giustizia di quelle offese".
Anche l'Unione delle Camere penali apprezza la concessione della grazia. Ettore Randazzo, presidente dell'Ucpi, parla di un "rimedio opportuno contro la contraddizione della funzione rieducativa della pena clamorosamente inattuata nel sistema in barba al principio costituzionale". Parole fatte proprie dal senatore dei Ds Guido Calvi e da Giuliano Pisapia, capogruppo di Prc in commissione giustizia alla Camera.
Jannuzzi nel pomeriggio arriva in Senato e, tra i complimenti dei suoi colleghi, si rivolge ai giornalisti con una battuta:
"Beh, qui ci vorrebbe un monumento per Ciampi, a chi bisogna chiederlo?".

JANNUZZI: DALL'INCHIESTA SUL 'PIANO SOLO' ALLE CONDANNE
La grazia concessa oggi dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi mette fine alle vicende giudiziarie che hanno riguardato Lino Jannuzzi, 76 anni, l'ex giornalista attualmente senatore di Forza Italia. Vicende che hanno inizio nel 1967 con l'inchiesta sul "Piano Solo" e che causano a Jannuzzi una serie di condanne per diffamazione.
- L'INCHIESTA SUL 'PIANO SOLO' NEL 1967. Il prima e piu' famoso procedimento giudiziario a carico di Lino Jannuzzi fu provocato dall'inchiesta sul "Piano Solo" pubblicata nel maggio 1967 a sua firma sul settimanale "L'Espresso", diretto all'epoca da Eugenio Scalfari. L'anno dopo, a causa di quegli articoli, Iannuzzi venne condannato a 16 mesi per diffamazione del generale Giovanni De Lorenzo. Quest'ultimo, secondo le rivelazioni giornalistiche, nel 1964 si apprestava ad arrestare un certo numero di "sovversivi" per trasferirli in Sardegna. Secondo una ricostruzione fatta da Scalfari nel 2000 facevano parte della lista un centinaio tra dirigenti e sindacalisti di sinistra, giornalisti e funzionari pubblici. Il governo in carica era il Moro 2, un esecutivo di centrosinistra con la partecipazione del Partito Socialista guidato allora da Pietro Nenni. Scalfari aggiunse che l'esistenza del piano fu resa nota dal parlamentare socialista Pasquale Schiano, e fu poi confermata da alti ufficiali dei carabinieri, in particolare dall'allora vicecomandante Giorgio Manes. Due anni fa Iannuzzi rivelo' che all'epoca dell'inchiesta collaborava con il Kgb e che a fornirgli il materiale fu un certo "Gagarin", un uomo di Mosca. Dal canto suo Leonid Kolasov, vicecapo della residentatura Kgb a Roma, ha dato negli ultimi anni una conferma confessando di essere stato lui il vero artefice della campagna sul 'Piano Solo' e di aver fatto pervenire, attraverso intermediari, notizie e documentazione sul presunto tentativo di colpo di Stato ai giornalisti Jannuzzi e Scalfari.
- NEL 2002 CHIESTO L'ARRESTO A NAPOLI. Nel novembre 2002 la Procura di Napoli emette un provvedimento di carcerazione nei confronti di Jannuzzi dopo aver cumulato le pene relative a tre condanne per diffamazione a mezzo stampa inflitte al giornalista, due in qualita' di direttore responsabile del quotidiano "Il Giornale di Napoli" e una anche come estensore di un articolo. Si tratta di due condanne a un anno di reclusione conseguenti a querele presentate da un magistrato che si era occupato del caso Tortora e dall'ex direttore del quotidiano Il Mattino, Pasquale Nonno, e una terza a cinque mesi e 10 giorni. Il Tribunale di Sorveglianza di Napoli respinge le richieste di misure alternative al carcere perche' "l'attivita' giornalistica che continuerebbe a svolgere e' da ritenere inidonea a favorire il processo rieducativo del condannato e a preservare con efficacia il pericolo di recidiva". Jannuzzi e' senatore di Forza Italia e si trova in Francia come componente italiano del Consiglio d'Europa e dell'Unione Europea Occidentale, ma l' immunita' parlamentare non vale nel caso in cui debba essere data esecuzione ad una sentenza definitiva. Annuncia che non intende tornare in Italia. Il 2 dicembre La Procura Generale della Corte di Appello di Napoli sospende l' esecuzione della pena e revoca due ordini di carcerazione in conseguenza degli incarichi diplomatici ricoperti da Jannuzzi, per cui gode di una "immunita' assoluta dalla giurisdizione".
- NUOVA RICHIESTA DI ARRESTO A NAPOLI NEL 2004. La vicenda del 2002 si replica fedelmente nel 2004. Il 10 giugno il Tribunale della Sorveglianza di Napoli respinge l' istanza di misure alternative al carcere. Per un cumulo di pene, inflitte sempre per il reato di diffamazione, Jannuzzi deve scontare due anni e cinque mesi di reclusione. Anche stavolta il senatore e' raggiunto dalla notizia a Parigi, dove si trova di nuovo per impegni con l'assemblea dell'Unione europea occidentale, ma decide di agire diversamente rispetto a due anni prima e fa sapere che due giorni dopo rientrera' in Italia e si consegnera' alla giustizia. Torna e il 12 giugno si diffonde la voce che abbia sottoscritto la domanda di grazia, ma Jannuzzi smentisce. Il 19 luglio il Tribunale di sorveglianza di Milano dispone la detenzione domiciliare, anche se il senatore di Forza Italia puo' assentarsi dal domicilio romano dalle 8 alle 19, per le "esigenze di vita e di cura" e per assolvere il mandato parlamentare. Oggi la grazia del presidente Ciampi che permette a Jannuzzi di chiudere i conti con la giustizia.

23 febbraio 2005 - MITROKHIN: GUZZANTI, DA RIVEDERE INCHIESTA SU ATTENTATO PAPA
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI, DA RIVEDERE INCHIESTA SU ATTENTATO PAPA
"Riapriremo subito il caso dell'attentato al Papa, anche attraverso l'acquisizione di documentazione processuale relativa a quell'odioso crimine, ripartendo dalla pista sovietica, Kgb ma anche Gru (il servizio segreto militare russo), dopo quanto lo stesso sommo Pontefice ha certificato circa l'origine ideologica del delitto quando scrive di "convulsioni delle ideologie della prepotenza". E' quanto afferma il presidente della commissione Mitrokhin, senatore Paolo Guzzanti, all'indomani della presentazione del libro di Giovanni Paolo II, 'Memoria e identita", nel quale il Pontefice, parlando dell'attentato del 13 maggio 1981, afferma che si tratto' di "una delle ultime convulsioni delle ideologie totalitarie scatenatesi nel XX secolo". "Nella ricostruzione di questo delitto l'unica cosa che non e' mai mancata e' il movente -afferma Guzzanti- essendo apparso ovvio fin dal primo momento che l'assassino politico aveva sfrontatamente firmato il crimine lasciandoci sopra le proprie impronte digitali: il pontificato di Giovanni Paolo II, come ha ricordato opportunamente e tempestivamente l'on. Massimo D'Alema in questi giorni, e' stato la causa prima del collasso del comunismo, e lo fu nel momento del suo massimo sforzo aggressivo militare contro le democrazie occidentali: uno sforzo che fu vanificato dalla turbolenza e poi dalla paralisi della Polonia cattolica raccolta intorno al Papa, a Solidarnosc e a Lek Walesa".L'effetto Polonia, osserva dunque il presidente della commissione Mitrokhin, "si proietto' come minaccia di un effetto domino su tutte le colonie sovietiche in Europa prospettando un disastro non piu' governabile, malgrado l'auto-colpo di Stato del generale Jaruzelskij a Varsavia". "Gli altri due elementi che procurarono il collasso del comunismo reale, come ha riconosciuto lo stesso Gorbaciov, furono lo schieramento dei missili da crociera deciso dall'Italia (con la violenta opposizione del PCI) e dalla Germania in risposta agli SS20 sovietici schierati aggressivamente sui Balcani e infine lo studio di fattibilita' di uno scudo spaziale ad alta tecnologia creato dal fisico ungherese Edward Teller e fatto proprio del presidente Ronald Reagan". "I tre elementi portarono alla caduta del muro di Berlino, ma il collasso del sistema comunista -conclude Guzzanti- comincia dalla Polonia cattolica unita intorno al suo pontefice, il cui corpo paga da un quarto di secolo con dolore quotidiano le piaghe procurate dal sicario e dai suoi mandanti".

24 febbraio 2005 - MITROKHIN: GUZZANTI, NOVITA' CLAMOROSE SU ATTENTATO AL PAPA
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI, NOVITA' CLAMOROSE SU ATTENTATO AL PAPA
DA PARTE DEL QUOTIDIANO CATTOLICO 'AVVENIRE'
"Sono clamorose, nuove e devastanti le rivelazioni del quotidiano cattolico 'L'Avvenire', il quale pubblica stralci di documenti finora parzialmente segreti che illustrano i dettagli del piano sovietico per eliminare fisicamente il Papa polacco, qualora fossero fallite le operazioni 'Pogoda' e 'Infektsija' (Infezione) volte a screditare la Chiesa cattolica". Il giudizio e' di Paolo Guzzanti, senatore di Fi e presidente della commissione Mitrokhin.
"Tali nuovi documenti, insieme alla certezza espressa dal Sommo Pontefice che dietro la mano del sicario vi fossero mandanti ideologici, e dunque inequivocabilmente comunisti, mostrano in tutta evidenza - aggiunge Guzzanti - la necessita' di riaprire il caso; e ricordo che la Commissione Mitrokhin e' obbligata dalla sua legge istitutiva a svolgere ogni indagine possibile su tutte le attivita' illegali dei servizi segreti sovietici in Italia. Dunque, la commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin sara' da me investita del compito di procedere a tutte le acquisizioni, le testimonianze e le indagini utili per fare luce sull'oscuro delitto del 13 maggio 1981".
"Mi auguro - aggiunge - che altrettanto voglia sollecitamente fare l'Autorita' giudiziaria riaprendo il caso per quanto di sua competenza".

25 febbraio 2005 - ATTENTATO PAPA, MOSCA NEGA COINVOLGIMENTO KGB
ANSA:
PAPA: LIBRO; ATTENTATO 1981, MOSCA NEGA COINVOLGIMENTO KGB
"Che c'entriamo noi?": i servizi segreti russi smentiscono in modo categorico che ci possa essere stato lo zampino di Mosca nell'attentato del 1981 contro Giovanni Paolo II.
"Per me - ha dichiarato oggi all'Ansa il colonnello Boris Labusiev, portavoce dell'Svr, il servizio di spionaggio all'estero e cioe' la "Cia russa" - la gente che rilancia le voci di una partecipazione dei servizi segreti sovietici all'attentato al papa deve essere ricoverato nella corsia numero 6".
In Russia la Corsia numero 6 (titolo di uno dei piu' celebri racconti di Anton Cechov) e' sinonimo di manicomio.
Il colonnello non ha voluto comunque commentare in concreto il contenuto del libro uscito tre giorni fa in cui il pontefice sostiene che l'attentato compiuto da Ali Agca fu commissionato da una "ideologia della prepotenza".
Anche dopo il crollo dell'Urss e del sistema comunista le autorita' russe hanno sempre negato in modo perentorio che il Kgb (il defunto servizio di sicurezza sovietico) sia in qualche modo implicato nel tentato assassinio del papa.
Nel 1997, in risposta a notizie pubblicate dalla stampa tedesca, l'intelligence russa aveva definito "maligne, provocatorie e assolutamente infondate" le"insinuazioni" su un presunto ruolo del Kgb nell'attentato.

PAPA:GUZZANTI, MOSCA NEGA? SVR CI METTA A DISPOSIZIONE CARTE
BOTTA E RISPOSTA SU RESPONSABILITA' ATTENTATO AL PONTEFICE
"Se il rappresentante dell'Svr e' cosi' sicuro di poter escludere qualsiasi coinvolgimento dell'ex Kgb e del Gru nel tentato omicidio del papa ci facesse conoscere cortesemente le procedure che ha seguito, le inchieste svolte e ci metta a disposizione documenti, testimonianze e quant'altro": cosi' il senatore azzurro Paolo Guzzanti replica, in un intervento per il 'Giornale' di domani, al colonnello Boris Labusiev portavoce dell'Svr (ossia la 'Cia russa') che ha categoricamente escluso qualsiasi coinvolgimento del Kgb nella"attentato al Papa.
"E con l'occasione - aggiunge Guzzanti - potrebbe far dono all'Italia anche di un elenco completo di tutti i 'Quisling' italiani che hanno collaborato non gia' al generoso progetto di una societa' socialista, cosa che fa parte della tradizione democratica italiana, ma all'ipotesi solidissima di un governo di occupazione militare sovietico. Quando avremo la gioia di ricevere documenti di questa natura potremo veramente rallegrarci sulla collaborazione dell'Svr e sulla serieta' delle dichiarazioni del suo portavoce".

28 febbraio 2005 - GLADIO: COSSIGA A BERLUSCONI, APPOGGIA DDL PER RICONOSCIMENTI
ANSA:
GLADIO: COSSIGA A BERLUSCONI,APPOGGIA DDL PER RICONOSCIMENTI
LETTERA AL PREMIER, IN VITA RESTANO ANCORA 550 'GLADIATORI'
Il governo faccia propria in sede parlamentare la proposta di legge per dare un "giusto riconoscimento politico e morale anche sul piano dello status militare" a tutti i 622 volontari (ne sono rimasti vivi circa 550) che hanno preso parte a "Stay behind", la struttura meglio conosciuta come Gladio disciolta al governo italiano il 27 novembre 1990, presentata al Senato da Francesco Cossiga e alla Camera da Paolo Ricciotti (FI): lo chiede lo stesso Cossiga al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
In una lettera a Berlusconi, il senatore a vita spiega che il ruolo delle 'Stay Behind Nets', i cui quadri iniziali furono costituiti dagli ex capi dei movimenti di resistenza contro il nazismo e dai comandanti delle forze speciali che combatterono in Europa contro il Terzo Reich. "Vi contribuirono Enrico Mattei, capo del movimento partigiano democratico cristiano, Paolo Emilio Taviani che rappresento' le formazioni cattoliche nella Resistenza ed Aldo Moro".
Il senatore a vita, che oggi lascera' la clinica romana dove e' stato ricoverato per un intervento chirurgico perfettamente riuscito, ricorda che "fu l'intensa opera di disinformazione dei servizi dei Paesi del Patto di Varsavia e dall'interno del nostro Paese dell'apparato speciale del Pci, agevolati da non pochi elementi della cosiddetta magistratura democratica militante, che getto' ombre e suscito' dubbi su strutture legittime dell'apparato difensivo italiano e dell'Alleanza Atlantica. Essendosi ormai chiarito in ogni sede, interna ed internazionale, giudiziaria, politica e militare - ribadisce - il grande affascinante ruolo che Stay Behind ebbe anche in Italia e alla cui opera mi onoro di aver personalmente contribuito, ritengo che sia giunto il momento di adottare un provvedimento legislativo che ne riconosca il valore e i meriti".
Il presidente emerito della Repubblica sottolinea che il provvedimento, da lui presentato al Senato, "non comporta alcun onere finanziario, e' rivolto ad offrire un giusto, anche se tardivo riconoscimento politico e morale ad un benemerito gruppo di cittadini che avevano offerto la propria consapevole disponibilita' a servire la Patria, agli ordini del legittimo Governo della Repubblica".

1 marzo 2005 - MITROKHIN: GUZZANTI CHIEDE CARTE SU ATTENTATO AL PAPA
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI CHIEDE CARTE SU ATTENTATO AL PAPA
KUZICHKIN, CONTATTO DI AGCA' A TEHERAN, PRESENTE IN CASO MORO
Il presidente della Commissione Mitrokhin, senatore Paolo Guzzanti, ha chiesto in via preliminare l'acquisizione delle sentenze relative all'attentato al Sommo Pontefice del 1981. I motivi per cui Guzzanti ha preso la decisione di riaprire le indagini sul grave attentato sono tre. Il primo, spiega il presidente della Commissione Mitrokhin, sta "nell'attualita' e nella assoluta novita' di quanto scritto e detto per la prima volta da Giovanni Paolo II circa la sua certezza di un mandante ideologico dietro la mano armata del sicario Ali' Agca, con evidente allusione all'Unione Sovietica e alle sue polizie segrete".
Il secondo motivo sta, osserva Guzzanti, "nella nuova e piu' precisa prospettiva storica del movente: secondo i documenti militari oggi in possesso delle potenze occidentali, e in particolare della Germania che acquisi' gli archivi della Volksarmee tedesco, e dell'Austria, il cui territorio neutrale doveva essere violato, la Polonia aveva un altissimo valore strategico come base di una invasione dell'Europa occidentale. E dunque il valore della destabilizzazione di quella colonia sovietica in Europa sotto i colpi della guida spirituale di Karol Wojtila e di Lech Walesa appare oggi scolpito in tutta evidenza".
Il terzo motivo sta "nell'evidente e clamoroso legame fra il tentato omicidio del papa e il dossier Mitrokhin, nella persona di Vladimir Kuzichkin il cui nome compare nella scheda n. 83 intestata a Sergei Sokolov, il falso studente che seguiva Aldo Moro e che poi ritroviamo ufficiale del Kgb a Teheran. Vladimir Kuzichkin e' stato indicato dal sicario Ali' Agca come suo punto di riferimento a Teheran".
Appare dunque - dice ai giornalisti il senatore di Fi - "allarmante ed evidente che esista una connessione, nella rete degli agenti sovietici illegali all'estero che tiene insieme sia il rapimento con la piu' spettacolare operazione di commando mai vista in Europa, ed eliminazione fisica dell'onorevole Aldo Moro, e il tentativo accuratamente preparato e casualmente fallito di liquidare l'uomo che stava facendo crollare il sistema comunista in Europa".

PAPA: FRAGALA', NELL'ATTENTATO RUOLO CENTRALE DI KUZICHKIN
FU IL PROBABILE 'MANIPOLATORE' DI ALI AGCA
Vladimir Kuzichkin, viceconsole dell' ambasciata sovietica a Teheran, colonnello del Kgb, avrebbe avuto un ruolo centrale nell'attentato al Papa. E' quanto sostiene Enzo Fragala', capogruppo di An nella commissione Mitrokhin.
"Il nome di Vladimir Kuzichkin, viceconsole dell'ambasciata sovietica a Teheran, colonnello del Kgb e probabile 'manipolatore' del turco Ali' Agca - spiega - compare in uno dei report acquisiti con il dossier Mitrokhin, quello intestato a Sergei Sokolov, l'agente sovietico segnalato dall'allora assistente di Aldo Moro, professor Tritto, come il borsista russo che segui' l'uomo politico fino a poco prima del sequestro. Sokolov - continua - fu il successore di Kuzichkin nella catena di comando del Kgb a Roma, insediandosi dopo di lui nel suo stesso appartamento a Roma, tanto che, secondo il Sismi, i due facevano parte della stessa rete".
E' di tutta evidenza come, sia pure a distanza di anni, conclude Fragala', "gli accertamenti della Commissione Mitrokhin, cosi' come quelli della magistratura prima, stiano restituendo un quadro complessivo e omogeneo che trova conferma nelle parole del Santo Padre".

PAPA: IMPOSIMATO, PONTEFICE CONCORDA SU COMPLOTTO DELL' EST
PER ATTENTATO IN PIAZZA SAN PIETRO,COLLEGAMENTI CON CASO ORLANDI
"Un complotto dell' est: dalla lettura dell' ultimo libro di Giovanni Paolo II emerge che il Pontefice ha condiviso la tesi contenuta nella lettera che gli inviai nell' agosto del 1997": e' quanto dice l' ex magistrato Ferdinando Imposimato che istrui', con i giudici Priore e Martella, il processo relativo all' attentato al Papa, e che ripete il collegamento con la vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi.
Imposimato fa sapere che il 24 settembre 1997 egli, con una lettera, fu esortato dalla Santa Sede "a perseverare nel generoso servizio della verita' e della giustizia".
Il Papa, dunque - aggiunge Imposimato - "non era stato vittima di un folle solitario, ma di un complotto ordito dal Kgb con i servizi bulgari ed i lupi grigi. Lo scopo era di bloccare il Papa impegnato a liberare la Polonia".
"Nell' agosto del 1997 - dice ancora Imposimato - Ali' Agca riconobbe di aver agito su mandato dei bulgari e del Kgb, ed aggiunse di aver dovuto 'distruggere' il processo per l' attentato al Papa per le minacce ricevute nel carcere di Rebibbia nell' ottobre 1983 da due agenti segreti, il colonnello dei servizi bulgari Yordan Ormankov e l' agente del Kgb Markov Petkov. Markov, alla vigilia del processo contro i bulgari - riferisce Imposimato - parlando in turco a Rebibbia, disse ad Agca: 'il kgb ti comunica che ci saranno altri tentativi per la tua liberazione come il caso Orlandi, devi tacere altrimenti prima il cadavere di Emanuela verra' gettato in Piazza San Pietro e poi tu Ali' Agca verrai ammazzato".
Imposimato porta ancora un altro argomento a sostegno della tesi del complotto dell' est: "Gunther Bohnsack, della Stasi (il servizio segreto della Ddr, ndr), mi dichiaro' nel 2000 e nel 2001 a Berlino che 'obiettivo della sezione di cui faceva parte era la destabilizzazione con qualsiasi mezzo del Paesi occidentali, tra cui il Vaticano dato che il Papa era un problema per la Ddr ma anche e soprattutto per l'Unione Sovietica. Bohnsack mi rivelo' che Ormankov e Tetkov erano agenti segreti e si recavano spesso a Berlino dalla Bulgaria per ricevere istruzioni su come 'intimidire' Ali' Agca in occasione delle rogatorie internazionali che dovevano essere eseguite a Roma".

2 marzo 2005 - MITROKHIN: DECISE ROGATORIE IN QUATTRO PAESI
ANSA:
MITROKHIN: DECISE ROGATORIE IN QUATTRO PAESI
La Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin ha deciso di effettuare delle rogatorie internazionali in Germania, Ungheria, Romania e Svizzera. A favore hanno votato i partiti della Cdl contro le opposizioni.
La decisione mira a raccogliere principalmente elementi sulla rete legata al terrorista Carlos e genericamente all'intera realta' della rete che faceva capo alla Stasi e al Kgb. Le opposizioni, nei giorni scorsi, avevano chiesto che tra i paesi oggetto della rogatoria vi fosse anche la Federazione Russa. Ora le richieste di rogatoria saranno inoltrate al ministero di Grazia e Giustizia che fara' da tramite nei confronti dei paesi interessati.

5 marzo 2005 - COSSIGA CONTRO CASSON
"Il Corriere della sera"
Cossiga: con quel pm i Ds tornano anti-Nato
IL PRESIDENTE EMERITO
ROMA - "La candidatura del giovane Casson a sindaco di Venezia mi sembra insieme un originale atto di fantasia degli amici Ds e un forse per loro utile, anche se inaspettato, ritorno alle posizioni di lotta anti-Nato e anti-occidentali". E' il commento del senatore a vita Francesco Cossiga alla candidatura del giudice Casson a sindaco di Venezia. "Non dimentichiamo che il giudice Casson - spiega Cossiga - fu uno strumento importante di quell' attacco difensivo preventivo che il Pci, dopo la caduta del Muro di Berlino, lanciò, in materia di Gladio, nel timore del tutto infondato che i servizi di sicurezza dell' ex Urss ci passassero notizie compromettenti per il Pci".

6 marzo 2005 - CANDIDATURA CASSON: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Casson: l' estremista è Massimo, non sono io. E vengo dal popolo, mio padre era pescatore
Il Personaggio
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI VENEZIA - "Ma come fa Cacciari a dire di me che sono un candidato di sinistra-sinistra? Lui che militava in Potere Operaio con Toni Negri quando io studiavo dai salesiani? Perché sarei un estremista? Perché ho fatto condannare gli assassini dei carabinieri di Peteano? Perché ho difeso gli operai del petrolchimico di Marghera che morivano per il cloruro di vinile?". Felice Casson, 51 anni, è al primo giorno di campagna elettorale. Sta scegliendo il manifesto. Possibile slogan: "Per fare il sindaco davvero". Come a dire che Cacciari correrà contro di lui per puntiglio più che per vincere: "Questo almeno è stato il tono della telefonata che abbiamo avuto venerdì mattina. Mi ha spiegato che non ha nessuna voglia di fare il sindaco di nuovo, che non ce l' aveva con me ma con i Ds, e si candidava per evitare che la Margherita sparisse". Poi ai giornali Cacciari ha detto altro: ad esempio che lei da magistrato a Venezia "sa tante cose, ha accesso a informazioni delicatissime", e ora non può fare il sindaco. "Perché, quale norma lo vieta? E poi quali segreti potrei mai possedere? Che visione è questa del mestiere di magistrato? Le informazioni delicatissime si usano per i processi. Diventano pubbliche. Le parole di Cacciari mi sembrano un segno di debolezza. Come il fatto che mi indica come un estremista. Lui, a me ". Lo scontro di Venezia è esemplare della battaglia interna all' opposizione. Che non è solo tra centro e sinistra, tra moderati e radicali. E' un testacoda di vicende umane, in cui la vittoria è alterna e imprevedibile, ora un comunista omosessuale si aggiudica le primarie in Puglia, ora l' ex presidente della Fiat Usa viene cacciato dalla direzione dell' Unità perché troppo di sinistra per gli ex comunisti, e oggi l' antico intellettuale della nuova sinistra, il "gran dotore", l' angelologo Cacciari si candida dal centro per bloccare la corsa di un magistrato che, assicura Casson, non ha mai militato in un partito, né in una corrente della magistratura. "Non mi sono mai neppure iscritto all' Anm, proprio per poter rivendicare la mia autonomia. Faccio parte solo della nazionale di calcio dei magistrati, mi hanno promesso che ritireranno la mia maglia, la numero 5. Quando ho scoperto Gladio hanno cominciato a darmi del comunista. Ma io non ho mai conosciuto un dirigente o un funzionario del Pci". Neppure Violante? "Be' , Violante sì, ma tardi, quando ho dovuto chiedergli notizie delle sue inchieste sui progetti golpisti, da Borghese a Sogno". E Cossiga cominciò a chiamarla "l' efebo di Venezia". "Sono l' unico nemico con cui non si è riappacificato. L' unico cui non telefona. Lo considero un buon segno". Lei scoprì Gladio. "Trovai che i due accenditori a strappo che innescarono l' autobomba di Peteano venivano da un nascondiglio di Gladio. Cossiga si scatenò. Poi un anno dopo raccontò tutto su Stay Behind. Mah". Le perplessità sui giudici in politica non sono soltanto di Cacciari. Non ci vorrebbe almeno un periodo di decantazione? "A parte che in politica sono entrate anche toghe azzurre, si potrebbe fare una norma specifica, anche se temo sarebbe incostituzionale. Leggo che Cacciari propone un intervallo obbligatorio di tre anni. E io che faccio nel frattempo? Come campo? Non sono ricco di famiglia, sono figlio di un pescatore. Cacciari? Di un medico. Ma non voglio far polemica con lui. Ognuno ha la propria storia, non mi permetto di dare giudizi. E poi i nostri programmi sono così simili, a cominciare dalle perplessità sul Mose, che al ballottaggio uno dei due potrebbe appoggiare l' altro. Siamo anche tutt' e due milanisti". Non è che Cacciari ce l' ha con lei perché lo fece processare per il rogo della Fenice? "Ho dovuto farlo, anche se avevo e ho un buon rapporto con lui. Cacciari era presidente della Fenice, e il teatro era in condizioni disastrose, abbandonato a se stesso: i sistemi antincendio staccati, le delibere che avevano allentato i controlli ". Ma è stato assolto. "Prima è stato aperto il filone colposo. Poi si sono individuati i responsabili diretti del rogo ed è stato aperto il filone doloso. La corte ha valutato che il secondo tagliasse il nesso causale con il primo". Nella corsa Casson si sente in vantaggio. "Nei sondaggi che mi hanno fatto vedere ero l' unico candidato a battere senza problemi la destra", che per giunta si presenta divisa. Però la spaccatura a sinistra è ben più devastante, divide la neonata Federazione, mette in imbarazzo Prodi. A proposito, Casson, com' è andato il vostro incontro? "Mi ha telefonato dicendomi: c' è chi mi parla bene di lei, chi male; conosciamoci. Lui era a Roma io a Venezia, ci siamo incontrati a metà strada, a Bologna. Abbiamo parlato delle bellezze della mia città, di politica estera, di un Paese che amo, la Cina. Si vede che gli ho fatto buona impressione". Rutelli deve averne una pessima. Candidatura irricevibile, ha detto. "Al Lido giovedì c' è stata una scena curiosa. Rutelli indicava come suo uomo Michele Vianello, l' ex vicesindaco diessino. Forse intendeva Alessio Vianello, il candidato della Margherita. Un piccolo avvocato che nessuno conosce ma lavora in uno studio importante, quello di Domenico Giuri. Il legale delle industrie di Marghera". Dice Casson che il processo del petrolchimico ha stretto ancora di più il suo legame con i veneziani. Che la gente gli scrive per denunciare torti, miserie, guai per cui da magistrato non può fare nulla. Ma non è questo un altro segno di una contaminazione inopportuna di ruoli? "Il mio lavoro in magistratura è finito il 15 dicembre 2004, quando ho chiuso il processo di Marghera. Da allora mi sono messo in ferie; ne avevo parecchie da recuperare. Una fase si è chiusa. Ne ho parlato con Gherardo Colombo: fare il pm sarà sempre più difficile, un po' per le nuove norme, un po' per l' autoblocco che è già scattato. Gherardo ha scelto la Cassazione. Io mi annoierei a passare carte". E sarà il candidato della sinistra-sinistra. "Così dice Cacciari. Ma con me ci sono lo Sdi, i socialdemocratici, l' Italia dei Valori. E la mia formazione non è da estremista. Sono stato in collegio dai salesiani, a Castello di Godego e ad Albaré di Costermano. Mi sono laureato a Padova, senza frequentare, perché non mi piacevano né i fascisti né i rivoluzionari. In fretta, perché mio padre non poteva mantenermi. Mio fratello fa ancora il pescatore: capesante, soasi (rombi), sfogi (sogliole), bisati (anguille), quelli di foce, i più magri". Né angeli, né Negri, né Nietzsche. "Il mio santolo, il padrino, detto Tina anche se era un uomo, non ricordo il suo vero nome, mi portava a pescare le moeche, i granchi al tempo della muta, cioè adesso. Sa come si fa? Si prendono certi appositi contenitori di legno, i vieri, poi ". Aldo Cazzullo
Chi è
GIUDICE Felice Casson, 51 anni, è sostituto procuratore a Venezia. E' stato anche Giudice per le indagini preliminari
LE INDAGINI Casson ha tra l' altro condotto l' accusa nell' inchiesta sulla strage di Peteano, sulle morti per intossicazioni al Petrolchimico di Marghera e sull' incendio del teatro della Fenice
Cazzullo Aldo

7 marzo 2005 - SINISTRA E SERVIZI
"La Stampa"
Cade l'ultimo Muro
Gli 007 ora piacciono anche alla sinistra Molti anni di sospetti e accuse di golpe, culminati con lo scandalo di Gladio Con l'ammiraglio Martini cambiano metodo e uomini: spazio alla nuova leva
ROMA
E ora che persino il "Manifesto" onora in Nicola Calipari, funzionario del Sismi, una persona perbene e un leale servitore dello Stato, beh, allora si può dire che un piccolo grande passo s'è compiuto. Un altro Muro (quello della diffidenza) è definitivamente caduto. Ci sono voluti decenni, ma alla fine tutti i cittadini, davvero tutti, persino l'acuminata matita di Vauro, si sentono rappresentati e non discriminati dagli apparati dello Stato. E che apparati. Addirittura i servizi segreti, regno degli "arcana imperii", il nemico per definizione di certa sinistra. Non che i servizi segreti italiani avessero fatto molto, in passato, per farsi amare e rispettare. Anzi. Periodizzando alla grossa, come dimenticare che i Sessanta furono il Decennio del Sifar? Anni bruciati all'insegna di bobine illegali e di dossier costruiti ad arte per distruggere gli avversari politici. Un lungo malcostume culminato con le tentazioni autoritarie di De Lorenzo. Vennero poi i Settanta, il Decennio del Sid, e fu anche peggio. Di nuovo operazioni sporche, incofessabili, border-line, spiando e depistando più che aiutando i magistrati. Anni dello stragismo misterioso e se ne sa ancora oggi davvero poco. Infine arrivò la P2 e fu il Decennio del Doppio Stato. Anche qui, servizi segreti impelagati negli scandali fino ai capelli, tutti i capi e i capetti iscritti alla Loggia di Licio Gelli, inchieste, indagini parlamentari e fiumi di inchiostro per rispondere a una sola fondamentale domanda: ma costoro rispondevano al Maestro Venerabile oppure al legittimo governo della Repubblica? Intanto dilagava il terrorismo rosso: tutto da sé o con l'aiutino di qualcuno? Altri interrogativi. Dietro l'angolo, inutile dirlo, s'avvertiva, si sospettava, si denunciava immancabilmente l'odor di zolfo della Cia. Sì, gli americani, alfa e omega di ogni discorso che riguardi i nostri servizi segreti. Il discorso verrà fuori di nuovo quando si scoprirà la famosa Gladio, il servizio segreto più segreto di tutti. Che però diventò la cartina di tornasole dei limiti di tanta dietrologia antiamericana. Perché saltò presto agli occhi che se Gladio era quell'arnese così terribile che "L'Unità" diceva, ebbene, andavano conosciuti e intervistati uno per uno questi micidiali 622 agenti che avevano inchiodato l'Italia a un malodestino. Ma appunto la teoria non resse alla verifica sul campo: un colonnello beone, alcuni arzilli vecchietti, persino qualche ex parlamentare. Non poteva essere. E infatti cominciò spasmodica la ricerca della Super-Gladio che da qualche parte doveva pur stare... Come in un'orchestra sinfonica, lo scandalo Gladio segnò l'acme di timpani e trombe. Dopo di che non successe niente. Nel frattempo, silenziosamente, faticosamente, a seguito della botta della P2 che era stata, quella sì, forte, i servizi segreti stavano cambiando pelle. Al Sismi approdò l'ammiraglio Fulvio Martini e come prima cosa cambiò metodi e uomini. Sloggiò i vari Pazienza & Co. per fare largo a una nuova leva. Cominciò sul serio a operare come la legge imponeva: raccolta di informazioni all'estero, protezione dalle minacce all'interno. Ci fu Sigonella: primo esempio di orgoglio nazionale di sinistra. Oddio, scandali e scandaletti non cessarono. Non potranno mai cessare. Il lavoro degli agenti segreti, per definizione, è un "mestiere sporco", che impone di aggirarsi in certi bassifondi dell'animo che pochi amano frequentare. E quindi si scoprirà che proprio Martini continuava a pagare il suo vecchio collaboratore Demetrio Cogliandro per farsi recapitare alcune veline sul mondo politico, giornalistico ed ecclesiastico che onestamente fanno ribrezzo. Materiali "da lupanare", disse una volta, con fulminante battuta, Gennaro Acquaviva, capo della segreteria di Bettino Craxi. E ancora: ci fu il caso dei fondi neri del Sisde, spariti per mille rivoli e poi difesi con le unghie e con i denti. Sempre al Sisde, venne fuori che una certa "fonte Achille" a Milano spiava ai danni dei magistrati del Pool di Mani Pulite e riferiva a Roma. Il mondo, però, stava mutando pelle. Cambiava la percezione che la gente aveva degli 007. E cambiavano anche loro. Il Muro, quello vero, era caduto. Di colpo venne meno la stessa ragione sociale dei nostri servizi segreti, che era, in buona sostanza, di vigilare sul Patto di Varsavia, sul comunismo, e sui comunisti di casa nostra. Si scoprì, grazie al lavoro certosino di Vassilj Mitrokhin, che nella partita era stato pure il Kgb. E non solo: le lunghissime indagini dei giudici Mastelloni a Venezia, Priore a Roma, Salvini a Milano, ciascuno nei propri ambiti, avevano fatto balenare una realtà ben più complessa di quanto mai ci si sarebbe aspettati. Il Belpaese era stata una marca di confine in cui avevano scorrazzato libici e israeliani, tedeschi e inglesi, americani e russi. Emergeva una realtà nuova. Si fece strada nell'opinione pubblica la convinzione che in fondo, di buoni (nel senso di efficienti, non di buone maniere) servizi segreti, ce n'era davvero bisogno. Intanto l'alternanza delle maggioranze, di destra, di sinistra e poi nuovamente di destra, permisero a Prodi, a D'Alema come a Berlusconi di entrare in confidenza con i misteri dello Stato e con i suoi funzionari più misteriosi. Una alla volta, altre diffidenze cadevano. Di pari passo nascevano alleanze un tempo impensabili: chi poteva immaginare Putin accolto con applausi a un consesso della Nato? Quindi venne l'11 settembre. E a quel punto fu chiaro a tutti che s'era rivelato un nuovo nemico subdolo, fanatico, pericoloso. E l'intelligence era un'indispensabile barriera tra noi e loro. Il resto viene da sé: anche il francobollo che le Poste dedicano al Sismi oppure l'elegante rivista "Gnosis" del Sisde. Tempi nuovi. "Ricordo il grande aiuto che mi fu dato negli Anni '70 durante una delicata operazione africana da un italiano che tra l'altro era, se ricordo bene, o di Potere Operaio o di Lotta Continua. Comunque, era uno certamente non di destra. Non ha voluto un soldo. Lo spingeva soltanto l'amor di patria". È quanto scriveva Fulvio Martini nell'introduzione al suo libro "Nome in codice: Ulisse" (Rizzoli 1999). Fino a ieri poteva sembrare una stramberia isolata. Dopo il sacrificio di Nicola Calipari, non più.

14 marzo 2005 - MITROKHIN: GUZZANTI (FI), TERRORISMO ERA QUINTA COLONNA URSS
ANSA:
MITROKHIN: GUZZANTI (FI), TERRORISMO ERA QUINTA COLONNA URSS
I terroristi italiani rossi e neri erano una quinta colonna dell' Urss, che doveva agevolare l' avanzata delle armate del Patto di Varsavia. I sovietici avevano individuato i dirigenti collaborazionisti per l' Europa, i cui nomi sono nelle parti inedite del dossier Mitrokhin. E' questa la ricostruzione storica fatta oggi a La Spezia dal senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti, nel corso di un convegno sul dossier dell' archivista del KGB.
In questo scenario il presidente della commissione parlamentare sul dossier ha inserito anche il caso Moro, "rapito dalle BR su incarico dei sovietici per carpirgli segreti militari", e l' attentato al papa, "il cui appoggio a Solidarnosc metteva a rischio il paese che doveva servire da base per l' invasione dell' Europa".
"Tra la fine degli anni Settanta e l' inizio degli Ottanta - ha spiegato Guzzanti - l' Urss preparo' i piani per un attacco improvviso all' Europa occidentale. Questi piani furono mostrati nel '91 da Gorbaciov a Cossiga, all' epoca presidente della Repubblica, e sono stati pubblicati in diverse opere di storia militare. L' Unione sovietica avrebbe lanciato bombe atomiche per una potenza pari a 1.050 volte la bomba di Hiroshima e avrebbe invaso l' Europa con 180 divisioni corazzate".
L' Italia secondo Guzzanti sarebbe stata invasa dal Brennero, violando la neutralita' austriaca, da un' armata ungherese e cecoslovacca. "Le direttrici dell' avanzata - ha detto il parlamentare - coincidono con le citta' dove si sviluppo' piu' forte il terrorismo: Trento, Bergamo, Padova, Udine, Reggio Emilia, Milano e Torino. Non solo il terrorismo rosso, ma anche quello nero (come rivelarono i servizi jugoslavi all' ammiraglio Martini) erano gestiti dai sovietici. La funzione dei terroristi era deprimere e disarticolare la societa' italiana, per ostacolare la reazione all' avanzata sovietica".
Secondo il piano, l' Europa doveva essere conquistata in quindici giorni. A quel punto, i sovietici avrebbero messo al potere una classe dirigente collaborazionista. I nomi sono contenuti nella parte del dossier Mithrokin che non e' ancora stata resa pubblica. "L' archivista del KGB ha portato in Occidente 300.000 schede - ha detto Guzzanti - Gli inglesi che la hanno ricevute ne hanno date all' Italia solo 261, il cosiddetto dossier Impedian. Tutto il resto e' sparito. La mia idea e' che contenesse l' intera struttura del governo collaborazionista".
Secondo il parlamentare, Aldo Moro fu rapito dalle BR su incarico dei russi, che volevano carpirgli informazioni militari. "Moro - ha detto - era il fondatore dei servizi segreti italiani e il referente degli americani. Fu interrogato per 55 giorni, con un andirinvieni di corrispondenza, quindi fu ucciso". A far saltare i piani di invasione secondo Guzzanti fu l' elezione di papa Wojtyla: "La base di partenza delle 180 divisioni doveva essere la Polonia. L' appoggio del pontefice a Solidarnosc metteva a rischio questa base. Di qui il tentativo dell' Urss di uccidere il papa".

14 marzo 2005 - CONVEGNO SU MERZAGORA
"Il Corriere della sera"
Uno statista contro i partiti
ELZEVIRO Cesare Merzagora
Domani, alle ore 17, all' Ispi di Milano (via Clerici, 5) si terrà il convegno "Politica e finanza nell' Italia di Cesare Merzagora". Interverranno Franco Bruni, Fabio Cerchiai, Ferruccio de Bortoli, Marcello de Cecco, Francesco Giavazzi, Sergio Romano. Il moderatore sarà Boris Biancheri Il primo governo di centrosinistra durò poco meno di sette mesi, dal dicembre del 1963 al giugno del 1964. Sconfitto dai suoi stessi compagni di governo sul bilancio dello Stato e, in particolare, sul problema dei finanziamenti alle scuole private, Aldo Moro dovette salire al Quirinale e presentare le sue dimissioni ad Antonio Segni, presidente della Repubblica. Molti credettero che l' "apertura a sinistra", come era stata chiamata negli anni precedenti, fosse definitivamente fallita e parecchi, soprattutto nel mondo economico, tirarono un sospiro di sollievo. Un uomo, Cesare Merzagora, pensò che era arrivata finalmente la sua occasione. Era stato eletto alla presidenza del Senato dopo le elezioni del 1953. Era stato candidato alla successione di De Gasperi nel corso dell' estate, aveva intravisto l' elezione al Quirinale dopo la fine della presidenza Einaudi nel 1955 ed era diventato da allora il maggiore critico del sistema politico-economico che stava progressivamente emergendo in Italia dopo il declino dello statista trentino. Chi altri avrebbe dovuto prendere la guida del Paese nel momento in cui l' alleanza della Dc con i socialisti sembrava prossima ad abortire? Le cose andarono diversamente. Mentre Merzagora, sulla stampa di sinistra, era definito "golpista" e "gollista", il centrosinistra superò la sua prima "febbre di crescita" e Moro formò il suo secondo governo. Di lì a poco, quando Segni fu colpito da un ictus, Merzagora, come presidente del Senato, divenne capo supplente dello Stato e mantenne la funzione sino alla elezione di Giuseppe Saragat in dicembre. Ma le grandi porte della politica, per lui, si erano definitivamente chiuse. Rimase malvolentieri a Palazzo Madama e colse l' occasione per andarsene quando il Pci, nel 1967, lo attaccò per alcune "esternazioni", in occasione di un convegno, sulla degenerazione del sistema politico. Tornò al mondo degli affari, da cui era stato chiamato al governo nel 1947, e fu da allora presidente di due grandi aziende: Montedison e Assicurazioni Generali. Delle due accuse che gli furono mosse durante la crisi del 1964, la prima (golpista) fu certamente infondata. Sulla seconda (gollista) è lecito fare, col distacco del tempo, qualche distinzione. Fra Merzagora e de Gaulle corrono differenze e somiglianze. Mentre il primo, dalla presidenza del Senato, rivendicò le prerogative del potere legislativo contro la crescente invadenza e prepotenza dei partiti politici, il secondo non nascose mai le sue preferenze per una repubblica semipresidenziale. Mentre de Gaulle aspettò la sua ora nel ritiro di Colombey-les-Deux Eglises, Merzagora utilizzò, per il suo disegno, la leva parlamentare di cui disponeva. Ciascuno dei due era convinto che il "sistema dei partiti", come lo chiamava il generale, avrebbe corrotto la politica nazionale e impedito al Paese di realizzare le sue straordinarie potenzialità. Ma de Gaulle fu chiamato al potere dalla crisi d' Algeria e dal fallimento della classe politica che aveva cercato di scioglierne i nodi; mentre Merzagora sperò che il potere gli venisse consegnato da coloro di cui lui stesso non smetteva di deplorare le colpe e le carenze. Fu questa la ragione del suo insuccesso. Quanto più denunciava la corruzione del sistema e la cattiva gestione della economia italiana, tanto più i partiti facevano quadrato e vedevano in lui una minaccia al loro ruolo. Quanto più faceva leva sulla propria natura di uomo indipendente, al di sopra delle parti e necessario al Paese per le sue innegabili competenze economiche, tanto più Nenni, Saragat, Togliatti, Fanfani e Moro lo consideravano uno stravagante estraneo che si era arbitrariamente introdotto nella loro casa e cercava di sovvertirne le regole. Come avrebbe governato se avesse conquistato, finalmente, la presidenza del Consigl