Almanacco dei misteri d' Italia


Gladio, piano Solo, golpes vari, dossier Mitrokhin...
le notizie del 2002: gennaio
(recuperata in ritardo)
11 dicembre 2001 - E' MORTO ANTONIO VIEZZER
La notizia della morte, avvenuta quasi una settimana prima, e' ignorata dalla stampa. Soltanto il Gazzettino, l' 11 dicembre, pubblica un articolo sui funerali.
"Il Gazzettino"
Sei carabinieri hanno reso omaggio all'alto ufficiale Antonio Viezzer, deceduto nella Casa di Riposo "Padre Pio" di Tarzo dove era ospite dallo scorso mese di settembre Picchetto d'onore per l'addio al generale dei segreti
Negli anni Ottanta è stato uno dei protagonisti in alcuni processi sui misteri italiani: da Gladio al delitto Pecorelli
E' tornato per sempre a casa, nel suo paese natale, Soligo, il generale dei carabinieri Antonio Viezzer , deceduto presso la Casa di Riposo Padre Pio di Tarzo dov'era ospite dallo scorso mese di settembre insieme alla moglie Teodora. Nella chiesa parrocchiale solighese si sono svolti sabato scorso i funerali dell'ottantacinquenne ufficiale dell'Arma, negli anni '80 protagonista suo malgrado di alcune tra le vicende più oscure e delicate collegate alle indagini e ai processi sui servizi segreti deviati, il delitto Pecorelli, Gladio e la Loggia P2 del Venerabile Licio Gelli. Per le accuse, poi rivelatesi del tutto infondate, riguardanti un capitolo di questi anni oscuri della nostra Repubblica risalente al tempo in cui era segretario del reparto D del Sid, alle dipendenze del generale Gianadelio Maletti - l'allora tenente colonnello Antonio Viezzer fu addirittura incarcerato e per settanta giorni rinchiuso nel penitenziario romano di Regina Coeli. Un'esperienza durissima, che minò nel morale e nel fisico colui che amava definirsi soltanto un fedele servitore dello Stato, dal carattere mite e inoffensivo, secondo il giudizio di familiari e parenti che vivono a Soligo e Roma ¨"proprio per questo divenuto comodo capro espiatorio per responsabilità che non potevano appartenergli, ed erano invece interamente di altri". Però solo agli inizi degli anni '90 - con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione che riconosceva la totale estraneità di Antonio Viezzer ai fatti contestati, e poneva così fine ad una lunga vicenda giudiziaria durata quasi un decennio il militare solighese vide affermata dai giudici la propria innocenza, ed ottenne anche un risarcimento dallo Stato per l'ingiusta detenzione subita con il provvedimento di custodia cautelare. Secondogenito di Antonio e Vincenza De Faveri, laureato in lettere a Padova e per alcuni anni stimato insegnante al Collegio Balbi di Pieve prima di partire per la guerra, Antonio Viezzer svolse fino alla pensione la carriera nell'Arma. E proprio un picchetto d'onore di sei carabinieri ha reso omaggio al feretro durante le esequie, presiedute dal parroco don Italo Moras e animate dalle esecuzioni del coro parrocchiale di Soligo prescelte per la celebrazione dal cugino monsignor Mansueto Viezzer
Marco Zabotti

24 gennaio 2002 - STAMPA SU "THE SECRET HISTORY OF CIA"
CIA & MAFIA La fabbrica dei killer
corrispondente da NEW YORK
NELL'APRILE del 1955 l'allora presidente americano Dwight Eisenhower diede per la prima volta l'autorizzazione ai servizi segreti di attentare alla vita di leader stranieri considerati "nemici" ma i primi tentativi si risolsero in clamorosi ed imbarazzanti fallimenti per gli 007 di Washington. Il cinese Ciu En-Lai avrebbe dovuto saltare in aria sull'aereo dell'Air India diretto alla conferenza dei Paesi non allineati in programma a Bandung, in Indonesia, ma all'ultimo minuto cambiò programma ed il velivolo esplose senza di lui. La Cia provò allora ad avvelenarlo mettendo del veleno dentro la sua ciotola di riso a Bandung ma la pozione confezionata non si rivelò sufficientemente forte e Ciu En-Lai fece in tempo a tornare in aereo a Pechino per curarsi e riprendersi dal pericolo corso. Due anni dopo con l'egiziano Gamel Abdel Nasser che aveva nazionalizzato il Canale di Suez andò ancora peggio: venne avvelenato il suo pacchetto di sigarette ma il Raiss non gli si avvicinò mai perché nel frattempo aveva cambiato marca. Il compito di riabilitare il prestigio dell'Agenzia agli occhi del presidente toccò a William Harvey, un ex agente dell'Fbi molto abile, passato all'intelligence nel dopoguerra e distintosi per i successi ottenuti come residente a Berlino. Harvey prese in mano il reclutamento dei "free-lance" destinati a uccidere leader nemici con l'obbligo di rispettare un'unica regola: non dovevano essere cittadini americani perché nessuna traccia avrebbe mai dovuto rivelare il mandante. Memore degli anni passati in trincea con l'Fbi contro la criminalità organizzata negli anni Quaranta Harvey ebbe un'idea: arruolare dei sicari siciliani. Aveva imparato a sue spese che si trattava di gente spietata e affidabile. La proposta arrivò sul tavolo di James Jesus Angleton, capo del dipartimento anti-terrorismo della Cia, che però la bocciò seccamente: "Mai reclutare dei siciliani, rischieremmo di essere ricattati per sempre dalla mafia". Angleton non riteneva opportuno trovare dei killer "free-lance" in Sicilia: chiunque fosse stato reclutato perché "affidabile e spietato" sarebbe stato legato alla mafia e dunque avrebbe messo la Cia nella imbarazzante condizione di dover restituire il favore. L'episodio è rivelato dal reporter investigativo Joseph Trento nel suo "The Secret History of Cia" uscito per i tipi dalla Prima Publishing della casa editrice Random House e redatto sulla base dei documenti recentemente declassificati sulle indagini condotte nel 1975 dalla commissione Servizi Segreti del Senato sugli ordini impartiti dalla Casa Bianca per eliminare leader stranieri. Quell'inchiesta del Congresso contribuì alla decisione adottata del presidente Gerald Ford di non consentire più alla Cia di attentare alla vita di un leader straniero. I documenti studiati da Trento sottolineano a più riprese l'attenzione che Angleton riservava per l'Italia e, in particolare, ricostruiscono un incontro avuto da lui a Roma con il leggendario agente britannico Harold "Kim" Philby nel 1946. Dall'indomani della fine del fascismo Angelton era divenuto il capo del controspionaggio in Italia e quindi dell'ufficio dell'Oss (antenata della Cia) in via Archimede che coordinava tutte le operazioni nell'Europa del Sud contro i partiti comunisti e gli agenti dell'Urss. Philby giunse a Roma da Istanbul e diede ad Angleton i primi suggerimenti su come infiltrare ed arginare la crescita del pci. "Quello schema operativo deciso a Roma contro il pci sarebbe divenuto un esempio per le operazioni contro i partiti politici filo-sovietici in altre parti del mondo" scrive Trento. Durante gli anni di Angleton in via Archimede l'intelligence americana usò Roma come una vera trincea nella guerra segreta contro il blocco sovietico denominata "Operazione Rollback" (Respingere), ingaggiata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Proprio ai dettagli di "Operation Rollback" è dedicato il libro "La guerra segreta dell'America dietro la Cortina di Ferro" scritto da Peter Grose, ex direttore di Foreign Affairs, e pubblicato dalla Mariner Books di Boston. Nel maggio del 1948 - un mese dopo aver aiutato la Democrazia Cristiana a sconfiggere nelle urne le sinistre riunite nel Fronte popolare - i servizi americani installarono nel cuore di Roma il centro di addestramento per "gladiatori" romeni, destinati ad essere inviati a Bucarest con due compiti: sabotaggio delle forze dell'Armata Rossa e monitoraggio di possibili movimenti di truppe verso la Jugoslavia di Tito o contro l'Occidente. Era stato l'ultimo premier noncomunista rumeno Nicolae Radescu, fuggito in Occidente nel 1946, a proporre al presidente americano Harry Truman di creare una "legione di gladiatori" oltre la Cortina di Ferro attingendo ai ventimila romeni in divisa già membri della "Guardia di Ferro", fuggiti in Austria e Germania durante la ritirata delle truppe tedesche e trasferitisi in maggioranza dopo la guerra in Francia ed Italia. "Molti di questi romeni in età militare sono etnicamente tedeschi e di simpatie fasciste" disse Radescu durante un incontro al Dipartimento di Stato per rassicurare gli americani sulla loro affidabilità. L'"Office of Policy Coordination" (Opc) dell'intelligence Usa - più tardi assorbito dalla Cia - selezionò alcuni gruppi scelti di ex Guardie di Ferro indirizzandoli verso campi di addestramento per operazioni di spionaggio e sabotaggio creati in Germania, Italia e Grecia. Peter Grose afferma che gli stanziamenti per il Piano Marshall destinati a questi tre Paesi servirono di copertura per trovare i fondi necessari e Vincent Cannistraro, ex capo del controterrorismo della Cia, non lo esclude ricordando che "all'epoca vigevano regolamenti antecedenti alla nascita della Cia". Frank Wisner, residente americano a Bucarest, affidò l'addestramento dei romeni a Roma ad un agente molto chiacchierato, Robert Bishop, che nei tre anni precedenti aveva rischiato la corte marziale ed era stato obbligato a sottoporsi sia a cure anti-alcool che a terapie psicologiche. Bishop nel 1948 ricevette non a caso la missione romana in qualità di "free-lance" ma era la sua occasione per riscattarsi e si diede molto da fare. Installò la sede della "scuola" di controspionaggio nel seminterrato di una Chiesa della capitale, dove i romeni seguivano corsi di trasmissione radio e raccolta di informazioni mentre al piano di sopra si svolgevano regolarmente i servizi liturgici. La coincidenza fra lezioni teoriche da 007 e preghiere aiutava a mascherare il flusso dei "gladiatori", che potevano essere scambiati per fedeli. "Quanto descrive Grose sulla base dei documenti declassificati da lui raccolti è verosimile e non mi sorprende - commenta Cannistraro - è possibile che in circostanze simili vennero istruiti anche i membri italiani di Gladio". Per le esercitazioni pratiche Bishop portava i romeni lontani dai luoghi più frequentati, nelle strade di periferia della capitale, dove venivano simulate vere e proprie operazioni di guerriglia che si sarebbero dovute svolgere nelle strade di Bucarest in caso di insurrezione contro il regime comunista. I "gladiatori" rumeni più promettenti venivano selezionati da Bishop, che li inviata in Grecia dove, nei pressi di Atene, in una base militare Usa, imparavano a sopravvivere in clandestinità ed a lanciarsi con i paracadute. L'operazione "Rollback" iniziò nel 1950 e terminò formalmente tre anni dopo, quando Truman lasciò la Casa Bianca. Per 36 mesi Roma aveva ospitato centri di reclutamento, addestramento e guerriglia anticomunista romena. Resta l'interrogativo se i governi italiani dell'epoca, guidati da Alcide De Gasperi, avevano dato il formale benestare oppure se l'"Operazione Rollback" si volse a loro totale insaputa.

26 gennaio 2002 - EDGARDO SOGNO, COMMEMORAZIONE SENZA TARGA
L' inaugurazione della targa commemorativa di Edgardo Sogno, posta sulla facciata della casa torinese in cui Sogno ha vissuto, e' rinviato di almeno tre settimane per "intoppi burocratici". La cerimonia e' stata bloccata dal presidente del consiglio comunale Mauro Marino, in base a un decreto del 1927, che impone di attendere dieci anni dalla morte oppure di chiedere una deroga alla Prefettura per scoprirla. In ogni caso l' affissione della targa deve avere l' approvazione della commissione toponomastica del Comune. "La lapide verra' comunque scoperta fra tre settimane, al massimo entro fine marzo", ha detto Claudio Piretto, portavoce del "Comitato per le Liberta' Edgardo Sogno", dopo che stamattina la commemorazione del 'partigiano bianco' e' stata fatta in sordina, davanti alla targa coperta da un bandiera italiana. Erano presenti, tra gli altri, due compagni della Organizzazione Franchi, di cui Sogno era comandante: il generale Aldo Li Gobbi e Anniboldi Brichetto, padre di Letizia Moratti. Nel pomeriggio la storia di Sogno e' stata ripercorsa durante un convegno a Villa Gualino, dal titolo "Torino ha un sogno: Ricordando Eddy", dove domami mattina si riunira' l' assemblea nazionale dei comitati per le liberta', di cui fa parte anche quello intitolato a Sogno. Eleggeranno il loro presidente e gli organi esecutivi.

31 gennaio 2002 - COSSIGA, AUTENTICHE LISTE MITROKHIN, ALCUNI NOMI LI SAPEVAMO
Francesco Cossiga ospite della trasmissione di Barbara Palombelli, "Ventotto minuti" su Radio Due, dice: "Qualche segreto ancora ce l'ho" e subito aggiunge:"Non voglio mettere paura a nessuno, ma alcuni nomi del dossier Mitrokhin noi li sapevamo gia'. Le liste a mio avviso sono pienamente autentiche. Di due o tre persone lo si sapeva". L'ex capo dello Stato ha poi in parte ridimensionato le voci secondo le quali sarebbe depositario di molti segreti della prima Repubblica. "E' vero e in che quota?", ha chiesto la giornalista. "In larghissima quota non e' vera - ha risposto Cossiga - poi alcune cose che prima erano un segreto, con la caduta del muro di Berlino non lo sono piu' state. Alcune le ho dimenticate e poi non interesserebbero il grosso pubblico, come il fatto che sapevo dove erano i depositi delle armi nucleari".
 

31 gennaio 2001 - MITROKHIN: GUIDO CAPPELLONI
"Il Resto del Carlino"
"Il Kgb mi voleva come spia"
di Elena Cardola
GROTTAMMARE - "Non ho mai nascosto di aver ricevuto, per conto del Pci, finanziamenti da parte dell'ex Urss, ma non è vero né che il dossier Mitrokhin mi collocava tra le spie del Kgb né che io, ovviamente, lo fossi". Parola di Guido Cappelloni, ex tesoriere del partito ed attuale membro della direzione di Rifondazione Comunista, da qualche mese trasferitosi nel buen retiro della Perla dell'Adriatico dopo l'allentamento dell'attività politica che, comunque, per metà settimana, lo porta a raggiungere la Capitale. Maceratese di nascita e di studi, Cappelloni, dopo due mandati da parlamentare nel Pci (eletto nel '76 e nell'83 nell'allora unico collegio regionale marchigiano), è stato tra coloro che, nel '91, contrari alla decisione di Occhetto, hanno dato vita a Rifondazione Comunista di cui è anche, attualmente, presidente del collegio di garanzia. Un nome, insomma, forse poco noto ai più ma di quelli che contano nel panorama politico nazionale, tanto da finire anche lui coinvolto nello scandalo del dossier Mitrokhin, "ma solo per il ruolo che allora ricoprivo, di tesoriere, e non di spia (cosa ben diversa). Il flusso di denaro dall'Unione Sovietica non è né era un mistero e non me ne vergogno perché quanto ricevuto, chiaramente non a livello personale, è servito per finanziare le attività di partito. Ci fu un episodio che mi fece sospettare che qualcuno volesse 'contattarmi' ma, proprio perché ero molto attento a cose di questo genere, rifiutai l'incontro. D'altra parte esisteva una sorta di fondo di solidarietà che serviva ad aiutare i compagni o i partiti che ne avevano bisogno". Storie di spie a parte, oggi Cappelloni si gode il mare, la tranquillità e le bellezze della cittadina, "che ho scelto come residenza per tanti motivi. Oltre ai legami familiari (ho sorelle e nipoti ad Ascoli) mi attirava il mare. Non nego che, a determinare la scelta, abbia anche contribuito il fatto che qui ci sia come sindaco un compagno di Rifondazione". E così lo spunto è buono per un commento sull'attuale primo cittadino "che ha una storia politica diversa dalla mia (Rossi viene da Dp, ndr), ma nei confronti del quale nutro grandissima stima. Credo che, terzo mandato da sindaco o no, potrà trovare una collocazione politica adeguata alle sue capacità che sono notevoli. Rossi gode nel partito di apprezzamento e quindi penso che non sarà difficile possa avere una sistemazione che ne ricompensi l'attivismo". Una "benedizione" che magari funga da ulteriore volano per futuri incarichi di segreteria politica a livello provinciale e regionale? "Non ho detto questo - spiega Cappelloni, che partecipa alle riunioni del circolo di Rc grottammarese - ma certo penso che Rossi possa guardare positivamente in là". Quanto poi al futuro amministrativo della cittadina, in cui da anni le varie forze di sinistra si prendono e si lasciano, l'onorevole non si pronuncia limitandosi a un "non ho elementi. Non so cosa succede ed è successo a livello locale, ma certo a livello nazionale oggi non ci sono le basi per accordi che siano solo strumenti per mandare a casa Berlusconi". Ma c'è da scommettere che a Grottammare la sua esperienza ed il suo peso non rimarranno lettera morta.
di Elena Cardola
 
 


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