Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: giugno-agosto |
4 giugno 2003 - CASO MORO E "ANELLO": DE MICHELIS
www.clorofilla.it
Dopo Rino Formica, Gianni De Michelis. Con l'opinione del segretario del Nuovo Psi prosegue il viaggio di Clorofilla nei retroscena del rapimento e della morte dello statista Dc: "Indagate su Taviani"
Caso Moro. "L'Anello? E' strano che emerga solo ora questa storia"
di Alessio Iacona
Un superservizio segreto alle dipendenze (informali) della presidenza del Consiglio. Una struttura clandestina, chiamata l'Anello, nata nel primo dopo guerra e che avrebbe potuto, nel 1978, svolgere un ruolo fondamentale nella liberazione del presidente Aldo Moro, in mano alle Brigate Rosse. Ma che non agì, sebbene avesse scoperto il covo dove lo statista era rinchiuso, perché l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti ordinò di lasciar perdere dicendo: "Moro vivo non serve più a nessuno".
Roma - Lo scenario descritto dal giornalista Paolo Cucchiarelli in una lunga inchiesta, pubblicata a fine maggio da Diario. Un'indagine che svela nuovi retroscena del rapimento Moro, ma la cui pubblicazione è stata accolta dal silenzio quasi impenetrabile dei media italiani. Clorofilla, invece, continua la sua inchiesta e, dopo l'ex ministro socialista Rino Formica, chiede all'onorevole Gianni De Michelis cosa pensi dell'inchiesta di Cucchiarelli: "Io non posso sapere se l'anello esiste o non esiste - risponde - vorrei però capire perché proprio ora qualcuno ha avuto interesse a raccontare questa storia. Qual è la ragione che, a dieci anni dalla fine della logica di Yalta, ha spinto qualcuno a tirare fuori queste cose".
In un libro uscito da poco, De Michelis racconta infatti la storia degli ultimi 50 anni in Italia ("L'ombra lunga di Yalta", Marsilio editore), descrivendo l'intesa secondo la quale l'Italia è stata divisa non fisicamente come la Germania ma all'interno, in una parte corrispondente alla logica dell'Est e una a quella dell'Ovest. "Questa divisione ha fatto sì - spiega - che nel Paese per 50 anni le logiche del 'sopra il tavolo' e 'sotto il tavolo' si siano mescolate. Quello che è successo sotto il tavolo lo conosco solo in parte, e può darsi che ci sia stato anche l'Anello. Bisogna vedere le prove".
Prove a parte, l'ex presidente Francesco Cossiga ha dichiarato a Clorofilla che, per quanto ne sa lui l'Anello non esiste: "Può darsi che abbia ragione e lui ne sapeva certo più di me. Ma - aggiunge l'ex ministro socialista - anche Cossiga dovrebbe dire la sua sul perché una storia del genere sia stata inventata adesso". Anzi, rincara, sarebbe il caso di chiederlo a Deaglio, direttore di una rivista che, testuali parole, "campa sull'inventarsi le cose".
Se non sulla veridicità dell'inchiesta, è lecito avanzare ipotesi sul perché questi fatti emergano soltanto oggi: non bisogna infatti dimenticare che il pubblico ministero responsabile dell'inchiesta sull'Anello, Franco Ionta, ha da poco chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso per la caduta di molti reati in prescrizione. Ciò può in parte spiegare la pubblicazione tardiva dell'indagine di Cucchiarelli.
"Lo stesso nome 'Anello' mi sembra un po' ridicolo - commenta De Michelis - voglio dire, Tolkien l'abbiamo letto tutti. E' come quando sento Igor Marini parlare del 'ranocchio', la 'cicogna' e la 'mortadella'. Mi fa ridere l'idea che qualcuno possa pensare che si usassero dei soprannomi come quelli. Questo fa torto all'intelligenza media non degli italiani, ma degli esseri umani in generale. Se davvero si vuol ragionare seriamente del 'sotto il tavolo', - aggiunge - non si può pensare che tre persone organizzino un reato di quel tipo e diano a se stessi dei soprannomi per nascondere la loro identità come Mortadella (Prodi), Cicogna (Fassino) e Ranocchio (Dini)".
L'ex ministro degli esteri fa riferimento allo scandalo Telekom Serbia, per l'acquisto della quale Telecom Italia avrebbe versato una tangente da 33miliardi di vecchie lire nel '97. E' quanto sostiene il faccendiere Igor Marini, secondo cui questi soldi sarebbero andati a finire su un conto in Svizzera e poi nelle tasche anche di Prodi, Dini, e Fassino, allora rispettivamente capo del governo, ministro degli Esteri e sottosegretario alla Farnesina. Una storia che torna a galla ogni volta che si parla della candidatura di Prodi nelle file del centrosinistra alle prossime elezioni politiche.
Ma cosa pensa De Michelis del caso moro a 25 anni di distanza? "Non ho letture né notizie particolari - risponde - Credo che la logica di Yalta abbia operato più che mai in quel momento. Una logica secondo la quale l'Italia, essendo stata divisa in due sfere d'influenza, era stata messa sotto controllo in modo tale che esistesse una specie di termostato per cui nessuno potesse debordare dai limiti che i due fronti si erano reciprocamente imposti Dopodiché - prosegue - il caso Moro potrebbe essere interpretato come una scheggia impazzita sfuggita a questo controllo. L'interpretazione di Cucchiarelli è solo una delle molte possibili". Dunque, secondo il leader del Nuovo Psi, la verità storica dettagliata non si saprà mai: "Quello che conta invece è il tentativo di lettura complessiva del periodo - spiega - della fase precedente e di quella successiva, perché se l'interpretazione è quella che ho dato io, si capisce anche mani pulite".
L'unico dato di fatto è che, a distanza di 25 anni, non si riesce a fare luce sul caso Moro. Per la stessa ragione, suggerisce De Michelis, che ha impedito di fare chiarezza sull'assassinio di Kennedy: "E' sempre questo misto di 'sopra al tavolo' e 'sotto il tavolo'. Adesso ci si occupa della questione Moro non tanto per i 25 anni dalla sua morte, quanto per il fatto che è stato fatto un film. 'Piazza delle 5 lune' vale come Jfk di Stone: per lanciarlo si è puntato ad agitare un po' le acque. E voi vi prestate come Deaglio a fare di propaganda al film". Secondo l'ex ministro socialista in questa Italia che ormai è provinciale e di terza fila, Martinelli ha fatto una specie di Jfk, "ma questi intellettuali italiani non sono neanche capaci di copiare. Il film non l'ho visto e non lo voglio giudicare. Boccio l'operazione politico-intellettuale".
Non è la prima critica subita dal regista, il quale si è già difeso sostenendo che il cinema italiano è quasi tutto intrattenimento. "Non è vero - risponde De Michelis - perché da Rosi in poi il cinema italiano film di questo genere ne ha fatti. Il mio amico Giuseppe Ferrara si è specializzato nel fare film come questi. Martinelli è solo un tardo epigono in un filone che c'è sempre stato. Non può alzare la bandiera di quello per la prima volta che fa il cinema che disvela la storia. Presenta delle storie filmate - chiarisce - delle verità che non può dimostrare per farsi un po' di propaganda e avere più spettatori".
Infine, l'occasione è ghiotta per chiedere al leader socialista come giudica il ruolo svolto da Taviani all'epoca del rapimento dello statista Democristiano: "Nel mio libro sostengo che Taviani sia stata una figura chiave nella logica di Yalta. Un logica di cogestione: i due partiti più uguali degli altri erano il Pci e la democrazia cristiana. Dalla parte dei comunisti i soggetti erano quel gruppo dirigente collettivo che stava nella logica comunista, quello che io chiamo il Kgb italiano. Nella Dc - continua - credo che Taviani abbia giocato un ruolo assolutamente straordinario. E non a caso Taviani e Violante, nell'epoca di Moro, si sono trovati dalla medesima parte della barricata".
Una teoria che sembra ben spiegare anche il modo in cui l'allora ministro si adoperò per screditare Moro. "Il presidente della Dc conosceva così bene questa logica di Yalta da rappresentare un pericolo. Tra l'altro basta leggere le memorie di Taviani e osservare come, nell'ultima parte della sua vita, egli sia stato così filocomunista, pur essendo sempre stato sempre un democristiano moderato. O anche perché, nella fase di mani pulite, Taviani sia stato così dalla parte di mani pulite". Dunque il suggerimento dell'onorevole Gianni De Michelis è indagare ancora sul filone Taviani. Grazie, già fatto.10 giugno 2003 - USCITO IN LIBRERIA "BRENNERO CONNECTION" DI FLAMINI
E' uscito in libreria il nuovo libro di Gianni Flamini (da non confondere con Sergio Flamigni) "Brennero connection - alle radici del terrorismo italiano", edito da Editori Riuniti. Nell' ultima di copertina il libro viene cosi' presentato:
"Della questione altoatesina si conoscono gli aspetti politico-diplomatici e di tutela delle minoranze, mentre e' quasi completamente trascurato il lato militare clandestino. Con la guerra fredda il confine del Brennero divenne gradualmente un avamposto dell' Occidente contro un' ipotetica invasione dall' Est. Bisognava a tutti i costi garantirne l'inviolabilita'. A questo scopo, e giudicando nocivo l'attivismo di un pangermanesimo mirante al ricongiungimento con l'Austria, il governo italiano, con l'appoggio della Nato, fini' per promuovere una lunga e segreta campagna di guerra cosiddetta non ortodossa. Le ragioni dell' irredentismo sudtirolese vennero zittite e strumentalizzate e la piccola "Heimat" al di qua del Brennero divenne un laboratorio di sperimentazioni politico-militari che servirono a collaudare un fenomeno mostruoso: il terrorismo italiano. In sostanza e' la' che furono sperimentate concretamente le tecniche della strategia della tensione, della provocazione e della strage. Ed e' la' che si inventarono procedimenti speciali per la "difesa dell' Occidente", usati prima dietro il baluardo del Brennero e poi sull' intero territorio nazionale. La questione altoatesina rappresenta anche un classico esempio di utilizzazione del terrorismo per il raggiungimento di scopi politici pubblicamente impresentabili. Un esempio drammaticamente e universalmente attuale".11 giugno 2003 - CASO MORO: CLOROFILLA PRESENTA NUOVO LIBRO DI BISCIONE
"www.clorofilla.it"
"La P2 è viva e lotta in mezzo a noi". Il 19 giugno prossimo, alle 18.00, a Roma presso la Fondazione Basso verrà presentato il nuovo libro di Francesco M. Biscione. A Clorofilla alcune anticipazioni dall'autore "impressionato" dall'inchiesta sullo statista Dc realizzata dal cronista parlamentare, Paolo Cucchiarelli
"Siamo vicini alla verità sul caso Moro"
di Francesca Onorati
Francesco M. Biscione si dedica da anni allo studio della storia contemporanea.
Noi di Clorofilla lo avevamo già incontrato in occasione del 25ennale dalla morte di Aldo Moro per trovare nuove ipotesi e rivelazioni legate al Memoriale dello statista democristiano, di cui Biscione è il maggiore e il più onesto conoscitore.
Oggi torniamo a parlare con lui, poiché proprio dalla lettura di quelle carte, è nato lo spunto per un libro, Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell'antifascismo, edito recentemente da Bollati Boringhieri, che apre nuovi scenari sulla storia della prima e della seconda repubblica italiana e aiuta a comprendere molte delle vicende politiche attuali.
Con l'espressione il "sommerso della repubblica" lei definisce quell'insieme di forze extraistituzionali che, nel corso della prima repubblica, mirarono progressivamente a escludere i comunisti dal governo e a liquidare il sistema politico fondato sull'antifascismo...
La storia politico-istituzionale del paese e la storia della società italiana non hanno proceduto di pari passo. La nostra vicenda istituzionale è, in sintesi, lo sviluppo del progetto repubblicano e costituzionale che si affermò negli anni 1943-48, dai grandi scioperi del marzo '43 fino alla promulgazione della Costituzione, attraverso la guerra di Liberazione e i governi del Comitato di liberazione nazionale. Nel '47, in concomitanza con il dispiegarsi della guerra fredda, avvenne una rottura tra i partiti antifascisti, e le sinistre (il Pci e il Psi) furono costrette a lasciare il governo per passare all'opposizione. Questo fatto non mise in discussione il patto costituzionale, attorno al quale si era formata la classe politica della cosiddetta prima Repubblica e che è rimasto a lungo il riferimento operante di tutte le forze politiche. Su un altro versante però, questo patto non coinvolgeva per intero il paese, nel senso che molti strati sociali non si riconoscevano in esso e, di fatto, lo subivano. Pensi soltanto al successo che ebbe nell'immediato dopoguerra la destra qualunquista.
Secondo lei i berlusconiani sono eredi di quella destra, di quei settori dell'esercito e dell'imprenditoria che in funzione antigovernativa attuarono pratiche golpiste e ebbero un ruolo nell'applicare la strategia della tensione. Come si è arrivati oggi a cogliere quell'eredità?
Negli equilibri che si stabilirono nel 1947-48 la Democrazia cristiana ha avuto un fondamentale ruolo di mediazione. Partito antifascista e democratico, ha tentato di contemperare due diverse esigenze: tener fede al patto costituzionale e dare spazio alle pulsioni di una società complessa e articolata. Nel far questo però ha anche dovuto legittimare una parte delle pulsioni provenienti dal sommerso. Per esempio, non sono recenti, né marginali, i rapporti tra settori della Dc e il crimine organizzato in Sicilia. Con la fine della Dc - dovuta largamente al crollo dell'Unione Sovietica - l'area politica del sommerso è stata largamente intercettata da Forza Italia, partito che, per formazione e cultura, non appartiene alla tradizione dell'antifascismo.
Non vi è però un rapporto diretto e meccanico tra il sommerso e la strategia della tensione.
Perché secondo lei il "Piano di rinascita democratica" elaborato dalla P2 è pertinente al dibattito attuale e foriero di idee vive ancora oggi?
La P2 dispiega le ali nel 1975-76, allorché appare chiaro che il sistema politico nato nel dopoguerra si sta avviando verso una crisi grave, perché non riesce a far scaturire dal suo seno un'opposizione credibile (il legame del Pci con Mosca è ancora vivo e costituisce un serio impedimento a una piena assunzione di responsabilità governative da parte del maggior partito di sinistra). Il progetto piduista prevede il superamento di quel quadro politico, cioè della cosiddetta prima Repubblica, ma anche la liquidazione di tutti o di gran parte degli organismi di controllo e di sindacato su cui si fonda una società complessa. In questo senso il piano della P2 costituisce la base per una revanche delle classi dirigenti stanche non solo dei lacci e dei lacciuoli della burocrazia, ma insofferenti alla stessa democrazia. Il progetto di Berlusconi è, nelle mutate condizioni storiche, il medesimo di allora.
Per questo non si capisce Berlusconi senza comprendere la P2, come non si capisce la P2 senza comprendere il ruolo della strategia della tensione.
Quanto di questa riflessione le è stato suggerito dal Memoriale di Moro e quanta consapevolezza aveva Moro della conflittualità interna al tessuto politico e sociale del paese?
Mi pare vi sia una continuità sostanziale tra quest'ultimo libro e la mia ricerca precedente. Nel Memoriale mi aveva colpito la visione complessiva del processo storico; allora mi ero messo a cercare se e in quale misura alcuni giudizi espressi da Moro erano fondati. Ho scoperto alcuni aspetti poco noti del potere in Italia negli anni Settanta, ma sono riuscito a capire anche il drammatico bilico nel quale Aldo Moro si era trovato nel voler compiere un'operazione così controcorrente - ancorché obbligata, dal punto di vista del sistema politico italiano - come quella di portare il Pci al governo.
Per rispondere alla sua domanda in senso stretto, in Aldo Moro, e non solo negli scritti del "carcere del popolo", ho trovato la più elevata e lucida consapevolezza su quali fossero il destino, la missione e i vincoli del partito democristiano. Una delle più acute e affascinanti descrizioni del sommerso si deve proprio a lui.
Che idea si è fatto del caso Moro, dopo le recenti rivelazioni esposte nei libri di Fasanella, di Satta, di Flamigni?
Il libro di Fasanella e Rocca, per la parte relativa al delitto Moro, mi è parso un po' azzardato, nel senso che enfatizza indizi pur consistenti ma che non consentono, oggi, una ricostruzione convincente del ruolo di Igor Markevic nel sequestro Moro.
Diverso, e per qualche verso opposto, appare il libro di Vladimiro Satta, scritto nel tentativo di chiudere la querelle con la disfatta della dietrologia. La sua minuziosa ricostruzione documentaria in verità fa acqua da tutte le parti. L'autore ha qualche ragione nel criticare vari aspetti della dietrologia, ma quando tira le somme e propone una rilettura dell'intera vicenda, il risultato è desolante e, quel che più conta, arbitrario e "ideologico". Satta non si rende conto che la documentazione finora emersa consente - senza fare alcuna violenza né alla logica né alle carte - una ricostruzione del tutto diversa da quella che vede le Br in una lotta senza quartiere contro lo Stato e questo tutto proteso alla liquidazione del terrorismo. Per le informazioni e la documentazione di cui disponiamo, pare a me quasi certo che settori degli apparati conoscessero la dislocazione territoriale delle Br, compresa la prigione di Moro, durante il sequestro e che, come sostenuto a suo tempo da Giovanni Pellegrino, attorno al "carcere del popolo" si sia svolta un'intensa trattativa.
Nell'ultima "Tela del ragno" di Sergio Flamigni, infine, non vi sono grandi novità rispetto alle precedenti edizioni. Vi è una particolare enfasi (come pure nel film di Martinelli, ispirato da Flamigni) sull'appartenenza di Moretti a Hypérion, cioè a una sorta di "camera di compensazione" nella quale servizi dell'est e dell'ovest si scambiavano favori. Mi pare un argomento valido, ma che spiega solo un aspetto della concreta dinamica del sequestro e dell'omicidio di Moro.
Qual è la sua impressione riguardo l'inchiesta di Cucchiarelli pubblicata da Diario? Secondo Cossiga l'Anello non esiste...
Su Cossiga vale ancora una vecchia battuta di Beppe Grillo: ci ha raccontato come andava a finire la telenovela Beautiful, ma non come era finito il sequestro Moro. L'articolo di Paolo Cucchiarelli su "Diario" mi ha molto impressionato; si dovranno certamente vedere nel loro insieme le carte dell'inchiesta di Roma e di Brescia. Anzi, essendo l'inchiesta in via di archiviazione per prescrizione dei reati o per morte degli indiziati, sarebbe opportuno che un organismo parlamentare acquisisse quelle carte per studiarle e darne pubblica ragione. Se le dichiarazioni di Ristuccia non sono false o telecomandate, saremmo abbastanza vicini alla verità sul delitto Moro. Semmai è curioso il silenzio della stampa sui verbali resi noti da Cucchiarelli. Anche di recente, per un articolo di "Famiglia cristiana" sulla vicenda di Arconte vi sono state inchieste giornalistiche e programmi televisivi, e in quel caso la documentazione era più incerta e la storia meno significativa. Qui abbiamo invece una fonte che parla, sia pure "de relato", degli aspetti centrali del sequestro e dell'omicidio di Moro.11 giugno 2003 - CASO MORO E "ANELLO": EDITORIALE DI CLOROFILLA
"www.clorofilla.it"
Un "Anello" teneva uniti i partiti della Prima Repubblica, Pci compreso? La morte di Moro, la "sofferenza" di Cossiga, le dimissioni forzate di Guzzanti. Ordinarie manovre sotto i tavoli delle stanze dei bottoni. Clorofilla continuerà a parlarne...nonostante Paolo Mieli
L'editoriale. Quando la notizia non fa notizia
Roma - Dc, Pci, Psi. Un Anello ha tenuto per anni agganciate in un misterioso patto di ferro queste sigle. Un superservizio segreto, probabilmente specializzato in omicidi perfetti, realizzati cioè in modo da farli apparire come banali incidenti. Il noto servizio, così pare venisse definito dai beninformati, era formato da speciali spioni alle dipendenze della presidenza del Consiglio. Dicono che operò dal dopoguerra fino alla metà degli anni Ottanta.
E' l'ultima notizia, che non fa notizia, per decisione insindacabile di Mieli e company. Nonostante più nessuno ormai può mettere in dubbio il ruolo avuto, finora, da poteri occulti come la P2 nella gestione della finanza, della politica, del terrorismo e della criminalità organizzata. Ne sapeva, probabilmente, qualcosa il senatore De Martino quando cedette il partito socialista nella mani di Bettino Craxi o magari anche quei due socialisti, anche loro scomodi, morti in un incidente stradale. E qualcosa potrebbe dirci persino il presunto agente Marte? Mah, a saperlo chi è l'agente Marte. Lo sa forse Cossiga che "soffrì sia nel sequestro Moro che nel suo epilogo". Misteri della fede.
Fossimo animisti potremmo almeno sperare nelle rivelazioni di qualche macchina da scrivere abbandonata nelle cantine del quotidiano Il Popolo da dove, stando a quanto qualcuno da qualche nave in mezzo a qualche parte dell'oceano vorrebbe farci credere, sarebbe stato "battuto" il famoso falso comunicato in cui si annunciava l'avvenuta esecuzione di Moro e l'abbandono del corpo nel lago della Duchessa. Misteri d'Italia. E', a dir poco, complicato orientarsi per scindere il grano dal miglio. A meno che non sei navigato ed esperto come Paolo Guzzanti, giornalista al quale l'Avanti chiese improvvisamente le dimissioni per motivi ancora poco chiari. A lui l'ex presidente picconatore sembra abbia confessato: "Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro".
Ipotesi di lavoro, dietrologie, fandonie create ad arte per alzare un polverone utile solo a infangare la nostra prima Repubblica con i suoi migliori uomini? Certo è che in qualche stanza delle procure di Brescia e Roma qualche dubbio deve essere venuto, se è vero che stanno ancora lì a rompersi la testa per capire cosa è successo sotto i tavoli dei salotti buoni della politica nazionale. Per ora comunque la verità resta tabù. E lo sarà, verosimilmente, fintanto che quei personaggi e i loro bracci armati continueranno a vivere. E in qualche caso, probabilmente, anche a svolgere funzioni di responsabilità per lo Stato. Vietato, dunque, aprire gli occhi. Vorremmo. Obbedendo si vivrebbe certamente meglio. Ma è più forte di noi. Clorofilla continua a fare doverosamente il suo mestiere.
La ricerca quindi continua. A tutto campo su cultura, medicina, ambiente, mafia, Medioriente, terrorismo. Anche se a qualcuno potrà apparire politicamente scorretto.11 giugno 2003 - PIANO SOLO: CONVEGNO "LA GUERRA FREDDA E IL GEN.DE LORENZO"
ANSA:
Giovanni De Lorenzo fini' nel mirino dell'Est e dell'Ovest. E' quanto emerso da un convegno organizzato a Roma dai gruppi parlamentari di An sul tema "La guerra fredda e il generale De Lorenzo".
Nel mirino dell' Est, col Kgb che alimenta la campagna sul cosiddetto 'Piano Solo', in conseguenza della sua attivita' che mirava a potenziare, anche sul 'fronte interno', l'attivita' di intelligence. E nel mirino dell' Ovest, che gli fa pagare, in un intreccio di strumentalizzazioni, interessi personali, 'cordate' politico-militari, il suo no all' industria militare Usa che aveva piazzato in Italia il carro armato M-60, che costava in maniera spropositata e tra l'altro, trasportato su treno, non sarebbe passato all' interno delle gallerie ferroviarie italiane.
Un doppio fronte di attacco che fece di Giovanni De Lorenzo, il generale con il monocolo, "l'uomo nero" dei servizi italiani, un personaggio che lega ancora oggi il suo nome, impropriamente secondo magistratura, commissione d'inchiesta parlamentare e anche di un'ormai ampia schiera di storici e studiosi, al 'golpe' dell' agosto del 1964.
Alla figura del generale, i gruppi parlamentari di An di Camera e Senato dedicano oggi un convegno ("La guerra fredda e il caso De Lorenzo") che si svolge a Palazzo Marini.
De Lorenzo, responsabile dei servizi di sicurezza, comandante generale dell' Arma dei Carabinieri, capo di Stato Maggiore dell' esercito e infine parlamentare del Msi-Dn, fu un personaggio di primissimo piano nella politica della sicurezza e del controspionaggio in Italia. L'ipotesi di analisi del convegno e' che De Lorenzo sia stato messo fuori gioco, con la nota campagna stampa che parti' nel 1967, per puntare sullo smantellamento degli apparati d'intelligence ritenuti all' epoca tra i migliori del mondo.
Un 'pedaggio' conseguenza anche delle scelte di De Lorenzo in tema di controspionaggio e di attenzione al cosiddetto 'fronte interno'. "De Lorenzo - ha detto Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione Mitrokhin - era fino al 1966 sostenuto da 'L'Unita" e indicato come un ufficiale progressista e di provata fede democratica; ma nel 1967 diventa l'uomo da abbattere, da colpire, perche' responsabile del potenziamento del sistema di sicurezza e delle contromisure per combattere la penetrazione dell' Urss nel nostro Paese".
A supporto, il dossier Mitrokhin fornisce alcuni elementi finora poco considerati, che durante il convegno sono stati illustrati. Nel maggio 1967 la campagna di stampa sul 'golpe' De Lorenzo, parte da tre testimonianze: di Ferruccio Parri, del deputato socialista Luigi Anderlini e dell' avvocato ed ex deputato socialista Pasquale Schiano.
Leonid Kolasov, vicecapo della residentatura Kgb a Roma, ha rivelato negli ultimi anni di essere stato lui il vero artefice della campagna sul 'Piano Solo' e di aver fatto pervenire, attraverso intermediari, notizie e documentazione sul presunto tentativo di colpo di Stato ai giornalisti Jannuzzi e Scalfari.
Kolasov ha ricevuto un'onorificenza per alti meriti dal Kgb, affermano documenti e analisi illustrati durante il convegno, per l'operazione 'Piano Solo'. Nel dossier Mitrokhin, ben tre rapporti (70, 183, 226) sono dedicati a 'Nemetz', fonte di primaria importanza del Kgb a Roma, descritto dall' archivista del Kgb come un "uomo politico e parlamentare italiano, fonte che forniva informazioni e reclutava altre fonti", con il compito di "coltivare" funzionari del ministero degli Esteri e, attraverso centri studi, con la capacita' di coinvolgere esponenti di altri partiti, dal Pci alla Dc, ed esercitare pressioni sulla politica estera italiana secondo le intenzioni di Mosca.
La commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhin ha appurato che dietro il nome di 'Nemetz' si celava l'on.Anderlini, il pilastro alla Camera della campagna sul 'Piano Solo' e contro il generale De Lorenzo.
Il rapporto Mitrokhin conferma che, ancora nel '77, a 'Nemetz-Anderlini' viene concesso dal Kgb un salario di 240 rubli, ovvero l'indennita' piu' alta elargita alle fonti e agli agenti piu' importanti a Roma. Nel corso di un processo, Anderlini ha sottolineato che "tutto il materiale" sulla vicenda Solo gli veniva da Schiano.
"L'Espresso" nel 1977 indicava Schiano al centro di una "vasta rete di informazioni, che segue e controlla passo passo gli uomini del Sifar". All' ufficio dell' avv.Schiano - sottolinea ora la nuova interpretazione della vicenda - si rivolgevano abitualmente, per tutelare i propri interessi, ufficiali e generali avversi a De Lorenzo.
Inoltre, i tre giornali maggiormente coinvolti nella campagna di stampa contro De Lorenzo ('Espresso', 'Astrolabio' e 'Paese Sera') sono indicati nel dossier Mitrokhin come "organi abitualmente usati dal Kgb, quando non destinatari addirittura di finanziamenti da Mosca".
Alessandro De Lorenzo, figlio del generale, scomparso nel '73 a 65 anni, intervenuto stamani al convegno, ha tuttavia aggiunto una ulteriore chiave di lettura. Il generale venne colpito per aver detto no al complesso militare e industriale filoamericano, interrompendo l'acquisto dei carri M-60. "De Lorenzo fu irremovibile, pretese di svolgere il suo incarico nel solo interesse dell' Esercito, sollevando questioni scabrose, addirittura esplosive, incurante di scontrarsi con enormi interessi industriali, transatlantici e privati. Questa - ha detto il figlio del generale - fu la sua fine. Si inimico' gli americani e tutti coloro che avevano interesse in questo affare".
Alessandro De Lorenzo ha ricordato che il padre e' stato completamente scagionato da qualsiasi tipo di accusa e che il punto cruciale della campagna scatenata nei suoi confronti fu l'acquisizione dei carri armati americani, enormemente costosi e non rispondenti alle nostre esigenze operative, il cui sistema di acquisto si prestava a troppe perplessita'.
Contro di lui, ha sostenuto ancora, fu scatenata questa campagna di stampa diffamatoria, tendente ad avvalorare la tesi che il Sifar avesse deviato dai suoi compiti istituzionali a causa delle cosiddette schedature illegittime, ma "soprattutto si sfrutto' la suscettibilita' del capo dello Stato (Saragat, Ndr), informandolo di fascicoli informativi che lo avrebbero riguardato.
Cio' porto alla distruzione del Sifar "considerato uno dei migliori, non solo dagli Alleati, ma anche dagli stessi israeliani, servizi segreti occidentali, e questo produsse danni gravissimi sia nel nostro sistema di sicurezza che in quello degli altri Paesi della Nato".GUERRA FREDDA: COSSIGA, PIANO SOLO ERA UNA FREGNACCIA
ANSA:
Il Piano Solo? "Solo una fregnaccia per tener buono l'ansioso presidente della Repubblica Antonio Segni". Il giudizio, netto, e' di Francesco Cossiga, intervenuto stasera al convegno di An dedicato a 'Guerra fredda e caso De Lorenzo' organizzato dai gruppi parlamentari di An di Camera e Senato. "Segni chiamo' piu' volte De Lorenzo per chiedergli rassicurazioni su una situazione che vedeva come in progressivo deterioramento sia sul piano economico, sociale che politico. Allora De Lorenzo cerco' di tranquillizzarlo e preparo' quel piano che, giustamente, e' una fregnaccia. Ricordo - ha spiegato ancora il presidente emerito della Repubblica - che andai io stesso, con una serie di deleghe e accompagnato da alcuni ufficiali, a sequestrare il testo del piano presso il comando generale. Grande sgomento, grande fervore. Si apre la cassaforte e non c'e' nulla, si aprono gli armadi blindati e altrettanto nulla. Alla fine il famoso piano, steso su un foglio da quaderno quadrettato, venne ritrovato dentro una cassapanca, in un sottoscala. Lo leggo e dico subito ai comandanti: qui bisogna mettere il segreto su tutto. Perche' se si viene a conoscere questo piano l'Arma dei carabinieri e' sputtanata. E' un piano ridicolo perche' con queste azioni non si riuscirebbe a fronteggiare neppure la rivolta di una scuola media".12 giugno 2003 - MITROKHIN: DELUDE AUDIZIONE KOLOSOV, EX N.2 DEL KGB A ROMA
"Il Nuovo"
Mitrokhin, delude l'audizione del numero due Kgb
Date sbagliate, cattiva conoscenza del dossier Impedian, imbarazzo fra i commissari. L'ex numero due dei servizi sovietici in Italia delude le attese. Andreotti: speriamo che 'sta roba non resti a verbale.
ROMA - A dire il vero, che potesse svelasse i segreti della residentura romana del Kgb, nessuno ci aveva creduto. Ma nemmeno era lecito attendersi che l'audizione dell'ex colonnello del Kgb, Leonid Kolosov, per anni numero due della rete dell'intelligence sovietica in Italia, si sarebbe trasformata in qualcosa di estremamente imbarazzante.
Per tutti. Maggioranza e opposizione. Perché l'audizione di Kolosov è stata definita dai più una "farsa" e lo stesso senatore a vita Giulio Andreotti si è lamentato delle numerose inesattezze e imprecisioni tanto che - ha detto - c'è il rischio che se queste cose resteranno agli atti, magari tra una decina di anni qualcuno le prenderà per buone, distorcendo la verità dei fatti.
Proprio così. Perché Leonid Kolosov ha anzitutto ammesso di non sapere assolutamente nulla del dossier Mitrokhin. E fin qui poco male, perché in teoria la commissione di inchiesta ha tra i suoi compiti anche quello di fare luce sulla rete spionistica sovietica, a prescindere da ciò che risulta nel dossier Impedian. E Kolosov è stato pur sempre uno degli agenti operativi in Italia. Ma le attese sono state deludenti. Kolosov sapeva poco; voleva dire meno.
E quel poco che ha detto lo ha detto in maniera confusa e approssimativa, sbagliando date, persone e quant'altro. A ciò si aggiunga un uso della lingua italiana ottimo per essere uno straniero, ma inadeguato per rispondere a domande molto complesse. Così, man mano che l'audizione andava avanti, lo sconcerto aumentava. E lo stesso presidente Guzzanti, ad un certo punto, ha dovuto ricordare all'ex colonnello che quella cui stava parlando era una commissione parlamentare d'inchiesta. Roba seria. Non un luogo dove rievocare i ricordi della giovinezza.
Sì, perché Kolosov ha esordito raccontando a lungo come a lui fu chiesto, una volta arrivato in Italia, di scrivere un articolo sulle "puttane" di Roma, per dimostrare la corruzione della società occidentale. Un racconto "colorito" che ha suscitato l'ilarità dei presenti. Però, una volta arrivati alle cose concrete, Kolosov ha cominciato a fare "cilecca". Ad esempio: Kolosov ha raccontato di essere stato il primo ad aver saputo del "Piano Solo", grazie ad una soffiata quasi casuale di un capo-mafia il quale - ha detto l'ex agente - poiché la Cia sarebbe stata coinvolta nel progetto di colpo di Stato, aveva voluto creare lo scandalo per sentimenti anti-americani.
Ma Kolosov ha fatto una enorme confusione sulle date: la "soffiata" era del 1964, ossia contemporanea al tentativo golpista? O avvenne nel 1967, quando il "caso" fu sollevato grazie ad alcuni articolo de l'Espresso? L'ex agente ha fatto gran confusione su date, versioni, racconti. Alla fine nessuno ci ha capito più nulla. E lo stesso senatore Andreotti si è lamentato che agli atti della commissione ci fosse la traduzione di un libro di memorie di Kolosov pieno di imprecisioni, sbagli. "Così tra qualche anno - ha detto Andreotti - se qualcuno dovesse vedere il materiale della commissione potrebbe credere che si tratti di cose vere. Ci vorrebbe più rigore".
Ed in effetti, il massimo è stato raggiunto poco più avanti, quando a proposito di alcune domande sul dossier Mitrokhin, Kolosov ha detto di aver sentito che era stato tirato in ballo anche Aldo Moro. Cosa assolutamente non vera. Tanto che si è levato un commento ironico da parte di uno dei commissari: "Mi pare che il teste sia davvero bene informato...".
Insomma, imbarazzo generale, anche perché Kolosov, invece di affrontare le tematiche, se l'è cavata con ricordi confusi, battute, risate. Sconcertante. Proprio per la delicatezza della commissione d'inchiesta. Imbarazzo e fastidio sia a destra, che al centro e che a sinistra.
Ora l'audizione di Kolosov riprenderà martedì. Nel frattempo l'ex agente sovietico è ospite a Roma, a spese del Parlamento. Una bella e inattesa vacanza romana. Non male. Per Kolosov, naturalmente.13 giugno 2003 - ESCE UNA BIOGRAFIA DI MAURO DE MAURO
"L' Espresso"
Biografie - Mistero De Mauro
Una vita misteriosa, una morte misteriosa. Sono quelle di un personaggio, Mauro De Mauro, di cui fa il ritratto approfondito Massimiliano Griner nel volume "Nell' ingranaggio" (Vallecchi). Racconta del passato repubblichino di De Mauro, prima con le SS italiane a fianco di Kappler, poi con la X Mas di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Ne era tanto entusiasta da dare alle sue due figlie il nome di Junia e di Valeria. Nell' immediato dopoguerra "Il Popolo", quotidiano della Dc, scrisse di lui che aveva partecipato come esecutore al massacro delle Ardeatine. Un altro fervente nazifascista, il torturatore Pietro Koch, capo dell' omonima banda, smenti' prima di essere giustiziato. Ma lo stesso De Mauro confido' ad un' amica di avere sulla coscienza perlomeno due romani che fece arrestare e che finirono alle Ardeatine. Al processo, che si tenne a Bologna, fu assolto per insufficienza di prove. Fu poi imprigionato, ma riusci' ad evadere finche' non ricomparve come giornalista all' "Ora" di Palermo, finanziato dal Pci. Poi la sua sparizione nel settembre '70. Era forse arrivato, con le sue indubbie capacita' di cronista, a svelare uno dei tanti misteri italiani: la morte del presidente dell' Eni, Enrico Mattei, il mancato golpe di Borghese, qualche delitto eccellente di mafia ? Non c'e' risposta.14 giugno 2003 - PIANO SOLO: COSSIGA, ANDREOTTI, FRAGALA' E GUZZANTI CONTRO GOLPE SILENZIO
ANSA:
Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Paolo Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin ed Enzo Fragala', capogruppo di An in commissione, hanno inviato una lettera aperta ai direttori delle testate giornalistiche italiane, denunciando quello che chiamano "il golpe del silenzio" a proposito del piano Solo.
I firmatari della lettera spiegano che il 12 giugno e' stata commessa "una grave violazione della liberta' di informazione, un 'crimine' contro la verita' storica oltre che contro la liberta' di informazione". Il riferimento e' ad un convegno "di livello nazionale" tenutosi il giorno prima alla Camera per "dibattere e analizzare, senza pregiudizi, la controversa vicenda del cosiddetto 'Piano Solo' e del presunto 'golpe' attribuito al Generale Giovanni de Lorenzo".
"Fra i testimoni d'eccezione - riferiscono i firmatari della lettera aperta - vi e' stato il colonnello del Kgb Leonid Kolosov, per tanti anni numero due della Residenza di Roma del servizio sovietico, il quale non solo ha rivendicato a se' - e quindi al governo di Mosca - la paternita' dell' 'Operazione Disinformatija' sul fantomatico Piano Solo, ma ne ha attribuito la concreta responsabilita' di natura operativa all'allora attache' militare dell'ambasciata sovietica, nell'ambito di una piu' vasta e insidiosa operazione condotta in sinergia con il servizio segreto militare sovietico (Gru)".
La vicenda del Piano Solo, ricordano Cossiga, Andreotti, Guzzanti e Fragala' risale a luglio 1964 e "scoppia tre anni dopo con lo scoop del settimanale 'L'Espresso'".
"Nel corso del convegno - sottolineano i parlamentari - sono emerse novita' di straordinaria rilevanza, rispetto al teorema confezionato e propalato da un servizio strategico avversario e veicolato nell'estate del 1967 dal settimanale di via Po, non solo ai danni del De Lorenzo e dei Carabinieri, ma soprattutto ai danni dei nostri apparati di sicurezza". "I lavori del convegno - proseguono - hanno svelato in un giorno decenni di inesattezze, approssimazioni, falsita' e omerta' che per interessi di parte la sinistra ha ritenuto opportuno avallare e propagandare fino al punto di trasformarle in pseudoþverita' 'degne' di finire addirittura sui manuali di storia patria. Interessi, questi, che di fatto hanno finito per costituire una trama di inquietante solidarieta' tra i disinformatori di allora i quali, per via dei profondi mutamenti del nostro scenario politico, risultano oggi singolarmente distribuiti tra destra e sinistra. Quella stessa lobby che ha mobilitato la 'Redazione Unica' trasversalmente e pericolosamente presente nei giornali e nei media di ogni orientamento, nella criminale volonta' di 'uccidere' o ritardare o annacquare quelle notizie che rischiano di portare ad una riscrittura della nostra storia". "Quanto e' accaduto - accusano i firmatari - ha dell'incredibile. Nonostante fossero presenti per tutta la durata del convegno inviati di punta delle maggiori testate giornalistiche e nonostante i 14 lanci di agenzia, una coltre di silenzio e' calata sull'informazione".
"Si tratta - sottolineano - di un episodio di estrema gravita', che suscita in noi un profondo sentimento di indignazione e una forte preoccupazione per lo stato dell'informazione in Italia. Una domanda: chi, dopo quasi quarant'anni, ha ancora paura della verita'? Esiste chi ancora ha dei motivi per temere che si conosca la reale portata della penetrazione sovietica nell'Italia del dopoguerra, la capacita' del blocco orientale di assestare colpi mortali al nostro cuore difensivo, attraverso scientifiche e raffinate operazioni di disinformazione, come lo 'scoop' di cui prima vittima e strumento fu lo stesso 'Espresso' in relazione al Piano Solo".
"Lanciamo dunque un appello - scrivono ancora i firmatari della lettera - alle coscienze dei direttori dei giornali e delle agenzie e dei massimi vertici di governo affinche' pongano riparo a questo 'golpe del silenzio'. Un 'golpe' questo che, a differenza di quello ingiustamente attribuito a De Lorenzo e dell'Arma dei Carabinieri, ha nomi e cognomi. Molti dei quali si rivolgono con disinvoltura all'opinione pubblica dalle colonne di autorevoli quotidiani e settimanali nazionali". Guzzanti inoltre sottolinea, nella sua veste di presidente della commissione, "di essere il solo fra le persone che hanno partecipato al convegno a non essere minimamente meravigliato ma soltanto indignato (pacatamente e stabilmente indignato) per la 'cortina di ferro della redazione unica'.
"Redazione unica - afferma Guzzanti - ha finora impedito che l'opinione pubblica fosse semplicemente informata dei fatti emersi dopo otto mesi di serrata indagine". "La 'cortina di ferro della redazione unica' - osserva ancora - e' trasversale e passa anche attraverso le reti della Rai, Mediaset e le agenzie di stampa, ma soprattutto trova la sua direzione strategica nelle principali testate di carta stampata, ai cui desk si ordina e si dispone cio' che e', e cio' che non e' notizia. Tali gravi scelte vengono poi puntualmente seguite ed eseguite dai telegiornali in un gioco di specchi oscurati dalla pigrizia, dalla codardia e spesso dalla incapacita' fisica dei direttori di resistere ai loro soviet redazionali".
"Che si tratti di un golpe, e' un fatto - conclude Guzzanti - tanto nauseante quanto vero. Che sugli effetti di questo golpe si mantenga l'Italia all'oscuro di tutto cio' che invece appare sempre meno torbido, e' un altro fatto vero e orrendo. Io spero pero' che i direttori, specialmente i nuovi direttori dei grandi giornali, riflettano su questa antica, continua e criminosa manomissione (l'uso misto di disinformazione e non informazione) per restituire le loro testate al prestigio che dicono di meritare".15 giugno 2003 - PIANO SOLO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
"Il golpe di De Lorenzo? Inventato da 007 sovietici"
ROMA - Riemerge dalle nebbie di un passato lontano il "piano Solo", presunto progetto per un colpo di Stato mai effettuato. E su quella vicenda vecchia di quarant'anni si innesca una polemica nuova di zecca, che ha come protagonisti Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, il presidente della commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti e il capogruppo di An nella medesima commissione, Enzo Fragalà. Succede dunque che mercoledì 11 giugno, pochi giorni fa, Alleanza Nazionale organizza un convegno per riabilitare il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, capo del Sifar (così si chiamava allora il servizio segreto) e considerato autore del "piano Solo". Nel corso del convegno Leonid Kosolov, colonnello del Kgb e per anni numero due delle spie sovietiche a Roma, rivela che il progettato colpo di Stato era in realtà un'opera di "disinformatija" del Gru, il servizio segreto militare del suo paese. Anche Andreotti e Cossiga ricordano quei giorni, che avevano vissuto da protagonisti di primo piano: Andreotti minimizzando sia la reale pericolosità del mancato golpe ma anche quella delle presunte ingerenze sovietiche, Cossiga definendo il piano "una fregnaccia", inventata da De Lorenzo solo per "tranquillizzare il presidente Segni".
Sui giornali del 12 giugno però non esce nemmeno una riga sul convegno e sulle rivelazioni che ne erano scaturite. E ieri Andreotti, Cossiga, Guzzanti e Fragalà scrivono di comune accordo una furibonda lettera ai direttori di tutti i giornali, telegiornali e giornali radio del paese, nella quale parlano di "una grave violazione della libertà di informazione, di un "crimine" contro la libertà di informazione". I lavori del convegno, scrivono ancora i quattro autorevoli politici, "hanno svelato in un giorno decenni di inesattezze, approssimazioni, falsità e omertà". Ma nonostante tutti i giornalisti presenti, e "nonostante 14 lanci di agenzia, una coltre di silenzio è calata sull'informazione".
G. Ga."La Gazzetta del sud"
ALLARME-DENUNCIA LANCIATO DA COSSIGA E ANDREOTTI
Totale disinformazione che la sinistra con la copertura della "redazione unica" ha veicolato dal 1967 a oggi
Il golpe del silenzio sul "piano Solo"
ROMA - Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Paolo Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin ed Enzo Fragalà, capogruppo di An in commissione, hanno inviato una lettera aperta ai direttori delle testate giornalistiche italiane, denunciando quello che chiamano "il golpe del silenzio" a proposito del piano Solo. I firmatari della lettera spiegano che il 12 giugno è stata commessa "una grave violazione della libertà di informazione, un "crimine" contro la verità storica oltre che contro la libertà di informazione". Il riferimento è ad un convegno "di livello nazionale" tenutosi il giorno prima alla Camera per "dibattere e analizzare, senza pregiudizi, la controversa vicenda del cosiddetto "Piano Solo" e del presunto "golpe" attribuito al generale Giovanni de Lorenzo". "Fra i testimoni d'eccezione - riferiscono i firmatari della lettera aperta - vi è stato il colonnello del Kgb Leonid Kolosov, per tanti anni numero due della Residenza di Roma del servizio sovietico, il quale non solo ha rivendicato a sé - e quindi al governo di Mosca - la paternità dell'"Operazione Disinformatija" sul fantomatico Piano Solo, ma ne ha attribuito la concreta responsabilità di natura operativa all'allora attaché militare dell'ambasciata sovietica, nell'ambito di una più vasta e insidiosa operazione condotta in sinergia con il servizio segreto militare sovietico (Gru)". La vicenda del Piano Solo, ricordano Cossiga, Andreotti, Guzzanti e Fragalà risale a luglio 1964 e "scoppia tre anni dopo con lo scoop del settimanale "L'Espresso"". "Nel corso del convegno - sottolineano i parlamentari - sono emerse novità di straordinaria rilevanza, rispetto al teorema confezionato e propalato da un servizio strategico avversario e veicolato nell'estate del 1967 dal settimanale di via Po, non solo ai danni di De Lorenzo e dei carabinieri, ma soprattutto ai danni dei nostri apparati di sicurezza". "I lavori del convegno - proseguono - hanno svelato in un giorno decenni di inesattezze, approssimazioni, falsità e omertà che per interessi di parte la sinistra ha ritenuto opportuno avallare e propagandare fino al punto di trasformarle in pseudo-verità "degne" di finire addirittura sui manuali di storia patria. Interessi, questi, che di fatto hanno finito per costituire una trama di inquietante solidarietà tra i disinformatori di allora i quali, per via dei profondi mutamenti del nostro scenario politico, risultano oggi singolarmente distribuiti tra destra e sinistra.
Quella stessa lobby che ha mobilitato la "Redazione Unica" trasversalmente e pericolosamente presente nei giornali e nei media di ogni orientamento, nella criminale volontà di "uccidere" o ritardare o annacquare quelle notizie che rischiano di portare ad una riscrittura della nostra storia". "Quanto è accaduto - accusano i firmatari - ha dell'incredibile. Nonostante fossero presenti per tutta la durata del convegno inviati di punta delle maggiori testate giornalistiche e nonostante i 14 lanci di agenzia, una coltre di silenzio è calata sull'informazione". "Lanciamo dunque un appello - scrivono ancora i firmatari della lettera - alle coscienze dei direttori dei giornali e delle agenzie e dei massimi vertici di governo affinché pongano riparo a questo "golpe del silenzio". Un "golpe" questo che, a differenza di quello ingiustamente attribuito a De Lorenzo e dell'Arma dei carabinieri, ha nomi e cognomi. Molti dei quali si rivolgono con disinvoltura all'opinione pubblica dalle colonne di autorevoli quotidiani e settimanali nazionali". "La "cortina di ferro della redazione unica" - osserva Guzzanti - è trasversale e passa attraverso le reti Rai, Mediaset e le agenzie di stampa, ma soprattutto trova la sua direzione strategica nelle principali testate di carta stampata, ai cui desk si dispone ciò che è, e ciò che non è notizia".16 giugno 2003 -VOLONTARI STAY-BEHIND CHIEDONO RICONOSCIMENTO MILITARE
"Il Gazzettino"
UDINE Volontari di Stay-Behind in assemblea chiedono il riconoscimento dell'associazione d'arma Gli ex di Gladio: ora trattateci da militari
Udine
NOSTRA REDAZIONE
Ottenere un riconoscimento ufficiale per il lavoro e l'opera svolta su richiesta dello Stato negli anni di una temuta occupazione dei paesi del Patto di Varsavia. È questo quanto si prefigge l'Associazione Volontari Italiani Stay-Behind che ieri si è riunita ad Attimis per la sua assemblea annuale.
Il gruppo, al quale sono iscritte 622 persone da tutto il Nord Italia, è stato presente con un centinaio di iscritti cui si sono aggiunti altri partecipanti nella mattinata, per un primo incontro alle Malghe di Porzs. Qui, fuori dal piccolo rifugio tristemente noto per l'eccidio partigiano, sono intervenuti anche il presidente dell'Associazione Partigiani Osoppo, Federico Tacoli, il presidente onorario Giorgio Zardi, e la vedova del partigiano trucidato Enea, Laura Angeli Valente. "La sua presenza è stata molto commovente ha detto Omar Vittone, un iscritto che si occupa delle tesi di laurea realizzate sull'associazione Stay-Behind Questa donna ha convissuto fino ad oggi con il dolore della tragica scomparsa ma ha saputo dimostrare grande forza d'animo e compostezza. Il suo messaggio è stato importante: quello della necessità di ottenere una riconciliazione nazionale e portare avanti i valori della libertà. Non ha avuto una parola negativa per chi ha commesso il truce gesto. Ha rappresentato i valori che suo marito le ha portato, un uomo che, a suo avviso, non ha combattuto per una ideologia ma per mantenere l'italianità poiché non era né fascista né comunista ma solo italiano".
Dopo la deposizione della corona alle malghe, con la presenza anche di alcuni primi cittadini dei vicini comuni, il gruppo si è spostato all'auditorium "Tristano d'Attimis" per la terza assemblea annuale. "Abbiamo steso un documento per una proposta di legge ha detto il presidente Giorgio Mathieu speriamo si trasformi in un disegno di legge. Il nostro desiderio è che ci porti finalmente ad ottenere il riconoscimento per un'opera che al tempo ci fu richiesta direttamente dallo Stato Italiano. Non vogliamo solo una cartella ma anche il riconoscimento come Associazione d'Arma, cosa che nessun politico si è preso la briga di fare. Nessuno vuole prendere in mano questa problematica nonostante riguardi cittadini italiani che hanno operato per il loro paese".
All'assemblea, durate per quasi due ore, sono intervenuti anche Giorgio Brusin, presidente onorario dell'associazione che fece parte anche della brigata Osoppo, Omar e Vittone che ha illustrato le tesi realizzate fino ad oggi sulla Stay-Behind. Per gli studenti che intendono affrontare questo tema, l'associazione ha anche bandito un concorso per una borsa di studio.16 giugno 2003 - PIANO SOLO: DAI GIORNALI
"La Stampa"
1964. PIANO SOLO E SCANDALO SIFAR
Sciabole e vecchi monocoli
Il 14 luglio il Presidente della Repubblica Segni in piena crisi di governo riceve il capo dell'Arma dei Carabinieri. Nasce così uno dei misteri d'Italia
di Filippo Ceccarelli
GIUGNO-LUGLIO 1964: fu vero golpe? Oppure fu soltanto, come si è espresso di recente Francesco Cossiga, "una fregnaccia per tenere buono l'ansioso presidente della Repubblica Segni"? Ha raccontato Cossiga di essere andato lui stesso a sequestrare presso l'Arma dei Carabinieri il testo del famigerato Piano Solo: "Grande sgomento, grande fervore, si apre la cassaforte e non c'è nulla, si aprono gli armadi blindati e niente". Alla fine il piano viene scovato dentro una cassapanca. "Lo leggo - continua Cossiga - e dico subito ai comandanti: bisogna mettere il segreto su tutto perché questo piano è ridicolo e se si viene a sapere l'Arma è sputtanata, dato che così non si riuscirebbe a fronteggiare neppure la rivolta di una scuola media".
E ancora, sempre riguardo a quell'estate: fu vero topless? O invece si trattò di un primissimo costume da bagno "monopezzo", sì, ma molto addomesticato? A risfogliare gli almanacchi si intuisce come il creatore di moda Pancani, che ne preparò per la stagione ben quattro modelli, non fosse esattamente dell'idea di scoprire i seni: al dunque aveva sempre previsto bretelle larghe, strisce che arrivavano al ginocchio e perfino foulards, "in caso di necessità" spiegava rassicurante. Sia come sia accadde così che attorno alle tette e alle sciabole ruotò la vita di quell'Italietta eccitata e spaventata. Il servizio segreto militare, Sifar, andava a caccia del presunto tesoro sul Soratte, ma anche di amanti e figli illegittimi di specchiati uomini politici. L'ipotesi del golpe venne fuori tre anni dopo, ma già allora si sentiva puzza di bruciato.
Sarà banale, ma era un luglio veramente caldo: quaranta gradi. A Roma, si legge sui giornali, si potevano quasi cuocere le uova sui marciapiedi. Quando il giorno 14, esasperato dalla lentezza con cui si andava dipanando la crisi di governo, la prima del centrosinistra, il presidente Segni convoca al Quirinale il generale De Lorenzo, la Rai-tv trasmette un "incontro con Bobby Solo". Le canzoni che si sentono nei juke-box sono appunto "Una lacrima sul viso" e "Non ho l'età" della Cinquetti. Gimondi vince il Tour. Prosegue il processo Ippolito. Clamore per le "segretissime" nozze tra Celentano e la Mori.
Il Piano Solo in realtà è pronto da mesi: prevede "riserve autocarrate", deportazioni di "enucleandi" (uomini politici di sinistra e di centrosinistra) in Sardegna, "galvanizzazione degli uomini caricandoli di mordente". E' un frasario che suona oggi irrimediabilmente antiquato. Anche le indagini successive, ordinate per far luce sulle eventuali responsabilità di un militare che ostentava un ottoce tesco monocolo, abbondano di espressioni anacronistico, "siffatti", "mercè", "all'uopo".
Il primo governo Moro è caduto su una specie di cavillo, però simbolico: lo stanziamento di 149 milioni per la scuola privata. Ma dietro si intuisce lo scontro tra la destra dc e il psi sulla programmazione e l'urbanistica. Il paese pregusta l'imminente messa in onda de "L'amico del giaguaro" con il trio Del Frate-Bramieri-Pisu. Ma Nenni, che nella sua vita ha viste tante, è spaventato, non si fida. La classe politica avverte un clima torbido, pesante. Le trattative a villa Madama si fanno estenuanti, sui giornali rimbalza la parola "golpe". Al festival di Spoleto Michele Straniero si prende una denuncia per vilipendio alle Forze armate dopo aver cantato "Gorizia tu sia maledetta". Si presta una specialissima attenzione alle parate, quella del 2 giugno e poi quella per il 150° dell'Arma, con relativa ostensione della nuova brigata corazzata. I giornali stranieri s'interrogano. Da Parigi interviene il generale de Gaulle: "L'Italie en est à l'heure de la Quadrième République", per l'Italia è l'ora della Quarta Repubblica. In realtà è solo la Prima. E tuttavia c'è già chi sente rumore di sciabole...
Vai a sapere. Ma l'estate è pur sempre l'estate. Reclama i suoi diritti allo svago e al benessere, prescinde dalle minacce. C'è il Cantagiro. I Beatles tornano dall'Australia. Si sposa il duca d'Aosta. Arriva sul mercato la bici pieghevole "Graziella". Benvenuti difende il titolo dei medi. Giovanni Arpino vince lo Strega; Pasolini la "grolla d'oro". Livio Berruti, con i soliti occhiali da sole, perde i duecento metri a Mosca. Rudolph Nureyeev fa i capricci. El Cordobes è ferito, di nuovo. Sophia Loren adotta una bimba di Pozzuoli.
Il 16 di luglio, a casa di Tommaso Morlino, lo stato maggiore democristiano incontra riservatamente e separatamente il generale De Lorenzo e il capo della Polizia. Alle due di notte di venerdì 17, vinte le resistenze di Lombardi e Giolitti, Nenni conduce il psi a un accordo di basso profilo. Moro ha l'incarico. Nel frattempo è stato dissequestrato il film "Sexy nudo". Il Vaticano continua a interrogarsi sulla pillola anticoncezionale. Rita Pavone ha un nuovo fidanzato, il batterista Netinho. "Ogni volta che bevete un amaro 18 Isolabella - assicura una fortunata pubblicità - bevete un sorso di salute". E' questa l'Italia che prepara i campi di concentramento?
In un recente convegno organizzato da An alla Camera su "La guerra fredda e il generale De Lorenzo" sarebbe emerso - a livello di ipotesi, necessariamente - che a far brillare l'affare Sifar e il "Piano Solo" c'erano gli interessi delle due grandi potenze, Urss e Usa. I sovietici perché dopo De Lorenzo era schierato sul fronte occidentale e avrebbe creato un efficiente sistema di spionaggio (e non soprattutto una efficacissima polizia dei costumi); e gli americani perché si sarebbe opposto all'acquisto di certi costosissimi carrarmati made in Usa.
Difficile sposare valutazioni così nette. Nel suo recente "Il trasformismo come sistema" (Laterza), lo storico Giovanni Sabbatucci affronta quel delicato passaggio in modo più problematico, ma anche più convincente. L'estate del 1964 si comprende meglio a partire da quella del 1960, cioè dal luglio di Genova. La dc allora dovette subire, attraverso la piazza, una svolta politica. E si preparava, semplicemente, a non subirla un'altra volta.
Ad agosto, due trombosi eccellenti: Segni abdica e Togliatti muore a Yalta. Ma c'era anche dell'altro: amori, canzoni, visioni, merci, piaceri. Topless castigati e sciabole arrugginite. Era un'Italia, forse, troppo vitale per lasciarsi lacerare.17 giugno 2003 - PIANO SOLO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
ROMA - La verità storica, quella scritta nei documenti, dice che si chiamava piano "Solo" perché la sua esecuzione doveva essere affidata solamente ai carabinieri, escludendo cioè esercito e polizia. E che prevedeva l'arresto e la deportazione nel poligono militare di Capo Marrangiu, in Sardegna, di 731 persone: politici di tutti i partiti (anche di destra), sindacalisti, intellettuali, giornalisti. Tutti personaggi che l'ideatore del piano, il comandante dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, aveva considerato "pericolosi per l'ordine pubblico". Ma fu vero golpe? Se ne discute dal 1967, da quando Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi avevano dedicato al "Piano Solo" la copertina de L'Espresso : "Finalmente la verità sul Sifar - gridava la copertina del settimanale - 14 luglio 1964: complotto al Quirinale, Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato". Nel novembre del '67 il primo processo per diffamazione contro Scalfari e Jannuzzi, nel '69 una commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Giuseppe Alessi, il creatore della Dc siciliana. E poi ancora trent'anni di processi, dibattiti, querelle , con i vari governi che opponevano sempre il segreto di Stato alle richieste di chi pretendeva di poter vedere quelle famose liste di proscrizione. Dopo un lungo oblìo, la settimana scorsa il "Piano Solo" è tornato ancora una volta all'onore delle cronache: in un convegno organizzato da Alleanza Nazionale per riabilitare la figura dello scomparso generale De Lorenzo, l'ex colonnello del Kgb Leonid Kosolov aveva sostenuto che il piano era in realtà frutto di un lavoro di "disinformatija" del Gru, il servizio segreto militare sovietico. Una notizia che non era stata ripresa da nessun giornale, fatto questo che aveva provocato la dura reazione di Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, del presidente della commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti e del capogruppo di An nella stessa commissione Enzo Fragalà.
Che ora difende a spada tratta le rivelazioni di Kosolov. "E' cominciato tutto con la lettura dell'archivio Mitrokhin. E poi Kosolov queste cose le aveva già scritte in un libro pubblicato in Russia nel '95. Secondo lui fu l'addetto militare dell'ambasciata sovietica a Roma a dare a Scalfari e Jannuzzi questi documenti sul presunto golpe. Ed è sempre lui, che ufficialmente era il corrispondente delle Jzvestia , a sostenere che Jannuzzi e Scalfari lo contattarono per farsi confermare la fondatezza di quei documenti".
Secondo Fragalà il piano era solo un progetto di ordine pubblico, "affidato alla stesura di un giovane ufficiale che per scriverlo si ritirò in una sua casa di villeggiatura da solo. E per questo fu chiamato piano Solo. Lo aveva vergato su un quaderno a quadretti e prevedeva solo un intervento di tutela dell'ordine pubblico. L'operazione del Gru serviva a disarticolare il Sifar, il nostro servizio segreto di allora".
Lino Jannuzzi, oggi senatore di Forza Italia, la prende a ridere: "Mi pare che questi di An abbiano preso un colpo di sole... Arriva un tale, che non si sa neanche bene chi è, dice una cosa del genere. Ma vi volete far dire come hanno fatto, farvi spiegare bene? Quello che oggi definiscono "il fantomatico piano Solo" è agli atti delle commissioni d'inchiesta. E nemmeno De Lorenzo ha mai negato i fatti: non ha negato che fece preparare il piano dai suoi colonnelli, che aveva mandato ai comandi regionali le liste di proscrizione, di aver chiesto al capo di Stato Maggiore della Marina le due navi per portare gli "enucleandi" in Sardegna. Si è difeso sostenendo che erano solo preparativi, che non l'avrebbe mai messo in atto senza il consenso del governo. E allora i russi cosa c'entrano? Sapevano del piano prima che ne scrivessi io?".
Scettico divertito Jannuzzi, scettico tout court Giulio Andreotti, che pure al famoso convegno c'era. "Non è che ci credo molto. Tra l'altro non era nemmeno molto chiaro se i russi fossero quelli che avevano caldeggiato il piano, o se invece ci avessero solo speculato sopra. Ma questo simpatico signore che è venuto al convegno per la verità non ha detto niente. Ha detto solo "noi non c'entravamo niente, non so se c'entrassero i nostri servizi militari"". Andreotti per la verità non crede nemmeno che il piano di De Lorenzo fosse il progetto di un vero colpo di Stato. "In via generale non credo che ci sia mai stato un rischio di golpe in Italia, perché l'esercito è allergico ai colpi di Stato. Il presidente Cossiga l'ha detto in modo un po' pittoresco, definendo il piano "una fregnaccia". A mio avviso c'è tutto un giro di equivoci su quel momento: le divisioni interne all Dc, la malattia di Segni, Tommaso Morlino che organizza una riunione a casa sua, convoca De Lorenzo per avere spiegazioni e non avverte nemmeno il ministro della Difesa, che ero io... ".
Storie dimenticate, dagherrotipi di un'Italia antica e ormai tramontata. Storie che oggi si cerca di riscrivere in un altro modo, piegandole alle esigenze di una polemica molto più attuale.
Un gioco che Emanuele Macaluso, vecchio battitore libero della sinistra, respinge con preoccupata decisione. "Sembra che in Italia non ci sia stata lotta politica, non ci sia stata lotta sociale, non ci sia stata una battaglia culturale, non ci siano mai stati scontri parlamentari. Non c'è stato nulla: la vita politica italiana è stata guidata tutta dall'esterno, secondo questi nuovi revisionisti. Che la divisione in blocchi sia stata vissuta in Italia con più forza, perché c'era un grande partito comunista, perché c'era un bipolarismo imperfetto, è anche vero. Ma da questo a vedere le forze politiche prigioniere e telecomandate, come se fossero dei robot...".
Sul "Piano Solo", dice Macaluso, si è detto e scritto già tutto. "Ma adesso sembra che non sia esistito nulla di tutto questo. Per chiudere una volta per tutte la partita, basterebbe leggere le memorie di Mario Scelba. Dove racconta benissimo di quando fu chiamato da Segni, e si sentì dire che dovevano prepararsi a fare un "governo del Presidente". Scelba obbiettò che un governo e una maggioranza c'erano già. E chiese a Segni perché non si fidasse della polizia. Il capo dello stato rispose: "non mi fido di Taviani perché Taviani è comunista". Scelba cadde dalle nuvole: Taviani comunista? ".
Giuliano Gallo ggallo@corriere.it17 giugno 2003 - MITROKIN: GUZZANTI, NON INTENDE VENIRE A ROMA
ANSA:
Vasili Mitrokhin, l'archivista del Kgb, autore del famoso dossier, non verra' a Roma per incontrare la commissione parlamentare di inchiesta che sta lavorando sulla rete del Kgb attiva in Italia. L'annuncio e' stato fatto oggi, in commissione, da Paolo Guzzanti, che guida l'organismo bicamerale d'inchiesta.
"Abbiamo avuto una risposta negativa dal col. Mitrokhin attraverso l'ambasciata inglese a Roma. C'e' la sua assoluta non disponibilita' ad un incontro in qualsiasi forma ed in qualsiasi luogo con questa commissione di inchiesta o anche con parte di essa. Il colonnello Mitrokhin afferma che l'incontro proposto non avrebbe - ha riferito ancora Guzzanti - alcuna utilita', non potendo egli aggiungere nulla rispetto a quanto e' gia' noto e al materiale da lui fornito". Mitrokhin definisce "definitiva" la sua risposta riguardo all'invito piu' volte espresso dalla commissione e invita la stessa "a non insistere".
La commissione di inchiesta, che oggi ha visto riunito il suo ufficio di presidenza ha deciso di compiere, nonostante questa risposta, tutti i passi diplomatici e parlamentari e di Governo utili per insistere affinche' si possa arrivare comunque ad un incontro. A tale proposito il capogruppo di An in commissione, Enzo Fragala', chiede al premier Berlusconi e al ministro degli esteri Frattini di intervenire sul Governo inglese perche' Mitrokhin modifichi la sua decisione.
"Lanciamo un appello al presidente del Consiglio e al ministro degli esteri perche' intervengano sul Governo di Londra affinche' alla commissione di inchiesta sia data la stessa opportunita' che nel 1995 e nel 1996 fu offerta ai nostri servizi segreti, e cioe' quella di poter udire lo stesso Mitrokhin".17 giugno 2003 - MITROKHIN: KOLOSOV, A REPUBBLICANO TANGENTE TOGLIATTIGRAD
ANSA
Ando' ad un esponente repubblicano la tangente di 500 mila dollari che il Kgb pago' come tangente per ottenere l'impegno italiano a sostenere il progetto di Togliattigrad, lo stabilimento costruito in joint venture tra Fiat e Urss. A rivelarlo e' stato il colonnello del Kgb Leonid Kolosov che oggi ha testimoniato per la seconda volta davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Mitrokhin.
Kolosov ha risposto ad una domanda dell'esponente di An, Enzo Fragala', che chiedeva se questa tangente fosse arrivata nelle casse del Pci. Dopo qualche ulteriore domanda Kolosov ha escluso che fosse andata ad un esponente socialdemocratico e comunista aggiungendo, infine, che i soldi erano arrivati nelle tasche di un "esponente repubblicano".17 giugno 2003 - MITROKHIN: DA KOLOSOV TANTI 'NON RICORDO' SU DE LORENZO
ANSA:
"Non ricordo. Sono passati vent'anni. Sarebbe stato meglio se avessi avuto qui a Roma il mio archivio, che invece e' rimasto a Mosca". Leonid Kolosov, gia' responsabile del Kgb a Roma, ha confermato sostanzialmente, pur tra mille 'non so' e 'non ricordo', che fu il Gru, il servizio segreto militare, a gestire le informazioni sul 'Piano Solo', che furono in parte utilizzate per la campagna giornalistica che svelo' quello che allora venne definito un "tentativo di golpe".
"Noi non sapevamo nulla di quello che facevano i miei colleghi militari del Gru. C'era una forte compartimentazione. Io ho scritto un lungo articolo per l' Izvestia dicendo che si parlava di un colpo di Stato". Kolosov ha precisato, rispondendo a diverse contestazioni, che risale al 1964, come affermato in precedenza, e non al 1967, quando la questione esplose sui giornali italiani. "Si diceva che si preparava qualcosa, un colpo di Stato".
"Ma quando ha saputo che il Gru gestiva questa operazione?", e' stato chiesto al colonnello del Kgb. "Non lo posso dire, e' successo molti anni fa e io ho 75 anni".
Un comportamento che ha fatto parlare all'esponente dei Ds in commissione Mitrokhin Walter Bielli di un "autogoal per la Casa delle Liberta'". "Le clamorose 'rivelazioni' di Kolosov che avevano fatto parlare Guzzanti, Fragala' e perfino Andreotti di una censura della stampa italiana per occultare la verita' sul golpe De Lorenzo, nell' audizione di oggi hanno fatto non solo acqua ma sono miseramente affondate. Kolosov non solo non ha rivelato nulla, ma, con le sue contraddizioni continue in cui e' caduto, ha ridicolizzato le dichiarazioni fatte al convegno di An, tese a presentare il Kgb come il vero manovratore di questa vicenda e di altre. Anzi - ha concluso - ha perfino escluso che ci sia stata qualsivoglia operazione di 'disinformazione'".19 giugno 2003 - MITROKHIN: CICCHITTO, AVREMMO PREFERITO GUARDARLO IN FACCIA
ANSA:
"Era meglio vedere il colonnello Mitrokhin in faccia". Con queste parole Fabrizio Cicchitto commenta, in un articolo che verra' pubblicato domani sull' "Avanti", il rifiuto del colonnello del Kgb a farsi interrogare dalla commissione di inchiesta. Il vicepresidente dei deputati di Forza Italia prende atto delle assicurazioni di Mitrokhin: tutto quello che sapeva e' stato scritto nel "rapporto Impedian". "Ma le nostre conoscenze - osserva Cicchitto - sarebbero molto piu' avanzate se il gen. Siracusa avesse fatto accertare dai collaboratori del Sisde la proposta dei servizi inglesi di ascoltare a suo tempo il col. Mitrokhin. Gran parte dell'articolo dell'esponente di Fi e' dedicato al Piano Solo. Per Cicchitto al fondo c'era una grande questione politica: la potente corrente dorotea della Dc, anche in polemica con Moro, voleva un ridimensionamento del riformismo del centro-sinistra portato avanti dai socialisti e dall'on. Forlani".
Il vicepresidente dei deputati di Forza Italia osserva che di quella vicenda molti tasselli oggi sono noti grazie proprio al rapporto Mitrokhin. Cicchitto fa notare che l'Urss e il Kgb "intervennero piu' volte nella vicenda italiana di quel periodo, specialmente sulla situazione interna del Psi, peraltro infiltrandosi in modo assai massiccio". Il deputato azzurro cita come frutto dell'intervento del Kgb la scissione del Psi e la nascita del Psiup. Alla stessa logica risponde un'altra "miniscissione" avvenuta nel Psi in occasione dell'unificazione Psi-Psdi. In quell'occasione nacque la Sinistra indipendente di Anderlini e di Carettoni. Ma - osserva ancora Cicchitto - uno dei collaboratori organizzativi del gruppo parlamentare che fiancheggiava l'allora Pci divento' dal 1974 un agente retribuito del Kgb, "come dimostra la scheda 35".23 giugno 2003 - MARIO MUTTI E LA CRISI DI TECNOSISTEMI
"Affari e Finanza" de "La Repubblica"
Il manager imprenditore abituato a correre troppo
VITTORIA PULEDDA
Sempre elegantissimo, sempre molto distinto. Aristocratico di modi, a volte con qualche venatura di arroganza. Ma, soprattutto, vulcanico nelle idee e nei progetti di business. In questi casi, quando ti va sempre bene sei considerato l'imprenditore dell'anno; quando vanno così così, tiri a campare; quando vanno male diventi un velleitario.
Per Mario Mutti, da poco passata la sessantina, è la terza fase quella che si sta profilando, con la perdita del piccolo impero che aveva costruito negli anni - Tecnosistemi - e l'interruzione del feeling con i supporter di sempre. Piemontese di nascita, studi a Standford, Mutti ha cominciato alla grande la sua carriera manageriale, diventando rapidamente vicepresidente della Dow Chemical e responsabile spagnolo della multinazionale Usa. I lunghi anni trascorsi a Madrid gli hanno lasciano due figli dai nomi esotici - Miguel e Maximiliano, avuti da una moglie italianissima - una perfetta conoscenza della lingua e, si dice, una frequentazione con lo stesso re Juan Carlos.
Di sicuro, la dimestichezza con lo spagnolo e con le esperienze estere in genere lo aiutano quando Silvio Berlusconi, dopo aver ceduto la Standa di cui Mutti era vicepresidente, gli chiede di occuparsi delle attività internazionali Fininvest e in particolare di Telecinco. L'amicizia con il premier risale alla fine degli anni Ottanta e fa parte di quei rapporti che hanno accompagnato Mutti finora.
Insieme a quello - precedente - con Calisto Tanzi, incrociato ai tempi in cui Mutti era alla Fedital (Federconsorzi). I due si conoscono e si piacciono; insieme fanno i primi affari e, soprattutto, il top manager porta in Borsa Parmalat finanziaria. E' il primo reverse merger di Piazza Affari, perché Tanzi arriva al listino dopo la fusione per acquisizione della Finanziaria Centro Nord di Mutti, che si era avvalso in quel caso della consulenza di un altro grande amico di vecchia data, Gianmario Roveraro. Centro Nord era stata a suo tempo anche di Giuseppe Gennari, il finanziere sardo noto per il crak Fidifin e salito alla ribalta per lo strano tentativo di scalata alla Bna del conte Auletta Armenise. Mutti, che rivendica con orgoglio la partecipazione a Gladio e all'operazione Stay Behind, che non ha mai nascosto simpatie ultra conservatrici, su questo punto esce dai gangheri: di essere stato compagno di Gennari e di averlo in qualche modo affiancato nell'operazione Bna. Non per questo riuscendo a convincere tutti.
I suoi modi non sempre gradevoli hanno suscitato qualche antipatia, e chi lo conosce aggiunge che andare a ristorante in sua compagnia è quasi una sofferenza: dieta in bianco, niente strappi al salutismo che gli consente di avere un corpo asciutto. Cattolico praticante, forse influenzato dai lunghi anni trascorsi in Spagna, legge i testi dei Padri della Chiesa, cita Sant'Agostino ma ha anche passioni più "laiche". Per esempio, il mito della velocità. Gli piace correre e guidare le auto sportive, quando ha fretta si sostituisce all'autista per arrivare prima; non si è spinto fino a guidare il suo jet personale, ma a suo tempo aveva studiato modifiche per accrescere l'autonomia di volo.
E di viaggi, su e giù per il Brasile (che gli avrebbe poi procurato i guai finali) ne ha fatti tanti. La sua storia di imprenditore in proprio nasce con un'intuizione che cementerà i rapporti con Tanzi e in nuce porterà alla nascita dell'attuale Tecnosistemi. Quando Mutti fonda Tecnoeudosia l'imprenditore parmigiano entra infatti nella società che produce shelter, piccoli container autorefrigeranti che dovevano servire per conservare il latte e altri prodotti freschi diretti in Sardegna. L'esperimento funzionò poco, ma in compenso il sistema si rivelò molto più adatto a conservare la temperatura ottimale nelle centrali telefoniche. Tecnoeudosia ha venduto i suoi apparecchi per tutto il mondo, Transiberiana compresa. Anzi quello fu l'affare nell'affare, perché gli abitanti rubavano gli shelter per portarli a casa e Mutti ne vendeva di nuovi allo Stato, per le linee telefoniche.
Mutti imprenditore, dunque, ma soprattutto uomo d'affari, dalle mille idee e dai mille business in mente. E' lì che dà il meglio (risana e vende alla Dow il Domopak, si occupa di agroalimentare alla Polenghi Lombardo prima e poi alla Fedital, rilancia Milupa, un'azienda che produce alimenti per l'infanzia). Interventi relativamente rapidi e mirati, poi passa la mano. Con Tecnoeudosia e poi con Tecnosistemi, nata alla fine degli anni Novanta dopo aver rilevato da Telecom Italtel sistemi, Mutti tenta invece di mettere su un gruppo industriale stabile, dividendo la responsabilità con gli amici tradizionali, quindi Tanzi e Pierdomenico Gallo. Ma non ha le attitudini del capitano d'impresa (anche se proprio il capitano aveva fatto sotto le armi, negli alpini) la routine del business alla fine lo annoia e questo, dicono, è stato il primo elemento di debolezza.
Poi, per una società che disegna e gestisce centrali telefoniche, questi ultimi tempi non potevano non essere duri. Il capitale immobilizzato è alto, i fornitori vengono pagati con grande ritardo; la scommessa di trovare un committente diverso da Telecom fallisce (pochi i rapporti con Telefonica, su cui aveva puntato molto; fallimentari i tentativi di diventare fornitore dei piccoli gruppi della telefonia che si erano affacciati sul mercato all'epoca della sbornia da reti alternative). La controllata brasiliana si trova nei guai, i debiti diventano insostenibili.
E' la storia di tanti, di questi tempi, e Mutti non fa eccezione. Il suo secondo reverse merger si rivela molto meno fortunato della prova d'esordio e la parola fine, se non per il gruppo almeno per lui, è ormai vicina.24 giugno 2003 - MITROKHIN: MARGHERITA, ASCOLTIAMO JANNUZZI E SCALFARI
ANSA:
"In considerazione di quanto emerso nelle ultime audizioni e di quanto dichiarato dal senatore Jannuzzi ai giornali, chiediamo che venga ascoltato insieme a Eugenio Scalfari in commissione". Questo il breve testo di una lettera inviata dai due senatori della Margherita, Cinzia Dato e Mario Cavallaro, membri della commissione di inchiesta sul Dossier Mitrokhin, al presidente Paolo Guzzanti.
"Sul piano Solo in questi ultimi giorni ne abbiamo ascoltate e viste e lette di tutti i colori - spiega Cinzia Dato - fra cui anche quella di un colonnello dell'ex Kgb che, dovendo essere ascoltato dalla commissione per circa due ore, e' rimasto in Italia a spese della commissione per oltre una settimana, cosi' da poter partecipare a un convegno organizzato da Alleanza Nazionale su De Lorenzo e il piano. Insomma, si potrebbe definirlo 'revisionismo a spese del Senato'. Con la nostra richiesta speriamo di aggiungere un po' di chiarezza alla vicenda ascoltando i protagonisti dell'inchiesta, uno dei quali ora e' un senatore di Forza Italia".26 giugno 2003 - MITROKHIN: COMMISSIONE PARLAMENTARE VERSO PROROGA
"La Gazzetta del sud"
MITROKHIN: PROROGATA commissione parlamentare
ROMA - L'aula del Senato ha approvato, in prima lettura, la legge che proroga l'attività della commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin fino alla fine della legislatura. Il provvedimento sarà ora esaminato dalla Camera dei deputati. La legge ha ricevuto 127 sì, 86 no e 1 astenuto. A favore hanno votato i gruppi della maggioranza e delle autonomie, contrari Ulivo e Rifondazione Comunista. "Si tratta di una proroga necessaria - ha spiegato per An il senatore Franco Mugnai - per arrivare a comprendere l'anomalia del comportamento dei nostri servizi e dei vertici politico-istituzionali di fronte al dossier Impedian. Infatti mentre Gran Bretagna, Stati Uniti e altri paesi sulla base delle informazioni ricevute hanno dato vita ad immediate azioni di controspionaggio, da noi non è successo nulla di tutto ciò. Anzi, nelle audizioni effettuate si sono riscontrate forti discordanze, insanabili contraddizioni, iniziali "non ricordo" divenuti successivamente ricordi dettagliati e quindi le audizioni sono state ripetute per poter chiarire alcuni aspetti che non risalgono a 20-30 anni, ma all'inizio degli anni 90. Quindi - ha concluso Mugnai - la proroga è più che opportuna per fare chiarezza su questo "buco nero" della nostra storia". Massimo Brutti (Ds) critica la proroga perché la commissione è usata come "un gioco divertente per aggredire l'opposizione. È comprensibile che Paolo Guzzanti non se ne sia voluto privare". I Ds parlano di "uso abnorme che la maggioranza di centrodestra sta facendo di questo strumento parlamentare in questa legislatura. Commissioni non impiegate per potenziare il controllo parlamentare, non per rafforzare i diritti dell'opposizione, ma al contrario per imbastire contro l'opposizione grotteschi processi inquisitori, senza garanzie e senza costrutto, ricchi di provocazione e non privi di qualche infamia, in fin dei conti avvilenti per tutti. A un anno di distanza non c'è nulla: mancano gli elementi minimi per formulare un giudizio circa la veridicità delle informazioni contenute nel dossier Mitrokhin. Non sappiamo nemmeno - ha detto ancora Brutti - se in quelle carte vi sia davvero la traduzione fedele di un testo russo redatto da un archivista del Kgb. Quel poco che è emerso sono notizie approssimative, forzature, pseudo-informazioni che a scopo di calunnia venivano messe in circolo e non erano neanche tutta farina del sacco del Kgb". "In questa commissione abbiamo visto la maggioranza sbarrare la strada a qualsiasi attività conoscitiva che non sia la ricerca di mediocri e improbabili scoop da usare contro la sinistra. Quello che rimane è solo una interpretazione farsesca della storia. E qualche manovra contro le opposizioni. È divertente disporre di un organo istituzionale che ha i poteri dell'autorità giudiziaria, usarlo per aggredire l'opposizione, calpestando ogni garanzia, forti della maggioranza dei voti. Il senatore Guzzanti non vorrà privarsi di un simile gioco".27 giugno 2003 - SOKOLOV E PIANO SOLO
dalla Newsletter di www.misteriditalia.com
PIANO SOLO: DAVVERO RIDICOLA LA BUFALA DELLO SPIONE SOVIETICO
Giustamente ignorata dalla stampa seria (il Corriere della Sera, con toni vicini all'ironico, è stato costretto ad intervenire, con ritardo, viste le sollecitazioni del solito Cossiga), la grande bufala che uno sconosciuto ex agente segreto del KGB ha cercato di rifilare all'opinione pubblica italiana non è stata raccolta da nessuno, se non dagli organizzatori di un convegno, improntato all'insegna del più sgangherato revisionismo storico che sia dato di conoscere.
In breve la storia di questo convegno, organizzato dal gruppo parlamentare del Senato di Alleanza Nazionale e pomposamente intitolato al ruolo svolto in Italia dallo spionaggio sovietico e al Piano Solo.
Dovete sapere che da anni, da molti anni, si aggira nelle aule dei tribunali di mezza Italia uno strano personaggio, un colonnello de carabinieri in pensione che porta un cognome scomodo e che si batte però per una causa nobile, difendere e riabilitare la figura del padre, scomparso da tempo. Questo ex ufficiale si chiama Alessandro De Lorenzo ed è il figlio del gen. Giovanni De Lorenzo, già comandante del SIFAR e poi dell'Arma dei carabinieri, passato alla storia come il responsabile di un minacciato colpo di Stato militare basato su un piano d'attacco, il Piano Solo, appunto.
Questo signore ha querelato e continua a querelare tutti i giornalisti e gli storici che scrivono su suo padre le solite ovvietà: del minacciato colpo di Stato del luglio 1964, del Piano Solo, della lista di enucleandi (personalità della politica e del sindacalismo italiano) da imprigionare in una base sarda e così via.
Alessandro De Lorenzo - e la cosa di per sé avrebbe dovuto insospettire da subito - è stato tra i realtori di questo convegno, organizzato a Roma da AN. Un convegno tutto basato sulle "rivelazioni" di un ex colonnello del KGB, tal Leonid Kosolov, secondo il quale il progetto colpo di Stato del gen. De Lorenzo, in realtà, non è mai esistito: si è trattato di un'operazione di disinformazione del GRU, il servizio segreto militare russo che avrebbe "inventato" il Piano Solo per destabilizzare i "potenti" (figuriamoci!) servizi segreti militari italiani.
Si dà il caso che nel gennaio del 1991 la commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi abbia tolto il segreto sul Piano Solo e sul minacciato golpe De Lorenzo, sui quali - peraltro - hanno indagato per anni commissioni d'inchiesta sia parlamentari, che ministeriali.
Lo stesso gen. De Lorenzo, d'altro canto, non ha mai negato i fatti: non ha mai negato che il Piano Solo era stato fatto da lui preparare; non ha mai negato di aver mandato lui in persona ai comandanti regionali dell'Arma le liste di proscrizione; non ha mai negato neppure di aver chiesto al capo di stato maggiore della Marina due navi per trsportare gli "enucleandi" in Sardegna. Il gen De Lorenzo si è, invece, difeso, sostenendo che quelli erano solo preparativi che non sarebbero mai stati messi in opera senza il consenso del governo.
Insomma il Piano Solo è sempre stato qualcosa di molto palpabile. E consultabile. E che, presto, Misteri d'Italia metterà on line. Nulla, insomma, di inventato dai russi.
Altrimenti dovremmo credere anche un'altra cosa: che le 157 mila schedature fatte dal SIFAR di De Lorenzo - poi finite nelle mani del capo della loggia P2 Licio Gelli) ai danni di altrettanti cittadini italiani sarebbero state compiltae oltrecortina.
La bufala è tutta qui.
Revisionismo storico? Non scherziamo, il revisionismo storico è qualcosa di molto più intelligente. Spiace solo che ad avallare quella bufala, immaginiamo del tutto incosapevolmente, si sia trovato - con grande imbarazzo - uno come Giulio Andreotti che di segreti e misteri s'intende, ma che le bufale di solito...si limita a mangiarle.27 giugno 2003 - CASO MORO E SOKOLOV: LETTERA SCE' A MISTERIDITALIA
Newsletter del sito www.misteriditalia.com
Caso Moro: su Sokolov proprio non va...
di Jacopo Sce
Gentile Redazione,
sono un vostro "abbonato" e non la faccio lunga sull'utilità del vostro giornale.
Solo che nell'ultimo numero (vedi n.67) ho visto il pezzo relativo a Sokolov, e confesso che proprio non va. In questo caso, so bene di contare un privilegio, perché essendo consulente della Commissione Mitrokhin ho accesso ai documenti acquisiti, tra cui appunto quelli che riguardano Sokolov.
Bene, in quelle carte c'è effettivamente copiosa documentazione che testimonia di come Sokolov fosse monitorato fin da prima del suo arrivo in Italia nell'autunno del 1977, ma semplicemente perché assieme ad altri 14 studenti sovietici aveva vinto una borsa di studio del nostro ministero degli Esteri. Logico che fin dalla richiesta di visto, su questi studenti venissero prese tutte le informazioni possibili.
Così accadde per tutti e 15 i ragazzi. Poi, dopo il rapimento di Aldo Moro e dopo le allarmate dichiarazioni del prof. Tritto, su Sokolov si concentra l'attenzione del Sismi, che nei suoi confronti procede anche a un servizio di OCP (osservazione, controllo e pedinamento): è tutto documentato, ma quello che gli uomini del SISMI possono registrare sono solo le sue effusioni con una ragazza su una panchina di Piazza Navona.
Poi si può legittimamente discutere se Sokolov sia diventato una spia del KGB - attenzione, però, perché ci sono almeno altri due Sokolov, agenti accertati dell'URSS!! - venuto in Italia nel 1981 sotto mentite spoglie di corrispondente della TASS; ma per quanto riguarda il 1977/1978, non c'è davvero nessun elemento che possa confermare questa tesi.
In questo caso il Servizio militare ha fatto quanto doveva, a meno che non si pensi a una sorta di complicità dei nostri apparati di sicurezza non già con con l'intelligence USA, bensì con il KGB comunista!
Tutto è possibile - e personalmente posso anche pensare che in URSS qualcosa sapessero... - ma non abbiamo nessun elemento per poter dire ciò.
Molti cordiali saluti e buon lavoro.
Jacopo Sce2 luglio 2003 - MITROKHIN: CAPIGRUPPO ULIVO,CIRCOLA DOCUMENTAZIONE NON CHIARA
ANSA
"In commissione Mitrokhin ormai succede anche l'impensabile": e' quanto dichiarano, congiuntamente i capigruppo dell'opposizione Lino Duilio (Margherita), Giampaolo Zancan (Verdi), Luigi Marino (Pdci) e Walter Bielli (Ds). "Succede anche che fanno la comparsa documenti palesemente segreti, prodotti da esponenti di maggioranza (on. Fragala'), i quali (documenti) sono stati verosimilmente acquisiti secondo modalita' di cui va certificata la stessa qualita'".
Riferendosi all'audizione di oggi, che ha visto l'ammiraglio Osvaldo Toschi essere ascoltato dalla commissione sulla vicenda del dossier Mitrokhin, gli esponenti dell'Ulivo affermano che gli interventi dell'opposizione hanno "costretto il presidente, Paolo Guzzanti, a riconoscere la necessita' di ricondurre l'acquisizione di ogni documentazione ad una prassi di correttezza procedurale sia formale che sostanziale, tale da impedire che una commissione parlamentare diventi, come rischia di diventare la Mitrokhin, 'porto di mare', dove venga scaricata ogni sorta di documentazione, senza che preventivamente ne venga attestata la veridicita' e la stessa legalita'". Vedremo - concludono i capigruppo - da dove arrivano certi documenti, se erano regolarmente acquisibili o meno dalla commissione, se vi siano addirittura gli estremi per segnalare il caso all'autorita' giudiziaria".
La senatrice Cinzia Dato, unitamente a Giampaolo Zancan affermano: "ormai la commissione e' una sorte di ricettacolo di manovre torbide, inquietanti e in ultima analisi illegali". "Piu' in generale e' il momento di chiedersi di quanto avviene quotidianamente in commissione non finisca per squalificare il lavoro dei commissari, anche in considerazione del fatto che alcuni dei membri della maggioranza attuano una strategia ben precisa, che sembra azionata da una regia esterna, estranea alla commissione. Ma l'opposizione - concludono i due senatori - non manchera' di battersi per scoprire questi eventuali suggeritori".7 luglio 2003 - MITROKHIN: GUZZANTI E LE POLEMICHE
ANSA:
"Le ripetute accuse e insinuazioni nei miei confronti, ogni volta che 'Il Giornale' pubblica inchieste sulle attivita' del Kgb e della commissione Mitrokhin, fanno parte ormai di un copione ossessivo e scontato". Con queste parole il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul Dossier Mitrokhin, Paolo Guzzanti, risponde a Cinzia Dato, senatrice della Margherita, che si chiede come mai 'Il Giornale', di cui Guzzanti e' il vicedirettore, abbia sempre in esclusiva documenti riservati.
"Io non ho nulla da dichiarare, nulla da chiarire e nulla di cui giustificarmi - aggiunge Guzzanti - posso solo dire che io stesso apprendo quanto viene stampato sul quotidiano milanese quando al mattino vado in edicola, e questo in omaggio ad una divisione dei ruoli e delle funzioni che non soltanto e' corretta, ma anche esemplare. Il resto - conclude - e' sola speculazione".
Paolo Guzzanti ha risposto alla presa di posizione di Cinzia Dato, membro della commissione Mitrokhin. "La pubblicazione da parte del Giornale di documenti riservati - ha dichiarato la senatrice della Margherita - e' il culmine di una situazione insostenibile. Qualcuno dovra' spiegare come e' possibile che questo quotidiano, di cui e' vicedirettore Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mitrokhin, abbia sempre in esclusiva documenti riservati che dovrebbero essere materiale per i commissari e che invece finiscono inevitabilmente sulle colonne del giornale del fratello di Berlusconi".
"Sono sicura - ha aggiunto - che a tutto ci sia una spiegazione, ma le coincidenze sono inquietanti. Penso sia meglio che Guzzanti, anche per tutelare la sua posizione, faccia presto estrema chiarezza fra il proprio ruolo istituzionale e la sua professione di giornalista".
A proposito di quanto scritto dal quotidiano milanese, Cinzia Dato dice che "si tratta di documenti del tutto ininfluenti ai fini delle inchieste, ma il cui contenuto puo' assumere un valore diffamatorio"."Deve partire una denuncia per la fuga di notizie dalla commissione Mitrokhin e in questo caso la denuncia va fatta anche al 'Giornale"'. Il capogruppo dei Ds in commissione Mitrokhin, Valter Bielli, interviene cosi' nella polemica sui documenti riservati pubblicati dal quotidiano milanese diretto da Maurizio Belpietro.
"Continuano le pubblicazioni da parte del 'Giornale' di documenti riservati - spiega Belli - di carte coperte da classifica 'segreto', di fascicoli coperti da regime di non divulgazione. Tutto questo - aggiunge - evidenzia una prassi che non e' piu' compatibile con un sereno svolgimento dei lavori della commissione".
L'esponente diessino osserva che "spetta ora al presidente della commissione, il senatore Paolo Guzzanti, dimostrare fino in fondo quale e' il ruolo che compete a un presidente". Dunque Bielli chiede alla commissione e a Guzzanti, vicedirettore del 'Giornale', di far partire una denuncia. "Altrimenti - conclude - c'e' da chiedersi se siamo di fronte a un giornalista che continua a fare il giornalista, ma a questo punto si pone un problema: l'incompatibilita' con la presidenza della commissione Mitrokhin".8 luglio 2003 - MITROKHIN: SIRACUSA, NON CHIESI NESSUNA FIRMA A PRODI
ANSA:
Sergio Siracusa, direttore del Sismi nel 1996, non chiese alcuna firma all' allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, quando lo incontro' per informarlo sugli sviluppi della inchiesta sul dossier Mitrokhin che stava svolgendo il servizio segreto militare. Lo ha riferito oggi lo stesso Siracusa in commissione Mitrokhin leggendo una memoria scritta. In sostanza, Siracusa ha detto che il 30 ottobre del '96 incontro' Prodi, portando con se' il dossier Mitrokhin e una lettera per il presidente del consiglio uguale a quella che era stata posta all' attenzione ed annotata dal ministro della Difesa Beniamino Andreatta. Andreatta aveva gia' manifestato la sua adesione per iscritto e Siracusa non reputo' necessario consegnare la lettera a Prodi o farla firmare. "Non ho proposto alcuna lettera alla firma e il presidente Prodi non ha opposto alcun rifiuto".
Il capogruppo di An in commissione Mitrokhin, Enzo Fragala', commenta le dichiarazioni fatte oggi da Siracusa. "La sensazione - dice - e' che il generale stia piuttosto sulle spine, e che abbia voglia di concludere al piu' presto questa faccenda. Al di la' di un formale atteggiamento di disponibilita' e' emersa una certa frenesia di uscire di scena. Siracusa puo' star tranquillo, non deve aver fretta, abbiamo tutto il tempo del mondo".
L' audizione dell' ex direttore del Sismi proseguira' domani.9 luglio 2003 - LIBRO DI BISCIONE SU "IL SOMMERSO DELLA REPUBBLICA"
"Trentino"
Il libro. Francesco Biscione
Se la Repubblica prova a scavare nel suo sommerso
È la crisi dell'antifascismo in Italia il tema de "Il sommerso della Repubblica" (Bollati Boringhieri, pagine 160, euro 13,00), l'ultimo lavoro di Francesco M. Biscione.
Il sommerso della Repubblica è quell'insieme di forze non necessariamente organizzate che si è opposto all'antifascismo inteso come il movimento politico articolato, complesso e anche conflittuale al suo interno che, nei trent'anni seguiti alla guerra, ha saputo costruire le istituzioni del paese e democratizzare la società italiana. Inteso invece in chiave ideologica l'antifascismo è, secondo Biscione, il maggiore ostacolo alla comprensione della storia repubblicana. Una storia in cui bisognerà ormai includere anche quel sommerso che si manifesta a partire dagli anni sessanta (Tambroni, De Lorenzo, Piazza Fontana) e poi con la strategia della tensione, introducendo la violenza dentro e contro il gioco politico. La ricerca del nesso tra il sommerso e quel complesso di attività destabilizzanti che hanno segnato la storia della Repubblica fino alla P2 porta Biscione a contestare l'interpretazione corrente che riferisce quegli episodi al contesto internazionale, mentre si è trattato di un conflitto prevalente interno. In particolare, alla luce del nesso con il sommerso, la vicenda della P2 viene riletta non solo come l'approdo ideologico-organizzativo (cioè politico) di una serie di tensioni già all'opera in settori dell'esercito e dello Stato, ma anche come la prima manifestazione di una diffusa determinazione di rilevanti settori della classe dirigente a rompere il quadro politico-istituzionale dell'antifascismo, puntando al superamento della cosiddetta Prima Repubblica. Francesco M. Biscione è nato a Parma nel 1954 e risiede a Roma dove lavora presso l'Istituto della Enciclopedia Italiana. Curatore dal 1993 di una edizione testuale del Memoriale di Aldo Moro, fu chiamato l'anno dopo a collaborare come consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo.11 luglio 2003 - CASO MORO: LE DOMANDE DI FRAGALA'
"La Gazzetta del Sud"
LE INQUIETANTI DOMANDE DI FRAGALà (AN)
La Commissione Mitrokhin collaborerà con la famiglia dello statista dc
I troppi buchi neri dell'uccisione di Moro
ROMA - "Pieno sostegno alla volontà della famiglia Moro di far luce, una volta per tutte, su una delle pagine più nere della storia del nostro Paese. I primi passi compiuti dai familiari dello statista Dc dimostrano che grazie al materiale contenuto nel "Dossier Mitrokhin" e grazie alla serrata inchiesta condotta dalla Commissione si illuminerà finalmente una delle più inquietanti zone d'ombra dell'"affaire Moro", che inspiegabilmente in questi anni è stata tenuta nascosta addirittura agli stessi inquirenti: il ruolo di Sergej Sokolov". Lo afferma Enzo Fragalà, capogruppo di An in Commissione Mitrokhin. Fragalà aggiunge: "Il lavoro della Commissione d'inchiesta, che la sinistra vorrebbe affossare, sta facendo luce come un potente riflettore sui troppi misteri irrisolti del dopoguerra italiano. Uno di questi è proprio la figura di Sokolov, ufficiale del Kgb, un protagonista d'eccezione della vicenda, cui è giunto il momento di attribuire un preciso ruolo. Quel Sokolov che ritroviamo in contatto con il capo della Residentura del Kgb di Teheran che preparò e addestrò il futuro attentatore alla vita di Karol Wojtyla prima che costui fosse trasferito a Sofia, ospite per tre mesi nell'albergo di Stato della capitale bulgara per poi venire portato quel 13 maggio del 1981 a piazza San Pietro per tentare di spegnere la vita di colui che Andropov, direttore del Kgb, riteneva assai significativamente come il pericolo numero uno per il comunismo mondiale". "Un'altra delle "relazioni pericolose" - continua Fragalà - su cui bisogna far luce è la vicenda di Giorgio Conforto e del gap di informazione che, anche in questo caso, c'è stato fra servizi segreti e magistratura. Nessuno infatti avvertì i magistrati che interrogavano Giuliana Conforto che suo padre era un agente accertato del Kgb, per giunta ritenuto in attività fino alla sua morte, checchè ne dica la sua famiglia. Anche in questo caso è sufficiente consultare i fascicoli a disposizione nell'archivio della Commissione Mitrokhin. E' grave che i magistrati non seppero nulla nonostante il pronto interessamento e l'invito ad approfondire la vicenda giunto da parte dell'allora ministro dell'Interno, Francesco Cossiga. Nella migliore delle ipotesi possiamo dire che il caso fu sottostimato". "Un altro dato inquietante - prosegue il deputato di An - è il salto temporale di diversi mesi che si riscontra nella documentazione relativa a Giorgio Conforto - un vuoto sinistro che coincide con il periodo del sequestro Moro - e la discrasia, inspiegabile dal punto di vista burocratico, di un atto del Sismi che cita in oggetto il richiamo al protocollo di una lettera di quattro anni prima. I familiari di Moro potranno anche valutare le pagine del "Dossier Mitrokhin" che rivelano la disinformatija denominata "operazione Shpora" con cui il Kgb accreditò a Benigno Zaccagnini attraverso la sua segreteria la clamorosa tesi che il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro fossero organizzati dalla solita Cia sotto la regia del segretario di Stato statunitense Henry Kissinger. Il tutto nella cornice delle attività di addestramento e finanziamento delle Brigate rosse da parte dei servizi segreti cecoslovacchi che fornirono a Moretti la famigerata mitraglietta Skorpion di fabbricazione cecoslovacca con cui fu recisa la vita del presidente della Dc e che fu poi ritrovata nell'appartamento di via Giulio Cesare 47, non a caso di proprietà di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio alias il mitico agente "Dario" capo della rete spionistica del Kgb in Italia". "Così - continua Fragalà - come sarà utile riesaminare l'inchiesta della Commissione stragi sulla seduta spiritica organizzata dal professor Romano Prodi a Zappolino, vicino Bologna, dove secondo l'insigne economista venne fuori dallo spirito di Giorgio La Pira l'indicazione di via Gradoli, cioè del covo da cui Mario Moretti si muoveva ogni mattina durante i 55 giorni del sequestro per recarsi in via Montalcini ad interrogare il prigioniero. Ci appelliamo al presidente Guzzanti affinché la Commissione collabori con i legali della famiglia Moro e metta a loro disposizione i documenti cui possono avere accesso".11 luglio 2003 - STRAGE QUESTURA MILANO: CASSAZIONE ANNULLA ALCUNE ASSOLUZIONI
"Il Nuovo"
Milano, strage alla Questura: annullate le assoluzioni
Lo ha deciso la V sezione penale della Cassazione, che ha annullato l' assoluzione dall' accusa di strage nei confronti di Boffelli, Carlo Maria Maggi e Neami, che in primo grado erano stati condannati all' ergastolo.
ROMA - E' da rifare il processo per la strage della questura di Milano, avvenuto nel 1973: adesso la Corte d'Assise d'Appello di Milano dovrà tornare a seguire la pista neofascista per stabilire le responsabilità della strage alla questura. Il verdetto arriva dalla V sezione penale della Cassazione, dopo tre ore e un quarto di camera di consiglio, che ha annullato l' assoluzione dall' accusa di strage nei confronti dei neofascisti Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami, che in primo grado erano stati condannati all' ergastolo. Confermata, invece, l' assoluzione del generale Gianadelio Maletti.
Sono stati così accolti - quasi totalmente - i motivi di ricorso presentati in Cassazione dal sostituzione procuratore generale della Corte d'appello di Milano, Laura Bertolé Viale, contro il verdetto assolutorio pronunciato il 27 settembre del 2002.
Finora l' unico condannato è stato Gianfranco Bertoli. Adesso l' ipotesi che l' attentato sia stato architettato ed eseguito da questo unico responsabile - definito come anarchico - non ha retto al vaglio della Cassazione, che invita i giudici milanesi a fare luce su uno dei più controversi misteri della storia repubblicana.
In quell'occasione una bomba a mano lanciata da Gianfranco Bertoli, provocò la morte di quattro persone e il ferimento di altre 44 : l'attentatore, Gianfranco Bertoli, fu immediatamente catturato, processato e condannato all'ergastolo. Le indagini portarono poi all'identificazione di altre persone che avrebbero concorso nell'organizzazione dell'attentato, il cui obiettivo sarebbe stato quello di colpire l'allora ministro dell' Interno, Mariano Rumor, intervenuto alla commemorazione del commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi, assassinato un anno prima.ANSA:
E' evidente la soddisfazione con la quale il Pm Maria Grazia Pradella, che sostenne l'accusa in primo grado, e il sostituto Pg Laura Bertole' Viale, che la rappresento' nel processo d'appello, hanno accolto la decisione della Cassazione di annullare l' assoluzione di tre degli imputati per la strage della Questura di Milano del 1973.
"Evidentemente, e' stato ritenuto credibile quanto sostenuto da Digilio e Siciliano, mentre non e' stato altrettanto per chi accusava Spiazzi - commenta il Pm Pradella -. L' importante e' quanto e' stato sostenuto dal procuratore generale: e' stato confermato il contesto in cui e' stato ideato, preparato ed eseguito l'attentato. E' stata finalmente smentita l'ipotesi dell' attentato commesso dal solo anarchico-individualista Bertoli".
Secondo Maria Grazia Pradella, la decisione della Cassazione potra' avere conseguenze importanti anche sul processo d'appello per la strage di Piazza Fontana che comincera' nell'autunno prossimo.
Soddisfatta anche il sostituto Pg Bertole' Viale per la quale "e' stata confermata la responsabilita' dell' organizzazione Ordine Nuovo ed e' stato confermato il lavoro dei giudici istruttori Lombardi e Salvini. La loro preparazione ha consentito di seguire la pista giusta".
"Le bufale di Bertoli non potevano essere credute - ha concluso il magistrato - e, finalmente, si comincia a far luce su buchi neri del passato"."E' una sentenza che rende onore all'impegno dell'ufficio istruzione di Milano che, dagli anni '90, ha cercato, tra molte difficolta', di offrire la verita' ai parenti delle vittime della strategia della tensione". Lo ha detto il gip di Milano, Guido Salvini, che condusse alcune inchieste sui movimenti eversivi di estrema destra, commentando la decisione della Corte di Cassazione di annullare tre assoluzioni degli imputati per la strage della Questura di Milano.
Quelle sulle cosiddette "trame nere" furono le ultime inchieste condotte dai giudici istruttori Antonio Lombardi e Guido Salvini prima che cessasse di esistere l'ufficio istruzione.Ecco un riepilogo delle fasi principali della vicenda dell'attentato alla questura di Milano:
- 17 maggio 1973 - alla fine della cerimonia per l' anniversario dell' uccisione del commissario Luigi Calabresi (presente l' allora ministro dell' Interno Mariano Rumor), il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli lancia tra la folla una bomba a mano tipo 'ananas' quando l' auto di Rumor si e' appena allontanata. I morti sono quattro e i feriti 45. Bertoli e' subito arrestato, si proclama anarchico e dice di aver agito da solo. La bomba se la sarebbe procurata in Israele, dove avrebbe lavorato in un kibbutz.
- 1 marzo 1975 - la prima Corte d' assise di Milano condanna Bertoli all' ergastolo.
- 9 marzo 1976 - la prima Corte d' assise d' appello di Milano conferma la sentenza di primo grado.
- 19 novembre 1976 - la prima sezione penale della Corte di Cassazione respinge il ricorso di Bertoli. La condanna diventa cosi' definitiva.
- 3 novembre 1991 - alcuni giornali scrivono che negli elenchi di Gladio compare il nome di Gianfranco Bertoli. I servizi segreti sostengono che si tratta di un caso di omonimia.
- 18 giugno 1997 - Gianfranco Bertoli tenta il suicidio con una overdose di eroina. Il 23 giugno il tribunale di sorveglianza gli revoca la semiliberta', ottenuta quattro anni prima. Bertoli otterra' poi di nuovo la semiliberta'.
- 21 luglio 1998 - il giudice istruttore Antonio Lombardi, a conclusione del supplemento d' inchiesta condotto col vecchio rito, rinvia a giudizio 7 persone: Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, Carlo Digilio e Amos Spiazzi, accusati di concorso in strage, Gianadelio Maletti e Sandro Romagnoli di omissione di atti d' ufficio e di soppressione e sottrazione di atti e documenti concernenti la sicurezza dello Stato.
- 11 marzo 2000 - dopo cinque giorni di camera di consiglio, la quinta Corte d'Assise emette la sentenza che condanna all' ergastolo con l'accusa di strage Carlo Maria Maggi, Amos Spiazzi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami. Gian Adelio Maletti e' condannato a 15 anni di reclusione.
- 28 novembre 2000 - Gianfranco Bertoli, 67 anni, muore a Livorno dove viveva in semiliberta' facendo il lavapiatti in un piccolo ristorante di periferia.
- 27 settembre 2002 - dopo nove ore di camera di consiglio la Corte d' assise d' appello assolve tutti gli imputati perche' il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, rovesciando completamente la sentenza di primo grado.
- 1 febbraio 2003 - depositato il ricorso in Cassazione presentato dalla Procura Generale contro la sentenza d' appello.
- 11 luglio 2003 - la quinta sezione penale della Cassazione annulla l' assoluzione di Giorgio Boffelli, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami. Confermata, invece, l' assoluzione del gen. Gianadelio Maletti e di Amos Spiazzi.Ore 10.57 del 17 maggio 1973: nel cortile della Questura di Milano si e' appena conclusa la cerimonia per commemorare il commissario Luigi Calabresi ad un anno dalla sua uccisione, presenti il ministro dell' Interno Mariano Rumor e il capo della polizia Zanda Loy. Mentre la gente e le autorita' stanno uscendo, dal marciapiedi di fronte all'entrata della Questura, in via Fatebenefratelli, un individuo alto e magro lancia in mezzo alla folla una bomba a mano Mark 2 israeliana di tipo "ananas". L' ordigno esplode sul marciapiede opposto, accanto al portone della questura, seminando la morte. Le vittime sono quattro e piu' di 40 i feriti. Tutti comuni cittadini. Rumor e le altre autorita' sono gia' lontane.
L'attentatore viene subito bloccato. E' Gianfranco Bertoli, sedicente "anarchico individualista", un veneto appena rientrato in Italia dopo un periodo in un kibbutz israeliano. Ha una A da poco tatuata su un braccio. In realta' Bertoli, che ha avuto parecchie condanne per furti, rapine minacce, ubriachezza molesta e porto abusivo di armi, e' stato un informatore del Sifar e ha avuto stretti contatti con gli ambienti dell'estrema destra veneta. Un dossier su di lui si trovava tra le carte del commissario Calabresi. Il suo nome (o di un omonimo, come sostiene il Sismi) era anche nelle liste di Gladio.La decisione della quinta sezione della Cassazione di annullare tre assoluzioni per altrettanti imputati per la strage della Questura di via Fatebenefratelli a Milano (quattro morti e 40 feriti, il 17 maggio del '73), tra coloro che hanno indagato per anni su quell'attentato viene interpretata in un solo modo: il riconoscimento che quello non fu il gesto solitario dell'anarchico individualista Gianfranco Bertoli, che i suoi segreti se li e' portati nella tomba.
Fu molto di piu', come intui' il giudice istruttore Antonio Lombardi, il cui lavoro venne approfondito dal suo collega Guido Salvini e dal pm Maria Grazia Pradella: venne ideato, preparato e attuato, nella ricostruzione dell'accusa, nell'alveo di Ordine Nuovo, il gruppo neofascista a cui appartenevano Carlo Maria Maggi, che ne era ispettore per il Triveneto, Giorgio Boffelli e Francesco Neami dei quali oggi e' stata annullata l'assoluzione.
I tre vennero condannati in primo grado all'ergastolo ma i giudici della Corte d'assise d'appello di Milano bocciarono il lavoro investigativo escludendo la partecipazione di neofascisti e elementi dei servizi segreti: si torno' all'anarchico- individualista. In Cassazione l'impostazione dell'accusa ha retto e ci sara' un nuovo processo, salvo che per il colonnello Amos Spiazzi, anch'egli condannato all'ergastolo in primo grado ma definitivamente assolto dalla Suprema Corte.
"Evidentemente, e' stato ritenuto credibile quanto sostenuto da Digilio e Siciliano - prova ad interpretare il pm Pradella -, non quanto detto da chi accusava Spiazzi". E viene ritenuto singolare che non sia stato creduto proprio Roberto Cavallaro, che chiamo' in causa il colonnello d'artiglieria e che da subito si dissocio' dall'ambiente eversivo di destra, cominciando a raccontare, mentre Carlo Digilio e Martino Siciliano, i principali pentiti della strategia della tensione, aspettarono decenni. Resta il fatto che e' stato lo stesso pg della Cassazione, Mauro Iacoviello, a sollecitare che fosse respinto il ricorso della Procura generale di Milano contro la sua assoluzione.
Esce di scena anche il generale Gianadelio Maletti, ex capo ufficio D del Sid, condannato in primo grado a 15 anni perche' avrebbe omesso di riferire quanto sapeva dell'attentato che aveva come obiettivo il ministro dell'Interno Mariano Rumor che presenziava quel giorno alla commemorazione dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Per l'ex funzionario dei servizi il sostituto pg aveva chiesto che si procedesse per il reato di soppressione delle prove, per la presunta manomissione di alcune registrazioni. I giudici hanno invece confermato la sua estraneita'. Fu lo stesso Maletti a raccontare che il sedicente anarchico Bertoli, che getto' una bomba a mano di fabbricazione israeliana tra la gente davanti alla questura, era stato in realta' un agente del Sifar (il servizio segreto militare sciolto nel '65), almeno fino al 1960, avvalorando in questo modo la pista 'nera' e i collegamenti con apparati istituzionali. Con la sua assoluzione e quella di Spiazzi questi collegamenti sono messi in forse, "ma e' stata confermata la responsabilita' di Ordine Nuovo", commenta il sostituto pg di Milano, Laura Bertole' Viale, che nel prossimo autunno affrontera' il processo d'appello per la strage di piazza Fontana, con altri neofascisti condannati all'ergastolo. E anche per il magistrato "le bufale di Bertoli non potevano essere credute e, finalmente, si comincia a far luce su buchi neri del passato".16 luglio 2003 - GEN. SIRACUSA IN COMMISSIONE MITROKHIN
"La Gazzetta del Sud"
ASCOLTATO DALLA COMMISSIONE MITROKHIN
Il gen. Siracusa: i miei incontri con Andreatta e Prodi nel '96
ROMA - Il 30 ottobre 1996 l'allora direttore del Sismi, generale Sergio Siracusa, incontrò l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi alla presenza del sottosegretario alla presidenza Enrico Micheli. "Gli illustrai - ha detto ieri Siracusa in Commissione Mitrokhin - non in termini così approfonditi come potei fare con il ministro della Difesa Andreatta, ma in termini generali, di tutto quello che si trattava, di tutti i report, di tutte le problematiche, della questione dell'opportunità o meno di informare l'autorità di polizia giudiziaria, dell'inesistenza delle prove e lui convenne su questo, come aveva fatto in precedenza il ministro Andreatta". Siracusa ha ribadito che il 2 ottobre 1996 Andreatta firmò la lettera del Sismi, nella quale si propose al Governo il parere "di non inviare comunicazioni ai competenti organi di polizia giudiziaria". Il Sismi giudicò infatti "ridottissime" le possibilità di conseguire elementi di prova. Il Sismi informò comunque il Governo che "le informazioni originate dalla fonte Impedian (Mitrokhin, ndr ) erano a conoscenza del MI6 (servizio inglese, ndr ) e della Cia". Siracusa ha citato anche un'intervista di Beniamino Andreatta al Corsera dell'8 ottobre 1999. Andreatta affermò: "Spiegai a Prodi le conclusioni a cui eravamo giunti dopo aver esaminato, col gen. Siracusa, le carte ricevute da Londra. Gli dissi anche dei dubbi circa la consistenza di queste informazioni. Prodi non ritenne opportuno un approfondimento. Si limitò a giudicare opportuna la strada delle ulteriori indagini".17 luglio 2003 - MITROKHIN: BIELLI (DS), NO A PROROGA COMMISSIONE
ANSA
"La richiesta del centro-destra di prorogare la Commissione Mitrokhin fino al termine della legislatura e' solo un ulteriore atto di strumentalizzazione politica. In un anno di inchiesta abbiamo appurato l'assenza di anomali'e nella gestione del dossier Mitrokhin da parte del Sismi e dei governi in carica". E' quanto afferma il capogruppo dei Ds in commissione, Walter Bielli. " Il dossier Mitrokhin - aggiunge - e' un bluff sul quale i commissari del centro-destra e il loro presidente vorrebbero continuare la loro attivita' al fine di gettare discredito e fango sui dirigenti del centro-sinistra. Al solo scopo di poter apparire sui media, il presidente Guzzanti e Fragala' si prestano perfino ad utilizzare come cassa di risonanza i giornali della famiglia Berlusconi e il Secolo. Si doveva impedire il discredito di persone chiamate ingiustamente in causa e, invece, si spargono veleni arrivando perfino a denigrare figure nobili come quella di Francesco De Martino. Se si voleva appurare la verita' si doveva almeno provare a verificare quanto di vero fosse stato trascritto da Mitrokhin, tradotto in inglese e poi in italiano".
La Commissione su questo che per quanto ci riguarda poteva "essere un utile terreno di confronto e su cui si poteva anche pensare a una proroga di qualche mese non si e' fatto nulla, ma si e' proceduto alla richiesta di proseguire fino alla fine della legislatura senza un chiaro orientamento di quello che sarebbe stato utile fare".
I Ds dicono no alla proroga perché questa e' una Commissione d'inchiesta "ad uso esclusivamente propagandistico'26 luglio 2003 - MITROKHIN: BONDI E CICCHITTO, URGENTE PROROGA COMMISSIONE
ANSA
Il portavoce di Forza