Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: maggio |
3 maggio 2003 - MITROKHIN: AUDIZIONE AMM. GRIGNOLO
"Il Nuovo"
Mitrokhin, nuovi dubbi sull'attendibilità
Durante l'audizione in commissione, l'ammiraglio Grignolo del Sismi rilancia il dubbio sulla corretta interpretazione del dossier. "Bastava che una persona fosse invitata a pranzo per essere definita informatore".
ROMA - Ma questo benedetto dossier Impedian (o Mitrokhin) è attendibile o no? Un dubbio che, per la verità, c'è sempre stato. Ma che è stato rilanciato clamorosamente nell'ultima audizione dell'ammiraglio Grignolo, uno dei massimi dirigenti del Sismi, il servizio segreto militare, che dovrà essere nuovamente sentito dalla commissione parlamentare d'inchiesta alla ripresa dei lavori subito dopo il cosiddetto "ponte" del primo maggio.
Questo perché Grignolo ha fatto alcune affermazioni abbastanza importanti. Per dire, sostanzialmente, che non è detto che molte persone indicate come spie fossero effettivamente spie sovietiche. Anzi, c'è il rischio reale che si tratti di cittadini assolutamente innocenti, invischiati loro malgrado in qualche trama. Un bel grattacapo. Perché uno dei compiti della Commissione è proprio quello di stabilire l'attendibilità del dossier Mitrokhin e di accertare se le persone chiamate in causa fossero, o no, spie sovietiche. Autorevoli commentatori - tra questi Paolo Mieli - avevano detto di attendersi dalla Commissione una parola chiara sugli uomini e le donne coinvolte. Perché, appunto, la Commissione riuscisse a tirarsi fuori dal pantano della sterile polemica politica, facesse una seria operazione storico-politica, individuasse le responsabilità e restituisse l'onore a coloro che erano stati infangati. Esempio su tutti, il senatore a vita Francesco De Martino, indicato come spia nel dossier, e "riabilitato" proprio il giorno dei suo funerali dall'ex direttore del Sismi, Battelli il quale, rispondendo ad una domanda del senatore Andreotti, aveva detto categoricamente che la storia di De Martino spia non era credibile. Eppure l'ex segretario socialista ha vissuto gli ultimi anni con l'amarezza di una tale onta, del tutto infondata.
Ma cosa ha detto l'ammiraglio Grignolo? Nell'ultima audizione ci sono alcune affermazioni importanti: "Se lei mi chiede una mia opinione sull'attendibilità dei report Impedian per la parte detta da Mitrokhin, sono sicuro che questo signore abbia in effetti, negli anni, scritto cose che risultavano nell'archivio Kgb. Ritorno a dire che bisogna però vedere esattamente cosa significasse per lui agente informatore, agente d'influenza. Naturalmente quando definivano agenti e spie, sicuramente lui ha scritto quello che ha visto nei documenti del Kgb, però c'è sempre la problematica della definizione delle parole agenti di influenza, informatori, eccetera. Su quello posso avere qualche dubbio".
In altre parti dell'audizione il dirigente del Sismi è stato ancora più esplicito: "Non ho dubbi su quello che magari Mitrokhin ha scritto. Nutro molti dubbi sulle interpretazioni dei vari agenti di influenza, degli informatori. Spesso e volentieri, quando si invita a pranzo una persona, lo si fa poi diventare un informatore". Insomma - come emerge da altri documenti del servizio segreto - il rischio che normali colloqui siano stati fatti passare per qualcosa di diverso esiste. Eccome. Tanto più che - talvolta - gli stessi servizi segreti sono autori di madornali errori. Grignolo ne ha riferito uno: "Vorrei per un attimo ricordare che gli inglesi indicarono anche altri diplomatici e presero degli abbagli spaventosi. Come mi sembra di aver già detto, andai dall'ispettore generale Marco Colombo per la questione di Pansini, del nullaosta, mi sembra. Marco Colombo era stato indicato dagli inglesi come spia quando era console in un paese della Germania Occidentale. Gli inglesi presero l'elenco dei diplomatici e tirarono fuori il nome di questo signore, sbagliando ovviamente i periodi".
Insomma, la strada da fare è ancora lunga. Per il momento è stata accertata l'esistenza di una rete spionistica sovietica molto solida e determinata, che si contrapponeva ai servizi segreti degli Stati Uniti, anche questi ultimi molto solidi e determinati. Ma sui nomi del dossier Mitrokhin, salvo pochi casi di persone "certamente" spie, i dubbi restano intatti. Anzi, le possibilità che siano innocenti aumentano. Un grattacapo.7 maggio 2003 - POLEMICA NEMBOKID-FASANELLA/ROCCA SUL MISTERIOSO INTERMEDIARIO
"Dagospia"
MORO PER SEMPRE - UN LETTORE - SUPEROE CHE LA SA LUNGA - CONTESTA LA TESI DI FASANELLA & ROCCA (CHE REPLICANO SUL MISTERO "GLADIOSO"...)
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Dagospia,
ho letto l' ultimo intervento di Fasanella che racconta i problemi avuti per il suo libro. Quello che io, da povero supereroe, continuo a non capire e' che cosa si attribuisca a questo signore, che magari c'entrera' pure con il caso Moro (e allora il libro, gia' piacevole e interessante, sarebbe benemerito), ma non si riesce a capire in quale modo.
C'è il riferimento (che io continuo a ritenere cervellotico) a "Grado LI" come "grado 51" di una qualche massoneria. A parte la citazione sbagliata dei personaggi evocati (non si trattava di La Pira e De Gasperi, ma di La Pira e Sturzo), io mi chiedo, se era un messaggio, quale poteva essere il suo scopo e la sua utilita' e perche' Prodi e i suoi, se erano coscienti del suo significato in codice (come sembra ipotizzare Fasanella), non l' abbiano gestito direttamente invece di avvisare le forze dell' ordine.
C' e' poi un riferimento a un "contatto con il governo italiano" a ridosso di quell' episodio. La conclusione e' che "Hubert Howard e Igor Markevic avrebbero governato l'intricata matassa di interessi e di posizioni che si aggrovigliavano nel caso Moro. In un'ipotetica divisione dei ruoli, è possibile che Igor agisse sul campo, per così dire, tornando a fare la spoletta tra le parti, magari anche con il cervello politico delle Br, e Howard tenesse il controllo nella cabina di regia di Palazzo Caetani".
Pochi numeri fa, nel disinteresse generale, "Topolino" ha pubblicato una divertente storia in cui il mio collega Paperino, dopo aver seguito un corso da una specie di esperto di immagine, imparava un trucchetto oratorio grazie al quale riusciva a fare la figura di un grande esperto in tutti i campi continuando a ripetere una frase tipo:"il problema di fronte al quale ci troviamo adesso non e' che il primo gradino, risolto il quale la nostra vita sara' tutto un seguito di successi". In questo modo, di affermazione in affermazione, Paperino si trovava ad essere candidato alla poltrona di sindaco di Paperopoli. Il problema e' che quando, in campagna elettorale, un bambino di una scuola elementare gli risponde semplicemente "E cioe'?" lui non sa piu' cosa fare e tutto il suo successo crolla all' improvviso.
A parte il riferimento evidente (che nessuno ha notato) a un personaggio politico, io vorrei chiedere a Fasanella, senza nessuna polemica, anzi con lo spirito costruttivo che contraddistingue noi supereroi:"E cioe'?".
Saluti
Nembokid
P.s - "Gradoli" per "Grado LI", butto li' a Fasanella un' altra
interpretazione cervellotica: in una lettera al nipotino, Moro parla di se' come del "nonno del casco, degli scacchi e dei tamburelli, dei pompieri di Spagna". Che sono questi improbabili "pompieri di Spagna" ? Molti hanno pensato a un segnale in codice, ma nessuno ha azzardato un'interpretazione. L' unica cosa che mi viene in mente sono i pompieri che tutti gli anni, alla festa dell' Immacolata, salgono sull' obelisco vicino a piazza di Spagna. Se tu vai a fare un sopralluogo, la cosa che attrae di piu' la tua attenzione e' il palazzo di Propaganda Fide, con una scritta molto evidente. Moro aveva fatto un'allusione alla loggia Propaganda (la P2)? Cervellotico ? Si', ma non piu' del tuo "Grado LI".RISPOSTA DI GIOVANNI FASANELLA E GIUSEPPE ROCCA
Autori di "Il misterioso Intermediario - il Caso Moro e Igor Marcovic", Einaudi
Eh, eh, caro Nembo Kid. Qua siamo venuti al vero cuore del mistero.
Ti facciamo una domanda: se due nemici si preparano a una lunga guerra di posizione, dove si attestano, secondo te, per meglio difendersi?
Ragioniamo. Dopo Yalta, i giochi della neonata Repubblica Italiana erano chiari e, soprattutto, previsti: Dc al governo e Pci all'opposizione. Nessuno (neanche l'Urss) avrebbe voluto diversamente. Guerra di posizione, insomma, e sovranità limitata.
Sarebbe stato logico, allora, che i due partiti si fossero arroccati in territori sicuri, protetti da un contesto tradizionalmente fedele. E, invece, Marchini (il costruttore comunista che aveva ricevuto l'incarico da Togliatti di scegliere una sede per il Pci) non comprò uno stabile in un quartiere popolare, a San Lorenzo, mettiamo, o al Testaccio. Scelse un edificio in via delle Botteghe Oscure. Praticamente dietro Piazza del Gesù, cioè "di fronte" alla sede della Dc. E proprio accanto a Palazzo Caetani (famiglia storicamente legata agli inglesi e agli americani). L'urbanistica ha una sua precisa logica. Figurarsi l'urbanistica politica!
E, allora, caro Nembo Kid, questa triangolazione non ti dice niente? Sarà peccato pensar male, come dice Andreotti, ma... Possiamo anche supporre che, mentre la democrazia procedeva nei suoi luoghi e con le sue ritualità ufficiali, la limitazione della sua sovranità si giocava su questo patto fondante: noi governiamo, voi esercitate il diritto all'opposizione e loro controllano che niente sovverta questo equilibrio. E possiamo supporre anche che, essendo una guerra di posizione, gli eserciti non siano stati sciolti e le sentinelle siano rimaste lì, all'erta, da una parte e dall'altra, pronte a intervenire, in caso di allarme. Accettare questo patto, per l'opposizione significava anche andare a mettersi "sotto lo schiaffo", come si dice: esibire continue garanzie di "democraticità", rendersi disponibile ai "controlli" (tu che sai tutto: è vero -come qualcuno sostiene- che in uno dei palazzi dell'Insula Caetani c'era una centrale d'ascolto, con le antenne puntate sulla sede comunista?).
Capisci, adesso, "in quale modo" potrebbe entrarci non solo "quel signore", ma tutto quello che di internazionale si coaugula attorno a quella terza punta del triangolo? Non farci dire altro, caro Supereroe: abbiamo già abbastanza guai. E poi, l'abbiamo bell'e capito, che tu fai lo gnorri, ma la sai più lunga di noi.
E sai benissimo che "Grado-LI" non è una massoneria. Ti vogliamo confidare un segreto. Qualcuno ci aveva soffiato la possibilità di leggere, in questa forma spezzata e cifrata, la parola "Gradoli", suggerita nella famosa seduta spiritica, a Prodi e ai suoi amici, dalle anime di La Pira e di don Sturzo (o di De Gasperi, a seconda delle varie versioni date da alcuni partecipanti). Solleticati dall'astuzia dell'idea, ci eravamo messi a cercare nei gradi delle varie società segrete (non necessariamente massoniche!), ma cosí... quasi solo per curiosità o per gioco. Sapevamo anche che -se mai ne avessimo trovato uno corrispondente a quel numero- sarebbe stato difficile dargli un senso.
Nessun segno, in linguaggi così volutamente oscuri, può essere immediatamente decodificato. Immagina, perciò, il nostro stupore, quando finalmente e fortunosamente, in un vecchio libro (stampato senza data a Parigi -ma con una "lettre-préface" di Camille Flammarion, datata "Octobre 1887"-, il cui autore, devoto di Péladan, si cela sotto lo pseudonimo di Ely Star), non solo trovammo un Grado LI nel "Cercle de la Rose-Croix", ma anche una definizione che diceva chiaro chiaro: "Le Maitre du Glaive", cioè "Il Signore di Gladio".
Noi stavamo appunto lavorando su quella triangolazione, per spiegarci perché il cadavere di Moro non fosse stato abbandonato in un qualsiasi posto più sicuro, ma fosse stato lasciato proprio sotto quel palazzo così centrale, in una delle zone più sorvegliate di Roma.
Moro era stato tra i fondatori di Gladio; le rivelazioni di Moro ai brigatisti minacciavano appunto l'equilibrio, che Gladio doveva proteggere e mantenere; chi, se non Gladio, doveva a questo punto scendere in campo?
Confessiamo che questa scoperta ci pareva il "CVD" ("Come volevasi dimostrare") che, al liceo, scrivevamo soddisfatti alla fine dei teoremi di geometria. Ci pareva troppo provvidenziale per non darne notizia, almeno sotto forma di ipotesi. Questa scoperta, però, è solo la ciliegina sulla torta, per cosí dire. La torta l'avevamo già preparata. Cioè, per uscire dalla metafora, ricostruendo certi ambienti che la biografia di Markevic ci aveva fatto attraversare, avevamo già individuato un sistema di relazioni, che usava proteggersi dietro cortine esoteriche. E ti ricordi quanti messaggi vennero inviati durante il caso Moro in forme variamente cifrate?
Pensa, per esempio, a quel veggente olandese che, durante le ricerche, indicò come possibile prigione di Moro un palazzo con dei leoni nell'emblema. Quale poteva essere quel palazzo? Forse Palazzo Caetani o un altro lí vicino. E agli amici di "La Repubblica", che hanno tanto ironizzato sul nostro "metodo cabalistico" di condurre le indagini, ricordiamo che questo collegamento non lo facciamo noi. Lo ha fatto, il 10 novembre 1999, davanti alla Commissione Stragi, proprio il magistrato che ha diretto le prime quattro inchieste sul caso Moro, Rosario Priore.
Perché, poi, Prodi e i suoi abbiano deciso di rendere pubblica la notizia di quella seduta medianica, fatta -a loro dire- per gioco; perché (nel caso che la nostra ipotesi abbia un qualche fondamento di verità) non l'abbiano "gestita direttamente", come dici... bhè, caro Nembo Kid, qua ci vorresti tu, con i tuoi superpoteri. Si dovrebbe avere una supervista capace di sbirciare in cose troppo ben nascoste ai profani.
Fa bene il bambino (che tu citi) a chiedere:"E cioè?". Ma noi crediamo di aver detto chiaramente (la prefazione si chiude proprio così) che c'è una "soglia di fronte alla quale, nella primavera del 1978, i servizi segreti italiani dovettero fermarsi...". E chiudiamo con dei puntini sospensivi. Perfino i servizi segreti si sono fermati. E Moro, forse, era lì e poteva essere salvato. E davanti a certe porte sbarrate, per un quarto di secolo, dopo i servizi, si è fermata tutta l'Italia. Si sono dovuti fermare i giudici, i giornalisti, gli uomini politici. A chi, come noi, oggi vuole ancora additare quella soglia, viene mozzato il dito, viene messa la mordacchia, vengono lanciati derisioni e livori. Occorre, allora, che facciamo tutti come quel tuo bambino, caro Nembo Kid, e che tutti insieme chiediamo:"E cioè? Dopo questo gradino, dove porta la scala?".
Tu ci proponi un'altra "lettura cervellotica" di una frase forse criptica di Moro, che secondo te potrebbe rinviare alla P2. Benissimo. Allora, per piacere, puoi usare i tuoi superpoteri e rispondere a queste domande: la P2 si esauriva nell'elenco ormai a tutti noto o c'era un livello che non è mai emerso? E l'organigramma di Gladio si esauriva nei seicento nomi resi pubblici da Giulio Andreotti nel 1990?
Ti ringraziamo, comunque, delle tue simpatiche provocazioni. Fanne ancora altre. Servono ad agitare l'aria e l'acqua della palude, che sta grevemente ingoiando anche questo venticinquesimo anniversario di un gravissimo mistero italiano. Che tristezza pensare che uno dei più rispettabili giornali italiani annunci al paese, come uno strano e inquietante gallo del tramonto, che anche su questo mistero non si saprà mai la verità.
"E cioè?"
Amichevolmente
Fasanella & Rocca
P.s. A proposito, la nostra "gola profonda" (quella che ci ha soffiato "Grado-LI") è, come te, un'appassionata di "Topolino" e aveva letto (a lei non sfugge proprio nulla!) la storia che tu citi. E proprio alcune sere fa, ci suggeriva un'altra lettura "cervellotica": il tuo "collega" Paperino e il suo papà, Walt Disney, sarebbero anch'essi personaggi "esoterici"... A te risulta qualcosa?7 maggio 2003 - MITROKHIN: DIVENTA UN CASO UN CONTRATTO SISMI- NOMISMA
ANSA:
La commissione Mitrokin affronta il caso dei rapporti fra il Sismi e la societa' Nomisma, agli inizi degli anni '90 diretta da Romano Prodi. Oggi la commissione ha ascoltato, per la terza volta, l'ammiraglio Giuseppe Grignolo gia' capo reparto del servizio segreto militare che ha riferito su una intesa fatta, nel '91, tra il servizio e il Nomisma per avere analisi e informazioni, prassi in uso nei maggiori servizi segreti del mondo. Su iniziativa dell'allora direttore del Sismi, Luigi Ramponi, oggi presidente della commissione difesa di Montecitorio, fu deciso di stabilire un contratto di 300 milioni con la societa' bolognese. Il rapporto con Nomisma, per documentazione di analisi e focus su singoli argomenti, si interruppe, dopo la sostituzione di Ramponi, con Cesare Pucci nell'estate del '92.
Grignolo ha spiegato di non sapere se alla fine i 300 milioni di cui seppe "per sentito dire" erano stati effettivamente pagati. "Il generale Ramponi - ha aggiunto - e' vivo e vegeto. Si puo' domandare a lui".
La vicenda e' divenuta un caso nel momento in cui il presidente della commissione, Paolo Guzzanti, ha fatto notare che Nomisma aveva contatti con un corrispondente istituto di formazione manageriale di Mosca, denominato Plehanov e che in una intervista di Prodi sul 'Corriere della sera' di poco successiva al tentato golpe di Mosca contro Gorbaciov il presidente di Nomisma affermava di conoscere bene il primo ministro golpista Pablov. In particolare Prodi diceva: "conosco bene Pablov, e' un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov, direi che quello che ha fatto in queste ore e' una scelta coerente, mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell'economia. Immediata la contestazione di Andrea Papini, vicino a Prodi, che ha affermato di conoscere quella intesa. Papini, vicepresidente della commissione, ha duramente contestato questa forma di analisi che legava "le affermazioni Prodi su Pablov con le intese che Nomisma aveva a Mosca". Papini ha parlato di "panna montata" contestazione respinta da Guzzanti. "Siamo impegnati in una indagine a maglie larghe. Abbiamo ora appreso che il prof. Prodi come presidente di Nomisma, era legato con un rapporto economico con il servizio militare italiano ed aveva a Mosca un ufficio di corrispondenza in un'epoca in cui c'era ancora il Kgb: di qui l'ipotesi di lavoro, di rapporti funzionali tra la Nomisma di Prodi, il Sismi e il Kgb, che avra' avuto il suo interesse di fronte alla presenza del Sismi a Mosca. Quindi questo e' un elemento di qualche interesse, poi magari non si arrivera' a nulla, ma non c'e' alcun carattere di malizia". La polemica si
e' trascinata per diversi minuti. L'ammiraglio Grignolo ha risposto affermando di aver conoscenza soltanto ed esclusivamente del viaggio fatto insieme all'allora direttore a Bologna per stabilire una intesa con Nomisma. Enzo Fragala' (An) parla di una vicenda di "grandissima importanza" per l'inchiesta della commissione perche' il 17 maggio del 1996 Prodi diventa presidente del Consiglio. A me pare che il collegamento tra la responsabilita' del Governo, la responsabilita' del direttore del servizio e le anomalie della gestione del dossier Mitrokin fanno un tutt'uno con questo rapporto che abbiamo avuto la possibilita' di conoscere oggi e che risale al 1991 e che naturalmente potremmo e dovremmo approfondire.
Il commissario Quartiani ( Ds), alla fine dello scontro, ha chiesto che la commissione ascolti tutti gli esponenti del Sismi che parteciparono alla riunione con Nomisma. In una precedente audizione Grignolo fece gia' dei nomi: Ramponi, lui, Toschi e alcuni collaboratori di Prodi. E' stato ancora Andrea Papini a porre il problema: io - ha detto in sostanza - ho collaborato con Nomisma in passato. Se la commissione ritiene di esplorare le connessioni tra Nomisma e Kgb chiedo che la mia posizione sia valutata. La questione tuttavia e' rimasta aperta e Grignolo sara' nuovamente ascoltato la prossima settimana.
Franco Monaco, vicepresidente dei deputati della Margherita, parla di "bufale a orologeria". "Il bersaglio, guarda caso, e' nuovamente Prodi, poco ci manca che lo si accusi di essere il presidente del Kgb. Non ci sono piu' parole adeguate - dice Monaco - ad esprimere la ripugnanza e l'indignazione per operazioni cosi' vergognosamente mirate e strumentali che si consumano in una sede come il Parlamento della Repubblica. Quando di confezionano calunnie, ci si dovrebbe preoccupare che siano almeno verosimili. Possibile che nessuno risponda di una tale aggressione contro le istituzioni".9 maggio 2003 - MITROKHIN: PER IL SISMI, I GIORNALISTI NON C'ENTRANO
"Il Nuovo"
Mitrokhin, il Sismi restituisce l'onore ai giornalisti
Zincone, Viola, Fossati, Corbi, Cavallari,Gawronsky, Santini: nulla emerge a loro carico nei rapporti del Sismi inviati alla commissione parlamentare che indaga sulle "fonti" italiane del Kgb.
ROMA - Quando era stato pubblicato il dossier Mitrokhin, reso pubblico dopo una sofferta decisione presa sotto l'incalzare dell'allora opposizione e dei mass media, dalla Commissione Stragi, erano stati numerosi i personaggi coinvolti che avevano immediatamente dichiarato la loro estraneità. I soliti "colpevoli" che negano, secondo alcuni. Anche se, a dire il vero, gran parte dell'opinione pubblica non ha mai creduto fino in fondo che molti dei politici e giornalisti citati nel dossier fossero davvero spie sovietiche.
Adesso, a "restituire" l'onore a tanti ingiustamente chiamati in causa ci sono i documenti arrivati in commissione Mitrokhin e spediti dal Sismi. Si tratta delle note d'archivio sui personaggi coinvolti nel dossier. Note dalle quali emerge in molti casi l'estraneità delle presunte spie, ovvero emergono episodi poco significativi o cose che - al contrario - dimostrano un'attività anti-sovietica. Cioè nulla di più lontano da quello che avrebbe dovuto fare un agente d'influenza del Kgb.
Tra l'altro, anche in casi un po' più controversi, dagli atti dei nostri servizi segreti emergono informazioni imprecise, generiche, ma tali da non configurare un'attività di spionaggio. Anche perché, nel caso dei giornalisti soprattutto, è stato accertato che molti colloqui informati che i giornalisti hanno per mestiere, venivano spesso trasformati in "contatti confidenziali" nei rapporti inviati a Mosca, questo per giustificare rimborsi spese e per "magnificare" le attività della spia del Kgb, che aveva interessa a far credere di aver ottenuto più risultati di quanti ne aveva ottenuti realmente.
Eppure, proprio per il clima da "caccia alle streghe" che si era creato sull'onda del dossier Mitrokhin, molte persone hanno subito torti. L'ex direttore dell'Espresso Gianni Corbi è morto prematuramente. Secondo i figli, il grande dolore che aveva avuto nel leggere il suo nome tra quello delle spie sovietiche era stato determinante. Quasi toccante - se si può usare questa espressione - la testimonianza di Giuliano Zincone, editorialista del Corriere della Sera: "Io ho pianto, quando ho letto il mio nome su quell'elenco. Spero che facciano prestissimo a fare chiarezza. E voglio che alla fine qualcuno mi chieda scusa, scuse formali da parte di chi ha tirato fuori questa storia. Spero di essere vivo, quando mi chiederanno scusa...". Zincone ha tutte le ragioni. Lui, davvero, non c'entra nulla. Ecco cosa dicono i documenti dei nostri 007:
Giuliano Zincone del Corriere della Sera - Il suo nome era stato indicato tra i giornalisti "coltivati" dal 1973 al 1981 dalla Residentura romana del Kgb. Una cosa che non avrebbe potuto sfuggire così a lungo. Ma nella scheda del Sismi c'era scritto: "Zincone Giuliano, noto giornalista, iscritto all'ordine come professionista". Questo significa che sul suo conto non è mai emersa nemmeno una voce. E che Zincone non è mai stato spia sovietica.
Sandro Viola di Repubblica - Nel Mitrokhin è indicato come "contatto confidenziale del Kgb", in contatto con una spia di nome Fedyashin, che per copertura faceva il giornalista dell'agenzia Novosti. Dai documenti dei servizi segreti italiani un "contatto" (termine che non significa quasi nulla) nel 1970 con una presunta spia ungherese. La nota scrive anche: "Nel 1974 era molto interessato ad andare a Cuba su cui aveva già fatto numerosi reportages di critica decisamente negativa". Una spia sovietica non avrebbe mai fatto articoli contro un paese socialista. Tanto più se pagato per fare propaganda. Anche Viola risulta, dunque estraneo.
Luigi Fossati direttore del Messaggero. Nel dossier era indicato addirittura come un "reclutato" dal Kgb. Ma al Sismi risultano cose diametralmente opposte: Fossati fu cacciato da Berlino Est perché aveva condannato l'invasione sovietica dell'Ungheria avvenuta nel 1956. Non solo: nel 1976 - dice sempre la nota - si era addirittura rifiutato di pubblicare sul Messaggero un articolo di un sovietico, perché lo riteneva "anti-italiano". Anche in questo caso, si tratta di atti non compatibili con una attività di spia del Kgb. Ed infatti ai nostri servizi segreti non risultava.
Gianni Corbi dell'Espresso - Era stato qualificato come "contatto confidenziale" del Kgb. Ma, al pari di Zincone, sul suo conte non c'è nulla. Agli atti del Sismi c'è solo la data di nascita e la notazione del fatto che "nel 1968 era direttore de l'Espresso".
Alberto Cavallari del Corriere della Sera. Anche lui era stato presentato come un professionista al servizio del Kgb. Negli archivi del Sismi non c'è un solo riscontro. Risultato: è estraneo.
Jas Gawronsky, già corrispondente della Rai da Mosca - Era stato indicato come "coltivato" dal Kgb. Sul suo conto non c'è nulla di concreto. Anzi qualcosa che smentisce il dossier Mitrokhin. I nostro 007 avevano detto solo che il fratello e la madre erano stati a suo tempo sospettati di aver spiato per conto dei servizi segreti polacchi. Ma si trattava solo di vecchi sospetti, mai confermati. Anzi, dai dossier italiani risultava che nel 1981, Gawronsky aveva addirittura denunciato all'ambasciatore italiano a Mosca di essere stato pedinato dal Kgb durante un suo viaggio a Vilnius. Una vera spia sovietica avrebbe fatto così? Anche Gawronsky, dunque, avrà presto restituito l'onore.
Alceste Santini vaticanista de l'Unità - Il suo caso deve essere letto attentamente: il Sismi lo aveva sospettato di collusione con i servizi segreti ungheresi e polacchi. Ma, come nel caso dei parenti di Gawronsky, si trattava solo di sospetti mai confermati. I nostri 007 si erano allarmati perché Santini era stato accreditato alla sala stampa dell'ambasciata d'Ungheria e di quella sovietica a Roma e si era adoperato per incontrare italiani e gente dell'Est. Alceste Santini, però, negli anni della "guerra fredda" è stato uno dei canali di dialogo tra comunisti e Chiesa cattolica. E proprio nell'ambito di questa diplomazia sotterranea e riservata si spiegano tanti contatti. Proprio il Vaticano conosce meglio questa vicenda. Tant'è che Alceste Santini è stato e resta uno dei più stimati commentatori accreditati presso la Santa Sede. Dove sanno benissimo che Santini non è mai stato un informatore dei servizi segreti dell'Est (cosa che non risulta nemmeno al Sismi) ma uno dei protagonisti della Ostpolitik.
Insomma, i primi accertamenti stanno cominciando a fare chiarezza. Il dossier Mitrokhin è nel complesso attendibile, perché non c'è dubbio che in Italia esistesse una rete spionistica del Kgb, anche piuttosto ramificata. Ma molte delle persone chiamate in causa sono del tutto estranee. Molti, come ha detto Zincone, sono in attesa delle scuse.13 maggio 2003 - MITROKHIN: SCONTRO SU NOMISMA
"Il Nuovo"
Alla Mitrokhin è scontro sul ruolo di Nomisma
Verso l'audizione dell'ex comandante del Sismi, Ramponi, ora deputato di An, che affidò una consulenza per l'intelligence economica alla società bolognese. Insorge l'Ulivo: un pretesto per collegare Prodi al Kgb.
ROMA - L'appuntamento è mercoledì sera, ennesima audizione dell'ammiraglio Grignolo, già capo del cosiddetto "controspionaggio economico" e poi capo-reparto del Sismi, ossia uno dei più alti dirigenti. Un'audizione che sarà doppiamente importante, perché in quell'occasione si misurerà la "temperatura" dei rapporti tra maggioranza e opposizione, dopo le polemiche dell'ultima audizione, oscurati in parte solamente dal concomitante polverone scoppiato - sempre a palazzo San Macuto - nella commissione Telekom Serbia, con le accuse a Prodi, Dini e Fassino, lanciate dal promotore finanziario Igor Marini, poi arrestato in Svizzera.
Infatti, nell'ultima audizione c'è stato uno scontro tra il presidente Guzzanti, di Forza Italia e il vice-presidente Papini, della Margherita. E, più in generale, i parlamentari del centro-sinistra che hanno accusato il presidente della Commissione di voler proporre teoremi strumentali, soltanto per infastidire Romano Prodi, ossia il possibile avversario di Berlusconi alle prossime elezioni politiche.
Motivo del contendere: una consulenza data alla società Nomisma di Bologna nel 1991 dall'allora direttore del Sismi, il generale Ramponi, perché la società di Prodi fornisse un sostegno per alcune attività di controspionaggio economico che allora, terminata la guerra fredda, sembravano poter essere la nuova frontiera della nostra intelligence. Secondo Guzzanti, poiché Nomisma aveva un rapporto con una analoga società che operava nella Mosca ancora sovietica e dove ancora esisteva il Kgb, allora bisognerebbe indagare per stabilire se ci fosse stato un qualche collegamento, ovvero se il Kgb - attraverso la società collegata a Nomisma - avesse fatto qualche attività di spionaggio o di controspionaggio verso l'Italia.
Ipotesi vivacemente contestata dal vice-presidente Papini , che ha sottolineato come si tratti di un mezzo teorema del tutto campato in aria, attraverso il quale si vuole mettere in relazione il nome di Prodi con il Kgb e, nello stesso tempo, deviare l'attenzione dal dossier Mitrokhin (in effetti da storia di Nomisma con il Mitrokhin non c'entra nulla) dove dalle indagini - sostiene l'Ulivo - non emerge un solo riscontro alle ipotesi del Polo, che pensavano di poter spiegare attraverso il dossier inglese quasi tutti i retroscena dei misteri italiani. Al contrario, dai primi accertamenti sta emergendo che molte delle persone chiamate in cause è stata infangata gratuitamente, come molti illustri giornalisti tra cui Zincone, Viola, Gawronsky, Corbi e Santini.
In realtà, è possibile che la commissione decida di ascoltare anche il generale Ramponi, all'epoca direttore del Sismi e poi diventato parlamentare di Alleanza Nazionale. Forse, proprio questa circostanza, sta suggerendo al Polo una qualche cautela in più. Perché è difficile pensare che il generale Ramponi abbia dato a Nomisma una consulenza per motivi meno che legittimi e secondo una procedura irregolare. Anzi, tutto lascia pensare ad una logicità dell'operazione.
Confermata anche dall'ammiraglio Grignolo. Il quale ha detto che il servizio segreto militare era, in effetti, un po' a "digiuno" sulle questioni dell'intelligence economica. Da qui la decisione di Ramponi di chiedere la consulenza di Nomisma. Un fatto a cui lo stesso Ramponi doveva essere più sensibile di altri, dal momento che era stato comandante generale della Guardia di Finanza.
Ora si vedrà come proseguiranno le audizioni e cosa deciderà l'ufficio di presidenza, convocato per mercoledì alle 13,30. Ma forse proprio l'audizione di Grignolo è importante. Si vedrà quale sarà la strategia del centro-sinistra, dopo che il Polo ha alzato il tiro nelle due commissioni d'inchiesta, tanto da provocare una lettera dei capogruppo dei Ds, Angius e Violante, ai presidenti delle Camere, in cui si chiedeva un maggior rigore istituzionale.
Ma alla vigilia delle elezioni amministrative e dopo il "grido" di Berlusconi il clima politico è in una fase di nuova incandescenza. Ed è difficile che, almeno nel breve volgere, i rapporti si tranquillizzino. Le commissioni Mitrokhin e Telekom, da questo punto di vista, sono molto indicative.14 maggio 2003 - MITROKHIN: NOMISMA, NEL 1992 ATTIVITA' PER MINISTERO DIFESA
ANSA:
Nomisma ha svolto nel 1992 un' attivita' di assistenza a favore del Ministero della Difesa (Raggruppamento Unita' Difesa) sul tema 'Assistenza per la costruzione di un servizio informativo sulla economia mondiale'. Lo ha precisato, con una nota, lo stesso Centro studi bolognese in riferimento alle dichiarazioni rilasciate due giorni fa, a margine dell' assemblea di Nomisma, dal suo presidente Paolo De Castro, secondo cui "Nomisma non ha mai avuto nessun rapporto formale ne' informale, ne' cartaceo ne' di nessun tipo con nessun servizio segreto ne' italiano ne' straniero".
De Castro aveva risposto cosi' ai giornalisti che gli avevano chiesto come replicasse alle affermazioni dell' ammiraglio Giuseppe Grignolo, gia' capo reparto del servizio segreto militare, che nei giorni precedenti, durante un' audizione della commissione sul caso Mitrokin, aveva parlato di un' intesa del '91 tra il servizio e Nomisma per avere analisi e informazioni. "Noi - aveva aggiunto De Castro - abbiamo tempo fa lavorato per il centro studi del Ministero della Difesa per una ricerca, che ancora oggi viene utilizzata come modello, che stimava l' impatto economico della presenza militare in Emilia-Romagna".
Nella nota diffusa oggi, Nomisma ricorda che quella di assistenza del '92 per il Ministero della Difesa fu "un' attivita' di analisi conoscitiva e assistenza organizzativa realizzata per alcune parti con la collaborazione della societa' Gedis srl, e segnatamente del suo amministratore dott. Andrea Papini".15 maggio 2003 - MITROKHIN: INTERVISTA GUZZANTI SU SOKOLOV
"Giornale di Brescia"
Lo strano studente delle lezioni di Moro che s'informava alla vigilia del sequestro
SERGEY SOKOLOV, AGENTE DEL KGB
Sergey Sokolov, agente del Kgb, finto studente di Moro nei giorni precedenti il suo sequestro, scomparso nell'Unione Sovietica nei primi giorni dopo il 16 marzo, si trova in un scheda del dossier Mitrokhin. Chiediamo al presidente Guzzanti cosa pensa di questo finto studente, agente del Kgb, scomparso e riapparso dall'Italia all'Urss e viceversa e che ora si troverebbe a lavorare nel nostro Paese. Questa di Sokolov è una delle più brutte storie della Repubblica, una delle storie più gravi. Moro capì nei giorni precedenti il sequestro di avere intorno uno studente del Kgb e chiese al prof. Tritto, suo assistente, di levarglielo dai piedi. Sokolov fu messo sotto osservazione e lasciato partire, inspiegabilmente, all'indomani di via Fani. Sokolov era in possesso di un biglietto per assistere alla presentazione del Governo Andreotti la mattina del 16 marzo 1978, giorno del sequestro Moro. Ma non fu visto da nessuno. Si seppe poi che aveva preso il volo per Mosca. Su via Fani non venne mai interrogato. Anzi, due anni dopo ricomparve in Italia con un documento d'identità di giornalista sovietico espulso in precedenza. Quindi andrà ad abitare in una casa di Roma che poi lascerà ad un'altra spia del Kgb, proseguendo il suo lavoro. Che fine ha fatto Sokolov? Questo signore, la spia dell'allora Kgb, adesso è in provincia di Napoli. Lavora in un'azienda, nessuno lo ha mai disturbato. Ed ora che il suo nome è uscito da una scheda del dossier Mitrokhin, su di lui non è stata ancora fatta nessuna indagine. Lei ha seguito a lungo la teoria del doppio ostaggio, in sostanza la teoria secondo la quale il presidente Moro fu ostaggio delle Brigate Rosse e insieme di un servizio segreto, il Kgb. La questione del doppio ostaggio è tra le domande serie della tragedia Moro. L'ammiraglio Martini, capo del Sismi, raccontò alla giornalista Calabrò del Corriere della sera, oggi addetta stampa del presidente del Senato, Marcello Pera, che durante il sequestro Moro, scomparvero dalla cassaforte del ministro della Difesa la documentazione Gladio e carte della difesa della nostra frontiera Est. Mentre Moro era prigioniero questi documenti scomparvero e poi furono rimessi, alcuni giorni dopo, al loro posto. La dott. Calabrò interrogò il generale Inzerilli il quale confermò la circostanza. Qualcuno, secondo questa teoria del doppio ostaggio, cercò di salvare Moro prestando alle Brigate Rosse dei documenti che poi vennero riconsegnati Si spiegherebbe in tal senso l'enorme dolore e l'enorme sorpresa da parte di chi seppe del ritrovamento del cadavere di Moro, la mattina del 9 maggio 1978. Infatti quel "chi" o quei "chi" si sentivano tranquilli, convinti di essere ormai riusciti a salvare la vita di Moro.15 maggio 2003 - MITROKHIN: DAI GIORNALI
"Il Nuovo"
Mitrokhin, la controffensiva dell'Ulivo
In risposta agli attacchi del Polo sul contratto fra Nomisma-Prodi e Sismi, il centrosinistra propone indagini sul contratto fra Publitalia e Urss. Con richiesta di audizione di Berlusconi.
ROMA - Il presidente Paolo Guzzanti, nelle precedenti audizioni, aveva spiegato quale fosse il suo metodo di lavoro: la commissione Mitrokhin avrebbe dovuto indagare "a maglie larghe", ossia fare qualsiasi ipotesi salvo poi verificarne l'attendibilità in un secondo momento.
Con queste considerazioni era stato spiegato l'interesse nei confronti di un contratto di consulenza stipulato nel 1991 tra il Sismi e la società bolognese Nomisma, facente capo a Romano Prodi, che avrebbe dovuto aiutare i nostri 007 del controspionaggio ad affrontare il nuovo tema - in quel periodo - dello spionaggio e del controspionaggio economico. Poiché Nomisma aveva una collaborazione con una analoga società con sede a Mosca, il presidente Guzzanti aveva ipotizzato di indagare su quella vicenda, dal momento che non si poteva escludere che il Kgb avesse avuto un ruolo.
"Panna montata", aveva vivacemente protestato il vicepresidente della Commissione, Papini, della Margherita, e già collaboratore della società econometrica. "Se si vuole insinuare un inesistente legame fra Nomisma e il Kgb, io ne trarrei le conclusioni". E si è "autosospeso" dal ruolo.
Mercoledì notte, nel corso dell'ultima audizione, il capogruppo dei Ds, Walter Bielli, ha illustrato la posizione del suo partito: "Noi non accettiamo il metodo di Guzzanti - ha detto - ma se si dovesse indagare su Prodi, allora sarebbe necessario indagare anche su Silvio Berlusconi, per una serie di operazioni economiche da lui fatte quando in Russia c'era ancora il regime sovietico e prima della caduta del Muro di Berlino".
A cosa si riferisce Bielli? In particolare al patto sottoscritto al Cremlino da Publitalia con la tv sovietica in base al quale la società di Berlusconi aveva ottenuto l'esclusiva della pubblicità in Unione sovietica per le aziende occidentali. In particolare, la pubblicità doveva riguardare le aziende che producevano tecnologia avanzata. Ossia un settore strategico nei confronti del quale in quello stesso periodo i servizi segreti occidentali erano impegnati proprio per scongiurare il trasferimento di tecnologia dall'Occidente all'Est europeo.
Tra l'altro, era emerso, l'accordo Publitalia-Urss avveniva sotto il controllo di alcuni autorevoli esponenti dell'Accademia delle scienze di Mosca. Ma l'Accademia, come è emerso anche dal dossier Mitrokhin, era anche uno dei canali utilizzati dal Kgb per dare una copertura ad alcune operazioni clandestine. Insomma, se si dovesse seguire il metodo a maglie larghe ipotizzato da Guzzanti, per il centrosinistra ci sarebbe molto più su cui scavare negli affari Berlusconi-Urss, dal momento che la connessione - eventuale - col Kgb è abbastanza manifesta.
Questo in teoria, perché sono state le stesse forse del centrosinistra ed anche alcuni settori del centrodestra a ritenere che l'appello alla correttezza istituzionale lanciato dal presidente della Camera, Pierferdinando Casini, vada raccolto. Per cui, dicono quelli dell'Ulivo, se Guzzanti e gli altri lasceranno immediatamente perdere la storia Prodi-Nomisma che rischia di trasformarsi in un teorema, il centrosinistra farà cadere la vicenda Berlusconi e la richiesta di convocazione in commissione del premier che egualmente rischiava di fondarsi solo su un teorema.
Insomma, se il richiamo alla correttezza e al rigore saranno rispettati da tutti, è possibile che la commissione Mitrokhin torni ad essere quella che era in una fase che sembrava essere diventata: una commissione seria, nella quale, pur nella contrapposizione delle parti, si cercava di portare a termine una ricostruzione storico-politica sul ruolo del Kgb in Italia.ANSA:
MITROKHIN: COMMISSIONE ACQUISISCE ELENCO 'NOMI RICORRENTI'
La commissione parlamentare d'inchiesta sul 'dossier Mitrokhin' ha acquisito l'elenco dei nominativi ricorrenti nei report del 'dossier Impedian', sia quelli che figurano in analoghe operazioni relative a "casi di defezionisti" sia l'elenco dei cittadini russi nei confronti dei quali sono stati attivati accertamenti di sicurezza. Lo ha annunciato ieri sera il presidente della commissione, Paolo Guzzanti. I nomi permetteranno di lavorare ' ad incrocio' sulle diverse operazioni di spionaggio e controspionaggio che si sono svolte in Italia negli anni in cui si raccoglievano le notizie poi presenti nel rapporto Impedian.MITROKHIN: FRAGALA', ASCOLTIAMO CAPO RETE KGB IN ITALIA
"Chiedero' al Presidente della Commissione Mitrokhin che Ivan Guerasko, ex capo della rete del Kgb in Italia, venga audito al piu' presto in Commissione per approfondire le fondamentali informazioni di cui e' a conoscenza sull'attivita' di spionaggio dei servizi segreti sovietici nel nostro Paese durante gli anni della guerra fredda, sulle modalita' di reclutamento delle spie o degli agenti di contatto, e sulle infiltrazioni sovietiche negli apparati politico - istituzionali italiani". Enzo Fragala' (An) ha avanzato gia' ieri sera la sua richiesta nel corso della audizione dell'ammiraglio Grignolo . "In America - ha ricordato l'esponente di An - quattro spie che passavano informazioni ad uno Stato nemico sono state punite con l'ergastolo grazie al patteggiamento che ha evitato la pena di morte, e fra le motivazioni della sentenza non vi e' solo il fatto di aver danneggiato il proprio Paese". "Vi e' anche la grave colpa di aver fatto venir meno l'America rispetto agli impegni assunti nei confronti dei propri alleati. Un'attivita' di controspionaggio rispetto alla lista di contatti piu' o meno confidenziali contenuta nell'archivio Mitrokhin sarebbe stata un preciso dovere dello Stato e dei servizi segreti italiani. Nei confronti del nostro Paese, ma anche per lealta' rispetto ai nostri alleati".MITROKHIN:FRAGALA'CITA INCONTRO CON D'ALEMA, COSSIGA REPLICA
Botta e risposta, a distanza, tra il deputato di An Enzo Fragala' e il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga. Oggetto: un incontro tra D'Alema e Cossiga, nel 1991, di cui l'esponente dei Ds ha parlato nel corso di una testimonianza davanti al magistrato romano Franco Ionta. In commissione Mitrokhin ,ieri sera, Fragala' ha letto, al termine del suo intervento, quello che ha definito il verbale della testimonianza dell'esponente dei Ds che riferiva della vicenda dei fondi dell'ex Urss. Secondo Fragala', in quella occasione, D'Alema disse al magistrato che nel settembre 1991 venne convocato da Cossiga che gli disse che da notizie dei servizi segreti italiani, apprese da funzionari del Kgb, sapeva del coinvolgimento del Pds nel trasferimento clandestino all'estero di fondi dell'ex Pcus.
D'Alema rispose a Cossiga che la notizia non era vera, che si trattava di "una menzogna e di una provocazione". I Ds avevamo rifiutato una proposta che poteva essere interpretata in tal senso. Dopo l'incontro con Cossiga a D'Alema venne il sospetto che si volesse coinvolgere il Pds nel trasferimento clandestino di fondi dell'Urss.
Immediata la replica di Cossiga che spiega l'intera vicenda:"Ho gia' piu' volte raccontato l'episodio cui questa affermazione fa riferimento sottolineando l'esemplare comportamento dell'on. Massimo D'Alema. Nel settembre 1991 venne da me l'allora Ambasciatore dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Anatoly Adamishin, mio caro amico e poi Vice-Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, accompagnato da un funzionario dell'Ambasciata da tempo di mia conoscenza e che poi raggiunse alti gradi nell'organizzazione diplomatica sovietica rimanendo come d'altronde lo stesso ambasciatore, nella nuova diplomazia della Federazione Russa, per informarmi che l'on. D'Alema si era rivolto a loro per poter avere contatti con le competenti autorita' del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e dello Stato sovietico, per chiedere spiegazioni circa un episodio oscuro di cui era stato protagonista e che cioe' egli era stato contattato (eravamo nel periodo dello sfaldamento del Partito Comunista Sovietico e della stessa Unione Sovietica e soprattutto dei suoi servizi di informazione) per porre a disposizione quelli che si affermava essere i conti bancari italiani ed esteri del Pci, per poter depositare presso di essi somme di denaro non si comprendeva bene se del Pcus o di organi dello stato sovietico, che si intendeva portare fuori dall'Unione Sovietica, del cui regime si attendeva da un momento all'altro il crollo. Di tentativi in questo senso gia' i servizi segreti italiani mi avevano, come di routine, informato. Su questi tentativi vi furono poi anche richieste di collaborazione da parte della Procura Generale della nuova Federazione Russa, e anche vive lamentele da parte russa per la scarsa collaborazione del governo italiano, per fronteggiare le quali l'amico dottor Giovanni Falcone, allora Direttore generale degli Affari Penali doveva per l'appunto recarsi nell'Unione Sovietica qualche giorno dalla la sua uccisione. A quanto i servizi del controspionaggio italiano avevano saputo e a quanto l'on.D'Alema aveva comunicato ai rappresentanti dell'ambasciata sovietica egli era rimasto molto seccato per queste richieste che aveva nettamente rifiutato". "L'ambasciatore dell'Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche - ricorda ancora Cossiga - mi chiese come a suo avviso l'ambasciata dovesse comportarsi e io gli dissi che a mio avviso doveva consigliare l'on.D'Alema di prendere contatti e di informare le autorita' italiane. Dati i miei personali rapporti di amicizia con l'on.D'Alema e temendo che si trattasse di una delle ennesime manovre di provocazione degli organi informativi sovietici nei confronti del Partito Comunista Italiano, a cagione del suo comportamento autonomo, chiamai l'on.Massimo D'Alema e lo misi al corrente di quanto sapevo. L'on. Massimo D'Alema mi confermo' di essere stato in realta' destinatario di queste richieste e di aver sdegnosamente rifiutato quella che era una proposta di vero e proprio riciclaggio, attraverso i legittimi conti del Partito Comunista Italiano, di somme, non si comprendeva bene se di Partito o di Stato 'in fuga' dall'Unione Sovietica, cio' che gia' si sapeva: Come ho avuto gia" modo di dire il comportamento dell'on. Massimo D'Alema fu corretto e direi anzi esemplare". "Naturalmente - aggiunge ora Cossiga - "non era mio compito ne' funzione richiedere all'on.D'Alema chi, a quanto compresi italiano, gli aveva fatto tali proposte. Voglio ricordare che una delle operazioni di disinformazione intraprese dal Kgb d'Italia - oltre quella ancora ammantata di mistero di attribuzione del sequestro e dell'assassinio dell'On. Aldo Moro da parte della CIA e di cui ingenuamente si fece portavoce, anche se in forma dubitativa, il segretario politico della Dc di allora on. Zaccagnini -, vi era stato il tentativo di calunniare la persona dell'on. Enrico Berlinguer, attribuendogli la proprieta' di larghi beni immobiliari nel nord della Sardegna, poi venduti a importanti imprese nazionali; e cio' con una grossolana alterazione della realta'; esistendo in realta' tali beni ma non appartenendo assolutamente ne' a lui ne' al fratello Giovanni. Cio' mi fece sorridere sulla capacita' di acquisizione di informazione esatte da parte degli agenti del Kgb evidentemente inviati appositamente in Sardegna".
Cossiga afferma ancora che "in ogni occasione il comportamento dell'on. Massimo D'Alema cosi' come quello di altri dirigenti del partito in occasione di tentativi di intromissione da parte di ex appartenenti dei servizi segreti cecoslovacchi intercettati dal controspionaggio italiano e dichiaratesi membri del comitato centrale del Partito Comunista Cecoslovacco (e cioe' di un paese in cui era gia' venuto meno il regime comunista sovietico) fu del tutto corretto e rispondente agli interessi della sicurezza politica del nostro paese nonche' dell'indipendenza del Partito Comunista Italiano".
"In quest'ultima occasione fui io stesso, informato e su richiesta dell'allora direttore del Sismi ammiraglio Fulvio Martini a prendere contatto con giovani dirigenti del Partito Comunista Italiano ed a metterli in guardia da tentativi certamente di provocazione, che se resi noti ed equivocati (cosa che anche la correttezza del Sismi evito' su mia segnalazione, senza che di essa ci fosse peraltro bisogno, avrebbero potuto essere di documento all'immagine del partito, proprio qualche giorno prima che iniziassero alla Bolognina i lavori di quel congresso di partito che portarono alla costituzione del partito dei Democratici di Sinistra: anche in questa occasione il comportamento dell'on. Massimo D'Alema e di Altri giovani alti dirigenti del Partito Comunista Italiano fu del tutto conforme, non solo agli interessi sostanziali e di immagine del loro Partito, ma agli interessi della sicurezza dello Stato italiano. Di questo debbo dar loro atto per dovere politico e morale e per evitare deplorevoli e oblique strumentalizzazioni".MITROKHIN: FRAGALA', SOKOLOV IN CONTATTO CON AGENTE DI AGCA'
Sergei Sokolov era in contatto con uno dei principali agenti defezionisti del Kgb che nell'82 fuggi' dall'ambasciata sovietica di Teheran. L'agente si chiamava Kuzikin e nell'80 a Teheran era in contatto con Ali' Agca, l'attentatore del Papa. E' quanto ha rivelato, sulla base dei dossier inviati dal Sismi in commissione Mitrokhin l'on. Enzo Fragala'. Ieri, in tarda serata, nel corso dell'audizione dell'ammiraglio Grignolo, Fragala' ha ricostruito la carriera di Sokolov indicato come uno dei principali agenti sovietici in Italia dal dossier Mitrokhin. Sokolov venne in Italia con una borsa di studio del ministerro degli Affari Esteri italiano di 120 mila lire al mese, nel '77. Dopo un breve passaggio a Perugia, il 12 dicembre dello stesso anno e' a Roma e "per alcuni mesi si pone alle calcagna di Aldo Moro. Tanto da spingere Moro a chiedera' al suo assistente, Tritto, di recarsi, prima del rapimento, presso il sottosegretario all'Interno Nicola Lettieri per chiedergli che venga messo sotto osservazione perche' spia del Kgb. Per 16 marzo, giorno del rapimento Moro, Sokolov aveva ottenuto, dopo molte insistenze, un passi per poter assistere alla presentazione del governo Andreotti. Il 21 dello stesso mese lascia Roma con "la scusa della celebrazione della Pasqua ortodossa". Fragala' ha sottolineato il legame Sokolov-Moro e Kuzikin-Agca', ricordando anche che dopo l'elezione al Soglio Pontificio di Giovanni Paolo II il Kgb diffuse una circolare a tutte le "residenture" del Patto di Varsavia nel quale si segnalava la "pericolosita'" di Karol Wojtyla e si annunciava l'inizio di azioni di "discredito" nei suo confronti. "Se non ci riusciremo - ha detto Fragala' citando la circolare - lo dovremo eliminare fisicamente".MITROKHIN: VICE PRESIDENTE PAPINI SI "AUTOSOSPENDE"
Andrea Papini (Margherita), vice presidente della commissione d' inchiesta sulla vicenda del dossier Mitrokhin, non ha partecipato ieri sera alla audizione dell' ammiraglio Grignolo. Una scelta motivata e annunciata dal presidente Paolo Guzzanti, a causa delle polemiche sul contratto tra il Sismi e Nomisma nel 1991-92. Papini aveva detto di essere stato presente alla discussione di quel contratto e quindi ieri sera non si e' presentato a San Macuto. Il presidente Guzzanti ha detto che si e' "augurato che Papini si ritenga soddisfatto e che possa riprendere il suo posto quanto prima". Guzzanti ha espresso anche apprezzamento e stima per Papini. Il capogruppo dei Ds, Walter Bielli ha osservato che "essere presenti e' una risposta", e chiudendo cosi' la "contesa" che l' aveva opposto al presidente della Commissione.16 maggio 2003 - BARBIERE DELLA SERA SU FERRARA E LA CIA
"Il Barbiere della sera"
LA SPIA CHE VENNE DAL FOGLIO
di Pennina
Da Vittorio Feltri a Sandro Curzi, da Giulietto Chiesa a Maurizio Belpietro: un po' di opinioni alla rinfusa sulla confessione spionistica di Giuliano Ferrara
Pur non avendo "le physique du role" di James Bond (scegliendo a piacere tra i vari attori che lo hanno impersonato) Giuliano Ferrara è stato una "spia", o informatore che dir si voglia, come ha candidamente confessato in una puntata della sua autobiografia (monumentale quanto l'autore) pubblicata nei giorni scorsi in due paginone del Foglio.
Il primo Elefantino 007 della storia dello spionaggio mondiale affida alla scrittura la sua esperienza.
E rievoca, racconta, ricorda. Partendo dal "frisson", il brivido durante le chiacchierate "con il giovane sveglio simpaticissimo agente americano" per arrivare agli "incontri nella stamberga di Trastevere o al Pincio, tra i riverberi della più bella luce del mondo, vicino l'orologio ad acqua.
All'erotico passaggio di mano della busta giallina in cui erano avvolti i soldi".
Elefantiaco lirismo presto mitigato dalla prosaica autodefinizione: "Ero un informatore prezzolato della Cia". Più chiaro di così...
Il Barbiere ha indagato le reazioni dei giornalisti della redazione del Foglio a questa rivelazione e chiesto a direttori e vicedirettori dei giornali italiani se si può essere contemporaneamente giornalista e agente segreto, intendendo con questa espressione una persona pagata dai servizi di intelligence di qualsiasi Stato per fornire informazioni.
"Non vedo la contraddizione in questo doppio lavoro - spiega Luca Sofri - si fa il giornalista e contemporaneamente si potrebbe fare l'idraulico".
Fare la spia è lo stesso che fare l'idraulico? "Non vedo problemi etici nel raccontare qualcosa a Paesi amici, alleati, democratici. Non so se sono troppo ingenuo o troppo giovane, ma, se degli agenti mi chiedessero di raccontare come vanno le cose a La7 offrendomi dei soldi, lo farei".
Autocandidatura? "(risata) Purtroppo io non so mai niente! Certo, sarebbe scorretto verso La7, ma non in sé. Nel caso di Ferrara, poteva essere scorretto nei confronti delle persone di cui parlava o degli enti con cui aveva un rapporto privilegiato".
Dello stesso parere, nella redazione del Foglio, Stefano Di Michele: "Il giornalista è un mestiere che si presta a fare le spiate. La letteratura è piena di giornalisti-spioni. Secondo me, tanti fanno la spia senza che si sappia". Altrimenti che spie sarebbero? Ma non c'è incompatibilità con l'essere giornalisti? "A me non è mai capitato, non mi sono mai posto il problema. Sono troppo pigro anche per fare il giornalista.
Ferrara era così attivo da fare entrambi i mestieri? Di certo non è bello essere una spia degli Stati Uniti. Almeno lo avesse fatto per Paesi più carini tipo la Russia, la Francia o per i Nordcoreani. Che gusto c'è a far la spia per John Wayne? Però questo lo dico io che sono comunista. Ma siamo sul cazzeggio assoluto, sul terreno deontologico non mi ci trascini!".
E se fosse l'ennesima trovata dell'Elefantino? "No. Mi dà l'idea che sia una storia vera. Non l'ha messa in burletta come per il licenziamento di Vincino. Comunque c'è stata sorpresa in redazione e ci abbiamo scherzato un po' su".
Tra i più burloni, il vicedirettore Ubaldo Casotto che il giorno successivo all'uscita dell'articolo, si è presentato a lavoro con gli occhiali neri e una busta gialla in mano (così veniva pagato Ferrara dall'agente americano, ndr), tra le risate della redazione.
"Non credo che Ferrara fosse giornalista, allora. E non vedo il problema. Se fosse stata una delazione, magari... ma spiegava solo la politica. Come io prendo dei soldi per scrivere articoli, lui si faceva pagare le sue competenze".
Anche il direttore del Giornale Maurizio Belpietro è preso dal dubbio: "Faceva il giornalista in quell'epoca? Mi par di ricordare facesse lavoretti vari... Di esempi ce ne sono tanti nella storia d'Italia, in quegli anni un po' torbidi, di giornalisti che collaboravano con i servizi italiani. Giorgio Zicari era anche un bravo giornalista o Giannettini, che più che la spia compilava delle schede. Ferrara ha avuto il coraggio di dirlo. Se si facesse outing serio anche altri direbbero di aver fatto delle informative. Confesso di aver letto delle schede del Sisde... sembravano degli articoli. Bastava comprare il giornale. Due pettegolezzi, qualche analisi. Poca roba".
D'obbligo interpellare Giulietto Chiesa (per anni inviato de L'Unità a Mosca dove, per sua ammissione, ha vissuto "come in un libro giallo", ndr).
Si può essere spie e giornalisti? "Che domanda! Io risponderei solo così: sono molto contento di non aver mai frequentato Ferrara. Ti serve altro? Una persona decente, in un Paese decente cosa deve dire di più? Siamo arrivati al livello di vantarsi di essere una spia della Cia! L'unico modo per elucubrare intorno a questa merda è chiedersi perché l'ha scritto. Qualcuno avrebbe potuto dirlo e lui, da buontempone, ha giocato d'anticipo?".
Decisamente più abbottonato il direttore di Panorama, Carlo Rossella: "Io commento solo sul mio giornale. In ogni caso si può attribuire a me "Ben scavato. Vecchia talpa", il commento apparso nella mia rubrica Alta Società sul Foglio.
"Quando faceva la spia non faceva il giornalista - precisa il direttore di Libero, Vittorio Feltri - ha cominciato nell'86 al Corriere della sera".
Quello è l'esordio ufficiale come praticante. E le collaborazioni precedenti? "Beh, è più compatibile fare la spia per l'America che per l'Unione sovietica, considerata nemico durante la guerra fredda. Io faccio da quarant'anni questo lavoro e mi son trovato bene lo stesso senza fare la spia, perché nessuno mi ha mai chiesto di farlo. Adesso non avrei neanche l'alibi economico, mi sono affrancato dal bisogno. In passato non so che cosa avrei deciso. Bisognerebbe trovarsi nella situazione. Siamo tutti capaci di fare i moralisti".
Dopo una breve pausa, aggiunge: "Ho l'impressione che l'Elefantino abbia tirato l'ennesima burla. Vuol dimostrare che aver lavorato per la Cia e l'Urss sia lo stesso, vista la sua ostilità alla commissione Mithrokin. Non credo a quello che dice. E' una provocazione nel suo stile".
Ad ulteriore dimostrazione che gli opposti si attraggono, anche Sandro Curzi, direttore di Liberazione è sospettoso riguardo la rivelazione di Ferrara: "Credo sia stata una battuta. Penso che abbia scherzato per sfottere il clima generale. Me lo auguro per lui. Se fosse vero sarebbe gravissimo, avrebbe collaborato con un servizio segreto straniero. Evento di gravità notevole, che si tratti di Alleati o meno. Un giornalista non può collaborare neanche con i Servizi italiani, sennò lo cacciano. Anche al tempo del fascismo, i giornalisti sospettati di essere spie erano considerati una schifezza dagli altri. Durante la guerra fredda fu scoperto all'Unità uno che aveva rapporti strani con i servizi e fu allontanato. E' una contraddizione fare questi due mestieri insieme".
Federico Geremicca, vicedirettore de La Stampa, non risparmia l'ennesima mazzata alla categoria: "Non è corretto fare le due cose. Ma il problema vero è che cosa abbiamo noi da raccontare? Gli spioni giornalisti non mi pare possano trasferire grandi segreti". Parafrasando Flaubert ("si diventa spia quando non si può fare il soldato"): si diventa spia quando non si riesce a fare il giornalista?19 maggio 2003 - MITROKHIN: GUZZANTI SU ITALIA 'DIRETTA' DALL' URSS
"La Stampa"
COMMISSIONE MITROKHIN
Guzzanti: "Per anni l'Italia è stata "diretta" dall'Urss Qualcuno teme che si sappia"
ROMA. L'Italia è stata "per anni eterodiretta dall'Unione Sovietica", con "agenti di influenza" attivi nel nostro Paese "nei settori della politica, della cultura, del giornalismo, che hanno seguito le direttive impartite dall'Urss". È il quadro che emerge a un anno dalla legge istitutiva della Commissione parlamentare Mitrokhin a giudizio del presidente dell'organismo bicamerale, Paolo Guzzanti (Fi). "La cosa più grave - dice Guzzanti - non è solo l'attività di spionaggio che venne condotta a favore dell'Urss nel nostro Paese, ma anche e soprattutto l'influenza diretta che venne esercitata sulle leggi, sull'orientamento dei giornali, sulla vita sociale, politica e, si suppone, anche economica dell'Italia". "Dal Sismi, ad esempio, allora Sid - continua Guzzanti - viene la prova che Di Martino divenne segretario del Psi con l'influenza del Pcus, come confermato dai documenti". A un anno dalla legge istitutiva, quindi, "vengono pienamente confermati tutti i motivi che avevano portato alla costituzione di una Commissione d'inchiesta parlamentare", anzi "le valanghe di emendamenti al ddl che proroga l'attività di inchiesta parlamentare - osserva Guzzanti - dimostrano un timore direttamente proporzionale alla pericolosità, per qualcuno, di quanto potrebbe emergere".
r.i.19 maggio 2003 - GLADIO: ABBRACCIO IN FRIULI TRA VIOLANTE E BEORCHIA
ANSA:
Definitiva e simbolica riappacificazione tra comunisti ed anticomunisti: e' avvenuta oggi, quasi per caso, a Tarcento (Udine), su una passerella del torrente Torre, dove il capogruppo dei deputati Ds, Luciano Violante, ha abbracciato l' ex senatore democristiano friulano, Claudio Beorchia, tra i fondatori dell' organizzazione Stay Behind.
"Questo incontro pero' non ha nulla di politico - ha ricordato Beorchia - perche' ho voluto solo salutare un vecchio collega con il quale ho condiviso, pur da parti diverse, importanti battaglie. L' anticomunismo di Berlusconi? Non so cosa voglia dire il premier - ha aggiunto l' ex senatore Beorchia - certo che i buoni rapporti e l' amicizia non si devono scordare. Io sono rappresentante della Prima Repubblica e quindi non posso spingermi oltre".
A Tarcento per un incontro elettorale, Violante si e' intrattenuto alcuni minuti con l' ex senatore Beorchia, con il quale, oltre all' abbraccio e alle strette di mano, ha anche avuto un breve colloquio.23 maggio 2003 - IL CASO MORO E "L'ANELLO", MISTERIOSO SERVIZIO SEGRETO
"Diario"
Moro e il signore dell'Anello
di Paolo Cucchiarelli
È la chiave del caso Moro. Cercata, invano, per anni. Oggi comincia a emergere. E offre nuove spiegazioni non solo di quel sequestro, ma anche di tanti altri affari oscuri d'Italia. Aiuta a ricomporre i frammenti della tragedia del presidente democristiano, rapito 25 anni fa dalle Brigate rosse, ma anche del caso Cirillo, della fuga di Kappler, (il responsabile delle Fosse Ardeatine), di traffici di armi e di petrolio. Dal dopoguerra alla metà degli anni Ottanta ha operato in Italia un superservizio segreto, clandestino, alle dipendenze informali della presidenza del Consiglio. Nome in codice: l'Anello. Questo superservizio, pochi giorni dopo il rapimento di Moro, individua il "covo" br di via Gradoli, a Roma, comunica la notizia a Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, e a un dolente Francesco Cossiga, ministro dell'Interno. Ma l'ordine è: restare fermi. "Moro vivo non serve più a nessuno", è la conclusione di Andreotti.
L'Anello e le sue attività sono oggetto di un'inchiesta in via di conclusione a Roma. Il pubblico ministero Franco Ionta ha da poco chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso, poiché ormai nessun reato è ipotizzabile o perseguibile, anche perché in molti casi è già scattata la prescrizione. Ma è stata la Procura di Brescia a imbattersi per prima in una misteriosa struttura, chiamata "Noto Servizio", di cui si faceva cenno in alcuni dei documenti ritrovati anni fa in un archivio abbandonato di via Appia Nuova, a Roma, dove erano state stivate alla rinfusa carte dell'Ufficio Affari Riservati (il progenitore del servizio di sicurezza civile, il Sisde). Del "Noto Servizio" - in realtà oscuro e assolutamente ignoto - si è parlato in pubblico per la prima volta nel novembre 2000, quando la procura di Brescia invia alla Commissione parlamentare sulle stragi un rapporto del perito Aldo Giannuli, lo scopritore della "discarica" dei servizi sull'Appia Antica.
Oggi il "Noto Servizio" ha un nome e un volto: è l'Anello, organizzazione clandestina degli apparati di sicurezza, operativa dal 1948 alla metà degli anni Ottanta, formata da ex ufficiali badogliani, ex repubblichini, imprenditori, faccendieri, giornalisti, in grado di reclutare (almeno part-time) uomini della malavita e della criminalità organizzata. Personaggi di punta dell'Anello, negli anni cruciali del caso Moro e del rapimento Cirillo, sono Adalberto Titta, il sedicente "colonnello del Sismi" che trattò con i camorristi la liberazione dell'assessore democristiano Ciro Cirillo; il senatore missino Giorgio Pisanò; il (faccendiere) Felice Fulchignoni; (l'imprenditore) Sigfrido Battaini; il religioso Padre Enrico Zucca, entrato nelle cronache per aver trafugato, nell'immediato dopoguerra, la salma di Benito Mussolini a Milano.
Titta è, in quegli anni drammatici, il vertice operativo della struttura. Un uomo fin troppo loquace, un po' guascone, ex pilota nella Repubblica sociale. Muore d'infarto dopo la liberazione di Cirillo, mentre è impegnato in una delicata missione legata proprio a questo caso. Tanto delicata da suscitare i sospetti di una morte non del tutto naturale: i servizi di sicurezza francesi mandano a misurare la lunghezza del cadavere, per accertarsi che sia proprio Titta, e i carabinieri fanno qualche indagine dopo alcuni esposti che accennavano a un omicidio mascherato da malore.
L'Anello, del resto, era specializzato proprio in omicidi coperti da morte naturale e da incidenti stradali. Ma, più in grande, si occupava dell'economia parallela del petrolio, che serviva a finanziare le forze politiche più "affidabili" e sinceramente anticomuniste. Tra il 1975 e il 1976 l'Anello si dà da fare addirittura per far nascere una nuova Dc, in grado di contrastare l'apertura a sinistra preparata da Aldo Moro: è la breve avventura del Nuovo partito popolare, che divenne poi l'oggetto principale, con riferimenti alle forniture militari alla Libia, di un famoso dossier segreto, chiamato "Mi.Fo.Biali", oggetto di ricatti trasversali che coinvolsero anche il giornalista di Op Mino Pecorelli.
IL SUPERTESTIMONE - L'Anello, nella sua lunga storia, ha avuto una diretta forma di dipendenza dalle istituzioni politiche, a cominciare dalla presidenza del Consiglio. Michele Ristuccia, uno degli aderenti alla struttura, classe 1941, già funzionario della Fiera di Milano, grande amico di Adalberto Titta, negli interrogatori dell'inchiesta afferma a chiare lettere che vi erano persone del ministero della Difesa e dell'Interno che "agevolavano" l'attività dell'Anello, ma che esso "dipendeva direttamente dalla presidenza del Consiglio. La sua gestione è stata monopolio democristiano, tranne che nell'ultimo periodo, nel quale suppongo che anche il Psi sapesse, in quanto mi risulta che avesse fatto alcune richieste". I componenti dell'Anello, continua a verbale il supertestimone Ristuccia, avevano in dotazione "un tesserino sulla base del quale era dovuta a loro cooperazione e immunità da responsabilità penali in cui avrebbero potuto incorrere per motivi di servizio. Preciso che non so se tutti i membri dell'Anello avessero questo tesserino, ma Titta certamente lo aveva e io l'ho potuto personalmente vedere, ricordo che aveva l'intestazione della presidenza del Consiglio dei ministri".
Operativamente, i componenti della struttura si appoggiavano prevalentemente ai carabinieri, ma anche al Sid, il servizio segreto militare di quegli anni. L'Anello poteva contare su un ufficiale dei carabinieri operativo a Milano, che aveva un ufficio in via Statuto; un altro ufficio era a Roma. "Battaini", è scritto in una delle informative sull'attività dell'Anello, "dispone di notevoli masse di denaro e tiene il proprio deposito di armi, munizioni e automezzi, presso la caserma dei carabinieri di via Moscova".
Andreotti risulta il principale beneficiario politico della struttura, almeno secondo quanto si afferma in più punti nelle "veline" agli atti dell'inchiesta. Anche alcune testimonianze affidano al sette volte presidente del Consiglio un ruolo guida per l'Anello. Fu Andreotti a volerla, con questa denominazione, per fronteggiare il "notevole caos" che c'era negli anni Settanta nei vari organismi che si occupavano di intelligence, sia per inefficienza, sia per concorrenza. Andreotti decise di creare una struttura "pilota" che traghettasse questo mondo dal caos a servizi segreti più adeguati. Nascerebbe da qui il nome di Anello, adottato, secondo alcune testimonianze, dalla metà degli anni Sessanta: la struttura avrebbe dovuto essere infatti la congiunzione, - l'Anello appunto - tra le molteplici e spesso confuse strutture parallele del dopoguerra e i servizi di sicurezza istituzionali. I testimoni ascoltati nell'inchiesta hanno confermato che il compito principale dell'Anello era quello di "arginare" con tutti i mezzi l'avanzata delle sinistre. Anche Francesco Cossiga era a conoscenza dell'Anello, testimonia Ristuccia. "Una volta l'onorevole Andreotti, secondo quanto mi ha raccontato Adalberto Titta, fece intervenire l'Anello a beneficio del governo Craxi".
La struttura poteva contare su un buon numero di uomini (164 nel 1974) che costavano diversi miliardi di lire l'anno. Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, almeno secondo i racconti dei testimoni dell'inchiesta, la struttura si era preparata per sequestri (poi non realizzati) di alcuni personaggi politici. Tra questi, il sindaco di Milano Aldo Aniasi, il leader del Movimento studentesco Mario Capanna e l'editore Gian Giacomo Feltrinelli. Ma è il caso Moro l'episodio più clamoroso nella storia segreta dell'Anello.VIA GRADOLI - "Ricordo che il Titta mi accennò, già durante il sequestro Moro e me lo confermò poi successivamente, che erano stati contattati per adoperarsi per la liberazione di Moro, così come per il sequestro Cirillo". Questa è la testimonianza di Ristuccia, uno dei principali collaboratori di Titta. "Mi disse addirittura di aver avuto contatti con appartenenti alle Br e che questi avevano espresso sfiducia verso l'Arma dei carabinieri e la Dc. Mi disse", continua a verbale Ristuccia, "che gli uomini delle Br con i quali erano entrati in contatto non erano riusciti a trovare gli interlocutori adatti e non si fidavano delle istituzioni. Titta sosteneva di aver parlato di ciò con Cossiga e con l'onorevole Andreotti, ma che quest'ultimo si era espresso con valutazioni negative sull'eventualità del rilascio dell'ostaggio, bloccando così le attività che intendeva intraprendere. Ricordo che lo stesso giorno in cui si seppe che nel lago della Duchessa doveva trovarsi il cadavere di Moro, mi disse in tempo reale che si trattava di una "bufala". Ciò ovviamente me lo disse prima che ci fosse la smentita".
Lo stesso testimone racconta: "Io venni informato da Titta che il presidente della Dc correva seri rischi di sequestro. Sequestro durante, il Titta mi disse di essere a conoscenza del luogo dove Moro era detenuto, lo aveva detto anche ai senatori Andreotti e Cossiga. Il Titta mi disse, sequestro durante, che Moro era detenuto in via Gradoli e, come ebbi occasione di accennarvi, lo seppe direttamente dalle Brigate rosse. Non posso dirvi come entrò in contatto con le Br, ma lui mi disse di essere stato fortemente ostacolato sul caso Moro, proprio dal potere politico dal quale dipendeva. Come già dettovi, in particolare alla richiesta di poter intervenire su via Gradoli, il Titta ricevette un secco diniego da Andreotti che, mi disse, gli fece capire che non era auspicabile una soluzione positiva del processo, la frase che ricordo distintamente è: "Moro vivo non serve più a nessuno". Preciso che tutte queste notizie io le ho apprese sequestro durante".
È la testimonianza di un personaggio che riferisce racconti di un morto, che non può più né confermare né smentire. Forse è troppo poco per imbastire un'azione giudiziaria, ma certo è un'ulteriore smagliatura in una vicenda, il sequestro Moro, piena di elementi oscuri. Nelle dichiarazioni di Michele Ristuccia vi è certamente un errore: l'appartamento di via Gradoli è indicato come la prigione di Moro, mentre è appurato che fosse una base delle Br, ma che non ospitò il sequestrato. È lo stesso errore compiuto, in diverse dichiarazioni, da Bettino Craxi. Titta aveva una indicazione che riguardava la sola via Gradoli, oppure il capo operativo dell'Anello aveva cambiato in Gradoli una diversa indicazione della prigione al fine di tutelarla?
Dopo che la politica blocca l'intervento a favore di Moro, le notizie raccolte dall'Anello potrebbero aver imboccato un percorso autonomo. La famiglia Moro e il Vaticano continuano a cercare di liberare il prigioniero. E il 9 maggio 1978 il Vaticano tenta di scambiare il presidente della Dc con 50 miliardi di lire. Era già noto che padre Zucca - che oggi scopriamo essere stato un importante esponente dell'Anello - si era dato da fare per raccogliere un'ingente somma di denaro dopo essere stato contattato, in confessionale a Milano, da un uomo delle Br. Questo episodio fu rivelato dal settimanale L'Espresso già il 26 maggio 1978. Recentemente, il 12 marzo 2003, Giulio Andreotti rivela che il 9 maggio di 25 anni fa (il giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro) il Vaticano era pronto a pagare un ingente riscatto per liberare il prigioniero, ma che alla fine tutto fallì. È evidente che il tentativo di cui parla Andreotti e quello dell'Anello, tramite padre Zucca, hanno molte analogie: stessa data, il 9 maggio; stessa città, Milano; stesso contatto, "esponenti dissidenti" delle Br, stesso mezzo, il confessionale.
Kappler e Cirillo - L'Anello ebbe un ruolo anche nella vicenda della fuga di Herbert Kappler, il nazista responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, fatto uscire dall'ospedale militare del Celio, dopo un accordo politico ed economico con la Germania. Fu Titta e non la moglie di Kappler, Annelise - come si disse - ad accompagnare Kappler al confine. Nelle carte dell'inchiesta romana c'è la testimonianza del medico che visitò Kappler prima che questi fosse portato oltre confine.
È nel caso Cirillo, però, che l'Anello giocò in pieno le sue carte. Ciro Cirillo, assessore campano della Dc, fu rapito dalle Br a Napoli nel 1981. Per Cirillo, a differenza che per Moro, la Democrazia cristiana e lo Stato accettarono di trattare con i terroristi, anzi lo fecero attraverso la criminalità organizzata. È Adalberto Titta in persona che tratta in carcere con Raffaele Cutolo, il capo della Nuova camorra organizzata (Nco). Titta entra nel carcere di Ancona per concordare direttamente con Cutolo la liberazione di Cirillo, porta a cena fuori dal carcere il capo camorrista e gli mostra un foglio di scarcerazione per invogliarlo a riprendere i contatti con le Br che erano stati aperti già nel 1978, durante la vicenda Moro.
L'Anello è la chiave che unisce le due vicende. E spiega alcune affermazioni di Cutolo, che ha più volte ripetuto di aver avuto un ruolo anche nella vicenda Moro, oltre che in quella Cirillo. Personaggio di congiunzione tra l'Anello e il boss della Camorra è Francesco Gangemi, esponente di primo piano della Dc calabrese, avvocato di Raffaele Cutolo, (non componente dell'Anello), ma grande amico di Adalberto Titta. Fu proprio Gangemi - affermano alcuni testimoni dell'inchiesta - a presentare Cutolo a Titta per permettergli di intervenire nell'affare Cirillo. "Il Cutolo non avrebbe mai accettato di prendere parte ad alcuna trattativa se il Gangemi non avesse garantito per il Titta", assicura Ristuccia. Il legame Titta-Cutolo-Gangemi-Anello può dare un contesto ad alcune sibilline affermazioni fatte dal capo della Nco. Nel 1993 Cutolo diceva, a proposito della vicenda Cirillo, che in tanti "fecero la fila da me, ad Ascoli Piceno, e quel Titta dei servizi segreti era disposto in cambio dei miei favori a far eliminare i miei nemici". E aggiungeva: "Avrei potuto salvare la vita dell'onorevole Moro perché, grazie a informazioni ottenute da alcuni membri della banda della Magliana, avevo saputo dove era la sua prigione. Mi incontrai con il sedicente "inviato di Cossiga" che mi promise persino sconti di pena. Ma in seguito ricevetti una visita del mio fedele luogotenente Vincenzo Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: "Don Rafè, facitevi 'e fatte vuoste"".
L'inviato di Cossiga, rivela Cutolo nel volume di Giuseppe Marrazzo Il camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo, potrebbe essere Nicola Lettieri, il sottosegretario all'Interno che durante i 55 giorni del sequestro guidava il "comitato di crisi" del Viminale. Cutolo avrebbe incontrato Lettieri mentre era latitante, dato che era fuggito dal manicomio criminale di Aversa il 3 febbraio 1978. Certo è che Cutolo dice di essere stato in possesso di una lettera di ringraziamento di Lettieri e di un biglietto di accompagnamento dell'onorevole Attilio Ruffini, sequestrati dai carabinieri al momento dell'arresto, nel rifugio di Albarella dove aveva trascorso l'intera latitanza. I carabinieri, imbarazzatissimi, dissero poi che la lettera e il biglietto erano caduti a un maresciallo durante la perquisizione della casa-covo. Nessuno ha mai saputo - ufficialmente - che cosa contenessero le due missive. Cutolo però allude a contati con molti politici, anche a Roma, durante i 55 giorni.
L'anno dopo, nel 1994, davanti alle telecamere di Mixer Cutolo raccontò di aver ricevuto, mentre era latitante ad Albarella e mentre Moro era nelle mani delle Br, la visita di Nicolino Selis, affiliato della Nco, suo rappresentante a Roma e contemporaneamente boss della banda della Magliana, per conto della quale controllava la zona che da Acilia arriva al mare. Selis, dice Cutolo, "aveva saputo dove si trovava la prigione di Moro e mi chiese se volessi salvarlo". Cutolo in quella occasione aggiunse di essersi consultato con un avvocato che a sua volta si rivolse a dei politici. Il capo della Nco ha detto di aver saputo successivamente da un suo fedelissimo, Enzo Casillo ("morto con la tessera dei servizi segreti in tasca") che "importanti politici nazionali erano molto preoccupati del fatto che Moro avrebbe potuto salvarsi". In quell'occasione si mossero anche due sacerdoti calabresi. Selis non può certo confermare: scomparso nell'1981, il suo cadavere non è mai stato trovato; probabilmente sotterrato ad Acilia, vicino al greto del Tevere, è stato coperto con la calce viva.
Durante i 55 giorni, quindi, Cutolo sostiene di aver ricevuto, da latitante, l'avvocato Gangemi, 'l'inviato di Cossiga), e il suo rappresentante nella banda della Magliana, Nicolino Selis, che aveva scoperto dove era la prigione di Moro: presumibilmente nella sua zona di controllo, cioè tra Aprilia e il mare. Cutolo trascorse quei mesi di latitanza a casa di un vecchio contadino di Albanella, vicino a Pestum. L'uomo si chiamava, ironia della sorte, Nicola Lettieri, ( proprio come il probabile 'inviato di Cossiga'). Finirà ucciso anche lui: da chi - dirà Cutolo - "credeva di trovare nella sua casa di campagna qualche tesoro da me nascosto".
Il Vaticano e il confessionale - Con alcune lettere ad Andreotti, padre Zucca chiedeva di poter aprire una trattativa. Il religioso milanese affermava di essere "sicurissimo" che le Br avrebbero liberato Moro per soldi. Diceva anche di aver incontrato un brigatista in una chiesa di Milano "verso la fine di aprile" (Moro era stato rapito il 16 marzo). L'incontro-colloquio si era svolto in confessionale e in quell'occasione si era parlato di soldi. Il brigatista avrebbe anche proposto a Zucca di incontrare Moro. I soldi sarebbero stati depositati in una banca svizzera.
L'inchiesta sull'Anello, svolta dal maggiore del Ros-carabinieri Massimo Giraudo (lo stesso ufficiale che ha condotto l'inchiesta sulla strage di piazza Fontana che ha portato alle prime condanne del gruppo di On dopo oltre 30 anni) ha dimostrato che già il 31 marzo 1978 Zucca aveva confidato a un amico (presumibilmente Adalberto Titta) di essere stato avvicinato al fine di aprire una trattativa con le Br. Un appunto del Sisde del 4 aprile 1978 dà conto di questa notizia.
Ristuccia ha confermato il contatto Anello-Br: "Titta mi disse che le Br non volevano condurre la trattativa con organi di polizia ufficiali o esponenti politici. In merito alle mancate risposte di Andreotti, mi ricordo che non le diede a voce, al Titta, facendo bene intendere che Moro vivo non interessava".
Francesco Cossiga ha detto di essere stato informato "anni dopo" del tentativo messo a punto dal Vaticano il 9 di maggio per cercare di liberare Aldo Moro e di cui ha parlato per la prima volta Andreotti in marzo. "Seppi da lui che questa possibilità di riscatto era la ragione del suo ottimismo quando lo andai a trovare la sera dell'8 maggio 1978. In Vaticano si avevano ragioni per credere di avere contatti con le Br. Da quello che compresi questo contato passava per la rete dei cappellani carcerari", dice oggi Cossiga, che come Andreotti smentisce categoricamente di conoscere l'Anello e Titta. Ma c'è un altro elemento che si connette a questa vicenda, dando un senso concreto ad alcuni dubbi che ancora oggi dominano i pensieri della famiglia Moro.
Qualcuno, mai identificato, la mattina del 9 maggio 1978 avrebbe dovuto entrare nella prigione di Moro e portargli la carezza, il conforto del Papa, e poi garantire la liberazione dell'ostaggio e il contemporaneo pagamento del riscatto. Poche ore più tardi, invece, Aldo Moro sarebbe stato ritrovato ucciso in via Caetani. Comunque l'Anello predispose i 50 miliardi di cui parla Andreotti per pagare la mattina del 9 maggio il riscatto che avrebbe liberato Moro. Se è finita come è finita qualcosa è andata male o qualcuno non ha rispettato i patti. Chi interruppe bruscamente la trattativa in corso? L'Anello fu bloccato da qualcuno che non voleva che Moro uscisse libero dalla prigione potendo raccontare che il suo luogo di prigionia era stato individuato, ma si era scelto di non intervenire? E di trattare segretamente tramite quelli che un comunicato delle Br (il numero 4 del 4 aprile, quando Zucca aveva già il suo contatto aperto con le Br) definisce i "misteriosi intermediari"?
Afferma la sentenza che ha mandato assolto, in primo grado, Giulio Andreotti dall'accusa di essere il mandante politico dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli: "Qui preme sottolineare l'articolo Vergogna buffoni, pubblicato su Op del 16 gennaio 1979, e quindi poco più di due mesi prima dell'omicidio, in cui Carmine Pecorelli preannunciava una rivisitazione di tutto il caso Moro, con esplicito riferimento alle trattative con le Br, non andate a buon fine perché qualcuno non aveva mantenuto i patti e aveva "giocato al rialzo", pretendendo un prezzo che non poteva essere accettato. Ma se così è, non può revocarsi il dubbio che tali circostanze, se vere e portate a conoscenza dell'opinione pubblica, che pure aveva atteso con ansia la liberazione di Aldo Moro, avrebbero sicuramente sconvolto il panorama politico italiano, proprio perché sarebbe chiaramente emerso che il potere politico non aveva voluto che fosse salvata la vita dello statista".
L'inchiesta sull'omicidio Pecorelli ha evidenziato i rapporti che si erano stabiliti tra il giornalista di Op e il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, almeno dall'agosto-settembre 1978. Pecorelli ricevette molte "dritte" dal generale. Tante allusioni di Pecorelli al fascicolo "Mi.Fo.Biali", nato intorno alla corruzione della Guardia di finanza per lo scandalo dei petroli, non sono che riferimenti in codice all'Anello e alla sua azione sotterranea. E dalla Chiesa, almeno secondo le malevole testimonianze di Ristuccia, conosceva l'Anello: "Il generale non faceva parte dell'Anello, conosceva Titta e non ostacolava le attività dell'Anello, non perché fosse contrario a esse, ma semplicemente per concorrenza, in quanto", dichiara a verbale Ristuccia, "non desiderava, specialmente in tema di lotta al terrorismo, che qualcuno potesse arrivare prima di lui. Ricordo in particolare il tentativo di catturare Moretti a Milano con un intervento su un obiettivo, sul quale da tempo stava lavorando anche l'Anello. L'improvvido intervento del generale ne consentì la fuga. Conobbi il generale dalla Chiesa in quanto me lo presentò il Titta appena giunto a Milano". E ancora: "Ricordo (che Titta, ndr) non apprezzava il generale dalla Chiesa in quanto per protagonismo avrebbe danneggiato alcune operazioni dell'Anello".
Il generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, collaboratore di dalla Chiesa, ha affermato davanti a un magistrato nel 1993 che dalla Chiesa era molto interessato da una ipotesi di lavoro: l'esistenza di una struttura segreta paramilitare, con funzioni organizzative antinvasione ma che "aveva debordato poi in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno". Dalla Chiesa credeva che questa struttura poteva aver avuto origine "sin dal periodo della Resistenza, attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso il controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza". Poteva trattarsi di Gladio-Stay behind. Ma Gladio nasce nel 1954. L'Anello nasce invece nel 1948.
Che cosa è accaduto tra la sera dell'8 e le prime ore del (9 maggio 1978?) Pecorelli aveva una sua (ben credibile) ipotesi: "Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato ucciso era (...) in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo anche noi fare un po' di fantapolitica. Le trattative con le Br ci sarebbero state. Come con i Feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i "carabinieri" (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andar via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile, perché si voleva comunque l'anticomunista Moro morto, e le Br avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama "De" e il macellaio Maurizio". Il "De" (un modo per alludere e tutelare tipico di Pecorelli) secondo tutti gli studiosi del caso Moro è Giustino De Vuono, un ex legionario, calabrese, legato alla criminalità organizzata, di cui non si sa più nulla da anni. De Vuono venne indicato come uno dei possibili componenti del commando di Via Fani nel "volantone" diffuso dal Viminale subito dopo il 16 di marzo. Per anni si è favoleggiato sulla presenza della 'Ndrangheta nel commando che rapì Moro e uccise i cinque uomini della scorta. Ci sono state decine di riferimenti a questa presenza e i sospetti maggiori hanno riguardato De Vuono, grande specialista di armi che, secondo alcuni testimoni, era effettivamente presente in via Fani. "De" secondo Pecorelli partecipa alla uccisione insieme a "Maurizio" (il nome di battaglia di Mario Moretti). Ma un uomo dell'Anello, almeno secondo il nostro testimone Ristuccia, faceva parte del commando di via Fani: "Il Titta mi disse che anche nel commando che aveva operato in via Fani era presente un calabrese che lavorava per l'Anello meridionale, ma che era stato più volte impiegato da lui".
La famiglia Moro, Maria Fida in particolare, ha il dubbio che Moro sia stato liberato dalle Br e ucciso da qualcun altro. Da chi? "L'unica spiegazione", (ha spiegato l'ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, in occasione del 25° anniversario della morte del Presidente della Dc), "è quella che aveva pensato Craxi. Cioè che non sono i carcerieri a decidere l'esecuzione. L'ordine viene da fuori. E non sono stati loro neanche gli esecutori materiali. Entra in campo la complessità di più trattative che tendono da un lato alla salvezza di Moro e dall'altro alla neutralizzazione di quello che aveva potuto dire alle Br. La vicenda alla fine precipita perché queste trattative si ostacolano e fanno emergere nei custodi finali di Moro l'idea che la soluzione politicamente più opportuna fosse la soppressione di un ostaggio, cioè il Moro vivo, per poter neutralizzare gli effetti destabilizzanti del secondo ostaggio, cioè le cose che Moro aveva detto alle Br". Oppure, molto più semplicemente, le Br uccidono Moro per uscire da una situazione senza sbocchi politici se non la liberazione, vista la mole di iniziative che quella mattina del 9 maggio erano in corso. Oppure c'è stata una cogestione: alla fine, per chi ha trattato, sia dalla parte delle Br, sia da quella dello Stato, la soluzione migliore, la più concreta e realistica dal punto di vista politico, è la morte di Moro. Ecco il perché delle tante incongruenze sulle modalità della morte e anche sul fatto che fosse stato detto o no a Moro che il suo destino era segnato.
Ma c'è stato lo zampino di qualcuno che ha giocato al rialzo? Giustino De Vuono è scomparso nel nulla. Resta soltanto l'estremo messaggio di Carmine Pecorelli, che fa nascere nuovi interrogativi su questa storia dell'Anello e su questa inchiesta che la procura di Roma si avvia ad archiviare. Pochi giorni prima di essere assassinato (era il 20 marzo 1979), Pecorelli dedicò al delitto Moro l'ultimo suo inconfondibile articolo. Intitolato: Aldo Moro un anno dopo. Pieno di domande allusive, di sottintesi e probabilmente di messaggi, sarcastici e cifrati. Cita il lago della Duchessa, il falso comunicato Br del 18 aprile 1978, quanto il falsario Toni Chichiarelli, vicino alle Br e alla banda della Magliana, che stila un falso documento che dà Moro per "suicidato" e sepolto nei "fondali limacciosi" di quel lago. Toni Chichiarelli seguiva da tempo - ci sono testimoni - il giornalista. "Chi è stato interrogato nel Palazzo? La catena ha rivelato in ogni suo anello l'esistenza di connivenze all'interno della struttura dello Stato, nel cuore dello Stato". Un messaggio, un avvertimento, o una firma. Diventerà decifrabile poche ore dopo, quando un colpo di pistola in bocca chiuderà la vita di Carmine Pecorelli.Paolo Cucchiarelli, giornalista parlamentare, è autore, tra l'altro, di "Lo stato parallelo" (con Aldo Giannuli, Gamberetti editrice, 1997). In questa inchiesta anticipa alcuni elementi di un più ampio lavoro che sarà pubblicato in un volume intitolato "Morte di un Presidente. Perché l'omicidio Moro rimarrà un mistero".
Nota dell' Almanacco dei misteri: per chiarezza, ripubblichiamo quello che era gia' uscito nel 2000 sull' allora cosiddetto "Noto servizio".
23 maggio 2003 - MORO: CENTO, FARE CHIAREZZA SU 'L'ANELLO'
ANSA:
Il deputato verde Paolo Cento, cita l'inchiesta del settimanale 'Diario' sulla struttura segreta chiamata 'l'Anello', chiedendo chiarezza sul ruolo che avrebbe giocato nei giorni del sequestro Moro. In un'interpellanza, Cento chiede al presidente del consiglio di "raccogliere tutti gli elementi documentali e testimoniali e di inviarli subito al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti".
Cento afferma che "gli elementi emersi dall'inchiesta, in particolare quelli relativi alle responsabilita' dell'Anello nella fuga di Herbert Kappler, architetto dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, nella gestione della trattativa con la camorra per la liberazione dell'assessore Dc, Ciro Cirillo, nella individuazione, durante il sequestro Moro, della base Br di via Gradoli, ritenuta dal super servizio la prigione di Aldo Moro, sono davvero inquietanti e richiedono una attenta valutazione da parte di governo e parlamento".
"Non possiamo accettare - prosegue Cento - che restino nell'ombra pagine cruciali della storia del nostro paese: per questo valuteremo l'opportunita' di proporre anche una commissione parlamentare d'inchiesta sull'intera vicenda".25 maggio 2003 - CASO MORO: REPLICA ARCONTE A RISPOSTA INTERROGAZIONE ANDREOTTI
"Oggi7"
Il caso Moro. La replica di Nino Arconte
Pubblichiamo la risposta del Ministero della Difesa all'interrogazione parlamentare di Andreotti sul caso G-71 ( n. 402141 9 maggio 2002) e la replica di Nino Arconte (inviata ad ''Oggi 7'' e ''Famiglia Cristiana''). Uscira',questa settimana su Famiglia Cristiana, un servizio sul caso in cui verra' pubblicata anche questa replica.
- Interrogazione a risposta scritta del Senatore Andreotti n. 402141 9 maggio 2002 . MINISTERO DELLA DIFESA
Risposta: Il servizio per l'informazione e la sicurezza militare nel confermare che non disponeva di alcuna notizia preventiva circa il sequestro dell'Onorevole Moro, ha verificato il contenuto del libro ''L'Ultima Missione'', pubblicato su un sito internet statunitense da Antonino Arconte. Nel libro è effettivamente riportato che, in merito alla vicenda Moro i Servizi Italiani e Americani sarebbero venuti a conoscenza del rapimento prima che lo stesso avesse luogo. Per avvalorare questa, l'autore presenta un ''documento a distruzione immediata'' che lo avrebbe autorizzato, in data 2 marzo 1978, ''ad ottenere informazioni di 3° grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca di contatto con gruppi di terrorismo M.O. al fine di ottenere informazioni utili alla liberazione dell'On. Aldo Moro...''
Su questo ed altri documenti pertinenti il citato libro, sono stati richiesti approfondimenti a tutte le amministrazioni interessate o che potevano o che potevano comunque essere in possesso di notizie utili a chiarire la vicenda. Queste hanno giudicato i documenti ''visibilmente modificati e/o palesemente falsi''.
Inoltre, i risultati delle ulteriori verifiche e degli accertamenti interni affettuati, hanno confermato l'infondatezza di quanto asserito dall'Arconte. Dai riscontri, infatti, è emerso palesemente che non può esservi alcun collegamento tra il personaggio G-219 , asseritamente incontrato in Libano dallo stesso Arconte, e quello che egli indica quale Ten. Col. Mario Ferraro, (nel Sismi solo dal 1980 e deceduto nel 1995).
All'epoca del sequestro, infatti, il Ferraro non apparteneva al Sismi e, soprattutto, la descrizione resa dalle caratteristiche antropometriche diverge totalmente da quella riferibile allo stesso Ferraro. I servizi statunitensi, da parte loro, hanno fermamente smentito di avere intrattenuto qualsiasi tipo di rapporto con l'Arconte, asserendo peraltro che egli è sconosciuto anche all'FBI ed all'US Immigration e Naturalization Service. La circostanza costituisce un ulteriore, significativo indicatore della inattendibilità dell'affermazione dell'Arconte che, nel libro, fra l'altro, afferma che la veridicità di alcuni dei documenti annessi alla pubblicazione era stata proprio dai servizi statunitensi.
Trova dunque, piena conferma quanto già rappresentato nella relazione che il Sismi predispose sulla base degli specifici quesiti posti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro'' ed in cui si afferma che ''...nel periodo antecendente alla strage di via Fani non risulta che il SISMI abbia mai raccolto elementi che potessero far in qualche modo prevedere l'insorgere della vicenda Moro, sia sotto il profilo dell'acquisizione di informazioni su possibili e dirette azioni terroristiche, sia dal punto di vista dell'esistenza di semplici minacce ed avvertimenti nei confronti del parlamentare''.
Il Ministro
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- La replica di Nino Arconte ad Oggi7 e Famiglia Cristiana
Intanto riassumo la mia risposta a questi pochi punti, come già feci nel novembre del 2000 alla risposta del Ministro On. Mattarella allora in carica che, sostanzialmente, non si discostava di molto.
1) In primis io non ho mai dichiarato che Mario Ferraro fosse del SISMi, queste sono cose dichiarate dai giornali che, nell'estate del 1995 davano la notizia del suo suicidio, com'è noto, appeso al portasciugamani del suo bagno e, a come dichiaravano i giornali (io non l'avevo certamente visto in loco) era in posizione seduta e, per un impiccato, è perlomeno strano! Ma se ne sono visti di sdraiati, inginocchiati e ancora più strani di suicidi in Italia e non ci meravigliamo più di nulla.
2) La mia descrizione antropometrica di un uomo che ho visto in tutta la mia vita e nell'arco di circa diciassette anni per poche ore, non poteva essere più precisa di quella: un uomo di circa un metro e ottanta, ossia più o meno la mia altezza e abbastanza robusto, con una barba tenuta corta, ma sono buon fisionomista e non dimentico una faccia una volta che l'ho vista anche a distanza di moltissimi anni, come sanno bene quanti mi mostravano sempre le fotografie dello Sciacallo, quando pensavano che si trattasse di lui in uno dei suoi molteplici travestimenti ...veramente abile, ma non mi ingannò mai! Purtroppo, fu sempre più svelto di chi gli stava dietro, anche quei primi giorni di marzo 1978.
3) Io non ho mai dichiarato che i servizi segreti Americani avessero saputo in anticipo del sequestro Moro e della strage di Via Fani, questa è una falsità che mi viene messa in bocca per screditarmi, ma gli stessi giornalisti che mi hanno intervistato nel corso degli anni potrebbero testimoniare questa circostanza. Da parte mia non c'è stata mai, in materia dell'affare Moro, che una nuda e cruda relazione di fatti certi di cui sono stato testimone e la citazione di altri fatti, altrettanto certi e provenienti da altri. Io ho sempre detto a tutti e scritto anche nel Libro L'Ultima Missione che, all'epoca del 6 marzo 1978 e giorni successivi, a malapena sapevo che l'On. Moro era un politico Italiano. In nessuna parte del mio sito o del mio libro si può leggere una simile dichiarazione ...dunque?
4) Sulla presunta falsita dei documenti io ho dato la mia disponibilità a farli periziare da laboratorio serio ed indipendente che mai ho contattato di persona ed i giornali che se ne sono assunti l'impegno hanno risposto già, forse in maniera più responsabile di quanto leggo. Della autenticità di ciò che mi veniva consegnato dai miei superiori, all'epoca delle date indicate, io non ho mai avuto dubbi! Non ritengo si possa ritenere che un ''cancellato'' come me possa disporre di tutto quel materiale da poter trasformare e/o falsificare ...perchè, dai risultati peritali consegnatimo dopo le trasmissioni TV non c'è dubbio, e su base scientifica, che si tratta dello stesso materiale usato all'epoca indicata dal Ministero della Difesa della Repubblica Italiana e questi sono fatti ...non parole! In quanto poi alla falsificazione eventuali degli stessi, aldilà delle mere illazioni credo che chi fosse davvero capace di fabbricare falsi così bene da ingannare persino i periti userebbe questo suo ''indubbio talento'' per falsificare banconote da mille dollari o cinquecento euro ...non certo documenti militari di dubbia importanza. Infatti, come dichiaro anche nel libro, e la risposta ministeriale trascura anche questo fatto, l'unica importanza che quei documenti avevano per me era che dimostravano che a dispetto della ''cancellazione'', a quelle date io ricevevo ordini dal comando ed ero quindi in ''servizio permanente effettivo'' ...tutto qui! Le altre considerazioni vengono fatte da giornalisti che svolgevano le loro inchieste anche, ma non solo, sulla base della documentazione che producevo e valutavano in ''originale'' e non fotocopie falsificate. Pur non essendo un intenditore in materia ritengo che falsificare e/o correggere documenti stampati su una carta filigranata in azzurro come quella in oggetto sia del tutto impossibile a chiunque, ma è solo la mia opinione.
5) Sul fatto che io sia sconosciuto all'INS ...mi pare che abbiate potuto verificare di persona, esaminando le prove documentali di quanto affermo, se esse siano inconfutabili e se lettere, buste, dichiarazioni, sigilli Governativi USA e bolli postali fossero orginali e non corretti in alcun modo oppure no. Io non dichiaro che ho avuto a che fare con l'FBI o CIA o NSA ...bensì che le domande che coloro che si dichiaravno agenti dell'INS erano perlomeno fuori luogo per degli agenti INS ...e se permettete me ne intendo un poco, se non altro per esperienza diretta.
6) Altre mie dichiarazioni in materia sono sul libro L'Ultima Missione e nel CD Rom allegato, riportarle qui sarebbe inutilmente lungo, ma i fatti di cui abbiamo parlato e riguardanti ''strani plagi'', anche riguardanti moduli di intervento da noi eseguiti con successo nel Maghreb, la ''tripletta'' citata nel libro, sembrano confermare che, indubbiamente, il mio dossier, nel quale descrivevo anche queste operazioni nel dettaglio, era stato visionato attentamente ma maldestramente plagiato in Iraq-Giordania nell'estate del 1999 ...anche questo ben descritto nel Libro e documentato dalla storia attuale!
7) da un esame ''intelligente'' di questa risposta, mi appare evidente che lo scopo primario di chi l'ha compilata era poter confermare che la relazione del SISMi, predisposta per rispondere a suo tempo ai quesiti della Commissione strage di via Fani diceva il vero quando negava che i Servizi Segreti non ebbero mai a raccogliere elementi che potessero in qualche modo prevedere l'insorgere della strage e assassinio di Aldo Moro, anche negando l'esistenza di possibili minacce e/o avvertimenti. Su questo punto, effettivamente, altri elementi e non certo io che ero all'estero dal 6 marzo '78 e fino al 3 Ottobre '78, sembrerebbero accertare il contrario, ma queste sono cose semmai accertate da altre fonti e che io ho semplicemente riportato, in quanto attendibili, nel mio libro. Resto perciò convinto che anche l'On. Moro fosse stato avvertito di quanto si andava preparando, ma certo nessuno poteva prevedere, anche a parer mio, che sarebbe accaduto in via Fani, in quel modo atrocemente spietato e quella mattina del 16 marzo 1978 ...tranne coloro che parteciparono. Io, però, respingo decisamente, ed il mio libro sta a testimoniarlo, ma anche tutte le interviste concesse e pubblicate, di aver mai pensato o insinuato che i servizi segreti Italiani o Americani abbiano preso parte alla strage di via Fani ed all'assassinio di Aldo Moro. Cito anche Voi giornalisti a testimoniare pubblicamente e specialmente Stefano Vaccara di America Oggi a New York che per primo nel 1998 scrisse della strage Moro secondo la mia ricostruzione dei fatti, ma anche quelli di famiglia Cristiana che ormai mi hanno intervistato più volte per delle inchieste, se può essere interpretato così il mio libro, o le mie dichiarazioni rese e pubblicate. Sapete bene che ero e sono convinto della matrice Sovietica, e con essa Libica, di tutti i fatti di cui sono testimone; si può anche dissentire da questo, ma non ribaltare palesemente la verità fino a dichiarare che il sottoscritto accuserebbe gli alleati Americani di aver preso parte, anche solo tacendo, a quello che nel mio libro chiamo con il suo nome: ''Il Golpe Italiano'' ...quello perfettamente riuscito! Tutto ciò è del tutto assurdo!
Ringraziandovi per il vostro impegno per la verità, spero che troviate il modo di pubblicare questa mia precisazione unitamente alla intervista resavi.
Cordialmente,
Antonino Arconte29 maggio 2003 - MITROKHIN: DINI; PER IL SISMI, SOLDI PCUS A PCI
"Il Corriere della sera"
Dini alla Commissione Mitrokhin "Per i Servizi il Pcus pagava il Pci"
ROMA - Il direttore del Sismi, il generale Sergio Siracusa, riferì all'allora capo del governo Lamberto Dini informazioni inviate dai servizi segreti inglesi relative solo a finanziamenti del Pcus al Pci e al partito comunista di San Marino, peraltro già oggetto di indagini da parte della magistratura milanese. In quel colloquio, avvenuto nel novembre 1995 su richiesta dello stesso Siracusa, il direttore del Sismi riferì su fatti risalenti alla metà degli anni Settanta e ai primi degli Ottanta ma non fece cenno alcuno ad attività spionistiche da parte di agenti sovietici in Italia. In quell'occasione, riferisce ancora Dini, fu fatto anche il nome di Armando Cossutta, indicato nei rapporti informativi britannici, come un contatto confidenziale del servizio segreto sovietico a Roma. Questo, in estrema sintesi, è quanto si ricava dalla audizione dell'ex presidente del Consiglio alla commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin, dal nome dell'archivista del Kgb fuggito in Occidente portandosi dietro un gran massa di informazioni sull'attività degli agenti sovietici. Dini, che ha parlato per più di tre ore incalzato dal presidente della commissione Paolo Guzzanti (Forza Italia) e da Enzo Fragalà (An), sarà ascoltato nuovamente mercoledì prossimo. L'allora capo del governo è il primo politico a deporre dopo le audizioni di funzionari ed ex funzionari del Sismi.
Dini occupava già Palazzo Chigi - vi rimase dal febbraio 1995 al febbraio 1996 - quando i servizi segreti inglesi cominciarono a inviare le prime schede sulla rete spionistica che secondo l'archivista del Kgb riparato in Gran Bretagna sarebbe stata attiva nel nostro Paese. Ebbene, in quel faccia a faccia tra Dini e Siracusa, racconta lo stesso Dini, "il direttore del Sismi si limitò a fornire informazioni leggendo alcune carte né mi diede documenti o altro. Io chiesi di effettuare le necessarie verifiche sull'attendibilità di tali affermazioni per evitare strumentalizzazioni. E domandai se ci fossero ipotesi di reato sulle quali la presidenza del Consiglio avrebbe dovuto intervenire. Da quell'incontro avvenuto nel novembre 1995 non ho più ricevuto alcuna novità sul caso".
L'attuale vicepresidente del Senato aggiunge che "non ci furono ulteriori dettagli per una questione di prudenza che i servizi segreti mantengono in vicende di questo genere".
Dini sottolinea poi che gli organismi di intelligence "riferiscono quello che considerano necessario riferire. Non si pensi che riferiscano tutto, se intendono andare avanti nelle indagini lo fanno e poi riferiscono ciò che nella loro autonomia vogliono dire".
Il presidente Guzzanti ha però qualcosa da eccepire. "Non è sorprendente - si domanda - che nel caso del dossier Mitrokhin i centri del nostro controspionaggio si siano attivati tre anni e quattro mesi dopo l'arrivo della prima schede?". Dini gli obietta che l'atteggiamento di Siracusa era dettato probabilmente dalla richiesta di massina riservatezza e prudenza che era stata avanzata dal servizio segreto inglese nel momento in cui fu informato per la prima volta il Sismi. Anche a chi gli fa notare che l'allora sottosegretario alla Difesa Stefano Silvestri nel suo governo compariva nell'elenco stilato da Mitrokhin, Dini replica che nessuno l'aveva messo al corrente: "Se me lo avessero detto sarei saltato sulla sedia. Non so se il Sismi già allora avesse informazioni che riguardavano Silvestri. In ogni caso, anni dopo, venuto a conoscenza della vicenda rimasi molto meravigliato".
Nel corso della deposizione Dini ripetutamente mostra di non dare particolare credito alle accuse contenute nel dossier dell'ex archivista del Kgb. Perplessità che, riferisce, ebbe anche il servizio di sicurezza della Farnesina quando fu resa nota la lista dei tredici diplomatici italiani coinvolti nella rete come possibili spie sovietiche, e dalla quale fu espunto il nome dell'ambasciatore Cortese, allora consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Scalfaro.
Dini spiega così quel gesto: "C'era incredulità e credo che quella decisione fu presa allo scopo di attendere il completamento delle indagini. Ma quelle notizie non furono ritenute attendibili e non vi fu dato alcun peso".
Lorenzo Fuccaro29 maggio 2003 - MITROKHIN: COSSUTTA SMENTISCE E QUERELA 'IL GIORNALE'
ANSA:
Armando Cossutta, presidente dei Comunisti italiani, annuncia di aver dato mandato ai suoi legali di promuovere le opportune iniziative giudiziarie contro i "giudizi diffamatori di Massimo Caprara".
Cossutta si riferisce all' odierno editoriale de 'Il Giornale' intitolato "La fotografia del comunismo". Cossutta smentisce "con sdegno di aver avuto rapporti di qualsiasi tipo con i servizi segreti sovietici" e afferma che "come tutti sanno" ha avuto "intensi rapporti politici con i massimi dirigenti del Partito comunista e dello Stato sovietico (da Breznev a Kossighin, da Gromiko a Suslov) per conto del Pci, in quanto membro della direzione e coordinatore della segreteria nazionale: rapporti volti a sviluppare una politica di distensione internazionale e di cooperazione tra Italia e Urss".30 maggio 2003 - CORRADO CORGHI CONFERMA IL TENTATIVO DI MEDIAZIONE PER SOSSI
"Dagospia" e "www.emilianet.it"
BRIVIDI DI BIERRE - CORRADO CORGHI CONFERMA IL TENTATIVO DI MEDIAZIONE CON LE BR NEL SEQUESTRO SOSSI: "TRATTAI CON IL CARDINALE PIGNEDOLI ..."
Corrado Corghi era uno dei padri della Gladio "bianca"? A chiamarlo in causa, anche senza citarne il nome, nel lontano 1992, fu l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. In una delle sue esternazioni, il picconatore rivelò che subito dopo la guerra, per fronteggiare il pericolo comunista, i partigiani cattolici si erano riarmati con l'aiuto dei carabinieri. Il 18 aprile del 1948, gruppi di democristiani armati fino ai denti, si erano riuniti nelle sedi del partito per attendere il risultato del voto. E in caso di vittoria del Pci, sarebbero passati all'azione. Cossiga aggiunse che tra gli organizzatori della Gladio bianca, che in seguito sarebbe stata assorbita nella rete Nato Stay Behind, c'erano alcuni "amici" emiliani. Uno, con ogni probabilità, era Ermanno Gorrieri. L'altro, Corrado Corghi. "Sicuro che eravamo armati il 18 aprile '48 -dichiarò Corghi ai giornali- Io allora ero a Roma, presidente dell'Azione Cattolica, ma so bene che cosa succedeva nella mia Reggio Emilia. Ciò che racconta il presidente é solo la conferma che non si trattava di un'iniziativa isolata, ma che esisteva una direttiva nazionale". "La paura era forte - spiegò -: paura di non avere abbastanza voti, o di una reazione violenta dei comunisti di fronte alla sconfitta". I carabinieri aiutarono i partigiani bianchi? "Di sicuro intuivano - rispose Corghi - magari chiudevano un occhio. in qualche caso ci sono state sicuramente delle forme di collaborazione"CORGHI RIVELA: TRATTAI CON IL CARDINALE PIGNEDOLI
"www.emilianet.it"
Nicola Fangareggi
REGGIO EMILIA - Corrado Corghi ha ottantatrè anni ben portati. Vive in un appartamento nei pressi del centro storico di Reggio circondato dalle migliaia di volumi della biblioteca del Centro di storia ospedaliera che le istituzioni locali, a suo dire, colpevolmente trascurano senza indicare una sede idonea. Le dichiarazioni dell'ex brigatista reggiano Alberto Franceschini che lo tirano in ballo come mediatore del Vaticano per la liberazione del giudice Mario Sossi, sequestrato dalle Brigate rosse, lo colgono a metà tra il sorpreso e l'incuriosito.
"Ma cos'ha detto, Franceschini?"
Ha detto che lei, professore, tenne il contatto con i brigatisti durante il sequestro Sossi, incontrandoli clandestinamente più volte. E' vero?
"Mah. Debbo leggere bene le dichiarazioni e parlarne con il mio avvocato. Comunque, posso dire che mi sembrano dichiarazioni condite di molta fantasia".
Non ne smentisce la sostanza, però.
"Non smentisco e non confermo".
Anche perchè vi fu un processo in merito, a suo tempo, di fronte al tribunale di Venezia.
"Esattamente".
Dove lei fu chiamato a testimoniare.
"E' così. E per poco il giudice non mi incriminò".
Reticenza?
"Immagino che il giudice ebbe un'impressione del genere. Comunque vorrei evitare grane. Sa, alla mia età".
Ma Franceschini e gli altri brigatisti di Reggio li conosceva?
"Certo che sì. Erano i ragazzi usciti dal Pci su posizioni rivoluzionarie. Diedero vita ad un circolo, il famoso circolo dell'appartamento, prima di entrare in clandestinità".
E con loro, seppure clandestini, rimase in contatto?
"Non mi metta in difficoltà".
Franceschini riferisce di almeno tre incontri avvenuti a Roma.
"Preciserò i fatti più avanti. Debbo fare uno sforzo di memoria e consultare le vecchie agende. Ad ogni modo, la ricostruzione mi sembra davvero un po' fantasiosa".
Fu lei a cercare i brigatisti?
"No, non fui io a muovermi".
Il Vaticano le conferì un mandato per trattare con i sequestratori?
"Si figuri se il Vaticano conferiva mandati del genere. A livello ufficiale, poi".
Agì da solo?
"Ovviamente no. Diciamo che mantenevo intense relazioni con un interlocutore di altissimo livello".
Possiamo ipotizzare che si trattasse del cardinale Sergio Pignedoli, reggiano come lei?
"Ipotizziamolo pure".
Lei aveva rapporti con il governo di Fidel Castro?
"Certamente. Ero in Bolivia quando venne ucciso Che Guevara. Stavo operando per ottenere la liberazione di Regis Debray. E avevo solide relazioni con L'Avana".
Franceschini ricorda che lei ottenne dai cubani la promessa di garantire l'incolumità ai prigionieri brigatisti scarcerati, una volta conclusa l'operazione Sossi, ma che in seguito l'operazione saltò per l'intervento del segretario del Pci Enrico Berlinguer.
"Guardi, quando sarà il momento racconterò tutto per filo e per segno. Ora mi lasci telefonare all'avvocato".
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