Almanacco dei misteri d' Italia


Gladio, piano Solo, golpes vari (tentati o inventati), Gladio rossa, dossier Mitrokhin...
le notizie del 2003: settembre-dicembre
6 settembre 2003 - RISPUNTA IL 'NOTO SERVIZIO'
"Il Messaggero"
MISTERI ITALIANI Una "Gladio" già nel '43 contro i comunisti
dal nostro inviato
Reggio Emilia
INCREDIBILE ma vero: nel processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia, c'è un documento anonimo del '72, sequestrato nell'allora Ufficio Affari riservati della polizia e finora passato inosservato, in cui si racconta come "verso la fine del 1943, l'Oss, il servizio segreto americano progenitore della Cia, contatta il generale Mario Roatta, a capo dell' intelligence italiana, perché organizzi una " pre-Gladio "; una struttura segretissima d'informazione, poi passata in altre mani, che agisca per bloccare ogni possibile avanzata delle forze di sinistra". Lo ha scoperto, e lo racconta, Mario Pacelli, dell'Università di Roma " La Sapienza". E a queste "trame", Pacelli dedica una grande attenzione: "Badoglio è protetto da Churchill, perché come lui è massone"; e "il pericolo all'orizzonte, temuto dalla monarchia italiana, dagli inglesi e dagli americani, era il comunismo; così, nel '44, gli inglesi prendono contatto con Juno Valerio Borghese, comandante della X Mas e, di fatto, delle forze armate della Repubblica sociale, appunto per un'azione di sostegno contro il comunismo". Al generale Carboni, responsabile della mancata difesa di Roma, dopo la guerra fu poi "offerta la cittadinanza statunitense nonché un incarico nei "servizi" di quel Paese". Infine, Roatta, qualcuno lo ricorderà, finirà perfino sotto processo "per l'omicidio dei fratelli Rosselli; nel '45, è condannato all'ergastolo; però, nel '48, la Cassazione annulla quella sentenza". Ma quanti misteri nasconde ancora l'8 settembre & dintorni?
F. I.

6 settembre 2003 - MITROKHIN: SARANNO SENTITI PRODI E D'ALEMA
"La Gazzetta del Sud"
COMMISSIONE MITROKHIN
Saranno sentiti D'Alema e Prodi
ROMA - "Sentiremo gli ex presidenti del Consiglio che hanno gestito l'archivio Mitrokhin, Lamberto Dini lo abbiamo già sentito, quindi ascolteremo Romano Prodi e Massimo D'Alema, poi audiremo altri politici, probabilmente i ministri della Difesa di quel periodo, che erano Corcione, Andreatta e Mattarella, anche se credo che l'unico che possa essere audito sia Mattarella". E' quanto anticipato ad Affaritaliani.it dal capogruppo di An nella commissione d'inchiesta sull'affaire Mitrokhin, Enzo Fragalà. "Prima completeremo le audizioni di Battelli e Siracusa. Poi vedremo se sarà il caso di metterli a confronto con Dini oppure con Faraone. La commissione - aggiunge Fragalà - effettuerà due audizioni alla settimana, praticamente otto al mese, in modo da poter completare questo ciclo di audizioni in un paio di mesi. Poi passeremo ai politici. Probabilmente intorno a novembre". "E' sicuro - continua Fragalà - che la commissione finirà al centro di una nuova bufera politica, perché la sinistra non sopporta né consente che si accertino vicende che possono vedere loro esponenti sul banco degli accusati. Ma queste commissioni bicamerali d'inchiesta sono state istituite non sulla base di teoremi politici, ma sulla base di scandali obiettivi, come la gestione del dossier Mitrokhin, tenuto quattro anni in un cassetto, o quello di Telekom Serbia, dove c'è stato utilizzo improprio di una gran massa di denaro di contribuenti per acquistare la minoranza del pacchetto azionario di un ente dello stato serbo". "Questi - conclude l'esponente di An - sono fatti che obiettivamente hanno creato una serie di interrogativi nell'opinione pubblica e la sinistra non sopporta che questi interrogativi vengano sciolti".

19 settembre 2003 - CIAMPI CITA MAURI, ANCHE PARTIGIANI BIANCHI FECERO RESISTENZA
ANSA:
CIAMPI CITA MAURI,ANCHE PARTIGIANI BIANCHI FECERO RESISTENZA
A CUNEO OPERARONO CON GARIBALDINI E GIUSTIZIA E LIBERTA'
A Boves, nel 60.mo della strage nazifascista, Ciampi ha ribadito l'invito a ricordare la Resistenza come un fatto di tutte le componenti politiche e ideologiche antifasciste. Si combatte' anche al Sud, ha detto citando Barletta. E su queste montagne, ha sottolineato, c'erano anche le formazioni di "partigiani bianchi" del maggiore degli Alpini Enrico Martini, nome di battaglia Mauri, medaglia d'oro al valor militare, scomparso nel 1976.
Con questa citazione di un uomo vicino a Edgardo Sogno, Ciampi dice in modo piu' esplicito che quando si celebra quella Resistenza "che ha conservato l'onore del nostro popolo" e ha evitato all'Italia un destino peggiore, bisogna ricordare davvero tutte le sue componenti, a cominciare dai cosiddetti "badogliani", i gruppi "autonomi", formati in gran parte da civili e militari dell'esercito regio di sentimenti monarchici e anti-comunisti. E la principale di queste formazioni, fu appunto quella comandata da Mauri, ufficiale di stato maggiore, che l'8 settembre 1943, a 32 anni, partecipa alla difesa di Roma e poi raggiunge le sue terre nel cuneese e qui costituisce il suo gruppo armato, conquista la citta' di Alba e vi instaura la leggendaria quanto effimera Repubblica Partigiana, raccontata da Beppe Fenoglio (che faceva parte delle formazioni 'azzurre" di Mauri), ne "I ventitre giorni della citta' di Alba". Dal' 44, in Friuli, Mauri divenne comandante della Brigata Osoppo.
Di sentimenti monarchici e legato alla formazione militare ricevuta in Accademia, Mauri si trovo' fin dall'inizio in rapporti complicati con le formazioni garibaldine (legate al partito comunista) e a quelle di Giustizia e Liberta' che facevano riferimento a ideali mazziniani e al partito d'azione. Anche rispetto al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), Mauri rivendico' sempre la sua autonomia. Grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore "Temple", nelle Langhe Mauri riceveva lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento e molti dei suoi vestivano divise inglesi.
Nel '44, Mauri si trasferisce in Friuli e forma la Brigata Osoppo, nella quale entrano anche transfughi della RSI. Nel Febbraio '45 la Brigata Osoppo partecipa ad un accordo con l'Organizzazione Franchi (rete spionistica collegata all' Intelligence Service e diretta da Edgardo Sogno) e la X MAS (il corpo speciale della RSI, comandato dal "principe nero", Junio Valerio Borghese) per contrastare le brigate partigiane jugoslave dopo la sconfitta dell'esercito di occupazione nazista. Dopo la liberazione, Martini-Mauri fa parte dell' ANPI, ma nel 1948 ne esce e da' vita alla FIVL, Federazione Italiana Volontari della Liberta'. Nel 1971,aderisce ai Comitati di Resistenza Democratica di Edgardo Sogno.

20 settembre 2003 - RIVELAZIONI SU GIULIANO DA ARCHIVI VIA APPIA
"La Stampa"
Un informatore, due mesi dopo la strage di Portella della Ginestra, scrive: "Il malvivente è stato segnalato per i contatti con le formazioni di Roma"
SEMBRA destinata ad essere ulteriormente alimentata la polemica sulla reale "identità" del bandito Salvatore Giuliano e del "movente" che ha messo in moto la congiura poi esplosa nel tragico Primo Maggio di Portella della Ginestra. Una serie di recenti scoperte, avvenute soprattutto negli "archivi di via Appia" (vi sono confluite le carte provenienti dagli Uffici Affari Riservati di Federico Umberto D'Amato), offrono una immagine inedita del celebre bandito siciliano e - di conseguenza - anche una più approfondita interpretazione storica di quel periodo. Ci sono documenti che consegnano all'analisi degli studiosi un Giuliano in strettissimo contatto coi gruppi clandestini fascisti, nati per intraprendere la cosiddetta "guerra dietro le linee" (in concomitanza con lo sbarco degli alleati) e, forse, finiti come utili alleati della politica americana basata sulla pregiudiziale dell'anticomunismo fino a propugnare la messa fuori legge del pci. C'è una informativa, attendibile seppure anonima come nel costume della cautela di ogni servizio segreto, che - più di altre recentemente venite alla luce - dà credibilità alla tesi che la banda Giuliano non fosse un microcosmo autonomo, una gang di criminali che non rispondeva a nessuno, ma un vero e proprio organismo politico-terroristico collegato con i reduci di Salò e con quanti avevano in mente la rinascita del fascismo, anche se senza Mussolini. E' una tesi, questa, recentemente dibattuta in occasione della proiezione a Venezia del film di Paolo Benvenuti "Segreti di Stato", disconosciuto innanzitutto da Giuseppe Casarubea, lo studioso (collaboratore "pentito" del regista con cui ha avuto divergenze di vedute e liti per questioni di "paternità" dell'opera) che ha dedicato anni di ricerche alla vicenda di Portella. Senza mezzi termini, l'informatore del "Servizio" scrive il 25 giugno del 1947, cioè meno di due mesi dopo la strage di Portella della Ginestra: "Il bandito Giuliano vi è stato segnalato anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma". Questo esordio della relazione, secondo l'analisi del prof. Aldo Giannuli, ricercatore presso l'Università di Bari, che ha scoperto il documento lavorando ad una perizia ordinata dal giudice milanese Salvini, fa pensare ad una sorta di "piccata giustificazione" di un sottoposto chiamato a rispondere di una supposta inadempienza, fermamente respinta al mittente. Così, infatti, prosegue la nota: "Vi fu precisato il luogo degli incontri coi capi del neo-fascismo (Bar sito a via del Traforo all'angolo di via Rasella"... e ancora: "Precisammo che effettivo capo della banda è presentemente il Tenente della Gnr (guardia nazionale repubblicana ndr) Martina, già di stanza a Novara". Poi l'informatore rincara la dose: "La Banda Giuliano è da ritenersi, fin dall'epoca delle nostre prime segnalazioni, a completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della Banda Giuliano era comandato fino a 15 giorni fa da certo "Franco" e da un maresciallo della Gnr che si trovano attualmente a Cosenza". E riferisce, il nostro, anche sui sistemi di comunicazine interna dei gruppi (lettere spedite a cittadini anonimi). "Con la loro ultima - chiosa l'informatore - annunciavano "cose grandi in vista e molto prossime"".
Il documento, cosa poco usuale per attività di spionaggio, si dilunga per quasi cinque pagine e ciò fa pensare che si tratti proprio di una sorta di puntigliosa autodifesa. Tanta abbondanza di particolari, ovviamente è manna per gli storici che devono stabilire l'attendibilità della segnalazione. Apprendiamo, così, che "al bandito Giuliano doveva essere demandato il compito di provvedere alla evasione di Borghese, relegato a Procida, perchè soltanto l'ex capo della X Mas era ritenuto in grado di assumere militarmente il rango, per l'influenza esercitata, di capo militare delle formazioni clandestine dell'isola". Anche se non espliciti, si possono cogliere riferimenti a ciò che era avvenuto e maturava. Prima si parla del "Fronte antibolscevico di Palermo (via dell'Orologio ndr) e del comandante Cipolla, poi riferisce di un certo "ordine testè impartito di accelerare i tempi". Quindi il racconto di quanto avveniva a marzo 1947, cioè un mese prima della strage, quando "il Duca Spadafora, capo del gruppo commerciale ed agrario del Sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del fronte clandestino. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia "un lago di sangue"". Una segnalazione che, come scrive il prof. Giannuli in un saggio (diventerà un libro) pubblicato sulla rivista "Libertaria" di ottobre, allarga le conoscenze sull'attività del clandestinismo fascista diventa più interessante se confrontata con un'altra nota del 6 ottobre 1946: "Il principe Spadafora, neofascista monarchico, che fu collaboratore della Repubblcia di Salò, sottosegretario di Stato e detenuto a R.Coeli da dove venne liberato per il personale intervento di Re Umberto, si trova presentemente in missione in Sicilia, a contatto con i dirigenti separatisti e coi neofascisti aderenti a gruppi autonomi". E torna anche il separatismo e, quindi, Salvatore Giuliano. Per non parlare del riferimento allo "scugnizzo", ultracitato dal nostro informatore come collaboratore di Giuliano, la cui esistenza è certificata da numerosi, precedenti riferimenti scritti: "...A Venezia, Milano e nella Calabria ferve il lavoro delle Sam (Squadre Azione Mussolini ndr), le quali sono sovvenzionate da Giuliano ed il suo aiutante è lo scugnizzo". Sulla identità del misterioso "scugnizzo" si possono azzardare ipotesi, non riferibili perchè ancora poco suffragate da certezze.
Il precedente quadretto, dunque, basta a ricostruire un'ipotesi storica abbastanza concordante tra le ricerche di Giannuli e quelle compiute da Giuseppe Casarubea sulle carte desecretate ed ottenute dalle autorità di Washington. Ma è, dunque, da rivedere completamente la ricostruzione allora compiuta da intellettuali e storici e confluita nel film "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi? Secondo il prof. Giannuli - le cui conclusioni sono più in sintonia col lavoro di Casarrubea che con quello del regista di "Segreti di Stato"- non v'è contraddizione col lavoro compiuto in passato, anche da Rosi, che, ovviamente, soffre della mancanza di quanto è poi stato possibile acquisire dal 1960 (data del film di Rosi) in poi. "La strage di Portella - dice il ricercatore - va inquadrata nel contesto storico che vede un grande interesse degli americani per l'emarginazione, fino alla messa fuorilegge, dei comunisti, ma anche molta fibrillazione nei militari, monarchici e carabinieri, fino alla preparazione di un colpo di stato, prima rinviato e poi annullato". E quindi? "Penso di poter dire - conclude Giannuli - che la strage non fu "della" dc, ma "contro" la dc, per vincerne le resistenze ed affrettare l'esclusione delle sinistre dal governo. Questa è una ricostruzione più complessa che non contraddice la precedente storiografia sul tema, anzi la corrobora. Tranne che per il ruolo del gruppo dirigente democristiano, che tuttavia rimane il massimo responsabile politico e morale dei depistaggi operati da polizia e carabinieri. Non sempre, come ci insegnano anni di ricerche sulle vicende italiane, chi fa il depistaggio ha anche compiuto la strage: c'è sempre un buon motivo per nascondere la verità".

30 settembre 2003 - CASSAZIONE: STRAGE QUESTURA MILANO, NON COINVOLTI SERVIZI
ANSA:
CASSAZIONE: STRAGE QUESTURA MILANO, NON COINVOLTI SERVIZI
MA VA CHIARITO POSSIBILE AIUTO INTELLIGENCE A G.BERTOLI
La Cassazione scagiona i servizi segreti italiani dal sospetto del coinvolgimento nella strage della questura di Milano (quattro morti e 45 feriti, il 17 maggio 1973), esorta a chiarire i rapporti che l' intelligence ebbe con Gianfranco Bertoli, e - per quanto riguarda i mandanti dell' attentato - punta il dito contro i neofascisti di Ordine Nuovo (Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli e Francesco Neami), condannati all' ergastolo in primo grado e assolti in appello da una sentenza che piazza Cavour assolutamente non condivide. Le dure critiche al verdetto assolutorio sono state appena depositate dai Supremi Giudici della V Sezione penale - sentenza 37136 - e non mancano di prendere in considerazione anche la testimonianza resa, in secondo grado, da Nicolo' Pollari, attuale capo dei servizi. Le motivazioni si articolano in 50 pagine e spiegano perche' lo scorso 7 luglio, la Suprema Corte ha deciso di annullare con rinvio il verdetto della Corte d' Appello di Milano, del 27 settembre 2002, che attribui' il lancio della bomba ananas al solo gesto individuale del sedicente anarchico Bertoli (nel frattempo deceduto). Con questa decisione gli 'ermellini' hanno accolto il reclamo del Procuratore generale della Corte di Appello di Milano e hanno stabilito che un' altra Sezione della Corte d' appello rivaluti le numerose prove a carico del drappello di eversori veneti. Per quanto riguarda i contatti tra i servizi segreti e Bertoli, la Cassazione ha accolto il ricorso dei Pg contro la tesi della Corte di Appello che escludeva "che l' attentatore avesse avuto contatti con i servizi segreti italiani o israeliani dopo aver chiuso la fase di informatore del Sifar ufficialmente avvenuta dal 1954 al 1960". In merito la V Sezione afferma che mai, ne' l' istruttoria del giudice Guido Salvini ne' la sentenza di primo grado "hanno attribuito ai servizi italiani o israeliani alcuna responsabilita' per la strage, hanno solo affermato che i servizi israeliani hanno fornito supporto logistico al Bertoli in quanto accreditato come informatore del servizio italiano collegato. In tal senso va definito il possibile apporto dei servizi alla vicenda oggetto del giudizio". Anche perche' sono emersi elementi di prova - proseguono gli 'ermellini - "dai quali puo' ricavarsi che Bertoli, dopo essere stato informatore del Sifar dal 1954 al 1960, ha ripreso i contatti nel 1966 ed e' stato aiutato ad espatriare nel 1971". Fatte queste precisazioni, e limitato a cio' uno dei campi da scandagliare col nuovo processo, la Cassazione aggiunge che "non vi e' invece in atti alcun elemento dal quale possa evincersi che i servizi segreti siano stati coinvolti nella preparazione o nell' attuazione della strage".
Per questo piazza Cavour bacchetta la Corte di merito per essersi "preoccupata di escludere totalmente i servizi segreti italiani ed israeliani dall' espatrio di Bertoli", ed essersi invece "avventurata in una complicata ed incerta disamina del sistema di fascicolazione ed intestazione delle pratiche relative agli informatori del servizio segreto, fondata sui ragionamenti del teste Pollari". "In realta' il teste, solo recentemente posto a capo dei servizi segreti - osservano i magistrati di legittimita' - ha tentato di spiegare il sistema di fascicolazione delle pratiche contenenti i contributi forniti agli informatori, vigente negli anni Sessanta, attribuendo un significato logico, ad annotazioni ed archiviazioni di dati, che sembrerebbero improntati ad approssimazione e disordine. La Corte ha dato totalmente credito al Pollari, trasformando cosi' una semplice ipotesi logica, effettuata da un funzionario che non aveva partecipato alla fascicolazione delle vecchie pratiche, in una indiscutibile verita', in grado di superare tutte le dichiarazioni fatte dai funzionari addetti al servizio". Un' altra bacchettata viene data alla Corte di Appello per non aver creduto alla deposizione di Ivo Dalla Costa - nel 1973 funzionario del Pci a Treviso - che per i supremi giudici e' "persona assolutamente credibile". Il teste racconto' di aver saputo dal conte Pietro Loredan (legato agli eversori di Ordine Nuovo) - due prima della strage - che a Milano, entro 48 ore, ci sarebbe stato un attentato contro un' alta personalita' del governo. Obiettivo di Bertoli (alla cerimonia per la scopertura del busto in memoria del commissario Luigi Calabresi - era infatti l' allora ministro Mariano Rumor. Per piazza Cavour questa deposizione e' importante e i giudici del rinvio dovranno tenerla presente cercando anche di scoprire "quale sia stata la fonte della notizia" data dal conte - amico, tra gli altri, dei neofascisti Giovanni e Luigi Ventura - al Dalla Costa. Per quanto riguarda l' assoluzione del generale Gian Adelio Maletti, i Supremi giudici la confermano in quanto manca la prova dell' esistenza del nastro che era accusato di aver distrutto.

6 ottobre 2003 - MITROKHIN: AUDIZIONE GEN. SIRACUSA
"Il Nuovo"
E ora s'infiamma anche la Mitrokhin
Durissimo confronto in audizione fra i commissari del Polo e l'ex comandante del Sismi, gen. Siracusa. Nel mirino sempre la possibilità che il "servizio" abbia sminuito i dossier per compiacere i governi dell'Ulivo.
ROMA - "Onorevole, questa è una domanda alla quale il direttore del Sismi non può dare nessuna risposta...Non ho alcuna risposta da darle a questa domanda". Toni abbastanza bruschi, che testimoniano la tensione con la quale sono ripresi i lavori della commissione Mitrokhin. Esattamente come era accaduto a luglio, quando in attesa della proroga i lavori erano stati temporaneamente sospesi. Così l'ex direttore del Sismi, Sergio Siracusa, ha replicato al parlamentare di An, Fragalà, che lo ha tempestato di domande. Un "duetto", Fragalà-Siracusa, che ha caratterizzato le ultime sedute e la prima di settembre: uno incalza, l'altro si spazientisce.
Così, per l'ennesima volta, il generale Siracusa sarà nuovamente sentito in commissione Mitrokhin per una audizione che sta diventando una tele-novela: non finisce mai. Nel calendario dei lavori, infatti, la prossima volta è in programma il generale Siracusa e poi il generale Lombardo, che del Sismi è stato capo-reparto.
Ma il punto della discussione, almeno in questo momento, è sempre lo stesso: il Polo vuole dimostrare che il Sismi, a suo tempo, per non dispiacere troppo i governi di centro-sinistra non fece fino in fondo il suo dovere sul dossier Mitrokhin. Anzi, cercò di mettere tutto a tacere o scelse un profilo basso. Gli ex direttori del Sismi, Siracusa e Battelli, dal canto loro, respingono questa impostazione, sostenendo che tutto fu lineare e che, all'epoca, ben altre erano le priorità dei servizi segreti, dal momento che c'era una crescita del terrorismo internazionale e si affacciava sulla scena mondiale un personaggio come Bin Laden.
Insomma, un muro contro muro, con l'Ulivo che difende il comportamento dei governi Prodi e D'Alema dalle accuse del Polo. E quindi le audizioni si sono susseguite esaminando molte pasture procedurali, date, protocolli e quant'altro. Così, il vero nocciolo del problema, ossia l'autenticità delle informazioni, sta rimanendo sullo sfondo. Eppure uno dei compiti della commissione Mitrokhin dovrebbe essere proprio quello di fare chiarezza sulla rete di spie russe, vedendo ciò che c'era di attendibile nel dossier rispetto alle voci incontrollate e false che pure vi sono contenute.
Ma anche su questo ci sono interpretazioni diverse: il presidente della Commissione, Paolo Guzzanti, sostiene che non è questo uno dei compiti dell'organismo d'inchiesta, che si dovrebbe limitare solo a verificare quale sia stata la gestione del dossier e, anche, se sia stato fatto sparire qualcosa. Differente l'opinione dell'Ulivo, secondo il quale si deve entrare nel merito, caso per caso, e stabilire chi siano davvero le spie russe e chi, al contrario, non c'entri nulla. In quel caso andrebbe "restituito l'onore" alle persone che furono tirate in ballo, quando il contenuto del dossier venne reso pubblico e molti nomi finirono sui giornali.
Insomma, nulla di nuovo rispetto a luglio. Muro contro muro. Però, c'è da dire, il clima comunque è decisamente migliore rispetto alla Telekom Serbia. Almeno, in Mitrokhin, non sono ancora stati raggiunti gli eccessi della commissione presieduta da Trantino. E molti sono ottimisti: nella Mitrokhin ci sarà scontro durissimo. Ma non ci saranno degenerazioni. Tutti lo sperano.

15 ottobre 2003 - MITROKHIN: FRAGALA', PM IONTA INDAGA SU 15 PERSONE
ANSA:
MITROKHIN: FRAGALA', PM IONTA INDAGA SU 15 PERSONE
POSSIBILE CHE KGB SIA IMPLICATO IN CASO MORO
Il senatore di An Enzo Fragala', componente della commissione Mitrokhin, ha reso noto che il pm Franco Ionta avrebbe iscritto nel registro degli indagati per il caso Mitrokhin oltre 15 persone, tra le quali, ed e' una novita', anche tre persone decedute.
Ieri sera, nel corso dell' audizione del generale Siracusa, il deputato di An Enzo Fragala' ha letto una parte delle 14 pagine con cui Ionta ha motivato la sua decisione: "Sono pagine - sottolinea il senatore di Alleanza Nazionale - che confermano un giudizio di sostanziale attendibilita' sul dossier Mitrokhin da parte della magistratura".
"Il quadro complessivo degli accertamenti di polizia giudiziaria - spiega Fragala' - dimostra che le affermazioni e le situazioni, i profili soggettivi contenuti nel dossier Mitrokhin sono sostanzialmente rispondenti a situazioni reali, riscontrate e riscontrabili. La valutazione, quindi, sull' attendibilita' dei documenti esce rafforzata".
Enzo Fragala', sottolinea la novita' dell' iscrizione di tre persone decedute, fatto questo che di solito estingue qualsiasi indagine o ipotesi di reato: "Si sono iscritti i morti - sostiene - per poter indagare sulle eventuali reti messe in piedi da queste persone. Ci sono elementi che fanno ipotizzare il coinvolgimento di queste reti in atti terroristici avvenuti in Italia, compreso il caso Moro, ed e' per questo che si indaga sui morti, per poter capire se quel che hanno fatto e' ancora vivo. E' una cosa singolare, ma rilevante. Vi sono fatti gravi, ipotesi gravi, che riguardano atti terroristici del recente passato che coinvolgono anche le reti messe su a suo tempo in Italia dal Kgb".

MITROKHIN: DS, DA FRAGALA' INDEGNE INSINUAZIONI SU SIRACUSA
"E' chiaro ormai che la Casa delle Liberta', nelle commissioni d'inchiesta, alla ricerca dei fatti e dei riscontri, antepone mera speculazione, utilizzando il metodo delle insinuazioni", affermano in una dichiarazione congiuntagli on.li Valter Bielli, Erminio Quartiani e il sen. Costantino Garraffa (Ds-l'Ulivo). Ieri in commissione Mitrokhin, nell'audizione notturna (la nona) del gen. Siracusa, "l'on. Fragala' e' arrivato persino a sollevare dubbi sulla legittimita' di un incontro tra il gen. Siracusa, all'epoca comandante generale dell'Arma e l'on. Minniti, l'allora sottosegretario alla Difesa. Secondo l'on. Fragala' l'elevazione dell'Arma dei carabinieri da corpo dell'esercito a quarta forza armata, scelta fatta dal centrosinistra col voto anche dell'allora opposizione, sarebbe stato solo una gratifica per il gen. Siracusa, cui poi sarebbe stato prorogato l'incarico di comandante dell'Arma per altri due anni proprio in virtu' della sua gestione del dossier Mitrokhin".
"L'indegna insinuazione" - dicono gli esponenti dei Ds - "lede non solo l'onore di chi ha servito per oltre 40 anni il nostro Paese, anche durante i governi Berlusconi, ma fa ricadere inaccettabili accuse su tutta l'Arma dei carabinieri, coinvolta in un assurdo gioco al massacro delle istituzioni portato avanti dai commissari del centrodestra". "L'on. Fragala' dimentica che Alleanza Nazionale fu tra i piu' entusiasti sostenitori del progetto. La sua ipocrisia e la sua doppia faccia, comunque, sono state rese ridicole proprio ieri sera, quando il gen. Siracusa ha letto la lettera di lodi e ringraziamenti inviatagli dallo stesso Fragala', unico tra tutti i parlamentari, al momento della sua nomina a comandante dell'Arma".

MITROKHIN: COMMISSIONE ASCOLTERA' COSSIGA, PRODI E D'ALEMA
L'ufficio di presidenza della commissione Mitrokhin ha deciso di ascoltare nelle prossime settimane Francesco Cossiga, Romano Prodi e Massimo D'Alema, questi ultimi due nella loro qualita' di presidente del Consiglio pro-tempore. Inoltre, nei prossimi mesi saranno ascoltati anche l'ammiraglio Gianfranco Battelli, gia' direttore del Sismi, e il colonnello Domenico Faraone. Una seduta della commissione sara' poi dedicata alla discussione delle questioni emerse a seguito dell'audizione del colonnello del Kgb Kolosov, gia' rappresentante del servizio a Roma.

16 ottobre 2003 - MITROKHIN: FRAGALA', SIRACUSA SMENTITO DA CORCIONE
ANSA:
MITROKHIN: FRAGALA', SIRACUSA SMENTITO DA CORCIONE
Il gen. Domenico Corcione, ascoltato oggi dalla commissione Mitrokhin, ministro della Difesa nel Governo Dini, non ricorda che l' allora capo del Sismi, Sergio Siracusa, lo informo' sulla presenza di Stefano Silvestri e Carlo Maria Santoro negli elenchi che il gen.Martini acquisi' in Cecoslovacchia e che riguardavano il caso Orfei. Nell' ultima audizione Siracusa aveva invece affermato di avere informato all' epoca il ministro della Difesa dato che Silvestri e Santoro erano dei sottosegretari di Corcione. Sulla vicenda interviene nuovamente Enzo Fragala' (An), che ha duramente polemizzato con Siracusa nei giorni scorsi. "Le bugie hanno le gambe corte, anzi cortissime. Le incaute affermazioni del gen. Sergio Siracusa, ascoltato per la nona volta dalla commissione per l' anomala gestione del dossier, hanno trovato un' immediata smentita su un punto centrale delle gravissime omissioni compiute dal vertice del Sismi quando pervennero le prime schede dell' archivio Impedian". Siracusa - aggiunge Fragala' - "dopo essere stato smentito da Dini, oggi viene ancor piu' clamorosamente smentito dal ministro dela Difesa dell' epoca, Domenico Corcione, che cosi' come Dini non fu per nulla informato che l' indicazione del vice-direttore dell' Iai, alias Stefano Silvestri, era identica e ricorrente nelle due operazioni di controspionaggio 'caso Orfei' e 'dossier Mitrokhin'".

18 ottobre 2003 - MITROKHIN: GUZZANTI, PARTITO TRASVERSALE HA TENTATO SABOTAGGIO
ANSA:
MITROKIN: GUZZANTI,PARTITO TRASVERSALE HA TENTATO SABOTAGGIO IN CARTE TANTI NOMI, DI ALCUNI SI DICE SICURO ESTRANEITA'
"C'e' stato un partito trasversale che ha tentato di sabotare il dossier Mitrokin", ma l'ostacolo e' stato superato e "ora lavoreremo tranquillamente fino a fine legislatura". Lo ha detto il senatore Paolo Guzzanti che guida l'organismo bicamerale d'inchiesta, a margine di un convegno a Mestre di FI proprio sul Dossier Mitrokin.
Guzzanti ha spiegato che si e' "appena cominciato perche' e' un lavoro duro e burocratico. Si tratta di controllare centinaia di migliaia di documenti". Il parlamentare, certo che "la verita' saltera' fuori", ha rilevato che prima di Natale sara' completata "la parte piu' ostica che e' quelle che riguarda la gestione del dossier Mitrokin da parte dei servizi segreti e dei Governi dal 1995 fino al 1999". "Concluderemo questa parte con l'audizione dell'Amm. Battelli e del gen. Siracusa, dopodiche' penso che porteremo in Parlamento una prima relazione".
Guzzanti ha poi precisato che la seconda parte dell'inchiesta riguardera' le attivita' di 50 anni di Kgb in Italia: "Non daremo la caccia alle spie - ha sottolineato - perche' non e' il nostro compito. Non siamo un organismo di intelligence; vorremo solo capire bene in che modo il Kgb, che non era un servizio segreto ma una polizia segreta, ha esercitato la sua influenza sulla politica, stampa, informazione o deformazione dell'opinione pubblica italiana".
Il lavoro della Commissione sul Dossier, ha spiegato il presidente, "non ha niente a che vedere con il partito comunista italiano. Tanto e' vero che, come il dossier Mitrokin mostra, la maggior parte delle persone politicamente impegnate che compaiono nelle carte non sono del Pci, ma del Psi, che era il mio partito. Ho scoperto che 3-4 colleghi dell'Avanti, dove lavoravo, compaiono con importanti posizioni". Ma ci sono nomi legati anche alla Dc e di altri partiti "e certamente anche nel Pci". Guzzanti ricorda che tra i tanti nomi nel dossier ci sono quelli dei giornalisti Viola, Zincone, Corvi, "colleghi dei quali sono sicuro della loro estraneita"'.
Il presidente della Commissione poi ha ricordato che in vari paesi, in cui ci si e' occupato del dossier, ci sono stati arresti, processi e condanne, come gli Usa, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Austria. "In Italia e Francia non e' stato fatto niente". Guzzanti ha concluso evidenziando che "non c'e' nessun intento di uso o malo uso di questa commissione; spero di chiudere molto prima della fine della legislatura cosicche' nessuno possa accusare la commissione Mitrokin di essere uno strumento di campagna elettorale".

21 ottobre 2003 - MITROKHIN: VERSO AUDIZIONE COSSIGA
"Il Nuovo"
Mitrokhin, verso l'audizione di Cossiga
Nuovo scontro con il gen. Siracusa (sx Sismi) ascoltato per la decima volta. Ora tocca al successore Battelli e all'ex Capo dello Stato.
ROMA - Chissà se negli archivi del Senato o della Camera dei deputati c'è un qualche ufficio dal quale si possono ricavare alcune statistiche. Perché con l'audizione di mercoledì sera - la decima - l'ex direttore del Sismi e comandante generale dell'Arma dei carabinieri, Siracusa, sembra aver stabilito un record assoluto di durata.
Magari dagli atti parlamentari spunterà qualcosa di inedito, ma a memoria di politico (e di funzionario parlamentare) non si ricordano audizioni durate dieci sedute - tre più sette, per l'esattezza - e che potrebbero continuare anche dopo mercoledì se non ci fosse la "minaccia" del generale Siracusa, ormai spazientito, di rifiutarsi di venire ulteriormente in commissione Mitrokhin come "libero audito". In pratica, se lo si volesse ascoltare nuovamente, sarebbe necessaria una convocazione formale, cosa che si mal concilia con una sorta di galateo non scritto, secondo la quale questa formula si usa solo nei confronti di chi ha mentito o ha avuto un pessimo atteggiamento.
E riservare un tal trattamento ad un ex direttore del Sismi e dell'Arma dei carabinieri potrebbe essere ritenuto offensivo non solo per la persona, ma anche nei confronti delle istituzioni che ha rappresentato.
Per cui è assai probabile che quella di mercoledì sarà l'ultima audizione del generale Sergio Siracusa. Poi la commissione ascolterà il suo successore, l'ammiraglio Battelli. E dopo aver ascoltato ancora alcuni ex funzionari del controspionaggio, si passerà ai politici, primo tra i quali il senatore Francesco Cossiga.
Ma l'audizione di Siracusa, seppur la decima, sarà tutt'altro che facile. Da un punto di vista dei contenuti, le audizioni si stanno ripetendo uguali. Con un martellamento di domande da parte del Polo, che vuole dimostrare - carte alla mano - che il caso Mitrokhin fu gestito in maniera impropria, per non disturbare il governo dell'Ulivo, che poteva essere imbarazzato perché la questione delle ex spie sovietiche poteva avere pessime ripercussioni per gli ex comunisti approdati al governo.
Siracusa respinge questa tesi. E il "balletto" si ripete uguale. Con punte davvero inusualmente polemiche per una commissione d'inchiesta. Tant'è che la scorsa audizione, evidentemente irritato, Siracusa ad un certo punto si è quasi rifiutato di rispondere alle domande dei commissari del centro-destra. Poi c'è stato il "casus belli" scoppiato nelle ultime domande, quando sono arrivate alcune domande sulla riforma dell'Arma dei Carabinieri voluta dal governo dell'Ulivo e sui "benefici" in termini di carriera degli alti gradi. Una sorta di scambio: carriere in cambio di silenzio e complicità.
In una precedente audizione - è stato detto - questa ipotesi era stata formulata dall'ammiraglio Grignolo, ex alto dirigente del servizio segreto. Una circostanza smentita dall'Ulivo, che ha sostenuto che Grignolo aveva ampiamente rettificato alcune sue affermazioni che potevano, appunto, essere lette in maniera impropria. Poi di fronte all'incalzare delle domande di Fragalà, Siracusa non ha nascosto la sua ira per essere stato chiamato pesantemente in causa sia pur, come è stato detto nell'audizione, solo attraverso "insinuazioni". "E' un'ipotesi insultante", ha praticamente gridato l'ex direttore del Sismi. Che ha aggiunto: "Va bene fare ipotesi, anche le più maliziose. Ma c'è un limite a tutto".
E' da queste poco tranquille premesse che ripartirà l'audizione. Con una aggiunta che la renderà ancora più interessante: il presidente, Paolo Guzzanti, ha preannunciato di voler fare una lunga serie di domande. Una sorta di consuntivo delle cose che sarebbero rimaste prive di una spiegazione.
E poiché il Polo non si ritiene assolutamente soddisfatto delle risposte di Siracusa, c'è da ritenere che la cosa andrà per le lunghe. Non senza tensioni aggiuntive. Con la "spada di Damocle" rappresentata dal fatto che Siracusa ritiene quella di mercoledì sera l'ultima sua "libera" audizione. Mentre le premesse sembrano andare in direzione opposta. Al momento, per la questione del "galateo" sembra prevalere la prima ipotesi. A meno che Siracusa non ritenga (se non si finisse nemmeno mercoledì) di accettare di sottoporsi all'undicesima audizione. Roba da guinnes dei primati.

21 ottobre 2003 - SULL' UCCISIONE DI ILARIA ALPI
"Liberazione"
"Nient'altro che la verità", su Ilaria Alpi Questa sera a "Report" l'inchiesta di Sabrina Giannini sulla giornalista uccisa in Somalia A quasi dieci anni dalla morte della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin avvenute in Somalia durante la missione Onu "Restore Hope", la giornalista Sabrina Giannini per "Report" (Raitre, questa sera, alle 21.00) ricostruisce la tormentata vicenda giudiziaria che, ad oggi, non ha ancora accertato chi furono i mandanti del duplice omicidio. Giannini ritorna in Somalia, a Mogadiscio, e tenta ritessere le file di una vicenda di cui sembra siano scomparse troppe tracce. Quello che risalta immediatamente agli occhi e alle teste sono infatti le "mancanze", a ridosso dell'omicidio di Ilaria e Hrovatin: oggetti che vanno persi, cassette e appunti che scompaiono, indagini che nessuno compie, pure se sul luogo c'erano tutte le forze militari e politiche per farle. E ancora oggi, come ieri (lo dimostrano gli anni di tentativi caduti nel vuoto del padre e della madre di Ilaria) le domande sul perché tante indagini non sono state svolte cadono nel vuoto, rimbalzano contro i muri di gomma dei silenzi, ripetuti, costanti, impenetrabili, di istituzioni e servizi. L'inchiesta di Giannini non fa che mettere una dopo l'altra tutte queste domande. Il risultato finale è un'ipotesi sconcertante e ineludibile: non si tratta di sciatteria ma di un piano preordinato di messa in sordina di tutto ciò che riguarda Ilaria e i perché della sua morte. La giornalista di "Report" aggiunge un altro tassello, ai diversi che sono già stati indagati dalla stampa: ci parla infatti della strana morte di un maresciallo del Sismi, Li Causi, ucciso a Mogadiscio quattro mesi prima di Ilaria, poco prima di partire per l'Italia (anche lui, come la Alpi, però, perde l'aereo) dove avrebbe dovuto deporre al processo Gladio, di cui era un iscritto.
Il silenzio su Ilaria non ha colto solo servizi, istituzioni e magistratura allora, ai tempi dei fatti, ma ancora oggi. Oggi, quando in Somalia tutti conoscono i nomi dei killer e (come ha dichiarato l'ex Ambasciatore in Somalia, Mario Scialoja), li conosce il signore della guerra Ali Madhi (l'omicidio avvenne nella parte di Mogadiscio che lui controlla).
Come in molti ricordano, Ilaria Alpi stava da mesi indagando su un presunto traffico di armi e rifiuti tossici (soprattutto scorie nucleari) tra Italia e Somalia. Un traffico di interesse strategico per una nazione che ha bisogno di terreno per insabbiare rifiuti e l'altra (perennemente in guerra civile) che vuole essere pagata soprattutto con armi.
Ilaria Alpi aveva lasciato molte tracce in questa direzione, ma non sono mai state seguite. Se non da uno dei tre magistrati che ha preso in mano l'inchiesta: Giuseppe Pititto, il quale, nel '97, con una motivazione pretestuosa, è stato esonerato dall'incarico.
Ro. Ro.

29 ottobre 2003 - ALESSI COMPIE 98 ANNI
ANSA:
SICILIA: ALESSI,IL 'PADRE' DELL'AUTONOMIA COMPIE 98 ANNI
GLI AUGURI DI ANDREOTTI, MI PRENOTO PER IL TUO CENTENARIO
Il primo presidente della Regione siciliana, Giuseppe Alessi, indicato come uno dei 'padri' dell' autonomia, compie oggi 98 anni: un caso unico di longevita', non solo politica ma anche professionale. Fino a cinque anni fa portava ancora la toga di avvocato. Aveva deciso di rimetterla per difendere in tribunale Giulio Andreotti, accusato di associazione mafiosa. E proprio il senatore, ancora impegnato con le sue vicissitudini giudiziarie, ha inviato oggi un telegramma per scusarsi dell' assenza e per assumere un impegno solenne: "Mi prenoto per il 2005 per le celebrazioni del primo centenario".
Alessi incassa la promessa ma per quel giorno non ha ancora deciso nulla perche', spiega, "a 99 anni si vive di ricordi non di programmi". A chi lo corregge per fargli osservare che in fondo e' "piu' giovane" di un anno replica pronto: "Da questo momento sono entrato nel novantanovesimo anno di vita". Gli invitati al pranzo di compleanno, in un famoso locale di Mondello, accolgono con un sorriso la puntigliosa precisazione, un po' sorpresi di trovarsi di fronte al caso di una persona che prova gusto a spostare in avanti l'orologio biologico. Quasi che avesse l'ansia di spegnere le cento candeline, anche se gia' una volta ha fatto sapere di "non avere alcuna fretta di morire". Fu costretto a ribadirlo perche' un 'giovane' politico aveva fatto pubblicare un necrologio sui giornali. Ma il morto era solo un parente dell' ex presidente della Regione. Lui invece e' ancora vivo e vegeto, e con una lucidita' straordinaria ricorda ancora l' incontro con Luigi Einaudi, ministro del Bilancio, al quale chiese nel 1947 quasi a muso duro i fondi necessari per attuare l'autonomia.
Tra gli invitati ai festeggiamenti ci sono non solo amici della stessa area politica come Mario Fasino, altro ex presidente della Regione, e l'attuale presidente Toto' Cuffaro ma anche avversari come Emanuele Macaluso che per tanti anni e' stato deputato regionale comunista. Come Alessi, anche Macaluso e' di Caltanissetta. Ed e' proprio lui a rivelare a sorpresa che Alessi fu non solo uno dei fondatori della Dc ma anche un finanziatore della stampa comunista clandestina. "Nel 1941 mi presentai a lui a nome di Nicola Piave, un vecchio antifascista, e mi diede cinque lire, che a quel tempo costituivano una bella sommetta", dice. A rendere omaggio al vecchio padre dell' autonomia siciliana accorrono anche l'ex senatore Ludovico Corrao, uno dei protagonisti del governo Milazzo che mando' la Dc all'opposizione, e il giornalista Lino Jannuzzi che porta un regalo molto personale: il suo ultimo libro autobiografico, "Lettere di un condannato".
Un libro in tre volumi su Alessi sara' pubblicato dall' Assemblea regionale, il parlamento siciliano di cui pure e' stato presidente. Il primo volume, curato dal giornalista Antonio Maria Di Fresco, contiene i discorsi politici all'Ars. Il secondo, con prefazione di Emanuele Macaluso, i discorsi parlamentari alla Camera e al Senato. E il terzo, con prefazione del senatore Enzo Trantino, le arringhe e altri interventi di Alessi avvocato.
Il primo presidente della Regione siciliana rimase in carica dal 30 maggio 1947 all'undici gennaio 1949. Erano anni difficili e cruciali per l'autonomia, che per la Sicilia rappresentava una speranza di riscatto e di sviluppo. Ma senza fondi lo Statuto rischiava di restare un potere di carta. E cosi' Alessi litigo' con Einaudi per avere un'anticipazione di cinque miliardi. L'avvio della nuova stagione rischiava di fermarsi perche' mancavano ancora le norme di attuazione dello Statuto. Quasi 60 anni dopo Alessi riflette sull' autonomia: "Si poteva fare di piu' ma e' stata un'esperienza politica di grande significato. E il giudizio non puo' che essere positivo".

31 ottobre 2003 - COSSIGA, MACCANICO NON FU AGENTE KGB
ANSA:
COSSIGA, MACCANICO NON FU AGENTE KGB, I SERVIZI LO ESCLUSERO
INDAGARONO ANCHE SU DI ME E NACQUE LA STORIA CHE ERO PAZZO...
(di Anna Laura Bussa)
Francesco Cossiga torna a difendere Antonio Maccanico dall'accusa di essere stato in gioventu' agente di influenza del Kgb, accusa di cui si e' riparlato negli ultimi giorni in seguito alla pubblicazione su "L'Unione Sarda" di alcuni documenti ritrovati dallo storico Salvatore Sechi in archivi statunitensi. In un'intervista all'Ansa Cossiga afferma che le carte rinvenute da Sechi non provengono dalla Cia bensi' da una scheda informativa preparata dall'ambasciata Usa a Roma per la visita di Giovanni Gronchi negli States.
D: All'Unione Sarda risulterebbe che lei, allora presidente della Repubblica, e il presidente del Consiglio Craxi avreste disposto un'inchiesta sul caso Maccanico. Cosa c'e' di vero?
R: "Verso il 1987-88, in una verifica di routine delle carte risulto' che esisteva nell'archivio segreto del controspionaggio italiano una pratica relativa a Maccanico, all'epoca segretario generale al Quirinale. In questa pratica risultava che un confidente del controspionaggio lo aveva indicato quale uomo in contatto con il Kgb, una specie di agente d'influenza in Italia, e risultava che l'informazione era contenuta in un'analoga pratica della Cia, non sapendo pero' se l'origine di essa fosse una notizia dei nostri servizi o di fonte autonoma". "Queste verifiche periodiche - prosegue - sono prassi comune non solo di archivio, ma anche di intelligence. Presso il controspionaggio esisteva e penso esista tutt'ora un fascicolo a me intestato in parte formato, all'epoca, dal generale De Lorenzo e in parte implementato quando ero ministro dell' Interno. E i Carabinieri scoprirono, quando divenni presidente del Senato, che i servizi militari mi avevano tenuto sotto controllo telefonico e personale durante tutto il periodo in cui fui titolare del Viminale. Pensi che tra le carte vi era anche un verbale di pedinamento di un agente che fu spedito all'estero il giorno dopo la mia elezione a presidente del Senato, in cui si dava conto di una cena a casa di zia Ines Siglienti Berlinguer con l'allora amministratore delegato della Banca Commerciale, zia Ines, Sergio Berlinguer, Luigi Zanda (allora mio assistente politico), mio cugino Enrico (allora segretario del Pci). Quindi la cosa non deve meravigliare".
D: Ma ci fu o no questa inchiesta da voi disposta?
R: "Essendo Maccanico un caro amico ed essendo io preoccupato di ombre che potessero gravare sulla sua persona o anche di possibili tentativi di ricatti nei suoi confronti ed essendo egli segretario generale al Quirinale che mi accompagnava nei viaggi all'estero e mi assisteva nei miei rapporti con personalita' estere in visita in Italia, ne fui informato da Martini che mi fece visionare la pratica. Ne fu informato anche Craxi e insieme, assolutamente increduli, disponemmo che vi fosse un supplemento di indagine anche se nulla era stato accertato di veridico contro Maccanico".
"L'ammiraglio Martini - aggiunge Cossiga - fece effettuare, sul piano cartolare e credo anche dei servizi collegati, la fondatezza o meno delle accuse il cui autore, che io conoscevo, era a mio avviso di per se' poco credibile, ma pur sempre collaboratore del controspionaggio. E nulla naturalmente risulto'". "Nel corso di una colazione al Quirinale - racconta ancora l'ex presidente della Repubblica - durante la quale Martini mise al corrente Craxi e me degli ulteriori accertamenti che avevano dato esito negativo, con un ordine scritto a doppia firma lo autorizzammo a considerare chiusa in senso negativo (e cioe' positivo per Maccanico!) la pratica e a toglierla dall' Archivio generale per conservarla, ad ogni buon fine, in quello personale del capo del servizio dove gia' era stata collocata la pratica che mi riguardava...". "E' interessante sapere che dai controlli su di me sorse la notizia che io fossi pazzo e che fossi andato a farmi fare un elettrochoc in Romania. Compresi cosi' come poi la notizia fosse stata divulgata da esponenti del mio partito, la Dc, che ne dovevano essere stati informati da qualche esponente del controspionaggio".
D: Ma lei non era sempre stato considerato amico dei Servizi?
R: "Certamente ero considerato un esperto, ma ero stato soprattutto ministro dell'Interno e i servizi militari hanno sprecato piu' tempo a contrastare l'azione dei servizi di sicurezza del Viminale e a fare spionaggio politico che non a contrastare la minaccia avversaria...".
D: E come ando' a finire?
R: "Chiusa la vicenda all'interno mi preoccupai di farla chiudere anche in America e quindi, d'accordo con Craxi, demmo mandato a Martini di prendere contatti con il direttore della Cia e, informato dell'esito negativo dell' ulteriore inchiesta, lo pregasse a nostro nome di togliere il 'file' dall'archivio corrente dell'Agenzia. Vi era il pericolo che quando io mi fossi recato negli Usa o qualche esponente dell'amministrazione americana fosse venuto a trovarmi, nella scheda informativa su me o sui miei collaboratori inserissero questo falso particolare su Maccanico. Qualche giorno dopo la Cia mi comunico' di aver provveduto alla nostra richiesta".
D: Com'e' allora che Sechi ha ritrovato questi documenti?
R: "I documenti che ha visto non sono documenti Cia, ne' contengono notizie provenienti dalla stazione Cia di Roma. Sono notizie su Maccanico, come su altri, contenute in una scheda preparata dall'ambasciata Usa a Roma su Gronchi in occasione della sua visita negli Usa. Queste cose peraltro ebbi modo di chiarirle quando un quotidiano del Nord svelo' questi fatti, sui quali c'era il massimo riserbo, con un articolo nel quale si scagionava completamente Maccanico. Ritenni subito di aver individuato la fonte che aveva passato informazioni al quotidiano, ma con il lodevole intento di prevenire eventuali 'rivelazioni' contro il comune amico...".

5 novembre 2003 - MITROKHIN: AUDIZIONE BATTELLI
"Il Nuovo"
Mitrokhin: l'arringa difensiva degli 007
Si è tenuta l'audizione dell'ex direttore del Sismi, Battelli. Che ha urlato la sua innocenza: "Nessun insabbiamento".
ROMA - Alla prima puntata ha parlato solo lui, l'ammiraglio Gianfranco Battelli, ex direttore del Sismi. Quasi due ore di intervento per confutare, punto su punto, le accuse o, meglio, le critiche che fino a questo punto dei lavori erano emerse in commissione Mitrokhin. Nessuna volontà di insabbiare; nessuna volontà di nascondere il dossier alla magistratura; nessun attendismo. Niente di tutto questo. E i documenti stanno, a giudizio dell'ammiraglio, a dimostrare la linearità della sua gestione. Al limite, la commissione è stata ingannata da alcuni passaggi della ricostruzione dell'ammiraglio Grignolo (uno dei più alti dirigenti sotto Battelli) che spesso avrebbe detto cose inesatte, dando il via ad una serie di congetture - l'eccessiva cautela praticamente insabbiatoria - tanto false quanto infamanti.
Un'audizione, quella di Battelli, nella quale però ha trovato conferma un passaggio della deposizione di Grignolo: i due - entrambi provenienti dalla Marina - erano grandi amici. E poi i loro rapporti si sono interrotti in maniera burrascosa. Evidentemente, più che logiche destra-centro-sinistra, nel Sismi c'erano cordate che seguivano logiche più interne e, magari, anche ruggini personali potevano influire sulle attività di servizio.
Battelli, quasi come si trattasse di un'arringa "autodifensiva", ha letto una lunghissima memoria . Quali le precisazioni? L'ex direttore del Sismi ha intanto affermato che, su sua decisione, i capi reparto (il terzo livello di comando) avevano avuto maggiori poteri anche rispetto ai capi delle divisioni. Questa "rivoluzione" aveva portato Grignolo ad occuparsi direttamente della pratica Mitrokhin di cui, da quel momento, aveva piena responsabilità. Nelle audizioni precedenti, Grignolo aveva sostenuto di una sua divergenza con Battelli, perché il caporeparto voleva un'attività "operativa", mentre il direttore del Sismi si sarebbe mostrato eccessivamente cauto. "Falso" ha replicato Battelli citando una serie di documenti dai quali emergerebbe, a suo avviso, che nessuna richiesta gli fu fatta e che, quando fui fatta, fu da lui accettata.
L'ex direttore del Sismi ha anche confutato la tesi, del centrodestra, secondo la quale la decisione di non interessare la magistratura del dossier Mitrokhin dipendeva, appunto, dalla volontà di insabbiare. Tant'è, è stato detto, nel caso Orfei (un democristiano sospettato di aver lavorato per i servizi cecoslovacchi, denunciato ma poi assolto) il fascicolo fu trasmesso alla magistratura. Un paragone improprio, ha spiegato Battelli elencando una serie di ragioni: Mitrokhin era un semplice archivista che aveva copiato documenti che parlavano di cose di cui lui non sapeva nulla, mentre il caso Orfei nasceva da documenti autentici e originali che erano arrivati dagli archivi di un servizio segreto straniero. La vicenda Orfei, quando scoppiò il caso, era recentissima, mentre l'affaire Mitrokhin era vecchio di almeno quindici anni e molti riscontri non potevano farsi. Tra l'altro, mentre il dossier su Orfei era del Sismi, quello Mitrokhin era degli inglesi. Ed il Sismi non avrebbe potuto disporne liberamente. Per cui, ha aggiunto Battelli, le due vicende non potevano essere paragonate.
Egualmente, ha sempre spiegato l'ammiraglio, se ci fosse stata la volontà di insabbiare la direzione del Sismi non avrebbe chiesto al consulente giuridico Lehman di valutare eventuali profili di rilievo penale, ma avrebbe preso per buone le valutazioni del Controspionaggio, contrario a mandare il dossier alla magistratura.
Egualmente, l'ammiraglio ha voluto spiegare la cautela di trattare le posizioni dei politici . A parte il fatto, ha spiegato l'ex capo dei nostri 007, che non esiste una chiara normativa per eventuali indagini dei servizi segreti a carico dei parlamentari, il casi in questione che avrebbero potuto essere approfonditi erano tre: un anziano senatore (De Martino, ndr) indicato come uno che propagandava le attività sovietiche; un parlamentare (Cossutta) che avrebbe ricevuto finanziamenti da Mosca ed un europarlamentare (Jas Gawronsky) che era sotto coltivazione. Ma fare spionaggio, ha spiegato Battelli, significa passare ad un paese straniero informazioni classificate, svelare segreti sulla sicurezza nazionale. I tre casi in questione erano diversi. E francamente sarebbe stata abbastanza ridicolo se il Sismi si fosse messo ad indagare sui tre per questioni così marginali.
Ultima notazione: nelle prime audizioni della Commissione, era emerso che Battelli aveva ordinato la distruzione di alcune schede di lavoro del dossier Mitrokhin. E solo la parola "distruzione" aveva suscitato una ridda di ipotesi. Oggi l'ex direttore dei nostri 007 ha spiegato: normali procedure per un materiale con la più alta classifica di segretezza. Esiste un rigido regolamento che prevede ciò. Per cui distruggere una copia di lavoro è la regola e non l'eccezione.
Insomma, come detto, una vera e propria arringa. Che ha demolito le ricostruzioni fino ad ora fatte e ha contestato la versione di Grignolo, definita più o meno "infamante". Ecco perché, già da domani, quando ci sarà il seguito, l'audizione sembra destinata a diventare davvero interessante. Battelli vuol difendere la sua gestione nel merito. I commissari del Polo, ovviamente, cercheranno di individuare le contraddizioni. Dopo Siracusa, siamo alla vigilia di un nuovo capitolo ricco di polemiche e colpi di scena.

14 novembre 2003 - ATTENTATI IN IRAQ E "STAY BEHIND"
"Il Nuovo"
"Feddayn come gladiatori? No, l'Occidente è altro"
L'INTERVISTA- La "resa" pilotata da Saddam, gli errori di Bush, l'impossibile confronto coi terrorismi o i sabotatori di casa nostra, i kamikaze inconciliabili con l'ateismo. L'inferno Iraq visto da Francesco Cossiga.
di Fernanda Alvaro
ROMA - Cesare Battisti, visto "dalla parte dell'impero austro-ungarico fu un traditore", un terrorista. Visto dalla nostra parte "è un eroe e così l'irredentista Oberdan". Chi ha mandato a morte 18 italiani in Iraq è un traditore, un terrorista, un eroe? "A un certo punto il giudizio dipende dalle motivazioni"...E' lucido il senatore Cossiga, l'uomo che stato presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, ministro dell'Interno e che ha difeso Gladio come "una cosa perfettamente lecita, anzi doverosa" guarda fino alla strage di Nassiriya. Tiene i fili del passato e del presente e ipotizza un unico possibile futuro: quello di restituire l'Iraq agli iracheni. Presto, prestissimo perché l'Occidente, dice, "non sa combattere il terrorismo con il controterrorismo" e perché non vuol ragionare sul fatto che"tutti i focolai di terrorismo, dalla Palestina all'Afghanistan, sono fuochi del grande risveglio religioso-culturale dell'Islam". L'Occidente non sa, non capisce, non vuole capire e tra i gladiatori di Stay behind e i feddayn non può esserci parallelo: "Gladio non aveva compiti offensivi", parola di Cossiga.
Presidente, cos'è successo, cosa sta succedendo in Iraq?
In Iraq l'operazione militare contro il terrorismo è fallita. Mentre l'attacco americano all'Afghanistan ha disarticolato o comunque inferto un duro colpo ad al Qaeda, questo non è successo nella terra di Saddam. E la spiegazione è presto data: l'Iraq non era un finanziatore del terrorismo. Non dimentichiamoci che Bin Laden aveva indicato un nemico dell'Islam e un traditore in Saddam Hussein. E non dimentichiamo che il dittatore iracheno era esponente del Ba'ath , il partito nazional-socialista arabo fondato da un cristiano siriano. Un partito rigidamente laico che poteva avere qualche affinità con i fascismi europei, ma certo nessuna affinità con l'integralismo islamico. In Iraq c'era la dittatura di una minoranza religiosa, quella sunnita, nei confronti di una maggioranza sciita che è la più intransigente.
Insomma l'intervento contro Baghdad non serviva a sconfiggere il terrorismo?
Ormai appare chiaro che Bush junior è andato in Iraq per dare un segnale in Medioriente e insieme chiudere definitivamente la sua partita con Saddam e non perché ritenesse di dare un colpo al terrorismo.
La partita con Saddam, apparentemente s'è chiusa in dieci giorni, ma la guerra continua.
Già, ma perché c'è stato il crollo subitaneo dell'Iraq? Secondo me è un crollo voluto. E' vero, c'è stata l'infiltrazione americana che ha disarticolato i comandi generali, ma Saddam che non è uno stupido, si è accorto che questa volta non avrebbe retto lo scontro frontale con la coalizione angloamericana. Non si fidava delle forze irachene e allora credo che l'ordine di sciogliere le fila l'abbia dato lui stesso. Tenendo però in vita la guardia repubblicana speciale per farne unità di guerriglia.
Nucleo di resistenza o nucleo di terroristi?
La resistenza è un fenomeno politico e strategico, politico e solo strumentalmente militare. Il terrorismo è un fenomeno tattico miltare.C'è poi la famosa definizione data da un generale tedesco: la resistenza è il terrorismo visto da chi lo pratica e il terrorismo è la resistenza vista da chi lo subisce. Io non sono d'accordo col generale tedesco. Sono d'accordo con la prima distizione anche se poi a un certo punto i giudizi sono le motivazioni. C esare Battisti visto dalla nostra parte è giustamente un eroe, visto dalla parte delle leggi dell'impero austro-ungarico, essendo tra l'altro un deputato del Partito socialista austriaco al Reichstadt di Vienna, è certamente un traditore. Così Oberdan, un altro nostro eroe che è stato impiccato perché preparava un attentato all'imperatore.
E i gladiatori potevano essere dei terroristi, si sarebbero mai potuti trasformare nei feddayn di Saddam?
La domanda è curiosa, ma la risposta è semplice. Gladio non aveva alcun compito offensivo. Aveva compiti informativi e di sabotaggio militare, di infiltrazione e di esplicitazione. Doveva fare da base per le operazioni speciali. E' lo stesso motivo per cui è stata assolta anche Gladio rossa! La Gladio rossa di cui è stata accertata l'esistenza, organizzata dal Kgb e che possedeva un perfetto sistema di comunicazione radio con la sede centrale del Kgb. Anche la Gladio rossa doveva soltanto mettere in salvo i dirigenti del Pci in caso di colpo di stato. Non c'è niente di simile, né di assimilabile a quella che qualcuno vuol chiamare la resistenza dei feddayn islamici o di Saddam.
Qual è il suo giudizio sui terroristi, sui kamikaze che certo per qualcuno, per molti sono anche eroi?
Più che dare un giudizio, mi domando come sconfiggerli. Naturalmente battere la guerriglia e il terrorismo come arma della guerriglia, non è facile. Paesi moderni e militarmente organizzati, come Israele, non hanno ragione né della guerriglia, né del terrorismo, perché il terrorismo si vince o facendo venir meno le cause di esso o contrapponendogli il controterrorismo. Le potenze occidentali sono in difficoltà perché Paesi come gli Usa non riescono a immaginare l'uso del controterrorismo per battere il terrorismo, né riescono a prendere in esame il dato di fatto che tutti questi focolai di terrorismo, dalla Palestina all'Afghanistan, siano fuochi del grande risveglio religioso-culturale e politico dell'Islam! Eppure è una cosa da prendere in considerazione, non per fare l'equazione Islam-terrorismo, né per lanciare una crociata contro l'Islam, ma per capire di che cosa si tratta.
L'Occidente non riesce a capire il suicidio per la causa? Ma ha qualcosa a che fare il kamikaze con l'ateismo dei ba'athisti?
La risposta è un doppio no. Il suicido al servizio della causa non fa parte né della mentalità occidentale, né della mentalità dei ba'athisti nei quali Saddam aveva, ha, il suo nucleo forte. Io temo dunque che a Nassiriya abbia agito o Al Qaeda o che ci sia stata una contaminazione tra il ceppo laico dei seguaci di Saddam con l'idea politico religiosa. Una mistura infernale.
Terrorismo incomprensibile e invincibile?
Il terrorismo ideologico e politico è stato battuto in tutt'Europa. Ma è difficile vincere i terrorismi religiosi o nazionalisti. La difficoltà guardando all'Iraq di oggi, è una difficoltà che comincia prima della guerra. Lì bisognava andarci tutti o non andarci e poi bisognava coinvolgere i Paesi arabi, come Bush padre fece nella prima "guerra" contro l'Irak.
Errori già fatti, e ora?
Ora bisogna che gli iracheni riprendano immediatamente il comando e il controllo della loro terra aiutati dall'Onu del quale bisogna dimenticare alcuni silenzi. Come quelli sull'Africa. Anche se poi, sull'Iraq, mi domando: Dio mio, cosa succederà? E' già difficile essere virtuosi, figuriamoci cercare di imporre la virtù agli altri.

Gladio, la struttura e la storia
ROMA - Il caso Gladio ha inizio nel agosto del 1990. E' l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, davanti alla Commissione stragi, a rendere nota l'esistenza di una struttura segreta dei servizi con compiti di attivazione militare in caso di invasione da parte dei Paesi comunisti.
A far aprire il caso sono state due inchieste giudiziarie: quella su Argo 16 e sulla strage di Peteano. Sale così agli onori delle cronache la questione di quello che negli anni '70 veniva definito il "Sid parallelo".
L'organizzazione nasce formalmente nel 1956 con il nome di Stay behind (Stare indietro") e nel 1959 ne viene ufficializzata la sua costituzione in ambito Nato.
Su quali fossero i compiti reali della struttura il dibattito resta ancora aperto. Lo stesso Andreotti, nel '90, spiegò che i gladiatori erano chiamati a compiti di difesa e che la struttura nel '72 era stata smilitarizzata, rientrando pienamente all'interno del Sismi, ma non aveva cessato di operare. Ma non sfuggì la presenza dei nomi di alcuni adepti di persone poi implicate nella strategia della tensione.
Alla ricostruzione di Gladio e della sua operatività è stata dedicata un'ampia e approfondita inchiesta da parte della Commissione stragi nel corso della X legislatura.

14 novembre 2003 - "LA PASQUA ROSSA" DI BEVILACQUA
"La Gazzetta di Parma"
L'autore racconta: un libro che viene da lontano... I miei conti con la storia I tempi sono maturi. Il frutto, rosso e rotondo, come quel disco di fuoco impresso sulla copertina del libro, è caduto dal ramo. La storia di Ezio Barbieri, delinquente gentiluomo, Dio nel cuore e mitra in mano, è tutta da assaporare. Bevilacqua la porge con cura, raccogliendola dalla sua serra segreta, un posto caldo dove lascia intenerire i suoi frutti. "Da qualche anno a questa parte vado pubblicando i libri che ho scritto in passato e che a lungo ho tenuto da parte: sono i miei testi prediletti, sui quali ho lavorato di più", spiega l'autore. La rivelazione della "sua riserva dell'anima" ha avuto inizio con "La polvere sull'erba", è continuata con "Viaggio al principio del giorno" e si completa col nuovo romanzo. ""La polvere sull'erba" parla dello scontro tra ex partigiani ed ex repubblichini: è rimasta in un cassetto per trent'anni a causa della censura, nonostante Sciascia si fosse battuto molto per la pubblicazione. Il mio tema oggi è stato copiato con risultati eccellenti da altri... Ne "La Pasqua rossa", invece, racconto di Ezio Barbieri e della rivolta di S. Vittore, avvenuta nel '46, un evento fondamentale, poiché permette di capire quegli anni e, insieme, l'Italia di oggi".
I tempi sono maturi per leggere con occhi nuovi la sua storia?
"Non lo so, di certo sono maturi per raccontarla. Quindici anni fa, parlare di certi misteri, che ancora oggi l'Italia cela, non sarebbe stato possibile. Oggi invece il nostro Paese sa comprendere non solo la scena, ma anche i retroscena".
L'Italia, per Bevilacqua, è il Paese degli elettricisti, che fanno luce e buio dove e come vogliono. Tecnici in doppiopetto blu, delinquenti dall'aria per bene, rispetto ai quali il Barbieri, criminale a viso aperto, appare un "dilettante da Dopolavoro": "Ezio Barbieri era un uomo onesto, che ha saputo mantenersi integro, denunciare i depistaggi, il misterioso darsi da fare di forze che avrebbero dovuto tutelare il nostro Paese e che invece hanno portato soltanto squilibrio, misfatti e sangue".
Qual è il limite tra realtà e trasfigurazione poetica nel suo romanzo?
"Io non trasfiguro nulla. Nella mia narrazione naturalmente introduco la dimensione psicologica del personaggio, ma niente è concesso all'invenzione. Nel libro racconto i tre momenti in cui si manifestano certi grandi uomini. Il primo è quello della diceria popolare, che s'impadronisce d'accenni, voci, riferimenti e costruisce la sua verità. E' il fenomeno della "dietrologia italica", che ha rivelato la sua importanza nelle inchieste di Mani pulite: allora sono emerse cose che l'Italia già conosceva, quasi meglio dei giudici. Il secondo momento è il costruirsi della leggenda: la diceria viene filtrata attraverso episodi precisi, la gente riconosce nel bandito un vendicatore delle varie oppressioni - il racconto si avvicina al poema, al canto d'esaltazione. Infine, nella terza fase, arrivano i fatti. Ed è qui che, per comprovare l'esistenza del tutto, introduco una figura reale, forse uno dei più grandi cronisti del primo dopoguerra, che poi fu anche direttore del Corriere della Sera, vale a dire Di Bella. Questa è la parte fondamentale del libro, dove viene fuori la verità".
I nomi delle persone sono reali?
"Tutti, fatta eccezione per alcuni casi delicati, in cui il nome viene minimamente modificato".
Come nel caso di Pierluigi Serra, che definisce "sintesi vivente di quarant'anni affollati di mostri, Suggeritore di Gladio e P2, protagonista del Cadaverismo eccellente..."
"Sì, sotto la cupola del suo cognome sono avvenuti fatti poco edificanti e quindi è stato un po' alterato".
Bevilacqua dice d'amare Ezio Barbieri, tanto quanto Guido Picelli, il protagonista della Resistenza di Parma, di cui narrò la storia anni fa. Eroi simili nell'audacia, ma diversi nello spirito: "Barbieri aveva un'ironia superiore: le sue imprese sono spesso all'insegna più dell'ironia che del crimine. Ci sono dei momenti inarrivabili nella sua biografia, come l'evasione dal carcere con i ceri falsi, lo scacco che affettuosamente procura alle forze dell'ordine...". E via a raccontare le imprese. Ne parla come un padre parlerebbe di un figlio, restituendogli quanto la Storia gli ha tolto: "Il mio è un precisare i conti della Storia. La giustizia gli ha dato ciò che le competeva dare. Ma la sua innocenza di fondo gli va riconosciuta".
Ci accomiatiamo da Bevilacqua dimenticando il bandito Barbieri, le sue prodezze e i misteri d'Italia. Gli chiediamo se abbia un altro romanzo in punta di penna, ma tocchiamo un tasto dolente: "Anni fa scrissi "Lettera alla madre sulla felicità", quando ero io a rischiare la vita. Ora mia madre è morta, è mancata tre mesi fa. Il libro che scriverò è "Lettera alla madre sul suo addio". Un libro che non avevo preventivato, ma che sento di dover scrivere. Ho un grande bisogno di riaverla vicino...". E l'ombra del mistero più grande si stende su queste parole.
Antonella Parisi

27 novembre 2003 - RIVA SU SOLDI MOSCA A PCI
"La Gazzetta di Parma"
Presentato il saggio di Riva "Da Mosca all'Italia due miliardi di euro per i capi del Pci" Due miliardi di euro: un fiume di denaro versato dall'Unione Sovietica direttamente nelle tasche dei dirigenti del Partito comunista italiano. La minuziosa ricostruzione della vicenda è tutta nelle ottocentonovanta pagine del libro di Valerio Riva intitolato "Oro da Mosca", edito da Mondatori prima nella collana Le Scie e disponibile, adesso, anche nella versione economica della collana degli Oscar.
Il volume è stato al centro di un piacevole incontro promosso dal circolo culturale Invito alla politica e che si è svolto lunedì sera nei locali della Corte del Sol alla presenza dello stesso Riva, del capogruppo in consiglio comunale Paolo Buzzi, di Fabio Dosi ex onorevole leghista, oltre che del presidente del circolo culturale Incontro con la politica, Paolo Mora attraverso il quale Giuseppe Pallini, segretario provinciale dell'Udc, trattenuto da inderogabili precedenti impegni, ha fatto pervenire ai presenti i suoi saluti.
Da Lenin fino alla caduta del Muro di Berlino, alla fine dell'Unione Sovietica, due ore durante le quali Valerio Riva, giornalista e scrittore, oggi membro della commissione di inchiesta Mitrokhin, ha raccontato come è nato questo suo libro: "Arrivai a Mosca nel 1991 spinto da una curiosità determinata dalla mia professione" - riferisce Riva che all'epoca lavorava per Feltrinelli. Cercava documenti in una sezione dell'archivio intitolata "viaggi delle persone straniere" quando si trovò in mano l'elenco dei soldi spesi per i dirigenti comunisti. Somme cospicue che suscitarono enorme interesse nel giornalista e lo spinsero ad indirizzare le sue ricerche in un settore più specifico, quello dei finanziamenti ai partiti.
Duecentoquaranta i documenti inediti che lo scrittore ha raccolto e pubblicato nel suo libro. Liste scritte a mano, elenchi dei partiti sovvenzionati, ricevute firmate dai cassieri del partito comunista. Dei circa quattromila miliardi di dollari impiegati per finanziare i partiti destinati a diventare la quinta colonna in vista della terza guerra mondiale più di un terzo, forse anche la metà, sono andati al Pci.
"Una enorme quantità di denaro - asserisce Riva - finita nelle mani della cupola dirigente, di una dozzina di persone in tutto". A che cosa servivano questi soldi? Il libro, peraltro gradevolissimo da leggere, contiene molte risposte ad altrettanti inquietanti interrogativi. Anche la morte del giudice Falcone potrebbe essere legata all'oro da Mosca.
L'invito di Valerio Riva, storico per passione più che per professione, che con questo libro è riuscito a rompere "il silenzio assordante" che avvolgeva un argomento così scottante, è ora rivolto ai giovani ai quali suggerisce di svolgere una ricerca negli archivi del partito comunista italiano, nella sede dell'Istituto Gramsci.
Lorella Castelliti

3 novembre 2003 - NUOVA STORIA CONTEMPORANEA SU SCELBA E MORO
"Il Corriere della sera"
I TEMI DELL'ULTIMO NUMERO
Da Caporetto all'ultrasinistra
Oltre al saggio di Sechi, su " Nuova Storia Contemporanea" in uscita compaiono altri interventi di rilievo. Nella sezione "Ricerche" figurano due saggi: "Vivere la rivoluzione - Raniero Panzieri, Quaderni Rossi e la sinistra extraparlamentare" di Richard Drake e "Le due guerre di Gioacchino Volpe - I turbamenti di un grande storico: Caporetto, la guerra fascista, l'identità nazionale" a firma di Eugenio Di Rienzo. Tema scottante, quello toccato da Vladimiro Satta nell'articolo "Pecorelli, Dalla Chiesa e Moro: un intreccio da rivedere".

Su "Nuova Storia Contemporanea" Salvatore Sechi smonta l'immagine antidemocratica del politico dc: seppe scongiurare il pericolo comunista
Scelba e il centrismo, gagliardi quegli anni
C'era un "buco nero" nelle recenti celebrazioni per il cinquantenario dalla morte di Alcide De Gasperi. Usa questo termine Salvatore Sechi, docente all'università di Bologna, in un saggio destinato a Nuova Storia Contemporanea e intitolato "I comunisti italiani e il centrismo". Il buco nero è, appunto, il tema dell'intervento sulla rivista. Sechi è battagliero di carattere, nel lungo periodo di milizia comunista - dal '69 a metà degli anni '80 - contese aspramente sulla scarsa democrazia del Pci. Ora, prende di petto gli antichi compagni, adesso colleghi: attacca a fondo l'impianto della storiografia di matrice comunista (innanzitutto, nella Storia dell'Italia repubblicana, di Einaudi) per descrivere la stagione che portò l'Italia dalle rovine del dopoguerra al miracolo economico. Gli anni dei governi dc guidati da De Gasperi, che nel '47 esclude i social-comunisti dalla "stanza dei bottoni"; anni segnati dal consolidamento dei rapporti con gli Usa, e da riforme fondamentali: quelle agrarie e fiscali, l'industria di Stato, il piano-case, le pensioni minime, la liberalizzazione degli scambi, la tutela della maternità.
Al Viminale c'è Mario Scelba. Gli interventi della "sua" Celere provocano dalle cento alle 150 vittime. Questo fa premio su tutto il resto. La lettura storica, ancor oggi, riecheggia il giudizio politico di Togliatti che definì il centrismo come "una democrazia che scivola verso la reazione". Leggiamo di "democrazia a rischio" in Mario G. Rossi, di "democrazia precaria" in Paolo Soddu, di "repubblica della forza" in Giuseppe C. Marino. Ridurre quel che succede in quegli anni a una specie di teratologia scelbiana è una mistificazione assoluta, una plateale cancellazione della storia dei vincitori da parte dei vinti".
Per smontarla - nell'intervento sulla rivista che andrà a comporre un saggio complessivo sul dopoguerra - Sechi attinge a un gran numero di documenti inediti recuperati nei "Federal Archives" americani e al PRO britannico.
Il punto cruciale è l'anticomunismo. Per gli storici criticati da Sechi (gran parte del comitato scientifico dell'istituto Gramsci) questa è una categoria negativa, inevitabilmente identificata con scelte antidemocratiche e antiriformatrici. "Insensato. Certo, la politica centrista del dopoguerra si fonda sull'anticomunismo e non più sull'antifascismo, collante ai governi del CLN. Ma, nella guerra fredda, la minaccia per i popoli liberi viene dal comunismo, non dal fascismo. La democrazia italiana passa dalla fase consociativa ad un sistema "alla Westminster", fondato sull'autosufficienza della maggioranza. Chi governa, cioè la Dc, è legittimato da un voto democratico. E individua nel comunismo il massimo pericolo, in sintonia con l'Alleanza atlantica. Sintonia che si traduce in scelte di governo innovatrici, decisive. Per questo è assurda la condanna dell'anticomunismo come valore opposto a democrazia e riforme".
Lo stravolgimento dei concetti di base induce paradossi che Sechi minuziosamente cataloga e sbugiarda. A partire da una visione della Dc come longa manus subalterna di scelte statunitensi, appiattita su posizioni conservatrici: "Così si capisce ben poco. Gli Usa per sconfiggere il comunismo in Paesi come Italia e Francia, si basano su un'accelerazione delle riforme per il libero mercato contro la pura rendita, interventi radicali verso il Welfare State, modernizzazioni e politiche sociali. Sottosviluppo e miseria sono il brodo di coltura del comunismo. In una logica keynesiana, gli Usa chiedono a De Gasperi l'apertura al Psdi. Certo, assieme all'attacco contro i partiti che fanno capo a Mosca. Ai due filoni, la risposta della Dc italiana è del tutto originale".
La "via nazionale" della Dc prevede un massiccio intervento pubblico nell'economia, sostituendo lo Stato a Pci, Psi e Cgil. "Gli americani, preoccupati dall'aumento elettorale del Pci dopo il '48, arrivano a prendere in considerazione la possibilità di metterlo fuori legge. Nel marzo, '54, Scelba chiede al presidente Eisenhower: "Lei metterebbe fuori legge un terzo dei suoi concittadini?". Dovremo scrivere che Scelba garantì le libertà fondamentali in Italia, anche per il Pci".
Quest'impostazione è una specie di "anatra zoppa" a giudizio di Sechi: "Ormai tutti indicano nel cosiddetto miracolo economico il periodo di più intenso sviluppo nella storia dell'Italia moderna. Il governo di quegli anni, però, è connotato come reazionario. E allora? Siamo al parricidio, la descrizione di un Paese in cui lo sviluppo non ha paternità alcuna".
Tornando a Scelba, il saggio non nasconde come alcuni atti del ministero degli Interni divergano dalla Costituzione: "Ma non è una buona ragione per definirli come anticomunisti: questo stabilirebbe un'equazione illegittima fra la politica del Pci e il dettato costituzionale. Nulla di meno vero". Sechi insiste: "Si evita di rilevare che un avversario "diverso" quale fu il Pci, svolgendo attività extraparlamentare con una struttura armata, creò fra le forze dell'ordine ansie e paure tradotte anche in reazioni durissime".
Un libro recente esaspera la polemica del professore bolognese: le memorie di Emanuele Macaluso smentiscono la prolungata esistenza della Gladio Rossa. "Perché negare una cosa così evidente anche per lo stato maggiore degli anglo-americani? Un apparato paramilitare era un requisito indispensabile per l'adesione al Comintern. Non vale neppure la giustificazione della doppia lealtà: della Dc verso gli Usa con Gladio, e del Pci verso Mosca con la sua struttura clandestina. Nello stato di diritto il monopolio della violenza legittima non si divide per due, ce l'ha solo lo Stato. Macaluso si informi con Cossutta o anche con Silvio Pons, direttore dell'Istituto Gramsci. Sarei anche contento di mettergli a disposizione la relazione di un ministro laburista dell'epoca come Ernest Bevin, sulla guerriglia di cui l'esercito rosso sarebbe capace".
Enrico Mannucci

3 dicembre 2003 - STRAGI 1992: SUICIDIO GARDINI FORSE COLLEGATO A INDAGINI
ANSA:
MAFIA: STRAGI; SUICIDIO GARDINI FORSE COLLEGATO A INDAGINI
LO IPOTIZZANO I PM DELLA DDA DI CALTANISSETTA
Il suicidio di Raoul Gardini potrebbe avere avuto come movente, "oltre ad evitare il carcere per l'inchiesta su tangentopoli, anche il tentativo di non esporre il proprio nome a possibili collegamenti con l'orizzonte mafioso che proprio in quei frangenti stava in qualche misura emergendo".
Lo ipotizzano i pm della Dda di Caltanissetta, nell'ambito dell'indagine sui mandanti occulti delle stragi del '92 archiviata nei mesi scorsi dal Gip (la motivazione si e' saputa oggi). Secondo i magistrati sono state approfondite le circostanze che riguardano il suicidio dell'imprenditore, anche attraverso l'acquisizione di atti della procura di Milano.
"Non si e' raggiunta alcuna certezza probatoria - spiega il procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano - tuttavia, l'epoca del tragico gesto avvenuto nel luglio 1993, unitamente al coinvolgimento di un'importante azienda del suo gruppo (la Calcestruzzi spa) nelle indagini che il Ros dei carabinieri stava svolgendo, puo' far insorgere la congettura che il suicidio abbia potuto avere come movente, oltreche' l'elusione della carcerazione nei procedimenti di Tangentopoli, anche il tentativo di non esporre il proprio nome o pezzi delle aziende ad elementi che risultavano indagati di mafia o avevano gia' avuto condanne per associazione mafiosa".
L'ipotesi che il suicidio di Gardini possa essere collegato all'inchiesta su mafia e appalti avviata nel 1992 a Palermo dal Ros dei carabinieri, e' stata fatta dai pm della Dda nissena dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino.
Il pentito aveva parlato di presunti rapporti tra il Gruppo Ferruzzi e la mafia. La vicenda e' stata inserita nella seconda inchiesta sui mandanti occulti delle stragi Falcone e Borsellino e archiviata nei mesi scorsi. La procura, diretta da Francesco Messineo, ha aperto lo scorso maggio una terza inchiesta, ancora contro ignoti, in cui vengono esaminati i rapporti fra una societa' di copertura del Sisde che aveva sede nel Castello Utveggio e "soggetti direttamente o indirettamente implicati nella strage di Via D'Amelio".
Per i magistrati nisseni che avevano rivolto le indagini della seconda inchiesta verso l'ambiente dei grandi appalti pubblici degli anni Ottanta in Sicilia, sarebbe apparsa "non priva di fondamento razionale l'ipotesi investigativa che le stragi del '92 avrebbero costituito anche una rabbiosa reazione, organizzata ed eseguita in sinergica contestualita' con Cosa nostra, da parte di organizzazioni economiche espressione di poteri imprenditoriali e politici forti, disturbati nella loro attivita' dalle indagini di Falcone prima e di Borsellino poi o che Borsellino avrebbe potuto iniziare, proseguire o portare a termine".
 
 



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