ALMANACCO DEI "MISTERI D'ITALIA"

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Sentenza Andreotti

Delitti "politici" di mafia

(dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa)

 
12 gennaio - A Palermo, a Palazzo dei Normanni, si svolge la commemorazione di Piersanti Mattarella, a vent' anni dall' uccisione. Il presidente della Regione siciliana Angelo Capodicasa dice:"L' Italia vide che la mafia era divenuta feroce rivendicazione di onnipotenza, che presumeva possibile piegare l' interesse pubblico alla ricerca di potere ad ogni costo, che ogni voce a difesa della legalita', doveva essere spenta. E cosi' in un 'decennio terribile' in Sicilia cadde Mattarella, caddero La Torre, Dalla Chiesa, Costa, Terranova, Chinnici, Cassara', Libero Grassi, Boris Giuliano, Falcone e Borsellino e tanti altri fino a don Pino Puglisi". "Non riterremo pienamente rimarginata quella ferita fino a quando non sara' fatta piena luce sugli eventi di quei giorni - ha ancora detto il Presidente della Regione - non solo sugli esecutori materiali e sui mandanti, ma sul disegno che menti politicamente consapevoli hanno pensato e attuato per arrestare un processo che con Mattarella e in Italia con Moro imboccava la direzione del rinnovamento, della democrazia compiuta, dell' affrancamento delle istituzioni e dei poteri occulti e criminali"

17 gennaio - Il maresciallo Francesco Tumino, uno degli artificieri intervenuti sul luogo del fallito attentato dell' Addaura contro Giovanni Falcone, rispondendo alle domande del pm Luca Tescaroli, modifica la versione resa in fase istruttoria, arricchendo di particolari, ritenuti dall' accusa "interessanti", le operazioni di disinnesco dell' ordigno. A conclusione della deposizione, il pm ha chiesto alla Corte la trasmisione degli atti per "verificare e approfondire le nuove circostanze raccontate da Tumino". Tumino sostiene che un suo superiore ritardo' il suo intervento per disinnescare l' ordigno davanti la villa di Falcone. 

20 gennaio - Sara' acquisita agli atti del processo d'appello a Bruno Contrada, l'ex 007 del Sisde accusato di concorso in associazione mafiosa, la videocassetta con la registrazione del programma televisivo "Porta a porta" nel quale Giovanni Mutolo racconta che suo fratello, il pentito Gaspare Mutolo, nel maggio del '94 si sarebbe incontrato con Tommaso Buscetta per concordare con lui le dichiarazioni contro Giulio Andreotti. Il presidente della seconda sezione della Corte d'appello, Gioacchino Agnello, ha nominato un consulente, Maurizio Sammarco, che avra' il compito di verificare l'assenza di manomissioni nella videocassetta. La puntata di "Porta a porta" sara' visionata una prima volta congiuntamente dal pg Ettore Costanzo e dai difensori di Contrada, gli avvocati Gioacchino Sbacchi e Piero Milio, alla presenza del consulente, e solo successivamente sara' proiettata anche in aula. Era stato Contrada a chiedere l'acquisizione dell'intervista a Giovanni Mutolo. L' ex poliziotto e' infatti interessato alla data del presunto incontro tra i due pentiti, quel maggio del '94, che coincide approssimativamente con le deposizioni di Buscetta e Mutolo nel suo processo di primo grado. La corte si e' riservata di decidere, dopo la visione della cassetta, se chiamare in aula a deporre lo stesso Giovanni Mutolo. 

21 gennaio - Da un'inchiesta per imputazioni non di stampo mafioso, a conclusione della quale il gup Fabio Licata ha rinviato a giudizio i componenti di una banda specializzata nella clonazione di telefoni cellulari, emerge che una 'agenzia' che utilizzava un software proveniente dall'Inghilterra ha fornito cellulari clonati utilizzati anche dai killer per la strage di Capaci. Nelle memorie dei cellulari in possesso degli attentatori si celano ancora alcuni misteri legati alla strage di Capaci contro il giudice Giovanni Falcone: su uno dei telefonini usati, per esempio da Antonino Gioe', un apparecchio che e' risultato intestato ad Andrea Di Matteo (lo zio di Santino, che aveva denunciato il furto del cellulare tre mesi prima del massacro), risulterebbero registrate due conversazioni, effettuate sul ponte radio di Bologna, in uscita verso un' utenza del Minnesota, per la durata complessiva di circa 600 scatti. Furono fatte un'ora prima dell' esplosione sull' autostrada. Altre telefonate in partenza da quel cellulare, e durate qualche minuto, sono indirizzate ad un numero che ad un successivo controllo alla Telecom e' risultato 'non attivo'.

24 gennaio - Il Consiglio superiore della magistratura, con una relazione approvata dalla Commissione sulla criminalita' organizzata dopo una trasferta a dicembre nel distretto giudiziario di Caltanissetta e che deve essere sottoposta al vaglio del plenum denuncia che i processi d'appello per le stragi di mafia di sono a rischio a causa delle gravi carenze di organico della Corte d'appello di Caltanissetta, sommate al pesante carico di lavoro dell'ufficio. 

31 gennaio - Nell' aula della corte di assise di appello di Palermo, presieduta da Ettore Criscuoli, l' avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore di Pietro Aglieri, uno dei boss condannati all' ergastolo in primo grado per l' uccisione di Salvo Lima, citando le nuove dichiarazioni dei pentiti Brusca e Cancemi sulla trattativa con i mandanti esterni delle stragi, ha sostenuto che Salvo Lima non fu ucciso perche’ aveva tradito Cosa Nostra, ma la sua morte sarebbe l' inizio di una strategia mafiosa che deve "sbalzare di sella" chi governa in Italia nel 1992, e cioe' il Caf. La morte di Lima, secondo lei, servi' a dare il "primo colpetto' ad Andreotti, che poi perse l' elezione a Presidente della Repubblica a causa della strage di Capaci. La ricostruzione del legale, che ritiene inapplicabile il teorema Buscetta alle vicende di mafia a partire dal 1989, ipotizza una spaccatura all' interno della commissione di Cosa Nostra che, come hanno detto i pentiti, non si riuniva piu' plenariamente, ma solo a gruppetti. Quegli stessi che, secondo i pentiti, ha detto il legale, avrebbero avuto rapporti con i soggetti 'esterni' all' organizzazione, che condividevano gli obbiettivi stragisti. Alla fine dell' arringa il legale ha citato anche le parole del giudice Falcone, che commento' la morte di Lima dicendo: "Questo cambia tutto". 

2 febbraio – Processo d’ appello per la strage di Capaci: i pm Luca Tescaroli e Vincenza Sabatino, al termine di una requisitoria durata tre udienze, chiedono la condanna all’ ergastolo per 32 dei 40 imputati. La conferma dell' ergastolo e' stata chiesta per 26 boss, tra cui Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. E' stata chiesta, inoltre, la condanna all' ergastolo per cinque boss assolti in primo grado, e inoltre per Giuseppe Agrigento, condannato in primo grado a 11 anni. Per i pentiti sono state chieste riduzioni di pena: a 19 anni per Giovanni Brusca (26 anni in primo grado), a 17 anni e 6 mesi per Salvatore Cancemi (21 anni in primo grado), a 15 anni e 6 mesi per Giovan Battista Ferrante (17 anni), a 14 anni ciascuno per Gioacchino La Barbera (15 anni) e Mario Santo Di Matteo (15 anni). Sollecitati, inoltre, 20 anni per il pentito Antonino Galliano che in un processo stralcio era stato condannato a 21 anni. Infine e' stata chiesta la conferma di una sola assoluzione per Giuseppe Lucchese. Nella requisitoria, il pm Tescaroli sostiene che tra la strage di Capaci e quella di via D' Amelio arrivo' un segnale istituzionale che convinse Riina a proseguire nel disegno stragista. Nella requisitoria torna in primo piano la presunta "trattativa", il famoso "papello" di cui hanno parlato i pentiti Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi. E' in quel periodo – sostiene Tescaroli - che gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno incontrano Vito Ciancimino nella sua casa romana vicino piazza di Spagna: per conto di chi agivano i due ufficiali? Di nessuno, hanno sempre risposto in udienza, 'andammo a titolo personale millantando referenti piu' alti che non c'erano'. Ma per il pm quell' incontro potrebbe avere indotto nei mafiosi la convinzione che qualcuno era venuto a 'trattare", che i due ufficiali agissero per conto delle persone indicate da Cancemi: Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri. A distanza di quasi otto anni il Pm lega le stragi di Palermo ad unica strategia destabilizzante aprendo nuove piste verso l' identificazione dei mandanti a volto coperto. Seminando il terrore in Italia - ha osservato - i boss volevano "sbalzare di sella" i vecchi referenti per favorire l' ascesa dei nuovi, che avrebbero garantito condizioni giudiziarie e carcerarie piu' favorevoli. Falcone come Moro, e' stato il paragone del pm, sangue 'eccellente' per condizionare assetti istituzionali che ruotavano attorno a Giulio Andreotti: se il 16 marzo la strage di via Fani servi' a spianare la strada al suo quarto governo, quella di Capaci gli precluse il Quirinale. Un progetto eversivo, ha aggiunto Tescaroli, ordito d' intesa con un potere criminale integrato sin dal 1991 e "oggettivamente agevolato" tra il '90 ed il '93, dalla nascita di leghe sud e nord, su iniziativa della massoneria deviata e all' estrema destra. Alla strategia stragista correvano paralleli contatti dei vertici di Cosa Nostra con soggetti 'esterni' "che hanno - ha detto il pm - rafforzato in Cosa Nostra il proponimento di proseguire la campagna di aggressione". Tra questi, gli incontri Ros-Ciancimino sui quali il pm formula tre ipotesi: o perche' Ciancimino millanto', o perche' capi' male, o perche' Riina era "consapevole dell'esistenza di rapporti di natura economica con quegli interlocutori", il capo di Cosa Nostra, secondo Tescaroli, ricavo' la convinzione che "i referenti per conto dei quali agivano Mori e De Donno fossero proprio le persone indicate da Cancemi, ritenendo vi fosse da parte loro, nell'offensiva di attacco verso il potere costituito, una coincidenza di interessi nel disegno criminale". 

3 febbraio – Il vicepresidente del Senato Domenico Contestabile (Forza Italia) commenta:"Il pm di Caltanissetta, seguendo una moda siciliana, chiama in causa Berlusconi e Dell'Utri a proposito della strage di Capaci facendo delle ipotesi. A parte la stranezza di un pm che fa ipotesi, invece di sostenere tesi di accusa, rimane il solito tiro al bersaglio sul capo dell' opposizione. Si tratta di un tiro al bersaglio come al solito sostenuto da un pentito di turno. Peccato che Berlusconi, che all' epoca faceva solo l' imprenditore, non sapesse probabilmente nemmeno chi fosse Antonio Falcone". 

7 febbraio – Processo per la tentata strage dell’ Addaura: testimonia Mario Mori, ex capo dei Ros dei carabinieri, che dice di non ricordare la circostanza riferita dal brigadiere Tumino, l' artificiere dell' Addaura, che ha sostenuto di averlo incontrato di mattina, alle otto e trenta del 21 giugno 1989. Il generale Mori "non ricorda" l' incontro, anzi e' portato ad escluderlo visto che "appresi dell' attentato tra le dieci e le undici da una telefonata del ten.col. Garelli". Il generale Mori ha ricordato di avere incontrato Tumino quel giorno dalle dieci alle undici, e di averlo sollecitato ad andare. L' ufficiale ha poi parlato delle fasi successive al disinnesco. "Appresi che parte del materiale sequestrato, con diversi pezzi di ordigno, fu consegnato a qualcuno della Criminalpol - ha detto Mori, che all' epoca comandava il Gruppo dei carabinieri di Palermo e adesso invece comanda la scuola ufficiali di Roma - quel giorno c' era molta confusione e dopo che Tumino fece esplodere l' ordigno alcune parti vennero raccolte e consegnate a lui, altre andarono a non so chi. Non escludo che alcuni reperti furono consegnati a chi indagava, cioe' la polizia". Il generale ha detto pero' di non avere mai saputo nulla di un' altra circostanza riferita da Tumino, e cioe' che un altro ufficiale dei cc chiese al brigadiere di togliere dalla relazione di servizio un riferimento ad alcuni funzionari della Criminalpol che avrebbero preso in consegna alcuni reperti. Sul movente dell' agguato, il generale Mori ha riferito che "Falcone pensava che si trattava di un attentato di mafia, io invece ipotizzai un tentativo intimidatorio diretto ad allertare Falcone. Il borsone con l' esplosivo, infatti, e' stato collocato dopo che il poliziotto aveva fatto la ronda e cioe' dopo le 7 dello stesso giorno". Alla domanda del pm se all' epoca ci fossero carabinieri nei servizi segreti a Palermo, Mori ha risposto "so che c' erano diversi ufficiali, ed uno di essi era al Sisde ma non ricordo chi fossero. Non so, inoltre, chi di loro ando' quella mattina all' Addaura".

7 febbraio – Processo “Rino 3”: in videoconferenza davanti ai giudici del tribunale di Trapani, il pentito Vincenzo Sinacori dice che nel 1994, quando falli' il tentativo della mafia di costituire “Sicilia Libera”, Matteo Messina Denaro dette ordine di votare e far votare per Forza Italia alle elezioni politiche. Per Sinacori “l' ordine giungeva da Palermo” e Matteo Messina Denaro era stato incaricato di farlo rispettare nel trapanese. Sinacori ha inoltre riferito di essere stato contattato nel 1993 da Leoluica Bagarella il quale lo avrebbe invitato a prendere contatti con il narcotrafficante latitante palermitano Saro Naimo, per verificare la possibilita' di attuale con gli Usa il vecchio progetto di annessione della Sicilia. Naimo in quel periodo si nascondeva a Mazara del Vallo sotto la diretta protezione di Toto' Riina. Sinacori ha riferito ai giudici di aver eseguito l' ordine di Bagarella, ma di non aver ottenuto alcun risultato:”Naimo si mise a ridere”. 

6 marzo - Processo per la tentata strage dell’ Addaura: il maggiore della Dia Alfonso De Luca afferma che il boss mafioso Franco Di Carlo, ora pentito, ha rivelato di avere incontrato in carcere nel 1991 sia esponenti dei servizi segreti arabi, che gli sarebbero stati presentati da un suo codetenuto, Nizzar Idangui, sia 007 inglesi e americani. I primi, sempre secondo Di Carlo, avevano in programma l' uccisione del giudice Falcone, i secondi erano interessati a conoscere i motivi del primo incontro. Il maggiore De Luca ha accertato che Di Carlo e Idangui erano stati detenuti nel carcere di Windors tra il marzo del 1987 e l' agosto dell' 89 ed in quello di Full Sutton dall' agosto del '91 al settembre del '92. L' ufficiale della Dia ha poi accertato che il boss ebbe una serie di colloqui con i suoi familiari ed "altri soggetti". 

9 marzo - E' depositata al novantesimo giorno (termine ultimo fissato dalla Corte) la motivazione della sentenza del processo "Borsellino ter" emessa il 9 dicembre scorso a carico dei presunti mandanti ed esecutori della strage di via D' Amelio del 19 luglio 1992 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. La motivazione, contenuta in 1300 pagine, e' stata redatta da Carmelo Zuccaro, presidente del collegio giudicante davanti al quale si e' svolto il dibattimento a carico di 27 persone, e da Francesco Antoni, giudice a latere. La Corte inflisse 17 ergastoli, rispetto ai 23 sollecitati dai pm Antonino Di Matteo e Anna Maria Palma. I boss condananti all' ergastolo sono: Giuseppe "Piddu" Madonia, Nitto Santapaola, Bernardo Brusca, Giuseppe Calo', Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffre' (latitante), Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano (latitante), Salvatore Biondo, di 45 anni, Cristoforo Cannella, Domenico Ganci, Stefano Ganci. Al pentito Salvatore Cancemi sono stati inflitti 26 anni; 23 anni a Giovambattista Ferrante, anche lui collaboratore; 18 anni a Francesco Madonia, 16 anni ciascuno a Mariano Agate, Giovanni Brusca, Salvatore Buscemi, Antonio Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera (latitante); 12 anni a Salvatore Biondo di 44 anni. Secondo i giudici, Paolo Borsellino e' stato ucciso dalla mafia "per agevolare la creazione di nuovi contatti politici” e in esecuzione di un disegno di sangue partito dall' omicidio di Salvo Lima, finalizzato a "esercitare una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia piu' intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica". In questo contesto era chiaro che la strage di via D' Amelio avrebbe prodotto conseguenze disastrose per Cosa Nostra ma "la situazione preesistente alla strage di Capaci era inaccettabile – scrivono i giudici - e quindi (la mafia) non doveva limitarsi ad evitare ulteriori inasprimenti ma doveva spingere la sua offensiva sino alle estreme conseguenze, non  fermandosi cioe' sino a quando non avesse raggiunto il suo scopo, la garanzia che sarebbero state modificate tutte le norme che consentivano un piu' incisivo contrasto del fenomeno mafioso anche se cio' avrebbe potuto comportare per un certo periodo dei sacrifici". Nella motivazione della sentenza la corte di assise di Caltanissetta analizza minuziosamente le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi, che ha indicato in Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri le persone con cui Riina aveva avuto contatti nel periodo delle stragi. Ma, sostiene la corte, nessuno degli altri collaboratori ha parlato di contatti tra Cosa Nostra e Berlusconi nel '92 ne' Cancemi ha mai indicato i motivi "per cui Berlusconi e Dell' Utri avrebbero dovuto volere da Cosa Nostra le stragi del '92". "Le risultanze processuali - conclude la sentenza - non consentono ulteriori considerazioni ne' maggiori certezze in ordine all' argomento in esame, la cui rilevanza nel presente giudizio non e' ovviamente costituita dall' accertamento di responsabilita' di persone estranee al processo, e, quindi, nell' impossibilita' di difendersi". La motivazione dice pure che per la cattura di Riina "non fu decisivo il contributo dato dal pentito Balduccio Di Maggio, ma fu di aiuto anche l' attivita' investigativa del Ros ed un apporto iniziale dell' ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino". "Sullo sfondo delle dichiarazioni di Brusca – e’ scritto - si percepisce il suo sospetto che il Ciancimino, dopo avere ricevuto da Riina l' autorizzazione a trattare con quei personaggi abbia in ultimo consentito agli investigatori di addivenire alla cattura di quest' ultimo, probabilmente con il consenso di Provenzano, per attenuare la dura reazione dello Stato dopo le stragi e consentire cosi' la sopravvivenza di una parte di Cosa nostra meno compromessa nelle indagini". I giudici citano le parole del pentito che ha detto di "non avere mai creduto che Riina fosse stato arrestato sulla base delle indicazioni di Di Maggio, che non poteva disporre di informazioni aggiornate, e che anche le modalita' dell' arresto di Riina e la mancata perquisizione nella sua abitazione fossero state il risultato di un accordo tra elementi di Cosa nostra e delle istituzioni".

11 marzo – Dopo la notizia del riconoscimento a Giovanni Brusca dello status di collaboratore di giustizia, Anna Falcone, sorella di Giovanni Falcone, commenta:"E' la giornata peggiore della mia vita dopo quel 23 maggio di otto anni fa. E' come se avessero ucciso un' altra volta Giovanni: la verita' e' che la sua morte non e' servita a nulla". "E' il carnefice di mio fratello - ricorda - che ha premuto il telecomando a Capaci; il macellaio che ha assassinato decine e decine di persone come scarafaggi; il 'maiale', come lo chiamavamo i suoi stessi accoliti, che ha sciolto nell' acido un ragazzino dopo averlo strangolato. Mi chiedo: ma come si puo' fare a credere a un uomo cosi'? I pentiti sono stati necessari. Anche mio fratello sosteneva che erano uno strumento utile, ma occorre gestirli con grande attenzione, come avviene negli Usa. E, invece, ho l' impressione che oggi sia lo Stato ad essere diventato uno strumento nelle loro mani". E alla sorella Maria, che invocando il "senso dello Stato" aveva affermato "e' giusto che anche Brusca goda di privilegi se in cambio ci da' delle notizie valide", Anna Falcone replica indirettamente:"Non credo a una sola parola di quello che ha detto. E' un furbacchione, che ha gia' tentato in piu' d' una occasione di depistare. Capisco la massima 'dura lex sed lex', ma ci sono valori che non possono essere ignorati e travolti".

16 marzo – In un’intervista alla trasmissione televisiva del Tg1 'Prima', Giuseppe Costanza, l' autista di Giovanni Falcone rimasto ferito nell' attentato di Capaci dice che se Giovanni Brusca "e' davvero pentito dica chi sono i mandanti della strage di Capaci, perche' Brusca e Riina sono soltanto dei manovali. Ora bisogna sapere chi diede gli ordini”. "Brusca e' un animale - sottolinea Costanza - e mi opporro' fino all' ultimo. I pentiti servono, non c'e' dubbio, e la mafia ha subito duri colpi da allora. Ma i criminali come Brusca non bisogna premiarli. Semmai vanno protetti cittadini e chi combatte la mafia. Ma a me chi mi protegge? Io sto rischiando anche ora che parlo, perche' la mafia non dimentica, ma io non mi fermero"'.

27 marzo – Processo d’ appello per la strage di capaci: la Corte d' assise d' appello di Caltanissetta (presidente Giancarlo Trizzino) entra in camera di consiglio.

2 aprile - Tommaso Buscetta muore negli Stati Uniti. Era da tempo malato di cancro.

4 aprile – In un’ intervista al “Giornale” Fabio Lombardo, figlio di Antonio Lombardo, il maresciallo dei carabinieri morto suicida nel 1995, dice che prima di suicidarsi il padre avrebbe consegnato documenti esplosivi sulla verita' di Tano Badalamenti. “Qualcunaltro, e non io, dovrebbe farsi subito avanti - dichiara Fabio Lombardo - per rendere noto tutto cio' che sa al riguardo. E' giunto il momento, per carabinieri e magistrati, di dire la verita' nascosta”. 

5 aprile - Entra in camera di consiglio la Corte d' assise presieduta da Ottavio Sferlazza che sta celebrando il processo per la strage contro il giudice Rocco Chinnici. Per 15 dei 20 imputati, tra mandanti ed esecutori il pm Anna Maria Palma ha chiesto l' ergastolo: sono Salvatore Riina, Antonino Madonia, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Giuseppe Calo', Antonino Geraci, Matteo Motisi, Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, tutti ritenuti mandanti, Stefano Ganci, Vincenzo Galatolo, Salvatore e Giuseppe Montalto, presunti esecutori. Sono stati chiesti 16 anni per i collaboratori Giovanni Brusca, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero Ganci e Giovan Battista Ferrante. Prima di ritirarsi in camera di consiglio i giudici hanno ascoltato le dichiarazioni spontanee di due imputati: “Non ho commesso la strage Chinnici in quanto quel giorno ero in Germania e fui controllato dalla polizia tedesca - ha detto Nino Madonia - Giovanni Brusca, che non ho mai conosciuto, Anzelmo, Ganci e Ferrante non conoscono nulla della mia vita”. “Non ho mai partecipato a riunioni per la strage del dottor Chinnici – ha aggiunto Pippo Calo' - io di lui ho un buon ricordo perche' mi prosciolse nel processo per associazione mafiosa cosidetto dei 162”. 

6 aprile – Processo per l’ uccisione di Emanuele Piazza: il tenente colonnello Massimo Grignani, funzionario del Sisde e vice capo centro della struttura periferica di Palermo dice che “Il nome in codice di Emanuele Piazza nel periodo in cui ha collaborato con il Sisde era 'Noto’”. Grignani ha minimizzato il ruolo del collaboratore nell' ambito delle attivita' di ricerca di latitanti mafiosi, ma solo dopo numerose contestazioni sollevate dal pm Nino Di Matteo, l' ufficiale dei servizi segreti ha ammesso di avergli consegnato una lista con un centinaio di nomi di boss ricercati. Grignani fa risalire l' inizio della collaborazione di Piazza al novembre del 1989. “Lui era un sensore ricettivo - ha detto l' ufficiale - doveva solo riferirmi quello che sentiva dai discorsi fatti dai pregiudicati dello Zen che frequentava. Per questo lavoro veniva pagato 600 mila lire al mese”. Piazza aveva informato i servizi, sostiene Grignani, indicando come killer “un certo Giuseppe Cracolici e poi un gregario del latitante Gaetano Napoli, tale Giovanni Geloso”. Lo 007 ha ricordato di avere incontrato i funzionari di polizia Saverio Montalbano e Salvatore D' Aleo una domenica mattina, dopo che Emanuele Piazza era scomparso, “ed abbiamo accennato - ha detto Grignani – a questo episodio”. L'avvocato Andrea Piazza, fratello della vittima e parte civile nel processo, ha pero' sottolineato che la denuncia di scomparsa venne presentata il lunedi' e cioe' il giorno dopo l'incontro dei tre investigatori. Rispondendo alle domande del pm, l' ufficiale ha detto che con Piazza non avevano mai parlato dell' omicidio dell' agente di polizia Nino Agostino, assassinato il 5 agosto 1989. Grignani ha sottolineato che seguiva con attenzione le notizie di cronaca pubblicate dai giornali. Grignani ha inoltre spiegato di aver visto per l' ultima volta Piazza il 13 febbraio del 1990, “lo ricordo - ha detto ancora - perche' era la vigilia di una ricorrenza... San Valentino”. Il secondo teste a salire sul pretorio e' stato Luigi De Sena, responsabile di un dipartimento del Sisde di Roma. Per lui Piazza era impegnato nella ricerca dei latitanti e gli era stato presentato dal poliziotto Enzo Di Blasi. Secondo De Sena, Piazza aveva “un grosso interesse investigativo e non economico, e per questo lo avevo segnalato nel 1988 al Sisde di Palermo per una collaborazione”. L' avvocato Andrea Piazza ha inoltre lamentato le carenze investigative registrate subito dopo la scomparsa del fratello. In particolare ha contestato le indagini della polizia. Falcone aveva delegato la squadra mobile a sentire i funzionari Montalbano e D'Aleo e l' allora capitano Grignani, ma venne presentata solo una relazione di servizio. 

7 aprile - Sentenza del processo di secondo grado per la strage di Capaci: la Corte d' Assise d'appello di Caltanissetta conferma la condanna all'ergastolo per Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calo', Filippo e Giuseppe Graviano, Antonino Geraci, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Troia, Giuseppe Madonia, Domenico Ganci, Raffaele Ganci, Leoluca Bagarella, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Pietro Rampulla e Benedetto Santapaola. Carcere a vita anche per Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Antonino Giuffre', Mariano Agate, Giuseppe Farinella, tutti assolti in primo grado. Confermate sia la condanna a 11 anni per Giuseppe Agrigento, che le assoluzioni di Salvatore Sbeglia, Giuseppe Lucchese e Giusto Sciarabba (anche per lui era stato sollecitato l'ergastolo). Ridotte le condanne ai pentiti: Salvatore Cancemi e' stato condannato a 20 anni e 11 mesi (era stato condannato a 21 anni in primo grado e adesso erano stati chiesti 17 anni e 6 mesi), Giovanni Brusca a 19 anni e 11 mesi (26 anni in primo grado, chiesti 19 anni), Giovan Battista Ferrante a 15 anni e 11 mesi (17 anni in primo grado, chiesti 15 anni e 6 mesi), Gioacchino La Barbera a 13 anni e 11 mesi (15 anni in primo grado, chiesti 14), Calogero Ganci a 13 anni e 11 mesi (15 anni in primo grado, chiesti 14), Antonio Galliano a 18 anni e 11 mesi. Secondo il pm Luca Tescaroli "la sentenza di appello per l' eccidio di Capaci ha consentito di ottenere la condanna di numerose persone che si sono rese responsabili di gravissimi fatti di sangue, in un Paese in cui spesso le stragi rimangono nel mistero  Non abbiamo, comunque, tutta la verita' perche' bisogna trovare ancora i mandanti occulti, pero' una grossa porzione di verita' e' stata accertata. E' stato appurato il coinvolgimento della commissione regionale e di quella provinciale, e' stato sancito in pieno il 'teorema Buscetta'. E cio' grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, che ci hanno confermato come Cosa nostra operava attraverso il sistema che ci aveva svelato Buscetta". Tescaroli ribadisce "la necessita' di scoprire i mandanti occulti delle stragi di Capaci e di via D'Amelio questa sentenza rappresenta un punto di arrivo e nel contempo un punto di partenza per scoprire i soggetti che avevano interessi convergenti in Cosa nostra contribuendo ad uccidere due pericolosi avversari come Falcone e Borsellino. Abbiamo dimostrato che venne messo in atto un progetto terroristico ed eversivo  - osserva - per creare delle nuove strutture politiche nel Paese in grado di rappresentare i referenti di Cosa nostra. Adesso puntiamo proprio sugli ideatori di quel progetto". 

14 aprile - La Corte di Assise di Caltanissetta emette la sentenza per la strage di via Pipitone Federico, a Palermo il 23 luglio 1983, in cui furono uccisi il consigliere istruttore Rocco Chinnici, due carabinieri di scorta ed il portiere dello stabile, dove abitava il magistrato, e, accogliendo in pieno le richieste del pm Anna Maria Palma condanna all' ergastolo 15 boss mafiosi accusati di aver ordinato o eseguito la strage. All' ergastolo sono stati condannati Antonino Madonia, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Giuseppe Calo', Antonino Geraci, Matteo Motisi, Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, tutti accusati di essere mandanti; Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo, Salvatore e Giuseppe Montalto, ritenuti esecutori. La Corte d' assise presieduta da Ottavio Sferlazza, a latere Giovambattista Tona, ha anche condannato a 18 anni, invece dei 16 chiesti dal pm, i pentiti Giovanni Brusca, Calogero Ganci, Franceco Paolo Anzelmo e Giovan Battista Ferante, ritenuti anche loro esecutori. L' avv. Francesco Crescimanno, rappresentante di parte civile per i familiari delle vittime ha commentato: "Rimangono fuori anche in questa strage come in altre i mandanti occulti". Gli esponenti di vertice della mafia degli anni '80 dovranno anche pagare 500 milioni al Comune di Palermo 100 milioni a favore della Presidenza del consiglio, 300 al ministero ddella Giustizia, altrettanti al ministero della Difesa, 100 alla Regione siciliana e alla Provincia di Palermo, 200 a Giovanni Paparcuri (autista del magistrato, rimasto ferito), ai familiari del portiere dello stabile in cui viveva  Chinnici (vittima dell' attentato), ad Agata, Caterina, Giovanni ed Elvira Chinnici, 600 alla vedova del maresciallo Mario Trapassi e ai congiunti, 400 alla vedova dell'appuntato Salvatore Bartolotta e al figlio, e 200  ciascuno ai quattro fratelli del graduato dell' arma.

17 aprile - I giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo depositano le motivazioni della sentenza con cui hanno assolto dall' accusa di associazione mafiosa l' ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Racchiuse in oltre 2500 pagine le motivazioni della sentenza saranno a disposizione dal 28 aprile. Redatte dai giudici Salvatore Barresi e Antonio Balsamo, le motivazioni sono tuttora all' esame, per il completamento della lettura finale, del presidente Francesco Ingargiola e verranno rese note agli avvocati tra undici giorni. I giudici hanno superato il termine di 90 giorni stabilito con il verdetto e per spiegare le ragioni dell' assoluzione del senatore a vita hanno utilizzato quasi sei mesi. Il procuratore generale Vincenzo Rovello ha intanto incaricato due magistrati del suo ufficio, i sostituti Franco Lo Voi e Leonardo Agueci, di studiare la requisitoria della procura ai fini di un eventuale appello del verdetto di assoluzione.

19 aprile - Processo per l' uccisione del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, avvenuta a Valderice (Trapani) il 25 gennaio 1983: il sostituto procuratore generale di Caltanissetta Maria Giovanna Romeo chiede la conferma dell' ergastolo ai boss Toto' Riina e Mariano Agate. Riina e Agate erano stati condannati all' ergastolo in primo grado il 12 giugno del 1998 dalla Corte d' assise, che aveva invece assolto Antonio Salvatore Messina, avvocato di Campobello di Mazara gia' condannato per associazione mafiosa, e Mariano Asaro, odontotecnico di Castellammare del Golfo, catturato dopo alcuni anni di latitanza. Per questi ultimi due imputati la sentenza di assoluzione e' divenuta definitiva. Il processo davanti alla Corte d' Appello, presieduta da Giovanni Marletta, riprendera' il 20 maggio per le arringhe e la sentenza. Secondo l' accusa Riina avrebbe ordinato l' uccisione di Ciaccio Montalto perche' l' imminente trasferimento del magistrato da Trapani alla Procura di Firenze minacciava gli interessi di Cosa nostra in Toscana, rappresentanti anche da congiunti del boss residenti in quella regione. Con Riina anche Agate avrebbe concorso alla decisione di uccidere Ciaccio Montalto. L' avvocato Messina era accusato di avere avuto un ruolo di collegamento nell' organizzazione del delitto, mentre Mariano Asaro rispondeva dell' accusa di avere fatto parte del gruppo di fuoco che esegui' l' omicidio. 

3 maggio - La Corte d' assise d' appello che deve giudicare i 18 imputati accusati di essere mandanti o esecutori della strage di via D' Amelio, in cui furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta, rinvia l' udienza al 28 giugno prossimo per unificare il dibattimento a quello di secondo grado del cosiddetto "Borsellino  ter". Quest' ultimo processo riguarda 27 imputati, anch' essi condannati in primo grado. L' appello del "Borsellino ter" non e' ancora stato fissato. La sentenza del Borsellino bis venne emessa il 13 febbraio 1999, quella del "ter" il 9 dicembre dell' anno scorso. Il primo processo per la strage di via D' Amelio si concluse il 26 gennaio 1996 con la condanna all' ergastolo di quattro imputati. In appello la sentenza venne ribaltata e due imputati furono assolti dall' accusa di strage. 

4 maggio - L' Ordine dei giornalisti di Sicilia, Rifondazione comunista e il centro di documentazione 'Impastato' non sono stati ammessi come parte civile nel processo per l' uccisione del militante di sinistra Giuseppe Impastato. Del delitto sono accusati il boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, e il presunto organizzatore Vito Palazzolo. Il procedimento e' stato separato in due tronconi. Nel primo e' imputato Badalamenti, che sara' giudicato a giugno; nell' altro e' coinvolto Palazzolo. Nell' ambito di questo secondo dibattimento la corte d' assise, presieduta da Angelo Monteleone, ha deciso oggi di non accogliere le tre richieste di costituzione di parte civile. Nella motivazione si esclude un collegamento tra i loro interessi e la figura di Impastato, che fu ucciso il 9 marzo 1978 al culmine di una campagna di denuncia contro la cosca guidata da Badalamenti condotta dai microfoni di radio Aut. Recentemente l' Ordine dei giornalisti ha iscritto Impastato "alla memoria". Pur non ammettendo le tre parti civili, la corte ha tuttavia riconosciuto il valore simbolico delle loro iniziative. Al centro 'Impastato' e' stato anche dato atto di una costante sollecitazione che ha provocato la riapertura dell' inchiesta, gia' archiviata "contro ignoti". Sono state invece accolte le costituzioni di parte civile dei familiari di Impastato, della Regione e del Comune di Cinisi. 

16 maggio - Il presidente della quinta sezione del tribunale di Palermo Francesco Ingargiola deposita in cancelleria la sentenza del processo a Giulio Andreotti. La sentenza e' contenuta in 4.370 pagine, suddivise in 13 volumi ed in 18 capitoli. Ne sono estensori i giudici Antonio Balsamo e Salvatore Barresi, coordinati dallo stesso Ingargiola.

19 maggio - La seconda sezione penale della corte d'assise di Santa Maria Capua Vetere condanna all'ergastolo il cassiere della mafia, Pippo Calo' ed un boss della camorra casertana, Vincenzo Lubrano per l’uccisione di Francesco Imposimato, fratello dell'allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, eseguito da killer della camorra casertana su richiesta della cupola di cosa nostra come forma di intimidazione del magistrato. Altri due esponenti di primo piano della camorra, Raffaele Ligato e Antonio Abbate sono stati condannati rispettivamente a sette e tredici anni di reclusione. Le indagini della Direzione investigativa antimafia di Napoli hanno permesso di ricostruire dinamica e movente dell'omicidio. La mafia, constatata la forte protezione di cui godeva all'epoca Ferdinando Imposimato, per distoglierlo dalle indagini che stava conducendo sulla mafia, decise di colpire il fratello e ne affido' il compito alla camorra. La stessa camorra aveva un forte interesse ad eliminare Francesco Imposimato, il quale, nella sua veste di sindacalista, aveva avviato iniziative contro lo sfruttamento abusivo di cave dove veniva estratto materiale necessario alla costruzione di tratte ferroviarie, apppaltate da imprese vicine al crimine organizzato.

20 maggio - La Corte d' assise d' appello conferma la sentenza di primo grado nei confronti di Toto' Riina e Mariano Agate condannati all' ergastolo per l' uccisione del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, a Valderice (Trapani) il 25 gennaio 1983. La Corte, presieduta da Giovanni Marletta, ha accolto le richieste del sostituto procuratore generale Maria Giovanna Romeo. Il 12 giugno 1998 la Corte d' Assise presieduta da Carmelo Zuccaro inflisse l' ergastolo a Salvatore Riina e Mariano Agate, ritenuto reggente di Cosa nostra a Trapani, mentre furono assolti Antonio Salvatore Messina, avvocato di Campobello di Mazara, e Mariano Asaro, odontotecnico di Castellammare del Golfo, catturato dopo alcuni anni di latitanza. Per questi ultimi due imputati la sentenza di assoluzione e' divenuta definitiva.  Secondo l' accusa Riina avrebbe ordinato l' uccisione di Ciaccio Montalto perche' l' imminente trasferimento del magistrato da Trapani alla Procura di Firenze minacciava gli interessi mafiosi in Toscana. Con Riina anche Agate avrebbe concorso alla decisione di uccidere Ciaccio Montalto. Le prime indagini seguirono una pista diversa e si conclusero con l' incriminazione, come mandanti, dei fratelli Antonio e Calogero Minore, che pero' vennero assolti insieme con tre dei presunti esecutori materiali. Due di questi, Natale Evola e Ambrogio Farina, furono poi assassinati. 

21 maggio - Con un concerto eseguito da un quartetto d'archi di componenti dell'Orchestra Filarmonica della Scala, in via Benedetto Marcello, nel giardino nel quale e' stato piantato l'albero a loro dedicato dalla citta', Milano ha dato l'avvio alle manifestazioni in ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati vittime della mafia a otto anni dagli attentati. Alla presenza, tra gli altri, del vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, e del Questore del capoluogo lombardo, Giovanni Finazzo, la cerimonia e' proseguita con un minuto di raccoglimento, e con la lettura di poesie e canzoni dedicate alle vittime della mafia. “C'e' un pericoloso calo di tensione nella lotta contro la mafia, soprattutto da parte delle istituzioni - ha fatto sapere con un messaggio Nino Caponnetto - quasi sembra che questo obiettivo sia stato cancellato dai programmi di governo. Bisogna invece tenere vivo il ricordo di quanti hanno dato la vita per un Paese migliore e rinsaldare nel nostro animo gli ideali che essi ci hanno insegnato ed affidato come una fiaccola da tenere alta”.

23 maggio - Nel giorno dell' anniversario della strage di Capaci, Luca Tescaroli, pubblico ministro di Caltanissetta nel processo contro gli assassini del magistrato chiede di modificare la nuova legge sui pentiti per incentivare le collaborazioni "piu' importanti", quelle che permetterebbero di scoprire anche i "mandanti dal volto coperto" delle stragi  mafiose. "Bisognerebbe  - afferma Tescaroli - incentivare le collaborazioni piu' importanti, che consentirebbero di scoprire quelli che vengono definiti i 'mandanti a volto coperto', che consentano di scoprire il filo conduttore che riveli verita' cosi' tremende che pochissimi all' interno di Cosa Nostra ne sono al corrente,  solo i vertici, solo chi era direttamente a contatto con Toto' Riina.  E questo per evitare che la strage di Capaci, e le altre stragi legate alla medesima strategia, non rimangano avvolte nel mistero. Per esempio, si potrebbe evitare l' obbligo di scontare un quarto della pena in carcere, o l' obbligo di raccontare tutto entro 180 giorni, sono norme queste che non incentivano le collaborazioni necessarie per concludere le indagini. Anche i criteri, rigorosi, giusti e corretti, previsti dalla nuova legge sui pentiti, non lo sono piu' in termini di scoperta della verita"'. Per il magistrato di Caltanissetta "sarebbe quindi piu' opportuno che la normativa fosse piu' flessibile e consentisse quindi di risolvere i misteri che ancora rimangono". "Bisognebbe poi affrontare anche l' applicazione transitoria della nuova legge - continua Tescaroli - perche' potrebbe accadere che anche collaboratori che non hanno dato problemi, che hanno sempre rispettato gli accordi, e sono in molti, siano costretti a rientrare in carcere. E su questo natuarlmente c'e' viva apprensione tra di loro. C'e' da sottolineare anche - rileva ancora Tescaroli - che di fatto non c'e' piu' l' ergastolo per i mafiosi, perche' possono chiedere il rito abbreviato, che significa un massimo di trent'anni, e quindi, con una buona condotta in carcere, uscire dopo qualche anno. Peraltro la spinta propulsiva nell' attivita' antimafia si e' fortemente affievolita, e basti pensare al fatto che sono stati di fatto ridimensionati gli apparati investigativi specializzati". 

23 maggio - Una sinfonia di dolore, i brani, le lettere, le poesie lette "per non dimenticare" dai familiari delle vittime del terrorismo, della mafia, della criminalita' durante la fase conclusiva della manifestazione "Garantire la sicurezza, risarcire le vittime", a Mestre. "Il passato puo' aiutare a crescere, maturare, conservare la memoria storica e rielaborare in vista di una correzione di rotta del cammino della societa' civile", ha detto davanti ad una platea commossa Michele Filippo, figlio dell' appuntato di polizia Giuseppe Filippo, assassinato da esponenti di Prima Linea il 28 novembre 1980 a Bari. Cosi' il giudice Paolo Borsellino, morto con la scorta il 19 luglio 1992, e' stato ricordato dal fratello Salvatore con una poesia edita a Palermo, che promette giustizia al magistrato "dagli occhi di miele e mestizia". La vedova del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972 a Milano, ha invece testimoniato la profonda fede cristiana del marito. Calabresi non odiava i suoi nemici - ha testimoniato Gemma Capra -; lui diceva: "ho angoscia per loro, non odio, una parola che proprio non conosco". Il vicequestore aggiunto di polizia Alfredo Albanese, assassinato da un commando brigatista il 12 maggio 1980 a Mestre, e' stato invece ricordato dalla moglie Teresa Friggione attraverso le parole di una giornalista, che ne descrive la vitale umanita'. Sergio Gori, ingegnere del Petrolchimico di Porto Marghera assassinato il 29 gennaio 1980 dalle Br a Mestre, e' stato rievocato dalla figlia Barbara con l'impegno a mantenerne viva la memoria nella nipote. E' stata poi la volta del commissario Antonio Esposito, ucciso dalle Brigate Rosse a Genova nel giugno del 1978, di Ruggero Volpi, brigadiere dei carabinieri morto in un attentato il 12 ottobre 1977 a Genova durante un assalto per liberare un detenuto della camorra, dell' appuntato di ps Giuseppe Verducci, morto durante un assalto ad un treno nel 1975, di Giovanni Menegazzi, agente della polstrada morto in servizio il 9 febbraio 1995, di due bambini, Dario e Federica, nel dicembre 1991, travolti dall'auto condotta da una tossicodipendente. E di Luca Scapinello, agente di polizia deceduto il 26 gennaio 1997 in un incidente stradale assieme ad altri tre colleghi, di Arnaldo Trevisan, poliziotto assassinato il 16 maggio 1988 a Padova da due banditi che avevano rapinato un ufficio postale e che lui aveva individuato, di Giuseppe Zanier, ucciso in un attentato dinamitardo il 24 dicembre 1998 ad Udine assieme a due colleghi. Per tutti, Mirco Schio, presidente di Fervicredo (Feriti e vittime della criminalita' e del dovere), ferito il 3 settembre 1995 a Marghera in un agguato criminale e rimasto paralizzato, ha concluso: " Bisogna continuare a tracciare il proprio solco, dritto e profondo, come avrebbero fatto loro". 

23 maggio - Commemorazioni e impegni per un rinnovato vigore nella lotta alla mafia e per la sempre maggiore diffusione della legalita' segnano oggi l' ottavo anniversario della strage di Capaci nella quale Cosa Nostra nel pomeriggio del 23 maggio 1992 uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre dei poliziotti che li scortavano, Rocco Di Cillo, Antonio Montinari e Vito Schifani. Ad un incontro nell' hotel Villa Igiea, promosso dalla Fondazione intitolata a Giovanni Falcone e alla moglie, sono gia' presenti il Presidente del Senato Nicola Mancino e i ministri della Giustizia Piero Fassino e dell' Interno Enzo Bianco, e numerosi altri esponenti delle istituzioni come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Numerosi gli interventi in programma.Un'altra manifestazione, sempre con lo slogan 'Per non dimenticare', fatto seguire alla strage di Capaci come a quella del 19 luglio successivo in via D' Amelio a Palermo (vittime il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque poliziotti della scorta), si svolge a Corleone organizzata dall' associazione 'Libera', fra gli altri con Gian Carlo Caselli e don Luigi Ciotti, luogo emblematico essendovi nati boss come Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Luciano Liggio, Leoluca Bagarella. Corleone da anni vuol riscattarsi, togliersi di dosso l' etichetta, scomoda e ingiusta, di 'citta' di mafia'.

26 maggio - Il presidente della Camera, Luciano Violante, commenta la nomina di Gianni De Gennaro a capo della polizia dicendo che "avviene all'indomani dell'anniversario della strage di Capaci e qualche settimana prima dell'anniversario di via D'amelio. Conoscevo molto bene i due magistrati uccisi, Falcone e Borsellino. Credo che sarebbero molto contenti di questa nomina". Intervenendo alla presentazione del libro “Perche' fu ucciso Giovanni Falcone”, scritto dal pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, Violante dice che "Se la mafia avesse voluto compiere un forte condizionamento sulla vita politica italiana, Falcone e Borsellino avrebbero potuto svelare il suo intento. E si e' voluto quindi eliminare la loro grande intelligenza, la loro capacita' di capire cosa stava accadendo". "Ragionando sui mandanti delle stragi - ha detto Violante - e' difficile slegare l' omicidio di Falcone da quello di Borsellino. Non si e' mai verificata la ripetitivita' di un omicidio del genere in pochi mesi, e loro erano le uniche due persone che avevano la stima, la credibilita', la conoscenza per poter capire i meccanismi di potere. E se la mafia voleva condizionare la vita politica, doveva chiudere proprio quelle banche dati, ed eliminare chi poteva capire". Il presidente Violante ha poi sottolineato che "l' aggressione al patrimonio mafioso deve essere il primo obiettivo, perche' finche' la mafia non sara' impoverita, sara' sempre forte". Presente anche Maria Falcone, la quale si e' detta soddisfatta nel vedere i vertici di Cosa Nostra in galera, "ma anche delusa per non vedere invece alla sbarra i mandanti, che provengono da un mondo diverso dalla mafia". 

2 giugno - Il quotidiano francese "Liberation" dedica due pagine ad un libro di Ferdinando Imposimato, uscito in Francia e non ancora in Italia, dal titolo "Un juge en Italie,  les dossiers noirs de la mafia". Per Imposimato, "La mafia ha vinto, si e' infiltrata nei principali ingranaggi economici, specie nei grandi lavori pubblici, ha tessuto nuovi legami con le forze politiche e continua a fare i suoi affati indisturbata". "La pace mafiosa - scrive ancora Imposimato - regna perche' Cosa nostra non ha piu' bisogno della violenza per assicurare il suo predominio. E' gia' riuscita ad eliminare, uccidendoli o mettendoli fuori gioco, la maggior parte dei giudici e dei poliziotti che la minacciavano". Egli stesso si definisce un 'sopravvissuto', parola che il giornale ha scelto per il titolo, e afferma che i magistrati italiani caduti sotto i colpi di Cosa nostra, ai quali dedica il libro, "hanno combattuto la mafia malgrado lo Stato". Il fratello del giudice, Franco, ricorda 'Liberation', e' stato assassinato nell'ottobre 1983 a Maddaloni, e gli assassini sono stati condannati il mese scorso. "Oggi la mafia e' onnipotente, dice, sotto il comando di Bernardo Provenzano, il padrino dei padrini, del clan dei corleonesi successore di Toto Riina. Un killer sanguinario che si nasconde da 40 anni a Palermo, di cui nessuno conosce il volto e che nessuno ha mai provato ad arrestare". 

5 giugno - Secondo i pubblici ministeri che hanno sostenuto l' accusa nei processi per le stragi mafiose di Palermo e di Firenze il Parlamento ha abolito di fatto l' ergastolo nella seduta del 30 maggio, allorche' ha convertito il decreto legge sulla nuova disciplina dei termini di custodia cautelare nella fase del giudizio abbreviato. In particolare a provocare questo effetto, secondo i Pm, e' l' articolo 4 ter "in base al quale - dice Nino Di Matteo, Pm per la strage di via D' Amelio - anche l' imputato condannato in primo grado all' ergastolo, ed e' il caso dei giudizi per le stragi del '92 e del '93, puo' chiedere nei gradi successivo il rito abbreviato e cosi' potra' evitare l' ergastolo". Di Matteo ricorda poi che nei processi per le stragi di Capaci e via D' Amelio "e' emersa l' ipotesi di una trattativa tra i capimafia e lo Stato per evitare altre stragi. Fra i punti del 'papello' di Cosa nostra c' era anche l' abolizione dell' ergastolo. Le stragi dovevano anche indurre lo Stato ad un atteggiamento piu' morbido, anche attraverso l' abolizione dell' ergastolo. Il dato di fatto e' che oggi i soggetti riconosciuti colpevoli delle stragi potranno evitare il carcere a vita". Ed il Pm Luca Tescaroli aggiunge: "in questo modo, senza volerlo, si fa il gioco dei mafiosi, si va incontro alle richieste di Cosa nostra, vanificando i 29 ergastoli che ho chiesto ed ottenuto in appello per la strage di Capaci". Gabriele Chelazzi, Pm nel processo di Firenze per le bombe del '93, condivide il giudizio dei colleghi, ed osserva: "il rito abbreviato e' nato per accelerare i tempi del processo. Ma surrettiziamente ha finito con l' incidere nella norma sostanziale penale, e questo credo che non sia stato un bene". "Leggi come questa hanno un significato politico e rientrano in un pacchetto pro-mafia perche' non spingono i cosiddetti irriducibili sulla strada della dissociazione, ma anzi li rendono piu' forti". E' il commento di Salvatore Boemi, procuratore della Repubblica a Reggio Calabria. "Si legifera - aggiunge il magistrato - sull' onda emozionale e le strutture giudiziarie rimangono sempre le stesse, incapaci ad affrontare, almeno quelle calabresi, i futuri procedimenti di riti abbreviati, che saranno tanti e quelli dibattimentali". Boemi commenta il modo con il quale e' stato approvato il decreto legge che offre agli imputati condannati in primo grado all' ergastolo di accedere al rito abbreviato in quelli successivi. "Si e' voluto surrettizziamente abrogare l' ergastolo - dice il procuratore - senza avere il coraggio di affrontare l' aula del Parlamento.  Una notizia del genere avrebbe provocato una eco che probabilmente avrebbe portato ad ostacolare questa legge. Invece con questi piccoli escamotage si potra' evitare il carcere a vita a queste belve umane che fanno parte delle organizzazioni criminali". Poi aggiunge: "La stagione dell' antimafia e' tramontata ed e' inutile che Mancino dica che quando la politica e' debole e' debole la lotta alla mafia. Fa onore a chi lo ha detto ma non cambia nulla. A livello strutturale degli uffici giudiziari e' un colpo basso". "Con il rito abbreviato scompare di fatto l' ergastolo e un imputato accusato di omicidio potra' essere condannato da un giudice monocratico, anche a 14 anni di carcere con le attenuanti". E' quanto afferma Pietro Grasso procuratore della Repubblica di Palermo a proposito della conversione da parte della Camera del decreto legge che offre l' opportunita' all' imputato  di chiedere nei gradi successivi il rito alternativo. "Giudicare un imputato accusato di omicidio con il rito abbreviato - dice Grasso - vuol dire sottrarlo al giudice naturale, che e' la corte d' assise, per essere giudicato da un giudice monocratico il cui verdetto non puo' essere appellato dal pm". "L' abolizione di fatto dell' ergastolo e le conseguenze segnalate dai pm nei processi sulle stragi del '92 sono una dimostrazione della progressiva rimozione dall' agenda della priorita' nazionale della questione mafia avvenuta negli ultimi anni". E' il commento di Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Dda di Palermo, che sottolinea: "ancora una volta siamo costretti a registrare che in nome di principi rispettabili e spesso condivisibili, vengono introdotte modifiche normative senza forse rendersi conto dell' impatto negativo di queste riforme su procedimenti di criminalita' organizzata". "E' preoccupante - aggiunge Ingroia - constatare che proprio in una fase in cui si va abbassando il senso di fiducia dei cittadini verso le istituzioni dello Stato, in particolare della Giustizia, il dibattito si sviluppa e le riforme tendono ad avviarsi alla ricerca di obiettivi come quelli dell' amninistia o della riduzione della pena anche in caso di ergastolo, senza occuparsi adeguatamente di problemi che stanno ancora piu' a cuore ai cittadini come quelli della sicurezza della pena e della rapidita' ed efficenza del processo penale". "Se leggo questo provvedimento come un ammorbidimento da parte dello Stato nei confronti della mafia? Credo che possa essere interpretato anche alla rovescia.  Forse lo Stato si sente tanto e talmente forte da metabolizzare ed assorbire questo tipo di pene". E' il commento del sostituto procuratore fiorentino Giuseppe Nicolosi, pm nei processi di mafia per le bombe del '93 a Firenze, Milano e Roma, alla possibilita' che la nuova normativa offre di evitare l' ergastolo attraverso la richiesta del rito abbreviato.  "Non sono certo un profeta nel dire che vi faranno ricorso in massa - ha proseguito - i legali di Toto' Riina e Giuseppe Graviano l' avevano gia' chiesto provocatoriamente alla prima udienza del 2000 quando eravamo in fase di discussione. La Corte d' Assise aveva respinto perche' il dibattimento era in corso, e quindi non attuabile secondo quanto stabilito dalla norma transitoria".

9 giugno - In un'intervista al "Messaggero" l' ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino afferma che "La mafia non esiste piu' dal '58 E' finita quell'anno con l'uccisione del mio concittadino corleonese dottore Michele Navarra. Perche' quel giorno assieme a lui hanno ucciso un altro medico, giovane, che aveva la moglie incinta. Ecco, quel giorno questi cosiddetti mafiosi hanno ucciso un povero disgraziato che accompagnava il dottor Navarra. Da quel momento fini' tutto. Perche' la mafia, me lo diceva sempre mio padre, aveva dei canoni di giustizia e di correttezza che rispettava e faceva rispettare". Secondo Ciancimino, da allora, si puo' parlare si "delinquenza, non di mafia". Per quanto riguarda le stragi, l'ex sindaco afferma che esse "vennero ordinate da organismi politici", "perche' si doveva bloccare l'elezione di Giulio Andreotti a presidente della Repubblica". 

19 giugno - Intervenendo in videoconferenza da Parma davanti alla seconda corte d' Assise d' appello di Catania nel processo d' appello “Orsa Maggiore 2” alla mafia catanese, Nitto Santapaola dice:“Non sono un dissociato ne' ho incontrato il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna” e prende le distanze dalle stragi in cui rimasero uccisi, tra gli altri, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giudice Giovanni Falcone e il procuratore Paolo Borsellino. “Io - ha detto Santapaola - detesto queste strategie, ma detesto anche le strategie delle false notizie, come quelle delle ultime settimane, e chi da' false informazioni ai giornalisti”. Il capomafia ha denunciato anche “di essere da sette anni un sepolto vivo”. “Sto male - ha osservato – mi hanno operato ad un occhio e non vedo bene. Per motivi di salute mi hanno trasferito dal carcere di Pisa a quello di Parma dove sono guardato a vista dalla polizia penitenziaria: e' una tortura. Qual e' la strategia dello Stato? Quella di uccidermi?”. 

22 giugno - Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, riceve al Quirinale i deputati Alfredo Biondi, Rosa Russo Jervolino, Massimo Scalia, Nando Dalla Chiesa, Angela Napoli e Gabriella Pistone, i quali gli hanno presentato un appello-testimonianza, sottoscritto da oltre cento deputati appartenenti a diversi gruppi parlamentari della Camera, in memoria del genarale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel documento i parlamentari mettono in risalto la figura del generale Dalla Chiesa come grande servitore della repubblica e della democrazia, impegnato nella lotta al terrorismo e alla mafia, fino all'estremo sacrificio della vita. Essi ritengono, pertanto, che la custodia della sua memoria sia un dovere delle istituzioni. Il presidente Ciampi ha aderito all'appello a lui presentato a conferma della riconoscenza che la nazione deve al generale Dalla Chiesa.

27 giugno - Il sottosegretario alla Giustizia Marianna Li Calzi, rispondendo in aula alla Camera ad una interrogazione di Tiziana Maiolo (FI), dice che le spese annotate sul registro del tribunale di Palermo per il processo Andreotti ammontano complessivamente a 325 milioni e 761 mila lire. La risposta non soddisfa la parlamentare azzurra che anzi ha affermato di sentirsi "presa in giro". La cifra fornita, ha detto, e' "assolutamente ridicola". Quei soldi "non bastano neanche per pagare le parcelle di un avvocato di pentiti, di un solo avvocato, per un anno". "Cosi' si liquida - ha aggiunto - con l'ennesima beffa ai cittadini il grande scandalo voluto dal gruppo dei liquidatori (con l'uso giudiziario della politica) della prima repubblica". E Maiolo ha insistito: "Quanto sono costate le indagini e il dibattimento del processo Andreotti? Quanto sono costati i 'pentiti'? Quanto gli avvocati dei collaboratori di giustizia? quanto gli spostamenti dell'aereo di Stato con a bordo il procuratore Caselli e i suoi sostituti?". "Lei ha chiesto di conoscere le spese del procedimento - ha replicato il sottosegretario Li Calzi - per sapere tutto questo doveva presentare un altro tito di interrogazione".

15 luglio - La Procura della Repubblica di Palermo ha depositato le motivazioni dell' appello contro l' assoluzione di Giulio Andreotti dall' accusa di associazione mafiosa. Secondo la Procura, la sentenza ha “operato una inammissibile frammentazione, una isolata considerazione e una conseguenziale svalutazione degli elementi d' accusa”. Nell' assolvere Andreotti, il tribunale avrebbe violato alcuni principi giurisprudenziali e omesso di valutare i riscontri dibattimentali. E' una delle critiche mosse dai pubblici ministeri Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte alla sentenza di assoluzione del senatore a vita. La corretta applicazione dei principi giurisprudenziali, a giudizio della Procura, “ha determinato l' affermazione della responsabilita' dell' imputato gia' sulla base dei soli fatti ritenuti pienamente provati nella stessa motivazione della sentenza”. I magistrati si riferiscono in particolare ai rapporti tra Andreotti e i cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, sui quali il senatore avrebbe mentito sei volte, secondo i giudici della quinta sezione del tribunale. Un altro rilievo al verdetto si incentra su una “analisi atomistica” degli elementi proposti dall' accusa e su una “destrutturazione del compendio probatorio”. In sostanza, il tribunale avrebbe compiuto una valutazione isolata delle prove e non avrebbe tenuto conto in modo coerente dei “riscontri in realta' emersi nel dibattimento”. I riscontri sarebbero costituiti da “fatti pure ritenuti pienamente provati in altre parti della motivazione”. La pubblica accusa si dice certa che “una valutazione complessiva e coordinata degli elementi raccolti avrebbe condotto il Tribunale all' affermazione di responsabilita' dell' imputato”.Questa valutazione viene riproposta dai pm in un raffronto tra il caso Andreotti e il processo all' ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, condannato a 10 anni dallo stesso tribunale. In quel caso il tribunale affermo' la “conducenza probatoria” delle “bugie” dell' imputato. “Non si comprende perche' - scrivono ora i pm - questa corretta regola di giudizio sia stata totalmente disapplicata” nel processo al senatore Andreotti, il quale avrebbe “fatto sistematicamente uso di articolate menzogne, contraddette da inoppugnabili risultanze, in misura certamente molto piu' rilevante e grave”. La Procura muove su questo punto una censura al tribunale che avrebbe superato le “bugie” dell' imputato con un' argomentazione che “rasenta l' assurdo” e con “conclusioni palesemente irrazionali”. Un capitolo della lunga memoria, che occupa 1.790 pagine, e' dedicato al boss Balduccio Di Maggio, il controverso personaggio che ha parlato del “bacio” tra Andreotti e Toto' Riina. Per i pm Balduccio resta, malgrado il suo ritorno al crimine, un collaboratore credibile. Sono articolate in sei capitoli le motivazioni della Procura a sostegno dell' appello contro l' assoluzione di Andreotti. Ecco punto per punto le critiche dei pm Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato alla sentenza. Rapporti con i Salvo. I cugini esattori Nino e Ignazio Salvo erano, secondo il tribunale, “profondamente inseriti in Cosa nostra” e hanno offerto un “sostegno aperto ed efficace (seppure non esclusivo) a diversi esponenti della corrente andreottiana”. I giudici hanno accertato anche rapporti diretti e personali con Andreotti. La tesi del senatore, che invece ha sempre negato di conoscere i Salvo, viene smentita da vari episodi: nei suoi viaggi in Sicilia a fine anni '70 Andreotti utilizzo' l' auto della Satris, societa' esattoriale dei due cugini; invio' un vassoio d' argento come regalo delle nozze della figlia di Nino Salvo con il quale durante una cena all' hotel Zagarella si intrattenne. Nell' agenda di Ignazio Salvo era scritto un numero telefonico diretto di Andreotti. Negando ogni rapporti con i due cugini - osservano i pm - il senatore avrebbe mentito almeno sei volte. L' accusa condivide la conclusione del tribunale secondo cui l' unica plausibile spiegazione della menzogna e' la “precisa consapevolezza del carattere illecito di questo legame personale e politico”. Il ruolo di Lima. Il tribunale, osservano i pm, ha accertato che il suo braccio destro siciliano, l' eurodeputato ed ex sindaco di Palermo Salvo Lima (ucciso il 12 marzo 1992) aveva un intenso “rapporto di scambio con una pluralita' di articolazioni dell' organizzazione mafiosa”. Anche in questo caso emerge il ruolo di cerniera dei Salvo. I rapporti di Lima con la mafia cominciarono negli anni '60 e proseguirono fino all' inizio degli anni '90. In cambio di sostegni elettorali, Lima avrebbe consentito a Cosa Nostra il controllo e la spartizione degli appalti. E di tutto questo Andreotti era “ben consapevole”. Garante di Ciancimino. Tra la fine degli anni '70 e l' inizio degli anni '80 Vito Ciancimino si avvicino' alla corrente andreottiana offrendo un' alleanza, sia pure episodica, di cui il senatore si sarebbe fatto “garante”. L' avallo di Andreotti forni' un autorevole contributo al reinserimento di Ciancimino nel “circuito del potere politico-amministrativo”, malgrado fosse “notoriamente in rapporti con la mafia”. Anche questa condotta del senatore sarebbe per la Procura prova del suo sostegno agli scopi di Cosa nostra. L' appoggio a Sindona. In 41 punti la Procura ricostruisce le iniziative di Andreotti in favore di Michele Sindona impegnato nel tentativo di salvare le sue banche.Per Sindona, ha osservato il tribunale, “si mobilitarono il sen. Andreotti, taluni altri esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2”. Smentendo di essere intervenuto oppure ridimensionando il proprio ruolo, secondo i pm Andreotti avrebbe detto il falso almeno dieci volte. Con il finanziere, ha raccontato Angelo Siino, il senatore si sarebbe sentito anche quando Sindona simulo' il suo sequestro. Un' undicesima “bugia” l' accusa l' attribuisce a incontri tra Andreotti a la signora Della Grattan in cerca negli Usa si appoggi per Sindona. Andreotti ha parlato di incontri di cortesia, ma a parere dei pm erano legati al salvataggio del finanziere. Altri sostegni. I pm attribuiscono al senatore altri due interventi a sostegno della mafia. Il primo nel 1984 quando Leoluca Bagarella e altri boss furono trasferiti dal carcere di Pianosa a quello di Novara. Il tribunale parla di “assoluta anomalia”. La Procura osserva che in quel periodo Bagarella confidava su Andreotti per ottenere un “favore illecito” e in cambio avrebbe cercato sostegni elettorali per la sua corrente. I pm giudicano infine sospetto un colloquio riservato che Andreotti, durante una visita ufficiale, ebbe nel 1985 a Mazara del Vallo (Trapani), con il boss Andrea Mangiaracina. Sulle circostanze e sul contenuto del colloquio, conclude l' accusa, il senatore “ha mentito”. 
   La sentenza era stata emessa il 23 ottobre scorso dalla quinta sezione penale del Tribunale, presieduta da Francesco Ingargiola, e le motivazioni erano state depositate il 16 maggio. Oggi era l' ultimo giorno utile per presentare l' ppello, considerato che domani e' domenica e gli uffici della Cancelleria del Tribunale saranno chiusi. La procura generale della Repubblica di Palermo presentera' nei prossimi giorni il suo appello contro la sentenza del Tribunale nel processo Andreotti. Infatti, anche il pg Vincenzo Rovello, che dopo il verdetto non aveva escluso di farlo, ha deciso di censurare l' assoluzione del senatore. “Abbiamo qualche giorno a disposizione per finire il lavoro - ha detto il pg - e penso che lunedi' i miei sostituti che ho incaricato di vagliare le motivazioni della sentenza mi riferiranno ed e' stato proprio dopo questa valutazione che abbiamo convenuto di appellarla”. “Per quanto mi riguarda - ha concluso Rovello - mi sono limitato alla cornice, il quadro lo stanno dipingendo i miei sostituti Leonardo Agueci, Annamaria Leone e Daniela Giglio”.

15 luglio - Il procuratore di Palermo Pietro Grasso ha rivelato che la procura ha chiesto l' autorizzazione al ministero della Giustizia per aprire un proprio sito Internet con cui informare la gente sul lavoro dell' ufficio. “Cogliendo l' occasione del processo Andreotti - ha aggiunto - inseriremo nel sito la sentenza del processo e i motivi di appello. Ci sono provvedimenti d' interesse collettivo che vanno portati alla conoscenza di tutti”. Grasso ha spiegato che “inserendo integralmente gli atti giudiziari in Internet si evitano strumentalizzazioni che possono avvenire quando vengono estrapolati solo periodi o singole frasi da un atto”. Il procuratore di Palermo e' convinto che sia “un atto dovuto la valutazione da parte del giudice di appello delle contraddizioni, talune anche di carattere tecnico-giuridico, rilevate nella sentenza di primo grado che assolve il sen. Andreotti”. 

15 luglio - “Spero di avere salute e mezzi per fronteggiare anche questo noioso appello”. E' il primo commento del sen. Giulio Andreotti alla notizia che la procura di Palermo ha presentato appello dopo la sentenza di primo grado. “Quando il senato, nel 1993, dette l' autorizzazione a procedere - sottolinea Andreotti - lo fece auspicando 'il massimo approfondimento in tempi rapidi'. Speravo che dopo sette anni e una sentenza cosi' scrupolosa si fosse alla fine. Non e' cosi'. Penso che perseverare e' diabolico. Ma spero di avere salute e mezzi per fronteggiare anche questo noioso appello”.

15 luglio - “Qui c' e' solo un diabolico perseverare”. Lo ha detto, commentando la notizia dell' appello presentato dalla Procura di Palermo contro la sentenza che ha assolto Giulio Andreotti, l' avvocato Gioacchino Sbacchi uno dei difensori del senatore. “Pensavo che dopo un errore da parte dell' accusa ci fosse una meditazione perche' dev' esserci sempre un momento di riflessione su cio' che si e' fatto”, ha quindi osservato il legale che e' il Presidente della camera penale di Palermo. “La sentenza la conosciamo tutti, l' abbiamo letta e approfondita. Smentisce un teorema costruito dalla pubblica accusa. Sono crollati tutti i collaboratori di giustizia, vedi Di Maggio e Marino Mannoia, che si  presentavano come protagonisti di fatti vissuti che sono risultati assolutamente falsi, come il famoso bacio con Riina. Per certi versi anzi la sentenza e' stata severa  circa gli asseriti rapporti con i Salvo che invece non sono esistiti”.

17 luglio - Nando Dalla Chiesa, commentando la sentenza del processo Andreotti e il ricorso, a margine del convegno sulla giustizia 'Oltre le sbarre', dice che “e’ stata una sentenza che in un clima piu' sereno avrebbe potuto dare un esito diverso, e spero che questo clima in futuro ci sia” aggiungendo che “ai magistrati sono state lanciate polpette avvelenate, e in parte hanno abboccato”. Dopo aver rilevato che la sentenza “e' stata un' assoluzione che spiega nelle motivazioni le ragioni per cui l' imputato e' colpevole” e aver aggiunto che “francamente non capisco come Andreotti possa essere soddisfatto”, Dalla Chiesa ha detto che “un giudice, un magistrato non agisce in una situazione di vuoto sociale. E con il clima che c' era fuori, con una sentenza come quella di Perugia - ha proseguito -, decidere per la colpevolezza era un' assunzione di responsabilita' enorme”. Quanto al fatto che suo padre possa aver tenuto documenti riservati per fare carriera, Dalla Chiesa ha commentato: “E' stata una polpetta avvelenata per i pm che in parte hanno abboccato, e che e' venuta dalla deposizione del maresciallo Incandela, il quale era nei servizi e, guarda caso, e' stato tirato fuori dall' oblio dopo l' avviso di garanzia ad Andreotti”. 

18 luglio – Cominciano a Palermo due giorni di manifestazioni per ricordare la strage di via D’Amelio in cui furono uccisi Paolo Borsellino e cinque dei sei poliziotti che lo scortavano. Le manifestazioni saranno concluse domani sera da una fiaccolata di “Azione giovani”.

19 luglio - Nel giorno dell' ottavo anniversario della strage di via d' Amelio, a Corleone viene presentato il libro di Umberto Santino “Storia del movimento antimafia”, a Palermo il volume del magistrato Luca Tescaroli “Perche' fu ucciso Giovanni Falcone”. Il ministro della Giustizia Fassino ribadisce l' impegno nella lotta alla mafia che e' “una priorita' per la sicurezza del nostro paese” e annuncia il ddl per il rinnovo del  41 bis, il regime di carcere duro per i mafiosi, riconfermando che il governo non vuole che anche i boss possano usufruire del rito abbreviato evitando l' ergastolo. Nella Chiesa di Santa Luisa di Marillac sono stati scanditi nell' ora della strage i nomi di Paolo Borsellino, Emanuela Loy, Agostino Catalano, Claudio Traina e Walter Cusina, le vittime dell' autobomba esplosa il 19 luglio '92 in D' Amelio. Padre Giuseppe Bucaro che ha pronunciato l' omelia ha letto i messaggi inviati dal presidente della Repubblica, dal governatore della Banca d' Italia e dai presidenti di Camera e Senato. “Paolo Borsellino amava Palermo che non gli piaceva e per amore s' impegno' a cambiarla; ha amato gli uomini di  mafia e per questo s' impegno' a cambiarli”. E' uno dei passaggi dell' omelia sul tema del martirio di padre Bucaro. Ad ascoltarlo, il capo della Dna Pierluigi Vigna, il procuratore Piero Grasso, il procuratore generale Vincenzo Rovello, il procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, i giudici Alfonso Giordano e Francesco Ingargiola, il presidente dell' antimafia Beppe Lumia, il presidente della Regione Angelo Capodicasa, il sindaco Leoluca Orlando, i familiari di Borsellino, degli agenti uccisi, di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e di altre vittime di mafia. E il sacerdote ha ricordato un momento toccante di cui e' stato protagonista Paolo Borsellino un mese dopo la strage di Capaci. Il 23 giugno '92 nella chiesa di Sant' Ernesto, dopo la preghiera per commemorare Giovanni Falcone, Borsellino, che sentiva tutto il peso dell' eredita' lasciata dal suo amico e collega si avvicino' a padre Bucaro ripetendogli per tre volte “questa e' mia figlia”, indicandogli la ragazza. “Aveva – ha detto il sacerdote - piena consapevolezza di cio' che lo attendeva e in tutti i modi ha cercato di salvaguardare la sua famiglia”.

21 luglio - La Corte d'assise d'appello presieduta da Rosario Luzio rigetta l'istanza di rito abbreviato per 14 imputati del processo d'appello scaturito dall'inchiesta 'Borsellino bis' sulla strage di via D'Amelio, tra cui Salvatore Riina, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana, Giuseppe Calascibetta, Carlo Greco, Giuseppe Vernengo, Salvatore Biondino, Francesco Tagliavia e Giuseppe Urso. I giudici non hanno accolto la richiesta d'abbreviato del 7 luglio perche e' stata avanzata in anticipo. Il 'Borsellino bis' scaturisce dal secondo troncone d'inchiesta sull'eccidio in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta il 19 luglio del 1992 in via D'Amelio. Nel processo bis di primo grado erano 18 gli imputati e all'ergastolo per la strage furono condannati Riina, Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Tagliavia, Salvatore Biondino e Gaetano Scotto. 

21 luglio - A Cortina il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, presentando il libro "Perche' fu ucciso Giovanni Falcone" del sostituto procuratore di Caltanisetta Luca Guido Tescaroli, dice che "i motivi dell' uccisione del giudice Giovanni Falcone, avvenuta il 23 maggio 1992, sono di due tipi: quelli occasionali, epidemici, scontati in quanto egli era il nemico storico, giurato, di Cosa Nostra, contro lui la mafia applico' la sua vendetta. Ci sono poi i motivi piu' profondi, che vanno calati nel contesto storico e politico che si stava vivendo". "Falcone era nemico della mafia non soltanto per il suo ruolo, il suo incarico - ha continuato Vigna - in quanto divenuto direttore generale degli affari penali, dalla primavera 1991 ma soprattutto per le idee strategiche che perseguiva". "Egli - ha aggiunto - aveva individuato il cuore del problema quando disse: 'La mafia e' entrata in borsa', e non era una frase ad effetto". Ma - ha dichiarato il procuratore nazionale antimafia - "i motivi piu' profondi di quel' esplosione vanno calati nel contesto in cui avvenne. Il 2 febbraio 1992 erano state sciolte le Camere e si andava a nuove elezioni. Nel febbraio 1992, con l' arresto di Mario Chiesa, si apre il periodo di Mani Pulite, che sparpaglia le carte dell' assetto politico. La strage di Capaci vuole affrettare lo scompaginamento della politica italiana, non piu' affidabile per Cosa Nostra".

21 luglio - Presentato il libro "Storia del movimento antimafia" di Umberto Santino (Editori Riuniti). Umberto Santino, responsabile del centro Impastato di Palermo, in questa sua storia propone nuove interpretazioni sui rapporti tra Cosa nostra, le istituzioni e la societa' civile. Il giudizio di Santino e' fissato in un' analisi di fondo: "Lo Stato e le istituzioni nel loro complesso (dal governo centrale agli enti locali, dalla magistratura e dalle forze dell' ordine alla burocrazia) hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta e nella dissoluzione dei movimenti che hanno lottato contro la mafia e per un assetto politico diverso da quello che ha prodotto la mafia e ne ha consentito lo sviluppo". Questa interpretazione accompagna la rievocazione di alcune pagine di storia siciliana: non solo i Fasci, ma anche il delitto Notarbartolo, la ripresa mafiosa nel dopoguerra, il banditismo e la misteriosa fine di Salvatore Giuliano, la strage di Portella della Ginestra, la sistematica eliminazione di sindacalisti e dirigenti di sinistra. Il movimento antimafia diede una forte testimonianza sia nelle iniziative contro il latifondo sia nello scontro che accompagno' i processi di inurbamento della mafia. Proprio in quegli anni la sanguinosa avanzata della mafia dovette fare i conti con le battaglie parlamentari, le denunce di Danilo Dolci, le relazioni delle commissioni parlamentari antimafia. Un importante ruolo fu svolto dall' informazione colpita con gli attentati al giornale L' Ora e l' eliminazione di alcuni giornalisti (De Mauro, Francese, Cristina). Negli anni '80 l' onda emotiva suscitata dalla guerra di mafia e dai delitti eccellenti provoco' una piu' ampia mobilitazione e crescita dei movimenti della societa' civile, come il comitato dei lenzuoli e le associazioni antiracket, fino alle svolte politiche e culturali suscitate dalle stragi del '92 e del '93. Anche se l' antimafia aveva un secolo di storia solo allora la mafia divento' una questione nazionale.

24 luglio - La procura generale di Palermo deposita l' appello alla sentenza di assoluzione del senatore Giulio Andreotti che era accusato di associazione mafiosa. Il ricorso, formato da un migliaio di pagine, (130 pagine piu' gli allegati) e' firmato dal procuratore generale Vincenzo Rovello e dai sostituti Leonardo Agueci, Anna Maria Leone, e Daniela Giglio. Il procuratore generale Vincenzo Rovello, commentando il deposito dei motivi di appello, dice che "Il provvedimento guarda complessivamente le posizioni degli esponenti della corrente andreottiana in Sicilia e quello che avrebbero fatto in favore di Cosa nostra. Per questo riteniamo che Andreotti abbia agito consapevolmente nel favorire la mafia". "Il tribunale nella sua sentenza ha censurato - ha aggiunto - il criterio della valutazione delle prove. Bisogna guardare i fatti complessivamente tenendo conto che i giudici hanno affermato nella sentenza che Lima, Sindona, i Salvo e Ciancimino erano collusi con la mafia". La Procura generale sostiene a proposito del presunto incontro tra Toto' Riina e Andreotti nell' attico di Ignazio Salvo che "non e' importante la ricerca della data in cui e' avvenuto l' incontro ma il fatto che ci sia stato". "I giudici - dice Rovello - non hanno valutato la dichiarazione del collaboratore Tony Calvaruso secondo cui Bagarella disse che 'Riina quando ha incontrato Andreotti 'avrebbe dovuto rompergli le corna'". La procura generale sottolinea che "le dichiarazioni del pentito Balduccio Di Maggio non sono smentite" e afferma l' attendibilita' del pentito. I magistrati della Procura di Palermo sostengono che "L' errore dei giudici del tribunale e' stato quello di aver processato Andreotti come se fosse un comune affiliato a Cosa nostra" e contestano la sentenza di assoluzione "che poggia essenzialmente sulla ricerca di elementi che avrebbero potuto utilizzarsi per accertare l' inserimento organico di un qualunque affiliato di basso rango dell' organizzazione". Per la procura generale, invece, si doveva tenere conto "dell'elevato ruolo politico-istituzionale del sen. Andreotti e della peculiarita' delle condotte ben diverse da quelle tipiche dell' associato 'ordinario"'. Per i magistrati che sosterranno l' accusa in appello e' necessario prendere in considerazione le forme di appoggio a Cosa nostra, "evidentemente meno appariscenti e piu' sfuggenti di quelle che rivelano la compenetrazione nel sodalizio". Inoltre "l' opera di mediazione - sostiene la Procura generale - nei confronti di Cosa nostra che necessariamente doveva essere svolta dal gruppo che ad Andreotti faceva capo e soprattutto, con modalita' ed in tempi diversi, da taluni esponenti o referenti politici come Lima, Ciancimino ed i Salvo, attivi nel rappresentare in sede politica le istanze dei mafiosi". "Con il ricorso che abbiamo presentato si e' voluto censurare - ha detto il procuratore generale Vincenzo Rovello - la sentenza del tribunale per quanto riguarda il criterio della valutazione delle prove". Per i magistrati, dunque, "Andreotti non poteva non sapere". "In quest' ottica - si legge nell' appello - avrebbe dovuto ritenersi certa la consapevolezza dell' imputato dei risvolti e delle conseguenze a favore di Cosa nostra di certi interventi, della sua notoria influenza sulle vicende politiche siciliane e dei forti legami della sua corrente con ambienti mafiosi". Ritenuti attendibili tutti i collaboratori di giustizia che hanno reso dichiarazioni nel processo di primo grado, i magistrati sottolineano che "il carattere prevalentemente indiziario di questo processo e considerata la natura dell' imputazione, si tende ad accertare l' esistenza di un 'pactum sceleris', per il quale non si puo' pretendere certamente una prova di tipo documentale".

29 luglio - Si svolge a Palermo la cerimonia di commemorazione delle vittime della strage mafiosa di via Pipitone Federico, avvenuta il 29 luglio di 17 anni fa. Nell' attentato con un' auto bomba, morirono il giudice Rocco Chinnici, capo dell' Ufficio Istruzione, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l' appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Alla cerimonia erano presenti anche i tre figli del magistrato.

29 luglio - Il procuratore generale della Repubblica di Palermo Vincenzo Rovello ha diffuso una nota in cui precisa che “non esiste ne' e' mai esistito alcun contrasto con il Procuratore della Repubblica dottor Pietro Grasso in ordine al gravame proposto autonomamente dai due Uffici avverso la sentenza, che ha assolto l' on. Andreotti, ne' tanto meno, esiste alcun contrasto con riferimento alla richiesta di applicazione della dottoressa Principato alla Dda di Palermo”. Rovello sottolinea inoltre “di non avere espresso alcun giudizio critico sul parere del CSM, tra l' altro, da lui stesso sollecitato” circa la decisione di autorizzare il procuratore aggiunto di Trapani Teresa Principato a proseguire, come Pm d' aula, le ultime fasi del processo all' ex ministro Calogero Mannino, accusato di concorso in associazione mafiosa. Nei giorni scorsi l' agenzia il Velino aveva sostenuto che la decisione sarebbe stata contestata dal Pg Rovello. Sulla vicenda e' stata anche presentata un' interrogazione al ministro della Giustizia da alcuni parlamentari del Polo. 

3 agosto - Rita Bartoli, 20 anni dopo l'uccisione del marito, il procuratore Gaetano Costa, dice che le commemorazioni saranno senza alcuna concessione ai rituali. "Gridero' forte - dice lavedova di Costa - una semplice verita': mio marito fu ucciso dalla mafia con la complicita' del Palazzo" Il programma delle commemorazioni prevede la mattina di domenica 6 agosto una messa nella chiesa di San Giovanni dei napoletani, che sara' celebrata da padre Ennio Pintacuda. Subito dopo sara' deposta una corona di fiori nel luogo dell' agguato, in via Cavour. Nel pomeriggio si terra' a Racalmuto, il "paese della ragione" di Leonardo Sciascia, una tavola rotonda con il ministro della giustizia Piero Fassino, Emanuele Macaluso, alcuni magistrati che conobbero Costa o lavorarono al suo fianco. La sera, ancora a Racalmuto, sara' rappresentata "Questa terra diventera' bellissima", un' opera del giornalista Felice Cavallaro che ha curato per la regia di Giovanni Anfuso la trasposizione teatrale di un colloquio tra la signora Costa e Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti di scorta del giudice Giovanni Falcone. Il colloquio risale al 1992, alcuni giorni dopo i funerali delle vittime. Rita Costa ha anche annunciato un suo intervento domenica in chiesa. "E sara' - conclude - il mio testamento. Diro' quello che in questi anni si e' fatto finta di non capire". La vedova del procuratore accenna amaramente alle conclusioni dell' inchiesta: l' unico imputato, Salvatore Inzerillo, accusato di essere stato il "palo" del commando e' stato assolto in primo grado e in appello. Ma anche in quel processo, celebratosi a Catania per legittima suspicione, e' emersa la condizione di ostilita' ambientale e di isolamento di Gaetano Costa che ora fa appunto dire alla vedova: "Il Palazzo e' stato complice della mafia". 

2 settembre - Carlo Alberto Dalla Chiesa, 22 anni, figlio di Nando Dalla Chiesa e nipote del generale ucciso con la moglie Emanuela Setti Carraro a Palermo il 3 settembre 1982, durante una cerimonia ufficiale di commemorazione, depone due girasoli sulla lapide che nel centro di Milano ricorda il generale. Accanto ai suoi fiori, dopo gli onori ai caduti, vicino al monumento al Carabiniere di piazza Diaz, pochi istanti prima erano state poste le corone inviate tra gli altri da Carlo Azeglio Ciampi e da Giuliano Amato. In prima fila le autorita' civili e militari e un passo piu' indietro la madre e il fratello di Emanuela Setti Carraro, Gianmaria e Maria Antonietta. "Milano non dimentichera' mai Dalla Chiesa, punto di riferimento per la legalita' e il rispetto delle regole", ha affermato il vicesindaco Riccardo De Corato, precisando che la citta' rende sempre omaggio anche a Falcone e a Borsellino proprio "perche' non svanisca nel tempo il sacrificio di coloro che hanno lottato contro la mafia". 

3 settembre – A 18 anni dall’ uccisione del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie Emmanuela Setti Carraro e all' agente di polizia Domenico Russo che li scortava, a Palermo viene celebrata una messa nella chiesa di Santa Maria di Monserrato e poi alcune corone di fiori sono deposte in via Isidoro Carini dove avvenne l' eccidio. Alla cerimonia erano presenti fra l' altro, Nando Dalla Chiesa, il prefetto Renato Profili, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando.

5 settembre – Allo svincolo per Capaci dell’ autostrada, il regista Claudio Bonivento sta girando per Raiuno “L' attentatuni” (sceneggiato da Andrea Purgatori e Jim Carrington), la ricostruzione dell' attentato mafioso a Giovanni Falcone. Il film, prodotto da Edwige Fenech, ha tra i protagonisti alcuni attori siciliani, tra i quali Gigi Burruano, che impersona il boss Leoluca Bagarella e Toni Sperandeo, nei panni di Nino Gioe'. Nella fiction, inoltre, Claudio Amendola sara' l' allora questore Gianni De Gennaro e Veronica Pivetti il commissario della Dia Luisa Pellizzari. 

5 settembre - I giudici della seconda corte di assise d' Appello di Palermo, presieduta da Ettore Criscuoli, nelle motivazioni della sentenza, depositata in agosto, con cui hanno confermato le condanne di mandanti ed esecutori mafiosi del delitto il 12 marzo 1992 dell' eurodeputato Salvo Lima, nel contesto della valutazione su una tesi difensiva, che ipotizzava un movente diverso per l' omicidio, riconducibile non all' esito sfavorevole del maxiprocesso in Cassazione, ma a una strategia mafiosa della quale hanno parlato i pentiti Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, scrivono:''L' esistenza di 'papelli' e accordi con altri poteri dello Stato per scalzare di sella quelli che stavano al potere all'epoca (circostanze queste che abbisognano di verifica processuale) tutt' al piu' rafforzano l' opinione della pericolosita’ di Cosa Nostra, capace, per raggiungere i suoi obiettivi, di intervenire sull' assetto politico del Paese, alla ricerca di 'nuovi amici' che potessero, come gia' avvenuto in passato con Lima, i Salvo e Andreotti, garantire all' associazione mafiosa 'benessere e solidita'''. L' avvocato Gioacchino Sbacchi, Presidente della camera penale palermitana e codifensore di Andreotti nel processo di Palermo concluso con l' assoluzione del senatore a vita, commenta:''Non conosco la motivazione della sentenza d' appello per il delitto Lima, mi si e' soltanto data notizia di quel passaggio e cosi' mi sembra che sia riferita un' opinione di qualche collaborante di giustizia notoriamente infidi, bugiardi e calunniatori come emerge dalla sentenza Andreotti e l' affermo proprio sulla base delle motivazioni di tale verdetto''. ''Se si pensa a un' altra chiave di lettura - ha aggiunto - intanto dico che per me e' inaccettabile e, se questa diventasse l' interpretazione, sarebbe fuori dalle regole della legalita'. Cio' tenendo conto che la storia del processo Andreotti e' a parte, che ben lo conosciamo e che si e' concluso con la piena assoluzione del senatore''.

18 settembre - Quattro membri dell’ Fbi sono interrogati a Caltanissetta nel processo per il fallito attentato al giudice Giovanni Falcone sul lungomare Addaura a Palermo il 24 giugno del 1989. Sono Paul Hays, Carmine Russo, Charles Rooney e James C. Brown citati dal pm Luca Tescaroli per riferire sulla collaborazione Usa, Svizzera e Italia su richiesta dello stesso Falcone negli anni 1980. In particolare i testi hanno parlato dei risultati delle inchieste “Big John”, “Iron tower” e “Pizza connection”, nonche' del trasferimento in Italia, nel 1988, del pentito Totuccio Contorno. Il pm ha chiesto alla Corte d' assise l' acquisizione dei verbali dei quattro agenti del Fbi e di Antony Petrucci, supervisore della Dea americana, redatti per rogatoria negli Usa alcuni mesi fa. Il processo e' in corso dalla fine del 1998.

21 settembre - Rai News 24 trasmette alle 23.07 sul canale satellitare all news "Paolo Borsellino: un'intervista smarrita". Realizzando un reportage in Sicilia per l'ottavo anniversario della strage di via D'Amelio, l' inviato di Rai News 24 Sigfrido Ranucci ha ritrovato una cassetta video contenente l'ultima intervista televisiva con il magistrato, mai trasmessa. Intervistato da due giornalisti francesi, due giorni prima della strage di Capaci, Borsellino parla dello stalliere di Arcore Vittorio Mangano, del riciclaggio del denaro della mafia, del traffico di droga, e di un'inchiesta giudiziaria a Palermo riguardante Berlusconi, Dell'Utri e Mangano. In studio a Rai News 24 e collegati da Palermo saranno, con i due giornalisti autori del programma Arcangelo Ferri e Sigfrido Ranucci, magistrati titolari di inchieste giudiziarie a Caltanissetta e a Palermo. Le ragioni dei personaggi citati da Borsellino saranno esposte dall'avvocato Enrico Trantino. 

26 settembre - Rita Borsellino, sorella del magistrato assassinato e vice presidente dell' Associazione Libera, in un' intervista alla Rai regionale prende posizione in favore del maggiore Ultimo, l' investigatore che arresto' Toto' Riina. "Impiegare un ufficiale dei carabinieri come il maggiore Ultimo in altri compiti che non sono la lotta alla mafia - afferma Rita Borsellino -  fa pensare al periodo in cui venne sciolto il pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". "Ho aderito alla petizione in cui si chiede di reintegrare l' ufficiale - aggiunge - perche' e' una persona dotata di grande personalita' e capacita' di cui c' e' bisogno per la lotta alla mafia".

27 settembre - Il responsabile dell' informazione dei Ds, Giuseppe Giulietti, ha chiesto alla Rai di trasmettere su una delle reti generaliste l' ultima intervista al giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia in un attentato, andata in onda in tarda serata e solamente sul canale satellitare Rainews24. Il presidente della Rai Roberto Zaccaria ha spiegato che la trasmissione dell' intervista rientra nell' autonomia di decisione dei direttori: "Ho ragione di pensare che oltre al direttore di Rainews24 anche altri direttori fossero a conoscenza dell' intervista ma non l' hanno ripresa e approfondita". "I direttori di testata - ha aggiunto il direttore generale Pier Luigi Celli - hanno la loro autonomia e decidono di trasmettere quel che e' giusto o meno trasmettere". 

7 ottobre - Agenti della Squadra Mobile di Roma e del commissariato Montesacro arrestano Angelo Calabria, 40 anni, originario di Ariano Irpino per il furto al caveau del Palazzo di Giustizia di Roma avvenuto nella notte tra il 16 ed il 17 luglio 1999. Calabria e' stato arrestato al confine del Brennero:aveva da poco passato a piedi la frontiera, proveniente dall'Austria, ed e' stato bloccato. Secondo una segnalazione giunta agli agenti del Commissariato Montesacro, Calabria era nella zona da tempo dividendosi tra Italia e Austria. L'uomo e' accusato di concorso nel trasporto ed occultamento del provento del reato e di avere tentato successivamente di intermediare per il reinvestimento dei beni trafugati. Inoltre, e' accusato di avere favorito il periodo di latitanza di Stefano Virgili, il "mago delle vedove" (come sono chiamate in gergo le casseforti), arrestato il 10 luglio scorso assieme ad una ventina di persone ritenute responsabili, a vario titolo, del furto sul quale indaga la procura di Perugia. 

8 ottobre - I giudici della seconda sezione della corte d' assise di Palermo, presieduta da Giuseppe Nobile, infliggono quattro ergastoli e due condanne a trent' anni di carcere per otto omicidi compiuti negli anni '80 tra i quali quello del senatore del Pri Ignazio Mineo e dell' imprenditore e presidente del Palermo Calcio Roberto Parisi. Sono condannati al carcere a vita i boss Antonino Marchese, Pietro Salerno, Giuseppe Lucchese e Francesco Mangano (latitante). Trent' anni di reclusione ciascuno per Francesco Tagliavia e Lorenzo Tinnirello. La corte ha assolto Antonino Lauricella e gli altri imputati, che sono stati condannati invece per altri delitti, dall' omicidio di Nicola Cavaliere. Ignazio Mineo ex senatore e consigliere comunale del Comune di Bagheria fu assassinato il 18 settembre del 1984; Roberto Parisi fu ucciso il 23 febbraio del 1985. A far luce su questi delitti ha contribuito il collaboratore di giustizia Emanuele Di Filippo. L' accusa era sostenuta dai pm Olga Capasso ed Egidio La Neve. Il processo ha riguardato gli omicidi e le 'lupare bianche' di Salvatore Fiorentino (24 luglio 1977), dei fratelli Domenico e Mario La Mantia (30 dicembre 1983), Filippo Ciotta (30 marzo 1985) e di Roberto D' Agostino (30 agosto 1984). Sarebbero stati tutti uccisi perche', afferma Di Filippo, avevano compiuto 'sgarri', commesso scippi e rapine senza averne informato i capi mafia del loro quartiere.

9 ottobre – A Caltanissetta, al processo per il fallito attentato dell' Addaura contro Giovanni Falcone (20 giugno 1989) il pubblico ministero Luca Tescaroli chiede alla Corte d' assise presieduta da Pietro Falcone 30 anni di reclusione ciascuno per Toto' Riina, Antonino Madonia, Salvatore Biondino, Vincenzo e Angelo Galatolo (zio e nipote), mentre per il pentito Francesco Onorato ha chiesto sette anni e nove mesi e per l' altro collaborante Giovan Battista Ferrante due anni per solo porto e detenzione illegale di esplosivo. L' inchiesta sull' attentato dell' Addaura, archiviata nel 1994, fu riaperta nel 1996 su indicazione del collaboratore Ferrante. Secondo l' accusa, "Cosa nostra" voleva uccidere Falcone e i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehman, dal 18 al 21 giugno a Palermo per indagini sul riciclaggio di denaro sporco della mafia siciliana in Svizzera. Il 20 giugno avrebbero dovuto raggiungere il loro ospite per un bagno all' Addaura, sulla riviera vicina al capoluogo siciliano. Le cosche, saputo dell' invito da un infiltrato, collocarono sulla scogliera una sacca con 58 candelotti di dinamite collegati ad un radiocomando. Quel giorno, pero', ci fu un cambimento di programma e la carica non venne azionata. Il processo riprendera' il 16 ottobre. Secondo il Pm Luca Tescaroli il tritolo contro Falcone ed i magistrati elvetici e' stato collocato sugli scogli dell' Addaura anche per fermare la collaborazione con la giustizia di Oliviero Tognoli, l' industriale bresciano che aveva indicato in Bruno Contrada l' uomo che lo avverti' dell' emmissione di un mandato di cattura consentendogli la fuga: una collaborazione sui canali segreti del riciclaggio del denaro mafioso, ha detto il Pm Luca Tescaroli, "che avrebbe potuto avere effetti devastanti per le istituzioni". Il pm ha dedicato oltre 300 pagine della sua requisitoria al movente del fallito attentato, punto di arrivo di una strategia attuata nella primavera del 1989, derivata da una saldatura tra i vertici di cosa nostra effettori deviati delle istituzioni tesa a delegittimare tutto il sistema antimafia e a colpire i collaboratori di giustizia: una strategia passata dalle lettere anonime del Corvo e dalla diffusione di una falsa notizia su un incontro, mai avvenuto, tra il pentito Tommaso Buscetta e l' allora funzionario della Criminalpol Gianni De Gennaro. In questo contesto il pm ha esaminato anche lo scontro tra il giudice Giovanni Falcone e l' alto commissariato antimafia guidato da Domenico Sica. Gli elementi sin qui raccolti, ha detto Tescaroli, sono il punto di partenza per ulteriori investigazioni finalizzate a chiarire le convergenze di interesse tra cosa nostra e altri soggetti non ancora identificati. In questo quadro il pm ha chiesto la trasmissione al suo ufficio, per procedere per falsa testimonianza, della deposizione di Franco Gianoni, legale di Tognoli, e delle testimonianze del maresciallo dei carabinieri Francesco Tumino, l' artificiere che intervenne all' Addaura, e degli ufficiali Mario Mori, Emanuele Garelli, e Giuseppe Finelli e dei sottufficiali Cuoco e Fagiano che hanno ricostruito davanti ai giudici le fasi, tutt' ora non chiare, dell' intervento di Tumino, chiamato a disinnescare l' ordigno. 

9 ottobre – Per il 20 ottobre e’ annunciata una nuova presentazione del libro “Perche’ fu ucciso Giovanni Falcone” di Luca Tescaroli, sostituto procuratore di Caltanissetta. La presentazione e’ in programma a Mestre nella sala Santa Maria delle Grazie, in via Poerio 32, ed e’ prevista la presenza, tra gli altri, di Tescaroli, del direttore del Dap Giancarlo Caselli, del sindaco di Venezia Paolo Costa e del prosindaco Gianfranco Bettin, dell’ on. Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto.

10 ottobre - Bruno Contrada, commentando la requisitoria del pm Luca Tescaroli, ieri a Caltanissetta nel processo per il fallito attentato dell' Addaura a Giovanni Falcone, dichiara:"Se il pm Tescaroli ha elementi a mio carico per le stragi mi faccia arrestare perche' si tratta di delitti di gravita' immensa. Se non li ha taccia". Contrada ha annunciato che presentera' una denuncia contro il pm nisseno perche' "si sono superati i limiti". "Il giudice istruttore svizzero Lehmann - dice Contrada - che era con Falcone il giorno in cui fu scoperto l' ordigno all' Addaura, proprio al pm Tescaroli, il 30 maggio scorso, disse che gia' gli era stato chiesto se Tognoli gli avesse fatto il mio nome. Il giudice rispose di no". "Lehmann - aggiunge - disse:'Tognoli mi aveva detto un altro nome mi sembra fosse Cosimo Di Paola. Il nome di Contrada mi fu fatto dalla Del Ponte o da Falcone, piu' probabile da Falcone'. Stessa cosa ha detto l' avv. Franco Giannoni avvocato di Tognoli".

11 ottobre – In un’ intervista a “La Stampa” Bruno Contrada ripate:"Secondo il pm Tescaroli, sarei io il mandante delel stragi. Se davvero ho concorso nel determinare l'attentato dell'Addaura, le stragi di Capaci e di via D'Amelio, che mi arresti. Ma se non ha elementi di prova contro di me, che taccia". "Il giorno in cui fu ucciso Borsellino - precisa l'ex dirigente del Sisde - mi trovavo in mare, su una barca, come hanno confermato 11 testimoni, e tra questi due ufficiali dei carabinieri". Secondo Tescaroli, Contrada avrebbe attentato alla vita di Falcone e Dal Ponte per sopprimere gli unici testimoni delle accuse a lui rivolte da Oliviero Tognoli. "Ma Tescaroli non ha pensato che avrei potuto eliminare direttamente Tognoli? - replica Contrada che definisce la storia "delirante". "Non voglio paraler di complotto o macchinazione, - conclude -  ma di una situazione per cui io sono stato indicato come mostro". 

11 ottobre - I giudici della seconda sezione della corte d' assise di Palermo accolgono la richiesta degli imputati dell' omicidio del collaboratore del Sisde Emanuele Piazza per un processo con il rito abbreviato. Gli imputati sono Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo “il lungo” e un suo omonimo soprannominato “il corto”, Antonino e Vincenzo Troia, Simone Scalici, Salvatore Graziano, oltre ai “pentiti” Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante. Piazza, 30 anni, ex poliziotto, nel marzo del 1990, secondo i pentiti, sarebbe stato sequestrato e ucciso perche' era impegnato nella caccia ai boss latitanti. Per il 16 dicembre e' stata fissata la data di inizio della requisitoria del pm Nino Di Matteo che sostiene l' accusa.

20 ottobre - In un'inchiesta condotta dalla procura di Napoli e guidata dal procuratore Agostino Cordova su "gruppi massonici occulti internazionali in grado di condizionare la politica italiana" e' emessa un' ordinanza di custodia agli arresti domiciliari nei confronti di Nicola e Salvatore Spinello. Oltre a notificare i due provvedimenti restrittivi con l'accusa di "costituzione, promozione e organizzazione di logge massoniche occulte e deviate", la Dia ha eseguito perquisizioni in tutta Italia e in particolare, oltre che a Napoli, a Roma, Bari, Reggio Calabria, Firenze e Catania. I due arrestati sarebbero stati "al vertice di gruppi massonici occulti e deviati operanti a livello nazionale e internazionale", collegati "con settori della camorra e Cosa Nostra". Tra le cose di cui l' organizzazione si sarebbe occupata "un progetto finalizzato alla rimozione del giudice Falcone dall' incarico alla procura di Palermo", la "conoscenza della dinamica della strage di Ustica", i collegamenti con camorra, mafia, politica e finanza "per condizionare la vita politica italiana" e infine "un piano criminoso, rimasto nella fase puramente ideativa", per un attentato a Umberto Bossi. Il loro obiettivo, secondo l'accusa, era quello di "condizionare e influenzare la vita politica italiana, con pressioni su singoli esponenti politici, talvolta consapevoli, talaltra inconsapevoli - precisa l'accusa - nel contesto di un programma secondo cui per arrivare al grande gioco politico non sarebbe necessario diventare parlamentare ma pilotare i parlamentari". Tuttavia, grazie "al grande credito - scrive l'accusa - di cui godevano in ambienti politici nazionali, nei gruppi finanziari e nella pubblica amministrazione, gli Spinello erano in grado di orientarne le attivita' nel senso da loro voluto". Da intercettazioni telefoniche eseguite, e riscontrate dalle ammissioni di un pentito di mafia che secondo indiscrezioni sarebbe Angelo Siino, sarebbe emerso che Salvatore e Nicola Spinello "operando in stretto collegamento con esponenti della camorra si sono adoperati per far eleggere in Parlamento un esponente politico a loro collegato con vincolo massonico occulto". Si tratterebbe di un senatore eletto a Napoli nelle liste della Dc nel 1987, la cui campagna elettorale sarebbe stata "finanziata con somme a lui direttamente consegnate da un esponente apicale della mafia siciliana oggi collaboratore di giustizia". Inoltre, sottolinea sempre l'accusa "gli indagati facevano frequente riferimento a costrizioni provenienti da oltre oceano per incidere sugli equilibri della politica italiana". Al momento, secondo quanto risulta, nessuno dei singoli episodi ricostruiti dall'accusa - oltre la presunta appartenenza degli Spinello a logge massoniche deviate - e' oggetto di contestazione. Neppure il presunto progetto di attentato al senatore Umberto Bossi, che risalirebbe al 1994, in quanto - come specificato dalla stessa procura - "e' rimasto nella fase puramente ideativa".

20 ottobre - I difensori degli imputati del processo "Borsellino bis", che si svolge davanti ai giudici della Corte d' assise d'appello di Caltanissetta presieduta da Rosario Luzio, chiedono la riapertura del dibattimento. Gli avvocati hanno motivato la richiesta sostenendo che nella sentenza di primo grado ci sono diversi "vuoti di logica e di prova". Per chiarire i tanti 'punti oscuri' del processo hanno chiesto di sentire i poliziotti del "gruppo investigativo Falcone-Borsellino", che si e' occupato delle indagini sulle stragi del 1992. In particolare sono stati citati gli ufficiali addetti alla custodia del pentito Scarantino. I difensori chiedono di conoscere i momenti in cui il collaboratore avrebbe voluto uscire dal programma di protezione ed essere arrestato, cosi' come aveva detto in aula due anni fa a Como nel corso del processo di primo grado, ma non e' stato mai "accontentato", ed inoltre i due agenti, sostengono i legali, che prima dei dibattimenti gli avrebbero impartito lezioni, e cioe' quello che doveva dire ai giudici. Una perizia e' stata chiesta su una bobina di interrogatorio, registrata in fase istruttoria, in cui mancherebbero, secondo la difesa, venti minuti di registrazione ed inoltre la citazione in aula del pentito Angelo Siino. Gli avvocati hanno chiesto inoltre di produrre i filmati girati subito dopo la strage da una televisione privata in cui si nota che il luogo non era stato recintato, cosi' come sostiene l' accusa, e che il blocco motore dell' auto in cui era stato piazzato l' esplosivo poteva non trovarsi nel posto indicato dalla polizia. Per questi motivi e' stato chiesto alla corte di acquisire anche i filmati girati dai vigili del fuoco che sono stati i primi ad arrivare in via D' Amelio. Prima della conclusione dell' udienza il boss Giuseppe Graviano, ha ricusato il presidente della Corte Rosario Luzio perche' lo aveva gia' giudicato in un altro processo che si era svolto a Palermo. I giudici hanno preso atto della richiesta ed hanno inviato il fascicolo alla corte d' appello che dovra' decidere sull' ammissibilita' ed il merito della richiesta. Il dibattimento e' stato rinviato all' 8 novembre.

20 ottobre - I giudici della seconda sezione della corte d' assise accolgono la richiesta di rito alternativo avanzata da Antonino Madonia, Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese e Vincenzo Galatolo, imputati dell’ uccisione del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, che saranno giudicati con il rito abbreviato. Con loro sono imputati i due pentiti che li accusano e che hanno confessato la propria partecipazione al delitto: Calogero Ganci, figlio di Raffaele, e Francesco Paolo Anzelmo, suo cugino, anche loro saranno giudicati con l' abbreviato. Parte civile nel processo sono i familiari di Emanuela Setti Carraro e quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa, e la Provincia di Palermo. Componenti della commissione mafiosa di Cosa Nostra, ritenuti i mandanti, sono stati gia' condannati all' ergastolo nel maxiprocesso. Le prossime udienze sono previste per il 24 e 25 novembre, quando sara' sentito a Milano il pentito Anzelmo.

23 ottobre – Comincia il processo d' assise d' appello, che si tiene a Firenze nell' aula bunker dell' ex carcere femminile di Santa Verdiana, per le stragi con autobombe del 1993. Tutti i boss mafiosi, da Toto' Riina a Giuseppe Graviano, condannati all' ergastolo, in teleconferenza, hanno chiesto di poter usufruire del rito abbreviato che consentirebbe loro di trasformare l' ergastolo in trenta anni di reclusione. La Corte d' assise, presieduta da Arturo Cindolo, dopo la costituzione delle parti e l' ammissione delle riprese televisive del processo, si e' limitata soltanto ad accogliere la richiesta del pg Gaetano Ruello per la riunificazione dei due dibattimenti: quello chiuso il 6 giugno 1998 con 14 condanne all' ergastolo, tra cui Leoluca Bagarella, Filippo Graviano e i latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, e il secondo chiuso il 21 gennaio scorso con la condanna, sempre all' ergastolo, di Toto' Riina e di Giuseppe Graviano. Luca Cianferoni, difensore di Riina, si era opposto alla riunificazione, mentre Marco Rocchi, legale di Cristoforo Cannella, aveva chiesto i termini a difesa, poi non concessi dalla Corte. Giangualberto Pepi, legale di Graviano, si era detto disponibile anche alla riunificazione dei due procedimenti, purche' fosse concessa anche la riapertura parziale del dibattimento per poter chiedere cosi' il rito abbreviato. Contro la legge che consente di poter far richiesta di rito abbreviato anche ai condannati per le stragi mafiose, protestano i familiari delle vittime riuniti in associazione. A loro si sono uniti anche il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e l' on. Valdo Spini, che hanno sollecitato una norma per evitare l' abbreviato per delitti di strage.

23 ottobre – Il senatore a vita Francesco Cossiga depone nell'aula della seconda sezione del Tribunale di Palermo nel processo all'ex ministro dc Calogero Mannino e dice ai giornalisti:”Mannino? Ho sempre provato per lui simpatia personale e vicinanza politica. Probabilmente e' stato vittima di una cultura giudiziaria dell'emergenza che ha dato ampio spazio ai pentiti ed ha messo in difficolta' anche i magistrati”. “Non ho difeso Mannino – ha precisato l'ex capo dello Stato - ho testimoniato. Se poi le mie parole saranno usate per la difesa di Mannino ne sono lieto”. Per circa tre quarti d'ora Cossiga ha offerto ai giudici l'immagine di un ministro antimafioso, amico personale e sostenitore di Giovanni Falcone ('me lo porto' lui al Quirinale'), protagonista dell' elaborazione della legislazione antimafia. “C'e' stata contiguita' tra mafia e classe politica siciliana - ha esordito Cossiga - potrei fare i nomi di padri della Patria. Nessuna forza politica e' stata risparmiata. Nei confronti della mafia i politici in Sicilia si dividono in tre categorie: silenziosi, tiepidi e attivi. Ecco, Mannino era certamente attivo, quando lo hanno incriminato non ho provato solo dolore ma anche meraviglia: sono andato anche in carcere a trovarlo. Mannino era schierato sulla linea piu' intransigente di contrasto a Cosa Nostra – ha proseguito l'ex presidente della Repubblica - venne inviato in Sicilia come commissario per depurare le liste della Dc. Aveva dubbi ad accettare, ma fu convinto da una telefonata di Giovanni Falcone. E fu Mannino a raccomandarmi Falcone come direttore generale, anche grazie a lui si arrivo' alla legge Mancino-Violante. Poi l'uccisione di Lima sembro' l'inizio di un regolamento di conti della mafia contro la classe politica e determino' un turbamento: io venni in Sicilia a rassicurare la gente e gli esponenti politici”. L'ultima battuta e' graffiante: quando il pm Teresa Principato gli ricorda che alcuni uomini vicini a Mannino sono stati poi accusati di associazione mafiosa o sono stati scelti nonostante parentele con uomini d'onore, Cossiga ha risposto: “Anche accanto Piersanti Mattarella, sul quale non si poteva dir nulla, vi sono state persone sulle quali si poteva dir molto”. L' ex presidente della commissione giustizia della Camera Giuseppe Gargani, all'epoca deputato della Dc ed oggi eurodeputato di Forza Italia afferma invece che “L'anonimo contro magistrati ed esponenti dell'antimafia che circolo' in Italia nel 1992, l' anno delle stragi, fu redatto dai carabinieri. A noi lo disse Luciano Violante” citando tra i testimoni che assistettero alla confidenza anche l'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi. Gargani ha ripercorso tutte le tappe della stagione antimafia dall'inizio degli anni '80 ed ha indicato l'ex ministro Mannino, citato nello scritto anonimo tra i collusi, come uno dei politici siciliani piu' attivamente impegnati nella lotta a Cosa Nostra. Gargani ha anche affermato a sorpresa che il giudice Giovanni Falcone nutriva dubbi sull'articolo 416 bis, quello che definisce l'associazione a delinquere di stampo mafioso. “Falcone - ha detto Gargani - era perplesso sull'utilita' dell'articolo 416 bis. Lo considerava una nebulosa dentro cui era difficile riferire il reato alla persona”. Il pm Teresa Principato ha accolto 'con sorpresa” la rivelazione. Nel pomeriggio testimonia anche l' ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti.

24 ottobre - L' on. Elio Veltri, in una lettera al presidente della commissione antimafia Giuseppe Lumia, chiede che la commisione acquisisca “il rapporto della banca d' Italia sull' arricchimento di Silvio Berlusconi”. “Si chiede - si legge in una nota dello stesso parlamentare - il rapporto con relativi allegati, scritti dal dr. Francesco Giuffrida, funzionario della Banca d' Italia, su richiesta della procura della repubblica di Palermo, riguardante i 'flussi finanziari della societa' denominata Holding Italiana 1-22' dell' on. Silvio Berlusconi dalle quali e' nata la Fininvest. Si chiede anche la corrispondenza intercorsa tra la procura di Palermo e la Banca d' Italia”. Veltri chiede poi che la commissione “richieda la cassetta contenente una intervista di Paolo Borsellino, rilasciata ad una emittente estera pochi giorni di essere assassinato. Nell' intervista, trasmessa il 21 settembre scorso su RaiNews - ricorda Veltri - il magistrato assassinato fa i nomi di Mangano, lo stalliere di Arcore trafficante internazionale di stupefacenti, di Berlusconi e di Dell' Utri”.

24 ottobre - Il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna fa notare che “Il rito abbreviato e' previsto attualmente dalla legge solo se ci sara' la riapertura del dibattimento. Quindi e' questo il problema che la Corte d' assise dovra' risolvere preliminarmente. E' da tener presente pero' che nel nostro codice penale esiste una norma in base alla quale se una persona e' condannata due o piu' volte a 24 anni di reclusione questa si trasforma in ergastolo”. E per Vigna poiche' “questi delinquenti, per fortuna o sfortuna, hanno spesso piu' condanne a 24 anni, ne consegue l' ergastolo”.

27 ottobre - Cinque condanne e due assoluzioni nel processo per il fallito attentato sul lungomare di Palermo dell' Addaura al giudice Giovanni Falcone il 20 luglio del 1989. La sentenza e' stata emessa dalla Corte d'Assise di Caltanissetta presieduta da Pietro Falcone. Sono stati condannati a 26 anni di reclusione ciascuno Salvatore Riina, Salvatore Biondino, e Antonino Madonia; a dieci anni il pentito Francesco Onorato e a tre anni l'altro collaborante Giovanbattista Ferrante. Sono stati assolti Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote. Tutti erano accusati di associazione mafiosa e tentativo di strage ad eccezione di Ferrante processato per porto e detenzione abusivi di esplosivo. La Corte d'assise ha inoltre condannato Riina, Biondino, Madonia, Onorato e Ferrante al risarcimento dei danni in favore delle parti civili: Maria Falcone, Anna Falcone, Carla Del Ponte, Comune di Palermo, Provincia regionale di Palermo, Presidenza del Consiglio dei ministri, Ministero di Giustizia, Ministero dell' Interno, Regione siciliana, da liquidare in separato giudizio. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese di costituzione di parte civile: 25 milioni 842 mila lire. E' stata rigettata la richiesta di provvisionale avanzata nell' interesse del Comune e della Provincia di Palermo. La Corte ha concesso la liberta' vigilata per tre anni a Riina, Biondino, Madonia e Onorato, che naturalmente non usciranno dal carcere per le precedenti condanne. La sentenza sara' depositata tra 90 giorni.

30 ottobre - Luca Tescaroli annuncia a Rainews che lascia la procura della repubblica di Caltanissetta, dove, da pubblico ministero, ha coordinato le indagini sui mandanti esterni alle stragi di mafia del 1992 e del 1993. “Ho lavorato per molti anni in quest' ufficio - ha detto a Rainews Tescaroli, che era applicato alla procura nissena – ed in questo momento ho deciso di sospendere l' attivita' perche' ho ritenuto non vi fossero piu' le condizioni per proseguire”. Tescaroli non ha spiegato a quali condizioni si riferisse: “preferisco non fornire indicazioni sulle ragioni della scelta. Sono diverse, il dato di fatto e' questo. V' e' da dire che occore lavorare, e spero che altri proseguiranno nella mia attivita’”. Tescaroli, che era a Caltanissetta da circa otto anni, ha anche dichiarato al Tg3 che “quando l' accertamento della verita' interagisce con il potere, il sistema processuale attuale non e' il piu' adatto a doisvelare queste verita’”. In ambienti della Procura a Caltanissetta in serata e' stato detto che era stato chiesto al magistrato di rimanere e che lui aveva fatto presente che problemi familiari sollecitavano il suo trasferimento a Roma. E' stato anche rilevato che Luca Tescaroli nella Procura nissena ha sempre svolto in piena autonomia il suo lavoro. 

2 novembre - Gaetano Badalamenti, deponendo in videoconferenza dagli Usa nel processo che lo vede imputato come mandante dell' omicidio del militante di Democrazia Proletaria Giuseppe Impastato, ucciso a Cinisi il 9 maggio 1978, dice:“Peppino Impastato era un mio amico, cosi' come tutta la sua famiglia”. In apertura del dibattimento, l' imputato ha chiesto di fare spontanee dichiarazioni: “Nel 1995 - ha detto - sono stato interrogato dal dottore Caselli, che era insieme con il dottore Lo Forte. In quell' occasione ho consegnato un documento (che il boss ha mostrato alla telecamera) rilasciato dal dipartimento di giustizia americano, in cui si attesta che sono stato una persona che ha tenuto la Sicilia fuori dal traffico di droga. Se Impastato denunciava i traffici di droga, ritengo che eravano sullo stesso binario”. Badalamenti ha poi aggiunto: “Non mi risulta che Impastato abbia mai fatto il mio nome, se mi indicava come Tano seduto non mi sembra un nome offensivo. Ritengo invece che lui ce l' aveva con chi era alla guida dell' amministrazione comunale e non con me”. Il boss ha infine precisato che Luigi Impastato, padre di Peppino “non si interessava di politica” ed era “un buon padre di famiglia che soffriva perche' il figlio non studiava e non lavorava, mentre il fratello minore di Peppino, Giovanni, che vedo in aula, era volonteroso”.
 “Badalamenti? Ricordo che nella scorsa udienza puntai il dito verso il monitor dicendogli: Peppino ti ha ridotto ad una mezza pugnetta di paese”. Cosi' Giovanni Impastato, fratello di Peppino, commenta le parole del boss che oggi in videoconferenza lo ha definito un giovane “volonteroso”. “E' vero - ha detto parlando con i giornalisti - mio padre era amico di Badalamenti, lo sapevano tutti. Ma ne’ io, ne Peppino avevamo alcun rapporto con lui”. In apertura del dibattimento il difensore di Badalamenti, Paolo Gullo ha chiesto di acquisire le interviste al collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e all' eurodeputato Giuseppe Di Lello, mandate in onda la scorsa settimana da Rai 3 nella trasmissione “Primo piano” che, con un collegamento da casa Impastato del giornalista Giuseppe Crapanzano, si e' occupata del caso di Peppino Impastato. Di Carlo ha affermato che “gli Impastato valevano quanto i Badalamenti” e per il difensore l' omicidio potrebbe rientrare in una guerra di mafia. Il pm si e' opposto alle richieste, ed ha ricordato che Di Carlo e' gia' inserito nella lista testi, mentre Di Lello nel periodo in cui e' avvenuto l' omicidio era giudice istruttore. Nel corso del dibattimento sono stati sentiti alcuni amici di Impastato che hanno ricostruito l' attivita' politica e culturale del gruppo a Cinisi.

7 novembre - Giuseppe Giuga e Calogero Pulci, presunti affiliati alle cosche del nisseni, sono accusati dai pm di Catania di calunnia nei confronti dell' ex funzionario del Sisde Bruno Contrada (in attesa delle sentenza d' appello nel processo in cui e' imputato di associazione mafiosa, accusa per cui in primo grado e' stato condannato a dieci anni di reclusione). Il procuratore Mario Busacca ha notificato ai due indagati la chiusura delle indagini. Due anni fa Giuga, su suggerimento di Pulci, aveva cominciato a collaborare con la giustizia, inventando accuse nei confronti di mafiosi, poliziotti e magistrati. Il piano fu in seguito scoperto dai pm di Caltanissetta e Giuga confesso' che le proprie dichiarazioni erano frutto di suggerimenti fatti in carcere da Pulci, ex imprenditore edile, ex consigliere comunale Pli ed ex assessore ai lavori pubblici di Sommatino. Gli investigatori indicano Pulci come uno dei boss delle cosche mafiose locali. L' uomo, in carcere da diversi anni, da alcuni mesi avrebbe cominciato a collaborare con i magistrati di Caltanissetta e Palermo. Adesso il procuratore di Catania Mario Busacca ha chiuso le indagini su Pulci e Giuga per calunnia nei confronti di Contrada. Giuga lo aveva indicato in due verbali redatti a Catania nel novembre '98 e nell' aprile '99, come il complice della fuga, nel '91, del boss latitante Nitto Santapaola, avvertendolo che una telefonata anonima di una donna al numero verde dell' alto commissariato per la lotta alla mafia ne aveva indicato il nascondiglio. Bruno Contrada, secondo l' ex pentito, avrebbe poi consegnato ai mafiosi la bobina con la registrazione della voce della donna perche' fosse "punita". Nel settembre successivo, pero', Giuga ritratto' ogni accusa, indicando in Calogero Pulci il suo suggeritore: "mi spiego' che se non accusavo persone importanti non sarei stato un pentito di serie A - ha sostenuto Giuga - e siccome non sapevo chi accusare mi indico' i nomi di Contrada e del presidente Carnevale". Giuga, infatti, ha accusato l' ex presidente della prima sezione della Cassazione di avere aggiustato un processo in cambio di 400 milioni di lire. L' ex funzionario del Sisde a marzo ha denunciato per calunnia i due presunti mafiosi. La difesa di Contrada nei mesi scorsi ha ottenuto che tutti i verbali fossero acquisiti agli atti del processo di seconda istanza per associazione mafiosa dove il pg ha chiesto la condanna per l' ex funzionario ad 11 anni di carcere. I deputati di An Enzo Fragala' e Alberto Simeone commentano:"Il rinvio a giudizio per calunnia di due pentiti che hanno accusato Contrada di aver favorito i boss mafiosi mette a dura prova la credibilita' dell' impianto accusatorio del processo contro Contrada. La cosa piu' grave e' che la legge di riforma sui collaboratori di giustizia rischia di non essere approvata per questa legislatura vista la distrazione del governo su questo argomento. Rimaniamo sgomenti all' idea che il servizio centrale di protezione possa continuare a gestire senza alcuna trasparenza i pentiti e cambiare ben tre direttori in pochi mesi. Denunciamo, infatti, l' esistenza di una lobby ministeriale giudiziaria che da tempo esercita indebite pressioni sul parlamento impedendo di fatto la riforma della legge sui pentiti che tutti a parole dicono di volere. E' l' attuale sistema di gestione dei pentiti, infatti, che si e' trasformato in una fabbrica di calunnie nei confronti dei cittadini ed imputati piu' o meno eccellenti, nel momento in cui l' aspirante pentito si vede quasi costretto ad alzare il tiro delle accuse per aumentare il livello di impunita'".

8 novembre – Con 97 voti su 237 votanti e 305 aventi diritto il film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, leone d'oro a Venezia per la sceneggiatura di Claudio Fava e’ scelto per rappresentare l’ Italia agli Oscar. Il film racconta una storia di mafia, quella dell'uccisione di Peppino Impastato, ragazzo siciliano che alla fine degli anni '70, denunciava da una radio privata le malefatte del boss Badalamenti. Oltre tre miliardi d'incassi nelle sale italiane in due mesi, venduto gia' in molti paesi esteri, il film e' indicato, assieme al 'Placido Rizzotto' di Scimeca, come il ritorno all'impegno sociale del cinema italiano. Applaudito, oltre che da pubblico e critica, dal presidente della commissione parlamentare antimafia al ministro della pubblica istruzione, 'I cento passi' ha avuto un nemico nella famiglia Modugno: gli eredi dell'interprete di Volare, hanno chiesto alla magistratura romana di ritirarlo dalle sal