Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2001 (dove non e' citata un' altra fonte, la notizia e' tratta dall' agenzia Ansa) |
6 gennaio - Nella chiesa di santa Lucia a Palermo si celebra la messa in suffragio di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione e membro della direzione della DC ucciso dalla mafia 21 anni fa. Don Paolo Turturro, il parroco che ha celebrato il rito, nell' omelia ha affermato che la mafia e' tutt' altro che sconfitta e che non bisogna rallentare l' impegno per la legalita'. La cerimonia religiosa e' stata preceduta in via Liberta' dalla deposizione di fiori nel luogo dell' agguato, con l' intervento di autorita'. Una corona e' stata posata a nome della citta' dal commissario straordinario del Comune Guglielmo Serio. Fra i presenti anche il procuratore della Repubblica Pietro Grasso che la mattina del 6 gennaio 1980, subito dopo il delitto, coordino' le indagini.8 gennaio - Il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, accusato di avere ordinato l' omicidio del parroco Pino Puglisi, ricusa per la seconda volta il presidente della corte d' assise Innocenzo La Mantia davanti al quale si svolge il processo per l' uccisione del sacerdote. L' imputato aveva gia' avanzato la proposta in novembre sostenendo una presunta inimicizia del magistrato nei suoi confronti. Adesso Graviano sostiene che La Mantia si e' gia' espresso sulla sua appartenenza alla commissione di Cosa Nostra, che decide gli omicidi eccellenti. E tra questi rientra anche quello del parroco di Brancaccio. In questo modo, in sostanza, La Mantia avrebbe anticipato il proprio giudizio. L' istanza di ricusazione avanzata nei mesi scorsi era stata respinta. La seconda sara' discussa dalla Corte d' appello il 31 gennaio.
8 gennaio - Commemorato a Palermo, nell' aula consiliare di Palazzo delle Aquile, il giornalista Beppe Alfano, corrispondente di “La Sicilia”, assassinato il 5 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Al dibattito, moderato dall' inviato del Corriere della Sera, Felice Cavallaro, hanno preso parte l' eurodeputato di An Nello Musumeci, presidente della provincia di Catania, che era amico di Alfano, ed il vice presidente della Commissione antimafia Nichi Vendola (Prc). Erano presenti la moglie di Alfano ed i due figli, oltre che a numerosi giornalisti e politici. “Non ho alcun imbarazzo a ricordare la figura di Beppe Alfano - ha detto Vendola - l'imbarazzo e' che siamo a Palermo e non a Barcellona Pozzo di Gotto, dove questa manifestazione sarebbe considerata una vera provocazione dall' intera classe politica”. Vendola si e' detto “pessimista” perche' c' e' “un diffuso interesse da una parte e dall' altra a non parlare piu' della mafia”. Il vice presidente dell' antimafia ha aggiunto che Beppe Alfano “rappresentava una eccezione” ed ha sostenuto che “in Sicilia ci sono potentati giornalistici che in qualche caso rappresentano una stampella del potere mafioso”. Vendola ha poi citato il contesto in cui Alfano si trovava ad operare a Barcellona, da lui definita “una retrovia fondamentale di Cosa nostra”, ricordando collusioni fra magistratura e boss mafiosi e citando l' esempio dei depistaggi sull' inchiesta per l' uccisione di Graziella Campagna, una diciassettenne assassinata per sbaglio da due boss allora latitanti. Il parlamentare di Rifondazione comunista infine ha affermato che numerosi studi legali della Puglia, sua regione di origine, “sono stati contattati da personaggi siciliani, intenzionati a scrivere un libro bianco contro di me. Quello che gli da piu' fastidio - ha concluso - non sono tanto le cose che dico, ma lo sberleffo”.
9 gennaio - I sostituti procuratori Giuseppe Fici e Laura Vaccaro chiedono la condanna a 30 anni di reclusione per gli otto boss mafiosi accusati dell' omicidio del giornalista Mario Francese, assassinato a Palermo il 26 gennaio 1979. Gli imputati avevano chiesto ed ottenuto di essere giudicati con il rito abbreviato. Secondo la procura, mandanti dell' agguato furono i componenti della "commissione" di Cosa nostra Salvatore Riina, Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco e Giuseppe Calo'. "La cupola mafiosa - ha detto in aula il pm Fici, ribadendo la validita' del cosiddetto teorema Buscetta - non poteva non sapere. Come tutti gli omicidi eccellenti anche quello di Francese fu deliberato dai capimafia". Se a volere l' assassinio furono i vertici di Cosa nostra al completo, ad eliminare materialmente il giornalista - per l' accusa - sarebbero stati Leoluca Bagarella, cognato di Riina e Giuseppe Madonia. Per Matteo Motisi, capo mandamento del quartiere palermitano Pagliarelli, i pm hanno invece chiesto l' assoluzione. All' epoca dell' omicidio il boss non sarebbe stato alla guida della famiglia mafiosa, non ancora costituita, e quindi non avrebbe partecipato alla deliberazione dell' agguato.
11 gennaio - Negli atti della commissione Antimafia sul caso Impastato i magistrati potrebbero individuare notizie di reato che riguardano uomini dello Stato. Ne e' convinto il presidente, Beppe Lumia, che a Cinisi ha consegnato la relazione al consiglio comunale in seduta straordinaria per discutere sull' uccisone di Peppino Impastato, il militante di DP, trovato morto l' 8 maggio '78 lungo la strada ferrata Palermo-Trapani all' altezza di Cinisi. E' la prima volta che il consiglio comunale di questo paese, che per anni e' stato il regno del boss Gaetano Badalamenti, si riunisce per affrontare il caso Impastato. "La nostra relazione - ha detto Lumia - e' stata inviata anche alla Procura: e' suo il compito di verificare se vi sono le condizioni per intervenire su quegli uomini delle istituzioni che secondo noi non hanno fatto bene il proprio lavoro. C' e' un processo in corso, i nostri documenti sono a disposizione dei giudici: e' importante che accanto alla verita' d' inchiesta della commissione ci sia una verita' giudiziaria". Lumia ha aggiunto che "la Commissione fa una lettura sul boss Badalamenti, sulla magistratura che ha avuto grossissime responsabilita' e su alcuni uomini dell' Arma dei carabinieri dando un giudizio severo sul lavoro che svolsero e spiegando i rapporti che c' erano allora tra istituzioni e mafia". Per Lumia "Impastato capi' per primo la pericolosita' della mafia che ruotava attorno a Badalamenti ed e' grave non solo che lo Stato non capi' ma che alcuni suoi settori depistarono". A Cinisi sono giunti anche il vicepresidente dell' Antimafia Nichi Vendola, i senatori Michele Figurelli, Giovanni Russo Spena e il deputato Carmelo Carrara. Al consiglio comunale hanno partecipato anche Felicia Bartolotta e Giovanni Impastato, la madre e il fratello di Peppino. "Questo evento - ha detto Giovanni Impastato - e' importantissimo perche' mai come in questo periodo la memoria storica assume un enorme valore. A 23 anni dalla morte di mio fratello finalmente il consiglio comunale si riunisce in seduta straordinaria: un fatto importantissimo, un impegno di civilta' e democrazia". "Per la prima volta - ha aggiunto - nella storia d' Italia la Commissione antimafia ha messo in evidenza che in una vicenda come quella di Impastato ci sono stati depistaggi. Un segnale che andrebbe seguito anche per tante altre vicende oscure avvenute in Italia". Per il sindaco di Cinisi Salvo Mangiapane "il paese riceve dallo Stato l' ammissione dell' errore compiuto per tanti anni". "Cinisi - ha aggiunto - si attende dal processo che sia fatta verita' soprattutto per i giovani che, anche grazie al film 'I cento passi' hanno conosciuto e apprezzato la figura di Peppino Impastato". Con una punta polemica, Giovanni Impastato, fratello del militante di Dp ucciso l' 8 maggio 1978, di fronte al consiglio comunale riunito in seduta straordinaria per ricevere la relazione della commissione antimafia sul caso Impastato e a tanti cittadini e amici di Peppino, dice: "Credo che questo consiglio comunale avrebbe dovuto riunirsi 22 anni fa, un anno dopo la morte di Peppino. Abbiamo dovuto aspettare 23 anni per questa riunione. Un anno dopo la morte di mio fratello organizzammo la prima manifestazione antimafia d' Italia ma il consiglio non si riuni"'. "Qualcuno - ha proseguito ha impedito a Peppino di sedere in questo consiglio: ricordo che dopo la sua morte venne eletto". "Ringrazio - ha concluso - la commissione per il lavoro che ha svolto. Anche se Badalamenti dovesse essere assolto voi avete scritto una pagina importante. Nessuno potra' dire che Peppino era un terrorista: era un uomo impegnato nella lotta alla mafia che aveva scoperto i collegamenti tra politica e mafia, che ha operato una rottura non solo nell' ambiente in cui viveva ma nella sua stessa famiglia che era mafiosa".
13 gennaio - Il Ministero dei Lavori Pubblici e l' Anas, "al fine di onorare e commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta", hanno deliberato la realizzazione di un opera alla loro memoria nel luogo in cui furono uccisi dalla mafia a Capaci sull' autostrada Palermo-Punta Raisi. Ad indicare il luogo della stage del 23 maggio 1992 per ora c' e' soltanto un tratto di vernice rossa sul guard rail. Il Ministero dei Lavori Pubblici e l' Anas istituiranno un premio riservato agli studenti del 3/o, 4/o e 5/o anno delle facolta' di Architettura delle Universita' siciliane, e presenteranno progetti per la realizzazione del monumento.
15 gennaio - La Corte d' assise d' appello di Caltanissetta, presieduta da Rosario Luzio, conferma in appello l' ergastolo a Salvatore Riina e Salvatore Pillera, reggente dell' omonimo clan catanese, per il duplice omicidio di Giuseppe Di Fede e Carlo Napolitano, ritenuti guardaspalle del boss di Riesi Giuseppe Di Cristina uccisi il 21 novembre del 1977. I due sono stati condannati Condannati anche per l' uccisione di Francesco Madonia, padre del boss della provincia nissena Giuseppe. Per il delitto Madonia e' stata invece confermata l' assoluzione del gioielliere di Riesi, Gaetano Di Bilio. In primo grado furono condannati al carcere a vita anche Bernardo Brusca e Antonino Marchese, ma per il primo adesso e' stato disposto il non luogo a procedere in quanto deceduto mentre il secondo non aveva impugnato la precedente sentenza.
15 gennaio - Il presidente della Camera Luciano Violante, intervenendo a un incontro con gli studenti del liceo scientifico "Ernesto Basile", nel quartiere palermitano di Brancaccio, dice:"Tutti i latitanti che sono stati catturati erano a casa loro, e non credo che Provenzano faccia eccezione. Ritengo che non sia molto lontano da qui, da questa parte della Sicilia". Il presidente della Camera ha parlato nell' auditorium intitolato al piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito prima sequestrato e poi ucciso e disciolto nell' acido su ordine di Giovanni Brusca. "Per combattere la mafia - ha concluso Violante - bisogna impoverirla delle sue ricchezze, che devono essere poi utilizzate produttivamente".
15 gennaio - Il collaboratore di giustizia Vincenzo La Piana, deponendo nel processo a Marcello Dell' Utri, il deputato di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa, che si svolge davanti ai giudici di Palermo, dice che "Era diventata una barzelletta tra i mafiosi il fatto che Mangano faceva lo stalliere ad Arcore". "Noi sapevamo che Vittorio Mangano - ha detto La Piana - in realta' non faceva lo stalliere nella villa di Berlusconi, perche' era un uomo dal forte carisma fra i mafiosi e sapeva bene come fare i soldi". Proseguendo ha poi aggiunto: "Non ho mai approfondito - ha detto il pentito - il motivo che lo aveva spinto a lavorare ad Arcore, ma ritengo che lo abbia fatto per stare vicino ad alcune persone". La Piana ha raccontato di alcuni incontri avuti in carcere e poi a Milano e a Palermo con Vittorio Mangano, deceduto lo scorso anno, ritenuto un capomafia di Cosa nostra. Rispondendo alle domande del pm Nico Gozzo, La Piana ha spiegato che nel corso di una conversazione avuta nel '94 con Mangano, quest' ultimo gli disse che aveva lasciato il posto di lavoro ad Arcore, "ma i contatti con Dell' Utri li poteva sempre avere". "Mangano mi disse inoltre - ha detto il collaboratore - che i corleonesi gli avevano tolto il compito di fare da mediatore e il suo posto di lavoro venne dato a Pullara' e a un altro catanese, entrambi di Cosa nostra". Per mandar via Mangano da Arcore, ha spiegato La Piana, era stata diffusa la voce del tentativo di sequestro del figlio di Berlusconi da parte della mafia. "Non era vero - ha detto il pentito - Mangano mi disse che era tutto falso, perche' si trattava di storie inventate dai giornali per fare in modo che lui lasciava il posto". Il pm ha dunque chiesto a La Piana se avesse parlato a Mangano degli attentati alla Standa di Catania. "Certo, e mi spiego' - ha risposto il collaboratore - che era un attentato combinato, perche' nessuno si sarebbe permesso di bruciare la Standa di Berlusconi". Nel corso della deposizione durata circa tre ore, il pentito, che non e' apparso sicuro nel collegare le date ai fatti, ha ricostruito storie che riguardano traffici di stupefacenti, in particolare quella in cui secondo l' accusa Dell' Utri avrebbe fornito somme di denaro (due miliardi di lire) per l' acquisto di una partita di droga. "Con Enrico Di Grusa, genero di Vittorio Mangano - ha detto La Piana - siamo andati in un capannone a Rozzano, vicino Milano, per ottenere i soldi per l' acquisto di stupefacenti. Non partecipai all' incontro ma solo alla fine sono andato a salutare Dell' Utri". "Non so - ha spiegato La Piana - se Dell' Utri sapeva a cosa sarebbero serviti i soldi. Non so nemmeno se li ha tirati fuori lui. All' incontro c' erano anche i fratelli Nino e Natale Curro', messinesi, coinvolti in traffici di droga".
Marcello Dell'Utri definisce "fatti del tutto inventati" le dichiarazioni di Vincenzo La Piana. "In relazione alla gravita' delle dichiarazioni rilasciate a varie Autorita' giudiziarie da Vincenzo La Piana - sostiene Dell'Utri in una dichiarazione -, devo ribadire ancora una volta che si tratta di fatti del tutto inventati, per i quali ho gia' dato incarico ai miei legali perche' procedano penalmente, giacche' non mi sembra giusto che io debba essere vittima di queste false ed infamanti accuse per il solo fatto della loro pubblicita'".
18 gennaio - Il presidente della Camera Luciano Violante, in un'intervista a “La Repubblica”, sottolinea di nuovo con forza, dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi in una scuola del quartiere Brancaccio di Palermo, la necessita' di arrestare al piu' presto il "capo di Cosa Nostra", Bernardo Provenzano, e spiega che "Nei prossimi sei anni saranno investiti in Sicilia 16mila miliardi. Sono fondi comunitari dell'agenda 2000 che potrebbero rivoluzionare positivamente tutta la Sicilia. Nel 2010, inoltre, nascera' nel Mediterraneo l'area euromediterranea di libero scambio, un'area di 600 milioni di persone, la piu' grande mai costituita al mondo". Il centro di questo asse di interessi, aggiunge Violante, potrebbe essere proprio la Sicilia: "E quale Sicilia? Una Sicilia in cui il tessuto economico-finanziario e' finito nelle mani di Cosa Nostra di Provenzano o una Sicilia e un'Italia che hanno compreso come le questioni della legalita' e della competitivita' sono facce della stessa medaglia perche' se non risolvi la prima non cogli le opportunita' della seconda?". Secondo il presidente della Camera, infatti, la mafia sta cambiando: "Sta scegliendo la convivenza fondata non piu' nel patto con lo Stato, come per il passato, ma in una sorta di patto con l'economia caratterizzato da un ingresso morbido e insinuante nelle imprese legali attraverso gli appalti, il racket, l'usura". Quindi, per Violante, "arrestare Provenzano e togliere soldi ai mafiosi", sono "grandi questioni che non riguardano piu' soltanto la mafia ma la legalita' e la competitivita' italiane". Il presidente della Camera ripete poi che Provenzano si trova in Sicilia e sottolinea l'importanza di mettere in rilievo l'impegno delle forze dell'ordine, per motivarle ancora di piu': "Rilevo - dice Violante - che oggi coloro che stanno cercando Provenzano potrebbero non sentirsi al centro di un'attenzione solidale. Ripetere che l'arresto di quel latitante e' una priorita' essenziale per il nostro Paese credo possa far sentire quei poliziotti e carabinieri impegnati in un compito fondamentale per la sicurezza del Paese". Il presidente della Camera, infine, non apprezza lo scontro politico nato dalle sue dichiarazioni alla scuola di Palermo: "Non ci si divide - afferma - sull'arresto di un criminale come Provenzano. Sarebbe necessario definire ora, prima della campagna elettorale, che cosa e' dentro e fuori della competizione per il voto". Secondo Violante, infatti, "la lotta contro la mafia deve stare fuori dello scontro politico perche' le nostre divisioni renderebbero piu' forte Cosa Nostra".
19 gennaio - Giuseppe Lumia, presidente della Commissione Antimafia, come il presidente della Camera Luciano Violante, e’ convinto che "Provenzano non e' a Corleone ma sicuramente e' in Sicila". "Da tempo - ricorda il presidente dell'Antimafia - sostengo che su Provenzano bisogna concentrare le migliori energie per catturarlo e per bloccare la sua devastante strategia collusiva nei confronti delle istituzioni e nei confronti del sistema delle imprese". Le istituzioni e le imprese: sono infatti queste le realta' piu' a rischio, soprattutto in Sicilia, di infiltrazione mafiosa e Provenzano e' tra i nemici da battere per garantire la legalita' proprio laddove il fiume di denaro pubblico tra breve si trasformera' in un ineasauribile serbatoio di potenziale arricchimento illegale. Ma come catturare il superlatitante? "Il suo modello va analizzato bene perche', secondo quanto si puo' intendere dalle analisi degli investigatori - dice Lumia - Provenzano sta ricostruendo una mafia piu' chiusa, resa ermetica da legami familiari vincolanti". E, questo, "puo' rendere piu' difficile seguire le sue tracce". "Cionostante si sta facendo il massimo dello sforzo possibile per arrivare alla sua cattura". Lumia, pero' non crede all' ipotesi, che giudica "fantasiosa", formulata, oggi, dall' avvocato Palazzolo, in un processo a Palermo, di un Provenzano "delatore dei carabinieri". Bernardo Provenzano, 67 anni, e' inserito nella lista dei 30 latitanti di "massima pericolosita"'. E' ricercato dal 1992, per associazione di tipo mafioso, la strage di Capaci, l'attentato di via Fauro a Roma, strage, detenzione e porto di materie esplodenti, furto; concorso in omicidio ed altro. Dal 1990 le ricerche sono state diramate anche in campo internazionale.
19 gennaio - Per il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo Antonio Ingroia, il boss Bernardo Provenzano non sarebbe piu' “da solo” al vertice di Cosa Nostra. “Rispetto alla dittatura di Toto' Riina che si era stabilita alla fine degli anni Ottanta - spiega Ingroia - nella Cosa nostra ristrutturata da Provenzano non c'e' un capo supremo ma una sorta di direttorio”. Secondo il Pm, infatti, la 'primula rossa' di Corleone gestirebbe l' organizzazione criminale insieme a capimafia come Salvatore Lo Piccolo, Nino Giuffre', Benedetto Spera e Matteo Messina Denaro. “Provenzano - sostiene Ingroia - si circonda di un gruppo di collaboratori molto stretti, che prendono decisioni. Ritengo, in base alle indagini che sono state fatte, che c' e' una verticalizzazione forte delle decisioni, che probabilmente si tratta di una commissione piu' stretta dove non ci sono piu' tutti i capi mandamento, ma solo persone fidate”.
19 gennaio - L' avvocato Salvatore Traina, difensore di Provenzano, critica le dichiarazioni del presidente della Camera Luciano Violante e afferma: “Provenzano oggi potrebbe essere un cittadino comune e rispettabile, lontano del mondo dei mafiosi”. “E' possibile - dice Traina - che Provenzano non venga catturato perche' da trent' anni vive lontano dagli interessi mafiosi del cui ambiente si ritiene sia il capo. Potrebbe essere un onesto lavoratore...”. “Ho stigmatizzato le affermazioni dell' on. Violante - aggiunge il difensore del boss - che dall' alto della sua carica getta ombra sulle istituzioni, e in particolare sulle forze dell' ordine che non meritano certamente tale discredito”. Secondo il legale il suo cliente non e' mai stato visto da nessuno dei boss mafiosi. “A Provenzano - spiega Traina – non e' mai stato attribuito alcun fatto concreto, tanto che per ricostruire le sue fattezze si e' dovuto ricorrere all' elaborazione di una sua vecchia foto al computer”. Le condizioni economiche in cui versa la famiglia Provenzano sono un altro tema su cui batte Traina, il quale sottolinea di non avere pagate le spese e che proprio a causa di cio' non puo' sostenere come vorrebbe la difesa del boss, tanto che in molti processi i giudici sono costretti a nominare un avvocato d' ufficio.
20 gennaio - Insediandosi a Palermo nel comando della regione carabinieri Sicilia, il generale Carlo Gualdi dice:“Ho preso Cesarano a Napoli e cerchero' di prendere Provenzano qui. Non e' impossibile”. Al Tg3 il gen. Gualdi ha anche detto che “tutti i capi sono ben mimetizzati”, ma ha aggiunto che nonostante non sia facile riuscire a catturarli cio' non e' impossibile. “Capi ne sono stati presi tanti”, ha anche sottolineato il generale Gualdi che e' subentrato al generale Giorgio Piccirillo nominato comandante della scuola ufficiali dell' arma dei carabinieri. In precedenza, quale capo di gabinetto, il generale Gualdi e' stato impegnato nella Dia, la direzione investigativa antimafia.
22 gennaio - La seconda sezione penale della Cassazione decide che e' da rifare il processo agli imprenditori Giuseppe Li Pera, Vito Buscemi, Rosario Cascio e Alfredo Falletta coinvolti nel procedimento sulla mafia e gli appalti in Sicilia scaturito nel '91 da un rapporto del Ros. E' la seconda volta che la Suprema corte dispone che sia rifatto il primo filone dei procedimenti nati dalle dichiarazioni del pentito Angelo Siino, indicato come il ministro dei lavori pubblici di cosa nostra. Solo per lui la Cassazione aveva in passato confermato la pena a otto anni di reclusione. In particolare, la Cassazione nell' aprile del '97 aveva confermato la condanna per Angelo Siino e aveva invece rinviato nuovamente alla Corte d'appello di Palermo il processo agli imprenditori Falletta, Buscemi, Cascio e Li Pera, condannati in primo grado per associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d' asta. Successivamente la Corte d'appello li aveva assolti. Per questo motivo il pg palermitano aveva fatto ricorso in Cassazione. E stasera i supremi giudici hanno disposto la ripetizione del processo a carico degli imprenditori avvalorando in questo modo le richieste della pubblica accusa che si e' battuta affinche' venga riconosciuta l' imputazione di associazione per delinquere a carico degli imputati. Quando sara' nota la sentenza sara' possibile conoscere l' ampiezza della forbice del rinvio, che va dal 416 (associazione per delinquere) al 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso). Gli imputati si erano difesi sostenendo che la mafia nell' acquisizione degli appalti ad alti livelli non era mai entrata e che le cosche gestivano soltanto i cantieri e le forniture di materiale. A Palermo e' in corso il secondo filone di questo processo con un alto numero di imputati.
22 gennaio – “La Repubblica” pubblica un servizio che sostiene che Bernardo Provenzano sarebbe riuscito, nel dicembre scorso, a sfuggire alla cattura:
“Se lo sentivano in pugno questa volta. Erano certi che sarebbe finito in trappola, tradito dall'eccessiva sicurezza di un uomo che per più di un anno era stato pedinato in mezza Sicilia. Ma è sfuggito ancora Bernardo Provenzano, è sfuggito alla cattura probabilmente solo per un soffio il capo della mafia siciliana che è latitante dal settembre del 1963. L'hanno cercato a colpo sicuro a Cinisi, il paese di Gaetano Badalamenti ma anche il paese dove è nata e dove ha vissuto a lungo sua moglie Saveria Benedetta Palazzolo. L'hanno cercato ad appena una cinquantina di chilometri dalla sua Corleone. Ma lui non c'era. Una notte di un paio di mesi fa hanno sfondato porte e finestre di tre case, hanno circondato una masseria, poi si sono spinti fino a una cava di pietra. Niente, il blitz è andato a vuoto, di Bernardo Provenzano da quelle parti c'era solo l'"odore". Come era già accaduto altre volte in passato, come è accaduto sempre. Eppure i finanzieri dei reparti speciali di Caltanissetta erano convinti che si nascondesse proprio lì, a Cinisi, nel regno della mafia più antica del Palermitano, protetto dai suoi uomini più fidati. Anche l'ultima caccia a quel "fantasma" che ormai è diventato il boss dei boss del clan dei corleonesi è finita male. Solo tracce fresche del vecchio Bernardo, l'uomo più imprendibile di tutta la storia di Cosa Nostra. L'operazione finale per arrestare "Binnu il trattore" o "Binnu il ragioniere" come lo chiamavano ai tempi della guerra con i Bontate e gli Inzerillo o in quelli del "sacco" edilizio di Palermo, è partita tra il novembre e il dicembre del 2000, alla conclusione di un'indagine su certi movimenti di denaro che era stata avviata nel 1999. Tutto aveva avuto inizio con un'investigazione bancaria e con una microspia che "ascoltava" anche i sospiri di un uomo ritenuto prestanome di Provenzano e in stretto contatto con lui. L'investigazione bancaria (c'era una "fonte", un confidente di alto livello che tra l'altro aveva raccontato di una complicatissima vicenda di riciclaggio che portava fuori dall'Italia) si è intrecciata ad un certo punto con un'inchiesta dei finanzieri del Gico, cominciata tra le pieghe di un procedimento di "misure di prevenzione" al Tribunale di Caltanissetta e tutta concentrata su un personaggio di Cinisi che aveva acquistato grandi feudi in quella provincia. L'uomo è stato seguito come un'ombra, le sue conversazioni registrate giorno e notte, tutti i suoi movimenti e tutte le sue attività intercettati e analizzate per mesi e mesi. Gli investigatori si erano accorti che non avevano individuato un semplice prestanome del boss, uno che era in rapporti d'affari e solo tramite terzi con Bernardo Provenzano, ma erano certi che quell'uomo conosceva bene il capo dei Corleonesi e anche che lo incontrava. Così hanno cominciato a chiudere ogni altra indagine e a inseguire una sola "pista", quella del personaggio di Cinisi che era diventato improvvisamente un grande proprietario terriero della provincia di Caltanissetta. Una sessantina di giorni fa i segugi della Finanza si sono sempre di più "avvicinati" all'uomo e, mano a mano che le indagini scavavano, il cerchio si stringeva intorno al paese di Gaetano Badalamenti e dei "Cento passi" di Peppino Impastato. Era soltanto là che portavano le orme di Bernardo Provenzano. Portavano in particolare a quattro o cinque soggetti tra cui due fratelli, tutti ritenuti fedelissimi del vecchio don Tano, tutti considerati fino a qualche tempo fa appartenenti a quella "vecchia guardia" mafiosa nemica da sempre dei Corleonesi. Poi, una notte è scattato il blitz. Nelle case del paese di quei due fratelli e contemporaneamente nelle loro tenute tra l'aeroporto di Punta Raisi e le creste di Montagnalonga. Obiettivo mancato, operazione fallita. La caccia a Cinisi per il momento è finita ma l'indagine che si è sviluppata ha evidenziato clamorose novità, innanzitutto sugli assetti di Cosa Nostra. Il vecchio Corleonese avrebbe amici fidati proprio nella tana di quello che all'inizio degli anni Ottanta era stato il suo più grande avversario dentro le "famiglie" siciliane, Gaetano Badalamenti. Una risultanza investigativa che porta allo scoperto elementi che gli investigatori giudicano "estremamente interessanti" sugli ultimi fatti di mafia accaduti nella parte occidentale della provincia di Palermo, si parla di patti che sarebbero stati sottoscritti dal padrino corleonese e dai "colonnelli" del boss che è rinchiuso da molti anni nel carcere americano di Fayrton. Ma c'è anche un altro fronte ancora tutto da scoprire, quello delle attività economiche gestite dagli uomini di Provenzano insieme agli uomini di don Tano. A seguire queste investigazioni sono due autorità giudiziarie, la Procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta. Il "motore" dell'ultima indagine sulla ricerca di Bernardo Provenzano - per come tecnicamente è nata l'indagine su quel personaggio di Cinisi che acquistava terre nel centro Sicilia - più che Palermo sembra proprio Caltanissetta. C'è il Gico della Finanza di quella città che segue direttamente le investigazioni, una delega è stata affidata anche alla sezione del Ros dei carabinieri del capoluogo nisseno. E' comunque tempo di caccia grossa per tutti, in queste ultime settimane. E' tempo di caccia aperta in ogni angolo della Sicilia. Poliziotti, carabinieri, Dia, Ros, Gico, Squadre mobili e reparti operativi, tutti ormai con un solo scopo, un solo bersaglio da centrare: individuare e catturare l'uomo che alla fine di un'estate di trentasette anni fa sparì nel nulla. Proprio come fanno i fantasmi”.
In un altro articolo, “La Repubblica” ricostruisce la caccia a Provenzano:
“Un paio di anni fa lo cercavano a Genova. Un confidente dei carabinieri raccontò: "Bernardo Provenzano è stato molto male, è appena uscito da un ospedale e tra qualche giorno si imbarcherà sul traghetto per la Sicilia...". Il porto di Genova fu invaso da decine di falsi operai, da falsi marinai, da falsi camionisti. Telecamere dappertutto. Ogni passeggero fu scrupolosamente controllato. E così anche al porto di Palermo. Giorni e giorni di attesa. Ma il vecchio corleonese non lo vide nessuno. Fu anche quella una delle "quasi" catture del capo dei capi di Cosa Nostra. Di certo anche allora si seppe soltanto che era malato, molto malato. Come avevano confessato prima il pentito Balduccio Di Maggio e poi anche Angelo Siino. Camminava con il bastone, aveva anche problemi ai reni. Siino disse pure dove "probabilmente" aveva trovato rifugio "dopo avere abbandonato Bagheria". Provenzano era nelle campagne tra Enna e Caltanissetta, forse tra i paesi di Pietraperzia e Barrafranca. Un giorno di tre anni fa fu lo stesso Siino, al volante di un'Alfetta, ad accompagnare i poliziotti per un sopralluogo nella zona: l'automobile fuse il motore sui tornanti di una montagna. Raccontò sempre in quel periodo Angelo Siino ai magistrati di Palermo: "Tempo fa Provenzano è stato fermato vicino ad Enna da una pattuglia di poliziotti a un posto di blocco... non l'hanno riconosciuto e se lo sono lasciati scappare...". Un'altra "soffiata" è di tre o quattro mesi fa. Una vecchia signora ha creduto di averlo visto in una clinica di Palermo. Anche lei ha descritto un Provenzano malatissimo. E prima ancora - nel dicembre del 1999 - gli agenti della "catturandi" della Squadra mobile arrivarono in Germania dopo avere seguito per mesi la moglie Saveria Benedetta e i suoi figli Angelo e Francesco Paolo. Fecero un blitz a casa del fratello di Bernardo Provenzano che vive da anni vicino a Francoforte, ma anche quel blitz andò a vuoto. In tanti in questi ultimi anni hanno parlato del boss, di come si muove, di come è fatto. Ma uno degli ultimi pentiti ha anche rivelato: "Tutti sostengono di conoscerlo, di averlo visto di qua e di là, però una volta Provenzano scherzando mi disse: "Se fosse davvero così, a quest'ora sarei in carcere da vent'anni..."".22 gennaio - Il presidente della Commissione parlamentare antimafia, on.Giuseppe Lumia, che ha partecipato a Bari ad incontri con il comitato ordine e sicurezza e con i rappresentanti della Procura e della Dda, commentando le notizie giornalistiche secondo cui Provenzano stava per essere catturato, dice:“La migliore risposta a tentativi andati a vuoto e' la cattura di Provenzano”. “E' importante - ha proseguito - perche' 37 anni di latitanza sono troppi per una democrazia e soprattutto perche' Provenzano rappresenta una strategia collusiva che e' devastante per le istituzioni e per la societa’”. Il procuratore aggiunto di Caltanissetta Francesco Paolo Giordano conferma, sia pure indirettamente, l' indiscrezione pubblicata dal quotidiano “La Repubblica” che Bernardo Provenzano sarebbe sfuggito alla cattura nello scorso dicembre. “Ci sono tante indagini in corso, - ha detto - patrimoniali e non, da parte nostra e di altre autorita' giudiziarie. Su Provenzano oggi certamente abbiamo maggiori informazioni e notizie rispetto a qualche anno fa, anche se la strada e' ancora lunga”. Il tentativo di arrestare Provenzano, latitante dal 1963, secondo “La Repubblica” sarebbe avvenuto a Cinisi, roccaforte di quel Tano Badalamenti avversario irriducibile dei corleonesi negli anni '80. Le tracce del boss sarebbero state individuate dalla guardia di finanza, coordinata dalla procura di Caltanissetta, nell' ambito di una serie di accertamenti su alcuni personaggi di Cinisi che avrebbero investito ingenti capitali per l' acquisto di terreni nel nisseno. Attraverso indagini mirate e meticolose, gli investigatori avrebbero maturato la convinzione che sullo sfondo vi fosse proprio Provenzano. In particolare l' attenzione degli inquirenti si sarebbe concentrata su un personaggio di Cinisi che avrebbe curato le operazioni di acquisto. Non un semplice prestanome ma una persona fidata, che avrebbe piu'volte incontrato il boss ritenuto ormai il capo di Cosa Nostra. Seguendo questa pista, gli investigatori avrebbero individuato alcuni possibili “covi” dove il latitante avrebbe trovato rifugio: una masseria nelle campagne di Cinisi intestata a due fratelli e una cava di pietra. Ma quando i militari della Guardia di Finanza hanno fatto irruzione nel casolare, di Provenzano non avrebbero trovato traccia. Sempre secondo la ricostruzione del quotidiano, l' inchiesta avrebbe tra l' altro consentito di ridisegnare il circuito delle alleanze e delle cointeressenze, approdando a conclusioni sorprendenti: nel tempo si sarebbe riproposta una imprevedibile ricucitura dello strappo tra Badalamenti (da anni in carcere negli Stati Uniti) e Provenzano, sfociato nella guerra di mafia di vent' anni fa e “vinta” dai corleonesi. Il procuratore della repubblica di Palermo Piero Grasso precisa che gli uffici giudiziari di Caltanissetta e Palermo seguono in sintonia gli spunti investigativi delle forze dell' ordine dei due capoluoghi nell' ambito delle indagini per la cattura di Bernardo Provenzano. Grasso ribadisce quindi che le “inchieste sono collegate” e oppone un “no comment” alla richiesta di chiarimenti su elementi specifici, come, per esempio, sul perche', data per acquisita la localizzazione dell' ultimo covo del boss, non si sia proceduto all' arresto delle persone eventualmente intestatarie dell' immobile.
22 gennaio - Il Comitato provinciale per l' ordine e la sicurezza pubblica ha disposto la riduzione delle scorte ai magistrati antimafia di Palermo e l' eliminazione della vigilanza fissa sotto la loro abitazione. In particolare verranno eliminate 13 postazioni fisse sistemate nei “punti sensibili”, cioe' davanti alle abitazioni dei Pm della Direzione distrettuale antimafia e anche di tre giudici del Tribunale. La circolare del ministro prevede inoltre la riduzione delle scorte ai magistrati, mentre rimarranno inalterate quelle del procuratore e di alcuni aggiunti. Nel corso della riunione, alla quale hanno partecipato il procuratore Pietro Grasso e l' avvocato generale Vittorio Aliquo', sono state evidenziate perplessita' e dubbi sul nuovo sistema di sicurezza. Il Ministero ha previsto, infatti, che il controllo debba essere effettuato dalle 'volanti'; i magistrati evidenziano pero' che non si e' provveduto a rafforzare i sistemi di sicurezza a protezione delle loro abitazioni e non sono state installate le telecamere a circuito chiuso, cosi' come prevedeva la circolare. “Ci hanno abbandonati - ha dichiarato uno dei magistrati della Dda - lo Stato ci chiede di combattere la mafia senza assicurarci un adeguato sistema di protezione”. Come nel resto d' Italia la circolare del ministro Bianco avrebbe dovuto essere attuata anche a Palermo alla fine dello scorso settembre. Nel capoluogo siciliano, pero', si era avuto un rinvio in vista dell' eccezionale impegno del dispositivo di sicurezza in occasione della conferenza dell' ONU sulla lotta alla criminalita' transnazionale tenuta in dicembre. Per effetto delle decisioni adottate dal Comitato provinciale per l' ordine e la sicurezza pubblica, che si e' riunito sotto la presidenza del prefetto Renato Profili, saranno anche abolite alcune “zone rimozione” nelle adiacenze delle abitazioni di alcuni magistrati. Erano state istituite nel timore che la mafia facesse scoppiare altre auto con esplosivi, come nelle stragi di via D' Amelio e in precedenza di via Pipitone Federico. I meccanismi di tutela in sostituzione della vigilanza fissa dovrebbero scattare con sollecitudine e per ovvii motivi di riservatezza, negli uffici preposti, non sono stati forniti particolari. E' stato comunque assicurato che, ad esempio, sulle auto blindate vi saranno piu' uomini di scorta degli attuali e che nel complesso i magistrati continueranno a essere tutelati
adeguatamente.23 gennaio – Il sottosegretario agli Interni Massimo Brutti precisa che non e' vero che Bernardo Provenzano sia ricercato da 37 anni, ma solo da alcuni anni e in particolare dal '90-'92. Secondo Brutti, che ha risposto alle domande dei giornalisti nel corso di una conferenza stampa con il presidente della Commissione Antimafia, Giusepe Lumia a San Macuto - “vi sono molte leggende su Cosa Nostra, ma sono leggende costruite da Cosa Nostra e - ha aggiunto - fino ad ora le abbiamo tutte spezzate”. La cattura di Provenzano e' comunque una priorita':“colpire Provenzano - ha detto precisando che pero' da colpire vi sono anche altri boss mafiosi - significa dare un colpo importante a tutto l'assetto dell'organizzazione mafiosa”. Una organizzazione che ha “scelto la strada dell'occultamento ma non per questo ha smesso di operare soprattutto sul fronte delle estorsioni e della penetrazione degli appalti”. Il sottosegretario si e' detto convinto che non vi sia una “strategia di protezione di Provenzano all'interno delle istituzioni”. Dopo tutti questi anni di latitanza “non e' immaginabile”, ha osservato. L'unica protezione, ha aggiunto, il boss “la riceve dall'omerta' che lo circonda, nell'ambiente, la Sicilia, nel quale vive”. D’ accordo con Brutti Lumia secondo cui Provenzano “si e' circondato di uomini che agiscono sotto copertura, conosciuti solo da lui e che garantiscono la mediazione con l'esterno”. Lumia ha aggiunto che “una volta catturato Provenzano sarebbe il caso di rifare la storia di come ci si e' mossi in questi anni”. Anche perche', gli ha fatto eco Brutti, “la storia dei latitanti e' la storia delle impunita”' dove “latitanti, anche pericolosi come Provenzano sono stati coperti e curati (il riferimento e' alla presunta malattia di cui soffrirebbe Provenzano) in cliniche specializzate”. Provenzano e' sicuramente superprotetto dai suoi complici ma “in Cosa Nostra - ha fatto notare Brutti - non c'e' pace”. E lo dimostrano i 16 omicidi degli ultimi anni, dei quali 8-9 riguardano proprio imprenditori a lui molto vicini. Un fatto che fa capire come comunque Provenzano non viva tranquillo. Ora “nostro compito - ha aggiunto - e' sostenere le forze di polizia, creando nuclei specializzati e dando loro i mezzi per agire in modo efficace”. Anche perche' - ha ribadito Lumia “Provenzano va catturato per distruggere quel 'modello Provenzano' che puo' contaminare altre mafie e che e' quello collusiva con le istituzioni e affaristico con la societa’”.
23 gennaio - Sono depositate le motivazione della sentenza del processo per il fallito attentato dell' Addaura al magistrato Giovanni Falcone, il 20 giugno 1989. Con la sentenza emessa il 27 ottobre scorso sono stati inflitti 26 anni ciascuno a Toto' Riina, Antonino Madonia, Salvatore Biondino, 10 anni al pentito Francesco Onorato e 3 anni all' altro collaborante Giovan Battista Ferrante. Sono stati assolti, invece, Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote. Secondo l' accusa, Cosa nostra voleva uccidere Falcone e i magistrati elvetici che dal 18 al 21 giugno del 1989 erano a Palermo per indagini sul riciclaggio di denaro sporco della mafia siciliana in Svizzera. I giudici erano Carla Del Ponte e Claudio Lehman che furono invitati dal loro collega palermitano per la mattina del 20 giugno del 1989 a fare il bagno all' Addaura. Cosa nostra colloco' sulla scogliera una sacca da sub contenente 58 candelotti di dinamite collegati ad un radiocomando. Quel giorno, pero', la gita di Falcone e dei magistrati svizzeri slitto', pertanto la carica non venne mai azionata. Nella motivazione della sentenza, il presidente della Corte d' assise di Caltanissetta Pietro Falcone scrive che il movente dell' attentato dell' Addaura e' certamente ancorato all' attivita' professionale di Giovanni Falcone, ma e' piu' complesso e si inserisce in una strategia che ha portato alla sistematica eliminazione di quanti si sono impegnati nella lotta a “Cosa nostra”. “La palese ed oltraggiosa delegittimazione operata attraverso le cosiddette lettere del corvo - si legge nelle motivazioni - non e' l' unico episodio di attacco subito da Giovanni Falcone nell' arco della sua vita professionale. Meno eclatanti, forse, ma sicuramente altrettanto offensivi ed inquietanti, appaiono altri attacchi subiti da Falcone in ambiti per cosi' dire istituzionali, come quello in occasione della sua candidatura per le elezioni del Csm, come quello in occasione della copertura del posto di consigliere istruttore dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto, o ancora come quello in occasione della designazione dell' Alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa”. “Anche tali attacchi - proseguono i giudici - hanno contribuito sotto il profilo oggettivo ad alimentare quel contesto di delegittimazione che attraverso l' isolamento istituzionale favorisce le azioni delittuose eclatanti della criminalita' mafiosa”. Nelle motivazioni si ricorda inoltre che nel corso del dibattimento e' emerso che “Giovanni Falcone nel corso della sua carriera ha subito pesanti bocciature, assolutamente immeritate, che hanno certamente appannato la sua immagine professionale, che lo hanno esposto alla vendetta mafiosa e che hanno provocato in lui profonda amarezza per i comportamenti di soggetti istituzionali e persino di amici da cui si e' sentito sostanzialmente tradito”. Dalle motivazioni emerge anche la certezza che a tradire Giovanni Falcone fu una talpa, qualcuno che gli stava talmente vicino da poter conoscere, in tempo reale, i suoi programmi e i suoi spostamenti. Scrivono i giudici di Caltanissetta: «Dalle dichiarazioni sostanzialmente convergenti rese dai componenti della delegazione svizzera risulta che proprio dopo la pausa pranzo del 20 giugno era stata programmata la possibilità di recarsi all’Addaura, accettando l’invito del giudice Falcone. Tale straordinaria coincidenza temporale tra il momento in cui l’ordigno è sicuramente rimasto attivo sulla piattaforma dell’Addaura ed il tempo in cui si sarebbe potuto concretizzare il programmato bagno, poi sfumato solo per una serie di coincidenze ed impegni di lavoro, induce a ritenere provato che gli attentatori possano avere sfruttato proprio la notizia dell’invito del giudice Falcone per organizzare l’attentato, con quelle modalità esecutive ed in un giorno non festivo in cui non si poteva ragionevolmente prevedere una discesa al mare della vittima designata, poiché la notizia dell’invito poteva essere stata facilmente carpita dalla organizzazione mafiosa». Nelle motivazioni emerge anche “il sospetto, particolarmente inquietante, che l’attentato dell’Addaura possa essere stato strumentalmente preceduto da una ben orchestrata campagna di delegittimazione nei confronti del giudice Falcone a cui hanno sicuramente partecipato soggetti estranei a Cosa nostra e che, pertanto, la decisione di uccidere il predetto valoroso magistrato possa essere frutto di una convergenza di interessi non riconducibili alla sola organizzazione mafiosa». Emergono anche sospetti e perplessita' anche sull' intervento dell' artificiere dei carabinieri Francesco Tumino, che disinnesco' l' ordigno. Il brigadiere Tumino fu il primo ad intervenire sulla scogliera dell' Addaura. Per impedire l' esplosione fece saltare con una microcarica il collegamento tra l' esplosivo contenuto in una sacca da sub e il meccanismo di innesco. Parti del timer mancarono poi al controllo e il carabiniere disse che a prelevarle era stato il funzionario di polizia Ignazio D' Antone. Per questa accusa, rivelatasi falsa, Tumino e' stato condannato per calunnia. Era gia' stato condannato per falso ideologico e false dichiarazioni al pm perche' il suo racconto sulle fasi successive al disinnesco non fu creduto. Secondo la Corte l' intervento non sarebbe stato tecnicamente ineccepibile e lo stesso Tumino “ha mentito ripetutamente” sia su cio' che ha fatto, sia su cio' che ha visto. “Tumino - si legge nella motivazione - ha mentito in maniera piuttosto infantile correggendo continuamente le sue dichiarazioni in una perversa spirale di piccole menzogne che lo ha portato perfino a prospettare un misterioso intervento per far sparire reperti, calunniando una persona 'falsamente incolpata’”.
24 gennaio – L’ on Enzo Fragala’, di An, commenta: “Brutti e' incorso nello stesso infortunio in cui incorse il governo quando nel settembre del 1999 fu divulgato dagli inglesi l' archivio Mitrokin” aproposito della data dell'inizio della latitanza di Bernardo Provenzano. “Al contrario della superficiale dichiarazione di Brutti - ha dichiarato Fragala' - che dimostra essere assai poco informato Provenzano era uno dei protagonisti in negativo delle indagini di Giovanni Falcone e del primo maxi processo tanto da essere chiamato in causa piu' volte nella famosa dichiarazione dibattimentale di Luciano Liggio”. “E' impossibile o colposamente grave - sostiene il deputato di An - che il Governo ritenga Provenzano latitante soltanto dal 1992 in quanto tutta la maxi inchiesta di Borsellino e Falcone aveva gia' presente Provenzano come uno dei piu' feroci capi di Cosa Nostra da tantissimi anni”. “Se fosse vera la gaffe di Brutti - ha concluso Fragala' - sarebbe ancor piu' grave che gli apparati investigativi non abbiano considerato latitante un pericoloso pregiudicato colpito da tanti provvedimenti giudiziari. Per il sito Internet della Polizia Bernardo Provenzano e' ricercato dal 1992, e dal gennaio del 1990 “sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali”. In realta' Bernardo Provenzano e' latitante dal settembre 1963 colpito da un mandato di cattura per omicidio, ma si era reso irreperibile gia' dal maggio precedente. Il boss e' dunque uccel di bosco da 37 anni. “C'e' grande confusione, a partire dalla data in cui e' latitante”, sostiene l' avvocato Salvatore Traina, difensore del capo di Cosa nostra. “E' un errore sostenere che Provenzano e' latitante da dieci anni - spiega Traina - Provenzano prima non era cercato con l' intensita' di oggi, per il ruolo che gli viene attribuito. Fino a quando Salvatore Cancemi non lo ha accusato di aver preso il posto di Riina non gli veniva data alcuna importanza”. Nel 1987 il boss venne condannato a soli dieci anni nel maxiprocesso a Cosa Nostra, istruito dal giudice Giovanni Falcone. La corte, infatti, ritenne il solo Riina rappresentante nella cupola per la famiglia di Corleone. Subito dopo la stagione delle stragi i pentiti delinearono il ruolo del boss, fautore della strategia della 'sommersione'
25 gennaio - L' ex collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio, il pentito che accuso' Giulio Andreotti di essersi incontrato con Toto' Riina e di averlo “baciato”, e' tornato nuovamente in carcere. L' ordine di custodia cautelare e' stato emesso dalla Corte d' Assise di Palermo, per violazione degli obblighi degli arresti domiciliari e pericolo di fuga. Secondo la Procura, nei mesi scorsi Di Maggio avrebbe ricevuto in casa Alberto Cappello, legato da rapporti di parentela con il boss di San Giuseppe Jato, Salvatore Genovese. I due avrebbero parlato di un traffico di droga e di alcuni piani criminali. Di qui la richiesta avanzata del Pm Salvatore De Luca, di ripristinare la custodia cautelare in carcere. Di Maggio era agli arresti domiciliari, dopo essere stato bloccato nell' ottobre del 1997 dagli investigatori della Dia con l' accusa di essere tornato “in armi” in Sicilia, mentre era ancora sotto protezione, per riorganizzare la sua cosca. Secondo gli inquirenti, il pentito avrebbe ordinato una serie di omicidi nella zona di San Giuseppe Jato. Per questo motivo al pentito, arrestato su richiesta della Procura di Palermo, era stato revocato lo status di collaboratore. Il tribunale della liberta' gli aveva poi concesso il beneficio della detenzione domiciliare per motivi di salute. Gli atti del processo sono attualmente all' esame della Corte Costituzionale. Di Maggio e' stato condotto nel carcere di San Vittore a Milano. L' arresto e' stato eseguito dalla direzione investigativa antimafia che, da mesi teneva sotto controllo l' abitazione, in cui l' ex collaboratore di giustizia si trovava agli arresti domiciliari. Secondo gli investigatori Di Maggio stava per lasciare l' Italia. Gli agenti sono arrivati sotto la sua abitazione, a Buti, a circa 7 chilometri da Pontedera, in Toscana, con un' autoambulanza della Croce Rossa con la quale l' hanno trasportato. La sua scarcerazione aveva seguito un iter tormentato a causa dei problemi legati alla sicurezza della compagna, che aveva rinunciato al programma di protezione. Il provvedimento era stato ordinato dalla Corte di assise di Palermo, presieduta da Renato Grillo, per ragioni di salute. L' ex pentito era stato infatti colpito da una misteriosa paralisi progressiva, che lo aveva inchiodato su una sedia a rotelle. Secondo tre periti nominati dai giudici, Di Maggio sarebbe rimasto vittima di una manifestazione psicosomatica, reagendo con il sintomo della paralisi a quello che viveva come un “tradimento” da parte dello Stato. Nella consulenza veniva inoltre sottolineato che il detenuto aveva bisogno dell' ambiente familiare per ricostruirsi uno stabile equilibrio emotivo.
25 gennaio – Sta per uscire in libreria, per la Universale Economica Feltrinelli, “I cento passi” che ripropone la sceneggiatura, scritta da Marco Tullio Giordana, che ne è stato anche il regista, insieme con Claudio Fava, giornalista e deputato Ds, e con la sceneggiatrice Monica Zapelli. Nell’introduzione di Giordana viene ricostruita la storia del testo, nato nella versione definitiva dopo ben diciassette differenti stesure realizzate «a sei mani», e successivamente modificata ancora durante la lavorazione.
26 gennaio – Il quotidiano “La Repubblica” pubblica con grande rilievo un servizio di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano sull’ uccisione di Mauro De Mauro, che sarebbe legata non al caso Mattei, ma al legame della mafia con il principe Junio Valerio Borghese per il tentato colpo di Stato del 1970.
Il titolo del servizio e’:"De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe - Il capomafia: "Lo sepellimmo alla foce dell'Oreto"
Scrive “La Repubblica”:“Dice il capomafia di Altofonte, Francesco Di Carlo: "E' qui, alla foce dell'Oreto, il cadavere di Mauro De Mauro. Io so chi lo ha ucciso, so perché è stato ucciso. Ora vi racconto...". Così è in fondo a questa gola dove il fiume scende lentamente verso il mare di Palermo - si vedono le case popolari del villaggio di Santa Rosalia e più su le guglie della Cattedrale - che si chiuse la vita e oggi il mistero di Mauro De Mauro. Il suo cadavere è da qualche parte qui tra le alte felci e le cavità della roccia, gli antri e i cunicoli scavati dall'acqua, sepolto tra i piccoli massi trascinati dalla corrente, nascosto dentro la terra e la melma di quella che fu la Conca d'Oro. A tre chilometri dalle stanze gonfie di fumo de "L'Ora", il suo giornale in piazzale Ungheria. A sei chilometri dalla sua casa in via delle Magnolie. A due chilometri dalla strada dove poi ritrovarono la sua Bmw color blu notte. Trent'anni fa morì Mauro e aveva tra le mani lo scoop "che - diceva - avrebbe fatto tremare l'Italia" e che invece lo trascinò all'inferno. Scoop. Bisogna essere cronisti per conoscere il sapore aspro che ti dà anche soltanto la parola. Scoop. Mauro De Mauro era uno tosto, se si parla di notizie. Un paio di generazioni di cronisti in Sicilia e in Italia è cresciuta nella sua leggenda. Raccontano che, quando ancora i "pezzi" si dettavano al telefono e i giornalisti si dividevano in chi aveva dettato e chi non lo aveva ancora fatto, Mauro non lasciava chances ai concorrenti. Ora dovete immaginare Mauro De Mauro in quell'estate del 1970. Lo hanno confinato allo sport e il suo ultimo titolo a nove colonne era sul "libero" Alberto Malavasi, ingaggiato dal Palermo per 18 milioni di lire. In redazione c'era chi diceva: "Povero Mauro...". Mauro se la rideva tra sé e tirava diritto. Stava già lavorando da settimane sul suo scoop. Lo scoop era questo: i fascisti di Junio Valerio Borghese avrebbero tentato il colpo di Stato con l'aiuto di Cosa Nostra. La dannazione di notizie come queste è che hai bisogno di riscontri e di conferme e di dettagli. E, per averne, devi scoprirti. Devi fare domande in giro e sei consapevole che più domande fai, più è facile per chi ti ascolta conoscere che cosa hai già saputo e che cosa puoi già scrivere. Mauro sapeva dove cercare ciò di cui aveva bisogno. A quel tempo il Circolo della Stampa di Palermo era, più o meno, una bisca e gli "uomini d' onore" ci andavano a giocare a poker, eleganti come damerini. Mauro li avvicinò. Distrattamente buttò lì qualche domanda. Quelli avvertirono subito i loro capi. "C'è quel De Mauro che fa troppo domande sul 'fatto di Roma'". Mauro fu trascinato in una masseria a Santa Maria del Gesù. La borgata è appena dopo un antico monastero diroccato, trecentocinquanta metri dal fiume, viottoli polverosi, i confini degli orti segnati dai muretti di pietra viva, cortili, piccole piazze deserte, case basse che si confondono tra i mandarini. Lì, nel baglio di una tenuta ai piedi di monte Grifone, Mauro fu torturato e "interrogato". Lui sapeva, ma chi altro sapeva? Poi ci fu chi gli scivolò alle spalle e lo strangolò. Il corpo di Mauro fu seppellito lungo il letto del fiume, in fondo alla gola. La storia della morte di Mauro De Mauro, scomparso la sera del 16 settembre del 1970, è stata raccontata per la prima volta una settimana fa da un mafioso che lo aveva conosciuto, un mafioso che ha svelato i retroscena di quella clamorosa notizia annunciata dal "segugio" de "L'Ora" di Palermo. Mauro De Mauro sapeva del golpe, sapeva che cosa stava progettando in quei mesi il "principe nero" Borghese e, con lui, alcuni boss di Cosa Nostra. Le prime voci le aveva ascoltate negli ambienti militari e in quelli neofascisti, magari gliele aveva "soffiate" un suo compagno d' armi o un vecchio "camerata". Era un mondo, quello, che De Mauro conosceva di diritto e di rovescio. Era stato un repubblichino della Decima Mas, prima di venire a vivere in Sicilia nel 1946 con sua moglie Elda. "Fu ucciso perché aveva scoperto che Borghese e la mafia si erano alleati per il golpe... il giornalista si fece scappare qualcosa con uno dei tanti boss che allora frequentavano il Circolo della Stampa che era dentro il teatro Massimo", ha ricordato giovedì 18 gennaio ai procuratori palermitani Francesco Di Carlo, il padrino di Altofonte che è in qualche modo invischiato anche nella misteriosa morte del banchiere Roberto Calvi e che ora ha deciso di vuotare il sacco. Di Carlo ha fatto i nomi dei mandanti dell'uccisione di Mauro De Mauro. E anche quelli degli assassini. C'era anche Bernardo Provenzano quella sera in via delle Magnolie, il corleonese latitante dal 1963. Era una caldissima sera di settembre, era il sedici, lo scirocco soffiava a 65 l'ora. Mauro sbrigò il suo lavoro in redazione e, come sempre solo, lasciò il palazzo di vetro dell'Ora. Si fermò a un bar di via Pirandello, comprò due etti di caffè macinato, tre pacchetti di "nazionali" senza filtro e la solita bottiglia di bourbon. Sua figlia Franca - che si sarebbe dovuta sposare il mattino seguente - stava aprendo la porta di casa e lo vide vicino alla sua Bmw "parlare con due o tre uomini". Un paio di minuti dopo, via delle Magnolie era deserta. E nessuno - fino a sette giorni fa - ha saputo più nulla di lui. Con chi andò via? Chi lo uccise, e dove? Perché fu ucciso? Mauro De Mauro parlottava sotto casa con quegli uomini e poi la sua Bmw improvvisamente ripartì. Spiega Di Carlo nel suo verbale: "Si è sempre detto che fu rapito. Non fu rapito invece né prelevato con la forza. Non ce ne fu bisogno. De Mauro conosceva bene uno di quei tre uomini, era Emanuele D'Agostino, mafioso di Santa Maria del Gesù. Gli altri due erano Bernardo Provenzano e Stefano Giaconia". Forse Mauro non si insospettì più di tanto, quando i tre gli chiesero di seguirlo. Aveva lavorato duro, alle 7 del mattino in redazione, all'una al lido dell'hotel "La Torre" di Mondello per mangiar qualcosa, nel pomeriggio ancora in redazione. Valeva la pena di lavorare ancora per ore, per tutta la notte se necessario: quell'amico - Emanuele D'Agostino - gli prometteva il pezzo mancante della "sua" storia, del suo scoop. Mauro li fece salire sulla sua auto. Si diressero dal lato opposto della città. Scesero da via Sciuti, poi da via Terrasanta, forse a quel punto svoltarono in piazza Diodoro Siculo e abbandonarono la Bmw di Mauro in via Pietro D'Asaro. Su un'altra macchina puntarono verso i giardini di Santa Maria del Gesù, verso il regno di quello che era allora il più potente mafioso della Sicilia: Stefano Bontate. I ricordi di Francesco Di Carlo sono molto nitidi: "Quando Emanuele D'Agostino seppe al Circolo della Stampa che De Mauro era a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate che era il suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione, tra cui Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno che chiamavano "l'avvocato", non esercitava la professione ma era laureato... Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo Miceli (il generale Vito Miceli, capo del Sid, il Servizio informazioni difesa? ndr) che forse era un militare e forse con un certo Maletti (il generale Gianadelio Maletti, capo dell'ufficio "D" del Sid? ndr)...". Generali e mafiosi si incontrarono, parlarono per ore, cercarono di saperne di più su che cosa aveva scoperto Mauro De Mauro e convennero che era troppo pericoloso per troppi di loro tenere in circolazione "quello lì". A quel punto, era chiaro a tutti i presenti quale sarebbe sato il passo successivo dell'affare. Di Carlo svela ancora chi decise di uccidere il giornalista: "Da Roma partì subito l'ordine di chiudergli la bocca... I miei amici mafiosi, quando ritornarono a Palermo, mi raccontarono che quella gente era molto preoccupata, mi dissero che avevano paura, che se fosse uscita anche la più piccola delle notizie sull'operazione che stavano preparando, loro sarebbero stati tutti arrestati...". Così morì Mauro De Mauro. Cominciò a morire al Circolo della Stampa nei saloni bui del teatro Massimo. Dove c'era sempre Tommaso Buscetta. Dove andava Masino Spadaro, che allora era il più grosso contrabbandiere di "bionde" del Mediterraneo. Dove c'era sempre Emanuele D'Agostino che era l'autista di Stefano Bontate. Era esuberante Mauro De Mauro. Curioso della vita, ciondolava in quei saloni, tra quella gente e chiacchierava volentieri, chiedeva sempre qualcosa ("Ci sono novità?") e rideva e scherzava e sapeva dar fiducia e farsi rispettare come "uomo con una sola faccia" e anche voler bene come un amico sincero. Poi tornava in redazione, infilava la testa nello stanzone della cronaca e ripeteva l'altro suo grido di guerra ai più giovani che pestavano apprensivi i tasti della macchina per scrivere: "Minchiate...sono tutte minchiate...". Mauro era scuro, alto, claudicante e con il naso ricucito per le ferite di un incidente stradale nei pressi di Verona o, come sosteneva qualcuno, per le legnate prese da un gruppo di partigiani. Un suo fratello aviatore era morto in guerra e un altro, Tullio, (l'attuale ministro della Pubblica istruzione) era già allora un autorevole linguista. Sua moglie Elda era stata anche lei braccata dai partigiani del Pavese, alla seconda figlia avevano dato il nome di Junia come quello di Borghese che era stato il suo comandante alla Decima Mas. Aveva 49 anni Mauro De Mauro, la sera che incontrò D'Agostino, Provenzano e Giaconia sotto casa. Aveva lo scoop della vita tra le mani, ma non intuì che era stato già tradito. "Gli interessi in gioco erano troppo grossi e dentro Cosa Nostra non tutti erano d'accordo con quel golpe", ha precisato meglio il mafioso Di Carlo venerdì 19 gennaio, nel suo secondo giorno di interrogatorio sul mistero della scomparsa del giornalista con il procuratore Pietro Grasso, l'aggiunto Guido Lo Forte e il sostituto Vittorio Teresi. La notizia che il principe Borghese stava progettando un colpo di Stato e che aveva chiesto un appoggio alla mafia, Mauro De Mauro la venne a sapere da un suo vecchio amico di estrema destra, uno che conosceva tutti i dettagli dell'operazione "Tora Tora", nome in codice del piano insurrezionale che sarebbe dovuto scattare la notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970. Mauro De Mauro aveva scoperto tutto tre mesi prima. Seppe che il principe Borghese aveva "arruolato" anche Cosa Nostra. In cambio di un aiuto aveva promesso di cancellare ergastoli e processi per gli uomini d'onore in gabbia. Lo torturano, ma non fece il nome di chi per primo gli "soffiò" la notizia. Ricorda Francesco Di Carlo: "Ci avevano assicurato che nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale, il nuovo governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato... ma non tutta Cosa Nostra vedeva di buon occhio il piano dei fascisti". Una parte era d'accordo, altri non volevano sentire ragione di quelle promesse di Junio Valerio Borghese. Il principe pretendeva che alla vigilia del golpe la mafia consegnasse ai generali una "lista" di tutti i mafiosi dell'isola, poi per farsi riconoscere durante il colpo di Stato gli stessi mafiosi avrebbero dovuto portare una fascia al braccio. Ci fu un summit a Milano per decidere cosa fare. C'era tutta la Cupola. E c'era anche Francesco Di Carlo quel giorno con gli altri boss. Il golpe non ci fu più, ma anche Mauro De Mauro non c'era più. Era stato inghiottito nel nulla. Là dove le acque dell'Oreto seguono le colline e poi, lentamente e sempre più torbide, finiscono nel mare di Palermo”.26 gennaio – La Procura di Palermo ha chiesto all' ufficio del gip la riapertura dell' inchiesta sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. L' iniziativa e' collegata ad alcuni fatti nuovi, tra cui l' acquisizione delle dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo riportate dal quotidiano "La Repubblica". Il procuratore Pietro Grasso non ha voluto commentare la pubblicazione del verbale di Di Carlo: "Coerentemente con il mio ruolo non posso violare il segreto istruttorio, contrariamente a quanto fanno i giornalisti". Quasi contestualmente la magistratura di Pavia, che indaga sull' incidente aereo di Bescape' nel quale mori' nel 1962 il presidente dell' Eni Enrico Mattei, ha inviato alla procura palermitana atti della propria inchiesta: verbali, testimonianze e rapporti. L' indagine di Pavia ipotizza un collegamento tra la caduta dell' aereo, che sarebbe stato sabotato, e la scomparsa di De Mauro: il giornalista dell' Ora se ne era occupato per la sceneggiatura di un film di Francesco Rosi. Le dichiarazioni di Francesco Di Carlo, boss di Altofonte, riaprono invece un' altra pista investigativa che conduce al golpe tentato nel 1970 dal principe Junio Valerio Borghese. Del caso Borghese avevano parlato in precedenza sia il boss Luciano Liggio in un udienza del maxiprocesso a Cosa nostra sia Tommaso Buscetta. Con diverse sfaccettature il loro racconto concordava sul fatto che i golpisti avevano chiesto l' appoggio militare della mafia. L' accordo pero' sfumo' per quella che la mafia giudico' una richiesta "molto strana": gli uomini d' onore dovevano portare una fascia verde come segno di riconoscimento. La pista Borghese, che a quanto pare sfiora anche due professionisti palermitani (uno e' morto qualche anno fa), e' stata a lungo scandagliata ma senza costrutto dalla magistratura assieme ad altre ipotesi investigative. Tanto che i giudici avevano archiviato l'inchiesta, dopo avere acquisito anche la sentenza di Roma sul tentativo di colpo di Stato. Ora le dichiarazioni del pentito Di Carlo e l' arrivo di nuovi documenti da Pavia inducono la Procura a ritornare su uno dei piu' impenetrabili misteri italiani degli anni '70.
26 gennaio - Rita Borsellino, sorella di Paolo, nella scuola media Leonardo da Vinci, dove ha partecipato ad una conferenza col presidente della Camera Violante, dice:"Sono rimasta ad abitare in via D' Amelio per custodire la memoria. Presi questo impegno preciso sulla bara di mio fratello". In quella strada abitavano la madre e la sorella del magistrato. Il procuratore aggiunto era andato li' proprio per incontrare i familiari quando esplose l' autobomba. "Mio figlio mi prese per le spalle - ha ricordato - e mi disse: dobbiamo rimanere per conservare la memoria di quanto e' accaduto. Poi sono stata tutta una notte nella sacrestia dov' era sistemata la bara di Paolo. Parlai con lui accarezzando la bara e mi ritrovai a sorridere". "Era la speranza - ha concluso - che qualcosa aveva inizio. Da li' avviai quel percorso che mi porta ad incontrare tante persone per quella che definisco educazione alla memoria".
26 gennaio - Per problemi tecnici nel collegamento in videoconferenza via satellite con gli Stati Uniti e' stato rinviato al prossimo 30 gennaio il processo per l' assassinio di Peppino Impastato. Un guasto, dunque, ha fatto slittare il dibattimento a carico di Tano Badalamenti, boss di Cinisi accusato di essere mandante dell' omicidio. Badalamenti, che sta scontando in un carcere federale degli Usa una condanna per traffico di stupefacenti, e per cui gli Stati Uniti non hanno mai concesso l' estradizione in Italia, ha chiesto ed ottenuto di assistere al processo a suo carico attraverso la videoconferenza.
27 gennaio - I Gico della Guardia di Finanza arrestano Maria Rosa Palazzolo, sorella del latitante Vito Roberto Palazzolo, il marito Vito Motisi, l' imprenditore Salvatore D'Anna, ritenuto vicino al boss Gaetano Badalamenti, il consigliere comunale di Cinisi Giuseppe Pizzo, gli imprenditori edili Antonio Giannusa e Giuseppe Leone. L'inchiesta, partita nel giugno 1998 dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, avrebbe consentito di accertare contatti tra la sorella del superlatitante in Sudafrica Palazzolo e il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Da un'intercettazione ambientale, infatti, emerge che Bernardo Provenzano avrebbe comunicato con la signora Palazzolo con un bigliettino, mediatore Salvatore D'Anna. Gli investigatori sottolineano, inoltre, che nell'edificio dove abita Antonio Giannusa, risiedeva anche Caterina Palazzolo sorella di Saveria Palazzolo, compagna di Provenzano. Il pentito ha parlato di riciclaggio del denaro da parte di Cosa Nostra facendo riferimento al legame di fiducia che per molti anni aveva avuto con Toto' Riina, di cui era divenuto prestanome. L'indagine si e' avvalsa della collaborazione del Sisde. I fatti presi in esame dagli investigatori hanno aperto uno scenario definito 'interessante' in ordine agli attuali assetti ed alle alleanze interne alle famiglie mafiose di Cinisi, Terrasini e Partinico. E' emerso, tra l'altro, il ruolo di sempre maggior rilievo assunto dal latitante Salvatore Lo Piccolo. Nell'inchiesta emerge anche il ruolo della famiglia mafiosa di Terrasini, guidata secondo l' accusa, da Salvatore D' Anna, arrestato questa mattina. Per gli inquirenti il coinvolgimento di D' Anna, legato al boss Gaetano Badalamenti, detenuto negli Stati Uniti, farebbe ipotizzare una ricucitura di vecchi dissidi tra i corleonesi di Provenzano ed i gruppi vicini al vecchio patriarca di Cinisi. Agli atti dell' inchiesta i magistrati hanno depositato intercettazioni ambientali e telefoniche fra alcuni degli indagati ed esponenti politici del Polo delle liberta'. Gli investigatori del Gico della Guardia di Finanza, in particolare, hanno registrato incontri fra alcuni degli arrestati e personaggi politici che sono state inserite nelle informative consegnate alla direzione distrettuale antimafia. L' inchiesta e' stata denominata "Libia" per via della destinazione di alcuni investimenti. I provvedimenti cautelari sono stati firmati dal gip Florestano Cristodaro su richiesta dei sostituti Franca Maria Imbergamo, Salvo De Luca e Fernando Asaro. E' fuggito all' arresto il principale indagato, l' uomo indicato dagli inquirenti come il probabile prestanome di Provenzano. Si tratta di Giuseppe Palazzolo, un bancario in pensione che da alcuni anni si sarebbe trasferito a Caltanissetta dove ha acquistato alcuni feudi. Sono stati gli agenti del Sisde, che indagavano su di lui, a segnalarlo al Gico di Caltanissetta. Le indagini, in seguito, hanno avuto il contributo delle dichiarazioni del pentito Giuseppe Ferrante, si sono spostate nel palermitano, fra Cinisi e Terrasini.
27 gennaio - Sulla vicenda Provenzano, "Il Messaggero" pubblica un articolo di Rita Di Giovacchino:
"In una Palermo, chiusa a riccio nella diffidenza, che reagisce con fastidio agli input di chi chiede la cattura di Provenzano in tempi stretti, la caccia ai Boss si stempera tra veleni e polemiche. Il Capo dei capi "Binnu" è certo il primo della lista. Duecento, trecento uomini lo stanno braccando, lo cercano nelle masserie abbandonate delle campagne circostanti, nei bagli disseminati dei feudi ancora controllati dalla mafia, da Cinisi a Belmonte, da Castellamare a Partinico. Ma anche, dov'è più probabile che stia, nei condomini anonimi ed eleganti del centro storico dove certamente vive protetto da un pugno di fedelissimi anche loro senza volto. Un gruppetto di incensurati, ignoti alla polizia e perfino a Cosa Nostra. Un servizio "segreto" personale attraverso cui comunica con il mondo esterno all'antica, bigliettini vergati a mano, messaggi che soltanto quando vengono ricomposti, come un puzzle, acquistano un significato. Se incontra la moglie e i figli, che dal '92, quando hanno fatto ritorno a Corleone, sono guardati a vista, nessuno lo sa e nessuno immagina come possa accadere. Non un errore, pochi i contatti con il mondo esterno, pochi i boss che lo hanno visto in faccia negli ultimi dieci anni. Non usa il telefonino. L'unico pentito che lo ha incontrato una sola volta a Belmonte Mezzagno nel '96 è Giovanni Brusca. È questa l'arma segreta della lunga latitanza di Bernardo Provenzano, potente tra i potenti. È dura per gli inquirenti penetrare lo scudo di quella trentina di boss che nella Sicilia occidentale son tornati a farla da padrone ai suoi ordini, controllando racket e appalti. "Non c'è neppure un mattone che viene posato e che non frutti a Cosa Nostra almeno mille lire, come vent'anni fa", dice un investigatore. Ma ora c'è un nuovo pentito che avrebbe contribuito a ricostruire la rosa di quelli che comandano almeno a Palermo. Provenzano, non solo lui. Nella hit-parade dei ricercati, spiccano sei fedelissimi. Il suo braccio destro è Salvatore Lo Piccolo, capomandamento di San Lorenzo-Resuttana, la zona a maggior densità mafiosa di Palermo, un tempo dominata dai Madonia, che Totò Riina "aveva nel cuore". Ora c'è lui, fedelissimo di Provenzano. Prenderlo sarebbe un duro colpo alla latitanza del boss, tempo fa ci provò la squadra catturandi dei carabinieri che fecero irruzione nella casa dell'amante. C'era soltanto l'anziana madre della donna, 74 anni, ma abbastanza lucida da nascondere nella vagina una lettera in cui Lo Piccolo dava precise disposizioni per indurre alcuni commercianti "insolventi" a pagare il pizzo. Al secondo posto c'è Matteo Messina Denaro, suo luogotenente nella provincia di Trapani. E poi Benedetto Spera, che cura i suoi interessi nella roccaforte di Belmonte Mezzagno (dove però si registrano oscuri delitti trasversali che minacciano la pax mafiosa). E ancora Giovanni Bonomo a Partinico, e Carmelo Virga a Castellamare. Quest'ultimo, detto Manuzza per via di una paralisi al braccio, pochi mesi fa è scampato ad un agguato che ancora disturba i sonni di Provenzano. Il Boss è sempre più solo, diffidente e guardingo. A preoccuparlo non sono soltanto i duecento uomini dello Stato quanto i fermenti interni a Cosa Nostra. "Catturarlo? Forse è più facile che ci venga consegnato. Quella con i corleonesi di Riina è una diarchia fatta di omicidi e di spartizioni che a lungo non regge", dice un magistrato. "C'è sempre stato il sospetto che dietro la cattura di Riina possa esserci stato il tradimento di Provenzano. Una sorta di patto con lo Stato che avrebbe accolto una proposta di questo tipo: io ve lo tolgo di mezzo questo pazzo sanguinario e stiamo bene tutti, noi ci facciamo i nostri affari e voi state tranquilli, niente più stragi", dice un giovane avvocato, Giangiacomo Palazzolo di Cinisi, paese natale di Tanu Badalamenti, parte civile nel processo di Peppino Impastato e che sostituisce l'avvocato Taormina nella tutela della famiglia Lombardo. Trent'anni appena che gli fanno dire cose che in tanti sussurrano: "Non è un mistero che il maresciallo Lombardo ha avuto un ruolo decisivo nella cattura di Riina grazie ai suoi confidenti che facevano parte dello schieramento avverso alla linea stragista. E Provenzano si sa che era contrario a far guerra allo Stato. Due giorni prima di morire, uno di questi, Brugnano, gli fu fatto trovare incaprettato davanti casa, un episodio che lo scosse. Ma Brugnano stava collaborando alla cattura di Brusca, per Riina la fonte era più alta". Quanto alta? Palazzolo scuote la testa: "Nessuno lo sa, certo è che Lombardo aveva un rapporto confidenziale di altissimo livello con Badalamenti com'è emerso dal processo Andreotti. Un biglietto da visita di cui uno come Provenzano può aver tenuto conto"".30 gennaio - Gli agenti della squadra mobile di Palermo arrestano il boss latitante Benedetto Spera, considerato il braccio destro del capomafia Bernardo Provenzano. I poliziotti della "sezione catturandi" sono entrati in azione nelle campagne di Mezzojuso, nel palermitano, poco dopo le 10 del mattino. Spera e' il capomafia di Belmonte Mezzagno ed e' ricercato da quasi nove anni. E' stato condananto per le stragi di via D' Amelio, per quella di Capaci ed a suo carico ha pendenti diversi processi per omicidio. Nel corso dell' operazione e' stato arrestato anche Vincenzo Di Noto, 68 anni, primario in pensione di medicina interna nell' Ospedale Ingrassia di Palermo.(che doveva curare Spera il quale avrebbe disturbi alla prostata). Proprio seguendo i suoi movimenti gli investigatori sono riusciti a localizzare il casolare nelle campagne di Mezzojuso, a 40 chilometri da Palermo, dopo vari mesi di intercettazioni con microspie. Gli agenti della squadra mobile hanno seguito il medico e lo hanno controllato giorno e notte perche' sapevano che i due erano in contatto. Il procuratore della repubblica di Palermo Pietro Grasso osserva che "e' stata tolta dallo scacchiere mafioso una pedina fondamentale” e che "Spera e' ritenuto uno dei componenti del direttorio mafioso guidato da Provenzano. Si e' occupato della gestione degli appalti pubblici e dalle indagini ci risulta essere uomo di fiducia del capo dei Cosa Nostra". Vincenzo Di Noto era gia' stato indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Era accusato di avere curato un altro latitante, Bernardo Brusca. Un fratello del primario, Francesco Di Noto, sospettato dagli investigatori di essere affiliato alla cosca di Palermo centro, era stato assassinato in un agguato nella guerra di mafia all' inizio degli anni '80. Spera e’ considerato uno dei principali collaboratori di Provenzano. L’ amicizia tra Spera e Provenzano si sarebbe cementata negli anni delle scorrerie per le campagne: anche la lunga fedina penale di Spera, infatti, non fa eccezione, e si apre con un reato simbolo della mafia di quegli anni: pascolo abusivo, contestato alla fine degli anni '50. Determinazione, ferocia e fedelta' alla famiglia corleonese sono i tratti distintivi del suo curriculum criminale, che da semplice soldato lo ha condotto al vertice di uno dei mandamenti piu' importanti, quello di Belmonte Mezzagno. E se i giudici lo hanno condannato all'ergastolo per la stagione delle stragi del '92 come componente della cupola mafiosa, dalle stragi del '93 Spera si e' tenuto prudentemente alla larga: alleato di Riina in quella zona era Piero Lo Bianco, capo della famiglia di Misilmeri, che Riina, proprio per sottrarlo alla 'giurisdizione' di Spera, aveva 'affidato' al controllo dei fratelli Graviano. Ma quando nel '94 i due fratelli di Brancaccio vengono arrestati, la stella di Lo Bianco smette di brillare e verra' definitivamente spenta, con il metodo della lupara bianca, nell'agosto del '95 proprio su ordine di Spera, adesso imputato di quell'omicidio. Fu il delitto che segno' l'inizio dell'era Provenzano, non piu' di attacco frontale allo Stato, ma di pacifica e fruttosa (per Cosa Nostra) convivenza, la prima di una serie di 'operazioni chirurgiche' per riportare le 'famiglie' allo sbando per gli arresti in massa sotto la guida di Bernardo Provenzano.
30 gennaio - Al processo per la morte di Peppino Impastato, Tano Badalamenti parla in videoconferenza e dice:"Mai trafficato in droga, lo ha detto anche Buscetta". Dopo le dichiarazioni di Badalamenti, depongono alcuni impiegati delle ferrovie dello stato in servizio a Cinisi la notte in cui Impastato fu ucciso. I resti del giovane vennero trovati lungo la linea ferrata. Tutti hanno riferito che la sera dell'uccisione si verificarono guasti ai binari e problemi alla circolazione ferroviaria. Il processo riprendera' il 15 febbraio.
30 gennaio - Il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, a margine di un seminario contro la tratta di donne organizzato dal dipartimento per le Pari opportunita', commentando l'arresto di Benedetto Spera, dice:"Provenzano perde un punto di riferimento forte. Anzi, gli consiglierei di consegnarsi". "Visto come si stanno mettendo le cose - ha affermato Vigna riferendosi a Provenzano - ho l'impressione che ci sia in Cosa Nostra chi avrebbe meno attenzioni garantiste di quelle che avrebbero gli organi dello Stato nei suoi confronti". Secondo il procuratore nazionale antimafia, l'arresto di Spera e' da iscrivere "fra le maggiori catture degli ultimi anni, come quelle di Riina, Bagarella e Brusca". "E' importante - ha sottolineato - perche' Spera era latitante da circa nove anni, in quanto condannato per le stragi di Capaci e via D'Amelio; perche' era un uomo di spicco di un forte mandamento di Cosa Nostra e, da ultimo ma non ultimo, perche' e' un uomo molto legato a Provenzano. Si spera – ha proseguito Vigna - che si aprano delle crepe nella barriera protettiva di Provenzano, anche perche' negli ultimi tempi ci sono stati vari attentati a persone che svolgevano attivita' imprenditoriali e che erano molto legate a Spera e Provenzano". Quindi, ha concluso Vigna, "sembra che questo muro di infrangibilita' possa creparsi".
30 gennaio - Marisa La Torre, vedova del sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato nel 1983 a Valderice, che nei giorni scorsi e' stata designata da An vicesindaco di Trapani, in una conferenza stampa con il coordinatore regionale di Alleanza nazionale Guido Lo Porto e con il presidente dell'Ars Nicola Cristaldi, dice: "Negli omicidi di molti magistrati siciliani la mafia e' stata solo il braccio armato di un intreccio tra politica, massoneria e interessi economico-finanziari". "Il monopolio dell' antimafia - ha aggiunto - e' servito spesso a creare coperture. Da quando sono stata nominata avverto intorno a me un clima di intimidazione perche' molti hanno paura di me".
31 gennaio - L' avvocato Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani, la piu' antica istituzione Massonica operante in Italia, ribatte:"Abbiamo sempre condannato la mafia" alle affermazioni di Marisa La Torre, vedova del sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto. "Comprendiamo e rispettiamo il suo dolore -aggiunge Raffi - ma non possiamo consentire neppure a lei, in campagna preelettorale, di lanciare accuse infondate e generalizzate contro la Massoneria, riciclando falsi teoremi su presunti intrecci tra Massoneria, politica, affari e Mafia. I Liberi Muratori, quando non sono vittime in prima persona, sono solidali con le vittime, ma giammai con gli autori dei crimini, ragione per cui la condanna e il rifiuto dei fenomeno mafioso sono fermi, inequivocabili e senza appello". "Invitiamo, pertanto, il vice-sindaco a chiarire - aggiunge - assumendosi ogni responsabilita' civile e penale, se il riferimento attiene al Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani e, in caso affermativo, a specificare nomi, cognomi, ruoli e circostanze".
31 gennaio - La zona di contrada Giannino, a Mezzojuso, in cui e' stato arrestato Benedetto Spera, era al centro da tempo delle indagini finalizzate alla cattura del boss Bernardo Provenzano e dei suoi fedelissimi. Sono stati i pentiti Angelo Siino e Giovanni Brusca, in due verbali redatti tre anni fa e immediatamente secretati, ad indicare agli investigatori la zona di Mezzojuso come il crocevia piu' importante di grossi latitanti mafiosi. La Barbera era infatti sotto controllo assiduo da tempo: gli investigatori di Caltanissetta si erano imbattuti in lui gia' sei anni fa, seguendo le indicazioni di Luigi Ilardo, il mafioso che condusse i carabinieri del Ros ad un passo da Provenzano e poi pago' con la vita la sua scelta di informatore. E che Ilardo non era un millantatore il Ros l' aveva capito il 31 ottobre del 1995: quel giorno guido' i carabinieri fino allo svincolo di Mezzojuso, sulla Palermo-Agrigento, proprio dove e' stato arrestato ieri Spera. Da li' sarebbe stato condotto da altri mafiosi in un casolare dove Provenzano aveva riunito i suoi fedelissimi per annunciare che la tregua tra le cosche sarebbe dovuta durare almeno 5-7 anni: poi Cosa Nostra, promise, sarebbe tornata come prima, ricca ed invincibile. Era il primo incontro ravvicinato tra Provenzano ed il Ros grazie ad Ilardo, ma non ci sarebbe stato il secondo: Ilardo venne ucciso il pomeriggio del 10 maggio 1996 dopo avere incontrato un' ora prima il colonnello della Dia Michele Riccio, al quale aveva promesso che la cattura di Provenzano era imminente.
2 febbraio - L' avv. Domenico La Blasca, difensore di Toto' Riina, chiede la riapertura delle indagini sull' omicidio del giornalista siciliano Mario Francese, ucciso dalla mafia nel 1978. "Di Carlo - sostiene La Blasca - riferisce di avere avuto notizia sul delitto Francese nel 1979. Questo contrasta con quanto detto da Brusca e La Barbera, secondo i quali Di Carlo, a quell' epoca, era stato gia' estromesso da Cosa nostra". "Chi avrebbe riferito notizie su un omicidio - si chiede il legale - a un uomo che non faceva piu' parte dell' ambiente mafioso?". Sulla richiesta di La Blasca, la corte d'assise titolare del processo Francese decidera' alla prossima udienza del 6 febbraio.
3 febbraio - La Carovana antimafia, organizzata da Libera, l'associazione fondata da don Luigi Ciotti e dalle Acli lombarde, conclude il suo giro per la Lombardia davanti agli studenti del liceo Galilei di Ostiglia (Mantova). Con Rita Borsellino, c'erano don Luigi Ciotti e l'allenatore della nazionale di Pallavolo Andrea Anastasi. "La mafia e' tra noi - ha detto Rita Borsellino - al Nord come al Sud. Per sconfiggerla bisogna rinunciare al silenzio e unire tutte le forze in un impegno comune teso al cambiamento".
3 febbraio - Su Raiuno va in onda uno speciale Tv7 sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, con interviste a Graziano Verzotto, segretario della Dc siciliana e presidente dell' Ems negli anni '70, a Bruno Contrada, il funzionario di polizia ai vertici investigativi siciliani per oltre venti anni, a Vittorio Nistico', che e' stato direttore del quotidiano palermitano L' Ora. Il giornalista Giuseppe Crapanzano ricostruisce la vicenda di De Mauro basandosi sulle testimonianze di chi lo ha conosciuto, di articoli di giornale e del diario di un giornalista palermitano, Gianni Lo Monaco, amico dei De Mauro, che per conto de L' Ora segui' la vicenda subito dopo la scomparsa di quello che era uno dei piu' noti cronisti siciliani. Nello speciale vengono ipotizzati collegamenti tra la scomparsa di De Mauro e l' omicidio del procuratore Pietro Scaglione e viene messa a fuoco la figura del commercialista Nino Buttafuoco, unico indagato per la scomparsa di Mauro De Mauro. Per Bruno Contrada, Mauro De Mauro forse aveva scoperto tanti anni prima, rispetto a investigatori e magistrati, il ruolo dei cugini Nino e Ignazio Salvo che avevano la gestione delle societa' per la riscossione dei tributi. "Dopo l'uccisione del procuratore Pietro Scaglione - dice Contrada - nel maggio '71, scoprimmo che De Mauro nell'estate del '70 era andato a trovare il magistrato e i due avevano parlato per venti minuti. Scaglione a noi investigatori non parlo' mai di quel colloquio. Lo apprendemmo dopo la sua morte dal vicebrigadiere D'Agostino che era il suo uomo di fiducia". La Mobile scopri' anche che De Mauro era andato nella cancelleria commerciale del tribunale per esaminare fascicoli delle societa' che si occupavano dei tributi. Non e' escluso, secondo Contrada, che De Mauro scopri' una maxievasione fiscale dei cugini Salvo che solo nell'84 vennero incriminati per mafia da Giovanni Falcone. "Il giudice istruttore Rocco Chinnici - aggiunge Contrada - ci disse che una volta De Mauro s'incontro' con lui nel caffe' Nobel e gli disse di aver scoperto 'intrallazzi negli uffici tributari'. Chinnici consiglio' a De Mauro di parlare di quelle cose con Scaglione". "Ricordo - continua - che quando arrestammo Nino Buttafuco, che aveva uno degli studi tributaristi piu' importanti di Palermo, Scaglione organizzo' una conferenza stampa in cui disse che quella pista era quella giusta. E' stata la prima e unica volta che il procuratore ha fatto dichiarazioni pubbliche alla stampa. Non aveva mai parlato". La polizia esamino' tutta la vita di De Mauro "dalla nascita fino al giorno del rapimento". "Sapevamo quasi tutto - dice - Ricordo che seguimmo tutte le piste possibili, tutti i moventi. Le indagini piu' serie erano tre: golpe Borghese, caso Mattei, la mafia. Mi occupai della pista Mattei: il regista Rosi che aveva incaricato De Mauro di fare un'indagine sulla morte del presidente dell'Eni minimizzo' dicendo che il giornalista doveva solo fargli un informativa sull'ultimo giorno di Mattei. Non ho mai creduto alla pista del golpe Borghese e non credo neanche alle ultime rivelazioni del pentito Di Carlo". "Nei mesi successivi al rapimento - conclude - arrivarono in questura centinaia di anonimi. Riempii tre faldoni con quei fogli e con quelli delle indagini che facemmo su ogni segnalazione".
6 febbraio - "La Repubblica" scrive che il boss mafioso Stefano Biondino, uomo di fiducia di Toto' Riina, avrebbe incontrato a gennaio il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna, al quale, su incarico dei capimafia, avrebbe offerto la loro dissociazione in cambio di sconti di pena e migliori condizioni di detenzione. Sempre secondo il quotidiano, Vigna avrebbe informato le procure di Palermo e Caltanissetta. "Repubblica" riferisce anche di una riunione tra i boss, di quel "direttorio" che avrebbe sostituito la "cupola", nel corso della quale si sarebbe deeciso di affidare a Biondino l' incarico di condurre le trattative: non una proposta di collaborazione, ma solo di 'dissociazione', ammettendo quindi le proprie colpe, ma senza accusare altri. Tra i boss che sarebbero pronti alla dissociazione, sempre secondo il quotidiano romano, oltre a Biondino, ci sarebbero Pietro Aglieri, Carlo Greco, Salvatore Buscemi, uno dei fratelli Graviano di Brancaccio e Giuseppe "Piddu" Madonia. l' avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore di Pietro Aglieri commenta che "Il mio cliente non sta trattando con nessuno". Il legale del boss parla di una "pseudo trattativa" e aggiunge: "Non mi risulta che Vigna si sia incontrato con Aglieri". L' avvocato De Gregorio sostiene inoltre che il suo assistito "sul piano personale non ha alcun interesse a trattare. Dalla carte giudiziarie che sono in nostro possesso relative ai processi per le stragi si trova la strada per l' assoluzione di Aglieri". Il procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna, intervistato dal Gr Rai sulla presunta trattativa di resa con lo stato da parte della mafia, come anticipato da Repubblica, commenta: "Mi fa schifo la parola trattare". "Non faccio nomi e non faccio nulla. Io faccio - spiega Vigna - decine di colloqui investigativi con detenuti che lo chiedono. Dopo di che scrivo verbali, faccio firmare e torno a casa. Tutto qui". Anche il procuratore di Palermo Pietro Grasso commenta:"Posso escludere che sia in atto qualsiasi trattativa". "Escludo - ha aggiunto - che attivita' di istituto di altri uffici, come ad esempio i colloqui investigativi, possano costituire parte di qualsiasi prospettiva di accordo con capi di Cosa Nostra detenuti". Per il presidente della commissione antimafia, Giuseppe Lumia, i mafiosi "hanno una sola via di fronte, quella della collaborazione". "Non ci puo' essere nessuno spazio per delle trattative con i mafiosi,- ha aggiunto Lumia - e' giusto che i magistrati abbiano colloqui investigativi con i detenuti, ma e' chiaro che lo Stato non puo' trattare. I mafiosi hanno una sola via di fronte, quella della collaborazione, prevista dall legge. I mafiosi debbono capire che hanno di fronte uomini delle istituzioni che impedirebbero ogni tentativo di contatto per ammorbidire la loro posizione, lasciandoli in condizione di continuare ad essere capi". "Il commento di Vigna, 'la parola trattativa mi fa schifo', - ha continuato il presidente dell' Antimafia - e' da apprezzare anche nella sua crudezza. I mafiosi debbono dire tutto e non porre nessuna condizione. I capimafia debbono scontare l' ergastolo, se condannati a quella pena, essere sottoposti al 41bis, e per noi della Commissione antimafia debbono essere aggrediti nel patrimonio e confiscati i loro beni".
6 febbraio - L' avv. Salvatore Traina, difensore di Bernardo Provenzano, intervistato da Tmc sulla possibilita' che il suo assistito possa consegnarsi, risponde: "Se mi accusassero di aver rubato la Torre di Pisa, scapperei piu' lontano possibile e poi mi difenderei". "A mio modo di vedere - ha aggiunto l' avv. Traina - Provenzano non e' certamente quel personaggio che si dice egli sia, cioe' il capo di Cosa Nostra, un'organizzazione terribile e criminale. Se Bernardo Provenzano avesse potuto difendersi nei suoi processi, avrebbe continuato ad essere assolto come fu assolto nel primo maxiprocesso. Evidentemente a qualcuno puo' far comodo riversare il tutto su Provenzano, su questa figura evanescente, inafferrabile e inesistente sotto il profilo che si vuole egli abbia".
6 febbraio - Processo per l' uccisione del giornalista Mario Francese: Antonio Subranni, che negli anni '70 comandava il Nucleo operativo dei carabinieri di Palermo, dice che "Francese era un giornalista autentico, uno che faceva il suo lavoro con coraggio: per questo lo hanno ucciso". "Francese - ha aggiunto Subranni - conduceva un' inchiesta serrata sugli interessi mafiosi nella costruzione della diga Garcia e aveva subito intuito che si trattava di un affare che stava molto a cuore ai corleonesi di Toto' Riina". Subranni ha sottolineato come il cronista del Giornale di Sicilia avesse capacita' tali da giungere spesso a conclusioni, in vicende di mafia, del tutto analoghe e coeve a quelle degli uffici investigativi. "Spesso - ha ricordato Subranni - lo invitai a ritardare la pubblicazione dei suoi articoli, temendo che potesse intralciare la definizione di inchieste in corso". La Corte d' assise rigetta la richiesta presentata dall' avvocato Domenico La Blasca, difensore di Toto' Riina, che aveva chiesto la riapertura delle indagini sul caso per alcune contraddizioni emerse nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo, Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera. Il processo, che continuera' nelle forme del rito abbreviato, e' rinviato al 14 febbraio per le arringhe difensive.
11 febbraio - "Il Giorno", "La Nazione" e "Il Resto del Carlino" pubblicano un' intervista al comandante dei Ros Sabato Palazzo:
""In questo momento le nuove brigate rosse costituiscono il pericolo più serio". Annusa l'aria il comandante del Ros Sabato Palazzo. Affila lo sguardo e incrocia le mani. Poi, come un ufficiale sul campo di battaglia, illustra la strategia. "Stiamo scavando a fondo nel mondo dell'estremismo di sinistra". Il generale, che dal primo febbraio del '98 guida il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, è stato ascoltato nei giorni scorsi dalla Commissione stragi. Argomento: lo stato dell'eversione in Italia. E lo si legge quasi nei suoi occhi che lui vorrebbe dare la buona novella. Dire che i suoi uomini contano di arrivare presto, molto presto alla cattura dei killer di D'Antona. Ma prudentemente si trattiene. Generale, stiamo tornando alla stagione degli anni di piombo? "Non ci sono più le condizioni per fare proseliti. Il clima è cambiato. Ma i gruppi dell'estrema sinistra sono un pericolo concreto. Mi riferisco alle Br, ai Carc, i comitati di appoggio resistenza al comunismo, al Partito comunista combattente, nonché ai Nuclei territoriali antimperialisti e agli anarchici insurrezionalisti. Al momento l'estrema destra ci preoccupa di meno. Forse è presto per dirlo, ma l'episodio della bomba al Manifesto potrebbe anche essere un fatto soggettivo, che non si inquadra in una strategia. Mentre c'è un filo preciso che unisce le azioni delle nuove Br fin dall'omicidio Ruffilli. Però non ci sono solo estrema destra ed estrema sinistra. Dobbiamo considerare anche un altro fronte".
Quale?
"Quello del terrorismo internazionale. Nei mesi scorsi abbiamo sgominato alcune cellule di integralisti ramificate sul territorio e legate al Gia. Si erano specializzate nella produzione di documenti falsi e nella raccolta di danaro per finanziare la guerra in Algeria. Questi 'soldati' restano un pericolo, perché un domani potrebbero essere utilizzati da gente come Bin Laden per colpire obiettivi occidentali o istituzionali in Italia".
Ora, però, le vostre forze sono concentrate soprattutto in Sicilia. Si arriverà presto alla cattura di Provenzano?
"Stiamo facendo un grosso investimento di uomini e mezzi. Ma non me la sento di dire che la cattura è vicina".
Perché Binnu u trattori, come lo chiamano in Sicilia, è imprendibile?
"La mafia ora è organizzata in compartimenti che non comunicano tra loro. Lo stesso Provenzano non usa certo il telefono o il computer per parlare con i suoi. Bisogna fargli terra bruciata attorno".
Provenzano è davvero il boss dei boss?
"E' il numero uno, anche se riteniamo che si avvalga di un direttorio ristretto, costituito da Denaro, Lo Piccolo e Spera, fino a quando non è stato arrestato. Tanto per parlare dei più noti".
Violante ha detto recentemente: lo cercano male, dovrebbero cercarlo a casa sua...
"E io do ragione al presidente della Camera. Nel senso che anche noi crediamo che Provenzano sia in Sicilia. Forse è proprio a Palermo.Ciò non toglie che debba guardare anche altrove".
Si dice che Ultimo fosse arrivato quasi ad arrestare Provenzano...
"Non mi risulta".
Certo è che ci stava lavorando da tanti anni.
"Ultimo è un bravo ufficiale, un grosso professionista. E se fosse stato per me io l'avrei trattenuto al Ros. E' lui che se ne è voluto andare. Quando era in Sicilia io gli ho dato tutto quello che potevo dargli in termini di uomini e mezzi. Ma credo che per contrastare Cosa Nostra non servano gli individualisti, ma lo spirito di gruppo".
Si dice sia in corso una trattativa tra lo Stato e la mafia per la consegna di Provenzano...
"Trattativa è una parola del tutto fuori luogo. Il procuratore Vigna lo ha spiegato molto bene. Ci sono stati, come sempre, colloqui investigativi con i pentiti. Nessuna trattativa".
Che cosa pensa della nuova legge sui pentiti?
"Il limite dei sei mesi per chi intende pentirsi e ha qualcosa da raccontare mi sembra una cosa molto seria".
La cattura di Provenzano, se avverrà, costituirà un colpo mortale per Cosa Nostra?
"Procurerà certo degli squilibri e l'alimentazione di nuovi rapporti di forza". I Ros, come gli altri reparti speciali, erano stati depotenziati dalla circolare Napolitano. Poi c'è stato l'intervento del ministro degli interni Bianco, che ha in parte ripristinato la situazione precedente, consentendo a questi reparti di svolgere indagini in tutta Italia.
"Già, e tanto ci basta per lavorare bene".13 febbraio - La corte di assise di appello di Firenze, presieduta dal giudice Arturo Cindolo, conferma 15 dei 16 ergastoli inflitti in primo grado ai presunti organizzatori delle stragi con le autobombe della primavera-estate 1993. La sedicesima condanna all' ergastolo (quella per Cristofaro Cannella) e' stata ridotta alla pena di 30 anni di reclusione perche' l' imputato e' stato prosciolto per l' attentato di via dei Georgofili a Firenze. Fra i 15 imputati per cui e' stato confermato l' ergastolo figurano Toto' Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e i boss latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro che, insieme al pentito Giovanni Brusca (per cui e' stata confermata la condanna a 20 anni di reclusione), sarebbero stati i mandanti della strategia di terrorismo mafioso del 1993. I giudici di appello hanno sostanzialmente confermato le sentenze dei processi di primo grado, che si erano conclusi il 6 giugno 1998, con 14 condanne all' ergastolo, e il 21 gennaio 2000, con l' ergastolo anche per Riina e Giuseppe Graviano. L' unica modifica di qualche rilievo, oltre al prosciogilmento di Cannella per la strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993), riguarda la posizione di Riina e Giuseppe Graviano in relazione al fallito attentato a un pullman dei carabinieri allo stadio Olimpico, a Roma, progettato per la fine del 1993. I giudici d' appello hanno dichiarato la nullita' della sentenza di primo grado relativamente a quella imputazione. La sentenza ha disposto il rinvio degli atti relativi a quell' episodio alla corte d' assise di primo grado e ha ridotto di quattro mesi per i due boss - da tre anni a due anni e otto mesi - la pena accessoria dell' isolamento diurno. Anche il processo d' appello, cominciato il 23 ottobre scorso, ha quindi accolto le tesi della procura. Il pg Gaetano Ruello, nella sua requisitoria, aveva sostenuto che la strategia di attacco terroristico al patrimonio culturale del paese sarebbe stata decisa dai vertici di Cosa Nostra gia' alla fine del 1992, sulla base, in particolare, di una sollecitazione di Toto' Riina. L' obbietivo, secondo l' accusa, era duplice: “rinsaldare all' interno dell' organizzazione i vincoli di appartenenza, che rischiavano di saltare dopo la crisi determinata dal pentitismo, e lanciare all' esterno un duro messaggio alle istituzioni: o ammorbidite la vostra linea, in particolare sul 41 bis, o Cosa nostra alzera' sempre piu' il tiro con una escalation di violenza e brutalita'”.
13 febbraio - Il film italiano "I Cento Passi" di Marco Tullio Giordana sulla vicenda di Peppino Impastato e' escluso dalla cinquina dei candidati all'Oscar per il miglior film straniero. "E' una grande soddisfazione - dice Giovanni Impastato, fratello di Peppino - essere arrivati quasi alle nomination per l' Oscar. Siamo contenti lo stesso. Il nostro risultato l' abbiamo ottenuto". "Per noi - ha aggiunto - il film era lo strumento per far conoscere la figura di Peppino. E ci siamo riusciti. Oggi sono a Vicenza dove l' associazione Libera ha organizzato la proiezione del film ed un dibattito. Siamo a 2 mila km da Cinisi a parlare di mio fratello. E' un grande successo". "Certo mi dispiace - ha concluso - per il regista e tutti quanti hanno lavorato al film. Per i professionisti del cinema l' Oscar e' 'il' traguardo. Ma anche loro devono essere soddisfatti sapendo di aver fatto un opera bellissima di grande valore culturale, storico e sociale".
13 febbraio - Giorgio Bongiovanni, direttore di "ANTIMAFIA Duemila" invia alla Procura della Repubblica di Palermo e al Comando del Ros dei carabinieri il seguente comunicato:
"LA CATTURA
La vera storia dell'arresto di Riina e della mancata perquisizione del suo covodi Giorgio Bongiovanni
La cattura del capo di Cosa Nostra Totò Riina e la mancata perquisizione del covo dove trascorreva la sua latitanza fanno certamente parte dei tanti misteri d'Italia. Come si arrivò a catturarlo? Perché la villa di via Bernini non è stata sorvegliata in modo da impedire che venisse ripulita dai vari gregari del boss? Tutti hanno dato la loro versione lasciando spazio ad ogni tipo di teorema: il complotto, la collusione, la copertura e il semplice malinteso. Abbiamo indagato e condotto molte interviste che oltre ad aggiungere preziosi elementi, vanno a confermare quanto il Capitano Ultimo ha dichiarato nel libro di Maurizio Torrealta Ultimo. Il capitano dei carabinieri Ultimo, allora parte dei ROS (Raggruppamento operativo speciale), oggi maggiore in servizio al NOE (Nucleo operativo ecologico) e suoi uomini si sono insediati per mesi all'interno del centralissimo mandamento della Noce e per ventiquattro ore su ventiquattro hanno spiato e ascoltato, con l'ausilio dei pochi mezzi tecnici a disposizione, i movimenti degli uomini d'onore legati al boss. E' stata però la giusta intuizione di seguire da vicino i Ganci a portarli dritti al covo di Riina in via Bernini, nel cuore di Palermo. Era proprio in una di quelle ville che si nascondeva "u' zu Totò", lo aveva confermato il tanto discusso collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio che aveva riconosciuto in un filmato di sorveglianza Ninetta Bagarella, fedele moglie del boss, il giardiniere di fiducia e uno dei figli. Sarà lui ad identificare il volto di Riina. Pronti per entrare in azione, hanno atteso che il capo di Cosa Nostra uscisse di casa con il suo braccio destro e uomo d'onore tra i più fidati, Salvatore Biondino. I due hanno percorso qualche centinaia di metri quando, al primo stop, si sono ritrovati assediati dagli uomini di Ultimo. Li hanno immobilizzati e trascinati alla centrale dei carabinieri di Palermo mettendo così fine ad una latitanza di 25 anni e assestando un duro colpo a Cosa Nostra. Una ricostruzione lineare, un'operazione da manuale. Perfetta. E di routine, per i servizi speciali se non si fosse trattato del boss dei boss.
MISTERO NEL MISTERO
Innanzitutto la villa di via Bernini. Ultimo chiese espressamente ai suoi superiori di non procedere alla perquisizione della casa, voleva prendere anche gli altri: capi di Cosa Nostra e fiancheggiatori, come i Sansone, incensurati e insospettabili prestanome per gli affari miliardari degli appalti. Ma Ultimo e i suoi uomini hanno smontato di guardia il pomeriggio stesso, lasciando ad alcuni colleghi l'onere di sorvegliare l'abitazione. Per quel famoso quanto misterioso malinteso tra la procura e i carabinieri però, dopo solo un giorno, la casa viene lasciata incustodita e i soldati di Riina hanno avuto ben 18 giorni a disposizione per svuotare tutto e persino imbiancare i muri. All'interno anche il vano predisposto per una cassaforte, poteva contenere alcuni dei segreti di Cosa Nostra? Secondo quanto dichairato da Ultimo nel libro, per sua esperienza un capo mafia non tiene documenti importanti nello stesso luogo dove risiede con la sua famiglia, piuttosto, al momento dell'arresto, portava nelle tasche alcuni bigliettini con indizi importanti che sono poi passati al vaglio della magistratura di Palermo. Ma è veramente questo il mistero della cattura di Riina? Sia durante i primi appostamenti che nei giorni precedenti l'operazione, venne suggerito a Ultimo e ai suoi uomini di spostarsi altrove, e se non fosse stato per una precisa e ferma presa di posizione del capitano, sicuro della pista che avevano seguito fino a quel momento, oggi probabilmente Riina sarebbe ancora latitante. Chi non voleva che gli uomini del Crimor prendessero il capo di Cosa Nostra? Chi ha voluto depistarlo? Sono forse le stesse persone che garantiscono a Provenzano la sua incredibile latitanza? Sono coloro che hanno fatto sì che Ultimo lasciasse Palermo e si dedicasse ad altro? A parte la mancata perquisizione sul cui caso sta indagando la magistratura, forse sarebbe il caso di occuparsi anche di rispondere a queste domande, soprattutto se si pensa che tra i vari riscontri e accertamenti effettuati sul campo Ultimo e i suoi avevano documentazioni filmate e registrate che non fanno altro che infittire il mistero nel mistero. Macchine della polizia entrare nel cantiere di Ganci e fermarsi amichevolmente a parlare in presenza del boss Raffaele e persone scendere da macchine del Ministero di Giustizia di via Arenula e della presidenza della regione Sicilia ed entrare nella macelleria "di famiglia". Una cosa è certa. Se non sono riusciti ad impedire a Ultimo di catturare Riina, hanno fatto sì che non prendesse Provenzano.
DESTABILIZZAZIONE INTERNA
Secondo le deposizioni dei collaboratori di giustizia Riina aveva uomini infiltrati ovunque ed era in grado di disporre di informazioni molto riservate con un margine di anticipo tale da consentirgli un ampio spazio di manovra. E' per questo che la sua cattura si è rivelata così imprevista da suscitare dubbi e sospetti tanto nelle istituzioni quanto all'interno Cosa Nostra. Era preciso intento di Ultimo creare all'interno dell'organizzazione una sorta di destabilizzazione interna per cui non perquisendo la casa di Riina, nei mafiosi si insinuasse il sospetto che qualcuno potesse aver venduto il capo per prenderne il posto. Salvatore Cancemi, boss mafioso reggente del mandamento di Porta Nuova, oggi collaboratore di giusitzia, non appena si fu consegnato ai carabinieri di Palermo, chiese di vedere Ultimo. Lo voleva avvertire che Provenzano durante una riunione della Commissione aveva dichiarato di aver l'opportunità di prendere il capitano vivo per torturarlo e fargli rivelare come era riuscito a prendere Riina. Secondo la ricostruzione di Brusca come riportata nel libro Ho ucciso Giovanni Falcone (ediz. Mondadori) a cura di Saverio Lodato, effettivamente si creò all'indomani del blitz un clima di diffidenza tra le varie fazioni interne a Cosa Nostra. Dice Brusca "Bagarella pensò subito a Salvatore Cancemi, di cui non si è mai fidato fino in fondo; a me invece, venne in mente Balduccio di Maggio". Una delle ipotesi più quotate è senza dubbio la possibilità che sia stato Bernardo Provenzano, il suo successore a fare in modo che Riina venisse arrestato. Brusca però non ci crede "Io non credo che Provenzano abbia venduto Riina.Che l'arresto gli abbia fatto comodo, questo sì. Ma che abbia avuto contatti diretti con i carabinieri è una tesi che non sta in piedi". Per la maggiore Brusca crede alla versione di Ultimo " è una pista autentica. Ecco la ricostruzione a cui credo sino in fondo". Ma se a indicare la macelleria giusta, secondo Brusca, sarebbe stato il maresciallo Lombardo, Maurizio Torrealta attribuisce al capitano l'intuizione. Quindi Brusca si domanda chi a sua volta potrebbe aver dato il suggerimento a Lombardo. "Una fonte potrebbe essere stata Francesco Lo Jacono di Partinico, amico personale di Provenzano... Non era uno a conoscenza di dove si nascondesse Riina, ma era uno che sapeva che, seguendo i Ganci, lo si poteva individuare." Trame e teorie, collaborazioni e confidenze, tra le solite metodologie d'Italia il parere più autorevole ed affidabile rimane senza dubbio quello del capitano Ultimo e dei suoi uomini. Oggi l'unica vera domanda da porsi realmente su Riina e Provenzano è, per dirla con Masino Buscetta: "qualcuno ha fatto un nuovo patto con la mafia?"
L'OPINIONE DEL PROCURATORE ROVELLO
Nelle ultime dichiarazioni prima di lasciare il suo incarico di Procuratore generale a Palermo per andare in pensione, Vincenzo Rovello commenta gli eventi più salienti della sua carriera. La cattura di Riina è sicuramente tra i più incisivi. <<Penso che ci sia un filo nero che laga la mancata perquisizione del covo di Riina, il maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo e le contrapposizioni giudiziarie del caso Lo Forte - De Donno sfociate poi in un procedimento a Caltanissetta. Il caso Riina si inscrive proprio nella tradizione italiana dei misteri, appare chiaro che qualcuno possiede il suo archivio e, quindi, le prove delle sue relazioni con soggetti esterni a Cosa Nostra. E' davvero singolare che nessuno abbia predisposto microspie e telecamere per documentare i contatti, anche fisici, che si svilupparono attorno alla villa di via Bernini nei giorni immediatamente precedenti quell'arresto. Un ruolo decisivo è stato giocato dal generale Francesco Delfino che riuscì a far parlare Balduccio di Maggio>>. E sul tema della trattativa tra pezzi dello Stato e corleonesi <<quella trattativa dopo le stragi siciliane la volle Totò Riina in persona; poi abbiamo anche saputo che il generale Mori ebbe contatti con Vito Ciancimino. Ma attenzione: Ciancimino non si pentì né aveva intenzione di farlo. Ecco perché penso che certe trattative siano sempre deleterie... e alcune sono state al limite della rilevanza penale>>."
15 febbraio - La seconda sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Giuseppe Prestipino, respinge la richiesta di proscioglimento di Canale presentata dall’ avv. Carlo Taormina. Secondo i giudici, non vi sono gli estremi per l' assoluzione anticipata invocata dal difensore sulla scorta della recente decisione della Corte Suprema. Dopo che il tribunale ha sciolto la riserva, e' interrogato il colonnello Nicolo' Gebbia che negli anni '80 comando' la compagnia dei carabinieri di Marsala dov' era in forza Canale, stretto collaboratore del procuratore Paolo Borsellino poi ucciso dalla mafia con cinque poliziotti della scorta, nella strage di via D' Amelio a Palermo nove anni fa. Il colonnello Gebbia ha ricordato le indagini svolte con Canale e ha detto: "Lo considero il mio piu' stretto collaboratore di quel periodo e non conosco fatti concreti che possano suffragare le accuse a lui rivolte". Gebbia, su domanda del pm Massimo Russo, ha dichiarato di avere saputo da Canale di suoi rapporti con fonti confidenziali legate ad ambienti mafiosi. "La sentenza di una sezione della Corte di Cassazione non puo' vincolare le decisione del tribunale". E' questa la motivazione addotta dai giudici ai quali l' avvocato Taormina replica: "E' un atto gravissimo perche', per quanto le sentenze della Cassazione non sono vincolanti, hanno comunque autorita' giuridica indiscutibile". "La Suprema Corte- aggiunge il legale - e' l'organo di vertice della magistratura e ha il compito di indicare l' interpretazione piu' corretta della legge". Taormina va oltre e parla di "tentativo di delegittimazione in linea con l'atteggiamento tenuto dalla procura di Palermo che ha accusato di mafia Corrado Carnevale". Alle critiche di Taormina replica Massimo Russo, il pm che rappresenta la pubblica accusa nel processo a Canale. "Mi sono formato in una scuola - dice - che mi ha insegnato a non commentare le sentenze dell' autorita' giudiziaria".
16 febbraio - Al processo ai presunti favoreggiatori di Benedetto Spera, in corso davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, il maggiore dei carabinieri Gianni Damiano dice che la latitanza di Spera e quella del capomafia Bernardo Provenzano avrebbero avuto in comune le stesse persone e gli stessi luoghi. L' ufficiale, risponendo alle domande del pm Nino Di Matteo, ha ricordato di avere svolto indagini nel '96 su Nicolo' La Barbera, l' allevatore arrestato nelle scorse settimane per favoreggiamento di Spera. L' uomo e' titolare della masseria in cui la polizia ha bloccato il boss, ed e' anche il "postino" di Provenzano. Gli agenti gli hanno trovato addosso quattro lettere che i figli del capomafia avevano scritto al padre. Damiano ha ricordato che il confidente Luigi Ilardo, assassinato il 10 maggio del '96 a Catania, aveva raccontato al colonnello Michele Riccio di una riunione con Provenzano alla quale era presente anche Nicolo' La Barbera. Agli investigatori Ilardo racconto' che questo allevatore di Mezzojuso aveva una gran confidenza con il boss, tanto da conoscere nei particolari i suoi gusti culinari. Il confidente ritenne che La Barbera era la persona che preparava da mangiare al latitante. L' incontro al quale Ilardo prese parte sarebbe avvenuto il 31 ottobre 1995. I carabinieri dopo l' uccisione del confidente avviarono indagini su La Barbera. "Gli investigatori scoprirono - ha detto Damiano - che l' uomo raggiungeva quasi ogni giorno a pranzo, a bordo di una Fiat 'campagnola', una villetta che si trova ad un centinaio di metri dal cascinale in cui e' stato arrestato Spera". In quella casa i carabinieri del Ros, guidati dal capitano "Ultimo", riuscirono a piazzare una microspia che dopo dieci giorni smise di funzionare. Gli investigatori ritennero attendibili le dichiarazioni di Luigi Ilardo, che aveva fatto arrestare quattro latitanti ed aveva messo il colonnello Riccio sulle tracce di Provenzano. Il maggiore Damiano ha ricordato inoltre che nei primi di maggio di cinque anni fa Ilardo partecipo' a Roma ad una riunione alla quale presero parte investigatori del Ros, magistrati di Palermo e Caltanissetta. L' incontro avvenne alla vigilia del suo ingresso nel programma di protezione. In quell' occasione fu deciso che Ilardo, una volta tornato in Sicilia, avrebbe tentato di incontrare ancora una volta Provenzano, per favorire cosi' la cattura del boss latitante. Il confidente venne pero' assassinato dopo sette giorni.
19 febbraio - "Il Corriere della sera" pubblica un' intervista al gen. Mario Mori, il fondatore del Ros, ora alla guida dei carabinieri in Lombardia:
"Dimenticare Palermo? No, per il generale Mario Mori è impossibile. Si è appena insediato nel comando regionale di Milano, in quell'ufficio di via Moscova che controlla tutta la Lombardia. Ora si sta dedicando a un tour de force d'incontri per sondare gli umori e i problemi delle province dove più forte è la richiesta di sicurezza. Ma prima di tuffarsi nel nuovo incarico, l'ufficiale che ha combattuto il terrorismo al fianco di Dalla Chiesa e che dalle ceneri di quell'esperienza ha costruito il Ros, Raggruppamento Operativo Speciale, vuole chiudere i conti con l'ultimo attacco partito dalla Sicilia. Il generale vive come un colpo basso le dichiarazioni fatte poco prima della fine dell'anno dal Procuratore generale di Palermo Vincenzo Rovello. Al centro sempre l'arresto di Totò Riina, quell'operazione del 15 gennaio 1993 che ha segnato il momento più importante nella riscossa dello Stato contro la mafia. Ma che col passare del tempo anima discussioni sempre più affilate: "La mancata perquisizione del covo di Riina - ha detto il Procuratore generale Rovello nel discorso d'addio prima della pensione - è uno dei misteri d'Italia, legato con un unico filo nero ad altri episodi oscuri che riguardano il Ros". Mori ha taciuto per oltre un mese, sperando in una rettifica. Poi ha deciso di controbattere. "Un magistrato dovrebbe parlare esclusivamente con gli atti dell'ufficio - dichiara Mori scandendo le parole -, specialmente per vicende che sono oggetto della sua sfera giurisdizionale. Il dottor Rovello, legando fatti ben distinti tra loro e oggetto di procedimenti giudiziari diversi, ha invece ipotizzato la solita tesi del complotto, frutto delle sinistre attività di soggetti istituzionali deviati. Ipotesi questa non avallata da nessun dato oggettivo e in contrasto con le conclusioni di specifiche inchieste penali". Perché ritiene che Rovello abbia sentito la necessità di attaccare il Ros proprio nel momento di chiudere la sua carriera? "Non lo so proprio. Quei fatti sono stati definiti attraverso inchieste penali. Altro invece è fare delle valutazioni che comunque si devono fermare davanti a un dato oggettivo: l'Arma, come sempre, ha dato prova di essere pienamente dalla parte delle Istituzioni, operando bene e con continuità anche nel settore della criminalità organizzata". L'arresto di Riina è stato gestito dal Ros in totale autonomia o le azioni sono state concordate con la magistratura? "Tutta la complessa vicenda che ha portato alla cattura di Riina è stata condotta di concerto con i magistrati della Procura di Palermo". E chi decise di non perquisire la casa di Riina? "Il capitano "Ultimo" prospettò questa ipotesi investigativa, con finalità precise e chiare per noi che facevamo questa attività sul campo. Si voleva cioè far decantare la situazione per dare l'impressione di una cattura casuale, e così proseguire nell'attività investigativa. A distanza di anni è difficile da spiegare, ma in quei momenti, di fronte a un primo e così grande successo, si cercava di sfruttare a pieno l'occasione. Sono ancora convinto che l'equivoco tra noi e i magistrati fu un malinteso verificatosi nell'assoluta buona fede delle parti. Sull'argomento il procuratore Caselli chiese una relazione scritta che fu fornita subito dall'allora comandante del Ros". Secondo Rovello l'archivio di Riina oggi è nelle mani di qualcuno che lo sta usando per il suo potere personale... "Non vi sono notizie fondate sull'esistenza di un archivio di Riina. Ma se esisteva, di sicuro non era lì, dove abitava con la moglie e i figli. Non lo poteva tenere nella casa dove la figlia faceva i compiti assieme ai compagni di scuola. Se non si è in grado di comprendere questo, significa che non si è capito nulla della mafia e di come combatterla. Uno come Riina sapeva ben distinguere tra la sua attività e la famiglia". Pochi giorni dopo l'arresto, lei descrisse Riina citando Mastro Don Gesualdo di Verga, attaccato alla "roba" concreta e privo di interlocutori diretti nella politica e nell'imprenditoria ... "Non ho cambiato le mie idee su Riina, sul suo modo di essere e di porsi in relazione con il mondo che lo circondava. Resto convinto che, comunque, i rapporti che aveva con gli interlocutori esterni a Cosa nostra erano tutti mediati". Invece di Bernardo Provenzano ci sono due immagini opposte. C'è chi lo descrive come un astuto mediatore, capace di investire in Borsa, e chi come un contadino ancora più rozzo degli altri boss... "Provenzano è molto diverso caratterialmente da Riina. Riina aveva una aggressività personale, sfociata poi in un confronto diretto con lo Stato che ha portato alla sua sconfitta. Provenzano, per contro, usa un sistema insinuante, indiretto, fondato sul dialogo: ricorre alla violenza solo quando questa è assolutamente necessaria. Rappresenta cioè il modo tradizionale di essere mafioso". Provenzano oggi è il capo di Cosa nostra? "Non è un capo assoluto come Riina. Per usare un termine moderno, è un personaggio che fa opinione . Gode di un ascendente indiscusso e forte all'interno di Cosa nostra, può vantare un prestigio che la stessa lunghissima latitanza contribuisce ad accrescere". Perché è così difficile catturarlo? "Perché forse più di tutti gli altri boss è meglio inserito nel contesto socio-culturale proprio delle province di Palermo, Trapani e Caltanissetta. Un triangolo dove è riuscito a crearsi una collocazione personale credibile e dove dispone di una cerchia ristretta di persone incensurate, scelte fuori dal normale circuito mafioso, che riescono a sfuggire al controllo e si sottraggono all'attenzione delle forze dell'ordine. Ammetto che è deprecabile per tutti noi che Provenzano sia sfuggito per tanto tempo alla cattura. Come investigatore devo riconoscere che è uno smacco grave". Finora siete riusciti a mettere le mani solo su dei rifugi abbastanza caldi. In due occasioni avete persino messo le mani sulla sua corrispondenza... "Non ci sono solo quelle due operazioni. Anche in altre occasioni siamo stati molto vicini alla sua cattura. Per ora il destino è stato dalla sua, sembra quasi protetto dalla sorte. Ma la fortuna può anche cambiare". Nel 1994 a un imputato di Mani pulite venne sequestrato un appunto: "Mori deve essere trasferito dal Ros e non va sostituito". Mori ora è stato trasferito e sostituito. Cosa sarà adesso del reparto che lei ha costruito? "Continuerà a fare la sua parte; altrimenti vorrebbe dire che io e i miei collaboratori abbiamo sbagliato costruendo una struttura non efficiente. Un reparto che si rispetti deve funzionare a prescindere da chi lo dirige". Nei momenti più difficili della lotta al terrorismo e di quella alla mafia, quanto ha pesato la ragione di Stato nel vostro lavoro? "Non ha mai pesato sull'impegno dei reparti da me diretti. In certi momenti abbiamo sentito la società vicina, in altri abbiamo avvertito un sostegno minore. Posso aggiungere che, nell'ultima fase della lotta al terrorismo degli anni '80 e subito dopo le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, c'è stata la maggiore sintonia con la società civile". Oggi c'è un forte calo di tensione nella lotta alla mafia? "Una società non può vivere in eterna tensione su un fenomeno specifico. L'importante è che gli organi preposti al contrasto siano sempre vigili e determinati; questo peraltro è anche l'unico modo per essere dei professionisti nel settore". Sul fronte del terrorismo, giudica più pericolosa la rinascita dell'eversione di sinistra o le formazioni islamiche? "La grande minaccia attuale è il terrorismo internazionale. Il terrorismo interno non può contare oggi sul consenso ideologico del contesto sociale, estraneo a queste tendenze estremistiche. Certo l'attività di pochi esaltati può sempre rappresentare un pericolo per il singolo, ma difficilmente, in questa fase, potrà configurarsi come una minaccia per le istituzioni". Eppure si discute molto delle nuove Brigate rosse, dei loro rapporti con la fase storica del terrorismo. Un dibattito che avviene soprattutto nelle Commissioni parlamentari, spesso accompagnato da critiche e rivelazioni sul comportamento dell'Arma in alcuni episodi chiave... "Durante la mia lunga carriera ho operato in reparti che avevano il compito di contrastare i due aspetti criminali più significativi del dopoguerra e nei momenti della loro maggiore aggressività: il terrorismo e la mafia. Osservo ora, in una fase in cui questi fenomeni sembrano attraversare un periodo di ripiegamento, il fiorire di opinionisti dell'ultima ora, pronti ad analizzare e interpretare ogni episodio di quelle vicende, condannando e assolvendo senza mai il beneficio di un personale dubbio e proponendo soluzioni per lo più molto lontane dalla realtà. Io, peraltro, la quasi totalità di quei critici, negli anni caldi, non li ho mai incontrati, perché non c'erano. I pochissimi intravisti erano defilati e silenti, così da non compromettersi e passare indenni la bufera". Chi sono questi critici defilati e silenti: magistrati o politici? "Non individuo categorie, mi riferisco a opinionisti variamente collocabili. Dico solo che in questa materia non si possono fare illazioni o considerazioni superficiali, perché si tratta sempre di vicende tragiche e con precisi riflessi penali. E auspicherei che tutti, a riguardo, conservassero il beneficio del dubbio, perché nessuno ha la Verità, quella con la v maiuscola"."19 febbraio - I giudici della prima sezione della corte d' assise d' appello di Palermo condannano all' ergastolo Filippo Graviano, boss del rione Brancaccio, accusato di aver fatto assassinare il parroco Pino Puglisi, il 15 settembre del 1993. In primo grado era stato assolto, mentre al fratello Giuseppe era stato inflitto il carcere a vita. Il processo