Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2004: aprile
1 aprile 2004 - INTERVISTA RITA BORSELLINO
"Il Mattino"
INTERVISTA CON RITA BORSELLINO
DARIO DEL PORTO
Quelle ragazze l'hanno commossa. E le hanno ricordato quando la città di Palermo decise di sfidare apertamente la mafia esponendo lenzuola bianche ai balconi.
Così Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso dal Cosa nostra nel luglio 1992, chiede ai giovani di Forcella di continuare a combattere anche quando i riflettori accesi dall'omicidio di Annalisa Durante saranno spenti. Ma invita anche le istituzioni ad accompagnare per mano il cammino di cambiamento che sembra aver mosso i primi passi da via Vicaria Vecchia.
Signora Borsellino, ha visto cosa sta succedendo a Napoli?
"Sì, sto seguendo con profondo dolore. Non vorrei però che Annalisa venisse definita come una "vittima casuale" della camorra".
Perché?
"Quando la violenza è così diffusa, certe morti non sono mai figlie del caso bensì effetto inevitabile di una situazione di pericolo estremamente radicata".
Ai funerali però hanno partecipato tantissime persone.
"Ho visto quelle immagini in televisione e devo dire che mi hanno molto colpito. Soprattutto, mi sono emozionata dinanzi a quelle ragazze, tutte così giovani, mi ha impressionato la loro voglia di reagire. Mi sono sentita accanto a loro in quel momento".
Si possono paragonare quelle scene alla primavera di Palermo?
"Secondo me sì. La raccolta di firme delle ragazze di Napoli mi ha fatto pensare alle lenzuola bianche della mia città".
Napoli ha avuto altre vittime innocenti e altri periodi nei quali il riscatto dal giogo dei clan sembrava vicino. Ma questi momenti sono durati sempre troppo poco.
"È vero, ed è per questo che non bisogna lasciare soli questi giovani ma accompagnarli per mano, con delicatezza, lungo percorso difficile ma importantissimo. Anche perché basta pochissimo a mobilitare le coscienze, a volte può essere sufficiente l'esempio di un singolo. I ragazzi però devono avere la forza di continuare la loro lotta anche quando lo scalpore suscitato da questo gravissimo fatto di cronaca sarà scemato".
Oggi a Palermo che clima si respira?
"Il fuoco del periodo immediatamente successivo alle stragi non c'è più. Ma devo dire che il sentimento di ribellione è divenuto più radicato. Ecco, magari ci sono meno persone disposte a prendere di petto la mafia. Ma sono molti di più coloro i quali reagiscono con i comportamenti della vita di tutti i giorni. E questo è già un risultato importantissimo.
Verrà a Forcella?
"Sono stata tantissime volte a Napoli, appena possibile tornerò per abbracciare le ragazze di quel quartiere".

1 aprile 2004 - OPERAZIONE ALTA MAFIA: DAI GIORNALI
"La Sicilia"
"Colpa del cugino di Piddu..."
L'OPERAZIONE "ALTA MAFIA".
Nelle intercettazioni i timori per le confessioni di Bagarella
Il boss di Canicattì Vincenzo Ficarra e Gaetano Arcerito, 62 anni, l'imprenditore commerciale di Niscemi - entrambi arrestati nella operazione "Alta mafia" - parlavano anche di vicende nissene riguardanti Cosa Nostra, come il "tradimento" di Luigi Ilardo, cugino di Giuseppe Madonia, che prima di essere ucciso a Catania si occupava della reggenza provinciale ed era anche informatore dei carabinieri del Ros, in collegamento con il colonello Michele Riccio.
Sono altri particolari che emergono dalle intercettazioni telefoniche tra Ficarra e Arcerito: i due - siamo nella primavera del 2001 - commentano anche la notizia dell'intenzione manifestata dal boss corleonese Leoluca Bagarella di rendere dichiarazioni a proposito di alcuni omicidi, al fine di scagionare il nipote, figlio di Totò Riina e Ninetta Bagarella, condannato all'ergastolo per la soppressione con la lupara bianca di un boss di Canicattì, Di Caro.
E Vincenzo Ficarra afferma che, tra gli omicidi dei quali Bagarella vuole parlare, c'è anche "quello di Antonio (Di Caro, ndr), buon'anima. I due parlano anche di "quel cornuto dei cugino di Madonia, che poi hanno ammazzato" con riferimento a Luigi Ilardo. Gaetano Arcerito, parlando di Antonio Di Caro, aggiunge che lo sentiva molto vicino a sè, aggiungendo addirittura che - proprio in considerazione dello stretto vincolo che li legava e della tragica fine che aveva fatto - avrebbe preferito non conoscerlo, dichiarando testualmente "Perciò, bastardi sono e carogne, no? Durano perché sono infilati tutti dentro, se no non penso che...".
Poi Ficarra dice ad Arcerito che non poteva occuparsi delle cose di Canicattì e avrebbe potuto farlo solo se fosse arrivato un ordine "dall'alto". "Stamattina hanno detto al gazzettino che Bagarella vuole essere interrogato dal procuratore di Palermo, perché vuole testimoniare per tre omicidi, compreso quello di Antonio, buon'anima - dice nella conversazione intercettata Vincenzo Ficarra e Gaetano Arcerito - ...per scagionare il nipote dall'ergastolo...".
"E certo, basta che dice la verità. Se lui dice la verità non è meglio?" aggiunge Arcerito. "Eh già, la verità l'hanno detta i giornali - riprende Vincenzo Ficarra - che è stato un omicidio... intanto quello non c'è più! Quello non c'è più!... Chi è stato quel cornuto del cugino di Madonia che poi l'hanno ammazzato... Antonio Di Caro... io non c'entro lì dentro, perché siccome ho parlato, ho parlato con una persona e mi ha detto "tra 8-10 giorni", dice.. "Ma dice "non credo che si..." e io gli ho detto "Io non ne so niente" dico oltre a Canicattì non ne so niente, e io non ne voglio sapere! E non solo, ma se ci fosse il caso, dico, di qua e qua, non sono io l'uomo adatto perché io... e mi devono portare una risposta. Ma anche quando me la portano buona o me la portano cattiva, io non mi ci immischio più, tranne che dall'alto viene "immischiatici", che non fosse marachella, speriamo di no". "Invece, non è il caso, cioè, secondo me ci si può arrivare lo stesso".
Secondo i magistrati della Direzione distrettuale di Palermo, il fatto che Vincenzo Ficarra, ritenuto uomo d'onore esperto e prudente, non abbia avuto difficoltà a discutere con Gaetano Arcerito di fatti interni e riservati alla famiglia mafiosa di Canicattì, trova la sua unica spiegazione logica dell'appartenenza dello stesso Arcerito a Cosa Nostra. Il pentito Calogero Pulci ha parlato della famiglia Arcerito e dei rapporti con i Ficarra di Canicattì: e propsio Vincenzo Ficarra, secondo l'ex assessore del Pli del Comune di Sommatino, avrebbe trovato - negli anni Ottanta - un rifugio all'imprendibile boss corleonese Bernardo Provenzano, nelle campagne di Niscemi.
Della famiglia Arcerito di Niscemi, parlano anche Vincenzo Ficarra, il figlio Diego e un altro interlocutore, in una intercettazione, sempre del 2001, avvenuta in territorio di Niscemi: "E intanto... - dice Vincenzo Ficarra riferendosi a Giuseppe Amedeo Arcerito - a suo padre glielo hanno ammazzato, a suo fratello Antonio... idem e lui è vivo per miracolo visto che è in galera... è in galera... vivo per miracolo... e ora è in galera. Proprio che hanno una stella questi... che quando questo, lo zio Totò lo hanno ammazzato perché non voleva queste cazzo di tangenti, di camurrie, di cose di cunti...".
Di appalti truccati tra le province di Caltanissetta e Agrigento, ha parlato il pentito sancataldese Leonardo Messina, che si è soffermato a lungo con i magistrati di Palermo su un soggetto originario di Mazzarino - Mario Bartolotta, anche lui arrestato lunedì notte - ma da anni residente a Canicattì e presunto organico in quella cosca mafiosa. "Narduzzu" ha spiegato come avvenivano i favori e lo scambio di buste: "Certo che c'erano favori per gli appalti pubblici che venivano affidati nell'Agrigentino. Quando frequentavo Salvatore Ferraro, eravamo io, Salvatore Ferraro, Diego Guarneri per Agrigento che poi portava notizie a Peppe Di Caro. Venivano anche dei ragazzi di Gela, se ne occupava Peppe Lentini, questo era il suo lavoro. Successivamente, quando è stato arrestato Diego Guarneri, negli ultimi tempio a interessarsi a prendere le buste era "Bartuliddu", un altro della famiglia di Canicattì. Era questo che girava per noi. Era un lavoro continuo!. Quando Cosa Nostra ti dava un appalto nella provincia di Catania, le ditte che partecipavano di San Cataldo venivano a cercarmi e io dovevo andare dalla ditta e dire "Guarda che il lavoro ci interessa". Perché l'accordo era: "noi ti diamo questo lavoro, però quando vengo io e ti dico che questo lavoro è impegnato, è impegnato"".
Leonardo Messina ha fornito anche altri particolari su Bartoluccio, che da anni ha lasciato Mazzarino e si è trasferito a Canicattì: "Questo qua aveva una stalla nella zona di Grottarossa e lavorava con lui un altro uomo d'onore di Canicattì, Salvatore D'Amico". Ad incastrare Bartolotta, anche intercettazioni e l'attività di pedinamento da parte della Squadra Mobile di Agrigento.
A.A.

1 aprile 2004 - CUFFARO IN COMMISSIONE ANTIMAFIA
ANSA:
ANTIMAFIA: CUFFARO IN COMMISSIONE SI DIFENDE ATTACCANDO
Il giorno dopo le polemiche sollevate dalle richieste di dimissioni da presidente della Regione, Salvatore Cuffaro si difende, davanti ai commissari dell' Antimafia, attaccando. Sul tavolo dei commissari arrivano due interrogazioni parlamentari presentate all' Assemblea siciliana da Margherita e Ds nel settembre 2003, nelle quali si chiede alla Regione di accelerare i pagamenti per la clinica di Michele Aiello, l' imprenditore della sanita' che sara' arrestato meno di due mesi dopo per mafia.
Per il governatore, coinvolto nella stessa inchiesta di Aiello, i due atti ispettivi sono la prova che nessuno sapeva dei rapporti tra le cosche e l' imprenditore di Bagheria. Il senatore Emidio Novi (FI) sottolinea la circostanza: "Le sinistre - dice - mettevano sotto accusa la maggioranza di centrodestra alla Regione, troppo tiepida verso il 're' della sanita' nell'isola, inquisito per mafia".
Stamani al suo arrivo alla prefettura di Palermo, Cuffaro poco prima della sua audizione spiega che l' Antimafia "non e' una commissione che indaga su di me: sono venuto senza avvocato perche' non siamo davanti a un tribunale. Ho con me una documentazione di una trentina di cartelle che contiene tutte le iniziative prese dal mio governo, a partire dalla legge sugli appalti. Se ci sono ancora problemi di infiltrazioni nel sistema politico allora vuol dire che c' e' ancora molto da fare". E annuncia che e' favorevole a una indagine amministrativa sulla sanita' nell'isola, accogliendo cosi' una richiesta del centrosinistra.
Cuffaro risponde poi alle dichiarazioni del vice presidente della Commissione, Angela Napoli (An), che ieri lo aveva invitato ad "autosospendersi" perche' indagato per mafia: "L' on. Napoli in merito alla questione morale aveva le idee confuse. Per quanto mi riguarda il discorso e' chiuso. Lei e' una voce fuori dal suo partito". Napoli non replica e diserta la colazione di lavoro offerta ai commissari dal presidente dell' Assemblea siciliana Guido Lo Porto (An), che ieri per primo aveva tacciato come "personali" le dichiarazioni della sua collega di partito.
Se il centrosinistra continua a chiedere a Cuffaro di dimettersi, il governatore dice che sta riflettendo se candidarsi alle europee "per portare un contributo al mio partito", l' Udc, pur mantenendo la guida del governo siciliano.
Alla fine dell' audizione il presidente della Commissione, Roberto Centaro, assicura: "Cuffaro non e' certamente un politico che va a braccetto con i mafiosi", e da' un giudizio positivo sull' operato del governo regionale. Ieri lo stesso Centaro aveva dichiarato di "non frequentare nemmeno chi e' stato raggiunto da un avviso di garanzia".
Ma i commissari del centrosinistra si ritengono insoddisfatti: "il rapporto mafia-politica e' il nodo centrale da sciogliere per affermare la legalita', ma questo non e' emerso dalle parole di Cuffaro", dice il deputato dei Ds Giuseppe Lumia.
"Il presidente della Regione nelle sue dichiarazioni - afferma Lumia - non affonda il colpo, non esprime giudizi per sanzionare il sistema di collusioni e oltre a minimizzare le sue vicende giudiziarie non prende le distanze dai deputati dell' Udc Borzacchelli e Lo Giudice", entrambi arrestati, "e da Aiello". Per il deputato della Margherita Giannicola Sinisi, quello che si pone in discussione "sono i rapporti personali fra Cuffaro e Aiello. Nichy Vendola, parlamentare del Prc, critica alcuni commissari: "Luigi Bobbio l' altra sera ha fatto 25 domande a Guido Lo Forte sulle talpe in procura, come se il procuratore aggiunto fosse l' indagato. Oggi il collega non ne ha fatta alcuna a Cuffaro". Ma da Bobbio (An) arriva la replica: "Non ho fatto domande sulle vicende giudiziarie perche' gia' altri avevano affrontato la questione". Infine, Nando Dalla Chiesa (Dl), spiega che "Cuffaro dimostra di conoscere tutto di tutti ma si dichiara totalmente ignaro delle collusioni degli imprenditori e dei politici piu' in vista. Il governatore e' un ritratto di questa Sicilia: rivendica con lo stesso orgoglio l' assistenza ai familiari delle vittime della mafia e le frequentazioni di uomini indagati per mafia".

1 aprile 2004 - 14 OTTOBRE RICORSO PM PALERMO CONTRO ANDREOTTI
ANSA:
CASSAZIONE: 14 OTTOBRE RICORSO PM PALERMO CONTRO ANDREOTTI
Il prossimo 14 ottobre la Seconda sezione penale della Cassazione decidera' se confermare definitivamente l'assoluzione del senatore a vita Giulio Andreotti dall'accusa di associazione mafiosa, oppure accogliere il ricorso dei pm Daniela Giglio e Anna Maria Leone contro il verdetto assolutorio emesso - il due maggio del 2003 - dalla Corte di Appello di Palermo. La data e' stata infatti stabilita dagli 'ermellini'. In particolare il ricorso dei due pm e' centrato sulle accuse di associazione per delinquere che i giudici di secondo grado hanno ritenuto prescritte, quelle per associazione mafiose erano invece state ritenute infondate. Contro l'assoluzione per prescrizione hanno fatto ricorso anche i difensori di Andreotti, Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi.
La Cassazione non aveva assegnato alcun codice di priorita' al ricorso dei pm - pervenuto al Palazzaccio lo scorso 19 dicembre - e ha fissato senza urgenza l'udienza in calendario dopo la pausa estiva.

1 aprile 2004 - TALPE DDA; RIOLO E CIURO RISPONDONO A DOMANDE PM
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; RIOLO E CIURO RISPONDONO A DOMANDE PM
Hanno risposto alle domande dei magistrati palermitani i sottufficiali Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, arrestati a novembre nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla dda. I due indagati sono stati interrogati oggi nel carcere di Rebibbia dai pm Maurizio De Lucia, Nino Di Matteo, Michele Prestipino e dall' aggiunto Giuseppe Pignatone.
Riolo in servizio ai carabinieri del Ros e Ciuro alla Dia, sono accusati di avere passato informazioni riservate su indagini in corso all' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello.
Ciuro ha ribadito di non avere mai saputo chi fornisse notizie segrete ad Aiello. "Mi sono reso conto ad un certo punto - ha detto ai pm - che lui sapeva particolari molto precisi e mi sono anche spaventato perche' le sue conoscenze sull' inchiesta erano dettagliate. Solo dopo, pero' ho compreso che la rete degli informatori era vasta anche se ho continuato ad ignorare l' identita' di coloro che ne facevano parte".
Riolo, invece, e' stato ascoltato dai magistrati sull' episodio relativo ad una sua conversazione con l' ex ufficiale dell' Arma Antonio Borzacchelli, coinvolto nell' inchiesta, in cella da febbraio. Durante l' incontro il sottufficiale, sapendo che Borzacchelli era intenzionato a candidarsi nell' Udc, lo avverti' che c' erano microspie nell' appartamento del capomafia Giuseppe Guttadauro, e attraverso questi microfoni stavano emergendo molti particolari di collusioni fra mafia e politica. La circostanza, ammessa da Riolo, e' stata oggetto oggi di ulteriori approfondimenti e sarebbe stata riscontrata dall' analisi dei tabulati telefonici delle utenze dei due indagati.
Al sottufficiale i magistrati hanno poi chiesto chiarimenti sull' incontro avuto col Presidente della Regione Salvatore Cuffaro, indagato nell' ambito della stessa inchiesta per violazione del segreto d' ufficio e favoreggiamento, dopo le elezioni regionali del 2001.
A sollecitare l' appuntamento era stato Riolo. Il maresciallo aveva saputo che la microspia piazzata a casa di Guttadauro di cui aveva parlato con Borzacchelli, era stata scoperta. Temendo che questi avesse rivelato la presenza della cimice e l' esistenza dell' inchiesta a Cuffaro aveva voluto incontrarlo ma, in quella occasione, il presidente avrebbe negato di essere stato a conoscenza dei particolari sull' inchiesta. Anche l' appuntamento tra i due, avvenuto davanti alla Prefettura di Palermo, sarebbe stato riscontrato attraverso l' esame dei tabulati delle utenze di Riolo e di alcuni telefoni in uso presso l' entourage di Cuffaro. Nei prossimi giorni i legali del sottufficiale, gli avvocati Massimo Motisi e Salvatore Sansone, presenteranno istanza di scarcerazione del loro assistito.

1 aprile 2004 - VIGNA, CI VUOLE SUPERPROCURA SU MAFIA E TERRORISMO
ANSA:
TERRORISMO: VIGNA, IN ITALIA CI VUOLE LA SUPERPROCURA
MAGISTRATO SORPRESO DA PERPLESSITA' ALL' INTERNO MAGGIORANZA
Il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna ha ribadito oggi a Torino la necessita' di una superprocura che coordini le indagini su mafia e terrorismo.
"Il terrorismo come la criminalita' mafiosa - ha commentato a margine di un incontro internazionale sulla tratta di adolescenti e giovani donne dalla Nigeria all' Italia - e' un tipo di criminalita' che io definisco programmatica, non agisce per impulsi momentanei. Vuol dire che tutti i fatti, ovunque avvengano, hanno un legame tra loro. Solo se si raccolgono e si analizzano questi collegamenti e si coordina chi fa le indagini, parlo dei pubblici ministri, si riesce a capire il programma".
Vigna si e' detto sorpreso che su questo tema ci siano delle perplessita' nella maggioranza, nonostante il ministro della giustizia abbia proposto "una cosa estremamente razionale qual' e' il coordinamento delle indagini anche sul terrorismo". "I politici - ha precisato - penso agiscano molto per il potere e hanno l' idea che ogni persona diversa da loro agisca per il potere e non per spirito di servizio. In Italia abbiamo una forza di polizia, cioe' la polizia di stato, che pretende di coordinare i pubblici ministeri, ma questo non e' possibile. Io non mi permetterei di coordinare l' attivita' di iniziativa della polizia di stato, ma vorrei che ci fosse pero' un ufficio giudiziario che coordini gli uffici giudiziari. Se questo nell' Italia d' oggi sembra molto strano non mi riesce che richiamare quello che diceva Voltaire e cioe' che e' molto pericoloso aver ragione quando il governo ha torto".

TERRORISMO: VIMINALE, STUPORE PISANU PER DICHIARAZIONI VIGNA
"Stupore" per "la ruvida e ingiustificata chiamata in causa" del ministero dell'interno, attribuita al procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, "persona notoriamente equilibrata e composta nelle sue affermazioni". Cosi', secondo quanto riferiscono fonti del Viminale, interpellate dall'Ansa, il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha reagito di fronte alle parole del Procuratore nazionale antimafia.
Stamane Vigna, a Torino per un incontro internazionale sulla tratta di esseri umani, ha ribadito la necessita' di una superprocura che coordini le indagini su mafia e terrorismo. E, dicendosi sorpreso per il fatto che ci siano delle perplessita' su questo tema, ha aggiunto: "I politici penso agiscano molto per il potere e hanno l'idea che ogni persona diversa da loro agisca per il potere e non per spirito di servizio. In Italia abbiamo una forza di polizia, cioe' la polizia di stato, che pretende di coordinare i pubblici ministeri, ma questo non e' possibile. Io non mi permetterei di coordinare l' attivita' di iniziativa della polizia di stato, ma vorrei che ci fosse pero' un ufficio giudiziario che coordini gli uffici giudiziari".

2 aprile 2004 - TALPE DDA; DAI GIORNALI
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; NUOVE ACCUSE A DEPUTATO REGIONALE ARRESTATO
La procura di Palermo ha notificato un avviso di garanzia al deputato regionale Antonio Borzachelli (Udc) arrestato a febbraio per concussione. La nuova accusa e' di concorso nella violazione del segreto d' ufficio. L' inchiesta riguarda la fuga di notizie avvenuta nel 2001 in seguito alla quale il capo mafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, fu informato della presenza di microspie nella sua abitazione. Per questa stessa indagine e' indagato il presidente della Regione Salvatore Cuffaro.
Borzachelli, ex maresciallo dei carabinieri, ieri non ha risposto alle domande dei magistrati della Dda di Palermo.

2 aprile 2004 - PULCI SU COVO PROVENZANO
"La Sicilia"
"Ecco i covi di Provenzano"
l'operazione "alta mafia".
Pulci racconta: "L'ho incontrato a Niscemi e Bagheria"
I covi del superlatitante Bernardo Provenzano, particolari sulla spaccatura e sulla guerra di mafia a Canicattì: anche di questo ha parlato il pentito Calogero Pulci, ex assessore del Pli di Sommatino, rendendo dichiarazioni ai magistrati di Palermo. Pulci ha detto di avere più volte incontrato il boss corleonese, latitante ormai da 41 anni: il pentito data anche quegli incontri e ha parlato di un personaggio di Canicattì, l'anziano presunto boss Vincenzo Ficarra, 73 anni, come uno di quelli che si sarebbe occupato dei trovare covi a "Binnu il ragioniere" anche in territorio di Niscemi.
LA STIDDA DI MAZZARINO E RIESI. "Quando il canicattinese Diego Guarneri venne scarcerato, si rimise in sella regolarmente, cioè si dava da fare e manteneva buoni rapporti con gli stiddari, anche con la nostra provincia. Nel Nisseno gli stiddari erano forti a gela e Riesi e Mazzarino dove era forte con i fratelli Sanfilippo, perché i Sanfilippo sono sei, sette, con le relative mogli, cognati, suoceri... cioè sono mezzo paese e non è che si può fare la guerra con mezzo paese... Poi si azzardò e andò a finire come è andata a finire... Poi, con tutti in carcere, abbiamo fatto la pace. Perché poi in carcere ci mettevano insieme. L'autorità giudiziaria all'inizio non ci separava. Eravamo tutti insieme e allora si discuteva e ci siamo messi tutti d'accordo e sono tutti in regola. Allora si chiacchiera e ora a Canicattì la pace regge. Ora che è morto Diego Guarneri, non faccio una ipotesi. Le ipotesi sono più di una: o che s'è rotta quella pax e mi pare difficile o che è uscito Lillo Di Caro che io non so se è uscito. Mentre di Diego che è la mia parte, me l'hanno fatto sapere che era uscito. L'altra parte non la so com'è combinata".
Poi Pulci si sofferma a parlare di Vincenzo Ficarra e riferisce dei rapporti tra questi e presunti esponenti delle famiglie nissene di Cosa Nostra. "...a Canicattì abbiamo anche u zù Vicio Ficarra uomo d'onore di Cosa Nostra. Il figlio ha una concessionaria di auto a Villaggio Mosè. U zù Viciu per noi era un padre, gestiva il feudo del ragioniere P.M. di Agrigento a Niscemi. Era un imprenditore che noi chiamavamo ragioniere, quello che ha la clinica Sant'Anna. Dove c'è stato ricoverato, che io ho incontrato, il nostro ragioniere che sarebbe Provenzano. Io questo l'ho riferito all'autorità giudiziaria. E nel feudo vicino Niscemi c'era pure il ragioniere nostro... come ospitalità... Io con il ragioniere P.M. non ci ho mai parlato, ho parlato con il figlio, che fumava la pipa, Enzo credo che si chiama, ch'era in quel periodo lui era componente della... di una Commissione dell'assessorato regionale ai Lavori Pubblici, dove c'era la commissione albo costruttori... Lui era all'albo nazionale presso il Provveditorato opere pubbliche in qualità designato dall'Associazione industriale della Provincia di Agrigento. Perché la commissione è formata da componenti designati dall'amministrazione regionale, dal Genio civile... Questo discorso risale verso il 1985, il 1986 che io mi dovevo iscrivere all'albo nazionale...Non so se questo P.M. ragioniere era uomo d'onore, ma a noi ci dava disposizioni la... il terreno di Niscemi e la clinica. Nella clinica io Provenzano l'ho visto con i miei occhi. Ficarra gestiva l'azienda agricola di P.M. a Niscemi e Provenzano l'ho visto là latitante. Ficarra conosce Provenzano? Certo che lo conosce, lo gestiva! Un'altra cosa importante che voi potete riscontrare documentalmente. In quella azienda, ricadente nel territorio della Provincia di Caltanissetta, con le usanze di Cosa Nostra, ci doveva essere, come si dice, un rappresentante a gestire l'azienda o gli operai della nostra provincia e noi ci segnalammo che lui lavorava regolarmente regolarizzato Giuseppe Giuliana di Riesi, abitante a Butera, per questioni di equilibri mafiosi si spostò a Butera, perché Butera non aveva famiglia. La reggeva u zù Peppe Giuliana ma era aggregato alla famiglia di Riesi".
"PROVENZANO MI CHIESE DI MADONIA". Soffermandosi sulla latitanza di Provenzano a Niscemi, Calogero Pulci ha aggiunto: "Come viene il ragioniere e a me mi fecero mandare che venne il ragioniere. Siccome la tenuta è grande, il ragioniere è entrato... il casolare è grande, noi eravamo in un pezzo di casolare, dove di solito lui andava, tipo nella sua abitazione se così possiamo definirla. Noi dove eravamo ospitati era dove c'erano gli operai. Perché facevamo confusione come se eravamo operai pure noi. Quando arrivò il ragioniere a me mi fecero andare. Me ne andai io e un altro come me. Ma là sono rimasti quelli grossi. Io ero..., è morto tra l'altro, con Antonio Bevilacqua di Genova, ma là c'era il ragioniere e siamo andati a trovarlo. C'era il ragioniere, lu zù Peppe Giuliana, lu zù Viciu Ficarra e Madonia. Madonia Piddu all'epoca era latitante. Attenzione, io ci parlo, Antonio l'ammazzarono nell'88, prima dell'88. Era latitante sia il Madonia che il Provenzano. Provenzano l'ho visto quando accompagnai a Madonia. Io al Provenzano l'ho visto un sacco di volte. Ci ho parlato, l'ultima volta che l'ho visto è stato tra il luglio e il settembre 1992 che lui mi mandò a chiamare con una forma irrituale, che voleva sapere dov'era Madonia, io lo sapevo e ci ho detto che non lo sapevo dov'era. Visto la forma di come mi ha mandò a chiamare, dicendomi tra virgolette che di quell'incontro non ne dovevo dire neanche a Madonia. Io non ce l'ho detto a Madonia, ma a lui non ho detto neanche dov'era Madonia. Ho fatto l'indiano, arrivederci e grazie, che ne so io. Provenzano mi mandò a chiamare con Simone Castello, mi diede l'appuntamento a Gela che è uno che abita a Bagheria, però in quella zona lui ha feudi, aziende agricole. Il contatto lo avevo anche tramite Gino Scianna e Gino Di Salvo, e sono cugini di Bagheria. Oppure li vedevo a Bagheria. Io a Bagheria quasi sempre ci andavo. Quando Madonia era a Bagheria io fremevo a Bagheria, perché tenga presente che tutti i contatti, eravamo anche in guerra..., con Madonia ero io: vai a Gela, vai a parlare a quello, vai a Mussomeli. E io la mattina partivo, mi facevo il giro e la sera portavo la risposta".
CAPIMAFIA IN FUGA DOPO LE STRAGI. In quel periodo Madonia si nacondeva tra Enna, no Enna città, Villarosa e Bagheria. Ma di più stava a Bagheria. Qui siamo dopo le stragi. Dopo le stragi se la scapparono tutti, come si dice in gergo siciliano. Si allontanarono tutti dalla zona. E allora siccome Madonia, insolitamente devo dire, perché io lo posso dire perché lo gestivo io a Madonia, non è che Madonia si è fatto uno spostamento senza di me. Insolitamente quando se ne andò dalla Sicilia dopo le stragi, se ne andò dal cognato di un cognato del fratello della moglie a Vicenza. Cosa insolita. Perché lui era prudente. Ha fatto un'imprudenza. L'hanno arrestato a settembre. Cioè avevano tanti covi al Nord, di tante cose e se ne andò là. Siccome tramite secondo il mio pensiero i canali che aveva il ragioniere non lo poté raggiungere, non lo sapeva più perché fece perdere le tracce andando da un parente. Mentre andando nei luoghi soliti c'è sempre il referente del luogo che lo gestisce. Fino al settembre del 1999, quando sono stato in carcere, ho avuto notizie di contatti di Provenzano con soggetti di Canicattì e del Nisseno. Su Canicattì come riferimento a Provenzano c'era lu zù viciu Ficarra".
A.A.

2 aprile 2004 - ANNIVERSARIO STRAGE PIZZOLUNGO
"La Sicilia"
le commemorazioni per l'anniversario della strage di Pizzolungo
Una scuola di Erice intitolata ai gemellini Asta
A diciannove anni dalla strage, Erice ricorda Giuseppe e Salvatore Asta, uccisi a sei anni, assieme alla madre Barbara, a Pizzolungo da un'autobomba destinata all'ex magistrato Carlo Palermo, con una commemorazione e l'intitolazione di una scuola.
L'appuntamento per deporre una corona ai piedi del monumento a Pizzolungo è fissato per le 11. Subito dopo ci si sposterà in via Caruso, per l'intitolazione della scuola. "In questo modo - ha detto il sindaco Ignazio Sanges - vogliamo che la lotta alla mafia diventi patrimonio delle nuove generazioni che non possono dimenticare le vittime della violenza criminale". Alla cerimonia, oltre a Margherita Asta, sorella di Giuseppe e Salvatore, ora coordinatore comunale di "Libera", sono stati invitati gli studenti delle scuole del territorio.
Quest'anno, forse anche grazie all'impegno di Margherita Asta, diverse sono le manifestazioni organizzate per non dimenticare le vittime di quella strage. Con l'organizzazione curata dal coordinamento provinciale dell'associazione "Libera - nomi e numeri contro le mafie", presieduto dall'avvocato Giuseppe Gandolfo, duecento scuole della provincia questa mattina alle 9 si riuniscono per dare vita ad un corteo che prenderà il via da piazza Vittorio Veneto e proseguirà fino a Pizzolungo. A mezzogiorno verrà celebrata una messa nel luogo della strage e a seguire, alle 13, è prevista una "pastata" con i prodotti ricavati dai beni confiscati alla mafia, grazie alla legge 109/1996 sull'utilizzazione sociale dei beni confiscati ai boss. Nel pomeriggio, alle 17.30 è in programma un incontro - dibattito presso la sala conferenze "Perrera" della Banca Nuova. Alle manifestazioni parteciperanno Rita Borsellino, vice presidente nazionale di "Libera", Marco Pomar, presidente di "Libera Sport", l'avvocato Giuseppe Gandolfo e ancora il Prefetto Giovanni Finazzo, il questore Domenico Pinzello, il capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares, il procuratore della Repubblica di Trapani Giacomo Bodero Maccabeo e il procuratore di Marsala Antonino Silvio Sciuto, e ancora esponenti della DDA di Palermo e i vescovi di Trapani e Mazara del Vallo, Miccichè e La Piana.
Sul fronte giudiziario, dopo il primo processo, che si concluse con l'assoluzione degli imputati, a Caltanissetta è attualmente in corso il processo a carico di Balduccio Di Maggio ed Antonino Madonia. Totò Riina e Vincenzo Virga, ritenuti i mandanti della strage, sono stati già giudicati con il rito abbreviato.
Cinzia Bizzi
Jana Cardinale

3 aprile 2004 - ANNIVERSARIO STRAGE PIZZOLUNGO
"La Sicilia"
Pizzolungo 19 anni dopo. Il ricordo delle vittime offuscato ancora dall'assenza della gente
Quel "botto" dimenticato
Rino Giacalone
Pizzolungo. È brutto ma è così. Si è incrociato nuovamente con le polemiche il ricordo di quel terribile "botto" del 2 aprile 1985 che provocò dei morti "innocenti" (già la cosa suona strana perché sembra volere dire che chi è sopravvissuto innocente non lo era), Barbara Rizzo Asta ed i suoi due gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni, dilaniati quella mattina di 19 anni addietro dall'autobomba destinata al sostituto procuratore Carlo Palermo e alla sua scorta. Un ricordo offuscato dagli uomini che non sanno raccordarsi per organizzare una cerimonia, dalla gente che non c'è.
Quella di ieri è stata una giornata che per essere capita va evidenziata in alcuni momenti. Cominciando dalle lacrime sui volti di due giovanissimi studenti all'ascolto del racconto di quel giorno. "C'erano bambini - dice Rita Borsellino che alla testa di "Libera" ha voluto partecipare - che non sapevano cosa era successo e quando hanno saputo hanno pianto. Per ricordare - ha continuato - c'è bisogno che qualcuno consegni la memoria di ciò che è accaduto. Se la memoria non viene coltivata è difficile che resista al peso degli anni e la mia preoccupazione è quella che manca qui la volontà di coltivare la memoria". Rita Borsellino parla mentre davanti la stele dedicata alle vittime, sul luogo dell'eccidio, uno sparuto gruppo di autorità commemora.
Se ne dispiace e alza la voce il prefetto Giovanni Finazzo. "Un territorio - dice - dove non si registrano reazioni alla prevaricazione mafiosa e dove vivono tante persone sane e oneste che non sanno fare un muro compatto". Nel 1985 la sola circolazione con le sirene delle auto di scorta del pm Palermo (una sbrindellata 131 e una fiat Ritmo) dava "fastidio" ai trapanesi che raccoglievano firme e petizioni di protesta. Allora sì che i "muri compatti" venivano alzati. Come quando venne difeso il sindaco che negava l'esistenza della mafia, finito sotto la matita di Forattini.
Terza scena. L'arrivo a Pizzolungo di Margherita Asta, rimasta sola dopo la morte della madre e dei fratelli e poi anche del padre, Nunzio, ucciso da crepacuore. Con lei ci sono gli studenti. Un gruppo in corsa con una fiaccola accesa.
Gli occhi di Margherita vanno sulla stele, sulla sua corona di fiori coperta da quella del Comune di Erice. Non ci sta. Dopo tanti anni è tornata a Pizzolungo e si fa sentire, denuncia tentativi di strumentalizzazione del dolore per quella scuola dedicata a Salvatore e Giuseppe dopo 19 anni. Mentre si attende ancora che si sistemi l'area simbolo di quell'eccidio. È cosa fatta dice qualche amministratore. Se è la verità è triste accorgersi che sono stati necessari 20 anni.

3 aprile 2004 - MARIA FALCONE
"La Sicilia"
incontro con la sorella del magistrato ucciso dalla mafia
Un percorso di legalità nel ricordo del giudice Giovanni Falcone
"Giovanni non era un uomo votato alla morte, non era un eroe, era solo un servitore dello Stato, un magistrato onesto che ha lavorato per la sua Sicilia". Parole sofferte, pronunciate da Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, che hanno scosso ieri mattina l'auditorium del liceo scientifico "Enrico Fermi". All'incontro, accanto a tantissimi alunni, presenti il prefetto di Ragusa, dottor Sandro Calvosa, il questore Vincenzo Corso, il dirigente del Csa, Rocco Agnone, e il sindaco Tonino Solarino. Il pubblico silenzioso osserva due filmati, testimonianza della vita di Falcone, del suo impegno civile e politico e della sua morte: la strage di Capaci che ha spezzato un corpo senza scalfirne l'immagine, che ha mosso dolore e rabbia, che ha fatto nascere nella società la voglia di reazione, di dire no alla mafia. La commozione è alta, così come la voglia di ribellarsi al macigno della criminalità.
"È importante - spiega Maria Falcone - riproporre ai giovani immagini che non conoscono di un'Italia democratica messa a tappeto, che ha saputo reagire, scongiurare il pericolo di quest'assalto alla democrazia. Essere qui a parlare con i giovani significa raccontare quello che Giovanni diceva in famiglia. È necessaria la reazione della società civile e dei giovani che costituiscono un baluardo contro i disvalori della mafia. La criminalità non paga; l'unica via è il percorso della legalità, della giustizia e della democrazia. Io non mi scoraggio, la speranza ci deve portare avanti".
Un paio di mesi dopo Paolo Borsellino viene ucciso. È finito il tempo dei grandi silenzi, è il tempo di parlare, di combattere. Tra i cortei e le manifestazioni di protesta a Palermo s'intravede uno striscione "Non li avete uccisi: le loro idee cammineranno sulle nostre gambe". È questo il messaggio di legalità, d'alto senso dello stato che il sindaco Solarino auspica: "La legalità è l'unica razionalità possibile perché tutto il resto alla lunga produce solo dolore. È impossibile sentirsi felici senza sentirsi onesti. La Sicilia non ha bisogno d'eroi straordinari ma d'eroi ordinari; come diceva Bufalino servono maestri ed educatori". Gli alunni prendono la parola, si anima un dibattito attento e certamente proficuo; "un percorso - afferma il dirigente scolastico Gaetano Lo Monaco - che vogliamo continuare per far riflettere i ragazzi proprio in un momento storico particolare, dove ci sono episodi d'intolleranza ed il senso dello stato non è così alto, per renderli cittadini e professionisti con un alto rispetto delle regole".
Diceva Giovanni Falcone: "Gli uomini passano, restano le idee, le tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe degli altri".
Silvia Ragusa

3 aprile 2004 - FLOP MISSIONE MAGISTRATI IN SUDAFRICA PER PALAZZOLO
"La Repubblica"
IL CASO
Dopo due settimane i magistrati sono riusciti ad ascoltare soltanto un testimone della difesa
Palazzolo si fa beffa dei giudici un flop la trasferta in Sud Africa
ALESSANDRA ZINITI
Due settimane in Sud Africa per ascoltare un solo testimone, e per giunta della difesa. Con l´imputato, da quasi vent´anni in cima alla lista dei superlatitanti in Italia, ricchissimo e riverito industriale a Cape Town, a farsi beffa dei giudici italiani. È finita così, ingloriosamente e con tanto di lettera di protesta ufficiale, la trasferta della terza sezione del tribunale di Palermo impegnata nel processo per associazione mafiosa e riciclaggio a Vito Roberto Palazzolo, l´ex cassiere di Cosa nostra sfuggito alla giustizia italiana e trasferitosi da anni in Sud Africa, paese che da sempre rifiuta l´estradizione e nel quale il boss di Cinisi è conosciuto come noto imprenditore e protetto da anni da influenti esponenti dei governi che si sono succeduti.
Una rogatoria beffa, conclusasi con un nulla di fatto, e che è costata ai giudici siciliani l´accusa di turismo giudiziario e una lunga serie di insulti da parte della difesa di Palazzolo. Quella sudafricana, perché i legali palermitani dell´imputato, avvertiti in extremis dai colleghi d´oltreoceano che il giudice di Cape Town non avrebbe consentito l´interrogatorio dei testimoni convocati giudicando insufficiente il tempo per la loro preparazione, non sono mai partiti da Palermo. Nessuno invece, a quanto sembra, avrebbe avvertito dell´inutilità della trasferta giudici e pubblici ministeri. E così ai componenti del collegio presieduto da Donatella Puleo e ai pubblici ministeri Domenico Gozzo e Gaetano Paci è rimasto ben poco da fare se non appunto, loro malgrado, i turisti. A Città del Capo, dove Palazzolo (che in Sudafrica si fa chiamare Von Palace Kolbatschenko) risiede in una enorme e sontuosa fazenda con moglie e figli, il tribunale si è trovato in enorme imbarazzo: "Che siete venuti a fare qui? Avete trasformato quest´aula in un circo", li ha apostrofati di malo modo l´avvocato sudafricano di Palazzolo, senza che il giudice dicesse una parola in difesa dei colleghi italiani. Accolte le istanze della difesa su presunte irregolarità nella lista dei testimoni che i magistrati chiedevano di sentire, e rinvio a novembre. Sempre che il tribunale continui a ritenere che valga la pena di affrontare una nuova trasferta in Sud Africa per "tentare" di ascoltare un paio di poliziotti sudafricani in grado di riferire ai giudici palermitani delle condotte "mafiose" tenute dall´imputato anche nella sua nuova vita.
Tornato a Palermo uno dei due pm, Domenico Gozzo (impegnato a preparare la requisitoria del processo Dell´Utri che inizierà lunedì), i giudici si sono concessi sei giorni di vacanza prima di trasferirsi a Pretoria per la seconda rogatoria in programma. Qui gli è andata leggermente meglio, nel senso che il giudice sudafricano questa volta ha autorizzato l´audizione dei testi, o almeno solo di quello della difesa, un ex comandante della polizia. Per i due richiesti dall´accusa se ne parlerà un´altra volta (sempre se ci sarà): ascoltarli in assenza dei difensori italiani di Palazzolo, rimasti a Palermo, era impossibile. La beffa è completa, Vito Roberto Palazzolo ride e ringrazia.

4 aprile 2004 - DICHIARAZIONI GIUFFRE': DAI GIORNALI
"La Sicilia"
"Ci sono altri politici che aiutano Cosa Nostra"
antonino Giuffrè
oltre a Lo Giudice indica altri non meglio specificati esponenti della politica
"Veda, nel modo particolare cioè quando mi riferisco all'onorevole Lo Giudice per quello che io riesco a ricordare non è il solo diciamo che c'é nella zona come deputato; nell'ambito regionale dovrebbe esserci qualche altro deputato cioè che assieme a questo... diciamo che è l'esponente di spiccio per quanto riguarda la vicinanza con Cosa nostra ma vi sono altri deputati che collaborano con lui che sono in... della stessa cordata diciamo di Lo Giudice e che compongono un gruppo diciamo utile anche per la zona... quando diciamo utile diciamo che contribuiscono a portare dei finanziamenti nelle zone di competenza, Canicattì e provincia in genere. Parsonalmente, non ho avuto modo di accertare se questa utilità si sia verificata. Diciamo che per quello che mi hanno lasciato capire ne desumo questa conclusione".
A parlare è Antonino Giuffrè, ex capomandamento di Caccamo, oggi tra i collaboratori di giustizia ritenuti attendibili e preziosi dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. E' stato proprio lui a dare un contributo se non decisivo almeno rilevantissimo all'inchiesta sfociata nell'operazione "Alta mafia". Le sue dichiarazioni, infatti, hanno consentito la cosiddetta quadratura del cerchio, ossia sono servite da riscontro del lavoro investigativo già effettuato dagli uomini del vicequestore Attilio Brucato ed hanno ulteriormente arricchito il quadro indiziario per taluni soggetti, primo tra tutti il deputato regionale dell'Udc, Vincenzo Lo Giudice. E proprio parlando di quest'ultimo, Giuffrè è andato ben oltre, sostenendo che anche altri importanti esponenti politici siano a disposizione di Cosa nostra.
"Piu' importante di un uomo d'onore"
Lo stesso Giuffrè, sollecitato dalle domande postegli dal pubblico ministero, riferendosi a Vincenzo Lo Giudice ha aggiunto: "In tutta onestà Gentile non mi ha parlato che era uomo d'onore ragin per cui se io devo dare una definizione...gliela do precisa. Ma non significa questo niente signor procuratore... Cerco di spiegarmi: vi sono delle persone che sono vicine a Cosa nostra e questo lo possiamo classificare come tale, che a volta hanno dell'importanza maggiore che non abbia un uomo d'onore. Questo ne è il caso vivente, cioè in seno a Cosa nostra non ha un potere però è vicino, ha un potere dentro l'Assemblea regionale siciliana e cioè diciamo che queste persone per Cosa nostra sono sempre state e saranno di vitale importanza e per un discorso economico e per un discorso di sopravvivenza se andiamo in un contesto ancora più grande della regione".
I covi di Bernardo Provenzano
I covi del superlatitante Bernardo Provenzano, particolari sulla spaccatura e sulla guerra di mafia a Canicattì: anche di questo ha parlato il pentito Calogero Pulci, ex assessore del Pli di Sommatino, rendendo dichiarazioni ai magistrati di Palermo. Pulci ha detto di avere più volte incontrato il boss corleonese, latitante ormai da 41 anni: il pentito data anche quegli incontri e ha parlato di un personaggio di Canicattì, l'anziano presunto boss Vincenzo Ficarra, 73 anni, come uno di quelli che si sarebbe occupato dei trovare covi a "Binnu il ragioniere" anche in territorio di Niscemi.
"Quando il canicattinese Diego Guarneri venne scarcerato, si rimise in sella regolarmente, cioè si dava da fare e manteneva buoni rapporti con gli stiddari, anche con la nostra provincia. Nel Nisseno gli stiddari erano forti a gela e Riesi e Mazzarino dove era forte con i fratelli Sanfilippo, perché i Sanfilippo sono sei, sette, con le relative mogli, cognati, suoceri... cioè sono mezzo paese e non è che si può fare la guerra con mezzo paese... Poi si azzardò e andò a finire come è andata a finire... Poi, con tutti in carcere, abbiamo fatto la pace. Perché poi in carcere ci mettevano insieme. L'autorità giudiziaria all'inizio non ci separava. Eravamo tutti insieme e allora si discuteva e ci siamo messi tutti d'accordo e sono tutti in regola. Allora si chiacchiera e ora a Canicattì la pace regge. Ora che è morto Diego Guarneri, non faccio una ipotesi. Le ipotesi sono più di una: o che s'è rotta quella pax e mi pare difficile o che è uscito Lillo Di Caro che io non so se è uscito. Mentre di Diego che è la mia parte, me l'hanno fatto sapere che era uscito. L'altra parte non la so com'è combinata".
Poi Pulci si sofferma a parlare di Vincenzo Ficarra e riferisce dei rapporti tra questi e presunti esponenti delle famiglie nissene di Cosa Nostra. "...a Canicattì abbiamo anche u zù Vicio Ficarra uomo d'onore di Cosa Nostra. Il figlio ha una concessionaria di auto a Villaggio Mosè. U zù Viciu per noi era un padre, gestiva il feudo del ragioniere P.M. di Agrigento a Niscemi. Era un imprenditore che noi chiamavamo ragioniere, quello che ha la clinica Sant'Anna. Dove c'è stato ricoverato, che io ho incontrato, il nostro ragioniere che sarebbe Provenzano. Io questo l'ho riferito all'autorità giudiziaria. E nel feudo vicino Niscemi c'era pure il ragioniere nostro... come ospitalità... Io con il ragioniere P.M. non ci ho mai parlato, ho parlato con il figlio, che fumava la pipa, Enzo credo che si chiama, ch'era in quel periodo lui era componente della... di una Commissione dell'assessorato regionale ai Lavori Pubblici, dove c'era la commissione albo costruttori... Lui era all'albo nazionale presso il Provveditorato opere pubbliche in qualità designato dall'Associazione industriale della Provincia di Agrigento. Perché la commissione è formata da componenti designati dall'amministrazione regionale, dal Genio civile... Questo discorso risale verso il 1985, il 1986 che io mi dovevo iscrivere all'albo nazionale...Non so se questo P.M. ragioniere era uomo d'onore, ma a noi ci dava disposizioni la... il terreno di Niscemi e la clinica. Nella clinica io Provenzano l'ho visto con i miei occhi. Ficarra gestiva l'azienda agricola di P.M. a Niscemi e Provenzano l'ho visto là latitante. Ficarra conosce Provenzano? Certo che lo conosce, lo gestiva! Un'altra cosa importante che voi potete riscontrare documentalmente. In quella azienda, ricadente nel territorio della Provincia di Caltanissetta, con le usanze di Cosa Nostra, ci doveva essere, come si dice, un rappresentante a gestire l'azienda o gli operai della nostra provincia e noi ci segnalammo che lui lavorava regolarmente regolarizzato Giuseppe Giuliana di Riesi, abitante a Butera, per questioni di equilibri mafiosi si spostò a Butera, perché Butera non aveva famiglia. La reggeva u zù Peppe Giuliana ma era aggregato alla famiglia di Riesi".
"Provenzano mi chiese di Madonia"
Soffermandosi sulla latitanza di Provenzano a Niscemi, Calogero Pulci ha aggiunto: "Come viene il ragioniere e a me mi fecero mandare che venne il ragioniere. Siccome la tenuta è grande, il ragioniere è entrato... il casolare è grande, noi eravamo in un pezzo di casolare, dove di solito lui andava, tipo nella sua abitazione se così possiamo definirla. Noi dove eravamo ospitati era dove c'erano gli operai. Perché facevamo confusione come se eravamo operai pure noi. Quando arrivò il ragioniere a me mi fecero andare. Me ne andai io e un altro come me. Ma là sono rimasti quelli grossi. Io ero..., è morto tra l'altro, con Antonio Bevilacqua di Genova, ma là c'era il ragioniere e siamo andati a trovarlo. C'era il ragioniere, lu zù Peppe Giuliana, lu zù Viciu Ficarra e Madonia. Madonia Piddu all'epoca era latitante. Attenzione, io ci parlo, Antonio l'ammazzarono nell'88, prima dell'88. Era latitante sia il Madonia che il Provenzano. Provenzano l'ho visto quando accompagnai a Madonia. Io al Provenzano l'ho visto un sacco di volte. Ci ho parlato, l'ultima volta che l'ho visto è stato tra il luglio e il settembre 1992 che lui mi mandò a chiamare con una forma irrituale, che voleva sapere dov'era Madonia, io lo sapevo e ci ho detto che non lo sapevo dov'era. Visto la forma di come mi ha mandò a chiamare, dicendomi tra virgolette che di quell'incontro non ne dovevo dire neanche a Madonia. Io non ce l'ho detto a Madonia, ma a lui non ho detto neanche dov'era Madonia. Ho fatto l'indiano, arrivederci e grazie, che ne so io. Provenzano mi mandò a chiamare con Simone Castello, mi diede l'appuntamento a Gela che è uno che abita a Bagheria, però in quella zona lui ha feudi, aziende agricole. Il contatto lo avevo anche tramite Gino Scianna e Gino Di Salvo, e sono cugini di Bagheria. Oppure li vedevo a Bagheria. Io a Bagheria quasi sempre ci andavo. Quando Madonia era a Bagheria io fremevo a Bagheria, perché tenga presente che tutti i contatti, eravamo anche in guerra..., con Madonia ero io: vai a Gela, vai a parlare a quello, vai a Mussomeli. E io la mattina partivo, mi facevo il giro e la sera portavo la risposta".
Capimafia in fuga dopo le stragi
In quel periodo Madonia si nacondeva tra Enna, no Enna città, Villarosa e Bagheria. Ma di più stava a Bagheria. Qui siamo dopo le stragi. Dopo le stragi se la scapparono tutti, come si dice in gergo siciliano. Si allontanarono tutti dalla zona. E allora siccome Madonia, insolitamente devo dire, perché io lo posso dire perché lo gestivo io a Madonia, non è che Madonia si è fatto uno spostamento senza di me. Insolitamente quando se ne andò dalla Sicilia dopo le stragi, se ne andò dal cognato di un cognato del fratello della moglie a Vicenza. Cosa insolita. Perché lui era prudente. Ha fatto un'imprudenza. L'hanno arrestato a settembre. Cioè avevano tanti covi al Nord, di tante cose e se ne andò là. Siccome tramite secondo il mio pensiero i canali che aveva il ragioniere non lo poté raggiungere, non lo sapeva più perché fece perdere le tracce andando da un parente. Mentre andando nei luoghi soliti c'è sempre il referente del luogo che lo gestisce. Fino al settembre del 1999, quando sono stato in carcere, ho avuto notizie di contatti di Provenzano con soggetti di Canicattì e del Nisseno. Su Canicattì come riferimento a Provenzano c'era lu zù viciu Ficarra".

5 aprile 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: PM INIZIA REQUISITORIA
ANSA:
DELL'UTRI: PM INIZIA REQUISITORIA, NON E' PROCESSO POLITICO
BERLUSCONI MAI IMPUTATO QUI, MA MAGISTRATI HANNO SUBITO INSULTI
"Non e' questo un processo politico, ma il processo al senatore Dell' Utri accusato di avere fornito nel tempo un rapporto consolidato con Cosa nostra alla quale ha fornito appoggi. Non e' dunque il processo a Silvio Berlusconi ne' a Forza Italia". Inizia cosi' la requisitoria il pm Antonio Ingroia nel processo a Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il senatore "azzurro" e' presente in aula assistito dai suoi difensori, gli avvocati Roberto Tricoli, Enzo ed Enrico Trantino, Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorotta.
"In questi anni abbiamo assistito a comportamenti sleali - afferma Ingroia - con affermazioni gravi dette fuori da questa aula, dove il pm non puo' replicare. Adesso lo possiamo dire: il presidente Berlusconi non e' stato mai imputato, ne' virtualmente, ne' occultamente. Berlusconi e' stato in passato indagato dalla procura per un atto dovuto, per il quale sono state svolte indagini e alla fine e' stata chiesta ed ottenuta l' archiviazione. Ma per aver fatto il loro dovere, i magistrati di Palermo hanno subito i peggiori insulti e da allora Berlusconi non e' stato mai sottoposto ad indagini e nessuno puo' dire che questo e' stato un processo a Berlusconi".
"Dobbiamo pero' dire - continua Ingroia - che e' stata un' occasione mancata, un appuntamento mancato e con rammarico lo abbiamo detto il 26 novembre 2002 a Palazzo Chigi dove venne citato il presidente del Consiglio. Allora ci saremmo attesi che Berlusconi desse alcuni chiarimenti su alcuni buchi neri, come quello dell' assunzione di Vittorio Mangano, il buco nero del suo allontanamento, i buchi neri sui bilanci delle holding Fininvest. Il quella circostanza si sarebbe potuto chiarire".
Il riferimento di Ingroia e' alla convocazione del premier nel processo a Dell' Utri, in cui si e' avvalso della facolta' di non rispondere perche' citato come testimone di reato connesso collegato archiviato.
Il pm Antonio Ingroia sostiene che la sua requisitoria "sara' molto stringata e durera' poche udienze", annuncia che "alla fine verra' depositata una memoria", critica la durata del processo (quasi sette anni), con 211 udienze e quasi 300 testimoni fra testi, imputati di reato connesso e collaboratori di giustizia.
Il pm parla di "surreale" sfilata di oltre 100 testimoni "ai quali l' accusa aveva rinunciato ma la difesa ha voluto citare senza poi fare alcuna domanda", e lo definisce un "fallimento del processo penale". "Con queste regole - afferma Ingroia - non e' piu' un processo giusto, ma e' piu' lento e dunque meno giusto". Il sostituto indica Dell' Utri, come cerniera tra mafia, economia e politica. Le contestazioni che gli vengono mosse sono contenute in oltre 60 punti che Ingroia ha riassunto in una introduzione fatta ai giudici della seconda sezione del tribunale, presidente Leonardo Guarnotta.
Il parlamentare, secondo il magistrato, sarebbe stato un "canale di collegamento" tra Cosa nostra, il mondo economico milanese e il sistema istituzionale. Questo ruolo si sarebbe sviluppato in un contesto di relazioni con esponenti di spicco della mafia, in particolare attraverso Gaetano Cina', coimputato nel processo, e il boss Stefano Bontade.
I pm sostengono che i rapporti di Dell' Utri con Cosa nostra sarebbero iniziati negli anni Sessanta e sarebbero proseguiti, "in forma non contingente ed occasionale", fino al 1995. Oltre alle intercettazioni telefoniche, ai presunti contatti con i boss mafiosi, la sua amicizia con il capomafia Vittorio Mangano ed i flussi di denaro sporco descritti dall' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, Ingroia ricorda le dichiarazioni di 42 collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta, fino all' ultimo pentito, Nino Giuffre'.
Il lungo excursus fatto da Ingroia parte dagli anni Sessanta, quando Dell' Utri venne assunto da Filippo Alberto Rapisarda "su richiesta di Stefano Bontade" e poi da Silvio Berlusconi alla Edilnord in qualita' di segretario. Sono stati quindi illustrati i rapporti con la Banca Rasini, ritenuta "crocevia" di interessi della criminalita' organizzata milanese, e la consulenza finanziaria riguardante la nascita ed i flussi economici delle holding che formano la Fininvest.
Il pm ha ricordato i rapporti tra Dell' Utri e Cina' che si erano conosciuti nella societa' calcistica "Bacigalupo" di Palermo; le minacce di sequestro ricevute da Silvio Berlusconi; l' assunzione nella villa di Arcore di Vittorio Mangano, come fattore; il pagamento che, secondo l' accusa, la Fininvest avrebbe effettuato ai boss per l' istallazione delle antenne tv in Sicilia, e per bloccare gli attentati alla Standa di Catania. Ingroia ha sostenuto che le accuse "non sono sostenute ne' da teoremi ne' da tesi precostituite, ma da prove".
La tesi della procura in questi anni di dibattimento e' stata sostenuta in aula dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo. Il processo si era aperto in aula con l' allora procuratore Gian Carlo Caselli seduto accanto all' aggiunto Guido Lo Forte e ai sostituti che hanno portato avanti l' accusa.

DELL'UTRI: PM, SUA POSIZIONE NON VA CONFUSA CON BERLUSCONI
ERA AMBASCIATORE COSA NOSTRA IN PIU' IMPORTANTE GRUPPO ITALIANO
"La posizione del senatore Dell' Utri non va confusa con quella del presidente Silvio Berlusconi, il quale, durante la sua carriera di imprenditore e' stato oggetto di minacce, intimidazioni e richieste estorsive da parte di Cosa nostra". Cosi' il pm Antonio Ingroia distingue la posizione dell' imputato dalle altre che emergono nel processo a Marcello Dell' Utri per il quale e' iniziata la requisitoria.
Il magistrato ricorda le minacce e le intimidazioni subite da Berlusconi e dalle imprese che fanno capo al suo gruppo: dai tentativi di sequestro di persona, agli attentati alla Standa a Catania negli anni Novanta. Ed aggiunge: "Mai e' emerso che alcune di queste pressioni o intimidazioni siano state indirizzate al senatore Dell' Utri, ma l' obiettivo e' sempre stato Silvio Berlusconi". Ingroia sostiene che dalle risultanze del dibattimento "si rileva che l' uomo indicato di trattare con Cosa nostra e' stato sempre il nostro imputato, il senatore Marcello Dell'Utri" e indica il parlamentare come "l' ambasciatore di Cosa nostra nel piu' importante gruppo imprenditoriale del nostro Paese".
Concludendo la prima udienza di requisitoria, il Pm ha chiesto ai giudici del tribunale di valutare le condotte dell' imputato "perche' si puo' condannarlo anche per il reato di partecipazione all' associazione mafiosa", ma ha aggiunto che l' accusa "non chiedera' la modifica del capo di imputazione".

DELL'UTRI: REQUISITORIA PM,NON E' PROCESSO A BERLUSCONI
L' IMPUTATO, CONTRO DI ME ACCUSE NON PROVATE FRUTTO DI DICERIE
Per la Procura di Palermo Marcello Dell' Utri sarebbe "un ambasciatore di Cosa nostra nel piu' importante gruppo imprenditoriale del nostro Paese", mentre il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sostiene sempre l' accusa, sarebbe "una vittima dei boss mafiosi".
Nell' avvio della requisitoria del processo al senatore di Forza Italia, Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, il Pm Antonio Ingroia tiene a fare subito alcune distinzioni. "Questo - sottolinea - non e' un processo politico". Ed aggiunge che "occorre tenere lontane, senza confonderle, le posizioni di Dell' Utri da quella di Berlusconi", perche' il premier ha sempre subito, mentre Dell' Utri avrebbe "contrattato" con i boss, e con loro sarebbe stato "in contatto fin dagli anni Sessanta".
Ingroia afferma che le accuse "non sono sostenute ne' da teoremi ne' da tesi precostituite, ma da prove". Il magistrato ricorda le minacce e le intimidazioni subite da Berlusconi e dalle imprese che fanno capo al suo gruppo: dai tentativi di sequestro di persona, agli attentati alla Standa a Catania negli anni Novanta. "Mai - puntualizza - e' emerso che alcune di queste pressioni o intimidazioni siano state indirizzate al senatore Dell' Utri, ma l' obiettivo e' sempre stato Silvio Berlusconi". Poi, sostiene l' accusa, "arrivava Dell'Utri e sistemava tutto con i boss".
Concludendo la prima udienza di requisitoria, il Pm ha invitato i giudici del tribunale a valutare le condotte dell' imputato "perche' si puo' condannarlo anche per il reato di partecipazione all' associazione mafiosa", ma ha aggiunto che "non chiedera' la modifica del capo di imputazione".
Il senatore contrattacca e liquida tutte le accuse "non provate" contro di lui come "frutto di dicerie, peraltro nemmeno convergenti" da parte di "professionisti della delazione". "Sono venuto quest' oggi - afferma Dell' Utri - solo per una doverosa forma di riguardo nei confronti del collegio, ancorche' i miei impegni elettorali non mi avrebbero consentito nemmeno di presenziare". "Resta il fatto - prosegue il parlamentare di Forza Italia - che non avendo specifico interesse ne' competenza per seguire gli aspetti tecnici della requisitoria, espletate le odierne formalita' di apertura della discussione non ritengo di presenziare ulteriormente". Il sostituto procuratore Antonio Ingroia gli risponde indirettamente: "In questi anni - dice - abbiamo assistito a comportamenti sleali con affermazioni gravi dette fuori da questa aula, dove il pm non puo' replicare". Poi l' accusa fa un' altra importante precisazione: "Adesso lo possiamo dire: il presidente Berlusconi non e' stato mai imputato, ne' virtualmente, ne' occultamente. Berlusconi e' stato in passato indagato dalla Procura per un atto dovuto, per il quale sono state svolte indagini e alla fine e' stata chiesta ed ottenuta l' archiviazione. Ma per aver fatto il loro dovere, i magistrati di Palermo hanno subito i peggiori insulti e da allora Berlusconi non e' stato mai sottoposto ad indagini e nessuno puo' dire che questo e' stato un processo a Berlusconi".
Ma Ingroia parla anche di "un' occasione mancata" e spiega:
"con rammarico lo abbiamo detto il 26 novembre 2002 a Palazzo Chigi dove venne citato il presidente del Consiglio. Allora ci saremmo attesi che Berlusconi desse alcuni chiarimenti su alcuni buchi neri, come quello dell' assunzione di Vittorio Mangano, il buco nero del suo allontanamento, i buchi neri sui bilanci delle holding Fininvest. In quella circostanza si sarebbe potuto chiarire". Il riferimento e' alla convocazione di Berlusconi nel processo a Dell' Utri: in quell' occasione il premier si avvalse della facolta' di non rispondere perche' citato come testimone di reato connesso collegato archiviato.

DELL' UTRI: IMPUTATO, ACCUSE NON PROVATE FRUTTO DI DICERIE
Accuse non provate "frutto di dicerie, peraltro nemmeno convergenti" da parte di "professionisti della delazione". Il senatore Marcello Dell' Utri commenta cosi' la requisitoria del Pm Antonio Ingroia, nel processo in cui e' imputato per concorso in associazione mafiosa.
"Sono venuto quest' oggi - afferma in una nota il parlamentare di Forza Italia - solo per una doverosa forma di riguardo nei confronti del collegio, ancorche' i miei impegni elettorali non mi avrebbero consentito nemmeno di presenziare".
"Resta il fatto - prosegue Dell' Utri - che non avendo specifico interesse ne' competenza per seguire gli aspetti tecnici della requisitoria, espletate le odierne formalita' di apertura della discussione non ritengo di presenziare ulteriormente".
"Per quanto ho avuto modo di ascoltare quest' oggi - conclude il senatore Dell' Utri - non posso nascondere la mia inquietudine, da cittadino e da parlamentare, per la leggerezza con cui la pubblica accusa afferma che sia provato cio' che e' solo frutto di dicerie, peraltro nemmeno convergenti, di professionisti della delazione".

5 aprile 2004 - CONDANNATO A 14 ANNI GIUSEPPE GUTTADAURO
ANSA:
MAFIA: CONDANNATO A 14 ANNI BOSS GIUSEPPE GUTTADAURO
Il boss Giuseppe Guttadauro e' stato condannato oggi a 14 anni di reclusione in continuazione per associazione mafiosa ed estorsione. Il processo, nato dall' indagine denominata Ghiaccio, si e' celebrato davanti al gup di Palermo, Umberto De Giglio.
L' inchiesta trae spunto dalle intercettazioni ambientali effettuate proprio a casa di Guttadauro che all' epoca scontava agli arresti domiciliari una condanna definitiva per mafia.
Per diversi mesi le microspie piazzate dai carabinieri del Ros hanno ascoltato le conversazioni del boss di Brancaccio ricostruendo la mappa del pizzo della zona e la spartizione di affari ed appalti.
In seguito a queste intercettazioni e' stata avviata anche l' inchiesta su mafia e politica.

6 aprile 2004 - LIBRO TESCAROLI SU FAIDE COSCHE
"La Repubblica"
L´archeologia mafiosa che svela tanti misteri
Le faide delle cosche ricostruite da Luca Tescaroli per anni magistrato nell´Isola
Al centro degli intrighi il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina pentito non ascoltato
AMELIA CRISANTINO
Erano le 7, 45 del 21 novembre 1977 quando Giuseppe Di Fede e Carlo Napolitano venivano uccisi in un agguato. Il caso aveva aiutato il vero bersaglio. Giuseppe Di Cristina, capomafia di Riesi e membro della Commissione di Cosa nostra contrario ai corleonesi, quel mattino non era con i suoi abituali accompagnatori. La sua vicende viene ricostruita da Luca Tescaroli nel libro Le faide mafiose nei misteri siciliani (Rubbettino, 160 pagine, 9 euro)
Di Cristina apparteneva alla mafia per tradizione familiare: il padre lo aveva presentato al paese durante la festa della Madonna della Catena nel lontano 1961, anche la processione s´era fermata sotto il loro balcone. Lui s´era mosso in un solco già segnato. Aveva stretto patti e alleanze, sapeva muoversi nei rapporti con la politica. Poi i tempi erano cambiati in fretta, e come altri che si opponevano ai corleonesi anche Di Cristina era stato emarginato. La sua condanna l´aveva firmata quando, in una riunione con altri capimafia, aveva disapprovato l´uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo.
Di Cristina sfugge all´agguato, ma sa d´essere un uomo morto. Si vendica raccontando ai carabinieri che era stato Luciano Liggio a uccidere il procuratore Pietro Scaglione, si dilunga sui progetti futuri delle cosche, riempie pagine di verbali con rivelazioni che anticipano quelle di Buscetta. Viene ucciso a Palermo il 30 maggio 1978, le sue confessioni sono messe da parte. Per prudenza, perché non si capisce quanto siano importanti.
Con il caso Di Cristina inizia la guerra di mafia che porterà all´eliminazione dell´ala moderata di Cosa nostra e a una delle più tormentate fasi nella vita della Repubblica. Riina va all´assalto della Cupola mafiosa e da lì muove guerra allo Stato. Vengono eliminati i rivali dei corleonesi, una lunga scia di morti che porta ad un vero e proprio scontro armato con i rivali palermitani. Un sanguinoso crescendo, sottovalutato da uno Stato che troppe connivenze ha tollerato. Vengono uccisi rappresentanti delle istituzioni, politici, giornalisti. Sono anni bui, solo dopo la strage in cui perdono la vita il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie e un agente della scorta viene approvata la legge Rognoni-La Torre, che introduce il reato di associazione di tipo mafioso e permette di svolgere indagini patrimoniali e operare confische. Nel 1984 comincia la prima stagione dei collaboratori di giustizia, con le confessioni di Tommaso Buscetta che permettono ai giudici dell´ufficio istruzione di Palermo - fra loro ci sono Falcone e Borsellino - di istruire il maxiprocesso alla mafia. Una storia lunga e complessa, che non è ancora finita.
La morte di Giuseppe di Fede e Carlo Napoletano, la storia del boss Di Cristina, sembrano archeologia mafiosa. C´è voluto un quarto di secolo per arrivare alla verità, solo l´11 aprile del 2002 le condanne per quegli omicidi sono diventate definitive. Nella rigorosa ricostruzione giudiziaria che Luca Tescaroli fa di un caso che sembra lontano viene più volte sottolineato come il contributo dei pentiti, severamente vagliato, sia stato essenziale a ricostruire la vicenda. Sarà perché al testo è come sottesa un´amara constatazione: se le rivelazioni del mafioso Di Cristina fossero state ascoltate con più attenzione, se le piste da lui indicate fossero state seguite e facilmente riscontrate, allora tutta la storia successiva sarebbe stata diversa. Magari senza stragi mafiose.

L´AUTORE
Dalle indagini delle stragi al racconto
Luca Tescaroli è sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Roma. Impegnato nelle inchieste più significative degli ultimi anni, ha svolto indagini sulle stragi di Capaci e di via D´Amelio, e sul fallito attentato all´Addaura. Ha sostenuto la pubblica accusa nel processo per la strage di Capaci, nel giudizio di primo e secondo grado. Oggi è impegnato nelle indagini relative all´omicidio di Roberto Calvi. Con Rubbettino ha pubblicato Falcone: inchiesta per una strage (1998), I misteri dell´Addaura... ma fu solo Cosa nostra? (2001) e Perché fu ucciso Giovanni Falcone (2001).

6 aprile 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: RIPRESA REQUISITORIA PM
ANSA:
DELL' UTRI: RIPRESA REQUISITORIA DEI PM IN PROCESSO A PALERMO
E' ripresa stamane la requisitoria del pm Antonio Ingroia nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi) accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il sostituto sta proseguendo nell' atto d' accusa contro il parlamentare indicato come "l' ambasciatore di Cosa nostra nel piu' importante gruppo imprenditoriale del nostro Paese".
Il processo si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, presieduta da leonardo Guarnotta.
Ingroia ha trattato i criteri delle fonti di prova che sono costituite dalle dichiarazioni dei pentiti, dal traffico telefonico del parlamentare, dal contenuto delle sue agende e dalle risultanze forografiche e filmate. "Si tratta di una varieta' di tipologie di prove - afferma il pm - che costituiscono l' ossatura dell' accusa, formando il mosaico probatorio delle risultanze investigative".
Un passaggio e' stato dedicato anche al tentativo di "combine" fatto in carcere da alcuni ex collaboratori di giustizia che tentavano, "su incarico di Dell' Utri", di convincere altri pentiti a "calunniare i collaboratori che accusano il parlamentare in questo processo, inducendoli a fare false dichiarazioni". Su questa vicenda e' in corso un altro procedimento dove e' imputato Dell' Utri.
La requisitoria e' poi proseguita con il pm Domenico Gozzo che ha iniziato a parlare "dei due siciliani a Milano". Ricostruisce la storia imprenditoriale di Dell' Utri negli anni Settanta, quando viene assunto da Silvio Berlusconi. E quella di Gaetano Cina', "piccolo commerciante palermitano con imp ortanti collegamenti familiari in Cosa nostra". "Altro personaggio e interprete di questa storia e' Vittorio Mangano - dice Gozzo - gia' implicato negli anni Settanta per questioni di mafia. Si era trasferito a Milano, come pure un altro interprete e personaggio di questa storia, Filippo Alberto Rapisarda, che non e' un collaboratore di giustizia, ma che in un certo periodo di tempo ha iniziato a fare dichiarazioni alla procura. Lui era grande amico di Dell' Utri".

DELL'UTRI: PM GOZZO, DI BERLUSCONI PARLEREMO IN REQUISITORIA
"Abbiamo insistito nel volerlo citare in questo processo per sentirlo e chiarirci alcune vicende, ma non ci ha dato risposta. Tanto importante e' la sua posizione e tanto importante era ascoltarlo e per questo ne parleremo di Silvio Berlusconi". Lo afferma il pm Domenico Gozzo prendendo la parola nella requisitoria del processo al senatore di Forza Italia, Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
"Avremmo voluto che ci spiegasse quello che era accaduto in quegli anni - dice Gozzo - Dall' atteggiamento dell' imprenditore Berlusconi appare che l' abbraccio in cui lo aveva spinto Dell' Utri, verso alcuni esponenti mafiosi, lo poneva al riparo dal pericolo di sequestri di persona negli anni Settanta".

DELL' UTRI: PM, CON LUI BOSS ARRIVARONO A BERLUSCONI
L' IMPUTATO, SIAMO A TRAVISAMENTO FATTI E OCCULTAMENTO VERITA'
I boss mafiosi Stefano Bontade e Mimmo Teresi, entrambi assassinati dalla mafia nel 1981, avrebbero utilizzato Marcello Dell' Utri per contattare l' imprenditore Silvio Berlusconi alla fine degli anni Settanta, in modo da garantirgli "protezione" a Milano. E' la tesi sostenuta dall' accusa nella requisitoria del processo al senatore di Forza Italia, Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, anche in base alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo.
Secca la replica dell' imputato: "siamo al travisamento dei fatti". Per Dell' Utri "i Pm stanno raccontando il film di un altro processo, occultando anche brani di verita' processuale solo perche' non combaciano perfettamente con la loro accusa".
Gli argomenti toccati oggi dal pm Domenico Gozzo, nella seconda giornata di requisitoria, hanno riguardato l' assunzione del boss Vittorio Mangano come fattore della villa San Martino ad Arcore da parte di Silvio Berlusconi, su indicazione di Marcello Dell' Utri, e ancora gli incontri che l'allora imprenditore avrebbe avuto con alcuni boss mafiosi, organizzati a Milano da Dell' Utri e Gaetano Cina', coimputato del parlamentare. L' atto d' accusa punta anche sull' allontanamento di Marcello Dell' Utri dalle imprese di Berlusconi, avvenuto alla fine degli anni Settanta, e sul suo rientro in Fininvest alla guida di Publitalia nel 1983. "Berlusconi - afferma Gozzo - aveva detto nel 1977 che Dell' Utri non era in grado di dirigere una societa' del suo gruppo, ma poi, dopo che nel 1978 aderisce alla loggia P2 dove fa nuovi incontri professionali e allaccia saldi collegamenti con Flavio Carboni, nel 1983 Dell' Utri rientra. E se prima a parere di Berlusconi non era capace, poi lo mette alla guida della societa' piu' importante del gruppo".
"Sarebbe stato importante - aggiunge Gozzo - sentire Silvio Berlusconi. In molti casi infatti sarebbe stato molto utile perche' leggendo le carte su alcuni fatti emerge un assordante silenzio. Non potendo comunque ascoltarlo su alcune vicende possiamo soltanto arguire cosa sia successo".
Gozzo ripercorre le dichiarazioni rese da Berlusconi il 26 giugno 1987 agli investigatori milanesi su Vittorio Mangano. L' imprenditore afferma che aveva bisogno di un fattore, di un uomo fidato e Dell' Utri glielo trovo' a Palermo. Mangano, interrogato nel dicembre 1998, confermo' queste dichiarazioni. Ma il pm si chiede perche' venne assunto proprio Vittorio Mangano. La risposta, sostiene l' accusa, la danno i collaboratori di giustizia, tra i quali Francesco Di Carlo, il quale afferma che Bontade e Teresi, dopo che "Berlusconi chiese protezione", inviarono a Milano, "un uomo di Cosa nostra, Vittorio Mangano".
La requisitoria proseguira' il 19 aprile prossimo.

DELL'UTRI:IL PARLAMENTARE,PM RACCONTANO FILM ALTRO PROCESSO
"Mi aspettavo almeno una onesta requisitoria e invece gia' solo alla seconda udienza siamo al travisamento dei fatti". Lo afferma in una nota il senatore Marcello Dell' Utri, commentando la requisitoria dei Pm nel processo in cui e' imputato di concorso in associazione mafiosa.
"I Pm - aggiunge il parlamentare di Forza Italia - stanno raccontando il film di un altro processo occultando anche brani di verita' processuale solo perche' non combaciano perfettamente con la loro accusa".
"So che ne sentiro' ancora delle 'belle' - conclude Dell' Utri - ma confido di riuscire a sopportare fino in fondo tanta falsita'".

8 aprile 2004 - MAFIA: GIP NEGA SCARCERAZIONE A DEPUTATO REGIONALE UDC
ANSA:
MAFIA: GIP NEGA SCARCERAZIONE A DEPUTATO REGIONALE UDC
Il gip Giacomo Montalbano ha negato la scarcerazione del deputato regionale dell'Udc, Vincenzo Lo Giudice, arrestato nelle scorse settimane per associazione mafiosa.
Il giudice, pur accertando con una perizia medica che l'indagato, come hanno evidenziato i suoi difensori, e' affetto da cardiopatia, ipertensione arteriosa e da diabete, e potrebbe avere una incompatibilita' con il regime carcerario, ha disposto ulteriori accertamenti clinici che saranno eseguiti in carcere.
Per il momento il gip ha dunque rigettato la richiesta di scarcerazione. Il giudice resta pero' in attesa di una nuova valutazione dei medici.
Il politico e' coinvolto nell'inchiesta su mafia e politica che riguarda anche gli appalti pilotati nell'agrigentino.

9 aprile 2004 - INGROIA NON PUO' TORNARE NELLA DDA
"Il Messaggero"
"Il pm Ingroia per tre anni non può tornare nella Dda"
ROMA - Il pm del processo Dell'Utri, Antonino Ingroia, non può rientrare alla Procura distrettuale antimafia di Palermo, almeno per i prossimi tre anni. A dire "no" al ritorno alla Dda, dove Ingroia ha prestato servizio per otto anni, è il Consiglio Superiore della Magistratura a maggioranza. "Rispetto la decisione del Csm pur rimanendo convinto della giustezza della mia interpretazione, del resto condivisa da quasi la metà del Consiglio", afferma il sostituto Ingroia, commentando la delibera. Ingroia attende di leggere le motivazioni della delibera e rimane a disposizione del pool sulla criminalità diffusa, di cui fa parte, guidato dall'aggiunto Guido Lo Forte.

11 aprile 2004 - APPELLO MADRE CAPOSCORTA BORSELLINO
"Avvenire"
LA LOTTA ALLA MAFIA
"Mi rivolgo ai giovani, perché crescano nell'onestà e nella legalità. Anche se è difficile: dove manca il lavoro, è facile cadere nella tentazione dell'illegalità"
"Hanno ucciso mio figlio
Chiedo perdono per loro"
L'anziana madre di Agostino Catalano, caposcorta di Paolo Borsellino, si è rivolta ai boss parlando dalla cattedrale di Palermo: "Convertitevi!"
Da Palermo Alessandra Turrisi
C'è un dolore che neppure il tempo può lenire, col quale si può solo convivere e dal quale si può trarre la forza per continuare a lottare per la vita, per la giustizia, per la legalità. Emilia Catalano culla questo dolore da undici anni e mezzo, da quando a Palermo, in quel torrido pomeriggio del 19 luglio 1992, un'autobomba carica di tritolo gli uccise il figlio Agostino, caposcorta del giudice Paolo Borsellino. Da quel giorno la sua vita è cambiata per sempre e ha continuato ad avere un senso solo per combattere la mafia. A quasi ottant'anni, con la fatica di avere allevato sette figli e i tre nipoti, orfani di Agostino, gira per le scuole, tiene conferenze, incontra i giovani, nelle vesti di messaggera di pace. Così ha fatto anche pochi giorni fa a Palermo, partecipando alla "Pasqua dello studente", seconda tappa del progetto interscolastico "Ascoltino gli umili e si rallegrino", ideato dal docente di religione Nicolò Mannino, che sull'esperienza di questa donna ha realizzato anche un libretto "Dal cuore di una madre".
Nella cattedrale gremita di ragazzi, davanti al cardinale Salvatore De Giorgi, "mamma Emilia", come la chiamano ormai in tutta Italia, con la semplicità che la contraddistingue, ha chiesto a Dio il perdono per i mafiosi. "Oggi con la stessa emozione e con le stesse lacrime che hanno bagnato il mio dolore lancio il mio appello a tutti coloro che sono armati di odio, di vendetta, di bombe: arrendetevi all'amore di Dio, affidate la vostra vita a Gesù che è risorto - dice con forza -. Convertitevi, voi criminali, voi che non avete il timore di Dio. Basta con l'odio, ritornate ad avere un cuore semplice e buono, ritornate al cuore di Maria. Mettetevi nelle mani di Dio e confidate nel suo perdono. Per i mafiosi di tutti i tempi chiedo il perdono di Dio, perché solo lui può mettere pace nei loro cuori e nella loro vita".
Signora Emilia, che sentimenti prova nei confronti degli assassini di suo figlio?
Per quanti sforzi faccia, non mi riesce bene dire "vi perdono". Agostino ha lasciato tre figli che erano orfani di madre e che non hanno ancora superato il trauma subìto. Il perdono dovrà arrivare da Dio e io spero in cuor mio di ricevere anche questo grande dono.
Ma se quegli uomini si pentissero davvero?
Allora Dio li perdonerebbe. Non dimentichiamoci che il Signore ha perdonato chi lo ha messo in croce. Ma ci vuole la conversione del cuore. Io non credo a una sola parola di quello che dicono i cosiddetti pentiti. Il pentimento non è quello che si legge sui giornali, ma quello che ti cambia il cuore.
Come ha reagito la sua famiglia alla morte di Agostino?
I ragazzi non ne parlano mai, sono rimasti molto scossi. Quando io seppi della morte di mio figlio, stavo per non farcela. Gli altri miei figli mi facevano coraggio, ma io non reagivo più. Una notte, però, sognai Agostino, che mi sorrideva, come quando era vivo e veniva alle mie spalle sussurrandomi: "Sei la mia vecchietta". Durante quel sogno, mi mise una mano sulla spalla e mi disse: "Mamma, devi andare avanti".
Da quel momento la sua vita cambiò e si trasformò in una missione di pace...
Da casalinga sono diventata battagliera e a tutti rivolgo l'appello di lavorare per la vita, la giustizia, la legalità. In particolare, mi rivolgo ai giovani perché crescano nell'onestà e nella legalità. Anche se è difficile: dove manca il lavoro, è facile cadere nella tentazione dell'illegalità.
Ma lei pensa che le sue speranze possano realizzarsi nelle nuove generazioni?
Se non avessi la speranza che la nuova generazione raccoglierà questo messaggio, sarebbe una catastrofe e tutto il sangue versato sarebbe stato vano. Noi dobbiamo credere nella nuova generazione. Dobbiamo chiedere ai giovani di essere leali, generosi con il prossimo, solidali.
Mamma Emilia crede nella giustizia?
Sebbene talvolta determinati avvenimenti della vita mi risultano incomprensibili e duri da accettare, credo nella giustizia, poiché sono convinta che, anche se quella terrena tarda ad arr ivare, la giustizia divina, prima o poi, raggiungerà i colpevoli.
Ma la sua fede in Dio non ha mai vacillato?
La morte di mio figlio è stata una dura prova. In certi momenti non ho pensato a niente, in altri solo a piangere, in altri avrei voluto morire. Credo, però, che Dio ci dia sempre un motivo per vivere o una ragione per sopportare il dolore. Sono certa di non aver mai perso la fede, perché la violenza è causata solo dagli uomini, mentre Dio è puro amore.
La mafia, secondo lei, sarà sconfitta?
Debellarla è possibile. Giovanni Falcone diceva che "'la mafia è un fatto umano, prima o poi dovrà essere vinta".

14 aprile 2004 - PROCESSO APPELLO MANNINO: PG INIZIA REQUISITORIA
ANSA:
MAFIA: APPELLO MANNINO: PG INIZIA REQUISITORIA
Con la critica alla motivazione della sentenza di assoluzione di primo grado dell' ex ministro Calogero Mannino e' iniziata oggi la requisitoria del processo d'appello da parte del sostituto procuratore generale, Vittorio Teresi.
L'uomo politico e' accusato di concorso in associazione mafiosa. Il pg, durante il suo atto d'accusa, ha sottolineato "l' illogicita' e la contraddittorieta' della sentenza di primo grado" che ha assolto Mannino, "frammentando l' impianto accusatorio".
Il magistrato ha poi ricordato i rapporti con i cugini Nino e Ignazio Salvo, la vicenda delle esattorie siciliane ed ha ricostruito i rapporti tra Mannino e la mafia di Agrigento e quella di Palermo. Su questa vicenda e' stato ricordato dal pg l' incontro avvenuto a casa di Mannino tra il medico mafioso Gioacchino Pennino, oggi collaboratore di giustizia, ed il boss agrigentino Antonio Vella.
La requisitoria proseguira' domani mattina a Palazzo di giustizia.

15 aprile 2004 - PG CHIEDE 10 ANNI DI RECLUSIONE PER MANNINO
ANSA:
MAFIA: PG CHIEDE 10 ANNI DI RECLUSIONE PER MANNINO
La condanna a dieci anni di reclusione e' stata chiesta dal sostituto procuratore generale Vittorio Teresi per l' ex ministro Calogero Mannino, accusato di concorso in associazione mafiosa. L' imputato, assolto in primo grado, viene ritenuto dall' accusa colluso con le cosche mafiose dell' agrigentino e del palermitano.
Nel processo d' appello il Pg ha fatto acquisire agli atti anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' e del medico Salvatore Aragona, quest' ultimo ha riferito di avere avuto contatti con Mannino nel 2001 su indicazione del capo mafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro.
Il pg Vittorio Teresi ha esposto ai giudici della corte d' appello i "rapporti illeciti" che avrebbero legato l' ex ministro Calogero Mannino ad alcuni esponenti mafiosi di Palermo e Agrigento.
L' accusa durante la requisitoria ha poi voluto ricordare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino e di altri pentiti, che "sono state tralasciate dai giudici del tribunale nella sentenza di primo grado". Teresi e' tornato ad attaccare la sentenza di assoluzione di primo grado sostenendo che e' stato utilizzato "un metodo incomprensibile di destoricizzazione delle vicende contro Mannino emerse durante il dibattimento".
Il magistrato ha poi definito "dichiarazioni al buio" quelle rese da Antonino Giuffre' e Salvatore Aragona, perche' non sapeva quello che avrebbero detto su Mannino. Per Teresi i due testimoni dell' accusa hanno pero' sostenuto e ricostruito i collegamenti che il politico aveva con i boss mafiosi, fino al 2001. Ripercorrendo poi le dichiarazioni fatte da Giuffre', il pg le definisce "convergenti con quelle di altri pentiti" e fatte "in maniera precisa".
"Le vendette che la mafia voleva mettere in atto contro alcuni politici - conclude Teresi - e' perche' li riteneva dei traditori, e fra questi Giuffre' fa il nome di Mannino".

16 aprile 2004 - DICHIARAZIONI PENTITO DEPOSITATE A PROCESSO PALAZZOLO
ANSA:
MAFIA: DICHIARAZIONI PENTITO DEPOSITATE A PROCESSO PALAZZOLO
I verbali con le dichiarazioni del pentito di Partinico, Michele Seidita saranno depositati agli atti del processo al presunto boss latitante in Sudafrica Vito Roberto Palazzolo, accusato davanti alla terza sezione del tribunale di Palermo di associazione mafiosa. Secondo il collaboratore di giustizia, Palazzolo sarebbe stato affiliato alla famiglia mafiosa di Cinisi.
Parte delle rivelazioni dell'ex imprenditore sono state depositate nei giorni scorsi al tribunale del riesame che dovra' decidere sulla misura cautelare emessa contro Palazzolo ed annullata con rinvio dalla corte di Cassazione.
Seidita ha raccontato ai pm del processo, Gaetano Paci e Domenico Gozzo, particolari sui rapporti tra Giovanni Bonomo, ex capomandamento di Partinico, e Palazzolo. Anche Bonomo ha trascorso parte della latitanza in Sudafrica.
La collaborazione di Seidita risale allo scorso novembre.
Il processo a carico di Palazzolo continuera' il 5 maggio.
L'istruttoria dibattimentale dovrebbe terminare a novembre con l'esame di alcuni testi della difesa e dell'accusa in rogatoria internazionale in Sudafrica.

16 aprile 2004 - PROCESSO STRAGI 1992; LEGALI MINACCIANO REVOCA MANDATI
ANSA:
MAFIA: PROCESSO STRAGI; LEGALI MINACCIANO REVOCA MANDATI
CONTESTATA RELAZIONE DEL PROCURATORE GRASSO SU PENTITO GIUFFRE'
L' arrivo agli atti del processo sulle stragi di Capaci e di via D' Amelio alla seconda corte d' assise d' appello di Catania di una relazione del procuratore di Palermo, Pietro Grasso, che sottolinea l' "attendibilita"" del pentito Nino Giuffre' ha suscitato la protesta dei legali degli imputati che minacciano il possibile ricorso della "revoca del mandato".
Al centro del contenzioso le dichiarazioni rese da Giuffre' su un presunto incontro dei vertici di Cosa nostra, nel 1991, durante il quale si sarebbe decisa la stagioni delle stragi. Riunione che e' sempre stata smentita da altri due collaboratori: Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi.
Incongruenze sarebbero emerse anche dalle rivelazioni di un altro pentito: Ciro Vara. Per questo il presidente della Corte aveva chiesto alle Dda delle Procure interessate l' invio di una relazione sull' "attendibilita"" dei due collaboratori. L' arrivo di quella inviata dal procuratore di Palermo, Grasso, ha suscitato la reazione degli avvocati degli imputati, tra i quali i boss Benedetto Santapaola, Giuseppe 'Piddu' Madonia, Pietro Aglieri, Mariano Agate, Carlo Greco e Antonino Buscemi. "Siamo in forte imbarazzo - ha spiegato l' avvocato Giuseppe Dacqui', che assiste Carlo Greco - perche' non possiamo esercitare il diritto di difesa costituzionalmente garantito". "Le relazioni richieste della Corte sull' attendibilita' dei pentiti - ha sottolineato il penalista - sono fuori dal codice e ledono gravemente la formazione della prova nel corso del dibattimento". "E' come - ha osservato l' avv. Dacqui' - se si chiedesse al giudice di primo di grado di testimoniare sull' attendibilita' dell' imputato che lui stesso ha giudicato". "Le procure distrettuali e tutti i pm - ha osservato il legale - sono parte interessate nel processo e dunque non possono, per legge, assumere la veste di testimone, ne', tanto meno, esprimere giudizi nell' ambito della formazione della prova". Per questo i legali hanno chiesto alla corte la revoca della precedente ordinanza, annunciando di essere pronti alla clamorosa forma di protesta.
L' udienza di oggi e' stata breve. Era prevista l' audizione del pentito Calogero Pulci, assente perche' malato.

18 aprile 2004 - IL RUOLO DI MATTEO MESSINA DENARO
"La Sicilia"
Il personaggio. Il ruolo del boss latitante Matteo Messina Denaro all'interno di Cosa Nostra
"U siccu", la primula rossa di Castelvetrano
La presenza a Trapani della Commissione nazionale antimafia si concentrerà principalmente sulla figura della "primula rossa" di Castelvetrano, il boss Matteo Messina Denaro, 42 anni.
Definito un personaggio importante, figura carismatica all'interno delle cosche, Matteo Messina Denaro è diventato dopo la morte del padre Francesco, punto di congiunzione tra il vecchio e il nuovo establishment mafioso, e non solo per la "famiglia" di Trapani ma anche dell'intera isola. Non a caso il suo nome viene oggi associato a boss del calibro di Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo, pure loro latitanti. "'U siccu", (come viene chiamato dai suoi più stretti e fidati collaboratori), ricorda l'onorevole Giuseppe Lumia, "è in grado, benché latitante, di organizzare e comandare l'apparato militare di Cosa Nostra e di utilizzarlo per minacciare le Istituzioni, le Pubbliche Amministrazioni e gli Enti locali".
"La sua azione però - sottolinea Lumia - non è rivolta solo all'apparato militare, ma è anche verso il settore economico, gestendo il racket e l'usura e avendo a disposizione anche il controllo diretto e l'assegnazione degli appalti in tutta la provincia".
Cosa Nostra trapanese, appare così ancora una volta come lo "zoccolo duro" della mafia. E accade che anche chi sta in carcere sottoposto al "41 bis", continua impunemente a dare ordini: Mariano Agate, Vincenzo Virga, Andrea Manciaracina, o lo stesso Natale Bonafede.
"Da indagini in corso coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo - dice Lumia - si è scoperto anche che Matteo Messina Denaro sta sfruttando per i suoi commerci alcune parentele a New York ed ancora uno dei referenti del boss palermitano Roberto Palazzolo in Sud Africa, che ha collegamenti economici ed illeciti in Venezuela e con i narcotrafficanti della Colombia, e che le sue ramificazioni illegali continuano anche con le organizzazioni criminali di Belgio e Germania passando attraverso il nord Italia".
Killer spietato e stratega sopraffino, Matteo Messina Denaro è riuscito in questi 13 anni di latitanza grazie ad una fitta rete di fiancheggiatori fidati, a ricostituire un organigramma dove molti ancora sono gli insospettabili. E proprio su questo ancora oggi le forze dell'ordine della provincia lavorano.
L. S.

19 aprile 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: REQUISITORIA PM GOZZO
ANSA:
DELL'UTRI: PM, HA MESSO BERLUSCONI NELLE MANI DI COSA NOSTRA
"Dell' Utri ha messo volontariamente Berlusconi nelle mani di Cosa nostra tra il '74 e il '76". Lo afferma il pm Domenico Gozzo nella requisitoria del processo al sen. di Forza Italia Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il magistrato, ricostruendo episodi di intimidazione diretti alle imprese di Berlusconi negli anni '70, fatti dalla mafia, e poi incontri con boss mafiosi che sarebbero stati organizzati da Dell' Utri, afferma che Berlusconi sarebbe stato costretto ad avere contatti con i mafiosi.

PROCESSO DELL' UTRI: PM, BOSS A TAVOLA NELLA VILLA DI ARCORE
GOZZO IN REQUISITORIA, CONFALONIERI NEGO', PERCHE' MENTI'?
Prosegue stamane la requisitoria nel processo al sen. Marcello dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il pm Domenico Gozzo ha parlato delle dichiarazioni fatte dai pentiti, in particolare da Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, i quali, secondo l' accusa, non avrebbero parlato di Dell' Utri per paura. Il magistrato ha ripercorso i loro interrogatori e si e' soffermato sul tentativo di sequestro del principe Dangerio effettuato nel '74 nei pressi della villa di Arcore. Secondo Gozzo, Dangerio aveva partecipato ad una cena a casa di Silvio Berlusconi, alla quale erano intervenuti il nobile, Fedele Confalonieri e Vittorio Mangano, il fattore della villa, ritenuto un capo mafia palermitano.
E proprio sulla partecipazione alla cena da parte di Mangano il pm sostiene che Confalonieri avrebbe mentito, sostenendo che il fattore non era presente. "Ci dobbiamo chiedere il perche' di questa menzogna - ha detto Gozzo - e perche' nell' immaginario di Confalonieri la presenza a tavola di Vittorio Mangano e di sua moglie era pregiudizievole per Silvio Berlusconi e per Marcello Dell' Utri".
"Mangano - aggiunge il pm - quella sera era a tavola con i dirigenti della Edilnord, e con i nobili Dangerio. Possiamo dire che il fattore veniva fatto sedere con loro perche' non era solo un esperto di cavalli, ma era stato chiamato ad Arcore perche' aveva precedenti penali ed era il rappresentante di Cosa Nostra ad Arcore e per questo veniva ritenuto una persona importante".

PROCESSO DELL' UTRI: CONFALONIERI, OFFESO DA AFFERMAZIONI PM
"Mi ritengo offeso dall'arbitraria ed indimostrata affermazione del Pubblico Ministero che considero frutto di pura foga accusatoria". E' quanto ha dichiarato Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, in riferimento a quanto sostenuto stamane, nel corso della requisitoria al processo al senatore Marcello Dell'Utri, dal pm Domenico Gozzo relativamente alla cena avvenuta ad Arcore nel 1974.
"Ribadisco - ha aggiunto Confalonieri - che fra i partecipanti a quella cena nella villa di Arcore Vittorio Mangano non c'era. E se il Pubblico Ministero sostiene che io sul punto ho mentito allora io dico che a mentire e' lui. Mi riservo ogni azione a tutela della mia onorabilita'".

20 aprile 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: PM, CONFERMATE ACCUSE DI RAPISARDA
ANSA:
PROCESSO DELL' UTRI: PM, CONFERMATE ACCUSE DI RAPISARDA
Le accuse di collusione con la mafia a Marcello Dell'Utri fatte dall'imprenditore Filippo Alberto Rapisarda avrebbero trovato "piena conferma" dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Lo sostiene il pm Domenico Gozzo nella requisitoria del processo al parlamentare di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa, proseguita oggi davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo.
L' accusa ha ricostruito i contatti fra Dell'Utri e Rapisarda, passando per i boss Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Vittorio Mangano e il presunto mafioso Gaetano Cina', coimputato del senatore in questo processo. E su Mangano il pm si e' soffermato ricordando ancora che la sua assunzione come fattore nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi era stata voluta da Dell'Utri. Nonostante che il boss fosse andato via dalla residenza del premier per "evitare di danneggiarlo" dopo il suo arresto avvenuto negli anni Settanta, ha detto il pm, "Dell' Utri ha continuato ad avere rapporti con Mangano, fino alla sua morte". Gozzo ha voluto ancora una volta ricordare ai giudici che "la posizione di Dell'Utri non coincide con quella di Berlusconi".
Il pm, che ha ricordato le parole di Rapisarda con le quali affermava di avere assunto Dell'Utri negli anni Settanta a Milano perche' gli venne "imposto" dal boss Stefano Bontade, ha poi sottolineato i tentativi di "inquinamento probatorio" fatti dall' imputato, ricordando le promesse di posti di lavoro o la creazione di societa' con alcuni testimoni che dovevano deporre nel processo.
La requisitoria e' stata sospesa e proseguira' il 26 aprile.

DELL'UTRI: IMPUTATO, REQUISITORIA SEMPRE PIU' CONTRADITTORIA
"Non so dove l' accusa trovi certezze per formulare cosi' pesantemente i suoi apodittici giudizi". Lo afferma il senatore Marcello Dell' Utri, commentando la prosecuzione della requisitoria da parte dei Pm, nel processo in cui e' imputato per concorso in associazione mafiosa.
"Questa requisitoria - aggiunge il parlamentare di Forza Italia - si rivela sempre piu' contraddittoria e riscrive un processo sostanzialmente diverso da quello svolto in questi sette anni".

20 aprile 2004 - DELL'UTRI: TENTATA ESTORSIONE; LEGALE CHIEDE ASSOLUZIONE
ANSA:
DELL'UTRI: TENTATA ESTORSIONE; LEGALE CHIEDE ASSOLUZIONE
Con l'arringa dell'avvocato Pietro Federico si e' chiusa nel pomeriggio di oggi al discussione al processo che vede il parlamentare di Forza Italia Marcello Dell'Utri e Vincenzo Virga accusati di tentata estorsione in relazione alle procedure seguite nella sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani.
Il legale, dopo aver ricostruito i fatti in maniera analitica, e' arrivato a conclusioni opposte rispetto a quelle del pm Maurizio Romanelli, che aveva chiesto la condanna a due anni e sei mesi di reclusione per gli imputati.
Per l'avv. Federico, il sen. Dell'Utri deve essere assolto perche' il suo comportamento sarebbe stato in realta' diverso da quello ricostruito dall'ex parlamentare repubblicano e presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, che ha accusato Dell'Utri.
In aula, davanti alla quarta sezione del tribunale penale, si tornera' il 27 aprile quando, dopo le eventuali repliche, sara' emessa la sentenza.

22 aprile 2004 - RAI ANNULLA "BLU NOTTE" SU MAFIA
ANSA:
RAI: RUFFINI, STASERA NIENTE 'BLU NOTTE', STOP DA AZIENDA
IN BASE A DISPOSIZIONI SU PAR CONDICIO
Non va in onda stasera su Raitre la puntata di 'Blu Notte' dedicata alla mafia, perche' "il programma non e' stato riconosciuto dall'azienda come una trasmissione informativa riconducibile alla responsabilita' di una testata giornalistica, come previsto dalla legge sulla par condicio e dalle disposizioni della Commissione parlamentare di Vigilanza". Lo spiega in una nota il direttore di rete Paolo Ruffini.
"Sento il dovere di scusarmi con i telespettatori - sottolinea Ruffini nella nota - per l'impossibilita' di mandare in onda stasera, cosi' come annunciato, la puntata del programma 'Blu notte' dedicata alla mafia, in quanto il programma non e' stato riconosciuto dall'azienda come una trasmissione informativa riconducibile alla responsabilita' di una testata giornalistica, come previsto dalla legge sulla par condicio e dalle disposizioni della Commissione parlamentare di Vigilanza".
Al posto del programma di Lucarelli, verra' programmato, annuncia Ruffini, il film 'Impiccalo piu' in alto' con Clint Eastwood.

RAI: BLU NOTTE; PUNTATA SU MAFIA GIA' IN ONDA A GIUGNO 2003
La puntata di 'Blu Notte' programmata per stasera su Raitre e cancellata in ossequio alle disposizioni della commissione di Vigilanza era lo speciale sulla mafia gia' andato in onda a giugno 2003.
Nella puntata, Carlo Lucarelli raccontava la storia della mafia in Italia e di coloro - magistrati e poliziotti - che hanno cercato di combatterla. Lo speciale ottenne in prime time 2.911.000 telespettatori, pari al 15.25% di share.

RAI: BLU NOTTE; CENTARO, INTERPRETAZIONE ECCESSIVA
"Ritengo che ci sia una interpretazione eccessiva sulla par condicio per la quale e' stato bloccato il programma sulla mafia. Non ci sono e non ci dovrebbero essere divisioni ideologiche per combattere Cosa Nostra". Lo afferma il presidente della Commissione nazionale antimafia, Roberto Centaro, commentando la decisione della Rai di non mandare in onda questa sera la punta di Blu notte dedicata alla mafia.
"Ritengo - afferma Centaro - che si tratta di una trasmissione di informazione pura e semplice dove non si fa dibattito politico o campagna elettorale. Se poi riconoscere eventuali successi delle forze politiche o del governo nella lotta alla mafia possa far pensare che cio' diventi spot elettorale, mi sembra che stiamo ai limiti estremi".

RAI: BLU NOTTE; LUMIA (DS), A CHI FA PAURA CHE SE NE PARLI?
"A chi fa paura che si parli della lotta alla mafia in Tv? E' la prima domanda che mi viene in mente di fronte a questa scelta incredibile da parte della Rai". Lo dice il capogruppo dei Ds in Commissione antimafia, Giuseppe Lumia, commentando la decisione della Rai di non mandare in onda questa sera il programma Blu notte dedicato alla mafia.
"Da tempo - aggiunge Lumia - e' sempre piu' difficile vedere su tutte le televisioni, nei tg come nelle trasmissioni di approfondimento, servizi e dibattiti sulla mafia; quando qualche trasmissione sfugge al rigido controllo allora scatta la censura, il blocco con giustificazioni pretestuose. Non si vuole che i cittadini italiani si rendano conto che la mafia e' ancora forte, non si vuole che i cittadini italiani si rendano conto che su una stagione molto buia della nostra storia, il periodo delle stragi del '92 non si e' fatta e non si vuole fare chiarezza".
"In quei gironi tremendi - conclude il parlamentare - non furono uccisi solo Falcone e Borsellino e i loro uomini di scorta, ci fu un tentativo di uccidere Maurizio Costanzo, ci furono diverse bombe piazzate in luoghi storici che fecero altre vittime innocenti, ci fu una tentata strage ai danni dei carabinieri all'Olimpico di Roma. Di questo si sarebbe occupato Blu Notte, grazie all'impegno di Lucarelli e del suo team di autori, ma tutto questo agli italiani non va ricordato, non devono pensare alle difficolta' di chi fa la lotta alla mafia, non devono pensare che di quelle stragi non sappiamo ancora tutta la verita'. Torno a chiedermi: a chi fa paura che se ne parli?".

RAI: BLU NOTTE; PM RUSSO, NON SI VUOLE PIU' PARLARE DI MAFIA
"Non ci sono parole per commentare queste decisioni, rimangono purtroppo le lacrime per chi e' stato ucciso dalla mafia della quale oggi non si vuole piu' parlare". Lo afferma il sostituto procuratore della Dda di Palermo, Massimo Russo, che e' anche presidente della sezione distrettuale dell'Anm, commentando la decisione della Rai di non mandare in onda il programma Blu notte dedicato alla mafia.
"Bisognerebbe invece - aggiunge il magistrato - che i cittadini sapessero cosa e' accaduto e cosa continua ad accadere nel nostro Paese. Questo silenzio per noi che la mafia la combattiamo e la viviamo ogni giorno e sappiamo quanto e' reale e quanto e' forte, aumenta il senso di amarezza e di solitudine".

22 aprile 2004 - PROCESSO LA TORRE, 26 MAGGIO LA REQUISITORIA
ANSA:
MAFIA: PROCESSO LA TORRE, 26 MAGGIO LA REQUISITORIA
Si e' conclusa oggi, con la deposizione degli ultimi due testimoni citati dalle difese, l' istruttoria dibattimentale del processo per l' omicidio dell' ex segretario regionale del Pci Pio La Torre, assassinato dalla mafia ad aprile del 1982. Del delitto sono imputati, davanti alla corte d' assise di Palermo, come esecutori materiali, i boss Giuseppe Lucchese e Nino Madonia.
Il dibattimento e' stato rinviato al 26 maggio, giorno in cui avra' inizio la requisitoria dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Domenico Gozzo.

22 aprile 2004 - COMMISSIONE ILARIA ALPI E LA GLADIO TRAPANESE
"La Sicilia"
I segreti della città. La commissione "Alpi" vuole le carte archiviate della Gladio trapanese
I misteri dello "Scorpione"
Rino Giacalone
La commissione parlamentare d'inchiesta nominata per indagare sulle uccisioni in Somalia della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell'operatore Mirian Hovratin, vuole conoscere non solo le carte di quel processo mai celebrato per l'omicidio di Mauro Rostagno, ma vuole anche leggere gli atti dell'inchiesta sulla Gladio trapanese, di quella cellula del centro "Scorpione" al quale è legato il nome del maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi, Non foss'altro perchè sullo sfondo degli "strani" affari di apparati statali compiuti nel Corno d'Africa somalo, c'è da considerare anche la morte di questo militare. La commissione presieduta dall'ex sottosegretario all'Interno, l'avv. Carlo Taormina, ha già preso contatto con gli apparati giudiziari trapanesi e con gli inquirenti che nel tempo si sono interessati al delitto Rostagno e al caso Gladio. Due indagini finite archiviate. E dall'archivio qualcuno ha già tirato fuori i fascicoli.
Rostagno, Li Causi e Alpi, tre nomi che portano in Somalia. Lungo la linea mai del tutto scoperta (anzi chi ci riuscì finì per l'appunto ucciso) del traffico di armi coperto dalla cooperazione internazionale. Ma invece degli aiuti umanitari in Somalia arrivavano armi, già da quel 1988, quando l'ex esponente di Lotta Continua, Mauro Rostagno, diventato animatore della Comunità Saman e giornalista dagli schermi dell'emittente Rtc, pare era riuscito a filmarlo, per poi confidare il segreto forse a qualcuno che non doveva assolutamente sapere di quella sua scoperta. Dalla prima all'ultima carta del processo Rostagno "c'è puzza di servizi segreti" disse una volta un inquirente: "Ogni volta che ci prepariamo a compiere un atto - confidò quell'investigatore - guarda caso ci troviamo tra i piedi qualcuno del Sismi". E si dice che qualche agente, o pseduo tale, la notte dell'omicidio Rostagno, si fiondò dentro Rtc a portare via quella cassetta che Rostagno teneva sulla sua scrivania con su scritto "non toccare".
Parlare di servizi segreti è cosa ovvia invece se si affronta il capitolo Gladio. Il centro "Scorpione" ufficialmente arrivò a Trapani negli anni '90, ma guarda caso la pista che usava per fare atterrare i suoi mezzi leggeri, dalle parti di Castelluzzo, esisteva da molto tempo prima, da quegli anni in cui da quelle parti sbarcava la droga, cocaina destinata alle famiglie castellammaresi. Li Causi muore in Somalia nel novembre del 1993. Un anno prima di Ilaria Alpi. Ucciso da guerriglieri somali mentre svolgeva una missione. Il suo corpo arrivò in Italia, e venne sepolto nella sua Partanna, chiuso nella bara già coperta dal zinco, sigillata. Non esiste un referto autoptico. Come per Ilaria Alpi e Mirian Hovratin.

23 aprile 2004 - "BLU NOTTE" ANNULLATO: DAI GIORNALI
ANSA:
RAI:BLU NOTTE;GIULIETTI, SOPPRESSIONE FRUTTO RABBIA PREMIER
CONTRO REGOLAMENTO DELLA VIGILANZA SU PAR CONDICIO
"Le strampalate decisioni della Rai, a cominciare dalla decisione di sopprimere 'Blu notte', sono il frutto della violenta arrabbiatura del presidente del Consiglio contro il regolamento della Vigilanza e, soprattutto, contro l'obbligo del contraddittorio". E' l'opinione del deputato Ds e componente della Vigilanza Rai Giuseppe Giulietti sulla cancellazione della puntata di 'Blu Notte' sulla mafia.
"Il servizio mediatico - afferma Giulietti - del presidente editore e' stato schierato nel tentativo di manomettere il regolamenti, di abolire il contraddittorio e di colpire, invece, la satira ed ogni programma sgradito".
Nel caso di 'Blu notte', ricorda il parlamentare, la puntata era addirittura gia' stata registrata. "L'azienda - sottolinea il componente della Vigilanza Rai - era a conoscenza a settimane del programma. I comizi elettorali, come e' noto a tutti, erano gia' stati indetti e la Rai non aveva battuto ciglio. Perche' si e' atteso, l'ultimo istante, perche' non si e' chiesto prima, e non dopo, il parere della Vigilanza? Perche' Blu notte non e' stata inserita, almeno per questa puntata, sotto la responsabilita' giornalistica? Perche' quello che e' stato negato a Blu notte e' stato concesso ad altri?".
In realta', sostiene Giulietti, "gran parte della Rai e' ormai allergica alla parola mafia e contro Blu notte si sono scatenati gli stessi censori che volevano impedire che venisse trasmessa, a suo tempo, perfino l'ultima intervista del giudice Borsellino". "Gli sforzi di Cattaneo e dei suoi amici - conclude Giulietti - saranno comunque vanificati dal prossimo voto degli italiani e tra qualche settimana sara' possibile tornare a godersi Blu notte, Lucarelli, il suo splendido gruppo di lavoro e la puntata soppressa".

RAI: BLU NOTTE; CONSIGLIERI FNSI, NON CENSURARE LUCARELLI
"Se la trasmissione Blu Notte sulla mafia e' stata cancellata per inopportunita' nel periodo elettorale vuol dire che la Rai conosce l' esistenza di un partito di Cosa Nostra. Avrebbe potuto invitarne il segretario per garantire la 'par condicio"". Lo hanno dichiarato i consiglieri della Fnsi Giuseppe Lo Bianco e Giancarlo Macaluso.
"Speriamo che il nome di Carlo Lucarelli, - hanno aggiunto - che apprezziamo per il suo impegno divulgativo dei temi della cronaca, non venga aggiunto a quello dei Biagi, dei Santoro di quanti hanno subito in questi mesi la censura della Rai".

RAI:BLU NOTTE;PETRUCCIOLI A CATTANEO,QUALI CRITERI PER STOP?
Le decisioni sulla mancata messa in onda di Blu notte sono state prese in relazione alla nuova normativa approvata dalla Commissione di Vigilanza? Lo chiede il presidente della Commissione di Vigilanza, Claudio Petruccioli, al direttore generale della Rai Flavio Cattaneo, scrivendogli in appendice ala lettera inviata oggi sul regolamento che disciplina le trasmissioni in periodo elettorale.
"In riferimento a interventi sulla programmazione della trasmissione 'Blob' e alla mancata messa in onda della puntata della trasmissione 'Blu notte' prevista per la serata di giovedi' 22 aprile - ha scritto Petruccioli a Cattaneo in appendice a una lettera inviata sul regolamento che disciplina le trasmissioni in periodo elettorale- la prego di volermi chiarire se tali iniziative sono state adottate in relazione a disposizioni del Regolamento approvato dalla Commissione e di volermi fornire informazioni sui motivi che le hanno rese necessarie".
"Con l' occasione - prosegue nella lettera Petruccioli - , dal momento che queste due trasmissioni, ed in particolare 'Blu notte', non risultano tra quelle ricondotte þ per il periodo elettorale - alla responsabilita' di un direttore di testata giornalistica, la prego di precisarmi quali siano stati i criteri adottati per decidere quali trasmissioni andassero ricondotte alla predetta responsabilita"".

RAI: BLUNOTTE;CATTANEO A PETRUCCIOLI, IL TESTO E' CHIARO
NON AMMESSI POLITICI IN TRASMISSIONI NON GIORNALISTICHE
Il testo del regolamento sulla par condicio approvato dalla Commissione di Vigilanza e' effettivamente chiaro "e non lascia margini di interpretazione" e per questo la Rai ha deciso di non mandare in onda Blu notte, che non e' un programma giornalistico e quindi non poteva contemplare presenze di politici, e Blob che e' una trasmissione satirica: lo dice il direttore generale Flavio Cattaneo in una lettera di risposta inviata oggi al presidente delal Vigilanza, Claudio Petruccioli.
"Caro Presidente - scrive Cattaneo a Petruccioli - , in relazione alla sua lettera del 24.04.2004, vorrei farle osservare che i provvedimenti deliberati il 7 u.s. dalla Commissione da lei presieduta in attuazione delle norme di legge vigenti in materia di par condicio (Leggi n. 515/1993 e n. 28/2000), all' articolo 2 relativo alla tipologia della programmazione Rai nel periodo elettorale per le Consultazioni Europee, dopo avere definito le modalita' per la comunicazione politica, i messaggi politici autogestiti e l' informazione, recita testualmente: 'In tutte le altre trasmissioni della programmazione nazionale o regionale della Rai non e' ammessa, ad alcun titolo, la presenza di candidati o di esponenti politici, e non possono essere trattati temi di evidente rilevanza politica ed elettorale, ne' che riguardino vicende o fatti personali di personaggi politici"".
"Converra' con me - sottolinea dunque Cattaneo - che la dizione e' estremamente chiara e non lascia margini di interpretazione, tanto e' vero che le uniche trasmissioni ricondotte alla responsabilita' delle testate sono state solo quelle di approfondimento informativo di tipo giornalistico. E' per questo - aggiunge Cattaneo - che nella circolare esplicativa indirizzata a tutte le Strutture aziendali abbiamo sottolineato che questo divieto si applica a programmi di qualunque genere, diversi da quelli di 'comunicazione politica' di 'messaggi autogestiti' e di informazione e relative trasmissioni di approfondimento ricondotte alla responsabilita' di una Testata giornalistica. Per meglio precisare la portata del divieto e' stato sottolineato che questi 'altri' programmi comprendevano anche quelli satirici, i programmi gia' registrati che potevano essere trasmessi nel periodo elettorale, i programmi di 'montaggio' e che comunque utilizzino brani, sequenze o immagini preesistenti, compresi spot pubblicitari e telepromozioni".
"In riferimento al programma 'Blu notte' - si deve rilevare che si tratta di una trasmissione di rete che per la sua natura non poteva essere definita tra quelle di approfondimento giornalistico. Inoltre, solo la replica di una puntata era stata programmata dalla rete in variazione del palinsesto che prevedeva un film e non erano previsti successivi appuntamenti in grado di garantire quel pluralismo richiesto dalle leggi e dagli indirizzi della Commissione Parlamentare di Vigilanza. Per quanto riguarda 'Blob' e' una trasmissione satirica che non puo' essere certamente catalogata come informazione e ricondotta, pertanto, alla responsabilita' di una Testata giornalistica. E quindi 'Blob' non puo' avere presenze politiche (anche se registrate in periodo extraelettorale) o toccare temi di rilevanza politica ed elettorale ne' che riguardino vicende o fatti personali di personaggi politici".
"Le iniziative a cui lei si riferisce, quindi, sono state adottate in specifica applicazione delle norme di legge sopra menzionate e delle disposizion