Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2004: dicembre
1 dicembre 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: DICHIARAZIONI SPONTANEE DELL'UTRI
"La Sicilia"
Processo Dell'Utri. Spontanee dichiarazioni del senatore prima che i giudici del Tribunale si ritirassero in camera di consiglio
"Mai avuto a che fare con la mafia"
mariateresa conti
Palermo. Un'ora e 10 minuti. Uno sfogo accorato, per far conoscere ai giudici della II sezione penale del Tribunale chiamati a giudicarlo, il vero volto di Marcello Dell'Utri: non quello dell'imputato di collusioni mafiose, passato al tritacarne della giustizia per sette lunghi anni, ma quello dell'uomo Dell'Utri, di un palermitano della buona borghesia riuscito, per cultura, capacità e intraprendenza, a "sfondare" a Milano. Un palermitano che con la mafia non ha mai avuto nulla da spartire.
Ha fatto il biografo di se stesso, il senatore Dell'Utri, nella lunga dichiarazione spontanea pronunciata, a braccio, a conclusione dell'udienza numero 257 del processo a suo carico, la penultima di un dibattimento - la numero 258, sarà quella della sentenza, che potrebbe arrivare anche sabato - dai tempi infiniti. "Sono qui - ha detto il senatore Dell'Utri - per rappresentare la persona Marcello Dell'Utri. Ho sentito parlare tanto di me in questo processo, ma non mi sono mai riconosciuto. Non avrei mai pensato di cascare in un processo di mafia, ho sempre considerato la mafia un'entità lontana dalla mia famiglia".
È partito da lontano l'excursus del senatore Dell'Utri. Dal nonno, primo importatore in Sicilia dei pianoforti tedeschi, al padre, "rappresentante di una famosa casa farmaceutica che produceva anche la penicillina". Una vita normale in una famiglia della buona borghesia del capoluogo: gli studi, al "Gonzaga", la scuola privata della Palermo più esclusiva, l'inizio di una grande passione per il calcio e la fondazione di una squadretta che a Palermo è un po' leggenda, la Bacigalupo. "Era una società molto prestigiosa, frequentata da ragazzi di un certo ceto sociale", ricorda il senatore. E giù nomi e aneddoti degli allora calciatori in erba: tra gli altri, un suo collega senatore, Carlo Vizzini, che però con il pallone tra i piedi non brillava ("era troppo scarso - ha detto Dell'Utri - e così l'abbiamo scartato, cosa che mi rimprovera ancora oggi"), e il capo dell'ufficio che lo accusa, il procuratore Piero Grasso. "Era famoso - racconta Dell'Utri - perché a fine partita usciva sempre pulito dal campo, anche quando c'era il fango lui riusciva a non schizzarsi". Accanto ai rampolli della Palermo-bene, pure i non figli di papà che però i calci al pallone avevano imparato a darli per strada. Ed è appunto in questo contesto, negli ambienti della Bacigalupo, che Dell'Utri incontra due uomini che avrebbero finito col segnare il suo destino di imputato: Vittorio Mangano e Gateano Cinà. Il senatore fa un distinguo: Cinà, che non ha alcuna condanna per mafia e che è suo coimputato, per lui è un "vero amico". Diverso il caso di Mangano, semplice conoscente esperto di cavalli che, in qualità di fattore, lui porta ad Arcore nel capitolo milanese della sua vita, quello cominciato all'Università, con la conoscenza alla Statale di un giovane e intraprendente studente dell'ultimo anno, Silvio Berlusconi, che lo prende tanto in simpatia da passargli gratuitamente i suoi precisissimi appunti. All'inizio degli anni '70 il ritorno a Palermo, per assistere il padre malato, e l'assunzione in banca. Quindi, nel '73, la nuova svolta. Berlusconi, passando in barca da Palermo, gli propone di lasciare la banca e di lavorare con lui. Dell'Utri si dimette, lascia tutto e va. Una scelta vincente. Una parabola in perenne ascesa frenata nel '94 dai guai giudiziari. Guai giudiziari ai quali il senatore si augura adesso che una sentenza di assoluzione metta la parola fine.

"Il Corriere della sera"
Mafia, Dell'Utri si difende
La corte prepara il verdetto
Ultima udienza a Palermo: "Restituitemi alla politica"
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PALERMO - Ci vorrà ancora qualche giorno di camera di consiglio per conoscere il destino giudiziario di Marcello Dell'Utri perché, dopo 257 udienze e sette anni di processo, i suoi giudici hanno davanti pile di carte, memorie, testimonianze da valutare. E a loro l'ex numero uno di Publitalia, il braccio destro di Silvio Berlusconi, ha consegnato lunedì, a chiusura dell'ultima udienza, la sua vita raccontandola in un'ora di flash pubblici e privatissimi, conclusi con uno spunto kafkiano: "Non mi riconosco. Non sono io quello indicato dall'accusa". E con un appello: "Restituitemi alla vita, alla famiglia, alla politica".
RICORDI - Un amarcord per tratteggiarsi come "un uomo tutto famiglia, sport ed Opus Dei", il nonno venditore di pianoforti a Palermo, il padre importatore dagli Usa della miracolosa penicillina, deciso nel consigliare il figlio: "Fai il magistrato". E lui, con ironia: "Sono rimasto nell'ambiente".
Un sorriso amaro, anzi una smorfia rassegnata, seguita da una punta di commozione finale, gli occhi sul presidente Leonardo Guarnotta e il cuore alle spalle. O meglio, alla platea di avvocati e cronisti fra i quali, confusi, tesi, le labbra strette, spiccavano un giovanotto elegante e una ragazza con un pullover verde e un piercing al mento, Marco e Margherita, i figli ventenni dell'imputato indicato dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo come l'ambasciatore di Cosa Nostra nella Milano da bere degli anni Ottanta, eminenza diabolica poi pronta, nel '93, a "costringere" Berlusconi a creare Forza Italia "per metterlo nelle mani di Cosa Nostra".
INCHIESTA - E' il sospetto della trama accusatoria che si cominciò a tessere quando ancora la Procura era guidata da Giancarlo Caselli. E, nei primi anni di inchiesta, il sospetto era ancora più grande perché, nel segreto dei nomi in codice, con Dell'Utri era indagato pure Berlusconi. Per un contesto ben più pesante, legato addirittura a stragi ed intrighi sanguinari. Ombre diradatesi via via con un giro di boa sfociato nell'archiviazione per il Cavaliere e per un nuovo identikit del suo fido vassallo trasformato dall'accusa in un infido compagno di viaggio dello stesso premier.
METAFORA - Ed è questa chiave del "Berlusconi tradito" che Dell'Utri tenta di ribaltare in extremis davanti a Guarnotta e ai due giudici a latere. Spruzzando tra i fotogrammi della memoria altra ironia e qualche perfidia. Come la metafora legata alla sua passione per il calcio, alla vocazione di allenatore, esplosa in una Palermo degli anni Sessanta dove si muovevano nella sua squadretta i figli della migliore borghesia, i rampolli del ministro Restivo, dell'onorevole Alessi, primogeniti di medici e ingegneri, il futuro ministro Carlo Vizzini ("scarso") fino all'attuale procuratore Piero Grasso, indicato come un buon attaccante: "Usciva dal campo sempre pulito. Anche quando c'era fango. Non si schizzava mai". E, forse, nella metafora, Dell'Utri insinua una distinzione fra il capo di quell'ufficio e colleghi che resterebbero impantanati nel terreno insidioso della giustizia.
Ma il fondatore di Forza Italia sa che, fuori dai campetti di gioco, non sarà una metafora indiretta a salvarlo. Per questo s'inerpica in una sorta di Bignami della sua vita e sul perno che l'ha cambiata: "Andai a studiare alla Statale di Milano e incontrai Berlusconi, il più meridionale dei lombardi". Folgorato: "Vendeva in fotocopia gli appunti di Filosofia del diritto. A me li regalò". Un'amicizia solida. Mille storie e un contatto che diventa oggi capo d'imputazione, l'assunzione ad Arcore dello stalliere mafioso Vittorio Mangano. Prova dell'aggancio-mafia. Negato da Dell'Utri che ricorda Silvio ai tempi dei sequestri di persona: "Altro che mafia. Dalla Fiat si fece costruire un pullman blindato. E se ne occupò Agnelli in persona". Come dire che se avesse avuto la mafia al servizio non avrebbe disturbato l'Avvocato.
ATTESA - Adesso non resta che l'attesa: "E' come se avessi fatto una biopsia. Aspetto l'esame istologico". E lo dice ostentando quel suo fare rispettoso, diligente, spesso presente in aula, come il più eccellente degli imputati che Dell'Utri evoca anticipando la sua assenza al verdetto: "Impariamo da Andreotti".
Felice Cavallaro

E la difesa citò Tommaso Buscetta, i paradossi del processo
Le parole di don Masino contro le deposizioni di Nino Giuffrè utilizzate dalla procura
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PALERMO - C'è un silenzio quasi solenne quando l'imputato senatore Marcello Dell'Utri conclude la sua autodifesa davanti ai giudici che stanno per pronunciare il verdetto. "Restituitemi alla politica", chiede, perché in questi 10 anni di inchieste e dibattimenti s'è sentito un esponente di partito dimezzato: "non era molto igienico", dice, passare da un'aula di giustizia a un'aula parlamentare come se niente fosse.
Proprio alla fine dell'ultimo atto la politica si riaffaccia così sulla scena di un processo "troppo lungo", come ha detto il presidente del tribunale. Senza esserne in realtà mai uscita. Anzi, la politica è stata protagonista anche quando gli accusatori di Dell'Utri ne hanno chiesto la condanna a 11 anni di carcere. O meglio l'iniziativa politica dell'imputato, il suo contributo alla nascita di Forza Italia. "Noi - ebbe cura di dire il pubblico ministero Antonio Ingroia - non diciamo che Forza Italia è il partito della mafia. Ma Forza Italia è il partito di Dell'Utri, e questo per la mafia era sufficiente. E' per via di Dell'Utri che Forza Italia, fin dalla sua nascita, costituì il punto d'interesse politico della mafia". Perché per l'accusa Marcello Dell'Utri è un uomo di Cosa Nostra, e "la sua vicenda politica è solo l'ultimo tratto di strada percorso dall'imputato assieme a Cosa Nostra: non è la Procura a voler fare il processo politico, è Dell'Utri che ha cominciato a fare politica, proprio quando Cosa Nostra ne aveva bisogno".
Per i detrattori dei pm il processo al senatore, amico e stretto collaboratore da 30 anni di Silvio Berlusconi altro non è che uno scampolo dell'attività della Procura guidata fino al '99 da Gian Carlo Caselli. La scomoda eredità di un'antimafia "chiodata e militante", come la chiamano, di cui liberarsi con l'ennesima assoluzione. Ma a parte il fatto che non solo di assoluzioni è fatta l'altalena dei verdetti nei processi su mafia e politica, proprio la requisitoria contro Dell'Utri ha portato in prima linea anche l'attuale gestione della Procura palermitana, quella di Piero Grasso. Perché per arrivare alle loro conclusioni sull'imputato al servizio di Cosa Nostra, i pm hanno attinto alle dichiarazioni del "pentito principe" della dirigenza Grasso: quel Nino Giuffrè, già braccio destro di Provenzano, la cui collaborazione fu inizialmente tenuta segreta ai "caselliani", provocando forti polemiche all'interno dell'ufficio. Il pentimento di Giuffrè è un po' il fiore all'occhiello della Procura di Grasso, e proprio da lui sono venute gran parte delle accuse riversate nell'aula del processo Dell'Utri.
"Volevamo tenere Forza Italia fuori da questo processo - spiegò ancora il pm Ingroia - ma dopo le dichiarazioni di Giuffrè non era più possibile. E' stato lui a dire che l'omicidio di Salvo Lima fu la sanzione definitiva di un rapporto non più affidabile, perché all'orizzonte se ne prospettava un altro più affidabile. E' stato Giuffrè a dire che Dell'Utri era una persona molto vicina a Berlusconi e al tempo stesso a Cosa Nostra, che avrebbe mantenuto e portato avanti certi impegni. E' stato Giuffrè a dire che del ruolo di Dell'Utri gli parlarono i boss Provenzano, Aglieri e Greco".
Dunque è stato il principale collaboratore dell'era post-Caselli a dare il maggior contributo all'accusa in un processo iniziato negli anni '90, e quindi in un'altra Procura, ma finito dopo un decennio e in un clima tutt'affatto diverso. Con i pm che però sono giunti a conclusioni rafforzate grazie al pentito-simbolo della nuova stagione, mettendo così in dubbio tante teorie sulle mire politiche di simili vicende giudiziarie.
Per un ulteriore paradosso, la difesa ha sparato le sue ultime cartucce citando a proprio favore le parole di un altro pentito: Tommaso Buscetta, lui sì emblema della "gestione Caselli", dal processo Andreotti in giù. Stavolta le propalazioni di don Masino, che nulla sapeva delle relazioni pericolose tra Dell'Utri e la mafia, sono state spese dall'avvocato deputato di An Enzo Trantino. Il quale ha ripescato pure il "teorema" sugli uomini d'onore che tra loro si dicono solo e soltanto la verità, parlando degli affari di Cosa Nostra: per dire che se Buscetta non ne sapeva niente, significa che niente c'era da sapere, perché niente c'era. Poi, con l'ultimo richiamo dell'imputato alla politica, è calato il sipario. In attesa della sentenza.
Giovanni Bianconi

"La Repubblica"
LA POLEMICA
Tg5, il Cdr contro Rossella
ROMA - Tensione al Tg5 per i servizi sul processo Dell´Utri. Il Cdr ha chiesto un incontro urgente al direttore Carlo Rossella per capire perché l´avvenimento non sia stato affidato al corrispondente da Palermo, Valentina Loiero, figlia di Agazio, deputato della Margherita, ma a Fabio Tricoli, parente di uno dei difensori di Dell´Utri.

DELL'UTRI: ROSSELLA A CDR TG5, SCELTO INVIATO PER ESPERIENZA
PIANO EDITORIALE SARA' PRESENTATO LUNEDI' 13
Il Cdr del Tg5 ha incontrato il direttore Carlo Rossella in merito alla polemica di stampa sorta sui servizi dedicati al processo Dell'Utri a Palermo. Rossella, informa il cdr in una nota, "ha dato ampie assicurazioni che non c'e' stato alcun retropensiero politico nella scelta di incaricare un inviato a seguire l'ultima udienza del processo, ma che si e' trattato di una autonoma valutazione professionale in base all'esperienza dell'inviato Fabio Tricoli in tema di mafia".
E questo, aggiunge il cdr dopo il colloquio col direttore, senza nulla togliere alla professionalita' della corrispondente da Palermo, Valentina Loiero. Rossella, aggiunge la nota del cdr, ha ricordato che lo stesso Tricoli lo aveva correttamente informato del suo legame di parentela con uno dei legali del collegio di difesa di Dell'Utri, "ma ha ritenuto di confermare la sua decisione fidando nella correttezza professionale del collega".
Il Cdr, spiega ancora la nota, ha preso atto con soddisfazione dei chiarimenti forniti dal direttore. I servizi di Fabio Tricoli, trasmessi nelle edizioni delle ore 13 e 20 sul processo Dell'Utri, sottolinea la nota del cdr, "sono una testimonianza di correttezza e completezza dell'informazione".
Rossella, aggiunge ancora il cdr, nell'occasione ha anche ribadito che intende confermare la linea di autonomia e indipendenza che da sempre caratterizza il Tg5 e ha inoltre annunciato che la presentazione del piano editoriale avverra' lunedi' 13 Dicembre alle ore 15.00, presso lo studio del telegiornale.

1 dicembre 2004 - POLEMICA SU PENTITI
"La Repubblica"
LA POLEMICA
La sorella del giudice: "Devono stare in cella". Il procuratore: "Non collaborerebbero"
Grasso e Maria Falcone, lite sui pentiti
"La mafia si combatte non solo con la repressione, che ci deve essere e deve essere degna di uno Stato di diritto, ma anche con l´avvento di una democrazia realmente compiuta". Lo ha detto Maria Falcone al seminario sul tema "Il processo penale e la criminalità mafiosa" in corso alla facoltà di Giurisprudenza. Al dibattito ha partecipato anche il procuratore della Repubblica Pietro Grasso, che con la sorella del magistrato ucciso dalla mafia ha avuto un contraddittorio sulla gestione dei pentiti.
"L´istituto dei collaboratori di giustizia - ha detto Maria Falcone - è fondamentale, e lo chiarisco perché precedenti mie dichiarazioni sembravano affermare il contrario. La collaborazione di giustizia, però, non è un pentimento, ma un contratto che dà benefici allo Stato, al magistrato, alla società e, naturalmente, al delinquente. L´unica cosa è che si danno venti o trent´anni, invece dei cento ergastoli che si meriterebbero, ma poi dovrebbero passare in carcere questi venti o trent´anni. Anche Giovanni parlava di una gestione dei collaboratori all´interno dei circuiti carcerari".
Gli ha risposto il procuratore Grasso: "Maria parla col cuore. Non può dire che è favorevole ai collaboratori di giustizia e poi dire che devono scontare tutta la pena in carcere. Che utilità avrebbero a collaborare? Non può dire che firmano un contratto e poi una parte dello Stato non lo rispetta. Questa è una contraddizione".
A sostegno della propria tesi, Grasso ha ricordato: "Brusca aveva un progetto per fare saltare in aria anche me. E un altro per sequestrare mio figlio. Ma io metto da parte tutto questo: sarebbe stato molto difficile avere tutti questi successi senza la sua collaborazione. Solo nelle ultime giornate sono state condannate, grazie a lui, trenta persone per il delitto del piccolo Di Matteo".

1 dicembre 2004 - CASINI TELEFONA A DELL'UTRI
ANSA:
CAMERA: CASINI TELEFONA A DELL'UTRI
PRESIDENTE CAMERA ESPRIME STIMA E AMICIZIA
Il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha telefonato oggi al senatore Marcello Dell'Utri a cui ha espresso i sensi piu' profondi di stima e amicizia. Lo ha reso noto un comunicato di Montecitorio.

CASINI, STIMA A DELL'UTRI; OK DA CDL, GAD LO ATTACCA
MA MASTELLA SI DISSOCIA, COMPORTAMENTO CORRETTO E INECCEPIBILE
"I sensi piu' profondi di stima e amicizia" espressi dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, con una telefonata a Marcello Dell'Utri, il senatore di Forza Italia che aspetta la sentenza nel processo che lo vede imputato per mafia, scatenano un coro di reazioni dell'opposizione. Reazioni che vanno dall'accusa di "inopportuita"", fino a quella di Antonio Di Pietro, che parla di "un atto irriguardoso verso la magistratura". Si dissocia dalle critiche del centrosinistra Clemente Mastella. Mentre la Cdl si schiera con il presidente della Camera.
La telefonata di Casini, e la comunicazione ufficiale da parte della presidenza della Camera, sono arrivate nel momento in cui i giudici sono in camera di consiglio, quindi senza alcun contatto con l'esterno. Proprio questo che spinge Mastella a dire che il comportamento del presidente della Camera e' stato "corretto e ineccepibile", visto che una telefonata a processo in corso sarebbe stata interpretabile come un'interferenza nel giudizio. Mentre in questo momento, oltre a non poter influenzare la decisione, la telefonata e' stata una manifestazione di amicizia che il segretario dei Popolari-Udeur dichiara di apprezzare.
Non cosi' la pensano molti nella Gad, che manifestano stupore per il fatto che "un politico di solito molto attento al suo ruolo istituzionale", come lo definisce Alfonso Gianni del Prc, abbia compiuto quella che considera una "caduta di stile". Anche Maura Cossutta del Pdci, giudica "strano che il presidente Casini, cosi' rispettoso delle regole, sia scivolato in questo pubblico abbraccio affettuoso".
A far reagire Francesco Bonito, dei Ds, non e' la telefonata, quanto il fatto che la presidenza della Camera abbia ritenuto di darne comunicazione ufficiale "nell'imminenza della sentenza". Il che spinge Bonito ad augurarsi che Casini esprima pubblica stima non solo per l'imputato ma anche per i magistrati. Anche per Nichi Vendola, del Prc, l'atteggiamento di chi ricopre un'alta carica istituzionale durante una camera di consiglio dovrebbe essere il "doveroso silenzio". Mentre il Verde Paolo Cento concede le attenuanti al presidente della Camera, la cui iniziativa e' "inopportuna dal punto di vista istituzionale", pur se "comprensibile dal punto di vista umano". Di una "gaffe" parla Francesco Cossiga: "Ma come e' venuto in mente alla terza carica dello Stato - afferma - di telefonare ad uno che, lo si voglia o no, e' imputato di gravi reati,m in attesa di sentenza e che domani potra' anche essere un pregiudicato per reati di mafia?".
Di fronte alle critiche, Casini ha tagliato corto dicendo che "in democrazia ognuno fa le critiche che vuole", mostrando implicitamente di ritenere di aver fatto una cosa legittima e nel momento migliore, con i giudici in camera di consiglio e isolati dal mondo e senza aspettare di dover commentare la sentenza, quale che sia. L'unica risposta ufficiale e' stata per Di Pietro, e solo per contestarne l'affermazione per cui Casini non avrebbe mai reso omaggio alla tomba di Antonino Caponnetto. Affermazioni che il portavoce del presidente della Camera ha contestato in punto di fatto, ricordando il messaggio inviato da Casini alla famiglia Caponnetto il 6 dicembre 2002, e la partecipazione alla cerimonia del 3 marzo 2003, quando nella sede del comune di Palermo, fu scoperta una lapide in memoria del magistrato.
A difendere nel merito il presidente della Camera intervengono, oltre a Mastella, alcuni esponenti della Cdl, a cominciare dai colleghi di partito e ministri Carlo Giovanardi e Rocco Buttiglione; il primo associandosi ai saluti a Dell'Utri e il secondo dicendo che la Gad non puo' parlare di bon ton istituzionale dopo che Romano Prodi ha reso "noto alle agenzie il contenuto del colloquio" di ieri con il capo dello Stato al Quirinale. Per Forza Italia parla Francesco Giro, sottolineando la "trasparenza" del comportamento del presidente della Camera, mentre Enzo Fragala', di An, attacca Di Pietro per le sue critiche a Casini, definite "vergognoso attacco" e ricordando all'ex magistrato la presunzione di non colpevolezza per Dell'Utri.

2 dicembre 2004 - PORTELLA GINESTRA: LUMIA (DS), ANCORA BEN LONTANI DA VERITA'
ANSA:
PORTELLA GINESTRA: LUMIA (DS), ANCORA BEN LONTANI DA VERITA'
"I nuovi elementi portati alla luce dal professor Casarubea avvalorano la sensazione che su quella strage siamo ben lontani dal conoscere la verita"". Lo ha detto il deputato ds Giuseppe Lumia commentando la scoperta, da parte dello storico Giuseppe Casarubea, di nuovi documenti sulla strage di Portella della Ginestra.
"E' una verita' diversa - ha aggiunto - che ancora oggi fa paura e che aiuterebbe a capire tante cose della storia della Sicilia e della crescita del potere di Cosa Nostra a seguito anche di quella strage e della lotta contro i sindacati. Chiedero' che anche queste nuove carte vengano acquisite in commissione antimafia in maniera che possano contribuire a realizzare una lettura aggiornata ed approfondita di questa vicenda cosi' tragica".

PORTELLA GINESTRA: SGOBIO (CI), RISARCIRE LE VITTIME
PRESENTATA INTERROGAZIONE A PRESIDENTE CONSIGLIO MINISTRI
"I nuovi documenti storici venuti alla luce grazie a Giuseppe Casarubea, che raccontano quel che accadde, il 1 maggio del 1947, a Portella della Ginestra non solo meriterebbe la riapertura dell' inchiesta ma anche il riconoscimento da parte dello Stato del danno procurato alle organizzazioni sindacali e alle famiglie delle vittime, con il conseguente risarcimento". Lo ha detto Pino Sgobio, capogruppo del partito dei Comunisti Italiani alla Camera che ha presentato un' interrogazione al presidente del Consiglio. Sgobio ha commentato la notizia diffusa da alcuni giornali secondo i quali lo storico Giuseppe Casarrubea presentera' un dossier alla procura di Palermo chiedendo di riaprire le indagini sulla strage.
"Dalle carte ritrovate dallo storico, nel College Park nel Maryland - ha aggiunto - emerge che il bandito Salvatore Giuliano in quegli anni e' stato pesantemente manovrato non solo dalla mafia ma anche dai servizi segreti della Repubblica di Salo', dove operavano numerosi sabotatori al servizio di Junio Valerio Borghese".
"Da fonti giornalistiche - ha continuato - si apprende che, nella documentazione che arrivera' in Procura, c' e' anche una diversa ricostruzione della dinamica del massacro. Ci sarebbero 9 testimoni oculari ancora vivi e che potrebbero parlare. Per questa ragione ho, tra le altre cose, presentato un' interrogazione al presidente del Consiglio chiedendo una sua valutazione ed un suo giudizio su quegli eventi, proprio alla luce dei nuovi documenti dello storico Casarrubea".

PORTELLA GINESTRA: VENDOLA, OFFRIRE INDENNIZZO A FAMILIARI
VERITA' SU PRIMA STRAGE DI STATO FA ANCORA PAURA
"La verita' sulla prima 'strage di stato' della nostra storia repubblicana fa ancora paura. Solo grazie al lavoro prezioso e ostinato di poche persone, innanzitutto dello storico Giuseppe Casarubea, riusciamo a portare qualche raggio di verita' nella fitta tenebra delle menzogne e dei depistaggi". Lo afferma Nichi Vendola, capogruppo di Rifondazione Comunista in commissione antimafia.
"E' indispensabile che la commissione antimafia acquisisca ogni documento utile a far chiarezza su quel primo maggio del '47 ed e' assolutamente urgente - conclude Vendola - offrire un indennizzo, morale e non solo, ai familiari di tutte le vittime di quella mattanza mafiosa".

2 dicembre 2004 - BERLUSCONI, PER DELL'UTRI METTO DUE MANI SUL FUOCO
ANSA:
BERLUSCONI, PER DELL'UTRI METTO DUE MANI SUL FUOCO
ROMA, 2 DIC - "Non metto una mano sul fuoco, ma ce le mette tutte e due". Cosi' Silvio Berlusconi, durante la riunione dei giovani di Forza Italia, esprime la sua fiducia per l' amico di sempre, Marcello Dell'Utri.

2 dicembre 2004 - PENTITO CONTORNO ARRESTATO A ROMA, TENTATA ESTORSIONE
ANSA:
MAFIA: PENTITO CONTORNO ARRESTATO A ROMA, TENTATA ESTORSIONE
Totuccio Contorno, uno dei pentiti storici della mafia, e' stato arrestato a Roma dai carabinieri dopo una indagine della procura capitolina. Contorno, che gode di un programma di protezione, e' stato arrestato per tentata estorsione ed e' stato fermato dai carabinieri in flagranza di reato.
Contorno, e' stato accertato dal pm Pietro Pollidori che ha coordinato l'operazione, era in procinto di recarsi in uno studio notarile dove avrebbe dovuto farsi cedere un'attivita' commerciale da un uomo vittima della tentata estorsione.
L'arresto di Contorno si e' appreso da fonti investigative della procura di Roma. Il pentito, che ha cominciato la sua collaborazione con il giudice Giovanni Falcone e che chiese a Tommaso Buscetta il 'permesso' di poter collaborare, e' in regime di protezione. L'arresto dell'ex boss della mafia e' stato convalidato dal gip che ha concesso al pentito il beneficio dei domiciliari.
La tentata estorsione sarebbe stata commessa in danno di un conoscente di Contorno a cui, secondo quanto si e' appreso, il boss aveva prestato dei soldi e ne chiedeva la restituzione.
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri il pentito aveva fatto diverse richieste, giudicate estorsive, al suo conoscente. Totuccio Contorno si e' giustificato in sede di udienza preliminare spiegando al gip che aveva prestato decine di migliaia di euro alla persona che e' stata vista con lui nelle vicinanze dello studio notarile, e che non aveva mai ottenuto la restituzione del denaro. Secondo le indagini fatte dai carabinieri, Contorno avrebbe invece minacciato piu' volte il suo conoscente fino a pretendere da lui che gli cedesse un'attivita' commerciale. Per questo i carabinieri, che sorvegliavano da tempo l'ex boss, lo hanno sorpreso nelle vicinanze dello studio notarile.
Contorno e' stato richiuso, prima della convalida dell'arresto, in un carcere di Roma e all'ufficio matricola del penitenziario e' stato identificato con il nome che ha adottato da quando e' diventato collaboratore di giustizia.

MAFIA: CONTORNO RICONOSCIUTO SOLO DOPO ARRESTO
Solo dopo l'arresto, e dopo il rilevamento delle impronte digitali, che i carabinieri hanno identificato come Totuccio Contorno l' uomo arrestato per tentata estorsione.
L' attivita' di indagine dei carabinieri della compagnia Trionfale su Contorno era cominciata diversi mesi fa, dopo che l' imprenditore che avrebbe dovuto restituirgli una somma di denaro, si era rivolto agli investigatori perche' vittima di un tentativo di estorsione.
La vicenda era iniziata circa un anno e mezzo fa e la cifra che l' uomo avrebbe dovuto restituire a Contorno aumentava sempre di piu' nel corso dei mesi, fino ad arrivare ad una somma che l' imprenditore non aveva a disposizione. Per questo motivo il pentito di mafia avrebbe preteso la cessione di un' attivita' commerciale, il cui valore, peraltro, era ancora piu' elevato rispetto al debito. Gia' dalla fase preliminare dell' indagine, i carabinieri della capitale hanno avuto dubbi sulla vera identita' del pentito che, naturalmente, agiva con un altro nome, quello cioe' datogli dal programma di protezione. Nell' attivita' imprenditoriale di Contorno era coinvolto anche il figlio. E proprio sul monitoraggio di alcune transazioni economiche, oltre alle modalita' con le quali il pentito di mafia si muoveva nell' effettuare "affari", si e' arrivati a dare concretezza ai dubbi investigativi. A questo si sono aggiunte anche le attivita' tecniche dei carabinieri, come alcune intercettazioni effettuate durante alcuni incontri tra l' imprenditore e Totuccio Contorno. Alla vera identita' del pentito si e' arrivati dopo l' arresto, avvenuto a Roma quattro giorni fa nei pressi del notaio dove si sarebbe dovuto stipulare la cessione dell' azienda. Ed e' stato soprattutto dal rilevamento delle impronte che si e' potuto capire che l' uomo arrestato non era un truffatore qualsiasi, ma un pentito storico della mafia.

MAFIA: CONTORNO; PROGRAMMA DI PROTEZIONE REVOCATO NEL 1998
Era stato revocato anni fa, nel 1998, dopo il coinvolgimento in una vicenda giudiziaria legata a un traffico di stupefacenti, il programma di protezione all'ex collaboratore di giustizia Totuccio Contorno.
L'ex boss e pentito di mafia, arrestato oggi dai carabinieri a Roma, era agli arresti domiciliari, in una localita' segreta del Lazio, proprio perche' doveva scontare un residuo di pena, e godeva di alcuni permessi quando vedeva la famiglia. L'imprenditore a cui Contorno aveva tentato di estorcere denaro, A.R., sarebbe invece un suo amico d'infanzia, ed anche lui un pregiudicato siciliano ed ex collaboratore di giustizia.

MAFIA: CONTORNO, DALLE STRAGI DEI PARENTI AGLI ARRESTI
LA STORIA DI 'CORIOLANO', IL PENTITO AUTORIZZATO DA BUSCETTA
L'itinerario di Totuccio Contorno, uno dei pentiti storici di Cosa nostra, e' costellato di vicende oscure e di altri due arresti, oltre quello di oggi per tentata estorsione.
Era l'estate del 1989 quando "Coriolano della Floresta", il soprannome che gli era stato dato in omaggio a un personaggio della letteratura popolare siciliana, venne fermato nelle campagne di Trabia. Gli investigatori, che lo bloccarono armato in una zona dove erano stati compiuti diciotto omicidi, non si aspettavano di trovarlo in Sicilia. A quel tempo Contorno risultava "sotto protezione" e con nome coperto negli Stati Uniti. Fu subito sospettato di avere partecipato con una personale "campagna di sangue" agli omicidi sui quali la polizia stava indagando e che restano ancora irrisolti. Si pensava a una rappresaglia che "Coriolano" avrebbe scatenato per vendicare i parenti e gli amici (almeno una ventina) uccisi dai corleonesi di Toto' Riina suoi implacabili nemici. Contorno sostenne invece di essere rientrato in Italia su richiesta dell'allora alto commissario Domenico Sica impegnato nella ricostruzione delle trame dell'estate dei veleni cominciata con le lettere del "corvo". E questa tesi alla fine venne accolta non senza diffidenze e riserve dai magistrati.
Per Contorno, che intanto aveva ripreso e proseguito la sua collaborazione, fu disposto il mantenimento del servizio di protezione. Ma alcuni anni dopo, e cioe' il 29 gennaio 1997, "Coriolano" fu di nuovo arrestato vicino a Roma per traffico di stupefacenti. L'indicazione era venuta dai magistrati di Firenze che avevano raccolto le confidenza di due pentiti, Tony Calvaruso e Pietro Romeo. Al processo Contorno sarebbe stato poi condannato a sei anni. Altri dieci anni gli sarebbero stati inflitti un anno dopo per avere partecipato all'uccisione nel luglio 1979 di Giuseppe Di Matteo, gestore di un lido nella zona di Trabia. In un altro processo Contorno aveva ottenuto invece la prescrizione dei reati.
Dopo l'arresto del 1997, di lui la cronaca non si era piu' occupata. Chiusi i conti con la giustizia, Contorno era comunque tornato in liberta'. Ma, a quanto pare, senza troncare mai i suoi rapporti con il giro criminale della capitale.
"Coriolano" e', con Tommaso Buscetta, uno dei piu' noti e importanti collaboratori di giustizia. Era il braccio destro di Stefano Bontade, ucciso nel 1981 ai primi fuochi della guerra di mafia. Era suo grande amico anche Salvatore Inzerillo, altro influente esponente dell'ala tradizionalista decimata dagli attacchi dei corleonesi. E lo stesso Totuccio Contorno, che ora ha 57 anni, era nella lista degli uomini da abbattere. Ma si salvo' grazie a una straordinaria presenza di spirito. Era in macchina con il nipote di 11 anni sul ponte di via Giafar quando si accorse attraverso lo specchietto retrovisore di essere pedinato da due spietati sicari della mafia: Pino Greco "scarpazzedda" e Giuseppe Lucchese. Blocco' subito la macchina e, proteggendo con il proprio corpo il nipotino, si riparo' sdraiandosi per terra mentre l'auto veniva crivellata dai proiettili di un mitra Kalashnikov, la stessa arma adoperata per uccidere Inzerillo.
Contorno riusci' a rispondere al fuoco e a mettere in fuga i sicari ma il nipote rimase gravemente ferito: quello era stato per lui il battesimo del fuoco. Vent'anni dopo quel ragazzo sarebbe stato arrestato in un'operazione antimafia. L'attentato indusse Contorno a scegliere la strada della collaborazione con la paterna benedizione di Buscetta che, durante un colloquio in carcere alla presenza degli investigatori, gli mise una mano sulla testa e gli disse:
"Totuccio, puoi parlare". E Totuccio parlo' provocando (era il 1984) l'arresto di oltre 260 persone tra cui alcuni colletti bianchi e il rampollo di un'antica e celebrata famiglia nobile palermitana, il principe Vincenzo Vanni Calvello di San Vincenzo.
Oggi per "Coriolano" e' scattato un nuovo ordine di custodia cautelare, sia pure con il beneficio dei 'domiciliari':
Contorno avrebbe cercato di impadronirsi dell' esercizio commerciale di un conoscente al quale aveva prestato del denaro. Gli investigatori hanno scoperto la sua vera identita' solo dopo avere controllato le impronte digitali.

MAFIA: DA BOSS A ESTORSORE, CONTORNO ARRESTATO A ROMA
DENUNCIATO DA UN IMPRENDITORE ANCHE LUI PENTITO
"Totuccio puoi parlare". Lontani quei tempi: era il 1984 quando don Masino Buscetta rivolto al suo delfino, con quella famosa frase, gli dette "il permesso" di parlare, di collaborare con il giudice Giovanni Falcone. Ingrassato, il volto incorniciato da una barba incolta, Totuccio Contorno anche nell'aspetto non somigliava affatto al pentito che con la sua collaborazione consenti' centinaia di arresti.
Ai carabinieri della Compagnia 'Trionfale' che con l'accusa di tentata estorsione lo hanno arrestato nel quartiere Prati della capitale - tutti in borghese e che gli hanno fatto pensare ad un agguato -, era noto con il nome e i documenti di un'altra persona. E forse l'altra identita', acquisita dopo il pentimento, e' l'unica cosa che gli e' rimasta di quegli anni. Ora deve rispondere di aver tentato di estorcere denaro ad un imprenditore, anche lui in odore di mafia, a cui aveva prestato dei soldi. Contorno, che nelle carte processuali viene indicato ancora come collaboratore di giustizia e destinatario di un programma di protezione che pero' gli era stato sospeso anni fa dopo il suo coinvolgimento in un traffico di droga, e' stato ammanettato in flagranza di reato. Le manette sono scattate ai polsi come se si fosse trattato di un delinquente qualunque e non dell'uomo che con la sua collaborazione e rango di ex boss negli anni '80 indico' nascondigli e luoghi di incontro di capicosca e latitanti, raffinerie di eroina, permettendo centinaia di arresti.
A denunciare Contorno e' stato un imprenditore, A.R., pregiudicato e anche lui ex pentito e collaboratore di giustizia. Secondo l'indagine, condotta dal pm Pietro Pollidori, Contorno aveva prestato circa 40 mila euro all'impenditore che pero' non gli aveva restituito neppure un soldo. Da qui le richieste estorsive, secondo le accuse.
L' attivita' di indagine dei carabinieri della compagnia Trionfale su Contorno era cominciata diversi mesi fa, dopo che l' imprenditore che avrebbe dovuto restituirgli una somma di denaro, si era rivolto agli investigatori perche' vittima di un tentativo di estorsione.
La vicenda era iniziata circa un anno e mezzo fa e la cifra che l' uomo avrebbe dovuto restituire a contorno aumentava sempre di piu' nel corso dei mesi, fino ad arrivare ad una somma che l' imprenditore non aveva a disposizione. Per questo motivo il pentito di mafia avrebbe preteso la cessione di un' attivita' commerciale, il cui valore, peraltro, era ancora piu' elevato rispetto al debito. Gia' dalla fase preliminare dell' indagine, i carabinieri della capitale hanno avuto dubbi sulla vera identita' del pentito che, naturalmente, agiva con un altro nome, quello cioe' datogli dal programma di protezione. Nell' attivita' imprenditoriale di Contorno era coinvolto anche il figlio. E proprio sul monitoraggio di alcune transazioni economiche, oltre alle modalita' con le quali il pentito di mafia si muoveva nell' effettuare "affari", si e' arrivati a dare concretezza ai dubbi investigativi. A questo si sono aggiunte anche le attivita' tecniche dei carabinieri, come alcune intercettazioni effettuate durante alcuni incontri tra l' imprenditore e Totuccio contorno. Alla vera identita' del pentito si e' arrivati dopo l' arresto, avvenuto a Roma quattro giorni fa nei pressi del notaio dove si sarebbe dovuto stipulare la cessione dell' azienda. Ed e' stato soprattutto dal rilevamento delle impronte che si e' potuto capire che l' uomo arrestato non era un truffatore qualsiasi, ma un pentito storico della mafia. Al momento dell'arresto Totuccio si e' spaventato: vedendo attorno a lui tanti militari in borghese con le armi spianate, ha pensato al suo passato, magari ad un agguato ed e' apparso sollevato quando ha capito che erano 'solo' carabinieri e lo stavano arrestando.

MAFIA:CONTORNO;FRAGALA',QUALI RAPPORTI OBLIQUI HA ACQUISITO?
La Commissione Antimafia deve desecretare tutti gli atti che riguardano Totuccio Contorno. E' la richiesta annunciata da Enzo Fragala', deputato di An e componente della Commissione Giustizia della Camera, il quale si domanda "quali rapporti obliqui e quali 'crediti' ha acquisito con pezzi dello Stato per poter tranquillamente continuare a delinquere coperto, non soltanto dalla sua sicumera di impunita' ma anche dalla falsa identita' concessa, per legge, e dai ripetuti, favorevoli, esiti giudiziari che lo vedono, qualunque reato commetta, sempre a piede libero".
"L' ennesimo arresto del pentito di mafia Totuccio Contorno per tentata estorsione ai danni di un altro ex pentito, Marcello Rapisarda - dice Fragala' - dimostra come la legge sui collaboratori di giustizia ha effetti criminogeni e dev' essere riformata al piu' presto". La desecretazione degli atti, secondo Fragala', permettera' l' avvio di una inchiesta, "finalmente seria ed efficace, sul fenomeno di pentiti pagati e strapagati con i soldi dei contribuenti e sulle sue aberrazioni che hanno oramai troppi eclatanti e numerosi precedenti: da Balduccio Di Maggio a Luigi Sparacio, da Salvatore Contorno agli oltre 200 pentiti scoperti a delinquere dopo la loro asserita collaborazione con la Giustizia".

2 dicembre 2004 - RESPINTA ISTANZA SCARCERAZIONE EX ASSESSORE MICELI
ANSA:
MAFIA: RESPINTA ISTANZA SCARCERAZIONE EX ASSESSORE MICELI
Il tribunale di Palermo ha rigettato la richiesta di scarcerazione presentata dai legali dell' ex assessore dell' Udc Mimmo Miceli, arrestato per concorso in associazione mafiosa a giugno di due anni fa nell' ambito dell' inchiesta che ha portato in carcere il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro.
Secondo i giudici, l' ex politico sarebbe ancora "socialmente pericoloso". La detenzione si renderebbe necessaria, inoltre, per il ruolo "di collegamento tra il capomafia Guttadauro ed ambienti amministrativi siciliani" svolto dall' ex assessore.

3 dicembre 2004 - MAFIA: ASSOLTO IN APPELLO EX SEN INZERILLO
ANSA:
MAFIA: ASSOLTO IN APPELLO EX SEN INZERILLO
L'ex senatore Dc Vincenzo Inzerillo e' stato assolto dalla Corte di Appello, presieduta da Francesco Ingargiola, dall' accusa di associazione mafiosa. In primo grado era stato condannato ad 8 anni di reclusione. Complessivamente l'ex politico e' rimasto in carcere 3 anni.

MAFIA: INZERILLO, HO SEMPRE CREDUTO NELLA GIUSTIZIA
"Finalmente giustizia e' fatta. Dopo 11 anni la verita' e' venuta a galla, forse un po' tardi ma meglio tardi che mai". E' il commento dell' ex senatore Dc Vincenzo Inzerillo assolto dalla Corte di Appello dall' accusa di associazione mafiosa.
Inzerillo ricevette un avviso di garanzia per mafia il 28 dicembre '93 e venne arrestato il 14 febbraio '95. L' accusa principale contro di lui sosteneva che l'ex senatore avrebbe inviato il notaio Pietro Ferraro dal giudice Salvatore Scaduti per "aggiustare" l' ennesimo processo ai killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Contro Inzerillo si accavallarono le accuse dei pentiti Gioacchino Pennino, Giovanni Drago, Vincenzo Sinacori, Angelo Siino. Sinacori disse che l' imputato aveva preso parte ad una riunione voluta dal boss Leoluca Bagarella per fare il punto dopo le stragi palermitane del '92. Un altro pentito, Giovanni Ferro, scagiono' il politico dicendo che a quella riunione lui non c'era.
"Ho sempre avuto fiducia nella giustizia - dice Inzerillo- I pentiti sono utili ma certe volte esagerano, come nel mio caso. Pero' e' paradossale che dopo tante accuse uno di loro mi abbia scagionato". Ex impiegato delle Ferrove dello Stato oggi in pensione, Inzerillo comincio' la sua carriera politica nella DC. Nel 1980 venne eletto in consiglio comunale. Divenne assessore al Patrimonio e poi ancora eletto ed assessore nella giunta della cosiddetta "Primavera di Palermo" con a capo Leoluca Orlando. Nel '90, sindaco Domenico Lo Vasco, divenne assessore e vicesindaco. Nel '92 venne eletto senatore carica che conservo' fino al '94.
Inzerillo cerco' di continuare l' attivita' politica cerando una lista "fai da te" ma non venne eletto pur raccogliendo oltre 11 mila voti.
Nel 2003 l' ex politico ricevette anche un' avviso di garanzia per le stragi di Firenze "ma dopo due mesi - dice - la mia posizione venne archiviata".
Inzerillo e' sposato e ha tre figli. "Il maschio - dice - fa l' avvocato e frequenta il palazzo di Giustizia. A causa della mia vicenda ha ritardato di tre anni l' entrata nel mondo professionale".

3 dicembre 2004 - TALPE DDA; GIP, CUFFARO RIVELO' SEGRETI MA NON E' REATO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; GIP, CUFFARO RIVELO' SEGRETI MA NON E' REATO
Cuffaro ha rivelato notizie coperte da segreto investigativo ma la sua condotta non e' giuridicamente qualificabile come concorso in violazione del segreto istruttorio. E' quanto sostiene il gip di Palermo Bruno Fasciana che oggi ha depositato le motivazioni della sentenza di non luogo a procedere, emessa nei confronti del governatore il 2 novembre scorso.
Secondo il gip, perche' sia configurabile il reato quando ci si trova in presenza di pubblico ufficiale che non e' funzionalmente depositario del segreto, come nel caso del presidente della Regione, non e' sufficiente la semplice rivelazione - che a parere di Fasciana e' provata - ma occorre che l' indagato abbia istigato il pubblico ufficiale, per legge, invece, tenuto al riserbo, a svelare notizie riservate.
Il magistrato aveva disposto il rinvio a giudizio dell' imputato per favoreggiamento aggravato dell' associazione mafiosa.
In 45 pagine di sentenza Fasciana esamina i fatti contestati dalla procura ritenendoli "fondati" ma esclude che gli stessi siano giuridicamente riconducibili al concorso in violazione del segreto istruttorio.
"Nel suo complesso - scrive il magistrato - la richiesta di rinvio a giudizio esclude una ricostruzione accusatoria dell' azione di Cuffaro in termini di istigazione, determinazione o mero accordo finalizzato alla rivelazione".
Il procedimento in cui e' coinvolto il governatore nasce da due inchieste coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti Nino Di Matteo, Maurizio de Lucia e Michele Prestipino: quella sui legami tra mafia e politica e quella sulle cosiddette talpe alla Dda di Palermo.
A Cuffaro i pm contestano la rivelazione di informazioni riservate sull' indagine a carico dell' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello e dei marescialli del Ros e della Dia Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, in concorso con il deputato dell' Udc ed ex sottufficiale dei carabinieri Antonio Borzacchelli e con il medico Roberto Rotondo. I sostituti ipotizzano inoltre che il governatore abbia rivelato all' ex assessore comunale dell' Udc Mimmo Miceli, al medico Salvatore Aragona e al boss Giuseppe Guttadauro particolari su inchieste antimafia a loro carico, sempre in concorso con Borzacchelli e pubblici ufficiali ancora ignoti, commettendo il reato "al fine di agevolare l'associazione Cosa nostra".

5 dicembre 2004 - DELL'UTRI: GIUDICI IN CAMERA DI CONSIGLIO DA SEI GIORNI
ANSA:
DELL'UTRI: GIUDICI IN CAMERA DI CONSIGLIO DA SEI GIORNI
Sono in camera di consiglio da sei giorni i giudici del processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. Il collegio del tribunale ha dichiarato chiuso il dibattimento lo scorso lunedi' e da allora sono nell' aula bunker di Pagliarelli.
L'accusa ha chiesto la condanna a 11 anni per Dell'Utri. Il presidente Leonardo Guarnotta fara' sapere 24 ore prima il giorno della lettura del dispositivo di sentenza, in modo da avvisare i difensori. Per oggi non c'e' stata alcuna comunicazione e per questo motivo e' da scartare per domani l' uscita dalla camera di consiglio.
I giudici, da quanto emerge da ambienti giudiziari, non hanno ancora sospeso il servizio predisposto da un ristorante di Palermo per il pranzo e la cena, e hanno la possibilita' di guardare la televisione.

6 dicembre 2004 - CSM: PROCURATORE ANTIMAFIA, SI CANDIDANO GRASSO E CASELLI
ANSA:
CSM: PROCURATORE ANTIMAFIA, SI CANDIDANO GRASSO E CASELLI
MA SE PROMULGATA RIFORMA ORDINAMENTO, CONCORSO SARA' ANNULLATO
Il procuratore di Palermo Piero Grasso e il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli si sono candidati alla successione di Piero Luigi Vigna, al vertice della procura nazionale antimafia.
Le loro domande sono giunte oggi al Csm, sul cui tavolo ci sono gia' da tempo altre tre candidature: quelle del procuratore generale di Bari Riccardo Di Bitonto, del procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni e del procuratore di Asti Sebastiano Sorbello.
Il termine per la presentazione delle domande direttamente al Csm scade oggi, ma sono previsti altri dieci giorni di tempo per chi inoltra la richiesta per via gerarchica.
Sulle sorti del concorso, bandito nel novembre scorso dal Csm, pesa pero' la riforma dell'ordinamento giudiziario, che ha prorogato l'incarico di Vigna - che altrimenti sarebbe scaduto irrevocabilmente il 15 gennaio prossimo - sino al compimento dei 70 anni di eta', cioe' sino al primo agosto del 2005. Se la legge venisse promulgata, il Csm dovrebbe infatti annullare il concorso e bandirne uno nuovo un paio di mesi prima della nuova scadenza. Per una ragione molto semplice: per consentire la partecipazione di candidati tagliati fuori da questo giro, per mancanza dell'anzianita' necessaria per concorrere e che potrebbero invece maturare con la nuova scadenza.
Per concorrere alla poltrona di procuratore nazionale antimafia bisogna essere magistrati di Cassazione, un grado che si raggiunge con un'anzianita' professionale di 20 anni, in assenza di demeriti. E occorre aver maturato almeno tre anni nell'ufficio che attualmente si ricopre. Una norma che pero' non vale per chi ricopre incarichi direttivi superiori, cioe' per chi e' procuratore generale o presidente di Corte d'appello. Tra i titoli preferenziali c'e' l'esperienza maturata nella lotta alla mafia. Requisiti che vedono tra i favoriti sin da ora Grasso e Caselli.
Ma se venisse promulgata la riforma dell'ordinamento e dunque il concorso slittasse, Caselli ne sarebbe tagliato fuori. Nella legge c'e' infatti una norma che prevede che il nuovo procuratore debba assicurare almeno quattro anni di permanenza nell'incarico. Un periodo che il pg di Torino non potrebbe assicurare per pochissimi mesi, in quanto compira' 70 anni, l' eta' massima per il pensionamento dei magistrati, il 9 maggio del 2009.
Al momento sono otto in tutto le domande arrivate al Csm. Al posto di procuratore nazionale antimafia concorrono anche il procuratore di Messina, Luigi Croce; l'ex procuratore di Napoli, Agostino Cordova; e Claudio Vitalone, consigliere in Cassazione.

6 dicembre 2004 - TALPE DDA; AIELLO, A BORZACCHELLI DIEDI 1 MILIARDO DI LIRE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; AIELLO, A BORZACCHELLI DIEDI 1 MLD DI LIRE
"A Borzacchelli prestai un miliardo di vecchie lire: 700 milioni tra il '94 ed il 2000, il resto successivamente. Il denaro non mi e' mai stato restituito. Mio cognato poi gli cedette la villa di Trabia che gli aveva affittato. Avevano stabilito un prezzo fittizio di 70mila euro che comunque, negli accordi, sarebbero stati restituiti al maresciallo".
Lo ha detto Michele Aiello, imprenditore della sanita' privata arrestato l' anno scorso per associazione mafiosa nell' ambito dell' indagine sulle talpe alla dda, al processo al maresciallo dei carabinieri ed ex deputato regionale dell' Udc Antonio Borzacchelli, imputato di concussione. Aiello e' ai domiciliari.
In una lunga deposizione, ascoltato come testimone assistito, Aiello ha parlato dei suoi rapporti, definiti cordiali, con il sottufficiale.
Borzacchelli si era interessato per aiutare l' imprenditore ad aprire il centro per la diagnosi e la cura dei tumori, "Villa S.Teresa" di Bagheria.
"In diverse occasioni mi chiese in prestito dei soldi - ha raccontato Aiello - ed io glieli diedi. Poi dopo il 2001 i rapporti si incrinarono".
L' imprenditore ha detto di aver ricevuto attraverso il cugino e socio Aldo Carcione, il collaboratore Rosario Correnti ed il maresciallo del Ros Giorgio Riolo ulteriori richieste da Borzacchelli. "Tutti e tre - racconta - mi dissero che lui aveva fatto delle minacce, chiedendo in un primo momento che gli cedessi il 5% delle quote del centro, poi 4 o 5 miliardi per il suo interessamento alla riuscita della mia attivita"".
Borzacchelli, che vantava contatti nel mondo della sanita' e che aveva fatto conoscere all' imprenditore bagherese funzionari della Asl e l' allora deputato regionale dell' Udc Salvatore Cuffaro, secondo quanto riferito ad Aiello, minaccia di fare revocare le autorizzazioni sanitarie rilasciate al centro.
Aiello, pur non acconsentendo alle richieste di cessione delle quote, prova a far ragionare il sottufficiale che ottiene la villa di Trabia affittatagli dal cognato dell' imprenditore. Per la casa, di valore di 130mila euro, Borzacchelli versa 70mila euro grazie all' accensione di un mutuo. Ma si tratta di un' operazione fatta per eliminare sospetti sulla vendita, nei patti il denaro deve essergli restituito. Trentamila euro, l' imputato riesce a riscuoterli prima dell' arresto di Aiello.
Il testimone ha poi deposto sui suoi rapporti con i sottufficiali della Dia e del Ros Pippo Ciuro e Giorgio Riolo, coinvolti nell' indagine. L' esame proseguira' il 9 dicembre.

MAFIA: TALPE DDA; AIELLO, COSI' CONOBBI BORZACCHELLI
Abito scuro, aria visibilmente provata, Michele Aiello, imprenditore della sanita' privata, accusato di associazione mafiosa, sta deponendo nel processo al maresciallo dei carabinieri ed ex deputato regionale dell' Udc Antonio Borzacchelli, imputato di concussione.
Aiello, arrestato un anno fa nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo, rispondendo alle domande del pm Maurizio De Lucia, ha ricostruito la sua brillante carriera di imprenditore: dalle opere dell' edilizia ecclesiastica finanziate dall' assessorato al lavoro alla fine degli anni '70, per passare successivamente alla costruzione delle strade interpoderali. "Alla sanita' - ha ricordato l' imprenditore - sono approdato negli anni '90 con la costituzione della societa' 'Diagnostica per immagine', un centro di radiologia che costituii assieme a mia moglie, a mio cugino Aldo Carcione, radiologo, a sua moglie, e a due medici di Bagheria".
Aiello ha anche spiegato i motivi che lo spinsero a realizzare uno dei centri oncologici d'avanguardia in tutto il Mezzogiorno:
"Qualche anno prima mio padre e' morto di tumore ed io avevo avuto l'idea di creare un centro di eccellenza a Bagheria per la cura delle patologie oncologiche per evitare i cosiddetti viaggi della speranza. In occasione della morte di mio padre conobbi l' allora maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli che abitava nel palazzo dei miei genitori e che era venuto a farmi le condoglianze".
Da quel momento, secondo l' imprenditore, si instauro' con Borzacchelli "un rapporto di grande cordialita' e simpatia". "Lui - ha aggiunto Aiello - segui' la trasformazione della attivita' del centro sanitario con interesse e mi presento' persone che potessero consigliarmi nell' attivita' da impiantare. Mi riferisco ad esempio all' on. Cuffaro che all' epoca non era ancora assessore ma solo deputato".
Aiello ha poi riferito di avere conosciuto nel '97, sempre tramite Borzacchelli, l'allora manager della Ausl 6 Giancarlo Manenti al quale avrebbe "prestato in cinque diverse occasioni del denaro che non mi e' mai stato restituito".

7 dicembre 2004 - MORTA LA MADRE DI PEPPINO IMPASTATO
ANSA:
MAFIA: MORTA LA MADRE DI PEPPINO IMPASTATO
E' morta Felicia Impastato, la madre di Peppino, il militante di Democrazia Proletaria ucciso su ordine del boss di Cinisi Tano Badalamenti.
Felicia Bartolotta, 88 anni, e' morta nella sua casa di Cinisi. Stamattina la donna ha avuto un attacco di asma di cui soffriva da circa tre anni. In casa a vegliare la salma vi e' il figlio Giovanni Impastato, fratello di Peppino, familiari e amici.

MORTA MADRE IMPASTATO: SI BATTE' IN NOME DEL FIGLIO
ANCHE NELL' ULTIMO PERIODO DI VITA ALCUNE VICENDE L'ADDOLORARONO
"E' il primo compleanno che vivo con la pace nel cuore". Era il 24 maggio del 2002 e Felicia Bartolotta, madre di Peppino il militante di Dp assassinato da Cosa nostra nel '78 fa a Cinisi, festeggiava con l' altro figlio Giovanni, parenti e amici il suo 86/o compleanno.
Un mese prima, l' 11 aprile, la Corte d' Assise di Palermo aveva condannato all' ergastolo il boss Tano Badalamenti per l' omicidio di Peppino, il cui cadavere fu trovato lungo i binari ferroviari.
Per Felicia Bartolotta quel compleanno in famiglia era diverso dagli altri, perche' dopo 24 anni dalla morte del suo primogenito, finalmente la giustizia aveva fatto il suo corso, condannando "Tano seduto". Era questo il nome con cui Peppino Impastato chiamava il padrino di Cinisi Tano Badalamenti dai microfoni di "Radio out", fondata proprio dal militante di Dp per denunciare le collusioni tra politica e mafia.
Schiva ma dal carattere deciso, Felicia Bartolotta difese fino all' ultimo le scelte di Peppino contro la prepotenza dei mafiosi e l' indifferenza e l' omerta' della gente di Cinisi, soggiogata da Badalamenti. Era una donna che per anni si e' battuta nel nome del figlio, per ribaltare la "verita' di comodo" che voleva Peppino Impastato morto mentre stava compiendo un atto terrorista sistemando una bomba sui binari della linea ferrata.
Dopo la morte del figlio Felicia Bartolotta ha ricordato, durante dibattiti, in televisione, in incontri pubblici la figura e l' impegno sociale di Peppino, quel figlio 'ribelle' che andava a trovare nel garage dove abito' per qualche tempo, senza nascondersi dagli occhi di Badalamenti, la cui abitazione distava appena 'cento passi' dalla sua. Ma il tempo ha riservato altri dolori alla madre di Peppino. Gli attentati al negozio della nuora, la moglie dell' altro figlio Giovanni, e per ultimo la condanna dell' altro figlio per diffamazione al legale di Badalamenti.
Giovanni Impastato e' stato infatti condannato a risarcire 2500 euro all' avvocato Paolo Gullo che lo aveva querelato perche' durante una puntata del Maurizio Costanzo show il fratello di Peppino aveva definito, sia pur indirettamente "imbecille".
Il centro di documentazione intestato al militante di Dp aveva aperto un conto corrente affinche' chiunque potesse dare un contributo per coprire le spese. Alla fine il conto ha fatto registrare un saldo di 42 mila euro. Le offerte sono giunte da tutta Italia: gente comune, operai, casalinghe, anche giovani che avevano sentito il nome di Peppino Impastato per la prima volta al cinema durante la proiezione del film "Cento passi" che racconta la storia del giovane di Cinisi.

7 dicembre 2004 - PORTELLA GINESTRA: CASARRUBEA, PROCURA RIAPRA INDAGINE
ANSA:
PORTELLA GINESTRA: CASARRUBEA, PROCURA RIAPRA INDAGINE
STORICO CONSEGNA DOSSIER A MAGISTRATI PALERMO
Lo storico Giuseppe Casarrubea ha depositato alla procura della Repubblica a Palermo una memoria che secondo lui contiene nuovi elementi di prova sulla strage di Portella della Ginestra. Come annunciato nei giorni scorsi, Casarrubea ha chiesto ai pm la riapertura dell' inchiesta sulle eccidio dell' 11 maggio 1947 che provoco' 11 morti e 27 feriti.
Lo storico, accompagnato dai legali Armando Sorrentino e Vincenzo Gervasi, e' stato ricevuto dal procuratore di Palermo Piero Grasso e dagli aggiunti Giuseppe Pignatone e Alfredo Morvillo.

7 dicembre 2004 - IL PENTITO VARA A GIUDIZIO
"La Sicilia"
Anche il pentito Vara a giudizio
il sequestro del piccolo di matteo.
Udienza da rifare per Daniele Emmanuello, il processo a marzo
Regge al primo banco di prova l'inchiesta della Dda di Palermo che lo scorso 11 febbraio portò all'incriminazione di otto persone, tra presunti boss e gregari delle province di Agrigento e Caltanissetta, che avrebbero avuto un ruolo nel sequestro di Giuseppe Di Matteo, il figlio undicenne del pentito Santo strangolato e sciolto nell'acido l'11 gennaio del '96 per volere dell'allora boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca il cui obiettivo era quello di costringere il genitore del piccolo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull'uccisione dell'esattore Ignazio Salvo. A puntare l'indice contro gli otto presunti carcerieri è stato il collaborante originario di Vallelunga Pratameno Ciro Vara. La "gola profonda", nell'ammettere la sua partecipazione in quel sequestro, ha puntato l'indice contro chi - a suo dire - vi aveva messo lo zampino.
Accuse che hanno retto in pieno in sede di udienza preliminare tant'è che ieri il Gup di Palermo, dott. Pappalardo, in linea con il sostituto procuratore della Dda Fernado Asaro ha rinviato a giudizio sette dei nove imputati, pentito compreso. La posizione degli altri due è stata stralciata. Si tratta di quelle della "primula rossa" della Cosa Nostra gelese Daniele Emmanuello e di Salvatore Fragapane, di Sant'Elisabetta. Per i due il Gup ha dichiarato la nullità del decreto di rinvio a giudizio per un vizio di notifica. Ad essere rinviati a giudizio, oltre al collaborante Ciro Vara, sono stati Salvatore Longo, di Cammarata; Alfonso Scozzari, di Vallelunga Pratameno (assistito dall'avv. Walter Tesauro); Mario Capizzi, capomandamento di Ribera; Giovanni Pollari, capomandamento di Cianciana; Giuseppe Fanara, di Sant'Elisabetta ed il boss gelese Alessandro Emmanuello (difeso dall'avv. Danilo Tipo).
Il processo che li vede imputati per il sequestro del piccolo Di Matteo si aprirà il 21 marzo del prossimo anno in Corte d'Assise a Palermo. Quello che si aprirà in primavera è il processo bis per la morte dell'undicenne i cui familiari, già alla scorsa udienza, si sono costituiti parte civile. Altri responsabili di quel delitto sono stati già condannati con sentenza passata in giudicato nell'ambito del processo denominato "Leoluca Bagarella+66". Nell'ambito di quel procedimento, conclusosi in primo grado il 10 febbraio del '99, il cognato di Titò Riina venne condannato all'ergastolo, mentre Giovanni Brusca si vide irrogare trent'anni grazie ai benefici previsti per i collaboranti accordati anche agli altri carnefici del bambino. La sentenza venne poi confermata dalla Cassazione.
D.V.

8 dicembre 2004 - MORTE MADRE IMPASTATO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
L´ULTIMA SFIDA DI MAMMA IMPASTATO
La notizia della morte di Felicia Bartolotta ha fatto presto il giro d´Italia. E il messaggio di cordoglio è stato unanime: "Una donna coraggio, il simbolo della Sicilia che lotta contro la mafia". Felicia Bartolotta aveva puntato il dito contro l´assassino di suo figlio, Gaetano Badalamenti, e anche dopo la condanna del boss, deceduto a maggio, aveva continuato a chiedere verità sui depistaggi che hanno ritardato di 26 anni l´inchiesta sull´assassinio di Peppino Impastato.
"È morta una grande donna, una persona che sarà ricordata in tutto il mondo per il suo coraggio", così la ricorda Franca Imbergamo, l´ex pubblico ministero del processo Impastato, oggi sostituto procuratore generale a Caltanissetta: "Malgrado quel corpo fragilissimo, era una donna non solo motivata ma molto forte". Dicono i rappresentanti della Fondazione Caponnetto: "Le idee di Felicia, come quelle di Peppino, rimarranno sempre vive". "Oggi è a lutto la Sicilia migliore - ribadisce Francesco Forgione, capogruppo di Rifondazione Comunista All´Ars - quella che non si rassegna al potere mafioso e alle sue collusioni con la politica e le istituzioni".
Felicia Bartolotta non aveva mai sospeso il suo impegno e la testimonianza: "Aveva incontrato un gruppo di scout proprio qualche giorno fa - ricorda il figlio Giovanni - e si preparava ad un altro incontro con una scolaresca di Caltanissetta". Lei era sempre pronta ad ascoltare tutti, con le domande sulla mafia di un tempo e quella di oggi. Due giorni fa, era tornata nuovamente ad aprire il diario della sua vita che negli ultimi 50 anni è stata scandita spesso da lutti e minacce. Raccontò che il suo primo gesto di coraggio l´aveva fatto a 29 anni, quando aveva mandato a monte, a poco più di una settimana dalle nozze, il matrimonio che i suoi genitori le avevano combinato con un italoamericano. Felicia amava il suo Luigi: "Era bello, brillante, non sapevamo ancora che la sua era una famiglia di mafia". Quando lei capì, fu chiarissima: "In casa mia latitanti non ne porti". Non si inchinò mai ai mafiosi di Cinisi, meno che mai a don Tano Badalamenti. Si trovò presto a difendere Peppino: "Lui aveva il coraggio di dire le cose come stavano per davvero. E lo diceva anche dai microfoni della radio". Due giorni fa, all´ultima assemblea con i ragazzi, come tante altre volte. Tutti ad ascoltare: "Quando io partivo per un dibattito - ricorda Giovanni Impastato - mia madre era felice. Mi abbracciava, mi diceva: "Dobbiamo sempre tenere alta la memoria di Peppino. E anche quando io morirò questa casa dovrà essere sempre aperta ai giovani, che sono sicura continueranno a venire per conoscere Peppino".
SALVO PALAZZOLO

Aveva 88 anni, ha sempre chiesto giustizia per il suo Peppino
Muore la madre di Impastato era la donna dei "Cento passi"
"Voglio conoscere i nomi di chi, nelle istituzioni, ha protetto il boss Badalamenti"
SALVO PALAZZOLO
PALERMO - La sua ultima battaglia l´aveva annunciata qualche giorno fa: "Badalamenti non dovrà tornare a Cinisi neanche nella bara, perché la sua cappella è accanto alla tomba di mio figlio Peppino". Felicia Bartolotta Impastato non aveva mai smesso di chiedere giustizia: è deceduta ieri pomeriggio, a 88 anni, dopo un attacco di asma. I familiari e i medici l´hanno subito soccorsa, ma non c´è stato nulla da fare: è rimasta nella sua abitazione di Cinisi, che dista gli ormai famosi cento passi da casa del boss Gaetano Badalamenti.
""Dobbiamo tenere sempre alta la memoria di Peppino", queste le ultime parole che mi ha affidato - è il racconto di Giovanni Impastato - anche quando io non ci sarò più, queste stanze dovranno restare sempre aperte". Il pellegrinaggio a casa Impastato non si è mai fermato: "Incontrava spesso comitive di giovani e scolaresche - dice il figlio Giovanni - era la sua missione, a tutti raccontava il vero volto della mafia".
"Era una donna forte, coraggiosa ed eccezionale", la ricorda così il procuratore Pietro Grasso: "Negli anni Settanta, aveva dovuto scegliere. Tra il marito mafioso e il figlio che denunciava la mafia: aveva deciso di schierarsi con la legalità". E quando poi Peppino Impastato era stato ucciso ed era scattato il depistaggio delle indagini, Felica Bartolotta aveva iniziato una lunga battaglia per la verità: "Vi rendete conto cosa vogliono dire ventisei anni di ostinazione? - raccontava - E nonostante la condanna di Badalamenti, non è ancora finita". Nella sua ultima intervista, nel maggio scorso a Repubblica, dopo la morte di Badalamenti, aveva ribadito: "Io voglio conoscere i nomi dei rappresentanti istituzionali che hanno favorito per tanti, troppi anni il padrino di Cinisi. Erano d´accordo mafiosi, politici e alcuni carabinieri. Tutti insieme hanno depistato le indagini sull´omicidio di Peppino. E Badalamenti non ha scontato niente della condanna". Così Felicia Bartolotta aveva concluso: "Io ho 88 anni e tanti malesseri ma continuerò a chiedere perché Badalamenti non è mai stato estradato in Italia. Evidentemente, gode ancora di complicità all´interno dello Stato".
La mamma di Peppino Impastato continuava a guardare spesso oltre quei cento passi: da qualche tempo è tornata dall´America la moglie di Tano Badalamenti. "Il nome di quel padrino non incute più rispetto", diceva donna Felicia: "Ma purtroppo la mafia esiste ancora. Continueremo a combatterla".

9 dicembre 2004 - DELL'UTRI: LA LUNGA CAMERA DI CONSIGLIO E' GIA' UN RECORD
ANSA:
DELL'UTRI: LA LUNGA CAMERA DI CONSIGLIO E' GIA' UN RECORD
I giudici del processo al senatore Marcello Dell'Utri sono in camera di consiglio da undici giorni e, contrariamente a quanto si era ventilato, neanche per domani e' prevista la loro uscita.
Il presidente Leonardo Guarnotta, infatti, comunichera' la data di lettura del dispositivo della sentenza 24 ore prima, ma finora alla cancelleria della seconda sezione non e' arrivata alcuna telefonata dal mini appartamento del bunker di Pagliarelli.
La durata di questa camera di consiglio ha gia' eguagliato quella per il senatore a vita Giulio Andreotti (undici giorni) e superato quella per l'ex ministro Calogero Mannino (dieci giorni). Entrambi furono assolti. Anche il collegio che ha giudicato Mannino era presieduto da Guarnotta. Gli appassionati di statistica giudiziaria ritengono che piu' si allungano i tempi del verdetto, piu' si avvicina l'assoluzione.
Nei corridoi del palazzo di giustizia di Palermo avvocati e magistrati ipotizzano scenari, piu' o meno fantasiosi, su quanto sta avvenendo dentro la camera di consiglio. Alcuni ritengono che i giudici siano spaccati e stiano cercando di trovare una decisione unitaria; altri ipotizzano che il collegio vuole cercare di motivare bene una eventuale sentenza di assoluzione. Si rivive, insomma, la tensione dei giorni che precedettero la sentenza del processo Andreotti.
Intanto, nel mini appartamento del bunker di Pagliarelli, i giudici consumano regolarmente i pasti, forniti loro da una societa' di ristorazione, nota per l'organizzazione di banchetti nei palazzi nobiliari. E ogni pasto che viene ordinato e' il segnale che i tempi si allungano.

9 dicembre 2004 - FUNERALI MADRE IMPASTATO
ANSA:
FUNERALI MADRE IMPASTATO, IN POCHI A RENDERLE OMAGGIO PRESENTI SINDACO, MAGISTRATI, POLITICI MA POCHI CONCITTADINI CINISI
Cinisi non ha reso omaggio alla sua donna simbolo Felicia Bartolotta Impastato, morta ad 88 anni dopo una vita spesa per rendere onore alla memoria del figlio Peppino, trovato morto il 9 maggio '78 sui binari della linea Palermo-Trapani. Il militante di Dp venne accusato di essere rimasto ucciso nella preparazione di un attentato terroristico, 24 anni dopo la verita' giudiziaria ha stabilito che fu assassinato dal boss Gaetano Badalamenti.
Dopo il "saluto laico" di tanti amici e familiari davanti la casa di Felicia Bartolotta, nella chiesa Ecce Homo si sono radunate circa 150 persone: poche decine erano i concittadini.
Il sindaco Salvatore Palazzolo, che ieri aveva decretato il lutto cittadino in occasione dei funerali, ha dovuto suo malgrado vedere quasi tutte le saracinesche dei negozi sollevate, anche quelle di esercizi commerciali vicino casa della donna.
"Certo non ho visto una grande affluenza di concitadini - dice il sindaco eletto con l' appoggio di una lista civica - ma in chiesa c'erano quasi tutti i consiglieri comunali e i miei assessori. Ho visto segnali di cambiamento. Durante il corteo i negozianti hanno abbassato le saracinesche".
Sulla bara, prima che venisse portata a spalla nella chiesa Ecce Homo, gli amici di Peppino hanno attaccato un foglio con scritto: "E' andata in paradiso a giocare con gli angeli, tornera' presto e giochera' a lungo con te". Un pensiero scritto da Peppino e ritrovato dopo anni da una sua amica Ai funerali, oltre al figlio Giovanni Impastato, a sua moglie e alla figlia Felicietta, ai familiari, hanno partecipato venti scolari, alcuni scout, magistrati, esponenti politici, amici di Peppino e della famiglia, tra cui il pm Franca Imbergamo, che rapprento' l' accusa nel processo al boss Badalamenti, i procuratori aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, l'ex sindaco di Palermo e deputato regionale Leoluca Orlando, il regista dei 'Cento passi' Marco Tullio Giordana, Luigi Lo Cascio, l' attore che nel film fa la parte di Peppino Impastato, il deputato Ds Giuseppe Lumia, il direttore del centro di documentazione intitolato a Impastato 'Umberto Santino.
"Felicia - dice Lo Cascio - parlava del figlio sempre al presente, come se quei trent'anni non fossero trascorsi. Quando una volta mi abbraccio' mi disse 'il corpicino e' proprio suo'. Era contenta che qualcuno pur nella finzione cinematografica riuscisse a restituirle il figlio".
Il regista dei "Cento passi", film che ripercorre la vita di Peppino Impastato, Tullio Giordana dice di avere di Felicia Bartolotta "il ricordo di una donna straordinaria, con una grande lucidita' e un grande dolore che trasformo' anziche' in solitudine in sentimento pubblico e civile".
Francesco Forgione, presidente del gruppo parlamentare di Prc all' Ars, sostiene che "la scarsa presenza dei cittadini ai funerali di Cinisi dimostra che la testimonianza di Felicia e' ancora scomoda ed e' la riprova che la lotta contro la mafia divide e non unisce".

9 dicembre 2004 - AIELLO, MARESCIALLO CC MI RIFERIVA NOTIZIE RISERVATE
ANSA:
MAFIA: AIELLO, MARESCIALLO CC MI RIFERIVA NOTIZIE RISERVATE
L' imprenditore Michele Aiello, arrestato per associazione mafiosa nell' ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda, ha ripreso stamani la sua deposizione nel processo all'ex maresciallo dei carabinieri e deputato regionale, Antonio Borzacchelli, accusato di concussione.
Aiello, rispondendo alle domande del Pm Nino Di Matteo, ha raccontato che il sottoufficiale in piu' occasioni gli avrebbe rivelato notizie riservate della procura antimafia che lo riguardavano. In particolare, lo avrebbe informato delle dichiarazioni fatte da alcuni pentiti, tra i quali Nino Giuffre'.
Aiello ha ripercorso gli anni durante i quali ha conosciuto Borzacchelli, il presidente della regione Salvatore Cuffaro, e i marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo.
L' imprenditore ha anche ricostruito l'incontro con Cuffaro, avvenuto il 31 ottobre del 2003 in un negozio di Bagheria, durante il quale, secondo quanto ha sostenuto il teste, il presidente lo avrebbe informato di alcune intercettazioni che erano state fatte nei suoi confronti.
Aiello ha tirato in ballo anche un altro maresciallo dei carabinieri, un tale Di Carlo, al quale avrebbe concesso un prestito di 20 milioni di vecchie lire alcuni giorni dopo una perquisizione che venne effettuata a casa di una sua dipendente, Paola Mesi. Quest'ultima, secondo quanto afferma Aiello, era coinvolta in un'indagine, rivelata da Borzacchelli e relativa alla ricerca del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro.

9 dicembre 2004 - FORZATA LA CAPPELLA DI SALVATORE GIULIANO
ANSA:
FORZATA LA CAPPELLA DI SALVATORE GIULIANO, RUBATA BANDIERA
SIMBOLO INDIPENDENZA SICILIA SOSTITUITO CON TRICOLORE
La notte scorsa qualcuno ha rotto il lucchetto che chiude la porta della cappella che ospita le spoglie di Salvatore Giuliano, nel cimitero di Montelepre, portando via la bandiera dell' Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia e sostituendola con una corona di alloro adornata con la fascia tricolore.
I ladri hanno portato via anche il registro dove i turisti lasciano le proprie firme dopo la visita alla tomba del bandito di Montelepre.
La corona di alloro lasciata al posto della bandiera era secca e certamente era gia' stata utilizzata per un funerale o una manifestazione.
L' intrusione e' stata scoperta stamani dal custode che ha informato i carabinieri. I militari stanno conducendo indagini.

TOMBA GIULIANO VIOLATA: STORICO, FORSE REGISTRO "SCOTTAVA"
"Probabilmente qualcuno ha voluto cancellare ogni traccia 'scomoda' dal registro delle presenze". Lo sostiene lo storico Giuseppe Casarrubea, da anni impegnato nella ricostruzione storica della strage di Portella della Ginestra, commentando la notizia sulla profanazione della cappella di Salvatore Giuliano.
"Certo - aggiunge - potrebbe anche trattarsi di un esaltato che ha voluto, con un insano gesto, manifestare la sua avversione verso il separatismo".
Per Casarrubea, "le tombe dei morti, anche se si tratta di criminali, vanno rispettate: per i morti deve parlare la storia e non il gesto eclatante".

11 dicembre 2004 - DELL'UTRI CONDANNATO A NOVE ANNI
ANSA:
DELL'UTRI: TRIBUNALE PALERMO LO CONDANNA A NOVE ANNI
Il tribunale di Palermo ha condannato Marcello Dell' Utri a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Il pm aveva chiesto una condanna di 11 anni.
I giudici hanno dichiarato per Dell' Utri lo stato di interdizione legale durante l' esecuzione della pena. Per il senatore e' stata inoltre applicata la misura della liberta' vigilata per due anni, da eseguirsi una volta espiata la pena.
La camera di consiglio era cominciata alle 13,30 del 29 novembre scorso dopo la lunga dichiarazione spontanea del senatore Marcello Dell'Utri, che chiedeva ai giudici di essere "restituito alla famiglia e alla politica". E' stata una camera di consiglio record per la sua durata, tanto che ha superato quella del processo al senatore Giulio Andreotti (11 giorni) e quella per l'ex ministro Calogero Mannino (dieci giorni).
I giudici della seconda sezione del tribunale, presieduti da Leonardo Guarnotta, a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari, si sono riuniti per 13 giorni nel mini appartamento dell'aula bunker di Pagliarelli dove si e' svolta l'ultima delle 257 udienze del processo cominciato sette anni fa.
Due dei tre giudici del collegio non sono piu' in organico alla seconda sezione del tribunale: Leonardo Guarnotta presiede il tribunale di Termini Imerese, Gabriella Di Marco e' alla quarta sezione della Corte d'appello. Entrambi erano stati applicati in tribunale esclusivamente per concludere questo dibattimento e i molteplici impegni collegati ai nuovi incarichi hanno impedito al collegio di fare le cosiddette "pre-camere di consiglio", le riunioni che consentono ai giudici di esaminare singoli aspetti del processo, in modo da ridurre i tempi della camera di consiglio finale.
I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo avevano chiesto la condanna a 11 anni di carcere per Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, e nove anni per il suo coimputato, Gaetano Cina', che era chiamato a rispondere di associazione mafiosa.

DELL' UTRI: CONDANNATO ANCHE A RISARCIMENTO PARTI CIVILI
I giudici del tribunale hanno condannato il senatore Dell' Utri e Gaetano Cina' anche al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, la provincia regionale di Palermo e il comune di Palermo, ed ha ordinato che vengano liquidati in separato giudizio.
Gli imputati sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese processuali sostenute dalle parti civili che i giudici hanno liquidato in complessivi 20 mila euro per il comune di Palermo e 50 mila per la Provincia regionale di Palermo.

DELL' UTRI: INTERDIZIONE PERPETUA DA PUBBLICI UFFICI
I giudici del tribunale hanno dichiarato il senatore Marcello Dell' Utri ed il suo coimputato Gaetano Cina' (condannato oggi a sette anni per associazione mafiosa) interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.

DELL'UTRI: IL COIMPUTATO CINA' CONDANNATO A 7 ANNI
Il coimputato di Marcello Dell'Utri, Gaetano Cina', condannato a sette anni di carcere, e' un commerciante di Palermo ritenuto affiliato alla cosca mafiosa di Malaspina, finora incensurato ma ritenuto dai magistrati l' anello di congiunzione tra Palermo e Milano, tra Cosa nostra e la Fininvest. Cina' era anche imparentato con il boss mafioso Mimmo Teresi.
Il senatore di Forza Italia ha sempre indicato Cina' come un amico che aveva conosciuto ai tempi in cui lui era allenatore della squadra giovanile della Bacigaluppo a Palermo.
Cina', oltre ad essere il titolare di una lavanderia in citta', era il padre di uno dei tanti ragazzi che imparavano a giocare a calcio dove Dell'Utri era istruttore. Il boss Vittorio Mangano, che e' morto, assisteva alle partite ed era anche lui amico di Cina'.
Il commerciante non ha mai preso parte alle udienze del processo. Cina', arrestato il 30 giugno 1996, dopo che la procura ne aveva chiesto il rinvio a giudizio assieme a Dell' Utri, e' stato poi scarcerato per decorrenza dei termini nel 1999.

DELL'UTRI: IL CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA
Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il quale oggi il senatore Marcello Dell' Utri e' stato condannato a nove anni di reclusione, si realizza quando una persona, senza essere stabilmente inserita nella struttura di un' organizzazione mafiosa, svolga un'attivita', anche di semplice intermediazione, che consista in un contributo per le finalita' dell' organizzazione stessa.
Il concorso esterno e' stato oggetto di varie pronunce giurisprudenziali, dal momento che da piu' parti ne era stata esclusa in un primo momento la configurabilita'. La controversia e' stata poi oggetto di una pronuncia dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La Corte Suprema ha stabilitao che il concorso esterno nel delitto associativo riguarda "quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all'ente delittuoso tale da consentire all'associazione di mantenersi in vita, anche limitatamente ad un determinato settore, onde poter conseguire i propri scopi". (Cass. Sezioni Unite Penali, 5 ottobre 1994). E', pertanto, necessario non solo che il "concorrente esterno" abbia tenuto una condotta chiaramente espressiva della sua disponibilita' a partecipare all'associazione, ma anche che abbia agito con la coscienza e la volonta' di concorrere alla realizzazione del particolare programma delinquenziale. Se mancano queste condizioni - e' stato stabilito - le attivita' di semplice supporto, agevolazione, fiancheggiamento, compartecipazioni nei singoli reati non possono ritenersi un concorso esterno all' associazione, ma devono essere diversamente qualificate dal punto di vista penale.

DELL'UTRI: LA CRONISTORIA DI UN PROCESSO DURATO 7 ANNI
L'ultimo grande processo su mafia e politica istruito dalla Procura di Palermo, quello a Marcello Dell'Utri, si chiude dopo 257 udienze e sette anni di dibattimento con la condanna a nove anni del senatore dopo che la procura aveva chiesto per lui 11 anni per il reato di concorso in associazione mafiosa. Il processo era cominciato il 5 novembre 1997, con l'allora procuratore Gian Carlo Caselli seduto accanto all'aggiunto Guido Lo Forte e ai sostituti Antonio Ingroia e Domenico Gozzo che hanno sostenuto in aula l'accusa.
Investigatori e magistrati hanno scandagliato vent'anni di attivita' professionale e politica di Marcello Dell'Utri, l'impiegato di banca con la passione per il calcio che nel 1974 lascio' il suo posto "sicuro" a Palermo per trasferirsi a Milano e lavorare con Silvio Berlusconi. Da quel momento e' cominciata la sua scalata che lo ha portato dall' edilizia, alla pubblicita', fino alla politica, con la progettazione la nascita di Forza Italia. Tappe di vita personale e professionale che, secondo la procura di Palermo, si sarebbero incrociate con Cosa nostra. I boss, hanno sostenuto i pm, avrebbero aiutato Dell'Utri e lui in cambio li avrebbe fatti entrare in contatto con il gotha del mondo imprenditoriale e politico milanese. Per questo motivo i magistrati lo hanno definito durante il processo l'ambasciatore di Cosa nostra a Milano e ne hanno chiesto la condanna a 11 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dal giorno in cui il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi fece le prime dichiarazioni su Dell'Utri, citando anche Silvio Berlusconi, sono trascorsi dieci anni e nove mesi: quel verbale redatto dal pm Ilda Boccassini risale infatti al febbraio 1994. Cancemi fece riferimento a presunti interessi della Fininvest nella ristrutturazione del centro storico di Palermo e ad incontri di Toto' Riina con "persone importanti" nel periodo delle stragi del '92. Nello stesso contesto inseri' anche il presunto pagamento di 200 milioni di vecchie lire all'anno, da parte del gruppo del Biscione, per la "protezione delle antenne tv" piazzate su Monte Pellegrino. Cancemi parlo' anche del ruolo di Vittorio Mangano, boss della cosca mafiosa di Porta Nuova, assunto come fattore della villa di Arcore. Fu cosi' aperta l' inchiesta su Dell'Utri. Accanto al manager palermitano fini' indagato per cinque volte anche Silvio Berlusconi, nei cui confronti la Procura richiese altrettante archiviazioni.
I Pm hanno sempre sottolineato: "non e' il processo a Silvio Berlusconi ne' a Forza Italia, ma al senatore Dell' Utri accusato di avere fornito nel tempo un rapporto consolidato con Cosa nostra alla quale ha fornito appoggi". Dell'Utri, che durante lo svolgimento del processo e' stato eletto prima deputato, poi senatore e infine europarlamentare, e' stato indicato come la "cerniera tra mafia, economia e politica". Ma la difesa ha sempre rispedito al mittente queste accuse, sostenendo l'estraneita' del politico. Le contestazioni che gli vengono mosse sono contenute in oltre 60 punti. Questo ruolo di "ambasciatore" si sarebbe sviluppato in un contesto di relazioni con esponenti di spicco della mafia, in particolare con Gaetano Cina', coimputato nel processo, e con il boss Stefano Bontade. I pm hanno sostenuto che i rapporti di Dell' Utri con Cosa nostra sarebbero iniziati negli anni Sessanta e sarebbero proseguiti, "in forma non contingente ed occasionale", fino al 1995. Oltre alle intercettazioni telefoniche, ai presunti contatti con i boss mafiosi, la sua amicizia con il capomafia Vittorio Mangano e le accuse dell' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda sul riciclaggio di denaro sproco, ci sono state le dichiarazioni di 42 collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta, fino all' ultimo pentito, Nino Giuffre', il quale ha raccontato che Bontade avrebbe incontrato piu' volte Dell'Utri e Berlusconi.
Per riscontrare le dichiarazioni dei pentiti, la Procura ha verificato i conti economici delle holding che formano la Fininvest, dove, secondo gli inquirenti, dal 1975 al 1983, sarebbero affluiti 113 miliardi di lire la cui provenienza non sarebbe stata accertata. La difesa su questo punto ha sempre sostenuto la regolarita' e la trasparenza dei conti economici.
La storia giudiziaria parte dagli anni Sessanta, quando Dell' Utri venne assunto da Filippo Alberto Rapisarda, secondo i pm "su richiesta di Stefano Bontade" e poi da Silvio Berlusconi alla Edilnord in qualita' di segretario. Agli atti dell' inchiesta anche i rapporti tra Dell' Utri e Cina' che si erano conosciuti nella societa' calcistica "Bacigalupo" di Palermo, di cui il parlamentare fu dirigente e allenatore delle squadre giovanili negli anni. Le minacce di sequestro ricevute da Silvio Berlusconi negli anni del terrorismo sarebbero coincise con l' assunzione nella villa di Arcore di Vittorio Mangano, in qualita' di fattore.
I giudici del tribunale hanno ascoltato 270 testimoni, fra i quali anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che si e' avvalso della facolta' di non rispondere. Una circostanza definita dal Pm Ingroia "un' occasione mancata per il chiarimento di alcuni buchi neri, come quello dell'assunzione di Mangano e del suo allontanamento, o dei bilanci delle holding Fininvest".

DELL'UTRI: L'ABBRACCIO E LA SODDISFAZIONE DEI TRE PM
La tensione di sette anni si scioglie in un abbraccio commosso. Domenico Gozzo, Pm nel processo al senatore Marcello Dell'Utri, aspetta che il presidente della sezione del tribunale di Palermo concluda la lettura del dispositivo che condanna l'imputato a nove anni. Poi si stringe al collega Mauro Terranova. Resta,invece, impassibile l'altro Pm, Antonio Ingroia, il magistrato che lavoro', come giovane sostituto, al fianco di Paolo Borsellino. "Ricordiamoci che siamo in primo grado - dice ai cronisti che prendono d' assalto il banco dell'accusa - al momento posso solo dire che e' evidente la conferma del materiale probatorio fornito dalla Procura. Finalmente vengono spazzati via tutti gli insulti che ci hanno rivolto finora...".
Si conclude con le parole di Ingroia l' ultimo atto di un match durato sette anni. Prima del verdetto pm e difesa avevano scambiato qualche battuta. "Abbiamo superato la crisi del settimo anno - aveva detto sorridendo l' avvocato di Dell' Utri, Enzo Trantino, ai magistrati". "Si' - aveva risposto Ingroia - possiamo scambiarci anche una stretta di mano".
La telefonata del procuratore Grasso arriva dopo poco: "Vi abbraccio, sono contento", dice ai tre pm che, lasciata l' aula bunker del carcere Pagliarelli, si ritrovano nella stanza del procuratore aggiunto Guido Lo Forte. Discutono per due ore con l' altro aggiunto, Roberto Scarpinato e con alcuni sostituti.
La soddisfazione e' evidente, anche se i tre sostituti del processo sono cauti. "Non si festeggia mai per le sentenze di condanna - dice Gozzo -. Certo, pero', che non e' un bel giorno quello in cui ci si sveglia e si sa che chi ci rappresenta nelle istituzioni e' stato condannato per mafia".
Per i magistrati il verdetto spazza via le polemiche sul concorso in associazione mafiosa. Una contestazione "troppo vaga - avevano detto i legali del senatore dopo la lettura della sentenza - che permette ai giudici valutazioni eccessivamente discrezionali". "La decisione di oggi - replica Ingroia - dimostra che il concorso esterno non e' un reato usurato ma puo' servire ancora per punire chi e' colluso con la mafia".
Amare le valutazioni dei magistrati sugli attacchi subiti durante il dibattimento. "In questi anni - osserva Gozzo - ho subito da certa stampa attacchi personali che hanno riguardato me, i miei familiari e la mia professionalita'. Aspetto ancora di capire perche'. Le critiche sono sacrosante ma ci si deve difendere nel processo".
Nel merito delle accuse i pm non vogliono entrare. Si limitano a ribadire l' enorme mole di prove a carico dell' imputato: "Altro che dichiarazioni dei pentiti. C' era molto di piu' - dice Ingroia - c' erano testimoni, intercettazioni". Sulla durata del processo, poi, nessuna responsabilita' delle parti. "Era una vicenda complessa - commenta Gozzo - Ne' noi, ne' la difesa abbiamo allungato i tempi, occorreva un vaglio attento di tutti gli elementi".
Una battuta anche sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ai cronisti che chiedono se la decisione del premier di avvalersi della facolta' di non rispondere e di non deporre al processo Dell' Utri abbia pesato, Ingroia risponde: "Il silenzio di Berlusconi non ha certo contribuito all' accertamento della verita' ".

DELL'UTRI; PRESIDENTE TRIBUNALE, UN VETERANO DEL POOL
CHI SONO I TRE GIUDICI CHE HANNO CONDANNATO IL PARLAMENTARE
Il presidente del collegio che ha condannato Marcello Dell'Utri puo' essere considerato un veterano: e' l'ultimo magistrato che ha attraversato la stagione delle grandi inchieste e dei grandi processi a Cosa Nostra. Leonardo Guarnotta era uno dei componenti del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto. Con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha diviso tra l'altro negli anni '80 la gestione della monumentale inchiesta sfociata poi nel maxi processo a Cosa nostra.
Di quel pool Guarnotta conserva non solo la memoria ma anche l'ultimo patrimonio di conoscenze. Dopo la riforma del 1989 Falcone e Borsellino lasciarono l'ufficio istruzione, come gli altri componenti tra cui Giuseppe Di Lello che prima divento' consulente della Commissione antimafia e poi e' stato eletto deputato europeo nelle liste del Prc.
Guarnotta ha mantenuto il suo incarico fino all'ultimo e, dopo la riforma, ha concluso l'istruzione dei procedimenti aperti con il vecchio regime. E' quindi passato in tribunale assumendo la presidenza della seconda sezione. Tra i processi definiti dalla sua sezione si ricorda quello all' ex ministro Calogero Mannino concluso in primo grado con l'assoluzione. In appello la sentenza e' stata pero' ribaltata e Mannino e' stato condannato a cinque anni e quattro mesi.
Per portare a termine il processo a Dell'Utri, Guarnotta ha dovuto chiedere l'applicazione al tribunale di Palermo perche' nel frattempo era stato nominato presidente del tribunale di Termini Imerese, dove ora presta servizio.
Meno lunga la carriera degli altri giudici a latere, Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari. Anche Di Marco ha dovuto chiedere l'applicazione, essendo stata nominata giudice della corte d'appello. Sgadari e' sempre stato componente della seconda sezione del tribunale. Anch'egli, con Guarnotta, faceva parte del collegio che in primo grado ha giudicato Calogero Mannino.

DELL'UTRI: REGGE L'ACCUSA,CONDANNATO A 9 ANNI PER MAFIA
I PM, CONFERMA DEL NOSTRO LAVORO. LA DIFESA, E' INCOMPRENSIBILE
I giudici sono rimasti in camera di consiglio 285 ore: alla fine ne sono usciti con in mano una sentenza che il presidente del collegio, Leonardo Guarnotta, legge in pochi minuti, in tono pacato e sommesso, cadenzando il ritmo e sciorinando gli articoli del codice di procedura penale con i quali il senatore Marcello Dell'Utri viene dichiarato colpevole di concorso in associazione mafiosa e condannato a nove anni. Due in piu' di quelli inflitti al suo amico e coimputato Gaetano Cina', accusato di associazione mafiosa.
Il senatore di Forza Italia ha preferito non essere presente alla lettura del verdetto. E' rimasto a Roma, dove ieri sera aveva cenato assieme al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In una conferenza stampa convocata all' Hotel Majestic si dice "sereno, ma non rassegnato", spiega che "la giustizia non e' di questo mondo" e liquida come "monnezza" le accuse contro di lui.
A Palermo, sui banchi della difesa ci sono invece gli avvocati del parlamentare "azzurro", che appena sentono il presidente del tribunale pronunciare la parola "condanna" restano di stucco. Nessuno di loro si aspettava infatti una sentenza cosi' severa. I giudici dichiarano entrambi gli imputati interdetti "in perpetuo" dai pubblici uffici ed applicano anche a ciascuno di loro la misura di sicurezza della liberta' vigilata, per due anni, a pena espiata.
Dopo sette anni di dibattimento, 257 udienze e 12 giorni di camera di consiglio trascorsi nel mini appartamento dell'aula bunker di Pagliarelli, il tribunale accoglie dunque la tesi della Procura sugli strani incroci con Cosa nostra che avrebbero accompagnato l'attivita' personale, professionale e politica di Dell'Utri fin dai primi anni Settanta. Entrambi gli imputati vengono infatti dichiarati colpevoli con la "continuazione tra gli stessi".
Gaetano Cina' e' un commerciante di Palermo ritenuto affiliato alla cosca mafiosa di Malaspina, finora incensurato. Per i magistrati sarebbe l' anello di congiunzione tra Palermo e Milano, tra Cosa nostra e la Fininvest. Il senatore di Forza Italia lo ha sempre indicato come un amico che aveva conosciuto ai tempi in cui lui era allenatore della squadra giovanile della Bacigalupo a Palermo. Cina', oltre ad essere stato il titolare di una lavanderia in citta', era il padre di uno dei tanti ragazzi che imparavano a giocare a calcio con Dell'Utri. Il boss Vittorio Mangano, che e' morto, assisteva alle partite ed era anche lui amico di Cina'. Il commerciante, che non ha mai preso parte alle udienze del processo, e' adesso a piede libero: arrestato il 30 giugno 1996, dopo che la Procura ne aveva chiesto il rinvio a giudizio assieme a Dell' Utri, e' stato poi scarcerato tre anni dopo per scadenza dei termini.
La lettura del dispositivo fa calare il gelo nell' aula bunker di Pagliarelli. I giudici a latere, Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari, sono immobili accanto al presidente Guarnotta; il loro sguardo sembra fissare un punto lontano, sopra la testa di tutte le persone che affollano l' aula. E' l'ultimo processo che affrontano insieme. Due dei tre giudici del collegio, infatti, non sono piu' in organico alla seconda sezione del tribunale: Leonardo Guarnotta presiede il tribunale di Termini Imerese, Gabriella Di Marco e' alla quarta sezione della Corte d'appello. Entrambi erano stati applicati in tribunale esclusivamente per concludere questo dibattimento.
Dopo la lettura della sentenza, la tensione davanti al banco dell'accusa si scioglie in un abbraccio commosso fra i pm Domenico Gozzo e il collega Mauro Terranova. L'altro sostituto, Antonio Ingroia, resta impassibile: "Ricordiamoci che siamo in primo grado - dice ai giornalisti che lo prendono d'assalto - al momento posso solo dire che e' evidente la conferma del materiale probatorio fornito dalla Procura. Finalmente vengono spazzati via tutti gli insulti che ci hanno rivolto finora...".
Sul fronte opposto regna, invece, lo stupore. Ma e' solo un attimo: i difensori di Dell'Utri, superato lo smarrimento, annunciano subito il ricorso in appello contro una decisione definita "incomprensibile" e si affrettano a sottolineare che "ha prevalso la societa' dei malfattori". "La sentenza - afferma l'avvocato Roberto Tricoli, che fa parte del collegio difensivo - non e' in linea con la giurisprudenza di questo tribunale che ha sempre chiesto dei fatti alla base di una condanna per concorso in associazione mafiosa. E' stata smentita questa linea e la condanna di Dell' Utri appare ancor piu' incompatibile con la lettura delle carte processuali".
C'e' anche spazio per una mini polemica tra i magistrati e alcuni dirigenti di Forza Italia. "Certo che non e' un bel giorno - dice il Pm Gozzo - quello in cui ci si sveglia e si sa che chi ci rappresenta nelle istituzioni e' stato condannato per mafia". Dichiarazioni bollate come "indegne" e "scandalose" da Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, che invitano il Parlamento a respingerle. Ma i Pm replicano di avere il massimo "rispetto" per il Parlamento e si dicono "stupiti" da queste reazioni.

DELL'UTRI:TRA I DIFENSORI CALA IL GELO, FAREMO RICORSO
Una condanna inattesa per la difesa di Marcello Dell'Utri che in pochi secondi ha fatto calare il gelo sul banco degli avvocati, quando il presidente del tribunale ha iniziato a leggere gli articoli del codice di procedura penale che annunciavano i nove anni di carcere per il senatore di Forza Italia.
Il collegio difensivo, certo, non si aspettava questo epilogo. Gli avvocati erano quasi sicuri dell'assoluzione, tanto che in attesa dell'uscita dei giudici dalla camera di consiglio posavano sorridenti per i fotografi. Poi la sentenza, e i sorrisi si trasformano in facce cupe e volti smarriti. Ma e' solo un attimo. I legali annunciano subito il ricorso in appello e si affrettano a sottolineare che "ha prevalso la societa' dei malfattori".
"La sentenza - afferma l'avvocato Roberto Tricoli, che fa parte del collegio difensivo - non e' in linea con la giurisprudenza di questo tribunale che ha sempre chiesto dei fatti alla base di una condanna per concorso in associazione mafiosa. E' stata smentita questa linea e la condanna di Dell' Utri appare ancor piu' incompatibile con la lettura delle carte processuali".
"La pubblica accusa, scardinando la logica dei fatti - aggiunge il penalista - si e' attestata sul rafforzamento di carattere psicologico non supportato da nessun fatto concreto. E francamente - conclude Tricoli - mi sembra troppo poco per arrivare a un giudizio di condanna. E' una sentenza incomprensibile che ci spinge a ristabilire la verita' dei fatti".
Tricoli subito dopo la lettura del dispositivo comunica che Dell' Utri e' stato informato della condanna e riferisce che il parlamentare di Forza Italia "rimane sereno". "In fondo - ricorda il difensore - Dell'Utri aveva gia' detto che la giustizia non e' di questo mondo. Cercheremo di ristabilirla in appello'.
Un altro dei legali del senatore, l'avvocato Enzo Trantino, parlamentare di An e presidente della Commissione Telekom Serbia, attacca "i malfattori". "Per quelli che appartengono alla societa' degli onesti oggi e' un giorno triste - afferma -. Se un tribunale come quello di Palermo non e' riuscito a selezionare e controllare le accuse allora tutti i cittadini onesti devono essere preoccupati".
"Dopo otto anni di passione e pene, nulla togliendo alla fatica degli altri - aggiunge Trantino - ci aspettavamo un esito molto diverso. Ritenevamo molto significativo che i cosiddetti pentiti di rango come Buscetta di fronte alle accuse a Dell' Utri erano rimasti in un silenzio imbarazzato perche' non avevano nulla da dire".
"Siamo amareggiati - spiega l'altro difensore, Giuseppe Di Peri - ci aspettavamo un altro epilogo avendo studiato per anni le carte processuali. E' proprio l' imputazione di concorso in associazione mafiosa che consente davanti agli stessi elementi probatori valutazioni completamente opposte da parte dei giudici. Tanto e' vero che processi simili hanno subito valutazioni opposte in primo e secondo grado". E il collegio difensivo conclude la propria analisi dicendosi "preoccupato per l' eccessivo potere discrezionale del giudice che viene a supplire contestazioni generiche".

DELL'UTRI,SERENO MA NON MI RASSEGNO;PREMIER NON C'ENTRA
BERLUSCONI E' MOLTO DISPIACIUTO; CONTRO DI ME SOLO 'MONNEZZA'...
(di Anna Laura Bussa)
Sereno, ma "non rassegnato". Per spiegare come si sente dopo la sentenza del Tribunale di Palermo, che oggi lo condanna a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, e per dire la sua su un "processo che dura da 10 anni", Marcello Dell'Utri organizza una conferenza stampa nella 'Sala Verdi' dell'Hotel Majestic: un trionfo di sete, broccati e damaschi a via Veneto.
Il senatore di Forza Italia, piu' che altro, ostenta calma. Accetta con pazienza l'accerchiamento di microfoni e telecamere e prende posto su un divanetto di broccato verde. Circondato da cuscini, sempre di damasco, color avorio. Solo, seduto in punta a quel divanetto, si tormenta piu' volte le mani, ma i suoi occhi non tradiscono nessuna emozione. E quando comincia la raffica di domande risponde a tutti i giornalisti con cortesia, senza nervosismo. Con un'unica eccezione: quando un cronista, dall'accento straniero, gli chiede di dare la sua definizione della mafia. "Non e' giusto che lei mi ponga questa domanda - risponde visibilmente contrariato - perche' la risposta e' scontata. Cosa vuole sentirsi dire, che non esiste?".
Per il resto, non lesina risposte e guarda dritto negli occhi i suoi interlocutori. Dichiara che la "giustizia non e' di questo mondo" e che gia' lunedi' presentera' ricorso contro questa sentenza che ha raccolto contro di lui "solo 'monnezza". Lui infatti e' "sereno, ma non rassegnato". Ed e' pronto "a lottare gia' da domani".
Ci tiene a far sapere che Silvio Berlusconi, il suo amico di sempre, gli ha telefonato per esprimere il suo "dispiacere", ma respinge con fermezza la 'lettura' di Francesco Cossiga secondo la quale "la condanna di oggi e' una condanna morale" nei confronti del premier. "Ognuno - sottolinea - e' responsabile delle proprie azioni e dei propri processi". Commenta senza problemi la sentenza Sme di ieri citando addirittura Leopardi: "Dopo ogni gioia c'e' un dolore". Non crede che il dispositivo dei giudici di Milano abbia regalato qualcosa al premier ("Anzi!"). E poi precisa: "La storia dela Sme non poteva finire diversamente".
Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini invece non l'ha sentito. Lo ringrazia per la solidarieta' "e l'affetto" che gli ha espresso nei giorni scorsi, ma spiega di non averlo sentito oggi: "Del resto - informa - non e' che ci sentiamo tutti i giorni...".
Dell'Utri ripete piu' volte che e' per il suo "ruolo politico", non certo secondario dentro FI, che e' stato "perseguitato" a livello giudiziario ("se non mi fossi occupato di politica questo processo non ci sarebbe mai stato"), ma non rimpiange nulla. "Rifarei tutto cento, mille volte - afferma con una certa ironia - anche perche' non voglio certo entrare nella schiera dei pentiti...". Se la prende con i collaboratori di giustizia che lo hanno accusato, ma non ha nulla da rimproverare al Tribunale di Palermo ("i giudici sono stati corretti"). Anche se poi alla fine un certo risentimento contro le toghe esce fuori. Soprattutto quando racconta la storia di "quei due" che parlarono di "combine" contro di lui e che "vennero letteralmente torturati dalla Procura" tanto che alla fine "non poterono deporre" e ora sono sotto "processo per calunnia". Una 'stoccata' arriva anche quando parla di riforme. "La riforma dei codici e degli ordinamenti e' compito del legislatore - osserva - quello di rendere giustizia spetta pero' ai giudici. Speriamo che dopo le riforme diventino migliori...". E ancora: "Tra accusa e difesa non c'e' alcuna parita' anche perche' la prima puo' spendere senza limiti". "Pensate - aggiunge - che io solo di fotocopie ho speso un miliardo di vecchie lire. Neanche Berlusconi, alla lunga, potrebbe resistere...".
Dell'Utri, insomma, ostenta sicurezza e ricorre, come spesso accade nel mondo politico, alla metafora calcistica e poi a quella meteorologica. "Quello di oggi - commenta - e' solo il primo tempo di una partita. Aspettiamo il secondo, poi magari ci sono anche i tempi supplementari. Attendiamo insomma il triplice fischio finale". E fino ad allora nessun passo indietro. "Io - dichiara determinato - non ho nessuna intenzione di dimettermi da senatore. Ho tre gradi di giudizio a disposizione e fino a quando non interverra' una condanna definitiva io non mi sposto di un centimetro. E questo vale anche per la pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici...".
Il discorso non cambia sul 'fronte meteorologico': "La sentenza - afferma - e' arrivata come un tuono dal cielo. Ma spero che presto arrivera' il bel tempo". E questo succedera' quando "questo clima di contrapposizione politica finira'...". Oppure, come confessa nell'intervista di oggi al 'Foglio', 'quando finira' il Casellismo', l'era della Procura di Palermo.
Per quanto amareggiato dalla condanna, la vita di Dell'Utri almeno per ora non cambia. "Questa sentenza non pesera' nulla nel mio impegno politico - ribadisce - perche' il processo non e' finito. Quindi per me non cambia nulla anche nella mia giornata. Adesso ad esempio vado a Milano a vedere una bellissima mostra di libri". E poi il prossimo lunedi' a Roma per assistere al Teatro Valle "all'Apologia di Socrate". La cicuta? "No - risponde ironico - io non sono come Socrate, anche perche' lui aveva solo un grado di giudizio...".
E' chiaro che il paragone con Giulio Andreotti, anche lui imputato per anni in un processo di mafia e poi alla fine assolto, lo inorgoglisce. "Vorrei essere come Andreotti - ammette - e' stato superiore a tutto e poi ha vinto. Io sono un suo grande ammiratore, quindi qualcosa da lui alla fine avro' copiato. Ma non mi reputo comunque alla sua altezza...".

MAFIA: 7 I POLITICI PROCESSATI A PALERMO, 3 CONDANNATI
Con Marcello Dell'Utri sono tre gli esponenti politici condannati a Palermo per legami con la mafia. Per altri quattro, tra cui Giulio Andreotti, sono arrivate sentenze di assoluzione.
Andreotti dei sette processati e' il personaggio piu' noto e piu' autorevole: deputato sin dalla Costituente, e' stato sette volte presidente del Consiglio, piu' volte ministro, poi senatore a vita. Andreotti era accusato di essere stato il "referente romano" di Cosa nostra e di avere avuto rapporti anche diretti e personali con i boss sin dagli anni '70.
Il processo ad Andreotti, cominciato nel settembre 1995, si e' concluso in primo grado il 23 ottobre 1999 con una sentenza di assoluzione. In appello la corte aveva il 2 maggio 2003 scelto una soluzione piu' articolata: prescrizione per i fatti contestati fino al 1980 e assoluzione per il periodo successivo. I giudici hanno in sostanza distinto, nella vita di Andreotti, un "prima" caratterizzato da relazioni di scambio con le cosche e un "dopo" di segno opposto. E questa soluzione e' stata poi confermata il 15 ottobre scorso dalla Cassazione.
L'altro politico finito nell'ingranaggio giudiziario con l'accusa di avere favorito la mafia fino al 1994 e' l'ex ministro Calogero Mannino, esponente di spicco della Dc siciliana. Nel 2001 era stato assolto dalla stessa sezione del tribunale davanti alla quale si e' celebrato il processo a Dell' Utri ma l'11 maggio di quest'anno e' stato condannato in appello a cinque anni e quattro mesi di carcere. "E' una sentenza ingiusta - ha commentato l'ex ministro - ma la coscienza della mia innocenza mi da' la forza di andare avanti". Si attende ora il verdetto definitivo della Cassazione.
E' diventata invece definitiva la condanna a sette anni per Francesco Paolo Gorgone, conosciuto come Franz, ex deputato regionale della Dc ed ex assessore regionale. Hanno scritto i giudici della corte d'appello di Palermo che Gorgone era "un politico disponibile e sensibile alle esigenze di vari uomini d'onore". E in cambio avrebbe ottenuto appoggi elettorali.
E' stato invece sempre assolto Francesco Musotto, attualmente eurodeputato di Forza Italia e presidente della Provincia di Palermo. Musotto era stato anche arrestato nel 1995 e scarcerato quattro mesi dopo. Era accusato, anche in base alle dichiarazioni di alcuni pentiti, di avere fornito appoggi a Cosa nostra, "procurando notizie riservate sulle indagini e fornendo coperture politiche e giudiziarie".
Sono stati infine condannati in primo grado e assolti in appello gli altri due politici processati per concorso in associazione mafiosa, l'ex senatore dc Vincenzo Inzerillo e l'ex senatore di An Filiberto Scalone. Inzerillo, accusato di collegamenti con la cosca di Villagrazia una volta guidata dal boss Stefano Bontade, era stato arrestato e poi condannato a otto anni di reclusione. In appello, il 3 dicembre scorso, e' stato pero' assolto. Aveva gia' scontato tre anni di reclusione.
Identico era stato il percorso giudiziario dell' ex senatore Scalone, che in primo grado aveva avuto nove anni e in appello il 5 marzo scorso ha ottenuto invece l'assoluzione per i reati di mafia e la condanna a tre anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, pena condonata. In entrambi i casi si attende l'esito del ricorso in Cassazione.

12 dicembre 2004 - CONDANNA DELL'UTRI: DAI GIORNALI
"La Sicilia"
"Dell'Utri e Cinà colpevoli dei reati ascritti: 9 anni al primo, 7 al secondo"
Questo il dispositivo della sentenza:
"Il Tribunale dichiara Dell'Utri Marcello e Cinà Gaetano colpevoli dei reati loro rispettivamente contestati e ritenuta la continuazione tra gli stessi, condanna Dell'Utri Marcello alla pena di anni 9 di reclusione e Cinà Gaetano alla pena di anni 7 di reclusione ed entrambi, in solido, al pagamento delle spese processuali nonchè il Cinà anche a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare. Il collegio dichiara entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonchè in stato di interdizione legale durante l'esecuzione della pena e applica a ciascuno degli imputati la misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di anni due da eseguirsi appena espiata. Il collegio altresì condanna entrambi gli imputati al risarcimento in solido dei danni in favore delle costituite parti civili (Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo) da liquidarsi in separato giudizio, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali immediatamente esecutive. Condanna infine gli imputati al pagamento in solido delle spese processuali sostenute dalle medesime parti civili che liquida in complessivi ventimila euro per il Comune di Palermo e cinquanta mila per la Provincia di Palermo, somme comprensive di onorari e spese. Visto l'articolo 544 del Codice di procedura penale, la sentenza sarà depositata entro 90 giorni".

L'emozione spacca in due l'aula bunker
Ore 10,04: la sentenza.
Teso il presidente Guarnotta, commossi ma visibilmente sollevati i pm, pallidi gli avvocati difensori
mariateresa conti
Palermo. "Visti gli articoli 110, 416, 416 bis, 533, 535 dichiara Dell'Utri Marcello e Cinà Gaetano colpevoli dei reati loro rispettivamente contestati e, ritenuta la continuazione tra gli stessi, condanna Dell'Utri Marcello alla pena di anni nove di reclusione e Cinà Gaetano alla pena di anni sette....".
Sono le 10 e 04 quando, la voce bassa e visibilmente emozionata del presidente della II sezione del Tribunale Leonardo Guarnotta spacca letteralmente in due l'aula bunker "Vittorio Bachelet" del carcere di Pagliarelli: da un lato i difensori del senatore Dell'Utri, pallidi e annichiliti da un verdetto che non si aspettavano e che comunque non pensavano fosse così severo; dall'altro i Pm, tesi un attimo prima ma pronti a riprendere colore, visibilmente sollevati mentre comprendevano che sì, ce l'avevano fatta, che il Tribunale aveva accolto l'impianto accusatorio. Al Pm Domenico Gozzo scappa pure qualche lacrima. Troppa la tensione, troppe le polemiche e gli attacchi ingoiati in sette lunghi anni di dibattimento, più tre di indagini, dal '94.
Si consuma così, nel giro di una manciata di secondi, il "giorno nero" di Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Lui, in Aula, come annunciato non c'è. La notizia la apprende a Roma in diretta dai microfoni di Radio Radicale, mentre da quell'Aula diventata "maledetta" i suoi avvocati tentano, invano, di contattarlo in diretta. Pochi attimi. Il tempo che il Tribunale - presidente Leonardo Guarnotta, a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari - entri in Aula, che il presidente legga le due paginette di dispositivo e che il processo sia dichiarato chiuso. Una manciata di secondi che pesano però come macigni sul senatore Dell'Utri. Bisognerà certo, leggere le motivazioni, che saranno depositate entro 90 giorni, questo il termine fissato . Ma anche senza le ragioni del "perché" i giudici del Tribunale di Palermo hanno ritenuto di condannare il parlamentare "azzurro" un dato è chiaro: l'impianto accusatorio è stato accolto, e probabilmente nella sua totalità. Non si spiegano altrimenti non solo i nove anni - contro gli 11 chiesti dalla pubblica accusa - comminati a Dell'Utri, ma soprattutto le pene accessorie: interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione legale durante l'esecuzione della pena, due anni di libertà vigiliata dopo l'espiazione della pena. E non si spiega altrimenti perché a Dell'Utri, come chiesto dai Pm, sia stata comminata una pena più severa che a Gaetano Cinà (sette anni), che pure era accusato di associazione mafiosa piena, non di concorso come il senatore. "Per questo Pm - aveva detto il dottore Ingroia lo scorso 8 giugno, a conclusione della requisitoria - la condotta di Dell'Utri è più grave di quella di Cinà. Non ha lo stesso peso, non ha lo stesso disvalore. Dell'Utri è un uomo colto, istruito, inserito nella buona società, che aveva ben altre possibilità di scelta che rapporti collusivi. Ha o no maggiore responsabilità un parlamentare rispetto al cittadino comune?". Evidentemente sì, vista la decisione dei giudici. La sentenza sancisce anche pesanti sanzioni di carattere pecuniario: Dell'Utri e Cinà dovranno pagare anche le spese processuali, Cinà pure il proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare. Dovranno inoltre risarcire le due parti civili - il Comune e la Provincia di Palermo - e pagare le spese processuali sostenute dai due Enti locali: 20 mila euro andranno al Comune, 50 mila alla Provincia.
La mattinata era cominciata in maniera abbastanza serena, nell'aula Bachelet, solo accanto - ma nello stesso complesso - a quella che invece ha portato "fortuna" alle difese in altri tre processi "eccellenti" (Andreotti, Mannino e Contrada), collezionando altrettante assoluzioni. Folla delle grandi occasioni, in Aula, di cronisti e telecamere. E schieramento al gran completo delle parti. Tra i primi ad arrivare, poco dopo le 9, gli avvocati Roberto Tricoli, Francesco Bertorotta e Cristiano Galfano, il difensore di Cinà. Per i Pm il "primato" è del dottore Gozzo, seguito però quasi a ruota dai colleghi Antonio Ingroia e Mauro Terranova. Poi tutti gli altri. Un'atmosfera serena, quasi da ultimo giorno di scuola. Foto di gruppo per tutti, pubblici ministeri e collegio difensivo. Sorrisi e qualche "sfottò" bonario per la toga "rimediata" in extremis all'avvocato Di Peri, che aveva dimenticato la sua. "Scommesse", sull'orario di uscita dei giudici per la lettura della sentenza, prevista per le 10 e arrivata con appena quattro minuti di ritardo, dopo 285 ore di camera di consiglio. Un'atmosfera quasi goliardica, nel rispetto dei ruoli, inevitabile dopo sette anni di convivenza "forzata", una volta la settimana, il lunedì - due volte negli ultimi mesi, per accelerare i tempi - in un dibattimento lungo ben 258 udienze. Un'atmosfera tranquilla, nonostante la tensione. All'insegna di quel fair-play che anche nei momenti di polemica più accesa ha sempre caratterizzato, in fondo, i rapporti tra accusa e difesa. Prima dell'ingresso in Aula del Tribunale l'avvocato Enrico Trantino si avvicina al Pm Gozzo: "Dobbiamo renderci almeno l'onore delle armi", ha detto s