Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2004: febbraio
2 febbraio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: RINVIATA DEPOSIZIONE PENTITO DI NATALE
ANSA:
DELL'UTRI: RINVIATA DEPOSIZIONE PENTITO DI NATALE
L' audizione del collaboratore di giustizia Giusto Di Natale prevista per oggi nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, e' stata rinviata.
Il pentito ha fatto sapere ai magistrati di stare male ed ha inviato un certificato medico per giustificare la sua assenza.
La sua nuova citazione non e' stata fissata dal tribunale, che ha comunque rinviato l' udienza a domani mattina nell' aula bunker del carcere di Pagliarelli, dove sara' ascoltato il medico Salvatore Aragona. Il professionista, coinvolto nell' inchiesta mafia e politica, collabora da giugno con la Dda di Palermo.

2 febbraio 2004 - STRAGI 1992; INDAGINI A UN BIVIO, DUE POSSIBILI MOVENTI
ANSA:
MAFIA: STRAGI '92; INDAGINI A UN BIVIO,DUE POSSIBILI MOVENTI
ALL' ESAME PM DI CALTANISSETTA DICHIARAZIONI BRUSCA E GIUFFRE'
La terza inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del '92 coordinata dalla procura di Caltanissetta, si trova a un bivio: due pentiti di rango, Giovanni Brusca e Nino Giuffre', hanno infatti fornito ai magistrati moventi e chiavi di lettura che non appaiono coincidenti.
Brusca ha sostenuto che la decisione di uccidere di Paolo Borsellino sarebbe stata "accelerata" dalla necessita' di far decollare la "trattativa" che Riina aveva avviato con uomini delle istituzioni per ottenere vantaggi legislativi in favore di Cosa nostra. Giuffre' ha invece affermato la settimana scorsa in aula a Catania che la strage di via D'Amelio sarebbe stata voluta da Bernardo Provenzano per impedire al magistrato di avviare indagini sul nodo mafia e appalti.
Su queste differenti versioni indagano gli investigatori della Dia di Caltanissetta, coordinati dal procuratore Francesco Messineo. Gli inquirenti si chiedono se la ricostruzione di Giuffre' possa rappresentare un movente aggiuntivo, rispetto a quello indicato da Brusca, o se un' ipotesi esclude l' altra. In particolare i magistrati della Dda vogliono accertare il motivo per il quale Provenzano avrebbe ordinato la morte di Borsellino, se cioe' sia legato agli appalti o alla trattativa. I pm sottolineano anche il fatto che Riina, come emerge dalle dichiarazioni di numerosi pentiti, in quel periodo non sarebbe stato "in sintonia" con Bernardo Provenzano. Perche', dunque, si chiedono gli inquirenti, il boss latitante avrebbe dovuto aiutare Riina a "dare un altro colpetto dopo Falcone"?
L' interrogativo e' stato rivolto dai magistrati di Caltanissetta al pentito Nino Giuffre', il quale ha spiegato che in Cosa nostra non si usava fare troppe domande: "La curiosita' - ha spiegato - per i boss e' l'anticamera della sbirritudine".

3 febbraio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: ARAGONA
ANSA:
DELL'UTRI: ARAGONA, BRUSCA MI CHIESE FAR VOTARE PATTO SEGNI
Il boss Giovanni Brusca avrebbe chiesto nel 1994 al medico Salvatore Aragona di far votare alle elezioni politiche nazionali per i candidati del Patto per l'Italia. Lo ha rivelato lo stesso Aragona, detenuto per concorso in associazione mafiosa e indagato nell'inchiesta su mafia e politica, deponendo nel processo al senatore Marcello Dell'Utri.
Aragona, vestito con un completo grigio, ha ripercorso la sua vita professionale e politica e ha ricordato gli incontri che ebbe con Brusca, allora latitante, che lo avrebbe invitato a sostenere la lista del Patto Segni. "Ti sarei grato - ha detto il medico ricordando le parole di Brusca - se mi dai una mano ad appoggiare questo movimento".
Il professionista in apertura della sua deposizione, che ruota attorno alle intercettazioni ambientali effettuate a casa del boss mafioso Giuseppe Guttadauro, ha voluto precisare ai giudici di non essere un collaboratore di giustizia, ne' di avere intenzione di diventarlo. "Sono testimone della mia vita - ha detto - e mi sto difendendo nei processi in cui sono indagato. Nulla di piu' ".
Aragona ha aggiunto di essersi rivolto a Dell'Utri solo per rappresentargli alcuni problemi politici che c'erano ad Altofonte, in particolare le difficolta' che avrebbe incontrato l'allora sindaco Corsale con gli esponenti di vertice di Forza Italia a Palermo.
La deposizione ha spaziato su vari punti, dalla politica palermitana al boss Guttadauro, di cui il teste ha detto di essere "grande amico". "Con Guttadauro - ha spiegato - siamo medici prima che imputati. Per lui ho sempre mostrato affetto, c'era rispetto familiare e personale". Aragona ha sostenuto di non sapere che Guttadauro era il capo del mandamento mafioso di Brancaccio. "Ho appreso - ha precisato il medico - che Guttadauro era la persona che si e' poi rivelata solo dopo aver letto gli atti dell'inchiesta Ghiaccio per il quale e' stato arrestato".
Rispondendo alle domande del pm Domenico Gozzo, Aragona ha ricordato anche il periodo in cui venne inviato come "ambasciatore" di Brusca alla presentazione del movimento politico "Sicilia libera", voluto da Leoluca Bagarella. "Ho avuto rapporti con Giovanni Brusca - ha chiarito Aragona - tanto da falsificare un certificato medico per dargli un alibi".

PARMALAT: DELL' UTRI, BERLUSCONI RITENEVA TANZI INAFFIDABILE
"Gia' 16 anni fa assieme a Berlusconi capimmo chi fosse Tanzi, un tipo inaffidabile, e che da lui non avrei comprato nemmeno un'azione". Lo afferma il senatore Marcello Dell' Utri (Fi), commentando l' inchiesta sulla Parmalat e facendo riferimento ad una intercettazione telefonica del 1988, agli atti del suo processo, in cui parlava con Berlusconi di Callisto Tanzi.
"Ricordo quella telefonata - dice Dell' Utri - era il periodo di Natale e lo indicammo come tipo pericoloso perche' sapevamo che non era un imprenditore affidabile".
Dell' Utri e' in attesa dell' inizio dell' udienza, nell' aula bunker del carcere di Pagliarelli, del processo in cui e' imputato di concorso in associazione mafiosa.

DELL'UTRI: SEGNI, MAI OCCUPATO DI COME VOTASSE LA MAFIA
MA SO DI NON AVER MAI CONOSCIUTO O FREQUENTATO MAFIOSI
''Apprendo dalle agenzie che un noto mafioso avrebbe suggerito nel '94 di votare per il Patto. Non mi sono mai occupato di sapere cosa pensassero e come votassero i mafiosi. L'unica cosa che so e' che i mafiosi non li ho mai conosciuti e mai frequentati'': e' quanto dichiara Mario Segni, segretario del Partito dei liberaldemocratici.

3 febbraio 2004 - MAFIA:VIGNA, C'E' STATO ABBASSAMENTO ATTENZIONE SU PROBLEMA
ANSA:
MAFIA:VIGNA, C'E' STATO ABBASSAMENTO ATTENZIONE SU PROBLEMA
DOPO STRAGI,CRIMINALITA' HA DECISO AGIRE SU TERRENO ECONOMICO
"Sul problema della mafia c'e' stato un abbassamento dell'attenzione perche' i boss hanno scelto una strategia diversa, quella di agire in particolare sul terreno economico". Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna nel corso della presentazione del dossier della Confederazione italiana agricoltori "Campagne sicure 2003. La criminalita' in agricoltura nelle regioni del sud".
"Dopo le stragi del '92 e del '93, concluse con le condanne degli autori - ha precisato Vigna - la mafia si e' resa invisibile puntando l'attenzione per esempio verso gli appalti pubblici. La mafia ha deciso di agire sul terreno economico non compiendo azioni che potessero richiamare l'attenzione. Questa e' stata una strategia con un duplice obiettivo: interessarsi degli affari, ma soprattutto disincentivare l'attenzione della societa' perche' cosi' si crea un circolo vizioso. La gente - ha concluso Vigna - non si interessa del problema, i media non si interessano di cio' che non interessa alla gente e quindi non si interessano del problema".

5 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA; VERBALI INTERROGATORIO CIURO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; CIURO, MEDICO CONOSCEVA NUMERO FASCICOLO
Il medico Aldo Carcione conosceva il numero del fascicolo segreto aperto dalla Dda a carico dell' imprenditore Michele Aiello e dei marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. Il particolare inedito emerge dai verbali di interrogatorio di Ciuro.
Ai magistrati che lo accusano di essere una delle talpe alla Dda, Ciuro ha detto di avere sempre appreso da Aiello le informazioni sulle inchieste che lo riguardavano "e a sua volta veniva aggiornato da Carcione".
Il maresciallo della Dia fa un esempio importante e ricorda di avere saputo dall' imprenditore addirittura il numero del fascicolo aperto su di lui, iscritto dai magistrati con un nome fittizio proprio per evitare che potesse essere scoperto.
Questa accusa, se confermata, dimostrerebbe che Carcione avrebbe avuto accesso "diretto" ad informazioni riservate della Procura. Il medico, pero', ha sempre smentito suoi contatti con i magistrati, sostenendo di avere millantato la conoscenza di particolari sulle inchieste.
Ciuro e Aiello sono stati arrestati assieme al maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, il 5 novembre scorso dai carabinieri del nucleo operativo che stanno indagando sulle talpe alla Dda. A dicembre e' poi finito in cella anche il medico Aldo Carcione.

MAFIA: TALPE DDA;CIURO SORVEGLIATO IN CELLA,SI TEME SUICIDIO
Un agente della polizia penitenziaria tiene sotto controllo 24 ore al giorno il maresciallo Giuseppe Ciuro, detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. I responsabili dell' istituto di pena temono, sulla base di alcuni atteggiamenti tenuti dall' indagato, che possa tentare il suicidio.
Il sottufficiale e' accusato di concorso in associazione mafiosa nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
Ciuro, detenuto dallo scorso mese di novembre, secondo il suo difensore, l' avvocato Vincenzo Giambruno, e' depresso, dimagrito, e continua a ripetere di essere "un uomo rovinato", sostenendo anche "di non avere mai rivelato notizie riservate all' imprenditore Michele Aiello e al medico Aldo Carcione".
Aiello, titolare di un centro diagnostico di alta specializzazione a Bagheria, e' accusato di associazione mafiosa e di avere creato una rete di informatori - di cui avrebbero fatto parte Ciuro, il maresciallo Giorgio Riolo dei carabinieri del Ros ed il medico Aldo Carcione - che lo avrebbe costantemente aggiornato delle inchieste della Dda a suo carico.

7 febbraio 2004 -"VELENO DI STATO": SPECIALE "PRIMO PIANO" SU PISCIOTTA
ANSA:
RAITRE: 'VELENO DI STATO', SPECIALE 'PRIMO PIANO' SU PISCIOTTA
'Veleno di Stato' e' lo speciale 'Primo Piano' su Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Salvatore Giuliano, in onda lunedi' alle 23:20 su Raitre. La storia e' raccontata anche da Solina Pisciotta, la sorella di Gaspare.
Pisciotta mori' avvelenato in una cella del carcere dell'Ucciardone, a Palermo, il 9 febbraio di cinquant'anni fa. A confronto, due tesi diverse: Pisciotta, il traditore del capo, ucciso secondo la storia ufficiale con la stricnina nel caffe' dai suoi stessi familiari per la vergogna e Pisciotta il tradito, ucciso con il veleno nella medicina passatagli dal carcere, qualche giorno prima di cominciare a raccontare ai magistrati i suoi segreti. I segreti sono quelli di Portella della Ginestra, la strage di contadini, il primo maggio del '47. Per ricostruire fatti e clima che fecero da cornice a quella morte in carcere 'Primo piano' e' tornato a Montelepre, il paese del palermitano di Giuliano e Pisciotta. La sorella di Gaspare mostra la botola dove si nascondeva il fratello fino all'arresto nel 1950. 'Veleno di Stato' e' stato realizzato da Rino Cascio, Francesco Accardo e Claudio Rubino.

8 febbraio 2004 - PISCIOTTA NON FU UCCISO DAL CAFFE' ?
PALERMO - 50 anni dopo uno sprazzo di luce nel giallo dell'Ucciardone
Pisciotta non fu ucciso dal caffè
PALERMO - Il caso di Gaspare Pisciotta, ucciso in carcere da una tazzina di caffè alla stricnina, è tutto da riscrivere. 50 anni dopo, il luogo comune è sfatato dai documenti desecretati della Commissione antimafia. La verità sarebbe un po' diversa: il veleno che ha eliminato il personaggio più enigmatico del dopoguerra non era nel caffè ma forse nel medicinale che Pisciotta assumeva ogni mattina.
La nuova ricostruzione del giallo dell'Ucciardone è frutto di una ricerca dello storico Giuseppe Casarrubea sulle carte a lungo sepolte che raccontano retroscena inediti sulla strage di Portella delle Ginestre dell'1 maggio 1947 (12 morti, decine di feriti) e sulle oscure vicende della banda Giuliano: una storia di strategie criminali eversive e complicità istituzionali chiusa con l'eliminazione di scomodi protagonisti.
Tradito da Pisciotta, cugino e luogotenente, Salvatore Giuliano fu ucciso il 5 luglio 1950 con un'operazione che mise in scena un falso conflitto a fuoco con i carabinieri. E Pisciotta, che dopo il processo di Viterbo concluso con 12 ergastoli per la strage di Portella aveva promesso rivelazioni clamorose su coperture e complicità politiche, fu messo a tacere 4 anni dopo. E' il 9 febbraio '54 e nella cella numero 4 dell' Ucciardone Pisciotta si è appena svegliato e prende un cucchiaio di Vidalin, corroborante della terapia contro la tubercolosi, e prepara il caffè, una tazza per lui, l'altra per il padre Pietro in cella con lui. Subito dopo Pisciotta è colto da dolori lancinanti. Nella cella di "Aspanu" si precipitano in tanti, personaggi di "spessore" come don Filippo Riolo e Giuseppe Marotta. Ma quel giorno nella IX sezione dell'Ucciardone c'erano ospiti don Vincenzo Rimi, boss di Alcamo e cognato di Gaetano Badalamenti, l'avvocato Gregorio De Maria, che nella sua casa di Castelvetrano ospitò Giuliano e Pisciotta la notte in cui Giuliano fu assassinato.
Tutti si convincono che il veleno sia nel caffè, ma è una verità dai lati oscuri. La tesi di Casarrubea, ripresa da Vincenzo Vasile nel libro appena uscito "Salvatore Giuliano, bandito a stelle e a strisce", è più argomentata: "La stricnina ha caratteristiche organolettiche precise, si presenta al palato amarissima, per cui Pisciotta avrebbe dovuto sputare subito il caffè... Invece possiamo anche non stupirci del gusto amaro di una medicina. E Pisciotta prende prima del caffè il Vidalin, poi muore. Mentre gli altri detenuti pensano al flacone, lo fanno sparire, poi diranno di aver compiuto loro un'indagine... le indagini ufficiali si indirizzano sul caffè e colpevolizzano il padre. Le indagini sul medicinale avrebbero condotto, invece, a vari personaggi rinchiusi in carcere".
È un aspetto che coglie subito Pietro Scaglione, il magistrato che conduce l'inchiesta e che nel '71 fu ucciso dai corleonesi, è lo stesso sostituto procuratore che alcune settimane prima era andato all'Ucciardone perchè Pisciotta aveva chiesto di parlare con un magistrato per rivelazioni importanti. Ma quando vide che Scaglione era con un cancelliere, si irrigidì. Non voleva testimoni. Non potè richiamarlo più: il veleno arrivò prima da quella che Casarrubea chiama una "pista istituzionale".

8 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA: ARRESTATO BORZACCHELLI
"La Padania"
Mafia, arrestato consigliere Udc
E' finito in manette il deputato regionale siciliano Antonio Borzacchelli PALERMO - Il deputato regionale Antonio Borzacchelli (Udc), ex maresciallo dei carabinieri, è stato arrestato nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
I carabinieri del Nucleo operativo gli hanno notificato ieri l'ordinanza del gip Giacomo Montalbano nella sua abitazione di Bagheria, alle porte di Palermo. Borzacchelli è coinvolto nell'indagine che lo scorso novembre ha portato in carcere i marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, l'imprenditore della sanità privata Michele Aiello e il radiologo Aldo Carcione.
L'esponente politico è sospettato di essere una delle talpe che avrebbe provocato fughe di notizie su due inchieste parallele: quella su mafia e politica (chiamata "Ghiaccio 2") in cui è indagato anche il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro (il quale ieri ha ricevuto un nuovo avviso di garanzia, accusato ancora di concorso esterno in associazione mafiosa, ed è stato invitato dai magistrati della Procura di Palermo a "comparire" davanti agli inquirenti), e quella sulle talpe alla Dda. A Borzacchelli è stata contestata anche la concussione. È tra l'altro accusato (vi sono oltre dieci capi di imputazione) di avere incassato elevate somme di denaro dall'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, detenuto per associazione mafiosa, in cambio di informazioni riservate su indagini che lo riguardavano. I magistrati hanno esaminato la posizione del politico dal 1992 al novembre dello scorso anno, ed è stato scoperto che sui conti correnti di Borzacchelli sarebbero state versate somme di denaro in contanti da parte del contabile dell'impresa di Aiello. Ma vi è anche la vicenda della cessione di una villa da parte dell'imprenditore, che i carabinieri del nucleo operativo hanno ricostruito, esaminando i vari passaggi economici.
Dalle intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni di alcuni indagati, emerge che Borzacchelli per ottenere il pagamento di somme di denaro da parte di Aiello, lo avrebbe continuamente minacciato di avviare, quando era ancora in servizio come maresciallo, indagini giudiziarie "per rovinarlo".
Una volta eletto nel giugno 2001 all'Assemblea regionale siciliana, avrebbe sfruttato la sua carica politica per fargli ottenere autorizzazioni sanitarie, sempre dietro pagamento di "tangenti", e di fargliele revocare nel caso in cui l' imprenditore non avesse più pagato.
Da carabiniere, Borzacchelli aveva messo piede all'Assemblea regionale siciliana per la perquisizione, durante il periodo di Tangentopoli, di una di quelle stanze che qualche anno dopo lo avrebbero ospitato da deputato. Quella fu la prima volta a palazzo dei Normanni per l'ex maresciallo 43enne, che nel 2001 trovò un posto tra i novanta di sala d'Ercole. Originario di Giugliano In Campania, alle prime consultazioni che elessero direttamente il presidente della Regione, l'ex sottufficiale stava dalla parte del vincitore, il governatore Salvatore Cuffaro; dall'altra, come candidato a presidente per il centrosinistra, c'era Leoluca Orlando, sul quale Borzacchelli aveva indagato quando lavorava a fianco del pm Lorenzo Matassa all'inchiesta sugli appalti del teatro Massimo, conclusa con l'assoluzione dell'ex sindaco. Forte del suo elettorato, per candidarsi il maresciallo scelse la lista del Biancofiore, formazione guidata da un ex socialista, che non ce la fece a essere eletto.
Il capolista fu stracciato dall'emergente Borzacchelli, che ottenne oltre 4.500 voti. All'Assemblea regionale entrò nel gruppo parlamentare dell'Udc. Di poche parole, parsimonioso nell'attività parlamentare, l'ex maresciallo ha l'aria di chi conosce uomini e cose. "La verità è che uno i nemici deve cercarseli a casa propria", ha detto lo scorso autunno in un'intervista al Corriere della Sera, commentando l'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
Secondo Borzacchelli anche la precedente indagine ("Ghiaccio 2") che vede indagato Cuffaro per concorso in associazione mafiosa, sarebbe nata da uno scontro interno alla Casa delle libertà: "Non vorrei che dai guai giudiziari uscisse dell'Utri - aveva affermato - per entrare Cuffaro". Per il suo amico e condomino Michele Aiello, Borzacchelli ha sempre mostrato grande affetto: ha solidarizzato con lui quando la Regione ritardava i pagamenti alle strutture convenzionate di proprietà dell'ingegnere di Bagheria, definito "un uomo che si è costruito da solo lavorando 24 ore al giorno". L'ultima sua apparizione pubblica risale a domenica scorsa, durante la direzione regionale dell'Udc, che si è tenuta in un albergo di Caltanissetta con i vertici del partito. Sollecitato in quell'occasione dai cronisti a parlare delle indagini sulle talpe in procura, aveva detto che avrebbe spiegato tutto al momento opportuno, quando il clima si sarebbe rasserenato. Non ha fatto in tempo.

"Il Corriere della sera"
PALERMO - La storia infinita delle talpe in Procura scrive un nuovo capitolo doloroso per le istituzioni siciliane che vedono finire in manette per concussione un altro dei suoi rappresentanti. Dopo il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro e il collega del Ros Giorgio Riolo (rinchiusi nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere), è toccato ad Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri che ha indagato a lungo su tangenti e pubblica amministrazione prima di entrare in politica nell'Udc (eletto nelle regionali del 2001), sotto l'ala del governatore Totò Cuffaro. Lo hanno arrestato all'alba di ieri i suoi colleghi, gli stessi con i quali Borzacchelli ha condiviso il periodo più intenso della sua carriera di investigatore. Momenti di imbarazzo, nella villa di Bagheria, quando l'ex maresciallo si è visto sventolare sotto gli occhi l'ordine di cattura, chiesto dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti Nino Di Matteo, Michele Prestipino e Maurizio De Lucia e firmato dal gip Giacomo Montalbano.
Un'inchiesta choc, quella sulle talpe del palazzo di giustizia, che dà uno scossone agli ambienti della politica e della sanità anche per il secondo avviso di garanzia a Cuffaro, già indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e adesso sotto tiro per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio. Fatti che si aggiungono ai faldoni di un'inchiesta che inchioda oggi il deputato "amico" di Michele Aiello, il re della sanità siciliana, presunto prestanome del boss dei boss Bernardo Provenzano, arrestato a novembre per associazione mafiosa. Un imprenditore "quasi pentito", pronto a rivoltarsi contro l'ex ufficiale, che gli avrebbe estorto denaro e beni, compresa la villa formalmente acquistata ma in realtà - scrivono i magistrati - avuta in regalo da Aiello, "costretto dalle minacce a pagare le rate del mutuo".
Numerosi i capi di imputazione che riempiono cinque pagine, episodi che partono dal 1992 e scivolano per tutto il 2003. Undici anni di estorsioni e di ricatti subiti da Aiello, che dopo le manette confessa: "Mi teneva sotto dominio psicofisico, lui mi ha distrutto".
Borzacchelli diventa poi il consigliere più fidato dell'imprenditore, lo segue passo passo nel progetto di apertura del centro "Santa Teresa", centro diagnostico di altissima qualificazione. Poi cominciano le richieste di denaro. "Posso rovinarti...", avrebbe detto Borzacchelli. E Aiello paga, confermano i carabinieri che hanno ricostruito tutti i passaggi di denaro. L'ultimo versamento risale a ottobre: diecimila euro. Ma anche in precedenza c'erano stati esborsi consistenti, fatti tramite il ragioniere Antonino D'Amico, uno dei dipendenti di Aiello. E poi altri episodi: la ristrutturazione della villa compiuta da una delle imprese edili di Aiello. Lavori per cento milioni. Mai pagati. E ancora: l'affitto (senza corrispettivo) di una villa a Trabia per il cognato.
Enzo Mignosi

IL RITRATTO
La parabola dell'ex segugio della Procura diventato intimo dei potenti su cui indagava
I contatti con l'imprenditore della sanità Michele Aiello e i favori che otteneva, anche senza chiederli, dai superinquisiti
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - A metà degli anni Novanta era il terrore di tanti politici perché considerato il segugio dell'antimafia nella pubblica amministrazione. Ma anche allora il maresciallo Antonio Borzacchelli, con quel suo fare un po' gigionesco, sempre spavaldo e amicone, otteneva qualche favore personale perfino dai superinquisiti. Magari senza chiederlo. Come era accaduto con l'assunzione della moglie al gruppo parlamentare della vecchia Dc, proprio all'Assemblea siciliana dove si ritrovava spesso in divisa da carabiniere, inseguendo tangenti e malaffari.
Pioniere di un veniale conflitto di interessi, tra i soffici saloni di Palazzo dei Normanni ha cristallizzato col tempo le sue amicizie eccellenti. Soprattutto con la svolta del 2001. Con l'elezione a deputato, sponsorizzata dal líder máximo dell'Udc sicula, Totò Cuffaro, il presidente della Regione adesso preoccupato perché sa quanto si incrocino le due inchieste in corso su mafia, politica e talpe. Un magma giudiziario sfociato in arresti e incriminazioni che fanno traballare il governo, rendono incerto il quadro politico e forse portano a una sua candidatura alle Europee, passaggio obbligato per una immunità non prevista all'interno del più antico parlamento del mondo, appunto quello siciliano. Antico, ma più d'altri soggetto alle insidie di una questione morale che il maresciallo-onorevole Borzacchelli ha potuto misurare da inquisitore e da inquisito.
Per mettere a fuoco il personaggio bisogna risalire ai tempi di Salvatore Sciangula, potente assessore andreottiano morto d'infarto nel '95, gran collettore delle tangenti pilotate soprattutto all'ombra dei costruttori agrigentini e del loro capofila, Filippo Salamone. Fu soprattutto il contatto con Sciangula a far scoprire al maresciallo le perversioni e le tentazioni della politica. Pronto a combatterle e lasciarsene ammaliare. Lottando per il Bene e assaporando le spezie del Male. A faccia a faccia con uomini politici prima disprezzati, poi risultati mediocri, infine quasi invidiati, come gli accadde lavorando a fianco del giudice Giorgianni a Messina. Impegnato notte e giorno in inchieste afflosciatesi via via, con l'Antimafia ufficiale poi scagliatasi contro il magistrato frattanto volato in Parlamento.
Altre delusioni a Palermo, operando accanto a un pm come Lorenzo Matassa, inflessibile, pronto nell'era Caselli a scavare sull'amministrazione di Leoluca Orlando e sulle cooperative rosse. Tutto arenatosi via via. Con Matassa dubbioso, insoddisfatto, ma capace di sublimare difficoltà e delusioni nella letteratura, scrivendo romanzi che non ruotano sul cliché del commissario Montalbano, ma su investigatori disincantati, sconfitti, convinti infine che la giustizia sia solo uno scontro fra poteri.
Ecco, forse, il vero identikit di Borzacchelli che da carabiniere, appena morto Sciangula, si presenta al figlio Alfonso, allora ventenne, deciso a puntare il dito contro tanti amici del padre perché convinto dell'esistenza in Sicilia di un "tesoro" della Democrazia cristiana sottratto e occultato dopo l'infarto. Un sospetto rilanciato proprio ieri al Corriere : "Ero "un tranquillo figlio di famiglia" come mi definirono Salamone e altri. Ma grazie a loro ho cominciato a leggere 300 pagine al giorno di atti giudiziari. E capisco perché all'orazione funebre esaltarono uno "Sciangula morto povero". Per cancellare a parole le tracce del "tesoro" del quale aveva parlato mio padre, spiegando che quanto otteneva lo metteva a disposizione del partito. Come, penso, abbia detto da carcerato a Borzacchelli. E chi si materializza per soffocare i miei dubbi, i miei sospetti? Lui. Mi mandarono Borzacchelli. E io andai via dalla Sicilia".
Non torna più nell'isola il figlio di Sciangula che adesso evoca l'episodio con un solo scopo: "E' il momento di cercare quella verità. O la trova la Procura di Palermo o non la conoscerò mai più". Un colpo di clava inatteso per Borzacchelli. Non solo per il maresciallo dalla battuta ad effetto. Come l'ultima riferita alle talpe: "Non vorrei che in quest'inferno uscisse Dell'Utri ed entrasse Cuffaro". Ombroso e spaventato, cosciente d'essersi immerso nelle sabbie mobili, stando allo sfogo di novembre: "La verità è che uno i nemici deve cercarseli a casa propria". Un modo per aprire squarci illuminanti su una "guerra" fra Udc e Forza Italia per i finanziamenti ai centri (privati) anticancro.
E lui se ne intende perché la sua fortuna la radica attorno a Michele Aiello, il potente con radici a Bagheria, il paese famoso per i quadri di Guttuso, le poesie di Buttitta, i film di Tornatore, i libri della Maraini. Ma i tempi cambiano e sulle ville del '700 campeggia l'ombra obliqua del Centro diagnostico di questo costruttore in rapporti con qualche boss mafioso, forse pure Provenzano, amico di altri potenti, a cominciare da Cuffaro. Tutte frequentazioni che lo portano a cancellare il disprezzo per il malaffare con una sorta di mutazione genetica sfociata infine nel ruolo di grande talpa.
Felice Cavallaro

9 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA: INDAGATO SOTTUFFICIALE CARABINIERI
"La Sicilia"
Indagato un altro sottufficiale dei carabinieri: calogero di carlo accusato di concussione
Una clinica, un superlatitante e le talpe
Una clinica privata di alta specializzazione in cure oncologiche, dove sarebbe stato ricoverato anche il superlatitante Bernardo Provenzano; il proprietario della struttura accusato di avere messo in piedi una "intelligence" in grado di conoscere gli sviluppi di delicate indagini antimafie; ma sopratutto un gruppo di investigatori di prim'ordine sospettati di avere tradito, passando informazioni riservate al "nemico". C'è tutto questo dentro l'inchiesta che lo scorso novembre portò all'arresto dell'imprenditore Michele Aiello, 50 anni, titolare della clinica Santa Teresa di Bagheria, e di due marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. Un'indagine che lambisce anche il presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro, che secondo quanto scrive il Gip avrebbe avuto "rapporti documentati" con Aiello. E a sostegno di questa tesi il giudice cita anche una pregressa "cointeressenza societaria" tra lo stesso imprenditore e la moglie di Cuffaro. Una circostanza smentita dal governatore ("a meno che mia moglie non abbia una doppia vita") che affermò "di non essere disposto a farsi processare in piazza".
In manette marescialli del Ros e della Dia
E' stata un'indagine dolorosa quella che ha portato i magistrati della Dda a guardare questa volta dentro i loro uffici per individuare la "talpa" che avrebbe rivelato ad indagati di mafia notizie riservate. I pm l'hanno trovata in due marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, arrestati con l'accusa di concorso in associazione mafiosa. Con loro sono indagati anche un dirigente della polizia di Stato, Giacomo Venezia; un ispettore, Carmelo Marranca e un agente di polizia municipale, Antonella Buttitta. Secondo i magistrati, Ciuro e Riolo avrebbero favorito Michele Aiello, informandolo passo passo dell'inchiesta nei suoi confronti.
Gli ultimi sviluppi con l'arresto di Borzacchelli
L'altro ieri viene arrestato il maresciallo dell'Arma, attualmente deputato regionale Udc, Antonio Borzacchelli, con l'accusa di concussione. Nell'ambito della stessa inchiesta, il governatore Cuffaro viene raggiunto da un secondo avviso di garanzia per favoreggiamento e rivelazione di segreto d' ufficio.

"La Sicilia"
Cuffaro: "Non ho commesso illeciti"
Il governatore.
"Voglio sperare che un avviso di garanzia non venga trasformato subito in condanna". Oggi sarà sentito dai pm

lillo miceli
Palermo. Nel pomeriggio si è recato all'aeroporto "Facone-Borsellino" ad attendere l'arrivo, da Roma, dell'avvocato Grazia Volo che con Nino Caleca e Claudio Gallina Montana costituiscono il suo collegio di difesa. Ma per l'intera mattina, il presidente della Regione, Totò Cuffaro, si è concesso di buon grado ai giornalisti che gli chiedevano le sue impressioni sull'avviso di garanzia relativo a presunte rivelazioni di segreto d'ufficio e favoreggiamento, emesso dalla procura della Repubblica di Palermo che lo ha convocato per questa mattina alle dieci a Palazzo di giustizia. Un incontro che lo stesso Cuffaro aveva sollecitato nelle scorse settimane in seguito allo stillicidio di indiscrezioni sull'inchiesta giudiziaria in cui è coinvolto.
Dopo l'interrogatorio dello scorso 1 luglio, Cuffaro si troverà ancora una volta di fronte ai magistrati che si occupano di una delle più inquietanti inchieste antimafia. "Già nei mesi scorsi - ha sottolineato il presidente della Regione - in seguito alle varie indiscrezioni di stampa, avevo manifestato la mia disponibilità ad essere risentito dai magistrati, ora che hanno ritenuto giusto convocarmi sono ben disponibile, nel doveroso rispetto per la verità e per il lavoro della magistratura, a portare il mio contributo alla conduzione dell'indagine". Il governatore, confermando la sua linea moderata, ha ribadito di avere la massima fiducia negli inquirenti.
Con i suoi avvocati, Cuffaro ieri sera ha esaminato a fondo la situazione per prepararsi al confronto con chi indaga. "Sentirò le contestazioni - ha aggiunto - secondo cui avrei informato Aiello di indagini nei suoi confronti. Io, che ho appreso la notizia del mio avviso di garanzia dai giornali, poi avrei avuto informatori di prima mano a Roma. Mi pare che qualcosa non quadri".
Nelle ultime ore, il tam tam della politica ha annunciato la quasi certa candidatura del presidente della Regione alle prossime elezioni europee: "Ho preso un impegno con i siciliani e governerò fino al 2006, in base al mandato che gli elettori mi hanno affidato. Non mi candiderò alle prossime elezioni europee. Se qualcuno pensa che intendo candidarmi per trovare una via di fuga, grazie all'immunità parlamentare, si sbaglia di grosso. Io non ho nulla da cui fuggire, perché so di non aver commesso alcun atto illecito".
L'opposizione, ieri, è tornata a sollecitare le dimissioni del presidente della Regione, chiedendo di tornare a votare il più presto possibile. A chiedergli di farsi da parte pure il segretario regionale della Margherita, Totò Cardinale, cresciuto con Cuffaro alla scuola politica di Lillo Mannino. "Le opposizioni chiedono le mie dimissioni, ma io sono stato eletto direttamente dai siciliani: loro sono stati sconfitti. La cosa che mi stranizza di più - osserva il presidente della Regione - è che le opposizioni siano tutte concordi. Fino a quando lo fa Di Pietro, questo fa parte della sua cultura giustizialista; che lo dica Cracolici, lo posso anche capire, anche se non lo condivido. Ma quando a chiedere le mie dimissioni è Salvatore Cardinale con il quale ho condiviso certamente un pezzo di storia politica e culturale, la cosa mi turba. La degenerazione della politica è ai massimi livelli. Un avviso di garanzia, come tutti sanno, è a tutela dell'indagato. Voglio sperare che non venga trasformato subito in condanna".
Il presidente della Regione, riferendosi all'arresto di Antonio Borzacchelli, ha detto di essere "convinto che nei prossimi giorni riuscirà a spiegare la propria posizione". E sull'imprenditore bagherese Michele Aiello attorno a cui ruota la complessa indagine: "Ho sempre detto di conoscerlo, di averlo frequentato e incontrato perché era il più grosso imprenditore della sanità siciliana, ma non vedo cosa ci sia di male".
Il confronto tra Cuffaro ed i procuratori di Palermo, sarà piuttosto articolato. Infatti, l'inchiesta sulle talpe del Palazzo di giustizia che informavano Michele Aiello, si intreccia con quella delle talpe che hanno consentito di svelare la presenza di "cimici" nel salotto dell'abitazione di Giuseppe Guattadauro, ex chirurgo oncologo, boss di Brancaccio. Salotto frequentato da altri due medici: l'ex assessore comunale di Palermo, vicino a Cuffaro, e Salvatore Aragona, anch'egli chirurgo, che avrebbe rivelato a Guattadauro la presenza delle "cimici" a Guttadauro e di averlo saputo da "Totò". Aragona, sospeso dall'Ordine dei medici per avere operato in ospedale Enzo Brusca, mentre era latitante, nel corso degli interrogatori cui è stato sottoposto, ha pure dichiarato di avere proposto ad imprenditori del Nord di potere venire ad investire in Sicilia, poiché la sua conoscenza con Cuffaro li avrebbe agevolati. Il presidente della Regione sono mesi che chiede che di dimostrino che abbia fatto un solo affare con Aragona, non solo illecito, ma anche lecito.

9 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA; SENTITO CUFFARO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; LA GIORNATA PIU' LUNGA DI CUFFARO/ ANSA
E' cominciata poco dopo le dieci la lunga giornata del presidente della Regione Salvatore Cuffaro, interrogato per sei ore dai magistrati della dda di Palermo che indagano sulle talpe in Procura.
"Rispondero' alle domande dei giudici perche' ho rispetto per il lavoro che stanno facendo", ha dichiarato il presidente ai cronisti prima di presentarsi ai pm che, sabato, gli avevano notificato un avviso di garanzia per favoreggiamento e violazione del segreto istruttorio.
Ad accompagnare il Governatore i suoi legali, Nino Caleca, Grazia Volo e Claudio Gallina Montana, gli stessi che lo difendono nell' altra inchiesta in cui e' coinvolto: quella su mafia e politica per cui a giugno scorso gli era stato notificato il primo avviso a comparire per concorso in associazione mafiosa e corruzione.
Riserbo assoluto sul contenuto dell' interrogatorio, reso, nell'ala distaccata del Palazzo di Giustizia di Palermo, alla presenza del procuratore della Repubblica Piero Grasso, dell' aggiunto Giuseppe Pignatone e dei pm Nino Di Matteo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino.
"Chiariro' anche la telefonata tra Aiello e Rotondo, nel corso della quale si affermerebbe che avrei riferito notizie riservate sulle indagini a carico dello stesso Aiello", aveva detto ai cronisti il presidente prima di sedersi davanti ai magistrati.
Il riferimento era all' intercettazione di una conversazione telefonica nella quale l' imprenditore della sanita' privata, Michele Aiello, in carcere dal 5 novembre, indicava Cuffaro come la fonte delle informazioni su procedimenti a suo carico, aggiungendo che il governatore aveva appreso le notizie durante un suo viaggio a Roma.
"Sono andato a guardare nelle mie agende - ha detto Cuffaro - e ho trovato il biglietto aereo dal quale risulta che in quella data non ero a Roma, come lascerebbero intendere i due interlocutori, ma ero a Torino da dove sono poi tornato in Sicilia con un volo diretto".
Un argomento fondamentale, per i pm che contestano a Cuffaro proprio la violazione del segreto istruttorio, su cui il presidente non e' voluto tornare al termine del colloquio con i magistrati.
"Ho chiarito tutto, ho risposto a tutte le domande che mi hanno fatto", ha detto, uscendo, ai giornalisti, prima di essere bruscamente invitato dall' avvocato Volo a non rispondere piu' alle domande.
"Presidente, basta. Non dobbiamo dare spiegazioni a loro. L' interrogatorio l' abbiamo gia' fatto. Aria..." ha aggiunto il legale rivolgendosi ai cronisti. Ma il Governatore ha ribadito: "Ho risposto a tutte le domande perche' sono convinto che il cittadino debba contribuire a fare chiarezza".
L' interrogatorio di Cuffaro non ha chiuso la giornata dei pm palermitani. Davanti ai magistrati e' infatti comparso Roberto Rotondo, collaboratore di Aiello. Gli contestano il concorso in associazione mafiosa e la truffa: da amministratore del centro diagnostico dell' imprenditore bagherese, avrebbe chiesto ed ottenuto dall' Asl 6 rimborsi per crediti gia' riscossi.
Un interrogatorio di due ore il suo, in cui si sarebbe affrontato, in particolare, l' episodio del presunto viaggio romano di Cuffaro. Su questa stessa circostanza, in serata, sono stati sentiti, come persone informate sui fatti, anche due componenti della segreteria del Governatore: Vito Raso e Giovanni Antinori.
L' istruttoria dell' inchiesta sulle talpe in Procura continuera' mercoledi', quando il gip interroghera' nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il deputato regionale dell' Udc Antonio Borzacchelli, arrestato sabato per concussione.

10 febbraio 2004 - ANTIMAFIA: CENTRO SINISTRA ABBANDONA LAVORI COMMISSIONE
ANSA:
ANTIMAFIA: CENTRO SINISTRA ABBANDONA LAVORI COMMISSIONE
CONTESTATO RUOLO TAORMINA; DECISIONE DURANTE MISSIONE A CASERTA
I rappresentanti del centro sinistra all'interno della commissione parlamentare Antimafia hanno denunciano oggi "uno stato di crisi e di sofferenza della stessa istituzione parlamentare e di conseguenza, pur lasciando una loro rappresentanza per il prosieguo della missione casertana, hanno deciso di abbandonare i lavori della Commissione e si apprestano a rappresentare ai presidenti delle Camere la suddetta condizione di sofferenza". Lo hanno dichiarato ai giornalisti, nel corso della seconda giornata di audizioni nella prefettura di Caserta, i rappresentanti del centro sinistra Enzo Ceremigna, dello Sdi, Giannicola Sinisi, della Margherita, Nicki Vendola, capogruppo di Rifondazione Comunista, Alessandro De Franciscis, Udeur-Ap, Giuseppe Lumia e Lorenzo Diana dei Ds.
In particolare denunciano che "nel corso delle audizioni e' stato consentito ad un parlamentare, l'onorevole Carlo Taormina, di Forza Italia, di porre domande ai magistrati relative a soggetti che risultano essere suoi clienti; da parte di settori del centro destra, poi, si sono incardinati comportamenti al limite dell'intimidazione nei confronti di magistrati particolarmente esposti nella lotta alla mafia".
Secondo i parlamentari del centro sinistra complessivamente si tende a trasformare la commissione Antimafia in "un poligono di tiro mirato non sulle attivita' mafiose, ma incredibilmente sugli operatori di legalita"". "La commissione - e' stato sostenuto nel corso dell'incontro con i giornalisti - deve essere invece un punto di raccordo decisivo tra Stato e societa' civile ed una protezione per tutti i presidi di legalita', a cominciare dalla Procura della Repubblica e dalle Forze dell'Ordine".
"Siamo - hanno continuato - in un territorio in cui il potere dei clan si configura con uno straordinario sistema economico ed imprenditoriale dotato di una temibile potenza di fuoco. Si puo', nel casertano, verificare una inadeguatezza dello Stato nella sua opera di contrasto. Basta dire della insufficienza di organici nella magistratura e nelle forze dell'ordine e l'assoluta difficolta' di contrastare i patrimoni e la ricchezza della camorra. Il clan camorristico dei Casalesi che opera non soltanto nel casertano e nel Basso Lazio, ma che ha anche diramazioni in altre citta' d'Italia e paesi stranieri sono una delle mafie piu' capaci di espandersi e rappresentano una ipoteca terribile per la democrazia per questo territorio".
"Sono pochi - hanno detto i parlamentari di centro sinistra - gli uomini impegnati nella ricerca di latitanti e i boss incarcerati nonostante il regime detentivo continuano ad impartire ordini ai loro eserciti. Qualcuno dovrebbe capire che questi sono i nemici e non certo quelli della Dda o di altri corpi specialistici di polizia".

10 febbraio 2004 - MAFIA: SERVIZI; CONFLITTO TRA PROVENZANO E BOSS DETENUTI
ANSA:
MAFIA: SERVIZI; CONFLITTO TRA PROVENZANO E BOSS DETENUTI
COSA NOSTRA SI FA IMPRENDITRICE PER INIZIATIVE ECONOMICHE AREA
E' guerra tra il blocco di Cosa nostra che fa capo al boss Bernardo Provenzano, "impegnato a mantenere un basso profilo in un'ottica di ricompattamento interno e di prioritario perseguimento di finalita' lucrative e lo schieramento riferibile ad alcuni esponenti mafiosi detenuti, interessati a trovare soluzioni alla questione del regime carcerario speciale, per evitare la graduale emarginazione". A rilevarlo e' la relazione dei Servizi di informazione al Parlamento che sottolinea come "entrambe le posizioni sono state sostenute da famiglie in forte concorrenza nell' Agrigentino, nel Nisseno e nel Catanese".
Inoltre nel messinese , sottolinea l'intelligence, "le organizzazioni mafiose stanno evolvendo in chiave imprenditoriale, allo scopo di sfruttare le prossime iniziative economiche previste nell'area". Inoltre e' "di rilievo il ruolo di alcuni ricercati a Palermo e a Trapani che appaiono aver acquisito un'autonomia tale da poter rappresentare una valida alternativa a Provenzano".

10 febbraio 2004 - MAFIA: ARRESTATO NEL TRAPANESE BOSS MARIANO ASARO
ANSA:
MAFIA: ARRESTATO NEL TRAPANESE BOSS MARIANO ASARO
DEVE SCONTARE 3 ANNI PER PORTO ABUSIVO D'ARMI
La polizia ha arrestato a Castellammare del Golfo il boss mafioso Mariano Asaro, considerato esponente di spicco delle cosche locali.
Asaro, scarcerato pochi mesi fa per ragioni di salute, e' ritornato in carcere per scontare una pena detentiva definitiva di tre anni e quattro mesi di reclusione per porto illegale, continuato ed aggravato, in concorso, di armi da fuoco.
Mariano Asaro dopo una lunga latitanza era stato arrestato dai carabinieri il 18 aprile 1997, nelle campagne di Calatafimi, assieme al boss di Castellammare Michele Mercadante.
Recentemente, il Tribunale di Sorveglianza de L' Aquila, accogliendo un ricorso dei difensori, non ha ritenuto compatibili le sue condizioni di salute con la vita carceraria.

10 febbraio 2004 - ARRESTO RIINA;ASSOLTI GIORNALISTI AUTORI LIBRO SU COVO
ANSA:
MAFIA: ARRESTO RIINA;ASSOLTI GIORNALISTI AUTORI LIBRO SU COVO
QUERELATI DA UFFICIALI DELL' ARMA, TRA CUI IL CAPITANO 'ULTIMO'
Secondo il giudice monocratico del tribunale di Milano, Gaetano Brusa, i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato hanno esercitato il diritto di cronaca nel libro "C'era una volta la lotta alla mafia", e per questo motivo oggi li ha assolti dall' accusa di diffamazione.
I due cronisti erano stati querelati dal generale dei carabinieri Mario Mori, adesso direttore del Sisde, e dai maggiori Giuseppe De Donno e Sergio De Caprio, quest' ultimo e' l' ufficiale che arresto' Toto' Riina.
Nella querela veniva contestato l' intero impianto del libro, che riguardava i lati oscuri dell' arresto del capomafia avvenuto il 15 gennaio 1993. Lo scorso novembre Mori e De Donno hanno rimesso la querela dopo un chiarimento con gli autori, mentre De Caprio, il capitano soprannominato "Ultimo", e' andato avanti.
In "C'era una volta la lotta alla mafia", Bolzoni e Lodato si interrogano sulla mancata perquisizione del covo di via Bernini, subito dopo l' arresto del boss di Corleone, e sullo smantellamento dell' apparato di controllo a distanza che il Ros aveva collocato nella zona. Il covo di Riina venne perquisito 20 giorni dopo il suo arresto e gli investigatori lo trovarono completamente vuoto. I boss e i gregari delle cosche corleonesi avevano portato via ogni cosa ritinteggiando persino le pareti.
Su questa vicenda la procura di Palermo ha avviato una inchiesta, che si e' in una prima fase conclusa con la richiesta di archiviazione, respinta pero' dal Gip, il quale ha chiesto nuovi approfondimenti su alcuni punti dell' indagine. Sono stati dunque interrogati molti investigatori che parteciparono all' arresto di Riina e adesso i pm stanno valutando le conclusioni.
Il processo si e' svolto a Milano in quanto il libro e' stato pubblicato da Garzanti, che ha sede nel capoluogo lombardo.

10 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA; PM CERCANO IN UFFICIO AUTORI FUGHE NOTIZIE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM CERCANO IN UFFICIO AUTORI FUGHE NOTIZIE
I magistrati palermitani che conducono l' inchiesta sulle talpe in Dda sospettavano gia' in estate che dentro la Procura vi fosse qualcuno che passava informazioni all' esterno su indagini in corso. I pm cercano di scoprirlo interrogando il medico Salvatore Aragona, arrestato a giugno nell' ambito dell' inchiesta mafia e politica.
Il sospetto dei magistrati emerge da una conversazione avvenuta nella sala colloquio del carcere di Pagliarelli tra Aragona e la moglie, registrata dai carabinieri il 4 agosto scorso e depositata agli atti dell' indagine.
Il medico, che dal momento dell' arresto ha iniziato a collaborare con la Procura, si dice perplesso su quanto gli e' stato chiesto dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia, e ne parla con la moglie: "Quando mi hanno interrogato - racconta Aragona - Grasso mi dice ora lei mi deve dire chi e' la talpa dentro la Procura perche' nel mio ufficio io voglio sapere chi e' perche' se questa cosa e' uscita da noi...".
In quel periodo si era aperta la caccia alla talpa che aveva avvisato i boss mafiosi dell' esistenza di microspie nel salotto di casa del capomafia Giuseppe Guttadauro.
Il medico, che sostiene di non essere un collaboratore di giustizia e di non aver mai chiesto di diventarlo, sulla domanda del procuratore ha una personale opinione: "Io ho capito il giochetto che hanno fatto i signori - spiega - cioe' i signori cosa hanno fatto: ci infiliamo la procura cosi' distogliamo l' attenzione da noi...".

MAFIA: TALPE DDA; PM, PERCHE' AIELLO NON CHIESE AIUTO A BOSS
I RAPPORTI CON BORZACCHELLI TRA CONCUSSIONE E COSA NOSTRA
La "sommersione" di Cosa nostra e la strategia del silenzio scelta dai boss avrebbe portato l' imprenditore Michele Aiello, in carcere dal 5 novembre, a non chiedere l' intervento delle cosche per bloccare le richieste di denaro che gli venivano fatte dal maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, oggi deputato regionale dell' Udc, arrestato sabato per concussione.
E' questa la spiegazione fornita dai Pm che conducono l' inchiesta sulle talpe alla Dda, in cui e' coinvolto anche il governatore Salvatore Cuffaro.
Agli atti dell'inchiesta i magistrati affrontano la questione dai risvolti sociologico-giudiziari, in un capitolo intitolato "Compatibilita' tra il ruolo di concusso e la condizione di mafioso". Riferendosi ad Aiello, i Pm osservano come "Cosa nostra, durissima con i soggetti deboli, ha privilegiato la mediazione e l' accordo con altri soggetti forti, che ad essa non si contrappongono con intransigenza, ma anzi ne cercano il consenso".
L' analisi riguarda la posizione dell' imprenditore e quella dell' ex maresciallo dei carabinieri poi divenuto deputato regionale. Aiello viene disegnato come l' uomo che gestisce i beni miliardari della mafia, in particolare del latitante Bernardo Provenzano, e Borzacchelli come un servitore dello Stato infedele che dietro la divisa da carabinieri avrebbe imposto all' imprenditore di versare somme di denaro (dal 1993 all'ottobre 2003 oltre un miliardo e mezzo di vecchie lire) per evitargli guai giudiziari. E nel momento in cui il sottufficiale diventa deputato regionale, sempre dietro pagamento di tangenti, avrebbe fatto ottenere autorizzazioni sanitarie ad Aiello per il suo centro diagnostico di Bagheria.
L' imprenditore ultramiliardario, nonostante avesse alle spalle, come sostengono gli inquirenti, i boss si sarebbe piegato alle richieste del deputato regionale. Ma perche'? "Se in linea generale - sostengono i pm - non sempre Cosa nostra nei suoi rapporti con altri soggetti forti utilizza il proprio profilo violento, ancora di piu' la vicenda in argomento trova plausibile spiegazione nell' attuale momento dell' organizzazione che ha scelto, come e' ormai evidente anche in sede processuale, una strategia di sommersione, che la porta alla rinuncia a gesti eclatanti, quali senz' altro sarebbero stati quelli di aggressione ad un parlamentare regionale, per giunta gia' esponente di rilievo dei carabinieri".
"In questo quadro - concludono i magistrati - appare assolutamente comprensibile come i soggetti mafiosi vicini a Michele Aiello abbiano scelto di non interferire in maniera violenta in un rapporto tra Aiello e Borzacchelli che comunque aveva fruttato nel suo momento iniziale indubbi vantaggi all' imprenditore ed al patrimonio che gestisce".

10 febbraio 2004 - "BORGHESIA MAFIOSA", L'ULTIMA METAMORFOSI DELLA PIOVRA
"Il Corriere della sera"
L'ANALISI
"Borghesia mafiosa", l'ultima metamorfosi della Piovra
Grasso: una crescente area grigia agisce in contiguità con i boss
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Nell'ultima inchiesta di mafia compaiono pochi di quei mafiosi che siamo abituati a vedere dietro le sbarre delle aule bunker. Perché campeggiano soprattutto camici bianchi, divise e colletti bianchi. E' come se medici e marescialli, burocrati, imprenditori e uomini politici di primo piano avessero quasi confinato a ruoli marginali i boss. Effetto ottico distorto di una mafia che, secondo i magistrati, sarebbe così più infiltrata di prima nelle corsie d'ospedale, nei santuari del potere e perfino dentro il Palazzo di giustizia. Trasformando addirittura in microspie viventi i più stretti collaboratori di magistrati impegnati da anni sul fronte antimafia.
E' questo il complesso scenario dell'estenuante interrogatorio al quale è stato sottoposto ieri il "governatore" della Sicilia in quella palazzina di via dell'Altare, a due passi da piazza della Memoria, cuore di una avveniristica struttura giudiziaria realizzata alle spalle del vecchio Tribunale con un appalto truccato e condanne emesse pure per Totò Riina. Paradossi di una terra dove il primo maxiprocesso cominciò nell'aula bunker dell'Ucciardone 18 anni fa, proprio il 10 febbraio, con le celle di quell'"astronave giudiziaria" zeppe di assassini e boss incalliti.
Adesso per chi tenta un confronto col passato, mentre si contesta a Cuffaro di avere avuto rapporti con le "talpe" di questa insidiosa svolta di Cosa Nostra, sembra di assistere ad una mutazione genetica del fenomeno. Appunto perché le due inchieste aperte negli ultimi mesi hanno come protagonisti un ex chirurgo del Policlinico, Giuseppe Guttadauro, frattanto divenuto capomafia di Brancaccio, il suo allievo ancora in carcere, Mimmo Miceli, pupillo di Cuffaro, ex assessore a Palermo e medico del Civico, lo stesso ospedale di Salvatore Aragona, altro chirurgo già inquisito per un favore ai Brusca, arrestato di nuovo e trasformatosi in mezzo pentito.
L'elenco è lungo e si intreccia con gli indagati dell'inchiesta che ha portato nel carcere militare di Santa Maria Capua a Vetere tre marescialli, l'ultimo dei quali passato alla politica come deputato regionale dell'Udc, Antonio Borzacchelli. Sarebbe lui il trait d'union fra Cuffaro e il magnate della sanità privata, Michele Aiello, a sua volta collegato a Bernardo Provenzano. Finora è più un sospetto che un'accusa documentata. Ma è il cuore dell'indagine.
E, se fosse vero che Aiello amministra l'impero economico del superlatitante ancora al vertice di Cosa Nostra, si sarebbe consumata un'altra metamorfosi. Perché Borzacchelli è accusato di avere taglieggiato l'imprenditore. Di averlo costretto da maresciallo e da deputato a versare più di un miliardo e trecento milioni delle vecchie lire, pronto a fregargli un altro miliardo nella compravendita di un albergo.
Difendendosi, Aiello si presenta adesso come vittima e indica Borzacchelli come il suo "terrorista". Un "colonnello" di Cosa Nostra che, quindi, conta meno del suo taglieggiatore. In altri tempi avrebbe rischiato la vita Borzacchelli, anziché dettare legge e redarguire chi non la pensa come lui, perfino un altro maresciallo: "Qui ci può scappare il morto".
Abbondano gli elementi per disorientare gli analisti di una materia a volte presentata affettando con l'accetta buoni e cattivi. Come suggerisce di non fare proprio il procuratore della Repubblica di Palermo Piero Grasso parlando di una crescente "area grigia", di soggetti che "pur non facendo parte integrante dell'organizzazione, stabiliscono contatti, collaborazioni, forme di contiguità più o meno strette". Un allarme lanciato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, con Cuffaro in prima fila e Grasso inflessibile nel richiamo al pericolo di una "borghesia mafiosa" popolata da "tecnici, burocrati, professionisti, imprenditori e politici" sempre pronti "a forme di scambio".
Appello caduto quasi nel vuoto in una città disorientata forse perché qui hanno processato, arrestato ed assolto tanti personaggi della vita pubblica. Errori spesso evocati ad arte come leva per negare l'esistenza di una cappa mafiosa. O per invocare l'abolizione del cosiddetto "concorso esterno" alla mafia. E questo sarebbe l'errore più grande per Grasso convinto che quella zona grigia sia la vera forza della nuova mafia: "Come può venire in mente?". Un quesito seguito però da un'apertura: "Semmai, si può pensare a creare delle fattispecie concrete, per evitare il rischio che una eccessiva genericità e indeterminatezza della norma possa favorire la criminalizzazione di comportamenti obiettivamente e soggettivamente inoffensivi". Un'apertura estranea a quanti in una Procura divisa rimproverano Grasso di non usare metodi più aggressivi anche nell'inchiesta in corso. Un'accusa di riguardi e cautele smentita dai fatti, come dice: "Meglio procedere gradino dopo gradino, secondo il modello Falcone. Anche perché se ti capita un "caso Musotto" non te lo scordi per tutta la vita".
Felice Cavallaro

11 febbraio 2004 - PAOLO BORSELLINO DALLA KALSA A VIA D´AMELIO
"La Repubblica"
La vita di Paolo Borsellino dalla Kalsa a via D´Amelio
"A piazza Magione era impalpabile il confine che ci separava dai picciotti della mafia"
Ristampato il libro di Umberto Lucentini sul magistrato assassinato 57 giorni dopo Falcone
AMELIA CRISANTINO
Del giudice Borsellino pensiamo di sapere tante cose, tutte racchiuse nella tragica parabola che dall´infanzia alla Magione arriva in via D´Amelio. Ma a leggere il libro di Umberto Lucentini Paolo Borsellino (edizioni San Paolo, 344 pagine, 18 euro), da poco ristampato, scopriamo facilmente che la nostra presunzione è frutto della sovraesposizione mediatica seguita al tragico attentato del 19 luglio 1992, e che tanto possiamo ancora ricevere dal racconto della sua vita, delle sue scelte, della sua coerenza.
La frequentazione fra Umberto Lucentini e Borsellino risale a quando il giudice era procuratore della Repubblica a Marsala, nel 1986. Lucentini era un giornalista giovanissimo, Marsala era la sua città. Incontra il procuratore per lavoro, fra il giudice e il giornalista ragazzino nasce subito qualcosa che somiglia molto a un´amicizia.
Nel 1986 Borsellino era un giudice già noto, aveva appena lasciato l´ufficio istruzione di Palermo dopo avere "inventato" con Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta il maxiprocesso alla mafia. L´istruttoria era stata iniziata da Rocco Chinnici, comprendeva migliaia di pagine e oltre 600 mila documenti. Prima di allora le indagini sulle cosche erano state isolate in compartimenti stagni, solo la creazione del pool antimafia permette di coordinare le inchieste e le conoscenze su Cosa nostra, esplorando anche l´infido territorio dove gli intrecci fra mafiosi e politici diventano evidenti.
Erano anni in cui i computer erano appena arrivati negli uffici giudiziari, le loro memorie erano vuote. Il giudice Borsellino è un tipo metodico, adopera una serie di quaderni, "le rubriche di Paolo", in cui annota, nome per nome, capi d´accusa e collegamenti fra gli imputati. Quando ci sarà da fare un riscontro incrociato sui legami fra due boss, confrontare le posizioni di capi e gregari, scovare complicità nascoste dietro le quote azionarie di società di comodo, allora quelle rubriche mostreranno d´essere indispensabili.
Lucentini costruisce il suo libro su Paolo Borsellino con una scrittura nervosa, che predilige le sovrapposizioni temporali in un continuo spaziare fra il prima e il dopo. Utilizza le testimonianze dei familiari, i documenti, i suoi ricordi e gli scritti dello stesso Borsellino, per creare un ritratto che si compone di molte sfaccettature e lascia spazio anche al privato, alle fragilità, alle delusioni. Il risultato è un montaggio quasi cinematografico nel ritmo, sempre accurato nei particolari, che restituisce la complessità di una vita vissuta sotto il segno di una coerenza diventata eroica suo malgrado.
Borsellino cresce in quartiere della Palermo popolare, alla Magione. La sua vita gravita su piazza Kalsa, gli stessi spazi di Giovanni Falcone. Scrive: "Per anni ho pensato quanto fosse impalpabile, in quel quartiere, il confine che ci separava dalla mafia. Come tanti altri ragazzi che abitano alla Magione avrei potuto imboccare la strada di contrabbandiere, di uomo d´onore, anziché quella di magistrato". Si ritrova con Falcone all´ufficio istruzione di Palermo, in stanze adiacenti, assieme creano un metodo investigativo che renderà visibile la struttura di Cosa nostra.
Il 31 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso, la strage di Capaci avviene il 23 maggio. Solo 57 giorni prima di via D´Amelio.

11 febbraio 2004 - I DUBBI SULL' ARRESTO DI RIINA
"La Repubblica"
LA SENTENZA
Dubbi "legittimi" sul covo di Riina
ENRICO BELLAVIA
Undici anni dopo, quella cattura rimane un mistero. Poco o nulla su quel che successe prima. Nulla di nulla su ciò che accadde dopo. L´arresto di Riina e la mancata perquisizione della sua villa autorizzano dubbi e interrogativi. Legittimi, nell´esercizio del diritto di cronaca e di critica. Così stabilisce un giudice che manda assolti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato che a quel mistero hanno dedicato parecchi articoli su Repubblica e l´Unità, riassumendo quesiti e punti fermi di questa storia in uno dei capitoli del libro "C´era una volta la lotta alla mafia". A sostenere la tesi della diffamazione, al processo, era rimasto solo il capitano Ultimo, l´uomo che mise le manette a Riina, dopo 23 anni di latitanza e al quale l´attore Raoul Bova presta da anni la propria faccia in tre serie di fiction, l´ultima delle quali va in onda in questi giorni.
L´ufficiale ha avuto nella realtà, malgrado lui, un destino assai meno esaltante. Promosso maggiore e poi tenente colonnello, mollato dai superiori, accusato di spiccato individualismo, retrocesso nella graduatoria dei giudizi che determinano fortune e promozioni, Ultimo è stato mandato al Noe, il nucleo operativo ecologico. L´ha presa assai male. E con lui le centinaia di fan che frequentano il sito che è stato dedicato a un ufficiale che obbedisce ma non tace. Almeno non del tutto. Che cita Mishima e la saggezza Apache che emula il subcomandante Marcos e si richiama a Sun Tzu. Che per spiegare la fine di Crimor, la sua squadra di cacciatori, e la defenestrazione dal Ros, lancia strali contro la "burokrazia", che lo fermò mentre dava la caccia a Provenzano.
L´ex vicecomandante del Ros, oggi direttore del Sisde Mario Mori e uno dei suoi più stretti collaboratori, il maggiore Giuseppe De Donno, anche lui al servizio segreto civile, hanno rimesso la querela contro Bolzoni e Lodato, prima del verdetto del giudice monocratico di Milano Gaetano Brusa.
Durante il processo, quel puzzle incompiuto della cattura di Riina è stato ripassato al microscopio. E i pezzi non vanno a posto.
Ultimo catturò Riina. Ed è l´unica certezza. Il resto sono domande senza risposta. Interrogativi su come si arrivò a piazzare una telecamera davanti al numero 54 di via Bernini. Interrogativi sul perché quella telecamera sparì il 15 gennaio del 1993, nelle stesse ore in cui Riina veniva esibito in fotografia sotto il quadro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Interrogativi sul come si decise che la villa di Riina non doveva essere perquisita. Interrogativi e versioni accomodanti sul perché si decise di farlo solo 19 giorni dopo. Interrogativi sul destino di una seconda telecamera che era piazzata su un palo della luce e di cui si potrebbe chiedere qualcosa al maresciallo Giorgio Riolo, quello del caso Aiello, che si conquistò un encomio in quella circostanza.
Così la storia di un successo scolora nell´intrigo. E le versioni ufficiali sono troppe per fugare le ombre. Il 14 gennaio la prima delle due telecamere che si trovava dentro un furgone oscurato riprende un´auto che esce dal cancello di via Bernini. Dentro ci sono un uomo e una donna. La squadra di cacciatori del Ros che si è trasferita in Sicilia ha un consulente d´eccezione al quale mostrare quelle immagini. Balduccio Di Maggio, il socio scomodo di Giovanni Brusca, finito non si sa come nella rete dei carabinieri di Torino, si è messo a disposizione per tradire Riina. In quel filmato riconosce Ninetta Bagarella. Il cerchio si stringe. Il 15 gennaio, sulla circonvallazione, in un´azione fulminea per la quale non si farà mai avanti un testimone, la preda è catturata. Il resto lo raccontano carte contraddittorie che sono ancora materia d´indagine. Si deve perquisire la casa di Riina. Magistrati e carabinieri rimangono d´accordo di ritardare l´irruzione e lasciare acceso l´occhio elettronico per vedere cosa succede. Ma, inspiegabilmente, alle 16 di quel 15 gennaio, il film si interrompe. Il servizio di osservazione cessa. Racconteranno almeno quattro pentiti, in testa Giovanni Brusca, che una squadra di picciotti ripulì casa Riina. Forse, ma sono solo congetture, portò via il papello con le richieste di impunità e salvacondotto per i beni, che il boss dei boss avrebbe fatto recapitare minacciando altre stragi.
In quei giorni i giornalisti furono messi sulla falsa pista di fondo Gelsomino. Con una spettacolare irruzione a beneficio delle telecamere, il campo e la casa di un agricoltore in arretrato con gli affitti alla Regione divenne l´ultima dimora di Riina. La pantomima durò poco, mentre il governo si affrettò a sollecitare le pigioni.
Diciannove giorni dopo quel 15 gennaio, i carabinieri entrarono ufficialmente nella villa di via Bernini e non trovarono nulla di utile. Anni dopo, il pentito Santino Di Matteo raccontò di aver saputo da Di Maggio che l´archivio di Riina era finito in realtà nelle mani di un carabiniere. Di Maggio smentì. Per singolare coincidenza, Riina fu catturato lo stesso giorno dell´insediamento di Gian Carlo Caselli in Procura. Smaltita la gioia, l´esultanza lasciò il posto al mistero. Il 10 febbraio del 1993 Caselli scrisse ai vertici del Ros: "Il servizio di osservazione era già cessato il pomeriggio del 15 gennaio e nulla veniva detto a questo ufficio sul perché di tale sospensione". Un "equivoco", spiegarono i carabinieri. E l´ennesimo giallo italiano ebbe inizio.

11 febbraio 2004 - DI MATTEO; SCOPERTI ALTRI CARCERIERI PICCOLO GIUSEPPE
ANSA:
MAFIA: SEQUESTRO FIGLIO PENTITO, CC ESEGUONO ARRESTI
I carabinieri del Comando provinciale di Agrigento stanno eseguendo otto ordini di custodia cautelare emessi dal gip del tribunale di Palermo su richiesta dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia.
Si tratta di presunti mafiosi accusati di avere avuto un ruolo importante nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio di 11 anni del pentito Mario Santo Di Matteo, rapito il 23 novembre 1993 e poi strangolato e sciolto nell' acido su ordine di Giovanni Brusca.
Le persone indagate e arrestate stamane dai carabinieri sono accusate di essersi occupate della custodia del giovane fra il 1993 ed il 1994 e fanno parte delle cosche mafiose dell' agrigentino e del nisseno.

MAFIA: DI MATTEO;SCOPERTI ALTRI CARCERIERI PICCOLO GIUSEPPE
Sono i carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo gli uomini colpiti dai provvedimenti di custodia cautelare in carcere emessi dal gip di Palermo. Uomini che non hanno avuto pieta' per il figlio undicenne del pentito Mario Santo, sequestrato a Villabate (Palermo) il 23 novembre 1993 e ucciso l' 11 gennaio 1996 a San Giuseppe Jato (Palermo), sballottato e tenuto prigioniero in diverse "prigioni" nel tentativo di far tacere il padre, che stava accusando il gotha di Cosa Nostra.
Gran parte degli organizzatori del rapimento, tra cui la "mente" Giovanni Brusca, sono stati gia' processati e condannati, ma le indagini dei carabinieri, con l' aiuto delle dichiarazioni dei pentiti, soprattutto di Ciro Vara, hanno scoperto i ruoli di altre persone nella segregazione del bambino rapito.
I mafiosi colpiti da ordini di cattura sono Salvatore Longo, 51 anni, di Cammarata (Ag), Alfonso Scozzari, 48 anni, di Vallelunga Pratameno (Cl), Salvatore Fragapane, 48 anni, di Sant' Elisabetta (Ag), ex boss della provincia di Agrigento detenuto, Mario Capizzi, 34 anni, di Ribera, detenuto, Giovanni Polari, 55 anni, di Cianciana (Ag) detenuto, Giuseppe Fanara, 48 anni, di Sant' Elisabetta (Ag), detenuto, (gli ultimi tre sono stati tutti gia' condannati all' ergastolo per omicidi e mafia), Alessandro Emmanuello, 37 anni, di Gela (Cl), detenuto, Daniele Emmanuello, 40 anni, di Gela (Cl), latitante.

MAFIA: SCOPERTI ALTRI 8 CARNEFICI DEL PICCOLO DI MATTEO
LE TAPPE DEL CALVARIO DEL FIGLIO DEL PENTITO RAPITO E POI UCCISO
(di Francesco Nuccio)
Rapito, tenuto prigioniero per oltre un anno, poi strangolato e infine disciolto nell' acido. Fu questo l' atroce trattamento riservato dagli uomini di Giovanni Brusca al piccolo Giuseppe Di Matteo, 11 anni, il figlio del pentito Santo. I responsabili di questo terribile delitto sono gia' stati condannati, con sentenza passata in giudicato. Ma gli inquirenti non si sono fermati qui: hanno continuato a indagare, a chiedere ai pentiti altre informazioni, a ricucire la trama di una fitta ragnatela fatta di complicita' e connivenze. Cosi' altri otto ordini di custodia cautelare sono stati notificati oggi a boss mafiosi e gregari dell' agrigentino che avrebbero avuto un ruolo nel sequestro del bambino. Gli investigatori sono riusciti a incastrarli grazie alla collaborazione di un nuovo pentito, Ciro Vara. "Anche a distanza di dieci anni - ha sottolineato il procuratore di Palermo Pietro Grasso - non si vuole lasciare impunito nessuno di coloro i quali parteciparono a quell' orrenda vicenda".
Era il 23 novembre 1993 quando Giuseppe Di Matteo venne prelevato da un gruppo di "amici" nel maneggio che abitualmente frequentava. Un sequestro organizzato dal boss Nino Mangano. Del commando facevano parte Salvatore Grigoli, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano e 'Fifetto' Cannella, tutti appartenenti alla famiglia mafiosa di Brancaccio. "Ti portiamo da tuo padre" gli promisero, spacciandosi per agenti della Dia. Invece il piccolo venne trasferito in un casolare di campagna, con l' obiettivo di costringere il padre a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull' uccisione dell' esattore Ignazio Salvo.
Gli inquirenti hanno ricostruito nei dettagli le tappe del calvario, durato oltre due anni e mezzo, del piccolo Giuseppe: sballottato dalle campagne del palermitano a quelle del nisseno, da un' azienda agricola di San Giovanni Gemini, nell' agrigentino, dove trascorse le festivita' natalizie del '93, alle montagne di Ganci sulle Madonie, e poi ancora nel trapanese, tra il litorale di Mazara del Vallo e le cave di Custonaci. Fino all' ultima "prigione": la villa bunker di Contrada Giambascio, a San Cipirrello.
Nel periodo della sua segregazione il bimbo fu costretto a registrare dei filmati che venivano inviati alla famiglia per indurre il padre a ritrattare. Ma, dopo un iniziale cedimento psicologico, il pentito non si piego' al ricatto. E proprio le sue accuse furono poste dai giudici a fondamento della prima condanna all' ergastolo di Giovanni Brusca, a quel tempo latitante. Il boss di San Giuseppe Jato apprese la notizia della sentenza dai telegiornali. E in preda all' ira ordino' al fratello Enzo: "Uccidetelo".
Il piccolo venne assassinato l' 11 gennaio 1996. I particolari raccapriccianti della sua morte furono riferiti poi dai pentiti Giuseppe Monticciolo e Pasquale Di Filippo, quindi confermati da Enzo Brusca. Il piccolo Giuseppe, ormai ridotto a uno scheletro, fu strangolato con una corda dal suo "custode", Vincenzo Chiodo, mentre Brusca e Monticciolo lo tenevano fermo. Il cadavere fu poi disciolto nell' acido.
La vicenda giudiziaria per il sequestro e l' uccisione del bambino si e' conclusa con la condanna dei responsabili nel processo "Leoluca Bagarella + 66". Il cognato di Toto' Riina fu condannato all' ergastolo, Giovanni Brusca a trent' anni grazie ai benefici previsti per i collaboratori di giustizia accordati anche agli altri carnefici del bambino. Una sentenza, emessa dalla Corte d' Assise di Palermo il 10 febbraio di cinque anni fa, poi confermata in Cassazione.
Adesso, a dieci anni di distanza, la giustizia presenta il conto anche agli altri protagonisti ancora impuniti di una delle pagine piu' scellerate nella storia di Cosa Nostra.

11 febbraio 2004 - MINACCE A PM DDA PALERMO, INTERCETTATO IL SUO TELEFONO
ANSA:
MAFIA: MINACCE A PM DDA PALERMO,INTERCETTATO IL SUO TELEFONO
LA PROCURA DI CALTANISSETTA HA APERTO UN'INCHIESTA
La Procura di Caltanissetta sta indagando su una serie di minacce ricevute dal pm della Dda di Palermo Sergio Barbiera, 39 anni. Il magistrato ha ricevuto alcune telefonate, a volte anche di notte. L' ultima, nei giorni scorsi, come riferisce stamani il Giornale di Sicilia, alle due del mattino.
Su questi episodi Barbiera ha presentato quattro denunce alla Procura di Caltanissetta, ricostruendo il tenore delle minacce. All' inizio sembrava un disturbo alla linea. Poi qualcuno gli ha fatto ascoltare brandelli di conversazione. Con frasi in dialetto: "L' ava a finiri". "l' amu a spustari".
Barbiera si occupa di indagini su traffici internazionali di stupefacenti. Sono in corso accertamenti per tentare di capire la provenienza delle chiamate. Nei mesi scorsi in seguito ad una serie di disturbi sulla linea telefonica di casa il pm aveva chiesto un controllo. I tecnici scoprirono sulla centralina dell' edificio in cui abita il magistrato un filo abusivo collegato alla presa corrispondente all' appartamento del magistrato. Una sorta di derivazione per intercettare le telefonate. Il filo era stato poi tagliato. Barbiera e' anche pm nel processo per il sequestro del gioielliere Claudio Fiorentino.

12 febbraio 2004 - UCCISIONE PICCOLO DI MATTEO: LE DICHIARAZIONI DI VARA
"La Sicilia"
LE DICHIARAZIONI DI VARA.
"Una storia che non potrò mai dimenticare, spero che Dio mi perdoni per quello che ho fatto..."
alessandro anzalone
"La mia è stata un inferno, ho provato amarezze e mortificazioni. Avevo bisogno di pulire la mia coscienza, di respirare aria di legalità, dovevo scrollarmi di dosso questo fardello di mafioso". Furono queste le prime parole da pentito, in un processo di mafia in Tribunale, pronunciate dall'imprenditore Ciro Vara, nato a Vallelunga Pratameno il 5 luglio 1949 e conosciuto in Sicilia perché ex calciatore (ha pure militato nella Nissa) e allenatore dilettante. In quel primo interrogatorio, Vara - sposato, padre di due figli e imprenditore benestante per tantissimi anni - parlò anche di nefandezze delle quali si era macchiato, tra cui la partecipazione al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino "Mazzanasca" che insieme a Gioacchino La Barbera, incastrarono i killer del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e della scorta.
Quelli di ieri sono i primi arresti che scattano in Sicilia dopo le dichiarazioni di Vara: 8 ordinanze di custodia cautelare per il sequestro Di Matteo che vedono tra gli indagati l'imprenditore agricolo Alfonso Scozzari di Vallelunga e i fratelli Alessandro e Daniele Emmanuello di Gela (quest'ultimo latitante). E nelle campagne di Vallelunga l'ex capomandamento di Vallelunga Pratameno, uomo di fiducia di Giuseppe Piddu Madonia per anni, ha nascosto Giuseppe Di Matteo: "Quella fu una nefandezza - ha raccontato Vara - un gesto che non potrò mai cancellare dalla mia coscienza. E' anche questo che ha inciso sulla mia scelta di cambiare vita e di dare il mio contributo per distruggere Cosa Nostra. Il ragazzo venne consegnato a me e altre persone per tenerlo nascosto. Ce lo consegnarono a Ponte Cinque Archi. Poi lo tenemmo nascosto per un certo periodo, poi lo restituimmo ai suoi sequestratori che lo uccisero. Una cosa che non potrò mai dimenticare, forse nemmeno Dio mi potrà perdonare...".
Ciro Vara, appassionato di calcio e tifossissimo dell'Inter che andava a vedere appena poteva in tutti gli stati d'Italia, ha cominciato a collaborare con la giustizia il 20 ottobre del 2002, dopo un colloquio con la famiglia nel carcere di Genova. Il primo interrogatorio è datato 5 dicembre 2002, ha reso dichiarazioni fino a giugno dello scorso anno, adesso le sue dichiarazioni sono al vaglio dei magistrati delle Procure di Caltanissetta, Agrigento, Palermo, Catania, Tornino, Milano, Genova. Vara ha detto di aver commesso azioni criminali, tra cui omicidi, nei territori di Caltanissetta, Agrigento, Palermo, Catania, Enna, Trapani, Torino, Milano, Alessandria e Genova. Tra gli omicidi dei quali si è accusato, quelli di Calogero Pizzuto, boss di San Giovanni Gemini legato alla mafia perdente dei Bontade-Inzerillo, quello di Francesco Iannì, dipendente della Provincia regionale di Caltanissetta e già capomandamento di Cosa Nostra della zona sud della provincia, quello di Loreto Plicato, stiddaro di Vallelunga ucciso a Palermo. E ancora: gli omicidi di Giuseppe Grasso a Vallelunga, Vittorio Adamello a Borgo Petilia, Vincenzo Vacirca a Niscemi, Mario Greco a Lercara Friddi, Rosolino Miceli a Termini Imerese.
Vara ha raccontato di essere stato affiliato in Cosa Nostra la sera di Pasqua del 1980 nella cantina della sua abitazione di Vallelunga. Una giornata di festa, quella della resurrezione di Gesù. La "redenzione" di Vara matura nel tempo "già negli anni 1993-1994 - racconta il pentito di Vallelunga - per le esperienze che ho avuto, per la nefandezza in cui sono stato coinvolto, poi il mio comportamento e i miei atteggiamenti, sia in carcere che nelle mie costituzioni, in carcere in periodi di mia irreperibilità, e sia anche per avere inviato una lettera a don Luigi Ciotti il 5 luglio 1996, con raccomandata e ricevuta di ritorno e poi con un'istanza nell'estate del 2001 alla Suprema Corte di Cassazione, in cui mi dissocio da Cosa Nostra".
"Adesso voglio distruggere Cosa Nostra - ha ripetuto Vara in diversi interrogatori - Vallelunga deve essere un esempio di legalità, benessere e sviluppo, deve diventare come la vicina Villalba dove non ci sono più uomini d'onore, mentre ai tempi di don Calò Vizzini era la capitale mondiale della mafia". Il repulisti è appena cominciato. Magistrati e investigatori cercano riscontri alle dichiarazioni di Vara per infliggere altri colpi a Cosa Nostra.

Nell'inchiesta anche le importanti rivelazioni dei pentiti agrigentini
Agrigento. Il piccolo Giuseppe Di Matteo prima di essere ucciso e sciolto nell'acido passò anche da mani nissene. E secondo i carabinieri di Agrigento, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo due di quelle mani erano di Alfonso Scozzari, fino a ieri anonimo imprenditore agricolo originario di Vallelunga Pratameno.
Secondo gli inquirenti avrebbe messo a disposizione una propria abitazione per tenere in ostaggio il figlio del mafioso pentito. E poi ci sarebbero state le mani Alessandro e Daniele Emmannuello, di 35 e 40 anni, entrambi di Gela, col primo detenuto perché ritenuto componente del clan Madonia, mentre il secondo è attualmente inserito nella lista dei latitanti più pericolosi e ricercati a livello internazionale. I due fratelli sono accusati di aver gestito materialmente la breve prigionia del bambino nelle campagne di Vallelunga Pratameno.
Successivamente il piccolo Giuseppe Di Matteo, passò alcuni giorni della sua prigionia nella villetta di Via Papillon in quel di Cannatello. Ma si trattò solo di una delle tappe di quello che oggi si può considerare una sorta di tour compiuto suo malgrado da un ragazzino la cui unica sfortuna fu quella di essere figlio di un mafioso pentito. Giuseppe Di Matteo infatti, a sua insaputa, venne tenuto segregato in diversi comuni della provincia di Agrigento. Da San Giovanni Gemini a Cammarata, da Favara a Santa Elisabetta, passando pure da Cianciana.
Nel corso delle indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo è emerso che Cosa Nostra agrigentina svolse un ruolo di primo piano in uno dei più allucinanti ed efferati fatti di sangue mai compiuti in Sicilia. Dalle testimonianze offerte dal pentito Ciro Vara si è avuta intanto la conferma di come, nel sequestro del figlio di Santo Di Matteo, un ruolo di primaria importanza lo abbiano avuto alcuni soggetti assai noti alle forze dell'ordine agrigentine. Il riferimento va agli empedoclini Giuseppe Gambacorta condannato all'ergastolo, Gerlandino Messina e Luigi Putrone, entrambi latitanti ritenuti tra i soggetti a più alto tasso di pericolosità. E poi, Alfonso Falzone pentitosi anni addietro, nonché l'ergastolano Filippo Sciara. Tutti ritenuti pesantemente coinvolti nella drammatica storia del piccolo Di Matteo, secondo quanto emerso durante i lavori del processo Akragas contro Cosa Nostra" agrigentina. A distanza però di quasi dieci anni dall'omicidio del bambino figlio del mafioso pentito chi abita tutt'ora in Via Papillon, nel cuore di Cannatello, mai avrebbe immaginato di avere vissuto con un vicino di casa "particolare". Un vicino che "ospitò" nella sua villa un bambino il cui destino era già tragicamente segnato. Una piccola vittima della mafia che di Agrigento ha conosciuto solo il lato peggiore.
Tra i personaggi coinvolti nella operazione condotta dai carabinieri di Agrigento, c'è anche il boss Salvatore Fragapane, che aveva strettissimi contatti con i vertici di Cosa Nostra nissena. Non a caso, furono proprio le confidenze di Luigi Ilardo (il cugino del boss nisseno Giuseppe Madonia), a portare gli inquirenti alla cattura di Fragapane, che all'epoca era latitante. Luigi Ilardo (che poi venne ucciso a Catania), all'epoca era reggente di Cosa Nostra in provincia di Caltanissetta, ma aveva anche cominciato a collaborare con un ufficiale dei Ros dei carabinieri, il colonnello Michele Riccio. E dalle imbeccate di Ilardo scaturì l'inchiesta "Oriente", con l'arresto di tante altre primule rosse di Cosa Nostra e l'incriminazione di una sessantina di fedelissimi dei boss Bernardo Provenzano e Giuseppe Piddu Madonia, tra cui diversi familiari dello stesso boss di Vallelunga Pratameno.
Francesco Di Mare

12 febbraio 2004 - DELL'UTRI: PM, NO A RICHIESTA SU INUTILIZZABILITA' TABULATI
ANSA:
DELL'UTRI: PM, NO A RICHIESTA SU INUTILIZZABILITA' TABULATI
"Anche la peggiore legge merita il migliore interprete, per questo vi chiedo di interpretare la norma in modo che venga evitata una censura di incostituzionalita"".
Lo ha detto il pm Antonio Ingroia rivolgendosi ai giudici della quinta sezione del tribunale davanti ai quali si celebra il processo al senatore Marcello dell' Utri (Fi), per calunnia nei confronti dei collaboratori di giustizia che lo accusano di collusioni con i boss mafiosi.
Ingroia fa riferimento ad alcuni articoli del lodo Schifani che riguardano le intercettazioni telefoniche, che non sono stati bocciati dalla Consulta.
I magistrati si oppongono alla richiesta avanzata la scorsa udienza dalla difesa che chiedeva di dichiarare inutilizzabili i tabulati telefonici in cui vi sono evidenziati contatti fra l'imputato ed esponenti mafiosi e collaboratori di giustizia.
I giudici si sono riservati di decidere ed hanno rinviato l' udienza al 26 febbraio, in cui e' previsto l' esame degli imputati.
Una richiesta analoga era stata proposta a dicembre dai difensori di Dell' Utri nell' altro processo, in cui e' accusato di concorso in associazione mafiosa. In quella occasione il parlamentare era intervenuto in aula ed aveva prestato il proprio consenso ai giudici di utilizzare i tabulati, sostenendo "che in quelle carte non vi era nulla". In questo processo, che si svolge di pomeriggio, Dell' Utri non ha fornito la propria autorizzazione.
Il procedimento per calunnia e' stato avviato in seguito all' inchiesta che la Dda di Palermo ha condotto sui pentiti Cosimo Cirfeta (imputato anche lui nel processo) e Pino Chiofalo, accusati di avere tentato di destabilizzare, secondo l' accusa, insieme a Dell' Utri, alcuni collaboratori di giustizia che hanno reso dichiarazioni nell'altro dibattimento in cui il parlamentare deve rispondere di concorso in associazione mafiosa.
Secondo gli inquirenti, Chiofalo e Cirfeta avrebbero cercato di convincere altri ex boss a sostenere la tesi che i pentiti si sarebbero messi d'accordo per accusare Dell'Utri e Berlusconi, in particolare Francesco Di Carlo, che in questo dibattimento si e' costituito parte civile.

12 febbraio 2004 - LIBRO SU BANDITO GIULIANO
"Liberta'"
In un saggio di Vincenzo Vasile
Verità su vita e morte del bandito Giuliano
di ANDREA SANTINI
"Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il padre, il figlio e lo spirito santo". Il grido di Aspanu al processo di Viterbo per la strage di Portella della Ginestra, prima che gli tappassero definitivamente la bocca, è il cuore dello straordinario saggio di Vincenzo Vasile, "Salvatore Giuliano, bandito a stelle e a strisce" (Baldini & Castoldi, 326 pg, euro 14,70). Aspanu è il nome con cui familiari ed amici chiamavano Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, giuda della banda di Montelepre, amico e assassino del capo, morto avvelenato in carcere. Ufficialmente, con un caffè. Come, molti anni dopo, Michele Sindona.
Lo Stato, nelle sue connessioni mafiose, ha poca fantasia. Ma anche il caffè di Aspanu è un falso. Nuove carte rivelano che il veleno era inserito in un integratore vitaminico fornito al detenuto dall'infermeria dell'Ucciardone. Dallo Stato, grato a Pisciotta per aver tolto di mezzo, almeno nelle versioni ufficiali, il bandito Giuliano. Perché lo Stato nato dalla sconfitta del fascismo, ma in cui molti pezzi fascisti cercano non solo di sopravvivere, ma di controllare, di dirigere, a loro volta diretti dalle politiche di volta in volta scelte dai vincitori d'Oltreoceano, è l'imputato di questo libro. Una ricostruzione accurata, documentata con le ultime carte desecretate dal governo di centrosinistra che, su Portella della Ginestra, ha aperto nuove verità. Ben diverse da quelle costruite in quegli anni. Inediti che consentono, oltre alla rivisitazione, una nuova visione d'insieme. A stelle e a strisce. Fatte salve le differenze di tempi, di mezzi e di contesto, non molto diversa, nei metodi, da quella che gli americani stanno cercando di costruire in Iraq. Il fascino di questo libro, al di là della sua utilità divulgativa, è soprattutto nel gioco degli specchi che Vasile riesce a costruire per rendere comprensibili menzogne, tradimenti, depistaggi, protagonisti che appaiono una cosa e sono l'esatto contrario. E, soprattutto, la nascita di frenetici voltagabbana che, al servizio delle istituzioni, o da queste creati e stimolati, cambiano alleanze e bandiere, prima col re poi contro il re, prima separatisti poi con gli spezzoni più reazionari della Dc. Ma, sempre, attenti ai segnali americani. Sempre con a fianco la mafia, anche quando fingono di combatterla. E con un nemico comune: il comunismo. E' in nome di questo nemico comune che tutto sembra consentito e che, negli anni a venire, verrà consentito. Le alleanze con la mafia. L'utilizzo di ex repubblichini. Il banditismo "costruito". Le stragi. Gli omicidi politici. Sembra una prova generale di quello che poi avverrà negli anni 70: il terrorismo e le stragi. Molti nomi di allora sono tornati negli anni successivi, coinvolti in vicende che hanno potuto contare su depistaggi di Stato. I documenti desecretati rivelano ora che, sin da quella fine degli anni 40, i movimenti nascosti dell'Oss americano prima e poi della Cia, furono il motore prima e la cimosa con cui furono cancellati testimoni pericolosi poi. Con accanto gli uomini che ne avevano accettato e fatto propria la logica, dagli uomini del partito del golpe, come Borghese, agli uomini delle istituzioni. Proprio in un deposito periferico e nascosto dove l'Ufficio affari riservati del Viminale, diretto per decenni da Umberto Federico D'Amato, erano stati nascosti documenti originali sulla vicenda Giuliano che mostrano un'altra verità. Talmente incredibile da sembrare inaccettabile. Ma documentata.
La Banda Giuliano fu una finzione, diretta in realtà nelle operazioni militari da un ex agente dell'Ovra al servizio degli Stati Uniti, e creata per operazioni che avevano tutt'altra valenza che il banditismo straccione che mostravano? Vincenzo Vasile racconta una storia di specchi. Una storia intrigante come un thriller che sembra cambiare e trasformarsi ad ogni pagina. Fa delle ipotesi. Ma lascia la soluzione agli storici. A chi legge, basta la comprensione.

13 febbraio 2004 - STRAGI 1992: GIUFFRE' DEPONE IN VIDEOCONFERENZA
ANSA:
MAFIA: STRAGI; GIUFFRE' DEPONE A CATANIA IN VIDEOCONFERENZA
Il pentito Nino Giuffre' sta deponendo, in videoconferenza, nel processo davanti alla Corte d' Assise di Catania che tratta le stragi di Capaci e via D' Amelio. Il collaboratore sta rispondendo alle domande del Pg Michelangelo Patane'. La Corte e' riunita nell' aula bunker del carcere di massima sicurezza di Bicocca.

MAFIA: STRAGI; GIUFFRE', SANTAPAOLA CONTRARIO AD ATTENTATI
IL PENTITO, SI OPPOSE A UCCISIONE ANDO' ORDINATA DA RIINA
"Nitto Santapaola non era d' accordo con la strategia stragista di Toto' Riina". La conferma dei "forti contrasti" tra il capo dei capi e il responsabile di Cosa nostra a Catania e' arrivata anche dal pentito Nino Giuffre', che ha ricostruito ""le evidenti tensioni tra i due" deponendo davanti alla corte d' assise d' appello etnea nel processo per le stragi di Capaci e via D' Amelio.
"Tra il boss catanese e il capo di Cosa nostra - ha spiegato il collaboratore, che ha deposto in videoconferenza nell' aula bunker di Bicocca a Catania - ci fu una certa incomprensione soprattutto nell' ultimo periodo, tanto che girava voce che Riina cercava un sostituto a Catania per contrastare Nitto, poi individuato in Santo Mazzei".
Sollecitato dal sostituto procuratore generale Michelangelo
Patane', Nino Giuffre' ha detto di "non avere conosciuto
personalmente Santapaola, ma di avere appreso da Riina che gia'
prima delle stragi si era manifestata una certa incomprensione
all' interno di Cosa nostra tra lui e il boss catanese"
"Era il periodo - ha ricordato il pentito - degli omicidi dei politici. Dopo Salvo Lima si era immaginato di far fuori Mannino e poi sarebbe toccato a Salvo Ando'. Per quest' ultimo ci fu un rifiuto netto da parte di Santapaola. Diceva di non approvare questo tipo di omicidi".
Giuffre' ha parlato anche del tentativo di estorsioni al gruppo Standa a Catania, con incendi che sarebbero "stati voluti da Santapaola". Il boss catanese, ha sostenuto il collaboratore, "voleva una mano da Riina che un giorno nel corso di una riunione mi chiese di interessarmi nell'ambito del mio mandamento (Resuttana, ndr) se c' erano punti vendita da potere colpire".
Durante l' udienza sono stati molti i "non lo so" di Nino Giuffre', alla domanda del Pg se gli imputati del processo fossero a conoscenza durante la fase di preparazione, delle stragi contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Di Francesco Madonia, boss di San Lorenzo a Palermo, il pentito ha detto: "E' stato una delle persone piu' importanti per l' ascesa di Riina". Di Piddu Madonia che fu per tanto tempo "capo mandamento di Caltanissetta anche dopo il suo arresto, durante la detenzione in carcere" e che nel 2000 ebbe il ruolo di 'paciere' nella faida di Gela. "Fui io assieme a Benedetto Spera - ha osservato Giuffre' - su mandato di Bernardo Provenzano che aveva ricevuto l' invito da Piddu Madonia a mettere d' accordo le famiglie Rinzivillo e Emanuello. Dopo un paio di mesi finirono gli omicidi". Giuffre' ha definito Mariano Agate "persona molto legata a Toto' Riina", capo mandamento di Mazzara del Vallo. Cosi come, ha sostenuto il collaboratore, lo era Nene' Geraci capo mandamento di Partinico.
Alla domanda conclusiva del Pg Michelangelo Patane' "se ammette le sue responsabilita', oppure se si professa innocente?" Giuffre' ha risposto: "Mi sono permesso di raccontare i fatti che ho vissuto, adesso sara' la corte a decidere...".

MAFIA: STRAGI; GIUFFRE', SONO MANCATE ALCUNE COMPONENTI
Nelle stragi di Capaci e via D' Amelio "c' e' stata qualche componente che e' venuta a mancare". Lo ha affermato il pentito Nino Giuffre', deponendo in videoconferenza al processo d' appello che si celebra a Catania. Giuffre' non sa spiegare pero' "quale sia l' appoggio mancante" perche', spiega, "non e' una risposta facile da trovare".
Sollecitato dall' avvocato di parte civile, Armando Sorrentino, che rappresenta la Provincia di Palermo, il collaboratore di giustizia durante il controesame ha ricostruito anche i rapporti con la politica, senza pero' fare nomi. "I contatti di Cosa nostra non si sono limitati alla sola Regione - ha detto Giuffre' - e mi riferisco a personaggi di una certa importanza a livello nazionale. Sono gli appoggi che rendono forte un' organizzazione, quello politico, quello dei servizi deviati, quello della massoneria".
"La situazione storica si e' modificata negli anni Ottanta e Novanta - ha affermato il pentito - anche con la caduta del comunismo, dell' impero sovietico. Nelle stragi qualcosa e' venuta meno". Alla domanda, piu' volte posta dal legale su chi siano i servizi deviati, Nino Giuffre' ha replicato: "Mi riferisco a quei personaggi - ha sostenuto - che nascono per servire lo Stato e che poi strada facendo deviano il loro percorso e appoggiano Cosa nostra o altre organizzazioni".

13 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA; PM PALERMO INTERROGANO MEDICO CARCIONE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM PALERMO INTERROGANO MEDICO CARCIONE
Il radiologo Aldo Carcione dalla cella in cui si trova all'Ucciardone e' stato trasferito nel pomeriggio negli uffici della procura per essere interrogato dai pm. Il medico, accusato della violazione del sistema informatico, in concorso con l'imprenditore Michele Aiello, e' stato arrestato dai carabinieri a dicembre nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda.
Carcione, assistito dai suoi difensori, gli avvocati Gioacchino Sbacchi e Fabrizio Lanzarone, ha risposto alle domande dei magistrati per circa due ore. L'interrogatorio, che si e' svolto - insolitamente - al secondo piano del palazzo di giustizia, e' stato condotto dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti del pool antimafia Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo.
Il radiologo e' accusato di avere rivelato ad Aiello notizie riservate su indagini che la procura aveva avviato nei confronti dell'imprenditore. Il professionista, insomma, sostengono gli inquirenti, sarebbe venuto a conoscenza di particolari importanti che erano coperti dal segreto istruttorio e che avrebbe appreso da una fonte "vicina" alla procura.
Nell'ambito della stessa inchiesta e' indagato per concorso in associazione mafiosa anche il presidente della regione, Salvatore Cuffaro e il deputato regionale dell'Udc, Antonio Borzacchelli, arrestato sabato scorso per concussione.

15 febbraio 2004 - PROVENZANO: MOSTRA FOTO STUDENTI
"La Repubblica"
In mostra gli scatti degli allievi dell´Accademia Abadir dedicati al superboss e anticipati per due settimane da "Repubblica"
Le non-foto di Provenzano così vicino così irraggiungibile
"Dia, un´indagine in 26 diapositive" sarà esposta da Aréa in piazza Rivoluzione
La curatrice: "Agli studenti abbiamo detto di ritrarre Palermo in modo freddo"
PAOLA NICITA
Dov´è? Questo interrogativo sottinteso ha segnato per due settimane le immagini fotografiche ospitate nella pagina dei commenti della Cronaca di Palermo di "Repubblica". Giorno dopo giorno, dodici fotografie senza didascalie o spiegazioni: stesso formato rettangolare, stesso spazio, segnate sempre da una frase contenente una negazione. Immagini che non danno risposta, semmai amplificano la domanda. Oggi si svela, piuttosto, a cosa alludevano le fotografie: a Bernardo Provenzano, latitante da quarant´anni. E annunciavano un´esposizione, dal titolo "Dia, un´indagine in 26 diapositive", realizzata dagli allievi del II corso dell´Accademia di Belle arti e del restauro Abadir di San Martino e curata da Ida Parlavecchio e Antonio Miccichè, che si inaugura alle 18,30 da Aréa, a piazza Rivoluzione. Ventisei le fotografie tratte da diapositive ("dia" per l´appunto), protagoniste anche delle proiezioni che fino al 7 marzo, dalle 19 in poi, saranno in mostra tutti i giorni, tranne il lunedì, nel locale-contenitore per l´arte contemporanea che Giovanni Lo Verso ha aperto nel cuore del centro storico.
La pubblicazione delle immagini su "Repubblica" ha fatto parte integrante del progetto artistico, ne ha costituito una sorta di inconsapevole preview, non più - finalmente - per un pubblico di soli addetti ai lavori. Ha rimarcato la struttura delle proposte pubblicitarie per non vendere nulla. Il quotidiano con le sue pagine è diventato "luogo" dell´esposizione, ma soprattutto ha intrecciato la creatività con la cronaca, raccordando il piano della possibilità fantastica con la realtà di una caccia all´uomo, evocando la ricerca del superlatitante senza mai citarne nome e volto. Il progetto era far sì che le fotografie, con un´assenza reiterata, delineassero una singolare ipotesi di ritratto, per chi, con la cancellazione della propria identità, ha creato un mistero unico al mondo.
Nelle immagini sono i luoghi comuni - strade intasate, teatri, ospedali, edicole, navi - a fare scomparire la certezza dei riferimenti. "Abbiamo dato agli studenti alcune indicazioni - dice Ida Parlavecchio - in modo tale che la città venisse ritratta in modo freddo. Regole fisse per tagli e inquadrature, con il risultato finale che le immagini appaiono realizzate quasi da una stessa mano, pur essendo invece lavoro di singole persone".
La passeggiata per immagini è fatta a Palermo, ma la città potrebbe essere anche un´altra. I luoghi sono quelli che molti di noi attraversano ogni giorno e che forse anche Provenzano, da oltre quarant´anni, percorre indisturbato. Un reportage dell´assenza, che brilla per ostentata normalità. Tanto che le immagini, allineate e nitide, sembrano dire: "Era proprio qui, un momento fa".

IL CRONISTA
Bino come Bin, due nomi molto ricercati
Quel siciliano troppo latitante
È scomparso da quarant´anni. Racconta il suo avvocato "Non lo troveranno mai perché lo cercano tra i delinquenti"
ATTILIO BOLZONI
Forse se lo sono inventato. Partorito da menti raffinatissime e dato in pasto prima ai siciliani e, in tempi assai più recenti, all´Italia tutta. Anche il nome fa nascere qualche sospetto: Bino. Non si chiama per caso quasi come lui - Bin - pure quell´altro illustre ricercato del Sud del mondo che nessuno riesce ancora a prendere? La fantasia delle spie non è mai stata fervida, pigrizie investigative tipiche degli agenti (segreti) di una volta che se ne fottevano delle conseguenze. E, infatti, oggi siamo qui a tormentarci tra i due, Bino e Bin, il primo siciliano e l´altro arabo, tutti e due probabilmente creati in "laboratorio" apposta per noi.
Del secondo (Bin Laden) possiamo affermare con un po´ di sicurezza che almeno per ora trattasi di latitante. Del primo, ormai, non possiamo avanzare ipotesi di una certa attendibilità. Forse forse ce ne possiamo permettere soltanto una: non è un latitante. Dopo quarant´anni Bino (Provenzano) si è guadagnato un altro "status": non se lo merita di essere chiamato in quel modo; quella parola, "latitante", non fa giustizia all´uomo che dal settembre del 1963 è scomparso dalla faccia della terra. Come ha fatto e con chi l´ha fatto, immaginatelo voi. A noi risulta che per tre decenni non lo abbiano mai cercato. Proprio mai. Qualche problema l´ha avuto solo ultimamente. Ma non era previsto che in Sicilia e in Italia accadesse quello che poi è accaduto tra il 1992 e il 1994, stragi, morti, un sistema politico in pezzi e la sua mafia da rifondare. Così lui, da un anno all´altro, si è ritrovato all´improvviso inseguito, nominato, scoperto. Braccato sì, ma non troppo. Può contare sempre su antiche "solidarietà", su amici di vecchia data che non abitano a Corleone e non hanno mai portato la coppola.
Ci raccontava pazientemente l´avvocato Salvatore Traina, il suo legale, il 17 settembre del 2003: "Le forze dell´ordine non lo troveranno mai, non lo troveranno mai perché lo cercano nei posti sbagliati, tra i delinquenti". Aggiungeva l´avvocato: "Lui invece vive tra le persone perbene". Quindi, alla fine di queste trenta righe, abbiamo un´altra piccola foto da regalarvi: non è tra i delinquenti.

17 febbraio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: PENTITO SOTTO STRESS, RINVIATA UDIENZA
ANSA:
DELL'UTRI: PENTITO SOTTO STRESS, RINVIATA UDIENZA
   Il collaboratore di giustizia Giusto Di Natale e' stressato e non puo' deporre al processo al senatore di Fi Marcello Dell'Utri accusato di concorso in associazione mafiosa. Lo attesta un certificato medico fatto pervenire ai giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo dallo stesso pentito che oggi avrebbe dovuto testimoniare su presunti rapporti tra l'imputato e boss mafiosi.
L'impedimento del teste ha fatto slittare l'udienza a lunedi' 23 febbraio, giorno in cui sul banco dei testimoni dovrebbe salire un perito chiamato a riferire sulle condizioni di salute di Di Natale.

17 febbraio 2004 - PRESUNTE TALPE DDA; LAICI CDL, CSM INDAGHI SU LO FORTE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; LAICI CDL, CSM INDAGHI SU PM LO FORTE
VERIFICARE SUA INCOMPATIBILITA' AMBIENTALE
   Un' indagine "urgente" del Csm sul procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte per la vicenda delle "talpe" alla Dda del capoluogo siciliano. A sollecitarla sono i consiglieri laici della Cdl, che chiedono di verificare "la sussistenza di ipotesi di incompatibilita' ambientale" a carico del magistrato, se cioe' ci siano gli estremi per un trasferimento d'ufficio del magistrato.
L'istanza e' stata formalizzata al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli.
  Chiedendo l'apertura di una pratica in Prima Commissione, i laici della Cdl fanno riferimento alle notizie riportate "da oltre un mese" dalla stampa ,secondo cui il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro ha chiamato in causa Lo Forte, anche se ricordano che il procuratore aggiunto di Palermo "ha smentito con energia e ha preannunciato querele". "E' di palmare evidenza, comunque- sottolineano- come tali notizie creino apprensione nella opinione pubblica mentre le inchieste vanno giustamente avanti". Percio' - secondo Nicola Buccico, Giuseppe Di Federico, Antonio Marotta, Giorgio Spangher e Mariella Ventura Sarno - e' "indispensabile, opportuna ed urgente una azione accertativa di competenza della Prima Commissione per verificare - all'esito degli accertamenti che saranno ritenuti necessari e, come e' ovvio, anche indipendentemente da profili di colpevolezza- la sussistenza di ipotesi di incompatibilita' ambientale". "La autorevolezza della magistratura, proprio quale espressione dei principi di autonomia, indipendenza e imparzialita', e', infatti, il bene che va salvaguardato in un rapporto di fiducia sintonica con il sentimento di giustizia proprio dei cittadini e della societa"".

MAFIA: TALPE DDA; LO FORTE, NON INTENDO COMMENTARE
   "Non intendo commentare in alcun modo". Cosi' il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte ha accolto la notizia della sollecitazione di un' inchiesta del Csm a suo carico fatta dai consiglieri laici della Cdl Nicola Buccico, Giuseppe Di Federico, Antonio Marotta, Giorgio Spangher e Mariella Ventura Sarno.
I cinque componenti del Consiglio Superiore hanno chiesto alla prima commissione di Palazzo dei Marescialli di pronunciarsi sulla compatibilita' ambientale del magistrato e su un suo eventuale trasferimento d' ufficio da Palermo alla luce delle notizie riportate "da oltre un mese" dalla stampa, secondo cui il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, arrestato per mafia, avrebbe chiamato in causa Lo Forte.
Ciuro, accusato di avere passato informazioni riservate su indagini in corso all' imprenditore della sanita' Michele Aiello, aveva riferito ai pm che il medico Aldo Carcione, in carcere per violazione del sistema informatico della Procura nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla dda, gli avrebbe detto di avere appreso notizie su inchieste riservate da Lo Forte. Il medico, pero', ha sempre negato di avere indicato nel procuratore aggiunto la fonte delle sue informazioni.
Ciuro, dal canto suo, ha precisato di non avere mai creduto ad un coinvolgimento del magistrato.

18 febbraio 2004 - 'NDRANGHETA: ARRESTATO MORABITO, LATITANTE DA 12 ANNI
ANSA:
'NDRANGHETA:MORABITO, 12 ANNI LATITANZA FINITI ALL'ALBA
IRRUZIONE CARABINIERI ROS IN CASOLARE, ARRESTATO ANCHE IL GENERO
Per 12 anni e' riuscito a sfuggire alle forze dell' ordine che gli davano la caccia. Ma stamani Giuseppe Morabito, potente boss settantenne della 'ndrangheta, niente ha potuto quando nel casolare nel quale si nascondeva insieme al genero, hanno fatto irruzione i carabinieri del Ros, il Raggruppamento operazioni speciali.
E' terminata cosi' la latitanza della "primula rossa" della criminalita' organizzata calabrese, di colui che dalla zona di Africo Nuovo, suo paese natio, gestiva il narcotraffico internazionale, dell' uomo che anche i massimi livelli dello Stato ritenevano ormai pari grado come importanza, se non addirittura piu' potente, di Bernardo Provenzano.
Giuseppe Morabito, soprannominato "u tiradrittu", era in compagnia del genero, Giuseppe Pansera, pure lui latitante, in un casolare in una frazione montana di Cardeto, un centro aspromontano. I due uomini erano armati. Vicino al letto avevano due pistole, una skorpion ed una Beretta modificata, ma non hanno avuto il tempo di usarle. E cosi', al superlatitante, non e' rimasto altro da fare che arrendersi. Quindi, rivolto ai carabinieri, ha detto: "trattatemi bene".
Le maglie della rete tessuta dagli investigatori per la sua cattura avevano cominciato a stringersi gia' quattro anni fa. In quella occasione, pero', il boss riusci' a dileguarsi nonostante il blitz delle forze dell' ordine.
Da quel momento, tutte le informazioni raccolte dai comandi territoriali dei carabinieri su parenti, amici, affiliati o anche semplici conoscenti sono stati trasmessi alla sezione anticrimine del Ros che li ha analizzati, incrociati e valutati.
Un lavoro di intelligence che forse e' alla base anche degli arresti, effettuati lo scorso anno a Milano, del fratello e di un figlio di Giuseppe Morabito.
Due mesi fa, la svolta. I carabinieri, seguendo le mosse di una persona, della quale non e' stata fornita l' identita', sono giunti al casolare di Cardeto dove Morabito si nascondeva. I carabinieri hanno atteso le migliori condizioni e stamani sono entrati in azione. I Ros, con la collaborazione degli uomini del Comando provinciale di Reggio Calabria, hanno fatto irruzione arrestando i due latitanti.
Subito dopo l' arresto, Morabito ed il genero, con ingenti misure di sicurezza, sono stati trasferiti nella caserma del Ros a Reggio Calabria, distante poche decine di metri dal carcere e dall' aula bunker. E qui Morabito, forse per la prima volta da 12 anni a questa parte, ha avuto contezza di tutte le accuse che gli sono state mosse. I sostituti procuratori della Dda reggina, Nicola Gratteri e Basrbara Zuin, infatti, gli hanno notificato una decina di ordinanze di custodia cautelare che pendevano su di lui per reati che vanno dall' omicidio all' associazione mafiosa, al traffico d' armi e di sostanze stupefacenti, alle estorsioni.
I magistrati hanno anche rivolto qualche domanda al boss, ma sull' esito dell' interrogatorio c' e' il massimo riserbo. Dopo circa tre ore, i due pm hanno lasciato la caserma per fare ritorno in Procura sotto una rigida scorta che e' stata attivata anche intorno alla caserma.
Alcune persone, parenti del boss, giunte nei pressi della sede del Ros a bordo di due auto, hanno chiesto di poter salutare i loro congiunti senza riuscirvi. Morabito, infatti, dopo 12 anni di latitanza e' adesso in isolamento, in attesa che i magistrati tornino a trovarlo per nuovi interrogatori.

'NDRANGHETA:MORABITO, IL LEADER INDISCUSSO DELLE COSCHE
ANCHE RIINA AVREBBE TRASCORSO PERIODO LATITANZA AD AFRICO NUOVO
Gli investigatori, anche a seguito di diverse rivelazioni fatte da vari pentiti della 'ndrangheta, sono convinti, anche se non sono mai riusciti a provarlo in modo concreto, che Toto' Riina avrebbe trascorso, vestito da prete, un breve periodo della sua lunga latitanza ad Africo, "ospite" del capobastone e responsabile della "cupola provinciale" della 'ndrangheta, Giuseppe Morabito, detto "u tiradritto".
Che Morabito, 70 anni, sia il capo indiscusso, lo ha confermato agli inquirenti oggi pomeriggio nel corso del suo primo interrogatorio. "Un'intelligenza superiore alla media" e' infatti il commento di uno degli inquirenti che da' di Morabito quest'altra definizione: "Un soggetto carismatico, capace di imporre la pace nelle faide, di essere arbitro e mediatore, dotato di un'autorevolezza che altri non hanno". E capace anche di ammettere apertamente la sconfitta, al punto che stamani ai carabinieri e al magistrato ha detto: "Se non mi prendevate voi non mi prendeva nessuno".
Lo spessore criminale e la capacita' di Giuseppe Morabito di guidare per tanti anni uno dei clan della 'ndrangheta piu' potenti e ramificati in Italia e all'estero emerge in modo prorompente alla fine del 2001 quando nella relazione presentata dalla Direzione distrettuale antimafia, "u tiradritto" viene, appunto, indicato uno dei leader indiscussi della 'ndrangheta che siede ai vertici della nuova struttura piramidale che la mafia calabrese ha mutuato da quella siciliana: la "Commissione provinciale" che dirige i tre "mandamenti" storici (tirrenico, ionico e Reggio Calabria) che tengono sotto scacco la Calabria.
Latitante da piu' di dieci anni, Morabito e' stato per troppo tempo un vero tabu' per gli 007 di polizia e carabinieri che lo hanno inseguito senza sosta ma senza successo. Negli ultimi due lustri, infatti, sono state piu' di cento le operazioni delle forze dell'ordine finalizzate, gran parte delle quali ad Africo e nei centri aspromontani della Locride, alla cattura della "primula rossa" della 'ndrangheta.
Secondo quanto emerge da decine e decine di indagini compiute dalla Polizia e dai Carabinieri, buona parte del business internazionale di cocaina tra Europa e i colombiani del cartello di Medellin sarebbe passato proprio dalle mani del 'tiradritto'. Africo, insomma (nella primavera scorsa il consiglio comunale e' stato sciolto per infiltrazioni mafiose) sarebbe uno dei piu' importanti crocevia nazionali del narcotraffico.
Il nome di Giuseppe Morabito, inoltre, e' emerso pure ad ottobre del 2000 nel corso di un' inchiesta, sfociata in numerosi arresti (operazione denominata "Panta Rei"), relativa a quanto sarebbe successo, in fatto di presunti esami comprati e lauree conquistate grazie al patrocinio dei boss, all'interno dell'Universita' di Medicina di Messina.
Alla guida del "locale" di 'ndrangheta di Africo, Giuseppe Morabito e' approdato alla fine degli anni '80 a seguito di una sanguinosissima guerra di mafia, la cosiddetta "faida di Motticella", tra i clan africesi Morabito-Mollica da una parte e Speranza-Palamara-Scriva dall'altra. Nel corso del cruento scontro armato furono piu' di cinquanta le persone ammazzate. A dare la stura alla mattanza fu il contestato e mal digerito - da diversi componenti del clan poi spaccatosi, appunto, in due - sequestro di persona del farmacista di Brancaleone, Concetta Infantino, rapita il 25 gennaio del 1983 e poi liberata dai componenti dell'Anonima senza il pagamento del riscatto.

'NDRANGHETA: MORABITO TRA I 28 SUPERLATITANTI RICERCATI
IN LISTA POLIZIA PROVENZANO ED ALTRI 7 AFFILIATI COSCHE CALABRE
Il nome di Giuseppe Morabito, boss della 'ndrangheta catturato oggi dai carabinieri del Ros, figura nella lista dei 28 superlatitanti definiti dal Viminale "di massima pericolosita"", tra i quali spicca Bernardo Provenzano.
I 28 criminali fanno parte del Programma speciale di ricerca della Direzione centrale della polizia criminale. Tra questi, oltre a Morabito, ci sono altri 7 ricercati legati all' 'ndrangheta. Si tratta di Giuseppe Bellocco, nato nel 1948 a Rosarno, ricercato dal 1997 per omicidio, associazione di tipo mafioso, traffico di droga ed altro; Pietro Criaco, nato nel 1972 ad Africo (Rc), ricercato dal 1997 per associazione di tipo mafioso, omicidio ed altro; Giuseppe Iamonte, nato nel 1949 a Melito Porto Slavo (Rc), ricercato dal 1993 per associazione di tipo mafioso, omicidio, traffico di stupefacenti ed altro;
Pasquale Condello, nato nel 1950 a Reggio Calabria, ricercato dal 1997 per omicidio, estorsione ed altro; Orazio De Stefano, nato nel 1959 a Reggio Calabria, ricercato dal 1992 per associazione di tipo mafioso ed altro; Gregorio Bellocco, nato nel 1955 a Rosarno (Rc), ricercato dal 1996 per associazione di tipo mafioso, omicidio ed altro; Pasquale Tegano, nato nel 1955 a Reggio Calabria, ricercato dal 1994 per associazione di tipo mafioso, omicidio ed altro.

18 febbraio 2004 - SOPRALLUOGHI A PALERMO PER FILM SU BORSELLINO
"La Repubblica"
Tavarelli in via D´Amelio per il film su Borsellino
Ultimi sopralluoghi, in città, prima dell´inizio del nuovo film sul giudice Paolo Borsellino. Ieri in città è arrivato il regista Gianluca Tavarelli, che il 15 marzo comincerà a girare una fiction prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi, con Giorgio Tirabassi nel ruolo del protagonista ed Ennio Fantastichini in quello di Giovanni Falcone.
Ieri il giro di Tavarelli ha toccato alcuni location chiave del film, che sarà trasmessa in due puntate su Canale 5: il ristorante Charleston di Mondello, la tonnara Florio all´Arenella, esterni e interni del palazzo di giustizia, l´aula bunker del tribunale e il luogo della strage, via D´Amelio. La sceneggiatura è firmata da Attilio Bolzoni, Giancarlo De Cataldo, Leonardo Fasoli e Mimmo Rafele. Racconta Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso: "Ho fatto una chiacchierata con gli sceneggiatori l´anno scorso, poi non ho avuto più notizie. So che hanno intenzione di mette