Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2004: gennaio |
1 gennaio 2004 - RIINA PER TRATTAMENTO PIU' DIGNITOSO
ANSA:
MAFIA: RIINA, GIUSTO AVERE TRATTAMENTO PIU' DIGNITOSO
BOSS DENUNCIA AI RADICALI, NON POSSO RICEVERE CIBO DA CASA
Un trattamento carcerario "piu' dignitoso". E' quel che ha chiesto il boss Toto' Riina, pluriergastolano, e dalla vigilia di Natale nel carcere milanese di Opera in regime di 41 bis, a Maurizio Turco, il presidente dei deputati radicali al Parlamento Europeo che oggi, accompagnato dall'ex consigliere regionale Giorgio Inzani, gli ha fatto visita nella prigione alle porte di Milano.
Riina, in una delle cinque celle del reparto speciale creato per i detenuti sottoposti al carcere duro, si e' lamentato delle condizioni in cui e' detenuto. Il boss, nel breve colloquio avuto attraverso lo spioncino della sua cella, come ha riferito Turco, ha spiegato che "il mondo deve sapere" delle sue condizioni.
"Ha fatto presente - ha spiegato l'europarlamentare - che ha tre by-pass e che nell'ultimo anno e' stato colpito da due infarti e che, quindi, trova assurdo che una persona di 74 anni come lui, in quello stato di salute, dopo 11 anni in isolamento, non debba avere condizioni di detenzione piu' dignitose".
Turco, che e' anche relatore al parlamento europeo sui diritti dei detenuti nell'Unione, ha sottolineato che il boss dei boss ha denunciato di non poter nemmeno ricevere il cibo da casa: "Che senso ha una cosa del genere? - avrebbe chiesto - Qual e' la ragione per cui non posso ricevere viveri da casa?" Riina pero', come aveva chiesto, riceve tutti i giorni la Gazzetta dello Sport. E sempre su sua richiesta, presto avra' una cyclette che verra' sistemata nella sala allestita per le due ore di socialita' al giorno alle quali i detenuti sottoposti al regime del 41 bis hanno diritto.
La visita di oggi di Turco e Inzani a Toto' Riina e' avvenuta in seguito a una polemica con la direzione della Casa circondariale: il 30 si erano recati nel carcere per visitare i detenuti al centro clinico ed anche il boss, ma l'agente che li accompagnava escludeva che Riina fosse li' e che ci fosse un reparto per i detenuti sottoposti al 41 bis. "Quello che non sapevamo e che due giorni fa non ci e' stato detto ufficialmente, nonostante le notizie apparse sulla stampa - hanno affermato -, oggi l'abbiamo scoperto e appurato di persona". "C'e' una politica sulla detenzione speciale - ha continuato Maurizio Turco - sottratta alla conoscenza pubblica e soprattutto a coloro che hanno poteri ispettivi, come i deputati".
L'europarlamentare radicale ha poi sottolineato che Riina e' il detenuto piu' noto con una vicenda giudiziaria molto complessa: "ma la vicenda di Riina - ha precisato - e' la vicenda di tutti i detenuti sottoposti al regime del carcere duro. Sono sottoposti al 41 bis senza avere le garanzie di legge. Una legge che, per esempio, non prevede che il colloquio mensile con i familiari avvenga attraverso un vetro".
Secondo il relatore per il parlamento Europeo sullo stato dei diritti dei detenuti "lo stato italiano non puo' e non deve comportarsi in modo vendicativo, usando gli stessi strumenti della mafia, la vendetta, per combatterla"."Per questo - ha ribadito Turco - chiediamo di nuovo al ministro della Giustizia Castelli il rispetto della legge sul 41 bis e non misure di tipo punitivo. Inoltre che venga fatta un'inchiesta per verificare quanti di questi detenuti rispondono in realta' ai requisiti previsti dalla legge stessa".
Inzani ha anche parlato di come il taglio dei fondi dedicati al settore penitenziario a Opera abbia toccato in particolare il reparto femminile, dove soprattutto manca il personale.2 gennaio 2004 - UN CONVEGNO E UN LIBRO A 20 ANNI DA UCCISIONE FAVA
ANSA:
MAFIA: UN CONVEGNO E UN LIBRO A 20 ANNI DA UCCISIONE FAVA
Per ricordare la figura di Giuseppe Fava, il giornalista, drammaturgo e scrittore ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio del 1984, la Fondazione che porta il suo nome ha organizzato a vent' anni dall' omicidio una serie di iniziative che culmineranno lunedi' prossimo in un convegno.
Alla manifestazione, che si svolgera' il 5 gennaio nel centro Zo, prenderanno parte, tra gli altri, il segretario dei Ds Piero Fassino, i deputati Nando Dalla Chiesa, e il procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli, insieme con Claudio Fava, figlio del giornalista ucciso. A presentare il programma stamane a Catania e' stata la figlia, Elena Fava, presidente della Fondazione.
Tra le iniziative la creazione di un sito web della Fondazione (www.fondazionefava.it) e la presentazione, in programma domani alle 17.30 nella cappella Bonaiuto, del volume "Un anno" in cui la Fondazione ha raccolto tutti gli articoli, le novelle e i disegni che Giuseppe Fava ha pubblicato nel primo anno di uscita della sua rivista "I siciliani". Alla presentazione prendera' parte l' attore Pippo Pattavina.
Elena Fava ha detto che il volume, alla cui realizzazione ha collaborato l' assessorato comunale ai Beni Culturali, sara' distribuito nei Licei "perche' l' impegno della Fondazione e' di mantenere viva una memoria; di far conoscere soprattutto ai giovani, chi era Giuseppe Fava e, partendo da lui, di promuovere la cultura antimafiosa". Elena Fava ha parlato degli obiettivi della Fondazione, tra cui la ripresa di un premio nazionale dedicato a Giuseppe Fava, e l' inserimento nel sito web della Fondazione di tutti gli atti del processo sull' uccisione del giornalista conclusosi un mese e mezzo fa.
"Continuo a ricordare con rabbia, e con altri sentimenti - ha aggiunto Elena Fava - quello che e' accaduto. Mi dicono che il 5 gennaio e' una data scomoda, in mezzo alle feste. Il 5 gennaio non e' una data scelta da noi, la strategia mafiosa non conosce e non ha rispetto delle feste". "Pippo Fava - ha concluso - e' sempre attuale, come il sacrificio di tutti quelli che sono morti per la mafia. Non ci sono quelli che nascono predestinati ad essere vittime della mafia, ci sono le persone che cercano di portare avanti il proprio impegno, di svolgere il loro lavoro sino in fondo e che chiaramente in questa citta', in questa terra, dove non tutti i siciliani sono mafiosi, hanno dato e continuano a dare fastidio".4 gennaio 2004 - GRASSO: NON ALLENTARE 41 BIS
"Avvenire"
LA LOTTA ALLA MAFIA
Il procuratore di Palermo interviene sulle polemiche sorte intorno al regime del "carcere duro" Nonostante controlli fittissimi "i detenuti usano mille trucchi per far passare ordini e messaggi"
Grasso: "Non allentare il 41 bis"
"Dobbiamo impedire ai boss di comunicare con l'esterno Ogni concessione favorisce la mafia" Le indagini: "Il taglio dei fondi al settore informatico non aiuta la nostra attività"
Da Milano Nello Scavo
"Allentare il carcere duro per i boss? Semmai va esteso a quanti, ai vari livelli criminali, riescono a far comunicare i detenuti con l'esterno". Pietro Grasso non ha esitazioni. Per il capo della Procura di Palermo il 41-bis va mantenuto. E ricorda che quella norma, prima provvisoria ma ora definitiva, "nacque come risposta dello Stato alle stragi di mafia che uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte".
Ora quel "fiore all'occhiello" di tutti i proclami antimafia rischia, un po' alla volta, di essere fiaccato dai provvedimenti dei Tribunali di sorveglianza, che nel 2003 hanno accolto 64 ricorsi, anche se solo uno riguardava mafiosi condannati dalla magistratura palermitana. "In genere - precisa Grasso - riusciamo a fornire elementi che riscontrano l'attualità dei collegamenti tra i boss in carcere e i mafiosi sul territorio", evitando la revoca del carcere duro.
Perché non bisogna cedere alle richieste dei tanti boss che chiedono una detenzione "più umana"?
Innanzitutto va detto che non si tratta né di una forma di tortura, né di sevizie. Nessuno può dirsi privato della "dignità umana". Tanto più che il "nuovo 41 bis", in sé, risulta svuotato delle intenzioni originarie. I detenuti infatti socializzano tra loro per alcune ore al giorno. E questo è di per sé preoccupante, se si considera che questa misura consente a boss di prim'ordine di incontrarsi e colloquiare. Non dobbiamo poi dimenticare che i messaggi all'esterno spesso arrivano attraverso malavitosi che stanno nella parte bassa della gerarchia, quelli che vivono il carcere come uno dei momenti della "università del crimine". Ecco perché ritengo che il carcere duro vada semmai esteso anche a questi elementi. Ogni allentamento significa concedere alla mafia nuovi spazi.
Come funziona la "rete di comunicazione" clandestina di Cosa nostra?
I trucchi usati dai detenuti sono innumerevoli. Dai foglietti, i "pizzini", cuciti nei risvolti dei pantaloni, ai classici bigliettini nascosti nel cambio della biancheria. Poi c'è chi, dovendo far partire un qualche ordine, chiede ai familiari di presentarsi al colloquio mensile in una precisa data, quando a poca distanza e nella stessa sala si siederà quel tale mafioso, anch'esso impegnato in un colloquio con parenti. Bastano pochi attimi, un contatto rapido, fortuito, uno scambio di sguardi, e il messaggio è consegnato. Naturalmente l'Amministrazione penitenziaria fa tutto il possibile perché questo non avvenga, ma nonostante controlli fittissimi qualcosa può sfuggire, e noi non possiamo permetterlo. Ecco perché credo che il 41 bis debba essere esteso a quanti, a vario titolo, sono parte di questo sistema di comunicazione.
Ma non c'è proprio nulla da rivedere nel sistema del carcere duro?
Eliminerei tutte le cose inutili, quelle che cioè non sono funzionali allo scopo di impedire ai boss di comunicare. Ovviamente sono aspetti che vanno valutati con estrema cautela.
Parliamo dello "stato di salute" di Cosa nostra. È ancora un'organizzazione criminale potente e penetrante?
Assolutamente sì. Per la mafia questo è un tempo florido di affari. La "pax" tra i clan impera. Non ci sono iniziative plateali. Un silenzio direttamente proporzionale all'enorme capacità di infiltrarsi, come dimostrano le inchieste, nel tessuto sociale, economico e politico.
E la legislazione antimafia, funziona ancora?
Sostanzialmente non è stata disintegrata. Però rimangono gravi problemi. A cominciare dalla lentezza dei processi. Non c'è dubbio che questo pesa enormemente sulla nostra attività.
Il vostro, oltre che rischioso, è un lavoro duro e complesso. Disponete di tutte le risorse necessarie?
In effetti ci sono delle carenze. Soprattutto nel settore informatico. Con il taglio dei fondi del ministero è diventato più difficile incrociare i dati, ricostruire tassello dopo tassello il malaffare mafioso, confrontare informazi oni. E certo questo non ci facilita.
È ancora Bernardo Provenzano a comandare dentro la Cupola?
Di certo sappiamo che si trova al vertice. Ma non possiamo dire se sia l'unico dittatore o, piuttosto, una sorta di "amministratore delegato". Quanto alla sua latitanza, speriamo di interromperla presto. Io non amo parlare di "avvicinamenti" o di "covi caldi". O lo si prende oppure no."Il Corriere della sera"
La replica del ministro Castelli: non abbiamo abbassato la guardia
Carcere duro, il presidente dell'Antimafia: "C'è un'indagine sui troppi annullamenti"
"Il governo non ha abbassato la guardia nella lotta alla mafia. Durante le vacanze di Natale ho firmato il rinnovo per circa 600 provvedimenti di 41 bis. Se esistono invece problemi riguardanti l'attività dei tribunali di sorveglianza ricordo che non è concepibile invocare ogni giorno l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e poi chiamare in causa il governo". Il ministro della Giustizia Roberto Castelli respinge le accuse che lo hanno investito a seguito del bilancio "in rosso" della nuova legge sul carcere duro, tracciato dal Dap e rivelato ieri dal Corriere : sono già 64 i superboss (compresi i killer di Borsellino e del giudice Livatino) che hanno vinto il ricorso di fronte ai tribunali di sorveglianza e per i quali l'amministrazione penitenziaria ha dovuto sollecitare i procuratori generali ad impugnare il provvedimento di fronte alla Cassazione. Una situazione che preoccupa anche il presidente della commissione Antimafia, Roberto Centaro (FI): "Ce ne occuperemo presto. Va fermata la politica lassista dei tribunali di sorveglianza. Se la legge ha delle falle studieremo come modificarla. Per questo, dopo il rapporto del Dap, abbiamo avviato un'indagine sui motivi dei troppi annullamenti". "È pazzesco sostenere che simili boss non abbiano più capacità di avere rapporti con l'esterno - dichiara il senatore della Margherita Nando Dalla Chiesa - ma capisco che per magistrati lontani dai riflettori sia difficile decidere su personaggi in grado di fare pressioni e minacce".ANSA:
41BIS: VEDOVA CAPONNETTO, NO A REGALI A MAFIA
Alleggerire il 41 bis, in qualsiasi modo cio' avvenga, significa "aiutare la mafia". E' quanto sostiene, a nome della Fondazione Caponnetto, la vedova del fondatore del pool antimafia di Palermo, Elisabetta Caponnetto.
"Facendo seguito alle giuste preoccupazioni espresse dall' on. Lumia, la Fondazione esprime il proprio disappunto per l' alleggerimento del 41 bis. Occorre dire - aggiunge la nota - che chiunque, in tutti i modi, anche se semplicemente burocratici, tocca i principi stabiliti dal regime carcerario speciale del 41 bis aiuta la mafia".5 gennaio 2004 -FRATELLO BORSELLINO, STRAGI SEPOLTE DA INDIFFERENZA
ANSA:
MAFIA: FRATELLO BORSELLINO, STRAGI SEPOLTE DA INDIFFERENZA
'SI MISTIFICA MESSAGGIO GIUDICI MORTI, SI DELEGITTIMANO I VIVI'
Le morti di Falcone e Borsellino quasi dimenticate, "sepolte sotto il peso dell'indifferenza". Lo afferma Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo ucciso dalla mafia a Palermo, in una lettera inviata a don Alberto Conti, il direttore della Caritas Diocesana di Trivento (Campobasso). Proprio nel paese al confine tra Molise e Abruzzo, infatti, da dieci anni e' attiva una scuola di formazione intitolata al magistrato morto nella strage di via D'Amelio.
Salvatore Borsellino parla anche di "nuovi accordi di connivenza che la nuova mafia sembra essere riuscita a stringere con la parte marcia dello Stato". Poi aggiunge: "Contro i giudici, quelli onesti e ancora vivi, si lotta oggi non piu' con le bombe ma con le armi subdole ma altrettanto letali come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato e quindi di quelli morti si cerca di appropriarsi mistificandone il messaggio".
Il fratello del magistrato assassinato dalla mafia il 19 luglio 1992 parla poi di quanto accaduto dopo le stragi. "Per anni sono stato in tante scuole d'Italia - scrive - e tra queste anche quella della Caritas di Trivento, della quale Paolo sarebbe stato orgoglioso, per parlare del sogno di Borsellino e Falcone, di speranza, di volonta' di lottare, di quell'alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e dell'interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile".
"Tante volte ai giovani di quelle scuole - aggiunge Salvatore Borsellino - ho parlato di un olivo che la mia famiglia, come simbolo di pace e di speranza, aveva fatto venire da Betlemme per piantarlo nel luogo dove l'auto carica di tritolo aveva ucciso Paolo e i ragazzi della sua scorta. Poi quell'alba si e' rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve essere svegliata da una strage come quella di Capaci o di via D'Amelio si e' di nuovo assopita, sepolta sotto il peso dell'indifferenza e quella che sembrava essere la volonta' di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si e' di nuovo spenta, sepolta - conclude il fratello del giudice ucciso - dalla volonta' di normalizzazione e di compromesso".5 gennaio 2004 - MAFIA: CASELLI, NON FA PIU' NOTIZIA MA C'E' ANCORA
ANSA:
MAFIA: CASELLI, NON FA PIU' NOTIZIA MA C'E' ANCORA
'CONTRO I MAGISTRATI PAROLE MALATE, FALSE E CANCELLATE'
"Soltanto a Palermo tra il 2001 e il 2003 sono stati inflitti 368 ergastoli: una cifra che da sola dice tutto. Di questo non si parla e invece bisognerebbe farlo, perche' forse e' qui la spiegazione della nuova tattica della mafia: non fare piu' notizia, non farsi piu' vedere". Lo ha detto il procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli.
Parlando con i giornalisti a Catania in occasione della cerimonia di commemorazione dell'omicidio del giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1985, Caselli ha osservato: "questa tattica ha pagato, soltanto che la mafia nonostante gli ergastoli c'e' ancora, pericolosamente e gravemente. Guai a non tenerne conto e a non considerarla prioritaria da parte di chi ha responsabilita' nella sua agenda".
Riferendosi a Fava, il magistrato ha detto: "ci ha insegnato che la mafia si puo' efficacemente combattere anche con le parole. Un insegnamento di questi tempi importante - ha aggiunto - perche' e' sempre piu' frequente l'uso di parole malate, false e cancellate". Caselli ha quindi puntualizzato meglio questo concetto: "sono malate quelle che consistono nella definizione dei magistrati come di persone antropologicamente diverse dal resto della razza umana, e sono parole che testimoniano un malessere nel modo di affrontare questi problemi". "Parole false - ha continuato - sono quelle che vedono teoremi e complotti per quanto riguarda i rapporti tra mafia e politica e le indagini doverose su questo versante: nessun complotto, nessun teorema, soltanto l'adempimento di doveri fondamentali propri di chi ha giurato fedelta' alla Costituzione". "Sono parole cancellate - ha spiegato - quando ci sono delle assoluzioni per prescrizione, cioe' con riconoscimento della sussistenza di fatti ben precisi e gravi, queste parole che affermano responsabilita' di questa portata le ignorano, le cancellano, non le comunicano".
Commemorando Giuseppe Fava, Caselli ha ricordato vittime della mafia come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e don Pino Puglisi. "Sono sicuramente martiri - ha detto - nel senso materiale del termine e nel senso ideale, della testimonianza che hanno offerto, purtroppo viviamo tempi in cui queste rischiano di essere soltanto parole, soprattutto parole, perche' non c'e' grande tensione, grande attenzione su questi temi".6 gennaio 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: CASELLI SCRIVE A CIAMPI E ROGNONI
"Il Messaggero"
IL PROCESSO AL SENATORE A VITA Andreotti, Caselli scrive a Ciampi e Rognoni Lettera dell'ex procuratore di Palermo e dei "suoi" pm: ecco perché lo abbiamo accusato di mafia
ROMA Una puntigliosa ricostruzione delle tappe dell'inchiesta giudiziaria sfociata nel processo a Giulio Andreotti. In sostanza una risposta alle critiche avanzate dal senatore a vita sull'invio da parte dell'allora presidente della commissione antimafia Luciano Violante di una segnalazione anonima sul delitto Pecorelli alla procura di Palermo e non a quella di Roma competente per territorio. L'hanno fatta l'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e i Pm Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli scrivendo al presidente della Repubblica Ciampi, ai presidenti della Camera Casini e del Senato Pera, e al vicepresidente del Csm Rognoni.
La notizia è stata data dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini alla riunione dei capigruppo. L'ex procuratore di Palermo si è limitato a dire che: "In quella lettera c' era solo il nostro punto di vista".
Nel documento si ribadisce la correttezza dell'operato dei magistrati della Procura di Palermo. I quattro magistrati spiegano al capo dello Stato la circostanza più volte citata e criticata da Andreotti della segnalazione anonima inviata da Violante a uno dei pm, Scarpinato, in cui si accusava lo stesso sette volte presidente del Consiglio di essere coinvolto nel delitto Pecorelli. "Scarpinato e Palermo - ha detto più volte Andreotti nel dibattito seguito alle assoluzioni, sia quella definitiva per il delitto Pecorelli, sia la seconda d'appello del processo siciliano - non c'entravano nulla". Nella lettera, invece, i quattro magistrati che facevano parte del pool di Palermo, sottolineano più volte ai vertici delle istituzioni di essere in grado di dimostrare che "quell'informazione venne spedita proprio a Palermo, perchè c'era un motivo ben valido".
Secondo la versione di Violante, quest'ultimo chiamò l'allora procuratore di Roma Michele Coiro, nel frattempo deceduto, per consultarsi e sarebbe stato Coiro ad indirizzarlo alla procura di Palermo in quanto sapeva di una indagine aperta su quei fatti mentre nella capitale non ci sarebbe stato un fascicolo riguardante i collegamenti tra il delitto e la mafia. Violante si mise a cercare il procuratore di Palermo, ma non avendolo trovato parlò con Scarpinato il quale gli chiese di mandarli una informazione scritta. Quell'informazione fu inserita nell'inchiesta da cui scaturì (il 27 marzo 1993) il processo di Palermo ad Andreotti conclusosi soltanto il 2 maggio scorso con la sentenza di appello di assoluzione, a conclusione di una vicenda durata oltre dieci anni.6 gennaio 2004 - MATTARELLA: OMELIA, DELITTO RIVELO' RAPPORTI MAFIA-POLITICA
ANSA:
MATTARELLA: OMELIA, DELITTO RIVELO' RAPPORTI MAFIA-POLITICA
"Un martire genera nuovi cristiani, la morte di Piersanti ha aperto, sia pure in sordina, la stagione di una nuova intuizione dei rapporti tra mafia e politica". E' uno dei passaggi dell'omelia di padre Sibilio, rettore del centro educativo ignaziano, che ha celebrato la messa di suffragio in ricordo di Santi Mattarella, 'un uomo - ha detto - che applicando in pieno le parole di Pio XII non manifesto' mai una dicotomia tra fede e politica, considerando la politica l'attivita' piu' alta di carita' umana".
Un delitto, secondo il sacerdote, commesso non casualmente il giorno dell'Epifania, "giorno in cui la luce divina si manifesta nel massimo splendore, giorno in cui le forze del male tentano, con ogni strumento, di soffocarla".
Alla messa, oltre ai familiari nella chiesa di Santa Lucia al Borgo Vecchio gremita in ogni posto, hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, tra cui l'on. Beppe Lumia (Ds), componente la commissione antimafia e il vice-coordinatore regionale della Margherita Franco Piro.8 gennaio 2004 - 11° ANNIVERSARIO OMICIDIO ALFANO
"La Sicilia"
Undici anni fa l'omicidio Alfano
BARCELLONA (MESSINA) - Venne ucciso con tre colpi di pistola mentre si trovava a bordo della sua Renault di colore rosso, era la notte dell'8 gennaio del '93 e stava facendo rientro a casa dove lo attendevano la moglie e le due figlie. Giuseppe Alfano, 42 anni, detto "Beppe", insegnava educazione tecnica nella scuola media della vicina Terme Vigliatore ma aveva il pallino del giornalismo. Venne ucciso nel centro di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.
Era giornalista pubblicista e con le sue puntuali cronache incominciava a dare fastidio. Scriveva per il nostro quotidiano, come corrispondente locale raccontava delle faide e delle lotte tra clan che avevano incominciato ad insanguinare quella che una volta era definita la provincia "babba". Una voce scomoda che la mafia decise di zittire.
Da quell' 8 gennaio sono trascorsi undici anni e sono stati celebrati ben quattro processi. E' stato individuato il mandante ed organizzatore ma non si conosce ancora chi fece fuoco con una calibro 22.La Cassazione infatti ha condannato a 30 anni di reclusione Giuseppe Gullotti, 41 anni, il capomafia della zona, detto l'avvocaticchio per un passato da studente in giurisprudenza. Ma resta ignoto il nome del killer.
La Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria, nell'aprile del 2002 ha assolto il presunto esecutore materiale dell'omicidio, il barcellonese Antonino Merlino, 33 anni, che era stato condannato dai giudici di Messina a 21 anni e 6 mesi. Pena in seguito annullata con rinvio dalla Cassazione, che ne disponeva il giudizio a Reggio Calabria. Una sentenza quest'ultima, immediatamente appellata dalla pubblica accusa e dallo stesso avvocato di parte civile Fabio Repici.
"L'udienza è stata fissata per il 17 febbraio a Roma - ha dichiarato l'avvocato Repici - al presso la corte di Cassazione. La parte civile in quella sede sarà sostenuta dall'avvocato Francesco Crescimanno. Vedremo in quella sede se sarà annullata la sentenza di assoluzione nei confronti del presunto esecutore materiale Antonino Merlino. Ma la vicenda processuale non è ancora chiusa. Esiste un fascicolo aperto contro ignoti dalla Procura di Messina e poi, come parte civile, ci siamo opposti alla richiesta di archiviazione per le dichiarazioni rese dal pentito Massimo Avola che ha indicato i nomi di altri due presunti mandanti dell'omicido Alfano".
Il giornalista Beppe Alfano sarà ricordato oggi con due messe una organizzata dal comune di Barcellona Pozzo di Gotto che si terrà al Duomo ed un'altra dai familiari in forma privata.8 gennaio 2004 - PROCURATORE AGGIUNTO PALERMO LO FORTE ANNUNCIA QUERELE
ANSA:
MAFIA: PROCURATORE AGGIUNTO LO FORTE ANNUNCIA QUERELE
"Andro' personalmente a Caltanissetta, su mia iniziativa, per querelare chi fino adesso mi ha calunniato". Lo afferma il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, facendo riferimento alle indiscrezioni secondo le quali sarebbe stato accusato dal maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, arrestato per concorso in associazione mafiosa, di avere passato informazioni riservate al radiologo Aldo Carcione, anche lui finito in carcere.MAFIA: LO FORTE, CONTRO DI ME SOLO CALUNNIE
Il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte sceglie di rompere il silenzio nel quale si era chiuso da diverse settimane per comunicare che le accuse che gli vengono mosse sono "solo calunnie".
"Lo faccio - afferma Lo Forte - in relazione alle notizie pubblicate da alcuni organi di stampa nei giorni scorsi, e in particolare oggi, dal quotidiano 'La Repubblica' su dichiarazioni asseritamente rese sul mio conto dal maresciallo Ciuro nell'ambito della cosiddetta inchiesta delle talpe in procura".
"E' mia ferma intenzione - aggiunge il magistrato - assicurarmi che chiunque abbia reso simili dichiarazioni e chiunque abbia contribuito a diffonderle ne risponda penalmente e civilmente nelle sedi competenti".
Lo Forte non vuole commentare la vicenda delle talpe in Dda che ha portato lo scorso novembre all'arresto dei marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, dell'imprenditore Michele Aiello e del medico radiologo Aldo Carcione, quest'ultimo compagno di scuola del procuratore aggiunto.
"Ho dato mandato ai miei legali - sottolinea il procuratore aggiunto - di predisporre le opportune querele e ogni altra iniziativa da inoltrare alle autorita' competenti. Io stesso provvedero' a presentare nelle prossime ore all'autorita' giudiziaria di Caltanissetta un motivato esposto per tutti gli accertamenti necessari in relazione ai reati procedibili d' ufficio commessi in mio danno, tra i quali, in particolare, calunnia e o millantato credito".MAFIA: LEGALE CIURO, MIO ASSISTITO NON ACCUSA LO FORTE
"E' vero che fin dal primo interrogatorio il maresciallo Ciuro ha fatto il nome del dottor Lo Forte, ma non lo ha mai accusato di nulla ne' tantomeno di essere lui la talpa istituzionale citata nell' ordinanza di custodia cautelare che l' ha portato in carcere". L' avvocato Vincenzo Giambruno, difensore di Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia arrestato a novembre con l' accusa di avere rivelato informazioni riservate della Dda, commenta cosi' le indiscrezioni pubblicate stamane dal quotidiano La Repubblica.
"Ciuro - aggiunge il penalista - nell' ultimo interrogatorio di martedi' scorso ha parlato di Lo Forte, riferendo notizie de relato, con tutte le riserve e le perplessita' che ha pure manifestato. Poi ha chiuso l' interrogatorio dicendo 'io non ci credo a quanto mi e' stato detto su Lo Forte"'.
Secondo l' avvocato Giambruno le dichiarazioni di Ciuro non costituirebbero una notitia criminis per la quale si renderebbe necessario aprire un fascicolo a Caltanissetta, sede della procura competente per i reati commessi da magistrati in servizio nel distretto di Palermo.
"Il maresciallo Ciuro - sottolinea il legale del sottufficiale - non ha detto nulla di nuovo rispetto al primo interrogatorio. Mi sembra gratuito e fuor di luogo, se e' vero, quanto detto negli ambienti investigativi e cioe' che, accusando il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, si tenterebbe di trasferire l' indagine a Caltanissetta. Tutto cio' e' veramente assurdo".
"Mi chiedo - prosegue Giambruno - perche' esce questa notizia anticipatamente, accompagnata dal fatto che tutto cio' sarebbe pilotato. L' interrogatorio di martedi' era stato preventivato dai pm. Avevo chiesto di mostrare tutte le carte a Ciuro per chiarire i passaggi delle intercettazioni e fornire indicazioni utili che sono a sua conoscenza, ma la richiesta non e' stata accolta. Se avessi voluto che Caltanissetta se ne occupasse avrei chiesto io stesso ai magistrati di quella procura di interrogare il mio cliente. Invece voglio che venga processato a Palermo".
L' avvocato Giambruno ricorda le indagini delicate in cui Ciuro e' stato impegnato dal 1993 ad oggi, l' ultima e' quella sulla mancata perquisizione al covo di Riina.
"In questa vicenda - aggiunge Giambruno - c' e' qualcosa che stona. Come le accuse a Ciuro. Emerge che lui si limitava a verificare notizie riservate che gli venivano fornite dall' esterno. Tanto che sono altri ad informarlo dell' indagine pendente a suo carico. E allora siamo al paradosso con la talpa che riceve notizie da altre talpe, e le persone che dovevano essere informate che diventano informatori".MAFIA: TALPE DDA; A CALTANISSETTA VERBALE CIURO SU LO FORTE
Sara' trasmesso ai magistrati della procura di Caltanissetta il verbale di interrogatorio del maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, arrestato lo scorso novembre per concorso in associazione mafiosa. Il sottufficiale martedi' scorso avrebbe fatto dichiarazioni de relato sul procuratore aggiunto Guido Lo Forte nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda.
La trasmissione degli atti avverra' nel momento in cui sara' consegnata ai pm di Palermo la trascrizione dell'interrogatorio. Secondo quanto si apprende in Procura, i magistrati di Caltanissetta dovranno decidere, una volta studiato il verbale, se chiedere lo stralcio di una parte dell' indagine o di trasferire l' intera inchiesta che riguarda oltre al maresciallo Ciuro il suo collega del Ros, Giorgio Riolo, l' imprenditore di Bagheria Michele Aiello ed il medico Aldo Carcione.
Il capo della Dda di Palermo, Pietro Grasso, a novembre ha inviato al collega Francesco Messineo di Caltanissetta alcuni stralci dell' indagine relativi a rapporti di amicizia vantati da Carcione con un magistrato della Procura. Allora Grasso e Messineo avevano sottolineato che questi contatti non avrebbero tuttavia avuto alcun rilievo di carattere penale ne' avrebbero influenzato in alcun modo l' inchiesta. Per questo motivo era stato affermato che la competenza dell' indagine restava ancora a Palermo.9 gennaio 2004 - PRESUNTE TALPE ALLA DDA; LO FORTE A CALTANISSETTA PER QUERELA
ANSA:
MAFIA: TALPE ALLA DDA; LO FORTE A CALTANISSETTA PER QUERELA
Il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte e' a Caltanissetta, nell' ufficio del procuratore Francesco Messineo, per presentare un esposto querela nei confronti di ''tutto coloro i quali mi hanno calunniato''.
Il magistrato e' giunto al palazzo di giustizia, accompagnato dagli uomini di scorta. Dagli ambienti della Procura e' stato precisato che, al momento, non e' previsto alcun interrogatorio di Lo Forte.
Il procuratore aggiunto aveva annunciato la sua decisione ieri, dopo la pubblicazione di alcune indiscrezioni relative all' interrogatorio del maresciallo Giuseppe Ciuro, arrestato nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda. Il sottufficiale aveva sostenuto di avere appreso dall' imprenditore Michele Aiello e dal radiologo Aldo Carcione, anche loro arrestati, che la fonte delle informazioni riservate in loro possesso sarebbe stata proprio Lo Forte. Ciuro aveva tuttavia sottolineato di non avere dato credito a queste rivelazioni.
Nel novembre scorso la Procura di Palermo aveva trasmesso per competenza ai colleghi di Caltanissetta alcuni atti dell' inchiesta sulla talpe alla Dda che coinvolgevano alcuni magistrati dell' ufficio. Non appena le dichiarazioni di Ciuro saranno trascritte anche questi verbali saranno trasmessi alla Procura nissena.
Il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte si e' intrattenuto nell' ufficio del capo della Dda di Caltanissetta, Francesco Messineo, per quasi un' ora. All' uscita del palazzo di giustizia il magistrato si e' limitato a riferire di aver presentato una denuncia per le calunnie di cui dice essere stato vittima per la vicenda sulle talpe alla Dda di Palermo.
''La mia denuncia - afferma Lo Forte - e' rivolta a chiunque abbia contribuito a diffondere calunnie nei miei confronti''.
Lo Forte ha presentato a Messineo un esposto al quale sono allegati anche articoli di giornali.12 gennaio 2004 - CASELLI, PROCESSO ANDREOTTI NON E' PARTITO DA VIOLANTE
ANSA:
ANDREOTTI: CASELLI, PROCESSO NON E' PARTITO DA VIOLANTE
EX PROCURATORE PALERMO TESTIMONE IN PROCESSO CONTRO JANNUZZI
"Il processo Andreotti non e' partito da Violante": lo ha detto oggi l' ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli testimoniando al processo che vede imputato di diffamazione il giornalista e senatore di Fi Lino Jannuzzi per il suo libro "Il processo del secolo: come e perche' e' stato assolto Andreotti".
Il processo e' in corso a Cles, in Trentino, perche' il libro e' stato stampato nel 2000 dalla Mondadori proprio nello stabilimento di Cles. Jannuzzi e' stato accusato di diffamazione dai magistrati della Procura di Palermo Giancarlo Caselli, Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato, Gioacchino Natoli, Vittorio Teresi, Teresa Principato, Antonio Ingroia e Calogero Principato. Nell' udienza di oggi, protrattasi per tutta la giornata, sono stati sentiti Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli, Vittorio Teresi e Giancarlo Caselli. I magistrati hanno ripercorso la loro esperienza professionale palermitana e hanno risposto alle domande del pm Giuseppe De Benedetto, del giudice Claudia Miori, degli avvocati della difesa e di parte civile. In particolare hanno spiegato le modalita' con cui venivano sentiti i pentiti e gestiti i processi di mafia e hanno sostenuto che quello contro Andreotti non e' stato un processo politico. Caselli ha dichiarato che il processo non e' partito su segnalazione di Violante e ha sottolineato, come hanno fatto anche i suoi colleghi, che Andreotti non e' stato assolto per non aver commesso il fatto ma in parte per prescrizione del reato e in parte per quella che un tempo veniva definita insufficienza di prove. Caselli in particolare ha letto le pagine 1516 e 1517 della sentenza di assoluzione per rimarcare che i fatti addebitati al senatore a vita esistono ma che non potevano portare a condanna per avvenuta prescrizione.
La prossima udienza del processo e' stata fissata per il 10 marzo, data in cui saranno sentiti come testimoni gli altri magistrati di Palermo. L' udienza di oggi era cominciata con la proposta del pm De Benedetto al giudice di astenersi dal continuare il processo, in quanto aveva gia' pronunciato in passato una sentenza su un' altra parte dello stesso libro. Ma dopo alcune ore di camera di consiglio il giudice Miori ha respinto la richiesta, argomentando che una parte del libro non e' tutto il libro e che quindi non esistono ostacoli al proseguimento del processo.12 gennaio 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: TRIBUNALE REVOCA ORDINANZA
ANSA:
DELL' UTRI: TRIBUNALE REVOCA ORDINANZA, PROCESSO VA AVANTI
Il processo al senatore di Fi Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, proseguira'. I giudici di Palermo hanno respinto l' eccezione di incostituzionalita' avanzata dai pm su tre articoli del lodo Schifani ai quali aveva fatto riferimento l' ordinanza emessa il 9 dicembre scorso che dichiarava inutilizzabili i tabulati telefonici delle utenze dell' imputato.
Nel caso di accoglimento dell' istanza dell' accusa il dibattimento sarebbe stato sospeso in attesa della pronuncia della Consulta.
Dell' Utri, dopo la richiesta dei pm, aveva prestato il proprio consenso all' utilizzazione dei contatti telefonici.
Il tribunale ha rilevato che il consenso dell' imputato "quale elemento di novita' permette di ritenere utilizzabili i tabulati gia' acquisiti al fascicolo".
Per questo motivo la corte ha revocato il precedente provvedimento.
L' udienza prosegue domani.12 gennaio 2004 - DELL' UTRI: MEDICO ARRESTATO CHIEDE DI DEPORRE AL PROCESSO
ANSA:
DELL' UTRI: MEDICO ARRESTATO CHIEDE DI DEPORRE AL PROCESSO
Il medico Salvatore Aragona, che da giugno collabora con i magistrati della dda di Palermo all' inchiesta mafia e politica, chiede di essere ascoltato nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. Aragona, che e' detenuto nel carcere di Opera a Milano, ha inviato una lettera al presidente del collegio in cui dice di volere fornire spiegazioni su alcune intercettazioni acquisite al processo.
Si tratta dei colloqui tra il medico ed il boss Vincenzo Guttadauro registrati dai carabinieri nell' ambito dell' indagine denominata Ghiaccio 2.
Aragona spiega che le intercettazioni, inserite nel rapporto del Ros, non sarebbero complete. Secondo il detenuto, mancherebbero interi brani relativi a politici e giornalisti.
Sulla richiesta i pm esprimeranno il loro parere nel corso delle prossime udienze.
La lettera del medico Salvatore Aragona e' del 17 dicembre. Il detenuto premette di aver "introdotto" con la sua collaborazione "temi investigativi nuovi e diversi dagli originari" e per questo si mette "a disposizione del tribunale".
Aragona ritiene "necessario" fornire "alcune precisazioni importanti" sulle intercettazioni acquisite al processo in cui parla con Guttadauro delle vicende politiche di Dell' Utri e della situazione di alcuni detenuti.
"Non posso scrivere di atti secretati - si legge nella lettera inviata al presidente Leonardo Guarnotta - ma posso affermare in relazione al processo Dell' Utri di aver chiarito i motivi professionali e politici di conoscenza e di incontro con il sen. Dell' Utri e con il suo segretario Riccardo Pugnalin". Il medico spiega di aver fatto gia' dichiarazioni su questo argomento ed e' pronto a ripeterle in aula.
Poi rivolge una critica agli investigatori: "in relazione ai frammenti delle 'ambientali', scelte da chi ha redatto il rapporto Ros, e non complete, preciso che: mai ho parlato io di 41 bis; ho parlato di condizioni dei detenuti e potevo farlo in quanto nel '95, '96 e '97 avevo conosciuto l' Ucciardone; si e' parlato di altri politici e giornalisti e non solo di Jannuzzi".
Il detenuto afferma di avere effettuato "incontri" con il senatore Dell' Utri, "in presenza di politici e amministratori locali" relativi a vicende "politiche locali discutibili". Da questi colloqui sarebbero scaturite, secondo quanto scrive Aragona, le "imbeccate" e gli "spunti di riflessione" che avrebbe dovuto dare ad alcuni giornalisti per criticare l' operato dei magistrati palermitani impegnati nella lotta alla mafia.12 gennaio 2004 - FO-RAME; DELL'UTRI CHIEDE 1 MLN EURO PER DIFFAMAZIONE
ANSA:
TEATRO: FO-RAME;DELL'UTRI CHIEDE 1 MLN EURO PER DIFFAMAZIONE
Un milione di euro di risarcimento danni morali e l'immediata sospensione dello spettacolo in qualsiasi forma: e' quanto ha chiesto il sen. Marcello Dell'Utri, ritenendosi diffamato dai testi dello spettacolo satirico teatrale 'L'anomalo bicefalo' di Dario Fo e Franca Rame.
Il parlamentare di Forza Italia ha citato in giudizio in sede civile il premio Nobel e la moglie e con loro la società C.T.F.R. dello stesso Dario Fo, produttrice dello spettacolo, la societa' Citta' Verde-Atlantide Tv, e infine Sky Italia. La trasmissione dello spettacolo era stata infatti programmata in dicembre (ma e' poi slittata a gennaio) sul canale Planet (affidato ad Atlantide Tv) diffuso da Sky. Di tutti i soggetti citati e' chiesta la condanna in solido.
Dell'Utri, attraverso i legali Pietro Federico di Roma e Andrea Greppo di Milano, accusa Fo e Rame di aver ampiamente travalicato il diritto di satira, con ripetute "affermazioni gratuite", "diffamatorie" , "ingannevoli" nei suoi confronti, in particolare accostandolo a vicende e attivita' mafiose.
Nelle 21 pagine della citazione, i legali di Dell'Utri riportano ampi stralci del testo dell' 'Anomalo Bicefalo', travagliatissimo spettacolo che ha debuttato a Roma il primo dicembre dopo le prove aperte a Bagnacavallo, ed e' stato rappresentato al Teatro Strehler di Milano dal 6 all' 11 gennaio. A Milano ci e' giunto dopo aver spaccato il consiglio d'amministrazione del Piccolo Teatro e aver aperto una dura polemica su asserite manovre per impedirne la rappresentazione.
L' 'anomalo bicefalo' (Dario Fo) e', nella rappresentazione satirica, il frutto del trapianto di meta' del cervello di Putin su meta' del cervello di Berlusconi. Per effetto del trapianto, Berlusconi perde la memoria e la moglie Anastasia-Veronica (Franca Rame) cerca di fargliela tornare ripercorrendo il suo passato.
Ma i legali di Dell'Utri affermano che lo spettacolo che Fo propone come una giocosa satira appare invece caratterizzato "da una decisa volonta' di attaccare il presidente del Consiglio dei Ministri on. Berlusconi tramite una gratuita denigrazione della sua persona, delle sue vicende familiari, del suo Partito e degli esponenti di quest'ultimo che siedono in Parlamento, e tra di essi uno specifico gratuito attacco viene riservato a Marcello Dell'Utri".
Esempi di dialogo: "Su, sforzati...davvero non hai mai avuto rapporti con la mafia nemmeno attraverso Dell'Utri inquisito tuttora per mafia?". "Un giorno, nella villa che abitavamo ad Arcore, hai assunto uno stalliere"..."Veniva dalla Sicilia e te lo aveva procurato il tuo amico Dell'Utri". "Dell'Utri? Non mi piace... fa collezione di libri antichi e quando sono sporchi li ricicla".
Questi e molti altri i passi riferiti, cui seguono una serie di considerazioni sugli accostamenti mafiosi ("in assenza fino ad oggi di qualsiasi pronunzia sia pure di primo grado che consenta di ritenere sia pure provvisoriamente accertata tale infamante accusa"), sull' epiteto di "riciclatore" di "libri sporchi" e sull'accusa di aver portato ad Arcore lo stalliere "delinquente mafioso" Salvatore Mangano. Accusa quest'ultima, che i legali confutano attraverso le risultanze processuali.
Citando poi ampia giurisprudenza, i legali affermano tra l'altro che "il diritto di satira, benche' destinato a prevalere sul confliggente diritto all'onore e alla riservatezza del soggetto preso di mira, non puo' trasformarsi in diritto al libero insulto, travalicando il limite della correttezza del linguaggio e calpestando quel minimo di dignita' che la dignita' umana reclama". Inoltre "non deve fornire una rappresentazione ingannevolmente difforme dalla realta".
Conclusione: l"Anomalo bicefalo' e' diffamatorio e va subito bloccato, e Dell'Utri ha diritto a un risarcimento danni morali subiti o che potranno essere subiti, che "non potranno essere comunque quantificati in meno di un milione di euro".
La citazione fissa l'udienza al prossimo 30 marzo presso il Tribunale Civile di Milano.TEATRO: DELL'UTRI QUERELA FO; NOBEL, VOGLIONO FAR PAURA
MA NOI ATTACCHEREMO ANCORA DI PIU'
"Cercano di far paura, di mettere a disagio, di indurre i proprietari dei teatri a dire: 'no, questo non lo mando in scena perche' ho paura di una querela"'. Dario Fo vede una logica e una continuita' negli attacchi alla satira sferrati per via giudiziaria in questi tempi.
"La querela serve a intimidire - sottolinea il Premio Nobel per la Letteratura -. La querela a Sabina Guzzanti e ad altri ha avuto infatti questo effetto: subito e' scattata la censura e la Rai ha bloccato lo spettacolo. Si vuol fare cosi': mettiamogli paura portandoli in tribunale e chiedendogli i miliardi" .
E l'accusa di fare non satira ma attacco politico in modo diffamatorio? "Paradossale - ribatte Fo -. Non negano i fatti, si preoccupano che uno li abbia spostati nel tempo e nello spazio. Ma questa e' la satira! La satira e' allegoria: devi spostare luoghi e spazi per darle valore, non per infangare. E' una vecchia tecnica: basta ricordare Shakespeare, che parlava male dell'Austria ma si riferiva all'Inghilterra".
"Noi non parliamo delle vicende giudiziarie di Dell'Utri - continua Fo -. Noi le citiamo con il paradosso, ed e' per paradosso che usiamo il termine 'riciclatore'. E oltretutto - sottolinea Fo - proprio nello spettacolo a un certo punto Franca sottolinea il paradosso dicendo 'attento, che ti becchi una querela'".
Una querela che e' arrivata, ma che certo non fermera' Fo e Franca Rame. "Ci mancherebbe altro! - esclama il Nobel -. Noi continuiamo fino in fondo il nostro spettacolo (dal 15 gennaio a Trieste, ndr.). Anzi, attaccheremo ancora di piu', e quello che non avevamo ancora detto lo diremo d'ora in avanti!".13 gennaio 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: SARANNO ACQUISITI VERBALI MEDICO ARRESTATO
ANSA:
DELL' UTRI: SARANNO ACQUISITI VERBALI MEDICO ARRESTATO
ARAGONA HA SCRITTO UNA LETTERA CHIEDENDO DI ESSERE ASCOLTATO
Accusa e difesa del processo al sen. Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, acquisiranno i verbali di interrogatorio di Salvatore Aragona, il medico arrestato per mafia che collabora con la Dda di Palermo.
Il professionista aveva scritto una lettera al tribunale chiedendo di essere ascoltato. Il pm Antonio Ingroia si e' opposto all' acquisizione della missiva ed ha rinviato la decisione di chiedere o meno l' audizione di Aragona dopo che le parti conosceranno il contenuto dei verbali.
Il collegio ha anche sciolto la riserva sulle richieste avanzate dalla difesa ed ha citato come testi, per il 19 gennaio prossimo, il giornalista francese Jean Claude Zagdoun, che deve deporre su quanto appreso dall' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda "circa la dazione di danaro dal boss Stefano Bontade a Dell' Utri". Il giornalista e' stato autore dell' intervista al procuratore aggiunto Paolo Borsellino nella quale veniva citato il fattore della villa di Arcore Vittorio Mangano. La circostanza per cui Zagdoun viene adesso chiamato in aula non e' menzionata nell' intervista, ma secondo i giudici, "il tema appare importante ai fini della decisione".13 gennaio 2004 - CONDANNATI BOSS CHE DOVEVANO UCCIDERE LUMIA (DS)
ANSA:
MAFIA: CONDANNATI BOSS CHE DOVEVANO UCCIDERE LUMIA (DS)
Il gup Mirella Agliastro ha condannato i boss Rodolfo e Domenico Virga, indicati come i capimafia di Polizzi Generosa, accusati dal pentito Nino Giuffre' di avere programmato un piano per uccidere l' ex presidente della commissione antimafia, Giuseppe Lumia (Ds).
Il giudice ha inflitto sei anni di carcere a Domenico Virga che aveva il compito di procurare le armi per l' agguato al politico, poi accantonato per via degli arresti richiesti dai pm della Dda. Rodolfo Virga e' stato condannato a quattro anni. Tutti e due i Virga sono accusati di associazione mafiosa.
Agli altri imputati, i fratelli Antonio e Saverio Maranto sono stati combinati con il rito abbreviato rispettivamente quattro anni e sei anni di reclusione, mentre a Francesco Bonomo, genero del capomandamento Giuseppe Farinella di San Mauro Castelverde sono stati inflitti quattro anni. Stessa condanna (quattro anni) a Carmelo Fazio e Gioacchino Spinnato.
Tutti sono accusati di associazione mafiosa. Alla base del processo vi era la lotta che il clan Maranto e Virga si sarebbero fatti in passato per guidare il mandamento di San Mauro Castelverde. I due clan avrebbero visto contrapposto le fazioni di Maranto, appoggiata dal boss Giuseppe Guttadauro a quella dei Virga, appoggiata dal boss latitante Bernardo Provenzano. Rodolfo Virga e' genero del capomafia Benedetto Capizzi, detenuto, mentre il fratello Domenico e' sposato con la figlia di un altro boss, Francesco Adelfio della famiglia mafiosa di Villagrazia di Palermo.14 gennaio 2004 - CASSAZIONE: NON FISSATO RICORSO CONTRO ASSOLUZIONE ANDREOTTI
ANSA:
CASSAZIONE: NON FISSATO RICORSO CONTRO ASSOLUZIONE ANDREOTTI
NESSUNA CLASSIFICAZIONE DI URGENZA PER APPELLO PM PALERMO
Non e' stato assegnato nessun codice di urgenza - in Cassazione - al ricorso della Procura di Palermo contro l'assoluzione del senatore a vita Giulio Andreotti dall'accusa di associazione mafiosa. L'istanza dei pubblici ministeri Daniela Giglio e Anna Maria Leone - pervenuta lo scorso diciannove dicembre e composta da 13 cartelle - e' assegnata alla Seconda sezione penale del Palazzaccio ma non e' stata ancora fissata alcuna data per la discussione. Si prevedono tempi lunghi, forse addirittura dopo la pausa estiva.
In particolare il ricorso dei due pm d'aula e' centrato sulle accuse di associazione per delinquere che la Corte di Appello di Palermo - con sentenza dello scorso due maggio - ha ritenuto prescritte. La rimanente parte delle accuse era invece stata giudicata infondata. Contro l'assoluzione per prescrizione hanno fatto ricorso anche i difensori di Andreotti.14 gennaio 2004 - PROCESSO APPELLO MANNINO; PRESIDENTE MALATO
ANSA:
MAFIA:APPELLO MANNINO;PRESIDENTE MALATO, SLITTA REQUISITORIA
E' stata rinviata al 18 febbraio prossimo la requisitoria del pg Vittorio Teresi al processo in cui e' imputato l' ex ministro Calogero Mannino, accusato di concorso in associazione mafiosa. L'esponente politico e' stato assolto in primo grado.
L' udienza di oggi doveva essere dedicata all' atto di accusa del pm, ma e' slittata a causa del fatto che il presidente della Corte, Salvatore Virga, e' ammalato.
Secondo quanto prevedeva il calendario di udienze, la requisitoria avrebbe dovuto impegnare i giudici per due giorni.
Mannino e' indicato da diversi collaboratori di giustizia come un politico che sarebbe stato 'disponibile' con i boss.15 gennaio 2004 - DELL'UTRI: RIPROPOSTA INUTILIZZABILITA' TABULATI A PROCESSO PER CALUNNIA
ANSA:
DELL'UTRI:LEGALI RIPROPONGONO INUTILIZZABILITA' DEI TABULATI
NEL PROCESSO PER CALUNNIA NON E' STATO PRESTATO IL CONSENSO
La difesa del senatore Marcello Dell'Utri (Fi) ha chiesto ai giudici del tribunale di dichiarare inutilizzabili i tabulati telefonici in cui vi sono evidenziati contatti fra l'imputato ed esponenti mafiosi e collaboratori di giustizia. La richiesta e' stata avanzata oggi, nel processo in cui il parlamentare e' accusato di calunnia.
Una richiesta analoga era stata proposta lo scorso mese dai difensori di Dell'Utri nell'altro processo, in cui l'imputato e' accusato di concorso in associazione mafiosa. In quella occasione il parlamentare era intervenuto in aula ed aveva prestato il proprio consenso ai giudici di utilizzare i tabulati, sostenendo "che in quelle carte non vi era nulla".
In questo processo, che si svolge di pomeriggio davanti ai giudici della quinta sezione, Dell'Utri non ha fornito la propria autorizzazione. I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo si sono riservati su questa richiesta.
Il procedimento per calunnia e' stato avviato in seguito all'inchiesta che la Dda di Palermo ha condotto sui pentiti Cosimo Cirfeta (imputato anche lui nel processo) e Pino Chiofalo, accusati di avere tentato di destabilizzare, secondo l'accusa, insieme a Dell'Utri, alcuni collaboratori di giustizia che hanno reso dichiarazioni nell'altro dibattimento in cui il parlamentare deve rispondere di concorso in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, Chiofalo e Cirfeta avrebbero cercato di convincere altri ex boss a sostenere la tesi che i pentiti si sarebbero messi d'accordo per accusare Dell'Utri e Berlusconi, in particolare Francesco Di Carlo, che in questo dibattimento si e' costituito parte civile.15 gennaio 2004 - PROCESSO APPELLO CONTRADA; DEPORRANNO PENTITI GIUFFRE' E SIINO
ANSA:
MAFIA: APPELLO CONTRADA; DEPORRANNO PENTITI GIUFFRE' E SIINO
I collaboratori di giustizia Nino Giuffre' e Angelo Siino deporranno il 30 gennaio nel processo d' appello all' ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, accusato di concorso in associazione mafiosa. Lo hanno deciso i giudici della Corte d' appello, presieduta da Salvatore Scaduti, sciogliendo la riserva fatta sulla richiesta del procuratore generale Antonino Gatto.
Per l' esame dei due pentiti la corte si spostera' a Milano.
Il secondo processo d' appello a Contrada segue il rinvio della Cassazione che ha annullato la sentenza di assoluzione emessa in appello.
Il funzionario del servizio segreto civile e' accusato, anche da diversi collaboratori di giustizia, di avere favorito alcuni boss mafiosi nel periodo in cui era in servizio alla squadra mobile di Palermo.
In primo grado era stato condannato a dieci anni di carcere.15 gennaio 2004 - LEGALE RIINA, NESSUNA STRUMENTALIZZAZIONE MALATTIA
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MAFIA: LEGALE RIINA, NESSUNA STRUMENTALIZZAZIONE MALATTIA
"Riina non ha mai strumentalizzato le sue gravissime condizioni di salute. L'unica cosa che si augura e' stare bene". Lo ha detto l'avvocato del boss mafioso, Luca Cianferoni, puntualizzando alcune dichiarazioni rilasciate a Radio 24 - Il Sole 24 ore.
"Stiamo valutando - ha aggiunto il legale - la possibilita' di chiedere la scarcerazione di Riina per gravi motivi di salute. Una perizia medica di un docente universitario di cardiochirurgia ci ha delineato un quadro davvero serio delle sue condizioni: oltre a una cardiopatia il mio cliente e' affetto da cirrosi epatica, disturbi alla tiroide e obesita'. Ora chiederemo al tribunale di sorveglianza di Milano di affidare a dei periti di ufficio un nuovo monitoraggio della situazione".
"Solo all'esito della perizia d'ufficio - ha spiegato il difensore di Riina - decideremo il da farsi: ogni altra valutazione al momento rischia di essere prematura".
"Quello che e' certo - ha concluso il legale - e' che il quadro clinico e' impressionante: la situazione si e' ormai cronicizzata".15 gennaio 2004 - MAFIA: PALERMO, IN PENSIONE SUPERPOLIZIOTTA PIONIERA INDAGINI
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MAFIA: PALERMO,IN PENSIONE SUPERPOLIZIOTTA PIONIERA INDAGINI
V.QUESTORE MARGHERITA PLUCHINO COLLABORO' CON FALCONE E CASSARA'
E' andata in pensione il vice questore aggiunto Margherita Pluchino, 62 anni, "donna poliziotto pioniera" in Sicilia nella lotta contro la mafia. Negli anni '80 ha lavorato alla sezione "investigativa" guidata da Ninni Cassara' (ucciso dalle cosche nel 1985), successivamente e' passata alla criminalpol per la Sicilia occidentale e ha lavorato a numerose inchieste antimafia coordinate dal giudice Giovanni Falcone.
Margherita Pluchino, tra l' altro, ha fatto parte del pool di investigatori che nei primi anni '80 riscontro' le dichiarazioni di Salvatore Contorno.
Nel 1991 e' stata chiamata a dirigere il gabinetto regionale della polizia scientifica che ha guidato sino al 31 dicembre scorso. A Margherita Pluchino alla 'scientifica' subentra il vice questore aggiunto Manfredi Lo Presti.15 gennaio 2004 - VIGNA AI SICILIANI, ACCIUFFIAMO PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: VIGNA AI SICILIANI, ACCIUFFIAMO PROVENZANO/ANSA
PROCURATORE NAZIONALE INVITA CHI SA DOVE SI NASCONDE A PARLARE
L' impegno delle forze di polizia e' indiscutibile. Ma per catturare Bernardo Provenzano, latitante da 40 anni, occorre un sostegno piu' ampio. E cosi' da Palermo, dove e' intervenuto a un convegno sulla mafia, il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna lancia un appello ai siciliani: "Aiutateci a prendere Provenzano. Quante persone sanno dove si nasconde e non parlano?". Ma non e' solo l' omerta' a favorire la lunga latitanza del capo di Cosa Nostra che ha steso attorno a se' una vasta rete di protezione. Provenzano e' talmente accorto che nelle relazioni con i suoi gregari si affida ai famosi "pizzini", bigliettini nei quali riporta ordini e strategie. Il ricorso a un metodo cosi' arcaico di comunicazione mette in crisi l'apparato tecnologico degli investigatori. E' impossibile intercettare un boss che non usa neppure il telefono. Ma Vigna prospetta altre difficolta' come quelle di organizzare un "efficace servizio di pedinamento e di osservazione attorno a una persona che vive nelle campagne".
Vigna esclude che la latitanza di Provenzano sia "gestita" da personaggi influenti. Ma ritiene che sia stata sostenuta, come emerge da numerose intercettazioni, da ambienti professionali insospettabili. In effetti, ribadisce Giuseppe Lumia (Ds) ex presidente della Commissione antimafia, il punto di forza della latitanza di Provenzano e' rappresentato dalle protezioni: "Ha evidentemente non solo rapporti assai strutturati e forti con settori rilevanti del mondo dell' economia e della politica, ma anche complicita' con altri settori della societa' che lo hanno protetto e lo proteggono efficacemente".
Con Provenzano si e' consolidato il metodo dell' "inabissamento". Dopo la stagione delle stragi del 1992-93, ha osservato Vigna, la mafia ha scelto la strategia dell' invisibilita' per dedicarsi agli affari. Uno dei settori di maggiore interesse, come rivelano le inchieste siciliane, e' quello della sanita'. Fin quando sara' presa dalla gestione degli affari Cosa Nostra non pensa a colpire le istituzioni. Ma resta, secondo Vigna, il suo carattere eversivo al contrario delle altre organizzazioni criminali straniere che operano in Italia evitando di entrare in conflitto con lo Stato e le istituzioni. Non per questo il pericolo va sottovalutato. Anzi, sottolinea Vigna, alcune organizzazioni come quelle albanese e cinese ricorrono a metodi particolarmente violenti. Una ricognizione sulle mafia straniere in Italia pone in evidenza il peso crescente della mafia albanese, espressione di una comunita' di oltre centomila persone.
Negli ultimi anni sono stati arrestati tremila albanesi e 15 mila sono stati indagati. Le attivita' piu' diffuse riguardano non solo lo sfruttamento della prostituzione ma soprattutto il traffico di armi e droga. Dalle indagini emerge un coinvolgimento rilevante nel traffico di cocaina. "Il cartello colombiano - spiega il procuratore - aveva scelto l' Albania come testa di ponte per la diffusione della cocaina sui mercati europei".
L' altra organizzazione che si va espandendo e' la mafia cinese che riproduce le caratteristiche di una criminalita' da immigrazione e agisce soprattutto all' interno della comunita'. La mafia cinese si occupa soprattutto di rapine, e' in qualche misura coinvolta nel traffico della droga e nella prostituzione ma il cuore della sua attivita' criminale e' rappresentato dalla gestione dell'immigrazione. Il trasferimento di un cinese in Italia e in Europa comporta un'organizzazione complessa e un costo valutato tra i 30 e i 35 milioni di vecchie lire per ogni immigrato. Chi non e' in grado di pagare viene poi sottoposto a forme di sfruttamento disumane.
La natura transnazionale delle organizzazioni, gli scambi internazionali e i fenomeni di ibridazione richiedono, secondo Vigna, un' azione coordinata tra i vari paesi e l'omogeneita' della legislazione.16 gennaio 2004 - MAFIA: SCARPINATO, TACCIO PER AUTOTUTELA PERSONALE
ANSA:
MAFIA: SCARPINATO, TACCIO PER AUTOTUTELA PERSONALE
A CONVEGNO SU 'COSA NOSTRA E MAFIE DEL NUOVO MILLENNIO'
"Quando i pentiti hanno deciso di raccontare una storia che include Cosa nostra in un sistema piu' ampio di interscambio tra l'elite della classe dirigente e le strutture criminali il sistema ha reagito con il rigetto trasversale: io stesso sono attento a non toccare certi argomenti per autotutela personale".
Lo ha detto, intervenendo al convegno "Cosa nostra e le mafie del nuovo millennio", in corso all' ex cinema Edison di Palermo, il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, pm del processo Andreotti, che ha aggiunto: "Ho misurato sulla mia pelle la violenza delle reazioni e lo stato di isolamento ed emarginazione che inducono me ed alcuni colleghi a tacere per ragioni di realismo".
Secondo Scarpinato "all' inizio degli anni '90 si assiste ad un radicale mutamento dei rapporti di forza nazionali ed internazionali e i pentiti decidono di raccontare un'altra storia. La storia della mafia confluisce allora nel magma della storia collettiva e la conseguenza e' il rigetto trasversale e generalizzato da parte del sistema: una sorta di esorcismo culturale di negazionismo e riduzionismo".
"Su questa storia - ha aggiunto - cala il velo del silenzio generalizzato che assume i connotati di una rimozione culturale che fa giganteggiare il dibattito su mafia e politica degli anni '70".
"Si torna allora - ha spiegato il pm - al trionfo delle solite icone mediatiche come Provenzano e Messina Denaro: una sorta di eutanasia culturale".
Il magistrato ha poi analizzato i rapporti tra mafia e una parte della classe dirigente italiana dall' unita' d' Italia ad oggi: "Se fino agli anni 70 la struttura mafiosa ha con la classe dirigente un rapporto di dipendenza nel senso che serve a stabilizzare il potere, verso la fine degli anni 70 si assiste ad un imborghesimento della classe mafiosa che sembra presagire ad un rapporto paritario".
"Con la nascita del capitalismo commerciale della mafia siciliana- poi- negli anni 90 Cosa nostra assume un autonomo potere di contrattazione e si assiste ad un nuovo assetto dei rapporti di forza per cui certa classe dirigente diventa dipendente dal potere criminale: si assiste allora alla sconfitta di una classe dirigente che vede in Mattarella e Lima due facce opposte della stessa medaglia. Se Mattarella e' emblema della borghesia illuminata che non vuole rapporti con la criminalita', Lima e' simbolo di una borghesia mafiosa che viene fagocitata dalla stessa creatura che aveva contribuito a fare crescere".
"Per la borghesia mafiosa gli anni '90 - dice - sono gli anni del terrore ed e' allora che lo Stato mostra la sua forza dirompente con l' arresto di latitanti". "Sarebbe bastato poco altro per una concreta disarticolazione del mondo mafioso - ha aggiunto Scarpinato -, ma il treno dell'antimafia ha rallentato la sua corsa". "Infine e' arrivato il proclama di Bagarella - ha concluso - che invece di essere accolto da un boato e' stato difeso come libera manifestazione del pensiero di un detenuto mentre ai magistrati attaccati quotidianamente non si riconosce lo stesso diritto".
Dell' utilita' delle misure di prevenzione patrimoniale hanno parlato poi il pubblico ministero della dda Fernando Asaro ed il moderatore della seconda giornata del convegno, il presidente del tribunale di Palermo Giovanni Puglisi, che ha criticato lo stato di attuazione delle misure.19 gennaio 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: PROCURA PRESENTA NUOVO VERBALE DI NATALE
ANSA:
DELL' UTRI: PROCURA PRESENTA NUOVO VERBALE PENTITO DI NATALE
LEGALI SENATORE,PERPLESSI SU VOLONTA' PM DI CLONCLUDERE PROCESSO
I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno depositato nel processo al senatore Marcello dell' Utri (FI), accusato di concorso in associazione mafiosa, il verbale del collaboratore di giustizia Giusto Di Natale. Le dichiarazioni, prodotte solo adesso dai pm, sono state rese alla Dda di Palermo nel '99.
L' udienza di oggi era stata dedicata a due testi di riferimento indicati dalla difesa, la cui audizione e' stata rinviata. Il dibattimento e' quasi arrivato alla conclusione, dopo sette anni di udienze. Accusa e difesa hanno sentito tutti i testi indicati.
Il collegio difensivo di Dell' Utri, formato dagli avvocati Roberto Tricoli, Enrico Trantino, Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorotta si sono mostrati "perplessi" per il deposito fatto oggi dall' accusa. "La perplessita' - dicono i legali - riguarda la reale volonta' dei pm di concludere il processo, visto che la procura possedeva gia' da cinque anni il verbale depositato".
"IL senatore Dell' Utri - concludono gli avvocati - per accelerare i tempi di conclusione del processo aveva prestato nelle scorse udienze il proprio consenso per acquisire i tabulati telefonici ed evitare che l' eccezione di incostituzionalita' sollevata dai pm potesse bloccare il dibattimento, in attesa di una decisione della Consulta".DELL' UTRI: PM, VOGLIAMO CHIUDERE PRESTO IL PROCESSO
I Pm del processo al senatore Dell' Utri respingono le ipotesi della difesa di voler allungare i tempi del dibattimento dopo che stamane e' stato depositato un nuovo verbale del pentito Giusto Di Natale.
"Chi dice che la procura non vuole concludere il processo dice cosa totalmente falsa - afferma il sostituto Domenico Gozzo - invero, l' accusa gia' nel '99, proprio per concludere in tempi brevi il processo, si fece carico di rinunziare a ben 93 testimoni, e pur avendo una serie di temi probatori nuovi da sottoporre al vaglio del tribunale, chiese pochi testi nuovi. A fronte di cio' la difesa chiese di interrogare i 93 testi cui la procura aveva rinunziato, salvo poi nelle udienze dedicate ad ascoltare questi testi, non rivolse ai 93 testi alcuna domanda, o rivolgerne poche e vaghe".
"Abbiamo sempre richiesto di aumentare - prosegue Gozzo - il numero delle udienze dedicate al processo, ottenendo sempre risposte negative dalla difesa. Dunque, la dichiarazione fatta oggi dai legali si inserisce in una campagna di stampa orchestrata dai soliti giornali e settimanali amici, che pero', come sempre, non trova alcun aggancio nella realta' del processo Dell' Utri".21 gennaio 2004 - TALPE DDA; PM CALTANISSETTA INTERROGANO MEDICO IN CELLA
ANSA:
MAFIA:TALPE DDA;PM CALTANISSETTA INTERROGANO MEDICO IN CELLA
Il procuratore di Caltanissetta, Francesco Messineo ed il sostituto Lucia Terzariol stanno interrogando in carcere il medico radiologo Aldo Carcione, arrestato a dicembre nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
I magistrati nisseni vogliono accertare se esiste un coinvolgimento di alcuni colleghi palermitani nella fuga di notizie o nella rivelazione di informazioni riservate di cui sarebbe stato a conoscenza l' imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, arrestato a novembre per associazione mafiosa. Nella stessa indagine sono finiti in cella anche due marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, accusati di concorso in associazione mafiosa e concorso nella violazione del sistema informatico della procura.
I pm di Caltanissetta hanno programmato interrogatori per tutti e quattro gli indagati nell' ambito di un fascicolo che e' stato aperto a "modello 44" e cioe' a carico di ignoti.
Nei giorni scorsi la procura di Palermo ha inviato ai colleghi di Caltanissetta il verbale di interrogatorio del maresciallo Ciuro effettuato il 6 gennaio scorso. In quella occasione il sottufficiale aveva fatto cenno ad alcune "indiscrezioni" raccolte da Aiello e Carcione in cui si sarebbe fatto riferimento al procuratore aggiunto Guido Lo Forte. Ciuro - che dice di non sapere chi era la fonte di Aiello e Carcione - ha pero' aggiunto di non credere che il magistrato poteva essere la persona che li informava.
La trascrizione di questo interrogatorio e' stato acquisito agli atti dell' indagine nissena, ma non viene confermato, ne' smentito, che possa essere nello stesso fascicolo "modello 44" per il quale oggi sono iniziati gli interrogatori, o in un altro.
Per domattina sono in programma a Roma gli interrogatori di Michele Aiello, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo.Il radiologo Aldo Carcione ha risposto ad alcune delle domande formulate dai Pm di Caltanissetta che indagano sul presunto coinvolgimento di magistrati palermitani nell' inchiesta sulle talpe alla Dda.
"L' interrogatorio e' stato effettuato, ma non si e' prolungato ed e' stato rinviato" ha dichiarato il procuratore Francesco Messineo, che non ha voluto fornire ulteriori particolari.
Il medico e' stato ascoltato dal procuratore Messineo e dai Pm Lucia Terzariol e Angela La Torre in una saletta del carcere dell' Ucciardone, dove e' detenuto con l'accusa di concorso in associazione mafiosa e concorso in violazione del sistema informatico della procura di Palermo.
Il difensore di Carcione, l' avvocato Fabrizio Lanzarone, all' uscita dal carcere non ha invece voluto rilasciare alcuna dichiarazione.
Domani i Pm di Caltanissetta saranno a Roma per interrogare, nel carcere di Rebibbia, gli altri arrestati dell' inchiesta sulle talpe alla Dda: l' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello e i marescialli della Dia e del Ros Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo.MAFIA: TALPE DDA;INCHIESTA DIPENDE DA INDAGINI CALTANISSETTA
L' inchiesta coordinata dal procuratore Francesco Messineo sulle talpe alla Dda, nell' ipotesi in cui dovesse emergere il coinvolgimento di magistrati palermitani, potrebbe far trasferire da Palermo a Caltanissetta tutto il fascicolo che riguarda l' imprenditore Michele Aiello, il radiologo Aldo Carcione e i marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo.
Gia' nelle settimane scorse la Procura di Palermo aveva trasmesso a quella di Caltanissetta atti dell' indagine, rilevando tuttavia che non risultava alcun coinvolgimento di magistrati del distretto e che la competenza rimaneva dunque radicata alla Dda palermitana. Un' analisi confermata anche dal Procuratore nisseno Francesco Messineo. Adesso il fascicolo si e' arricchito delle dichiarazioni di Ciuro, rilasciate durante l' interrogatorio del 6 gennaio scorso. Il maresciallo ha sostenuto di aver appreso da Aiello e Carcione che a rivelare notizie riservate della Dda sarebbe stato il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, ma Ciuro ha anche aggiunto di non credere a questa notizia. Lo Forte ha reagito presentando un esposto querela a Caltanissetta "contro tutti quelli che mi hanno calunniato".
Ciuro ha parlato anche di rapporti di amicizia che sarebbero intercorsi tra Carcione e il preside di Medicina, Adelfio Elio Cardinale, marito del procuratore aggiunto, Annamaria Palma. Quest' ultima, sempre secondo il sottufficiale, avrebbe avuto contatti anche con il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, oggi deputato regionale dell' Udc. L' esponente politico e' sospettato di essere una delle talpe che avrebbe provocato alcune fughe di notizie su due inchieste parallele: quella su mafia e politica (chiamata Ghiaccio 2) in cui e' indagato anche il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, e quella sulle talpe alla Dda.
La procura di Caltanissetta vuole adesso verificare la fondatezza o meno di queste dichiarazioni. Solo nell' ipotesi in cui venisse dimostrato un coinvolgimento di magistrati, le due inchieste condotte della Dda di Palermo dovrebbero essere trasferite, per competenza, ai colleghi nisseni.21 gennaio 2004 – LIBRO FALANCA SU INCHIESTA CALTANISSETTA, DELL’UTRI E BERLUSCONI
ANSA:
(NOTIZIARIO LIBRI)
Si intitola «Alfa e Beta» ed allude al premier Silvio Berlusconi e a Marcello Dell' Utri, il nuovo libro di Simone Falanca, edito alcune settimane fa da Frilli Editori. Vi si racconta, nei dettagli, l'inchiesta aperta dalla procura di Caltanisetta a carico appunto di Berlusconi e Dell'Utri.
I due erano accusati di «reato di concorso in strage per finalita' terroristica e di eversione dell' ordine democratico», accusa poi del tutto decaduta perche' l' inchiesta venne archiviata.
«Quello che ancora sconcerta - dice Tranfaglia - e' che nella motivazione dell' archiviazione, non si dice che Berlusconi e Dell' Utri non avevano mai frequentato i capi mafiosi indicati nell' indagini, ma solo che i giudici decisero per l' archiviazione per mancanza di prove». Il libro reca, come sottotitolo «Cosa c' entrano Berlusconi e Dell' Utri con la stagione delle bombe '93-'94» ed e', secondo quanto affermato dallo stesso autore «la storia di un' archiviazione che invece di chiarire ogni dubbio non fa che aumentare le incertezze, le inquietudini. Gli atti del fascicolo hanno ampiamento dimostrato - dice Falanca riportando le parole del gip Tona - la sussistenza di varie possibilita' di contatto tra uomini appartenenti a Casa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli indagati (Berlusconi e Dell' Utri). Cio' di per se' legittima l' ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell' Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell' organizzazione quali eventuali interlocutori».
Nel suo libro, Falanca parla anche di un' altra inchiesta, a Firenze, aperta nei confronti di Berlusconi e Dell' Utri, accusati di essere stati «mandati occulti» e poi archiviata per scadenza termini, pur se, dice l' autore «il giudice Fiorentino Soresina nell' atto d' archiviazione affermo' come indiscutibilmente sia esistita una 'obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione politica Forza Italia quali l' art. 41 bis, la legislazione sui collaboratori di giustizia, il recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90».
«Questo e' un libro di indagine interessante da leggere per tutti - ha detto Tranfaglia - perche' aiuta a conoscere qualcosa di piu'. Ovviamente poi chiunque puo' farsi le idee che crede, anche quelle contrarie alla tesi del volume stesso. Ma importante e' che in questo paese si possa continuare a discutere e a presentare libri di ogni tipo, anche di opposizione».21 gennaio 2004 – PRESUNTE TALPE DDA: ARAGONA
ANSA:
MAFIA: ARAGONA; BORZACCHELLI E CUFFARO TALPE, ERO A 10 METRI
Ribadisce che ad avvisare l' ex assessore comunale Domenico Miceli delle microspie presenti nella casa del boss Guttadauro sarebbero stati il deputato regionale dell' Udc Antonino Borzacchelli e il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, aggiungendo di essere stato testimone oculare di un incontro ravvicinato: «Non ho assistito al dialogo, ero presente a dieci metri di distanza, ma ho subito la reazione sia del Miceli e poi del Cuffaro».
Nell' interrogatorio del primo dicembre scorso davanti ai pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci il dottor Salvatore Aragona, per il quale la Procura si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per mafia, sostiene di essere stato testimone oculare, durante una cena elettorale il 24 giugno del 2001 nel ristorante Riccardo Terzo di Monreale, della confidenza rivolta all' ex assessore comunale Mimmo Miceli, anche lui in carcere per mafia, da parte di Borzacchelli e Cuffaro. «Miceli mi tratto' in malo modo - ha aggiunto Aragona - come se la responsabilita' di questa catena di eventi fosse attribuibile a me».
Cuffaro e Borzacchelli, secondo Aragona, sarebbero stati le 'talpe' che hanno rivelato al boss Guttadauro, attraverso Miceli, notizie riservate su indagini in corso. Miceli ha ammesso di avere ricevuto la notizia da Cuffaro, ma colloca la confidenza un anno dopo, quando i giornali l'avevano gia' resa pubblica. Ha poi negato di avere 'girato' le notizie al boss. Cuffaro ha reagito ad alcune dichiarazioni di Aragona circa presunti rapporti d' affari affermando: «Sono pronto a dimettermi se qualcuno riesce a dimostrare che ho fatto anche un solo affare con Aragona».
Il verbale dell' interrogatorio di Aragona e' stato depositato nel fascicolo del pubblico ministero del processo al senatore Dell'Utri, indagato per concorso in associazione mafiosa.22 gennaio 2004 - TALPE DDA; VIA AGLI INTERROGATORI A REBIBBIA
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; VIA AGLI INTERROGATORI A REBIBBIA
Sono iniziati stamane gli interrogatori da parte dei Pm di Caltanissetta degli indagati nell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
Il primo ad essere ascoltato dal Procuratore Francesco Messineo e' stato l' imprenditore Michele Aiello, arrestato a novembre per associazione mafiosa. Dopo di lui i magistrati ascolteranno il maresciallo del Ros dei carabinieri, Giorgio Riolo. Seguira' l' interrogatorio del sottufficiale della Dia, Giuseppe Ciuro.
Non e' escluso che questo pomeriggio i tre indagati possano essere messi a confronto. Gli interrogatori si stanno svolgendo nel carcere di Rebibbia.MAFIA: TALPE DDA; PM CONCLUDONO INTERROGATORI A REBIBBIA
Si sono conclusi in serata gli interrogatori dei tre indagati dell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo, iniziati stamane a Rebibbia dai pm della procura di Caltanissetta.
L'ultimo ad essere stato ascoltato dal procuratore Francesco Messineo e dai sostituti Angela Latorre e Lucia Terzariol e' stato il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, che ha risposto per diverse ore alle domande. Il verbale e' stato secretato.
I magistrati, anche in base a quanto ha dichiarato oggi il sottufficiale, il suo collega dei carabinieri Giorgio Riolo e l'imprenditore Michele Aiello, hanno ritenuto di non effettuare alcun confronto. Le loro dichiarazioni, secondo indiscrezioni, sarebbero concordi su diversi punti.
La procura nissena vuole accertare se esiste un coinvolgimento di alcuni colleghi palermitani nella fuga di notizie o nella rivelazione di informazioni riservate di cui sarebbe stato a conoscenza l' imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, arrestato a novembre per associazione mafiosa.
I pm hanno programmato gli interrogatori nell'ambito di un fascicolo che e' stato aperto a «modello 44» e cioe' a carico di ignoti. Nei giorni scorsi la procura di Palermo ha inviato ai colleghi di Caltanissetta il verbale di interrogatorio del maresciallo Ciuro effettuato il 6 gennaio scorso a Rebibbia. In quella occasione il sottufficiale aveva fatto cenno ad alcune indiscrezioni raccolte da Aiello e Carcione in cui si sarebbe fatto riferimento al procuratore aggiunto Guido Lo Forte. Ciuro - che dice di non sapere chi era la fonte di Aiello e Carcione - ha pero' aggiunto di non credere che il magistrato poteva essere la persona che li informava. La trascrizione di questo interrogatorio e' stato acquisito agli atti dell' indagine nissena, ma non viene confermato, ne' smentito, che possa essere nello stesso fascicolo «modello 44» per il quale ieri sono iniziati gli interrogatori, o in un altro procedimento in cui potrebbero esserci gia' degli indagati.
L' inchiesta, nell'ipotesi in cui dovesse emergere il coinvolgimento di magistrati palermitani, potrebbe portare al trasferimento da Palermo a Caltanissetta di tutto il fascicolo che riguarda l'imprenditore Michele Aiello, il radiologo Aldo Carcione e i marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. Gia' nelle settimane scorse la Procura di Palermo aveva trasmesso a quella di Caltanissetta atti dell'indagine, rilevando tuttavia che non risultava alcun coinvolgimento di magistrati del distretto e che la competenza rimaneva dunque radicata alla Dda palermitana. Un'analisi confermata anche dal Procuratore nisseno Francesco Messineo.
Adesso il fascicolo si e' arricchito delle dichiarazioni di Ciuro, rilasciate durante l' interrogatorio del 6 gennaio scorso e di quelle di Carcione.MAFIA: TALPE DDA; VERSO CONFRONTO FRA GLI INDAGATI
L' imprenditore Michele Aiello e il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, hanno risposto alle domande dei pm della procura della Repubblica di Caltanissetta che hanno aperto un fascicolo sulle talpe alla Dda di Palermo.
Il procuratore nisseno Francesco Messineo sta interrogando in queste ore l'altro maresciallo arrestato, Giuseppe Ciuro, accusato di avere passato informazioni riservate del pool antimafia ad Aiello. In base all'esito dell'esame a cui viene sottoposto il sottufficiale e' possibile che gli inquirenti decidano di effettuare un confronto fra gli indagati.
Gli interrogatori si svolgono a Rebibbia.
Ieri mattina i pm di Caltanissetta hanno ascoltato a Palermo, all'Ucciardone, il radiologo Aldo Carcione, anche lui in cella per l'inchiesta sulle talpe alla Dda. Il professionista ha risposto alle domande, ma dopo poco tempo il suo interrogatorio e' stato rinviato ad altra data.22 gennaio 2004 - MAFIA: VIGNA, FORSE A GIORNI OPERAZIONE MOLTO IMPORTANTE
ANSA:
MAFIA: VIGNA, FORSE A GIORNI OPERAZIONE MOLTO IMPORTANTE
PER LOTTA A TERRORISMO SERVE COORDINAMENTO INDAGINI PM
Qualche notizia incoraggiante sul fronte della mafia? «Vedremo tra qualche giorno. Ci potra' essere qualche operazione molto importante. Non si sa dove, vedremo». Cosi' il procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, ai giornalisti che gli chiedevano novita' sul versante alla lotta alla criminalita' organizzata mafiosa.
«Mi pare che tutti i giorni - ha proseguito Vigna - le forze di polizia e le direzioni distrettuali antimafia diano del resto prova di questo impegno». Ma di che tipo di operazione si tratta? Il procuratore nazionale non fornisce altri particolari, limitandosi a sottolineare che non e' un'operazione che riguarda una singola persona, ma di carattere internazionale.
Parlando invece di terrorismo, Vigna ha ribadito, rispondendo alle domande dei giornalisti, che in Italia «manca un coordinamento delle indagini dei pm a livello nazionale, come invece avviene per la criminalita' mafiosa. Spero - ha aggiunto - che il governo voglia prendere in considerazione questo obiettivo, perche' un coordinamento delle indagini si impone».23 gennaio 2004 – ANOMALO BICEFALO DI FO: DELL’UTRI MINACCIA QUERELA
"Il Messaggero"
Dell'Utri minaccia querela, salta Dario Fo su Planet
ROMA - La minaccia di una querela milionaria da parte di Marcello Dell'Utri induce Planet (canale diretto da Giusto Toni sulla piattaforma Sky) a rinunciare stasera all'attesa messa in onda dell'"Anomalo bicefalo", l'ultimo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame. Il canale manderà in onda per le oltre due ore dello spettacolo una bocca incerottata. Toni ha esplorato con i suoi legali le varie possibilità, ma si è sentito "costretto" a rinunciare alla messa in onda per l'alto rischio che le ripercussioni di un eventuale sconfitta legale avrebbero comportato. La speranza di Toni, che infatti parla di "sospensione tempoanea" è di poter creare le condizioni per mandare in onda "L'anomalo bicefalo". "Questa è una vicenda sconcertante" commenta il Ds Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21. "Tutti - aggiunge - hanno diritto di tutelare la propria immagine ma la mia solidarietà và all'editore, al canale, a Dario Fo e Franca Rame per un procedimento che tende a colpire le piccole emittenti che non hanno ancora i propri palinsesti sottoposti alla presidenza del Consiglio".
Al.Gu.23 gennaio 2004 - MAFIA: 10 ANNI DI DELITTI, CHIESTI 40 ERGASTOLI
ANSA:
MAFIA: 10 ANNI DI DELITTI, CHIESTI 40 ERGASTOLI
PM, FURONO I MADONIA, E NON LA CUPOLA,A DECIDERE OMICIDIO GRASSI
Quaranta ergastoli per dieci anni di delitti di mafia e una rivisitazione del delitto di Libero Grassi: l'imprenditore che si rifiuto' di pagare il 'pizzo' non venne assassinato su ordine della commissione di Cosa Nostra, ma su decisione, non comunicata agli altri boss, del mandamento di Resuttana.
Sono le richieste del pm Gioacchino Natoli nel processo, ancora in primo grado, Agate+45, dieci anni di omicidi di mafia, da Stefano Bontade a Libero Grassi, che quest'anno si avvia verso il decimo anniversario del suo inizio.
Il delitto Grassi fu compiuto a Palermo il 27 agosto del 1991. Grassi, titolare della fabbrica Sigma, fu ucciso perche' si era rifiutato di pagare il pizzo ai boss.
La ricostruzione dell' agguato, basata sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nino Giuffre', e' stata fatta dal pubblico ministero Gioacchino Natoli, come riportano oggi alcuni quotidiani, che ha chiesto una quarantina di ergastoli, ma ha proposto di assolvere i boss della Cupola dal delitto Grassi. Il processo e' l' «Agate + 45». Il dibattimento e' in corso da dieci anni in primo grado e prende in esame una serie di omicidi avvenuti tra il 1981 e il 1991: dall' inizio della guerra di mafia con l' eliminazione di Stefano Bontade, compiuto il 23 aprile 1981 all' omicidio dell' imprenditore palermitano del 1991 appunto.
Un anno e mezzo fa i pm Marcello Musso e Giuseppe Fici avevano tenuto una prima requisitoria ma i pentiti Giuffre', Ciro Vara e Salvatore Facella hanno indotto Natoli a far riaprire il dibattimento. Ed e' stato proprio Giuffre' a dire che il delitto Grassi non fu un omicidio condiviso e voluto dalla commissione, come ritenuto in un primo momento dagli altri pm che avevano chiesto la condanna dei capimandamento, ma anzi i singoli boss furono colti di sorpresa. E proprio Toto' Riina si sarebbe lamentato con i Madonia che avevano fatto tutto da soli.23 gennaio 2004 – REVOCATO 41 BIS A MICHELE GRECO
ANSA:
MAFIA: IL 'PAPA' ORA NON E' PIU' SOLO IN CELLA
REVOCATO 41 BIS PER MICHELE GRECO, EX CAPO DELLA CUPOLA MAFIOSA
La leggenda racconta che quando il suo avvocato gli assicuro' che avrebbe inviato un certo documento per fax, lui sgrano' gli occhi chiedendo: 'E che cos'e' il fax?'. Da 18 anni in isolamento in carcere, Michele Greco, il 'papa' della mafia, il capo della Cupola negli anni '80, e' stato il piu' longevo tra i detenuti in isolamento, l'unico, tra i boss mafiosi, a non avere condiviso la detenzione con nessuno, neanche per pochi minuti. E' stato, perche' adesso il tribunale di sorveglianza, accogliendo un'istanza della difesa, ha revocato il regime previsto dal '41 bis', provocando la reazione dell'on. Giuseppe Lumia (ds): «Cio' che sta avvenendo e' gravissimo. Questa vicenda rischia di dare un colpo durissimo alla lotta contro Cosa nostra e le altre mafie».
Il 'papa' della mafia venne arrestato nel marzo del 1986, un mese dopo l'inizio del maxiprocesso, nelle campagne di Caccamo dove si nascondeva accudito da Nino Giuffre', oggi superpentito. Sul comodino gli trovarono una bibbia, lui nego' sempre ogni accusa. E a Falcone che lo interrogava disse: «Lei e' il Maradona dei giudici, per fermarla bisogna farle lo sgambetto».
Detenuto da quell'anno, ruppe l'isolamento con la temporanea scarcerazione il 26 febbraio del 1991, quando torno' per pochi giorni nella sua tenuta della Favarella grazie a una sentenza della Cassazione: «eccezionale», si lascio' sfuggire davanti ai cronisti che lo attendevano fuori dall'Ucciardone.
In carcere lo riporto' un decreto legge del governo, che interpreto' diversamente il conteggio della custodia cautelare. Era accusato di avere guidato la commissione di Cosa Nostra, ma gia' allora i pentiti ne avevano offerto un'immagine sbiadita, di boss succube degli emergenti corleonesi di Toto' Riina. Il primo ergastolo gli venne inflitto nel maxiprocesso, in tutto ne ha subiti undici. Detenuto a Rebibbia, grazie alla buona condotta ha ottenuto quasi cinque anni di liberazione anticipata. E ora, a 80 anni, spera di essere rimesso in liberta' grazie a qualche altro beneficio a partire dal 2010.
La decisione di non rinnovare il 41 bis al pluriergastolano e' legata al mutamento di giurisprudenza dei tribunali di sorveglianza. I magistrati incaricati di seguire l'andamento della detenzione, chiedono alle procure e alle procure generali di dimostrare che effettivamente sia attuale il collegamento tra i boss detenuti e i mafiosi liberi. E nel suo caso la dimostrazione e' apparsa difficile ai giudici, anche se l'on. Lumia la pensa diversamente: «Il fatto - dice Lumia - che i parenti dei boss del calibro di Greco siano tornati a operare e' la dimostrazione che il vincolo di appartenenza e l'operativita' non si interrompe mai quando si rimane membri di Cosa nostra».
«Tutto cio' - conclude - non puo' essere non considerato e richiede l'assunzione di una forte responsabilita' da parte dei giudici di sorveglianza che stanno sbagliando a interpretare la legge. Ma non solo. Il governo, infatti, non puo' starsene a guardare anche in questo caso. Mi auguro che la Commissione antimafia usi tutto il suo peso e la sua autorevolezza per impedire che continui questo stillicidio che di fatto sta vanificando il 41 bis».24 gennaio 2004 - SCARCERATO ANTONINO CINA', EX MEDICO DI TOTO' RIINA
ANSA:
MAFIA: SCARCERATO ANTONINO CINA', EX MEDICO DI TOTO' RIINA
SOSPETTATO DI AVERE PRESO PARTE A PRESUNTA TRATTATIVA CON I BOSS
Antonino Cina' ex neurologo dell' ospedale Civico di Palermo, considerato l'ex medico di Toto' Riina, e' stato rimesso in liberta'. Ha lasciato il carcere di Viterbo con anticipo rispetto alla scadenza prevista, come riporta oggi il Giornale di Sicilia. Cina' e' stato condannato per mafia in due diversi processi a una pena complessiva di nove anni e quattro mesi, poi ridotta in appello. Avrebbe dovuto essere rimesso in liberta' l'anno prossimo. E' stato in carcere ininterrottamente dal 26 luglio del 2000. E' ritornato in liberta' grazie alla sua «buona condotta» e della conseguente «liberazione anticipata» decisa dal tribunale di sorveglianza di Roma.
Il medico fu accusato di avere curato Riina e i suoi familiari durante la latitanza. E poi, secondo i magistrati, di avere preso parte alla presunta trattativa, rivelata dal boss Giovanni Brusca. Secondo la ricostruzione dei magistrati per far cessare le violenze, dopo le stragi mafiose del 1992, Riina avrebbe tentato di far approvare un «papello» con le sue richieste, fra le quali la fine del carcere duro.24 gennaio 2004 – AUTOBOMBE 1992: CALO’ E CANCEMI
ANSA:
MAFIA: STRAGI '92; PROSEGUE DEPOSIZIONE PENTITO CANCEMI
E' ripresa stamane la deposizione del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi nel processo per le stragi del '92, «Borsellino ter» e «Capaci» unificati dai giudici della corte d' assise d'appello di Catania. I due procedimenti provengono da un rinvio della Cassazione.
La corte e' in trasferta a Firenze e l' udienza si svolge nell' aula bunker.
Per oggi, oltre alla deposizione del pentito, iniziata ieri pomeriggio, la corte prevede di effettuare anche un confronto fra Cancemi ed il boss mafioso Pippo Calo'.MAFIA: STRAGI '92; BOSS CALO',NON CENTRO CON STRAGE ITALICUS
MAFIOSO, NON CHIEDO PERDONO A PARENTI PERCHE' NON COLPEVOLE
«Sono nelle condizioni di non poter chiedere perdono a nessuno dei familiari delle vittime delle stragi in cui sono stato condannato, per il treno 904, per Falcone e per Borsellino, perche' sono innocente. Cancemi lo puo' fare, perche' lui ha responsabilita' in queste stragi». Lo dice il boss mafioso Pippo Calo' durante il confronto con il pentito Salvatore Cancemi, facendo riferimento alla strage del treno 'Italicus' per cui e' stato condannato all'ergastolo.
Il capomafia - che indossava una giacca marrone su un maglione bianco a collo alto - rivolgendosi al collaboratore sostiene pure che la commissione mafiosa non avrebbe avuto responsabilita' negli omicidi eccellenti dei procuratori Pietro Scaglione e Gaetano Costa, del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, del segretario provinciale di Palermo della Dc, Michele Reina, e del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ma scarica le responsabilita' su singoli boss, in particolare su Toto' Riina.
Il pentito ribatte e alza la voce ricordando al suo vecchio «padrino» il giorno in cui decise in una riunione con altri boss la morte del giudice Rocco Chinnici. «Ti sei dimenticato - ha detto Cancemi - quando ti ho accompagnato in macchina nella casa di Pian Dell'Occhio e avete deciso la strage Chinnici? In quell'occasione non hai fatto nulla per evitarla, non potevi fermare Riina visto che lo conoscevi meglio delle tue tasche?».
Calo' ribatte: «Ma cosa ne sai tu di quello che e' avvenuto, delle lamentele che ci sono state per la strage, la prima che si verificava a Palermo e a cui siamo rimasti tutti sorpresi. Mi limitero' a ricordare un vecchio detto siciliano: quando c'e' la forza la ragione non conta».MAFIA: STRAGI '92; BOSS CALO', RIINA E' UN PAZZO DA UCCIDERE
PERCHE' NON SI POSSONO ORDINARE LE STRAGI
«Riina e' un pazzo e doveva essere rinchiuso in manicomio o ucciso perche' non si possono ordinare le stragi». E' quanto dice il boss mafioso Pippo Calo' durante il confronto con il pentito Salvatore Cancemi, nell' ambito dei processi per le stragi '92.
Calo', in videocollegamento dal carcere di Ascoli, ha attaccato il collaboratore, che e' presente in aula, ed ha ammesso di essere un affiliato a Cosa nostra, ma di non condividere le iniziative di Riina.
«Io sono mafioso - dice Calo' - come lo era mio padre e mio nonno. Ma la commissione mafiosa non esiste piu' dal 1981». «Le stragi - prosegue - non fanno parte del mio animo e dei miei sentimenti. In carcere abbiamo maledetto chi ha deciso la morte di Falcone e Borsellino perche' con queste stragi hanno fatto fare in Italia una legge speciale: hanno varato la pena di morte che e' il 41 bis».
Cancemi si e' scagliato contro il boss e chiamandolo «signor Calo»' e dandogli del tu, lo ha invitato a collaborare con la giustizia. «Perche' non collabori?» ha chiesto il pentito sottolineando che potrebbe dare «aiuto alla giustizia». Il boss ha risposto: «A te non conviene che io parli e collabori. Non conviene a te, e altri come te, che avete accusato persone innocenti e l' elenco di queste persone lo presentero' al presidente. Cancemi e' stato 'sbugiardato' in tanti processi per le falsita' che ha detto. Poi ha accusato magistrati, facendo il nome di tre o quattro giudici e tutti sono stati prosciolti. Mi chiedo dunque che attendibilita' puo' avere questo pentito».MAFIA: STRAGI'92; CANCEMI A CALO', HAI UCCISO FIGLI BUSCETTA
«Perche' non hai fermato Riina quando assieme abbiamo strangolato i figli di Tommaso Buscetta e tu hai scelto il ragazzo che somigliava di piu' a suo padre per guardarlo in faccia mentre lo uccidevi con le tue mani?»: E' la domanda che ha posto il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi al boss mafioso Pippo Calo', con il quale e' stato messo a confronto a Firenze nell'ambito del processo sulle stragi Borsellino e Falcone.
Il vecchio padrino non risponde su questo punto. E il pentito attacca: «Perche' solo adesso vieni a dire che sei innocente e Riina e' un pazzo e vuoi far credere che sei un angioletto? Ammetti davanti alla corte le tue responsabilita' e non tirarti indietro, anzi ti invito a collaborare, a dare una mano alla giustizia».MAFIA: STRAGI '92; CANCEMI, BRINDISI PER MORTE BORSELLINO
Il pentito Salvatore Cancemi, rispondendo alle domande del giudice a latere Maria Concetta Spanto, ha ricordato che i boss brindarono poche ore dopo la strage di via D' Amelio. Ma ha anche ricostruito le riunioni che la cupola mafiosa convoco' per decidere gli obiettivi da colpire, fra cui Borsellino e Falcone.
Cancemi fissa al giugno '92 la decisione di Toto' Riina di organizzare la strage di via D' Amelio. «L' incarico di preparare il piano di morte - afferma il collaboratore – venne affidato a Salvatore Biondino».
La deposizione si e' conclusa e la corte sta decidendo sui temi del confronto che deve essere fatto fra Cancemi e Calo'.MAFIA: STRAGI '92; DRAMMATICO BOTTA E RISPOSTA TRA BOSS
A FIRENZE CALO' NON CHIEDE SCUSA, NON C'ENTRO CON GLI ECCIDI
(dall'inviato Lirio Abbate)
Sono accuse durissime, quelle che il boss Pippo Calo' ha lanciato nell'aula bunker di Firenze al pentito Salvatore Cancemi, attraverso una telecamera collegata con il carcere di Ascoli dove e' detenuto. Tra i due si e' svolto oggi un botta e risposta, teso, drammatico, che ha ripercorso alcuni episodi sanguinari della recente storia di mafia. Calo', da detenuto sottoposto al 41 bis, ha scaricato la responsabilita' degli omicidi eccellenti e delle stragi del '92 su Toto' Riina, e ha rivelato alla Corte che la commissione di Cosa nostra non esiste piu' dal 1981. Da allora, secondo il boss, sarebbe in carica una sorta di «direttorio» di cui e' stato a capo il padrino corleonese.
Calo' ha poi accusato Cancemi, l'uomo al quale aveva ceduto il mandamento di Porta Nuova dopo il suo arresto, di avere avuto la possibilita' di fermare le stragi palermitane del '92, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, e otto agenti di polizia delle scorte, perche' secondo l'ex cassiere della mafia «Riina e' un pazzo e andava ucciso».
«Non posso chiedere perdono a nessuno dei familiari delle vittime delle stragi per cui sono stato condannato - ha aggiunto il boss detenuto - quella del treno rapido 904, le stragi Falcone e Borsellino, perche' sono innocente. Cancemi lo puo' fare, perche' lui ha responsabilita' in queste stragi. Io no, stavo gia' in carcere».
Il capomafia, che indossava una giacca marrone su un maglione bianco a collo alto, rivolgendosi al collaboratore ha sostenuto pure che la commissione mafiosa non avrebbe avuto responsabilita' negli omicidi eccellenti dei procuratori Pietro Scaglione e Gaetano Costa, del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, del segretario provinciale di Palermo della Dc, Michele Reina, e del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ma ha scaricato le responsabilita' su singoli boss, in particolare su Toto' Riina.
Il pentito, alzando la voce, ha ricordato al suo vecchio 'padrino' il giorno in cui decise assieme ad altri boss la morte del giudice Rocco Chinnici. Calo' ha replicato con una frase: «Quando c'e' la forza la ragione non conta».
Poi e' arrivato il momento dell'autoaccusa, e il padrino e' sembrato quasi vantarsi di essere stato affiliato alla 'vecchia' Cosa nostra. «Io sono mafioso - ha detto Calo' - come lo era mio padre e mio nonno. Ma la commissione mafiosa non esiste piu' dal 1981». «Le stragi - ha proseguito - non fanno parte del mio animo e dei miei sentimenti. In carcere abbiamo maledetto chi ha deciso la morte di Falcone e Borsellino perche' con queste stragi hanno fatto fare in Italia una legge speciale: hanno varato la pena di morte che e' il 41 bis».
Cancemi a questo punto si e' scagliato contro il boss e chiamandolo «signor Calo»' lo ha invitato a collaborare con la giustizia. Il vecchio capo di Porta nuova ha risposto: «A te non conviene che io parli e collabori. Non conviene a te, e altri come te, che avete accusato persone innocenti».
Cancemi ha puntato ancora il dito verso Calo' e gli ha chiesto: «Perche' non hai fermato Riina quando assieme abbiamo strangolato i figli di Buscetta e tu hai scelto il ragazzo che gli somigliava di piu' in modo da guardarlo in faccia mentre lo uccidevi?». Ma dalla cella del carcere di Ascoli il vecchio padrino stavolta non ha risposto.24 gennaio 2004 - INTITOLATA A CASSARA’ SALA OPERATIVA PALERMO
ANSA:
POLIZIA: MANGANELLI, CASSARA' ERA UNA PERSONA SPECIALE
INTITOLATA A VICEQUESTORE ASSASSINATO SALA OPERATIVA PALERMO
«Ninni Cassara' era una persona speciale, un uomo intelligente, lucido che sapeva approfondire come pochi tutte le problematiche legate alle organizzazioni mafiose. Ninni Cassara' ci manca cosi' come ci mancano Falcone e Borsellino». Lo ha detto il vicecapo vicario della Polizia di Stato, prefetto Antonio Manganelli, che ha ricordato cosi' a margine dell'inaugurazione della nuova sala operativa della questura di Palermo il vicecapo della squadra mobile Antonino Cassara' ucciso dalla mafia il 6 agosto del 1985 nella strage di viale Croce Rossa in cui venne ucciso anche l'agente Roberto Antiochia. La sala operativa e' stata intitolata a Cassara'.
Questa mattina nei locali della caserma 'Pietro Lungaro', dove e' stata allestita la nuova sala operativa della questura, erano presenti oltre al questore Francesco Cirillo il procuratore generale Salvatore Celesti, il procuratore Capo Pietro Grasso, il dirigente dell'ufficio del Gip, Giovanni Puglisi, il direttore generale della Criminalpol Luigi De Sena, il presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, i procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone, Alfredo Morvillo e Anna Maria Palma, e la vedova del giudice Paolo Borsellino, signora Agnese.
«Questo e' il primo passo - ha detto il questore Francesco Cirillo - di tutta una serie di intitolazioni di uffici di polizia ai nostri caduti, ai valorosi caduti della Polizia di Stato. Alla loro memoria e al loro coraggio intitoleremo commissariati, caserme e vari uffici di rappresentanza».24 gennaio 2004 – ANOMALO BICEFALO DI FO IN ONDA SENZA AUDIO
"Il Messaggero"
Fo in onda senza audio
ROMA - L'Anomalo Bicefalo di Dario Fo è andato in onda su Planet di Ski senza audio, a seguito dell'intervento di Dell'Utri, che si è ritenuto diffamato. Dario Fo non ha dubbi: "C'è stato un intervento esterno, qualcuno ha bloccato l'annunciata trasmissione di Anomalo bicefalo . "Ci hanno chiamanto da Germania, Francia, Svizzera e Spagna - continua - per sapere cosa succede. Si parla di censura, che in Italia sembra esserci non solo sulla tv pubblica che gestisce Berlusconi, ma anche sulle altre private. Mi sembra strano che si spendano 250 milioni di lire di pubblicità per poi buttare via il programma. C'è stato un intervento esterno. E non è tanto il problema di Dell'Utri. Lo scopo è di buttare all'aria un testo che espone in satira tutti i macchinamenti e la storia di Berlusconi". Fo è anche convinto che sia la stessa cosa successa a Sabina Guzzanti con Raiot : "Non che non fossero d'accordo con quello che lei diceva, ma il fatto che Berlusconi avesse fatto una querela li ha spinti a non voler incorrere nel giudizio".24 gennaio 2004 – BRUSCA SU VIP INTERMEDIARIO DI RIINA
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
MAFIA
Da assassino di bambini a superpentito: interrogato nell'aula bunker di Firenze
"Un vip intermediario di Riina"
Brusca: Falcone e Borsellino uccisi per la trattativa del papello
"Avremmo fermato le stragi in cambio di favori per i boss"
FIRENZE C'è "una personalità importante", il cui nome è stato riferito dall'ex capomafia e assassino di bambini Giovanni Brusca ai magistrati e che sarebbe coinvolto in indagini già avviate sulla trattativa portata avanti nel '92 da Totò Riina per ottenere dallo Stato vantaggi per i boss e bloccare la stagione stragista. Il pentito ha rivelato il nome lo scorso anno al procuratore di Palermo, Pietro Grasso e al sostituto della Dna, Gabriele Chelazzi, deceduto l'estate scorsa per un infarto. "Non voglio dirlo in questa udienza - ha affermato Brusca - perché ipotizzo che vi possano essere indagini ancora in corso".
Il collaboratore, citato in aula nel processo d'appello per il "Borsellino Ter" e "Capaci", processi di ritorno dalla Cassazione, ha tracciato ai giudici della corte di Catania, in trasferta nell'aula bunker di Firenze, uno scenario ancora pieno di misteri. Brusca sostiene che il procuratore aggiunto Paolo Borsellino venne assassinato perché "poteva essere di ostacolo alla trattativa". "La sua morte - ha affermato - venne ordinata in fretta da Riina. Dopo Capaci avevo avuto incarico di uccidere Calogero Mannino, avevo preparato tutto ma improvvisamente sono stato bloccato. L'obiettivo di Cosa nostra cambiò nell'arco di pochi giorni. Solo dopo aver visto in televisione le immagini di via D'Amelio, il 19 luglio '92, capii che Mannino era stato sostituito con Borsellino, ma nessuno mi spiegò il motivo".
L'elenco delle richieste contenute nel cosiddetto "papello", una serie di richieste dei boss agli esponenti delle istituzioni, racconta il pentito Brusca, è passato per tante mani: "Da quelle di Riina fino al medico palermitano Antonino Cinà e all'ex sindaco Vito Ciancimino". Ma il "contatto finale", la persona a cui sono state fatte pervenire e che le giudicò "esose", dice il pentito, Brusca preferisce non rivelarlo pubblicamente. Ed è a questo punto che l'ex boss ipotizza che Riina, avendo avuto "la negativa", cioè il no, decise "in fretta" la morte di Borsellino, "perché forse rappresentava un ostacolo alla trattativa".
Incalzato dai difensori degli imputati, che insistono per conoscere il nome dell'ultimo contatto della richiesta, Brusca esclude che vi siano state in questa "trattativa" responsabilità dei carabinieri e del generale Mario Mori, allora comandante dei Ros. L'uomo al quale il pentito fa riferimento non sarebbe un investigatore. Brusca, sollecitato dagli avvocati, non ha voluto riferire nulla su quanto detto ai magistrati che lo hanno interrogato sul "papello". Il presidente della Corte, accogliendo la richiesta dei difensori, ha invitato Brusca a fare il nome, magari "a porte chiuse", senza la presenza dei giornalisti. Ma il pentito si è rifiutato."Il Gazzettino"
CARRIERA CRIMINALE
Non c'è mai stata una collaborazione più discussa di quella di Giovanni Brusca, il boss che ha ordinato l'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo nell'acido, subendo condanne a 30 anni, e ha premuto il telecomando che ha provocato la strage in cui sono morti il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. Arrestato il 20 maggio 1996 in una villetta vicino ad Agrigento, il boss ha ottenuto la "patente" di pentito solo nel marzo 2000, dopo che diverse corti avevano certificato la sua "piena" collaborazione e attendibilità. Per le condanne che ha accumulato potrebbe lasciare il carcere intorno al 2020. L'inizio della sua collaborazione, nel '96, fu tormentato. Quando venne pubblicata la notizia che la sua compagna e il figlio erano sottoposti alle misure urgenti di protezione riservate ai familiari dei collaboratori di giustizia, l'allora difensore del boss, l'avvocato Vito Ganci, rivelò di avere ricevuto dal suo assistito confidenze su un "complotto" in cui voleva coinvolgere uomini delle istituzioni. Si trattava di un piano ideato dallo stesso Brusca per screditare l'antimafia, i collaboratori di giustizia e creare difficoltà in importanti processi di mafia. Questa idea non venne mai attuata. Ma a svelare il piano del falso pentimento fu il fratello, con il quale Giovanni Brusca si era accordato. In seguito lo stesso Giovanni Brusca ha ammesso la circostanza. Poi negli interrogatori davanti ai magistrati, il boss ha ammesso la sua partecipazione alla strage di Capaci, a numerosi delitti "eccellenti".24 gennaio 2004 – INTERROGATO SIINO
"La Sicilia"
Nuova deposizione di Angelo Siino "Montalbano? Un prestanome di Totò Riina Mi avevano raccomandato di trattarlo bene"
Dopo Siino, anche un dipendente di Torre Macauda riferisce che il cantante Rocky Roberts è stato ospite della struttura alberghiera di Sciacca, ma a differenza di quanto detto dal collaboratore di giustizia, non ha fatto cenno alla contemporanea presenza in quel luogo di Totò Riina. Il teste si chiama Lorenzo Liotta. Ha deposto ieri mattina nel processo per mafia che si celebra al tribunale di Sciacca e che vede imputati l'imprenditore palermitano di origini belicine, Giuseppe Montalbano, proprietario del complesso alberghiero di Torre Macauda ed il saccense Antonino Fauci, che nella struttura si occupava della sicurezza. Montalbano è accusato di avere favorito la latitanza di alcuni boss mafiosi, tra cui Totò Riina e Salvatore Di Gangi, ritenuto a capo della cosca di Sciacca negli anni Ottanta. In sostanza, non sono emerse prove sulla presenza di Riina a Torre Macauda. Al termine dell'udienza è stata fissata per il prossimo sei febbraio la requisitoria del pubblico ministero. Ieri per la seconda volta è stato sentito il collaboratore di giustizia Angelo Siino, chiamato in causa dal collegio giudicante per chiarire alcuni passaggi della sua precedente deposizione, ed in particolare un incontro che avrebbe avuto a Palermo, negli uffici della società Laterisiciliana, con lo stesso Montalbano, organizzato per parlare di eventuali interventi dell'organizzazione mafiosa in alcuni appalti pubblici, ed in particolare quello che riguardava la realizzazione dell'ospedale di Gela. In videoconferenza da un luogo segreto, assistito dagli avvocati Galasso e D'Amico, Siino ha risposto alle domande del giudice Enzo Agate, ammettendo di avere agevolato il Montalbano in alcuni appalti, tra cui dei lavori per l'amministrazione provinciale di Palermo, l'ospedale di Petralia e un ospedale di Palermo. Riguardo la ristrutturazione dell'ospedale di Gela, ad una precisa domanda del giudice, Siino ha detto di non ricordare di avere detto a Montalbano di ritirarsi dalla gara d'appalto che riguardava la realizzazione di quell'opera: "Lui conosceva il meccanismo - ha detto - sapeva se doveva ritirarsi o meno. Non ho ricordi specifici, ma mi pare che quell'appalto era già predeterminato". Poi ha parlato dell'imprenditore come di un prestanome di Totò Riina. "Così me lo aveva descritto Pino Lipari - ha continuato - lo dovevo trattare bene perché lo zio lo aveva nel cuore di mezzo, aveva intestati dei beni di Riina, per cui mi attenevo a quello che mi diceva il Lipari".
Gi.Re.24 gennaio 2004 – REVOCATO 41 BIS A MICHELE GRECO
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
Revocato il carcere duro a Michele Greco
È stato revocato il regime di isolamento in carcere, previsto dall'articolo 41 bis, a Michele Greco, il "papa della mafia". Per l'ex capo della commissione provinciale di Cosa Nostra termina così un regime carcerario durato circa 18 anni. Greco, arrestato nel febbraio del 1986, era stato sin dall' inizio sottoposto a restrizioni in carcere. Ora a 80 anni, come racconta il "Giornale di Sicilia", potrà stare in compagnia di altri detenuti. I magistrati incaricati di seguire l'andamento della detenzione, chiedono alle procure e alle procure generali di dimostrare che effettivamente sia attuale il collegamento tra i boss detenuti e i mafiosi liberi. Greco venne estromesso dal vertice della cupola nel corso di una riunione del 1984, che spostò l'asse del potere mafioso da Palermo verso i corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano. Il boss venne arrestato mentre si trovava in un casolare nei pressi di Caccamo. Il primo ergastolo gli venne inflitto nel maxiprocesso. In tutto gliene sono stati inflitti undici.25 gennaio 2003 – CALO’ E CANCEMI A CONFRONTO
"Il Tempo"
"La Commissione non c'è dall'81"
Mafia. Botta e risposta fra il boss Pippò Calò e il pentito Salvatore Cangemi
FIRENZE - Sono accuse durissime, quelle che il boss Pippo Calò ha lanciato nell'aula bunker di Firenze al pentito Salvatore Cancemi, attraverso una telecamera collegata con il carcere di Ascoli dove è detenuto. Tra i due si è svolto un teso botta e risposta, che ha ripercorso alcuni episodi della recente storia di mafia. Calò, da detenuto sottoposto al 41 bis, ha scaricato la responsabilità degli omicidi eccellenti e delle stragi del '92 su Totò Riina, e ha rivelato alla Corte che la commissione di Cosa nostra non esiste più dal 1981. Da allora, secondo il boss, sarebbe in carica una sorta di "direttorio" di cui è stato a capo il padrino corleonese. Calò ha poi accusato Cancemi, l'uomo al quale aveva ceduto il mandamento di Porta Nuova dopo il suo arresto, di avere avuto la possibilità di fermare le stragi palermitane del '92, perchè secondo l'ex cassiere della mafia "Riina è un pazzo e andava ucciso".
"Non posso chiedere perdono a nessuno dei familiari delle vittime delle stragi per cui sono stato condannato - ha aggiunto il boss detenuto - quella del treno rapido 904, le stragi Falcone e Borsellino, perchè sono innocente. Cancemi lo può fare, perchè lui ha responsabilità in queste stragi. Io no, stavo già in carcere". Il padrino è sembrato quasi vantarsi di essere stato affiliato alla "vecchia" Cosa nostra. "Io sono mafioso - ha detto Calò - come lo era mio padre e mio nonno. Ma la commissione mafiosa non esiste più dal 1981". "Le stragi - ha proseguito - non fanno parte del mio animo e dei miei sentimenti. In carcere abbiamo maledetto chi ha deciso la morte di Falcone e Borsellino perchè con queste stragi hanno fatto fare in Italia una legge speciale: hanno varato la pena di morte che è il 41 bis".
Cancemi, quindi, ha replicato: "Perchè non hai fermato Riina quando