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1 giugno 2004 - PROCESSO LA TORRE; PM CHIEDE ERGASTOLO PER ESECUTORI
ANSA:
MAFIA: PROCESSO LA TORRE; PM CHIEDE ERGASTOLO PER ESECUTORI
Il pm Nino Di Matteo ha chiesto questa sera ai giudici della corte d' assise la condanna all' ergastolo per Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, i due boss detenuti accusati di essere i componenti del commando che assassinarono l' ex segretario regionale del Pci, Pio La Torre ed il suo autista, Rosario Di Salvo, il 30 aprile 1892.
Il magistrato ha ricostruito le fasi esecutive dell' agguato, ed ha tracciato un quadro preciso delle dichiarazioni del pentito Salvatore Cucuzza.
Il pm ha poi parlato del falso alibi che era stato preordinato da Madonia e il modo con il quale e' stato scoperto dagli investigatori.
La requisitoria si e' protratta per due udienze e per giovedi' pomeriggio e' previsto l' intervento delle parte civili. In precedenza Di Matteo aveva parlato di "soggetti estranei a Cosa nostra" che avrebbero ispirato l' omicidio dell'ex segretario comunista. E davanti ai giudici della Corte d' assise il magistrato ha rievocato i cosiddetti mandanti occulti che assieme alla Cupola, gia' condannata con sentenza definitiva per il delitto, avrebbero voluto la morte dell' esponente politico.
Fuori dalla ricostruzione della pubblica accusa, incentrata sui mandanti e sul movente del delitto sono rimasti, oggi, gli imputati: "Gli elementi acquisiti nel corso del processo - ha detto Di Matteo - fanno pensare ad una convergenza di interessi anche se non consentono di esercitare l'azione penale nei confronti di altri soggetti perche' scarsamente individualizzanti".
Tra gli spunti che fanno pensare a mandanti estranei alla mafia, il pm cita le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia: Giovanni Brusca, Francesco Mannoia e Salvatore Cucuzza. Proprio Cucuzza racconta che dopo l'uccisione di La Torre e l'approvazione della legge sulle misure di prevenzione, voluta dal politico, Pino Greco Scarpa si lamento' dicendo che "Cosa nostra era stata usata ma non aveva tratto vantaggio da quella morte".
Il pm, che ha parlato di movente complesso, si e' poi soffermato sull'attivita' di contrasto alla mafia sostenuta dal politico negli anni '70.
Nell'eliminazione dell'esponente comunista, dunque, gioco' un ruolo non solo l'intento vendicativo di Cosa nostra per le azioni messe in campo dal deputato ma anche la volonta' di evitare che La Torre continuasse nel suo impegno.
Di "sovraesposizione del politico circondato da esponenti delle istituzioni collusi o inerti" ha parlato Di Matteo, che ha ricordato la relazione di minoranza della commissione Antimafia del '76 di cui La Torre fu primo firmatario.
"Con nomi, cognomi date e circostanze - ha detto il pm - si denunciava il sistema di potere politico mafioso imperante nella citta' di Palermo e nell'intera Sicilia".1 giugno 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: CONTINUA REQUISITORIA PM
ANSA:
DELL' UTRI: PM, SENATORE ALLEATO DI COSA NOSTRA
Alla vigilia della stagione stragista avviata dai boss nei primi anni Novanta, il senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri, secondo il pm Antonio Ingroia, "non era considerato da Cosa nostra come un avversario, bensi' piuttosto un alleato sul quale si puo' contare per avere un lungo e luminoso avvenire".
All' udienza di oggi del processo per concorso in associazione mafiosa a Dell' Utri la requisitoria del magistrato e' proseguita con la trattativa che vi sarebbe stata fra i vertici della Standa, colpita 14 anni fa da attentati a Catania, e i boss mafiosi.
Il pm ha parlato dei viaggi nella citta' etnea dell' allora presidente di Publitalia effettuati con aerei privati, e le telefonate con il mafioso catanese Aldo Ercolano, per far cessare gli attentati ai magazzini della Standa, colpiti da Cosa nostra, secondo il pm, per ottenere "agganci politici".
"Risulta confermato - afferma Ingroia - il ruolo di Dell' Utri, la sua piena e fattiva disponibilita' in favore dell' organizzazione mafiosa, il suo concreto adoperarsi perche' l' associazione mafiosa possa realizzare i propri obiettivi nel migliore dei modi, il suo concreto contributo al rafforzamento dell' associazione stessa, il suo stretto legame con l' intera Cosa nostra che infatti prescinde dal solo rapporto con Gaetano Cina' (coimputato in questo processo ndr)".
Per il pm si tratta di "un' ulteriore progressione verso una sempre piu' piena ed organica compenetrazione di Dell'Utri in Cosa nostra alla vigilia della stagione stragista in cui i mafiosi realizzano un programma di destabilizzazione politica, che aveva come preliminare obiettivo l' azzeramento dei rapporti con i referenti politici tradizionali, ritenuti ormai irrimediabilmente non piu' affidabili per l' associazione mafiosa, per poi costruire su tali basi un nuovo rapporto con la politica e con nuovi referenti politici".
"In questo periodo - ha detto Ingroia - Marcello Dell' Utri non e' considerato certamente da Cosa nostra come un avversario, bensi' piuttosto un alleato sul quale si puo' contare per avere un lungo e luminoso avvenire".
Secondo il pm Antonio Ingroia "l'ampio compendio probatorio appare piu' che sufficiente per ritenere provate le accuse".
Il magistrato, a due udienze dalla formulazione delle richieste di condanna per gli imputati Dell' Utri e Cina', afferma che: "Cosa nostra, inizialmente sulla base di un' idea e di esigenze proprie della famiglia mafiosa di Catania, elabora e mette in atto una strategia di attentati e danneggiamenti che hanno come obiettivo i magazzini Standa. L' obiettivo perseguito - aggiunge Ingroia - con tali attentati viene ampliato, non solo territorialmente, tanto che Riina pensa ad un certo momento di estendere il raggio d' azione degli attentati anche nel palermitano".
Secondo il magistrato "il progetto e le intenzioni originarie viene modificato in corsa, l' obiettivo perseguito resta solo in apparenza meramente estorsivo, e cioe' costringere il gruppo della Standa a pagare la tangente. E localistico, perche' i catanesi sono risentiti nei confronti del gruppo di Riina per non essere stati messi a parte del rapporto che i palermitani avevano gia' con esponenti di spicco del gruppo Fininvest, e non potere quindi ricavare utilita', soprattutto economiche".
Per l' accusa si tratta di "un obiettivo inserito nel piu' ampio contesto dell' ambizioso progetto di Cosa nostra di rinnovo delle proprie grandi alleanze stragistiche e politiche".DELL'UTRI: PM, E' TRAMITE BOSS PER NUOVA STRATEGIA COSA NOSTRA
I tentativi di Cosa nostra di agganciare un nuovo soggetto politico alla fine degli anni Ottanta, diverso dalla Dc che era stata appoggiata fino ad allora, viene collocato dal pm Antonio Ingroia nella vicenda degli attentati alla Standa.
Il magistrato, durante la requisitoria del processo a Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, riporta le conclusioni dei giudici della Corte d' assise d' appello di Catania che hanno giudicato e condannato i colpevoli del tentativo di estorsione alla Standa, per la quale avrebbe mediato, secondo gli inquirenti, Dell' Utri.
Ingroia ripercorre le scelte di Riina di agganciare i socialisti per far ottenere vantaggi legislativi in favore di Cosa nostra.
"E' in questo quadro - afferma Ingroia - che si inserisce il mutamento di strategia, l' accelerazione impressa alla strategia intimidatoria, alla pressione su Berlusconi. Non era sufficiente l' attentato soft di via Rovani e neanche la minaccia che spavento' sul serio Berlusconi nel 1988, di cui vi e' traccia nell' intercettazione con Della Valle. Di qui - aggiunge il pm - la strategia a piu' ampio raggio pensata da Riina partendo dagli attentati Standa di Catania, che egli vuole estendere nel resto della Sicilia. Ci si aspetta risposte, reazioni. Ci si aspetta che qualcuno si faccia sotto per ricontrattare i termini degli accordi gia' stipulati, per assumere maggiori impegni nei riguardi dell' organizzazione mafiosa, per essere garanti del futuro di Cosa nostra. E' questo che e' emerso dall' istruttoria dibattimentale".
La Corte d' assise d' appello osserva che gli attentati ai magazzini del gruppo di Berlusconi "era verosimilmente un motivo di facciata che all' epoca del fatto fu sbandierato e circolo' in seno all' associazione, mentre in realta' il contrordine di Aldo Ercolano (che impose lo stop agli attentati alle filiali della Standa) era dovuto - dice Ingroia leggendo le motivazioni della sentenza - alla strumentalizzazione che la famiglia catanese di Cosa nostra decise di fare, di concerto con la famiglia palermitana, degli attentati e delle connesse vicende estorsive in danno del gruppo economico facente capo a Berlusconi a fini prettamente politici, e cioe' allo scopo di utilizzare il tramite di Berlusconi per raggiungere il partito socialista italiano ed in particolare Bettino Craxi, che in quel momento primeggiava sullo scenario nazionale. In sostanza il nuovo obiettivo imponeva un approccio con la parte offesa piu' soft per cui si decise di non proseguire con gli attentati".
Ingroia legge le dichiarazioni del collaboratore di giustizia catanese Natale Di Raimondo, il quale afferma che per gli attentati alla Standa "la situazione si blocco' perche' intervennero i palermitani dicendo di non fare piu' niente e di non toccare i magazzini della Standa perche' interessavano a loro".
"E Dell'Utri? - si chiede il pm - non sappiamo quale esatto ruolo abbia svolto rispetto a questo salto di qualita' della strategia mafiosa agli inizi degli anni Novanta, a questo aggiornamento ed ampliamento dell' obiettivo perseguito con gli attentati Standa. Non sappiamo se tale salto di qualita' fosse gia' stato definito prima del primo incontro di Salvatore Tuccio con Dell'Utri. Ovvero se esso si realizzo' dopo l' incontro con il senatore o se addirittura l' incontro con Dell'Utri ebbe un effetto acceleratore di tale salto di qualita' strategico".
"Quest' ultima - aggiunge - e' infatti soltanto una possibilita', suggestiva ma pur sempre una possibilita', razionale e coerente con tutte le altre risultanze, ma pur sempre soltanto una possibilita': la possibilita' che sia stato Dell'Utri a far intervenire i palermitani informandoli delle richieste dei catanesi, e percio' cosi' finendo per sollecitare un accordo fra Riina e Santapaola che determino' una riduzione delle pretese economiche (da un miliardo di lire a 180 milioni ndr), in parte rimpiazzate da pretese di piu' ampio respiro, e cioe' politiche".DELL' UTRI: IL SENATORE, PM INSISTONO IN FALSE RICOSTRUZIONI
"I pubblici ministeri insistono nelle loro false ricostruzioni e si preparano, alla vigilia delle elezioni, a fare una richiesta di condanna 'pour epater les bourgeois"". Lo ha dichiarato il senatore di Fi Marcello Dell' Utri, sotto processo a Palermo per concorso in associazione mafiosa.
"Alla fine - ha concluso Dell' Utri - saranno i fatti veri quelli che contano e non le ossessive ripetizioni fatte dall' accusa per stupire il pubblico".3 giugno 2004 -FAMILIARI VITTIME MAFIA CONTRO LEGGE REGIONE
ANSA:
MAFIA: FAMILIARI 2 VITTIME, REGIONE VARA LEGGE DISCRIMINANTE
"Basta con le discriminazioni. Le vittime della mafia sono tutte uguali". Lo dicono, in un appello al presidente della Regione Salvatore Cuffaro, Sonia Alfano e Monica Ianni', figlie del giornalista Beppe Alfano e dell' albergatore Carmelo Ianni', assassinati dalla mafia, il primo nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) e il secondo nel 1980, a Carini (Pa).
"Chiediamo a Cuffaro - continuano le due donne - di conoscere le motivazioni che hanno portato all' emanazione di una disciplina speciale per alcuni familiari di vittime della criminalita' organizzata".
Il riferimento e' alla norma, domani pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana, che prevede solo per i familiari dell' agente di polizia Antonio Agostino la possibilita' di cumulare i benefici assegnati dalla Regione, in qualita' di familiare di vittima della mafia, con quelli statali. Disposizione che stanzia, a copertura finanziaria della norma, la somma di 78mila euro.
"La nostra richiesta - spiegano Alfano e Ianni' - e' basata solo ed esclusivamente sulla necessita' di conoscere l' eventuale esistenza di criteri discriminanti tra le famiglie di chi e' morto per mano mafiosa".
"Cerchiamo delle risposte - aggiunge Sonia Alfano - non apparteniamo a quella categoria di persone che si alzano la mattina per andare a controllare la Gazzetta Ufficiale o che si rivolgono a questo o a quel ministro per farsi approvare disegni di legge vergognosi".
"In questi anni - dice - abbiamo assistito a normative ad personam, a leggi in continua evoluzione. E allora, in assenza di criteri univoci, mi viene il sospetto che le vittime della mafia non siano tutte uguali e che a fare ingiuste distinzioni siano proprio le istituzioni".
"Non mi interessa - conclude Sonia Alfano - ricevere promesse alla vigilia delle elezioni e cercare mediazioni politiche: voglio solo giustizia".
Ianni' gestore dell' hotel Riva Smeralda venne assassinato da tre killer nella hall dell' albergo in pieno giorno. Aveva 46 anni, una moglie e tre figlie. Aveva accettato di collaborare con la polizia, consentendo ad alcuni genti di introdursi nell' albergo ed arrestare esponenti del clan dei marsigliesi.MAFIA: PADRE AGENTE AGOSTINO, NESSUN FAVORITISMO
"Non voglio entrare in polemica con nessuno, ma non e' giusto dire che sono stato favorito e che le istituzioni fanno discriminazioni tra vittime della mafia". Cosi' Vincenzo Agostino, padre di Antonio, l' agente assassinato assieme alla moglie nell' agosto dell' 89, a Villagrazia di Carini, replica a Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso da cosa nostra nel '93 a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina).
"Ho gravi problemi, per questo ho chiesto al presidente Cuffaro un aiuto - ha detto Agostino - e lui me lo ha dato. Non ci trovo nulla di scandaloso perche', a differenza delle altre famiglie, non ho mai potuto costituirmi parte civile in nessun processo, non ottenendo, dunque, alcun risarcimento giudiziale, perche' per la morte di mio figlio nessun processo e' stato mai fatto".
"Sono passati 15 anni dal delitto - ha detto il padre dell' poliziotto - ed ancora non ho ottenuto giustizia. Nessun pentito ha mai raccontato cosa sia accaduto a mio figlio, non so chi lo ha ucciso, mentre Sonia conosce i nomi dei colpevoli della morte di suo padre".
La procura di Palermo, la scorsa estate, aveva chiesto l' archiviazione del procedimento aperto contro ignoti nel 2003 per l' assassinio dell' agente perche' le indagini non avevano consentito di individuare alcun colpevole.4 giugno 2004 - PENTITO, BOSS VOLEVANO TERRORISTA PER UCCIDERE FALCONE
ANSA:
MAFIA: PENTITO, BOSS VOLEVANO TERRORISTA PER UCCIDERE FALCONE
"Un uomo di origine turca avrebbe dovuto procurare nel 1991 ai boss di Cosa nostra armi e esplosivo da fornire ad un terrorista mediorientale per uccidere Giovanni Falcone". Lo afferma il collaboratore di giustizia Calogero Pulci, in un verbale reso ai magistrati delle procure di Caltanissetta e Palermo nel luglio 2001, coperto fino adesso dal segreto istruttorio nell' ambito dell' inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del '92.
Il pentito parla delle sue conoscenze sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, delle collusioni tra il mondo mafioso, politico ed imprenditoriale e di una associazione parallela a Cosa nostra chiamata da Pulci il "club", di cui avrebbero fatto parte boss e politici.
"Il progetto iniziale di uccidere Falcone - afferma il pentito - prevedeva che l' agguato dovesse essere compiuto a Roma; anzi, il programma originario prevedeva che l' agguato doveva essere compiuto da una persona di origini mediorientali, che oltretutto avrebbe dovuto farsi arrestare. In realta', questo progetto era finalizzato al successivo depistaggio delle indagini che ne sarebbero scaturite ed alla loro focalizzazione verso piste terroristiche, comunque estranee al mondo mafioso".
Pulci afferma che fra il settembre e l' ottobre del 1991 si sarebbe svolto a Roma un incontro tra il capomafia Giuseppe Madonia, il mafioso Antonino Gioe' e l' ex funzionario del Sisde Bruno Contrada. La conversazione, secondo il collaboratore, avrebbe riguardato "l' eliminazione di Falcone". "L' uccisione del magistrato - aggiunge Pulci - era stata sollecitata all' epoca anche da persone estranee a Cosa nostra e riconducibili ad apparati delle istituzioni. Mi riferisco, in altri termini, ad alcune persone inserite in quella struttura che ho chiamato 'club"".
Per mettere a punto questo piano la cupola, dice Pulci, si sarebbe riunita a Bruxelles, alla quale avrebbe pure partecipato il boss latitante Bernardo Provenzano.4 giugno 2004 - RIINA CONDANNATO A RISARCIMENTO FAMIGLIA CIACCIO MONTALTO
"La Sicilia"
Risarcimento
Totò Riina pagherà 7 mln di euro ai Ciaccio Montalto
Milano. Quasi sette milioni di euro (pari ad oltre 13 miliardi di lire): questa la somma che Antonina Bagarella, nella veste di tutore di Salvatore Riina dovrà pagare ai familiari del magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso in un agguato mafioso a Trapani il 25 gennaio 1983.
Lo ha deciso il giudice Bianca La Monica della decima sezione del tribunale civile alla fine degli accertamenti svolti e dall'acquisizione della documentazione relativa al mortale agguato. Il giudice ha considerato che al momento della tragica scomparsa il magistrato siciliano aveva solo 42 anni ed era l'unico sostegno della famiglia, la moglie e tre figlie che hanno avviato la causa.
Da qui la condanna della moglie di Riina, come tutrice dello stesso, dichiarato interdetto, a pagare 1.740.868 euro alla vedova del magistrato ucciso e 1.666.212 euro a ciascuna delle tre figlie. A carico del condannato anche le spese di causa fissate in 18.600 euro.
Resta ora da vedere se i coniugi Riina troveranno i mezzi per fare fronte al provvedimento. In caso contrario si potrà comunque accedere allo speciale istituito per le vittime della mafia.
Il dottor Ciaccio Montalto quando venne assassinato era sostituto procuratore a Trapani. Ad avviare la causa con la richiesta risarcitoria sono state la moglie del pubblico ministero ucciso Maria Isabella La Torre e le tre figlie Maria Irene, Elena e Silvia Ciaccio Montalto dopo che nel 1998 Riina venne condannato all'ergastolo in primo grado per concorso nell'omicidio, sentenza poi confermata nei gradi successivi del giudizio fino alla sentenza della Corte di Cassazione.
A.A.4 giugno 2004 - LIBRO ARCURI SU MAURO DE MAURO E GOLPE BORGHESE
ANSA:
DAL GOLPE BORGHESE A DE MAURO, UN'INCHIESTA MAI PUBBLICATA
(NOTIZIARIO LIBRI)
CAMILLO ARCURI, 'COLPO DI STATO' (RIZZOLI, pp. 150 - 8,00 euro).
Un' inchiesta giornalistica, mai pubblicata, svelava con oltre un anno di anticipo il golpe Borghese del 1970. La cronaca censurata si incrociava, su uno sfondo comune di trame eversive, con la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Solo ora viene riproposta ormai come una pagina di storia e modello di giornalismo investigativo dal suo autore, Camillo Arcuri.
Arcuri e' un giornalista di lungo corso. E' stato inviato speciale del Corriere della Sera e collaboratore dell' Espresso.
Nel 1969 lavorava per il Giorno. Il direttore Italo Pietra lo aveva incaricato di "tenere un'antenna puntata su Genova", citta'-laboratorio e snodo fondamentale della vita politica nazionale.
Nel settembre 1969 una fonte confidenziale avverti' Arcuri che Junio Valerio Borghese, ex capo della X Mas e allora leader del movimento neofascista Fronte nazionale, aveva tenuto con alcuni esponenti dell'economia genovese riunioni segrete nel castello di Capo Santa Chiara. Lo scopo di quegli incontri riservati era puntualmente descritto in un rapporto dei carabinieri: il principe "nero" si preparava ad attuare un colpo di Stato con un' azione militare che prevedeva tra l' altro l' occupazione del Viminale, delle prefetture e delle sedi della Rai. In quei giorni era alla ricerca di appoggi ma anche di adesioni a un fantomatico "governo civile" che avrebbe dovuto nascere sulle macerie della democrazia. Come avrebbero raccontato molti anni dopo il boss Luciano Liggio, il grande pentito Tommaso Buscetta e il collaboratore Antonio Calderone, Borghese aveva cercato anche il sostegno di Cosa nostra.
Arcuri fece quello che un cronista scrupoloso puo' fare in questi casi: sviluppo' le informazioni ricevute in via confidenziale, ne verifico' la fondatezza e scrisse il primo articolo di quella che doveva essere una clamorosa inchiesta giornalistica. Il pezzo, pero', non fu mai pubblicato. In compenso il suo autore comincio' a ricevere messaggi e inviti alla prudenza. Arcuri ne parlo' anche con il ministro dell' Interno del tempo, Paolo Emilio Taviani. Neppure lui era stato informato dei progetti di Borghese, che solo nel dicembre 1970 stavano per essere attuati. Coperture, silenzi e complicita' istituzionali avevano consentito a Borghese di portare avanti il suo piano eversivo.
Negli stessi giorni in cui Arcuri seguiva a Genova le tracce del golpe in gestazione, un altro giornalista a Palermo batteva la stessa pista: Mauro De Mauro, redattore del quotidiano L'Ora, disponeva delle stesse informazioni ma scomparve nel settembre 1970, dopo avere annunciato un "servizio da fare scoppiare l'Italia". Quale scoop pensava di fare? Prima di scomparire De Mauro aveva cercato di ricostruire misteri e retroscena dell'incidente aereo dell'ottobre 1962 nel quale era morto il presidente dell'Eni, Enrico Mattei. Per molto tempo polizia e magistratura hanno seguito l'ipotesi che il giornalista fosse stato soppresso per avere messo il naso su quell'affare scottante. Solo di recente e' stato preso in considerazione un legame con il golpe Borghese.
Il libro di Arcuri ripercorre ora con un racconto avvincente come un thriller gli itinerari professionali paralleli di due giornalisti che indagavano, uno all'insaputa dell'altro, sullo stesso progetto eversivo nel quale erano coinvolti poteri occulti, mafia, settori militari e alte cariche dello Stato. Entrambi furono alla fine ridotti al silenzio con un destino diverso, che a De Mauro riservo' la censura estrema.5 giugno 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: DAI GIORNALI
"Il Foglio"
Cinque giorni al voto, il pm di Palermo chiede dieci anni per Dell'Utri "Una follia, speriamo nella sentenza", ha detto il senatore di Forza Italia dal 1997 sotto processo per mafia
Accadde dopodomani, lunedì-Palermo. Accadde dopodomani, lunedì sette giugno, a cinque giorni dal voto per le europee. Il pubblico ministero Antonio Ingroia, al termine della sua requisitoria, ha chiesto ai giudici del Tribunale di condannare Marcello Dell'Utri a dieci anni di carcere. Il senatore di Forza Italia, sotto processo dal 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa, è rimasto di ghiaccio. "E' una follia", ha detto. "Non resta che sperare nella saggezza della Corte". Dello stesso tono i commenti dei difensori: "L'accusa ha prodotto tante chiacchiere ma nessuna prova, ma noi siamo in grado di dimostrare l'innocenza del nostro assistito". La sentenza è prevista per l'autunno prossimo. Quando il pm ha formulato le sue richieste, a palazzo di giustizia c'era la folla chiassosa delle grandi occasioni. Tanto che il presidente, Leonardo Guarnotta, ha dovuto richiamare più volte giornalisti e cineoperatori a una maggiore compostezza. Che i due pm seguissero la linea dura - a Ingroia si è affiancato, per tutti questi anni, Domenico Gozzo - si era capito fin dal novembre dell'anno scorso, quando, nell'aula del dibattimento, si è materializzato il fantasma di Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia che, dopo avere indagato per sette anni su Dell'Utri, è finito in carcere perché sorpreso a traccheggiare con un boss della sanità. Dell'Utri, come si ricorderà, ha chiesto che i pm ammettessero quantomeno l'anomalia di avere affidato indagini per mafia a un sottufficiale accusato di complicità con la mafia ("un traditore", lo ha definito il procuratore Pietro Grasso). Ma Ingroia e Gozzo non hanno sentito ragioni e hanno fatto chiaramente intendere che niente avrebbe mai fermato la loro corsa verso la richiesta di una condanna pesante, pesantissima. Cosa che è puntualmente avvenuta, oggi, 7 giugno. Ingroia e Gozzo hanno detto e ridetto di avere "prodotto davanti al tribunale testimonianze convergenti e prove schiaccianti". Ma i difensori di Dell'Utri sostengono di trovarsi di fronte a un processo col doppio fondo. Anzi, triplo. Perché dietro Dell'Utri c'è un "coimputato di pietra" che risponde al nome di Silvio Berlusconi. E c'è un imputato (ora rinnegato) che risponde al nome di Pippo Ciuro, il maresciallo che vendeva l'antimafia ai sospettati di mafia. Ma andiamo a vedere i dettagli. Le prove dei pm, i sogni dei boss Sette anni sono sette anni: si cominciò il 5 novembre del 1997. Si sapeva che sarebbe durato a lungo, il processo, ma non tanto a lungo. Oggi, a parte i pm, i giudici, gli avvocati e qualche raro giornalista particolarmente attento, quasi nessuno sa bene quali siano gli elementi che hanno trascinato sul banco degli imputati il senatore Dell'Utri Marcello e il suo invisibile e dimenticato coimputato, quel Cinà Antonino che, da titolare di una lavanderia di via Isidoro Carini, Palermo, si sarebbe trasformato in "ambasciatore", ufficiale di collegamento, portaordini, emissario, trait d'union tra Cosa nostra e Milano, tra Totò Riina e Berlusconi, sempre con i buoni uffici di Dell'Utri. Una carriera all'ombra della mafia, quella del manager di Publitalia. Addosso a Dell'Utri i pentiti hanno ritagliato il ruolo di intermediario tra Arcore e Santa Maria di Gesù - regno di Stefano Bontade, detto "il principino" - e tra Arcore e Corleone, regno del sanguinario Totò Riina, detto "u curtu". Le tappe più importanti della sua vita e della sua frequentazione di Milano sono state incentrate sulla fondamentale figura di uno stalliere, Vittorio Mangano, uomo che, secondo la ricostruzione dell'accusa, nella creazione dell'impero economico di Berlusconi avrebbe avuto un ruolo e una dignità quasi pari a quelle di Fedele Confalonieri e Adriano Galliani. Mangano andava a Milano per "proteggere" Berlusconi e intanto organizzava attentati intimidatori ed estorsioni. E Dell'Utri sempre lì a ricucire, a mediare tra la mafia e l'amico Silvio, che continuava a utilizzarlo come "ambasciatore" con Cosa nostra. Accuse difficili da dimostrare ma anche da seguire nell'evoluzione logica: all'inizio degli anni 90 sarebbe sempre Dell'Utri a trattare con i boss catanesi per gli attentati alla Standa e poi ad estorcere personalmente denaro a un imprenditore trapanese, Vincenzo Garraffa - oggi candidato alle Europee nel Triciclo - e infine a mettere su, nel 1994, Forza Italia il cui impegno principale sarebbe stato quello di realizzare i sogni di Totò Riina: abolizione dell'ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni ai mafiosi... Sogni mai realizzati, ma pazienza. Il coimputato di pietra. Di fronte alle dichiarazioni dei pm, che parlano di un voto mafioso compatto, per Forza Italia, nel 1994, Sandro Bondi, coordinatore nazionale del partito azzurro reagisce indignato: "I teoremi e le idee politiche di un magistrato pretendono di scrivere la storia del nostro paese". Ma Ingroia è persona perbene, fa il suo lavoro e ripete - mettendole insieme e legandole con un filo logico - le dichiarazioni dei pentiti, che in questi anni hanno fatto a gara, da Totò Cancemi in poi, a chi la sparava più grossa sul Cav. E qui si arriva al busillis di Berlusconi Silvio. Un uomo che, in corso di processo (sette anni sono sette anni) è tornato a fare il presidente del Consiglio. Il coimputato di pietra, lo ha definito Dell'Utri. La procura, invece, sorprendentemente, sin dall'inizio della requisitoria, ha deciso di separare la sua posizione - peraltro oggetto di indagini per anni - da quella dell'imputato. Certo, hanno detto Gozzo e Ingroia, se Berlusconi ci avesse risposto, anziché avvalersi della facoltà di tacere, avrebbe chiarito tante cose... Però, afferma poi Ingroia in aula, "il coinvolgimento di Marcello Dell'Utri nell'organizzazione mafiosa prescinde dalla consapevolezza di Silvio Berlusconi. A lui erano rivolti gli avvertimenti e il senatore è sempre stato un tramite, l'uomo che si è adoperato affinché Cosa nostra ottenesse i risultati voluti". L'imputato rinnegato. Ciuro chi?, ti chiedono straniti assistenti, cancellieri e personale di polizia distaccato in procura. Entri nella stanza del pubblico ministero Antonio Ingroia e ti accorgi che sono stati rimossi tutti i segni del suo passaggio. Ciuro fu utilizzato per oltre sei anni, e a tempo pieno, nelle indagini su Dell'Utri e Berlusconi. Ma subito dopo il suo arresto, i due pm hanno sostenuto che il maresciallo aveva svolto sì e no un ruolo marginale, forse inutile, praticamente insignificante. Ma l'ombra di Ciuro - che per sei anni ha vissuto nella stessa stanza, con Ingroia e Gozzo - è difficile da allontanare e la prova sta nel fatto che il maresciallo ha chiesto proprio l'altro ieri (anche il suo processo costa, eccome) il rimborso delle spese sostenute fra il 1996 e il 2003 per portare a termine quasi duecento missioni finalizzate alla ricostruzione delle vicende Fininvest. Dell'Utri non si è lasciato sfuggire l'occasione e dopo l'arresto del maresciallo ha scritto una lettera aperta a Ingroia per invitarlo pubblicamente ad astenersi dal processo. Consiglio che il pm non ha accolto. Perché mai avrebbe dovuto?, ha replicato in aula, durante la requisitoria, il pm Gozzo, parlando a nome di Ingroia. Ma le accuse mosse a Ciuro non sono cosette davanti alle quali si può chiudere un occhio. Le intercettazioni telefoniche starebbero lì a dimostrare che il maresciallo sfruttava la propria condizione di detective al servizio esclusivo dei "puri e ciuri" - così venivano chiamati a palazzo di giustizia i due suoi pm - per passare informazioni riservate a Michele Aiello, un imprenditore fin troppo preoccupato di finire sotto scopa per mafia. Dell'Utri chiedeva che per questi motivi - PQM, scrivono i magistrati quando tirano le conclusioni - i suoi accusatori ammettessero la strana commistione tra mafia e antimafia e facessero poco poco un passettino indietro. Gli hanno risposto che la legge è uguale per tutti ma, per i pm è poco poco più uguale. Ci voleva tanto a capirlo?5 giugno 2004 - DICHIARAZIONI PENTITO CALOGERO PULCI
ANSA:
MAFIA: PENTITO, SCOTTI E GAVA ERANO VICINI A COSA NOSTRA
"Ritengo che possono essere riscontrabili i rapporti che l' onorevole Vincenzo Scotti, gia' ministro dell' Interno, ha intrattenuto con Cosa nostra e in particolare con il boss Giuseppe Madonia. Inoltre, anche il suo predecessore, Antonio Gava, era particolarmente vicino a Toto' Riina per il tramite dei fratelli Nuvoletta di Napoli". Lo afferma in un interrogatorio il pentito Calogero Pulci, ex mafioso della provincia di Caltanissetta e per molti anni uomo di fiducia del capomafia Giuseppe Piddu Madonia.
Il verbale, redatto il 9 luglio 2001 congiuntamente dai pm della Dda di Palermo e Caltanissetta, e' stato depositato agli atti dello stralcio del processo per le stragi di Capaci e via D' Amelio, che si svolge davanti alla Corte d' assise d' appello di Catania.
L' ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, chiese ed ottenne l' arresto di Pulci, nel febbraio 2001, perche' lo riteneva un depistatore. Poi il pentito e' stato rivalutato da varie procure, fra cui la stessa Caltanissetta, da Palermo e Catania, tanto che in base alle sue rivelazioni sono state arrestate numerose persone ed effettuati sequestri di beni a mafiosi.
In questo verbale di interrogatorio, rimasto per tre anni secretato dalle procure siciliane, e depositato solo adesso agli atti delle stragi del '92, emergerebbe un intreccio fra Cosa nostra e politica. Pulci soffermandosi sui politici dice:
"Madonia mi ha riferito che in esito al mio arresto effettuato nel settembre 1990, periodo in cui ero consigliere comunale a Sommatino, il ministro Scotti gli aveva fatto sapere che a seguito della segnalazione che il prefetto di Caltanissetta aveva fatto in ordine alla mia situazione giudiziaria, c' era il concreto rischio di uno scioglimento per infiltrazioni mafiose per l' intero consiglio comunale".
"Nella stessa circostanza - aggiunge Pulci - sempre per quanto mi riferi' Madonia, Scotti aveva suggerito le mie preventive dimissioni. Cio' avrebbe scongiurato ulteriori piu' incisivi provvedimenti ministeriali".
"Per questo motivo - spiega il pentito - e dopo averne parlato con Madonia ed altri uomini d' onore, ho presentato le mie dimissioni adducendo motivi di salute riferibili all' attentato che avevo nel frattempo subito. Nonostante cio' il prefetto di Caltanissetta aveva insistito nel sottoporre al ministro l' opportunita' di un provvedimento di scioglimento del consiglio comunale. E' stato in questo frangente che Scotti ha ulteriormente suggerito le dimissioni in massa dei consiglieri comunali. Il consequenziale scioglimento del consiglio, per questa ragione, avrebbe provocato la nomina di un commissario da parte dell' assessore regionale agli enti locali piuttosto che la nomina, 'da noi' temuta, di un commissario prefettizio".
Pulci sostiene che l' uccisione di Falcone, secondo quanto avrebbe appreso dal boss Giuseppe Madonia, "era stata sollecitata anche da persone estranee a Cosa nostra e riconducibili ad apparati delle istituzioni".6 giugno 2004 - SCOTTI REPLICA A PENTITO PULCI, FARNETICAZIONI PRIVE DI REALTA'
ANSA:
MAFIA: SCOTTI REPLICA A PENTITO PULCI, PRIVE DI OGNI REALTA'
"Sono pure farneticazioni, prive di ogni realta"".
Cosi' Vincenzo Scotti, ex ministro dell'Interno, replica alle dichiarazioni del pentito Calogero Pulci, ex mafioso della provincia di Caltanissetta per molti anni uomo di fiducia del capomafia Giuseppe Piddu Madonia, contenute nei verbali di un interrogatorio redatti il 9 luglio 2001 e depositati solo oggi. "Sono esterrefatto, ma anche - aggiunge l'onorevole - estremamente indignato. Di fronte a queste follie, perche' tali sono e vanno ben oltre la calunnia, non c'e' che una risposta: no".
Concludendo Scotti afferma che non si fermera' "un minuto nel perseguire chiunque abbia direttamente o indirettamente portato a queste dichiarazioni".7 giugno 2004 - PENTITO MILAZZO, RIINA VOLEVA UTILIZZARE TERRORISTI KAMIKAZE
ANSA:
MAFIA: PENTITO, RIINA VOLEVA UTILIZZARE TERRORISTI KAMIKAZE
"Per gli attentati potrei utilizzare i niuri (i neri, ndr) kamikaze". E' una frase pronunciata alla fine degli anni Ottanta da Toto' Riina davanti a un mafioso del trapanese, Ciccio Milazzo (poi arrestato) e finita in un verbale del '97. Queste dichiarazioni potrebbero aprire un capitolo sui rapporti tra mafia e terrorismo.
Il boss oggi collaboratore di giustizia, secondo quanto riportato stamani dal quotidiano "La Sicilia", avrebbe parlato dei rapporti tra la mafia di Mazara del Vallo e le organizzazioni criminali di Libia, Libano e Algeria. Legami coltivati a partire dal traffico di droga e armi, che viaggiavano sui pescherecci mazaresi.
In un rapporto del '96, stilato dagli uomini del vicequestore di Trapani, Giuseppe Linares, si segnalano acquisti d'oro in Svizzera e viene inoltre riportata un' intercettazione telefonica nella quale si parla di 45 chili di uranio che sarebbero dovuti arrivare nella provincia di Trapani. Lo stesso documento rivela la costituzione di una societa' che avrebbe dovuto realizzare un complesso turistico a Malta, progetto andato in fumo per l' arresto di alcuni soci legati alle cosche mafiose.
Milazzo consegno' agli inquirenti la pagina strappata dall' agenda di un mafioso di Mazara, sulla quale era segnato il nome di un motoscafo usato per "certi traffici". Il mezzo fu rintracciato in un porto del Mediterraneo, ma gli investigatori non riuscirono a perquisirlo perche' coperto da immunita' diplomatica.
Altri sospetti sui rapporti tra cosche e terroristi arrivano dalle dichiarazioni del pentito Pietro Scavuzzo, il quale ha raccontato di "ingenti quantitativi di esplosivo" nascosti in "pozzi trivellati, prosciugati e poi ricoperti da coperchi metallici, occultati con sabbia e catrame". Alcuni di questi pozzi sono stati scoperti, ma senza esplosivo.
Nella stessa indagine, partita dalle dichiarazioni di Scavuzzo, si fa riferimento ad alcune societa' costituite tra Sicilia e Nord Africa per agevolare la pesca ed evitare il sequestro delle barche mazaresi. Ma in Algeria alcune di queste societa' sarebbero state utilizzate dalla mafia per mettere le mani sui pozzi di petrolio e sulle raffinerie.7 giugno 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: REQUISITORIA PM VERSO CONCLUSIONE
ANSA:
DELL' UTRI: PM SU RUOLO IMPUTATO IN NASCITA FORZA ITALIA
DA NOI MASSIMO RISPETTO PER PARTITO E MILITANTI
La requisitoria del pm Antonio Ingroia nel processo al sen. Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, sta proseguendo con la descrizione dell' impegno del parlamentare per "la discesa in campo di Berlusconi".
Il magistrato ha parlato del "partito azienda e del ruolo di Publitalia" e di contrasti che vi sarebbero stati all' interno del gruppo, rifacendosi alla ricostruzione offerta dal uno dei testi del processo, Federico Orlando.
Ingroia parla di Dell' Utri come il "mediatore", il "tessitore", colui il quale, secondo il pm, "interviene in modo provvidenziale a risolvere i problemi di crisi dell' organizzazione mafiosa".
"Dell' Utri - afferma il pm - interviene come sa, secondo il suo stile, alla grande, senza mezzi termini, facendosi in prima persona protagonista ed artefice di un progetto politico, quello che poi sfocera' nella nascita del movimento Forza Italia. Movimento rispetto al quale, lo dico una volta per tutte, rispondendo a qualche impertinente nostro detrattore o calunniatore, il pm ha il massimo rispetto, cosi' come ha il massimo rispetto nei confronti dei suoi militanti e dei suoi elettori".
Ingroia si sofferma sul binomio Forza Italia-Dell' Utri. "Lungi da noi - spiega il pm - qualsiasi intenzione neppure inconsapevole di criminalizzare o delegittimare un intero movimento politico. Abbiamo detto all' inizio della requisitoria che va distinta la posizione di Dell' Utri rispetto a quella di Berlusconi, a maggior ragione diciamo che va distinta la posizione di Dell' Utri da quella degli altri soggetti artefici della nascita del movimento politico Forza Italia e, ovviamente, da quella dei suoi militanti ed elettori. Il punto e' che la condotta e le finalita' di Dell' Utri sono assai meno commendevoli anzi, e' provato essere state direttamente condizionate da cosa nostra, e dalle precipua finalita' di agevolare la realizzazione degli interessi di cosa nostra".
La requisitoria, cosi' come ha richiesto il presidente del collegio, Leonardo Guarnotta, dovrebbe concludersi al massimo domani mattina con le richieste di condanna. La requisitoria proseguira' anche nel pomeriggio.
La requisitoria del pm Antonio Ingroia e' proseguita con le dichiarazioni del pentito Nino Giuffre' in riferimento alla nascita di Forza Italia e all' appoggio che Cosa nostra avrebbe fornito a Marcello Dell' Utri.
"E' per via di Dell' Utri - afferma Ingroia - soprattutto, e del ruolo da lui esercitato, che il movimento politico di Forza Italia fin dal suo sorgere costitui' un punto di interesse politico per Cosa nostra: non certo perche' Forza Italia fosse il partito della mafia, ma perche' Forza Italia era il partito di Dell' Utri e quello a Cosa nostra bastava".
Per il magistrato "tutto cio' nasce - afferma Ingroia - peraltro, non da teoremi, ma da precise risultanze convergenti e concordanti: e non solo da dichiarazioni dei collaboratori, ma anche dal riscontro costituito dalla deposizione di testimoni insospettabili come Ezio Cartotto e Federico Orlando, e perfino da risultanze obiettive come le intercettazioni ambientali dell' indagine dell' inchiesta Ghiaccio. Anche in questo caso si tratta di registrazioni di non poca rilevanza anche perche' evidenziano l' attuale ruolo operativo ancora rivestito da Gaetano Cina' nella nuova Cosa nostra ridisegnata da Bernardo Provenzano, evidentemente per effetto dei suoi rapporti con Dell' Utri".
L' udienza e' stata rinviata al pomeriggio alle ore 15,30.DELL' UTRI: PM RICOSTRUISCE IN AULA LA STAGIONE DELLE STRAGI
Il periodo stragista di Cosa Nostra del '92 e '93 e il suo contesto e' stato riproposto in aula dal pm Antonio Ingroia durante la requisitoria del processo al senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il pm ha ricordato le archiviazioni dell' imputato per concorso in strage da parte delle procure di Caltanissetta e Firenze. "Certo - ha detto Ingroia, ricordando le inchieste sui mandanti occulti delle stragi - se fosse risultata provata la responsabilita' di Dell' Utri per fatti di reato ulteriori, come quelli che hanno costituito oggetto delle indagini delle procure di Caltanissetta e Firenze, tali elementi avrebbero rilievo anche in questo processo. Ma siccome quei procedimenti sono stati archiviati, il pm ha ritenuto di utilizzare soltanto quegli elementi probatori che avevano autonoma validita' e valenza probatoria in questo processo".
Ingroia punta anche sul "mistero" che si e' creato attorno all' intervista a Paolo Borsellino rilasciata a giornalisti francesi pochi giorni prima che il magistrato venisse assassinato e in cui si fa riferimento a Vittorio Mangano, amico di Dell' Utri. "Non v'e' dubbio - osserva il Pm - che tante domande su quell' intervista sono rimaste senza risposta. La prima e' se quell' intervista ebbe a che fare con l' accelerazione del progetto omicidiario nei confronti di Borsellino. Ed ancora come mai quell' intervista per anni non venne mai mandata in onda. Quali difficolta' si presentarono? Non costituiva un documento prezioso, visto che fu una delle ultimissime interviste rilasciate da Borsellino? Come mai ricomparve soltanto nel 1994 quando Berlusconi decise di scendere in politica? Perche' circolo' piu' di una versione? E perche' ne circolo' una versione montata in modo artificioso, al limite della manipolazione? Vi fu un gioco di ricatti? Sono tante domande, tutte legittime, ma per lo piu' rimaste senza risposta e proprio per cio' irrilevanti in questo processo".
Per Ingroia, dunque, "il tema della strategia stragista e dell' attuazione di tale strategia non deve essere ignorato nelle conclusioni di questo processo". "Cio' che rileva in questo processo dell' evoluzione della strategia stragista - afferma il Pm - e' altro. Cio' che rileva e' che risulti che i buoni rapporti fra gli uomini di Cosa nostra e Dell' Utri sono sopravvissuti agli anni del terrore. La considerazione che Dell' Utri aveva all' interno di Cosa nostra prima della stagione stragista e' rimasta intatta pur nel clima di terrore di quegli anni".7 giugno 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: PM INGROIA VERSO FINE REQUISITORIA
ANSA:
DELL'UTRI: PM, BRUSCA E' PENTITO CHE DICE E NON DICE
INGROIA, I TESTI MENTANA, LETTA E ORLANDO SMENTISCONO IL SENATORE
"Le dichiarazioni di Giovanni Brusca sono deficitarie. E' un pentito che dice e non dice, tace e allude e non riferisce chiaramente i fatti che sono a sua conoscenza e riguardano Dell'Utri". Lo afferma il pm Antonio Ingroia a conclusione dell'udienza del processo al senatore Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, oggi dedicata alla requisitoria.
Per otto ore Ingroia ha parlato di prove e riscontri a dichiarazioni di accuse fatte al parlamentare dai collaboratori e alla fine critica pesantemente Brusca e rivaluta Nino Giuffre'.
"Abbiamo visto un Brusca - afferma Ingroia - che dice e non dice, che parla di Vittorio Mangano, ma non conferma i rapporti con Dell'Utri. Nel non confermarli, poi, da' la sensazione di non aver voluto dire tutto quel che sa e di avere scelto vie indirette, probabilmente perche' portatore di notizie soltanto de relato".
Secondo il pm, che domani dovra' concludere la requisitoria, "Brusca seppure in modo contorto, cerca di realizzare la difficile impresa di non esporsi accusando direttamente Dell'Utri con dichiarazioni de relato, ma nel contempo fornendo indicazioni che comunque a Dell'Utri, seppur indirettamente e senza nominarlo, sempre conducono".
Ingroia fa riferimento a quello che il pentito "non puo' negare" come i ripetuti viaggi di Mangano a Milano nel 1993 e 1994 su un suo presunto incarico di acquisire garanzie politiche "ma la inserisce in un contesto poco credibile".
"Come e' poco credibile - sottolinea il magistrato - che Brusca apprenda soltanto dalla lettura dei giornali del 1994 dell'esperienza di Mangano ad Arcore e la rete di rapporti ad essa riconnessa relativa a Dell'Utri e Cina"".
Poi ritorna a parlare del periodo stragista e ancora una volta colpisce duro su Brusca accusato di "aver ammesso di aver mandato attraverso Mangano - dice Ingroia - un messaggio intimidatorio a Berlusconi nella logica della trattativa, la minaccia delle prosecuzione della strategia stragista per ottenere qualcosa. Non fornisce, pero', una spiegazione convincente dei motivi per i quali la strategia effettivamente cesso', mentre a un anno dall'approvazione del suo programma di protezione, ha lanciato sibilline allusioni circa la 'sinistra che sapeva' della strategia stragista di Cosa nostra".
"L'uomo e' sempre quello - puntualizza Ingroia - e' pur sempre l'ex mafioso di San Giuseppe Jato, fra i principali responsabili della strage di Capaci, il principale responsabile dell'orrendo omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, colui il quale dichiaro' di voler iniziare a collaborare rendendo dichiarazioni false con le quali irruppe nel processo Andreotti come teste a discarico. E' pur sempre un collaboratore doc quando parla di omicidi e cadaveri squagliati, che diventa improvvisamente prudente, prudentissimo, al limite della vera e propria reticenza quando si alza il livello delle tematiche affrontate".
Per Ingroia le dichiarazioni di Giuffre' sono "dotate di maggiore attendibilita' intrinseca ed estrinseca complessiva".
Il pm ha poi riportato le dichiarazioni di alcuni testi della difesa che contrasterebbero, secondo Ingroia, con le affermazioni di Dell'Utri.
"Che interesse avrebbe avuto Enrico Mentana - afferma il pm
- a smentirlo quando ha dichiarato che Dell'Utri si era battuto per convincere Berlusconi a scendere in campo? Che interesse avrebbero avuto Maurizio Costanzo e Federico Orlando a smentire Dell'Utri ricordando che, quanto meno a luglio e non certo alla fine di settembre, la decisione gia' presa da Berlusconi di entrare in politica, venne irrevocabilmente comunicata ai partecipanti del comitato editoriale del sabato? Ma aggiungiamo, che interesse avrebbe avuto Gianni Letta a smentire Dell'Utri quando sottolinea l'influenza decisiva che lo stesso ebbe sulla decisione finale di Berlusconi?".DELL' UTRI: IMPUTATO, DA PM SCENEGGIATURA DEGNA DI UNA FICTION
"La pubblica accusa continua a scrivere una sceneggiatura degna di una fiction prossima ventura". Lo afferma il senatore Marcello Dell' Utri commentando la requisitoria pronunciata stamane dal Pm Antonio Ingroia, nel processo in cui e' imputato per concorso in associazione mafiosa.
"Siamo arrivati al punto - prosegue il parlamentare di Forza Italia - che la prova della mia colpevolezza sta nel fatto che le mie dichiarazioni sono incompatibili con quelle del pentito Giuffre'. Mi dispiace aver deluso i Pm ma questa compatibilita' con loro e con i loro collaboratori non riesco proprio a trovarla".
"Avverto intanto tutti i miei familiari e amici - conclude Dell' Utri - che la richiesta di pena che sara' pronunciata domani dai Pm non va confusa con la sentenza del tribunale in autunno".8 giugno 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: CHIESTA CONDANNA A 11 ANNI
ANSA:
DELL' UTRI: PM VERSO CONCLUSIONE REQUISITORIA
E' ripresa stamane la requisitoria dei pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo nel processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. Per oggi, secondo il calendario imposto dal presidente del collegio, Leonardo Guarnotta, sono previste le conclusioni.
I pm stanno citando le dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Gioacchino Pennino e il contenuto di intercettazioni ambientali effettuate nell' ambito di una inchiesta di mafia in cui si parla dell' appoggio elettorale che sarebbe stato dato a Dell' Utri dai boss nel 1999 per le elezioni europee.DELL' UTRI: PM CHIEDONO 11 ANNI DI RECLUSIONE
La condanna a 11 anni di reclusione per il senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e' stata sollecitata dai Pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo, a conclusione della requisitoria pronunciata davanti ai giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo.
I Pm hanno affermato di chiedere "non pene esemplari, ma giuste, che tengano conto della condotta di Dell' Utri".
"Non si puo' non tenere conto - ha aggiunto l' accusa - che Dell' Utri e' uomo delle istituzioni, con pochissimo senso dello Stato perche' ha continuato a tenere contatti con Cosa Nostra, anche quando si sono macchiati di sangue nel '92 e nel '93".
Per il coimputato di Dell' Utri, Gaetano Cina', e' stata chiesta la condanna a nove anni di reclusione.
Il Pm Antonio Ingroia, a questo proposito, ha voluto sottolineare che i due imputati "non hanno lo stesso peso per ruolo e funzioni".DELL'UTRI: IMPUTATO, PM COERENTI CON DELIRANTE REQUISITORIA
- PALERMO, 8 GIU - "Si e' verificata l'annunciata richiesta di pena, del tutto coerente con la delirante requisitoria che ha fornito una rappresentazione dei fatti tale da offendere anche la comune intelligenza". Questo l'unico commento del senatore Marcello Dell'Utri alla richiesta di condanna a 11 anni di reclusione, avanzata oggi in aula dai pm.DELL'UTRI: LA DIFESA, FILM PM SI CONCLUDERA' CON LIETO FINE
"Siamo al primo tempo e questo film tracciato dai pm siamo sicuri che si concludera' con un lieto fine". Commenta cosi' la requisitoria dei pm l'avvocato Roberto Tricoli, uno dei difensori del senatore Marcello Dell' Utri per il quale i sostituti procuratori Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno chiesto la condanna a 11 anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa.
L' avvocato Enzo Trantino, che fa parte del pool dei difensori, ha invece parafrasato Oscar Wilde, dicendo: "Hanno parlato del nulla di cui sapevano tutto".DELL'UTRI: PM CHIEDONO CONDANNA A 11 ANNI
L' IMPUTATO, RICHIESTA COERENTE CON REQUISITORIA DELIRANTE
La requisitoria il pm Antonio Ingroia l'ha iniziata 16 udienze fa citando il filosofo francese Jacques Derrida. Oggi ha chiuso l' atto d' accusa ricordando la celebre frase di Martin Luther King: "I have a dream".
Per "preparare" i giudici alle richieste di condanna a 11 anni per il senatore Marcello Dell'Utri e nove per il suo coimputato, Gaetano Cina', Ingroia ha voluto citare pure due opere di Kafka: il romanzo "Il processo" e il racconto "Davanti alla legge". Secca la replica dell' imputato: "E' una richiesta del tutto coerente - afferma Dell' Utri - con la delirante requisitoria che ha fornito una rappresentazione dei fatti tale da offendere la comune intelligenza".
L' atto d' accusa e' durato quasi due mesi: i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo si sono alternati nel ricordare ai giudici della seconda sezione del tribunale, presieduta da Leonardo Guarnotta, "i fatti provati" e "le prove schiaccianti" che hanno abbracciato un arco temporale di 30 anni, a partire dal 1970. "Non e' la procura di Palermo - sottolinea Ingroia - ad aver voluto mettere le mani sulla politica, ma e' stato Dell' Utri che ha scelto di mettersi in politica dopo che il processo era iniziato. Per noi la condotta dell' imputato sta nei fatti provati in questo processo e nel capo di imputazione che e' stato dimostrato. Nelle migliaia di carte del dibattimento c' e' la verita' e con quelle si puo' condannare".
"I have a dream, disse Martin Luther King - ricorda ancora Ingroia rivolgendosi ai giudici - e anche l' accusa ha un sogno, che nell' applicare la legge e nel formulare la condanna venga sempre applicato il principio dell' uguaglianza".
E poi aggiunge: "Perche' se il Maxiprocesso a Cosa nostra fu la pietra tombale del mito mafioso secondo il quale i boss erano intoccabili, in questo processo e' stata raccolta una mole tale di prove contro gli imputati che sarebbe davvero difficile far capire alla gente le ragioni di una sentenza di assoluzione. Se con tutti questi fatti e riscontri non si arrivasse ad una condanna - prosegue il pm - allora passerebbe il messaggio di impunita' per un uomo potente, per un politico che ha trescato con la mafia, e i cittadini sarebbero autorizzati a pensare che la legge non e' uguale per tutti".
Il sostituto procuratore insiste nel ripetere che la legge deve essere chiara, comprensibile, uguale per tutti e non deve guardare in faccia in nessuno. "Perche' viene amministrata in nome del popolo italiano - spiega - e il popolo da questi processi non puo' percepire che un soggetto potente possa ricevere un trattamento diverso da altri".
I pm affermano di chiedere "non pene esemplari, ma giuste, che tengano conto della condotta di Dell' Utri". "Non si puo' non tenere conto - aggiunge l' accusa - che Dell' Utri e' uomo delle istituzioni, con pochissimo senso dello Stato perche' ha continuato a tenere contatti con Cosa nostra, anche quando i boss si sono macchiati di sangue nel '92 e nel '93".
Parlando di Gaetano Cina', Ingroia sottolinea che i due imputati "non hanno lo stesso peso per ruolo e funzioni".
L' ultimo tema della requisitoria e' "il tentativo di Dell'Utri di creare falsi pentiti". E' la vicenda di Cosimo Cirfeta e Pino Chiofalo, per la quale si sta svolgendo un altro processo in cui Dell' Utri e' accusato di calunnia. E proprio su questa presunta "combine" i pm hanno fatto sentire in aula le intercettazioni telefoniche fra l'imputato e Chiofalo. Dell'Utri gli parla con "gioia" e accoglie le sue chiamate con esclamazioni di affetto, in preparazione, sostengono gli inquirenti, dell' organizzazione del piano per screditare i pentiti che lo accusano in questo processo di mafia. "E' stata una fiction - sostiene Ingroia - fatta male, ma anche la sceneggiatura e' stata scritta in malo modo".
L' avvocato Roberto Tricoli, uno dei difensori del senatore, replica utilizzando la stessa metafora: "Siamo al primo tempo e questo film tracciato dai pm siamo sicuri che si concludera' con un lieto fine". L' avvocato Enzo Trantino, che fa parte del pool dei difensori, preferisce invece parafrasare Oscar Wilde:
"Hanno parlato del nulla di cui sapevano tutto".9 giugno 2004 - TRE ARRESTI PER FAVOREGGIAMENTO PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: ARRESTATI TRE BOSS PER FAVOREGGIAMENTO PROVENZANO
ERANO STATI SCARCERATI PER DECORRENZA TERMINI. SUMMIT IN CANILE
(di Lirio Abbate)
Ci sono i boss che escono dal carcere, con permessi premi, e ritornano a Bagheria per affermare la loro supremazia mafiosa, e ci sono i vertici della cosca, che per loro finalita',coltivano rapporti di 'confidenza' con i servizi segreti. Tutto questo sullo sfondo della latitanza della primula rossa di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano.
E' quanto emerge dall' inchiesta dei carabinieri del Ros e del Nucleo operativo che stamane ha portato al fermo di Leonardo Greco, 62 anni, con obbligo di dimora a Pachino (Siracusa), Nicolo' Eucaliptus, 64 anni e suo figlio Salvatore di 33. Il primo aveva l' obbligo di dimora ad Acquedolci (Messina). Tutti e tre sono accusati di associazione mafiosa e di avere favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano, ricercato da oltre 40 anni.
Ed e' proprio la presenza, anzi l' ombra, di Provenzano che si aggira a Bagheria, dove avrebbe incontrato boss e gregari per i suoi appuntamenti riservati. Per i summit veniva utilizzato perfino un canile. Tra i "contatti" anche quello con l' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello, arrestato a novembre per associazione mafiosa, nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda, al quale Nicolo' Eucaliptus chiedeva somme di denaro per "aiutare" il figlio Salvatore. Anche Leonardo Greco avrebbe chiesto ad Aiello un certificato medico con il quale avrebbe dovuto attestare, falsamente, un sospetto tumore polmonare, per evitare il carcere.
Leonardo Greco e Nicolo' Eucaliptus, liberi per decorrenza dei termini di custodia, sono in attesa di una sentenza del processo "Agate" in cui il pm ha chiesto per loro l' ergastolo. Dalle indagini emerge che Salvatore Eucaliptus informava il padre che "la relazione che aveva intrapreso con persone appartenenti ad un apparato dei servizi segreti continuava in quanto questi si facevano ogni tanto sentire". In particolare il figlio del boss, fermato oggi, "gli raccontava che proprio recentemente lo avevano richiamato per sapere se vi erano novita' in direzione di Bernardo Provenzano, alludendo per questi la prossima scadenza del suo compleanno che sarebbe capitata il successivo 31 gennaio".
I militari hanno riscontrato durante le indagini che nel mese di novembre 2002 vi sono stati numerosi contatti telefonici fra i telefoni cellulari utilizzati da Salvatore Eucaliptus e quelli in uso a personale dei servizi segreti. La procura vuole accertare se si puo' essere trattato di un' azione di disturbo alle indagini sulle ricerche del latitante o se vi erano altre finalita', visto che i vertici della famiglia mafiosa non hanno troncato questi rapporti.
Dalle intercettazioni effettuate dai carabinieri e' emerso inoltre che Bernardo Provenzano avrebbe incontrato fino a pochi anni fa i boss in un canile nei pressi di Bagheria. Lo hanno scoperto gli investigatori del Ros, ascoltando nel gennaio 2003 una conversazione fra Salvatore e Nicolo' Eucaliptus. Il posto degli appuntamenti segreti del capomafia sarebbe stato messo a disposizione, secondo gli inquirenti, da Nicola Greco, ritenuto uno degli affiliati alla cosca mafiosa di Bagheria.
Nell' inchiesta emergono altri dati inediti sulla latitanza di Provenzano, in gran parte riferiti ai magistrati dal collaboratore di giustizia Antonino Giuffre'. Secondo il pentito dopo il 29 settembre 1982, Nicolo' Eucaliptus ha rappresentato uno dei piu' fidati "delfini" di Provenzano nel territorio di Bagheria, tanto da mettere anche lui a disposizione del ricercato i locali di un immobile in cui effettuava gli incontri con gli altri boss.
L' inchiesta mette in risalto anche il ruolo che avrebbe svolto l' imprenditore Michele Aiello. Gli inquirenti sottolineano che Aiello era informato quasi in tempo reale delle indagini riservate del Ros e del Nucleo operativo, in particolare quelle che riguardavano la ricerca di Provenzano, grazie alle "soffiate" del maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, arrestato anche lui a novembre assieme ad Aiello. Il pentito Antonino Giuffre', ricorda inoltre che l' imprenditore in occasione delle festivita' natalizie negli anni '88-'89, aveva consegnato proprio a Nicolo' Eucaliptus la somma di 100 milioni di lire "per le esigenze della famiglia".
Per la prima volta emerge, inoltre, sempre dalla testimonianza di Giuffre', che Provenzano in una occasione gli aveva dato tre chili di droga da consegnare alla famiglia di Bagheria.9 giugno 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: DAI GIORNALI
"La Sicilia"
"Condannate il senatore a 11 anni"
La richiesta dei Pm.
Sollecitati 9 anni di reclusione per Gaetano Cinà, accusato nello stesso dibattimento di associazione mafiosa
Mariateresa Conti
Palermo. "Se il maxi processo ha messo la pietra tombale sul mito dell'impunità dei mafiosi, vi chiediamo che pronunciando questa sentenza nessuno possa pensare che tale mole di prove possa essere bastevole per un cittadino qualsiasi ma non per un potente, che nessuno possa pensare che c'è una nuova impunità, quella dei potenti che hanno trescato con la mafia. Guai quando la giustizia risulta incomprensibile".
Ha la voce rotta, dalla stanchezza e da un pizzico di emozione, il Pm Antonio Ingroia mentre pronuncia questa frase, qualche attimo prima di quantificare le richieste di condanna - rispettivamente ad undici e nove anni - a carico di Marcello Dell'Utri e Gaetano Cinà, imputati rispettivamente di concorso esterno in associazione mafiosa e associazione mafiosa. La voce rotta, di chi è consapevole che quell'appello al tribunale, il richiamo a quel processo storico che ha segnato la prima grande vittoria giudiziaria dello Stato contro Cosa nostra, non può non colpire.
Dell'Utri va condannato, dunque, e questo già si sapeva visto il quadro dipinto in 16 estenuanti udienze dedicate alla requisitoria. E anche il numero di anni richiesto - 11 - è in linea con le previsioni della vigilia, che si attestavano fra i 10 e i 12 anni. Ma a Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, vanno comminati - e questo è stato per certi versi un colpo di scena - più anni che a Gaetano Cinà, imputato di associazione piena. E vanno comminati più anni proprio in virtù del suo "status" di senatore della Repubblica e parlamentare europeo: "Riteniamo - ha rimarcato il Pm - che non si possa non considerare che Dell'Utri è un senatore della Repubblica, un uomo delle Istituzioni con poco, pochissimo senso dello Stato, che ha continuato a mantenere rapporti con la mafia persino negli anni più terribili, quelli delle stragi, quando persino i politici più compromessi con la mafia hanno cominciato a prendere le distanze". Per il Pm Dell'Utri, nel periodo delle stragi, non si è allontanato affatto. Anzi, si è rafforzato, interloquendo in prima persona con boss del calibro di Bernardo Provenzano e stipulando con lui il "patto" politico-mafioso della seconda metà del 1993: meno pressioni sui boss, in cambio di appoggio elettorale e fine della strategia stragista.
Le richieste di condanna sono arrivate alle 13 e 55, un'ora esatta dopo l'inizio della lettura delle conclusioni. Ha spaziato, il Pm Ingroia. Ha ricordato più volte che questo, lungi dall'essere un processo politico, è stato un dibattimento basato su "prove eterogenee, omogenee e convergenti. Fatti - ha rimarcato - non teoremi, fatti che abbracciano un arco temporale di 10 anni a partire dal 1970, dunque ben prima che Dell'Utri pensasse di dovere - e sottolineo dovere - intraprendere l'attività politica". Anni che per l'accusa sono fatti di rapporti sempre con gli esponenti di vertice - prima Stefano Bontade e Mimmo Teresi, quindi Riina, e poi infine Bernardo Provenzano - prima mediati da Vittorio Mangano e Gaetano Cinà, e quindi diretti. Proprio all'ascesa al vertice di Provenzano, per l'accusa, Dell'Utri avrebbe dato un contributo determinante, fornendo le garanzie necessarie al boss per assumere la guida dell'organizzazione. Un excursus lunghissimo, quello di Ingroia, finito con una serie di citazioni: Franz Kafka, "Il Processo" e "Davanti alla legge", per dire che la giustizia deve essere uguale per i deboli e per i forti e trasparente. Ed ancora, Martin Luther King, il suo "I have a dream": "Io - ha detto Ingroia - ho un sogno, noi abbiamo un sogno, che venga sempre applicato il principio di eguaglianza, che non ci siano cittadini "K", come ne "Il Processo". È anche per questo che chiediano di condannare i due imputati. Per questo Pm la condotta di Dell'Utri è più grave di quella di Cinà. Non ha lo stesso peso, non ha lo stesso disvalore. Dell'Utri è un uomo colto, istruito, inserito nella buona società, che aveva ben altre possibilità di scelta che rapporti collusivi. Ha o no maggiore responsabilità un parlamentare rispetto al cittadino comune? Certamente sì. Ed è per questi motivi che chiediamo una pena equa, proporzionata ed adeguata. Non una pena esemplare ma una pena giusta".Gli avvocati
"Un film inconsistente basato sul nulla"
Palermo. La prima replica, piccatissima, è arrivata dall'avvocato Enzo Trantino, prima ancora di uscire dall'Aula: "Questa - ha detto il difensore riferendosi al richiamo del Pm al Tribunale (presidente Leonardo Guarnotta, a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari) a emettere, in nome del popolo italiano, una sentenza giusta, che non sancisca "l'impunità dei potenti che hanno trescato con la mafia" - se la potevano proprio risparmiare. Il tribunale sa benissimo da solo quello che deve fare". Poi fuori, di fronte all'assalto di telecamere e cronisti, i commenti più ragionati, più che sul "quantum" chiesto dal Pm sull'impostazione dell'impianto accusatorio prospettata nelle 16 udienze di requisitoria.
""Sarà che abbiamo due copie diverse del processo Dell'Utri - ha detto ancora l'avvocato Trantino - ma il processo che abbiamo noi è fondato sul nulla. Si può dire con Oscar Wilde che "parlavano spesso del nulla, l'unico argomento di cui sapevano tutto". Quanto agli undici anni richiesti, il legale ha dichiarato: "Mi lasciano indifferenti. Posso apprezzare l'estenuante fatica del Pm, ma non mi interessano gli undici o i 18 anni. Sono solo numeri. Qui si è giocato sui numeri, ma sul piano dei fatti non ho ancora sentito nulla". Più "politica" la reazione dell'avvocato Roberto Tricoli, che ha parlato espressamente di "requisitoria di chiusura della campagna elettorale". "Questo - ha detto il penalista - è un processo politico. Il fatto che sia un processo politico è stato dimostrato nel corso delle indagini prima e poi del processo. È inutile quello che il Pm ha più volte detto e ripetuto, e cioè che questo non è stato un processo politico. Nei fatti, non ha fatto altro che parlare dell'attività politica del senatore. Comunque, è solo il primo tempo. Siamo sicuri che questo film inconsistente disegnato dal Pm si concluderà con un lieto fine".
Fin qui i legali. Quanto ai politici, complice forse la notizia della liberazione degli ostaggi in Irak, l'unica reazione che si è registrata è quella del vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto: "Con un tempismo straordinario i Pm Ingroia e Gozzo hanno clncluso e hanno chiesto la condanna ad 11 anni del senatore Dell'Utri proprio alla vigilia delle elezioni".
M. C.10 giugno 2004 - ARRESTI PER FAVOREGGIAMENTO PROVENZANO: DAI GIORNALI
"Il Manifesto"
BAGHERIA
Amici nel Sisde per gli uomini di Provenzano
Arrestati tre boss: summit in un canile, telefonate con gli 007 e rapporti con il "re" della sanità Aiello
ALFREDO PECORARO
PALERMO
Un canile trasformato in un covo per i summit tra il latitante Bernardo Provenzano e i suoi affiliati. Tre uomini che gli avrebbero garantito le coperture e i movimenti durante i suoi soggiorni a Bagheria, mentre intrattenevano strani rapporti con un gruppo di 007 del Sisde e con il "re" della sanità Michele Aiello, informato delle indagini sul conto di Provenzano dal maresciallo del Ros dei carabinieri Giorgio Riolo, in carcere e accusato dalla procura di Palermo di essere una delle talpe a Palazzo di giustizia. L'inchiesta dei carabinieri del Ros e del Nucleo operativo che ha portato al fermo di Leonardo Greco, 62 anni, Nicolò Eucaliptus, 64 anni, e suo figlio Salvatore di 33, apre un nuovo squarcio sulla latitanza di Provenzano e getta molte ombre su alcuni uomini dei servizi segreti, guidati dal generale Mario Mori, ex vice comandante dei Ros, per il quale la procura ha chiesto l'archiviazione dall'accusa di favoreggiamento nell'inchiesta contro la mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo il suo arresto. I tre fermati, considerati personaggi di spicco della mafia di Bagheria, sono accusati di associazione mafiosa e di avere favorito la latitanza di Provenzano durante la sua permanenza a Bagheria, a pochi chilometri da Palermo. Per i summit con il superlatitante i tre gregari avrebbero utilizzato perfino un canile. Gli uomini del Ros lo hanno scoperto ascoltando nel gennaio 2003 una conversazione fra Salvatore e Nicolò Eucaliptus. Gli inquirenti, inoltre, sono in possesso di tabulati telefonici che dimostrerebbero contatti tra Salvatore Eucaliptus e gli 007 che avrebbero utilizzato i cellulari di servizio. Rapporti emersi dopo alcune intercettazioni, in particolare delle conversazioni di Salvatore Eucaliptus con il padre, informato che "la relazione che aveva intrapreso con persone appartenenti a un apparato dei servizi segreti continuava in quanto questi si facevano ogni tanto sentire". Il figlio del boss "gli raccontava che proprio recentemente lo avevano richiamato per sapere se vi erano novità in direzione di Bernardo Provenzano, alludendo alla prossima scadenza del suo compleanno che sarebbe capitata il successivo 31 gennaio". Rapporti che gli inquirenti hanno riscontrato durante le indagini che hanno appurato l'esistenza dei contatti telefonici, nel novembre 2002, fra i telefoni cellulari utilizzati da Salvatore Eucaliptus e quelli in uso a personale dei servizi segreti. La procura vuole accertare se si può essere trattato di un'azione di disturbo alle indagini sulle ricerche del latitante o se vi erano altre finalità.
I Ros hanno accertato anche rapporti tra i tre fermati e il "re" della sanità privata di Bagheria Michele Aiello, arrestato a novembre per associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda che ha portato in carcere il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro e l'ex carabiniere e deputato regionale dell'Udc Antonio Borzacchelli. La stessa inchiesta per la quale è indagato il presidente della Regione siciliana Totò Cuffaro (Udc), accusato di concorso in associazione mafiosa. Nicolò Eucaliptus avrebbe chiesto ad Aiello somme di denaro per "aiutare" il figlio Salvatore, mentre Leonardo Greco gli avrebbe chiesto un certificato medico con il quale avrebbe dovuto attestare, falsamente, un sospetto tumore polmonare per evitare il carcere. Sia Greco che Nicolò Eucaliptus, liberi per decorrenza dei termini di custodia, sono in attesa di una sentenza su una quarantina di delitti, fra cui quello dell'imprenditore Libero Grassi.
La caccia ai boss e ai loro patrimoni, ieri, ha consentito al Gico della Guardia di finanza di Palermo di sequestrare beni per un valore di 100 milioni di euro, su disposizione dei giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale. Il provvedimento riguarda l'imprenditore Gaspare Finocchio, accusato di associazione mafiosa. Sequestrati 434 tra immobili, società di commercio e aziende edili, mentre sono scattati i sigilli per 38 villette a Campofelice di Roccella (Palermo) e intestati alla Costruzioni Diga srl. Sequestrati anche 17 conti bancari e postali a Palermo e in Toscana.11 giugno 2004 - PER LODATO LA LOTTA CONTRO LA MAFIA SI E' FERMATA
ANSA:
PER LODATO LA LOTTA CONTRO LA MAFIA SI E' FERMATA (NOTIZIARIO LIBRI)
'VENTICINQUE ANNI DI MAFIA. C'ERA UNA VOLTA LA LOTTA ALLA MAFIA' di SAVERIO LODATO (RIZZOLI BUR; 612 PAG.; 11 EURO).
"Cos'è diventata la mafia del terzo millennio? Quale ruolo occupa il super latitante Bernardo Provenzano considerato l' attuale capo di Cosa Nostra? Cosa significano le due assoluzioni di Giulio Andreotti a Palermo?" Sono alcune delle domande che si e' posto il giornalista Saverio Lodato per ampliare ed aggiornare quel saggio che quattordici anni fa titolo' 'Dieci anni di mafia' e che oggi, erto e ponderoso, ha attualizzato in 'Venticinque anni di mafia'.
L' aggiornamento consiste nel considerare ed interpretare gli ultimi quattro anni, un periodo in cui e' caduto il silenzio intorno all' argomento mafia e nel corso del quale, secondo l' autore, si e' registrata una battuta d' arresto nella lotta contro lo strapotere mafioso in Sicilia come nel resto d'Italia. Un periodo, i quattro anni, caratterizzato da grandi lacerazioni interne alla magistratura, quella palermitana prima di tutto. E' nel palazzo di giustizia del capoluogo isolano che e' stata aperta l' inchiesta sulle 'talpe', bocche che avrebbero portato alle orecchie dei mafiosi notizie che dovevano restare riservate. Non si tratta di uno scherzo: sono finiti in manette carabinieri, militari della guardia di finanza, medici, imprenditori e uomini politici. In questi quattro anni sono anche partiti (e giunti) due avvisi di garanzia nei confronti del presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, con accuse pesantissime: concorso esterno in associazione mafiosa.
Lodato si interessa anche di un' altra, profonda, lacerazione nelle fila della magistratura palermitana, apertasi all' indomani della partenza del procuratore capo di Palermo Gian Carlo Caselli, tornato nella 'sua' Torino, il "quasi regolamento di conti fra il fronte dei magistrati moderati e, spesso, normalizzatori, e il fronte di quei magistrati che durante la direzione di Caselli si erano trovati a essere i piu' esposti nel tentativo di arginare le complicita' politiche e istituzionali della mafia". Cosi', in base ad una vecchia circolare sono stati eslcusi dalla Dda magistrati da anni impegnati nel fronte antimafia: Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Antonio Ingroia (i primi due procuratori aggiunti, il terzo sostituto procuratore). Lodato ricorda che il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone "(per il quale Giovanni Falcone nei diari, scoperti dopo la sua morte, non aveva avuto parole elogiative), e' diventato il plenipotenziario delle inchieste antimafia" e che in piu' di un'occasione le talpe e la ristrutturazione interna dell' ufficio della Procura "sono apparse strettamente connesse". Il giornalista segnala che "una Procura che resta spaccata per un periodo troppo lungo, finisce inevitabilmente con il fare alla mafia un grandissimo favore".
Il senso del libro e' dichiarato nel suo sottotitolo, 'C'era una volta la mafia'. Si tratta di un concetto che attraversa il volume e si riscontra anche, ad esempio, nelle parole di Andrea Camilleri, un cui lungo intervento e' ospitato nell'ultimo capitolo, 'Corrispondenze e interviste'. "Il fatto che ammazzano di meno non significa che non c'e' piu' la mafia" ammonisce lo scrittore di Porto Empedocle, "La mafia e' sempre un passo piu' avanti dello Stato" mette in guardia, segnalando che Bernardo Provenzano e' "il mammuth; il Jurassic Parl" della mafia, perche' questa organizzazione"e' una multinazionale e come tutte le multinazionali avra' un ufficio elaborazioni dati, sviluppi e studi". Insieme con quello di Camilleri, il libro ospita anche interviste a Enzo Biagi e Gian Carlo Caselli.
Saverio Lodato, oggi al quotidiano 'L'Unita", e' esperto di mafia, argomento sul quale ha pubblicato numerosi libri.11 giugno 2004 - MAFIA: 77 OMICIDI IN 10 ANNI; TRENTA CONDANNE ALL'ERGASTOLO
ANSA:
MAFIA: 77 OMICIDI IN 10 ANNI; TRENTA CONDANNE ALL'ERGASTOLO
Trenta condanne all' ergastolo sono state inflitte dalla terza Corte d' Assise di Palermo, nel processo denominato "Agate + 45" che prende in esame una serie di omicidi compiuti da Cosa Nostra tra il 1981 e il 1991. La Corte ha condannato anche altri quattro imputati a complessivi 47 anni di carcere; 12 le assoluzioni.
Tra i boss condannati all' ergastolo figurano Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Pietro Aglieri, Raffaele Ganci, Leonardo Greco e Nicolo' Eucaliptus, questi ultimi due arrestati il 9 giugno come favoreggiatori di Provenzano.
Tra i 77 omicidi oggetto del processo anche quello dell' imprenditore palermitano Libero Grassi, ucciso per essersi ribellato al 'pizzo'.
La Corte d'assise, presieduta da Giuseppe Nobile, ha condannato all'ergastolo anche Mariano Agate, Antonino Bonta', Mariuccio Brusca, Salvatore Buscemi, Pippo Calo', Antonino Gargano, Salvatore Genovese, Nene' Geraci, Giuseppe Graviano, Filippo La Rosa, Giuseppe Lucchese, Nino, Francesco, Giuseppe e Salvatore Madonia, Antonino Marchese, Giuseppe e Salvatore Montalto, Filippo Nania, Salvatore Prestifilippo, Antonino Rotolo, Giovanni Scaduto, Francesco Tagliavia e Lorenzo Tinnirello.
Dodici anni la pena inflitta al pentito Giovanni Brusca, a cui i giudici hanno riconosciuto l'attenuante della collaborazione con la giustizia; a 13 anni e' stato condannato l'ex boss di Caccamo Nino Giuffre', anche lui collaboratore; dieci anni a Salvatore Liga e Salvatore Profeta.
Tra gli assolti il boss Salvatore Biondino ed Antonino Tinnirello.
Il processo era cominciato nel 1994. In questi anni sul banco del pm si sono succeduti tre magistrati.
Per l'omicidio Grassi, commesso il 27 agosto del 1991 a Palermo, sono stati riconosciuti responsabili i boss di San Lorenzo Francesco e Salvatore Madonia. Gli altri mandanti ed esecutori materiali dell'agguato sono stati gia' condannati.
Il processo ha ricostruito dieci anni di delitti: dalla morte del boss Stefano Bontate, il Principe di Villagrazia, ucciso il 23 aprile del 1981, che segno' l'inizio della guerra di mafia, all'eliminazione di Salvatore Inzerillo, boss di Passo di Rigano, un altro dei capi di quelle che di li' a poco sarebbero divenute le cosche perdenti. Tra gli altri episodi di sangue i giudici hanno preso in esame anche la strage di Bagheria, contro i parenti del pentito Francesco Marino Mannoia; e gli omicidi di Vincenzo Puccio e Mario Prestifilippo.
Il pm Gioacchino Natoli aveva chiesto 36 ergastoli.MAFIA: VEDOVA GRASSI, E' UNA SENTENZA GIUSTA
"E' una sentenza giusta. Se davvero i responsabili della morte di mio marito saranno messi in condizione di non danneggiare piu' nessuno allora avremo raggiunto un risultato importante". Cosi' Pina Maisano, vedova di Libero Grassi, l'imprenditore ucciso dalla mafia il 27 agosto del 1991, ha commentato la condanna all'ergastolo di Francesco e Salvino Madonia, imputati del delitto.
Salvatore Madonia e' stato condannato anche a risarcire il danno alla moglie e ai figli dell'imprenditore Alice e Davide ed a versare, a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva 250 mila euro alla vedova e 150 mila euro ai figli.
I Grassi si sono costituiti parte civile attraverso gli avvocati Vincenzo Lo Re, Emanuele Giglio e Alberto Polizzi.
"Ci sono voluti dieci anni - ha aggiunto la vedova di Libero Grassi - ma erano decine i delitti presi in esame dalla corte e decine gli imputati".
Il pm Gioacchino Natoli al termine della lettura del dispositivo, commosso, ha abbracciato Pina Grassi.
Per il delitto sono stati assolti i componenti della Cupola, cosi' come aveva chiesto il pm.12 giugno 2004 - FAVOREGGIAMENTO PROVENZANO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
L´interrogatorio
Salvatore Eucaliptus chiama in causa anche Michele Aiello
Parla il rampollo del boss "Passai dritte su Provenzano"
Al Sisde rivelò di un summit poi saltato
SALVO PALAZZOLO
A sorpresa, il figlio del boss di Bagheria, Salvatore Eucaliptus, risponde ai magistrati. Prima timidamente, poi in maniera decisa: "Fu l´imprenditore Michele Aiello a dirmi che le nostre auto erano intercettate". Per il pool della Procura che si occupa dell´ultima inchiesta sul magnate della sanità siciliana e le talpe istituzionali è una vera rivelazione, uno straordinario riscontro che chiude il cerchio. Il maresciallo del Ros Giorgio Riolo soffiò la notizia ad Aiello, che la comunicò ai boss: in questa catena di comunicazione illegale, la Procura colloca anche l´ex assessore Mimmo Miceli, il deputato regionale Antonino Borzacchelli e il presidente della Regione Salvatore Cuffaro. "Aiello - ha fatto mettere a verbale Salvatore Eucaliptus - mi disse di non farmi vedere".
Eucaliptus, 33 anni, di professione agente immobiliare, è stato arrestato mercoledì insieme al padre Nicolò e a Leonardo Greco: in questi mesi, i carabinieri del Ros lo hanno intercettato a lungo mentre parlava con il padre. Il giovane diceva pure di un contatto che intratteneva con alcuni esponenti dei servizi segreti. I magistrati della Procura hanno chiesto anche di questo a Salvatore Eucaliptus. Che prima ha negato, poi di fronte all´evidenza delle intercettazioni ha parlato dei rapporti con "Claudio e Gino", i due agenti del Sisde che già da tempo lo avevano avvicinato per chiedergli notizie su Bernardo Provenzano. Eucaliptus ha stupito ancora e a sorpresa ha svelato di aver fornito un´imbeccata preziosa ai due 007: parlò di una riunione a cui doveva partecipare anche il superlatitante, che poi, però, sfumò per motivi rimasti misteriosi.
Il procuratore Pietro Grasso precisa: "Eravamo a conoscenza, tramite la polizia giudiziaria, dell´esistenza di una fonte del Sisde contattata ai fini della ricerca del latitante Provenzano". I magistrati vogliono comunque approfondire le conoscenze sulla genesi e l´evoluzione del rapporto fra Eucaliptus e i servizi segreti. Senza alcuna polemica all´orizzonte: "In atto - precisa Grasso - vi è una totale coincidenza di interessi e di disponibilità anche da parte dei servizi di informazione e di sicurezza".12 giugno 2004 - ERGASTOLI A BOSS; 5 IMPUTATI TORNANO IN CARCERE
ANSA:
MAFIA: ERGASTOLI A BOSS; 5 IMPUTATI TORNANO IN CARCERE
Sono stati arrestati dagli agenti della squadra mobile Salvatore Prestifilippo, 71 anni, Antonino Bonta', 74 anni, ed Antonino Rotolo, 58 anni, condannati ieri all' ergastolo per omicidio dalla corte d' assise di Palermo nell' ambito del cosiddetto processo "Agate + 45", conclusosi con 30 condanne al carcere a vita per boss e gregari accusati di oltre 50 uccisioni tra il 1981 ed il 1991 a Palermo.
Prestifilippo e Bonta' erano liberi, Rotolo era agli arresti domiciliari.
In mattinata i carabinieri avevano arrestato altri due imputati: Filippo Nania, di Partinico, e Antonino Gargano, di Bagheria, ma con obbligo di dimora a Enna. Ad entrambi era stato inflitto l' ergastolo nell' ambito dello stesso processo.13 giugno 2004 - RICORDATO CAP. D'ALEO A 21 ANNI DA UCCISIONE
ANSA:
MAFIA: RICORDATO IL CAPITANO D'ALEO A 21 ANNI DA AGGUATO
Corone di fiori sono state deposte oggi in via Scobar per ricordare l' uccisione avvenuta 21 anni fa del capitano dei carabinieri Mario D' Aleo, dell' appuntato Giuseppe Bommarito e del carabiniere Pietro Morici.
D' Aleo, 29 anni, era comandante della compagnia di Monreale e venne assassinato da sicari di Cosa nostra, sotto la sua abitazione, mentre i due carabinieri furono assassinati in macchina, a poca distanza dal portone di casa di D'Aleo.
L' ufficiale aveva sostituito nel ruolo di comandante della compagnia il capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima, e da lui non eredito' soltanto la poltrona. D'Aleo volle proseguire le indagini che aveva avviato il suo predecessore.
Il primo segnale il giovane capitano lo ricevette il 7 gennaio 1982, quando oso' arrestare Giovanni Brusca, allora rampollo della famiglia di San Giuseppe Jato, che era agli inizi della sua carriera criminale e oggi collaboratore di giustizia. Il capitano lo aveva arrestato perche' accusato di alcuni attentati intimidatori. Il nonno del boss, Emanuele Brusca, si presento' allora in caserma per "rimproverare" il giovane capitano per quello che aveva fatto al nipote che lo definiva "un bravo ragazzo".
I colleghi ricordano l' ufficiale per le inchieste sulle cosche mafiose ma anche per il suo sorriso che lo contraddistingue in ogni foto scattatagli durante la permanenza in Sicilia: velato dalla malinconia di chi presagisce la sua sorte.
Per questo agguato tre anni fa i giudici della prima sezione della Corte d' assise hanno stabilito che ad ordinare l' uccisione furono i capimafia che formavano allora la Cupola di Cosa nostra e per questo delitto vennero condannati all' ergastolo Toto' Riina, Michele Greco, Pippo Calo', Nene' Geraci, Bernardo Provenzano e Giuseppe Farinella.14 giugno 2004 - SERVIZI SEGRETI A CACCIA DI PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: SERVIZI SEGRETI A CACCIA DEL BOSS LATITANTE PROVENZANO
PER INFORMAZIONI RICOMPENSE ANCHE DI DUE MILIONI EURO
Si chiama Roc, il Reparto operativo criminalita', creato dal direttore del Sisde, Mario Mori, che da due anni e' a caccia del boss mafioso latitante Bernardo Provenzano, ricercato da oltre 40 anni. Gli agenti sotto copertura contattano mafiosi, ma anche le loro mogli e i loro figli, e offrono ricompense fino a due milioni di euro in cambio di informazioni che possono portare alla primula rossa di Corleone.
Non solo, si "mettono a loro disposizione" anche per migliorare le condizioni carcerarie dei boss che potrebbero aiutarli nelle ricerche del capomafia.
L'attivita' del servizio segreto civile e' stata incrociata piu' volte nell'ultimo anno dalla polizia giudiziaria che ha intercettato contatti fra gli 007 e i gregari di Cosa nostra su cui la procura ha avviato indagini antimafia. L'ultimo e' Salvatore Eucaliptus, figlio del capomafia Nicolo', di Bagheria, arrestati entrambi la scorsa settimana perche' indicati come i favoreggiatori di Provenzano.
Salvatore Eucaliptus avrebbe avuto, secondo quanto emerge dall'inchiesta della procura, diversi contatti telefonici con gli agenti del Sisde, i quali lo avrebbero utilizzato a lungo come fonte di notizie. Di questi contatti era a conoscenza anche il padre.
Dai fondi riservati del Sisde e' stata messa da parte una grossa somma di denaro (oltre due milioni di euro) che verra' versata a chi li portera' sulla pista del vecchio capo corleonese, impegnato da circa dieci anni nell'operazione di sommersione di Cosa nostra, evitando omicidi eccellenti, e preferendo all'uso delle armi, la trattativa.
Le indagini per la cattura di Provenzano sono delegate ufficialmente dalla procura al Servizio centrale operativo della polizia, alla squadra mobile di Palermo e al Ros dei carabinieri. A coordinare le loro attivita' sono i pm della Direzione distrettuale antimafia, Marzia Sabella e Michele Prestipino.14 giugno 2004 - PROCESSO CONTRO JANNUZZI A TRENTO, TESTIMONE PREFETTO MORI
ANSA:
PROCESSO CONTRO JANNUZZI A TRENTO, TESTIMONE PREFETTO MORI
Il direttore del Sisde, prefetto Mario Mori, e' stato sentito oggi come testimone al processo in corso a Cles, in Trentino, che vede imputato di diffamazione il giornalista e senatore di Fi Lino Jannuzzi per il suo libro "Il processo del secolo: come e perche' e' stato assolto Andreotti".
Il libro e' stato stampato nel 2000 dalla Mondadori proprio nello stabilimento di Cles e per questo il processo si svolge nella cittadina trentina. Jannuzzi e' stato accusato di diffamazione dai magistrati della Procura di Palermo Giancarlo Caselli, Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato, Gioacchino Natoli, Vittorio Teresi, Teresa Principato, Antonio Ingroia e Calogero Principato. Nell' udienza di oggi sono stati sentiti due testi della difesa, il prefetto Mori e un generale dei carabinieri oggi in pensione e all' epoca dei fatti capo dei Ros. I due militari non hanno descritto una situazione di particolare conflittualita' all' interno della Procura di Palermo tra inquirenti e magistrati, come sostenuto dalla difesa. Il prefetto Mori ha detto, tra l' altro, che su un centinaio di indagini solo un paio erano state caratterizzate da qualche conflitto. Nell' udienza di oggi avrebbe dovuto essere sentito come teste anche l' ex ministro Calogero Mannino, ma per un difetto di citazione non e' stata possibile la sua ammissione. La difesa ha anche rinunciato a sentire l' imputato, Lino Jannuzzi.
La prossima udienza si svolgera' il 9 luglio per la discussione e le richieste del pm, Giuseppe De Benedetto.15 giugno 2004 - SENATO: DELL'UTRI MEMBRO SUPPLENTE CONSIGLIO D'EUROPA E UEO
ANSA:
SENATO: DELL'UTRI MEMBRO SUPPLENTE CONSIGLIO D'EUROPA E UEO
Il senatore di Forza Italia Marcello dell'Utri sostituisce il collega Domenico Contestabile come componente della delegazione italiana presso l'assemblea del consiglio d'Europa e presso l'assemblea dell'Ueo. Contestabile si e' recentemente dimesso.
La decisione e' stata comunicata in Aula dal presidente dell'assemblea di Palazzo Madama, Marcello Pera, durante la seduta del pomeriggio.
Dopo aver annunciato l'indicazione del gruppo, Pera ha constatato che l'assemblea accettava questa sostituzione. I componenti dei due organismi parlamentari godono, al pari di quanto accade per i deputati e i senatori del Parlamento italiano, dell'immunita' parlamentare. Ma i due organismi parlamentari hanno forme di immunita' particolarmente "estese".SENATO: DELL'UTRI;DALLA CHIESA,MOSSA PER DARE SUPERIMMUNITA'
"Un gruppo di potere senza pudore continua a usare le istituzioni senza pudore": lo afferma - in una nota - il sen. della Margherita Nando Dalla Chiesa dopo l'annuncio che il senatore di Forza Italia Marcello dell'Utri sostituira' il collega Domenico Contestabile, che si e' di recente dimesso, come componente della delegazione italiana presso l'assemblea del Consiglio d'Europa e presso l'assemblea dell'Ueo.
"La mossa di Berlusconi e di Forza Italia al Senato - prosegue Dalla Chiesa - per dare la superimmunita' a Marcello Dell'Utri dopo la richiesta di condanna a 11 anni per concorso esterno per associazione mafiosa offre una perfetta fotografia di una forza politica che ha cercato di fare dello Stato il suo bottino. Per fortuna in questo tentativo ha perso quattro milioni di voti. Evidentemente non sono bastati. Chiediamo al Consiglio d'Europa - conclude Dalla Chiesa - a non prestarsi ad essere usato come salvacondotto per gli imputati eccellenti di crimini contro lo Stato e la legalita'".15 luglio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: PARTI CIVILI
ANSA:
DELL'UTRI: PARTE CIVILE, HA STRETTO LE MANI DI MOLTI BOSS
"Marcello Dell' Utri, il fondatore di Forza Italia, ha somministrato una polpetta avvelenata a tutte quelle persone che si sono avvicinate al partito politico, senza sapere che lui aveva stretto molte mani di boss scendendo a compromessi". Lo sostiene l' avvocato Ennio Tinaglia, parte civile per conto della Provincia di Palermo, durante la sua discussione nel processo al senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
"Oggi queste persone - ha detto il legale - sono vilipese, umiliate da una equazione che porta a dire Forza Italia vicina alla mafia. Di tutto cio' la colpa e' sua".
"Una persona come Dell' Utri - ha aggiunto - con queste sue conoscenze, non avrebbe dovuto fondare questo movimento politico perche' era naturale che il suo passato sarebbe venuto a galla".
Tinaglia ha esaminato in modo puntiglioso ogni aspetto del processo, lanciando qualche stoccata sia all' accusa che alla difesa, e sostenendo le responsabilita' di Dell'Utri nell' aver contribuito a "rafforzare Cosa nostra". "Non sappiamo quali contributi concreti ha portato in trent'anni a Cosa nostra - ha detto Tinaglia - ma se i boss hanno continuato ad avere contatti con lui per tutto questo tempo, significa che non li ha delusi, altrimenti Riina, Santapaola e Mangano non lo avrebbero ricontattato".
Il difensore della Provincia di Palermo ha sostenuto che "Cosa nostra si e' rafforzata nel momento in cui, dopo un periodo di sbandamento, ha trovato nuovi referenti politici".
Rivolgendosi ai giudici, Tinaglia ha detto: "Il punto su cui occorre riflettere e' quello di stabilire se il patto con i boss c'e' stato e non quello se poi e' stato onorato". Secondo il legale "Cosa nostra aveva investito su Dell'Utri per utilita' di tipo politico che ne potevano derivare e per i suoi collegamenti finanziari".DELL'UTRI; PARTE CIVILE, SI E' SPORCATO PIU' VOLTE LE MANI
"Marcello Dell' Utri si sarebbe sporcato piu' volte le mani per aiutare un amico, Silvio Berlusconi, che era in difficolta"". Lo afferma l' avvocato Ennio Tinaglia, difensore di parte civile della Provincia di Palermo, nella sua discussione nel processo al senatore Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
"Dell' Utri - ha aggiunto Tinaglia - una volta entrato in questo ingranaggio con i mafiosi, ha vissuto in questi trent'anni in totale assoggettamento, e per questo non ha potuto dire di no a Vittorio Mangano che gli imponeva di ospitare nella villa di Arcore latitanti mafiosi, e non poteva dire di no al boss Stefano Bontade che voleva riciclare somme di denaro, e ancora a Mangano che attraverso suo genero, voleva finanziato un traffico di droga".
"Non sappiamo se di questi ritorni si e' avvantaggiato Silvio Berlusconi - sottolinea la parte civile - in questo processo non ci interessa. Ma di certo i vantaggi li ha avuti l' imputato. La scelta di mettersi sotto l' ombrello mafioso e' stata quella di preferire la protezione dei boss piuttosto che intraprendere la via legale".
"Questo e' un processo del rammarico - ha aggiunto Tinaglia riferendosi alla posizione di Berlusconi, indicato dall' accusa come vittima di Dell' Utri - cio' ha costituto una sorpresa per tutti e mi auguro che i pm ci sono arrivati in corso d'opera. E questo e' un peccato, perche' se avessero avuto fin dall' inizio questa idea, forse le cose sarebbero state diverse".DELL' UTRI: PARTI CIVILI CHIEDONO CONDANNA A 10 MILIONI EURO
Le parti civili che rappresentano il comune di Palermo e la Provincia, hanno chiesto ai giudice del tribunale la condanna al pagamento complessivamente di 10 milioni di euro del senatore Marcello Dell Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Le parti civili, costituite attraverso gli avvocati Ennio Tinaglia e Salvatore Modica, hanno avanzato la loro richiesta di pagamento del danno a conclusione della loro discussione.
L' udienza e' stata rinviata al 28 giugno con l' inizio delle arringhe dei difensori.DELL'UTRI: SENATORE, ANCHE PARTI CIVILI APPASSIONATE FICTION
Il senatore Marcello Dell' Utri, in una nota si complimenta ironicamente con le parti civili del processo in corso a Palermo, dopo l' udienza di oggi.
"Anche le Parti Civili - afferma Dell' Utri in una breve nota - si sono appassionate alla fiction gia' sceneggiata dalla Pubblica Accusa e ne aggiungono nuovi esaltanti capitoli. Complimenti".19 giugno 2004 - DON RIBAUDO, PROVENZANO HA AVUTO ACCANTO UN PRETE
ANSA:
MAFIA: DON RIBAUDO, PROVENZANO HA AVUTO ACCANTO UN PRETE
Don Giacomo Ribaudo, il parroco della chiesa della Magione a Palermo che per primo ha svelato di avere incontrato l' allora boss latitante Pietro Aglieri, dopo le stragi Falcone e Borsellino, torna a rivendicare la legittimita' della propria scelta e racconta a "Repubblica" nuovi retroscena sulla trattativa segreta che alcuni esponenti della Chiesa palermitana avviarono con un gruppo di padrini di rango. La novita' sta nel fatto che anche il capomafia latitante Bernardo Provenzano avrebbe avuto un confessore.
Il capo di Cosa nostra, ricercato da oltre quarant'anni, si sarebbe incontrato con un sacerdote, ma Don Ribaudo assicura di non conoscere il nome. La circostanza e' nuova anche per investigatori e inquirenti che da anni lavorano alle indagini per arrestare il padrino di Corleone.
In procura fanno notare che in nessun accertamento e' emerso il coinvolgimento di un prete nella latitanza di Provenzano, che, come e' noto, usa spesso nelle lettere inviate ai propri gregari, ai quali sono state sequestrate, frasi che fanno riferimento alla Bibbia o alla religione cristiana.
Del confessore del boss Don Ribaudo dice: "Ne ebbi notizia nel 1994 - racconta - nel periodo in cui fui chiamato da Aglieri e da altri esponenti dell'organizzazione che avevano iniziato una riflessione dopo l'appello del Papa alla conversione. Mi dissero che un gruppo di uomini d'onore erano pronti a consegnarsi, chiedevano allo Stato di potere iniziare una vita nuova, a condizione di non essere obbligati ad accusare i propri compagni".
"Due persone in particolare - ricorda il prete - mi dissero che c' era anche Bernardo Provenzano nel gruppo di coloro che proponevano allo Stato la strada della dissociazione. Chiesi di incontrare Provenzano. Mi dissero: 'Le faremo avere una risposta'. Che arrivo' dopo una settimana: 'Se si tratta di un incontro di carattere spirituale - specificarono - Provenzano ha gia' il suo confessore". Non dissi altro".
Don Ribaudo ribadisce: "Non fu Aglieri a dirmi del sacerdote ma due persone che attualmente non sono ristrette in carcere. Attraverso quei contatti non ho ricevuto vantaggi di alcun genere, ho solo esercitato il mio ministero. Credo infatti nel ruolo che puo' svolgere la Chiesa, in un percorso autonomo da quello della magistratura, senza strumentalizzazioni di alcun genere. La Chiesa e' ancora in tempo per intraprendere la strada della profezia".MAFIA: FAMILIARI VIA GEORGOFILI, SGOMENTO PER TRATTATIVA
"Sconcerto e sgomento" sono stati espressi dall'Associazione fra i familiari delle vittime di via dei Georgofili per le notizie, riferite da don Ribaudo, in merito ai nuovi retroscena della trattativa segreta che alcuni esponenti della Chiesa palermitana avrebbero avviato con un gruppo di padrini di rango, fra cui quello che anche Bernardo Provenzano avrebbe avuto un confessore.
"Chi puo' fornire notizie per consegnare un criminale alla giustizia - spiega in una nota l'Associazione - ha il preciso dovere di collaborare, non portare avanti trattative che solo il conoscerne l'esistenza ci sconcerta e ci riempie di sgomento".MAFIA: GRASSO, NON CAPISCO PERCHE' DON RIBAUDO PARLA SOLO ORA?
"Non capisco perche' don Ribaudo abbia deciso di rivelare soltanto ora ed ai giornalisti, poi, l' esistenza di un presunto confessore del boss latitante Bernardo Provenzano". Cosi' il procuratore di Palermo Pietro Grasso commenta le dichiarazioni del parroco della Magione di Palermo secondo il quale un sacerdote avrebbe assistito il capomafia di Corleone.
"Non capisco perche' don Ribaudo abbia atteso tanto per rivelare quanto a sua conoscenza - ha aggiunto Grasso -. C' e' da chiedersi, a questo punto, cosa sia cambiato; perche', cioe', non si avverta piu' l' esigenza di mantenere il riserbo su certi argomenti, soprattutto se dettato dal segreto della confessione?".MAFIA: INTERROGATO PADRE GIACOMO RIBAUDO
IL parroco palermitano Giacomo Ribaudo, che aveva rivelato la presenza di un presunto confessore accanto al boss latitante Bernardo Provenzano, e' stato interrogato oggi dagli investigatori della mobile di Palermo su delega del pm della dda Michele Prestipino che coordina le indagini per la ricerca del capomafia di Corleone.
In particolare, al sacerdote e' stato chiesto chi sono i boss liberi che gli hanno rivelato la circostanza.
Ribaudo ha opposto il diritto a non rivelare quanto appreso nel segreto del confessionale, sostenendo che sarebbe venuto in possesso dell' informazione nell' esercizio delle sue funzioni religiose.
Il sacerdote e' stato sentito come persona informata sui fatti. I magistrati si riservano di interrogarlo nuovamente nei prossimi giorni.22 giugno 2004 - PROCESSO A TENENTE CANALE,REQUISITORIA IL 5 LUGLIO
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MAFIA: PROCESSO A TENENTE CC CANALE,REQUISITORIA IL 5 LUGLIO
Iniziera' il 5 luglio prossimo la requisitoria del processo al tenente dei carabinieri Carmelo Canale, accusato di concorso in associazione mafiosa e corruzione. L' ufficiale, all' epoca in cui era maresciallo, e' stato a lungo uno stretto collaboratore del procuratore di Marsala, Paolo Borsellino.
Il dibattimento, che si svolge davanti ai giudici presieduti da Antonio Prestipino, a latere Aronica e Morosini, e' iniziato quattro anni fa; il processo ha avuto tanti ostacoli burocratici, che ne hanno fatto slittare la conclusione. L' accusa e' sostenuta dal pm della Dda, Massimo Russo.
Oltre a Canale sono imputati Gaspare Casciolo, 68 anni e Giuseppe Pandolfo, di 58. All' inizio vi era anche un quarto imputato, il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, che ha pero' preferito durante l' udienza preliminare essere giudicato con il rito abbreviato. E' condannato per corruzione nei confronti di Canale, al quale, secondo gli inquirenti, avrebbe versato somme di denaro quando era maresciallo dei carabinieri a Marsala.
Contro l'ufficiale, che e' stato per alcuni anni anche in servizio al Ros, sono state raccolte le dichiarazioni di una trentina di testimoni, fra cui 11 pentiti che lo descrivono come "corrotto", "disponibile nei confronti dei boss", pronto a rivelare notizie sulle indagini, a coprire responsabilita' fornendo testimonianze false, persino a scortare "con le auto di servizio" le autobotti di "acqua e zucchero" che, negli anni Ottanta, percorrevano le strade di Partinico per rifornire i sofisticatori di vino.23 giugno 2004 - UCCISIONE CAPITANO BASILE, A GIUDIZIO PENTITO BRUSCA
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MAFIA: UCCISIONE CAPITANO BASILE, A GIUDIZIO PENTITO BRUSCA
Il gup Mariaelena Gamberini ha rinviato a giudizio il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca per l' omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, assassinato il 4 maggio 1980.
Brusca si e' auto accusato di avere fatto parte del gruppo di fuoco che organizzo' l' agguato messo a segno a Monreale.
Per questo delitto e' stato condannato all' ergastolo il boss Michele Greco, detto il "papa", dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza.
Greco era stato giudicato e condannato con Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calo' e altri componenti della cupola. La sentenza era stata confermata dalla Cassazione ad eccezione della posizione di Greco per il quale era stato disposto un nuovo processo che si era concluso con la conferma dell' ergastolo.
Gli altri esecutori materiali sono stati Giuseppe Madonia, figlio del boss Francesco, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno. Solo il primo sta scontando l' ergastolo. Puccio fu ucciso in carcere nel 1989 e Bonanno e' scomparso. Si allontano' dal soggiorno obbligato dove era stato inviato dopo l' assoluzione nel processo di primo grado. Si ritiene che sia rimasto vittima della "lupara bianca". Per questo il processo nei suoi confronti e' stato sospeso in attesa che sia accertata definitivamente la sua sorte.
Il caso Basile e' stato caratterizzato da una complessa vicenda giudiziaria: per due volte la Cassazione ha annullato per vizi formali le condanne degli esecutori materiali. Per i mandanti invece sono stati celebrati altri giudizi. In tutti i processi i familiari del capitano si sono costituiti parte civile con l' avvocato Francesco Crescimanno.
Il processo a Giovanni Brusca si aprira' l' 11 ottobre prossimo.23 giugno 2004 - TEATRO: PROFILO DI BORSELLINO AL FESTIVAL DI BENEVENTO
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TEATRO: PROFILO DI BORSELLINO AL FESTIVAL DI BENEVENTO
NON EVENTI MA RIFLESSIONI IN UNA RASSEGNA DI 22 SPETTACOLI
Non una rassegna di eventi ma di riflessioni sulla nostra società civile. E' la linea del Festival 'Citta' Spettacolo' di Benevento che quest' anno ( dal 27 agosto al 12 settembre) celebra la sua venticinquesima edizione. In programma, fra l'altro, una commedia su Paolo Borsellino di Ruggero Cappuccio, direttore artistico della manifestazione.
Saranno in tutto 22 spettacoli che si ispirano a un tema conduttore ( come vuole la tradizione del Festival, fin da quando nelle prime edizioni lo dirigeva Ugo Gregoretti) . imperniato questa volta su "Il desiderio del potere - il potere del desiderio". "Il mio lavoro su Borsellino - ha spiegato Cappuccio - rientra in pieno nel tema di quest'anno. Si tratta di un profilo umano, affidato all' interpretazione di Massimo De Francovich, del giudice assassinato dalla mafia. Il racconto drammaturgico lo vede come un eroe del nostro tempo lontano dalle tentazioni della retorica. Una figura senza protervia che acquista teatralmente un affascinante rilievo per il suo battersi senza violenza contro la violenza, omicidi, stragi, tradimenti. Paolo Borsellino e' l'incarnazione perfetta di eroe in quanto in grado di sacrificare il proprio corpo e i propri affetti per un'idea: la giustizia. Un artefice umano che costruisce il proprio coraggio per donarlo agli altri".
" Mi è venuta la voglia di paragonarlo - ha concluso Cappuccio - ai grandi tragici dell'antichita'. Una tragedia contemporanea che insieme a quella di Falcone non ha niente da invidiare alle grandi tragedie del passato". Il debutto del lavoro di Capuccio, intitolato 'Paolo Bosellino - Essendo Stato', sara' il 4 settembre. Il cartellone del Festival comprende altre novita': 'Noir' (da 'Le metamorfosi' di Kafka) di e con Tonino Accolla. 'Marquis De Sade, Vierge et Martyr' di Riccasdo Reim con Pino Micol, 'Voci di dentro', approfondimento sul mondo eduardiano di Alfonso Santagata, 'Cinque round-Prometeo - Ronaldo' del noto autore ispano-americano Rolando Garcia, diretto da Cherif, e 'Predisporsi al micidiale' di e con Alessandro Bergonzoni.
Per la serie 'provocazioni", che agita i temi della solidarieta' e della formazione, diversi i testi del 'giovane teatro'. Tra questi 'L'arrobbafumo' di Francesco Sur'iano ( autore rivelazione di 'Rocco, lo storto'), di cui sara' interprete Peppino Mazzotta,'Myriam' di Antonio Tarantino, 'Crossfades' di Stefano Costantini con Sara Bertelà, 'Murgia' di Michele Sinisi, 'Furio Caligola', ispirato a Camus, di Gianluca Riggi, 'L'orlo dello zero' di Michelangelo Fetto e Francesco Di Donato, 'Che tu sia per me coltello' di Tullia Bartolini.'Cuntu per Lunaria', da Vincenzo Consolo,di Vincenzo Pirrotta.
L'intera giornata, il 39 agosto, sara' dedicata a Roberto Herlitzka, considerato oggi uno dei migliori attori italiani (apprezzato in special modo per il rigore delle scelte) verra' insignito con il 'Premio Viviani'.25 giugno 2004 - GIUFFRE', DI ALFANO HO SENTITO PARLARE DA PROVENZANO
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MAFIA: GIUFFRE', DI ALFANO HO SENTITO PARLARE DA PROVENZANO
PENTITO CHIAMATO A DEPORRE NEL PROCESSO ALLE COSCHE MESSINESI
"Michelangelo Alfano non l' ho conosciuto personalmente, ma di lui ho sentito parlare da Bernardo Provenzano e da altri mafiosi di Bagheria, come colui che per cosa Nostra si interessava di appalti nel messinese".
Lo ha detto il collaboratore di giustizia Antonino Giuffre', chiamato a deporre nel processo alle cosche messinesi che vede tra gli imputati anche l' ex pm Giovanni Lembo e l' ex pentito Luigi 'Gino' Sparacio. Collegato in videoconferenza e sollecitato dal pm Antonino Fanata, Giuffre' si e' soffermato a parlare della mafia messinese: "Nella citta' dello Stretto, per quanto io ne sappia - ha riferito - non c' e' mai stato un mandamento di Cosa Nostra, ma vi erano degli interessi sia da parte delle famiglie palermitane che di quelle catanesi, che della stessa ndrangheta calabra".
Nell' udienza non si e' presentato a deporre in videoconferenza da una localita' segreta, il collaboratore Ciro Vollaro chiamato a riferire di contatti avuti con un altro pentito messinese Cosimo Cirfeta che e' imputato nel processo.28 giugno 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: DIFESA
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DELL' UTRI: DIFESA, CONTRO DI LUI NESSUNA PROVA
"Non c'e' nulla nel processo che possa dimostrare le tesi dell' accusa. E questo lo dimostreremo durante le prossime udienze". E' quanto ha affermato l' avvocato Enzo Trantino rivolgendosi ai giudici del tribunale che processano il senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il difensore del senatore durante la sua arringa ha invitato tutte le parti processuali "alla serenita'. A scendere da cavallo, a smettere con la caccia alle streghe e passare alla normalita' perche' la giustizia sta in mezzo alla gente".
Poi ha esortato i magistrati del collegio "a mantenere, come hanno fatto durante questi lunghi, estenuanti anni una serenita' nel giudizio". "Un giudizio - afferma Trantino - che non deve essere inficiato o parzialmente condizionato dalle voci. Perche' quando assistiamo ad un processo sommario, anche fatti penalmente irrilevanti assurgono ad un ruolo importante".
Il difensore ha fatto anche riferimento al lato umano del proprio cliente, mostrandolo come un uomo "esasperato dall' accusa di mafia che compie azioni inopportune o imprudenti". Il riferimento e' all' incontro del senatore con il collaboratore di giustizia Cosimo Cirfeta, per il quale e' in corso un altro processo per calunnia nei confronti di Dell' Utri e del pentito.
"Posso dire che questo incontro - afferma Trantino - non era opportuno, che se Dell' Utri ne avesse parlato con i suoi difensori lo avremmo dissuaso. Ma lui lo ha fatto senza dire nulla, per la voglia di sapere, di conoscere come era fatta questa polpetta avvelenata che si stava preparando contro di lui in carcere: insomma per legittima difesa".
"Probabilmente - continua - avrei agito con maggiore attenzione ma bisogna comprendere lo stato d'animo di una persona ferita dall' accusa di essere vicina a Cosa nostra".
L' arringa proseguira' domani mattina.DELL' UTRI: DIFESA, NON ERA LUI VERO OBIETTIVO DELL' ACCUSA
Nel suo primo giorno di arringa cita articoli giornalistici e saggi scritti da magistrati l' avvocato Enzo Trantino legale del senatore Marcello Dell' Utri imputato a Palermo di concorso in associazione mafiosa.
Per introdurre la tesi difensiva che il collegio di avvocati nominati dal senatore di Fi illustrera' fino a dopo l' estate, l' avvocato-parlamentare catanese ha impiegato quattro ore, durante le quali ha risposto, contrattaccando, a molti punti della requisitoria, con citazioni di Kafka, Calamandrei ed anche un brano del saggio scritto su Micromega dallo stesso magistrato dell' accusa Antonio Ingroia.
Trantino ha voluto sottolienare che Dell' Utri e' un "bravo imprenditore" che ha preso in mano una societa' come Publitalia che fatturava decine di miliardi di vecchie lire e "l' ha lasciata con un bilancio che conta centinaia di miliardi".
"Dell' Utri - ha aggiunto l' avvocato - e' stato capace di farsi strada nell' imprenditoria milanese, avendo la fortuna di trovare un uomo come Berlusconi".
E proprio sul presidente del Consiglio, il legale si e' soffermato, sostenendo che la procura aveva puntato su di lui durante le indagini preliminari e nel corso del processo.
"Vaneggia - afferma Trantino - chi ci viene a dire che Berlusconi non e' mai stato l' obiettivo di questo processo".
Il riferimento e' ai pm che avevano specificato durante la requisitoria che questo non e' stato ne' un processo politico, ne' un atto d' accusa contro Berlusconi.
Trantino, invece, non ne e' convinto, e afferma: "Dell' Utri e' stato il falso bersaglio, e' servito per vestire il pupo".
Il penalista passa poi al capitolo "degli affetti", sostenendo che "c'e' una pena peggiore della pena giudiziaria, ed e' lo sfregio della personalita', la mascariata, o ancora l' incesto sugli affetti perche' il senatore e' stato definito dai pm il traditore degli amici".
Poi tocca anche alla famiglia di Dell' Utri, e per la prima volta, in aula, spuntano le intercettazioni dei figli che parlano al telefono con il presunto mafioso Gaetano Cina', coimputato, letti da Trantino.
"E' la tenerezza fra padre e figlio - dice il penalista - che e' stata violata con queste intercettazioni".
L' avvocato, davanti ai giudici del tribunale, tira di fioretto in piu' occasioni contro i pm, lancia stilettate politiche non rinunciando mai a battute di spirito.
"Proporrei i due pm Ingroia e Gozzo - dice - per il premio Pulitzer per il piu' originale romanzo giudiziario, visto come e' stata gestita l' accusa".28 giugno 2004 - OMICIDIO LA TORRE; ERGASTOLO PER MADONIA E LUCCHESE
ANSA:
MAFIA: OMICIDIO LA TORRE; ERGASTOLI PER MADONIA E LUCCHESE
I giudici della corte d' assise hanno condannato all' ergastolo Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, giudicati colpevoli per l' omicidio del segretario regionale del Pci Pio La Torre e del suo autista, Rosario Di Salvo, compiuto il 30 aprile 1892.
La sentenza e' stata emessa in serata dopo sei ore di camera di consiglio.
I giudici hanno condannato i due boss, oltre al carcere a vita, anche all' isolamento diurno per due anni.
L' accusa e' stata sostenuta in aula dai pubblici ministeri Nino Di Matteo e Domenico Gozzo che, durante il dibattimento, attraverso le dichiarazioni del pentito Salvatore Cucuzza che si e' autoaccusato del delitto del politico, hanno ricostruito le fasi esecutive dell' agguato.
I pm hanno anche affrontato il capitolo che riguardava il falso alibi di Madonia e il modo con il quale e' stato scoperto dagli investigatori.
Gli inquirenti durante la requisitoria hanno sollevato l' ipotesi di "soggetti estranei a Cosa nostra" che avrebbero ispirato l' omicidio dell' ex segretario comunista. E davanti ai giudici della Corte d' assise i magistrati hanno rievocato i cosiddetti mandanti occulti che assieme alla Cupola, gia' condannata con sentenza definitiva per il delitto, avrebbero voluto la morte dell' esponente politico.
"Gli elementi acquisiti nel corso del processo - ha detto Di Matteo nel corso della requisitoria - fanno pensare ad una convergenza di interessi anche se non consentono di esercitare l' azione penale nei confronti di altri soggetti perche' scarsamente individualizzanti".
Tra gli spunti che fanno pensare a mandanti estranei alla mafia, il pm cita le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia: Giovanni Brusca, Francesco Mannoia e Salvatore Cucuzza.
Proprio Cucuzza racconta che dopo l' uccisione di La Torre e l'approvazione della legge sulle misure di prevenzione, voluta dal politico, Pino Greco Scarpa si lamento' dicendo che "Cosa nostra era stata usata ma non aveva tratto vantaggio da quella morte".
Il pm, che ha parlato di movente complesso, si e' poi soffermato sull' attivita' di contrasto alla mafia sostenuta dal politico negli anni '70. Nell' eliminazione dell' esponente comunista, dunque, gioco' un ruolo non solo l' intento vendicativo di Cosa nostra per le azioni messe in campo dal deputato ma anche la volonta' di evitare che La Torre continuasse nel suo impegno.
Di "sovraesposizione del politico circondato da esponenti delle istituzioni collusi o inerti" ha parlato Di Matteo, che ha ricordato la relazione di minoranza della commissione