Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2004: luglio/agosto
3 luglio 2004 - PENTITO GIUFFRE': PROVENZANO DECISE DI APPOGGIARE CUFFARO
"La Repubblica"
IL CASO
"Così Provenzano decise di appoggiare Totò Cuffaro"
PALERMO - La Procura di Pietro Grasso schiera anche l´ultimo pentito, Nino Giuffrè, nell´inchiesta che vede indagato per mafia il presidente della Regione Totò Cuffaro: "Nelle elezioni del 2001, Provenzano disse di appoggiarlo", sostiene l´ex boss della Cupola. Il governatore della Sicilia replica: "Che schifo. Di fronte a queste porcherie posso solo ribadire che non ho mai chiesto voti alla mafia".
La Procura deposita un verbale del pentito Giuffrè alla vigilia del processo per mafia all´ex assessore Miceli
"Provenzano disse: votiamo Cuffaro"
Il governatore replica: "Che porcheria, mai fatto favori alla mafia"
SALVO PALAZZOLO
Era la vigilia delle elezioni regionali del 2001, Bernardo Provenzano ascoltava tutti i suoi più stretti collaboratori: Salvatore Lo Piccolo, Giulio Gambino e Salvatore Fileccia gli portavano notizie dalla città, Benedetto Spera dalla provincia. "Io gli dico che Cuffaro fa riunioni con amici miei", ricorda il pentito Nino Giuffrè. E Provenzano annuiva: "Cuffaro è affidabile, appoggiamolo". La Procura di Palermo svela alcuni dei suoi assi alla vigilia del processo che la settimana prossima vedrà alla sbarra l´ex assessore Mimmo Miceli, uno dei pupilli di Cuffaro, accusato di aver fatto da tramite fra Cosa Nostra e il presidente della Regione. C´è l´ultimo pentito di mafia, Nino Giuffrè, nella lista dei testimoni che i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci chiedono di ascoltare in tribunale. Cuffaro replica alle accuse: "Che schifo. Di fronte a queste porcherie posso solo ribadire che non ho mai chiesto voti alla mafia né ho mai fatto favori alla mafia".
Dice il pentito Giuffrè al pm Di Matteo che lo interroga il 6 marzo 2003: "Provenzano è un democristiano doc. Il sogno suo, di Ciancimino e di Lipari, era di rifare la Democrazia cristiana e non Forza Italia". Di Cuffaro, Giuffrè aveva subito parlato al momento della sua dichiarazione d´intenti alla Procura: "Eravamo perfettamente a conoscenza e consapevoli - fece mettere a verbale - di tutti i movimenti che Cuffaro faceva nell´ambito palermitano, nelle cene di gruppo, nelle riunioni". Quando il 6 marzo Di Matteo gli chiede di approfondire, Giuffrè fa il nome di due grandi elettori del presidente della Regione, "sono proprietari terrieri - spiega - grossi personaggi della Palermo bene. Erano vicini a me, loro mi dissero che Cuffaro era "manciatario", con riferimento alle tangenti". A questo punto, il verbale di Giuffrè - che è diventato pubblico in questi giorni, in vista del processo Miceli - offre uno spaccato dei rapporti sociali che si sviluppano attorno alle collusioni mafia-politica. "Cuffaro faceva delle cene, dei rinfreschi. Dava incarico alle persone più importanti di Palermo, non di Cosa nostra, ma dietro quelle persone ci siamo sempre noi. D´altro canto, nel periodo pre-elettorale gli ingranaggi amministrativi si oliano un pochino e succedono cose che magari in altri periodi non accadono". Provenzano era stato chiaro: "Stiamo defilati. Non bisogna bruciare i politici amici con contatti diretti".
Alla vigilia del processo Miceli, i pm hanno depositato anche un altro verbale di interrogatorio che farà di certo discutere, quello di Giuseppe Guttadauro, l´ex chirurgo diventato capomafia di Brancaccio. È un dialogo serrato fra i magistrati e il padrino, che lancia segnali, alla stregua dei boss di rango. "Se non ricordo male mi pare di avere chiesto qualche cosa per qualcuno, però non è successo niente", dice. "E a chi l´ha fatta questa richiesta?", chiedono i pm Di Matteo e Paci. "Vabbè, all´onorevole Cuffaro mi pare". Incalzano i magistrati: "E come l´ha fatta, direttamente?". La risposta è sibillina: "No, io direttamente non lo conosco Cuffaro, sono disponibile a mettermi dentro la macchina della verità, non lo conosco. Forse l´ho visto una volta in ospedale, perché suo figlio aveva avuto un incidente". Ancora i pm: "Tramite chi ha fatto richieste a Cuffaro?". La risposta è un capolavoro di mafiosità: "E vabbè dottore, a casa mia venivano amici, conoscenti, medici, avvocati, ingegneri. Ma se io vi faccio i nomi, voi li mettere sotto inchiesta". Degli amici, Guttadauro dice soltanto: "Io sono una persona che chiede, non ho mai imposto niente a nessuno. Chiedo sempre per cortesia e per favore". I pm sono incuriositi: "Questa cortesia riguarda anche Cuffaro?". La risposta è lapidaria: "Non ricordo".
Il processo Miceli è già alle porte. L´inchiesta sul presidente è ancora aperta.

5 luglio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: DIFESA, IMPUTATO COME RUSHDIE
ANSA:
DELL'UTRI: DIFESA, IMPUTATO COME RUSHDIE
E GIUDICI TRIBUNALE PRENDONO APPUNTI DURANTE ARRINGA
"Marcello Dell'Utri come Salman Rushdie l' autore musulmano tacciato di eresia e su cui fu emessa la fatwa, la condanna a morte per i suoi versetti satanici. Allo stesso modo, il collaboratore Salvatore Cancemi, nel 1994, lancia la fatwa: la colpa di Dell' Utri e' quella di avere assunto un atteggiamento contrario alla cultura ufficiale: quella cattocomunista". E' uno dei passaggi dell' arringa di Roberto Tricoli, uno dei difensori del senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
In quattro ore di arringa, l' avvocato Tricoli ha ridato verve alla difesa, imponendo nuovi impulsi alla strategia difensiva e tenendo impegnati i giudici del tribunale, che per la prima volta sono stati notati a prendere appunti.
Secondo il difensore "per questa ragione, per avere stravolto i canoni convenzionali del potere Marcello Dell' Utri si ritrova invischiato e coinvolto dalle accuse di mafia".
Tricoli definisce Dell' Utri "come l'araba fenice, tutti ne parlano per sentito dire, ma in pochi lo hanno visto e conosciuto e spesso riferiscono storie da cortile carcerario. E in quest' ultimo caso ricadono Francesco Di Carlo (di cui dimostreremo l' inattendibilita'), Angelo Siino e Antonino Calderone".
Per Tricoli a partire dal 18 febbraio del 1994 (giorno in cui Cancemi inizia ad accusare Dell' Utri e pochi giorni prima arriva la notizia della "discesa in campo" di Berlusconi) inizia il procedimento contro l' allora presidente di Publitalia "per colpire - dice il legale - Berlusconi".
"A Palermo - dice Tricoli - si apre un processo durato dieci anni partito dalle dichiarazioni di Salvatore Cancemi, il pentito piu' inattendibile d' Italia. Il collaborante che ha accusato i giudici della Corte d' appello di Palermo e quelli delle sezioni unite della Cassazione, poi tutti assolti. Insomma essere accusati da Cancemi e' di per se' garanzia di assoluzione".
Per il difensore: "Quella dei pm e' stata una requisitoria astratta, in cui vengono utilizzati alcuni temi e trascurati altri, in cui si fa confusione sui fatti ed anche tempi e luoghi sono incerti".
Anche l' intervista a Paolo Borsellino, realizzata da un giornalista francese, rientra tra gli spunti difensivi di Tricoli. "Nel 2002 il dottore Ingroia riconosce che c'e' una qualche modifica tra l' intervista integrale e quella montata, e con la registrazione audio. Qualche modifica - afferma Tricoli - e' gia' manipolazione. Colpisce poi che i pm non siano stati in grado durante questi anni di rintracciare l' autore di questa intervista, un giornalista francese che fino al '94 era un volto presente nelle maggiori trasmissioni televisive nazionali".
Il legale critica anche il cambio di strategia processuale in corsa, annunciata dai pm in fase di requisitoria. Si era partiti nel 1994 indagando su Dell' Utri per colpire Berlusconi ma "lo sforzo immane della procura abortisce ufficialmente il 5 aprile del 2004. Per cui nel corso della requisitoria i pm affermano che Berlusconi in questo processo non c' entra, anzi e' una vittima, inconsapevole, di quello che e' ritenuto l'ambasciatore di cosa nostra in uno dei piu' importanti gruppi imprenditoriali italiani". L' arringa di Tricoli proseguira' domani.

5 luglio 2004 - CONDANNA PER UCCISIONE SEGRETARIO DI PIO LA TORRE
ANSA:
MAFIA: CONDANNATO BOSS PER DELITTO SEGRETARIO DI PIO LA TORRE
I giudici della corte d' Assise di Palermo hanno condannato all' ergastolo Antonino Geraci per l' omicidio di Rosario Di Salvo, collaboratore del segretario regionale del Pci, Pio La Torre, uccisi entrambi il 30 aprile 1982. Geraci era gia' stato condannato alla massima pena come mandante dell' omicidio di La Torre. I giudici hanno concesso una provvisionale di 200 mila euro ai Ds che si erano costituiti parte civile, prima con Walter Veltroni e ora con Piero Fassino. Alla vedova di Di Salvo, Rosa Catanova, sono stati assegnati 250 mila euro.

5 luglio 2004 - PROCESSO CANALE; PM, TRADI' COLLEGHI E MAGISTRATI
ANSA:
MAFIA: PROCESSO CANALE; PM, TRADI' COLLEGHI E MAGISTRATI
"Questo processo e' il processo del tradimento di un investigatore che godeva della fiducia e della stima di magistrati e colleghi con i quali lavorava". Inizia cosi' la requisitoria il pm Massimo Russo pubblica accusa al processo al tenente dei carabinieri, Carmelo Canale, imputato di concorso in associazione mafiosa.
Il magistrato ha iniziato l' atto d' accusa all' ex collaboratore di Paolo Borsellino, sostenendo che Canale "sviava le indagini"" nel trapanese, e che molti collaboratori di giustizia lo indicano come "soggetto corrotto a disposizione dei mafiosi".
La requisitoria, cominciata nel tardo pomeriggio nell' aula 6 del nuovo palazzo di giustizia, si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del Tribunale presieduti da Antonio Prestipino.
Russo ha ricordato che Canale e' stato coinvolto in numerose indagini "dai contorni ancora da chiarire" che hanno riguardato l' omicidio di Peppino Impastato e del colonnello dei carabinieri Russo. Per entrambi i delitti le indagini furono "sviate" e secondo il pm solo dopo tanti anni e' stata scoperta la verita', una verita' "lontana da quella a cui aveva voluto portare Canale".
Il pm Massimo Russo definisce l' imputato "un maresciallo di provincia che vendeva informazioni riservate ai mafiosi".
IL magistrato ha poi parlato del "forte" rapporto che Canale avrebbe avuto con il denaro citando il racconto di un pentito. Secondo il collaboratore un giorno un boss si reco' a casa del maresciallo, a Marsala. Canale era a letto con la febbre. Dopo avergli fatto "passare sotto il naso una mazzetta di banconote, facendogliele annusare - dice Russo - Canale si alzo' come se fosse guarito e si mise al servizio del mafioso".
Il magistrato ha voluto "sgomberare il campo" da ipotesi di un complotto dei pentiti contro Canale.
"I collaboratori che lo accusano - afferma il pm - non sono mai stati coinvolti in indagini svolte dal maresciallo. Se queste accuse di collusione fossero state fatte al dottore Rino Germana', allora qualche dubbio me lo sarei posto perche' Germana' e' il vero investigatore, il primo che ha scritto rapporti sulle cosche mafiose trapanesi confermati in seguito da vari collaboratori di giustizia. Germana' e' il funzionario di polizia che Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella hanno tentato di uccidere perche' non era come Canale".
La requisitoria proseguira' l' 8 luglio alle ore 15,30.

8 luglio 2004 - CASSAZIONE: LEGGE SUI PENTITI, DUBBI SUI 180 GIORNI
ANSA:
CASSAZIONE: LEGGE SUI PENTITI, DUBBI SUI 180 GIORNI
SEZIONI UNITE SI ESPRIMERANNO SU NODO CRUCIALE NUOVA LEGGE
L'interpretazione della nuova legge che disciplina le dichiarazioni dei pentiti potrebbe cambiare e non essere piu' quella finora seguita da tutte le corti di merito d'Italia nei processi di criminalita' organizzata. La Sesta sezione penale della Cassazione ha infatti chiamato le Sezioni Unite del Palazzaccio a pronunciarsi su un argomento cruciale della legge n. 45, entrata in vigore il 13 febbraio 2001, sui collaboratori di giustizia. In particolare il massimo consesso del 'Palazzaccio' dovra' stabilire se l'articolo 25 della normativa, che concede 180 giorni di tempo al pubblico ministero per procedere "alla redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione" del pentito, debba applicarsi anche ai processi gia' iniziati alla data di entrata in vigore della legge 45. Sul punto c'e' contrasto di opinioni in giurisprudenza tra chi ritiene - riassume la Sesta sezione penale nell'ordinanza 29863 con la quale la questione e' stata inoltrata alle Sezioni Unite - "che la norma (art. 25) non riguardi le posizioni dei collaboratori che hanno esaurito la collaborazione (o hanno in corso una collaborazione iniziata precedentemente all'entrata in vigore della legge)"; e chi, invece, ritiene che "in ogni caso si deve procedere alla redazione del verbale illustrativo entro 180 giorni dal vigore della stessa legge pena la inutilizzabilita' delle dichiarazioni". Se le Sezioni Unite accogliessero questo ultimo punto di vista, la conseguenza sarebbe quella della nullita' delle rivelazioni dei pentiti in tutti quei processi - gia' in corso nel 2001 - per i quali alcun verbale illustrativo e' stato redatto. Ad ottenere l'assegnazione della questione alle Sezioni Unite e' stato l'avvocato Antonio Manago', esperto in criminalita' organizzata. "Finora tutte le corti di merito - spiega il legale - hanno sempre detto che la nuova norma che fissa i 180 giorni di tempo al pm per redigere il verbale, non si applicava per i processi gia' iniziati all'entrata in vigore della nuova legge. Adesso questa rimessione alle Sezioni Unite - prosegue Manago' - apre un grosso spiraglio affinche' si affermi una interpretazione piu' garantista della legge sui pentiti, perche' attualmente e' come se ci fossero processi di serie 'A' con il rispetto dei 180 giorni, e processi di serie 'B' senza alcun verbale". "Se prevalesse una interpretazione garantista - conclude il difensore - ci sarebbero ricadute su un grosso numero di processi di mafia".
Un'altra questione sulla quale le Sezioni Unite dovranno esprimersi - sempre accogliendo una obiezione di Manago' - riguarda l'applicabilita' dell'articolo 64 del codice di procedura penale (sulla rinnovazione dell'interrogatorio da parte del pm) nel caso in cui il pentito faccia dichiarazioni nel periodo compreso tra la chiusura delle indagini preliminari e precedente all'udienza preliminare. Questa circostanza - di coloro che vuotano il sacco in questa fase processualmente amorfa - riguarda pochissimi casi. Tuttavia e' la stessa Sesta sezione penale a sottolineare che, sul punto, "si prospetta una 'zona d'ombra' o, per meglio dire, un vuoto normativo in presenza di questa particolarissima situazione". Anche su questo aspetto dovranno fare luce le Sezioni Unite. Il ricorso dal quale e' scaturita la rimessione riguarda un processo minore di criminalita' organizzata con imputati per narcotraffico appartenenti alla 'ndrangheta.

CASSAZIONE: LEGGE SUI PENTITI;LUMIA, SIAMO MOLTO PREOCCUPATI
"Siamo molto rispettosi delle decisioni della Cassazione e del suo libero convincimento, ma allo stesso tempo siamo molto preoccupati perche' una decisione favorevole alle difese rischierebbe di riaprire molti processi per mafia conclusisi in appello con le condanne grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia". Cosi' Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione Antimafia, ha commentato la decisione della Cassazione di inviare alle Sezioni Unite alcuni punti della legge sui pentiti del 2001.
"Ci sono processi di mafia - ha sottolineato - che sono durati tantissimi anni e se la Suprema Corte li annullasse con rinvio per far celebrare nuovamente il grado di appello, sarebbe una profonda ingiustizia per i parenti delle vittime e per la giustizia nel suo complesso". "In piu' - ha concluso l' esponente della Quercia - darebbe ai boss mafiosi una pericolosa sensazione di impunita'".

8 luglio 2004 - LETTERE DI RIINA E BAGARELLA: MESSAGGI IN CODICE ?
"Il Corriere della sera"
Le ultime inchieste dei magistrati sui proclami contro il carcere duro
Il calcio, gli egizi e la Sistina. Le lettere dei padrini
Le missive dalle celle di Riina e Bagarella: "Messaggi in codice sui politici"
PALERMO - Il proclama lo fece giusto due anni fa, il 12 luglio 2002. "Parlo a nome di tutti i detenuti ristretti all'Aquila sottoposti al regime del 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio... Siamo stati presi in giro... Le promesse non sono state mantenute". Così disse Leoluca Bagarella, boss mafioso pluri-ergastolano e cognato di Totò Riina, davanti ai giudici della Corte d'assise di Trapani. E il suo proclama fu considerato alla stregua di un ultimo avvertimento: attenzione, certi patti vanno rispettati. Oggi, due anni dopo quelle parole, la Procura di Palermo ha archiviato l'inchiesta avviata allora: nessun reato, nessun presunto colpevole da perseguire. Ma il pericolo degli avvertimenti mafiosi resta, così come il mistero su presunti "patti" e ipotetiche trattative, e le indagini sulle mosse in carcere degli "uomini d'onore" continuano, portate avanti da Procure di altre città. Perché i soldati di Cosa Nostra sparsi nelle galere d'Italia non hanno smesso di scriversi e - molto probabilmente - di mandarsi messaggi in codice. Che inquirenti e investigatori cercano di intercettare e interpretare. A cominciare da quelli di Leoluca Bagarella nella corrispondenza con altri mafiosi, da Riina in giù, sottoposta ad apposita censura.
Lettere anche recenti apparentemente innocue dove però si citano di continuo, tanto per fare un esempio, il Milan e le gare di Formula Uno; riferimenti più che plausibili, secondo la lettura degli investigatori che sovrappongono la squadra di calcio al suo presidente e la sigla delle corse automobilistiche (F1) a quella di un partito (FI), a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. Dunque a chi governa, chiamato in causa nel 2002 dal proclama di Bagarella e non solo.
Dopo la protesta del boss davanti ai giudici, lo scambio di lettere tra detenuti s'è fatto più interessante. E tra i fogli scritti con calligrafie malferme e frasi sgrammaticate, è spuntata qualche sorpresa. Come il libro inviato in dono a Bagarella da un altro detenuto sottoposto alle ristrettezze del 41 bis, Cristoforo "Fifetto" Cannella, ergastolano rinchiuso nella prigione di Novara, firmatario di un altro messaggio-proclama di quel periodo contro il "carcere duro" per i mafiosi e assimilato a una minaccia, in cui si chiedeva: "Dove sono gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati per mafia e che ora siedono negli scranni parlamentari e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi?"
Cannella ne aveva già parlato al capomafia - al quale si rivolge dandogli del lei - in una precedente lettera del 31 agosto 2002. Poi, il 26 settembre, ha consegnato all'ufficio spedizioni del penitenziario una busta più pesante delle altre con sopra l'indirizzo di Bagarella, carcere dell'Aquila. Dentro c'era il volume "Il palazzo degli specchi", 502 pagine scritte dal romanziere indiano Amitav Gosh, editore Einaudi.
Certo è bizzarro l'interesse di Bagarella a un'opera tanto corposa e sofisticata, "una saga familiare cui fanno da sfondo i cambiamenti indotti dal colonialismo britannico nei territori del Sud Est asiatico - ha scritto un recensore - che si snoda come un grande fiume attraverso cent'anni di storia". Anche gli agenti penitenziari si sono incuriositi, e hanno stilato un rapporto per segnalare che il libro "non è mai stato letto; infatti sulle pagine non si evidenziano le classiche pieghe che la normale lettura causa, così dicasi del dorso che risulta perfettamente integro". Di qui il sospetto che l'invio del volume non sia altro che esso stesso un messaggio. Tanto più che nel risvolto di copertina si legge: " Il Palazzo degli specchi è un romanzo storico contro le ideologie e contro un'astratta idea di politica che dimentica i soggetti in nome dei quali dovrebbe operare, uomini e donne e bambini in carne e ossa". Commento di chi ha redatto il rapporto: "Questo riferimento alla politica diviene attuale se lo si collega con il comunicato letto da Bagarella durante un'udienza in video-conferenza nel mese di luglio", cioè il famoso proclama.
Nella lettera che accompagnava il romanzo di Gosh, Cannella scriveva a Bagarella, nel suo italiano un po' stentato: "Pochi giorni fa ho ricevuto l'opuscolo delle meraviglie della storia antica, a me personalmente mi appassiona moltissimo io ho studiato una buona parte degli uomini primitivi cui i fenici, Egiziani fino all'impero Romano, se ha la possibilità in biblioteca se li legge sono bellissimi, a me poi in particolare mi piacciono gli egizi, di tutto quello che hanno fatto senza i mezzi che abbiamo oggi". Siccome dalle inchieste e dai processi è risultato che in passato i mafiosi abbiano mostrato interesse per le opere d'arte e le "meraviglie della storia" solo quando hanno pianificato ed eseguito gli attentati del 1993 a Firenze, Roma e Milano, simili riferimenti hanno destato attenzione e la decisione di rileggere altre lettere di e per Bagarella. Eccone allora una spedita dal boss e "Fifetto" Cannella il 16 agosto 2002: "Ti avevo mandato un opuscolo con alcune delle meraviglie del mondo visto che tu studi pensavo che ti potesse essere utile come storia, ma la lettera è stata fermata". Il 31 agosto Cannella risponde annunciando l'invio del libro, e il 15 settembre Bagarella scrive: "Carissimo amico, in questa lettera ti mando l'opuscolo... Spero che non mi fermino pure questa e quando la riceverai potrai ammirare ciò che chi prima di noi ha costruito queste meraviglie; senz'altro dei "geni", visto che all'epoca non avevano i mezzi di oggi".
L'opuscolo allegato sono, in realtà, le fotocopie di alcuni articoli di giornale che descrivono le sette meraviglie del mondo "di ieri e di oggi", e su uno dei fogli Bagarella ha scritto a mano: "Io voto le Piramidi e la Cappella Sistina". Frase "inquietante", commentano i censori della polizia penitenziaria, "se la si collega con gli attentati di Roma, Milano e Firenze" e con la "ripresa della strategia eversiva" di Cosa Nostra paventata paventata dopo il proclama. La lettera del 15 settembre, inoltre, sembra destinata anche a un "carissimo amico Filippo" che non sarebbe Cannella, chiamato abitualmente "Fifetto" da Bagarella, bensì Filippo Graviano, uno dei boss del quartiere palermitano Brancaccio sostenitore della "strategia della tensione" mafiosa, con il quale Cannella risulta legatissimo e si scambia altre lettere.
Ma perché tanti messaggi in codice se gli uomini d'onore sanno bene che la loro corrispondenza passa tuttora i controlli e la censura previsti dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario? Una risposta degli investigatori a questa domanda è che l'"ala dura" di Cosa Nostra, i corleonesi che fanno capo a Bagarella e Riina, vuol far sapere allo Stato - anche attraverso la corrispondenza - che l'ipotesi stragista è sempre attuale; o che dietro ai fatti del '93 ci sono segreti mai svelati che se venissero alla luce susciterebbero non pochi problemi o imbarazzi, come risulta anche dall'altro proclama fatto in un'aula di giustizia, alcuni mesi fa, da Riina in persona; o ancora che il comportamento di certe persone e forze politiche è tenuto costantemente sotto osservazione, se sono corretti gli accostamenti tra Milan e Formula Uno con Berlusconi e Forza Italia.
Con tutto quel che ne consegue in un contesto nel quale non s'è mai smesso di parlare di "trattative" tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni, dal "papello" con le richieste di Riina dopo le stragi del '92 in poi.
Si sa che il boss di Corleone è tifoso della squadra rossonera e della Ferrari. Ma che il capo e il vice-capo della mafia non trovino altri argomenti (oltre ai saluti da e per i familiari) che le gesta del Milan e di Schumacher nelle loro lettere, per investigatori e inquirenti è una circostanza sospetta. Anche perché gli stessi riferimenti si possono leggere nella corrispondenza tra altri detenuti; e restano da decifrare le mosse dell'altro capomafia che tira ancora le fila dell'organizzazione dalla sua latitanza ultra-quarantennale: Bernardo Provenzano.
Giovanni Bianconi

9 luglio 2004 - PROVENZANO E LA DISSOCIAZIONE
"Il Corriere della sera"
Dal "contatto" con padre Ribaudo alle intercettazioni del boss Mariano Agate
Provenzano e la dissociazione dalla mafia
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Di quel che ha detto su Bernardo Provenzano e sulla sua possibile dissociazione da Cosa Nostra, padre Giacomo Ribaudo non vuole più parlare. "C'è troppo caldo ora, e i palazzi sono in fiamme", dice il parrino , come chiamano i preti da queste parti, mentre si sfila la veste con cui ha appena celebrato la messa per i malati, nella chiesa di piazza Marina. "Io faccio tante cose, perché mi venite a cercare solo se si parla di mafia?", si lamenta. Forse perché, dopo le sue dichiarazioni di qualche settimana fa la polizia è andata a interrogarlo per farsi spiegare meglio chi erano che volevano i due uomini d'onore che avrebbero potuto stabilire un contatto tra il prete e il boss latitante da più di quarant'anni. E perché oltre ai magistrati di Palermo, anche quelli di Caltanissetta che indagano sulle stragi mafiose e su Provenzano hanno acquisito quel verbale. Un verbale fin troppo scarno, quello firmato da padre Ribaudo.
I nomi dei due "mafiosi" (li ha etichettati proprio così), non li ha rivelati, e nemmeno dove e quando si sono presentati da lui. Ha spiegato che Provenzano, secondo quanto gli riferirono i due che ritiene siano tuttora liberi non avendo mai letto sui giornali del loro arresto, non cercava un confessore perché l'aveva già. Ma ha aggiunto che se l'incontro con lui fosse servito a portare avanti "il discorso sulla dissociazione", allora Provenzano sarebbe stato disposto a vedere padre Ribaudo, pur nella latitanza. Del resto il parrino aveva già incontrato un altro mafioso mentre era ricercato, Pietro Aglieri, arrestato nel '97. Con Provenzano invece non se ne fece più nulla poiché padre Ribaudo aveva capito che lo Stato non era disponibile ad una legge in favore dei capimafia pronti ad abbandonare Cosa Nostra (ma senza accusare altre persone, a differenza dei pentiti) in cambio di riduzioni di pena e altri benefici. Un modo per scrollarsi di dosso il peso degli ergastoli fioccati negli anni Novanta, il vero problema dei "padrini" in carcere e di quelli, come Provenzano, che rischiano la cattura.
E' una questione riemersa e rimessa da parte nel 2002, che di tanto in tanto torna d'attualità. I fatti raccontati (poco) da padre Ribaudo risalgono a diversi anni fa, ma alla Procura di Palermo ci si chiede come mai il sacerdote abbia deciso di riparlarne ora. Subito dopo, tanto per citare una coincidenza, che nel provvedimento d'arresto di un presunto "colonnello" di Provenzano i magistrati hanno scritto che quest'ultimo "aveva intrapreso una relazione con persone appartenenti a un Organo Informativo dello Stato (cioè un servizio segreto, ndr )" in cerca di notizie per arrivare al boss super-latitante.
Provare a riaccendere i riflettori sulla dissociazione può servire a sondare il terreno su una materia che gli uomini d'onore non hanno mai messo di discutere. Nemmeno in carcere, come risulta dall'intercettazioni del 2002 di alcuni colloqui in carcere con i familiari di Mariano Agate, capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, accusato delle stragi di Capaci e via D'Amelio. Era il 23 gennaio e Agate diceva al figlio Epifanio: "Siccome ci sono moltissime persone dissociate ... che parlano... già parlano di dissociazione... moltissime...".
In un altro colloquio il 27 marzo, Agate - che gli inquirenti considerano vicino a Riina e Bagarella, cioè l'"ala dura" di Cosa Nostra rispetto a quella più "dialogante" di Provenzano - fa intendere di essere contrario al progetto: "...massimamente con questi mascalzoni di dissociati... C'è una cosa vergognosa... di cui perdono la dignità... io mi sono vergognato... è giusto, ognuno fa quello che vuole... si spaventano le persone... questi a momenti si fanno pentiti...". Nella stessa conversazione intercettata dalla polizia Epifanio Agate dice al padre che qualcuno fuori del carcere "mi ha assillato la vita per questo discorso che voleva un tuo parere in questo senso", cioè sulla dissociazione, e Mariano insiste: "E' una cosa immorale...hanno perso la dignità... una persona che ha imputato trecento... quattrocento omicidi... ora si mette la corona in mano e prega... eh non capisco perché fino al giorno che ti hanno arrestato faceva questo danno... e ora ti metti la corona e offendi ad altri... Perché, i pentiti non fanno questo?".
L'11 aprile Agate spiega al figlio di essere entrato in contatto con un presunto killer della mafia, Andrea Gancitano il quale "comanda" nel carcere dov'è detenuto, per discutere proprio di quello che si stava muovendo tra i soldati di Cosa Nostra: "...c'è un casino per adesso nei carceri per la dissociazione... lì deve essere cercata con verso... pulita... dico... la cosa...". Il 16 maggio, poi, Mariano Agate dice ad Epifanio di chiedere all'avvocato "che mi manda questa cosa... questo decreto che hanno presentato per la dissociazione di... se ci sono i cognomi... è stato depositato in parlamento".
In Parlamento non risulta alcun passo concreto per favorire la dissociazione dei mafiosi (l'unico disegno di legge, primo firmatario l'udc Melchiorre Cirami, è della scorsa legislatura), ma l'argomento era all'ordine del giorno e di tanto in tanto se ne riparla. Anche con le interviste di padre Ribaudo, che per adesso ha interrotto le comunicazioni: "Ne riparliamo tra qualche mese, adesso c'è troppo caldo".
Giovanni Bianconi

9 luglio 2004 - MESSAGGI BOSS DETENUTI, FAMIGLIE VITTIME GEORGOFILI
ANSA:
MAFIA: MESSAGGI BOSS DETENUTI, FAMIGLIE VITTIME GEORGOFILI
"Il problema centrale non riguarda tanto le lettere che i mafiosi rei della strage di Firenze del 27 maggio 1993 si scambiano in carcere, ma il ricatto continuo e costante che sta in quella corrispondenza". Lo afferma, in una nota, Giovanna Maggiani Chelli, dell' Associazione familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili, riferendosi alle notizie - pubblicate ieri dal Corriere della sera - su uno scambio di lettere fra vari esponenti di spicco della mafia in carcere, fra cui in particolare Toto' Riina e Leoluca Bagarella.
"Da qui ai prossimi anni - secondo la signora Maggiani Chelli - potranno scrivere lettere della mole di interi romanzi ricattando chi di dovere e ottenendo un poco alla volta quello che vogliono, come avviene da 11 anni a questa parte, e cio' che vogliono e' la liberta' dopo aver macellato i nostri parenti".
"La politica - sostiene ancora la signora Maggiani Chelli - deve smettere di arrogarsi il diritto di esternare frasi sterili, inutili e finalizzate a puri scopi di partito. Ci hanno ucciso i figli e soltanto noi possiamo trovare il coraggio di andare oltre le solite frasi fatte. Noi vogliamo i nomi dei 'mandanti esterni a cosa nostra', i nomi di coloro che stanno celati nelle missive che girano nella carceri e nei proclami fatti dai capi mafia servendosi dello strumento della videoconferenza, come fece Riina il 10 marzo scorso al processo per la mancata strage all' Olimpico. Noi - conclude la nota - vogliamo la verita' e vogliamo che finiscano una buona volta i tormenti in quel senso, cosi' che il perverso gioco non prosegua fino a quando la politica ne avra' bisogno, cioe' per sempre".

10 luglio 2004 - BORSELLINO: GIANNI MINA' CONDURRA' 'LEGAMI DI MEMORIA'
ANSA:
BORSELLINO: GIANNI MINA' CONDURRA' 'LEGAMI DI MEMORIA'
Sara' il giornalista Gianni Mina' a condurre quest' anno "Legami di Memoria", la manifestazione organizzata a Palermo dall' Arci Sicilia per l' anniversario della strage di via D' Amelio in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, il 19 luglio '92.
Una serata di testimonianze, racconti, teatro e musica, che quest' anno sara' dedicata al ricordo di Tom Benetollo, il presidente nazionale dell' Arci scomparso improvvisamente poche settimane fa.
A confrontarsi sui temi della memoria e della legalita', accanto a Gianni Mina', ci saranno Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso dalla mafia, Armando Gasiani, sopravvissuto ai campi di sterminio tedeschi, Haidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo Giuliani, morto durante gli scontri del G8 di Genova nel luglio del 2001, l' ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli ed il presidente di Libera don Luigi Ciotti.
L' incontro si svolgera' venerdi' 16 luglio, alle 20.30, nel complesso La Vignicella, in via La Loggia 5, a Palermo.
Previsti anche spettacolo e concerti. Tra gli ospiti ci saranno il cantastorie Giuseppe Castello, l' attore Renato Scarpa, il musicista palermitano Stefano Iannuzzo ed il coro polifonico composto da pazienti, familiari e operatori dell' ex Ospedale Psichiatrico di Palermo.

12 luglio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: DIFESA
ANSA:
DELL'UTRI: DIFESA, CONTRADDIZIONI IN DICHIARAZIONI PENTITO
E' ripresa questa mattina l' arringa del difensore del senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri sotto processo a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Il legale, l' avv. Enrico Trantino, ha affrontato il capitolo dell' attendibilita' dei pentiti che hanno accusato il politico.
Il penalista ha analizzato le dichiarazioni rese in dibattimenti dai collaboratori Filippo Di Carlo, Calogero Ganci, Francesco Paolo Anselmo, Salvatore Cangemi e Maurizio Avola.
In particolare, Trantino si e' soffermato sulle accuse rivolte al senatore da Cangemi, definendo la sua testimonianza "un' incomprensibile progressione accusatoria". Il legale ha sostenuto l' esistenza di "vistose contraddizioni" tra le dichiarazioni di Cangemi e quanto emerso ed acquisito durante il processo.

13 luglio 2004 - SCARCERATO UOMO CHE AVREBBE 'RIPULITO' VILLA DI RIINA
"La Repubblica"
LA SENTENZA
Scarcerato Pino Sansone, l´uomo che avrebbe 'ripulito' la villa di via Bernini
Svuotò il covo di Riina assolto e rimesso in libertà
Stesso verdetto anche per il fioraio Vincenzo Cascino, ritenuto boss di Pagliarelli
Assolti. E subito scarcerati. Tornano in libertà Vincenzo Cascino, 37 anni, giovane capo mandamento di Pagliarelli, e Pino Sansone, 57 anni, cugino dei padroni di casa di Totò Riina, l´uomo che avrebbe svuotato il covo di via Bernini poche ore dopo l´arresto del capo di Cosa nostra. Arrestati nel maggio di due anni fa e condannati in primo grado a 8 e 6 anni di reclusione con il rito abbreviato dal giudice dell´udienza preliminare Florestano Cristodaro, Cascino (difeso dagli avvocati Girolamo D´Azzò e Roberto Ferrara) e Sansone (assistito dagli avvocati Nino Caleca, Michele Giovinco e Alessandra Nocera) sono stati assolti ieri dalla corte d´appello presieduta da Giuseppe Ferreri, giudice a latere l´ex pm Egidio La Neve. Ridotta, invece, da sei a quattro anni e mezzo la condanna del terzo imputato, l´imprenditore Domenico D´Amico, detto "lo sciacallo", (difeso dagli avvocati Raffaele Bonsignore e Valerio Vianello) che si è vista derubricare l´imputazione da associazione mafiosa a concorso esterno.
I giudici d´appello azzerano dunque il quadro indiziario sulla nuova mafia di Pagliarelli, che tra le carte e i documenti degli appalti conservava anche come cimelio storico un telecomando in disuso, ma che aveva anche stretti rapporti con il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. E molti atti dell´indagine cosiddetta "Ghiaccio" erano confluiti in questo processo a riprova degli stretti legami tra le due famiglie. Proprio nel salotto di casa Guttadauro, Vincenzo Cascino, fioraio di via Roma, figlio dello storico esercente di Corso Tukory, si sedeva per discutere delle alte strategie di Cosa nostra ma anche di appalti e lavori per centinaia di milioni di euro. È stato proprio da uno scontrino fiscale del negozio di fiori di Cascino, trovato alla moglie di Giovanni Motisi (ergastolano e superlatitante di Pagliarelli), che gli investigatori dei carabinieri si sono imbattuti in Cascino e Sansone. E le microspie hanno poi rivelato che quei due imprenditori parlavano di tutti i grandi appalti del mandamento, dalla stazione di Palazzo d´Orleans della metropolitana, a lavori all´Università, a centinaia di appartamenti in costruzione, alle gare di appalto dell´Enel, fino alla costruzione di una cappella all´interno del cimitero. Imponevano il pizzo e distribuivano lavori in subappalto. Gli ordini viaggiavano all´antica, con i "pizzini" tanto cari ai vecchi boss: basta pensare che, nel ?99, quando cominciò l´indagine dei carabinieri sulla nuova mafia di Pagliarelli, gli investigatori ne trovarono ben 165 a casa di Giovanni Motisi. Appalti per milioni di euro.
La scoperta del telecomando in un maneggio di Pino Sansone accese, nei giorni immediatamente successivi all´arresto, una ridda di ipotesi sull´eventuale utilizzo del congegno nelle stragi di Capaci e di via D´Amelio. Ma le successive indagini dei carabinieri esclusero qualunque utilizzo criminale di quel telecomando che invece sarebbe servito in passato all´addestramento di alcuni cani.
a.z.

14 luglio 2004 - BORSELLINO: 4 GIORNI DI INCONTRO TRA MEMORIA E FUTURO
ANSA:
BORSELLINO: 4 GIORNI DI INCONTRO TRA MEMORIA E FUTURO
PER RICORDARE 12/O ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO
Memoria e futuro. E' all' insegna di questo binomio che l' associazione Libera intende celebrare quest' anno il dodicesimo anniversario della strage di via D' Amelio. "Questi 12 anni - ha detto Rita Borsellino - sono gia' memoria, che ha costruito qualcosa, che e' gia' diventato futuro. Sara' questo il filo conduttore delle nostre iniziative".
Per quattro giorni, dal 16 al 19 luglio si svolgeranno una serie di manifestazioni all' insegna del recupero dei valori e del senso di appartenenza al territorio.
La serata inaugurale, che si svolgera' al complesso La Vignicella in via La Loggia sara' dedicata al presidente dell' Arci Tom Benettollo, recentemente scomparso. Si alterneranno le testimonianze di Rita Borsellino, Haidi Gaggio Giuliani e Armando Casiani e vari contributi artistici da Renato Scarpa a Giuseppe Castello. La conduzione della serata sara' affidata al giornalista Gianni Mina'.
E' fissata per il 18 luglio la tradizionale corsa dei diritti e della pace, ma che quest' anno si svolgera' sui terreni confiscati della mafia, adesso simbolo del riscatto della societa' civile.
"Bisogna far presto - ha detto Rita Borsellino - lo diceva pure Paolo, perche' il tempo che passa e' tempo sprecato, bisogna correre anche e soprattutto nella lotta alla mafia".
Infine, il 19 luglio, via D' Amelio si trasformera' da luogo di morte in luogo di vita e animazione attraverso vari momenti che coinvolgeranno diversi personaggi da Guido Politi a Giacomo Cuticchio che si esibiranno in letture, canti e suoni in memoria di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta. La giornata si concludera' nell' atrio della biblioteca comunale, dove Borsellino fece l' ultima apparizione ufficiale, col dibattito:
"Lo stato della lotta alla mafia: lo Stato e la lotta alla mafia". Interverranno Don Luigi Ciotti, Rita Borsellino, Umberto Santino e Gian Carlo Caselli. Durante l' incontro saranno proiettati alcuni brani della trasmissione Rai "Blu notte - Misteri d' Italia" che affronta proprio il tema delle stragi mafiose.

15 luglio 2004 - UTILIZZABILI CONVERSAZIONI A CASA GUTTADAURO
ANSA:
MAFIA: TRIBUNALE, UTILIZZABILI CONVERSAZIONI A CASA GUTTADAURO
NEL PROCESSO ALL' EX ASSESSORE DEL COMUNE DI PALERMO MICELI
Sono utilizzabili le intercettazioni ambientali, effettuate a carico del boss Giuseppe Guttadauro tra febbraio e giugno 2001, nell' ambito dell' inchiesta che ha portato all' arresto per concorso in associazione mafiosa dell' ex assessore palermitano dell' Udc Domenico Miceli.
Lo ha deciso, respingendo un' istanza della difesa dell' imputato, il tribunale di Palermo presieduto da Raimondo Lo Forti che processa il politico.
I giudici hanno ritenuto acquisibili al dibattimento anche le intercettazioni telefoniche di conversazioni avvenute tra Miceli ed il presidente della regione Salvatore Cuffaro, indagato nell' ambito della stessa inchiesta per concorso in associazione mafiosa.
Il tribunale non ha condiviso la tesi della difesa che aveva sostenuto che ci fossero delle irregolarita' nella proroga delle intercettazioni, disposta il 30 gennaio del 2001 dalla procura di Palermo.
Nel corso dell' udienza e' stato conferito l' incarico ad un perito che dovra' trascrivere tutti i testi delle conversazioni registrate dalle microspie del Ros.
In particolare, il collegio ha disposto che venga data priorita' nella trascrizione alle conversazioni ambientali avvenute tra Miceli e Guttadauro e Miceli ed il medico Salvatore Aragona, arrestato assieme all' ex assessore. Un percorso privilegiato seguiranno anche le trascrizioni delle telefonate tra Miceli e Cuffaro e Miceli e Guttadauro in cui si parla della raccomandazione di alcuni medici.
Il perito dovra' trascrivere anche alcuni dialoghi, che hanno come oggetto l' indagine a carico di Miceli, avvenuti tra gli ex marescialli della dia e del ros Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, arrestati nell' ambito dell' inchiesta che ha coinvolto l' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello.
Il processo all' ex assessore e' stato rinviato al prossimo 23 luglio.

16 luglio 2004 - COVI A BOSS LATITANTI E PIZZO, ARRESTI
ANSA:
MAFIA: COVI A BOSS LATITANTI E PIZZO, CC ESEGUONO ARRESTI
I carabinieri del Comando provinciale stanno eseguendo nel Palermitano una decina di ordinanze di custodia cautelare in carcere. Gli indagati sono accusati di avere messo a disposizione dei boss mafiosi latitanti, come Antonino Giuffre', adesso pentito, covi e coperture per la loro latitanza. Inoltre avrebbero imposto il pagamento del "pizzo" a commercianti e imprenditori.
I provvedimenti di custodia cautelare sono stati emessi dal gip Antonio Tricoli, su richiesta del procuratore aggiunto Sergio Lari e dei pm della Dda, Lia Sava e Michele Prestipino.
L'inchiesta dei carabinieri del comando di Monreale punta in particolare sugli affiliati alla cosca mafiosa di Vicari. In oltre un anno di indagini sono emersi taglieggiamenti alle imprese locali e a quelle che hanno eseguito opere pubbliche. In cella finiscono anche i presunti favoreggiatori del boss Giuffre', arrestato dopo una lunga latitanza nelle campagne di Vicari il 16 aprile 2002.
Gli arrestati sono Salvatore Umina, Ignazio Sacco, Domenico Dolce, Giuseppe, Gioacchino e Carmelo Umina, Michelangelo Pravata' e Giovanni e Francesco Dolce. Per tutti, le accuse sono di associazione mafiosa, estorsione aggravata e favoreggiamento.
Secondo gli investigatori la banda che aveva imposto il pizzo agli imprenditori della zona avrebbe preso di mira in particolare un' imprenditrice agricola che sarebbe stata costretta a pagare dopo avere subito una serie di minacce e danneggiamenti. La donna avrebbe poi deciso di denunciare l' estorsione ai carabinieri.
Elemento di spicco dell' organizzazione sarebbe Salvatore Umina, di Vicari come tutte le altre persone arrestate. Ad Umina gli abitanti della zona si sarebbero rivolti per la risoluzione di controversie nel paese.
Nel corso di una perquisizione, eseguita nell' abitazione dell' indagato, i carabinieri hanno trovato denaro contante, assegni e titoli per oltre 160 mila euro.

MAFIA: IN LETTERA PROVENZANO NOTIZIE SU MICROSPIA
"Facci guardare se intorno all' azienda, ci avessero potuto mettere una o piu' telecamere, vicino o distante, falli impegnare ad osservare bene". Con queste parole il capomafia latitante Bernardo Provenzano, il 13 febbraio 2002, avvertiva il boss Nino Giuffre' della possibile presenza di telecamere in una masseria di Vicari.
Il particolare e' emerso dall' indagine dei carabinieri che oggi ha portato all' arresto di 10 persone, accusate di associazione mafiosa, favoreggiamento ed estorsione. In carcere e' finito anche il proprietario della masseria Gioacchino Umina. Umina, assieme al figlio Carmelo, anche lui arrestato oggi, secondo gli investigatori, avrebbe aiutato Giuffre', procurandogli un covo, durante la latitanza.
Nell' ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Palermo Antonio Tricoli viene riportato il testo decriptato di una lettera inviata dal capomafia di Corleone a Giuffre' che all' epoca non era ancora passato tra le file dei collaboratori di giustizia.
"Devi dire - scriveva Provenzano - che non parlano, ne' vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, ne' vicino a case buone o diroccate".
"Ringrazia - terminava la missiva - a nostro signore Gesu' Cristo".

17 luglio 2004 - GRASSO, CATTURA PROVENZANO DA SOLA NON RISOLVE PROBLEMI
ANSA:
MAFIA:GRASSO,CATTURA PROVENZANO DA SOLA NON RISOLVE PROBLEMI
PER PROCURATORE PALERMO, SAREBBE FATTO IMPORTANTE PER LO STATO
"La cattura di Bernardo Provenzano da sola non risolverebbe i problemi del contrasto a Cosa Nostra. Sarebbe certamente un fatto importante per l' immagine dello Stato che da troppo tempo viene quasi beffato da questa latitanza quarantennale".
Lo ha detto oggi a Siracusa il procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, a margine dei lavori del seminario nazionale sullo stato dell' arte nella lotta alla criminalita' organizzata in Sicilia promosso dall' Opco che in corso nella sede dell' Isisc, l' Istituto superiore internazionale di scienze criminali.
A proposito della perdurante latitanza di Provenzano, Grasso ha tra l' altro sottolineato come "spesso noi siamo costretti a fare delle indagini per proteggere le nostre stesse indagini. In piu' di un' occasione - ha proseguito il procuratore - abbiamo potuto verificare che la fuga di notizie consentiva di far giungere informazioni investigative riservate ad intermediari che potevano poi determinare la conoscenza da parte di Provenzano di attivita' nei suoi confronti". Per Grasso: "Un riscontro di questo lo si trova in alcune lettere di Provenzano nelle quali il boss dava alcune istruzioni ai suoi per rendere 'invisibile' quanto invece le piu' moderne tecnologie investigative riescono a cogliere: fare attenzione alle telecamere, non parlate a voce alta, non parlate nelle auto. Evidentemente Provenzano era a conoscenza dell' esistenza di queste indagini con l' impiego di particolari tecnologie. Ed alcune nostre indagini hanno squarciato un po' il buio che c' era attorno. A quella che era stata prima solo un' intuizione abbiamo ora trovato riscontri".

17 luglio 2004 - BORSELLINO: TRAILER FILM SU PROVENZANO DI MARCO AMENTA
ANSA:
BORSELLINO: TRAILER FILM SU PROVENZANO DI MARCO AMENTA
Un trailer del film "Il fantasma di Provenzano", del regista siciliano Marco Amenta, sara' proiettato questa sera nel corso dell' incontro "Paolo Borsellino, la resistenza nella lotta a Cosa nostra" organizzato dal periodico Antimafia 2000 e dalla facolta' di Lettere di Palermo.
La pellicola, che e' a meta' tra una docufiction ed una testimonianza autobiografica del regista, e' prodotta da Eurofilm e Mediterranea film.
"Il fantasma di Provenzano" ricostruisce la storia della quarantennale latitanza del capomafia di Corleone.

17 luglio 2004 - LIBRI: LO PSICOLABILE CHE TENTO' DI SALVARE BORSELLINO
ANSA:
LIBRI: LO PSICOLABILE CHE TENTO' DI SALVARE BORSELLINO
LO PSICHIATRA RACCONTA LA VICENDA
Guardando in tv i funerali di Giovanni Falcone aveva capito che il prossimo bersaglio sarebbe stato Paolo Borsellino e per salvargli la vita, Francesco, un operaio di Prato psicolabile, tento' di imbarcarsi per il Sudamerica, per incontrare il boss Pablo Escobar e convincerlo a contattare la mafia siciliana ed evitare il nuovo assasinio. Fu arrestato in aeroporto, aveva con se' una pistola.
Rilasciato, intorno al '94, quando aveva 25 anni, ando' a Palermo e piazzo' una tenda da campeggio davanti al palazzo di giustizia, aspettando di parlare con i magistrati per fare loro "importanti rivelazioni". Ma fu ricoverato in ospedale a Mazara del Vallo, con un provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio. La sua storia, insieme ad altri 11 casi clinici, e' raccontata nel libro del medico siciliano Lorenzo Messina, "Non mi hanno fatto salvare Borsellino".
Il volume, che lo psichiatra ha pubblicato a proprie spese, ha la prefazione del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Massimo Russo, presidente regionale dell' Anm, che del magistrato ucciso in via D' Amelio fu sostituto alla Procura di Marsala.
A dare il titolo al libro e' la frase che il giovane paziente toscano, figlio di siciliani, ripeteva ossessivamente ai medici che l' avevano in cura.

17 luglio 2004 - I BIGLIETTI DEI BOSS: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
Ecco i biglietti del boss: conosceva tutte le mosse degli investigatori e avvertiva gli altri mafiosi Provenzano scriveva: ci spiano
ATTILIO BOLZONI
PALERMO
Si vedevano solo i piedi. Tanti piedi e un po´ di terra. Le telecamere erano tutte puntate verso il basso, fisse, immobili sul niente. Ogni tanto si sentiva anche un rumore, un´auto che partiva, un cavallo imbizzarrito. Ma mai una voce. Nella grande stalla tutti i boss sembravano invisibili. Sapevano che qualcuno li stava guardando e li stava ascoltando. Erano spiati dai carabinieri ma loro erano stati informati. Li aveva avvertiti per tempo il grande capo, li aveva messi in guardia Bernardo Provenzano. Con una lettera, uno dei suoi tanti messaggi.
Palermo, le talpe avevano informato il Padrino sulle microspie nascoste nella tenuta che doveva ospitare un summit della Cupola
Provenzano scrive ai "picciotti" "Attenti alle cimici, ci spiano"
Le contromosse del boss in una lettera segreta
Da oltre un anno una squadra scelta segue i tanti infiltrati al servizio di Cosa Nostra
Il grande capo sapeva di essere nel mirino ma la sua rete informativa l´ha protetto e salvato
Il messaggio fu inviato ad aprile del 2002 e sventò la cattura
Lui era al corrente di tutto. Delle telecamere piazzate. Delle microspie nascoste. Le solite talpe avevano comunicato al Padrino di Corleone che i suoi fidati amici di Vicari erano sorvegliati, braccati. E lui sapeva sempre cosa facevano gli sbirri.
Questa è la trama dell´ultima beffa dell´imprendibile Provenzano. L´ultima conosciuta dagli investigatori. E ricostruita attraverso un´inchiesta sul ritrovamento di una delle sue lettere, indirizzata a quell´Antonino Giuffré che poi si è pentito. Un messaggio inviato il 15 aprile del 2002, poche righe che hanno salvato probabilmente Provenzano dalla cattura e protetto i suoi uomini dalle "attenzioni" di un reparto speciale antimafia. Una soffiata precisa, una notizia segretissima passata al Padrino, una delle tante spiate che da quarantuno anni gli assicurano l´impunità. Non lo catturano mai perché lui sa sempre dove lo cercano e come lo cercano. Non lo prendono mai perché c´è sempre qualcuno che non vuole farlo prendere. E´ andata così anche nella primavera di due anni fa nelle campagne di Vicari, colline di grano e di ulivi a cavallo tra le province di Palermo e Agrigento. Il vecchio Provenzano si nascondeva da quelle parti e un giorno era atteso dai suoi, un summit, appuntamento nell´azienda zootecnica dei fratelli Salvatore, Gioacchino e Giuseppe Umina, i capi della "famiglia" di Vicari. Là era stata convocata la "riunione" di Cupola. Ma il boss là non ci è mai arrivato. Con un suo ambasciatore ha fatto pervenire una lettera a Giuffrè, che in quella primavera era anche lui latitante. Ecco cosa gli scriveva: "Carissimo, con gioia, ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto, nel sapervi tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, al momento posso dire di me". E poi, l´informazione preziosa spedita a quello che allora era il suo braccio destro: "Discorso cr: (cr sta per Carmelo, Carmelo Umina, il figlio del capomafia Gioacchino ndr): se lo puoi fare e ti ubbidiscono facci guardare se intorno all´azienda, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicine o distante, falli impegnare ad osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, non parlare nemmeno vicino a case, né buone né diroccate". E finiva la sua lettera così, sibillino: "Istruiscili. Niente per me ringraziamento. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo".
Bernardo Provenzano sapeva esattamente come una squadra di carabinieri teneva sotto controllo gli Umina di Vicari, i Pravatà di Roccapalumba, lo stesso Antonino Giuffrè. Erano gli uomini d´onore che garantivano la sua latitanza in quei mesi, quelli che gli fornivano rifugi, quelli che lo avrebbero dovuto tenere lontano da occhi indiscreti. Ma proprio loro erano nel mirino delle investigazioni, proprio loro erano pedinati da settimane. La "rete" informativa del vecchio boss di Corleone ancora una volta non l´ha tradito: qualcuno l´aveva tempestivamente informato di non spingersi più a Vicari e di non farsi più vedere nelle masserie e nelle terre degli Umina.
Quel qualcuno gli aveva anche "regalato" particolari riservatissimi sull´indagine che era in corso, raccontandogli dove erano state sistemate microtelecamere e microspie. Così gli Umina di Vicari cominciarono a cercare gli "occhi" e le "orecchie" elettroniche portate lì dai carabinieri. E trovarono tutto. Le telecamere furono neutralizzate: obiettivi mirati verso il basso. E nessuno parlò più nella stalla dove c´erano le microspie né fu mai più utilizzata un´automobile (una Land Rover) dove venne trovata una "cimice".
Così i carabinieri e i magistrati della Procura di Palermo ricevettero per giorni e giorni filmati che riprendevano soltanto piedi e nastri che registravano soltanto silenzi. Così Bernardo Provenzano era riuscito ancora una volta a sfuggire ai suoi cacciatori, ad anticipare le loro mosse, a seminarli proprio quando loro pensavano di averlo in pugno.
E´ sempre lo stesso copione. Da quando lo cercano per davvero - e qui in Sicilia il boss di Corleone è braccato solo dall´estate del 1992, solo dopo le stragi di Capaci e di via D´Amelio - Provenzano sa sempre tutto sulle inchieste che lo riguardano. E´ informato quasi quotidianamente, i magistrati dell´antimafia sanno con certezza che gli ultimi due anni di investigazioni dei Ros sulla caccia al boss sono andate in fumo per colpa delle talpe. E in Procura, paradosso tutto siciliano, s´indaga sull´indagine. Quella sulla latitanza di Provenzano. E´ da almeno un anno che una squadra scelta di carabinieri e il sostituto procuratore Michele Prestipino inseguono infiltrati, doppiogiochisti in divisa, spie al servizio di Cosa Nostra. Una mezza dozzina di talpe sono state già individuate, ma più si indaga e più il cerchio delle connivenze si allarga. E´ come se il vecchio boss di Corleone avesse qualcuno "a disposizione" in ogni reparto antimafia, è come se avesse sempre la notizia buona per non finire al laccio. D´altronde, sono i fatti che confermano i sospetti. Lui è sempre latitante, latitante dal settembre del 1963.

17 luglio 2004 - ARRESTATI CONDANNATI AL MAXIPROCESSO
"La Repubblica"
Condannati al maxiprocesso, sono stati ancora arrestati ieri. "Facevano affari"
Il risorgimento della vecchia Mafia dall´Ucciardone alla nuova rete
Il procuratore Pietro Grasso: "Scontata la pena erano tornati al loro solito mestiere"
SALVO PALAZZOLO
PALERMO - Dieci anni di carcere non li hanno fiaccati. I padrini della vecchia guardia, quelli fermati dal maxiprocesso di Falcone e Borsellino, hanno atteso con pazienza di uscire dall´Ucciardone. Come primo gesto, sono andati ad ossequiare il nuovo capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, che li ha riconfermati capi e nominati suoi collaboratori. Ecco la rete di boss che in questi ultimi anni ha protetto la primula rossa di Corleone: non erano insospettabili, non erano incensurati, erano i "soliti noti", come ha svelato il pentito Nino Giuffrè. Sono i padrini di Vicari, il cuore della provincia palermitana: hanno gli stessi cognomi di quei mafiosi che voleva arrestare il prefetto Mori, facendo circondare i paesini delle Madonie. Salvatore Umina, Michelangelo Pravatà, Domenico Dolce, la generazione di sessantenni che aveva sfilato al maxi-ter: i carabinieri di Monreale li hanno fermati insieme a sette familiari.
"È un dato impressionante - dice il procuratore Pietro Grasso - dopo aver scontato la pena, quei mafiosi erano tornati al vecchio mestiere. È una mafia antica la loro, quella delle campagne". Ieri mattina, quando i militari hanno fatto irruzione a casa di Umina, sono saltati fuori dalla spalliera del letto 160.000 euro in contanti e titoli. "Vecchia mafia, come piace a Provenzano, ma con una grande capacità di modernità", commenta Michele Prestipino, il magistrato che ha condotto questa inchiesta, coordinata dall´aggiunto Sergio Lari. Così Umina, che ha 63 anni, continuava ad essere il padrino vecchio stampo a cui la gente si rivolge per dirimere questioni: gli chiedeva udienza anche la "mennulara", la venditrice di mandorle che si lamentava di un compratore poco affidabile. Umina era diventato uno dei registi della latitanza di Provenzano e degli altri ricercati: procurava case sicure per soggiorni e summit. Umina era soprattutto l´ambasciatore di Provenzano per le attività economiche, innanzitutto il pizzo. Lui, ufficialmente, continuava a fare l´operaio in una ditta dell´indotto Fiat. Quando scoppiò la crisi, i datori di lavoro gli chiesero di intervenire. Il boss sentenziò: "Abbiamo bisogno di arrivare al ministero dell´Industria per qualche raccomandazione", dice in un´intercettazione. Due sindacalisti, di cui uno della Fiom Cgil, che denunciarono il ruolo di Umina, hanno subito pesanti intimidazioni.

17 luglio 2004 - LE TALPE DEI BOSS: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
"Cuffaro favorì la mafia"
La Procura chiude l´indagine sulle talpe dei boss
Per il presidente della Regione l´ipotesi di reato è rivelazione di segreto d´ufficio. Con una aggravante: le informazioni finivano agli uomini di Cosa nostra
Si va verso un processo unico con gli accusati di concorso esterno Riolo e Ciuro, con l´imprenditore Aiello e il radiologo Carcione
ALESSANDRA ZINITI
Due indagini blindate, segretissime. Una sul boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, l´altra sul manager della sanità Michele Aiello, presunto prestanome del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano. Due fughe di notizie con preziosissime intercettazioni ambientali andate in fumo. E al centro, un carabiniere infedele, un deputato regionale e il presidente della Regione, tutti insieme in un intreccio perverso di amicizie, favori e affari che avrebbe finito per fare gli interessi di Cosa nostra e dei suoi fiancheggiatori.
Rivelazione di notizie riservate con l´aggravante di aver favorito la mafia. Con questa accusa, dopo undici mesi, la Procura di Palermo ha chiuso le indagini su Totò Cuffaro, aperte con l´avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa che gli era stato notificato nel giugno dell´anno scorso subito dopo l´arresto dell´ex assessore comunale Mimmo Miceli. La scelta processuale della Procura, dopo un animato confronto, è stata quella di procedere in questo momento non per l´ipotesi di concorso esterno, ma per quella di rivelazione di notizie riservate, già contestata al governatore con un secondo avviso di garanzia nel febbraio scorso (subito dopo l´arresto di Borzacchelli) aggravata dall´articolo 7 del codice, quella appunto del favoreggiamento a Cosa nostra.
Ieri pomeriggio, dopo una lunga riunione della Dda durata quasi sette ore, il procuratore Piero Grasso, l´aggiunto Giuseppe Pignatone e i sostituti titolari dell´inchiesta Maurizio De Lucia, Nino Di Matteo e Michele Prestipino hanno firmato l´avviso di conclusione delle indagini. Un´inchiesta unificata nei suoi due tronconi, quella sulle talpe, che dovrebbe dunque portare ad unico processo: oltre che per Cuffaro, infatti, la Procura ha firmato la conclusione delle indagini anche per tutti gli altri protagonisti del caso, a cominciare dal patron di Villa Santa Teresa di Bagheria Michele Aiello insieme alla sua articolata rete di informatori che lo aggiornava in tempo reale delle indagini a suo carico. Per Aiello, i pm chiedono di procedere per associazione mafiosa mentre per il maresciallo del Ros Giorgio Riolo e per il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro viene confermato il concorso esterno in associazione mafiosa oltre che, naturalmente, la rivelazione di notizie riservate. Soltanto di violazione del sistema informatico della Procura sarebbe invece chiamato a rispondere il radiologo Aldo Carcione, medico del Policlinico e socio di Aiello nella gestione di Villa Santa Teresa. Sembrerebbe invece avviarsi verso l´archiviazione la posizione del deputato nazionale dell´Udc Saverio Romano, anch´egli destinatario di un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa. L´avviso di conclusione delle indagini verrà notificato nei prossimi giorni agli indagati. Dopo la pausa estiva, la Procura chiederà il rinvio a giudizio con la contestuale fissazione dell´udienza preliminare, probabilmente verso la fine di settembre. Il rinvio a giudizio dovrebbe arrivare entro i primi di novembre.
Cuffaro, dunque, potrebbe ritrovarsi sul banco degli imputati insieme a Michele Aiello e agli investigatori infedeli, il maresciallo Ciuro e il maresciallo Riolo che, poco alla volta, ha ammesso di avere rivelato ben più di una notizia riservata. Prima, attraverso l´ex collega Antonio Borzacchelli, poi direttamente ad Aiello e a Cuffaro.
Della "filiera" delle talpe, così come l´hanno ricostruita i magistrati della Dda, solo l´ex maresciallo poi eletto deputato regionale nelle file della Dda Borzacchelli, verrà processato separatamente e con accuse diverse: concussione e rivelazione di notizie riservate. Niente mafia, per lui. Dagli elementi raccolti, infatti, i pm ritengono che Borzacchelli sia stata una pedina fondamentale nella catena di trasmissione delle informazioni ma che lo abbia fatto per denaro e non per favorire Cosa nostra.
Accusa che invece i magistrati, seppure sotto forma di aggravante, contestano invece al presidente della Regione. Ricevendo, da Riolo e Borzacchelli, informazioni sulle indagini e soprattutto sull´esistenza di microspie, Cuffaro - secondo la Procura - avrebbe aiutato alcuni esponenti di Cosa nostra ad eludere le investigazioni. Il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, informato delle intercettazioni in corso nel salotto di casa sua, attraverso Mimmo Miceli e il patron di Villa Santa Teresa Michele Aiello informato dal presidente in persona in un incontro avvenuto in un noto negozio di abbigliamento di Bagheria dove Cuffaro aveva convocato Aiello nel tentativo di comunicare al riparo da "orecchie indiscrete". Ma le orecchie elettroniche avevano già captato l´appuntamento fissato attraverso alcuni collaboratori del presidente e di Aiello che poi, interrogati in Procura, non hanno potuto che confermare quell´incontro.
In undici mesi di indagine, i pm ritengono di aver ricostruito la filiera delle talpe, investigatori, collaboratori di magistrati, professionisti e politici (nonché i meccanismi truffaldini e di corruzione nel mondo della sanità). Una filiera che ruota attorno a Giorgio Riolo, il carabiniere che negli ultimi due anni avrebbe vanificato buona parte del lavoro del Ros mettendo sull´avviso i mafiosi. Resta, per il momento, irrisolto l´interrogativo sull´esistenza di altre talpe, talpe "eccellenti", che avrebbero dato a Cuffaro la notizia dell´indagine a carico di Aiello e dei suoi informatori durante un viaggio a Roma.

L´INDAGINE
Ecco le tappe dell´indagine nel quale sono coinvolti mafiosi, politici e professionisti
Cimici, manette e videotape una spy story lunga tre anni
È diventata presto una spy story, in cui i protagonisti sono le microspie: quelle svelate, per bloccare le indagini e quelle che hanno svelato le talpe o presunte tali. È il più inedito dei processi su mafia e politica quello che vede protagonista il presidente Salvatore Cuffaro. Il pentito Nino Giuffrè è arrivato solo alla fine con la sua dichiarazione: "Provenzano lo riteneva affidabile, ci disse di sostenerlo". L´inchiesta è tutta "elettronica", nata e proseguita, a partire dal gennaio 2001, con le microspie e le telecamere del Ros: una cimice nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro ha registrato i discorsi dell´ex assessore Mimmo Miceli. Per la Procura, "il tramite" fra il padrino e il presidente. D´un tratto, il 15 giugno 2001, la microspia smise di trasmettere. Guttadauro era stato informato. "A lui Totò glielo ha detto, mi ha mandato a chiamare", spiegava al boss Guttadauro il medico Salvatore Aragona, tornato in tutta fretta da Milano: prima tappa, la segreteria di Miceli, poi casa del padrino. Il Ros continuava a cercare riscontri, ascoltava i dialoghi telefonici, quelli non erano stati scoperti. Ancora "l´elettronica" portò i carabinieri, il 30 luglio 2001, davanti all´hotel Excelsior di via Marchese Ugo. Cuffaro era presidente da quasi tre settimane, alle 9 salutò il fidato Mimmo Miceli ma anche il cognato del boss Guttadauro, Vincenzo Greco, anche lui medico, condannato nel ?96 per aver curato Salvatore Grigoli, il killer di don Puglisi. Tutto videoripreso dal Ros.
"L´elettronica" ha poi lasciato spazio alle indagini tradizionali: dopo il blitz del giugno 2003, quando Cuffaro ha ricevuto il suo primo avviso di garanzia per concorso esterno e corruzione, il medico Aragona ha chiesto di parlare con i pm di Palermo. Ed è stato un fiume in piena: "Miceli mi ha informato delle microspie a casa di Guttadauro, mi specificò che la sua fonte erano Cuffaro e il maresciallo deputato Borzacchelli". L´inchiesta sulle talpe in Procura era già in pieno svolgimento: dopo il blitz di novembre che ha portato in carcere il manager della sanità Michele Aiello e il maresciallo del Ros Giorgio Riolo sono emersi altri tasselli di questa storia. Quelli decisivi per la Procura: ha parlato Aiello, che nega di essere un prestanome di Provenzano, ma dice senza problemi di aver avuto notizie riservate da Cuffaro, attraverso il proprio dipendente Roberto Rotondo. Altre notizie avrebbe apprese da Borzacchelli. Alla fine, anche Riolo ha ammesso: "Sono stato io a parlare con Borzacchelli". Ma per la Procura di Palermo la caccia alle talpe non è finita.
s.p.

18 LUGLIO 2004 - MAFIA: PROCURATORE GRASSO
"La Repubblica"
IL CONVEGNO
Il procuratore Grasso
"Inchieste per proteggere altre inchieste"
La latitanza quarantennale di Bernardo Provenzano è di per sè grave, ma ancora più grave, secondo il procuratore di Palermo, Piero Grasso, è il sistema delle connivenze che lo protegge. E´ chiaro il riferimento alle inchiesta sulle talpe nelle parole del magistrato, intervenuto ieri al convegno sulla criminalità organizzata in corso a Siracusa. "La cattura di Provenzano, certamente importante, non risolverebbe il problema del contrasto a Cosa nostra. Il punto è - ha detto il procuratore - che spesso siamo costretti a fare indagini per proteggere le nostre indagini. In alcune sue lettere, Provenzano dà delle istruzioni per evitare l´effetto delle indagini tecnologiche. Dice di stare attenti alle telecamere, di non parlare a voce alta e di non parlare in macchina: evidentemente sapeva che c´erano delle indagini tecnologiche. Adesso di tutto questo abbiamo i riscontri". Per Grasso, attorno a Provenzano si è costituito un gruppo ristretto a cui è affidata la gestione dei rapporti esterni a Cosa nostra. Infine, esiste anche una "zona grigia" che "a ben vedere è la vera forza della mafia".

18 luglio 2004 - UN FILM SU PROVENZANO
"La Repubblica"
UN FILM SUL BOSS
Bernardo Provenzano i misteri della latitanza
Si chiama "Il fantasma di Corleone" il film-documentario di Marco Amenta dedicato alla latitanza del boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Ieri sera ne sono stati presentati in anteprima alcuni spezzoni nell´ambito delle commemorazioni della strage di via D´Amelio. Tra i protagonisti di questo viaggio sulle tracce del mafioso italiano più ricercato, Marcello Mazzarella e Donatella Finocchiaro.

IL FILM
Presentato allo Steri il nuovo lungometraggio del regista autore del ritratto di Rita Atria
Il fantasma del boss dei boss nel documentario di Amenta
MARIO DI CARO
"Il fantasma di Corleone" è un uomo senza volto, un´ombra che si esprime attraverso i suoi celebri "pizzini" per dare ordini ai "picciotti". È un mistero lungo quarant´anni quello di Bernardo Provenzano, che adesso il giovane regista palermitano Marco Amenta prova a raccontare con il film-documentario presentato ieri sera allo Steri per cercare di spiegare il perché di questa latitanza così lunga. Una domanda che il regista ha rivolto ai magistrati, Scarpinato e Lo Forte, al vicecapo della polizia Antonio Manganelli, e soprattutto all´ex colonnello del Ros Michele Riccio, che nel ´95 a Mezzojuso era sul punto di arrestare Provenzano. Ma, come spiega nel film lo stesso Riccio, la cattura fu bloccata all´ultimo momento "per l´ordine di un superiore".
Sembra destinato a scrostare un po´ di fango il lungometraggio di Amenta, che dopo il ritratto di Rita Atria s´è intestardito a cercare una verità possibile sulla lunga fuga del boss. "La cosa che mi ha spinto a fare questo film è la condizione di fantasma di Provenzano - spiega il regista - Quest´uomo è riuscito a sparire dalla società e attraverso la sua strategia ha sommerso la mafia facendola apparire come sconfitta, quando sappiamo benissimo che non è così. E allora il punto di partenza del mio film è quello di riuscire a scoprire chi è Provenzano, distruggendo il mito del fantasma". Ma Amenta ha fatto subito i conti con l´impenetrabilità del personaggio: qualche investigatore ha fornito informazioni vaghe, le dichiarazioni dei pentiti si contraddicono, i vecchi corleonesi che l´hanno conosciuto hanno la bocca cucita e l´intervista rilasciata da Manganelli al momento è ancora bloccata perché manca la liberatoria della Polizia.
Nel film Provenzano non si vede mai in faccia: si sentirà solo la sua voce, "prestata" da Gigi Burruano, che recita ordini e consigli criptati contenuti nelle sue lettere sgrammaticate. Gli altri interpreti del film sono Marcello Mazzarella, ex Placido Rizzotto di Scimeca, nei panni di un investigatore che dà la caccia a Provenzano, Donatella Finocchiaro, donna bella e ambigua che simboleggia la Sicilia stessa, e Vincent Schiavelli, un compagno di giochi del boss negli anni dell´infanzia. Protagonista è lo stesso Amenta nel ruolo di se stesso, impegnato in un viaggio in Sicilia per cercare di scoprire la verità su Provenzano. "Il boss si materializza quando mi addentro nelle campagne - spiega Amenta - in un immaginario triangolo tra Palermo, Trapani e Agrigento, e lui sbuca da un casolare. Ma anche in questo caso non si vedrà il suo volto". Ai magistrati Amenta ha chiesto di spiegare com´è possibile che un uomo possa nascondersi per così tanto tempo. Ma anche di commentare la lettera nella quale scrive che se i politici non hanno volontà di dialogare, "loro", i mafiosi, non possono perdere la loro dignità. "Una frase che suona come una minaccia - conclude Amenta - come se fosse arrivata l´ora di agire".

LA SCHEDA
Volti, voci e testimonianze per la vita di Provenzano
Il film di Marco Amenta, "Il fantasma di Corleone", si muove a metà strada tra documentario e fiction: oltre alle testimonianze di magistrati e investigatori, ci sono parti ricostruite con gli attori. Nel cast figurano, oltre allo stesso regista nel ruolo di se stesso, Marcello Mazzarella, Donatella Finocchiaro, Vincent Schiavelli e Mario Pupella. Tra gli intervistati c´è anche l´avvocato di Provenzano Salvatore Traina, che sostiene l´assoluta innocenza del suo assistito. La sceneggiatura è firmata da Amenta e da Andrea Purgatori, la produzione vede assieme la Euro film e la Mediterranea, con la partecipazione di varie tv europee per i diritti d´antenna. Il costo si aggira 250 mila euro. A Palermo il film (che non ha ancora un distributore) è stato girato a Palazzo di giustizia, nell´aula bunker dell´Ucciardone e allo Spasimo, con trasferte a Corleone e nella campagne dell´entroterra.

18 luglio 2004 - IL MESSAGGIO DI BORSELLINO
"La Repubblica"
LE IDEE
Il messaggio di Borsellino
ANTONIO INGROIA
RICORRE domani il dodicesimo anniversario della strage di via D´Amelio, in cui Paolo Borsellino venne brutalmente assassinato con i poliziotti della sua scorta. Un´occasione in cui si torna a parlare di mafia per ricordare un passato triste, ma glorioso. Poco, pochissimo si parla invece di mafia in riferimento al nostro presente. Ci sono le brillanti operazioni di polizia, le notizie di cronaca nera e quelle di giudiziaria su questo o quel processo, questa o quell´indagine più o meno clamorosa, spesso fonti di polemiche nei palazzi, ma vissute con crescente distanza dall´opinione pubblica.
E c´è l´opera silenziosa dell´associazionismo (come quella di "Libera") e del volontariato nelle scuole e nei quartieri, ad informare e a costruire una cultura della legalità, lungo una strada impervia perché contrastata dal monopolio di una cultura consumistica Poi il nulla. Prevale il silenzio e tanta indifferenza, di cui ha profittato la solita martellante campagna mediatica ostile a qualsiasi forma di autonomia della magistratura e di indipendenza dai poteri forti.
Se proviamo a fare un bilancio di quest´ultimo periodo, credo che soltanto un´iniziativa sia stata capace di richiamare realmente l´attenzione dell´opinione pubblica più distratta, di quella parte di società siciliana scesa per le strade in quell´ormai lontano 1992 per manifestare il proprio sdegno, ma poi ritiratasi nel chiuso del proprio privato. Si tratta della singolare iniziativa di quei giovani palermitani, rimasti anonimi, che hanno affisso sui muri della città un manifesto con una scritta dal significato diretto ed immediato: ´´Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità´´. Un messaggio che per la sua immediatezza, per la novità del mezzo di comunicazione usato e per il destinatario ricercato (il "passante", e non il fruitore dei mass media) ha avuto un effetto deflagrante ed il merito di avere suscitato un dibattito fra i cittadini sull´accettazione supina della presunta invincibilità del sistema di potere mafioso, più di quanto non vi siano riusciti tanti "addetti ai lavori". Ma è certamente amaro dover constatare che questi giovani per trovare la forza di lanciare il messaggio hanno "dovuto" restare nell´anonimato, precludendosi la possibilità di partecipare al dibattito suscitato dalla loro iniziativa. Riflettiamoci bene in questi giorni di commemorazione.
Commemorare: una parola chiave per una città come Palermo, che ha una storia disseminata di lutti, sangue e dolore lungo quello che, con enfasi spesso ipocrita, viene definito il "fronte dell´antimafia". Che significa oggi "commemorare" Paolo Borsellino? L´etimologia della parola ? si sa ? allude ad un momento collettivo: cum memorare, ricordare insieme. La comunità si stringe intorno ai suoi morti, si emoziona nel loro ricordo e fa "memoria", e cioè elabora progetti per il proprio presente ed il proprio futuro che si ispiri al loro operato, additato ad esempio. Ed allora domandiamoci, innanzitutto: in questi giorni, in questi anni, si è fatta vera "memoria" nel nome di Paolo Borsellino e degli altri "caduti" (altra parola appesantita dall´uso retorico che tanti ne fanno) nella lotta alla mafia? Possiamo dire con franchezza che la giornata di domani sarà il momento solenne in cui l´intera comunità palermitana, siciliana, nazionale, si stringerà intorno ad un´autentica commemorazione di Paolo Borsellino? C´è una comunanza di ricordi, di azioni e di progetti durante l´anno che giustifichi il ritrovarsi insieme a commemorare Borsellino il giorno del suo anniversario? O forse è venuto il momento, anche, del confronto franco e delle prese di distanza? Non si tratta di tirare la giacchetta dell´eredità di Borsellino, lo sport preferito di coloro i quali quell´eredità ? magari - l´hanno dispersa. Dico, soltanto che questo è certamente il momento della riflessione sulle alleanze per costruire un terreno comune di progetti per la legalità, ma anche del confronto. Certamente, ogni cittadino, al di là della sua collocazione politica, non può che guardare con simpatia all´iniziativa che il movimento dei "professori" ha avviato a Palermo su questo terreno all´interno del centrosinistra. Ed anzi v´è da chiedersi come mai non vi siano intellettuali che avvertano la medesima esigenza di rinnovo, all´insegna della cultura della legalità, anche nella galassia del centrodestra. Ma è anche il tempo delle distinzioni e dell´assunzione delle responsabilità. Paolo Borsellino nel 1988 scriveva che il nodo della lotta alla mafia è "essenzialmente politico". Ed allora mi domando: siamo in grado di aprire oggi un serio dibattito su questa affermazione di Paolo Borsellino? Un dibattito sulla questione cruciale della distinzione fra responsabilità penale e responsabilità politica, nel segno della separazione degli ambiti di intervento della politica e dell´azione giudiziaria, in modo tale che la politica riconquisti il suo primato sottraendosi al condizionamento di questa o quella fuga di notizia più meno falsa, più o meno pilotata su questa o quell´indagine. Ne saremo capaci? Il miglior modo di "commemorare" Paolo Borsellino non è forse quello di cercare di mettere in atto ciò che quella voce nel deserto predicò, contro l´ostilità di tanti, dentro tanti Palazzi?
antonio ingroia

18 luglio 2004 - ARRESTO FEDELISSIMI DI PROVENZANO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
Prosegue l´inchiesta che venerdì ha portato in carcere 10 persone, tutti fedelissimi di Bernardo Provenzano
Vicari, il boss rimprovera i politici
Un´indagine sul sostegno del padrino Umina al centrodestra
Pesanti minacce per chi denunciò le collusioni
Una cimice ha sorpreso il capomafia mentre affida a un consigliere un messaggio per il sindaco sul tema degli appalti
Per gli inquirenti i clan hanno solidi agganci in Comune e un ruolo determinante nelle elezioni amministrative
SALVO PALAZZOLO
"Gielo devi dire, o la finite o vi saluto. E alle prossime elezioni ci vediamo poi". Il padrino di Vicari, Salvatore Umina, aveva convocato addirittura un consigliere comunale della maggioranza, Ippolito Di Sparti, per mandare un messaggio al primo cittadino, Biagio Todaro. Quell´8 luglio del 2003 si discuteva di appalti. Il boss accusava la giunta comunale di "favorire" l´imprenditore Francesco Dolce: "Non gli darei neanche cento lire - diceva il mafioso al politico - non puoi sapere quanto è tinto". E le microspie dei carabinieri registravano, non hanno mai smesso di funzionare. L´1 marzo dell´anno scorso, Umina si lamentava ancora del primo cittadino con sua moglie Pietra, che lo riprende: "Hai sbagliato Turi a farlo venire qua a fare il sindaco, hai sbagliato, certe volte ti butti la zappa sui tuoi piedi".
Ancora una volta sono le microspie ad aprire il capitolo mafia e politica. E il blitz di venerdì scorso ha già un seguito. Salvatore Umina, fidatissimo di Bernardo Provenzano, era un grande elettore del centrodestra nella provincia di Palermo: le intercettazioni dei carabinieri hanno seguito il padrino nelle sue giornate, sempre piene di appuntamenti. Il provvedimento di arresto firmato dal gip Roberto Tricoli parla di Umina come uomo dai "solidi agganci nella pubblica amministrazione": "attraverso mirate conoscenze, come quelle di Antonio Anzalone o dell´assessore Fabio Genco - è scritto nell´ordinanza di custodia cautelare - Umina riesce a ottenere informazioni sempre preziose sui lavori da effettuarsi o in corso nella zona, ma addirittura sembra avere avuto un qualche ruolo anche nelle competizioni amministrative per l´elezione del sindaco".
Qualcuno a Vicari ha raccontato ai carabinieri di aver visto il boss alla presentazione della lista del centrodestra. Era la campagna elettorale del 2002, in uno dei più noti ristoranti del paese. Quel giorno si aspettava pure Totò Cuffaro. La lista "Solidarietà e sviluppo", capeggiata da Biagio Todaro, dell´Udeur, risultò poi la vincitrice.
La Procura riesamina i dialoghi intercettati. Durante la crisi dell´indotto Fiat, Umina si diede molto da fare per salvare l´azienda Iposas, di cui risulta formalmente dipendente. Il suo approccio ai problemi politici e sociali era sempre lo stesso. Quello del padrino vecchio stampo: quando aveva saputo che Gioacchino Castronovo, esponente del centrodestra, si era detto disponibile a contattare il viceministro dell´Economia Micciché per un altro tentativo di salvare l´indotto, lui lo aveva ripreso: "Tu per ora non andare a cercare nessuno, se c´è bisogno io ti vengo a cercare, e poi vediamo". Il padrino si vantava di tanta autorità: è lui stesso a raccontare di Castronovo a un collega di fabbrica, Antonino Anzalone. E le microspie dei carabinieri di Monreale hanno registrato ancora.
Il 13 giugno dell´anno scorso Umina è ancora a colloquio con Anzalone. I magistrati sintetizzano nel provvedimento di arresto: "Sollecita, per il tramite di Fabio Genco, che esercita funzioni di amministratore locale presso il Comune di Vicari, la ricerca di importanti e qualificati canali politici per la soluzione della questione dell´indotto in crisi (gli interlocutori manifestano l´intenzione di voler interessare il senatore Renato Schifani, ma non vi è prova che siano riusciti in tale intento)".
Umina si dava da fare. La condanna per mafia e il carcere non avevano scalfito la sua immagine. Fra un summit con Provenzano e un´estorsione, trovava il tempo di tessere alleanze nei palazzi delle istituzioni. Chi si opponeva finiva male. Due sindacalisti della Iposas, di cui uno della Fiom Cgil, hanno subìto pesanti intimidazioni in questi anni. Quando Umina fu mandato al soggiorno obbligato, uno di loro disse ai compagni: "Ci sarebbe da accendere un cero". Qualche giorno dopo il sindacalista aprì il suo armadietto, in azienda, e trovò un cero.

19 luglio 2004 - BORSELLINO: 12° ANNIVERSARIO STRAGE VIA D'AMELIO
ANSA:
BORSELLINO: COMMEMORATA A SESTU AGENTE EMANUELA LOI
L'agente della Polizia di Stato Emanuela Loi, caduta 12 anni fa nella strage di via D'Amelio con Paolo Borsellino e con i colleghi della scorta, e' stata commemorata a Sestu con una cerimonia che si e' svolta prima davanti alla tomba della giovane poliziotta e poi nell'aula consiliare.
Alla commemorazione, nel piccolo cimitero erano presenti i familiari di Emanuela, il prefetto e il questore di Cagliari, Efisio Orru' e Antonio Pitea, il sindaco di Sestu e autorita' civili e militari. Sulla tomba sono state deposte corone del ministro dell'Interno e del Capo della Polizia, mentre il cappellano della Polizia di Stato ha impartito la benedizione e recitato preghiere di suffragio.
Successivamente i partecipanti alla cerimonia hanno raggiunto la sala consiliare del municipio di Sestu dove il questore Pitea ha consegnato una medaglia alla mamma di Emanuela, signora Albertina. L'associazione Fidapa ha annunciato le prossime iniziative legate al premio intitolato alla memoria dell'agente Loi. La cerimonia si e' conclusa con l'intervento del prefetto di Cagliari.

BORSELLINO: FAMILIARI GEORGOFILI, ARRESTARE BOSS LATITANTI
Un appello a provvedere "in tempi brevi" all' arresto di boss latitanti come Bernardo Provenzano o Matteo Messina Denaro e' stato lanciato dai familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili nel dodicesimo anniversario della morte del giudice Borsellino.
In una nota, l' associazione familiari delle vittime della strage del 1993 rinnovano "la loro solidarieta' alla famiglia del magistrato, che ha fatto della sua vita una battaglia contro la mafia e rivolgono nel contempo un appello alle istituzioni, perche' si provveda in tempi brevi all' arresto di uomini appartenenti all' organizzazione criminale 'Cosa nostra' quali Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, rei di crimini come le stragi terroristiche del 1992 e 1993".
I due boss, secondo l' associazione, "ancora oggi, quasi fosse un loro diritto, godono di tutti i privilegi della liberta', cio' che non avviene di certo per le nostre vittime 'libere' solo di aspettare quella giustizia che mai non arriva".

BORSELLINO: FERITA ANCORA APERTA CHE COMMUOVE E DIVIDE
PERA, LA SUA VITA E' UNA TESTIMONIANZA. POLEMICA ORLANDO-CUFFARO
L' eredita' civile di Paolo Borsellino e' un patrimonio morale che resiste nel tempo e una ferita ancora aperta. Per la strage di via D' Amelio si sa quasi tutto su esecutori e organizzatori ma restano, dopo dieci processi e decine di condanne per gli uomini della cupola, molte zone d' ombra sui mandanti "a volto coperto". Per questo Palermo ricorda con intensita', ma anche con qualche coda polemica, l' impegno del magistrato che con Giovanni Falcone ha incarnato il simbolo della lotta alla mafia .
Il segno della continuita' e' stato dato proprio da Cosa nostra che nel giorno della memoria si e' fatta sentire per manifestare la sua permanente pericolosita': nella notte e' stato distrutto un campo di grano a Portella della Ginestra, tra San Giuseppe Jato e Piana degli Albanesi, su uno dei terreni confiscati alla mafia e affidati alla cooperativa Placido Rizzotto - Libera terra.
Il ricordo delle vittime di via d' Amelio (con Borsellino morirono anche cinque uomini della scorta) e' cominciato con un incontro in piazza XIII vittime dove l' Unione cronisti e l' Associazione magistrati hanno piantato un albero in memoria delle vittime della mafia ed e' proseguito con una cerimonia sul luogo della strage dove il presidente del Senato, Marcello Pera, ha deposto una corona di fiori. "La vita di un uomo - ha detto Pera - continua anche quando egli e' scomparso, se essa e' stata spesa per professare e perseguire valori che vivono anche dopo di lui. In quel fortunato caso la vita diventa una testimonianza, un impegno una professione di fede".
"Borsellino - ha aggiunto - sapeva che la mafia non e' solo un fenomeno criminale da perseguire col codice penale. Sapeva che la mafia nasce da una mentalita', si diffonde con una cultura, si manifesta in atteggiamenti di passivita', connivenze, cedevolezze che sono censurabili sul piano civile anche quando non sono perseguibili su quello processuale". Per questo, ha sottolineato ancora Pera, Borsellino puntava sull' educazione dei giovani perche' sapeva che "se si fa del rispetto della legalita' un abito e lo si trasforma in valore allora la mafia resta un isolato problema criminale di individui o gruppi ma cessa di essere un fenomeno sociale". In via D' Amelio era presente anche la vedova del magistrato, Agnese, che ha ringraziato il presidente del Senato e i tanti bambini che hanno partecipato alla cerimonia.
Commosso e' stato il ricordo dei colleghi a palazzo di giustizia in una manifestazione alla quale e' intervenuto anche il vice presidente del Csm, Virginio Rognoni. Uno dei giovani colleghi di Borsellino, Ignazio De Francisci, oggi procuratore di Agrigento, ha ricordato il suo senso dello Stato, "e mi manca molto - ha aggiunto - quando sento blaterare di riforme". "Se fosse ancora qui - ha spiegato de Francisci ¨ lo pregherei di andare a parlare con qualche parlamentare appartenente a gruppi a cui lui e' stato vicino per spiegare a questi riformatori improvvisati come si fanno le riforme dello Stato".
Non e' stata l' unica nota polemica della giornata. Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, ha partecipato alle manifestazioni rivendicando la sua presenza come un "dovere". La puntualizzazione fa seguito alle critiche dell' ex sindaco e deputato regionale Leoluca Orlando che aveva chiesto a Cuffaro di non partecipare perche' indagato di "avere violato il segreto istruttorio favorendo Cosa nostra". Il presidente della Regione, che ha replicato ad Orlando ricordando le accuse mosse dall' allora della Rete a Falcone, ha poi osservato che "Borsellino e' stato un martire della giustizia che ha contribuito a far crescere la cultura della legalita' e il suo ricordo va percio' inteso come un monito perche' il suo martirio non sia stato vano".
Ma la memoria non puo' coprire il rischio del silenzio, ha ammonito don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, per il quale anche dalla Chiesa si sono sentite "parole sulla lotta alla mafia e per la giustizia sociale". E anche la Chiesa, secondo don Ciotti, dovrebbe interrogarsi e chiedersi se si sia sporcata le mani fino in fondo nell' azione quotidiana contro la criminalita¨". Oggi, ha incalzato, la rassegnazione e¨ il nemico principale del cambiamento". E, rivolgendosi ai partecipanti alla manifestazione, si e' chiesto: "Dove sono finiti gli altri, quelli che avevano sfilato all' indomani della strage, anche se faccio a meno delle lacrime versate da chi in queste occasioni fa soltanto passerella...".
E in questo stesso giorno nei confronti del tenente dei carabinieri Carmelo Canale, braccio destro investigativo di Borsellino, sotto processo per mafia, il Pm Massimo Russo ha chiesto la condanna a dieci anni di reclusione.

BORSELLINO: IL RICORDO DEI COLLEGHI AL PALAZZO DI GIUSTIZIA
"Mi piace ricordare Paolo Borsellino come era da magistrato del Pool Antimafia. Ho oscurato l' immagine dei suoi ultimi cinquanta giorni: era cupo, sentiva il peso di quanto sarebbe accaduto". Cosi' Ignazio De Francisci, attuale procuratore capo di Agrigento, visibilmente commosso, ricorda il giudice Paolo Borsellino, nel 12/o anniversario della sua morte.
De Francisci, intervenuto all' incontro "Essere magistrati e cittadini ieri ed oggi", organizzato da Magistratura indipendente nel palazzo di giustizia di Palermo, continua:
"Paolo aveva un grande senso dello Stato e mi manca molto quando sento blaterare di riforme. Se fosse ancora qui lo pregherei di andare a parlare con qualche parlamentare appartenente a gruppi a cui lui e' stato vicino per spiegare a questi riformatori improvvisati come si fanno le riforme dello Stato".
"Paolo - ha concluso il procuratore - sarebbe stato un grande esempio per i giovani".
Alla cerimonia di commemorazione e' intervenuta anche la segretaria del magistrato assassinato dalla mafia che ha ricordato il "grande amore per i familiari" di Paolo Borsellino. "L' ultima immagine che ho di lui - ha detto - risale al venerdi' prima della sua morte. 'E' arrivata la mia ora sto morendo', mi disse, mentre saliva in ascensore".
Dell' alto valore sociale attribuito dal giudice al suo lavoro ha parlato, invece, Peppino Di Lello, collega di Borsellino ora consigliere comunale di Rifondazione Comunista.
"Era un uomo coraggioso - ha detto Di Lello - e' rimasto anche sapendo che lo avrebbero ucciso".
All' incontro hanno partecipato anche il vice presidente del CSM Virginio Rognoni, l' ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, il procuratore Piero Grasso, la moglie e il figlio di Paolo Borsellino.
"Sono contenta di essere tornata nella seconda famiglia di Paolo, quella della magistratura associata - ha detto Agnese Borsellino - la vostra forza sta nell' essere uniti nell' associazione nazionale magistrati".
"La giustizia - ha concluso - non si puo' permettere di mostrare aspetti di debolezza in una societa' tanto piena di problemi".
Il procuratore di Palermo Piero Grasso preferisce "ricordare l' amico Paolo nel cuore". "Oggi e' il giorno del dolore - ha detto - e voglio tenere dentro di me il ricordo dell' amico magistrato".

BORSELLINO: LUMIA (DS), VERITA' SU STRAGI E' FERITA APERTA
"Riguardo alla verita' sulle Stragi dobbiamo amaramente ammettere che la ferita e' ancora dolorosamente aperta". Lo sostiene il deputato Giuseppe Lumia, capogruppo Ds ed ex presidente della Commissione parlamentare Antimafia, in occasione del 12/o anniversario della strage di via D' Amelio.
"Di quegli orribili delitti - aggiunge - sono stati individuati esecutori e modalita', ma le responsabilita' politiche di quegli stessi omicidi non sono state ancora individuate. Le istituzioni, e soprattutto la Commissione Antimafia, devono fare di piu' perche' non puo' bastare l'operato della magistratura. E oggi come allora, il rapporto mafia-politica e' ancora forte e devastante, inquina l' economia e la vita democratica del Paese".
"Oggi - conclude Lumia - deve essere il giorno della coerenza e dell'impegno. Un impegno che non deve svanire il giorno dopo ma tradursi in azione efficace contro le mafie degli appalti, del racket, del narcotraffico e delle collusioni".

BORSELLINO: TANTE CONDANNE MA ANCORA MOLTI MISTERI
DOPO DIECI PROCESSI RESTANO ZONE D' OMBRA SUI MANDANTI
Sulla strage di via D' Amelio si e' sviluppata una complessa vicenda giudiziaria, divisa in tre tronconi. Tutti i processi si sono conclusi con la condanna di esecutori e organizzatori; solo uno con nove imputati, unificato a quello per la strage di Capaci in cui mori' Giovanni Falcone, e' ancora in attesa di una definizione davanti alla corte d' appello di Catania alla quale e' stato rimesso dalla Cassazione.
Se il quadro delle responsabilita' operative e' ormai sufficientemente chiaro non altrettanto si puo' dire per i mandanti. Resistono tanti misteri e alcune zone d' ombra sui quali cercano di fare luce altri due filoni investigativi: uno e' rivolto verso ambienti imprenditoriali, l' altro verso settori dei servizi segreti. Gli approfondimenti della magistratura di Caltanissetta sono legati alle ultime rivelazioni dei pentiti Antonino Giuffre' e Ciro Vara. Non e' invece approdata ad alcuna conclusione l' inchiesta sui cosiddetti "sistemi criminali" che pure aveva adombrato ipotetici collegamenti con la strategia stragista del 1992 e del 1993.
Il bilancio della storia giudiziaria della strage Borsellino e' di dieci processi e di decine di condanne all' ergastolo. Nel primo processo "storico", dal quale sono scaturiti tutti gli altri, erano imputati Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Vincenzo Scarantino. In primo grado i primi tre furono condannati all' ergastolo e Scarantino, pentito dalla condotta molto tormentata, a 18 anni. In appello l' ergastolo e' stato confermato solo per Profeta, la condanna di Orofino e' stata portata a 9 anni per favoreggiamento e Scotto e' stato assolto. Confermati i 18 anni a Scarantino.
Il processo bis, nel quale erano imputati gli uomini della cupola e i capi dei mandamenti di Cosa nostra, si e' concluso con 13 ergastoli. Il carcere a vita e' stato confermato per Toto' Riina, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Gaetano Scotto, Francesco Tagliavia. Ergastolo anche per Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana che in primo grado erano stati invece assolti.
Il processo Borsellino ter si e' concluso con altri undici ergastoli. Confermate le condanne a vita per il superlatitante Bernardo Provenzano, il boss che ha sostituito Toto' Riina nella direzione di Cosa nostra, Pippo Calo', Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci. E in piu' sono stati decisi altri ergastoli per Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Filippo Graviano, Cristoforo Cannella, Salvatore Biondo il "corto" e Salvatore Biondo il "lungo". Rispetto alla sentenza di primo grado sette ergastoli sono stati trasformati in condanne a pene tra 30 anni (Stefano Ganci) e 20 anni (Giuseppe Madonia, Antonino Giuffre', Benedetto "Nitto" Santapaola, Giuseppe Farinella, Matteo Motisi, Salvatore Montalto). Condannati anche tre pentiti: Salvatore Cancemi (18 anni e 10 mesi), Giovanni Brusca 13 anni e 10 mesi), Giovambattista Ferrante (16 anni e 10 mesi). Sono stati infine confermati i 16 anni di primo grado per Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Ganci, Benedetto Spera e Giuseppe Lucchese. La Cassazione ha pero' riformato la sentenza e ha ordinato un nuovo processo, che sara' celebrato a Catania. Della strage continuano a rispondere Farinella, Giuffre', Buscemi, Santapaola, Montalto, Ganci e Francesco Madonia. Nuovo processo, ma solo per associazione mafiosa, per Giuseppe Lucchese e Giuseppe "Piddu" Madonia.
Resta comunque confermato l' impianto dell' accusa. La Cassazione ha ricondotto la matrice dell' attentato a un "attacco diretto allo Stato, alle istituzioni del Paese per provocare conseguenze nefaste alla convivenza civile". La strage era stata dunque concepita per ricattare lo Stato e imporre una "trattativa" che ribaltasse il rapporto di forza in favore di Cosa nostra.

19 luglio 2004 - PROCESSO DELL' UTRI RINVIATO AL 20 SETTEMBRE
ANSA:
DELL' UTRI: PROCESSO RINVIATO AL 20 SETTEMBRE
E' stato rinviato al 20 settembre il processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri, imputato, a Palermo, di concorso in associazione mafiosa.
Questa mattina sono proseguite le arringhe dei difensori del politico. Il processo e' stato sospeso per consentire ai magistrati e agli avvocati di partecipare alle commemorazioni dell' omicidio del giudice Paolo Borsellino.

19 luglio 2004 - MAFIA: AVVISO CONCLUSIONE INDAGINI NOTIFICATO A CUFFARO
ANSA:
MAFIA: AVVISO CONCLUSIONE INDAGINI NOTIFICATO A CUFFARO
L' avviso di chiusura delle indagini e' stato notificato dai carabinieri al presidente della Regione Salvatore Cuffaro, nell' ambito dell' indagine su mafia e politica.
Le ipotesi di reato contestate sono violazione del segreto istruttorio e favoreggiamento personale aggravato dall' avere agito al fine di agevolare Cosa Nostra, per quanto riguarda il troncone d' inchiesta che vede coinvolto anche l' ex assessore comunale dell' Udc Domenico Miceli. Per l' altro filone di indagine, che ha portato all' arresto degli ufficiali della Dia e del Ros Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo e dell' imprenditore della sanita' privata, le ipotesi di reato sono violazione del segreto istruttorio e favoreggiamento personale.
Copia dell' avviso di conclusione delle indagini sara' notificato nelle prossime ore anche al legale del Governatore.
I carabinieri stanno notificando complessivamente altri 18 avvisi di chiusura delle indagini ad altrettante persone coinvolte.
Le due inchieste, che non sono state riunite anche per motivi tecnici, sono coassegnate ai Pm Nino Di Matteo, Michele Prestipino, Gaetano Paci e all' aggiunto Giuseppe Pignatone.

MAFIA: CUFFARO; LE ACCUSE A CARICO DEL GOVERNATORE
RIVELAZIONI DI SEGRETO ISTRUTTORIO E FAVOREGGIAMENTO AGGRVATO
Rivelazioni di segreto istruttorio e favoreggiamento aggravato. Sono i reati contestati al presidente della Regione Salvatore Cuffaro al quale la procura, oggi, ha notificato l'avviso di chiusura delle indagini.
Due, distinte, le contestazioni mosse al Governatore. Secondo i pm Cuffaro avrebbe rivelato informazioni riservate sull'inchiesta a carico dell'imprenditore della sanita' privata Michele Aiello e dei marescialli del Ros e della Dia Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, in concorso con il deputato dell'Udc ed ex sottufficiale dei carabinieri Antonio Borzacchelli e con il medico Roberto Rotondo, aiutando Aiello, Ciuro e Riolo ad "eludere le investigazioni in corso" fino ad ottobre del 2003.
Al presidente poi i magistrati contestano l'avere rivelato all'ex assessore dell'Udc Mimmo Miceli, al medico Salvatore Aragona e al boss Giuseppe Guttadauro particolari su inchieste a loro carico, sempre in concorso con Borzacchelli ed ignoti pubblici ufficiali, commettendo il reato "al fine di agevolare l'associazione Cosa nostra".
Le rivelazioni avrebbero aiutato Miceli, Aragona e Guttadauro "ad eludere le investigazioni a loro carico".

MAFIA: CUFFARO; LE ACCUSE NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI INDAGATI
Oltre al presidente della Regione Salvatore Cuffaro, l'avviso di conclusione delle indagini e' stato notificato ai sottufficiali della Dia e del Ros Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, all'imprenditore della sanita' privata Michele Aiello, al radiologo Aldo Carcione, all'ex assistente giudiziaria Antonella Buttitta, all'ispettore di polizia Carmelo Marranca, al gioielliere Giuseppe Giglio, al consigliere dell'Udc Roberto Rotondo, al medico Giuseppe Rallo, all'investigatore privato Rosalia Accetta, al maresciallo dei carabinieri Pasquale Gigliotti, al questore di polizia Giacomo Venezia, ai medici Domenico Oliveri e Michele Giambrone, ai funzionari della Asl Lorenzo Ianni', Salvatore Prestigiacomo, Adriana La Barbera e al marito di quest'ultima Angelo Calaciura.
I reati contestati vanno dalla violazione del segreto istruttorio, all'associazione mafiosa, al concorso in associazione mafiosa, alla corruzione, al favoreggiamento, abuso d'ufficio, truffa e falso ideologico.
Nel provvedimento depositato dai pm di Palermo viene messo in particolare evidenza la posizione dell'imprenditore Michele Aiello, il "re" della sanita' privata in Sicilia, arrestato nel novembre scorso.
Secondo i magistrati, Aiello, accusato di associazione mafiosa, avrebbe partecipato all'illecita spartizione degli appalti pubblici e avrebbe raccolto informazioni da pubblici ufficiali "finalizzate alla tutela di Cosa nostra".
In particolare l'imprenditore avrebbe acquisito notizie su un'enorme mole di indagini tra cui quelle relative alla cattura dei boss Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro che avrebbe riferito poi con dovizia di particolari, anche sul collocamento di microspie da parte del sottufficiale del Ros Riolo, a mafiosi come Salvatore Eucaliptus.
Aiello sarebbe stato a conoscenza dei contatti confidenziali tra personale del Sisde e il capomafia Eucaliptus finalizzati all'acquisizione di informazioni per la cattura di Provenzano; delle dichiarazioni segrete del pentito Nino Giuffre' e del collaboratore di giustizia Salvatore Barbagallo.
A Ciuro e Riolo i magistrati contestano il concorso in associazione mafiosa, la violazione del segreto istruttorio, la violazione del sistema informatico della Procura. A carico di Riolo, poi, la Procura ipotizza anche il reato di corruzione: il sottufficiale, in cambio delle informazioni passate ad Aiello, avrebbe ricevuto dall'imprenditore un'auto, del valore di 25 milioni di vecchie lire.

MAFIA: CUFFARO, SAPRO' DIMOSTRARE MIA ESTRANEITA' DA ACCUSE
"Ho sempre saputo di non essere mafioso. Sapro' dimostrare la mia estraneita' alle altre contestazioni". E' stato questo il primo commento del presidente della Regione Salvatore Cuffaro, dopo la notifica dell' avviso di conclusione delle indagini, che non riguarda pero' il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
" Dall' estate scorsa ad oggi ho tenacemente custodito una verita' nel mio intimo: quella di non essere un mafioso e di non avere mai abusato della mia posizione istituzionale per arricchirmi illecitamente", aggiunge Cuffaro sottolineando che nell' avviso di chiusura delle indagini non figurano elementi riferibili alle ipotesi di concorso esterno e corruzione.
"E' questa - aggiunge - la certezza morale che mi ha sostenuto, insieme alla fiducia e all' affetto di tanti, nel rimanere al mio posto anche quando il moto piu' istintivo del cuore sarebbe stato quello di mollare tutto, dedicandomi esclusivamente ai miei affetti".
"Proprio il ruolo pubblico assegnatomi dai siciliani - spiega il Governatore - esigeva, tuttavia, che questa certezza varcasse le soglie della mia coscienza per diventare essa stessa pubblica. Le prime conclusioni cui la magistratura inquirente sembra indirizzarsi, al termine del suo intenso lavoro, mi confortano in questo senso".
"In ogni caso - dice il presidente della Regione - sono certo di dimostrare, con le modalita' e nelle sedi previste dalla legge, la mia estraneita' anche per quanto attiene alle residue ipotesi che mi vengono contestate".
"Verso l' operato della magistratura - continua Cuffaro - ho sempre nutrito il massimo rispetto, per sincera convinzione democratica di semplice cittadino e non solo per dovere istituzionale. Ed e' proprio in nome di questo rispetto che guardo fiducioso al suo ruolo di imparzialita' ed autonomia quale garanzia essenziale per giungere ad un definitivo e rapido chiarimento sulle questioni ancora aperte".
"Di fronte ad un' evoluzione dei fatti qual e' quella che si prospetta - afferma il governatore - sono ancora piu' confortato nella scelta di responsabilita' politica, a suo tempo compiuta, di restare al mio posto per lavorare con maggiore slancio sino al termine del mandato presidenziale".
"Questa e' l'occasione - conclude Cuffaro - per ribadire che l'unica immunita' della quale ho sempre inteso avvalermi non deriva da mandati parlamentari quanto, piuttosto, dall'identita' cristiana e dall'esperienza educativa all'origine della mia sensibilita' sociale e politica, un patrimonio assolutamente incompatibile con le logiche dell' illegalita' e della mafia".

19 luglio 2004 - MAFIA: CHIESTI DIECI ANNI PER TENENTE CANALE
ANSA:
MAFIA: CHIESTI DIECI ANNI PER TENENTE CANALE
Il pubblico ministero della Dda di Palermo Massimo Russo ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione del tenente dei carabinieri ed ex braccio destro del giudice Paolo Borsellino Carmelo Canale.
Il pm ha chiesto ai giudici della seconda sezione penale del tribunale di Palermo di riqualificare in associazione mafiosa l'originaria imputazione di concorso in associazione mafiosa contestata al sott'ufficiale.
Canale, che risponde anche di corruzione, e' accusato da numerosi collaboratori di giustizia di avere passato informazioni riservate su indagini in corso ad esponenti mafiosi.
"Canale e' stato un Giano Bifronte, uno che indossava la divisa del servitore dello Stato e, al tempo stesso, violava il giuramento di fedelta' alle istituzioni. Canale ha fatto parte della mafia, una mafia che e' diventata il mostro che e' grazie ad individui abietti come lui". Lo ha detto al termine della requisitoria, durata sei udienze, il pm Russo.
"Il processo - ha aggiunto il magistrato - ha ampiamente dimostrato che a carico dell'imputato non c' e' mai stato alcun complotto. Tutte le accuse rivolte a Canale dai pentiti sono state riscontrate in un lavoro investigativo durato dieci anni".
Russo, al termine di un processo cominciato 4 anni fa, ha chiesto le condanne anche per i due coimputati del tenente dei carabinieri: il capomafia di Salemi Gaspare Casciolo, per cui e' stata sollecitata la pena a 5 anni di reclusione, e Giuseppe Pandolfo, che avrebbe fatto da cerniera tra Canale e Cosa nostra per cui sono stati chiesti 6 anni di reclusione.
Il processo e' stato rinviato al 24 settembre per l'avvio delle arringhe difensive.

19 luglio 2004 - CUFFARO; GRASSO REVOCA DELEGA INDAGINE A PM PACI
ANSA:
MAFIA: CUFFARO; GRASSO REVOCA DELEGA INDAGINE A PM PACI
Il procuratore di Palermo Pietro Grasso ha revocato la delega dell' indagine sul presidente della Regione Salvatore Cuffaro al sostituto Gaetano Paci, che venerdi' scorso non aveva voluto firmare l' avviso di conclusione delle indagini insieme con gli altri tre Pm che hanno condotto l' inchiesta: Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo.
Secondo alcune indiscrezioni Paci non avrebbe condiviso la decisione di non contestare subito al Governatore il concorso esterno in associazione mafiosa, ma solo il favoreggiamento con l' aggravante di avere aiutato Cosa Nostra. Un orientamento che, a giudizio del Pm, equivarrebbe di fatto a "svuotare" di contenuto l' inchiesta sul concorso che, pur proseguendo, sarebbe destinata per questo all' archiviazione.

MAFIA: CUFFARO; GRASSO, REVOCA A PM ERA NECESSARIA
"Quando non c' e' il consenso di tutti i pubblici ministeri titolari del procedimento c' e' il rischio che il processo si blocchi. In questo caso il procuratore ha il dovere di verificare la situazione ed eventualmente revocare la delega al sostituto 'dissenziente' per permettere al procedimento di fare il suo corso". Lo ha detto il procuratore di Palermo Piero Grasso che oggi ha revocato al pm Gaetano Paci la delega dell'indagine su mafia-politica che vede coinvolto il presidente della Regione Salvatore Cuffaro.
Paci, in disaccordo con gli altri pm titolari dell'inchiesta, non aveva firmato l'avviso di conclusione delle indagini a carico del Governatore. Secondo il sostituto, gli elementi raccolti a carico di Cuffaro sarebbero stati idonei a contestargli subito il concorso in associazione mafiosa.
A carico del presidente, invece, la procura ha ipotizzato la violazione del segreto istruttorio e il favoreggiamento aggravato decidendo di continuare le indagini per concorso in associazione mafiosa.
"In questo caso - ha spiegato Grasso - non si puo' rischiare una battuta d'arresto del processo, visto che c' e' anche il problema della scadenza di termini di custodia cautelare per gli indagati detenuti".

19 luglio 2004 - MAFIA: INCENDIO DISTRUGGE CAMPO GRANO CONFISCATO A BOSS
ANSA:
MAFIA: INCENDIO DISTRUGGE CAMPO GRANO CONFISCATO A BOSS
E' UNO DEGLI APPEZZAMENTI AFFIDATI A COOP ASSOCIAZIONE LIBERA
Un incendio doloso, secondo quanto hanno accertato i carabinieri, ha distrutto la notte scorsa un campo di frumento di 10 ettari a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, su uno dei terreni confiscati alla mafia e affidati alla cooperativa Placido Rizzotto - Libera terra. Lo ha reso noto l' associazione antimafia Libera, che ha promosso queste iniziative nel palermitano.
Proprio in questi ultimi due giorni era stata organizzata une festa no-stop di 48 ore, in occasione della raccolta del grano, per "dire no alla mafia".
La Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra da alcuni anni gestisce i terreni confiscati a Cosa Nostra tra Corleone, Altofonte, Portella della Ginestra e San Giuseppe Jato, in quelli che furono i feudi dei piu' importanti boss di Cosa Nostra, riconvertendoli all'agricoltura ed offrendo lavoro a giovani e soggetti svantaggiati.

MAFIA: RITA BORSELLINO, L'INCENDIO? SEGNO CHE DIAMO FASTIDIO
"Cosa dire del grano abbrustolito... E' un evidente segno che diamo fastidio". Rita Borsellino, la sorella del magistrato palermitano ucciso dalla mafia e vicepresidente di 'Libera', commenta con un sorriso sulle labbra l'incendio che ha mandato in fumo un campo di grano gestito da una cooperativa dell'associazione.
"E' il loro unico linguaggio, l'unico sistema per farsi forti e attirare l'attenzione - ha aggiunto Rita Borsellino durante la cerimonia di commemorazione che si e' svolta nel pomeriggio sul luogo dell'attentato - soprattutto in questi giorni che tutti le menti sono rivolte a Paolo. Si stanno innervosendo perche' non si cede e si continua ad andare avanti".

19 luglio 2004 - ENNA RICORDA LE STRAGI DEL 1992
"La Sicilia"
Si ricordano le stragi del '92
Enna rimarca la coscienza antimafia
Ricorre oggi la memoria della strage mafiosa di Via D'Amelio ove perirono Paolo Borsellino e la sua scorta. Anche Enna, allora, nel 1992 manifestò il suo sdegno verso le cosche mafiose e in tutti questi anni nel capoluogo sono state organizzate manifestazioni che riportando alla memoria quei tragici momenti sono servite ai giovani per prendere coscienza contro le mafie che a volte trovano attuazione anche negli atteggiamenti prepotenti a livello morale e nell'emarginazione.
E in questi ultimi due anni, coloro che nelle istituzioni si sono attivati, promuovendo convegni, nel mondo della cultura, sono stati il prefetto Maurizio Maccari, il procuratore della Repubblica Salvatore Cardinale, il questore Giorgio Iacobone ed il vescovo Michele Pennisi. Ogni attimo è stato proficuo per educare le giovani coscienze, contro la mafia, l'illegalità, l'usura, il lavoro nero, la droga e la pedofilia.
E migliaia di giovani hanno ascoltato interessati i convenuti ad Enna, come ad esempio, Luigi Ciotti sacerdote antimafia, verso il problema. In particolare il procuratore Salvatore Cardinale ha detto in alcune interviste al nostro giornale che ad Enna Cosa nostra è presente e radicata in parte del territorio, in special modo in alcuni settori dell'edilizia pubblica, dove molti sanno ma pochi hanno il coraggio di parlare e dove esiste la turbativa d'asta e il subappalto mafioso.
"Le stragi Falcone e Borsellino - dice Giorgio Iacobone questore di Enna, che stasera sarà a Palermo nella Caserma Longaro dove il cardinale De Giorgi celebrer&