Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2004: maggio
1 maggio 2004 - MORTE BADALAMENTI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Il boss siciliano, rinchiuso in un carcere Usa, aveva un tumore. I casi Impastato, Pecorelli e Calvi
Muore Badalamenti, il padrino dei grandi segreti
E' morto Gaetano Badalamenti. Detenuto negli Usa, il boss della vecchia mafia è stato ucciso da un tumore a 80 anni. Badalamenti era stato assolto l'anno scorso dall'accusa di aver fatto uccidere il giornalista Mino Pecorelli, mentre era stato condannato per l'assassinio del giornalista siciliano Peppino Impastato, suo nipote. Era indagato anche per il caso Calvi.

IL RITRATTO
Il lungo duello con Buscetta tra omertà e messaggi
Accusava don Masino di mentire e poi cercava accordi sottobanco. "A volte il silenzio è più eloquente delle parole"
ROMA - A ottant'anni compiuti - gli 81 sarebbero scaduti il prossimo 14 settembre - Gaetano Badalamenti se n'è andato senza aver saldato i suoi conti con la giustizia e con i misteri italiani. E' morto da condannato per alcuni reati, tra cui il traffico di droga per cui stava scontando la pena negli Stati Uniti, e assolto per altri, come il delitto del giornalista Mino Pecorelli, marzo 1979. E da "appellante" contro verdetti non ancora definitivi, come l'ergastolo per l'assassinio del giovane militante della sinistra extra-parlamentare siciliana, Peppino Impastato, 9 maggio 1978. Ma Badalamenti è morto pure da indagato per un altro omicidio che ha segnato la storia d'Italia e i suoi oscuri meandri: quello di Roberto Calvi, il "banchiere di Dio", trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra, giugno 1982. Per quella morte è inquisito un gruppo di persone nel quale spiccano anche esponenti della mafia e una delle new entry nell'inchiesta ancora aperta è stato proprio il boss di Cinisi, finito a ottant'anni nella lista ufficiale dei sospettati. I pubblici ministeri di Roma stavano preparando la rogatoria per andarlo a interrogare nel carcere statunitense dov'era detenuto, ma ora tutto s'è interrotto. Resterà il dubbio dell'accusa di aver perso una pedina della presunta trama assassina, così come il rammarico della difesa di non poter provare la dichiarata innocenza, per Calvi come (in appello) per l'omicidio Impastato. Delitti di oltre vent'anni fa, che ancora aspettano giustizia e che si sono intrecciati con la vita di un uomo - don Tano - che ha lasciato questo mondo tenendosi addosso il timbro indelebile del boss e dell'ambiguità. Un timbro che si riconosceva perfino nei suoi sguardi, per esempio durante una famosa intervista tv realizzata dall'inviato del Tg1 Ennio Remondino nel carcere statunitense.
La fama del malavitoso ha cominciato a costruirsela, quando era poco più che un ragazzo, Tano Badalamenti. Dopo una denuncia per furto di bestiame rimediata a diciotto anni, il primo guaio serio arrivò che in Italia c'era ancora la Monarchia, 25 marzo 1946: mandato di cattura per associazione a delinquere, concorso in sequestro di persona e estorsione. Da allora è cominciata la scalata di don Tano nella mafia e nei grandi traffici illegali, di qua e di là dell'Oceano. Nel 1950 fu arrestato negli Usa dov'era appena sbarcato, nel Michigan, ed estradato in Italia; 54 anni dopo gli è toccato morire in un penitenziario americano senza poter realizzare il desiderio di ritornare in Italia.
Fino all'arresto del 1984 a Madrid, secondo le ricostruzioni di magistrati e tribunali, Badalamenti ha messo in piedi e gestito il traffico di droga tra le due sponde dell'Atlantico. Nel 1979 qualcosa aveva cominciato a capire il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, che convocò il boss di Cinisi (all'epoca a piede libero) in ufficio. Quello negò, come da copione. Un mese dopo Boris Giuliano fu assassinato nel bar sotto casa. Un anno prima era morto Peppino Impastato, ma i suoi assassini erano riusciti a far passare quel delitto come un incidente mortale in cui era incappato il giovane extra-parlamentare aspirante bombarolo, che invece aveva soltanto pagato con la vita le denunce contro il capomafia del suo paese, Cinisi, che abitava a cento passi da casa sua. Don Tano, appunto.
Tutto però rimaneva coperto dall'omertà oppure dall'"insufficienza di prove", quel delitto come gli altri traffici di Badalamenti. Finché nell'84 un altro boss che gli era stato accanto in Italia e all'estero, don Masino Buscetta, non svelò al giudice Falcone i segreti di Cosa nostra e quelli di don Tano. A cominciare da quelli che avevano scatenato la guerra di mafia con la quale i corleonesi di Totò Riina avevano rovesciato il governo della mafia togliendolo dalle mani dei boss avversari, Bontate e Badalamenti in testa. Don Tano aveva trovato riparo in Brasile e si salvò la vita, ma non riuscì a salvarsi dalle accuse di Buscetta. Che poi nel 1992, dopo le stragi che uccisero i giudici Falcone e Borsellino, rivelò altri particolari sul suo conto.
Badalamenti continuò a definire bugie le dichiarazioni di Buscetta e degli altri pentiti, ma nel corso dell'inchiesta sul delitto Pecorelli il suo avvocato americano andò a cercare il legale di don Masino per dirgli che il proprio assistito poteva rimanere in silenzio davanti alla testimonianza di Buscetta, ma chiedeva l'aiuto del pentito a far cadere l'accusa per droga che lo teneva rinchiuso nel carcere statunitense. Tenere la bocca chiusa era il massimo che poteva concedere, perché "il mio assistito non sarà mai un teste, né per l'accusa né per la difesa, in nessun procedimento... A volte però il silenzio è più eloquente delle parole" disse l'avvocato venuto dagli Usa. Non se ne fece niente e Badalamenti è rimasto in quel carcere fino all'ultimo giorno della sua vita e della sua ambiguità.
Giovanni Bianconi

LE PAROLE DEL PADRINO
Quell'incontro in cella: io, i pentiti e il senatore a vita
Anche le guardie lo trattavano in modo speciale. "Se fosse per me assisterei a tutte le udienze in Italia perché mi sento innocente"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - La mafia e la droga, il processo Andreotti e la giustizia italiana. E' un colloquio del maggio 2000, all'indomani dell'assoluzione del senatore a vita, nel carcere federale di Fairton, nel New Yersey, dove Gaetano Badalamenti stava scontando una condanna a 45 anni per il narcotraffico della "Pizza Connection". Don Tano parla da mafioso della vecchia generazione, lancia messaggi e sforna giudizi sprezzanti con la mentalità della vecchia guardia di Cosa nostra. Inclusa la diffidenza verso i giornalisti. Ma, anche nel penitenziario statunitense, colpiva subito il trattamento riservato a Badalamenti dagli agenti di custodia: gli misero a disposizione una grande stanza illuminata, senza porre limiti di tempo alla conversazione. Gli altri detenuti incontravano le famiglie per 15 minuti, in un cubicolo buio: a lui veniva persino offerto da bere e da fumare.
Lei ha sempre detto di non aver avuto mai niente a che fare con la droga.
"Sono loro a dire che non solo non ho trafficato in droga, ma anzi ho fermato la droga".
Loro chi?
"Le autorità. Italiane e americane".
Eppure lei sta scontando una pena per una vicenda di narcotraffico...
"Come ci si può fidare dei giornalisti come lei, che subito dicono: "Ma come? Lei è in galera per droga e ora mi viene a dire che lei non sa niente di droga"".
I giudici dicono che l'impianto accusatorio viene confermato, però Andreotti è innocente. Cosa vuol dire?
"A chi vuole che possa interessare l'opinione di Gaetano Badalamenti?"
Però hanno cercato di farla venire in Italia. Tutti volevano sentire la sua versione.
"Ho già inoltrato la pratica per andare a completare la mia sentenza in Italia. Voglio dimostrare a questi signori giudici che, se fosse per me, andrei ad assistere al processo perché nell'animo mio mi sento innocente sia dell'omicidio Pecorelli che della Pizza Connection".
Però lei è già stato scagionato per l'omicidio Pecorelli.
"Non devo ringraziare nessuno per essere stato scagionato. Non sapevo nemmeno chi fosse Pecorelli. Andreotti lo vedevo alla televisione o sui giornali. Ma chi era Andreotti? Io non posso ribattere quello che ha detto il dottor Caselli. Come fa un analfabeta a competere con il dottor Caselli? Sarebbe un'assurdità. Che però quelle di Buscetta sono bugie io l'ho detto. Proprio al dottor Caselli".
Di che bugie parla?
"Ha sentito parlare di un aereo che è caduto su una montagna, chiamata montagna Longa? Su quel dirupo non c'è l'ombra di una casa, eppure quel signore dice che in quel dirupo io avevo una villa dove si facevano le riunioni di mafia. Non solo non esiste villa in questo dirupo, ma Gaetano Badalamenti era in soggiorno obbligato nel periodo di queste riunioni e le autorità locali dicevano che faceva il suo dovere e si comportava squisitamente bene. E invece mi hanno dato del bugiardo".
E di Andreotti cosa pensa?
"Il miglior politico che abbiamo avuto in Italia. Ha saputo farci col nostro Paese, lo dobbiamo riconoscere. Anche all'estero aveva una buona immagine. Non possiamo negare che a suoi tempi l'Italia era la settima nazione più industrializzata del mondo. Però io con Andreotti ho il dente avvelenato".
Per quale motivo?
"I politici, per essere all'altezza, debbono trattare tutti gli italiani come figli. Io sono italiano e l'Italia ce l'ho nel sangue, soprattutto la Sicilia. L'offesa più grande che mi ha fatto Andreotti, se è vero quello che voi avete scritto, è avermi chiamato boss dopo la sua assoluzione. Se a Perugia ci condannavano, ci sarei andato a piedi per dire ad Andreotti: "Ehi, collega. Siamo mafiosi, no? Siamo tutti e due boss adesso". Come può continuare a chiamarmi boss dopo l'esperienza che abbiamo fatto insieme?"
Cosa prova per Buscetta?
"Io ho lottato con le unghie e coi denti per andare a Perugia e avere un confronto con Buscetta che non mi è stato mai concesso. Buscetta mi ha distrutto la vita, è colpa sua se sono stato condannato nella Pizza Connection. E' morto e non sono più arrabbiato con lui, ma l'ultima volta che l'ho visto mi sono tolto la soddisfazione di dirgli in faccia ciò che pensavo di lui: era un venduto e doveva dire ciò che gli ordinava il copione".
Alessandra Farkas

"La Repubblica"
Boss di Cosa Nostra fino agli anni Ottanta, si è spento in carcere negli Usa dove sarà sepolto
Badalamenti, l´ultimo Padrino è morto con tutti i suoi segreti
Condannato per l´omicidio Impastato, aveva 81 anni
La giustizia italiana l´ha inseguito per 50 anni, poi fu incastrato per traffico di droga
ATTILIO BOLZONI
Era il "custode di tanti segreti degli ultimi sessant´anni", come ha ricordato ieri il procuratore Grasso. Aveva ottant´anni, era detenuto nelle carceri americane dal 1984 e lì negli States sarà sepolto. Ma in realtà il Padrino era morto già vent´anni fa. Morto da quel giorno d´ottobre dell´84 quando scoprì che l´amico più caro aveva tradito. E raccontato tutto al giudice Falcone. Disse ai suoi: "Miii, se pure Masino è arrivato così in fondo significa che la nostra bella Cosa Nostra questa volta è finita per sempre". Gli credettero in pochi. E sbagliarono. Sbagliarono a non dare retta a quel vecchio con la faccia cotta dal sole che non parlava mai a vanvera, che pesava ogni sussurro, che si faceva ubbidire perfino con un lampo degli occhi. Ma ormai lui era rassegnato anche se mezza Sicilia ancora lo venerava. Sapeva che era l´inizio della fine anche per il grande Gaetano Badalamenti da Cinisi, mafioso di quinta generazione, stalle piene di buoi e amici onorevoli a Roma, tanti soldi e tantissimi segreti. Si sentiva onnipotente. Ma per la prima volta aveva una paura da morire.
In verità, già da un bel po´ prima del pentimento di Buscetta aveva capito che era cambiato tutto, che a Palermo le cose non andavano come sarebbero dovute andare. Colpa di Totò Riina e di quei Corleonesi che erano scesi dalle montagne per conquistare la capitale della Sicilia. Li odiava quei contadini cresciuti nei boschi della Rocca Busambra. Li giudicava "pazzi", razza mafiosa inferiore, sconsiderati che non volevano mai trattare con lo Stato. Di loro diceva: "Ci consumeranno tutti, ci porteranno alla rovina". Era uno che conosceva il mondo don Tano. Era uno "all´antica", ma era stato anche il primo a scoprire il bisinisso dell´eroina con Lucky Luciano. Era amico dei boss e amico degli sbirri. Era amico di tutti. E da mezzo secolo comandava forse come nessun altro.
Il suo potere gli veniva anche dai parenti. Ne aveva di qua e di là dell´Atlantico. I suoi cognati di Alcamo se la facevano con i Bonanno di New York, i suoi generi con i Maggaddino di Buffalo. Suo fratello Emanuele andava avanti e indietro da Cinisi a Detroit. E c´era un jumbo che ogni settimana decollava da Punta Raisi e puntava diretto verso gli States. Lo chiamavano il Padrino: in onore suo, di don Tano, che intanto all´aeroporto aveva fatto assumere tutti i suoi compari che riempivano e svuotavano valige. Di droga e di dollari.
Per un certo periodo - ma in un passato lontano - fu proprio il re di Cinisi ad accogliere Totò Riina e Bernardo Provenzano, gli odiatissimi Corleonesi. Li usava come "canazzi da catena", li scioglieva per uccidere e poi li riattacava. Ma pressappoco quando don Tano fu nominato capo della Cupola (il "governo" di Cosa Nostra), quelli gli si rivoltarono contro e gli sterminarono mezza famiglia. Lui fu costretto a peregrinare per le Americhe, gli amici che restarono in Sicilia - un migliaio - vennero uccisi uno dopo l´altro.
Fu don Masino a confidare a Giovanni Falcone la rete di potere che aveva don Tano. Alla Regione. In Parlamento. E soprattutto con quei cugini di Salemi, gli esattori, Nino e Ignazio Salvo, vicerè della Sicilia che erano diventati il "polmone finanziario" della Dc siciliana. E soprattutto con quell´intoccabile di Salvo Lima, il luogotenente di Giulio Andretti in Sicilia. Patti. E ricatti. Uomini politici e uomini d´onore che si confondevano in una Palermo sospesa, lontana. Garantivano insieme una "pace sociale" durata trent´anni e anche più. Fino alle "cantate" dei pentiti. Fino ai grandi processi. Fu proprio Buscetta a riferire al procuratore Caselli: "Una volta Tano mi riferì che aveva incontrato Andreotti nel suo studio a Roma per aggiustare un processo e che Andreotti lo elogiò, gli disse che di gente come lui (Badalamenti, ndr) l´Italia ne aveva bisogno uno per ogni strada". Farneticazioni di don Masino? Come siano finiti i processi "politici" di Palermo è storia nota (assolto Andreotti dall´accusa di mafia, assolto anche a Perugia per l´omicidio di Mino Pecorelli e proprio insieme a Gaetano Badalamenti) ma il vecchio don Tano - nonostante i suoi avvertimenti - non ha mai pronunciato una sola parola su quegli inconfessabili patti. Solo messaggi. E quasi tutti a Andreotti, che ieri ha ripetuto "In questa vita non l´ho mai incontrato".
La giustizia italiana l´ha inseguito inutilmente per mezzo secolo. Quella americana l´ha pizzicato una volta e non l´ha mollato più. Incastrato per traffico di eroina nel 1985 e condannato a 45 anni di carcere. Da una galera del New Jersey non è mai più uscito. Ma là ha subito l´affronto più grosso per uno come lui. In ritardo di 25 anni - grazie a depistaggi di carabinieri e magistrati siciliani - è stato condannato all´ergastolo per l´omicidio di un ragazzo che in solitudine aveva osato sfidarlo. Lo attaccava ogni giorno dai microfoni della sua piccola radio. Lo sputtanava. Lo chiamava "Tano Seduto". Quel ragazzo si chiamava Giuseppe Impastato. Era di Cinisi. Abitava solo a "cento passi" dalla casa dell´onnipotente.

L´INTERVISTA
La rabbia della madre di Impastato, dilaniato dall´esplosione. "Perché non l´hanno estradato?"
"Di Peppino non mi ha lasciato niente è stato protetto, non perdonerò mai"
La storia del giovane assassinato è stata raccontata nel film "I Cento passi"
SALVO PALAZZOLO
CINISI - "Gaetano Badalamenti non lo perdonerò mai: di Peppino non mi ha lasciato niente, solo le mani. A Cinisi, Badalamenti non deve tornare neanche nella bara. Perché la sua cappella è accanto alla tomba di mio figlio".
Signora Felicia Bartolotta, perché non ha mai smesso di chiedere giustizia anche dopo la sentenza di condanna per Badalamenti?
"Voglio conoscere i nomi di chi lo ha favorito per tanti, troppi anni. Erano d´accordo mafiosi, politici e alcuni carabinieri. Tutti insieme hanno depistato le indagini sull´omicidio di Peppino. Lo ha confermato anche la commissione parlamentare antimafia presieduta da Giuseppe Lumia. Cosa aspettano i giudici ad aprire una nuova inchiesta?".
Alla fine, almeno Badalamenti è stato condannato all´ergastolo.
"Grazie alla nostra ostinazione, durata 26 anni. Grazie al coraggio di tanti amici, come Umberto Santino e Anna Puglisi, e soprattutto di tanti giudici. Ma Badalamenti non ha scontato niente di quella condanna. Voglio sapere perché non è stato estradato in Italia: evidentemente gode ancora di complicità all´interno dello Stato".
Da casa sua a quella di Badalamenti ci sono cento passi. Quando li ha percorsi l´ultima volta?
"Fu mio marito a dirmi che dovevamo andare a casa di don Tano, in visita di cortesia. Già allora Peppino faceva la sue denunce. Io non volevo andare in quella casa: come potrò mai dimenticare lo sfarzo che c´era, arrivavano due inservienti da Palermo per pulire i tappeti persiani di Badalamenti. E che fila dietro la sua porta".
Poi, quando suo marito morì, Badalamenti le ricambiò la visita.
"Era qui davanti a me, mi presentò le sue condoglianze. Avrei voluto buttarlo fuori da casa. Ma non lo feci. Avevo paura per Peppino. Eravamo davvero soli".
Oggi Cinisi è cambiata?
"Davvero tanto grazie al sacrificio di Peppino. Fra qualche giorno, tantissimi ragazzi torneranno a sfilare in allegria dietro queste persiane. Peppino è risuscitato. E il nome di Tano Badalamenti non incute più rispetto. Ma purtroppo, la mafia esiste ancora. Continueremo a combatterla. Io ho 88 anni e tanti malesseri fisici, ma non mi tiro indietro: hanno provato a minacciarci durante il processo, non ci siamo mai fermati".

3 maggio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: CONTINUA REQUISITORIA PM GOZZO
ANSA:
DELL'UTRI: PM, I BOSS LO AIUTARONO NELLA CARRIERA DI MANAGER
FINIVEST, ELUCUBRAZIONI ARBITRARIE E SPERICOLATE
I contatti fra Marcello Dell' Utri e i boss di Cosa nostra e l' aiuto che i mafiosi gli avrebbero dato per "fare carriera" sono alcuni dei punti sui quali si e' basata la requisitoria del pm Domenico Gozzo nel processo al senatore di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa.
Nella sesta udienza dedicata all' atto d' accusa contro Dell' Utri, il pm sostiene che l' ex presidente di Publitalia sarebbe stato appoggiato dai boss nella sua carriera di manager del gruppo Fininvest.
"Publitalia - afferma Gozzo - e' la cassaforte del gruppo Fininvest, senza la quale l' avventura berlusconiana non avrebbe avuto luogo. Publitalia viene affidata a Dell' Utri, che e' del tutto privo di specifica competenza manageriale ma viene considerato affidabile a causa dei suoi rapporti certi e costanti con Cosa Nostra". "Su questo argomento - aggiunge il pm - avremmo voluto e dovuto raccogliere le parole del presidente Berlusconi".
Gozzo ha poi ricordato una dichiarazione resa dal pentito Salvatore Cancemi nel 1998, in cui l' ex boss ricorda una conversazione fatta con Riina: "Totuccio - dice Cancemi - mi devi fare una cortesia. Ci devi dire a Mangano che si mette di lato perche' questa situazione di Dell' Utri e Berlusconi me l' ho messa in mano io per il bene di tutta Cosa Nostra".
Il magistrato ha anche fatto riferimento al maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, arrestato lo scorso 5 novembre per concorso in associazione mafiosa. Ciuro e' stato per tanti anni il collaboratore del pm Antonio Ingroia, l' altro magistrato che sostiene l' accusa nel processo. "Si e' parlato in maniera ignobile - ha affermato Gozzo - del ruolo ricoperto da Ciuro in questo processo, si e' anche detto che Ciuro aveva avuto un posto riservato tra gli scranni di quest' aula, posto rimasto vuoto dopo il suo arresto".
"C' e' stata - ha aggiunto il pm - pure una lettera vergognosa di Dell' Utri su un giornale attraverso la quale, con una truffa giornalistica, si sosteneva che Ciuro aveva effettuato tutte le indagini su Dell' Utri. Vergogna, e' l'unica cosa che si puo' dire sull' intera vicenda".
La Fininvest ha replicato con una nota: "Le continue affermazioni del pm nel procedimento in corso a Palermo nei confronti di Marcello Dell' Utri - si legge nel comunicato - consistono in elucubrazioni arbitrarie, spericolate e disancorate dall' obiettivita' delle risultanze processuali".
In particolare, la Fininvest smentisce "recisamente ancora una volta di aver mai effettuato pagamenti a titolo di 'pizzo', su richiesta di chi che sia, e tanto meno spontaneamente, per la gestione della propria attivita' televisiva in Sicilia".
La Fininvest, infine, "deplora che la discussione della causa, dopo anni di attivita' istruttoria, si sviluppi in questi termini, a detrimento della propria immagine, senza che le sia stato possibile opporre alcuna difesa".

DELL'UTRI: IMPUTATO, DELIRANTE E' LA REQUISITORIA DEI PM
"Continua la delirante requisitoria dell' accusa che, tra altre falsita' e invenzioni, definisce 'vergognosa' e 'truffa giornalistica' la mia lettera al dott. Ingroia pubblicata da Il Foglio". Il senatore Marcello Dell' Utri replica cosi' alle affermazioni fatte dal Pm Domenico Gozzo nella requisitoria al processo in cui il parlamentare di Forza Italia e' accusato di concorso in associazione mafiosa.
"Vergognoso e' invece - aggiunge Dell' Utri - il caso del maresciallo Ciuro, tuttora agli arresti, e truffa giornalistica e' il silenzio stampa di alcuni autorevoli commentatori dei fatti di mafia e antimafia".

3 maggio 2004 - 33/o ANNIVERSARIO UCCISIONE SCAGLIONE
ANSA:
MAFIA: FAMILIARI SCAGLIONE, RICONOSCIUTO IMPEGNO PROCURATORE
PALERMO, DOPODOMANI 33/MO ANNIVERSARIO UCCISIONE
I colpevoli non sono stati mai individuati, ma il movente e' certamente riconducibile alla sua attivita' di magistrato. A distanza di 33 anni dal primo delitto eccellente attribuito alla cosca corleonese, questo e' l' unico punto fermo dell' inchiesta sull' uccisione del procuratore Pietro Scaglione.
I familiari del magistrato, assassinato il 5 maggio 1971, ricordano il giudizio della Commissione antimafia secondo il quale le inchieste avviate dopo la strage di Ciaculli del 1963 consentirono di "scardinare e disperdere" le organizzazioni mafiose. Cosa nostra reagi' con una sistematica campagna di eliminazione degli investigatori che avevano intuito le nuove strategie mafiose. E Scaglione fu il primo a essere eliminato in un agguato nel quale mori' anche il suo autista Antonio Lorusso.
Del delitto fu accusata la cosca corleonese e in particolare Luciano Liggio che pero' fu assolto dalla corte d' assise di Genova davanti alla quale il processo fu celebrato per legittima suspicione.
L' amarezza dei familiari "per la mancata individuazione e condanna dei mandanti e degli esecutori del delitto" trova ora "un limitato conforto nel fatto che diverse autorita' giudiziarie" hanno stabilito che Scaglione fu ucciso per la sua attivita' svolta "in modo specchiato".

3 maggio 2004 - MORTE BADALAMENTI SU STAMPA USA
ANSA:
MAFIA: MORTE BADALAMENTI SU STAMPA USA, RISERBO SU FUNERALI
L'epoca della 'Pizza Connection' riemerge sui giornali americani, nel dare spazio a notizie sulla morte di Gaetano Badalamenti, l'ex boss di Cinisi deceduto a 80 anni giovedi' scorso negli Usa in un centro medico penitenziario in Massachusetts.
L'anziano esponente mafioso e' morto per un male incurabile e le autorita' federali, su richiesta dei familiari, hanno evitato di diffondere qualsiasi informazione sui suoi funerali. Secondo fonti dell'Fbi, Badalamenti dovrebbe essere sepolto negli Usa, dove risiedono molti suoi parenti, compresa la moglie.
L'inchiesta e il processo che negli anni '80 ricostruirono un gigantesco traffico di eroina e cocaina verso gli Usa, passato alla storia come Pizza Connection, rappresentano la parte piu' consistente di un ampio servizio che il New York Times dedica oggi a don Tano, indicato come "l'ex capo dei capi della mafia siciliana". Solo qualche annotazione e' invece riservata alle accuse contro di lui da parte di Tommaso Buscetta e nessun riferimento emerge sui processi che in Italia hanno visto imputato Badalamenti.
Il maggior quotidiano degli Usa ricorda che il processo per il maxitraffico di stupefacenti duro' un anno e mezzo e sottolinea come i protagonisti dell'inchiesta fecero in seguito una brillante carriera: uno dei procuratori federali, Louis Freeh, divento' direttore dell'Fbi, mentre l'allora procuratore capo di Manhattan, Rudolph Giuliani, baso' anche sui successi nella Pizza Connection la carriera politica che lo porto' a diventare sindaco.
Diversi altri quotidiani degli Usa, dal Miami Herald al Boston Globe, hanno dato notizia della morte di Badalamenti.

3 maggio 2004 - TALPE DDA; CHIUSE INDAGINI SU ON BORZACCHELLI (UDC)
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; CHIUSE INDAGINI SU ON BORZACCHELLI (UDC)
La procura ha concluso le indagini sul deputato regionale, Antonio Borzacchelli (Udc), in cella dal febbraio scorso, perche' accusato di concussione, rivelazione ed utilizzazione di segreti d' ufficio e favoreggiamento personale. Il politico, che e' anche un ex maresciallo dei carabinieri, e' coinvolto nell' inchiesta sulle talpe alla Dda.
La chiusura delle indagini provoca la sospensione dei termini di custodia, che sarebbero scaduti ad agosto. Borzacchelli, in base alle accuse che gli vengono mosse, rischia una condanna a 14 anni di carcere.
Il deputato regionale e' accusato di concussione per avere incassato somme di denaro (oltre due milioni di euro) dall' imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, arrestato per associazione mafiosa, in cambio di informazioni riservate (quando era in servizio come carabiniere) e di vantaggi politici quando e' stato eletto deputato regionale.
Nell' atto di accusa si legge inoltre che ha "fornito in concorso con altri soggetti allo stato non identificati e con Salvatore Cuffaro, notizie coperte da segreto istruttorio a Michele Aiello in relazione ai procedimenti penali che riguardavano, tra gli altri, lo stesso Aiello, ed i marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, tutti attualmente in stato di custodia cautelare, il primo per associazione mafiosa, gli altri per concorso in associazione mafiosa".
L' accusa di favoreggiamento personale e' ipotizzato "in concorso con altri soggetti allo stato non identificati e con Salvatore Cuffaro". Per gli inquirenti Borzacchelli avrebbe "aiutato ad eludere le investigazioni che li riguardavano, in relazione all' accusa di associazione mafiosa, Domenico Miceli (ex assessore comunale) e Giuseppe Guttadauro (capomafia di Brancaccio)".
Nell' inchiesta che riguarda il deputato regionale Antonio Borzacchelli (Udc), sono stati inseriti anche atti che riguardano il processo "Ghiaccio". Si tratta dell' indagine su mafia e politica in cui sono coinvolti, oltre al presunto capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e all' ex assessore comunale dell' Udc Domenico Miceli, anche il presidente della regione, Salvatore Cuffaro.
Borzacchelli, secondo l' accusa, sarebbe stato il tramite fra Cuffaro e il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, in servizio al Ros cone esperto tecnico di microspie, arrestato il 5 novembre scorso per concorso in associazione mafiosa.
Il sottufficiale, interrogato lunedi' scorso in carcere, ha detto di avere effettuato "bonifiche" nell' abitazione e nell' ufficio del presidente della Regione, per accertare l' eventuale presenza di telecamere o microspie. E sarebbe stato sempre Riolo, su sua stessa ammissione, ad informare Borzacchelli delle intercettazioni a casa del boss Guttadauro, in cui si parlava di mafia e politica, in particolare della campagna elettorale per le elezioni regionali del 2001. In seguito a questa fuga di notizie, i boss scoprirono la microspia e l' indagine venne sospesa.

4 maggio 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: VOCE BERLUSCONI IN AULA
ANSA:
DELL' UTRI: A TELEFONO CON IMPUTATO, VOCE BERLUSCONI IN AULA
NEL 1986, DOPO ATTENTATO A SEDE FININVEST MILANO
La voce di Silvio Berlusconi e' stata fatta sentire oggi in aula dai pm Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, durante la requisitoria del processo al sen. Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
I magistrati hanno 'mandato in onda' una telefonata intercettata fra Dell' Utri e Berlusconi il 29 novembre '86, dopo l' attentato avvenuto in via Ravani a Milano dove c' era la sede della Fininvest.
I pm hanno voluto far sentire ai giudici il tono della conversazione, in particolare quando Berlusconi sospetta che l' autore dell' attentato potrebbe essere Vittorio Mangano, il boss palermitano che Dell' Utri fece assumere come fattore nella villa di Arcore dell' attuale presidente del Consiglio.
In aula si sente la voce di Silvio Berlusconi che parla con Marcello Dell' Utri di un attentato compiuto davanti alla sede della Fininvest, entrambi cercano di capire chi puo' essere l' autore del gesto.
Sono sei intercettazioni ambientali, registrate, che i pm hanno deciso di mandare in onda nell' impianto di amplificazione dell' aula giudiziaria in cui si svolge il processo al senatore Marcello Dell' Utri.
Berlusconi diceva a Dell' Utri: "Allora e' stato Vittorio Mangano ... che ha messo la bomba!" Dell'Utri risponde: "Non mi dire!". E Berlusconi ribadisce: "Si...". Allora Dell'Utri chiede: "... e come si sa?" e Silvio Berlusconi spiega:
"Eh... da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all'intelligenza. (Mangano) e' fuori (dal carcere), ... E questa cosa qui, da come l' ho vista fatta, con un chilo di polvere nera... una cosa rozzissima... ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto... e' stata fatta soltanto sulla cancellata esterna. Ecco, secondo me e' come una rich... un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata: lui ha messo la bomba!".
Dell'Utri sembra perplesso e chiede: "Perche'... perche' non si spiega proprio!... Cioe', non si spiega se non c'e' un se...". Berlusconi prosegue: "Spiegami perche' uno dovrebbe mettere una bomba! ... Una bomba rudimentale con un chilo di polvere nera... proprio per dire: faccio un botto! ... Ma con molto rispetto... perche' mi ha incrinato soltanto la parte inferiore della cancellata... una cosa, un danno da duecentomila lire. Quindi anche rispettosa ed affettuosa!". Berlusconi non ha dubbi e anche Dell' Utri ne sembra convinto: "... Pazzesco. si, si, si". Comunque Berlusconi dice di aspettare per vedere quali mosse fara' Mangano.

DELL'UTRI: PM, SOLDI A FININVEST DA PARTE DI COSA NOSTRA?
'DA DIFESA NESSUNA PROVA CHE NON SIA AVVENUTO'
"Avremmo voluto concludere questo dibattimento con la prova che alla Fininvest non e' arrivata alcuna somma di denaro che proveniva da Cosa nostra, e invece non e' stato possibile dimostrarlo". Lo ha detto il pm Domenico Gozzo, durante la settima udienza dedicata alla requisitoria del processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
"Purtroppo - aggiunge Gozzo - abbiamo dovuto constatare, anche dalla consulenza di parte, che c' e' stata una schermatura sui conti di trent'anni fa delle holding Fininvest". "Perche' tante barriere? - si chiede il pm - per non fare capire cosa? Si tratta di conti di 30 anni fa, per i quali anche i reati finanziari sono prescritti". "Ci chiediamo, dunque - conclude - da dove arrivarono i capitali che costituirono le holding? Una domanda a cui la difesa e il suo consulente non hanno saputo rispondere".

DELL' UTRI: FININVEST, RIBALTATO DALL' ACCUSA ONERE PROVA
"Secondo il nuovissimo canone logico della pubblica accusa, la totale insussistenza della benche' minima prova di un ipotetico illecito non e' sufficiente: l' imputato sarebbe tenuto a provare il contrario". Cosi' la Finivest commenta alcuni passi della requisitoria di stamane nel processo a Marcello Dell' Utri.
"Alla logica che si compendia nel principio secondo cui 'l' imputato non poteva non sapere' - si legge ancora nella nota - si aggiunge un altro canone, a comporre il testo unico della cultura del sospetto: qualsiasi finanziamento dovrebbe essere proveniente da una fonte esterna! Non si ammette che un imprenditore possa operare con le proprie risorse".
Replicando alle affermazioni del Pm, il gruppo Finivest afferma che "non sono state opposte alle indagini 'schermature' ne 'barriere': piuttosto le escursioni contabili dei consulenti mobilitati dall' accusa - sulla base di istanze puramente esplorative - nell' assoluto difetto di qualsiasi elemento di irregolarita', non hanno avuto alcun esito".
"E' comprensibile - conclude la nota - il disappunto del Pm, ma non e' certo giustificabile la ritorsione consistente nell' ingenerare il dubbio sul finanziamento delle holding della Fininvest. Che peraltro non e' mai stata parte nel processo ne' ha potuto interloquire con propri consulenti e difensori. Comunque era sufficiente leggere i documenti contabili per rendersi conto dell' assoluta trasparenza di ogni e qualsivoglia operazione".

4 maggio 2004 - INDAGINE SU LATITANZA PROVENZANO, ARRESTI A PALERMO
ANSA:
MAFIA: INDAGINE SU LATITANZA PROVENZANO, ARRESTI PS A PALERMO
Agenti della Polizia di Stato hanno eseguito 11 ordini di custodia cautelare in carcere. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, estorsione e detenzione di armi. L' indagine mira a fare luce sui presunti favoreggiatori del capomafia latitante Bernardo Provenzano, ricercato da oltre quarant' anni.
Centinaia di agenti stanno operando tra i comuni di Cerda, Sciara, Collesano, Campofelice di Roccella, Misilmeri e Mezzojuso nei confronti di diversi soggetti indicati come componenti due famiglie mafiose di importanti mandamenti in provincia di Palermo.
I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip Vincenzina Massa su richiesta del procuratore aggiunto Sergio Lari e dei pm della Dda, Marzia Sabella, Lia Sava e Michele Prestipino.
L' indagine della Squadra Mobile di Palermo si e' avvalsa della collaborazione dell'ex capomafia di Caccamo, Nino Giuffre', e sono emerse le strutture di appoggio logistico e di intermediazione comunicativa di cui si sarebbe avvalso il boss latitante Bernardo Provenzano.

MAFIA: ARRESTATI DUE 'POSTINI' DI PROVENZANO
Sono due le indagini sviluppate dalla Squadra Mobile di Palermo e che si sono concretizzate con l' arresto di 11 persone. Una prima indagine ha riguardato i presunti favoreggiatori del superlatitante Bernardo Provenzano; una seconda indagine ha riguardato il racket delle estorsioni gestito dai clan mafiosi ricadenti nei mandamenti di Caccamo e San Mauro Castelverde.
Nel quadro delle indagini su Bernardo Provenzano sono stati arrestati Giuseppe Russotto, 39 anni, e Giuseppe Riggi, 39 anni, ritenuti affiliati al clan mafioso di Mezzojuso. I due secondo la Procura, avrebbero consegnato ad altri uomini d' onore i cosidetti "pizzini" inviati da Provenzano.
Gli altri nove arrestati sono Giuseppe Iuculano, 36 anni, e la sorella Carmela, 31 anni, residenti a Cerda; Angelo Runfola, 41 anni di Montemaggiore Belsito; Giuseppe Rizzo, 44 anni, di Cerda; Eugenio De Marco, 40 anni, di Palermo; Carmelo Rizzo, 30 anni di Collesano; Calogero Sinagra, 46 anni di Sciara, Giuseppe Rizzo, 64 anni di Cerda. Un ulteriore provvedimento firmato dal Gip Vincenzina Massa e' stato notificato in carcere al presunto mafioso Pino Rizzo, 36 anni di Collesano, gia' arrestato nel settembre del 2002.
A coordinare le indagini della polizia sono stati i sostituti procuratori della Repubblica Lia Sava, Marzia Sabella e Michele Prestipino.

MAFIA: OPERAZIONE PS, ARRESTATI DUE POSTINI PROVENZANO
LE LETTERE DEL BOSS E GLI AUGURI DI NATALE AI SUOI ESATTORI
Il procuratore Pietro Grasso li definisce "operai dell' industria della paura", l' ala militare di Cosa Nostra che fiancheggia il superlatitante Bernardo Provenzano, capace di organizzare agguati e gestire il racket delle estorsioni. E proprio il pizzo imposto a commercianti e imprenditori era il sostentamento economico della cosca mafiosa di San Mauro Castelverde, sulle Madonie.
Sono undici persone accusate di associazione mafiosa, estorsioni e detenzione di armi. La polizia li ha arrestati su ordine del gip Vincenzina Massa nell'operazione denominata "Piccola Svizzera" condotta dalla Squadra Mobile di Palermo e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia.
Due degli indagati sono accusati di essere favoreggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano: si tratta di Giuseppe Russotto, di Mezzojuso, e Giuseppe Riggi, di Palermo, entrambi di 39 anni. Secondo gli inquirenti sarebbero i postini del capomafia, quelli che si occupavano dello smistamento dei bigliettini utilizzati dal boss per comunicare con i suoi fedelissimi. E proprio in seguito a questa operazione e' stato reso noto il contenuto di altre 36 lettere inviate da Provenzano per impartire ordini, organizzare summit, pianificare affari. Missive infarcite, come al solito, di errori grammaticali e di sintassi. Uno di questi bigliettini conteneva anche gli auguri natalizi del Padrino a tutta la "famiglia" mafiosa. Gli investigatori li hanno ascoltati 'in diretta', grazie a una intercettazione ambientale, mentre venivano letti dal 'postino'.
L' arresto dei 'messaggeri' di Provenzano coincide con un' altra tegola giudiziaria per il Padrino: la corte d' assise d' appello ha confermato oggi la condanna all' ergastolo nei suoi confronti per l' omicidio del giornalista Mario Francese.
L' operazione di stamane, coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Lari e dai pm Marzia Sabella, Lia Sava e Michele Prestipino, ha preso il via dalle denunce di alcuni imprenditori taglieggiati nella zona di Termini Imerese e si e' basata anche sul contributo delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffre'. E' stato proprio Giuffre' a indicare il nome di un potenziale sicario, uno che avrebbe fatto 'carriera'. "Si tratta di Giuseppe Rizzo - ha spiegato il procuratore Grasso - uno che secondo Giuffre' aveva ottime possibilita' di diventare un eccellente killer per Cosa nostra. Tanto che lo aveva scelto per fare parte del gruppo di fuoco che avrebbe dovuto compiere l'attentato contro l'ex presidente della Commissione antimafia, Giuseppe Lumia". Questo attentato era stato progettato da Giuffre', e la notizia era emersa gia' due anni fa, dopo il suo arresto. L' unico arrestato formalmente affiliato alla famiglia mafiosa di Cerda, che avrebbe gestito il racket delle estorsioni anche dal carcere, e' Giuseppe Rizzo. Insospettabile, almeno fino alla denuncia dei commercianti taglieggiati, anche Eugenio De Marco, palermitano incensurato, accusato di riscuotere il pizzo e di controllare il territorio del termitano dal 2001 al 2003.
"Gli indagati arrestati oggi - afferma Grasso - sono operai dell' industria piu' diffusa e piu' redditizia, quella della paura". "Occorrono delle priorita' - aggiunge il procuratore - nell' ordinare gli arresti. Giovanni Falcone diceva che prima si dovevano prendere quelli che sono capaci di uccidere, e cioe' i sicari di Cosa nostra, l' ala militare, quelli che mettono paura. Poi, nell' ambito di questa idea di priorita', si possono prendere tutti gli altri. Noi stiamo procedendo in questo modo".

4 maggio 2004 - PROVENZANO, CONFERMATO ERGASTOLO PER OMICIDIO FRANCESE
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO, CONFERMATO ERGASTOLO PER OMICIDIO FRANCESE
Il presidente della Corte d' Assise d' appello Giuseppe Nobile ha confermato la condanna all' ergastolo per il boss latitante Bernardo Provenzano, accusato di essere il mandante dell' omicidio del giornalista Mario Francese.
La posizione del capomafia era stata stralciata rispetto a tutti gli altri imputati che avevano scelto di essere giudicati con il rito abbreviato compreso Toto' Riina. La Cassazione lo scorso anno ha confermato la sentenza di condanna solo per Riina e ha invece deciso l' assoluzione degli altri imputati.
La condanna di Bernardo Provenzano conferma l' impianto dell' accusa per l'uccisione del giornalista Mario Francese. In precedenza la condanna a vita era stata decisa anche per Riina mentre erano stati inflitti 30 anni ciascuno ai boss Antonino Geraci, Leoluca Bagarella, Pippo Calo', Francesco Madonia, Giuseppe Farinella e Michele Greco. Successivamente la Cassazione ha pero' annullato le condanne per Geraci, Farinella e Calo' "per non avere commesso il fatto".
Dal processo principale era stata stralciata la posizione di Provenzano che ora e' stato riconosciuto come uno dei mandanti dell' assassinio del cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia.
Il movente del delitto, hanno scritto i giudici di primo grado, "e' sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un' approfondita ricostruzione delle piu' complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70".
I due processi hanno messo a fuoco la stretta relazione tra il lavoro professionale di Francese e le motivazioni di fondo del delitto. In quegli anni, hanno scritto i giudici, "per la mancanza di collaboratori di giustizia le informazioni sulla struttura e sull' attivita' dell' organizzazione mafiosa erano assai limitate". Francese aveva pero' raccolto un "eccezionale patrimonio conoscitivo, di estrema attualita' e importanza".
Il giornalista aveva intuito l' ascesa egemonica dello schieramento corleonese e nei suoi articoli aveva denunciato "le fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo dell' economia e degli appalti pubblici nella Sicilia occidentale". Dedico' tra l'altro una serie di articoli alle speculazioni legate agli espropri dei terreni per la costruzione della diga Garcia. Molte informazioni raccolte dal cronista anticipavano gli scenari poi descritti nei piu' importanti risultati investigativi.
Sia il Giornale di Sicilia sia l' Ordine dei giornalisti si sono costituiti parte civile assieme alla famiglia Francese.

MAFIA: OMICIDIO FRANCESE; UN CRONISTA CHE PRECORSE I TEMPI
Mario Francese venne assassinato il 26 gennaio 1979. Il cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia con i suoi articoli aveva precorso i tempi delle inchieste giudiziarie, svelando la sanguinosa ascesa dei corleonesi di Toto' Riina e Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa nostra.
L' inchiesta sull' omicidio, gia' archiviata, era stata riaperta su richiesta della famiglia e dopo le rivelazioni di alcuni pentiti, tra cui Francesco Di Carlo e Angelo Siino che hanno orientato le indagini verso i corleonesi. Ne sono scaturiti due processi: il primo era quello che si e' concluso a dicembre in Cassazione e che aveva come imputati, oltre a Riina, anche Michele Greco detto il 'papa', Francesco Madonia, Pippo Calo', Giuseppe Farinella e Antonino Geraci, indicati come mandanti.
In primo grado e in appello sono stati tutti condannati, compreso Leoluca Bagarella, accusato di essere l' esecutore materiale dell' agguato, a 30 anni di carcere. Ma solo Riina, Greco, Calo', Farinella e Geraci hanno proposto ricorso in Cassazione. Per gli altri le condanne erano gia' passate in giudicato.
Nel secondo processo, che si e' concluso oggi in appello, era imputato solo Bernardo Provenzano, che in primo grado e' stato gia' condannato all' ergastolo. I due dibattimenti hanno messo a fuoco il lavoro professionale di Francese, nel quale sono state individuate le motivazioni di fondo del delitto. In quegli anni, hanno scritto i giudici di appello, "per la mancanza di collaboratori di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull' attivita' dell' organizzazione mafiosa erano assai limitate", ma Francese aveva raccolto un "eccezionale patrimonio conoscitivo, di estrema attualita' e importanza".
Il cronista si era occupato anche di alcuni personaggi vicini a Cosa nostra come don Agostino Coppola, il prete di Partinico che aveva celebrato le nozze segrete di Riina e aveva avuto rapporti con l' Anonima sequestri. Il movente decisivo dell' uccisione di Francese, secondo i giudici, va comunque ricercato nell' inchiesta condotta dal giornalista sulla costruzione della diga Garcia. "Dopo l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, avvenuto a Ficuzza il 20 agosto 1977 - scrivono i giudici - Mario Francese continuo' a concentrare il suo coraggioso e intelligente impegno di ricerca sugli interessi mafiosi connessi alla diga Garcia, evidenziando il connubio tra mafia e politica nella prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza connessa ai lavori di costruzione della diga".

4 maggio 2004 - PROGETTO OMICIDIO ON. LUMIA, UN ARRESTO
ANSA:
MAFIA: PROGETTO OMICIDIO ON. LUMIA, UN ARRESTO
Gli inquirenti sono certi di avere individuato un altro dei componenti del gruppo di fuoco che nel 2002 avrebbe dovuto partecipare ad un agguato ai danni dell' onorevole Giuseppe Lumia (Ds), gia' presidente della Commissione Nazionale antimafia. Giuseppe Rizzo, 44 anni, originario di Cerda - arrestato stamani nel corso dell' operazione antimafia della Squadra Mobile di Palermo - avrebbe dovuto fare parte del commando.
A dare indicazioni agli inquirenti e' stato il pentito Antonino Giuffre' che gia' nel 2002 aveva fatto il nome di un altro presunto killer, Pino Rizzo, 36 anni, cugino di Giuseppe. L' agguato a Lumia, secondo Giuffre', avrebbe dovuto essere commesso in una strada delle Madonie.

5 maggio 2004 - ANNIVERSARIO UCCISIONE SCAGLIONE
"La Sicilia"
Ucciso 33 anni fa il procuratore Scaglione
Il 5 maggio del 1971, per la prima volta nella storia d'Italia, un magistrato pagò con la vita il suo impegno contro la mafia. Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica di Palermo, fu ucciso, insieme all'agente di custodia Antonio Lo Russo, nella stretta e tortuosa Via Cipressi (dove è stata collocata una lapide commemorativa). A distanza di 33 anni dal duplice omicidio (che inaugurò una lunga serie di delitti eccellenti culminati nelle stragi del 1992), i familiari ricorderanno il sacrificio di Scaglione e Lo Russo con una Messa celebrata in forma privata. Secondo il professor Antonio Scaglione, figlio del magistrato assassinato, "noi familiari, pur con profonda e perdurante amarezza per la mancata individuazione e condanna dei mandanti ed esecutori del grave delitto, troviamo un limitato conforto nel fatto che diverse autorità giudiziarie hanno accertato che i possibili moventi del delitto sono, in ogni caso, da ricollegare all'attività doverosa e istituzionale svolta, 'in modo specchiato', dal Procuratore Scaglione, soprattutto nella repressione della mafia". Come si legge nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare Antimafia (1976), dopo la strage di Ciaculli del 1963, in seguito alle inchieste condotte dall'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo e dalla Procura della Repubblica, diretta dal Procuratore Pietro Scaglione, "le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse". Tuttavia, come affermò Paolo Borsellino nel corso di un'intervista al quotidiano La Sicilia (2 febbraio 1987), "a partire dagli anni '70, la mafia condusse una campagna d'eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c'era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte...Accadde così per Scaglione...". In questo contesto, - come scrisse Giovanni Falcone nel libro Interventi e proposte - "l'uccisione di Pietro Scaglione...aveva, comunque, "lo scopo di dimostrare a tutti che "Cosa nostra" non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino".

5 maggio 2004 - BADALAMENTI, FUNERALI A PORTE CHIUSE IN WISCONSIN
ANSA:
MAFIA: BADALAMENTI, FUNERALI A PORTE CHIUSE IN WISCONSIN
CERIMONIA SU LAGO MICHIGAN DOVE VIVONO ALCUNI FAMILIARI
La famiglia di Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi morto in un carcere federale americano la scorsa settimana, ha scelto una localita' lontano dai riflettori per i funerali di don Tano. La cerimonia, secondo quanto ha appreso l'Ansa da fonti dell'Fbi, e' stata organizzata a Green Bay, una cittadina del Wisconsin affacciata sul lago Michigan, non lontano dal confine con il Canada.
Nei pressi di Green Bay risultano vivere alcuni parenti di Badalamenti e i familiari dell'ex detenuto hanno fatto di tutto per celebrare una cerimonia funebre di basso profilo e senza la presenza dei media. Non e' chiaro quale giorno sia stato scelto per il funerale, ne' quale sia il luogo della sepoltura.
Badalamenti e' morto a 80 anni giovedi' scorso nel centro medico penitenziario Devens ad Ayer, in Massachusetts, dove era stato trasferito a febbraio dalla sua cella nel carcere di Fairton (New Jersey) per l'aggravarsi delle sue condizioni in seguito ad un tumore. L'anziano boss avrebbe dovuto restare in cella, per la giustizia americana, fino al 2011, per scontare la pena legata all'inchiesta sul traffico internazionale di droga passato alle cronache come 'Pizza Connection'.
Dopo la morte, erano circolate ipotesi su una possibile sepoltura di Badalamenti in un cimitero nel Queens, dove sono sepolti molti ex protagonisti di Cosa Nostra americana, a partire dall'ultimo 'padrino' di New York, John Gotti. Nel Queens, tra l'altro, risulta ancora vivere la moglie di Badalamenti.

5 maggio 2004 - CASO GUNNELLA;PM RUSSO CITA IN GIUDIZIO ON. MACALUSO
ANSA:
MAFIA: CASO GUNNELLA; PM RUSSO CITA IN GIUDIZIO ON. MACALUSO
ACCUSO' IL MAGISTRATO DI AVERE TENTATO DI COINVOLGERE LA MALFA
Il sostituto procuratore della Dda di Palermo, Massimo Russo, ha citato in giudizio civile davanti al Tribunale di Roma l'on. Emanuele Macaluso per alcune dichiarazioni che quest' ultimo avrebbe fatto durante un convegno l' otto novembre scorso.
Macaluso avrebbe rivelato che un magistrato cerco' di coinvolgere sul piano della responsabilita' politica, Ugo La Malfa, quando era gia' morto, nell'indagine riguardante Aristide Gunnella, esponente siciliano del Pri, ed i suoi presunti rapporti con la mafia. Macaluso, secondo quanto riportato nell' atto di citazione dell'avv. Alessandro Benedetti che assiste il magistrato, non avrebbe fatto il nome del pm nel corso del convegno, ma, rispondendo ai giornalisti al termine dell' incontro, avrebbe detto che si trattava di Massimo Russo.
"Gli atti processuali - ha precisato l' avv. Benedetti - nei confronti dell' on. Gunnella, tutti prodotti in giudizio, dimostrano non solo la palese falsita' delle accuse di Macaluso, ma bensi' che fu lo stesso Macaluso a 'diffamare' la memoria dell' on. La Malfa e che, al contrario, fu proprio il dott. Russo, a ricordare nella sua richiesta di archiviazione per il Gunnella - ha concluso il legale - l'importanza della figura storica dell'on.La Malfa".

5 maggio 2004 - GIUDICI PALERMO RIGETTANO PROSCIOGLIMENTO PALAZZOLO
ANSA:
MAFIA: GIUDICI PALERMO RIGETTANO PROSCIOGLIMENTO PALAZZOLO
Il proscioglimento immediato di Vito Roberto Palazzolo e' stato chiesto oggi dall' avvocato Gianfranco Viola ma l' istanza e' stata rigettata dai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo che processano l' imputato per associazione mafiosa.
Secondo il legale, che ha sollecitato l' assoluzione del suo cliente - libero e latitante in Sudafrica - con la formula "perche' il fatto non sussiste", a dimostrare l' innocenza di Palazzolo, senza che sia necessario procedere nel dibattimento, ancora in fase istruttoria, sarebbe una recente ordinanza del tribunale del riesame di Palermo. Nelle scorse settimane i magistrati della liberta' avevano annullato l' ordinanza di custodia cautelare dell' imputato sostenendo che "allo stato, a suo carico, non sussistono elementi che raggiungano la soglia della gravita' indiziaria richiesta dalla legge per il reato di associazione mafiosa".
Il tribunale era intervenuto sulla vicenda a seguito di un precedente annullamento della misura da parte della Cassazione. Nella sua decisione la Suprema Corte aveva fatto riferimento ad una sentenza con cui il tribunale di Palermo aveva assolto Palazzolo dall' accusa di mafia. Secondo i giudici, l' imputato, a cui erano state contestati legami con Cosa Nostra fino al '92, sarebbe stato estraneo all' associazione a quella data. Per i magistrati romani il proscioglimento di Palazzolo rendeva indispensabile, dunque, che alla base della misura cautelare fossero poste contestazioni successive al '92 in quanto fino ad allora la posizione del presunto boss era coperta dal "giudicato assolutorio". Al tribunale del riesame di Palermo la Cassazione aveva infatti chiesto di verificare se a carico dell' imputato vi fossero indizi di partecipazione a Cosa nostra in epoca successiva a quell' anno. Negativa la risposta dei giudici della liberta', secondo i quali sull' appartenenza di Palazzolo alla mafia negli ultimi 12 anni vi sarebbero affermazioni generiche "prive di valore gravemente indiziante".
Ma la valutazione della difesa, a cui si e' opposto il pm titolare del processo Domenico Gozzo, e' stata rigettata dai giudici che hanno rinviato l' udienza al prossimo 16 giugno per la prosecuzione dell' istruttoria.
A novembre il tribunale dovrebbe tornare in Sudafrica per completare, in rogatoria internazionale, l' esame dei testi del processo.

5 maggio 2004 - GUP RESPINGE RICHIESTA DI ASCOLTARE PRESIDENTE CUFFARO
ANSA:
MAFIA: GUP RESPINGE RICHIESTA DI ASCOLTARE PRESIDENTE CUFFARO
Il Gup Piergiorgio Morosini non ascoltera' il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, nell' udienza preliminare in cui e' imputato l' ex assessore comunale Domenico Miceli (Udc), in cella dallo scorso giugno per concorso in associazione mafiosa, nell' ambito dell' inchiesta su mafia e politica.
Il giudice ha respinto la richiesta fatta dai difensori di Miceli dopo aver ascoltato il consigliere comunale Leonardo D' Arrigo (Udc), anche lui indagato, che doveva riferire di "un piano riservato" che avrebbe dato nel 2001 a Miceli, quando era a capo della commissione comunale per l' urbanistica.
D' Arrigo ha smentito questa circostanza. Di fatto le sue dichiarazioni sarebbero contrastanti con quanto detto da Miceli durante gli interrogatori e in base alle intercettazioni ambientali registrate a casa del boss Giuseppe Guttadauro.
Il consigliere, che e' indagato in base a quanto appreso dai carabinieri che ascoltavano le conversazioni fra Miceli e Guttadauro, rispondendo alle domande degli avvocati e dei pm, si e' difeso respingendo le accuse.
L' udienza e' stata rinviata a domani.

5 maggio 2004 - RIOLO, NEL '99 HO BONIFICATO CASA E UFFICIO DI CUFFARO
ANSA:
MAFIA: RIOLO, NEL '99 HO BONIFICATO CASA E UFFICIO DI CUFFARO
Risalirebbero al 1999 i rapporti fra il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro e il maresciallo dei carabinieri in servizio al Ros Giorgio Riolo, arrestato a novembre per concorso in associazione mafiosa nell' ambito delle talpe alla Dda.
Il dato emerge da un interrogatorio del sottufficiale effettuato dai pm il 26 aprile scorso e depositato agli atti del processo all' ex assessore comunale Domenico Miceli.
Riolo, che e' un tecnico specializzato nella collocazione di microspie, ha consegnato ai magistrati anche una lettera scritta di suo pugno in cui parla dei suoi rapporti con Cuffaro che, a suo dire, sarebbero iniziati nel '99 e proseguiti per qualche anno. Il maresciallo sostiene di avere effettuato "bonifiche ambientali" cinque anni fa a casa di Cuffaro su richiesta dell' allora collega Antonio Borzacchelli, eletto nel 2001 deputato regionale dell' Udc, in cella dallo scorso febbraio per concussione. In quella occasione a Riolo sarebbe stato chiesto di controllare l' esistenza di eventuali microspie non solo nell' abitazione dell' attuale Governatore, ma anche nell' ufficio dell' assessorato regionale all' Agricoltura, retto allora da Cuffaro.
Riolo prosegue sostenendo che un' altra bonifica da effettuare a Palazzo d' Orleans, sede del governo regionale, gli venne chiesta da Borzacchelli fra il 2001 e il 2002. Il maresciallo del Ros ha raccontato di essere stato chiamato dal collega, che nel frattempo era stato eletto deputato regionale, con la scusa di cercare un posto di lavoro per il fratello.
Il politico-maresciallo, secondo quanto dichiarato da Riolo, gli avrebbe detto di andare a Palazzo d' Orleans e di chiedere di Fabrizio Bignardelli, collaboratore di Cuffaro. Una volta giunto all' appuntamento negli uffici della presidenza, Riolo sostiene che sarebbe stato raggiunto da Borzacchelli che gli avrebbe chiesto di effettuare un controllo "di bonifica" nella stanza del presidente. Il tecnico afferma di avere accettato, tornando sul posto dopo alcuni giorni con l' attrezzatura, che in quel momento non aveva con se'.
Riolo, nella sua lettera, sostiene infine che Borzacchelli gli prospetto' di chiedere al presidente della Regione una grossa somma di denaro "per quello che aveva fatto". "Mi aspettavo qualcosa da Cuffaro e Borzacchelli - scrive Riolo - ma non mi fu consegnato nulla. Mi aspettavo qualcosa per compensare lo stress emotivo per quanto avevo fatto, in particolare dopo che avevo rivelato l' esistenza delle microspie a casa di Guttadauro".
Il maresciallo dei carabinieri, Giorgio Riolo, nella lettera che ha consegnato ai magistrati scrive di "sentire vergogna" per la vicenda giudiziaria in cui e' coinvolto e sostiene che si e' lasciato coinvolgere "in un mondo fatto di giochi, potere e malaffare".
Il sottufficiale dice di essere "con la coscienza sporca" e l' arresto e' stato per lui "una liberazione". Il militare tiene a precisare di "non aver mai aiutato la mafia" e non crede che l' imprenditore Michele Aiello possa essere un mafioso.
Ai magistrati cerca di dare una spiegazione per quello che ha fatto, e sostiene che "sperava di inserirsi in questo mondo squallido per ottenere - scrive Riolo - qualcosa per il mio futuro".

5 maggio 2004 - PRESENTAZIONE LIBRO "COSA NOSTRA, IERI, OGGI, DOMANI"
ANSA:
MAFIA: VIGNA, BILANCIO COSA NOSTRA RAPPRESENTA 9,5% DEL PIL
"E' difficile leggere i bilanci di Cosa nostra se non si riescono nemmeno a interpretare i bilanci della Parmalat. Non si puo' pensare che venga sciolta o commissariata un' impresa come quella mafiosa, che e' sempre in attivo, come del resto testimoniano i numeri". Lo ha detto oggi a Palermo, Pierluigi Vigna.
Il Procuratore nazionale antimafia ha partecipato a palazzo di giustizia alla presentazione del libro dal titolo "Cosa nostra, ieri, oggi, domani", scritto dal magistrato Gioacchino Natoli assieme all' avvocato Giovanni Di Cagno.
All' incontro hanno preso parte, oltre ai due autori, anche i parlamentari Carlo Vizzini e Giuseppe Lumia, componenti della Commissione nazionale antimafia; Carlo Rotolo, presidente della Corte d' Appello di Palermo, e lo studioso Alfredo Galasso.
"Gli utili della criminalita' organizzata si aggirano sui 200 mila miliardi delle vecchie lire - ha aggiunto Vigna - che rappresentano il 9,5 per cento del prodotto interno lordo italiano. Questi soldi arrivano dal malaffare,usura, estorsioni, traffici illeciti; per l' economia nazionale, questa situazione, rappresenta un grosso problema. Inoltre, l' economia di Cosa nostra contrasta con l' utilita' sociale e con la tutela del cittadino".
"Di recente - ha riferito Vigna - Giuffre' mi ha spiegato come funziona il meccanismo dell' aggiudicazione degli appalti da parte della criminalita' mafiosa: si comincia con la progettazione e si arriva fino all' esecuzione. Mi impressionano le leggi sul rientro dei capitali all' estero e sui condoni; chi non ha esplorato capitali si sentira' uno sciocco, un fesso e questo elemento incidera' sulla fiducia della gente, perche' il cittadino esemplare si sentira' tradito dal mancato rispetto delle regole".
Pierluigi Vigna ha indicato, quindi, i rimedi piu' urgenti da adottare per contrastare concretamente il fenomeno mafioso. "Le norme non bastano - ha osservato il Procuratore nazionale antimafia - ci vogliono le strutture. Nell' Unione Europea si sono ad esempio create le strutture, mancano pero' le norme di collegamento. Non si e', insomma, riusciti a creare un modello di associazione criminale. Mancano le leggi sulle squadre investigative comuni. E, negli ultimi tempi, sono anche diminuiti i collaboratori di giustizia di qualita': basti pensare che al 30 giugno del '98 erano 1.096 gli ex boss che sceglievano di cambiare registro, al 30 giugno del 2003 si e' arrivati solo a 1.164. Bisognerebbe chiedersi, a questo punto, come mai mancano i collaboratori di qualita'?".

MAFIA: VIZZINI, NUOVA COSA NOSTRA CERCA CONTATTI CON POLITICA
"La coscienza dell' antimafia deve vivere dentro ogni cittadino. Se ancora esiste un accordo fra i boss in regime di carcere duro e chi sta fuori, evidentemente il problema si e' risolto con la creazione di sottocircuiti".
Lo ha detto il senatore Carlo Vizzini, componente della Commissione nazionale antimafia, intervenendo nell' aula magna del palazzo di giustizia di Palermo, dove e' stato presentato il libro dal titolo "Cosa nostra, ieri, oggi, domani", scritto dal magistrato Gioacchino Natoli, in collaborazione con l' avvocato Giovanni Di Cagno.
"Lo Stato - ha sottolineato Carlo Vizzini - ha dimostrato di essere disposto a non trattare, rimane il fatto che non c' e' inchiesta di mafia dove non si senta parlare dei cosiddetti colletti bianchi, professionisti che fiancheggiano le organizzazioni di collegamento fra la mafia e le istituzioni".
"La nuova mafia - ha concluso il parlamentare - ha fiutato il vento e, dopo essersi accorta di non avere piu' i blocchi politici di una volta, cerca di creare contatti con la politica. Sarebbe politicamente sbagliato pensare di stabilire una tregua con la criminalita' durante la campagna elettorale. La mafia uccide la liberta' d' impresa, quindi la liberta' dei cittadini. Non vedo vicina la vittoria su Cosa nostra, a questo punto bisogna rivedere alcune leggi".

6 maggio 2004 - CASSAZIONE: ADDAURA; CONFERMATA CONDANNA PER TOTO' RIINA
ANSA:
CASSAZIONE: ADDAURA; CONFERMATA CONDANNA PER TOTO' RIINA
ANNULLATE CON RINVIO LE ASSOLUZIONI DEI BOSS GALATOLO
La corte di Cassazione ha confermato le condanne a 26 anni di carcere inflitte dalla corte d'assise d'appello di Caltanissetta ai boss Salvatore Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia per il fallito attentato dell'Addaura del 1989 ai giudici Giovanni Falcone e Carla Del Ponte. Annullate con rinvio le assoluzioni di Angelo e Vincenzo Galatolo. Le loro posizioni saranno riesaminate dalla seconda sezione della corte d'assise d'appello di Catania a cui i giudici romani hanno rimandato gli atti.
Confermata anche la condanna a 9 anni e 4 mesi per il collaboratore di giustizia Francesco Onorato. Gia' definitiva la pena di due anni ed otto mesi inflitta a Giovan Battista Ferrante che non aveva impugnato la sentenza di secondo grado.
Nel processo si erano costituiti parte civile le sorelle dei giudici Giovanni Falcone e Carla Del Ponte, difesi dall'avvocato Francesco Crescimanno, la provincia e il comune di Palermo, la Presidenza del Consiglio, i ministri dell'Interno e della Giustizia e il presidente della Regione siciliana.
Il 20 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono una borsa con 58 candelotti di dinamite sulla scogliera davanti alla villa che Giovanni Falcone aveva affittato per il periodo estivo.
L'indagine, archiviata nel 1994 a carico di ignoti, fu riaperta nel 1996 dopo le dichiarazioni di Ferrante. Il collaboratore, assieme ad alcuni pentiti come Angelo Siino, rivelo' che Cosa nostra voleva uccidere oltre a Falcone anche i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lheman, ospiti a Palermo per un'indagine riservatissima sul riciclaggio in Svizzera di denaro sporco della mafia siciliana.
L'anno scorso il pentito Nino Giuffre' ha confermato i progetti ideati da Riina, e ha sottolineato che il boss voleva eliminare i giudici perche' erano di "intralcio agli affari di Cosa nostra".

6 maggio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI PER CALUNNIA: INTERROGATO CIRFETA
ANSA:
DELL'UTRI: PM INTERROGANO IN AULA EX PENTITO CIRFETA
L' ex pentito Cosimo Cirfeta e' stato interrogato oggi pomeriggio in aula nel processo che lo vede imputato, assieme al senatore Marcello Dell'Utri, di calunnia nei confronti di altri collaboratori di giustizia che avevano indicato il politico colluso con i boss mafiosi e per il quale si svolge un altro dibattimento.
Cirfeta ha risposto alle domande del pm Antonio Ingroia. Era presente in aula anche Dell'Utri, che nelle scorse udienze ha comunicato ai giudici di non volere rendere interrogatorio.
Il procedimento per calunnia e' stato avviato in seguito all' inchiesta che la Dda di Palermo ha condotto sui pentiti Cosimo Cirfeta e Pino Chiofalo, accusati di avere tentato di destabilizzare, secondo l' accusa, insieme a Dell' Utri, alcuni collaboratori di giustizia che hanno reso dichiarazioni nell'altro dibattimento in cui il parlamentare deve rispondere di concorso in associazione mafiosa e per il quale si sta svolgendo la requisitoria.
Secondo gli inquirenti, Chiofalo e Cirfeta avrebbero cercato di convincere altri ex boss a sostenere la tesi che i pentiti si sarebbero messi d'accordo per accusare Dell'Utri e Berlusconi, in particolare Francesco Di Carlo, che in questo dibattimento si e' costituito parte civile.

6 maggio 2004 - TALPE DDA; ARRESTI DOMICILIARI PER MARESCIALLO RIOLO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; ARRESTI DOMICILIARI PER MARESCIALLO RIOLO
E' agli arresti domiciliari il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, finito in manette lo scorso novembre per concorso in associazione mafiosa. Lo ha deciso il gip di Palermo Giacomo Montalbano.
Riolo, indagato nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda, nelle scorse settimane aveva reso ampie dichiarazioni ai magistrati della procura, autoaccusandosi di avere rivelato l'esistenza di microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro.
Il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo ha consegnato nelle scorse settimane ai magistrati una lettera in cui ha scritto di "sentire vergogna" per la vicenda giudiziaria in cui e' coinvolto e che si e' lasciato coinvolgere "in un mondo fatto di giochi, potere e malaffare".
Il sottufficiale e' stato interrogato a lungo dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dal pm della Dda, Nino Di Matteo, ed ha confessato i retroscena dell' inchiesta in cui e' coinvolto.
Il sottufficiale dice di avere "la coscienza sporca" e che l' arresto e' stato per lui "una liberazione". Il militare tiene a precisare di "non aver mai aiutato la mafia" e di non credere che l' imprenditore Michele Aiello, arrestato anche lui a novembre per associazione mafiosa e adesso agli arresti domiciliari, possa essere un mafioso.
Il sottufficiale, poi, ha raccontato di avere "sperato di inserirsi in questo mondo squallido per ottenere qualcosa per il futuro".
Riolo era stato arrestato assieme al maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, che e' ancora in cella.

7 maggio 2004 - ROMANZO SU STRAGE DI VIA D'AMELIO
"Il Corriere della sera"
Esce il nuovo romanzo dello scrittore-poliziotto Piergiorgio Di Cara, "L´anima in spalla", che domenica si presenta alla fiera del libro
Quel giorno in via D´Amelio storia di uno "sbirro" sotto shock
Una volta scrissi un rapporto antimafia di oltre mille pagine Il pm mi disse che l´aveva divorato
Il racconto comincia dalla strage del ´92 che segna indelebilmente la vita dell´investigatore Salvo Riccobono
SALVATORE FERLITA
È un romanzo spietato sulla "sbirritudine" il nuovo libro del commissario di polizia palermitano Piergiorgio Di Cara. Si intitola L´anima in spalla (edizioni e/o, 158 pagine, 14 euro), ed è costruito su una storia mozzafiato di squadra mobile, tutta appostamenti snervanti e indagini serrate. Articolato con una scrittura ulcerosa, che procede per scosse, questo nuovo romanzo, che verrà presentato domenica al Salone del libro di Torino, rappresenta l´antefatto di Isola nera, il romanzo di esordio di Di Cara, e conferma le doti narrative del commissario-scrittore: la sua capacità di dar corpo all´alienazione dello "sbirro", costretto a vivere perennemente sotto pressione e a rinunciare alla sua stessa vita. L´azione prende l´abbrivio da un evento tragico, uno dei punti di non ritorno della storia civile di Palermo: l´attentato contro il giudice Paolo Borsellino. Il silenzio tipico della domenica, le macchine che posteggiano, le solite manovre: il giudice apre lo sportello, si guarda intorno avvicinandosi al citofono dell´appartamento della madre. È questione di attimi: un botto terribile, l´odore della carne bruciata, sangue dappertutto.
Salvo Riccobono, il protagonista di L´anima in spalla, ha la disgrazia di vivere nel palazzo di fronte: si affaccia da quello che resta del balcone e si trova già all´inferno. Quella strage segnerà per sempre l´antieroe di Di Cara, che non riuscirà più a cancellare quelle scene, e soprattutto quegli odori. "Era mia intenzione - dice l´autore - raccontare la dimensione del poliziotto talmente invischiato nel suo lavoro da perdere di vista tutto il resto. Volevo in pratica soffermarmi sulle conseguenze che il lavoro di sbirro ti lascia addosso, quella che in gergo viene definita "sindrome da eventi critici". Eventi dai quali non c´è possibilità di scampo, e che provocano disagi psicologici".
Questo romanzo sembra inserirsi nel solco delle invenzioni narrative generate dalla mafia: Malacarne di Calaciura, Almanacco siciliano delle morti presunte di Alajmo?
"Palermo è una città che è stata tragicamente segnata dalle uccisioni di giudici, poliziotti, giornalisti. Le stragi del ´92 rappresentano il punto di svolta della coscienza collettiva palermitana. Anche Cosa nostra è stata costretta a cambiare, da allora. Per non parlare delle strategie investigative, che sono state rivoluzionate. A tutto ciò va aggiunto che anche il volto della città è radicalmente cambiato. Il momento più importante di questo romanzo sono proprio le prime quattro pagine, quelle in cui racconto l´attentato".
Uno dei nodi centrali del libro è il rapporto tra verità investigativa e verità processuale. Come mai?
"Quando lavoravo alla squadra mobile, il mio ispettore mi ripeteva che ogni cosa su cui si indaga è destinata a confluire nel fascicolo del dibattimento. Bisogna quindi scrivere cose di cui si è certi, in modo tale da essere inattaccabili. Al processo, vale quello che si dimostra. È un problema molto serio, questo, che fa da sfondo a tutto quello che scrivo".
Se lei non avesse fatto il poliziotto, sarebbe diventato ugualmente uno scrittore?
"Sin da bambino volevo fare il commissario di polizia: questo è certo. D´altro canto, la passione per i libri mi accompagna sin dalla più tenera età. Penso che le due cose siano cresciute insieme. C´è stato però un punto di svolta che mi ha portato alla pubblicazione: i primi anni di squadra mobile, durante i quali sono stato costretto a ritmi forsennati, e per forza di cose in testa mi frullavano tante storie che poi riversavo nei verbali".
La stesura dei verbali, dunque, ha rappresentato per lei un importante tirocinio?
"In polizia mi hanno insegnato a scrivere in modo tale da cristallizzare il momento, per non lasciare spazio a diverse interpretazioni. Quando scrivevo i rapporti di fine indagine, ero costretto a raccontare i fatti e a inquadrarli nel loro contesto storico-geografico. Una volta scrissi un rapporto antimafia di più di mille pagine. Il pubblico ministero mi disse che l´aveva letto come un romanzo".

7 maggio 2004 - PORTELLA DELLA GINESTRA: CASARRUBEA CHIEDE RIAPERTURA INDAGINI
ANSA:
PORTELLA DELLA GINESTRA: STUDIOSO CHIEDE RIAPERTURA INDAGINI
CASARUBBEA SCRIVE A PROCURA COME PARTE LESA,PADRE FU ASSASSINATO
"A distanza di quasi sessant' anni dalla strage di Portella della Ginestra recenti ricerche e pubblicazioni mettono in evidenza nuovi elementi su una delle vicende piu' oscure della storia siciliana e italiana del Novecento". Comincia cosi' la lettera di Giuseppe Casarubbea al procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, nella quale lo studioso chiede la riapertura delle indagini su quella che e' stata definita la prima strage di Stato.
"Si registrano finalmente passi importanti nella direzione della scoperta della verita' - scrive Casarubbea, autore di pubblicazione sulla strage - dell' individuazione dei mandanti e degli esecutori materiali degli eccidi del 1 maggio e del 22 giugno 1947".
Il volume 'Come nasce la Repubblica', a cura di Nicola Tranfaglia, in libreria da pochi giorni, costituisce assieme ad una parte delle ricerche condotte dallo storico Aldo Sabino Giannuli per conto del giudice milanese Guido Salvini, "un contributo fondamentale - afferma Casarubbea - alla messa in luce di una serie di importanti avvenimenti degli anni 1943-1947. Tranfaglia e Giannuli attingono infatti ad archivi statunitensi e italiani rimasti inaccessibili per oltre mezzo secolo e completano il mio decennale lavoro di studio sull' argomento".
"Emergono ora documenti - aggiunge - che possono finalmente condurre alla verita', quella verita' che sarebbe stato impossibile appurare nel corso del processo svoltosi a Viterbo negli anni 1950-1952. Mio padre fu assassinato a Partinico il 22 giugno 1947 durante gli assalti alle Camere del Lavoro della provincia di Palermo".
"In qualita' di parte lesa - conclude Casarubbea - chiedo alla Procura della Repubblica di Palermo, competente per territorio, di riaprire le indagini su quelle stragi".

7 maggio 2004 - CASO GUNNELLA; MACALUSO CONTROQUERELA PM RUSSO
ANSA:
MAFIA: CASO GUNNELLA; MACALUSO CONTROQUERELA PM RUSSO
ACCUSA, FU LUI NON IO A TENTARE DI COINVOLGERE UGO LA MALFA
Emanuele Macaluso ha risposto con una controquerela alle accuse del sostituto procuratore della Dda di Palermo, Massimo Russo, che nei giorni scorsi lo ha citato in giudizio civile davanti al Tribunale di Roma. La controversia riguarda il ruolo del segretario del Pri Ugo La Malfa nei rapporti fra esponenti siciliani del Partito Repubblicano e ambienti mafiosi.
Lo scorso novembre, in un discorso pubblico a Bologna, ricordando la figura di La Malfa, Macaluso aveva affermato che un sostituto procuratore di Marsala, inquisendo Aristide Gunnella, aveva tentato di coinvolgere il leader repubblicano scomparso nel rapporto con la mafia siciliana. Poi, a una domanda dei giornalisti, Macaluso avrebbe detto che si riferiva a Massimo Russo, che svolse l'indagine sui presunti rapporti mafiosi di Aristide Gunnella, conclusa con l'archiviazione. Nel 1993, durante l'inchiesta, fra gli altri Russo ascolto' come testimone l'ex senatore comunista Macaluso. L'altro giorno, il magistrato ha citato in giudizio Macaluso accusandolo di palese falsita' e ha chiesto un risarcimento di 50 mila euro.
Ora la controquerela di Macaluso, che afferma: "Contesto in radice la fondatezza dei fatti e della pretesa giudiziaria del dr. Russo. Ho sempre nutrito nei confronti dell'on. La Malfa stima per le sue indubbie capacita' politiche e il suo elevato senso delle istituzioni, come dimostrano le mie reiterate e pubbliche prese di posizione. Rilevo per altro che e' stato lo stesso magistrato a scrivere, nella richiesta di archiviazione delle indagini sull'on. Gunnella, che l'operazione di ricerca dell'appoggio elettorale della famiglia mafiosa 'non solo ebbe l'avallo, ma fu verosimilmente ideata e stimolata dallo stesso La Malfa' ".
"Poiche' egli ha attribuito falsamente questa motivazione alla mia deposizione resa davanti a lui nel lontano 1993 - aggiunge Macaluso - ho deciso di presentare presso lo stesso Tribunale di Roma una domanda riconvenzionale per la diffamazione, questa si', compiuta a mio danno. Se il dr. Russo ha chiesto al Tribunale un risarcimento di 50 mila euro, io ne chiedero' uno di 150 mila, da destinare in beneficenza ai bambini del Terzo Mondo".

7 maggio 2004 - RIDOTTA CONDANNA PER RITORNO IN ARMI DI MAGGIO
ANSA:
MAFIA: RIDOTTA CONDANNA PER RITORNO IN ARMI DI MAGGIO
La corte d' assise d' appello di Palermo ha riconosciuto le circostanze attenuanti generiche all' ex collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio, nel processo suo 'ritorno in armi' in Sicilia, riducendo la pena dell' ergastolo, inflittagli dai giudici di primo grado, a 20 anni di reclusione.
Di Maggio, il pentito che parlo' ai magistrati palermitani, del presunto incontro tra il senatore a vita Giulio Andreotti e il boss Toto' Riina, era imputato insieme ad altri 15 imputati per associazione mafiosa ed omicidio.
Il processo prendeva in esame i fatti delittuosi connessi al ritorno in armi dei pentiti Di Maggio, Di Matteo e La Barbera in Sicilia tra il '95 e il '97. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Di Maggio (nonostante fosse un pentito tra i piu' accreditati per il contributo offerto alla cattura del superboss Toto' Riina) e' stato il protagonista di una sanguinosa faida per il controllo di una parte della provincia palermitana che, nel periodo tra il '96 e il '97, costo' la vita a Antonino Di Matteo, Giovanni Caffri' e Vincenzo Arato, persone vicine al boss rivale Giovanni Brusca.

9 maggio 2004 - COMMEMORAZIONE LIVATINO
"La Sicilia"
Livatino, eroe della legalità
Memorial a Riposto.
Presente il presidente dell'Antimafia, Centaro
Riposto. Da 10 anni il Memorial "Rosario Livatino" (organizzato dall'omonima associazione, presieduta da Attilio Cavallaro), costituisce un momento catalizzatore per quanti sono impegnati nella difesa di importanti valori, come quelli della legalità e della giustizia. Ieri mattina, è stata massiccia la partecipazione alla decima edizione del Memorial - ospitato nell'Itc "Pantano" e presentato da Patrizia Tirendi - di nomi di punta della magistratura, delle forze dell'ordine, della chiesa, della scuola, della politica e dell'informazione.
Tra gli intervenuti il presidente della Commissione nazionale antimafia, Roberto Centaro.
Folto è stato il gruppo di premiati: Franca Ciampi, Rosalia Corbo Livatino, Rosario Priore, Enrico Di Nicola, Renato Di Natale, Mario Busacca, Giacomo Scalzo, Stefano Dambruoso (sostituto procuratore a Milano impegnato in indagini sull'estremismo islamico), Ignazio De Francisci, Carlo Mastelloni, Gaetano Sparacia (del Dap), mons. Vigo, col. Franco Polizzi, Stella Cardillo, Luigi Gammino, Salvatore Virzì, i giornalisti Aldo Forbice, vicedirettore del Giornale radio Rai (il premio è stato ritirato da Antonello Musumeci) ed Enrico Carbone e tanti altri.
Tanta commozione, per le testimonianze del padre del vigile urbano catanese Aristide Amodeo, della moglie dell'agente Luigi Bodenza e di "mamma Mimma", madre dell'agente Salvatore Catalano, morto nell'agguato mafioso al giudice Borsellino.
"Mio figlio - ha raccontato Emilia Catalano - vive in tutti quei ragazzi che ho incontrato in giro per le scuole della nostra Sicilia, per diffondere quei valori cristiani che hanno caratterizzato la breve vita di mio figlio Salvatore".
Salvo Sessa

10 maggio 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: CONTINUA REQUISITORIA PM GOZZO
ANSA:
DELL' UTRI: PM, FININVEST NON HA CHIARITO PROVENIENZA DENARO
"C'e' stata la scarsa volonta' da parte della difesa di chiarire la provenienza di denaro arrivato nelle holding della Fininvest dal '77 al '78". Lo afferma il pm Domenico Gozzo nella requisitoria del processo al sen. Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Nell' ottava udienza dedicata all' atto d' accusa il pm ha parlato dei 17 miliardi di lire versati sui conti delle holding a partire dal dicembre '77, di cui la difesa non avrebbe, secondo la procura, dichiarato la provenienza.
I pm sostengono che questo denaro "fresco" sarebbe stato versato dai boss di Cosa nostra che in quel periodo volevano "investire a Milano". La circostanza era stata raccontata dal collaboratore di giustizia Andrea Di Carlo e dall' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda.
La requisitoria del Pm Domenico Gozzo e' proseguita con l' analisi delle operazioni bancarie ritenute "sospette". Il magistrato ha parlato di "atipicita' amministrative" e dei prestanomi di cui si sarebbe avvalso negli anni Settanta Silvio Berlusconi. Gozzo ha criticato la consulenza della difesa sui conti delle holging che costituiscono la Fininvest.
Il pm sostiene che il consulente di parte, il professore Paolo Iovenitti, avrebbe nagato "cio' che la Procura ha provato".
Gozzo ha ricordato le operazioni di schermatura che sarebbero state fatte per coprire alcuni versamenti bancari. "A nostro avviso - ha detto Gozzo - quanto affermato da Iovenitti e' falso". Il magistrato sostiene che dal 1975 al 1978 sui conti delle holding "non vi e' alcuna trasparenza".
"Alcuni casi - conclude il pm - ci spingono a sostenere che non vi e' la prova che non sono transitate somme di denaro di provenienza illecita e quindi che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia non sono veritiere".

DELL'UTRI: DIFESA, ATTACCO A IOVENITTI MASCHERA FALLIMENTO PM
"L' ingiustificato, infondato e inaccettabile attacco da parte del Pm al consulente tecnico della difesa, prof. Paolo Iovenitti, ha quale unico obiettivo quello di mascherare il fallimento delle tesi dell' accusa, alla vana ricerca di riscontri alle dichiarazioni dei pentiti, e dimostra la mancata comprensione da parte del Pm degli argomenti tecnici illustrati dal consulente". Lo sostiene, in una nota, il collegio di difesa del sen. Dell' Utri.
"Il prof. Iovenitti - proseguono i legali - per il periodo temporale oggetto dell' indagine, ossia dal 1978, anno di costituzione delle holding, al 1985, ha puntualmente ricostruito l' origine dei flussi finanziari relativi alle holding del gruppo Fininvest, compresa l' operazione di 17 miliardi di lire, dimostrando l' assoluta trasparenza di ogni singola operazione, nonche' fornendo per ciascuna di esse le specifiche motivazioni economiche ed aziendali sottostanti".
Per la difesa, "la veemenza con la quale il Pm ha tentato di screditare l' operato del prof. Iovenitti e' dettata solo dalla necessita' di coprire le gravi lacune del consulente dell' accusa, dott. Giuffrida, il quale, pur in possesso della necessaria documentazione, non e' stato in grado di individuare, nella propria consulenza e in dibattimento, la chiara origine lecita dei flussi finanziari delle holding".
"In base a queste premesse - conclude la nota dei legali di Dell' Utri - non sorprende che il Pm sia stato costretto, al fine di superare le proprie carenze probatorie, a fare ricorso all' abnorme inversione del principio dell' onere della prova, secondo cui deve essere l' accusa a provare la colpevolezza dell' imputato e non quest' ultimo a dimostrare la sua innocenza. Ma tale regola vale per tutti tranne che per il sen. Dell' Utri".

DELL'UTRI: DIFESA, UDIENZA PROCESSUALMENTE POSITIVA
Secondo il collegio di difesa del senatore Marcello Dell' Utri l' udienza di oggi sarebbe stata "processualmente positiva per la difesa".
"Si tratta di un tema - affermano gli avvocati Roberto Tricoli e Francesco Bertorotta - estraneo al processo. La pubblica accusa e' arrivata alla conclusione che le dichiarazioni di Rapisarda e Di Carlo non hanno trovato riscontro anche nella stessa consulenza realizzata per la procura da Giuffrida".
"Per questo motivo - concludono i difensori - e' un' udienza che processualmente e' positiva per la difesa".

DELL'UTRI: FININVEST, BUCO NERO RIGUARDA IMPOSTAZIONE ACCUSA
"Secondo l' accusa resterebbero troppi buchi neri nelle holding della Fininvest per difetto di trasparenza: mentre la ricostruzione del consulente della difesa era risultata priva di lacune e inattaccabile". Lo afferma, in una nota, la Fininvest riferendosi alla requisitoria pronunciata dal Pm nel processo al sen. Marcello Dell' Utri.
"Un buco nero - sostiene la Finivest - e' piuttosto ravvisabile nell' impostazione accusatoria che ignora il fondamentale principio dell' onere della prova, che non puo' essere rovesciato a carico dell' imputato, e tanto meno a carico di terzi estranei al giudizio".

11 maggio 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: CONTINUA REQUISITORIA PM GOZZO
ANSA:
DELL'UTRI: PM,COSA NOSTRA GLI CHIESE DENARO PER TRAFFICO COCA
Il finanziamento di una partita di cocaina proveniente dalla Colombia, l' interessamento per il trasferimento del boss Vittorio Mangano dal carcere di Pianosa e gli incontri con i mafiosi sono i punti sui quali si e' concentrata oggi la nona udienza della requisitoria - svolta oggi dal pm Mauro Terranova - nel processo al senatore di Forza Italia, Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il magistrato ha sostenuto che Cosa nostra avrebbe chiesto una somma di denaro di circa quattro miliardi di lire a Marcello Dell' Utri per finanziare un traffico internazionale di stupefacenti dalla Colombia. E Dell' Utri secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo La Piana "avrebbe dato - ha affermato l' accusa - la sua disponibilita"".
Il pm ha ripercorso le dichiarazioni fatte da La Piana, secondo il quale le richieste della cosca mafiosa a Dell' Utri passavano attraverso Vittorio Mangano.
Dell'Utri, secondo Terranova, avrebbe anche subito pressioni perche' si interessasse al trasferimento di Vittorio Mangano dal carcere di Pianosa a quello di Termini Imerese, a causa delle sue condizioni di salute.
L' udienza e' stata sospesa e il processo proseguira' il 17 maggio.

11 maggio 2004 - BORSELLINO: LIBRI E FICTION TV
ANSA:
LIBRI: DI CARA, BORSELLINO IL NOSTRO 11/9
IL ROMANZO DI UN POLIZIOTTO DELLA MOBILE DI PALERMO
(di Paolo Petroni) - "C'e' chi dice sia stato il nostro 11 settembre. E' un paragone che trovo retorico e superficiale, ma certo l'attentato a Borsellino e' qualcosa che non si puo' cancellare e che ha dato una svolta alla nostra storia recente", dice Piergiorgio Di Cara, scrittore e, oggi, commissario capo in Calabria, ma agente della mobile di Palermo dal 1994 al 2002.
Allora prese parte a molte importanti operazioni e catture che fecero notizia e oggi, in un romanzo appena arrivato in libreria, 'L'anima in spalla' (ed. E/O - 14,50 euro), ha sentito il bisogno di raccontare "quale sia la vita, dietro le quinte, di un poliziotto di prima linea, e chi siano i mafiosi, al di la' dei clichet dell'uomo con lupara e coppola o del gangster in doppiopetto".
Quando uccisero Borsellino era studente e sarebbe entrato in polizia l'anno dopo, come aveva sempre desiderato. Ricorda che quel 19 luglio 1992 era al mare, a Scopello, ed ebbe una telefonata di amici dopo la quale corse davanti alla tv "sentendo il dramma del momento, col cuore in gola e un dolore che era anche piu' di quello provato per Falcone, perche' questa seconda morte era praticamente annunciata e segnava la nostra totale sconfitta. Si sentiva che niente sarebbe stato piu' eguale a prima. Ai funerali incontrai il pm milanese Gherardo Colombo e con altri amici gli andammo a dire che ormai soltanto gente come lui poteva aiutarci. E per fortuna cosi' fu, quel giorno fu un punto di svolta".
Il romanzo si apre col protagonista, un ispettore di polizia, che sta ascoltando i Pink Floyd in casa a Palermo, in un appartamento in Via d'Amelio, quando sente uno scoppio e la facciata del palazzo che crolla, aprendo un baratro davanti alla sua stanza. "Questo inizio l'ho scritto qualche anno fa, di getto - racconta Di cara - e poi sono andato avanti, anche se ho finito prima l'altro libro cui stavo lavorando, 'Isola nera", uscito nel 2002 sempre per i tipi di E/O. Poi e' cresciuto sino a ora, raccontando emblematicamente le vicende di una citta' che vive la propria riscossa dopo quei terribili fatti, e col mio bisogno di raccontare dal di dentro il lavoro sconosciuto e particolare della squadra mobile. Un lavoro che conosco, anche se questo non e' un racconto autobiografico, sia chiaro, e non cito Borsellino. L'attentato, pur essendo quello, vuole prestarsi a simbolo di tutti coloro che hanno perso la vita nella lotta contro la mafia".
Da una parte Di Cara costruisce la figura di un ispettore spettatore impotente di tanto disastro, il cui dolore gli gravera' per sempre sull'anima (e il titolo, preso dalla 'Canzone di Piero' di De Andre', a questo fa riferimento) e dall'altra quella di un mafioso importante, come esce da ipotetici, inventati verbali della confessione di un pentito, che usa la lingua vera, quotidiana di quel tipo di gente, che ne racconta miti e riti, "dando - spera lo scrittore - autenticita' umana al personaggio che, pur sulla sponda opposta della barricata, rispetto all'altro, ha, per certi versi le stesse aspirazioni a una vita piu' tranquilla, borghese".
Puo' essere, per Di cara, che oggi "nella lotta alla mafia vi sia un calo di tensione, ma penso sia fisiologico. E' impossibile essere sempre, costantemente impegnati all'estremo, specie in un momento in cui le emergenze sembrano essere altre, il terrorismo internazionale innanzitutto".

TV: TIRABASSI E' BORSELLINO, 'PER NON DIMENTICARE'
IN AUTUNNO SU CANALE 5
(di Elisabetta Malvagna) - Quando il produttore Pietro Valsecchi gli propose di vestire i panni di Paolo Borsellino, Giorgio Tirabassi rispose: "Fallo fare a Bentivoglio". Ma a vederlo ora, impegnato nelle ultime riprese del film-tv 'Paolo Borsellino', in onda in autunno su Canale 5, fa impressione notare che il suo sguardo e' lo stesso di quello del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992.
Dopo tre settimane a Palermo, la troupe si e' spostata in una villa di Fregene, vicino Roma, per girare alcune scene ambientate a Villa Grazia, la casa al mare di Borsellino vicino a Punta Raisi. La scena e' quella di una riunione del pool antimafia che decide i primi arresti degli 'intoccabili' di Palermo, negli anni '80. Seduti attorno a un tavolo in giardino, Borsellino-Tirabassi, Giovanni Falcone (Ennio Fantastichini), Rocco Chinnici (Andrea Tidona), Ninni Cassara' (Ninni Bruschetta) e Beppe Montana (Santo Bellina). L'atmosfera e' sospesa, quasi surreale, l'emozione e' forte, anche se si tratta di una fiction: nella realta' tutti e cinque sono stati uccisi dalla mafia.
"E' stato un progetto molto complesso - spiega Valsecchi, autore del soggetto del film tv prodotto da Taodue Film - ed e' stato fondamentale l'appoggio della famiglia Borsellino, in particolare del figlio Manfredi. La sfida era raccontare questa storia non tanto puntando la macchina da presa sulla strage, il sangue, il fumo, l'orrore, quanto illuminando il lato piu' intimo e familiare". Tirabassi "aveva capito quanto fosse difficile e non voleva farlo. Ma io sapevo che era lui: dopo 5 anni insieme aveva la maturita' necessaria per fare una cosa cosi' importante".
"Molti giovanissimi neanche sanno chi era Borsellino - dice Tirabassi -. Spero che il nostro lavoro possa essere utile per far conoscere due persone che lavoravano per la legalita'. Il vero obiettivo del film e' dare un messaggio alle nuove generazioni, perche' queste cose non si ripetano".
Per l'attore - che sulla poca somiglianza somatica con Borsellino chiarisce subito 'non volevamo fare i cloni del Bagaglino' - questa e' stata un'esperienza importante "soprattutto dal punto di vista umano e interiore. Mi sono avvicinato a un personaggio grandissimo, che non e' un super-eroe, ma un padre di famiglia. Era figlio di farmacisti, un uomo di forti principi ma non incrollabili. Si e' trovato in una situazione e l'ha affrontata fino in fondo, pur sapendo che lo avrebbero ucciso".
Il film tv parte dall"85-'86, il periodo post-maxi processo e la formazione del pool antimafia, per riprendere nel 1991, quando Falcone sta per partire per Roma, la battaglia per creare la super procura, le stragi di Capaci e via D'Amelio. Sono state utilizzate immagini di repertorio che mostrano i personaggi reali, il maxi processo, i titoli dei quotidiani dell'epoca e i funerali di Falcone che, come spiega il regista Gianluca Tavarelli, al suo debutto televisivo, "sono qualcosa di irripetibile che non potevamo ricostruire".
Il ruolo della moglie e dei figli di Borsellino nella vicenda umana del magistrato e' uno dei punti fondamentali del film tv che ha tra gli sceneggiatori il giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni ("e' stato lui a introdurci nella famiglia Borsellino", dice il regista). "La lotta alla mafia non si fa solo con le armi, ma anche con la famiglia - afferma Tavarelli sottolineando il ruolo delle compagne dei due magistrati, Francesca Morvillo e Agnese Borsellino. "Borsellino ha potuto essere cosi' forte grazie a lei, che lo ha supportato nei momenti di disperazione assoluta ed e' sempre stata accanto ai tre figli in una situazione difficilissima. "La cosa che mi ha colpito di piu' - racconta Daniela Giordano, che veste i panni di Agnese - e' che nonostante tutto non abbia detto neanche una volta 'ma chi te lo fa fare?'. Non c'e' mai stato un cedimento, un contrasto. Agnese ha sposato Paolo ma anche il suo destino, nella piena consapevolezza. Per me questo film racconta una grandissima storia d'amore".
"Il privato e' tutto vero - sottolinea Tavarelli -. Non ci siamo presi licenze per scaldare la scena, anche se puo' a volte sembrare sopra le righe. E' tutto strettamente documentato". Un aspetto che ha affascinato i due protagonisti. "Abbiamo dovuto lavorare sul controllo delle emozioni - spiega Fantastichini - Falcone e Borsellino nonostante tutto riuscivano anche a scherzare fra di loro, a sorridere". "Pensavamo a un film molto drammatico - dice Tirabassi - ma poi abbiamo capito che non era giusto, che non dovevamo farci influenzare dal fatto che conoscevamo l'epilogo". Anche se, ammette, "tutti noi abbiamo dentro un dolore profondo, una lacerazione, perche' questo film gira intorno a sentimenti che nessuno di noi ha mai provato".

11 maggio 2004 - MANNINO CONDANNATO IN APPELLO A 5 ANNI E 4 MESI
ANSA:
MAFIA: APPELLO MANNINO; CORTE IN CAMERA DI CONSIGLIO
Sono entrati in camera di consiglio i giudici della corte d' appello di Palermo che processano l' ex ministro democristiano Calogero Mannino, accusato di associazione mafiosa ed assolto in primo grado. La sentenza della corte, presieduta da Salvatore Virga, e' attesa per il tardo pomeriggio.
Prima che i giudici si ritirassero per la decisone, l' imputato ha reso dichiarazioni spontanee.
Mannino, che ha ribadito la propria estraneita' alle accuse contestategli dal sostituto procuratore generale Vittorio Teresi, ha ricordato il suo impegno contro la mafia, "un impegno che caratterizzo' tutta la carriera politica".
L' ex ministro ha fatto riferimento al ruolo avuto nel dibattito parlamentare che porto' all' emanazione della legge Rognoni-La Torre, la normativa che per la prima volta introdusse il reato di associazione mafiosa e le misure di prevenzione antimafia.
Mannino ha poi parlato del congresso della Democrazia cristiana che si tenne ad Agrigento che segno' l' estromissione di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, poi condannato per mafia, e Gioacchino Pennino uomo d' onore divenuto collaboratore di giustizia. Mannino ha ricordato il proprio ruolo nell' allontanamento dal partito dei due politici, contestando le accuse rivoltegli proprio da Pennino che aveva parlato dell' esistenza di un accordo politico con l' imputato.
Infine, l' ex ministro ha ripercorso le tappe della sua carriera di segretario regionale del partito e le "battaglie contro la mafia da lui condotte in quella veste".

MAFIA: MANNINO CONDANNATO IN APPELLO A 5 ANNI E 4 MESI
L' ex ministro Calogero Mannino e' stato condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione per concorso in associazione mafiosa, dalla corte d' appello di Palermo presieduta da Salvatore Virga. In primo grado l' imputato era stato assolto.
La corte d' appello ha dichiarato colpevole l' ex ministro Dc per il concorso in associazione mafiosa "protratto - si legge nel dispositivo - fino al marzo '94".
I giudici hanno anche dichiarato l' imputato interdetto "in perpetuo" dai pubblici uffici e "interdetto legale e incapace di contrarre con la pubblica amministrazione durante la pena".
A Mannino e' stata applicata anche per un anno la misura di sicurezza della liberta' vigilata.
La Corte ha assegnato alla parte civile, rappresentata dal Comune di Palermo, una provvisionale di 50 mila euro.

MAFIA: MANNINO CONDANNATO IN APPELLO,SENTENZA RIBALTATA
CINQUE ANNI E QUATTRO MESI DI RECLUSIONE ALL' EX MINISTRO DC
(di Lirio Abbate)
I giudici d'appello ribaltano la sentenza di assoluzione di primo grado e indicano l' ex ministro dc Calogero Mannino come un politico che ha favorito la mafia. Lo avrebbe fatto fino al marzo del 1994 e per questo motivo e' stato condannato a cinque anni e quattro mesi di carcere.
Per queste accuse Mannino era stato arrestato il 13 febbraio 1995 ed era uscito dal carcere due anni dopo. I pm sostengono che avrebbe stipulato nei primi anni '80 un patto elettorale con Cosa Nostra agrigentina, e poi con i boss palermitani.
Nel 2001 l' imputato era stato assolto dai giudici della seconda sezione del tribunale, presieduta da Leonardo Guarnotta, la stessa sezione che sta processando il senatore Marcello Dell' Utri.
Il processo a Mannino puntava su alcuni argomenti, ritenuti fondamentali dal pm Vittorio Teresi: il pranzo alla Taverna Mose', in cui l' ex ministro partecipo' assieme a un gruppo di ufficiali medici e a due boss, e le nozze fra Maria Silvana Parisi e Gerlando Caruana, figlio del boss di Siculiana.
Nell' atto d'accusa ci sono anche i rapporti con gli esattori Salvo, di cui il pm ha dimostrato l' esistenza. C'e' il fatto che negli anni settanta, quando l'imputato era assessore regionale alle Finanze, concesse la gestione dell'esattoria di Siracusa: secondo i giudici si tratto' di un favore, che potrebbe essere stato, "frutto di una logica momentanea di mediazione politica degli interessi".
Sul sostegno elettorale dei mafiosi secondo l' accusa "c' e' la prova che Calogero Mannino stipulo', nel lontano 1980-'81, un accordo elettorale con un esponente mafioso della famiglia agrigentina di Cosa Nostra... Non si e' trattato di una semplice richiesta di voti del politico ad esponenti mafiosi...". Il riferimento e' a un incontro, raccontato dal collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino: il medico, mafioso di Brancaccio, ex dc di area cianciminiana, tratto' l'argomento a casa di Mannino, con il ministro e con Antonio Vella. I giudici di primo grado motivando questo episodio hanno scritto: "Un patto elettorale ferreo, avallato dall' intervento di un mafioso come Vella...". L'episodio raccontato da Pennino viene descritto cosi' dai giudici: "Costituisce una chiave interpretativa della personalita', che consente di invalidare buona parte del capitolato difensivo, volto a rappresentare Mannino come un politico immune da contaminazioni coscienti con ambienti mafiosi o addirittura vittima di chissa' quali complotti".
Ci sono poi gli appalti, dei quali parla il pentito Giovanni Brusca, e la vicenda della Sitas, la societa' che costrui' gli alberghi a Sciacca, di cui ha riferito un superteste, Mario Rossetto, che ha accusato Mannino di aver ricevuto denaro da imprenditori siciliani, sostenendo che ci fosse dietro la longa manus della mafia.
Mannino, quando era ancora deputato nazionale della Dc, ma non piu' ministro, era stato indicato per la prima volta come colluso con cosche mafiose della provincia di Agrigento dal pentito trapanese Rosario Spatola. Le rivelazioni del collaboratore erano state raccolte da Paolo Borsellino, all'epoca procuratore della Repubblica di Marsala. Gli atti erano stati pero' subito trasmessi per competenza territoriale alla Procura di Sciacca (Agrigento), perche' li', secondo, Spatola, si sarebbero tenuti summit mafiosi cui avrebbe partecipato anche l'ex ministro. Quell'indagine era stata archiviata dal procuratore di Sciacca, Messana, nel giro di pochi mesi.
Le nuove accuse che portarono all' arresto di Mannino derivavano da un'altra inchiesta, aperta dalla Procura di Palermo dopo le dichiarazioni di altri pentiti.
"Occorreva leggere i fatti in maniera globale e contestualizzarli in un momento storico preciso per giungere alla condanna" ha affermato il pg Vittorio Teresi, che ha sostenuto l' accusa nel processo. "E' una sentenza a sorpresa, in completo contrasto con tutto cio' che e' stato prodotto in questi anni" ha ribattuto l' avvocato Grazio Volo, del collegio di difesa.
Una "sorpresa" che traspare anche dalle parole di Mannino:
"E' una sentenza profondamente ingiusta, che non mi aspettavo. Adesso il mio calvario continua, ma la coscienza della mia innocenza mi da' la forza necessaria per andare avanti".

MAFIA: MANNINO; IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
(ANSA) - PALERMO, 11 MAG - Ecco il dispositivo della sentenza con la quale i giudici della terza sezione della corte d'appello di Palermo, presieduti da Salvatore Virga, hanno condannato l' ex ministro dc Calogero Mannino a cinque anni e quattro mesi.
"In riforma della sentenza del tribunale di Palermo, sezione seconda penale, in data 5 luglio 2001, appellata dal procuratore della Repubblica di Palermo nei confronti di Calogero Mannino, dichiara il predetto Calogero Mannino responsabile di unico reato di cui agli articoli 110, 416 bis c.p. protratto fino al marzo '94 e lo condanna alla pena di anni cinque e mesi quattro di reclusione nonche' al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio e di quelle del suo mantenimento in carcere durante la custodia cautelare".
"Lo dichiara - continua - interdetto in perpetuo dai pubblici uffici ed interdetto legale ed incapace di contrarre con la pubblica amministrazione durante la pena. Applica nei confronti del Mannino la misura di sicurezza della liberta' vigilata per un anno. Condanna il Mannino al risarcimento del danno in favore della parte civile, Comune di Palermo, da liquidarsi in separata sede assegnando una provvisionale di euro 50.000 nonche' alla refusione delle spese di entrambi i gradi del giudizio che liquida in complessivi euro 15.000 oltre iva e cpa. Indica in giorni novanta il termine per il deposito della motivazione".

MAFIA: MANNINO,IL MIO CALVARIO CONTINUA MA NON MI FERMO
(di Francesco Nuccio)
Le prime parole, dopo avere appreso dai suoi legali della condanna a cinque anni e quattro mesi di reclusione per concorso in associazione mafiosa, sono venate da un sentimento di sorpresa e sbigottimento: "E' una sentenza profondamente ingiusta che non mi aspettavo. Ritengo che non rispecchi la sentenza della Corte di Cassazione sulla configurabilita' del concorso esterno". Poi Calogero Mannino cerca di analizzare a freddo la decisione dei giudici d' appello: "E' una sentenza che ribalta il giudizio di primo grado - spiega all'Ansa - che nulla aveva concesso a me, ma che era solo il riconoscimento della mia innocenza con una interpretazione rigorosa della legge".
La sua voce e' flebile, ma senza incertezze: "Adesso - dice - il mio calvario continua. Ma la coscienza della mia innocenza mi da' la forza necessaria per sopportare questa ulteriore fatica. Ricorrero' in Cassazione, non mi resta altro da fare".
Ma l' ex ministro si aspettava questa condanna? "Onestamente no", ammette. Poi Mannino prova a spiegare questa diversita' di giudizio tra la sentenza di primo grado e l' appello: "I fatti sono fatti, e non sono cambiati - osserva - evidentemente e' mutato il clima dentro il Palazzo di Giustizia...".
Il leader indiscusso della Dc siciliana negli anni '80, quando da segretario regionale dello scudo crociato conio' lo slogan "contro la mafia, costi quel costi", si ritrova adesso con il marchio infamante di una condanna per concorso in associazione mafiosa. Mannino non lo dice esplicitamente, ma ha il dubbio che questa condanna possa essere stata determinata anche dal suo impegno politico: "Pensavo che i giudici di corte d' appello hanno sufficiente esperienza e serenita' per essere distaccati dalla contingenza politica. Adesso questa sentenza contraddice le mie valutazioni, e dimostra che il pregiudizio politico contro di me e' forte e puo' anche annidarsi tra i magistrati giudicanti".
Ma l' ex ministro democristiano come vede il suo rapporto con la politica dopo questa condanna: "In questi anni - spiega - sono stato abbastanza defilato. Non e' un problema che mi pongo minimamente, non me lo sarei posto in ogni caso. Anche se fossi stato assolto".

MAFIA: MANNINO; LA DIFESA, SENTENZA A SORPRESA
"Leggeremo le motivazioni della sentenza per valutare come sono giunti a decidere la condanna di Mannino". Lo ha detto l' avvocato Salvo Riela, difensore dell' ex ministro dc, Calogero Mannino, condannato oggi dalla corte d'appello a cinque anni e quattro mesi per concorso in associazione mafiosa.
Secondo l' altro difensore del politico, l' avvocato Graziella Volo, "si tratta di una sentenza a sorpresa, che e' in completo contrasto con tutto cio' che e' stato prodotto in questi anni".

MAFIA: MANNINO; PG TERESI, OCCORREVA LETTURA GLOBALE FATTI
"Occorreva leggere i fatti in maniera globale e contestualizzarli in un momento storico preciso per giungere alla condanna". Lo afferma il pg Vittorio Teresi, che ha sostenuto l' accusa nel processo a Calogero Mannino.
"Leggendo con attenzione fra tutti gli atti - afferma Teresi
- c'e' il principio che la promessa di aiuto a Cosa nostra non deve necessariamente produrre un risultato, ma e' sufficiente un' aspettativa perche' si verifichi il consolidamento dell' associazione mafiosa".
"Una lettura approfondita delle carte - conclude il pg - non poteva che portare a questo risultato. I processi a uomini politici non sono tout court processi politici ma vanno presi in considerazione uno per uno".

MAFIA: MANNINO; D'ONOFRIO, CASSAZIONE CONFERMERA' INNOCENZA
"Desidero esprimere, a nome di tutti i senatori dell'Udc, la convinzione profonda che la sentenza in Cassazione confermera' l'assoluta estraneita' di Calogero Mannino ad ogni compromissione con la mafia". Lo ha dichiarato il Presidente dei senatori dell'Udc, Francesco D'Onofrio, in riferimento alla sentenza di appello che ha condannato Calogero Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa.

MAFIA: MANNINO; GIOVANARDI, E' VITTIMA COME ANDREOTTI
SIAMO SICURI CHE SARA' ASSOLTO DOPO PROCESSO CHE E'GIA' UNA PENA
Mannino vittima come Andreotti. Cosi' il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi commenta la condanna per concorso in associazione mafiosa in secondo grado a carico dell'ex ministro democristiano.
"Come Giulio Andreotti - afferma il ministro centrista - anche Calogero Mannino e' vittima di una giustizia che prima incarcera, poi assolve, poi condanna e poi, siamo sicuri, assolvera' definitivamente in Cassazione dopo un processo infinito che e' gia' stato il massimo della pena per l'imputato".

11 maggio 2004 - REVOCHE 41 BIS A BOSS DI PRIMO PIANO
ANSA:
ANTIMAFIA: REVOCHE 41 BIS; LUMIA, CI SONO BOSS DI PRIMO PIANO
"Da una prima lettura dei nomi dei 72 detenuti mafiosi, fornita dal procuratore capo della Dna, Piero Luigi Vigna, emergono criminali di primo piano: queste revoche hanno prodotto un danno notevole e non possiamo accontentarci del niente che e' stato fatto finora". Cosi' Giuseppe Lumia capogruppo dei Ds in Commissione antimafia ha commentato - al termine dell'audizione del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Giovanni Tinebra - l'elenco dei nomi dei 72 boss mafiosi che sono ritornati, nel 2003, in regime di detenzione normale dopo l'entrata in vigore della nuova legge sul carcere duro.
Lumia ha anche reso noto che "solo in nove casi questi provvedimenti di revoca sono stati impugnati dai pubblici ministeri". "E gia' per il 2004 - ha proseguito l'esponente della Quercia - il carcere duro e' stato gia' revocato ad altri 12 mafiosi e anche tra questi figurano nomi che destano allarme". Per Lumia "e' giunto il momento di prendere atto che le cose non vanno bene e che c'e' una falla che va otturata: occorre correggere le norme ed aumentare l'efficacia nella gestione dell'amministrazione penitenziaria che gia' sta compiendo molti sforzi".
Il capogruppo diessino ha, infine, puntato il dito contro il ministro della Giustizia affermando "constato anche che il ministro Castelli, di fronte a questo fioccare di revoche, non ha operato".

ANTIMAFIA:REVOCHE 41BIS,ANCHE A KILLER BORSELLINO E LIVATINO
LA LISTA DEI 72 MAFIOSI AI QUALI E' STATO TOLTO IL CARCERE DURO
Anche i nomi di boss e killer mafiosi che uccisero il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, il giudice Rosario Livatino e il giudice Antonino Saetta col figlio Roberto, figurano nell'elenco dei detenuti che hanno ottenuto la revoca del carcere duro in seguito all'entrata in vigore della nuova legge sul 41 bis. Il carcere duro e' stato revocato a Francesco Tagliavia (condannato per la strage Borsellino); Paolo Amico (delitto Livatino); Pietro Ribisi (duplice delitto Saetta).
Per Tagliavia e Amico il carcere duro e' stato riapplicato poco dopo la revoca perche' gli inquirenti e l'amministrazione penitenziaria si sono accorti che avevano ripreso i contatti con le organizzazioni malavitose. Ma la maggior parte dei boss e dei killer che hanno avuto la revoca - come il capoclan della 'ndrangheta Rocco Mole' e il capoclan di Gela, Aurelio Cavallo - non sono tornati nei raggi del carcere duro e sono in normale regime detentivo.
Per quanto riguarda i motivi che hanno determinato la concessione delle 72 revoche nel 2003, fonti dell'amministrazione penitenziaria rilevano che "sono almeno 65 i casi dubbi".
In pratica, solo sei casi sono stati quelli di "revoche ineccepibili: quattro per motivi di salute e due per sopravvenuta scarcerazione". Invece le altre 65 revoche sono dovute in 18 casi "allo scioglimento del cumulo delle pene", in 14 casi "ad una interpretazione formalistica dell' aggravante mafiosa" (tra questi rientra la revoca per Tagliavia), in 24 casi "il regime di carcere duro non e' stato prorogato perche' non c'erano prove dell'attualita' del mantenimento dei contatti con il clan di appartenenza". In 8 casi - inoltre - "i magistrati hanno detto che siccome non si trattava di capoclan non si poteva applicare il 41bis" (che non richiede questa 'qualifica'). In un caso - infine - "i magistrati hanno stabilito che il mafioso si era dissociato e dunque meritava il carcere ordinario" (la dissociazione mafiosa non e' prevista).

ANTIMAFIA: REVOCHE 41 BIS, ANCHE A MANDANTE OMICIDIO SIANI
Anche il nome di uno dei mandanti dell'omicidio del giornalista de 'Il Mattino', Giancarlo Siani, avvenuto nel settembre del 1985 a Napoli, figura tra i detenuti che hanno beneficiato della revoca del carcere duro in seguito all'entrata in vigore della nuova legge sul 41 bis. Il carcere duro e' stato revocato a Luigi Baccante ritenuto affiliato all' ex clan Nuvoletta di Marano, nel Napoletano.
Baccante era stato condannato all'ergastolo, con sentenza definitiva, insieme con i boss Valentino Gionta e Lorenzo Nuvoletta - uno dei padrini della camorra, deceduto negli anni scorsi, che aveva legami con i Corleonesi - perche' coinvolto nell' omicidio di Siani, il giornalista del Mattino trucidato da due killer a Napoli. Baccante era stato ritenuto uno dei mandanti dell'omicidio.
Tra i malavitosi campani che hanno ottenuto la revoca del carcere duro figurano, tra gli altri, un esponente di spicco della camorra dei Quartieri Spagnoli, Salvatore Mariano. La sua cosca fu 'protagonista' di una sanguinosa faida per il predominio degli affari illeciti nel centro storico di Napoli con una clan rivale definito degli 'scissionisti'. Nell'elenco vi sono, tra gli altri, i boss Giuseppe Mallardo, della zona di Giugliano-Villaricca; il capocosca Antonio De Luca Bossa, ex potente padrino della zona di Ponticelli nella zona orientale della citta', nonche' un esponente di un clan del Casertano, Salvatore Belforte.

ANTIMAFIA: REVOCHE 41 BIS; KILLER 'NDRANGHETA IL DISSOCIATO
E' Bruno Rosmini, 43 anni, considerato dagli investigatori un killer spietato della 'ndrangheta, il detenuto che ha ottenuto - anche se la nuova legge non lo prevede - la revoca del carcere duro in conseguenza della sua dissociazione.
Rosmini comunico' alla fine di novembre del 2002 a