Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2004: marzo
1 marzo 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: DI NATALE, NON SO SE FININVEST PAGO' PIZZO
ANSA:
DELL'UTRI: DI NATALE, NON SO SE LA FININVEST PAGO' PIZZO
"Ho segnato nel 1995 sul libro mastro la parola serpente (alludendo al simbolo del biscione di Canale 5) e accanto la cifra 250 milioni di lire, la somma che avrebbe dovuto pagare la Fininvest per il pizzo sulle antenne installate a Monte Pellegrino. Questa voce mi venne detta da Pino Guastella, capo mandamento di Resuttana, ma non so se e' stata mai pagata". Lo ha detto il pentito Giusto Di Natale, ascoltato oggi in video conferenza nel processo al senatore di Forza Italia, Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il collaboratore di giustizia ha parlato delle sue frequentazioni con i boss delle famiglie mafiose di Resuttana e di altri mandamenti: "In particolare - ha aggiunto - frequentavano il mio ufficio, dove avevo fondato un club di Forza Italia nella seconda meta' del 1993, Nino Mangano, fratello di Vittorio, il fattore della villa di Arcore di Berlusconi, ma anche Pino Guastella, capo mandamento di Resuttana".
Secondo Di Natale, Guastella parlava per conto di Leoluca Bagarella, e fra di loro si sarebbero svolte diverse riunioni alla fine del 1994 per discutere "come arginare il fenomeno dilagante del pentitismo", in particolare quello "che riguardava l' articolo 192 del codice di procedura penale, cioe' il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei collaboratori su cui si sono basate molte condanne e arresti".
"Guastella fra settembre e ottobre del '94 - afferma Di Natale - mi disse che il problema dei pentiti si stava risolvendo. Anche un altro mafioso, Diego Di Trapani, era convinto dopo aver incontrato Provenzano che tutto sarebbe stato risolto e che in appello i boss sarebbero stati assolti in massa". Rispondendo alle domande dell' avvocato Enrico Trantino, il pentito ha detto di non aver mai chiesto, ne' saputo, chi erano i referenti politici o istituzionali dei capimafia.
"C' erano trasmissioni televisive - ha poi aggiunto il collaboratore - che attaccavano ogni giorno i pentiti ed i magistrati. Da quando le cose si sono sistemate questo tipo di informazione non si vede piu"".
Il processo e' stato rinviato a domattina. Il presidente Leonardo Guarnotta prevede di chiudere il dibattimento e programmare un calendario per la requisitoria.
"Giusto Di Natale non ha saputo indicare il motivo per cui l' unica emittente a pagare il pizzo sarebbe stata il serpente, e quindi la Fininvest, sebbene su Monte Pellegrino fossero presenti gli impianti di diffusione di tutte le emittenti televisive". Lo afferma l' avvocato Enrico Trantino, difensore del senatore Marcello Dell' mUtri, commentando le dichiarazioni del pentito che oggi e' stato interrogato in video conferenza.
Il collaboratore ha parlato della nascita di un club di Forza Italia, voluto dal fratello, e degli incontri con Nino Mangano (che non e' fratello di Vittorio Mangano) e Pino Guastella, capo mandamento di Resuttana. Da quest' ultimo sarebbero state riferite alcune promesse fatte da politici in favore dei boss detenuti.
"Di Natale - aggiunge l' avvocato Trantino - non ha saputo indicare in che cosa consistevano gli impegni assunti dai politici per la riforma dell' articolo 192 (il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei pentiti) e per quali ragioni queste garanzie fossero ritenute piu' concrete di quelle assunte e mai mantenute nel passato e che tanto avevano 'illuso' Cosa nostra".
"Appare - conclude il legale - significativo che le assicurazioni fornite da Di Trapani, e cioe' che tutto sarebbe stato risolto e che in appello i boss sarebbero stati assolti in massa, giunsero nel 1998 quando c'era al Governo il Centro sinistra".

MAFIA: FININVEST, MAI RICEVUTE RICHIESTE DI PIZZO PER TV
"In relazione alle notizie riguardanti la deposizione di certo Di Natale davanti il Tribunale di Palermo, la Fininvest smentisce recisamente di aver mai ricevuto alcuna richiesta a titolo di 'pizzo' per la gestione di impianti televisivi in Sicilia". Lo sostiene la Fininvest in una nota.
"Relativamente all'impianto sul Monte Pellegrino - e' scritto nel comunicato - la Fininvest fa presente di essere subentrata nell' esercizio di un impianto gia' attivato ed utilizzato da un' emittente locale e di aver proseguito la gestione senza subire richieste ricattative o turbative".

1 marzo 2004 - TALPE DDA; BORZACCHELLI E IANNI' RESTANO IN CARCERE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; BORZACCHELLI E IANNI' RESTANO IN CARCERE
TRIBUNALE DELLA LIBERTA' RESPINGE ISTANZA DEI DIFENSORI
Il tribunale della liberta' di Palermo ha rigettato la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del deputato regionale Antonio Borzacchelli (Udc), accusato di concussione nell' ambito dell' inchiesta sulla talpe alla Dda, e del responsabile della Asl di Bagheria, Salvatore Ianni', che deve rispondere di truffa aggravata.
Borzacchelli e' indicato dagli inquirenti come uno degli informatori di Michele Aiello, l' imprenditore della sanita' privata arrestato il 5 novembre per mafia; Ianni' avrebbe invece autorizzato falsi rimborsi alle cliniche di Aiello, che secondo la Procura ha truffato complessivamente allo Stato 40 milioni di euro. Entrambi erano stati arrestati nel febbraio scorso.

MAFIA:TALPE; GIUDICI,BORZACCHELLI NON ESCE PERCHE' PERSEVERA
DEPOSITATO RIGETTO ISTANZA SCARCERAZIONE, PERICOLOSO SOCIALMENTE
La pericolosita' sociale del deputato regionale dell' Udc, Antonio Borzacchelli, secondo il tribunale del riesame, "puo' ricavarsi dalla personalita' negativa dell' indagato", al punto che i giudici che hanno rigettato l' istanza di scarcerazione del politico accusato di concussione, "fa ritenere altamente probabile, se non addirittura certa, la reiterazione di identiche condotte".
Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri, per il tribunale del riesame (presidente Concetta Sole, relatore Mario Conte), dovra' restare in carcere. Il deputato regionale, si legge nel provvedimento, "ha posto in essere una condotta vessatoria ultradecennale nei confronti dell' imprenditore Michele Aiello, manifestando una pericolosita' direttamente proporzionale alla sua ascesa sociale, soprattutto nel campo della politica".
L' ex maresciallo e' coinvolto nell' inchiesta sulla talpe alla Dda che ha gia' portato in cella a novembre il manager della sanita' privata, Aiello, i marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo ed il radiologo Aldo Carcione. Secondo quanto raccolto dai militari del nucleo operativo di Palermo, Borzacchelli avrebbe intascato negli ultimi anni da Aiello un miliardo e mezzo di vecchie lire per ottenere informazioni riservate su indagini in corso e autorizzazioni sanitarie.
I giudici riportano nel provvedimento una dichiarazione di Aiello: "Nell' ottobre 2003 Borzacchelli incontro' Riolo e in quella occasione gli disse che temeva di essere arrestato e che il compenso che riteneva gli fosse dovuto per le attivita' che aveva svolto nell' interesse delle mie aziende gli doveva essere liquidato subito".
Ripercorrendo l' atto d' accusa dei pm, i giudici del riesame si soffermano su diversi episodi, evidenziando la personalita' "indiscutibilmente negativa", e lo descrivono come un "soggetto pronto a condizionare qualsiasi elemento che puo' costituire un ostacolo per il raggiungimento dei propri obiettivi".
L' atteggiamento di Borzacchelli e le dichiarazioni raccolte dai magistrati "testimoniano le enormi potenzialita' di inserimento nel mondo giudiziario ed, in particolar modo, nella polizia giudiziaria e, soprattutto, la capillarita' dei controlli che effettuava nei confronti delle persone che potevano interessargli".

2 marzo 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: VERSO INIZIO REQUISITORIA
ANSA:
DELL' UTRI: VERSO INIZIO REQUISITORIA
DATA SARA' INDICATA IL 15 MARZO
- Il presidente della seconda sezione del tribunale, Leonardo Guarnotta, si accinge a dichiarare chiusa l'istruzione dibattimentale nel processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il presidente Guarnotta indichera' il 15 marzo la data di inizio della requisitoria. e' stato reso noto stamane durante l' udienza. Le parti non hanno fatto alcuna richiesta istruttoria.
Centosettantadue udienze celebrate, 46 i collaboratori di giustizia interrogati in aula, 261 i testimoni citati dall' accusa e sentiti in udienza, alcuni dei quali coincidevano con quelli della difesa, mentre 77 sono i testi chiamati dai legali del parlamentare.
Sono i numeri del processo al senatore Marcello Dell' Utri, imputato a Palermo assieme a Gaetano Cina', presunto boss di Cosa Nostra.
Nel marzo dello scorso anno il processo ha rischiato di essere azzerato a causa della scadenza dell' applicazione del presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta (che nel frattempo e' stato nominato presidente del tribunale di Termini Imerese), e del giudice a latere Gabriella Di Marco. Problemi poi risolti con una ulteriore proroga all' applicazione.
L' inchiesta sull' ex presidente di Publitalia inizia nel 1994 e il 22 ottobre 1996 la procura di Palermo ne chiede il rinvio a giudizio. Il 19 maggio 1997 il giudice per l' udienza preliminare accoglie le richieste dei pm e rinvia gli atti al tribunale per il processo.
Il 5 novembre 1997 inizia il dibattimento davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale. Il collegio e' presieduto da Leonardo Guarnotta, giudici a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari.
L' accusa e' sempre stata sostenuta in aula dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, anche se il fascicolo della procura era intestato anche al procuratore aggiunto Guido Lo Forte, e ad altri due sostituti, Mauro Terranova e Umberto De Giglio.

3 marzo 2004 - MAFIA: PROCESSO STRAGI; CALO', CUPOLA NON ESISTE DAL 1981
ANSA:
MAFIA: PROCESSO STRAGI; CALO', CUPOLA NON ESISTE DAL 1981
PRESIDENTE CORTE, BRUSCA E CANCEMI SARANNO INTERROGATI DI NUOVO
"Sono pronto a sottopormi a un confronto con chiunque, insisto: la Commissione di Cosa nostra, nata non per decidere omicidi ma per risolvere le controversie tra le famiglie, e' stata sciolta nel 1981". Lo ha affermato il boss Pippo Calo' facendo spontanee dichiarazioni al processo per le stragi di Capaci e via D' Amelio, che si svolge davanti alla Corte d' assise d' appello di Catania.
Calo' ha contestato le affermazioni del pentito Nino Giuffre', presente all' udienza in video conferenza, che ha parlato di una riunione che si sarebbe svolta tra i vertici di Cosa nostra durante la quale la Cupola avrebbe deciso di dare il via alla stagioni delle stragi. Stessa linea difensiva ha tenuto un altro imputato, Carlo Greco, che, facendo spontanee dichiarazioni, ha accusato Giuffre' di "mentire sapendo di mentire" oppure di "fare grande confusione pur di ottenere la patente di pentito".
Durante il controesame gli avvocati hanno messo in dubbio l' attendibilita' del collaboratore. Uno dei legali, in particolare, gli ha contestato di avere detto oggi in aula che Giuseppe Montalto era presente alla riunione della Cupola mentre in un verbale del 7 ottobre del 2002 lo aveva escluso.
A conclusione dell' udienza, dopo una camera di consiglio, il presidente della Corte d' assise d' appello di Catania, Paolo Lucchese, ha emesso un' ordinanza con la quale ha accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Michelangelo Patane' di risentire Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi in relazione alla riunione del novembre del 1991 durante la quale la Cupola decise la stagione delle stragi di cui ha parlato Giuffre'. Saranno sentiti il prossimo 19 marzo.

4 marzo 2004 - CAMORRA: DELITTO IMPOSIMATO;ERGASTOLO PER BOSS CLAN NUVOLETTA
ANSA:
CAMORRA:DELITTO IMPOSIMATO;ERGASTOLO PER BOSS CLAN NUVOLETTA
Vincenzo Lubrano, boss del clan Nuvoletta, e' stato condannato all'ergastolo come uno dei mandanti dell'omicidio di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando Imposimato, avvenuto l'11 ottobre 1983. La sentenza e' stata emessa dalla Corte di assise di appello di Napoli
Una precedente sentenza di assoluzione di Lubrano emessa in in sede di appello a Napoli era stata annullata dalla Cassazione che aveva disposto il rinvio del processo davanti a una diversa sezione.
Come mandante del delitto negli anni scorsi e' stato condannato con sentenza definitiva anche l'ex cassiere della mafia Pippo Calo' che, secondo quanto emerso dalle inchieste, ordino' il delitto per una vendetta trasversale nei confronti del magistrato, all'epoca in servizio al tribunale di Roma, che stava svolgendo indagini sulle attivita' di Cosa Nostra. Per la organizzazione del delitto la mafia avrebbe chiesto l'intervento del clan Nuvoletta.

5 marzo 2004 - ECONOMIST: FINTA LETTERA DI PROVENZANO
"Il Corriere della sera"
Una finta lettera del padrino latitante Provenzano con un attacco al Cavaliere
La mafia e lo scherzo mal riuscito dell'Economist
Ladies and Gentlemen dell' Economist , scusate l'attacco formale: visto che abbiamo lavorato insieme, e vi leggo da vent'anni, sarebbe meglio " Hi there! ", o qualcosa del genere. Ma il tono l'avete scelto voi, con la lettera intitolata A capo's annual report (Il rapporto annuale di un capomafia), che comincia con "Signore, signori" e finisce con la firma: "Bernardo Provenzano, Boss dei Boss".
Vuol essere divertente, lo so. Ma non sono riuscito a ridere. Forse perché sono italiano, e sono un po' stanco di vedere le nostre tragedie trasformate in commedie per il mondo. Non siete gli unici, sia chiaro; ed essendo inglesi, anche quando toppate, lo fate con un certo stile.

Sul settimanale finta lettera del boss Provenzano
Provocazione dell'"Economist": con Berlusconi favori alla mafia
ROMA - La mafia? In Italia è viva e vegeta, parola di Economist . Il settimanale britannico torna ad attaccare Berlusconi pubblicando nel numero in edicola da oggi un rapporto che fa il punto della situazione su Cosa Nostra, attraverso un'immaginaria lettera scritta dal boss Bernardo Provenzano: gli affari vanno a gonfie vele grazie al "basso profilo" tenuto dai media e soprattutto grazie ad alcuni provvedimenti adottati dal governo italiano. Con l'escamotage della finta lettera, il giornale scrive che in Italia "è molto più facile riciclare denaro sporco e creare aziende fantoccio ora che è stato depenalizzato il falso in bilancio. L'atteggiamento ostile del signor Berlusconi ha aiutato nel minare l'autorità dei giudici". Sotto forma di ironico ringraziamento di Provenzano al governo, The Economist ribadisce così le sue perplessità sull'efficacia della lotta alla mafia. Lo aveva già fatto due anni fa, in un articolo intitolato "Comodo comfort per Cosa Nostra" in cui sosteneva che "amici politici" garantivano ai boss l'impunità (e la Sicilia veniva bollata come "il terzo mondo dell'Unione Europea"). Il premier, d'altra parte, è abituato agli attacchi del settimanale che, sin dalla candidatura a Palazzo Chigi, ha messo sotto la lente di ingradimento la carriera di imprenditore, le vicende giudiziarie e l'azione di governo. Una vera e propria grandinata di inchieste al vetriolo.
Tutto inizia il 27 aprile del 2001. Mancano pochi giorni al voto per le politiche e il giornale pubblica in copertina il volto di Silvio Berlusconi incorniciato dalla scritta "Unfit to lead Italy", inadatto a guidare l'Italia. All'interno un articolo spiega che "in qualsiasi democrazia che si rispetti sarebbe impensabile che l'uomo sul punto di essere eletto primo ministro sia finito sotto inchiesta per reati che non sono peccatucci". Scoppia la bagarre e l'autore del servizio, Xan Smiley, fa marcia indietro, dichiarando che "nonostante le sue ambiguità, Berlusconi è un uomo notevole, dotato di coraggio e fascino". Passano due anni e The Economist è di nuovo all'attacco.
Come se il tempo non fosse trascorso, ecco riapparire il titolo incriminato, questa volta declinato in chiave europea. "Unfit to lead Europe", scrive il giornale alla vigilia del semestre di presidenza Ue, e anche le accuse sono sempre le stesse: troppi processi pendenti e troppi conflitti di interesse. Alle penne inglesi non sfuggono poi le parole rivolte dal premier al tedesco Schulz ("ha superato persino i suoi standard di grossolana buffonaggine") e due mesi fa arriva la bocciatura definitiva: durante il suo turno di presidenza Roma ha fatto solo "giochetti".
Ma il colpo più violento viene sferrato nel luglio 2003. Il direttore Bill Emmott invia a Palazzo Chigi una lettera aperta e un dossier sui guai giudiziari del premier (il dossier più corposo mai pubblicato dall' Economist ): "Caro Mr. Berlusconi, le scrivo per porle alcune domande (28) alle quali ritengo che il pubblico abbia diritto di ricevere risposte, visto che questo non può più essere fatto attraverso i tribunali italiani..."
Livia Michilli

5 marzo 2004 - GRASSO, NESSUNO VUOLE DARE PIU' POTERE A CAPO DNA
ANSA:
MAFIA: GRASSO, NESSUNO VUOLE DARE PIU' POTERE A CAPO DNA
NESSUN GOVERNO SE NE ACCORGE, MAFIA INQUINA ECONOMIA E POLITICA
"Nessuno vuole dare piu' potere al Procuratore nazionale antimafia per combattere la criminalita' organizzata". Lo afferma Pietro Grasso, procuratore della Repubblica di Palermo, intervenendo al forum sul riciclaggio che si svolge ad Agrigento.
"Anche se nessun governo sembra accorgersene - afferma il capo del pool antimafia di Palermo - non bisogna essere dei profeti, degli indovini o avere la palla di vetro per prevedere che i collegamenti tra i gruppi criminali organizzati di statura internazionale finiscono per distruggere l' economia, per inquinare la politica, per minacciare la morale pubblica e privata".
"Ho delineato uno scenario catastrofico - aggiunge - ma non me la sento di finire il mio discorso senza una parola di speranza: ci sono tante persone che operano per cambiare tutto questo, una e' il Procuratore nazionale antimafia che tanto fa per contrastare, anzi vuole molti piu' poteri che nessuno gli vuole dare, proprio nell' ottica di questa mancanza di volonta' politica di combattere tale fenomeni".

6 marzo 2004 - ARRESTATO LATITANTE VERNENGO, CONDANNATO PER STRAGI 1992
ANSA:
MAFIA: ARRESTATO LATITANTE VERNENGO, CONDANNATO PER STRAGI '92
La guardia di finanza ha arrestato il latitante Cosimo Vernengo, condannato definitivamente per le stragi del 1992.
L' uomo e' stato catturato in un appartamento di Monreale. I militari hanno sfondato la porta e il boss non ha fatto alcuna resistenza.
I particolari dell' operazione saranno resi noti in una conferenza stampa convocata alle ore 11 presso gli uffici di viale Regione Siciliana della Guardia di Finanza.

MAFIA: PRESO VERNENGO,SCONTA ERGASTOLO PER VIA D'AMELIO
(di Giuseppe Lo Bianco)
Era latitante da quasi due anni, ma a Monreale, in un'anonima palazzina abitata da decine di famiglie, si nascondeva da circa un anno, come ha rivelato il sindaco del paese Salvino Caputo. Il Gico della Guardia di Finanza ha scoperto il suo rifugio due giorni fa e stamattina alle otto, senza accennare ad alcuna reazione, Cosimo Vernengo, 40 anni, e' stato arrestato dai militari delle Fiamme Gialle.
Figlio primogenito di Pietro, il boss fuggito (e poi catturato nuovamente) dal reparto oncologico dell'ospedale Civico di Palermo, Vernengo deve scontare un ergastolo diventato ormai definitivo per avere partecipato alla preparazione della strage di via D'Amelio, la piu' misteriosa delle stragi di mafia, che il 19 luglio del 1992 spezzo' al vita del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta.
"Lo abbiamo localizzato due giorni fa e, grazie anche alla collaborazione del Sisde, questa mattina - tre minuti prima delle otto i miei uomini hanno fatto irruzione nel rifugio". ha detto il colonnello Giuseppe Mango, comandante del nucleo regionale di polizia tributaria e del Gico siciliano della Guardia di Finanza. "Abbiamo concluso un' indagine che era cominciata all' indomani della irreperibilita' di Giuseppe Urso e Cosimo Vernengo, nel marzo del 2002, quando i due si sono sottratti all' arresto dopo la sentenza della Corte d' Appello di Caltanissetta per la strage di via D' Amelio", gli ha fatto eco il procuratore Pietro Grasso. "Da oltre un anno risulta che il monolocale nell' edificio che ospita decine di famiglie, nella zona nuova di Monreale, era in uso a Cosimo Vernengo, che lo utilizzava indisturbato - ha aggiunto il sindaco di Monreale, Salvino Caputo -; e' evidente che la cosca mafiosa di Monreale ha assicurato tutela e coperture a Vernengo".
Cosimo Vernengo e' figlio di Pietro, soprannominato "U tistuni', boss storico della mafia palermitana che agli inizi degli anni '90 si era reso protagonista di una clamorosa fuga dall' ospedale oncologico di Palermo. Titolare di un cantiere nautico recentemente sequestrato, e della fabbrica di ghiaccio intestata al fratello ma appartenuta al suo bisnonno, condannato all'ergastolo con sentenza passata in giudicato, e' latitante dal giorno della sentenza di appello del processo Borsellino bis, pronunciata a Caltanissetta il 18 marzo del 2002. Assolto in primo grado, ha sempre seguito le udienze a piede libero, tranne le ultime.
Ritenuto uno dei fedelissimi di Pietro Aglieri, avrebbe partecipato alle fasi preparatorie della strage contro il giudice Borsellino, in luoghi e situazioni che sono state ricostruite dalle varie sentenze dei processi per la strage di via D'Amelio (tre, in tutto, un quarto sui mandanti occulti ancora in fase di indagine) in modo non del tutto coerente. Vernengo, infatti, entra in scena il sabato mattina, a piazza Guadagna, dove, secondo il pentito Scarantino, insieme ad altri avrebbe ricevuto la notizia che il giudice era stato intercettato dal boss Gaetano Scotto, fratello di Pietro, tecnico di telefonia, che avrebbe compiuto l' intercettazione, quest' ultimo assolto pero' definitivamente in primo grado. Lo stesso giorno Scarantino lo indica tra i partecipanti alla preparazione, insieme al cognato Franco Urso, dell' autobomba nell' officina di Orofino, in via Messina Marine, in un luogo che i giudici del processo Borsellino uno, in via ormai definitiva, hanno escluso dallo scenario del delitto, assolvendo Orofino dalla strage e condannandolo solo per il favoreggiamento.

MAFIA: STRAGI '92; VERNENGO, STORIA DI UN 'FIGLIO D'ARTE'
SUO PADRE PIETRO FUGGI' 13 ANNI FA DALL'OSPEDALE CIVICO
Cosimo Vernengo, 40 anni, figlio primogenito di Pietro, il boss fuggito (e poi catturato nuovamente) dal reparto oncologico dell'ospedale Civico di Palermo e' uno dei 'rampolli' di una delle famiglie di mafia di piu' antica tradizione, quella di corso dei Mille, che ha 'regnato' nei territori della periferia orientale della citta', sotto il controllo della cosca di Brancaccio.
Titolare di un cantiere nautico recentemente sequestrato, e della fabbrica di ghiaccio intestata al fratello ma appartenuta al suo bisnonno, Vernengo, condannato all'ergastolo con sentenza passata in giudicato, e' latitante dal giorno della sentenza di appello del processo Borsellino bis, pronunciata a Caltanissetta il 18 marzo del 2002. Assolto in primo grado, ha sempre seguito le udienze a piede libero, tranne le ultime.
Ritenuto uno dei fedelissimi di Pietro Aglieri, avrebbe partecipato alle fasi preparatorie della strage contro il giudice Borsellino, in luoghi e situazioni che sono state ricostruite dalle varie sentenze dei processi per la strage di via D'Amelio (tre, in tutto, un quarto sui mandanti occulti ancora in fase di indagine) in modo non del tutto coerente. Vernengo, infatti, entra in scena il sabato mattina, a piazza Guadagna, dove, secondo il pentito Scarantino, insieme ad altri avrebbe ricevuto la notizia che il giudice era stato intercettato dal boss Gaetano Scotto, fratello di Pietro, tecnico di telefonia, che avrebbe compiuto l' intercettazione, quest' ultimo assolto pero' definitivamente in primo grado. Lo stesso giorno Scarantino lo indica tra i partecipanti alla preparazione, insieme al cognato Franco Urso, dell' autobomba nell' officina di Orofino, in via Messina Marine, in un luogo che i giudici del processo Borsellino uno, in via ormai definitiva, hanno escluso dallo scenario del delitto, assolvendo Orofino dalla strage e condannandolo solo per il favoreggiamento.
Vernengo, infine, e' tra i 'battistrada', secondo la sola chiamata di correo di Scarantino, che la mattina di domenica 19 luglio precede l' autobomba condotta da Aglieri sul luogo della strage. Il 'rampollo' di corso dei Mille viene indicato, infine, da Scarantino come presente (fuori dalla stanza) ad una riunione preparatoria della strage, alla quale avrebbe partecipato il gotha di Cosa Nostra, presieduta da Riina, nella villa di Giuseppe Calascibetta. La riunione e' stata pero' smentita da altri presunti partecipanti come Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, tutti i pentiti della 03mstrage di Capaci, e Calascibetta e' stato alla fine assolto.

MAFIA: VERNENGO; CATTURATO SEGUENDO UN FAMILIARE
"Il latitante si nascondeva in un miniappartamento alla periferia di Monreale. Lo abbiamo localizzato due giorni fa e, grazie anche alla collaborazione del Sisde, questa mattina - tre minuti prima delle otto i miei uomini hanno fatto irruzione nel rifugio".
Lo ha detto il colonnello Giuseppe Mango, comandante del nucleo regionale di polizia tributaria e del Gico siciliano della Guardia di Finanza, incontrando i giornalisti nella caserma delle Fiamme Gialle in Corso Calatafimi.
"Abbiamo concluso - ha detto il procuratore della Repubblica
- Pietro Grasso - un' indagine che era cominciata all' indomani della irreperibilita' di Giuseppe Urso e Cosimo Vernengo, nel marzo del 2002, quando i due si sono sottratti all' arresto dopo la sentenza della Corte d' Appello di Caltanissetta per la strage di via D' Amelio".
All' incontro con i giornalisti hanno partecipato anche il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e sostituto Maurizio De Lucia e Antonino Di Matteo, ed il generale Cosimo Sasso, comandante regionale della Guardia di Finanza.
Vernengo, 40 anni, e' stato spiegato era in possesso di un documento di identita' intestato ad una persona che gli inquirenti avrebbero gia' identificato. Nel covo della localita' " Al Giardino" gli investigatori del Gico sono arrivati seguendo un familiare.
Cosimo Vernengo e' figlio di Pietro Vernengo, soprannominato "U tistuni", che agli inizi degli anni '90 si era reso protagonista di una clamorosa fuga dall' ospedale oncologico di Palermo. Cosimo Vernengo deve scontare la pena dell' ergastolo in relazione alla strage del 19 luglio 1992.

MAFIA: VERNENGO; SINDACO MONREALE, RIFUGIO ERA NOTO
"Da oltre un anno risulta che il monolocale nell' edificio che ospita decine di famiglie, nella zona nuova di Monreale, era in uso a Cosimo Vernengo, che lo utilizzava indisturbato". Lo sostiene il sindaco di Monreale, Salvino Caputo.
"E' evidente che la cosca mafiosa di Monreale - aggiunge - ha assicurato tutela e coperture a Vernengo. E' necessario e indifferibile a questo punto attivare iniziative per rivedere i criteri di controllo del territorio".
Caputo ha inviato un telegramma di ringraziamento al generale della Guardia di finanza che ha comandato l' operazione.
Il contratto d'affitto del monolocale, ha spiegato il sindaco Salvino Caputo, era stato stipulato un anno fa da un palermitano, che fungeva da prestanome. Il dato e' emerso dopo la cattura di Vernengo.
Il boss viveva in un complesso residenziale sulla via Venero, nella zona nuova del paese, ricca di palazzine e insediamenti commerciali dove ogni giorno gravitano migliaia di persone.
"E' la prova - ha detto il primo cittadino - che il boss ha ottenuto coperture della cosca locale".

6 marzo 2004 - RITA BORSELLINO: LA MAFIA NON E' SCOMPARSA
"La Sicilia"
Rita Borsellino al convegno di Favara racconta l'evoluzione di Cosa nostra
"La mafia non è scomparsa, si è mimetizzata"
Favara. "Nell'ultimo decennio la mafia è cambiata molto, prima era una mafia molto evidente, vedi le stragi del '92 e del '93, oggi invece è più furba, è riuscita quasi a farsi dimenticare, ma proprio per questo più pericolosa perché non ne sappiamo più nulla".
Lo ha detto Rita Borsellino, a margine del convegno dal tema: "Baciamo le mani...no grazie, il futuro è nostro!!", che ha concluso la tre giorni del "Forum antimafia", organizzato dal comune di Favara, in collaborazione con l'Associazione "Libera" di don Ciotti.
"La presenza del fenomeno mafioso - ha detto la sorella del giudice trucidato nella strage di via D'Amelio - lo avvertiamo tutti giorni. Il silenzio quindi è più pericoloso perché prima la mafia suscitava la reazione della gente, mentre adesso viene subita ed accettata in silenzio. Si è persa quella capacità di reazione che dopo le stragi del 1992 aveva fatto la differenza".
Al dibattito è intervenuta tra gli altri il magistrato Laura Vaccaro.
"La strada che porta alla legalità è ancora in salita - ha detto il giudice favarese - perché purtroppo si registrano contiguità che lasciano sconcertati. L'attività invece dovrebbe testimoniare e parlare apertamente di lotta contro cosa nostra che non deve avere mai tregua, non deve avere quartieri. Lo dico soprattutto per Favara, dove temi di criminalità si uniscono a quelli di cultura e di mentalità mafiosa. Quì all'attività di repressione fatta dall'autorità giudiziaria e dalle forze dell'ordine, è necessaria un'attività di cultura antimafia che deve essere svolta da chi è deputato all'educazione scuola, chiesa, associazioni e chi svolge compiti pubblici. Senza di questo contro la mafia non c'è speranza".
Totò Arancio

6 marzo 2004 - BERLUSCONI ANNUNCIA QUERELA AD ECONOMIST
"Il Messaggero"
L' Economist e Provenzano, Berlusconi sporge querela
ROMA - La finta lettera di Bernardo Provenzano pubblicata dall'Economist, nella quale il boss elogiava alcuni provvedimenti del governo come la riforma del falso in bilancio, non è piaciuta a Silvio Berlusconi. Il premier ha dato mandato al suo legale, Niccolò Ghedini, di querelare il giornale inglese. E Ghedini ha dichiarato: "E' l'ennesimo articolo diffamatorio. L'Economist, dimostra la volontà non già di informare, ma di attaccare con immutata violenza il premier e l'Italia. La mafia e coloro che sono morti per combatterla, non sono argomento da trattare con toni e modi siffatti. Ancora una volta, dunque, dovrà essere l'autorità giudiziaria a intervenire".

6 marzo 2004 - CONFISCA PER BENI FALDETTA
"La Repubblica"
Scatta la confisca per ville, appartamenti e complessi aziendali di Luigi Faldetta, condannato per mafia
Tolti i beni al manager di Calò
Braccato dalla polizia, aveva intestato tutto a moglie e figli
Luigi Faldetta, indicato dai pentiti come "uomo d´onore" della famiglia di Porta Nuova e fedelissimo del boss Pippo Calò, era stato condannato per mafia ma avrebbe proseguito nel suo ruolo di manager per conto di Cosa nostra. E quando le indagini della Dia e della Procura si erano fatte più pressanti, avrebbe provveduto a disfarsi del patrimonio, utilizzando per le nuove imprese persone a lui vicine, innanzitutto la moglie e i tre figli.
Ne è convinta la Direzione investigativa antimafia, che ha ottenuto un provvedimento di confisca firmato dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale. Così gli investigatori hanno apposto i sigilli al patrimonio dell´imprenditore, che viene stimato in 25 milioni di euro, fra beni mobili e immobili. C´è persino un´elegante struttura ricettiva con 146 posti letto per ospiti non autosufficienti in provincia di Mantova, a Borgoforte.
L´esordio di Faldetta nelle cronache giudiziarie risale alla storica "cantata" del pentito Tommaso Buscetta, che nell´84 lo indicò come il rappresentante degli interessi economici del capo mandamento di Porta Nuova, Pippo Calò. Dietro suggerimento del padrino indicato come il "cassiere della mafia", Faldetta fu l´autore di una grande speculazione immobiliare in Sardegna, in società con il faccendiere Domenico Balducci e con Lorenzo Di Gesù, altro mafioso vicinissimo allo stesso Calò. Il pool antimafia di Falcone e Borsellino scoprì che Faldetta era l´intestatario dell´appartamento romano dove si nascondeva Pippo Calò da latitante.
Gli investigatori della Dia sostengono che, nonostante il suo coinvolgimento, già vent´anni fa, nel primo maxiprocesso alle cosche, Faldetta avrebbe continuato a essere, anche in epoca recente, "riferimento sicuro e affidabile per diversi affari illeciti orditi da Calò che lo riteneva ancora utilizzabile quale riciclatore di denaro sporco". Secondo la ricostruzione dell´accusa, che ha chiesto direttamente la maxi confisca di beni al Tribunale, Faldetta "sarebbe stato utilizzato con continuità dalla famiglia mafiosa di Porta Nuova e dal suo capo Calò, arrivando ad assicurare il riciclaggio di somme di ingente portata, anche fuori dal territorio siciliano". Le accuse nei confronti dell´imprenditore hanno già portato alla sua condanna a sei anni, emessa dalla quarta sezione del Tribunale.
Nell´elenco dei beni confiscati ci sono appartamenti in pieno centro, ville in provincia, quote societarie, conti correnti bancari e interi complessi aziendali. Per evitare i sigilli della magistratura, Faldetta aveva tentato di intestare i beni ai suoi familiari, la moglie Teresa Viglia, i figli Vincenzo, Roberto e Patrizia. Ma la scure della confisca è arrivata comunque: la Dia è riuscita a dimostrare "l´unicità" del patrimonio, ritenuto di origine illecita. Dell´imprenditore finito sotto accusa i pentiti dicevano: "È il portafogli di Pippo Calò, uno dei più importanti".
Adesso, con la confisca, si porrà il problema della destinazione dei beni, che dovranno essere riconvertiti a usi sociali, così come prevede la legge.

8 marzo 2004 - OMICIDIO FIGLIO DI MATTEO; TORNA IN CARCERE GALLINA
ANSA:
MAFIA: OMICIDIO FIGLIO DI MATTEO; TORNA IN CARCERE GALLINA
I carabinieri hanno arrestato il boss mafioso Salvatore Gallina, scarcerato nei giorni scorsi per scadenza dei termini. L' uomo deve scontare una condanna definitiva a 23 anni di reclusione per l' omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Gallina, secondo quanto hanno riferito i pentiti, avrebbe svolto il ruolo di carceriere durante il sequestro del bambino, poi strangolato e sciolto nell' acido su ordine di Giovanni Brusca.
Salvatore Gallina, 52 anni, originario di Carini, e' stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Carini su ordine della corte di assise d' appello che ha accolto la richiesta della procura generale, motivando il provvedimento con il pericolo di fuga.
Il boss era stato scarcerato nelle scorse settimane dai giudici del Tribunale del riesame di Palermo, perche' otto anni dopo il suo arresto il processo per il sequestro e l' uccisione del piccolo Di Matteo non si era ancora concluso.
Il collegio, applicando due pronunce dell' anno scorso della Corte costituzionale, ha fissato un principio importante, che potrebbe avere effetti immediati anche su altri procedimenti: e cioe' un processo in cui vengono trattati reati puniti con condanne che vanno da dieci anni all' ergastolo e in cui siano imputati detenuti, deve durare, fra indagini e dibattimento, un massimo di sei anni. Superato questo termine, l' imputato va scarcerato.
In seguito a questo provvedimento era scattato l' allarme scarcerazioni, e il ministero della Giustizia aveva avviato un monitoraggio per conoscere eventuali altri casi.

8 marzo 2004 - VIZZINI; SI STRINGE IL CERCHIO INTORNO A PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: VIZZINI; SI STRINGE IL CERCHIO INTORNO A PROVENZANO
SENATORE, OPERAZIONE DI OGGI AD ALCAMO E' SUCCESSO DELLO STATO
"Di successo in successo, le forze dell' ordine, in questo caso i carabinieri del Ros di Trapani, stanno demolendo l' organizzazione sul territorio dei boss di Cosa Nostra". E' il commento del senatore Carlo Vizzini, responsabile del Dipartimento di sicurezza e criminalita' di Forza Italia e componente della Commissione antimafia, all' operazione portata a termine la notte scorsa nel Trapanese dai militari dell' Arma.
"Sono convinto che si va stringendo il cerchio attorno al superlatitante Bernardo Provenzano - prosegue Vizzini - e che egli stesso cadra' nella rete tesa dall' intelligence investigativa. Quel giorno sara' chiaro che non ci sono scorciatoie per nessuno e che le porte del cercere duro sono destinate ad aprirsi per tutti i mafiosi, latitanti e non".
"Contemporaneamente - conclude Vizzini - occorre demolire la forza economica della mafia, confiscando i patrimoni dei boss e identificando ogni forma di riciclaggio per sottrarre alle organizzazioni criminali tutti i capitali sporchi".
"L' operazione di oggi - conclude Vizzini - e' la conferma dell' impegno del Governo, accanto alla magistratura, per vincere la sfida contro la mafia".

10 marzo 2004 - AUTOBOMBE 1993: GRAVIANO, ESTRANEO STRAGI, NON SI VUOLE VERITA'
ANSA:
AUTOBOMBE '93: GRAVIANO, ESTRANEO STRAGI, NON SI VUOLE VERITA'
'NON VENDO ANIMA' A CHI GLI CHIEDE SUOI PRESUNTI CONTATTI MILAN
Giuseppe Graviano, ritenuto capo del mandamento di Brancaccio, contesta i pentiti che lo accusano e dichiara di essere estraneo alle autobombe del 1993, per le quali afferma: "Non si vuole conoscere la verita' sulle stragi". Aggiunge inoltre che la "mia anima non la vendo a nessuno", riferendosi a chi gli chiede sempre quella che definisce "la stessa musica", ovvero la storia dei suoi presunti contatti al Milan per aiutare Giuseppe D'Agostino (arrestato con lui a Milano il 27 gennaio 1994), volti ad assicurare al figlio un futuro da calciatore.
Giuseppe Graviano, difeso dall'avvocato Giangualberto Pepi, ha parlato stamani in videconferenza dal carcere di Terni per l'interrogatorio al processo in corso a Firenze per il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma nell'autunno 1993, coimputato Toto' Riina.
Graviano ha parlato dei giorni successivi al suo arresto, quando, cosi' ha affermato, gli veniva detto che se non avesse collaborato sarebbe stato accusato delle stragi, che gli avrebbero applicato il regime del 41 bis. Ha ricordato che la prima ordinanza per le stragi gli fu notificata mentre era in carcere a Pianosa dove appena arrivato, ha detto, decise di collaborare Vincenzo Sinacori, uno dei pentiti che lo accusano e che "invece sa la verita', sa che Giuseppe Graviano non c'entra. Sinacori ha detto su di me bugie e ve lo dimostro". Per questo ha chiesto ai giudici di poter fare un confronto con Sinacori, richiesta poi rigettata.
Sull'oggi, spiega che, durante la detenzione a Terni, sono andati a trovarlo il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna e anche il procuratore di Palermo Piero Grasso. "Tutti la stessa musica - ha spiegato -: perche' volevo fare giocare questo ragazzo nel Milan". "Potete fare tutto quello che volete del mio corpo - ha aggiunto -, ma l'anima non la vendo a nessuno".
"Sono stato educato - ha detto ancora - a non fare del male, a non far fare del male. Sto mettendo a disposizione i mezzi per arrivare alla verita". "Qualsiasi esito di questo processo - ha detto ancora - non mi cambia nulla. Ho altre condanne con fine pena mai, economicamente mi hanno gia' preso tutto, ho fatto sei anni di isolamento mentre la legge ne prevede al massimo tre, sono sorvegliato 24 ore al giorno dalle telecamere. Come detenuto sto peggio dei talebani a Guantanamo. Mi hanno rigettato anche la richiesta di un insegnante per la matematica. Non vi sorprendete se fra un po' mi ammalero' per lo stress".
La prossima udienza e' stata fissata per il 24 marzo prossimo, quando parleranno i pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini per la requisitoria.

10 marzo 2004 - ALFANO; FIGLIA VITTIMA,INDAGARE SU MAGISTRATI MESSINA
ANSA:
MAFIA: ALFANO; FIGLIA VITTIMA,INDAGARE SU MAGISTRATI MESSINA
"Mi chiedo perche' non si riesca a fare pulizia all' interno del palazzo di giustizia di Messina. Si e' riusciti a portare davanti ai giudici perfino Giulio Andreotti, ma non si riesce a fare luce sulle connivenze fra una parte della magistratura ed i mafiosi". Lo ha detto Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe, ucciso da esponenti mafiosi nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, intervenendo al convegno dal titolo "L' occhio di Eva-Storie ordinarie di donne in guerra", che si e' svolto nella Sala delle Lapidi del Municipio.
"Ci sono state troppe omissioni nel palazzo di giustizia di Messina - ha aggiunto - Alcuni magistrati sono stati tirati in ballo dai pentiti, altri sono addirittura finiti in manette. Io mi chiedo, e chiedo, cosa c'e' dietro tutto questo".
Riferendosi al procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna la donna ha detto: "Lo incontrai il 23 maggio dell' anno scorso durante una puntata del 'Maurizio Costanzo Show' e gli chiesi di occuparsi del caso Messina, seguendo un percorso di legalita' attraverso l' organizzazione di incontri nelle scuole, ma non e' successo niente. L' ho cercato, mi sono messo in contatto con la sua segreteria, ma quegli incontri nelle scuole non sono stati organizzati".
Il convegno di stamattina si e' aperto con i saluti e una breve introduzione del vicepresidente vicario del Consiglio comunale, Pino Apprendi, promotore dell' iniziativa. Al convegno sono intervenute anche Dora Salas, giornalista argentina ed esule politica, sequestrata e torturata durante la dittatura del '70, Maria Ermanna Cunial, infermiera professionale che con "Emergency" in Afghanistan ha contribuito alla crescita e allo sviluppo del sistema sanitario in un paese "dove le donne - ha spiegato - devono chiedere il permesso agli uomini anche per recarsi dal vicino e farsi prestare due foglie di the'".
Il deputato regionale della Margherita, Leoluca Orlando, ha fatto propria la protesta di Sonia Alfano, sollecitando il procuratore nazionale antimafia Vigna a "non lasciare inascoltate le denunce della famiglia sulle gravi lacune, gli inspiegabili ritardi, le omissioni che hanno caratterizzato l' attivita' di accertamento delle responsabilita' per individuare mandanti ed esecutori del delitto Alfano".

MAFIA: ALFANO; AN, COMMISSIONE ANTIMAFIA ASCOLTI FIGLIA
"Troviamo molto gravi e inquietanti le dichiarazioni di Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe Alfano, assassinato dalla mafia nel 1993, soprattutto in riferimento ai suoi tentativi di ottenere indagini e attenzioni da parte delle istituzioni". Lo dichiarano i deputati di An, Nicolo' Cristaldi membro della commissione antimafia, e Giampiero Cannella, responsabile regionale di An per la sicurezza".
"Riteniamo che Sonia Alfano debba essere ascoltata dalla commissione nazionale Antimafia aggiungono i due deputati siciliani - e per questa ragione - insiste Cristaldi - ho chiesto al presidente della commissione Roberto Centaro di richiedere l'audizione della stessa per comprendere quanto da lei dichiarato".
I parlamentari hanno inoltre chiesto che la commissione ascolti il Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna per il suo personale interessamento sulla vicenda dell' assassinio di Beppe Alfano, dopo la personale richiesta inoltratagli dalla figlia Sonia.

11 marzo 2004 - AUTOBOMBE 1993: FAMILIARI VITTIME A GRAVIANO, RACCONTI LA VERITA'
ANSA:
AUTOBOMBE '93: FAMILIARI A GRAVIANO, RACCONTI LA VERITA'
"Probabilmente non conosciamo ancora tutta la verita'" sulle stragi con autobombe del '93, per questo Giuseppe Graviano "non commettera' alcuna azione indegna se questa verita' ce la dira' in un'aula di giustizia, anzi rendera' giustizia" alle vittime. E' il commento dell' Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, alla deposizione, avvenuta ieri, di Giuseppe Graviano al processo in corso a Firenze per il fallito attentato allo stadio Olimpico dell'autunno di 11 anni.
Graviano si e' detto estraneo alle stragi, sostenendo che non si vuole arrivare alla verita'. Graviano ieri ha anche detto che la sua anima non e' in vendita. "Vendere l'anima - e' la replica dell'Associazione - e' un'espressione della quale ci permettiamo di dire che Giuseppe Graviano non ne ha compreso il siglificato, altrimenti si renderebbe conto che l'ha gia' venduta tanto tempo fa, quando a qualcuno ha promesso uno 'scellerato' favore e non ha trovato il coraggio di farne il nome apertamente".

11 marzo 2004 - PM DEPOSITANO INTERCETTAZIONE TRA CUFFARO E CAPUTO
ANSA:
MAFIA: PM DEPOSITANO INTERCETTAZIONE TRA CUFFARO E CAPUTO
SINDACO MONREALE, DIALOGO SI RIFERISCE A NOMINA CONSIGLIERE
Una intercettazione telefonica tra il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro e il sindaco di Monreale, Salvino Caputo, e' stata depositata dai pm di Palermo agli atti dell' inchiesta sull' ex assessore comunale Domenico Miceli, in cella da giugno per concorso in associazione mafiosa.
La conversazione del Governatore, che e' indagato nell' ambito delle inchieste su mafia e politica e in quella che riguarda le talpe alla Dda, viene collegata dagli inquirenti a un' altra intercettazione, questa volta ambientale: il colloquio in carcere fra il medico Salvatore Aragona e la moglie. L' uomo rivela che il sindaco Caputo avrebbe avvicinato il suo difensore "su mandato di Cuffaro" - sostiene l' accusa - per impedirgli di rispondere alle domande del gip.
I carabinieri registrano la telefonata fra il presidente e il sindaco alle ore 18,23 del 9 dicembre. E' Caputo che chiama per avere informazioni circa un finanziamento al Comune di Monreale. Poi la discussione si sposta sull' inchiesta che coinvolge il Governatore. "Presidente - dice Caputo - devi stare tranquillo". E Cuffaro risponde: "Se me lo dici tu sto tranquillo".
Secondo Caputo "questo dialogo si riferisce alla nomina di un consigliere comunale dell' Udc che doveva diventare assessore". "E' una cosa vecchia - afferma il sindaco - in un primo momento avevo dato assicurazioni a Cuffaro per la nomina di questo politico, ma poi non e' stata fatta per diversi problemi".

15 marzo 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: PRESIDENTE CHIUDE ISTRUTTORIA DIBATTIMENTALE
ANSA:
DELL'UTRI: PRESIDENTE CHIUDE ISTRUTTORIA DIBATTIMENTALE
L' istruttoria dibattimentale del processo al senatore Marcello Dell' Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, e' stata dichiarata chiusa stamane dal presidente della seconda sezione del tribunale, Leonardo Guarnotta. L' inizio della requisitoria e' stato fissato per il 5 aprile prossimo.

DELL' UTRI: PROCESSO INIZIATO NEL 1997, 173 UDIENZE
Il processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, e' iniziato il 5 novembre 1997 davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale. Il collegio e' presieduto da Leonardo Guarnotta, giudici a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari.
L' accusa e' sempre stata sostenuta in aula dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, anche se il fascicolo della procura era intestato anche al procuratore aggiunto Guido Lo Forte, e ad altri due sostituti, Mauro Terranova e Umberto De Giglio.
Sono fino adesso 173 le udienze celebrate, 46 i collaboratori di giustizia interrogati in aula, 261 i testimoni citati dall' accusa e sentiti in udienza, alcuni dei quali coincidevano con quelli della difesa, mentre 77 sono i testi chiamati dai legali del parlamentare.
Dell' Utri e' sotto processo assieme a Gaetano Cina', presunto boss di Cosa Nostra. Nel marzo dello scorso anno il processo ha rischiato di essere azzerato a causa della scadenza dell' applicazione del presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta (che nel frattempo e' stato nominato presidente del tribunale di Termini Imerese), e del giudice a latere Gabriella Di Marco, quest' ultima ha potuto proseguire l' applicazione grazie ad una norma del 1945 del codice di procedura penale applicata dal presidente della corte d' appello, Carlo Rotolo.
L' inchiesta sull' ex presidente di Publitalia inizia nel 1994 e il 22 ottobre 1996 la procura di Palermo ne chiede il rinvio a giudizio. Il 19 maggio 1997 il giudice per l' udienza preliminare accoglie le richieste dei pm e rinvia gli atti al tribunale per il processo.
Per il 5 aprile e fissata l' avvio della requisitoria che dovra' impegnare circa otto udienze.

15 marzo 2004 - CALO', MAI ACCUSATO RIINA OMICIDI ECCELLENTI E STRAGI
ANSA:
MAFIA: CALO', MAI ACCUSATO RIINA OMICIDI ECCELLENTI E STRAGI
DOMANI PRIMA UDIENZA PRELIMINARE MORTE ROBERTO CALVI
"Io non ho mai accusato Riina, nel confronto con Salvatore Cangemi, di qualsivoglia responsabilita' di omicidio, sia eccellente o meno, sia delle stragi". La precisazione, autorizzata dai giudici di sorveglianza, giunge da Giuseppe (Pippo) Calo', detenuto nel supercarere di Marino del Tronto, e protagonista, lo scorso gennaio, di un animato confronto in videocollegamento con Cangemi, nel processo di appello per la strage di Capaci, innanzi la Corte di Assise di Appello di Catania.
Secondo Calo', la stampa avrebbe travisato il contenuto del confronto, riportando affermazioni non corrispondenti alla realta', tanto da ottenere il permesso di far pervenire una lettera di rettifica. "Quando ho detto nel confronto - scrive oggi l' ex capo mandamento di Porta Nuova - se c' era qualcuno che mi mandava a dire in carcere se ero d' accordo di uccidere il dott. Falcone, gli avrei risposto: 'chi ha deciso questo dovete portarlo in manicomio o ucciderlo'. Ma chi l' ha stabilito che io mi riferivo a Riina? E' sicuro che e' stato Riina a volere la morte del dott. Falcone? Perche' lo dicono i collaboratori?".
Calo' ha chiesto al presidente del collegio giudicante di fare una dichiarazione spontanea su quanto pubblicato dalla stampa "e cioe' che io davo la responsabilita' a Riina degli omicidi eccellenti che avevo elencato nel confronto e della strage del dott. Falcone. Mentre io - sottolinea - non ho dato nessuna responsabilita'. Ed e' stato lo stesso presidente a consigliargli di chiedere una rettifica".
Inoltre, "per quanto riguarda l' accusa che mi ha rivolto Cangemi sull' uccisione dei figli di Buscetta, il giornalista ha scritto che non ho dato risposta a questa accusa. Ma faccio presente che Cangemi non lo aveva mai detto prima di quel giorno. E poi per la scomparsa dei figli di Buscetta sono stato processato nel primo maxi processato e sono stato assolto con sentenza passata in giudicato".
Calo' figura come primo imputato anche nella prima udienza preliminare, in programma per domani al Tribunale di Roma, per il processo per la morte del banchiere Roberto Calvi. L' ex capo mandamento, assistito dagli avv. Gionni e Olivieri, seguira' l' udienza in videoconferenza. Gli altri imputati sono Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Manuela Kleiszig. Secondo l' accusa avrebbero agito in concorso tra loro e con persone ancora da identificare per cagionare la morte di Guido Calvi, trovato impiccato nel giugno 1982, sotto il Blackfriars Bridge a Londra per punirlo di essersi impadronito di ingenti quantita' di denaro appartenenti a Cosa Nostra. Quella di domani sara' la prima di quattro udienze gia' fissate fino alla fine di aprile, al termine delle quali il giudice decidera' se rinviare a giudizio gli imputati.

15 marzo 2004 - FAMIGLIA MATTARELLA CHIEDE 9 MILIONI A RIINA E GRECO
ANSA:
MAFIA: FAMIGLIA MATTARELLA CHIEDE 9 MILIONI A RIINA E GRECO
Dopo 24 anni i familiari di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana ucciso dalla mafia, presentano ai boss il conto del delitto: un risarcimento di oltre 9 milioni di euro. La richiesta e' stata presentata dal legale della famiglia, l' avvocato Antonio Coppola, a Toto' Riina e Michele Greco.
I due boss sono stati condannati all' ergastolo (la sentenza e' stata poi confermata dalla Cassazione) con altri esponenti della "cupola": Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calo', Francesco Madonia e Antonino Geraci detto Nene'.
L' atto di citazione e' firmato oltre che dalla vedova di Mattarella, Irma Chiazzese, anche dai figli Bernardo e Maria e sara' esaminato dal tribunale civile di Palermo il 10 maggio. Nell' agguato del 6 gennaio 1980, che fu compiuto davanti all' abitazione di Mattarella in via Liberta', la signora Chiazzese rimase lievemente ferita. Tra i primi ad accorrere e a dare l' allarme era stato proprio il figlio Bernardo, che ora e' avvocato e ricopre il ruolo di consigliere della Margherita alla Provincia di Palermo.
Mattarella era considerato uno dei piu' accreditati seguaci di Aldo Moro. Dopo la sua elezione alla presidenza della Regione si era impegnato in un' opera di rigenerazione morale della politica siciliana. Una delle ultime sue iniziative era stata un' ispezione al Comune di Palermo per verificare la regolarita' di un appalto per la costruzione di sei scuole. Era anche consapevole non solo della sua condizione di isolamento ma anche dei rischi ai quali si esponeva. Ne aveva anche parlato con i suoi compagni di partito e con la sua segretaria.
Per lungo tempo l' inchiesta sul delitto ha preso in considerazione anche una "pista nera". Ma i due esponenti neofascisti rinviati a giudizio, Valerio Fioravanti Francesca Mambro, sono stati assolti. A uccidere Mattarella era stata Cosa nostra che voleva bloccare un progetto di rinnovamento politico.

15 marzo 2004 - TALPE DDA; PM CALTANISSETTA INTERROGANO PM PALERMO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM CALTANISSETTA INTERROGANO PM PALERMO
TITOLARI INDAGINE SENTITI COME PERSONE INFORMATE SUI FATTI
I magistrati palermitani che coordinano l' inchiesta sulle talpe alla Dda sono stati sentiti nei giorni scorsi dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Francesco Messineo come persone informate sui fatti.
I sostituti nisseni indagano sull' eventuale coinvolgimento di colleghi palermitani nella rete di informatori che avrebbero passato notizie riservate all' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello, in carcere per associazione mafiosa.
Ai pm sarebbe stato chiesto di chiarire alcuni passaggi dell' indagine su Aiello e sul presidente della Regione Salvatore Cuffaro, accusato di concorso in associazione mafiosa, favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio.
La Procura di Caltanissetta, che indaga contro ignoti, nelle scorse settimane ha sentito anche i marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, arrestati insieme ad Aiello ed il medico radiologo Aldo Carcione finito in cella per violazione del sistema informatico della Procura.
L' attivita' istruttoria dei magistrati nisseni si sta avviando a conclusione. Sono state ascoltate tutte le persone coinvolte in questa vicenda e adesso il procuratore Messineo dovra' decidere se chiudere l'indagine o citare altri testi.

MAFIA: TALPE DDA; RIOLO, MICELI INCONTRAVA SPESSO UFFICIALE CC
Per piazzare le microspie nell' automobile dell' ex assessore comunale di Palermo, Domenico Miceli, in cella da giugno per concorso in associazione mafiosa, i militari del Ros avevano valutato l' ipotesi di approfittare delle sue frequenti visite alla Regione carabinieri "Sicilia", dove il politico incontrava un ufficiale dell' Arma.
Lo rivela ai sostituti della Dda il maresciallo Giorgio Riolo, arrestato a novembre nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe in procura. Il sottufficiale si e' auto accusato di avere riferito dell' esistenza di cimici a casa del capomafia Giuseppe Guttadauro al suo ex collega, Antonio Borzacchelli, oggi deputato regionale dell' Udc, finito anche lui in carcere a febbraio per concussione sempre per la stessa indagine. Da quelle intercettazioni gli investigatori scoprirono che Miceli avrebbe fatto da tramite, secondo gli inquirenti, tra Salvatore Cuffaro e il boss Guttadauro.
Riolo racconta ai pm in un interrogatorio, che Miceli era "spesso e volentieri" nell' ufficio di un tenente colonnello della Regione carabinieri. "Il colonello Melillo era amico di Miceli" sostiene Riolo. "Con lui - aggiunge - si tratteneva spesso, tanto che suggerii ai miei superiori di andare a mettere i microfoni nell' automobile di Miceli approfittando che era spesso in caserma, cosi' si evitava di rincorrerlo per la citta'".
Il sottufficiale ricorda che il politico era anche "amico e compagno di universita'" di un suo collega, il maresciallo Matteo Modica, in servizio anche lui al Ros. Ai magistrati ha cercato di spiegare gli intrecci che ci sarebbero stati fra Miceli e gli ambienti investigativi dei carabinieri. "All' interno dell' Arma - afferma Riolo - le indagini si sanno, non si conoscono perfettamente nel dettaglio, pero' si sa che uno sta lavorando in un certo ambiente e su un certo soggetto, ma non esattamente nei dettagli. Di Guttadauro negli ambienti dell' Arma si sapeva".

MAFIA: TALPE DDA; RIOLO,PAURA PER RITORSIONE SU MIA FAMIGLIA
Il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, arrestato a novembre per concorso in associazione mafiosa, ricostruisce i contatti con il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, nel periodo in cui vennero scoperte le microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro (estate 2001) e dichiara ai pm di "avere paura".
Il sottufficiale cerca di chiarire i motivi per il quale nei mesi scorsi ha tentato di "coprire" alcuni episodi che riguardano il Governatore e il deputato regionale dell' Udc, Antonio Borzacchelli, arrestato a febbraio per concussione. Tutti e tre sono coinvolti nell' inchiesta sulle talpe in procura.
"Prima stavo un po' deviando - afferma Giorgio Riolo nel verbale del 19 febbraio scorso - non perche' voglio nascondere qualche cosa, ma semplicemente per paura di ritorsione verso la mia famiglia".
"Dopo che tutte queste vicende sono finite sui giornali - aggiunge il maresciallo - io temo, insomma, per la sicurezza dei miei ragazzi, di mia moglie ed anche di me stesso all' interno dell' ambiente carcerario. Io ero preoccupatissimo sul fatto del ritrovamento di queste benedette microspie, e volevo sapere a tutti i costi se era stato Borzacchelli a dirlo a qualcuno".

16 marzo 2004 - PROCESSO DELL' UTRI: DAI GIORNALI
"L'Opinione"
Dell'Utri, in attesa di una sentenza annunciata
di Ruggiero Capone
"Qualunque sia la sentenza io ho già scontato la mia pena", asserisce laconicamente Marcello Dell'Utri nel giorno della chiusura del dibattimento in corso a Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa. E' bastata un'accusa così generica (certamente infamante) a fare di Dell'Utri il nemico pubblico numero: sbattuto sulle prime pagine dei giornali, usato a mo' di demonio dalle sinistre nelle campagne elettorali anti-berlusconiane, comunque tritato in ogni occasione come carne da macello, senza il benché minimo rispetto della dignità sua e dei suoi familiari. Un Dell'Utri certamente provato ma, al pari d'altrettanti celebri perseguitati della storia, certamente non vinto.
"Io, comunque - ha detto a margine del processo - ho dovuto cambiare vita. Quindi, o arriva un'assoluzione o una condanna, chi mi recupera il tempo che ho perduto? Nessuno. Sono, però, fatalista". L'esponente di Forza Italia, che ha annunciato che parteciperà a tutte le udienze della requisitoria della pubblica accusa, parlando della lunghezza del processo (iniziato nell'ottobre del '97): "E' un fatto patologico del paese". Ma aggiunge subito dopo: "se vogliamo, la lunghezza del processo può anche essere un fatto positivo, perché c'è una massima secondo cui il tempo è galantuomo. Io, ad esempio, avrei voluto sentire in aula qualche altro teste". Alla domanda su chi potrebbe essere, Dell'Utri ha risposto: "Mi sarebbe piaciuto sentire il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro (l'investigatore arrestato nel novembre 2003 perché ritenuto la talpa della procura). Proprio lui che ha indagato sul mio processo".
"Ma - ha aggiunto Marcello Dell'Utri - le sofferenze in tutti questi anni sono state tante, sofferenze che non auguro a nessuno. Ecco perché dico che, qualunque sia la sentenza, quando arriverà io ritengo di avere già scontato la mia pena". Il processo dovrebbe terminare, secondo le previsioni, subito dopo le vacanze estive 2004. Dopo quasi 7 anni e circa 200 udienze, si avvia verso la chiusura. Ad oggi sono stati ascoltati circa 50 collaboratori di giustizia e oltre 500 testi, tra l'accusa e la difesa. Tra i nomi più importanti spiccano quello di Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Cesare Geronzi, ma anche i giornalisti Enrico Mentana, Michele Santoro ed Emilio Fede.
E da certe domande fatte dall'accusa è parso di fare un salto nel tempo: un vero e proprio processo per diavoleria e stregoneria, non certo degno d'una giustizia che si sforza in tutti modi di dimostrarsi moderna per sventare qualsivoglia riforma sia del comparto che delle carriere dei magistrati. I difensori, Roberto Tricoli, Enrico ed Enzo Trantino, Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorotta, hanno chiesto al presidente del Tribunale, Leonardo Guarnotta, di acquisire al processo una sentenza di Cassazione che riguarda l'ammissibilità delle dichiarazioni di un pentito, ma anche i verbali resi dal collaboratore Francesco Onorato nel '96.
Comincerà il prossimo 5 aprile la requisitoria dei pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia nel processo in cui Dell'Utri è imputato assieme a Gaetano Cinà: come deciso ieri dal Tribunale di Palermo. Secondo le previsioni, la requisitoria dovrebbe durare circa 15 udienze. Alla chiusura del dibattimento sono stati dichiarati utilizzabili dal Tribunale "tutti gli atti acquisiti durante il processo, le dichiarazioni dei testimoni, i documenti acquisiti, le dichiarazioni spontanee dell'imputato, gli esami dei pentiti e quelli dei testimoni". Secondo quanto stabilito, il processo riprenderà il 5 aprile con la requisitoria dell'accusa che proseguirà ogni lunedì e martedì (escludendo la Pasquetta lunedì 12 aprile) presumibilmente per una decina, o una dozzina, di udienze.
Al termine, Ingroia e Gozzo depositeranno una corposa memoria scritta. Verosimilmente, tra la fine di maggio e i primi quindici giorni di giugno l'accusa dovrebbe chiudere la requisitoria. Subito dopo, sempre a ritmo serrato, la parola dovrebbe passare alla difesa che certamente richiederà almeno lo stesso numero di udienze per potere esporre le proprie tesi. L'avvocato Enzo Trantino commenta: "c'è una serenità non retorica".

16 marzo 2004 - FILM TV SU BORSELLINO
"La Repubblica"
Gianluca Tavarelli gira a Palermo il tv movie per Canale 5
"Omaggio a Borsellino giudice diventato simbolo"
Tirabassi: mi ha colpito la sua consapevolezza
Ennio Fantastichini interpreta Falcone. Nel cast Burruano, Claudio Gioé e AndreaTidona
MARIO DI CARO
PALERMO - "Questo non è un film, è una missione per conto della giustizia. È importante fare conoscere a tutti la figura di Borsellino, soprattutto in un momento come questo in cui la giustizia sembra a disposizione di una o due persone". Giorgio Tirabassi è appena uscito dalla lunga seduta di trucco che gli ha imbiancato baffi e capelli per avvicinarlo all´età di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso nella strage di via D´Amelio a cui è dedicato il film tv che Gianluca Tavarelli ha cominciato a girare ieri. Sulla spiaggia di Capaci, complice una giornata di sole e mare piatto, Tavarelli ha ambientato le ultime ore di relax del giudice, in quella domenica del 19 luglio 1992, poco prima di andare all´appuntamento con la morte sotto casa della madre: una passeggiata sulla sabbia al fianco della moglie Agnese, interpretata da Daniela Giordano, mentre tutt´attorno i giovani giocano a calcio o prendono il sole.
"Forse la cosa più importante del film è la sua consapevolezza della morte - spiega Tirabassi - Tutti quanti, anche in famiglia, avevano maturato l´idea della sua morte col passare del tempo, anche prima della strage di Capaci. Confesso che l´idea di interpretare un personaggio come Borsellino mi ha spaventato perché è un eroe molto riconoscibile, molto presente nella memoria della gente. E quando ho capito la mole di lavoro che mi aspettava ho preferito discostarmi, scegliendo di recitare in italiano con un leggero accento siciliano. La cosa che mi tranquillizza è la sceneggiatura, sulla quale posso appoggiarmi, il trucco, la collaborazione di un bravo regista come Tavarelli. Diceva Borsellino che la paura deve essere uno stimolo per fare meglio".
Prodotto dalla Nova Film, e sceneggiato da Attilio Bolzoni, Giancarlo De Cataldo, Leonardo Fasoli e Mimmo Rafele, il film andrà in onda in due puntate su Canale 5. Accanto a Tirabassi recitano Ennio Fantastichini nel ruolo di Falcone, Luigi Burruano nei panni del pentito Buscetta, Claudio Gioè in quelli del giudice Ingroia, "allievo" di Borsellino alla Procura di Marsala, mentre Andrea Tidona è Rocco Chinnici, il capo dell´ufficio istruzione ucciso anch´egli da un´auto bomba.
Ma perché un film su Borsellino, dodici anni dopo la strage? "Perché credo che in fondo della vicenda di Falcone e Borsellino sia stato raccontato molto poco - risponde Tavarelli, l´autore di Liberi - Il fascino di questi uomini sta nel fatto che nei loro sorrisi, nei loro occhi c´è una consapevolezza diversa dalla nostra. Facendo i sopralluoghi in quella via crucis della mafia che è Palermo ho avuto la sensazione di essere di fronte alla Storia, quella con la S maiuscola, quella che mia figlia studierà a scuola".
Uno dei momenti più toccanti del film sarà ambientato in un salone da barbiere, quando Borsellino fu raggiunto dalla notizia che il suo amico Giovanni Falcone era saltato in aria a Capaci. "Il barbiere di Borsellino ci ha raccontato commosso quei minuti concitati - dice il regista - quando il magistrato, che si stava facendo tagliare i capelli, sbiancò in volto ed ebbe un mancamento. Per me è stato molto emozionante immaginare Borsellino in quel momento, uno dei più importanti del nostro dopoguerra".

IL FILM
In programma due puntate per Canale 5, le riprese avviate ieri a Capaci
Ciak sulle ultime ore del giudice "I ragazzi debbono conoscerlo"
Nella fiction dodici anni di storia siciliana e di omicidi, fino al massacro del 19 luglio
A Giorgio Tirabassi il ruolo del magistrato "È una missione per conto della giustizia Puntiamo a riattivare la sensibilità antimafia"
MARIO DI CARO
Quella maledetta domenica del 19 luglio ´92 riappare con l´immagine placida di una spiaggia che non lascia certo presagire l´agguato del tritolo. È lo sfondo scelto dal regista Gianluca Tavarelli per raccontare le ultime ore di relax di Paolo Borsellino prima di andare al suo appuntamento con la morte, in via D´Amelio. Dodici anni dopo la strage, il regista di "Liberi" comincia a girare sul litorale di Capaci la fiction dedicata al magistrato antimafia e che andrà in onda in due puntate su Canale 5. Dodici anni di storia e di delitti, dall´omicidio del capitano Basile, nel 1980, alle stragi del ?92, che fanno rivivere i protagonisti di quell´epoca come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Tommaso Buscetta. E allora fa una certa impressione vedere quell´uomo con baffi e capelli spruzzati di grigio che passeggia sulla sabbia al fianco della moglie, l´attrice Daniela Giordano che impersona Agnese Borsellino, ignari del massacro preparato da Cosa nostra.
Quell´uomo è Giorgio Tirabassi, l´ispettore Ardenzi di "Distretto di polizia" e ora protagonista di "Borsellino", costretto a sottoporsi a un faticoso processo di invecchiamento nel camper adibito a sala trucco. L´idea di Borsellino, nei tratti fisici, c´è, ma l´attore tiene a ribadire che deve essere molto più di un´idea. Tirabassi, del resto, conosce benissimo rischi e valori di un´operazione come questa.
"Questo non è un film, è una missione per conto della giustizia - spiega l´attore - È importante fare conoscere a tutti la figura di Borsellino, specie in un momento come questo in cui la giustizia sembra a disposizione di una o due persone. Stiamo raccontando una storia importante che i ragazzi di quattordici anni non conoscono. Dalla nostra parte c´è un mezzo potente come la televisione che riesce a tenere insieme le famiglie davanti allo schermo. Quand´ero ragazzino sono stato colpito da film come "Kapò" o "Il diario di Anna Frank". E magari il giorno dopo si faceva il tema a scuola sull´argomento del film. Speriamo che adesso succeda la stessa cosa".
Come si accosta un attore a un personaggio come Borsellino?
"All´inizio l´idea mi ha spaventato perché è un personaggio molto riconoscibile e molto presente nella memoria della gente. Sarebbe stato più facile fare Garibaldi. C´è un grosso lavoro da fare: io ho scelto di recitare in italiano con un leggero accento siciliano anziché misurarmi con un´impresa impossibile sulla mentalità, sulla lingua. Ho letto le biografie e ho visto le sue interviste: Borsellino era una persona che credeva nello Stato: anche se c´erano cose che non andavano per il loro verso, quello era il "suo" Stato. La cosa che mi tranquillizza è la sceneggiatura, sulla quale so di poter contare, il trucco e la collaborazione di un giovane regista di talento come Tavarelli. E poi Borsellino diceva che la paura è uno stimolo per fare meglio".
Insomma, una sfida con se stesso?
"A me veramente le sfide non piacciono. La cosa veramente importante è riuscire a dare un´immagine di questo giudice che serva a qualcosa, più che raccontare com´era: per fare quello ci sono già i libri, sarebbe un esercizio superfluo. La difficoltà è cercare di non essere retorici, riuscire a dare un senso moderno a quest´eroe, uno che ha lottato, uno che aveva idee rigorose, uno molto coerente. L´obiettivo di tutti noi in questo film è portare a tutti la figura di Borsellino, renderla un insegnamento per quanta più gente possibile. Ecco perché un film di questo tipo ha più senso in televisione che al cinema".
Un aspetto della vita di Borsellino che colpisce è la sua consapevolezza della morte?
"Forse questa è la cosa più importante del film. Tutti quanti, anche in famiglia, col passare del tempo avevano maturato l´idea della sua morte. E anche questo apparente relax sulla spiaggia che stiamo girando è gravato dalla morte in agguato".
Ultimamente la sensibilità della gente sull´antimafia e sul lavoro dei magistrati si è affievolita?
"E noi ora cercheremo di riattivare questa sensibilità".

16 marzo 2004 - FAMILIARI BORSELLINO: AGLIERI DICA TUTTO
"La Repubblica"
"Aglieri dica tutto su via D´Amelio"
Appello dei familiari di Borsellino al boss "convertito"
L´iniziativa dopo l´intervista a "Repubblica" nella quale il capomafia ha rivendicato un pentimento solo interiore
SALVO PALAZZOLO
"Il 19 luglio 1992, in via D´Amelio, sono state uccise persone che credevano in Dio, lo stesso Dio che Pietro Aglieri dice di pregare. Se è davvero convertito in Cristo, aiuti concretamente la giustizia a trovare i colpevoli delle stragi, perché altro male non venga commesso". È la riflessione della famiglia Borsellino dopo l´intervista di "Repubblica" ad Aglieri: il boss, ritenuto uno dei mandanti dell´eccidio di via D´Amelio, ha ribadito il suo diritto a una conversione davanti a Dio ma non davanti alla giustizia degli uomini.
Le parole dei familiari di Paolo Borsellino diventano presto l´appello alla coscienza di un uomo che, più di altri in Cosa nostra, ha vissuto un travaglio spirituale: "Solo la distorta mentalità della mafia può far dire "Regolo le mie colpe esclusivamente con Dio". Un cammino davanti a Dio deve poter significare rinascita a vita nuova. Era questo il senso delle parole di don Pino Puglisi quando dall´altare della chiesa di Brancaccio rivolgeva ai mafiosi un appello al dialogo. Doveva essere il dialogo per un cambiamento autentico".
A dodici anni dalla strage, le riflessioni della famiglia Borsellino sono anche un´accorata richiesta di giustizia. Le inchieste dei magistrati di Caltanissetta e i tre processi, che pure hanno portato alla condanna dei boss della "cupola" mafiosa, non hanno ancora svelato i nomi dei killer che azionarono il telecomando dell´esplosivo in via D´Amelio. L´ergastolo per Aglieri è invece definitivo, dopo la pronuncia della Cassazione. Lui, però, continua a proclamarsi innocente.
"Qualche giorno fa, nell´ultimo processo per le stragi del ´92, è stato il pentito Giovanni Brusca a dire: "Ci sono degli innocenti in carcere, sono quelli chiamati in causa da Scarantino"". Lo ricorda il legale di Aglieri, l´avvocato Rosalba Di Gregorio: "Il mio cliente e gli altri imputati che sono stati indicati come suoi uomini e condannati all´ergastolo per via D´Amelio non avrebbero nulla da confessare, perché non hanno niente a che fare con le stragi". L´avvocato Di Gregorio polemizza: "Mi sarei aspettata, anzi mi aspetto ancora, un aiuto nel processo, per l´accertamento della verità. Un processo chiuso in quel modo dalla Cassazione può servire alle statistiche ma non a chi vuole vedere come sono andati realmente i fatti".
La deposizione di Brusca sugli "innocenti in carcere" è arrivata nell´ultimo dibattimento per gli eccidi del ?92, in corso a Catania, dopo che la Cassazione ha chiesto nuove verifiche, annullando alcune condanne, fra cui quella di Aglieri per la strage Falcone. I dubbi dei giudici sono sugli schieramenti che si formarono in Cosa nostra nella stagione dell´attacco allo Stato: le bombe - almeno su questo punto le sentenze concordano - non furono altro che i momenti più drammatici di una trattativa che Cosa nostra voleva instaurare con pezzi deviati delle istituzioni. Fino a che punto arrivò la trattativa (e l´accordo?) rappresenta l´oggetto delle indagini che la Procura di Caltanissetta continua ad approfondire.

16 marzo 2004 - TERRORISMO: CASTELLI, POTERI AL PROCURATORE ANTIMAFIA
ANSA:
TERRORISMO: CASTELLI, POTERI AL PROCURATORE ANTIMAFIA
MINISTRO, NON SERVE IL MANDATO DI CATTURA EUROPEO
Piu' poteri al Procuratore nazionale antimafia, anche in materia di terrorismo. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli teme che, sul fronte della lotta al terrorismo internazionale, "si approfitti di questo momento cosi' difficile per far passar delle cose" che, a suo avviso, "c'entrano poco": e' il caso del mandato di cattura europeo che al guardasigilli sembra "non serva a nulla contro il terrorismo". E allora Castelli, intervenendo ai microfoni di Radio Padania, ha proposto l'attribuzione al Procuratore Nazionale Antimafia di poteri analoghi per combattere il terrorismo.
"E' stato dimostrato dalle vicende francesi che il mandato d'arresto non e' applicabile ai terroristi - ha detto il ministro -. Questo dimostra, in base alle prese di posizione del sindaco di Parigi, di alcuni importanti esponenti della politica francese, che la strada per arrivare a uno spazio giuridico europeo condiviso, dai valori condivisi, e' ancora molto lunga e mi pare che richiamarsi al mandato d'arresto europeo, in questo momento, sia soltanto un tentativo di strumentalizzare alcune azioni che interessano alla sinistra europea".
Per Castelli "le azioni da fare sono altre". Va concentrata l'attenzione "soprattutto sul fronte dell' intelligence, competenza del ministro dell'Interno", mentre, per quanto lo riguarda, ritiene che si debba fare "un'azione molto forte in materia di coordinamento delle indagini a livello terroristico".
"Io ricordo che sotto questo punto di vista l'Italia ha Procure che lavorano ciascuna slegata dalle altre - ha osservato -. Questo e' il nostro coordinamento giudiziario". Da qui la proposta di "arrivare a quanto si e' fatto in materia di lotta alla mafia". Una questione che si era gia' posta dopo l'11 settembre: "erano state sollevate molte obiezioni perche' si diceva che al procuratore si sarebbero dati poteri straordinari e molto forti - ha detto Castelli -. Questo e' vero, ma mi pare che di fronte a questa emergenza, occorra dare una risposta rapida e precisa: proporro' agli alleati della Cdl di dare al procuratore antimafia un potere simile anche in materia di terrorismo, perche' c'e' assolutamente bisogno di avere un' unitarieta' di azione su questo tema".
"Credo - ha proseguito - che si debba dare in questo caso al procuratore Vigna gli stessi poteri previsti dall'art.371 bis, magari limitati a un paio d'anni, perche' mi rendo conto che si va a creare una sorta di super-procuratore dai poteri assolutamente vasti e, quindi, questo puo' creare qualche problema sul piano delle garanzie". Castelli e' pero' convinto "che una risposta efficace sia questa, non il mandato d'arresto europeo che ora e' materia all'esame del Parlamento che dovra' pur arrivare a una conclusione". Cosa che il ministro auspica avvenga in tempi brevi, "perche' ci togliamo di mezzo questo tormentone propagandistico".
"Le vicende di Battisti e degli altri terroristi in Francia
- ha ribadito - hanno dimostrato che e' soltanto una questione di carattere propagandistico, il mandato d'arresto europeo non serve".

TERRORISMO: CASTELLI,PIU' POTERI A DNA; POLI FAVOREVOLI/ANSA
MA PER GUARDASIGILLI IL MANDATO DI CATTURA UE RESTA INUTILE
Affidare alla Direzione Nazionale Antimafia il coordinamento delle indagini sul terrorismo. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, per la prima volta si dichiara in linea con una vecchio cavallo di battaglia del procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, che subito rilancia, chiedendo di non tergiversare e di passare dalle parole ai fatti, magari con un decreto legge d'urgenza. Favorevoli alla proposta del Guardasigilli sia maggioranza sia opposizione.
L'apertura di Castelli, dai microfoni di Radio Padania, e' in ogni caso il risultato di una riflessione sulla lotta al terrorismo internazionale che parte dalla sua netta contrarieta' al mandato di cattura europeo: e' uno strumento - dice il Guardasigilli - che contro il terrorismo "non serve a nulla, come ha dimostrato anche il recente caso di Battisti in Francia". Le azioni da intraprendere, invece, "sono altre":
soprattutto "sul fronte dell'intelligence, competenza del ministero dell'interno"; ma anche per quanto riguarda il coordinamento giudiziario, perche' - fa notare Castelli - "l' Italia ha procure che lavorano ciascuna slegata dalle altre".
Ecco allora la previsione degli stessi strumenti di lotta alla mafia anche per le indagini sul terrorismo. La proposta non e' nuova, ammette lo stesso Guardasigilli, anche perche' se ne era parlato dopo gli attentati dell'11 settembre: allora "erano state sollevate molte obiezioni perche' si diceva che al procuratore si sarebbero dati poteri straordinari e molto forti". Ma di fronte all'emergenza terrorismo bisogna dare una risposta "rapida e precisa": si affidi percio' a Vigna il coordinamento delle indagini, magari soltanto per "un paio d'anni", cosi' da evitare il rischio di creare la figura di un super procuratore con poteri assolutamente vasti.
La proposta di Castelli viene subito accolta con favore da Sergio Cola, capogruppo di An in Commissione Giustizia, che auspica la discussione urgente di una proposta di legge in tal senso. Il diessino Massimo Brutti esclama: "Finalmente!". E ricorda che fu lui stesso ad aver formalizzato questa stessa proposta nei mesi scorsi, con la presentazione di un disegno di legge.
Il procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, chiede che si accorcino i tempi, con l'approvazione urgente di un decreto legge: 'Non so davvero cosa aspettino a farlo. Abbiamo una struttura - dice - che mi sembra sufficientemente efficiente. Dunque tutto cio' si potrebbe fare senza spese".
Resta, invece, lo scontro tra i Poli sul mandato di arresto europeo che Castelli giudica "inutile" nella lotta al terrorismom, mentre la Commissione europea lo indichera', giovedi' prossimo, ai rappresentati permanenti dei Quindici, tra i punti per rafforzare la lotta al terrorismo. Anche il Guardasigilli parita' alla volta di Bruxelles per la riunione straordinaria dei ministri degli Interni e della Giustizia. Intanto, in commissione Giustizia alla Camera, dove si sta emendando la proposta di legge presentata dal diessino Giovanni Kessler per recepire la direttiva Ue sul mandato di arresto europeo, le parole di Castelli hanno fatto insorgere l' opposizione.

16 marzo 2004 - GEN. GANZER; COL. RICCIO FERMO' BLITZ PROVENZANO
ANSA:
ANTIMAFIA: GEN. GANZER; COL. RICCIO FERMO' BLITZ PROVENZANO
IL CAPO DEL ROS ESCLUDE CHE LO STOP VENNE DAL GEN. MORI
Fu il colonnello dei carabinieri Michele Riccio e non il generale dei carabinieri Mario Mori, il 31 ottobre del '95, a fermare il blitz per catturare il superlatitante Bernardo Provenzano anche se, in realta', Riccio seppe solo in seguito che c'era effettivamente stato (nella localita' sorvegliata dalle forze dell'ordine) un incontro tra il boss e altri due mafiosi (Vaccaro e Ferro). Lo ha reso noto il comandante del Ros, Giampiero Ganzer, rispondendo davanti alla Commissione Antimafia - che oggi ha convocato i vertici di Ros, Sco e Gico per fare il punto sugli ultimi arresti di latitanti eccellenti - ad alcune domande di Giuseppe Lumia (Ds) e Carlo Taormina a proposito del blitz naufragato.
In particolare, a Taormina che gli ha domandato se sapesse che "in dibattimento a Palermo, durante il processo a Dell' Utri, il colonnello Riccio ha affermato di aver ricevuto disposizioni di fermarsi arrivato a 20-30 metri da Provenzano", il capo del Ros ha risposto "non conosco i dettagli delle dichiarazioni dibattimentali, ma escludo che ci siano state disposizioni di questo tipo. Ne sarei comunque venuto a conoscenza". Riccio dichiaro' - ai giudici di Palermo, il 14 ottobre del 2002 - "fu il generale Mario Mori a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Provenzano perche' non c' erano gli strumenti". Ganzer, inoltre, ha aggiunto di essere "certo" che Mori non diede simili disposizioni in quanto "l' unico motivo per cui il colonnello Riccio arrivo' al Ros era quello di cercare Provenzano, e se l'opportunita' fosse stata ritenuta utilmente operabile e concreta, tutto sarebbe stato fatto per giungere all'arresto del boss sul quale abbiamo speso tante risorse e ancor di piu' ne spendiamo oggi".
Insomma "fu Riccio - ha chiesto Lumia a Ganzer - che disse 'fermiamoci'?". "Esatto - ha detto il comandante del Ros -, anzi, l'attivita' disposta era solo quella di osservazione statica, anche perche' solo a posteriori il colonnello Riccio seppe che c'era stato un incontro con Provenzano". Precisando quel che avvenne durante l'appostamento dei carabinieri del Ros, messi sulle tracce di Provenzano dal boss Luigi Ilardo (confidente di Riccio, ucciso dalle cosche dopo la formalizzazione del suo ruolo di collaboratore), Ganzer ha aggiunto che "fu lo stesso Riccio a chiedere che il servizio che gli era stato messo a disposizione dalla sezione anticrimine di Caltanissetta si limitasse a verificare e documentare l' incontro, il passaggio al bivio di Mezzoiuso, come risulta anche dalla documentazione fotografica allegata e da quella documentale".

MAFIA: FUGA PROVENZANO; INDAGATO GENERALE SUBRANNI
Il generale dei carabinieri Antonio Subranni, ex comandante del Ros e della divisione "Palidoro", e' indagato dalla Dda di Palermo per il mancato blitz del 31 ottobre 1995 a Mezzojuso che avrebbe portato all' arresto del boss latitante Bernardo Provenzano.
Su questa vicenda la procura diretta da Pietro Grasso ha avviato una inchiesta in seguito alle dichiarazioni del colonnello Michele Riccio. Per questa indagine sono gia' indagati il generale Mario Mori, attuale direttore del Sisde, ed ex comandante del Ros, ed il colonnello Mauro Obinu, ex vice comandante del Ros, oggi anche lui al servizio segreto civile (Sisde).
I tre indagati, secondo quanto raccontato da Riccio, sarebbero stati presenti alla riunione a Roma, durante la quale lo stesso ufficiale avrebbe informato i suoi superiori del Ros della possibilita' di arrestare Provenzano il 31 ottobre 1995, in occasione di un summit di mafia fissato dai capimafia in un casolare di Mezzojuso, a 30 chilometri da Palermo. In quell' occasione, secondo Riccio, Subranni non si sarebbe adoperato per organizzare un blitz, motivando il rifiuto con la mancanza di mezzi tecnici necessari all' operazione.
La presenza di Provenzano era stata riferita a Riccio dal suo confidente, il boss Luigi Ilardo, assassinato alcuni mesi dopo il mancato arresto, e alla vigilia del suo ingresso nel programma di protezione.
Il generale Antonio Subranni e' accusato di favoreggiamento personale, aggravato dall' aver agevolato l' associazione mafiosa. Stessa accusa anche per il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu.
Subranni nel 1995 era comandante della divisione "Palidoro", da cui dipendeva il Ros.
L' inchiesta e' coordinata dal procuratore Pietro Grasso e dal sostituto Nino Di Matteo.
Il colonnello Michele Riccio, in un interrogatorio ai pm della Dda, riporta le confidenze ricevute dal boss mafioso Luigi Ilardo, iniziate nel 1994 e durate fino al 10 maggio 1996, giorno in cui l' informatore venne assassinato a Catania.
Rispondendo ai magistrati, l' ufficiale ha ripercorso le tappe della mancata cattura del capo di Cosa Nostra, quando Ilardo mise i carabinieri del Ros sulle tracce della primula rossa corleonese.
"Ilardo mi disse che due giorni dopo Provenzano avrebbe incontrato due mafiosi, Domenico Vaccaro e Salvatore Ferro, nei pressi del bivio di Mezzojuso - ha detto Riccio indicando la zona dove venne arrestato sei anni dopo il boss Benedetto Spera, uno dei fedelissimi del capomafia - io parlai con i vertici del Ros, mi disse che preferivano utilizzare i propri strumenti, dei quali, in quel momento, erano sprovvisti. La mia squadra era pronta, e non ci voleva una grande scienza per intervenire". Nonostante cio' la zona fu controllata dai carabinieri che due giorni dopo, in effetti, videro transitare Vaccaro e Ferro e li fotografarono.
Dall' informativa del Ros risulta che gli investigatori avevano deciso di predisporre un servizio di osservazione, per documentare quanto sarebbe accaduto "senza rischiare, pero', di bruciare la fonte". La conferma dell' incontro fra Ilardo e Provenzano e' arrivata agli inquirenti dalle dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, nell' interrogatorio del 30 novembre 1998. L'ex boss ha ricordato che in una delle ultime occasioni in cui aveva visto Provenzano, nell' autunno del '95, il padrino gli parlo' di una riunione con Ilardo. Quest' ultimo riferi' a Riccio che Provenzano aveva dettato direttive per le future attivita' dell' organizzazione mafiosa e la strategia da tenere nei rapporti con Giovanni Brusca.
L' ufficiale del Ros ha inoltre ricordato alcuni episodi, in particolare il giorno in cui l' aspirante pentito incontro' per la prima volta a Roma il generale Mori. Riccio racconta: "Su certi fatti - avrebbe detto Ilardo a Mori - Cosa nostra non c' entra nulla. Molte cose vengono poste in essere dalle istituzioni e voi lo sapete". La conversazione avvenne a Roma nel maggio 1996, alla vigilia dell' ingresso ufficiale di Ilardo nel programma di protezione previsto per i pentiti. "Portai Ilardo a Roma - ha raccontato l' ufficiale - perche' doveva incontrare i procuratori Caselli e Tinebra e la pm Principato. Prima di incontrarli feci parlare e conoscere Ilardo a Mori. Il boss quando vide Mori, improvvisamente, fece riferimento alle istituzioni, e io raggelai".
Mori, in seguito a queste dichiarazioni, un anno fa presento' una controquerela nei confronti dell' ufficiale, che e' imputato a Genova per traffico di stupefacenti. Il numero uno del servizio segreto civile venne anche interrogato e in quella occasione ha respinto punto per punto le accuse di Riccio mettendone in evidenza alcune contraddizioni.

ANTIMAFIA: LUMIA, PROTEZIONI A PROVENZANO? SCIOGLIERE NODI
"Una democrazia non puo' sopportare una latitanza che dura da 41 anni come quella del boss Bernardo Provenzano: occorre avere il coraggio di sciogliere il nodo delle protezioni". Lo ha dichiarato il capogruppo diessino Giuseppe Lumia a margine dell'audizione che stamani la Commissione Antimafia ha dedicato ai vertici di Ros, Sco e Gico per essere informata sullo stato della caccia ai grandi latitanti e sugli ultimi successi conseguiti in questo campo come l'arresto sabato scorso, in Polonia, di Francesco 'Cicciariello' Schiavone del clan dei casalesi.
Premettendo di voler innanzitutto ringraziare i rappresentanti delle forze dell'ordine per "il lavoro preziosissimo svolto in questi anni", Lumia - in commissione - ha loro domandato "come mai si ha difficolta' in questo arresto? Quali punti di forza Provenzano oppone alla sua cattura? Dobbiamo veramente prendere in considerazione l'ipotesi che Provenzano goda di protezione in apparati investigativi, politici o della magistratura?. Vorrei una vostra valutazione".
L'audizione della Commissione riprendera' stasera alle venti e saranno ascoltati Lucio Carluccio (Sco), Sergio Bosco (Scico) e Giampaolo Ganzer (Ros).

17 marzo 2004 - GEN. SUBRANNI INDAGATO: DAI GIORNALI
"La Sicilia"
il mancato blitz del 1995
Generale dei carabinieri indagato
per la fuga del boss Provenzano
Il generale dei carabinieri Antonio Subranni, ex comandante del Ros e della divisione "Palidoro", è indagato dalla Dda di Palermo per il mancato blitz del 31 ottobre 1995 a Mezzojuso che avrebbe portato all'arresto del boss latitante Bernardo Provenzano. Su questa vicenda la Procura diretta da Pietro Grasso ha avviato una inchiesta in seguito alle dichiarazioni del colonnello Michele Riccio. Per questa indagine sono già indagati il generale Mario Mori, attuale direttore del Sisde, e il colonnello Mauro Obinu, oggi anche lui al servizio segreto civile. Giorgio Petta

Fuga Provenzano, Cc nei guai
Il mancato blitz.
Dopo Mori e Obinu, il generale Subranni terzo indagato nell'inchiesta di Palermo
Giorgio Petta
Palermo. C'è un responsabile della mancata cattura di Bernanrdo Provenzano il 31 ottobre 1995? I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono convinti di sì e per questa ragione è indagato il generale dei carabinieri Antonio Subranni, l'ex comandante del Ros e della divisione "Palidoro", sulla base delle dichiarazioni rese dal colonnello Michele Riccio. L'indagine, che va avanti da tempo, vede indagati anche il prefetto Mario Mori, attuale direttore del Sisde ed ex comandante del Ros, nonché il colonnello Mauro Obinu, ex vice comandante del reparto speciale e oggi al servizio segreto civile. Ai tre viene contestato il favoreggiamento personale aggravato per avere agevolato l'associazione mafiosa.
Secondo Riccio, i tre indagati sarebbero stati presenti alla riunione operativa a Roma in cui li avrebbe informati della possibilità di arrestare Provenzano in occasione di un summit di mafia in un casolare di Mezzojuso, a 30 chilometri da Palermo. Un'indiscrezione che gli era stata riferita da Luigi Ilardo, il boss suo confidente poi assassinato il 10 maggio 1996 a Catania alla vigilia dell'ingresso nel programma di protezione per i pentiti.
L'inchiesta è coordinata dal procuratore Pietro Grasso e dal sostituto Nino Di Matteo.
Rispondendo ai magistrati, il colonnello Riccio ripercorre le tappe della mancata cattura del capo di Cosa Nostra: "Ilardo il 29 ottobre 1995 mi disse che due giorni dopo Provenzano avrebbe incontrato due mafiosi, Domenico Vaccaro e Salvatore Ferro, nei pressi del bivio di Mezzojuso. Io - aggiunge - parlai con i vertici del Ros. Mi dissero che preferivano utilizzare i propri strumenti, dei quali, in quel momento, erano sprovvisti. La mia squadra era pronta, e non ci voleva una grande scienza per intervenire".
Nonostante ciò la zona fu ugualmente controllata dai carabinieri che due giorni dopo videro transitare proprio Vaccaro e Ferro e li fotografarono. Dall'informativa del Ros risulta che gli investigatori avevano deciso di predisporre un servizio di osservazione, per documentare quanto sarebbe accaduto "senza rischiare, però, di bruciare la fonte".
La conferma dell'incontro fra Ilardo e Provenzano è arrivata agli inquirenti dalle dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, nell'interrogatorio del 30 novembre 1998. "U verru" ha ricordato che in una delle ultime occasioni in cui aveva visto "Binnu", nell'autunno del '95, il padrino gli parlò di una riunione con Ilardo. Quest'ultimo riferì a Riccio che il "patriarca" aveva dettato direttive per le future attività dell'organizzazione mafiosa e la strategia da tenere nei rapporti con Giovanni Brusca.
Tornando all'interrogatorio dei pm palermitani, Riccio, riferisce diversi episodi. E tra questi quanto accadde il giorno in cui il boss aspirante pentito incontrò per la prima volta a Roma il generale Mori. "Su certi fatti - racconta l'ufficiale, riportando le parole che Ilardo avrebbe detto all'allora comandante del Raggruppamento operativo speciale - Cosa nostra non c'entra nulla. Molte cose vengono poste in essere dalle istituzioni e voi lo sapete". La conversazione - dice Riccio - avvenne a Roma nel maggio 1996, alla vigilia dell'ingresso ufficiale di Ilardo nel programma di protezione. "Portai Ilardo a Roma - continua - perché doveva incontrare i procuratori Caselli e Tinebra e la pm Principato. Prima di incontrarli feci parlare e conoscere Ilardo a Mori. Il boss quando vide Mori, improvvisamente, fece riferimento alle istituzioni e io raggelai".
Il prefetto Mori, in seguito a queste dichiarazioni, un anno fa ha presentato una controquerela nei confronti dell'ufficiale, imputato a Genova per traffico di stupefacenti. Inoltre, interrogato dai pm della Dda di Palermo, ha respinto le accuse di Riccio evidenziandone le contraddizioni.

17 marzo 2004 - IL "LIBRO NERO DELLA PRIMA REPUBBLICA" DI RITA DI GIOVACCHINO
"Il Manifesto"
Le strade d'Italia che portano a Capaci
Per Fazi Editore, "Il libro nero della prima Repubblica" di Rita Di Giovacchino
FRANCESCO NERI
Perché il 20 marzo 1979 è stato ucciso a Roma, in via Tacito, il giornalista Mino Pecorelli, direttore di Op, in procinto di pubblicare ampi stralci della parte sconosciuta del Memoriale Moro? Perché nel 1980 lo Stato scese a patti con le Br e pagò un riscatto per la liberazione dell'assessore democristiano Ciro Cirillo, rinnegando la linea della fermezza che solo due anni prima aveva adottato per il sequestro di Aldo Moro? Chi è veramente il senatore Giulio Andreotti, uno dei pochi politici italiani uscito indenne dal terremoto che ha distrutto la prima repubblica? Sono solo alcune domande a cui cerca di rispondere Il libro nero della prima repubblica (Fazi editore, pag. 443, 18 euro). L'autrice, Rita Di Giovacchino, da anni si occupa di cronaca giudiziaria per il Messaggero. Ha seguito quasi tutte le grandi tragedie italiane: dal caso Moro alla morte di Falcone e Borsellino. Con questo volume, uscito solo qualche mese fa e già alla seconda ristampa, la giornalista tenta di ricostruire l'intreccio dei poteri, visibili e invisibili, che hanno caratterizzato e condizionato decenni di vita politica nazionale.
Il libro è articolato in cinque parti: un prologo, tre capitoli, un epilogo. "Il mio criterio - dice Di Giovacchino - sarà quello di raccontare i fatti".
La prima parte del volume è dedicata agli anni del golpe Borghese: la notte dell' 8 dicembre 1970 alcune migliaia di uomini guidate dal principe Junio Valerio Borghese occuparono il Viminale per ritirarsi poche ore dopo. Sono anche gli anni di Gelli e della P2. Quelli di Sindona che morirà il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè al cianuro, proprio come Gaspare Pisciotta nel `54. Sono gli anni di Gladio, un'organizzazione segretissima di cui facevano parte tre componenti operative: il Superservizio, sorta di cupola dei servizi segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione, identificato con l'ufficio R del Sid e poi del Sismi; i reparti militari Stay Behind regolari; la rete parallela, costituita da civili o ex militari, in cui erano confluiti anche alcuni appartenenti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, coinvolti nel golpe Borghese.
La seconda descrive il delitto Moro: l'agguato di via Fani, il carcere del popolo, il Memoriale. Rita Di Giovacchino riporta molti documenti di quei tragici fatti e, commentando alcune lettere del leader democristiano, scrive: "È proprio la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine dell'involuzione politica del paese e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire un'istantanea anticipata della degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente alla luce quindici anni dopo".
La terza parte è relativa all'agenzia del crimine: la banda della Magliana, il patto intercorso tra questa, Cosa Nostra e ambienti dell'eversione di destra "cominciato - come si legge nel volume - con un mutuo scambio di favori su armi e documenti e proseguito con la partecipazione dei neofascisti alle rapine e dei malavitosi agli attentati".
Nell'epilogo, sul tramonto della prima repubblica, Rita Di Giovacchino riporta alla memoria del lettore quel 23 maggio 1992 quando, sull'autostrada che collega Punta Raisi a Palermo, all'altezza di Capaci, 500 chili di tritolo dilaniarono il giudice Falcone, la moglie e cinque agenti di scorta. E poi il 19 luglio quando, solo 57 giorni dopo, stessa sorte sarebbe toccata al giudice Borsellino in via D'Amelio.

17 marzo 2004 - TALPE DDA; AIELLO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; AIELLO, CUFFARO AVEVA UNA FONTE ROMANA
Il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, indagato per concorso in associazione mafiosa, avrebbe avuto "una fonte romana" che lo avrebbe informato delle notizie riservate sull'indagine che riguarda le talpe in procura.
Lo ha detto ai magistrati l'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, arrestato a novembre per associazione mafiosa, confermando alcune intercettazioni telefoniche e ambientali dalle quali emergerebbe che Cuffaro lo aveva avvertito, dopo una visita a Roma, della sua iscrizione nel registro degli indagati.
I carabinieri, intercettando un colloquio telefonico fra Aiello e il maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, anche lui in cella per la stessa inchiesta, sostengono che il Governatore "aveva altre fonti oltre a quella di Borzacchelli", il deputato regionale dell'Udc, arrestato a febbraio per concussione, sempre nell'ambito delle indagini sulle talpe in Dda.
Aiello, rispondendo alle domande dei pm, ha cercato di spiegare il senso di alcune intercettazioni dalle quali sarebbe emerso che lui sapeva che Cuffaro "apprendeva notizie" durante le sue visite a Roma.

18 marzo 2004 - DIA, PROVENZANO-RIINA-BAGARELLA MENTI DI COSA NOSTRA
ANSA:
MAFIA: DIA, PROVENZANO-RIINA-BAGARELLA MENTI DI COSA NOSTRA
DA TEMPO IMPEGNATI NELL' OPERA DI RICOSTRUZIONE
Sono ancora il superlatitante Bernardo Provenzano ed il detenuto Toto' Riina le menti di Cosa Nostra. A questi si aggiunge Leoluca Bagarella, anch' egli detenuto, alter ego di Riina per la sua propensione alla violenza. Questi personaggi sono "il luogo dove si prendono le decisioni'. Ad essi gli uomini dell' organizzazione guardano come alla "guida piu' esperta ed affidabile". L' analisi e' contenuta nell' ultima relazione al Parlamento della Direzione investigativa antimafia.
Le indagini confermano cosi' che la mafia e' da tempo impegnata in un' opera di ricostruzione, condotta d' intesa tra Provenzano e Riina.
I tre pero', rileva la Dia, per la loro condizione (due detenuti ed uno costretto a proteggere la propria latitanza con la massima cura), "ben poco possono fare a livello operativo, laddove invece occorre una costante presenza sul territorio per poter curare gli affari delle 'famiglie"". Per soddisfare questa esigenza, Provenzano ha individuato un gruppo selezionato di responsabili, una sorta di "direttorio" che guida i diversi territori.
Questi uomini, sottolinea la relazione, sono frutto di una selezione "accuratissima" e costituiscono un vertice "qualificato anche culturalmente". Un esempio e' Giuseppe Guttadauro, arrestato nel giugno scorso quale capo del mandamento di Brancaccio. Si tratta di un boss laureato in medicina, legato a Matteo Messina Denaro. A proposito di quest' ultimo, la Dia spiega che la sua statura mafiosa sembra ormai essere cresciuta al punto da poterlo considerare come "l' unico in grado di stare al livello di Provenzano". C' e' cosi' da pensare che, come Bagarella potrebbe essere il naturale successore di Riina nella veste di leader del "fronte carcerario" e di "mente militare", cosi' Messina Denaro sembra essere il piu' probabile successore di Provenzano in ambito esterno ed in veste di coordinatore per la gestione degli affari.
Un futuro vertice di Cosa Nostra formato dal connubio Bagarella-Messina Denaro, del resto, prosegue la Dia, "non sarebbe una soluzione improvvisata; esso si fonderebbe invece su basi piu' che solide. Basti ricordare che i due sono stati tra i principali protagonisti della stagione delle stragi del '93:
Bagarella in veste di continuatore della politica stragista di Riina dopo l' arresto di quest' ultimo, Messina Denaro in veste di organizzatore materiale delle stragi".

MAFIA: VIZZINI, ANALISI DIA INQUIETANTE MA NON INATTESA
"Un'analisi inquietante ma non inattesa". Cosi' il Senatore Carlo Vizzini (FI) componente della Commissione Nazionale Antimafia commenta l'analisi contenuta nella relazione al Parlamento della Direzione investigativa Antimafia.
"Se, infatti -spiega- corrisponde al vero che esiste un asse Provenzano-Riina-Bagarella cio' vuol dire che sarebbe superata la divaricazione tra Corleonesi detenuti e grandi latitanti e che in questo contesto anche l'ala stragista punta oggi sui grandi affari". La vera pericolosita', secondo Vizzini, "sta nel fatto che il presidio del territorio viene adesso delegato a soggetti originariamente insospettabili, qualificati e di buona cultura delineando una struttura che mentre e' piu' difficilmente penetrabile dagli investigatori, opera con enorme facilita' nella societa' civile nelle istituzioni e nel tentativo di intrattenere rapporti con la politica".
"La possibilita', poi, che nella prospettiva, Bagarella sia l'erede di Riina e Messina Denaro di Provenzano -spiega- rende il futuro ancora piu' torbido: due stragisti dei primi anni 90 avrebbero scelto la strada dell'inabissamento, del ritorno alla mafia borghese e dei colletti bianchi. Se questo scenario e' verosimile occorre urgentemente ridiscutere di tutta la strumentazione anche legislativa di contrasto a 'cosa nostra', adeguandola all'esigenza di combattere il riciclaggio, i movimenti di capitale veloci, la capacita' di penetrare il mondo dell'economia con strumenti moderni".
"Questo -conclude Vizzini- e' un compito cui la commissione parlamentare antimafia deve dedicare molto impegno soprattutto nel corso degli incontri che alla fine del mese avra' a Palermo con Magistrati e Forze dell'Ordine. Occorre, pero', fare presto perche' la nuova mafia con i suoi assetti rischia di accumulare un vantaggio poi difficilmente recuperabile in tempi brevi. Da ultimo non si puo' non osservare come l'equilibrio apparentemente raggiunto tra le varie componenti resta precario soprattutto per l'importante azione del Governo che ha stabilizzato il carcere duro ed impedito ogni tipo di trattativa con i mafiosi".

19 marzo 2004 - CASSAZIONE: MOTIVAZIONI SENTENZA OMICIDIO FRANCESE
ANSA:
CASSAZIONE: OMICIDIO FRANCESE; PROVE SOLO CONTRO TOTO' RIINA
NELLE MOTIVAZIONI CORTE SPIEGA PERCHE' HA ASSOLTO TRE BOSS
Il "principale interessato" all'eliminazione di Mario Francese - il cronista del 'Giornale di Sicilia' ucciso a Palermo il 26 gennaio 1979 per le sue coraggiose inchieste sulla mafia - era il capo dei corleonesi Toto' Riina, mentre mancano totalmente le "prove" che anche i boss Giuseppe Farinella, Antonino Geraci e Giuseppe Calo' presero parte alla riunione in cui la 'Cupola' delibero' l' assassinio. Per questa ragione la Cassazione (con la sentenza 13349 appena pubblicata) spiega di aver deciso - lo scorso due dicembre - la conferma della condanna all'ergastolo solo nei confronti di Riina, annullando del tutto il carcere a vita per gli altri tre imputati.
In particolare Piazza Cavour sottolinea che il verdetto della Corte di Assise di Appello di Palermo del 13 dicembre 2002 - con condanne al massimo della pena per tutti e quattro gli imputati (e per i boss Michele Greco e Francesco Madonia, e il killer Leoluca Bagarella che non hanno fatto ricorso in Cassazione) - e' carente di prove. A proposito i supremi giudici rilevano che "non risulta se il Geraci ed il Farinella siano stati informati della deliberazione della 'Commissione', se vi abbiano partecipato, se e in quale misura si siano espressi, anche tacitamente, in ordine all'omicidio". Pertanto - sul punto - "la sentenza deve essere annullata non essendovi alcuna prova del concorso nell'omicidio, al di la', certamente, di un generico interesse all'eliminazione di un giornalista scomodo e pericoloso per la sua onesta' ed indipendenza". E la stessa decisione "si impone per il Calo"" che si era da tempo "trasferito a Roma": nemmeno il 'pentito' Di Carlo (che ha fornito molte informazioni per ricostruire l'omicidio Francese) ha "fornito precisazioni a riguardo, essendosi limitato alla scarna affermazione che la 'Commissione' si riuni' un mese prima del fatto". Invece - proseguono gli 'ermellini' - "a diversa conclusione deve pervenirsi per Riina". "Egli era, infatti - dicono - il principale interessato all'uccisione di Francese e la 'Commissione' fu da lui convocata per rispondere ai suoi precipui interessi: il delitto si inseriva nella sua strategia stragista, costituiva una intimidazione verso gli avversari 'interni' a 'Cosa Nostra' e lo liberava di un giornalista scomodo". Gia' due anni prima, rileva la Cassazione, Riina "voleva ucciderlo, ma rinvio' l'esecuzione non disponendo della necessaria maggioranza".

19 marzo 2004 - RIINA ASSOLTO, CHIEDE IN ASSISE IL DIFENSORE
"La Sicilia"
"Riina assolto" chiede in Assise il difensore
Senza prove certe non si può condannare nessuno. Nemmeno se l'imputato si chiama Totò Riina ed è il capo di Cosa Nostra. E siccome prove certe che Riina abbia dato l'ordine di commettere dodici omicidi e due tentati omicidi non sarebbero state acquisite, né nella fase delle indagini né in quella del dibattimento, deve essere assolto.
È stata questa la tesi portata avanti dall'avvocato Vincenzo Esposito, difensore d'ufficio del boss dei boss nel processo, che si celebra davanti ai giudici della Corte d'Assise presieduta da Gaetano Trainito, per una serie di omicidi commessi nell'arco di un ventennio nel territorio della provincia di Trapani. Si tratta di uno stralcio del maxiprocesso alla mafia della provincia, scaturito dall'operazione "Omega", la cui sentenza è ormai divenuta definitiva con il sigillo della Corte di Cassazione.
La posizione di Riina, che nel periodo in cui si celebrava a Trapani il maxiprocesso era impegnato in altri procedimenti, era stata stralciata. Al termine della sua requisitoria, il pubblico ministero Massimo Russo aveva chiesto la condanna di Totò Riina alla pena dell'ergastolo. L'avvocato Esposito invece ne ha chiesto l'assoluzione. I giudici si ritireranno in camera di consiglio il prossimo 22 aprile. La sentenza dovrebbe essere emessa un paio di giorni dopo.
C. B.

20 marzo 2004 - OMICIDIO FRANCESE: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
La Cassazione spiega perché Riina volle la morte del giornalista
"Francese, un cronista scomodo"
Il "principale interessato" all´eliminazione di Mario Francese - il cronista del "Giornale di Sicilia" ucciso nel 1979 per le sue coraggiose inchieste sulla mafia - era il capo dei "corleonesi" Salvatore Riina, mentre mancano totalmente le prove che anche i boss Giuseppe Farinella, Antonino Geraci e Giuseppe Calò presero parte alla riunione in cui la "cupola" deliberò l´assassinio. Per questa ragione la Cassazione spiega di aver deciso la conferma della condanna all´ergastolo solo nei confronti di Riina, annullando il carcere a vita inflitto dalla Corte d´appello agli altri tre imputati. Secondo la Cassazione "il delitto si inseriva nella strategia stragista" di Riina, "costituiva una intimidazione verso gli avversari interni a Cosa nostra e lo liberava di un giornalista scomodo". Già due anni prima, rilevano i supremi giudici nella sentenza, Riina voleva uccidere Francese "ma rinviò l´esecuzione non disponendo della necessaria maggioranza".

20 marzo 2004 - FRATELLO IMPASTATO DEVE RISARCIRE AVVOCATO DI BADALAMENTI
"La Repubblica"
Il fratello di Peppino dovrà risarcire l´avvocato di Badalamenti
Impastato, condanna e polemica
Una condanna a risarcire 2.500 euro all´avvocato Paolo Gullo, difensore del boss Gaetano Badalamenti: la sentenza del giudice civile dà torto al fratello di Peppino Impastato, Giovanni, che al "Costanzo show" definì "imbecille" chi - come Gullo - manifesta dubbi sul fatto che il militante di Democrazia proletaria sia stato ucciso dalla mafia. Giovanni Impastato preannuncia appello, ma già riceve la solidarietà di Umberto Santino, presidente del centro di documentazione intitolato a Peppino Impastato. Santino ricorda che Badalamenti è stato condannato come mandante dell´omicidio e sostiene che il verdetto del giudice civile "non tiene conto del clima del processo e soprattutto di un ventennio di impegno civile, condotto con coraggio e con gravi rischi personali. La sentenza ci pare che voglia riportarci indietro negli anni, quando a difendere la memoria di Peppino Impastato eravamo in pochissimi e tanti pensavano di lui che era un terrorista e un suicida".

22 marzo 2004 - AUTOBOMBE 1993: ASSOCIAZIONE GEORGOFILI, NO SOLO VITTIME MAFIA
ANSA:
AUTOBOMBE '93: ASSOCIAZIONE GEORGOFILI,NO SOLO VITTIME MAFIA
Quella di via dei Georgofili, il
27 maggio 1993, non fu "una strage prettamente mafiosa, bensi' prima di tutto fu una strage con finalita' di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale, come recita la sentenza della Cassazione". E' quanto afferma l'Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili, con riferimento all'intervista a Rita Borsellino pubblicata oggi sull'Unita', nella quale la sorella del giudice elenca fra le vittime "per mano mafiosa" le vittime dell'attentato di via dei Georgofili, che definisce "strage mafiosa".
"Pur comprendendo lo spirito con il quale la strage di via dei Georgofili viene chiamata in causa - spiega l'Associazione -, non si puo' e non si deve ridurre la strage del 27 maggio 1993 a un puro fatto di mafia".

22 marzo 2004 - A GELA MANIFESTAZIONE ANTI-MAFIA
"L' Unita'"
A Gela primavera d'antimafia
La trovo stanca, con una mano fasciata, risultato di una brutta caduta, ma Rita Borsellino manifesta e trasmette subito il suo entusiasmo per i contatti avuti in questi giorni con ampie rappresentanze della società gelese. Da quasi una settimana si è infatti stabilita a Gela, profondo sud della Sicilia, simbolo di una delle zone più degradate e, sino a qualche anno fa, teatro di una ferocissima faida fra mafiosi e stiddari, gli affiliati alla "stidda", organizzazione con sue particolarissime caratteristiche criminali. La incontro, a conclusione della "cena della legalità". Una singolarissima iniziativa: in un ristorante, messo a disposizione dall'Unione ristoratori, sono stati cucinati e portati in tavola tutti quei prodotti - dalla pasta agli ortaggi, dall'olio al vino - delle cooperative che lavorano su terreni confiscati a proprietari mafiosi. E oggi, qui a Gela, si terrà la nona edizione della "Giornata della memoria e dell'impegno". La organizza l'associazione "Libera", diventata immenso arcipelago di millecinquecento associazioni, sparse in tutto il territorio nazionale. Dopo Corleone e Niscemi, è la terza volta che la giornata ha luogo in Sicilia. Questa mattina, saranno letti i 573 nomi di altrettante vittime della mafia, dal 1945 a oggi. Ci saranno Don Luigi Ciotti e Giancarlo Caselli, ma, più in generale, rappresentanze provenienti dalle scuole di tutt'Italia, insieme alla adesione totalmente unitaria dei tre sindacati. Insomma: oggi, almeno per un giorno, Gela è destinata a diventare capitale dell'antimafia.
[b]Rita, perché quest'anno la scelta è caduta proprio su Gela?
"Innanzitutto abbiamo scelto il tema: "No lavoro nero, sì lavoro vero". E sin da quel momento, ci era parso che Gela, per le sue particolarissime condizioni socioeconomiche, rappresentasse una scelta obbligata. È infatti diventata ormai tradizione abbinare un tema di ampio respiro sociale - in questo caso, l'impegno -