Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2004: novembre |
1 novembre 2004 - DOMUS CIVITAS, RACCOLTA FIRME PER ABROGARE BENEFICI MAFIOSI E TERRORISTI
ANSA:
MAFIA: DOMUS CIVITAS, RACCOLTA FIRME PER ABROGARE BENEFICI
Una raccolta di firme per abrogare "tutti i benefici di legge che consentano di non far scontare la pena a criminali e terroristi". Ad annunciarla e' l' associazione dei familiari delle vittime del terrorismo "Domus civitas", all' indomani delle polemiche suscitate dal rientro in carcere di Giovanni Brusca, sorpreso mentre aveva un telefono cellulare durante un permesso.
La decisione, informa una nota, e' stata presa nell'ultima assemblea dell'associazione, "viste le ultime provocazioni e considerato lo sdegno non solo delle vittime del terrorismo e di mafia, ma anche da gran parte dell'opinione pubblica per le scarcerazioni facili". "Noi - afferma il presidente dell' associazione, Bruno Berardi - consideriamo che detti benefici non sono serviti a far diminuire l'emergenza terrorismo o l'emergenza mafia, ma anzi hanno prodotto l'opposto, aumentando diffusamente tentativi di emulazione".1 novembre 2004 - I PENTITI "SFASCIAPROCESSI"
"La Repubblica"
L´ANALISI
La "seconda generazione" dei collaboratori, da Cancemi a Di Maggio fino a Brusca
Quei pentiti "sfasciaprocessi" contromossa di Cosa Nostra
Mandati dai capi a confessare. Ma quel che hanno detto, alla fine, ha salvato tutti
Mafiosi "sbirri", i corleonesi, si sono rivelati più utili alla difesa che all´accusa
ATTILIO BOLZONI
PALERMO - Quelli lì, i corleonesi che si sono buttati dall´altra parte, si era capito subito dove volevano andare a parare. Li avevano chiamati pentiti di "seconda generazione" per distinguerli dai Buscetta e dai Contorno e dai Marino Mannoia, ma venivano tutti o quasi tutti da un altro mondo. E da un´altra mafia. Mafiosi sbirri, mafiosi che avevano antica confidenza con gli apparati, con i generali dei carabinieri, con i servizi più segreti.
Fino a quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano in vita, nelle stanze blindate della procura si presentarono soltanto boss che chiedevano quel "contratto", gente disposta a saltare il fosso per salvarsi la pelle e vendicarsi di quei contadini di Corleone che per loro non erano neanche veri uomini d´onore. Magari dicevano tanto e non tutto. Però non mentivano mai al giudice. Sapevano che anche la più piccola menzogna li avrebbe screditati per sempre. Poi arrivarono gli altri, i pentiti di seconda generazione.
Fu dopo le stragi del ´92, quando Cosa Nostra sembrava per la prima volta ferita a morte. E cominciò l´èra delle clamorosissime confessioni. Su mafia e politica, sui "mandanti esterni" dei delitti più eccellenti. Come è andata a finire, lo abbiamo visto. E non oggi che si chiude quel pezzo di storia di mafia che hanno scritto i pentiti, si era chiuso già allora, subito dopo le stragi. Proprio quando hanno cominciato a "cantare".
Ad annunciarli, "quelli lì", fu addirittura un anonimo, una lettera di 8 pagine inviata a trentanove "personalità" (dal capo dello Stato ai direttori dei giornali, magistrati, alti funzionari di polizia), un messaggio cifrato dove si anticipava un pentimento di massa tra le fila dei corleonesi. Pentimento strategico. Rivelazioni seguite da ritrattazioni, depistaggi, virus immessi nei pool con dichiarazioni contrastanti tra procura e procura, processi tirati su da una parte e demoliti dall´altra, obiettivo finale far uscire Cosa Nostra da quel vicolo cieco dove l´aveva portata Totò Riina con la sua politica terroristica. E, dopo il 23 maggio 1992, così fu.
Arrivarono, arrivarono eserciti di pentiti con il marchio doc di Corleone. Fu allora l´inizio della fine del pentitismo, almeno quel pentitismo che l´ingegno di Falcone aveva immaginato nel suo bunker dopo aver incontrato Masino Buscetta. Fu la contromossa di Cosa Nostra in difficoltà, in crisi come non era mai stata prima nella sua storia. Segnale visibile qui in Sicilia, alcuni osservatori delle cose di mafia lo avvertirono e ne scrissero pure.
Il cambio di "linea" era evidente. Basta uccisioni di pentiti. Basta messaggi violenti al popolo mafioso, come l´assassinio di Leonardo Vitale, un ex ragazzo di Falsomiele conosciuto come il "Valachi di borgata" perché dieci anni prima in preda a una crisi mistica aveva fatto il nome dello "zio Totò" e di Vito Ciancimino. Basta vendette trasversali, figli e sorelle e madri e nipoti di collaboratori di giustizia massacrati.
Il "fenomeno" pentitismo non doveva "esplodere", doveva "implodere". I boss hanno avuto come sempre la vista lunga, pensarono in grande e alla fine i fatti hanno dato ragione a loro. A Palermo si dice "mandati". Ecco, molti pentiti sono stati "mandati" dai loro capi a confessare.
Ci sono due nomi di quella "seconda generazione", da fare su tutti. Uno è quello di Salvatore Cancemi, che è conosciuto come "Totò caserma". L´altro è quello di Balduccio Di Maggio, il rivale di Giovannino Brusca a San Giuseppe Jato. Cominciamo dal primo. Cancemi si è pentito all´improvviso, apparentemente senza motivo alcuno per redimersi o quanto meno per spifferare qualcosa. E in effetti, non si era pentito per niente.
Prima di tirargli fuori una confessione (al terzo interrogatorio da "pentito" negò perfino di avere rubato un camion carico di prosciutti, al trecentesimo disse che non aveva rivelato la sua partecipazione alla strage di via D´Amelio "perché si vergognava") i magistrati hanno faticato per anni. E comunque - a quanto ci risulta - Cancemi boss della Cupola non ha mai fatto un solo giorno di carcere da quando una decina di anni fa si consegnò una mattina ai carabinieri di piazza Verdi.
Il suo soprannome è "Totò caserma" proprio per questo: dal 1994 passa le sue giornate in una "struttura" più o meno nascosta, gli tiene affettuosa compagnia un vecchio e noto maresciallo. Il suo contributo nei processi di Palermo (per mafia) e di Caltanissetta (per stragi) è stato alla fine assai discutibile.
Di Balduccio Di Maggio se ne sa di più. Prima ha raccontato nei dettagli trentasette omicidi firmati da lui personalmente (trovati riscontri micidiali, assoluta la sua credibilità per i fatti di sangue) poi a sorpresa ha tirato fuori la favola del bacio fra Totò Riina e Giulio Andreotti. Al processo contro il senatore, Balduccio si è rivelato un teste chiave più utile alla difesa che all´accusa. Viene da San Giuseppe Jato anche lui, roccaforte corleonese.
Dopo Balduccio, in quel paese, si è pentito Giovannino Brusca e dopo Brusca si è pentito pure Angelo Siino. E poi ancora tanti altri, mafiosi di rango minore ma tutti di quelle parti. Sarà stato un caso, ma San Giuseppe Jato è diventato un grande "laboratorio", una fonte di pentimento inesauribile per i processi politici Anni Novanta di Palermo. Come sono finiti quei processi è risaputo. Milioni di pagine di rivelazioni. Tutti assolti.2 novembre 2004 - COVO RIINA; GIP ORDINA A PM CAPO D' ACCUSA PER MORI
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; GIP ORDINA A PM CAPO D' ACCUSA PER MORI
Il gip Vincenzina Massa ha ordinato alla procura di formulare un capo d'imputazione per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra per il direttore del Sisde Mario Mori e per il tenente colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio.
L'inchiesta riguarda la mancata perquisizione del covo di Riina, dopo l'arresto del capomafia avvenuto il 15 gennaio '93 e la mancata comunicazione alla procura del cessato controllo da parte dei carabinieri della villa in cui vivevano il boss e la sua famiglia.
La procura ha dieci giorni di tempo per formulare il capo d'imputazione con il quale chiedere il rinvio a giudizio di Mori e De Caprio, con l'accusa di mancata comunicazione ai pm della cessazione dell'attivita' di osservazione del covo di Riina, con l'aggravante di aver favorito Cosa nostra.
Duro il commento del difensore di Mori, l'avvocato Pietro Milio: "sono indignato - ha detto - per la decisione del Gip Vincenzina Massa".
La Procura per due volte aveva chiesto l'archiviazione dell'inchiesta, ma in entrambi i casi il giudice aveva rigettato le istanze, tanto che in ultimo ha fissato un'udienza convocando le parti.
"Da cittadino e uomo di giustizia - afferma Milio - sono indignato. In questo modo i carabinieri sono sempre colpevoli mentre non si fa chiarezza su altre responsabilita'. Non e' possibile - conclude il legale - che le persone che hanno arrestato il sanguinario boss debbano subire l'accusa di aver favorito lo stesso Riina".MAFIA: COVO RIINA;GIP,CONTESTARE A MORI FAVOREGGIAMENTO
GIUDICE, PROCURA FORMULA ACCUSA PER DIRETTORE SISDE E 'ULTIMO'
Favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra per il direttore del Sisde Mario Mori e per il tenente colonnello, Sergio De Caprio, il comandante "Ultimo". Questa l' accusa bruciante che il Gip Vincenzina Massa ha ordinato di formulare alla Procura nei confronti dei due ufficiali dei carabinieri che coordinarono l'operazione che porto' alla cattura di Toto' Riina,
L'inchiesta riguarda la mancata perquisizione del covo del boss, dopo il suo arresto avvenuto il 15 gennaio '93, e la mancata comunicazione alla procura del cessato controllo da parte dei carabinieri della villa in cui Riina viveva con la sua famiglia. Il giudice per ben due volte aveva rigettato la richiesta dei pm di archiviare la posizione dei due indagati, sollecitando ulteriori approfondimenti. Adesso i Pm hanno dieci giorni di tempo per formulare il capo d'imputazione richiesto dal Gip.
Duro il commento del difensore di Mori, l'avvocato Pietro Milio: "Da cittadino e uomo di giustizia - ha detto il legale - sono indignato per questa decisione. In questo modo i carabinieri sono sempre colpevoli mentre non si fa chiarezza su altre responsabilita'. Non e' possibile che le persone che hanno arrestato il sanguinario boss debbano subire l'accusa di aver favorito lo stesso Riina".
Secondo i magistrati "contrariamente a quanto sostenuto da De Caprio e Mori, la perquisizione in via Bernini andava senz'altro eseguita senza indugio alcuno, subito dopo l'arresto di Riina". "L'averne di fatto ostacolato l'esecuzione - avevano scritto i pm nella richiesta di archiviazione - determinandone il rinvio, costitui' obiettivamente un'agevolazione degli uomini di Cosa nostra, che consenti' loro di tornare sui luoghi ove il capo indiscusso di Cosa nostra aveva trascorso l'ultimo periodo della sua latitanza, per porre in essere le piu' svariate attivita' di inquinamento probatorio".
I pm non avevano tuttavia riscontrato dolo nel comportamento dei due ufficiali dell' Arma, ritenendo che non vi fossero "elementi soggettivi". Da qui la richiesta di archiviazione avanzata per ben due volte e respinta dal Gip.
Il 15 gennaio 1993 i carabinieri dissuasero i magistrati dal procedere alla perquisizione dell'abitazione di Riina, che era stata localizzata e tenuta sotto osservazione da alcuni giorni prima della cattura del boss. Gli ufficiali, in particolare De Caprio, con "l'avallo del generale Mori" (si legge nelle carte dei pm), avrebbero spiegato che in quel momento non era opportuno entrare nel covo, perche' volevano individuare gli eventuali altri uomini d'onore che vi si potevano recare per prelevare la famiglia del boss. Ma l'attivita' di controllo alla villa cesso' nella stessa giornata in cui venne arrestato Riina.
"Fu soprattutto la sospensione di ogni attivita' di osservazione - affermano i pm - a determinare un'obiettiva agevolazione di Cosa nostra, consentendo a quest'ultima di trarre il massimo vantaggio possibile dalla mancata perquisizione del covo, visto che solo la prosecuzione dell'attivita' di osservazione, in coerenza con la scelta di arrestare Riina lontano da via Bernini, avrebbe potuto attenuare l'altissimo rischio affrontato col rinvio della perquisizione, di compromettere l'acquisizione di documenti di sicuro rilievo eventualmente rinvenibili nella villa".
Gli investigatori entrarono per la prima volta nell'abitazione del boss dopo alcune settimane dall'arresto di Riina, quando tutto l'arredamento era stato portato via dagli uomini di Cosa nostra (come fu in seguito accertato anche per la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia), compreso un armadio corazzato a muro, che si trovava nella stanza da letto del capomafia.
I magistrati sostengono che Mori e De Caprio non avrebbe detto la verita' sui retroscena dell'arresto. "Quali fossero i motivi di tale condotta - si legge nella richiesta di archiviazione - il tenente colonnello De Caprio e il generale Mori, nell'immediatezza dell'arresto di Riina, fornirono ai magistrati della procura indicazioni non veritiere, o comunque fuorvianti, facendo credere a tutti che l'attivita' di osservazione sarebbe proseguita. E, parimenti, le dichiarazioni rese dai medesimi ufficiali ai pm nell'ambito del presente procedimento appaiono non veritiere o, quantomeno, reticenti".MAFIA:COVO RIINA;ULTIMO,OPPORRE PUREZZA A INTRIGO CORLEONESE
Un invito ai giovani ad opporre "la purezza di fronte all'intrigo corleonese". Cosi' 'Ultimo', il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, dopo la decisione del gip di Palermo che ha ordinato alla procura di formulare nei suoi confronti, e del generale Mario Mori, l'imputazione di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra.
"Nessun commento alle decisioni della magistratura, che naturalmente rispetto", ha premesso Ultimo. "Voglio pero' rivolgermi ai giovani - ha proseguito - dicendo che alla raffinatezza dell'intrigo corleonese dobbiamo continuare ad opporre la purezza, la semplicita' e l'onesta', come mi hanno insegnato i vecchi soldati dell'Arma".2 novembre 2004 - FBI E GIUDICI AMERICANI INTERROGANO PENTITO GIUFFRE'
ANSA:
MAFIA: FBI E GIUDICI AMERICANI INTERROGANO PENTITO GIUFFRE'
I giudici del distretto di New York, e agenti dell' Fbi stanno interrogando a Milano il collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' nell' ambito di alcune inchieste sulla mafia italo americana su cui indaga Mark E. Feldman, capo della del settore criminalita' organizzata.
Si tratta di una rogatoria internazionale a cui il ministero della giustizia italiana ha dato il consenso, nell' ambito di accordi di scambio fra i due Paesi.
Gia' in passato l'ex boss di Caccamo era stato sentito dai giudici americani e aveva fatto riferimento a contatti fra le cosche mafiose trapanesi e palermitane con quelle di alcune famiglie di New York e Filadelfia.2 novembre 2004 - TALPE DDA; CUFFARO RINVIATO A GIUDIZIO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; GUP IN CAMERA DI CONSIGLIO
Il gup Bruno Fasciana si e' ritirato in camera di consiglio per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio di 13 imputati per l' inchiesta sulle talpe alla Dda. Tra loro il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento di Cosa nostra.
Il giudice ha annunciato ai difensori che la lettura del provvedimento avverra' alle ore 12.MAFIA: TALPE DDA; CUFFARO RINVIATO A GIUDIZIO
Il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, e' stato rinviato a giudizio dal Gup Bruno Fasciana. Il governatore, nell'ambito dell'inchiesta sulle 'Talpe alla Dda', e' accusato di aver favorito Cosa nostra. Il gup ha disposto il non luogo a procedere per il reato di violazione di segreto d'ufficio. La procura aveva chiesto il processo lo scorso primo settembre.
Il gup Bruno ha rinviato a giudizio tutti i 13 imputati dell'inchiesta sulle talpe alla Dda. Il processo si aprira' il primo febbraio davanti ai giudici del tribunale di Palermo.
Secondo il pm Nino Di Matteo, presente in aula, "il non luogo a procedere ordinato dal gup per il reato di violazione di segreto d'ufficio non alleggerisce il favoreggiamento a Cosa nostra", di cui e' accusato Cuffaro. "Il gup - afferma Di Matteo - ha ritenuto che la violazione di segreto d'ufficio fosse assorbita nel reato di favoreggiamento a Cosa nostra".MAFIA: TALPE DDA; LE VALUTAZIONI DI ACCUSA E DIFESA
PERCHE' SI CONTESTA FAVOREGGIAMENTO E NON RIVELAZIONE SEGRETO
Le due distinte ipotesi di favoreggiamento "plurimo aggravato" per le quali il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro e' stato oggi rinviato a giudizio, consistono "nell' avere a piu' riprese rivelato notizie al boss mafioso Giuseppe Guttadauro e all'imprenditore Michele Aiello, che erano destinate a restare segrete".
Secondo la procura per "un fatto tecnico", il gup Bruno Fasciana ha ritenuto che queste condotte integrino il reato di favoreggiamento e non la rivelazione del segreto d'ufficio, reato per il quale Cuffaro e' stato prosciolto. Il Governatore, infatti, e' accusato di favoreggiamento aggravato dall'articolo 7, e cioe' "di avere posto in essere azioni che di fatto hanno contribuito a favorire l'intera Cosa nostra, proprio con queste rivelazioni".
"Se il gup avesse ritenuto inconsistenti i fatti contestati
- sostiene il pm Nino Di Matteo - avrebbe prosciolto Cuffaro del tutto. Le ipotesi di favoreggiamento per le quali e' stato rinviato a giudizio si riferiscono proprio alla reiterata veicolazione a soggetti mafiosi di notizie riservate".
Il gup ha accolto la richiesta della difesa di non procedere per la violazione del segreto d'ufficio perche' "manca la prova dell'istigazione" di un pubblico ufficiale a rivelare le notizie riservate.
Nel caso di Cuffaro resta ancora questo buco nell'indagine, quello di non aver identificato la persona che, oltre a Borzacchelli ("che non e' stato istigato da Cuffaro") gli ha rivelato notizie coperte dal segreto.
Ma cosa ne pensa la difesa di Cuffaro? "Per giungere all' affermazione di responsabilita' per la violazione del segreto d'ufficio - affermano nella loro memoria difensiva gli avvocati Nino Caleca e Claudio Gallina Montana - non basta dimostrare che vi sia stata la mera ricezione della notizia, o che vi sia stato un mero accordo tra extraneus ed intraneus, ma occorre la prova di una condotta ulteriore da parte del concorrente necessari. Tale condotta puo' concretizzarsi soltanto come istigazione alla rivelazione nei confronti del soggetto pubblico".
I difensori di Cuffaro avevano sottolineato al gup che:
"Ammesso e non concesso che risultasse provata una qualche condotta integratrice del reato di rivelazione di segreto d'ufficio, non sarebbe comunque giuridicamente corretto il rinvio a giudizio di Cuffaro anche per tale reato, poiche' manca del tutto la certezza della qualifica di pubblico ufficiale di colui che avrebbe rivelato la notizia allo stesso, essendo rimasta ignota la fonte rivelatrice".MAFIA: TALPE DDA; L' INCHIESTA CHE COINVOLGE CUFFARO
Le accuse rivolte al presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, risalgono a giugno dello scorso anno, quando il governatore ricevette un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa. Le ipotesi di reato furono poi modificate in favoreggiamento di Cosa nostra e rivelazione di segreti d'ufficio. Per quest' ultimo reato il Gup ha disposto oggi il non luogo a procedere.
Sono due le inchieste che hanno coinvolto Cuffaro: la prima denominata "Ghiaccio 2", e la seconda "Talpe alla Dda". In entrambi i casi l'indagine riguarda politici, professionisti, imprenditori e rappresentanti delle forze dell'ordine. C'e', fra gli altri, il medico Salvatore Aragona, l'ex assessore del Comune di Palermo Mimmo Miceli, il deputato regionale dell'Udc Antonio Borzacchelli (ex carabiniere), l'imprenditore Michele Aiello, i marescialli Giuseppe Ciuro della Dia e Giorgio Riolo dei carabinieri del Ros. Tutti sono finiti sotto processo, dopo essere stati arrestati.
Gli accertamenti dei carabineri del Nucleo operativo hanno concentrato i sospetti su Cuffaro a proposito di fughe di notizie riservate, in particolare su Aiello, arrestato per associazione mafiosa il 5 novembre 2003. Un ruolo che, nell'indagine "Ghiaccio", sostengono gli inquirenti, Cuffaro avrebbe condiviso con Borzacchelli, arrestato a novembre per concussione e ancora agli arresti domiciliari.
La posizione processuale del governatore, nei confronti del quale i pm hanno stralciato l'accusa di concorso in associazione mafiosa chiedendo invece il primo settembre scorso il rinvio a giudizio per favoreggiamento di Cosa Nostra, ruota attorno all'imprenditore Aiello, personaggio di spicco della sanita' privata siciliana, ritenuto vicino al boss mafioso latitante Bernardo Provenzano. Ma ai contatti con il manager non e' stata collegata l'accusa di mafia ipotizzata per Cuffaro, che e' stata invece stralciata dai magistrati in quanto non ci sarebbero contatti diretti fra il Governatore ed esponenti mafiosi come il boss Giuseppe Guttadauro. Nel salotto di quest'ultimo, durante la campagna elettorale delle elezioni regionali del 2001, sono state registrate diverse ore di conversazione con mafiosi, politici e medici. Nel corso di questi dialoghi e' stato fatto piu' volte riferimento al nome di Cuffaro. Proprio queste intercettazioni, in cui si parla di estorsioni, omicidi, intrecci fra mafia e politica, hanno portato all'arresto di numerose persone, fra cui l'ex assessore Miceli, attualmente sotto processo per concorso in associazione mafiosa.
La scoperta della "cimice" a casa del mafioso avviene il 21 giugno 2001, dopo una fuga di notizie che causa l'interruzione dell'inchiesta, la cui responsabilita' viene fatta risalire al maresciallo del Ros Giorgio Riolo.
Nell'atto d'accusa i pm scrivono: "E' un'indagine che ha allargato progressivamente quello che era il suo oggetto iniziale, consentendo non solo l'accertamento di reati di per se' gravissimi ma, fatto ancor piu' importante, di scoprire l'attivita' di infiltrazioni di Cosa nostra nei settori piu' diversi delle societa' e delle Istituzioni e di accertare la sistematica rivelazione agli uomini dell'organizzazione mafiosa delle attivita' di indagine dei carabinieri del Ros, a cominciare da quelle mirate alla cattura di Bernardo Provenzano".
Secondo la procura, il presidente Cuffaro avrebbe appreso informazioni riservate su indagini svolte dalla Dda da una "fonte romana" che non e' stata individuata e poi da Borzacchelli che avrebbe intrattenuto "buoni rapporti", anche quando e' stato eletto deputato, "con molti ufficiali dell'Arma". Per sostenere questa ipotesi, che il Gup peraltro non ha ritenuto oggi di accogliere, i pm fanno riferimento all'incontro fra Aiello e Cuffaro, avvenuto nell'ottobre 2003 "in incognito" a Bagheria. In quell' occasione il Governatore, secondo quanto scrivono i magistrati, avrebbe rivelato al manager della sanita' le indagini avviate nei confronti di Riolo e Ciuro. Ma tutte queste accuse sono sempre state respinte da Cuffaro, che si e' detto "fiducioso" nella giustizia e "pronto a dimostrare la propria estraneita"" davanti ai giudici.MAFIA: TALPE DDA; CUFFARO, DIMEZZATE ACCUSE A MIO CARICO
"Accolgo con moderata soddisfazione il fatto incontrovertibile che le accuse a mio carico siano state dimezzate dal Gup. Il processo sara' la sede naturale per dimostrare la mia completa estraneita' agli addebiti rimasti ancora in piedi". Lo afferma il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, dopo il pronunciamento del Gup, Bruno Fasciana.
"Gia' oggi - prosegue Cuffaro - devo sottolineare, pero', che delle iniziali gravissime ipotesi accusatorie a mio carico una parte non figurava piu' tra le richieste della Procura. Affrontero' il processo con animo assolutamente sereno e con grande determinazione: sentimenti che nascono dalla certezza morale sulla natura trasparente del mio operato, come cittadino ed uomo di governo, e dal rispetto che nutro verso la funzione giurisdizionale e chi la esercita. In questo senso ho sempre avuto chiaro che occorre difendersi nel processo e non dal processo".
"Mi battero', dunque, con tenacia - conclude il presidente della Regione - per il riconoscimento delle ragioni che mi vedono totalmente estraneo alle accuse residue. La stessa tenacia con la quale mi spendero', senza tentennamenti, sino alla conclusione del mandato, al servizio di una terra straordinaria e difficile come la Sicilia, che insieme a qualche forte amarezza offre tanti motivi di orgoglio a chi e' chiamato a rappresentarla".MAFIA:TALPE DDA;CUFFARO A GIUDIZIO PER FAVOREGGIAMENTO
GOVERNATORE, ACCUSE DIMEZZATE. PM, POSIZIONE NON SI ALLEGGERISCE
E' il processo alla "nuova mafia", quella che non uccide ma che cerca di infiltrarsi non solo tra i colletti bianchi ma anche tra i vertici delle istituzioni e perfino tra gli investigatori che dovrebbero combatterla. E' questo lo scenario che emerge dall' inchiesta che oggi ha portato al rinvio a giudizio di 13 imputati, tra cui il presidente della Regione Toto' Cuffaro.
Il Governatore deve rispondere solo di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra, perche' il Gup Bruno Fasciana ha dichiarato il non luogo a procedere per l' altra accusa ipotizzata dai pm: rivelazione di segreto d' ufficio. Ma proprio attorno a questo reato ruota gran parte dell' inchiesta soprannominata, non a caso, "talpe alla Dda". Gli inquirenti hanno delineato un' organizzazione costruita con la complicita' dell'imprenditore miliardario Michele Aiello, definito un "protetto" di Bernardo Provenzano" e rinviato a giudizio per associazione mafiosa. Con lui salira' sul banco degli imputati anche il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, l'esperto di tecnologia che la notte piazzava microspie e telecamere per catturare la "primula rossa di Corleone" e di giorno le rivelava ad Aiello.
Cuffaro sottolinea che il Gup ha "dimezzato" le accuse a suo carico, e ribadisce la propria fiducia nella giustizia: "il processo sara' la sede naturale per dimostrare la mia completa estraneita' agli addebiti rimasti ancora in piedi". Al Governatore, infatti, era stata inizialmente contestata, come lui stesso ricorda, una "gravissima ipotesi accusatoria": il concorso in associazione mafiosa. Ma i magistrati, non senza qualche frizione interna alla procura, avevano poi deciso di stralciare quest' accusa per puntare sul favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra e la rivelazione di segreto d' ufficio. Quest' ultima ipotesi e' stata invece "bocciata" dal Gup Bruno Fasciana, anche se il sostituto Nino Di Matteo si affretta a sostenere che la decisione non "alleggerisce" la posizione di Cuffaro: "Il Gup - argomenta Di Matteo - ha ritenuto che la violazione di segreto d'ufficio fosse assorbita nel reato di favoreggiamento a Cosa nostra". E annuncia che il provvedimento del gup potrebbe essere impugnato dalla procura.
Si va al processo, dunque, nella speranza che il dibattimento che si aprira' il primo febbraio davanti ai giudici della terza sezione del tribunale, riesca a far luce su alcuni "buchi neri" dell'inchiesta. A cominciare dalle "talpe romane" non identificate che, secondo l' accusa, avrebbero confermato a Cuffaro, il quale avrebbe "girato" l' informazione ad Aiello, l'esistenza di indagini a carico dell' imprenditore e della sua rete di informatori.
Gli altri dieci imputati - oltre a Cuffaro, Aiello e Riolo - sono il radiologo Aldo Carcione, l'ex assistente giudiziaria Antonella Buttitta, l'ex consigliere comunale di Bagheria dell'Udc Roberto Rotondo, il questore di polizia Giacomo Venezia, i medici Domenico Oliveri e Michele Giambrone, i funzionari della Asl Lorenzo Ianni', Salvatore Prestigiacomo, Adriana La Barbera e il marito di quest'ultima Angelo Calaciura. I reati contestati vanno dalla violazione del segreto istruttorio, all'associazione mafiosa, al concorso in associazione mafiosa, alla corruzione, al favoreggiamento, abuso d'ufficio, truffa e falso ideologico. Alleggerita anche la posizione di Venezia, per il quale il giudice ha dichiarato il non luogo a procedere per abuso d'ufficio: sara' processato solo per falso e favoreggiamento.
Secondo gli inquirenti Michele Aiello, ritenuto la figura centrale dell' inchiesta, avrebbe partecipato all'illecita spartizione degli appalti pubblici e avrebbe raccolto informazioni da pubblici ufficiali "finalizzate alla tutela di Cosa nostra". In particolare l'imprenditore avrebbe acquisito notizie su un'enorme mole di indagini tra cui quelle relative alla cattura di Provenzano e Matteo Messina Denaro che avrebbe riferito poi con dovizia di particolari ad alcuni mafiosi.
La procura aveva chiesto il primo settembre scorso il rinvio a giudizio di 17 imputati che durante le udienze preliminari, cominciate il 12 ottobre scorso, si sono ridotti a 13 dopo che due indagati hanno patteggiato la pena e altri due, fra cui il maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, accusato di concorso in associazione mafiosa, e attualmente detenuto, ha chiesto e ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato. Il processo per il sottufficiale si svolgera' il 21 dicembre.
Il rinvio a giudizio di Cuffaro ha provocato l' immediata reazione di numerosi esponenti dell' opposizione, che sollecitano le dimissioni del Governatore, difeso invece dal Polo. Ma e' lo stesso Cuffaro a ribadire che restera' al suo posto "senza tentennamenti" e "fino alla fine del mandato".3 novembre 2004 - COVO RIINA: DAI GIORNALI
"La Stampa"
IL GIUDICE: NON HANNO PERQUISITO LA VILLA DI RIINA DOPO L'ARRESTO
"Processate Mori e il capitano Ultimo"
Dal corrispondente da PALERMO
La mancata perquisizione alla villa in cui viveva Totò Riina con la famiglia fino al giorno del suo arresto, e la cessazione del controllo al covo da parte dei carabinieri senza averne dato comunicazione alla procura, fanno ipotizzare al gip Vincenzina Massa, che l'allora vice comandante del Ros, Mario Mori, attuale direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, conosciuto come capitano Ultimo, vanno processati per favoreggiamento di Cosa nostra.
Il giudice obbliga la procura a chiedere il rinvio a giudizio dei due indagati, i quali, ironia della sorte, si trovano nella posizione giudiziaria di essere stati complici dei boss mafiosi, gli stessi che in passato sono stati oggetto delle loro indagini, e molti dei quali hanno subito condanne pesanti. Ma in questo caso il gip ricorda che i mafiosi corleonesi, secondo quanto affermano i pentiti, hanno avuto il tempo di andare a prendere dalla villa di via Bernini la moglie e i figli di Riina, prelevare i mobili, fra cui un armadio corazzato a muro dove il capomafia avrebbe conservato documenti, e tinteggiare le pareti. Tutto senza essere disturbati dai carabinieri del Ros.
È un'accusa bruciante per Mori e De Caprio, per i quali, in due occasioni la procura aveva chiesto l'archiviazione. Il giudice sostiene che sulla mancata perquisizione i due ufficiali "non hanno detto la verità" e sottolinea nel provvedimento "le molteplici incongruenze e contraddizioni" delle dichiarazioni rese da Mori e De Caprio. Tanto che per alcune circostanze gli indagati hanno "corretto il tiro". Il giudice ritiene però "inquietante" la motivazione che avrebbe fornito Ultimo sulla sospensione dell'attività di controllo della villa e bolla il suo atteggiamento definendolo ondivago. Adesso i Pm hanno dieci giorni di tempo per formulare il capo d'imputazione richiesto dal Gip.
Duro il commento del difensore di Mori, l'avvocato Pietro Milio: "Da cittadino e uomo di giustizia - ha detto il legale - sono indignato per questa decisione. In questo modo i carabinieri sono sempre colpevoli mentre non si fa chiarezza su altre responsabilità. Non è possibile che le persone che hanno arrestato il sanguinario boss debbano subire l'accusa di aver favorito lo stesso Riina". I magistrati sostengono che Mori e De Caprio non avrebbe detto la verità sui retroscena dell'arresto. "Quali fossero i motivi di tale condotta - sostengono nella richiesta di archiviazione - il tenente colonnello De Caprio e il generale Mori, nell'immediatezza dell'arresto di Riina, fornirono ai magistrati della procura indicazioni non veritiere, o comunque fuorvianti, facendo credere a tutti che l'attività di osservazione sarebbe proseguita. E, parimenti, le dichiarazioni rese dai medesimi ufficiali ai pm nell'ambito del presente procedimento appaiono non veritiere o, quantomeno, reticenti".
I magistrati sostengono che "contrariamente a quanto sostenuto da De Caprio e Mori, la perquisizione in via Bernini andava senz'altro eseguita senza indugio alcuno, subito dopo l'arresto". "L'averne di fatto ostacolato l'esecuzione - avevano scritto i pm nella richiesta di archiviazione - determinandone il rinvio, costituì obiettivamente un'agevolazione degli uomini di Cosa nostra, che consentì loro di tornare sui luoghi ove il capo indiscusso di Cosa nostra aveva trascorso l'ultimo periodo della sua latitanza, per porre in essere le più svariate attività di inquinamento probatorio". I pm non avevano tuttavia riscontrato dolo nel comportamento dei due ufficiali dell'Arma, ritenendo che non vi fossero "elementi soggettivi". "Fu soprattutto la sospensione di ogni attivita' di osservazione - affermano i pm - a determinare un'obiettiva agevolazione di Cosa nostra, consentendo a quest'ultima di trarre il massimo vantaggio possibile dalla mancata perquisizione del covo, visto che solo la prosecuzione dell'attività di osservazione, in coerenza con la scelta di arrestare Riina lontano da via Bernini, avrebbe potuto attenuare l'altissimo rischio affrontato col rinvio della perquisizione, di compromettere l'acquisizione di documenti di sicuro rilievo eventualmente rinvenibili nella villa".
Gli investigatori entrarono per la prima volta nell'abitazione del boss dopo 19 giorni dall'arresto, quando tutto l'arredamento era stato portato via dagli uomini di Cosa nostra.ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; COLA, MORI E DE CAPRIO A RISCHIO SICUREZZA
INTERROGAZIONE A CASTELLI SU PRESENZA CIURO A INTERROGATORI
Come mai, nel maggio scorso in relazione all'inchiesta giudiziaria sulle talpe, la Procura di Palermo ha fatto partecipare agli interrogatori del prefetto Mario Mori e il colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio (Ultimo) anche il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro nonostante questi fosse sotto inchiesta? E' quanto chiede Sergio Cola (An) al ministro della Giustizia Roberto Castelli in un'interrogazione.
Secondo Cola, infatti, si tratta di "in fatto gravissimo che se accertato non puo' chiudersi senza una seria indagine disciplinare, perche' si e' messa realmente a rischio la sicurezza di due servitori dello Stato che hanno arrestato, nel 1993, il capo di Cosa Nostra Salvatore Riina". L'esponente di Alleanza nazionale, infatti, ricorda che successivamente Ciuro, e' stato arrestato perche' "tradiva le istituzioni per informare i suoi amici sulle inchieste giudiziarie a loro carico".ANSA:
COVO RIINA; PROCURA STUDIA RICHIESTA RINVIO GIUDIZIO
La procura di Palermo, all'indomani del provvedimento del gip che ha ordinato di formulare un'accusa di favoreggiamento aggravato contro il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e del tenente colonnello Sergio De Caprio, sta gia' lavorando su come ipotizzare il capo di imputazione, per chiederne fra nove giorni il rinvio a giudizio.
E' un lavoro non semplice per i magistrati che per tre volte hanno chiesto l'archiviazione del procedimento che riguarda la mancata perquisizione alla villa di Toto' Riina, dopo il suo arresto, e il fatto che i carabinieri del Ros non comunicarono che dopo due ore dalla cattura del capomafia vennero cessati i controlli davanti all'abitazione.
Secondo il gip Vincenzina Massa che ha disposto l'imputazione coatta, ci sarebbe stata una trattativa che si sarebbe conclusa con la "consegna" di Riina ai militari del Ros il 15 gennaio 1993. In cambio, sostiene il giudice, non veniva fatta alcuna irruzione nella villa con piscina del boss, dove, secondo quanto affermano alcuni pentiti, il capomafia nascondeva documenti. Venne lasciato il tempo alla moglie e ai figli di Riina di lasciare l'abitazione e ad una squadra di mafiosi di ripulire il covo. I carabinieri arrivarono dopo 19 giorni, quando non vi era piu' nulla.
Per questa mancata perquisizione, che secondo il gip potrebbe avere "avvantaggiato" Cosa nostra, portando in salvo prove e documenti "compromettenti", Mori e De Caprio devono essere processati.
I pm hanno tempo ancora nove giorni per depositare nella cancelleria del gip la loro richiesta.
Il giudice picchia duro sul direttore del Sisde e sul "capitano ultimo", tanto che sottolinea che ci sarebbe stata "una precisa volonta' degli indagati di sviare l'obiettivo dei magistrati" che era quello di perquisire la villa. Il gip giudica "risibile la giustificazione" data da Mori "dello stress del personale adibito al controllo della villa", e sostiene che "non vi sono spiegazioni alternative" al fatto che non sono entrati in quell'abitazione che tenevano d'occhio da alcuni giorni prima dell'arresto. Insomma, per Vincenzina Massa, i due agirono con "dolo specifico".
Ricordando, infine, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi che ha rivelato di un progetto di morte nei confronti di Ultimo, il giudice ipotizza che "Sarebbe piu' che plausibile, nell'economia di un accordo di scambio non lecito, estremamente rischioso per la parte istituzionale, la messa in circolazione fra i sodali, a scopo di tutela della controparte, della falsa notizia di una grave rappresaglia nei confronti proprio dell'autore dell'arresto, per metterlo al riparo da sospetti circa l'ingerenza nella trattativa in ipotesi avvenuta. E d'altra parte il ricorso al depistaggio non e' affatto estraneo a Cosa nostra".
"L'avere sospeso l'attivita' di osservazione - sostengono i pm - senza comunicarlo ai magistrati della Procura, con i quali riconsiderare la possibilita' di un'immediata irruzione nella casa di Riina, nella stessa giornata in cui si era deciso di dismettere l'attivita' di osservazione, e' una condotta che, dal punto di vista materiale, integra certamente la condotta di favoreggiamento nei confronti degli appartenenti a Cosa nostra, che si sarebbero poi recati a 'svuotare' il covo. E tale favoreggiamento non potrebbe essere ascritto ad altri che ai responsabili di quell'operazione di polizia e, soprattutto, della decisione di sospendere l'attivita' di osservazione: il generale Mario Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio. Ed e' questa la ragione per la quale la procura ha proceduto all'iscrizione dei due ufficiali nel registro degli indagati per il reato per cui si procede".3 novembre 2004 - BORSELLINO: DAI GIORNALI
"La Stampa"
Giudice Borsellino
un particolare che mette i brividi
LORO (E GLI ALTRI)
Chiara Beria di Argentine
SIGNORA BORSELLINO. Ci sono incontri che non si possono dimenticare. Agnese Borsellino aveva perso da due anni il marito Paolo - massacrato con la sua scorta, il 19 luglio 1992, in via D'Amelio, a Palermo - quando venne a trovarmi a Milano. Alla donna minuta, moglie e figlia di magistrati (il padre, Angelo Piraino Leto, fu presidente di Corte d'Appello) dovevo mostrare alcuni passi della lunga intervista che il marito aveva fatto a dei giornalisti francesi una settimana prima dell'assassinio di Giovanni Falcone a Capaci; 60 giorni prima del suo stesso martirio. Su quell'intervista, negli anni a venire, in special modo in periodi pre-elettorali, si è sollevato un gran polverone. Frasi del giudice citate a caso; polemiche e, visto che era stata pubblicata ma non fu mai più trasmessa in tv, persino dubbi sulla sua esistenza (al procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, consegnai, a quel punto, le cassette audio integrali con la voce di Borsellino). Ma tutto questo è ormai materia di verbali, di infiniti processi. Alla vigilia della programmazione in tv della fiction sulla vita di Paolo Borsellino (8, 9 novembre, Canale 5, regista Gianluca Tavarelli, produttore Pietro Valsecchi) quel che ricordo è l'interrogativo che tormentava Agnese Borsellino. Un interrogativo rimasto ancora oggi, se non ci si ferma agli esecutori delle stragi, senza risposta. "Voglio capire chi e perché ha ucciso mio marito", ripeteva la signora vedendo le immagini, fino a quel momento a lei inedite, del marito ripreso nello studio della loro casa di via D'Amelio. Ancor più che le parole - una lucida analisi sul salto di qualità di Cosa Nostra nei primi anni Sessanta - era commovente anche per chi stava accanto a lei in risentire nel filmato i rumori ordinari di quella casa; rivedere i piccoli gesti quotidiani del giudice. Il suono di un orologio a pendolo, il fumo della sua sigaretta in bocca, il telefono che suona. E ancora di più. Sentire una nota di preoccupazione nella voce del giudice ma solo perché l'operatore aveva inquadrato alle sue spalle la bandiera tricolore appartenuta al padre con lo stemma sabaudo e, chissà mai quali polemiche gli avvoltoi si sarebbero inventate contro di lui. La signora Borsellino raccontava di quegli ultimi, tormentati 57 giorni di vita del marito; quel tempo troppo breve e fatale tra la morte dell'amico Falcone e il suo martirio. A un tratto, nel filmato, il giudice s'interrompe: lo avvisano che i suoi ospiti devono spostare la loro automobile che avevano, in tutta tranquillità, parcheggiato dopo aver scaricato il materiale per le riprese, sotto casa, in via D'Amelio. Particolare da brivido: la prova dell'inefficienza, nel maggio '92, della protezione attorno a un giudice da anni nel mirino della mafia, sicuramente dal maxiprocesso a Cosa Nostra. Stop. Passiamo dalla realtà alla fiction che è ottima cosa se fatta bene perché serve a non dimenticare. Dopo l'anteprima per le autorità a Roma, il film sulla vita del giudice Borsellino, un siciliano che per amore della sua terra non si arrese mai alla mafia, verrà proiettato a Palermo, al cinema King, la sera di venerdì 5 novembre. In sala la sua famiglia: la moglie Agnese, i figli Lucia, Manfredi, Fiammetta che, in questi 12 anni, hanno saputo affrontare il loro immenso dolore con infinito coraggio e dignità.4 novembre 2004 - ANONIMO FECE ARRESTARE GIUFFRE' MA CHIEDEVA UN FAVORE
ANSA:
MAFIA: ANONIMO FECE ARRESTARE GIUFFRE' MA CHIEDEVA UN FAVORE
'IGNORATE BIGLIETTI PROVENZANO E VI FACCIO CATTURARE ALTRO BOSS'
Dovevano sparire i biglietti scritti da Bernardo Provenzano e trovati addosso al boss Antonino Giuffre' il giorno del suo arresto, avvenuto il 16 aprile 2002 in una masseria nelle campagne di Vicari.
La richiesta era stata fatta da un anonimo che aveva avvisato con una telefonata i carabinieri della compagnia di Termini Imerese della presenza di Giuffre' in una stalla. L'uomo che aveva consentito agli investigatori di catturare il capomafia di Caccamo chiedeva di "non tenere conto dei 'pizzini' che sarebbero stati trovati addosso a Giuffre"". Per ricompensare i militari, nel caso in cui avessero seguito il suo invito, l' anonimo "avrebbe fatto arrestare un altro latitante importante della zona del termitano".
I carabinieri trovarono Giuffre' e con lui un'enorme mole di bigliettini che gli erano stati inviati da Provenzano e da altri latitanti, l'ultimo dei quali riportava la data del giorno prima del suo arresto.
Proprio su queste lettere oggi i carabinieri del Ros hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare, fra cui una diretta a Provenzano, per la prima volta accusato di estorsione. A mettere la primula rossa nei guai non e' un pentito, ma le lettere scritte di suo pugno.
Giuffre' e' stato consegnato ai carabinieri, e chi lo ha "venduto" avrebbe cercato di "intavolare" una trattativa per evitare che la mole di documenti che il boss portava sempre con se' in un marsupio, finisse nelle mani degli investigatori.
Le estorsioni prese in considerazione dall'indagine che oggi ha portato all'esecuzione degli ordini di custodia sono in tutto dieci e risalgono ad un periodo compreso tra il 2001 e il 2002. "Abbiamo potuto fare luce su questi episodi - spiega il pm Lia Sava - grazie al prezioso materiale cartaceo ritrovato nel covo di Nino Giuffre'. Lettere, appunti, molti dei quali riconducibili a Provenzano e che ci hanno svelato il modus operandi di Cosa nostra e le tecniche di attuazione del pizzo sul territorio. Pagano tutti, anche soggetti mafiosi o riconducibili ad ambienti mafiosi".
Un'inchiesta questa che secondo il gip "utilizza risultanze dalle quali si desume non solo l'identita' di alcuni di coloro che in diverse zone del territorio che va da Palermo fino ai limiti della provincia di Messina rappresentano veri e propri punti di riferimento strategici per le tutte le attivita' illecite e gli interessi riferibili a Cosa nostra, ma che hanno anche consentito di ricostruire il tessuto criminale nel quale tali soggetti hanno operato, garantendo all'organizzazione mafiosa una costante e forte presenza sul territorio, con il sistematico controllo degli affari economici, attraverso l'imposizione del pizzo nei confronti delle imprese".4 novembre 2004 - ESTORSIONI SU INDICAZIONE DI PROVENZANO, ARRESTI
ANSA:
MAFIA: ESTORSIONI SU INDICAZIONE DI PROVENZANO, ARRESTI
I bigliettini inviati dal capomafia latitante Bernardo Provenzano ad altri boss, in cui raccomandava le imprese a cui far aggiudicare gli appalti pubblici e ordinava anche a chi imporre il pagamento del pizzo ai cantieri edili, hanno portato stamani all'esecuzione di sette ordini di custodia cautelare in carcere.
I provvedimenti fanno riferimento a numerose estorsioni effettuate fra il 2001 e il 2002 e sono stati emessi dal gip Gioacchino Scaduto, e vengono eseguiti dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Palermo che hanno svolto le indagini.
L'operazione e' scaturita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' e dai sequestri di centinaia di "pizzini" (bigliettini ndr) molti dei quali scritti dallo stesso Provengano, che figura fra i destinatari del provvedimento cautelare.
L'inchiesta e' stata coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Lari e dai pm della Dda Michele Prestipino e Lia Sava.MAFIA: GRASSO, PRIMA ACCUSA DI ESTORSIONE PER PROVENZANO
"Per la prima volta il boss latitante Bernardo Provenzano viene accusato non di omicidio, come spesso e' avvenuto, ma di estorsione e ad inchiodarlo questa volta non sono i pentiti ma i biglietti che lui stesso ha scritto". Lo ha detto il procuratore Pietro Grasso, durante la conferenza stampa sull' operazione dei carabinieri che ha portato all' emissione di sette ordinanze di custodia cautelare.
Oltre a Provenzano e' coinvolto nell' inchiesta un altro latitante ritenuto molto in vista nella cupola mafiosa: si tratta del boss Salvatore Lo Piccolo.
Al centro dell' indagine denominata "Vulcano", condotta dai carabinieri del Ros di Palermo e del Comando provinciale, ci sono i "pizzini" scritti da Provenzano e fatti trovare nel covo di Antonino Giuffre' il 14 aprile del 2002. Sono biglietti scritti con una macchina per scrivere in cui il capo di Cosa Nostra indicava le aziende da sottoporre a estorsione.
"Giuffre' - ha spiegato Grasso - non ha esitato ad autoaccusarsi e a denunciare anche suoi familiari, fra cui lo zio di sua moglie, ritenuti gli autori di episodi estorsivi".
L'ordinanza di custodia cautelare riguarda oltre a Provenzano e Lo Piccolo anche Benedetto Spera (70 anni, detenuto) Giovanni Spera (59 anni, di Belmonte Mezzagno), Salvatore Stanfa, zio di Giuffre' (73 anni, di Caccamo), Michele Vitale (36 anni, di Partinico) e Domenico Virga (41 anni, di Gangi, detenuto).4 novembre 2004 - MANTOVANO, NESSUNA ISTANZA BRUSCA A COMMISSIONE
ANSA:
MAFIA: MANTOVANO, NESSUNA ISTANZA BRUSCA A COMMISSIONE
La commissione centrale per la definizione ed applicazione delle speciali misure di protezione del Viminale non ha ricevuto ancora nessuna istanza da parte di Giovanni Brusca che, secondo quanto riferisce oggi 'La Repubblica', avrebbe intenzione di cambiare nome. "Fino a ieri, data dell'ultima riunione della commissione - dichiara Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno, che la presiede - non abbiamo ricevuto nessuna domanda in tal senso. Quando l'istanza sara' presentata verra' esaminata in base alla legge".
"Si tratta di un'istruttoria complessa - spiega Mantovano - che tiene conto delle pendenze giudiziarie e dei precedenti penali". Inoltre, sottolinea il sottosegretario, "il cambiamento del nome viene preso in considerazione, di norma, quando sono esauriti i processi a carico del soggetto e in previsione della sua uscita dal carcere o della fine del programma di protezione".MAFIA: BERARDI, NUOVO NOME A BRUSCA? STATO PREMIA CRIMINE
PETIZIONE POPOLARE PER CAMBIARE REGOLE SU BENEFICI A DETENUTI
"Questo e' un paese dove il crimine viene premiato con protezioni e privilegi". Lo afferma Bruno Berardi, presidente dell' associazione nazionale vittime terrorismo e mafia Domus civitas, commentando l' ipotesi della concessione di una nuova identita' a Giovanni Brusca.
"Lo Stato - secondo Berardi - scende a patti con mafiosi e terroristi, offrendo loro quanto di meglio esiste: queste premure per un anonimo disoccupato italiano non sono neanche lontanamente pensabili, pertanto l' associazione sta raccogliendo in tutta Italia delle firme per una petizione popolare che spinga il nostro Governo a cambiare le regole in materia di benefici ai detenuti ancora in vigore".
"Chiediamo - conclude - l' applicazione e l' esecuzione delle pene per i reati di terrorismo e mafia, forza deterrente per arginare il fenomeno stesso e ricondurre il problema delle scarcerazioni facili nei limiti almeno accettabili".MAFIA: BRUSCA, ECCO COME POTREBBE CAMBIARE NOME
E' il ministro dell' Interno ad emanare il decreto - di concerto con il Guardasigilli - che autorizza un collaboratore di giustizia a cambiare generalita'. A disporre il cambiamento e' la Commissione centrale per la definizione ed applicazione delle speciali misure di protezione del Viminale, sempre e solo su richiesta dell' interessato. Nel caso di Giovanni Brusca, ad oggi, fa sapere il sottosegretario all' Interno, Alfredo Mantovano, che presiede la Commissione, "non abbiamo ricevuto nessuna domanda in tal senso. Quando l' istanza sara' presentata verra' esaminata in base alla legge".
"Si tratta di un' istruttoria complessa - spiega Mantovano - che tiene conto delle pendenze giudiziarie e dei precedenti penali". Inoltre, sottolinea il sottosegretario, "il cambiamento del nome viene preso in considerazione, di norma, quando sono esauriti i processi a carico del soggetto e in previsione della sua uscita dal carcere o della fine del programma di protezione".
Il decreto di cambiamento di generalita' (oltre al nome viene cambiato anche il luogo di nascita), rileva il Regolamento ministeriale sulle speciali misure di protezione previste per i collaboratori di giustizia e i testimoni, viene disposto "quando e' necessario per garantire la sicurezza, la riservatezza ed il reinserimento sociale della persona ammessa allo speciale programma di protezione". Il registro riservato, l' unico documento a contenere le indicazioni sulla nuova e vecchia identita' del soggetto, e' custodito al Viminale. E per assicurare il massimo di riservatezza possibile non e' accessibile neanche ai membri della Commissione.
Ma per evitare che il nuovo nome cancelli completamente il passato del collaboratore o testimone di giustizia, e dunque anche i trascorsi penali, e' stato trovato un escamotage tecnico. In caso di verifiche o controlli da parte delle forze dell' ordine il vero nome del soggetto non emergera' mai, ma gli agenti saranno messi in grado di sapere che si tratta di persona con precedenti.
Prima del cambiamento definitivo delle generalita', nel corso del programma di protezione, possono essere concessi al soggetto nuovi documenti di identita' provvisori, utilizzabili per le esigenze quotidiane. Successivamente, con decreto del ministro dell' Interno, i documenti provvisori possono diventare definitivi.
Negli ultimi anni la Commissione ha esaminato diverse richieste di collaboratori che volevano cambiare nome. Alcune sono state respinte, altre accettate, specie quelle provenienti da persone che stavano per concludere il programma di protezione e rientrare nella societa' civile.4 novembre 2004 - BRUSCA RINUNCIA A DUE UDIENZE
ANSA:
MAFIA: BRUSCA RINUNCIA A DUE UDIENZE
Il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca ha rinunciato oggi a presenziare alle due udienze dei processi che lo vedono imputato a Palermo di omicidio.
Per il pentito sarebbe stata la prima uscita davanti ai giudici, dopo l'arresto avvenuto a Roma durante un permesso premio, perche' trovato a parlare col telefonino. Brusca ha fatto sapere, tramite il suo avvocato, che rinunciava a partecipare all'udienza.
Il primo processo si svolge davanti ai giudici della terza sezione della Corte di Assise e riguarda l'omicidio di Gaudenzio Giammalva, assassinato nel '76 a San Giuseppe Jato; l' altro si tiene, in abbreviato, davanti al Gup Mazzeo, per l'omicidio di Vito Salvia, assassinato l'8 settembre '94 a Borgetto, nel palermitano.4 novembre 2004 - FICTION TV SU BORSELLINO
ANSA:
TV: BORSELLINO; MANFREDI, ECCO MIO PADRE
Ecco il testo della lettera di Manfredi Borsellino che Tirabassi leggera' questa sera all'anteprima romana della fiction sul giudice ucciso dalla mafia:
"Cari amici, vista l'impossibilita' materiale di ciascuno di noi di essere oggi qui presenti all'anteprima ufficiale di questa fiction, ed in particolar modo di mia madre, consapevole che, suo malgrado, non sarebbe riuscita a tradire le forti emozioni che la visione in privato del film le ha gia' prodotto, offro quello che vuole essere un semplicissimo contributo scritto su colui che per noi non e' stato solo un padre, ma anche un fratello e, soprattutto, un amico. Penso che di mio padre debba ricordarsi soprattutto la sua bonta' d'animo, essendo egli una persona fondamentalmente buona e carica di una sconfinata umanita'. Come si vede anche nel film, avevo quindici anni quando mi chiese di regalare il mio motorino al figlio di un uomo morto in una strage di mafia che ne aveva bisogno per recarsi in una borgata di Palermo a fare il panettiere. A un collaboratore di giustizia, lo stesso che, nella rappresentazione cinematografica, gli rivela che era stato incaricato del suo assassinio, forniva personalmente le lamette e la schiuma da barba, in un periodo storico in cui mancavano del tutto le agevolazioni di cui oggi essi fruiscono, a volte immeritatamente. Mio padre, nonostante gli impegni di lavoro, trovava sempre il tempo di stare in famiglia. Non posso dimenticare con che amore e trasporto mi fece ripetere le mie prime due materie universitarie, dedicandomi intere serate prima degli esami; anche questi flash di vita familiare ho riscontrato, seppur filtrati dalla finzione cinematografica, nel film che Voi oggi presentate. Era premuroso con tutti. Basti pensare che - di fatto - egli cresceva e seguiva come fossero suoi i sette figli della sorella piu' grande, rimasta vedova prematuramente. Tengo a sottolineare che noi figli non siamo stati mai viziati, piuttosto "responsabilizzati" innanzi a situazioni molto piu' grandi di noi, si' che al momento della sua morte puo' dirsi che eravamo a nostro modo "preparati", preparati da un padre che tutto avrebbe potuto desiderare fuorche' lasciarci orfani cosi' giovani. E' un dato questo importantissimo, del quale tener conto anche e soprattutto durante la visione di questo film, poiche' sin dai primi giorni successivi alla sua morte circolava la voce che egli fosse andato incontro "rassegnato" a questo infausto destino.
Niente di cosi falso: mio padre amava in modo assoluto la vita. In verita' - non posso fare a meno di ribadirlo in questa sede - mio padre e' stato lasciato "solo" , anche da tanti suoi colleghi che non hanno voluto o saputo fare quadrato intorno a lui nel momento in cui, invece, occorreva massima coesione e distribuzione delle responsabilita'. Tuttavia noi non abbiamo alcun rammarico, poiché se la morte di mio padre, come quella di tanti prima di lui, e' servita a svegliare dal torpore tante coscienze siciliane, cio' ci riempie di gioia. Si sentiva sempre l'ultimo degli ultimi, i meriti erano sempre degli altri, non si atteggiava mai a protagonista ed era privo di qualsiasi ambizione, a tal punto da non manifestare alcun interesse nel ricoprire quel famoso incarico di Super Procuratore Antimafia, rimanendo prioritaria per lui la vicinanza alla sua famiglia ed alla sua Palermo. Avrei tanto desiderato avere mio padre al mio fianco nel momento in cui mi sono trovato a fronteggiare situazioni molto piu' grandi di me, nel momento in cui ho scelto di fare il Commissario della Polizia di Stato, quello Stato che non seppe essere in grado di difendere e proteggere uno dei suoi figli migliori ma che mio padre ha sempre rispettato ed onorato e ci ha sempre insegnato a rispettare ed onorare. Sono convinto che io e la mia famiglia un giorno lo rivedremo, bello e sorridente come lo ricordiamo sempre.
Manfredi Borsellino".TV: BORSELLINO; QUASI DOCUFICTION SU UN UOMO VERO
(di Alessandra Magliaro) - L'illusione di aver dimenticato quanto profondo sia il dolore per quello che accadde a Palermo nella maledetta estate del 1992, va via da subito, spazzata sin dalle scene iniziali. La miniserie 'Paolo Borsellino', diretta da Gianluca Maria Tavarelli e interpretata da Giorgio Tirabassi, in onda lunedi' e martedi' su Canale 5, quel dolore lo rinnova e lo fa riemergere senza scampo (se non lo zapping).
"Non volevamo fare un drammone, un film piagnone, strappalacrime", ha provato a dire il regista, ma l'ammissione che "abbiamo girato ogni scena commossi intimamente" fa capire che e' stato solo un tentativo, cercare "ogni volta di essere nella giusta misura". Del resto che questo fosse "un progetto pericoloso per la retorica", lo ha detto lo stesso Tirabassi, attore popolare che tutti conoscono per 'Distretto di polizia' (e' sul set della quinta serie) qui alle prese con un ruolo che un po' ti cambia la vita. "Non mi sentivo pronto - dice - Paradossalmente mi ha aiutato lo stesso Borsellino, anche se lui lo diceva per cose piu' serie di una fiction: la paura non puo' essere un ostacolo. Cosi' durante la preparazione e poi sul set, la paura e l'emozione per quello che stavamo facendo, viaggiavano parallele".
La parola 'fiction', finzione, dice ancora Tavarelli, e' quanto mai inesatta per questa miniserie prodotta da Pietro Valsecchi e dalla Taodue per Mediaset. "Quello che succede in questo film e' rigorosamente vero, non c'e' nulla di inventato per emozionare gli spettatori o accentuare l'eroismo dei protagonisti", aggiunge Tavarelli.
E per questo il film usa sapientemente il repertorio tragico di quei fatti, della strage di Capace, dei funerali di Giovanni Falcone, della strage di Via D'Amelio e anche quando e' sceneggiato mette in scena situazioni, dettagli che rinviano a foto storiche, al passo veloce e nervoso di Paolo Borsellino seguito dalla scorta, all'abbraccio confidenziale dei due supermagistrati amici sin dall'infanzia, quasi una docu-fiction. "Quelle immagini di repertorio sono preziose - ha detto Tavarelli - le leggo oggi in un'ottica diversa rispetto a quei giorni in cui a dominare era l'orrore per l'accaduto. Ora vedo le persone dentro quelle bare, i figli rimasti senza padre, le famiglie in lutto. Il repertorio acquista una forza gigantesca, nessuna ricostruzione, neppure potendo utilizzare mezzi miliardari, avrebbe avuto purtroppo la stessa efficacia". 'Paolo Borsellino' non e' stato un lavoro qualunque, da cinematografari di mestiere. Tavarelli ha deciso di lasciare sulla sua scrivania il libro di foto del magistrato, "mi piace pensare che e' li' e mi sorride", Tirabassi non trattiene le lacrime parlando di Borsellino e quasi non trova le parole per raccontare l'incontro "pieno di pudore e riservatezza avuto con il figlio Manfredi", un incontro ammette "decisivo per andare avanti nel progetto". E il cast e' in buona parte siciliano, da Luigi Maria Burruano a Daniela Giordano (Agnese), a Nino D'Agata (Agostino Catalano), Veronica D'Agostino (Fiammetta Borsellino), Giulia Michelini (Lucia Borsellino). Ennio Fantastichini e' un impressionante Giovanni Falcone.
Giusto fissare nella memoria quell'11 settembre italiano, di eroi purtroppo anche martiri, con un film che e' documento e racconto morale al tempo stesso, perche 'Paolo Borsellino', "non e' un film di polizia o sulla lotta alla mafia - spiega Tavarelli - ma un film su quelle persone e sul modo in cui hanno affrontato la vita", quasi una lezione di educazione alla legalita' che poi e' il messaggio che hanno lasciato in eredita' Falcone e Borsellino.
Il taglio diverso del film sta proprio nel racconto quotidiano, nella storia intima di uomini veri come Borsellino che negli ultimi giorni anziche' abbracciarli come avrebbe voluto, trattava con durezza i figli perche' riuscendo a farsi detestare avrebbero sentito meno la sua mancanza, come Agnese che salutava il marito ogni giorno pensando che fosse l'ultimo, come il caposcorta Agostino Catalano che di notte fuori orario di lavoro e quindi gratis andava sotto le finestre di Borsellino a sgridarlo se si affacciava per fumare una sigaretta.
Il film non si conclude con la 126 imbottita di tritolo in quella via Mariano D'Amelio, la strada trappola che non si era mai riuscita a vietare al parcheggio, diventata come Beirut quella domenica 19 luglio '92, ma con la speranza affidata ai giovani, come lo stesso Borsellino dice (ed e' la sua voce vera): "io sono ottimista, i giovani non avranno piu' quella colpevole indifferenza della mia generazione".TV: BORSELLINO; TIRABASSI, DOVERE MORALE PIU' CHE SFIDA
L'ATTORE, FICTION DA SERVIZIO PUBBLICO
ROMA, 4 NOV - La sfida degli ascolti c'entra, ma per una volta non basta a spiegare tutto. La fiction su Paolo Borsellino, in onda lunedi' e martedi' su Canale 5, e' "un film necessario", come ha detto il dirigente Mediaset Francesco Pincelli, "un film doveroso, importante al di la' di tutto", come ha detto il regista Gianluca Maria Tavarelli. Si puo' aggiungere, che se e' stato doveroso farlo, altrettanto lo e' per il pubblico vederlo.
Lo ribadisce, pur con il pudore che gli e' proprio, anche Giorgio Tirabassi, l'interprete di Borsellino sullo schermo, attore che 'Distretto di polizia' ha reso famoso (e' sul set per la quinta serie) e che da persona semplice si continua a commuovere pensando al magistrato. "Spero che la gente lo guardi e che, anche se distrattamente, questo film faccia da servizio pubblico. Spero soprattutto che entri nel cuore dei ragazzi e che dimostri che in tv ci possa essere spazio per altre cose oltre Grande Fratello".
Cosi', se e' vero che la Rai agisce da tv commerciale omologandosi a Mediaset, e' vero anche il contrario, ossia che Mediaset, come dimostra la fiction sugli eroi e martiri dello Stato nella lotta alla mafia, agisce anche da servizio pubblico. Una linea editoriale che riguarda soprattutto la fiction e per la quale si possono citare film gia' trasmessi come Padre Pio o Santa Rita, ma anche il prossimo sul Papa che si sta ultimando a Cracovia. Non a caso, la Rai, servizio pubblico appunto, ha annunciato di avere in cantiere una fiction su Giovanni Falcone e un'altra sul papato di Karol Wojtyla.
A Gianluca Maria Tavarelli gli ascolti interessano in questo senso: lunedi' su Raiuno ci sara' 'Mission Impossible: 2', se il film fara' piu' ascolti della miniserie su Borsellino, forse vale la pena di domandarsi in che paese siamo.TV: MANFREDI BORSELLINO,IMPOSSIBILE NON TRADIRE LE EMOZIONI
DOMANI SERA SARA' TRA LA FOLLA A PALERMO
Si mescolera' alla folla dei palermitani, il piu' possibile nascosto dai riflettori, Manfredi Borsellino, il figlio del magistrato ucciso dalla mafia nel '92 quando domani sera al cinema King's di Palermo assistera' all'anteprima della fiction dedicata a suo padre, in onda su Canale 5 lunedi' e martedi'.
Il film lui l'ha gia' visto, con una proiezione in cui e' voluto essere da solo. E cosi', in solitudine, l'hanno voluto vedere anche gli altri componenti della famiglia, la vedova Agnese e le sorelle Fiammetta e Lucia.
Questa sera a Roma nell'anteprima 'istituzionale' della miniserie diretta da Gianluca Tavarelli, Giorgio Tirabassi che ha interpretato Borsellino, leggera' una lettera scritta da Manfredi, in cui si sottolinea l'impossibilita' di essere presente all'anteprima ufficiale di tutti loro e in particolar modo della madre, "consapevole che non sarebbe riuscita a tradire le forti emozioni che la visione in privato del film le ha gia' prodotto".
Del padre, che Manfredi definisce anche un fratello e soprattutto un amico, dice che "debba ricordarsi sopratutto la sua bonta' d'animo, essendo una persona fondamentalmente buona e carica di una sconfinata umanita"". Nella lettera Manfredi Borsellino sottolinea e ribadisce che "in verita' mio padre e' stato lasciato solo, anche da tanti suoi colleghi che non hanno voluto o saputo fare quadrato intorno a lui nel momento in cui invece occorreva massima coesione e distribuzione delle responsabilita'".
Per le tante richieste, l'anteprima di domani sera al King's di Palermo sara' raddoppiata la sera successiva, ha annunciato il produttore di 'Paolo Borsellino', Pietro Valsecchi.
Intanto stasera a Roma per l'anteprima ufficiale, sono state confermate le presenze del Presidente del Senato, Marcello Pera e del vicepremier Gianfranco Fini. Ci saranno inoltre i generali Luciano Gottardo, comandante dell'Arma dei Carabinieri; Corrado Borruso, vice capo di Stato Maggiore dell'Arma dei Carabinieri e Giorgio Ruggeri, dello Stato Maggiore dell'Esercito; Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, il sottosegretario agli Interni, Antonio Dali' e quello al Ministero per i Beni Culturali, Nicola Bono.5 novembre 2004 - FICTION TV SU BORSELLINO
ANSA:
TV: BORSELLINO; A PALERMO ANTEPRIMA DEL BOTTO INFAME
SALA CON QUALCHE VUOTO E ASSENTE LA CITTA' ISTITUZIONALE
Il botto infame del 19 luglio 1992 in via D' Amelio a Palermo, che cancello' il giudice Paolo Borsellino e cinque componenti della scorta, questa sera e' andato in scena nella capoluogo siciliano attraverso l' anteprima della fiction di Canale 5 (in onda lunedi' e martedi' prossimi) davanti a una platea non foltissima ma attenta e partecipe.
Nel cinema King con vuoti percepibili, fra i tanti giovani (molti allora avevano i pantaloni corti), assente la citta' istituzionale, presumibilmente, secondo una lettura accreditata, per la volonta' dei familiari del magistrato di non diramare inviti ufficiali, quasi volere consegnare questo ricordo esclusivamente alla gente.
In sala invece spezzoni significativi di quella societa' civile che il boato di quel lugubre pomeriggio d' estate non l' hanno mai narcotizzato. Per il racconto del secondo atto di quello che qualcuno ha definito l' 11 settembre italiano (il prologo nella mattanza di Capaci del 23 maggio, vittime Giovanni Falcone, la moglie e tre poliziotti), una Palermo in tono minore ha risposto tuttavia con calore e convinzione.
Minimo comune denominatore, la voglia di non dimenticare, coniugata con l' esigenza, soprattutto delle nuove generazioni, di conoscere uno dei piu' bestiali buchi neri della storia recente del Paese. Un documento filmico cui gli spettatori si sono accostati con il desiderio di avere ulteriori elementi di comprensione delle dinamiche scellerate sfociate nel conflitto tra mafia e dintorni (le inconfessabili contiguita') e lo Stato.
Roberto, oggi 27 anni, ha memoria consapevole di quel che accadde nonostante che all' epoca dell' attentato avesse solo 15 anni. Oggi e' qui - sottolinea - per "verificare l' attendibilita' della storia che vedro' scorrere sullo schermo".
Gisella, Miriam e Rosalba fanno in tre meno di cinquant' anni. Quando il tritolo feri' a morte ancora una volta una comunita' non solo locale, ovviamente non si resero conto. Adesso - puntualizzano - dopo che la famiglia e la scuola hanno fatto la loro parte, vogliono fare la propria con la "partecipazione ad un evento che speriamo possa essere visto da molte persone per aiutarle a riflettere sulle scelte di campo".
La proiezione e' stata anticipata da un breve commento del regista, accompagnato da Giorgio Tirabassi, che ha impersonato Paolo Borsellino. "Fare quest' opera - ha detto Gianluca Tavarelli - e' stata una esperienza emozionante ed e' bello ritornare a Palermo per presentare qualcosa che giudico piu' di un film".6 novembre 2004 - COVO RIINA; BIANCO, MORI E' DIRETTORE COMPETENTE
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; BIANCO, MORI E' DIRETTORE COMPETENTE
PRESIDENTE COPACO, HO MOLTA FIDUCIA IN MAGISTRATURA
"Posso testimoniare che il prefetto Mario Mori come direttore del Sisde lavora con grande professionalita' e competenza e che il suo impegno nella lotta al terrorismo e' di prim' ordine". Lo ha affermato il presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti, Enzo Bianco, a margine di un convegno sulla legalita' organizzato dal Comune di Alcamo.
"Detto questo - ha aggiunto Bianco, riferendosi al fascicolo sulla mancata perquisizione del covo di Toto' Riina da parte dei carabinieri del Ros - aggiungo che siamo tutti in attesa che l' inchiesta faccia il suo corso. Io ho molto fiducia nella magistratura e in modo particolare in quella siciliana".
Nei giorni scorsi il Gip di Palermo ha ordinato alla Procura di Palermo di formulare l' accusa di favoreggiamento aggravato contro il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e del tenente colonnello Sergio De Caprio. Per tre volte la Procura ha chiesto l' archiviazione del fascicolo sulla mancata perquisizione alla villa di Toto' Riina, dopo il suo arresto, e sull' omessa comunicazione ai magistrati della Dda da parte dei carabinieri del Ros della cessazione dei controlli davanti l' abitazione del capo di Cosa nostra avvenuta due ore dopo la sua cattura.6 novembre 2004 - MAFIA: IN REGALO A GELLI PRODOTTI 'LIBERA' TERRE CONFISCATE
ANSA:
MAFIA: IN REGALO A GELLI PRODOTTI 'LIBERA' TERRE CONFISCATE
LASCIATI OGGI DAVANTI A VILLA WANDA DALLA CAROVANA ANTIMAFIA
Un pacco di generi alimentari prodotti dall'Associazione "Libera" e provenienti dalle tenute siciliane confiscate alla mafia e' stato lasciato davanti al cancello di villa Wanda, ad Arezzo. E' il dono che la carovana antimafia, oggi di passaggio da Arezzo, ha voluto lasciare all' ex capo della P2 Licio Gelli.
Dalla villa - riferiscono i partecipanti alla Carovana - non c'e' stata alcuna risposta, nemmeno quando i quaranta "manifestanti" hanno brindato a voce alta, sempre con vino prodotto da "Libera". E' stato appeso per qualche minuto alla recinzione di villa Wanda lo striscione della Carovana. Il tutto si e' risolto pacificamente sotto gli occhi di discretissimi agenti della digos, in meno di mezz'ora.
La visita a casa di Gelli si e' svolta al termine di una mattinata dedicata ai temi della legalita' con un collegamento telefonico con Tina Anselmi, presidente della Commissione d' inchiesta sulla P2. "Accetterebbe di nuovo un incarico come quello della Commissione d'inchiesta sulla P2?", e' stato chiesto a Tina Anselmi. La risposta e' stata positiva "anche se oggi - ha sottolineato - il nemico e' forse piu' subdolo e complicato da combattere. Un nemico che e' fatto di affari, economia e lobby".
In questa occasione e' stata rilanciata la proposta avanzata da Rifondazione Comunista e dalla Associazione Citta' Aperta per l'intitolazione della strada di Santa Maria delle Grazie dove si trova villa Wanda, a Giorgio Ambrosoli, liquidatore del crack dell'Ambrosiano.6 novembre 2004 - TRIBUNALE NON DECIDE PENA, LIBERO ASSASSINO DI MATTEO
ANSA:
MAFIA: TRIBUNALE NON DECIDE PENA, LIBERO ASSASSINO DI MATTEO
COLLABORATORE CHIODO NON E' MAI STATO IN CARCERE
Il Tribunale di sorveglianza di Roma non ha ancora deciso come far scontare la pena a Vincenzo Chiodo, uno dei killer del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, prima strangolato e poi sciolto nell' acido. E l' ex mafioso, ora collaboratore di giustizia, resta libero.
Chiodo, autore del delitto assieme a Giovanni Brusca, pur essendo stato condannato a 17 anni di carcere per il delitto del piccolo Di Matteo e ad oltre 12 anni di reclusione per altri omicidi (il mese prossimo quest' ultimo processo andra' in Cassazione), come pubblicato oggi dal Giornale di Sicilia, non ha scontato neanche un giorno di carcere o di arresti domiciliari.
Il suo legale, dopo che la prima condanna e' passata in giudicato, infatti, ha chiesto che a Chiodo venisse concessa la detenzione domiciliare. Il tribunale di sorveglianza di Roma si e' riservato sull' istanza sospendendo, fino alla decisione, l' esecuzione del verdetto. Siccome nei confronti di Chiodo non pendevano misure cautelari il pentito, dunque, e' potuto rimanere in liberta'.
Salvino Caputo, presidente dell'Associazione antiracket "Emanuele Basile" chiede al ministro Castelli, "perche' non avvia un procedimento contro la Procura Generale di Roma e contro il Tribunale di sorveglianza, che non emettono ancora un ordine di carcerazione nei confronti di una persona impossibilitata a godere di alcun beneficio per la legge Simeoni".
"Vincenzo Chiodo, che insieme a Giovanni Brusca e Vincenzo Monticciolo ha strangolato e sciolto nell' acido il piccolo Giuseppe di Matteo - afferma Caputo - invece di essere arrestato in quanto condannato in via definitiva a 27 anni di carcere, viene lasciato in liberta', perche' non si trova un sistema per riconoscere benefici di legge a un definitivo che non ha mai scontato un giorno di carcere".MAFIA: KILLER DI MATTEO CONDANNATO MA NON SCONTA PENA
SOLO BRUSCA E' IN CARCERE TRA PENTITI COLPEVOLI DELL'OMICIDIO
Si riunirono, ne decisero il sequestro, infine lo strangolarono e lo sciolsero nell' acido. I responsabili dell' agonia e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, 11 anni, "colpevole" di essere figlio del pentito Santino, sono piu' di 40. Uno di loro, il collaboratore di giustizia Vincenzo Chiodo, condannato a 17 anni di reclusione per l' omicidio non e' mai stato in carcere e il tribunale di Sorveglianza di Roma non ha ancora deciso come scontera' la pena. Chiodo e' anche il mafioso proprietario del bunker in cui la Dia trovo' armi, mitra, esplosivo.
Alcuni mafiosi che parteciparono al rapimento o all' omicidio sono gia' stati condannati con sentenza passata in giudicato. Altri 8 sono finiti in manette di recente grazie alle dichiarazioni dei pentiti.
Tra i collaboratori di giustizia condannati per il delitto solo uno, Giovanni Brusca, mente dell' omicidio e nemico storico di Santo Di Matteo, e' in carcere. Salvatore Grigoli, Giuseppe Monticciolo, Enzo Salvatore Brusca, Giusto Di Natale e Stefano Bommarito scontano le condanne per l' assassinio in detenzione domiciliare.
Chiodo, invece, e' libero in attesa che il tribunale romano decida accogliere la richiesta di domiciliari, formulata dal suo legale. I giudici hanno sospeso l' esecuzione della condanna a 17 anni ormai divenuta definitiva.
Era il 23 novembre 1993 quando Giuseppe Di Matteo venne prelevato ad Altofonte da un gruppo di sicari travestiti da agenti della Dia nel maneggio che abitualmente frequentava. "Ti portiamo da tuo padre" gli promisero. Invece lo tennero segregato e lo uccisero un anno e nove mesi dopo. Il rapimento era finalizzato a spingere Mario Santo Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull' uccisione dell' esattore Ignazio Salvo.
Ma, dopo un iniziale cedimento psicologico, il pentito non si piego' al ricatto. E Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato, ordino' l'omicidio del bambino.
I particolari raccapriccianti della fine del piccolo Di Matteo furono riferiti poi da Giuseppe Monticciolo, quindi confermati da Enzo Brusca, fratello di Giovanni e anch' egli pentito.
Monticciolo, condannato a vent'anni di reclusione per l' uccisione del bambino, ha scontato 5 anni di carcere. Nel '99 il servizio centrale gli revoco' il programma di protezione e l' ex boss fini' in cella dopo che si era allontanato dalla localita' segreta in cui risiedeva per un viaggio in Kenya con i suoi familiari. Da gennaio e' in detenzione domiciliare, come gli altri pentiti coinvolti, tranne Giovanni Brusca.
Unica concessione fatta all' ex capomafia di San Giuseppe Jato, e' il permesso di incontrare i familiari fuori dal carcere. Ma il beneficio e' durato poco: Brusca e' stato sorpreso a parlare col cellulare proprio durante un permesso ed e' tornato in cella.
Dice il sen. Carlo Vizzini (Fi): "Se ancora ve ne fosse stato bisogno, il nuovo caso che riguarda uno degli strangolatori del piccolo Giuseppe Di Matteo, Vincenzo Chiodo, ripropone drammaticamente il tema di rileggere con attenzione la normativa premiale per i collaboratori di giustizia e soprattutto le sue procedure di applicazione". Mentre Salvino Caputo, presidente dell' Associazione antiracket "Emanuele Basile", chiede al ministro Castelli, di avviare un procedimento contro la Procura Generale di Roma e contro il Tribunale di sorveglianza.6 novembre 2004 - VIGNA, MI PIACEREBBE RESTARE ALLA GUIDA DELLA DNA
ANSA:
MAFIA: VIGNA, MI PIACEREBBE RESTARE ALLA GUIDA DELLA DNA
"Mi piacerebbe rimanere alla guida della Direzione nazionale antimafia. Vediamo quello che fara' il legislatore".
Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, a Palermo per un convegno sulle misure patrimoniali antimafia, rispondendo ai giornalisti che gli facevano domande sulla sua successione alla carica di procuratore nazionale antimafia.
L' incarico di Vigna, infatti, scade a gennaio 2005, ma una proroga legislativa potrebbe consentirgli di rimanere in carica fino al compimento dei 72 anni, quindi fino all'agosto del 2005.
"E' un'attivita' molto divertente - ha aggiunto - mi sono sempre divertito, ma ora a decidere sara' il legislatore".
Sulla possibile nomina di Grasso alla guida della direzione nazionale antimafia, Vigna ha detto: "Grasso ha lavorato con me e all'epoca sono stato io a indicarlo al Csm come mio aggiunto".7 novembre 2004 - CHIODO LIBERO: DAI GIORNALI
ANSA:
MAFIA: CHIODO; FAMILIARI GEORGOFILI, GRANDE SUO CONTRIBUTO
NOTIZIE ANCORA UTILI PER RICERCA 'MANDANTI ESTERNI'
Il contributo di Vincenzo Chiodo all' accertamento dei responsabili delle stragi di mafia della primavera-estate del 1993 e' stato molto rilevante e le notizie che il pentito ha fornito "possono risultare piu' che utili per la ricerca dei 'mandanti esterni a cosa nostra' colpevoli di massacri senza eguali nel nostro Paese, e purtroppo ancora oggi liberi". Lo afferma, in una nota, l' Associazione familiari delle vittime di Via dei Georgofili a proposito delle polemiche sulla situazione del pentito.
"I collaboratori di giustizia sono ancora una volta sotto i riflettori e ancora una volta - precisa la nota - i familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili tornano a ribadire la grande importanza dei cosiddetti 'pentiti' nei fatti di mafia". Il giorno in cui Chiodo ha testimoniato in aula al processo di Firenze per le stragi "e si e' accusato dell' uccisione del bambino, non abbiamo potuto non avvertire tutto l' orrore di quella confessione, ma Vincenzo Chiodo e' anche colui che per la verita' sulle stragi del 1993 ha dato un' ampia collaborazione, fornendo notizie sull' esplosivo che in quell' infausto anno girava sul territorio italiano. Con la sua testimonianza ha fornito inoltre preziose informazioni sulle relazioni che intercorrevano fra personaggi chiave implicati in quelle stragi". Notizie che "ancora oggi, noi crediamo, possono risultare piu' che utili per la ricerca dei 'mandanti esterni a cosa nostra', colpevoli di massacri senza eguali nel nostro Paese, e purtroppo ancora oggi liberi".MAFIA:SICARIO BIMBO LIBERO,PARENTI VITTIME LO DIFENDONO
MAGISTRATI ROMANI SI PREPARANO A VISITA ISPETTORI MINISTERO
La liberta' del meccanico di San Giuseppe Jato, Vincenzo Chiodo, pentito, nonostante la condanna a 17 anni per l' omicidio di Giuseppe Di Matteo, rapito nel '93 quando aveva a 11 anni e strangolato un anno e nove mesi dopo, fa ancora discutere ma a sorpresa, nonostante quasi tutte le prese di posizione indichino la necessita' di una rivisitazione della legge sui pentiti, alcuni familiari di vittime di mafia difendono l' ex mafioso.
L' Associazione familiari delle vittime di Via dei Georgofili in una nota dice: "Il contributo di Vincenzo Chiodo all' accertamento dei responsabili delle stragi di mafia della primavera-estate del 1993 e' stato molto rilevante e le notizie che il pentito ha fornito possono risultare piu' che utili per la ricerca dei mandanti esterni a cosa nostra colpevoli di massacri senza eguali nel nostro Paese, e purtroppo ancora oggi liberi".
Chiodo non e' solo lo strangolatore di un bambino colpevole di essere figlio di Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia che non ha ritrattato le accuse sulle stragi palermitane, e l' esecutore di diversi omicidi per conto della cosca di Giovanni Brusca, e' anche il proprietario di quel bunker scoperto nel febbraio '96 su indicazione dell' altro pentito Giuseppe Monticciolo, anche lui componente del manipolo di criminali che uccise il piccolo Di Matteo e poi ne sciolse il corpo nell' acido, in cui la Dia trovo' un lanciamissili, dieci bazooka, 25 mitragliette "kalashnikov", 50 bombe a mano, 400 chilogrammi di esplosivo, dieci bombe anticarro, un lanciagranate, sette fucili mitragliatori, 35 pistole, 50 fucili, diecimila munizioni, cinque cannocchiali per fucili da precisione, 15 silenziatori, cinque giubbotti antiproiettile, due telecomandi a distanza collegati ad altrettanti detonatori, ordigni gia' confezionati.
Chiodo non ha fatto un giorno di carcere e dopo la condanna definitiva per l' omicidio Di Matteo attende la pronuncia del tribunale di Sorveglianza di Roma che deve decidere come fargli scontare i 17 anni di reclusione. I magistrati romani, intanto, si preparano, tirando fuori atti e fascicoli e ristudiandoli, alla visita degli ispettori che il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, inviera' per avere chiarimenti sulla vicenda del pentito.
I familiari delle vittime della strage del 27 maggio '93 a Firenze nella nota sostengono: "I collaboratori di giustizia sono ancora una volta sotto i riflettori ma noi torniamo a ribadire la grande importanza dei cosiddetti 'pentiti' nei fatti di mafia".
Il giorno in cui Chiodo ha testimoniato in aula al processo di Firenze per le stragi32723m "e si e' accusato dell' uccisione del bambino, non abbiamo potuto non avvertire tutto l' orrore di quella confessione, ma il collaboratore e' anche colui che per la verita' sulle stragi del 1993 ha dato un' ampia collaborazione, fornendo notizie sull' esplosivo che in quell' infausto anno girava sul territorio italiano. Con la sua testimonianza ha fornito inoltre preziose informazioni sulle relazioni che intercorrevano fra personaggi chiave implicati in quelle stragi".
"Notizie - concludono che - ancora oggi, noi crediamo, possono risultare piu' che utili per la ricerca dei 'mandanti esterni a cosa nostra', colpevoli di massacri senza eguali nel nostro Paese, e purtroppo ancora oggi liberi".7 novembre 2004 - FICTION SU BORSELLINO
ANSA:
TV: BORSELLINO; IL REGISTA RACCONTA
"Intendo questo film una canzone d'amore dedicata ai protagonisti di questa storia, a partire da Paolo Borsellino per arrivare ai personaggi piu' piccoli, che per motivi narrativi abbiamo potuto approfondire e raccontare di meno ma che non per questo sono meno grandi ai nostri occhi". Parola di Gianluca Maria Tavarelli, torinese, 40 anni, all'esordio nella fiction con la miniserie dedicata al giudice ucciso in via D'Amelio.
Ma la parola fiction e' quanto mai inadatta a un film in cui "quello che succede e' rigorosamente vero, non c'e' nulla di inventato per emozionare gli spettatori o accentuare l'eroismo dei protagonisti", precisa il regista, un esordio di lusso - dopo numerosi corti - al festival di Venezia nel 1994 con 'Portami via', nella sezione 'Panorama italiano'. Sullo sfondo di una Torino simbolo dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni in Italia, l'incontro fra due amici dall'esistenza grigia e routinaria e due prostitute provenienti dall'est europeo.
Nel 1999 ci riprova con 'Un amore', con cui sfiora l'ammissione a Venezia:
un film a episodi, incentrato sul 'complesso di Peter Pan' dei due protagonisti, Lorenza Indovina e Fabrizio Gifuni, che si ritrovano trentenni senza sapere cosa vogliono dalla vita ne' cosa hanno costruito.
Ancora a Torino Tavarelli ambienta 'Qui non e' il Paradiso', ispirato al colpo perfetto da 9 miliardi, ai danni delle Poste, da un autista di un furgone blindato dell'azienda (con una difficile uscita targata Cecchi Gori), prima della consacrazione definitiva, nel 2003, ancora a Venezia, finalmente in concorso nella sezione Controcorrente, con 'Liberi': per la prima volta non nella sua citta', il regista racconta le storie degli operai, la fine della provincia, la crisi della famiglia.
Poi l'approdo alla tv, con Borsellino, che Tavarelli definisce "una delle esperienze piu' forti e formative della mia carriera: non e' stato solo 'girare un film' da un punto di vista professionale, ma e' stata un'esperienza che ha coinvolto direttamente la mia vita, che mi ha fatto riflettere anche su cose che non riguardavano direttamente o strettamente la mafia. Rivedere il materiale di repertorio, risentire i discorsi fatti da Borsellino e Falcone, rileggere i loro scritti o i loro interventi sui giornali e' stato molto coinvolgente".
La retorica era dietro l'angolo e percio' l'impegno primario, per regista e cast, e' stato "non fare un drammone, un film piagnone, strappalacrime", ma cercare "ogni volta di essere nella giusta misura", utilizzando ampiamente il repertorio: "Acquista una forza gigantesca: nessuna ricostruzione, neppure potendo utilizzare mezzi miliardari, avrebbe avuto purtroppo la stessa efficacia". Decisivo anche l'incontro con la famiglia del magistrato, in particolare con il figlio Manfredi.
Oggi Tavarelli ha deciso di lasciare sulla sua scrivania il libro di foto di Borsellino: "Mi piace pensare che e' li' e mi sorride".TV: BORSELLINO; MANFREDI, A PALERMO UNA GRANDE EMOZIONE
FIGLIO MAGISTRATO, FACCIO IL POLIZIOTTO E VOGLIO TANTI BAMBINI
"Ho provato una grande emozione, soprattutto alla fine del film quando compare l' immagine di mio padre". Scorrevano i titoli di coda e la sala era ancora al buio venerdi' sera quando Manfredi Borsellino, figlio del magistrato ucciso il 19 luglio '92 nella strage di via D' Amelio con 5 poliziotti della scorta tra cui una donna, e' uscito dal cinema King dov' e' stata proiettata la fiction di Canale 5 che racconta una porzione della vita del padre, che con Giovanni Falcone e' diventato il simbolo dell' antimafia.
Manfredi Borsellino, che all' epoca della strage aveva 21 anni, ha rivisto il film per la terza volta, "ma l' emozione che mi hanno suscitato alcune immagini e' sempre uguale". Anche lui ha partecipato alla sceneggiatura della fiction di Gianluca Maria Tavarelli che scava nell' intimita' della famiglia Borsellino, con gli attori - come spiega Manfredi - che sono riusciti a interpretare i rapporti familiari tra Agnese, moglie di Paolo Borsellino, e i tre figli.
"Il film - dice - rende giustizia alla figura umana di mio padre, dato che su quella professionale era gia' stato detto tutto".
Manfredi ha voluto partecipare alla proiezione a Palermo, dove in sala c' era la gente comune "come era mio padre", mentre non aveva preso parte alla prima romana, consegnando a Giorgio Tirabassi, l' attore che impersona Paolo Borsellino, una lettera o come l' ha definita lui "un semplicissimo contributo scritto su colui che per noi non e' stato solo un padre, ma anche un fratello e, soprattutto, un amico".
"Penso che di mio padre - si legge nella lettera - debba ricordarsi soprattutto la sua bonta' d' animo, essendo egli una persona fondamentalmente buona e carica di una sconfinata umanita'. Nonostante gli impegni di lavoro trovava sempre il tempo di stare in famiglia".
Manfredi oggi ha quasi 33 anni e lavora a Palermo: e' il vicecapo della polizia postale, un mestiere che sognava di fare prima che i mafiosi uccidessero il padre.
"Avrei tanto desiderato avere mio padre a fianco nel momento in cui mi sono trovato a fronteggiare situazioni molto piu' grandi di me - ha scritto Manfredi nella lettera - nel momento in cui ho scelto di fare il commissario della Polizia di Stato, quello Stato che non seppe essere in grado di difendere e proteggere uno dei suoi figli migliori ma che mio padre ha sempre rispettato ed onorato e ci ha sempre insegnato a rispettare ed onorare".
"A me piace il mio mestiere - dice Manfredi - Mi trovo bene. Sono fidanzato e mi piacerebbe avere una famiglia numerosa con tanti bambini".
Il ricordo di quei momenti drammatici, vissuti 12 anni fa, e' ancora vivo:
sono immagini nitide che i familiari del giudice conservano nel proprio dolore, senza mai esporre i propri sentimenti, sempre lontani dalle luci dei riflettori e che la cinepresa di Tavarelli e' riuscita a consegnare, seppure per un attimo, alla "gente comune".
Quando l' autobomba fece saltare in aria il giudice e la sua scorta, davanti la casa della madre di Paolo Borsellino, Fiammetta, la piu' piccola della famiglia, aveva 19 anni e apprese la notizia mentre si trovava a Bali in vacanza con alcuni amici. Conclusi gli studi in Giurisprudenza, oggi Fiammetta ha 31 anni e lavora al Comune di Palermo dove si occupa di progetti per il recupero di persone disagiate, attivita' sociale che l' ha sempre vista impegnata anche durante l' Universita'.
E proprio nell' universita' Lucia, 35 anni primogenita del giudice, apprese la notizia della strage. Quel giorno maledetto, Lucia era nella facolta' di farmacia per sostenere un' esame, poi la telefonata e la corsa disperata verso casa.
Lucia si e' laureata, si e' sposata, ha due figli e oggi fa l' ispettrice per una casa farmaceutica. "Sono convinto - conclude Manfredi - che io e la mia famiglia un giorno rivedremo papa', bello e sorridente come lo ricordiamo sempre".TV: BORSELLINO; SPOSINI,LA MIA INTERVISTA AL 'MORITURO'
VEDENDO IL FILM MI SONO COMMOSSO DUE VOLTE
Lamberto Sposini, oggi vicedirettore del TG5, e' stato l'ultimo intervistatore del giudice Paolo Borsellino: un'intervista drammatica, che viene ricostruita nel film in modo piuttosto fedele, secondo lo stesso protagonista.
Sposini, come ricorda quel colloquio con Borsellino?
"Feci quell'intervista in un momento del tutto particolare: piu' o meno a
meta' del tempo fra la morte di Falcone (il 23 maggio) e quella di Borsellino stesso (19 luglio). A Palermo si viveva un clima pesantissimo; erano gia' stati uccisi tutti: il giudice Chinnici, il commissario Cassara', il commissario Montana, Giuseppe Falcone... Intervistare Borsellino era una scelta naturale, perfino ovvia. Riuscire a farlo era un'altra cosa". Fu difficile convincere il giudice?
"Io lo conoscevo bene, lo avevo intervistato gia' altre tre o quattro volte, avevamo un buon rapporto. Lo incontrai a Palazzo di Giustizia, gli chiesi l'intervista. Lui ci penso' su qualche giorno, 3 o 4 giorni, poi si decise".
Come avvenne l'intervista, dove?
"Avvenne in casa sua (nel film invece e' ambientata nel suo ufficio).
Ricordo il suo salotto e un particolare che allora ci fece sorridere: le forti lampade televisive facevano saltare di continuo la corrente e lui chiese alla figlia un paio di volte di riattaccare la luce. Fin quando decidemmo di spegnere le lampade e continuare con meno luce."
Lei ebbe la sensazione di intervistare "un morto che cammina"? "Si', assolutamente si'. E il primo a saperlo era lui. Sapeva benissimo che sarebbe stato il prossimo. Non sapeva il giorno, ma forse gia' conosceva il mese. Un pentito aveva rivelato che il tritolo a lui destinato era gia' arrivato. Io mi auguravo che non succedesse; ma in realta' si andava a Palermo, noi giornalisti, per intervistare il 'morituro' sull'ultimo morto."
Si e' ritrovato nel film?
"Ho visto il film giovedi sera all'anteprima romana. E mi sono commosso. Il
film racconta molto bene Borsellino-uomo. Sulla sua realta' storica forse c'e' qualche inevitabile semplificazione imposta dalla sceneggiatura. Ma l'uomo era proprio cosi'. Si, mi sono commosso. Di piu': confesso che per due volte i miei occhi si sono inumiditi."TV: BORSELLINO; TANTE CONDANNE, ANCORA MOLTI MISTERI)
Sulla strage di via D' Amelio si e' sviluppata una complessa vicenda giudiziaria, divisa in tre tronconi. Tutti i processi si sono conclusi con la condanna di esecutori e organizzatori; solo uno con nove imputati, unificato a quello per la strage di Capaci in cui mori' Giovanni Falcone, e' ancora in corso davanti alla corte d' appello di Catania alla quale e' stato rimesso dalla Cassazione.
Se il quadro delle responsabilita' operative e' ormai sufficientemente chiaro, non altrettanto si puo' dire per i mandanti. Resistono tanti misteri e alcune zone d' ombra sui quali cercano di fare luce altri due filoni investigativi: uno e' rivolto verso ambienti imprenditoriali, l' altro verso settori dei servizi segreti. Gli approfondimenti della magistratura di Caltanissetta, che ha istruito i processi, sono legati alle ultime rivelazioni dei pentiti Antonino Giuffre' e Ciro Vara. Non e'invece approdata ad alcuna conclusione l' inchiesta sui cosiddetti "sistemi criminali" che pure aveva adombrato ipotetici collegamenti con la strategia stragista del 1992 e del 1993.
Il bilancio della storia giudiziaria della strage Borsellino e' di dieci processi e di decine di condanne all' ergastolo. Nel primo processo "storico", dal quale sono scaturiti tutti gli altri, erano imputati Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Vincenzo Scarantino. In primo grado i primi tre furono condannati all' ergastolo e Scarantino, pentito dalla condotta molto tormentata, a 18 anni. In appello l' ergastolo e' stato confermato solo per Profeta, la condanna di Orofino e' stata portata a 9 anni per favoreggiamento e Scotto e' stato assolto. Confermati i 18 anni a Scarantino.
Il processo bis, nel quale erano imputati gli uomini della cupola e i capi dei mandamenti di Cosa nostra, si e' concluso con 13 ergastoli. Il carcere a vita e' stato confermato per Toto' Riina, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Gaetano Scotto, Francesco Tagliavia. Ergastolo anche per Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana che in primo grado erano stati invece assolti.
Il processo Borsellino ter si e' concluso con altri undici ergastoli. Confermate le condanne a vita per il superlatitante Bernardo Provenzano, il boss che ha sostituito Toto' Riina nella direzione di Cosa nostra, Pippo Calo', Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci. E in piu' sono stati decisi altri ergastoli per Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Filippo Graviano, Cristoforo Cannella, Salvatore Biondo il "corto" e Salvatore Biondo il "lungo". Rispetto alla sentenza di primo grado sette ergastoli sono stati trasformati in condanne a pene tra 30 anni (Stefano Ganci) e 20 anni (Giuseppe Madonia, Antonino Giuffre', Benedetto "Nitto" Santapaola, Giuseppe Farinella, Matteo Motisi, Salvatore Montalto). Condannati anche tre pentiti: Salvatore Cancemi (18 anni e 10 mesi), Giovanni Brusca 13 anni e 10 mesi), Giovambattista Ferrante (16 anni e 10 mesi). Sono stati infine confermati i 16 anni di primo grado per Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Ganci, Benedetto Spera e Giuseppe Lucchese. La Cassazione ha pero' riformato la sentenza e ha ordinato un nuovo processo, che si e' aperto a Catania nel luglio del 2003. Della strage continuano a rispondere Farinella, Giuffre', Buscemi, Santapaola, Montalto, Ganci e Francesco Madonia. Nuovo processo, ma solo per associazione mafiosa, per Giuseppe Lucchese e Giuseppe "Piddu" Madonia.
Resta comunque confermato l' impianto dell' accusa. La Cassazione ha ricondotto la matrice dell' attentato a un "attacco diretto allo Stato, alle istituzioni del Paese per provocare conseguenze nefaste alla convivenza civile". La strage era stata dunque concepita per ricattare lo Stato e imporre una "trattativa" che ribaltasse il rapporto di forza in favore di Cosa nostra.8 novembre 2004 - ANDREOTTI: COMMISSIONE CSM ACQUISIRA' SENTENZA APPELLO
ANSA:
ANDREOTTI: COMMISSIONE CSM ACQUISIRA' SENTENZA APPELLO
PER DECIDERE SU PAROLE PRONUNCIATE DA CASELLI DOPO CASSAZIONE
ROMA, 8 NOV - Il Csm acquisira' la sentenza di appello del processo di Palermo a Giulio Andreotti per poter valutare le parole con cui il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli ha commentato l'assoluzione definitiva del senatore a vita pronunciata il mese scorso dalla Cassazione. Lo ha deciso la Prima Commissione, presso la quale pende un fascicolo sul magistrato proprio per il suo commento alla decisione della Suprema corte.
A far aprire la pratica - che dovra' verificare se sussistano i presupposti per l'apertura di una procedura di incompatibilita' funzionale per Caselli- era stato il laico della Cdl Giorgio Spangher dopo che l'ex procuratore di Palermo sulla "Stampa" aveva sostenuto che in base alla sentenza definitiva Andreotti sarebbe stato comunque legato alla mafia fino al 1980.8 novembre 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: ARRINGA DIFESA
ANSA:
DELL'UTRI: AVVOCATO TRICOLI,L'IMPEGNO CIVILE DELLA FININVEST
L' avvocato Roberto Tricoli ha concluso l'arringa per il senatore Marcello Dell' Utri, dopo quattro ore, chiudendo cosi' un arco di udienze che si e' protratto per complessive 40 ore. Il parlamentare e' accusato di concorso in associazione mafiosa e processato dai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo.
La parte conclusiva della difesa e' stata affidata all'avvocato Tricoli che ha affrontato la vicenda politica relativa alla nascita di Forza Italia ed alle elezioni politiche del '94, che costitui' un vasto filone d'indagine da parte della Procura.
Durante la requisitoria i pm avevano sostenuto che la nascita di Forza Italia era stata retrodatata rispetto a quella ufficiale. Il penalista ha sottolineato che dalle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, Enrico Letta e Enrico Mentana, e' emerso che la "discesa in campo" e' stata decisa nel gennaio '94 dopo che fino al dicembre del '93, l'attuale Presidente del Consiglio tento' di convincere i leaders moderati di allora (Segni, Amato e Martinazzoli) a formare "un unico fronte da contrapporre alle sinistre".
Con riferimento a Marcello Dell'Utri che svolse un ruolo organizzativo nella nascita di Forza Italia a partire dall'autunno inoltrato del 1993, l'avvocato Tricoli ha sottolineato come agli atti vi e' "la prova granitica che il dottore Dell'Utri non si e' mai adoperato in favore di Cosa nostra, cosi' come hanno piu' volte riferito gli stessi collaboratori di giustizia che hanno escluso sia di conoscerlo sia di averne mai sentito parlare".
In particolare, il penalista ha ricordato che Giovanni Brusca, Tullio Cannella e Tony Calvaruso (allora uomini di fiducia del boss Leoluca Bagarella) hanno escluso "qualunque contatto tra Dell'Utri o altri esponenti di Forza Italia con la criminalita' organizzata".
"Lo stesso Giuffre' - afferma Tricoli - ha riferito che Bernardo Provenzano non gli ha mai parlato di Dell'Utri". Il difensore ha poi ricordato il mancato deposito agli atti del processo di un verbale d'interrogatorio del 1996 reso da Giovanni Brusca alle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze, nell'ambito delle indagini sulle stragi del '92, nel quale "veniva escluso qualunque rapporto, contatto o conoscenza tra Dell'Utri ed esponenti di Cosa nostra".
Il penalista ha ricordato che durante il dibattimento e' stato sentito anche l'onorevole Alfredo Biondi, che nel '94 era ministro della Giustizia del primo Governo Berlusconi, il quale "ha elencato tutte le rigorose misure antimafia adottate negli anni '94 e '95 (proroga del 41 bis, proroga dei "Vespri Siciliani", confisca dei patrimoni dei boss)".
"Mi piace ricordare - ha concluso Tricoli - la testimonianza di Enrico Mentana che ha parlato di impegno civile del Gruppo Fininvest ed anche del Dottor Dell'Utri, allorquando il TG5 ebbe a realizzare, nel 1993, una inchiesta giornalistica sui 'Cinque Delitti Imperfetti', condotta da Claudio Fava, con la regia di Marco Risi. Per la realizzazione di tale inchiesta si dovettero sostenere costi enormi, sproporzionati rispetto a quelli ordinari, ma nessuno si oppose a quello che fu definito 'impegno del Gruppo Fininvest contro la mafia"".
Il processo proseguira' domani con l'arringa dell'avvocato Roberto Galfano, che difende l'altro imputato del processo, Gaetano Cina'. Il calendario prevede il rinvio al 15 novembre con la replica del pm e il 29 novembre sono previste le dichiarazioni spontanee di Dell'Utri, prima che i giudici entrino in camera di consiglio.8 novembre 2004 - BOSS A 41 BIS GESTIVANO COSCA DAL CARCERE
ANSA:
MAFIA: BOSS A 41 BIS GESTIVANO COSCA DAL CARCERE, ARRESTI
I boss mafiosi Vito e Leonardo Vitale, detenuti sottoposti al 41 bis, hanno continuato a gestire dal carcere la cosca mafiosa di Partinico, riuscendo a violare il carcere duro e a far arrivare fuori dall'istituto di pena ordini sulla gestione degli appalti pubblici e sull'imposizione del pizzo alle aziende, in particolare quelle vitivinicole, che ricadono nel territorio in cui comanda la loro famiglia.
La vicenda emerge nell'inchiesta che stamani i carabinieri e gli investigatori del Gico della Guardia di Finanza hanno portato a termine, eseguendo 24 ordini di custodia cautelare firmati dal gip Antonio Tricoli, su richiesta dei sostituti procuratori della Dda Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene e del procuratore aggiunto Alfredo Morvillo.
Gli inquirenti mettono a nudo le "falle" che vi sono nel nuovo 41 bis, l'articolo del codice penitenziario che stabilisce restrizioni per i boss. Gli investigatori sono riusciti a dimostrare con le intercettazioni e le indagini, che i mafiosi riescono a gestire anche dal carcere gli affari delle cosche, facendo arrivare all'esterno messaggi e riuscendo a comunicare fra di loro.
I provvedimenti riguardano anche alcune donne che a Partinico fanno parte della famiglia dei boss Vitale, le quali avrebbero gestito la cosca, riportando agli affiliati rimasti liberi i messaggi e imponendo gli ordini che arrivavano da Vito e Leonardo Vitale. Le accuse contestate sono a vario titolo quelle di associazione mafiosa ed estorsione.
Fra le tante irregolarita' che gli investigatori hanno riscontrato nei boss sottoposti al 41 bis, una riguarda Leonardo Vitale, detenuto nel carcere di Viterbo, il quale riusciva a far passare "bigliettini" in cui dava ordini, nascondendoli dentro la biancheria sporca. Allo stesso modo i familiari gli facevano arrivare messaggi quando gli portavano i vestiti puliti.
Dal carcere di Viterbo in cui e' detenuto il boss Leonardo Vitale, sottoposto al 41 bis, gli ordini partivano anche attraverso il fax. Il capomafia scriveva alla famiglia e la moglie, una volta ricevuta la lettera, decriptava le frasi che vi erano inserite e poi comunicava gli ordini. La donna e' stata arrestata nell' ambito dell' operazione condotta dai carabinieri e dalla Finanza.
Gli investigatori, grazie ad una rete di microspie e telecamere, sono riusciti a seguire il percorso che facevano i biglietti dal carcere fino a Partinico. Nei messaggi Leonardo Vitale non parla mai esplicitamente di affiliati alla cosca, definendo i suoi uomini "operai".
Il boss, dalla cella, stabiliva inoltre chi poteva essere ammesso alla famiglia mafiosa e i "lavoretti", i compiti, cioe', assegnati a ciascuno. L' analisi dei biglietti ha consentito agli investigatori di scoprire le estorsioni fatte alle cantine vinicole, molte delle quali titolari di etichette conosciute nelle enoteche di tutta Italia.MAFIA: BOSS A 41 BIS ORDINAVANO ESTORSIONI VIA FAX
MOGLI-MANAGER GESTISCONO AFFARI PER DEI CONTO MARITI IN CARCERE
L'elenco delle imprese da taglieggiare veniva inviato per fax dal carcere di massima sicurezza in cui sono rinchiusi i boss mafiosi Vito e Leonardo Vitale, detenuti sottoposti al 41 bis. Le estorsioni le ordinavano con una lettera inviata a Maria Gallina, moglie di Leonardo, arrestata stamani, o durante i colloqui, riuscendo cosi' a violare il carcere duro e a far arrivare fuori dall' istituto di pena ordini sulla gestione degli appalti pubblici e sull'imposizione del pizzo.
Gli inquirenti mettono a nudo le "falle" che vi sono nel nuovo 41 bis, l'articolo del codice penitenziario che stabilisce restrizioni per i boss. Lo hanno fatto durante l'inchiesta che stamani ha portato i carabinieri e gli investigatori del Gico della Guardia di Finanza all'esecuzione di 24 ordini di custodia cautelare firmati dal gip Antonio Tricoli, su richiesta del procuratore aggiunto Alfredo Morvillo e dei sostituti procuratori della Dda Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene. Gli investigatori sono riusciti a dimostrare con le intercettazioni, che i mafiosi riescono a gestire anche dal carcere gli affari delle cosche, facendo arrivare all'esterno messaggi e riuscendo a comunicare fra di loro. Le accuse contestate agli indagati sono a vario titolo quelle di associazione mafiosa ed estorsione.
Fra le tante irregolarita' che gli investigatori hanno riscontrato nei boss sottoposti al 41 bis, una riguarda Leonardo Vitale, detenuto nel carcere di Viterbo, il quale riusciva a far passare "bigliettini" in cui dava ordini, nascondendoli dentro la biancheria sporca. Allo stesso modo i familiari gli facevano arrivare messaggi quando gli portavano i vestiti puliti.
Ma non era il solo modo di dare ordini. La novita' e' rappresentata dal fax. Il capomafia scriveva alla famiglia e la moglie, Maria Gallina, una volta ricevuta la lettera, decriptava le frasi che vi erano inserite e poi comunicava gli ordini.
"I boss approfittano degli spazi che offre il 41 bis - spiega il procuratore Pietro Grasso - per comunicare con l' esterno. Occorrerebbe cercare il giusto equilibrio per evitare tutto cio', tenendo conto che vi sono su questo punto anche delle regole imposte dalla Corte costituzionale". Chi suggerisce l'intervento del legislatore per restringere i termini del 41 bis e' il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo.
"Lo Stato resta impotente - afferma il vice di Grasso - davanti
ai detenuti sottoposti al 41 bis che riescono ancora oggi a
comunicare con l' esterno ed impartire ordini per la gestione
della cosca mafiosa". "Da questa inchiesta - aggiunge Morvillo
- il legislatore dovrebbe prendere spunto per modificare, e dunque rafforzare il 41 bis. I boss quando arrivano in cella vogliono continuare a comunicare con l' esterno e ancora oggi, purtroppo, riescono farlo".
Non e' d'accordo con chi invoca una modifica alla legge sul 41 bis Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia. "Il problema - dice - non e' di norme, ma di strutture e di gestione. Gli stratagemmi studiati in questi anni per aggirare il 41 bis sono numerosi. Noi li abbiamo segnalati anche alla Commissione Antimafia".
Roberto Centaro, presidente della Commissione antimafia, afferma: "Occorre verificare le falle del sistema ma ci sono dei limiti nell'infliggere l'isolamento ai detenuti in regime di 41 bis che non si possono oltrepassare in base a quanto ha, piu' volte, stabilito la Corte Costituzionale".
Nell' indagine emerge il ruolo di Maria Gallina, 48 anni, arrestata assieme alla cognata, Antonina Vitale, di 42. Gallina, oltre a tenere informato il marito degli affari della 'famiglia', riscuoteva le somme di denaro che arrivavano dalle estorsioni, decifrava le lettere inviate per fax dal boss detenuto dando ordini agli uomini della cosca. In alcune conversazioni registrate dai carabinieri, Maria Gallina si definisce una "donna di mafia", e ancora "una donna d' onore". E in virtu' del potere che ha assunto nella famiglia mafiosa richiama con forza gli affiliati che "non si comportano bene".MAFIA: 41 BIS, GLI STRATAGEMMI DEI BOSS PER AGGIRARLO
DAI MESSAGGI NELLA BIANCHERIA AI CONTATTI DURANTE LA MESSA
Messaggi nascosti nella biancheria, scambio di informazioni durante la messa, ordini impartiti attraverso 'soldati' arruolati tra i detenuti comuni frequentati durante le ore di socialita' in carcere: sono tanti gli stratagemmi utilizzati dai boss in regime di '41 bis' per aggirare il carcere duro e continuare a comandare le cosche. Per gli esperti di antimafia, i messaggi in codice inviati per fax dai Vito e Leonardo Vitale e il 'trucco' dei biglietti nella biancheria sporca non sono una novita'.
La Direzione nazionale antimafia (Dna) ha trasmesso una serie di informazioni alla Commissione parlamentare Antimafia proprio su come alcuni degli oltre 600 detenuti in regime di 41 bis abbiano tentato di comunicare con l'esterno.
Uno dei trucchi utilizzati da clan Giugliano, ad esempio, e' quello di cucire dei foglietti di carta sottilissima sui vestiti che poi vengono portati fuori dal carcere. Il procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, nella sua ultima audizione a palazzo San Macuto, ha fatto riferimento a un altro caso accertato, quello di messaggi "transitati da un panierino che scendeva dal piano del 41 bis fino alla sezione ordinaria" dove c'era "una signora che li portava fuori".
Per aggirare il carcere duro e' sufficiente anche una messa:
in alcune occasioni, a Spoleto, i detenuti in 41 bis avrebbero partecipato tutti assieme al rito religioso, riuscendo cosi' a comunicare tra loro.
Ma il sistema piu' collaudato per mandare messaggi resta quello dei 'soldati' arruolati all'interno del carcere. Il detenuto in 41 bis ha infatti diritto al momento di socializzazione, generalmente assieme ad altri quattro detenuti comuni. Questi ultimi, talvolta, si prestano a fare da postini. Un ruolo simile lo svolgono anche i cosiddetti 'spesini': si tratta per lo piu' di detenuti stranieri che provvedono al sopravitto, vale a dire fanno la spesa per i boss in 41 bis. Un detenuto albanese che passava con il carrello, ad esempio, sarebbe stato recentemente scoperto nel carcere romano di Rebibbia mentre passava all'esterno i messaggi dei 41 bis.MAFIA: 41 BIS; VIGNA, LEGGE VA BENE, PIU' ATTENTI A GESTIONE
"Il problema non e' di norme, ma di strutture e di gestione". Non e' d'accordo con chi invoca una modifica alla legge sul 41 bis ('carcere duro'), Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia. Il fatto che i boss mafiosi Vito e Leonardo Vitale, detenuti sottoposti al 41 bis, siano riusciti a violare il carcere duro dando ordini all'esterno, non lo sorprende. "Gli stratagemmi studiati in questi anni per aggirare il 41 bis sono numerosi. Noi - fa sapere Vigna - li abbiamo segnalati anche alla Commissione Antimafia".
Il sistema dei biglietti e' il piu' diffuso ("il boss Vitale
- ricorda Vigna - cerco' di metterne uno nelle fasce di un bambino piccolo quando fu arrestato"), ma non mancano i messaggi fatti arrivare all'esterno tramite detenuti comuni con cui i boss in 41 bis vengono in contatto durante la socializzazione in carcere.
Tuttavia, secondo Vigna, la legge del 2002 che ha introdotto stabilmente il 41 bis nell'ordinamento penitenziario cosi' com'e' "non da' luogo a particolari problemi" che invece esistono "a livello di gestione". Il procuratore nazionale antimafia non lo dice esplicitamente, ma fa intendere la necessita' di una maggiore attenzione ai controlli all'interno delle carceri.
Il capo della Dna, inoltre, ritiene che il recente pronunciamento della Corte di Cassazione in fatto di 41 bis abbia definitivamente risolto il problema delle revoche del carcere duro sorto dopo alcune interpretazioni della norma del 2002 da parte di alcuni tribunali di sorveglianza: "La suprema Corte - afferma Vigna - ha chiarito che per la proroga del 41 bis bisogna far riferimento ai presupposti contenuti nel primo provvedimento di applicazione, salvo che non sia stata dimostrata l'impossibilita' di contatti tra il detenuto e il mondo esterno".
A tale proposito, il procuratore nazionale antimafia rilancia una sua proposta avanzata lo scorso maggio davanti alla Commissione parlamentare: istituire "un nucleo specializzato di polizia giudiziaria che possa verificare sul territorio se permangono o sono stati rescissi i contatti tra il mafioso in 41 bis e il clan esterno".MAFIA: MORVILLO, IL LEGISLATORE RAFFORZI IL 41 BIS
"Lo Stato resta impotente davanti ai detenuti sottoposti al 41 bis che riescono ancora oggi a comunicare con l' esterno ed impartire ordini per la gestione della cosca mafiosa". Lo afferma il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, che ha coordinato l ' inchiesta che stamani ha portato all' esecuzione di 24 ordini di custodia cautelare.
"Da questa inchiesta - aggiunge Morvillo - il legislatore dovrebbe prendere spunto per modificare, e dunque rafforzare il 41 bis. I boss quando arrivano in cella vogliono continuare a comunicare con l' esterno e ancora oggi, purtroppo, riescono farlo".
"Molte volte gli ordini impartiti dalla cella - osserva il procuratore aggiunto - riguardano proprio le estorsioni alle aziende. E lo Stato non riesce a recidere questo canale che porta all' imposizione del pizzo. Le imprese, dunque, sono indirettamente vittime di un provvedimento che se fosse rafforzato impedirebbe i collegamenti tra i boss detenuti e l' esterno".9 novembre 2004 - BRUSCA LITIGA CON MOGLIE PER TELEFONO CELLULARE
ANSA:
MAFIA: BRUSCA LITIGA CON MOGLIE PER TELEFONO CELLULARE
A CAUSA DEL TELEFONINO ERA STATO SOSPESO SUO PERMESSO PREMIO
Il telefono cellulare e' stato la causa della sospensione del suo permesso premio e a causa di quel telefono cellulare Giovanni Brusca avrebbe litigato con la moglie nel corso di un colloquio avuto ieri nel reparto G 6bis del carcere romano di Rebibbia.
L'ex boss di San Giuseppe Iato, ora pentito, avrebbe attaccato la moglie per aver portato con se' il telefonino in albergo, vicino a Roma, dove stavano trascorrendo alcuni giorni di 'vacanza' assieme al figlio. Con quel cellulare la moglie avrebbe chiamato l'avvocato di Brusca alla presenza del marito. Ma dal momento che il tribunale di sorveglianza di Roma aveva espressamente vietato l'uso di qualsiasi mezzo di comunicazione con l'esterno, Brusca ha dovuto interrompere la sua 'vacanza' ed e' stato riaccompagnato a Rebibbia.
A causa della lite, il colloquio tra l'ex boss accusato dell' omicidio del piccolo Di Matteo, e la moglie si e' interrotto prima del tempo.9 novembre 2004 - LEGALE RIINA, STA MALE E NON PUO' SOPPORTARE 41 BIS
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