Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2004: ottobre |
1 ottobre 2004 - TERRORISMO E MAFIA, INQUIRENTI A CONFRONTO
"La Sicilia"
Terrorismo e mafia, inquirenti a confronto
Enrico Cristoforo
Nicosia. Per tre giorni professionisti e studiosi si confronteranno sul terrorismo e sui crimini contro lo Stato. Un'occasione per affrontare un argomento scottante e attuale, su cui si è molto dibattuto negli ultimi giorni. Il congresso sarà coordinato da Michele Barillaro, gip del Tribunale di Nicosia, che lo ha dedicato a Paolo Borsellino. Il vertice si concluderà domenica con una tavola rotonda moderata da Giovanni Tinebra, direttore del Dap, sul tema "Mafia e terrorismo: destabilizzazione, convergenze". L'argomento ricorrerà spesso durante i tre giorni negli interventi dei relatori e sarà trattato sotto vari aspetti.
Ma è possibile individuare un'azione comune tra il terrorismo transnazionale di matrice islamica e la rinascita delle Brigate Rosse in Italia?
Barillaro risponde: "Diventa sempre più difficile 'leggere' sotto un profilo squisitamente investigativo l'azione terroristica e soprattutto le eventuali connessioni tra la matrice islamica e le nuove Brigate Rosse. Certo è che l'attacco reiterato ai numerosi italiani presenti in Iraq (da Nassirya all'assassinio di Quattrocchi e Baldoni ai sequestri di Agliana Stefio e Cupertino e da ultimo delle due volontarie) non può che assumere significati inquietanti per il nostro Paese che rimane uno dei cosiddetti obiettivi sensibili".
La collaborazione con lo Stato che tanti risultati ha reso nella lotta alla mafia può costituire un punto di partenza anche nell'aggressione istituzionale e giudiziaria al terrorismo?
Barillaro aggiunge: "Sul fronte nazionale la collaborazione di Cinzia Banelli, peraltro ancora tutta da approfondire, sembra accendere un focolaio di speranza: ancora una volta infatti - e pur con prospettive affatto diverse rispetto al pentitismo degli affiliati a Cosa Nostra - il cedimento di elementi interni all'aggregazione criminale è lo strumento più efficace per scardinare una patto criminale, comunque esso sia ispirato e connotato. Il problema è, per quanto concerne il terrorismo rispetto alle associazioni criminali di tipo mafioso, giungere alla esatta individuazione dei gruppi cosa assai difficile per l'assenza di osmosi nella comunicazione e l'autonomia assoluta che sembra guidare le azioni criminali: in sostanza le Brigate rosse sembra abbiano applicato quel principio che, solo negli ultimi anni Cosa Nostra aveva fatto proprio, ovvero la compartimentazione dei nuclei proprio dettata da ragioni di sicurezza e tesa ad evitare che la collaborazione di un soggetto potesse far cadere l'intera organizzazione limitandosi, semmai, a colpire esclusivamente il nucleo di appartenenza".
Quale è la vera ragione sottostante la celebrazione di un Congresso Nazionale sul terrorismo in questo momento storico? Forse "l'abbassamento della guardia" nella lotta alla mafia?
"Il tema oggetto del terzo congresso - conclude Barillaro - mi pare sia di attualità devastante e se avvince sotto un profilo squisitamente giuridico e politico, ovvero di studio ed approfondimento a 360°, parimenti incute un serio timore man mano che si comprendono le connessioni trasversali e soprattutto, quando si tratta di verificare quali siano i canali di finanziamento dei gruppi terroristici: sotto questo profilo temo si avranno presto delle sgradite sorprese. Ricordiamo solo che la stessa ricerca effettuata nei riguardi di Cosa Nostra ha disvelato scenari di cointeressenze tra il mondo economico e quello mafioso a dir poco insospettabili".2 ottobre 2004 - TALPE DDA; PROCURA DEPOSITA ATTO D' ACCUSA A GUP
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PROCURA DEPOSITA ATTO D' ACCUSA A GUP
Un atto d' accusa che riepiloga fatti e circostanze per i quali e' stato chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, dell'imprenditore Michele Aiello, e dei marescialli Giorgio Riolo dei carabinieri e Giuseppe Ciuro della Guardia di Finanza, e' stato depositato al gip dalla procura di Palermo.
In oltre cento pagine i magistrati ripercorrono le indagini sulle "talpe alla dda", le fughe di notizie, i contatti fra uomini politici, imprenditori e affiliati a Cosa nostra. E' una sorta di "sentenza ordinanza" che veniva fatta in passato dal giudice istruttore.
All' udienza preliminare il presidente della Regione, che deve rispondere solo di aver favorito Cosa nostra, potrebbe presentarsi con una richiesta di giudizio immediato, cosi' come l'imprenditore Michele Aiello, accusato di associazione mafiosa. L' udienza e' fissata per il 14 ottobre. Entrambi gli imputati vorrebbero saltare questa fase di giudizio e presentarsi direttamente davanti al tribunale.
L'indagine sulle talpe, come spiega la procura nella memoria depositata al gup, "ha evidenziato la gravita' del problema della rivelazione di notizie segrete sulle indagini alla mafia". Il documento e' arricchito da dotte citazioni, come quelle di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, nella loro indagine sulla "Sicilia nel 1876", ma anche quelle della Commissione antimafia, di Luciano Violante e Giuseppe Lumia.
I magistrati sottolineano "la capacita' di Cosa nostra di instaurare e mantenere rapporti con i piu' svariati settori della societa' civile e delle istituzioni".
"In questo procedimento - scrivono i pm al gup - sono stati dimostrati, come accade spesso in un unico contesto di indagine, i rapporti di una persona imputata di far parte dell'associazione mafiosa Cosa nostra (Michele Aiello) e di una condannata con sentenza definitiva per questo reato (Giuseppe Guttadauro) con esponenti, anche al piu' alto livello, della politica regionale, con imprenditori, professionisti e giornalisti, con impiegati, funzionari e dirigenti della pubblica amministrazione, con persone che lavorano negli uffici giudiziari e con appartenenti, di ogni ordine e qualifica, alle Forze di polizia".
I magistrati cercano di spiegare le singole posizioni e connessioni, e sottolineano che "solo in alcuni casi questi rapporti hanno integrato a parere della procura, fattispecie di reato". "In tutti i casi pero' - aggiungono - anche quando non hanno avuto, sotto il profilo oggettivo o sotto quello soggettivo le caratteristiche dell'illecito penale, questi rapporti possono avere un effetto devastante sulla vita della societa' siciliana".
La procura diretta da Pietro Grasso si rifa' a quanto ha scritto nel 1993 dalla Commissione parlamentare antimafia, presieduta allora da Luciano Violante, quando dice: "Risulta indispensabile che ogni settore delle istituzioni e della societa' civile rompa i rapporti con Cosa nostra".2 ottobre 2004 - TALPE DDA; PROCURA DEPOSITA ATTO D'ACCUSA A GUP
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PROCURA DEPOSITA ATTO D'ACCUSA A GUP
Un atto d' accusa che riepiloga fatti e circostanze per i quali e' stato chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, dell'imprenditore Michele Aiello, e dei marescialli Giorgio Riolo dei carabinieri e Giuseppe Ciuro della Guardia di Finanza, e' stato depositato al gip dalla procura di Palermo.
In oltre cento pagine i magistrati ripercorrono le indagini sulle "talpe alla dda", le fughe di notizie, i contatti fra uomini politici, imprenditori e affiliati a Cosa nostra. E' una sorta di "sentenza ordinanza" che veniva fatta in passato dal giudice istruttore.
All' udienza preliminare il presidente della Regione, che deve rispondere solo di aver favorito Cosa nostra, potrebbe presentarsi con una richiesta di giudizio immediato, cosi' come l'imprenditore Michele Aiello, accusato di associazione mafiosa. L' udienza e' fissata per il 14 ottobre. Entrambi gli imputati vorrebbero saltare questa fase di giudizio e presentarsi direttamente davanti al tribunale.
L'indagine sulle talpe, come spiega la procura nella memoria depositata al gup, "ha evidenziato la gravita' del problema della rivelazione di notizie segrete sulle indagini alla mafia". Il documento e' arricchito da dotte citazioni, come quelle di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, nella loro indagine sulla "Sicilia nel 1876", ma anche quelle della Commissione antimafia, di Luciano Violante e Giuseppe Lumia.
I magistrati sottolineano "la capacita' di Cosa nostra di instaurare e mantenere rapporti con i piu' svariati settori della societa' civile e delle istituzioni".
"In questo procedimento - scrivono i pm al gup - sono stati dimostrati, come accade spesso in un unico contesto di indagine, i rapporti di una persona imputata di far parte dell'associazione mafiosa Cosa nostra (Michele Aiello) e di una condannata con sentenza definitiva per questo reato (Giuseppe Guttadauro) con esponenti, anche al piu' alto livello, della politica regionale, con imprenditori, professionisti e giornalisti, con impiegati, funzionari e dirigenti della pubblica amministrazione, con persone che lavorano negli uffici giudiziari e con appartenenti, di ogni ordine e qualifica, alle Forze di polizia".
I magistrati cercano di spiegare le singole posizioni e connessioni, e sottolineano che "solo in alcuni casi questi rapporti hanno integrato a parere della procura, fattispecie di reato". "In tutti i casi pero' - aggiungono - anche quando non hanno avuto, sotto il profilo oggettivo o sotto quello soggettivo le caratteristiche dell'illecito penale, questi rapporti possono avere un effetto devastante sulla vita della societa' siciliana".
La procura diretta da Pietro Grasso si rifa' a quanto ha scritto nel 1993 dalla Commissione parlamentare antimafia, presieduta allora da Luciano Violante, quando dice: "Risulta indispensabile che ogni settore delle istituzioni e della societa' civile rompa i rapporti con Cosa nostra".MAFIA: TALPE DDA; I CINQUE PUNTI DELL'ATTO D'ACCUSA
L'atto d'accusa della procura depositato al gup, secondo i magistrati "non vuole esaurire l'esame della responsabilita' dei singoli imputati (che formera' oggetto, ovviamente, delle successive fasi processuali), ma piuttosto descrivere in modo chiaro pur se sintetico, le diverse vicende oggetto delle indagini".
I pm precisano che "i reati contestati agli imputati riflettono una pluralita' di vicende, sviluppatesi nel corso di molti anni che trovano comunque il loro punto di convergenza nella figura di Michele Aiello". E proprio attorno ad Aiello, manager della sanita' privata in Sicilia, arrestato per associazione mafiosa il 5 novembre scorso e inviato alla detenzione domiciliare dopo aver collaborato all'inchiesta, ruota l'indagine. Il lavoro investigativo passa poi attraverso i due marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, e finisce al presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, accusato di avere rivelato agli indagati notizie coperte dal segreto istruttorio.
Lo schema della memoria depositata al gup si sviluppa in cinque punti. Si apre con le rivelazioni di notizie segrete sulle indagini svolte nei confronti di Aiello, per poi passare alle rivelazioni di notizie riservate sulle indagini dei carabinieri del Ros, finalizzate all'arresto dei boss latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Vi sono anche i rapporti di Michele Aiello e il capomafia Provenzano e altri esponenti mafiosi, i rapporti del manager della sanita' privata con uomini politici, fra cui Salvatore Cuffaro e pubblici funzionari, di cui vengono analizzate le disponibilita' economiche. Infine, il quinto punto, dedicato alle rivelazioni di notizie segrete sulle indagini svolte nei confronti del boss mafioso Giuseppe Guttadauro, e che sarebbero passate attraverso il deputato regionale dell'Udc, Antonio Borzacchelli, ex maresciallo dei carabinieri, attualmente detenuto per concussione.
Lo "spionaggio" svolto dal maresciallo Giorgio Riolo, incaricato di piazzare le microspie dei carabinieri del Ros, sarebbe stato, secondo gli inquirenti, determinante in alcune circostanze, svelando ad Aiello i luoghi in cui erano piazzati i microfoni e le persone che erano poste sotto indagine.
Secondo la procura, il presidente Cuffaro avrebbe appreso informazioni riservate da una "fonte romana" che non e' stata individuata e poi dall'ex maresciallo Borzacchelli che avrebbe intrattenuto "buoni rapporti", anche quando e' stato eletto deputato, "con molti ufficiali dell'Arma". I magistrati dedicano anche un lungo paragrafo all'incontro fra Aiello e Cuffaro, avvenuto nel dicembre 2003 "in incognito" a Bagheria, durante il quale il governatore, secondo quanto scrivono i magistrati, avrebbe rivelato al manager della sanita' di indagini avviate nei confronti di Riolo e Ciuro. Tutte le accuse sono state respinte da Cuffaro.
Nella memoria depositata al Gup i magistrati cercano di spiegare il motivo per il quale al presidente Salvatore Cuffaro viene contestato solo il favoreggiamento di Cosa nostra e non piu' il concorso in associazione mafiosa, per il quale aveva ricevuto un anno fa l'avviso di garanzia. Secondo i pm non ci sarebbero contatti diretti fra il governatore ed esponenti mafiosi come il boss Giuseppe Guttadauro.
Nel salotto di quest'ultimo sono state registrate molte ore di conversazione, che hanno poi portato all'arresto di numerose persone, fra cui l'ex assessore comunale Domenico Miceli. La scoperta della cimice a casa del mafioso, a causa di una fuga di notizie effettuata dal maresciallo Giorgio Riolo, ha provocato l'interruzione dell'inchiesta.
Nell'atto d'accusa i pm scrivono: "E' un'indagine che ha allargato progressivamente quello che era il suo oggetto iniziale, consentendo non solo l'accertamento di reati di per se' gravissimi ma, fatto ancor piu' importante, di scoprire l'attivita' di infiltrazioni di Cosa nostra nei settori piu' diversi delle societa' e delle Istituzioni e di accertare la sistematica rivelazione agli uomini del'organizzazione mafiosa delle attivita' di indagine dei carabinieri del Ros, a cominciare da quelle mirate alla cattura di Bernardo Provenzano".2 ottobre 2004 - MAFIA: IN LIQUIDAZIONE L'IMPERO IMMOBILIARE DEI SALVO
ANSA:
MAFIA: IN LIQUIDAZIONE L'IMPERO IMMOBILIARE DEI SALVO
ALL'ASTA ANCHE L'HOTEL ZAGARELLA CHE OSPITO' SUMMIT E INCONTRI
Rischia il tracollo economico la societa' "Immobiliare finanziaria", che fa capo agli eredi dei cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori siciliani accusati negli anni '80 di essere i finanzieri di Cosa nostra. Il patrimonio dell'immobiliare, tra cui figura l'hotel Zagarella, simbolo di quella stagione discussa e controversa, e' stato messo in liquidazione, e nominato un custode giudiziario.
L'impero economico dei Salvo, insomma, sta per crollare; molti loro "gioielli" vengono adesso venduti all'asta. Si tratta di una procedura che anticipa quasi sempre il fallimento. Fra i tesori custoditi nello scrigno della famiglia anche l'Hotel Zagarella, di Santa Flavia, sulla costa Palermitana, una struttura turistica che si estende per oltre 20 mila metri quadrati, con 358 camere, sale ristorante, un centro congressi di oltre mille metri quadrati e 44 bungalow, oltre agli impianti sportivi e l'area del mare attrezzata.
Questa immensa struttura, assieme a palazzi e appartamenti di Palermo, verra' messa in vendita all'asta l'11 novembre in un'aula del palazzo di giustizia di Palermo, come recita un avviso giudiziario pubblicato oggi sul Giornale di Sicilia. Il prezzo a base d'asta e' di 25 milioni 800 mila euro, circa 50 miliardi delle vecchie lire.
L'albergo, attualmente in funzione, e' gestito dalla societa' "Zagarella srl" che ha 80 dipendenti e non ha nulla a che vedere con la "Immobiliare finanziaria" alla quale dal 2000 versa un canone d'affitto.
La societa' dei Salvo e' stata messa in liquidazione perche' non avrebbe saldato gran parte dei debiti con le banche. L'iniziativa non compromettera' l'attivita' della struttura, aperta tutto l'anno, che continuera' a essere gestita dalla "Zagarella srl".
Ma l'albergo, oltre che sui depliant patinati delle agenzie di viaggio, e' stato al centro della pagine di cronaca nera e giudiziaria degli ultimi vent'anni. Nella villa di Nino Salvo, attigua all'hotel, il boss non ancora pentito Tommaso Buscetta, trascorse con la famiglia al seguito il Natale del 1980, ospite degli esattori di Salemi. Quando a Palermo stava per esplodere la guerra di mafia tra i fedelissimi di Stefano Bontade e i corleonesi di Toto' Riina, Buscetta dal Sudamerica arrivo' allo 'Zagarella', convocato in Sicilia dai Salvo che volevano convincerlo a fare da "paciere".
Furono giorni di riunioni, di incontri e di summit in quell'hotel sul litorale palermitano. Don Masino consumo' pranzi e cene, poi fece i bagagli e se ne torno' in Sudamerica, sfuggendo alle lusinghe dei Salvo e alla mattanza dei corleonesi.
La struttura, in quegli anni, piu' volte venne messa a disposizione anche di Salvo Lima, il politico piu' influente della Dc siciliana in quegli anni, per i suoi incontri di partito. E sempre allo Zagarella, durante una di queste convention, Giulio Andreotti fu immortalato in una foto in cui si notano anche i cugini Nino ed Ignazio Salvo. La Procura di Palermo ha interpretato quell'immagine come "prova" dei rapporti tra il senatore e gli esattori, la difesa ha replicato che si tratto' di un incontro del tutto casuale e inconsapevole.
Da giardini di quell'albergo, nel settembre del 1992, passarono anche i killer che uccisero Ignazio Salvo, ormai caduto in disgrazia presso il gotha mafioso che lo considerava un referente politico incapace di garantire ai boss impunita' e favori. Il cugino Nino era morto invece nel 1986 in Svizzera, stroncato da un tumore.
Vent'anni dopo, sepolti i Salvo, morto Buscetta, l'hotel Zagarella ha cambiato immagine e frequentatori. Il nuovo gestore, lo "Zagarella srl" societa' che fa capo alla "SHR Dimensione Sicilia", dell'imprenditore siciliano Zappala', sottolinea che i posti di lavoro non saranno messi in pericolo e che sara' proseguita la stagione.3 ottobre 2004 - TALPE DDA; PM, RIOLO FAVORI' LATITANZA DI PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM, RIOLO FAVORI' LATITANZA DI PROVENZANO
L'attivita' di "spionaggio" effettuata dal maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, avrebbe aiutato a rafforzare la latitanza del boss Bernardo Provenzano. E' quanto sostengono i magistrati di Palermo nella memoria depositata al gup che dovra' decidere sul rinvio a giudizio del sottufficiale nell'ambito dell' inchiesta sulle "talpe alla dda".
Riolo e' stato arrestato il 5 novembre scorso per concorso in associazione mafiosa, e da alcuni mesi e' ai domiciliari. Il militare era l' esperto in tecnologia dei carabinieri del Ros. Era lui a piazzare le microspie e le telecamere utilizzate nelle indagini per la ricerca di Provenzano e nelle inchiesta sui rapporti tra mafia e politica.
Secondo gli inquirenti, pero', Riolo avrebbe comunicato ai boss l' esistenza delle cimici rivelando segreti e informazioni riservate.
"Le notizie che sistematicamente Riolo ha confidato all' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello (arrestato per associazione mafiosa) - spiegano i magistrati nella memoria al gup - hanno una particolare connotazione: non hanno riguardato genericamente qualsiasi attivita' che il Ros aveva in corso sul territorio palermitano, ma hanno avuto per oggetto specificamente quelle che hanno interessato, direttamente ovvero indirettamente, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, il cui stato di latitanza si e' potuto protrarre proprio grazie alle gravissime condotte commesse da Riolo".
La primula rossa di Corleone, ricercata da oltre 40 anni, avrebbe avuto dunque vita facile grazie alle copertura assicuratagli dall' imprenditore di Bagheria Michele Aiello, e grazie ai suoi buoni "contatti" negli ambienti investigativi.
Aiello, secondo gli inquirenti, sarebbe in stretti rapporti con il capo di Cosa nostra, il quale in piu' occasioni lo avrebbe "raccomandato" per alcuni appalti in varie zone della Sicilia.
Ma se da una parte vi sono "investigatori infedeli", dall' altra, spiega chiaramente la procura, vi sono carabinieri che hanno condotto "egregiamente" le indagini per individuare le talpe.
"Le indagini sulla rivelazione di notizie segrete - scrive nella memoria il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone - che hanno costituito il filo conduttore dell' intero procedimento, hanno da un lato evidenziato la gravita' del problema ma anche, la capacita' dell' autorita' giudiziaria e dei carabinieri del Nucleo operativo di Palermo di giungere a positive conclusioni, anche grazie all' adozione delle necessarie, particolari misure di sicurezza".5 ottobre 2004 - TG2 PROPONE IPOTETICO VOLTO DEL BOSS PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: TG2 PROPONE IPOTETICO VOLTO DEL BOSS PROVENZANO
L' ipotetico volto, segnato dal tempo, del boss mafioso latitante Bernardo Provenzano, ricercato da 41 anni, e' stato trasmesso dal Tg2 grazie alla tecnologia messa a punto dai grafici della Rai.
I tecnici hanno modificato l'ultima immagine del capomafia che risale a oltre 41 anni fa, ed hanno proposto il possibile volto della primula rossa di Corleone, grazie anche alle indicazioni fornite da alcuni collaboratori di giustizia che ne hanno tratteggiato i lineamenti.
Il volto di questo "fantasma di Corleone" gli investigatori non lo conoscono, e la caccia all'uomo che ha traghettato le famiglie di Cosa nostra dalle guerre di mafia a una "mafia sommersa" e "silenziosa', e' resa ancora piu' difficile anche per questo motivo.5 ottobre 2004 - RIINA JR, MI SCUSO PER OFFESE A FALCONE E BORSELLINO
ANSA:
MAFIA: RIINA JR, MI SCUSO PER OFFESE A FALCONE E BORSELLINO
"Chiedo scusa per aver offeso i giudici Falcone e Borsellino e per quanto ho detto sulle stragi
del '92". Lo ha affermato Giuseppe Salvatore Riina, il figlio del boss Toto' Riina, deponendo oggi nel processo che lo vede imputato di associazione mafiosa.
Riina jr venne arrestato due anni fa, in seguito ad una lunga indagine, e durante le intercettazioni effettuate nella sua automobile il giovane rampollo del capo di Cosa nostra aveva inveito contro i magistrati morti a Capaci e in via D'Amelio.
Oggi, durante la deposizione che si e' svolta davanti ai giudici della quinta sezione, Giuseppe Salvatore Riina si e' presentato per chiedere scusa.5 ottobre 2004 - EX BR BONISOLI, MAI COLLEGAMENTI CON MAFIA
ANSA:
TERRORISMO: EX BR BONISOLI, MAI COLLEGAMENTI CON MAFIA
DEPOSIZIONE A PALERMO SU OMICIDIO AGENTE PENITENZIARIO
"Le brigate rosse non ebbero mai alcun collegamento con i boss di Cosa nostra". Lo afferma l'ex terrorista delle br, Franco Bonisoli, condannato per la strage di via Fani, deponendo questa sera a Palermo nel processo per l'omicidio del brigadiere della polizia penitenziaria Antonino Burrafato, assassinato a Termini Imerese il 29 giugno 1982.
"Durante il periodo trascorso in carcere - afferma Bonisoli - abbiamo avuto contatti forzati con detenuti, ma non abbiamo mai avuto collegamenti con Cosa nostra, e con i boss mafiosi non abbiamo mai fatto alcun accordo".
Franco Bonisoli e' stato il primo, tra i br legati al caso Moro, ad ottenere il permesso di lavorare fuori dal carcere. Da due anni e' libero, perche' ha usufruito dei benefici sulla legge della dissociazione. Nei mesi scorsi ha rivolto un appello alle nuove leve dell'eversione, invitandoli a lasciare il terrorismo e a dedicarsi al volontariato.
L'ex brigatista rosso e' stato citato in aula perche' il suo nome compariva sotto il testo di un comunicato affidato nel luglio dell'82 ai giudici della corte d'assise che lo stavano giudicando per la strage di via Fani, in cui "commentavano" l'omicidio Burrafato.
Secondo una nota dell'allora maggiore dei carabinieri Mario Mori, del comando provinciale del Lazio, era stato lo stesso Bonisoli a leggere in aula il testo della lettera. "Non ricordo questo particolare - afferma Bonisoli - e non ricordo nemmeno di averlo scritto".
"Il testo - spiega l'ex terrorista - non e' una rivendicazione, ma un modo per dare voce a delitti commessi da chicchessia contro lo Stato. In questa lettera c'era la nostra adesione ideologica. Aver assassinato un uomo che portava la divisa era un atto contro lo Stato e allora noi aderivamo a quanto era stato fatto. Solo dopo mi sono reso conto degli errori e, inoltre, che la responsabilita' e' personale".
Per l'omicidio di Burrafato sono imputati i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Pietro Senapa, Giuseppe Lucchese ed Antonino Marchese. Secondo l'accusa Burrafato sarebbe stato eliminato su ordine di Bagarella. Il boss corleonese, detenuto nel carcere di Termini Imerese in cui il brigadiere prestava servizio, si era visto negare dalla vittima il permesso ad un colloquio con i familiari.
Per questo omicidio e' stato gia' condannato a 10 anni di reclusione, in appello, il collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza che si era auto accusato di aver partecipato al delitto. La posizione del pentito era stata stralciata dall'inchiesta principale. Era stato proprio Cucuzza ad ammettere di avere accompagnato a Termini Imerese gli esecutori del delitto, Pino Greco ed Antonino Marchese. I sicari aprirono il fuoco in piazza Sant'Antonio, a un centinaio di metri dall'istituto di pena.
L'omicidio venne rivendicato qualche ora dopo con una telefonata anonima al centralino del Giornale di Sicilia:
"Abbiamo giustiziato Burrafato, boia dell'Asinara", e alcuni mesi dopo dai terroristi durante l'udienza per la strage di via Fani. Ma la pista terroristica venne presto accantonata. Dopo una prima archiviazione l'inchiesta venne riaperta grazie alle rivelazioni di Cucuzza.6 ottobre 2004 - ANTIMAFIA: INOPPORTUNO CHE ONOREVOLI-AVVOCATI DIFENDANO BOSS
ANSA:
ANTIMAFIA: INOPPORTUNO CHE ONOREVOLI-AVVOCATI DIFENDANO BOSS
UNANIMITA' BIPARTISAN CONTRO PARLAMENTARI IN PROCESSI 416 BIS
L'Ufficio di presidenza della Commissione Antimafia considera inopportuno che onorevoli-avvocati (deputati e senatori, ma anche assessori regionali e provinciali) difendano imputati nei processi per mafia e narcotraffico e in tutti i procedimenti di competenza delle direzioni distrettuali antimafia. Per questo motivo, la Commissione presieduta da Roberto Centaro (FI) ha elaborato all' unanimita' un documento di censura nei confronti dei difensori che ricoprono incarichi istituzionali e non si astengono dal patrocinare gli affiliati di Cosa Nostra.
A destare la riprovazione della Commissione su questo tema sono stati - a quanto si e' appreso - il caso del presidente della Commissione Antimafia della Sicilia, Carmelo Incardona, che lo scorso agosto avrebbe accettato la difesa di un indagato per narcotraffico (sorpreso nelle campagne di Vittoria dove coltivava canapa indiana), e quello dell'assessore al turismo della provincia di Vibo Valentia, Giovanni Vecchio, che difende esponenti del 'clan Mancuso' nel processo 'Dinasty'. Salendo di livello, l'Ufficio di Presidenza - nella riunione di oggi - ha citato anche il caso dell'onorevole Carlo Taormina, membro della stessa Commissione Antimafia, che difende un boss pugliese e quello, verificatosi nel precedente governo di centrosinistra, del sottosegretario alle Finanze, Armando Veneto, difensore di imputati della 'ndrangheta.
In proposito - in una nota - la stessa Commissione sottolinea che sara' avviato "un dibattito per giungere a un documento comune sul tema dell'opportunita' che rappresentanti delle istituzioni svolgano attivita' professionali al servizio di indagati o imputati per reati di mafia".
Nello stesso dossier si affrontera' anche "il tema delle candidature alle elezioni di rappresentanti di amministrazioni locali sciolte per infiltrazioni mafiose".6 ottobre 2004 - UCCISO "MINISTRO" DI PROVENZANO
"La Repubblica"
LA MAFIA
Salvatore Geraci, imprenditore, freddato da un killer
Palermo, ucciso per strada il cassiere di Provenzano
ALESSANDRA ZINITI
PALERMO - Gli hanno sparato come non si faceva più da dieci anni, in Corso dei Mille, teatro delle guerre di mafia degli anni Ottanta. Un morto che pesa Salvatore Geraci, 48 anni, imprenditore edile con una condanna a 5 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma soprattutto con un ruolo: pentitosi Angelo Siino, ex ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra, l´uomo al quale Bernardo Provenzano aveva affidato la spartizione degli appalti pubblici alle imprese amiche, Geraci aveva preso il suo posto. A suggellarlo una delle tante lettere di Provenzano ritrovata nel covo di Agrigento dove venne arrestato Giovanni Brusca, del quale Geraci era stato prestanome. Arrestato nel 1998, Geraci era tornato libero nel 2000. E libero era rimasto anche dopo la condanna in primo grado chiesta e ottenuta dal pm Michele Prestipino. Geraci aveva solo l´obbligo di firma.
Che ruolo avesse ancora l´imprenditore nei nuovi organigrammi di una Cosa nostra, che negli ultimi anni ha seguito la strategia dell´inabissamento, non è facile dirlo. L´ultimo pentito di mafia, Nino Giuffrè racconta della voglia di Geraci di rimettersi in pista e dei tentennamenti di Provenzano. Fatto sta che ieri sera, poco prima delle otto di sera, lo hanno affiancato mentre percorreva Corso dei Mille a bordo della sua Vespa e gli hanno scaricato contro un revolver. Una perfetta esecuzione in stile mafioso, nel regno del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. A dare l´allarme, una telefonata anonima al 113 che segnalava un incidente stradale. E anche la scena che si è presentata agli occhi del sostituto procuratore Lia Sava e del dirigente della squadra mobile Giuseppe Cucchiara è stata quella d´altri tempi: il corpo di Geraci è rimasto per terra mentre le saracinesche dei negozi vicini si abbassavano in fretta e decine di curiosi facevano largo alla piccola ala di parenti in lacrime arrivati dalla casa dell´imprenditore che abitava poco distante.
Alle dichiarazioni di tanti pentiti, arrivate alle metà degli anni Novanta, i magistrati della Dda avevano aggiunto prove inoppugnabili, come quel mucchio di carte sottratte dalle buste presentate da alcune offerte in un appalto truccato, documenti dei quali Geraci aveva tentato di disfarsi gettandole nel water durante un´improvvisa perquisizione dei carabinieri. Carte restituite agli inquirenti dalla provvidenziale otturazione della fogna.I killer di Cosa nostra tornano a sparare in città. La vittima, 48 anni, viaggiava in moto: è stato inseguito e colpito a morte
Ucciso il "ministro" di Provenzano
Geraci, imprenditore e boss, colpito tra la folla in corso dei Mille
SALVO PALAZZOLO
Revolver di mafia per uccidere un padrino, nel cuore di corso dei Mille. È morto così Salvatore Geraci, 48 anni, l´imprenditore che dopo Angelo Siino era diventato il "ministro dei Lavori pubblici" di Cosa nostra. È stato ammazzato nel modo più eclatante: un gruppo di sicari, non si sa ancora quanti, lo ha colpito mentre viaggiava sulla sua Honda nera da Villabate verso Palermo. Non ci sono testimoni a raccontare cosa sia accaduto. La moto ha sbandato ed è finita contro una Audi 80 posteggiata all´altezza del civico 1292 di corso dei Mille. L´auto era di un impiegato, che stava comprando un po´ di frutta in un negozio di alimentari. Geraci ha tentato di sfuggire ai suoi sicari ma è stato stretto nella morsa di fuoco. È finito contro l´auto, che si è riempita di chiazze di sangue.
Tutto è avvenuto intorno alle otto di sera, quando i negozi di questo tratto di corso dei Mille erano ancora aperti. Poco dopo è arrivata al 118 una telefonata che segnalava un incidente stradale. L´ambulanza è arrivata nel giro di pochi minuti e ha tentato una prima rianimazione, ma i medici si sono accorti che non si trattava di un incidente: Geraci era stato ucciso a colpi di pistola. Tutto intorno, le persiane delle case e le saracinesche dei negozi erano sbarrate. L´autopsia si è protratta fino a tarda notte: al primo esame sul posto, i medici legali non hanno trovato il foro di uscita del colpo mortale.
È bastato un veloce controllo al terminale della questura, e i poliziotti hanno compreso chi fosse quel Salvatore Geraci, nato a Palermo il 13 aprile 1956 e residente in corso dei Mille 1060, poco distante. Geraci è ritenuto un boss di primo piano nel gotha di Cosa nostra, già condannato dal Tribunale di Palermo nell´ambito di una indagine su mafia e appalti condotta dal pm Michele Prestipino. Dopo la condanna, Geraci era tornato a fare l´imprenditore. Aveva soltanto da rispettare un obbligo di firma al commissariato Brancaccio impostogli dai giudici. Ma questo obbligo sarebbe terminato nel marzo 2005. Intanto l´imprenditore si preparava al processo di appello.
È il capo della squadra mobile, Giuseppe Cucchiara, a condurre l´inchiesta su quest´ultimo omicidio di mafia. Ieri sera gli investigatori hanno bussato con pazienza a tutte le porte di questo tratto di corso dei Mille. Hanno ricevuto sempre la stessa risposta. Alla fine però qualcuno si è fatto avanti e ha detto di aver sentito tre forti esplosioni. Ma nessuno ammette di avere visto cosa accadeva intanto in strada.
Davanti al cadavere di Salvatore Geraci si sono ritrovati presto i suoi parenti. "Non dovevi fare questa morte - dice la moglie - la misericordia del Signore ci deve illuminare". Sul luogo del delitto anche il sostituto procuratore Lia Sava, della Direzione investigativa antimafia.
Gli inquirenti riaprono il dossier di Geraci e riprendono in considerazione tutti i punti investigativi di questi ultimi mesi. Anche perché in questo tratto di corso dei Mille, al confine tra Brancaccio e Villabate, si è consumata recentemente l´ultima stagione di sangue. Poco distante da corso dei Mille 1292 è stato assassinato Antonino Pelicane nell´agosto dell´anno scorso.IL PERSONAGGIO
Aveva cominciato con un´impresa edile, nel ´98 era stato arrestato
Un plenipotenziario della mafia al tavolino dei grandi appalti
Indicato come l´erede di Angelo Siino era stato accusato da diversi pentiti
Durante una perquisizione lo avevano sorpreso a gettare documenti nel water. Nel 2000 la scarcerazione
ALESSANDRA ZINITI
Bernardo Provenzano dava le direttive, Salvatore Geraci eseguiva. Secondo il metodo del "tavolino" collaudato da anni dall´ex ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra, poi diventato collaboratore di giustizia, Angelo Siino. Salvatore Geraci, scoprirono i magistrati della Dda, nel 1991, aveva preso il suo posto. La sua zona privilegiata di influenza erano soprattutto le Madonie. Appalti, lavori, forniture, gare pubbliche, Salvatore Geraci stabiliva quali imprese dovevano dare il "passi", quella indicata vinceva.
A tradirlo furono proprio le carte sottratte dalle buste di alcune aziende che partecipavano all´appalto per la realizzazione della fognatura di Pollina. Carte di cui Geraci tentò frettolosamente di disfarsi gettandole nel water durante un´improvvisa perquisizione dei carabinieri che avevano ricevuto una dritta su quella gara truccata. Le carte ostruirono la conduttura e qualche giorno dopo gli operai del Comune consegnarono ai carabinieri una prova inoppugnabile del suo ruolo. Nella fogna era finito anche il primo avviso di garanzia per associazione mafiosa che i pm gli avevano notificato solo qualche giorno prima.
Arrestato tre anni dopo, il 15 dicembre del 1998, quando i pentiti, a cominciare dal suo predecessore Angelo Siino per finire con Giovanni Brusca, avevano disegnato un quadro ben definito del suo ruolo, Salvatore Geraci era stato scarcerato due anni dopo, nel settembre del 2000, quando la Procura aveva dato il suo consenso e il tribunale aveva sancito le cessate esigenze cautelari. La condanna, richiesta dal pubblico ministero Michele Prestipino, era arrivata: cinque anni e quattro mesi. E, nel febbraio del 2002, i carabinieri gli avevano sequestrato beni per un milione di euro.
"E´ presto per dire cosa stia accadendo - dice a caldo un magistrato della Procura - ma certo sono anni che non si spara così. E bisogna ricordare che siamo nel territorio di Brancaccio. O Geraci aveva toccato qualcosa che non doveva toccare oppure è in atto un´operazione chirurgica di ripulitura dei rami secchi che potrebbe portare lontano. Certo è un omicidio pesante".
Le risultanze investigative e soprattutto le dichiarazioni di pentiti del calibro di Siino e Brusca disegnavano Geraci come un personaggio in ascesa, molto vicino all´ex boss di San Giuseppe Jato, ma bene accetto anche da Bernardo Provenzano. E proprio uno dei tanti "pizzini" di Provenzano con esplicito riferimento a Salvatore Geraci per l´aggiustamento di un appalto fu trovato nella villetta di Cannatello ad Agrigento dove venne arrestato Brusca.
Nella prima inchiesta condotta dal sostituto procuratore Michele Prestipino su mafia e appalti sin dal 1998, la figura di Geraci venne subito fuori come quella di un emergente. Imprenditore edile cresciuto sotto l´ombrello di Provenzano. Attorno a sè, Geraci era riuscito a creare una fitta rete di piccoli e medi imprenditori in grado di controllare i flussi di spesa della provincia. Non c´era un solo appalto, piccolo o grande che fosse, che sfuggiva al suo controllo. Il metodo era quello classico, il "passi" delle imprese o la sottrazione dei documenti dalle buste di quelle che non ci stavano e che finivano poi per pagare dazio con attentati e danneggiamenti. A Cosa nostra, naturalmente, le imprese amiche pagavano la tangente. Tutta, nessuna esclusa. Da Pollina a Bagheria, passando per le Madonie, anche se Salvatore Geraci abitava e "operava" a Brancaccio, passata sotto la giurisdizione del boss Giuseppe Guttadauro dopo l´arresto dei fratelli Graviano.
Ad accusarlo anche Salvatore Lanzalaco, ex imprenditore, che aveva spiegato che Geraci gli era stato presentato dal presunto boss Panzeca di Caccamo, come "il personaggio che faceva da cerniera con gli uomini del territorio di Bagheria, cioè quelli che avevano in mano tutte le gare d´appalto".
Nel febbraio del 2002, la sezione Misure di prevenzione del tribunale dispose il sequestro di tutti i beni dell´imprenditore, a cominciare dall´intero capitale sociale e dai beni aziendali della sua impresa, la "Geraci srl". Terreni e fabbricati per un valore di un milione di euro furono individuati nella zona di Altavilla Milicia. Un paio di mesi dopo, il tribunale dispose il sequestro di un altro capannone industriale, esteso per oltre mille metri quadri, intestato alla moglie di Salvatore Geraci.7 ottobre 2004 - DIRETTORE SISDE MORI: DICHIARAZIONI SPONTANEE A GIP PALERMO
ANSA:
MAFIA: DIRETTORE SISDE,DICHIARAZIONI SPONTANEE A GIP PALERMO
E' durata circa due ore l' udienza davanti al giudice per le indagini preliminari, Vincenzina Massa, in cui e' indagato il direttore del Sisde, il servizio segreto civile, Mario Mori e il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, accusati di favoreggiamento nei confronti Cosa nostra.
Mori e De Caprio hanno fatto spontanee dichiarazioni, cercando di chiarire i motivi per i quali il 15 gennaio 1993 non venne effettuata la perquisizione della villa in cui viveva Toto' Riina. Perquisizione che sarebbe dovuta avvenire, secondo la Procura, dopo la cattura del capo di cosa nostra.
Il gip aveva fissato l'udienza di stamani in seguito all' opposizione di archiviazione presentata due volte dalla Procura. Il gip adesso, in base all'articolo 409 del codice di procedura penale, sentite le parti, ha cinque giorni per accogliere la richiesta di archiviazione, che lo stesso gip ha respinto nei mesi scorsi, oppure richiedere nuovi approfondimenti nell' inchiesta, e per ultimo ordinare al Pm che venga formulato un capo di imputazione per la richiesta di rinvio a giudizio.
All' udienza erano presenti anche i sostituti procuratori Antonio Ingroia e Michele Prestipino, titolari dell'inchiesta.
Il prefetto Mori, alla fine dell'udienza ha lasciato il palazzo di giustizia da un'uscita secondaria. Al parcheggio lo attendeva la scorta.
L' udienza davanti al gip, Vincenzina Massa, proseguira' il 22 ottobre. La difesa oggi ha prodotto una serie di documenti, fra i quali attestazioni di servizio, l'archiviazione del gip che riguarda l'inchiesta sulla trattativa di Cosa nostra con lo Stato, e quella del gip di Firenze sul procedimento in cui era indagato l'ex senatore Vincenzo Inzerillo.
Le dichiarazioni spontanee di Mori e De Caprio sono state registrate. I due indagati hanno ribadito che vi fu "incomprensione" con la procura di Palermo sulla mancata perquisizione del covo di Toto' Riina, e dalle loro parole e' emersa l'amarezza per essere stati indagati di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.
I sostituti procuratori Antonio Ingroia e Michele Prestipino hanno ribadito davanti al giudice che non e' stata mai messa in dubbio la capacita' e l' efficienza operativa di Mori e De Caprio e che grazie alle loro funzioni hanno contribuito nella lotta contro Cosa nostra.
Per l'udienza di oggi sono state utilizzate tutte le cautele per evitare l' incontro degli indagati con i giornalisti. Il 22 ottobre e' previsto l'intervento dei difensori, al quale seguira' la controdeduzione dei pm. Il gip Massa, con ogni probabilita', nel corso di quell'udienza si riservera' di decidere.MAFIA: LA SQUADRA DI PROFESSIONISTI CHE RIPULI' COVO RIINA
La villa di via Bernini in cui visse per molti anni Toto' Riina assieme alla sua famiglia fino al giorno dell' arresto avvenuto il 15 gennaio 1993, secondo gli inquirenti sarebbe stata ripulita immediatamente dopo la cattura del boss da una squadra di professionisti.
Quando i militari dell'Arma, a distanza di 16 giorni dall'arresto, decisero di perquisire la villa la trovarono vuota. L'abitazione-covo era gia' stata "visitata": i mobili coperti di cellophan, le pareti tinteggiate di fresco. L'unico pezzetto di carta sfuggito alla squadra di "professionisti", una letterina della figlia del boss, Maria Concetta Riina ad una sua amichetta. Dell'intervento di una squadra mafiosa con compiti di "pulizia" aveva parlato il pentito Gioacchino La Barbera, ascoltato nel 1994 dai magistrati di Palermo Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi. I due sostituti lo stavano interrogando sul contenuto di un'agendina, intestata alla Camera dei Deputati, recuperata tra gli effetti personali di Nino Gioe', il boss di Altofonte morto suicida in una cella di Rebibbia. Durante i riconoscimenti fotografici di mafiosi, La Barbera concentro' l'attenzione su un volto: "E' uno di quelli che ha partecipato alla 'pulizia' della villa di via Bernini". La rilevazione a sorpresa di La Barbera indicava Giovanni Grizzafi, parente di Riina.
Il pentito poi racconto' nei dettagli l'operazione alla quale sostenne di avere partecipato. Appreso dell'arresto, i mafiosi ritenevano scontata un' irruzione a casa Riina e, sorpresi che cio' non fosse ancora accaduto, decisero di svuotare il covo; si diedero appuntamento al Motel Agip, a poche centinaia di metri da via Bernini, e si recarono nella villa in taxi. In quello stesso contesto, sempre in taxi, furono condotti a Corleone la moglie ed i figli di Riina.
Secondo il collaboratore a guidare l'operazione di svuotamento del covo fu, oltre a Grizzafi, anche Giuseppe Sansone, genero del boss Salvatore Cancemi. Sette mesi dopo Cancemi si consegno' ai carabinieri cominciando a collaborare. Sui motivi che indussero i carabinieri del Ros a ritardare di 16 giorni l'irruzione nel covo del capo di Cosa Nostra si sviluppo' un fitto carteggio tra il procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, che non era a conoscenza di questo ritardo nella perquisizione, ma sapeva che i carabinieri avevano continuato a controllare l'ingresso della villa, e il generale Mario Mori, allora a capo del Ros.MAFIA: COVO RIINA; I MISTERI DI UN RITARDO DI 16 GIORNI
(di Lirio Abbate)
Un ritardo inspiegabile di 16 giorni tra l' arresto di Toto' Riina e il momento in cui i carabinieri fecero irruzione nella villa che aveva ospitato per anni il capomafia e la sua famiglia. Un "mistero" al centro dell' inchiesta della procura di Palermo che vede indagati per "favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra" il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, il servizio segreto civile, che allora era il vice comandante del Ros, e il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, conosciuto come "Ultimo".
La mancata perquisizione del covo diede la possibilita' ai fedelissimi del Padrino come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, di far ripulire la casa del loro capo, portando via mobili e arredi, compreso un armadio corazzato in cui sarebbero stati custoditi documenti importanti. Di qui l' accusa nei confronti di Mori e De Caprio.
I due ufficiali del Ros, registi dell' operazione che porto' alla cattura di Riina, hanno sempre affermato che ci sarebbe stata una "incomprensione" con la Procura. I magistrati hanno chiesto per due volte l' archiviazione del fascicolo, ma in entrambi i casi il gip ha rigettato, tanto che adesso si e' svolta l'udienza in cui il giudice, sentite le parti, potrebbe ordinare nuovi accertamenti o imporre direttamente al Pm di formulare il capo di imputazione per chiedere il rinvio a giudizio.
Nella richiesta di archiviazione della Procura si legge tra l' altro che "averne di fatto ostacolato l'esecuzione della perquisizione determinandone il rinvio, costitui' obiettivamente un'agevolazione degli uomini di Cosa nostra, che consenti' loro di tornare sui luoghi ove il capo indiscusso di Cosa nostra aveva trascorso l'ultimo periodo della sua latitanza, per porre in essere le piu' svariate attivita' di inquinamento probatorio". Ma i Pm non hanno tuttavia riscontrato dolo nel comportamento dei due ufficiali dell'Arma, ritenendo che non vi fossero "elementi soggettivi".
Il 15 gennaio 1993 i carabinieri dissuasero i magistrati dal procedere alla perquisizione della villa che era stata localizzata e tenuta sotto osservazione da alcuni giorni prima della cattura di Riina. Gli ufficiali, in particolare De Caprio, con "l' avallo del generale Mori" (si evince nelle carte dei Pm), avrebbero spiegato che in quel momento non era opportuno entrare nel covo, perche' volevano individuare eventuali altri uomini d' onore pronti a recarsi nella villa per prelevare la famiglia del boss. Ma l' attivita' di controllo al covo cesso' nella stessa giornata in cui venne arrestato Riina.
"Fu soprattutto la sospensione di ogni attivita' di osservazione - affermano i pm - a determinare un' obiettiva agevolazione di Cosa nostra, consentendo a quest' ultima di trarre il massimo vantaggio possibile dalla mancata perquisizione del covo, visto che solo la prosecuzione dell' attivita' di osservazione avrebbe potuto attenuare l'altissimo rischio affrontato col rinvio della perquisizione, di compromettere l'acquisizione di documenti di sicuro rilievo eventualmente rinvenibili".
I magistrati sostengono infine che Mori e De Caprio avrebbero reso dichiarazioni "non veritiere o quantomeno reticenti" sulla vicenda fornendo ai magistrati della procura "indicazioni non veritiere, o comunque fuorvianti".7 ottobre 2004 - RITA BORSELLINO, MI CONFORTANO SCUSE RIINA JR
ANSA:
MAFIA: RITA BORSELLINO, MI CONFORTANO SCUSE RIINA JR
(ANSA) - ROMA, 7 OTT - "Sentire questa notizia mi ha dato un po' di conforto". Cosi' Rita Borsellino ha commentato, a 'Primo Piano' le scuse del figlio di Toto' Riina per le stragi del '92. "Mi conforta - ha aggiunto - e mi fa capire che il percorso che abbiamo cercato di fare in questi anni e' un percorso importante, che puo' portare dei risultati".
In questi anni, ha aggiunto la moglie del giudice ucciso dalla mafia, abbiamo cercato di far capire ai giovani quanto e' importante il cammino della legalita', quanto sia importante stare dalla parte giusta". Quando i figli di Toto' Riina furono arrestati, ha proseguito, io dissi che "per la societa' civile quella era una sconfitta perche' non eravamo stati capaci di mostrare a quei ragazzi, ai figli dei mafiosi, che si stava meglio dalla parte della legalita'."
Ora pero', conclude, sentire che Riina Jr si scusa "mi da un po' di conforto. Mi ha fatto capire che imboccammo la strada giusta e che bisogna continuare a seguirla con costanza, senza scoraggiarsi e senza lasciarsi intimidire da considerazioni troppo superficiali".8 ottobre 2004 - MAFIA: ASSOLTO IN APPELLO EX PROCURATORE PRINZIVALLI
ANSA:
MAFIA: ASSOLTO IN APPELLO EX PROCURATORE PRINZIVALLI
I giudici della corte d' appello hanno assolto l' ex procuratore di Termini Imerese, Giuseppe Prinzivalli, dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.
Il processo era ritornato ai magistrati nisseni nel gennaio dello scorso anno dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio la condanna ad otto anni inflitta nel 2202 a Prinzivalli.
Il dispositivo di sentenza e' stato letto nel pomeriggio dai giudici che hanno riformato la sentenza di primo grado. Il tribunale di Caltanissetta aveva infatti condannato il magistrato a dieci anni, pena poi ridotta in appello e annullata con rinvio dalla Cassazione.
"Oggi - afferma l' avvocato Roberto Tricoli, difensore di Prinzivalli - e' una bella giornata per la giustizia: sono stati spazzati via 15 anni di maldestre congetture e illazioni nei confronti di un giudice onesto".
Il processo a Giuseppe Prinzivalli, che e' stato anche presidente di Corte d' assise a Palermo, ed ha presieduto il maxi-ter, uno stralcio del primo grande processo a Cosa nostra, prima di diventare negli anni Novanta procuratore di Termini Imerese, si basava in gran parte sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che lo hanno sempre indicato come una persona "avvicinabile" dagli uomini di Cosa nostra.
Da sei anni ha lasciato la magistratura per andare in pensione.
L' inchiesta venne avviata nel 1995 dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Gaspare Mutolo e Giuseppe Marchese. La sentenza di condanna in primo grado a dieci anni di carcere arrivo' nell' aprile 1998. L' ex capo dei pm di Termini Imerese e' stato accusato dal pentito Salvatore Cancemi e da altri collaboratori di giustizia di avere "aggiustato" processi in favore dei boss mafiosi fin da quando fu sostituto procuratore a Palermo fino alla sua nomina a presidente della Corte d'assise.
I collaboratori hanno fatto riferimento anche alla sentenza del terzo maxi processo con la quale furono assolti Salvatore Riina e Michele Greco.
L' inchiesta istruita dai magistrati di Caltanissetta ha riguardato anche il patrimonio del magistrato, rilevando che il tenore di vita e' risultato sproporzionato rispetto al suo reddito. Secondo l' accusa, Prinzivalli sarebbe stato avvicinato anche quando e' stato procuratore a Termini Imerese.11 ottobre 2004 - EX UFFICIALE CC, GENERALI TENTARONO BLOCCARE INDAGINI
ANSA:
MAFIA: EX UFFICIALE CC, GENERALI TENTARONO BLOCCARE INDAGINI
Presunte pressioni subite negli anni Ottanta dall'ex capitano dei carabinieri Gennaro Scala, ex comandante della compagnia di Termini Imerese, da parte di due generali per evitare di indagare sull'imprenditore di Caccamo Salvatore Catanese, imputato di concorso in associazione mafiosa, sono state rivelate in aula stamani dallo stesso ufficiale.
Scala ha deposto davanti ai giudici che stanno processando Catanese e il deputato di Forza Italia Gaspare Giudice, anche lui accusato di concorso in associazione mafiosa.
L'ex capitano, rispondendo alle domande del pm Gaetano Paci, ha detto che fra il settembre e l'ottobre del 1983 incontro' il generale Pasquale Mazzeo, allora comandante della Regione Sicilia. "Mi disse - ha detto Scala - che dovevo smettere di perseguitare il dottore Salvatore Catanese". "Risposi, restando sugli attenti, in maniera dura - ha quindi aggiunto - dicendo che non sapevo che Catanese avesse una laurea e che la mia non era una persecuzione ma, come diceva il termine stesso, perseguivo dei reati". Scala denuncio' allora questo episodio, oltre che ai suoi superiori, anche a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il teste ha poi ricordato un altro episodio legato al generale Umberto Cappuzzo, che allora era capo di Stato maggiore. "Lo avevo conosciuto - spiega Scala - quando l'allora sindaco di Termini Imerese, Giovanni Aglieri Rinella, gli conferi' la cittadinanza onoraria. Io indagavo gia' su Catanese e dopo alcuni mesi Cappuzzo mi fece chiamare nella sua villa di Trabia e in quella occasione mi propose una prospettiva di carriera, quella di fare il suo aiutante di campo. Risposi che non avevo mai fatto il portaborse a nessuno e non avevo intenzione di cominciare allora. Dopo una settimana venni trasferito da Termini a Palermo, erano appena trascorsi nove mesi di permanenza nella cittadina".
Il pentito Gaetano Lima ha raccontato ai magistrati che il cancelliere della procura di Termini, Vivinetto, avrebbe tentato, attraverso l'uomo d'onore Antonino Gattuccio, di esercitare pressioni sul comandante generale dei carabinieri Umberto Cappuzzo, al fine di far trasferire il capitano Gennaro Scala, comandante della compagnia di Termini Imerese, che all'epoca conduceva le indagini sulla cosca mafiosa di Caccamo, su appalti pubblici della zona e che aveva portato a individuare i favoreggiatori della latitanza del boss Michele Greco che si nascondeva in una masseria della zona di Caccamo. Scala fu uno dei primi investigatori a inserire in un rapporto inviato alla procura il nome di Antonino Giuffre', oggi collaboratore di giustizia.11 ottobre 2004 - TALPE DDA; DIFESA DEPUTATO UDC CITA 54 TESTIMONI
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; DIFESA DEPUTATO UDC CITA 54 TESTIMONI
La difesa del deputato regionale dell'Udc, Antonio Borzacchelli, accusato di concussione, vuole citare in aula 54 testimoni, contro i 48 indicati dall'accusa. Il processo si aprira' il 21 ottobre davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale.
L'imputato e' in carcere dallo scorso febbraio ed e' coinvolto nell'inchiesta sulle talpe alla Dda.
Fra le persone citate dagli avvocati vi sono funzionari del Sismi e del Sisde, i servizi segreti militare e civile; giornalisti, carabinieri, e poi l'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello e i due marescialli dei carabinieri e della Guardia di Finanza, Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, tutti e tre ancora in stato di detenzione.
Il deputato dell'Udc, che e' anche un ex maresciallo dei carabinieri, oltre alla concussione deve rispondere anche di rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio e favoreggiamento personale, nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo. Il politico e' accusato di concussione per avere incassato somme di denaro (oltre due milioni di euro) dall'imprenditore della sanita' Michele Aiello, arrestato per associazione mafiosa lo scorso novembre assieme ai marescialli Ciuro e Riolo.MAFIA: TALPE DDA; DOMANI UDIENZA DAL GUP PER 17 IMPUTATI
, 11 OTT - Si apre domani l'udienza preliminare per l'inchiesta sulle talpe alla Dda che vede coinvolto, fra i 17 imputati, anche il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, accusato di avere favorito Cosa nostra.
L'indagine, dopo quasi due anni, approda davanti al gup Bruno Fasciana che sara' chiamato a decidere sulle richieste di rinvio a giudizio della Procura e su quelle dei difensori. La prima udienza, alla quale dovrebbero essere presenti anche i tre imputati ancora in stato di detenzione, e cioe' l'imprenditore Michele Aiello e i marescialli Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, il primo accusato di associazione mafiosa e gli altri due di concorso esterno in associazione mafiosa, domani sara' riservata alle eccezioni preliminari delle parti.
L'inchiesta riguarda un intreccio politico-mafioso in cui sono emerse fughe di notizie su indagini antimafia che, attraverso alcune talpe presenti in procura, sarebbero arrivate agli indagati, passando, secondo l'accusa, anche attraverso alcuni politici.
Le talpe avrebbero rivelato segreti importantissimi, come l'esistenza di microspie a casa di capimafia, in particolare di Giuseppe Guttadauro, vanificando le indagini. Secondo la procura potrebbero essere filtrate anche informazioni riservate sulla ricerca del capomafia latitante Bernardo Provenzano, in cui era impegnato il maresciallo Giorgio Riolo.12 ottobre 2004 - TALPE DDA; INIZIATA UDIENZA PRELIMINARE A PALERMO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; INIZIATA UDIENZA PRELIMINARE A PALERMO
FRA I 17 IMPUTATI C'E' ANCHE IL GOVERNATORE CUFFARO
E' iniziata, davanti al giudice Bruno Fasciana, l'udienza preliminare per l'inchiesta sulle talpe alla Dda, in cui vi sono 17 imputati, fra cui il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, accusato di avere favorito Cosa nostra.
L'accusa e' sostenuta in aula dai pm Nino Di Matteo e Michele Prestipino. Il Governatore Cuffaro non e' presente.MAFIA: TALPE DDA; CUFFARO SCRIVE A GUP E SPIEGA SUA ASSENZA
Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, ha inviato una lettera al gup, Bruno Fasciana, che sta presiedendo l' udienza preliminare iniziata stamani per l' inchiesta sulle talpe alla Dda, in cui il governatore e' coinvolto, per spiegare la sua assenza in aula.
Cuffaro, ha fatto arrivare la missiva attraverso i difensori, e spiega che la sua assenza e' legata ad impegni istituzionali. "Non intendo - scrive il governatore - tuttavia porre tale assenza a sostegno di un differimento di procedura e adempimenti che auspico possano dimostrare nel piu' breve tempo possibile la mia totale estraneita' ".
"Manifesto - aggiunge - sin d' ora l' intenzione di prendere personalmente parte, per quanto mi sara' consentito, nei successivi passaggi procedurali della vicenda come farebbe un comune cittadino".MAFIA: TALPE DDA; DIFESA CHIEDE TRASFERIMENTO INCHIESTA
DUE LEGALI, COMPETENTE E' CALTANISSETTA. CUFFARO INVIA LETTERA
Con una mossa a sorpresa la difesa chiede di trasferire da Palermo a Caltanissetta l'inchiesta sulle talpe alla Dda, che coinvolge anche il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro. L'eccezione e' stata sollevata in apertura dell'udienza preliminare davanti al giudice Bruno Fasciana, dai difensori di due dei 17 imputati: i legali dei marescialli Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, entrambi arrestati per concorso in associazione mafiosa. Il giudice attende domani la replica dei pm per decidere.
Secondo i penalisti, nell'indagine emergerebbe il coinvolgimento di magistrati della Procura di Palermo, sia come "parti offese" sia perche' potrebbero avere avuto un ruolo nella fuga di notizie. Tesi difensive che non sono pero' supportate, fino ad ora, da alcuna documentazione o atto giudiziario. Da indiscrezioni emerge, infatti, che la procura di Caltanissetta avrebbe certificato agli avvocati che nei mesi scorsi non vi e' stata alcuna iscrizione di magistrati palermitani nel registro degli indagati per quanto riguarda questa inchiesta. I pm nisseni avevano infatti svolto accertamenti in merito al presunto coinvolgimento di qualche collega di Palermo, che non hanno pero' avuto alcun esito. Su queste eccezioni replicheranno domani mattina i pm Nino Di Matteo e Michele Prestipino, che sostengono l'accusa.
All'apertura dell'udienza non era presente il Governatore Cuffaro, che ha voluto giustificare la sua assenza con una lettera inviata, tramite i suoi difensori, al giudice Fasciana, spiegando che aveva impegni istituzionali. "Non intendo - scrive il Governatore - tuttavia porre tale assenza a sostegno di un differimento di procedura e adempimenti che auspico possano dimostrare nel piu' breve tempo possibile la mia totale estraneita' "."Manifesto sin d'ora - aggiunge Cuffaro - l'intenzione di prendere personalmente parte, per quanto mi sara' consentito, nei successivi passaggi procedurali della vicenda come farebbe un comune cittadino".
L'indagine svolta dai carabinieri sulle talpe alla Dda riguarda un intreccio politico-mafioso che avrebbe come perni importanti, secondo l'accusa, il Governatore Cuffaro e l'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, arrestato a novembre dello scorso anno per associazione mafiosa. Attraverso talpe annidate in procura, uomini politici sarebbero venuti a conoscenza di notizie riservate legate a indagini antimafia; in alcuni casi, sarebbero state vanificate indagini delicate, come quella sul capomafia di Brancaccio, il medico Giuseppe Guttadauro, che scopri' una microspia nel salotto dopo che la notizia sarebbe stata "soffiata" ad alcuni politici.MAFIA: TALPE DDA;LEGALI, TRASFERIRE PROCESSO A CALTANISSETTA
RICHIESTA AVANZATA PER POSSIBILE COINVOLGIMENTO MAGISTRATI
Il possibile coinvolgimento di magistrati della procura di Palermo nell' inchiesta sulle talpe alla Dda ha portato i difensori dei marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, a chiedere al gup il trasferimento del processo a Caltanissetta.
L' eccezione e' stata sollevata durante l' udienza preliminare che si e' aperta stamani. I difensori sostengono che potrebbe esserci il coinvolgimento sia come parte offesa o perche' avrebbero avuto un ruolo alcuni magistrati di Palermo. Ma questa tesi non e' stata supportata da alcun documento prodotto dagli avvocati.
L' udienza e' stata rinviata a domani mattina, e il programma dei lavoro prevede la replica dei sostituti alle eccezioni.
Ciuro e Riolo non erano presenti in aula, l' unico degli imputati in stato di detenzione che ha preso parte all' udienza e' stato l' imprenditore Michele Aiello.12 ottobre 2004 - BRUSCA ESCE DAL CARCERE PER PERMESSI PREMIO
ANSA:
MAFIA: ESCE DAL CARCERE PER PERMESSI PREMIO EX BOSS BRUSCA
Il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso all' ex boss Giovanni Brusca la possibilita' di ottenere permessi premio per uscire dal carcere ogni 45 giorni o al massimo ogni due mesi. L' autorizzazione, motivata con la buona condotta del detenuto, e' stata accordata la scorsa primavera, ma la notizia e' trapelata soltanto ora.
Brusca, in cella dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 maggio del 1996, ha trascorso fino ad ora i permessi concessigli dal tribunale romano con la sua famiglia che vive in una localita' protetta, come rivela oggi il Giornale di Sicilia. Scortato, in stato di detenzione domiciliare, l' ex capomafia di San Giuseppe Jato ha lasciato la cella per alcuni giorni.
Prima della decisione dei giudici della Capitale il killer che ha premuto il telecomando a Capaci era uscito dal carcere soltanto in seguito ad un' autorizzazione straordinaria per motivi familiari.
"Anche lui e' entrato nel circuito dei benefici carcerari", ha commentato il suo legale, l' avvocato Luigi Li Gotti.
Nelle prossime settimane i giudici del tribunale di sorveglianza dovranno decidere sull' istanza di scarcerazione del pentito. L' udienza era stata fissata per il mese scorso ma e' stata poi rinviata per mancanza dei pareri delle procure che hanno seguito la collaborazione dell' ex boss.
I pm di Palermo, Caltanissetta e Firenze dovranno esprimersi sugli effetti del pentimento di Brusca. Sulla scarcerazione, a cui dovrebbero seguire gli arresti domiciliari, si pronuncera' anche la Direzione Nazionale Antimafia.
Giovanni Brusca si e' autoaccusato di un centinaio di omicidi tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Mario Santo, strangolato e sciolto nell' acido per vendetta nei confronti del padre.MAFIA: BRUSCA; COGNATO FALCONE, MAGISTRATI APPLICANO LEGGE
"Non so a cosa puo' servire dire sempre le solite cose su queste scarcerazioni. Sono benefici previsti dalla legge e i magistrati la applicano". Lo afferma Alfredo Morvillo, procuratore aggiunto a Palermo e fratello di Francesca, la moglie di Giovanni Falcone morta assieme al giudice nel '92, commentando la notizia sui permessi premio al boss Giovanni Brusca, il sicario che ha premuto il pulsante che provoco' la strage di Capaci.
"Ho l'impressione che queste reazioni - aggiunge Morvillo - non interessano piu' a nessuno. Forse potrebbero essere utili per un dibattito serio sull'argomento, perche' una cosa e' parlare dell'atteggiamento emotivo di fronte a queste notizie, altra cosa e' invece un approccio razionale e ragionato che non puo' che sottolineare che si tratta dell'applicazione della legge".MAFIA: BRUSCA; SINDACO S. GIUSEPPE, VICENDA SUSCITA SGOMENTO
"Non entriamo nel merito della decisione dei giudici che va comunque rispettata, ma e' indubbio che sia necessario avviare una serena riflessione su una vicenda che ha suscitato e continua a suscitare sgomento". Cosi' Giuseppe Siviglia, presidente del Consorzio Sviluppo e Legalita' e sindaco di San Giusepe Jato, commenta il "caso Brusca".
"Nel processo sul barbaro assassino del piccolo Giuseppe Di Matteo, come in altri dibattimenti - aggiunge Siviglia - alcuni imputati sono stati condannati a pene severe, pur avendo avuto ruoli meno decisivi rispetto a quelli di Giovanni Brusca, e non hanno goduto e forse mai godranno dei premi a lui riconosciuti. Il problema, oggi, non e' stabilire se Brusca abbia diritto o meno ai benefici previsti dalla legge, piuttosto l' uniformita' di trattamento che, alle volte, purtroppo non viene garantita".MAFIA: BRUSCA;DALLA STRAGE DI CAPACI AI PERMESSI PREMIO
L'EX BOSS PENTITO LASCIA CARCERE OGNI 15 GIORNI ED E' POLEMICA
Lascia il carcere ogni 45 giorni l'ex boss mafioso Giovanni Brusca, diventato collaboratore di giustizia. Il sicario che ha premuto il pulsante del telecomando nell' attentato in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, e' lo stesso che ha ordinato l'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Mario Santo, strangolato e poi sciolto nell'acido.
L'autorizzazione dei giudici del tribunale di sorveglianza di Roma e' motivata con la "buona condotta" del detenuto. Brusca, in cella dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 maggio del 1996, ha trascorso finora i permessi premio con la sua famiglia, che vive in una localita' protetta. Scortato, in stato di detenzione domiciliare, l'ex capomafia di San Giuseppe Jato ha lasciato la cella per alcuni giorni a partire dalla scorsa primavera. Prima della decisione dei giudici della Capitale, il killer era uscito due anni fa dal carcere grazie a un'autorizzazione straordinaria per motivi familiari.
"Anche lui e' entrato nel circuito dei benefici carcerari", ha commentato il suo difensore, l'avvocato Luigi Li Gotti. Nelle prossime settimane i giudici del tribunale di sorveglianza dovranno decidere sull'istanza di scarcerazione del pentito. L'udienza era stata fissata per il mese scorso ma e' stata poi rinviata per mancanza dei pareri delle procure che hanno seguito la collaborazione dell'ex boss.
La decisione, come gia' avvenuto in passato per altri casi analoghi, ha suscitato polemiche. Per Alfredo Morvillo, procuratore aggiunto a Palermo e fratello di Francesca, la moglie di Falcone,"si tratta di benefici previsti dalla legge, che i magistrati devono applicare". Morvillo aggiunge: "Ho l'impressione che queste vicende non interessino piu' a nessuno. Una cosa e' parlare dell'atteggiamento emotivo di fronte a queste notizie, altra cosa e' un approccio razionale e ragionato".
La norma e' la 45 del 2001, votata da tutto il Parlamento (si e' astenuto solo Antonio Di Pietro). Un articolo dela legge si occupa dei benefici penitenziari per i collaboratori di giustizia, in presenza di determinate condizioni: che abbiano tenuto un atteggiamento di collaborazione; che non vi siano elementi che possano far ritenere il sussistere di un collegamento con la criminalita' organizzata; che non si siano mai rifiutati di sottoporsi a interrogatori o esami dibattimentali e, infine, che vi sia stato un ravvedimento. Quando sono presenti questi requisiti e sia stata scontata un quarto della pena inflitta, il tribunale di sorveglianza non puo' esercitare alcun potere discrezionale. La legge recita:
"acquisiti la proposta o il parere (e nel caso di Brusca deve essere dato dal procuratore nazionale antimafia e dalle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, ndr), il tribunale, se ritiene che sussistano questi presupposti, adotta il provvedimento del beneficio penitenziario". E addirittura lo puo' adottare anche se il parere fosse sfavorevole, ma in questo caso deve addurre una specifica motivazione.
Giuseppe Siviglia, presidente del consorzio Sviluppo e Legalita' e sindaco di San Giusepe Jato, paese natale di Brusca, afferma: "Non entro nel merito della decisione, che va comunque rispettata, ma e' indubbio che sia necessario avviare una serena riflessione su una vicenda che ha suscitato e continua a suscitare sgomento". E il deputato di Forza Italia Raffaele Costa parla di "una anomalia della legislazione che ci siamo dati e che consente, in certe condizioni, al responsabile di tanti delitti gravi di tornare a casa dopo pochi anni di carcere". Il vice coordinatore nazionale di An, Italo Bocchino, annuncia infine una interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia per sapere "se il Guardasigilli e' informato dei permessi premio di cui sta usufruendo il boss Giovanni Brusca".13 ottobre 2004 - MAFIA: BIANCO, PER DIA ESCLUSI LEGAMI CON TERRORISMO
ANSA:
MAFIA: BIANCO, PER DIA ESCLUSI LEGAMI CON TERRORISMO
IN PASSATO SOLO SPORADICO COLLEGAMENTO CAMORRA-ETA
Sono esclusi i legami tra le organizzazioni criminali italiane ed il terrorismo di matrice islamica. Lo ha detto il direttore della Direzione investigativa antimafia (Dia), Achille Dello Russo, nel corso di un' audizione oggi al Copaco.
"Abbiamo chiesto a Dello Russo - ha spiegato il presidente del Copaco, Enzo Bianco, al termine dell' audizione - se esistono collegamenti tra le nostre organizzazioni criminali (mafia, camorra, 'ndrangheta) ed il terrorismo, specie quello islamico. Il direttore della Dia ha escluso che ci siano evidenze di questo tipo; finora non ci sono stati riscontri". Un collegamento sporadico, ha aggiunto, "c' e' stato tra la camorra e l' Eta basca, ma si e' trattato di un contatto estemporaneo. La realta' e' che organizzazioni mafiose e terroristiche hanno strategie inconciliabili: mentre le prime hanno interesse a lavorare nel silenzio assoluto, le seconde sono interessate a che le loro azioni abbiano la massima risonanza".
Dello Russo, ha proseguito il presidente del Copaco, "ha parlato poi di quella che e' la missione specifica della Dia e cioe' la vigilanza sugli appalti e sul riciclaggio di denaro. E' sempre attiva, in particolare, la sezione che controlla il ponte sullo stretto di Messina che ho creato quando ero ministro. In questi anni - ha aggiunto - la Dia ha svolto un lavoro eccellente, noi abbiamo incoraggiato il direttore ad andare avanti ed invieremo un messaggio ai presidenti delle Camere per chiedere di rafforzare l' organismo".13 ottobre 2004 - PERMESSO BRUSCA: REAZIONI
ANSA:
MAFIA: LEGA, UNA PDL PER RIVEDERE LA LEGISLAZIONE SU PENTITI
PREMIER SI IMPEGNI PER EVITARE RESA DELLO STATO A CRIMINALITA'
"Caino sconti la pena", e' la scritta sulla maglietta indossata dalla responsabile giustizia della Lega, Carolina Lussana. "Io sto con Abele" e' scritto su quella indossata da Massimo Polledri. Nel giorno della concessione dei benefici penitenziari a Giovanni Brusca, il Carroccio presenta in una conferenza stampa alla Camera una proposta di legge per rivedere l'attuale legislazione sui pentiti. Una normativa (del 2001) considerata "inadeguata, che aveva ragione di esistere in un momento di emergenza, ma che oggi va corretta per non avallare una posizione di resa dello Stato nei confronti dei criminali".
"Siamo dalla parte dei cittadini, contro la riduzione della pena per i delinquenti, per i criminali incalliti che dopo aver commesso piu' di cento omicidi vengono protetti dallo Stato", sottolinea il capogruppo leghista alla Camera, Ce'.
Alessandro Ce' chiede al presidente del Consiglio "inorridito" dalla notizia dei benefici concessi a Brusca, "un impegno in prima persona perche' passi dallo stupore ad una soluzione concreta che permetta di approvare rapidamente la riforma della giustizia". "Berlusconi ha un'attenzione strabica nei confronti della giustizia", dice Ce', invitando il premier a "rileggersi il programma elettorale, dove c'e' scritto che noi siamo per la certezza della pena".
La Lega dice si' ad una riduzione della pena per chi collabora, ma ritiene doveroso "intervenire sull'ampio margine di discrezionalita' dei giudici".
La responsabile giustizia della Lega chiede un intervento del Guardasigilli Roberto Castelli, "affinche' stabilisca un'ispezione presso il Tribunale di Roma che ha concesso i benefici a Brusca".
Guido Rossi, cofirmatario della proposta di legge, pone l'accento sui costi dei permessi premio e della detenzione domiciliare.
La proposta di legge presentata oggi dalla Lega, firmatari Alessandro Ce', Carolina Lussana, Guido Rossi, punta a rivedere la legislazione sui pentiti, "i quali, al di la' del fatto che non possono trasformarsi nel principale elemento di prova di un processo mafioso, rimangono fondamentalmente dei criminali".
L'obiettivo del Carroccio e' quello di evitare che dopo pochi anni di reclusione un pentito possa usufruire di determinati benefici, come la liberazione condizionale, i permessi premio e la detenzione domiciliare. Benefici che un collaboratore di giustizia puo' ottenere solo dopo aver scontato almeno meta' della pena (e non piu' un quarto) oppure, in caso di ergastolo, dopo almeno 21 anni di reclusione (e non piu' dieci). Il pdl leghista mira anche ad evitare di attribuire ai magistrati troppa discrezionalita' nella concessione dei permessi premio, che nell'attuale legge non sono sottoposti all'applicazione di questa regola.
I benefici non vengono concessi a chi ha riportato piu' condanne alla pena dell'ergastolo.MAFIA: BRUSCA; CASTELLI INDIGNATO INVIA ISPETTORI
Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, "indignato" dalla concessione dei permessi premio nei confronti del boss della mafia Giovanni Brusca, ha deciso di avviare un'ispezione ministeriale. Il guardasigilli - secondo quanto si e' appreso - inviera' gli ispettori al Tribunale di sorveglianza di Roma, che ha concesso al boss di lasciare il carcere ogni 45 giorni.MAFIA: BRUSCA; CASTELLI ANNUNCIA ISPEZIONE
MA I MAGISTRATI DIFENDONO LA LEGGE SUI PENTITI
I "permessi premio" concessi dai giudici al boss pentito Giovanni Brusca suscitano "sdegno", "amarezza" e "incredulita' " tra le forze politiche. Il Guardasigilli Roberto Castelli annuncia l' avvio di un' ispezione ministeriale al tribunale di sorveglianza di Roma, che ha firmato il provvedimento, mentre il presidente della Commissione antimafia Roberto Centaro chiede di acquisire gli atti che riguardano la decisione. Ma c'e' anche chi ricorda che i magistrati "hanno applicato solo le norme" votate da tutto il Parlamento che sono servite a scardinare dall' interno l' organizzazione mafiosa.
L' ex capomafia di San Giuseppe Jato ha gia trascorso alcuni giorni in una localita' segreta, insieme alla sua famiglia, grazie ai benefici carcerari. Nelle prossime settimane i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma dovranno esprimersi anche sull' istanza di scarcerazione del collaboratore, cui dovrebbero seguire gli arresti domiciliari. Per la decisione si terra' conto dei pareri delle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze e della Direzione nazionale antimafia.
Per il difensore del pentito, l'avvocato Luigi Li Gotti, "i permessi di cui usufruisce Brusca non sono giornate di divertimenti o di nuotate in piscina. Sono permessi brevi con tante limitazioni, cosi' come prevede il regolamento".
Ma questa circostanza, insieme all' ipotesi una eventuale scarcerazione del boss che aziono' il telecomando della strage di Capaci, hanno provocato la reazione indignata di molti politici e di alcuni familiari delle vittime. L' Osservatore Romano parla di "sconcerto" e ricorda l'attentato del 23 maggio '92 a Capaci e l' assassinio "crudele e raccapricciante del piccolo Giuseppe Di Matteo", di cui Brusca si e' autoaccusato.
Chi difende invece il provvedimento dei giudici romani e' il capogruppo dei Ds in commissione Giustizia, Guido Calvi, il quale sottolinea che "la legge sui pentiti non si discute". "Le reazioni di taluni politici a seguito della notizia dei permessi concessi a Brusca - afferma Calvi - benefici che certamente hanno destato sconcerto, destano notevoli perplessita' ". Il parlamentare diessino ricorda che la norma e' uno strumento fondamentale nell'azione di contrasto alla criminalita' organizzata e del terrorismo. Della stessa opinione anche il deputato Giuseppe Lumia (Ds) il quale sottolinea il "contributo indispensabile" dei collaboratori. "Bisogna ricordare - aggiunge Lumia - che i contributi di Brusca non sono mai stati messi in dubbio dai processi, e dalle molte sentenze, scaturite dalla sue dichiarazioni. Se ci sono stati eccessi nella concessione dei benefici previsti dalla legge potremo appurarlo anche in Commissione Antimafia e, certo, leggere alcune lagnanze di Brusca su come viene trattato lascia stupefatti".
Dalla maggioranza l' unica voce che concorda con questa tesi e' quella del senatore Carlo Vizzini (Forza Italia), componente della Commissione antimafia. "Ferisce anche il mio cuore - spiega - il dolore dei familiari delle vittime, ma sarebbe un errore piu' grave animare uno scontro fra politici e giudici. L' unica cosa seria e' quella di lavorare insieme per migliorare la legge, evitando di riaprire ferite dolorose in chi ha gia' molto sofferto, ma sconfiggendo anche, se mai vi fossero, coloro che pensano che disincentivare le collaborazioni possa servire a lasciare un po' piu' tranquilla Cosa nostra".
Difende la legge sui pentiti anche l'Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, pur premettendo che proprio Brusca, al processo a Firenze, disse di non sapere nulla della strage. "Se e' vero che Brusca puo' usufruire di permessi dopo aver fatto sciogliere un bambino nell'acido - si legge in una nota dell' associazione - e' altrettanto vero che in Italia i cosiddetti mandanti di stragi esterni alla mafia", ancora da identificare, "vivono tranquillamente accanto alle loro famiglie".
Per il procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, "e' comprensibile il senso di disagio nei confronti delle vittime o dei parenti delle vittime dei reati, ma le leggi non riguardano sempre aspetti morali, riguardano fini di utilita' di politica criminale".
Chi si stupisce del permesso premio a Brusca, e' l'ex magistrato e oggi senatore dell'Ulivo, Giuseppe Ayala, proprio uno dei due firmatari del disegno di legge che ha portato alla nuova norma sui pentiti. "Brusca fuori? - si chiede Ayala - Notizia sconvolgente. Forse con la legge sui pentiti siamo andati troppo avanti".MAFIA: BRUSCA; GRASSO, PENTITI SONO INDISPENSABILI
(di Lirio Abbate)
"Non entro nel merito del caso di Giovanni Brusca che tante polemiche riesce ancora a creare, bisogna pero' ricordare che ci sono dei magistrati chiamati ad applicare con equilibrio la legge, e bisogna avere comunque fiducia nella giustizia. Bisogna infine ricordare che i pentiti sono stati e sono indispensabili per sconfiggere Cosa Nostra". Lo afferma il procuratore di Palermo Pietro Grasso commentando il provvedimento dei giudici del tribunale di sorveglianza di Roma che hanno concesso permessi "premio" ogni 45 giorni al sicario della strage di Capaci.
I benefici sono stati dati al boss-pentito perche' lo prevede la legge 45 del 2001, votata da tutto il Parlamento (tranne Antonio Di Pietro) che riguarda i collaboratori di giustizia.
"Non si dimentichi - aggiunge il procuratore Grasso - che in altri Paesi, come gli Stati Uniti, in casi di collaborazione si concede l'immunita', mentre nel nostro sistema rimane comunque una privazione della liberta' personale per un certo numero di anni tra le mura di un carcere, e successivamente fra le mura domestiche". I pentiti che hanno rispettato le norme del "contratto" stipulato con lo Stato, infatti, possono usufruire degli arresti domiciliari solo dopo aver scontato un quarto della pena. Per chi ha avuto condanne all' ergastolo, lasciare la cella e' molto piu' complicato. La pena piu' alta inflitta a Brusca e' di 30 anni e riguarda l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Il capo della Dda di Palermo tiene a sottolineare che "i collaboratori di giustizia costituiscono uno strumento irrinunciabile per scoprire le strutture segrete dell' organizzazione mafiosa". "I pentiti sono necessari - ribadisce Grasso - per individuare gli autori di omicidi e di stragi, cosi' come e' gia' avvenuto per le stragi mafiose in cui persero la vita Falcone e Borsellino e tante vittime innocenti negli attentati di Firenze, Roma e Milano nel '93".
"Fino a pochi anni fa - ricorda il procuratore di Palermo - nell' immaginario collettivo la mafia veniva collegata a miti quali quello dell' invincibilita', dell' impunita' e dell' omerta' che sono stati ridicolizzati grazie alla collaborazione dei pentiti. Pericolosissimi boss sono stati arrestati e condannati al carcere a vita o a pene severe. Progetti di omicidi o di stragi sono stati rivelati facendo salvare vite umane, sono stati ritrovati arsenali di armi e esplosivi. Insomma per la lotta ad una organizzazione segreta come Cosa nostra e' assolutamente indispensabile che dall' interno si conoscano comportamenti, causali, motivazioni, quant'altro possa aiutare la repressione del fenomeno mafioso".
I magistrati antimafia puntano ancora sulla vasta informazione che possono fornire i pentiti per sgretolare l' organizzazione mafiosa. "L' utilita' dei collaboratori - ribatte Grasso - ha un carattere strategico: riesce a creare una destabilizzazione interna dell'organizzazione, semina sospetto e sfiducia tra gli stessi affiliati, incrina il prestigio dei capi incapaci di contrastare il fenomeno delle collaborazioni. In tal modo si finisce con l' agevolare comunque l' azione repressiva dello Stato. Non bisogna poi dimenticare che tanti omicidi sono stati possibili definirli di mafia soltanto attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che ne hanno rivelato i retroscena e le piu' recondite causali. E quindi anche tante vittime che oggi definiamo di mafia devono tale status grazie a queste dichiarazioni".MAFIA: BRUSCA; ASSOCIAZIONE GEORGOFILI,LEGGE PENTITI E'SERVITA
, 13 OTT - La legge sui collaboratori di giustizia e' servita a far conoscere la verita' sugli esecutori materiali della strage di via dei Georgofili a Firenze. "Ben altre leggi sarebbero da mettere in discussione in questo Paese, per esempio quella sull'uso dei tabulati telefonici piu' 'vecchi' di cinque anni, che ha posto impedimenti" nella ricerca delle verita'. E' quanto afferma in una nota l'Associazione fra i familiari delle vittime di via dei Georgofili, intervenendo in merito ai permessi premio concessi a Giovanni Brusca.
L'Associazione, che pure premette che proprio Giovanni Brusca, al processo a Firenze, disse di non sapere nulla della strage di via dei Georgofili, fornendo poi due versioni sull'episodio del proiettile ritrovato nel giardino di Boboli, il 5 novembre 1992, afferma infine che se e' pur vero che Brusca puo' usufruire di permessi dopo aver fatto sciogliere un bambino nell'acido, e' altrettanto vero che in Italia i cosiddetti ""mandanti di stragi esterni alla mafia", ancora da identificare, vivono tranquillamente accanto alle loro famiglie.13 ottobre 2004 - ANDREOTTI: DA DOMANI PROCESSO MAFIA IN CASSAZIONE
ANSA:
ANDREOTTI: DA DOMANI IN CASSAZIONE PROCESSO DEL SECOLO
DOPO 11 ANNI E DUE ASSOLUZIONI ATTESO IL VERDETTO DEFINITIVO
(di Franco Nicastro)
Undici anni dopo la richiesta di autorizzazione a procedere, avanzata dalla Procura diretta da Giancarlo Caselli, arriva domani in Cassazione il processo per mafia a Giulio Andreotti. Nel 1993 era stato definito il "processo del secolo" ma il dibattimento e' durato tanto che, per arrivare alla conclusione, di secoli ne ha dovuto attraversare addirittura due. Per Andreotti, che si era augurato comunque di giungere "in vita" fino alla fine, e' gia' il risultato piu' importante.
In Cassazione approda un caso controverso. L'uomo piu' rappresentativo della prima Repubblica, dopo avere incassato l' assoluzione piena per l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, e' chiamato a rispondere dell' accusa di avere stretto con la mafia un patto scellerato. O comunque, come sostiene la sentenza d' appello, avrebbe mantenuto verso Cosa nostra un atteggiamento di "amichevole disponibilita"". Almeno fino al 1980. Poi avrebbe cambiato registro e si sarebbe anzi impegnato a promuovere iniziative rigorose contro i boss. La difesa ha sempre parlato di un processo senza prove e giudicato le tesi accusatorie "inconsistenti" oppure basate su "fatti inesistenti". Il senatore, sette volte presidente del Consiglio, non si e' limitato a rivendicare un coerente impegno antimafia. Ha anche sostenuto che le iniziative legislative adottate dai suoi governi non sarebbero il frutto di una politica del "doppio gioco" o del "doppio binario" ma di una scelta radicalmente "contraria agli interessi di Cosa nostra". E percio' chiede un' assoluzione piena che cancelli ogni ombra di dubbio sul suo impegno contro la mafia.
Il processo era cominciato, in un'aula gremita e davanti alle televisioni di tutto il mondo, il 26 settembre 1995. In primo grado si era concluso il 23 ottobre 1999 con una sentenza di assoluzione. In appello la corte presieduta da Salvatore Scaduti, il 2 maggio 2003, aveva scelto una soluzione piu' articolata: prescrizione per i fatti contestati fino al 1980 e assoluzione per il periodo successivo. I giudici hanno in sostanza distinto, nella vita di Andreotti, un "prima" caratterizzato da relazioni di scambio con le cosche e un "dopo" di segno opposto.
La tesi di fondo dell' accusa e' sostenuta dalle dichiarazioni di 37 pentiti, da Tommaso Buscetta a Nino Giuffre'. I perni principali del rapporto tra Andreotti e la mafia sarebbero stati l' eurodeputato Salvo Lima, capo della corrente in Sicilia ucciso nel 1992, e gli esattori Nino e Ignazio Salvo. Attraverso i loro canali il senatore si sarebbe assunto il ruolo di grande "referente" delle cosche. E lo avrebbe fatto, sottolinea la sentenza d'appello, con la "piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni mafiosi".
Nella ricostruzione dell' accusa ha trovato spazio anche un episodio poi giudicato "inverosimile", riferito da Balduccio Di Maggio: il famoso "bacio" con Toto' Riina. L'incontro avrebbe dovuto suggellare l'impegno di Andreotti per un "aggiustamento" del maxi processo. La richiesta della mafia sarebbe stata preceduta da segnali pesanti. Nel 1986 avrebbe mandato un "avvertimento" alla Dc dirottando sul Psi e sui radicali un consistente pacchetto di voti. Ma quando la Cassazione confermo' le condanne per la "cupola", Cosa nostra avrebbe inviato al senatore altri messaggi terrificanti: prima fu ucciso Salvo Lima, poi Ignazio Salvo.
Questa parte dell'impianto accusatorio non ha pero' retto al giudizio della corte d'appello secondo la quale la rottura tra Andreotti e Cosa nostra si sarebbe consumata oltre vent'anni prima. L'episodio cruciale e' stato rintracciato nell'uccisione del presidente della Regione, Piersanti Mattarella, avvenuta il 6 gennaio del 1980. I giudici definiscono "eroico" l'impegno di Mattarella teso a riportare in un contesto di legalita' l' attivita' della Regione. I boss erano per questo irritati e avrebbero chiesto al senatore di "trovare una soluzione politica". In caso contrario, avrebbero risolto la questione in modo "cruento".
Dopo una prima sottovalutazione Andreotti, ha raccontato il pentito Francesco Marino Mannoia, si sarebbe "precipitato" in Sicilia per tentare una mediazione incontrando il boss Stefano Bontade in una riserva di caccia del costruttore catanese Carmelo Costanzo. Mattarella fu assassinato lo stesso e Andreotti, che pure era un avversario politico del presidente della Regione, ne rimase sconvolto. Da quel momento, e' detto nella sentenza d'appello, l'atteggiamento del senatore nei confronti di Cosa nostra sarebbe cambiato.ANDREOTTI: DAL 1993 TUTTE LE TAPPE DEL PROCESSO
Giulio Andreotti apprese da Giovanni Spadolini, allora presidente del Senato, che la Procura di Palermo aveva chiesto l' autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Era il 27 marzo 1993, prima tappa di una lunga vicenda giudiziaria che a distanza di undici anni e' ora sul punto di concludersi in Cassazione. Ecco una cronologia essenziale del caso.
27 marzo 1993: la Procura di Palermo invia ad Andreotti un avviso di garanzia per associazione per delinquere e concorso in associazione mafiosa.
30 giugno 1993: la Giunta del Senato concede, su richiesta dello stesso Andreotti, l' autorizzazione a procedere.
21 maggio 1994: la Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio del senatore.
2 marzo 1995: viene cambiata l' imputazione originaria;
Andreotti e' rinviato a giudizio per associazione mafiosa.
26 settembre 1995: nell' aula bunker dell' Ucciardone comincia il processo di primo grado.
8 aprile 1999: il pm Roberto Scarpinato chiede la condanna di Andreotti a 15 anni.
23 ottobre 1999: dopo 11 giorni di camera di consiglio la quinta sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Francesco Ingargiola, assolve Andreotti perche' il fatto non sussiste.
16 maggio 2000: il tribunale rende note le motivazioni della sentenza.
19 aprile 2001: comincia il processo d' appello ma l' udienza viene subito rinviata all' 11 ottobre 2001.
25 ottobre 2001: comincia la requisitoria che proseguira' per otto udienze.
14 marzo 2002: il pg Anna Maria Leone chiede la condanna di Andreotti a 10 anni.
18 aprile 2002: cominciano le arringhe difensive che proseguiranno per undici udienze.
16 gennaio 2003: la corte d' appello, presieduta da Salvatore Scaduti, sospende la discussione per sentire l' ultimo pentito Antonino Giuffre'.
14 marzo 2003: audizione dell' aspirante collaboratore Pino Lipari, descritto dall' accusa come un "depistatore".
4 aprile 2003: la difesa chiede l' assoluzione di Andreotti perche' il fatto non sussiste e deposita una memoria di oltre 1200 pagine.
2 maggio 2003: la corte d' appello assolve Andreotti perche' il fatto non sussiste dall' accusa di associazione mafiosa e dichiara prescritte le imputazioni per i fatti antecedenti alla primavera del 1980.
25 luglio 2003: la corte deposita la sentenza d' appello: le motivazioni sono contenute in 1520 pagine, suddivise in 6 volumi e 45 capitoli.13 ottobre 2004 - TALPE DDA; RIPRESA UDIENZA DAVANTI AL GUP PALERMO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; RIPRESA UDIENZA DAVANTI AL GUP PALERMO
E' ripresa stamani l' udienza davanti al Gup Bruno Fasciana per l' inchiesta sulle talpe alla Dda, in cui e' coinvolto anche il presidente della regione siciliana, Salvatore Cuffaro.
Ieri i difensori di due dei 17 imputati avevano sollevato eccezione sostenendo l' incompatibilita' ambientale nell' indagine e chiedendo il trasferimento del processo a Caltanissetta.
Anche oggi Cuffaro non e' presente in aula. E' prevista la replica, sulle eccezioni dei difensori, dei Pm Michele Prestipino e Nino Di Matteo.MAFIA: TALPE DDA; GUP RINVIA UDIENZA A 20 OTTOBRE
A conclusione delle repliche dei Pm Nino Di Matteo e Michele Prestipino, l' udienza e' stata rinviata al 20 ottobre, in questa data il Gup sciogliera' la riserva sulla richiesta di incompatibilita' ambientale dell' inchiesta.
I magistrati hanno sostenuto che la Procura di Caltanissetta non ha comunicato alcuna notizia circa l' esistenza di un fascicolo in cui vi sono coinvolti magistrati di Palermo. Non vi sono nemmeno, secondo il Pm, magistrati che compaiono come parte offesa, per questo motivo il processo potra' essere celebrato a Palermo.14 ottobre 2004 - CASSAZIONE: ANDREOTTI; INIZIATA UDIENZA
ANSA:
CASSAZIONE: ANDREOTTI; INIZIATA UDIENZA
E' appena iniziata, innanzi alla prima sezione penale della Cassazione, l'udienza nella quale la Suprema Corte dovra' decidere se confermare, annullare, o annullare con rinvio, la sentenza con la quale la Corte di appello di Palermo, il 2 maggio 2003, aveva assolto il senatore a vita Giulio Andreotti dall'accusa di associazione mafiosa e aveva dichiarato la prescrizione per il reato di associazione a delinquere.
Nell'aula della seconda sezione penale (e non della prima, come detto precedentemente) della Cassazione ha preso la parola il consigliere relatore Maurizio Massera che introduce l'udienza con una memoria di circa 70 pagine. Poi interverra' il sostituto procuratore generale Mauro Iacoviello, che avanzera' le sue richieste al termine della requisitoria. Seguiranno, come di consueto, gli interventi dell'avvocato Giuseppe Modica, che rappresenta il Comune di Palermo, costituitosi parte civile nel procedimento,e dei difensori di Giulio Andreotti, il professor Franco Coppi e l'avv. Giulia Bongiorno.
Il collegio della seconda sezione penale e' presieduto da Giuseppe Cosentino; oltre al consigliere relatore Massera ne fanno parte i consiglieri Antonio Morgigni, Francesco De Chiara e Carla Podo. Per il momento non ci sono ancora previsioni, ne' indicazioni del presidente Cosentino, sulla durata dell'udienza.
Prima di trattare il processo Andreotti, la seconda sezione penale ha velocemente affrontato il caso di un imputato accusato di ricettazione di un veicolo.CASSAZIONE: ANDREOTTI; PG, RIGETTARE I RICORSI
Il sostituto procuratore generale della Cassazione ha chiesto la conferma del verdetto emesso dalla corte di appello di Palermo che ha assolto Giulio Andreotti dall' accusa di associazione mafiosa e ha dichiarato la prescrizione del reato di associazione a delinquere. Il pg, in sostanza, ha chiesto il rigetto dei ricorsi della procura di Palermo e dei difensori di Andreotti.
In particolare, il pg Mauro Iacoviello ha ritenuto "coperta dal giudicato" l' assoluzione dal reato di associazione mafiosa nei confronti di Giulio Andreotti, applicando il secondo comma dell' art. 530 "che obbliga il giudice ad assolvere quando la prova manca, e' insufficiente, o contradditoria". Questa assoluzione, con formula non piena, era stata pronunciata fin dal processo di primo grado e convalidata anche in appello. Contro questa assoluzione ai sensi del secondo comma art. 530, i difensori di Andreotti - Franco Coppi e Giulia Bongiorno - avevano presentato uno specifico motivo di ricorso per ottenere l' assoluzione in maniera piu' totale. Ma il pg ha rilevato che i difensori non avevano presentato, sul punto, motivo di ricorso gia' nel processo di appello e dunque l' assoluzione ai sensi dell' art. 530 secondo comma e' divenuta ormai definitiva e non piu' impugnabile.
Per quanto, invece, riguarda i motivi di ricorso contro la dichiarazione di non doversi procedere per prescrizione del reato di associazione a delinquere, il pg ha ritenuto di non dover chiedere la riapertura di un nuovo processo perche' "molto e' andato perduto della originaria impostazione accusatoria, ma qualche cosa e' pure rimasto, come le dichiarazioni accusatorie di Francesco Marino Mannoia". Iacoviello, tuttavia, ha duramente contestato la sentenza di appello perche' presenta "evidenti vizi di illogicita' e di incongruenza". Tra questi, il Pg ha detto di non ritenere utilizzabili le dichiarazioni di Angelo Siino e del boss Mammoliti sugli incontri tra Andreotti e il capoclan Stefano Bontade (avvenuti nel 1979 e nel 1980). In merito, il pg ha molto criticato il fatto che la fonte degli incontri riferiti da Siino e Mammoliti non sia mai stata identificata ne' sottoposta a contraddittorio. Siino aveva detto di aver saputo dell' incontro da un non meglio specificato "signor Chiu' ", mentre Mammoliti aveva detto di aver saputo dell' altro incontro da un non meglio identificato "zio Pippo".
Per quanto riguarda la pronuncia di non doversi procedere per il reato di associazione a delinquere in quanto prescritto, il pg Iacoviello ha invitato i giudici della seconda sezione penale "a rigettare il ricorso della difesa, confermare la prescrizione ma dando una motivazione diversa da quella della sentenza di appello. In un sistema come il nostro a verdetto motivato questo ha la sua importanza". In sostanza, per il pg serve una motivazione scagionatoria di Andreotti per questa parte dell' accusa. Invece per l' assoluzione ai sensi del secondo comma dell' art. 530, per il pg depone a lasciare intatta la sentenza di appello anche il fatto che ci sono ben due verdetti conformi ((di primo e secondo grado) sull' assoluzione dal reato associativo.
Iacoviello, inoltre, pur non demolendolo completamente, ha criticato il verdetto di appello che assomiglia piu' a una "indagine sociologica" che a una sentenza "scritta in base alle norme di diritto". E ancora, il pg ha aggiunto che spesso la sentenza ha delineato gli "stati d' animo" di Andreotti piuttosto che delle concrete "disponibilita' " nei confronti di Cosa Nostra.CASSAZIONE: ANDREOTTI; BONGIORNO, IMPORTANTE E' CHIUDERE QUI
"Il nostro primo obiettivo e' chiudere qui, con questa udienza di oggi in Cassazione, questo procedimento con il rigetto dei ricorsi proposti dalla Procura di Palermo. Poi e' chiaro che vorremmo anche una modifica nella motivazione assolutoria e in quella sulla prescrizione". Cosi' l' avv. Giulia Bongiorno, uno dei difensori di Giulio Andreotti, ha chiarito, al termine della sua arringa durata circa mezz' ora e incentrata sulla critica delle dichiarazioni dei pentiti, le attese del collegio difensivo del senatore a vita Giulio Andreotti.CASSAZIONE: ANDREOTTI; COMUNE PALERMO, CONDANNATELO
L'avvocato del comune di Palermo, Salvatore Modica, costituitosi parto civile nel procedimento per associazione mafiosa a carico di Giulio Andreotti, ha chiesto alla Seconda Sezione Penale della Cassazione di "accogliere i ricorsi della Procura di Palermo contro la prescrizione. "In pratica - ha spiegato il legale - chiediamo la condanna per Andreotti". Il difensore della parte civile ha anche aggiunto che il comune "ha stimato in una cifra pari a un miliardo di vecchie lire i danni all'immagine prodotti dagli sviluppi processuali sui rapporti tra Cosanostra e Giulio Andreotti". Dall'esito del verdetto della Cassazione, ha concluso Modica, il comune di Palermo decidera' come portare avanti la richiesta risarcitoria.CASSAZIONE: ANDREOTTI; COPPI, ANNULLARE SENTENZA SENZA RINVIO
CORREGGENDO CON FORMULA PIU' AMPIA LA PRONUNCIA DI ASSOLUZIONE
"Chiedo alla Cassazione di annullare senza rinvio, con la formula perche' il fatto non sussiste o non costituisce reato, la sentenza emessa dalla Corte d'appello di Palermo per quanto riguarda l' imputazione di associazione mafiosa, correggendo cosi', con la formula piu' ampia, la pronuncia di assoluzione". Cosi' Franco Coppi, difensore di Giulio Andreotti, ha concluso, dopo un' arringa durata due ore, la sua richiesta ai giudici di legittimita'.
Prima di concludere, Coppi aveva esortato i giudici della Cassazione "a non cadere nella tentazione, nella quale gia' sono caduti altri giudici, di farsi essi stessi storia quando si trovano a giudicare i personaggi della storia: i giudici devono solo appurare se si sono verificate fattispecie penalmente perseguibili, altrimenti cadono solamente nel patetico e nel risibile". Coppi, inoltre, ha sottolineato come "in virtu' della peculiarita' " della personalita' politica di Giulio Andreotti, i giudici della Corte d'appello di Palermo abbiano motivato la loro "fantasiosa sentenza" facendo riferimento a "peculiari categorie giuridiche che non hanno fondamento".
Il difensore del senatore a vita ha anche ricordato l' impegno di Andreotti "a far si' che non uscissero dalla galera i mafiosi per i quali i termini di detenzione erano scaduti, e questo in seguito ad una segnalazione dell' avv. Ascari". Il prof.Coppi ha poi dedicato attenzione particolare a demolire il racconto fatto dai pentiti Angelo Siino e Francesco Marino Mannoia sui due incontri che sarebbero avvenuti nel 1979 e nel 1980 tra Andreotti e il boss Stefano Bontade. Per Coppi, le agende dello statista democristiano dimostrano l' impossibilita' dell' incontro cosi' come testimoniato da Siino e per Mannoia non ci sarebbero altri riscontri, oltre alla sola versione fornita dal pentito.
Per quanto riguarda la conoscenza, da parte di Andreotti, dei fratelli Salvo e di Bontade, Coppi ha specificato di "aver sempre dimostrato che Andreotti non fece mai questi due viaggi in Sicilia nel 1979 e nel 1980, e lo ha dimostrato a prescindere dalla conoscenza dei Salvo e di Bontade, questi incontri non sono riusciti riscontrati da quelle conoscenze". Coppi ha tenuto a contestare con decisione la ricostruzione di questi incontri con Bontade, perche' proprio la versione fornita da Mannoia e' stata giudicata credibile - nella requisitoria di stamani - dal sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello, che, pure, non ha risparmiato critiche alla sentenza di secondo grado emessa dalla Corte d'appello di Palermo il 2 maggio del 2003.CASSAZIONE: ANDREOTTI; PG CRITICA SENTENZA, MA A META'
I DIFENSORI DEL SENATORE A VITA CHIEDONO PIENA ASSOLUZIONE
E' stata una requisitoria molto critica ma non fino alle estreme conseguenze, quella riservata, stamani, dal sostituto Procuratore generale della Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, alla sentenza emessa in appello dai giudici di Palermo che - il due maggio 2003 - hanno assolto il senatore a vita Giulio Andreotti dal reato di associazione mafiosa e hanno dichiarato l' improcedibilita' dell' altro reato contestato - associazione per delinquere "semplice" - essendo estinto per prescrizione.
Il Pg ha infatti chiesto la sostanziale conferma del verdetto perche' "del grande affresco accusatorio, molto e' andato perduto, ma qualcosa, pure, e' rimasta", anche se delineata piu' come "una indagine sociologica" che non come "un quadro di diritto". E il rappresentante della Procura di Piazza Cavour - che ha il ruolo non di pubblica accusa ma di controllore della corretta applicazione delle leggi - non ha risparmiato critiche alla mancanza di riscontri alle parole del boss dissociato Antonio Mammoliti e del 'pentito' Angelo Siino, che avevano parlato dei presunti rapporti tra Andreotti e il boss Stefano Bontade.
Il Pg, tuttavia, ha detto che per lui e' degna di fede la dichiarazione del pentito, mai smentito, Francesco Marino Mannoia. Una testimonianza che Iacoviello annovera tra i pochi 'mattoni' accusatori che rimangono ancora in piedi, insieme alle voci interne di Cosa Nostra che individuavano in Andreotti una persona amica. In sintesi, il Pg ha evidenziato la mancanza di prove che concretamente attestino la partecipazione dello statista, sette volte presidente del Consiglio, a Cosa Nostra, ma senza smentire l'assunto dei giudici di appello che hanno individuato nella generica "disponibilita' " di Andreotti verso l'organizzazione mafiosa, il motivo che ha impedito di assolverlo con la formula 'piena'. Per quanto riguarda la dichiarazione di prescrizione dell'associazione per delinquere "semplice", il Pg - invece - ha proposto una soluzione che renda meglio giustizia ad Andreotti. Iacoviello ha detto che, per lui, manca anche la prova di questo reato, pertanto si e' limitato a chiedere il rigetto del ricorso avanzato sul punto dai pm di Palermo. Il pg, peraltro, ha anche sollevato una questione di diritto, ritenendo che la parte della sentenza relativa alla prescrizione abbia assunto carattere definitivo. Pero' Iacoviello ha suggerito ai supremi giudici della Seconda sezione - innanzi alla quale si e' svolta l'udienza di oggi - di integrare la motivazione sulla prescrizione in modo piu' favorevole all' imputato. "Si potrebbe - ha spiegato - confermare la prescrizione ma dando una motivazione diversa da quella di appello, con il giudizio tipico di un annullamento con rinvio. Questo avrebbe la sua importanza in un sistema come il nostro, a verdetto motivato, sapendo anche che esiste un inveterato disfavore per l'imputato che si avvale della prescrizione".
Per la difesa, l'avvocato Giulia Bongiorno ha chiesto l'annullamento totale del verdetto di appello con una arringa di 30 minuti che ha preso di mira l'attendibilita' dei pentiti. Al termine del suo discorso, pero', Bongiorno ha tenuto a precisare che "l'obiettivo primo dei difensori e' che siano respinti i ricorsi della Procura di Palermo e che il processo finisca qui". Per quasi due ore ha, dopo di lei, parlato il professor Franco Coppi che lo scorso 30 ottobre ha ottenuto, in Cassazione, una vittoria piena proprio difendendo Andreotti dalla condanna a 24 anni di reclusione per il delitto Pecorelli. Se in quell'occasione Coppi invito' gli 'ermellini' a "riscattare" la magistratura dall'onta di quella condanna e a "entrare cosi' nella storia", oggi la sua arringa e' terminata con l'invito alla Seconda sezione a "resistere alla tentazione che assale i giudici, quella di far essi stessi storia quando si trovano davanti ai personaggi della storia: i giudici devono solo appurare se ci sono state fattispecie penali: se fanno altro cadono nel patetico e nel risibile". Coppi ha chiesto l'annullamento senza rinvio "perche' il fatto non sussiste o non costituisce reato".
Se la richiesta dei difensori di Andreotti verra' accolta non trovera' soddisfazione la richiesta risarcitoria (500 mila euro)
- per danni all'immagine - che il Comune di Palermo ha avanzato nei confronti del senatore a vita per il cattivo esempio dato dai suoi presunti rapporti con Cosa Nostra. Domani, alle nove, iniziera' la camera di consiglio e, in giornata, si conoscera' il verdetto della Cassazione.14 ottobre 2004 - BRUSCA; CASELLI, LEGGE PENTITI E' DI FALCONE-BORSELLINO
ANSA:
MAFIA: BRUSCA; CASELLI, LEGGE PENTITI E' DI FALCONE-BORSELLINO
"Le polemiche relative al caso Giovanni Brusca sono sacrosante, e' giusto discutere su questi fatti, ma non bisogna dimenticare che la legge sui pentiti e' targata Falcone e Borsellino, vittime della mafia, e fu approvata da tutti i partiti dopo le stragi del 1992". Lo ha detto oggi il procuratore generale di Torino, Caselli, intervenendo ad Aosta alla presentazione dell' iniziativa 'Carovana antimafia', organizzata da Libera, Arci e Unipol.
Furono proprio Falcone e Borsellino ad affermare che non si potevano ottenere successi nella lotta contro la mafia senza i collaboratori", ha aggiunto Caselli. Parlando ai numerosi studenti intervenuti, ha poi sottolineato che "il problema e' di trovare un equilibrio tra i vantaggi per la Giustizia e i benefici per il collaboratore". "Quando si tratta di mafia o di terrorismo - ha aggiunto - la criminalita' e' strutturata, e' compartimentata, si puo' combattere solo se si conoscono i segreti. Ma ci vuole qualcuno che li racconti, ovvero uno che li conosce perche' e' all' interno. Non e' facile, c' e' da inghiottire amaro, ma e' necessario".14 ottobre 2004 - EX VILLA DI RIINA SARA' SEDE GUARDIA DI FINANZA
ANSA:
MAFIA: EX VILLA DI RIINA SARA' SEDE GUARDIA DI FINANZA
La villa di Corleone appartenuta al boss mafioso Toto' Riina, diventera' sede della Guardia di Finanza. Attualmente la struttura ospita l'istituto agrario, che sara' trasferito nei locali che ospitano il liceo scientifico, il classico e lo psicopedagogico, che a loro volta saranno collocati in un nuovo plesso di 2.500 metri quadrati.
Il trasferimento degli studenti e la consegna dei locali alle Fiamme gialle dovrebbero avvenire entro i primi mesi del nuovo anno.
"Con l'apertura del nuovo istituto - afferma il sindaco di Corleone, Nicolo' Nicolosi - raggiungeremo due importanti obiettivi: da un lato gli studenti corleonesi potranno studiare in ambienti piu' gradevoli e dall'altro proseguira' il nostro cammino di legalita' con la consegna della villa Riina alla Guardia di finanza".15 ottobre 2004 - CASSAZIONE: ANDREOTTI E MAFIA, CONFERMATA SENTENZA APPELLO
ANSA:
CASSAZIONE: ANDREOTTI; INIZIATA CAMERA DI CONSIGLIO
E' iniziata, con un po' di ritardo, la camera di consiglio nella quale la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione dovra' decidere se confermare o meno la sentenza emessa, nei confronti di Giulio Andreotti, dalla Corte di Appello di Palermo il 2 maggio 2003.
Con quel verdetto i magistrati di merito confermarono l'assoluzione, per il senatore a vita, dall'accusa di associazione mafiosa ai sensi del 2/o comma dell'art.530 cpp. che prevede l'assoluzione quando la prova e' insufficiente o carente. Con quello stesso verdetto, fu confermata anche la dichiarazione di non doversi procedere, per prescrizione del reato, con riferimento all'accusa di associazione a delinquere semplice. Al momento non ci sono indicazioni sui tempi necessari al collegio della Seconda Sezione per emettere la decisione.CASSAZIONE: ANDREOTTI, CONFERMATA SENTENZA APPELLO
La seconda sezione penale della Corte di Cassazione, rigettando i ricorsi di accusa e difesa, ha confermato la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo il 2 maggio dello scorso anno contro il senatore a vita Giulio Andreotti.
I giudici di secondo grado avevano dichiarato di non doversi procedere contro Andreotti per il reato di associazione per delinquere "semplice" contestato fino al 1980, ed avevano assolto l' imputato per insussistenza del fatto contestato dal reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.
Mentre i giudici di primo grado, con la sentenza del 23 ottobre 1999 avevano assolto Andreotti dall' accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso per insussistenza del fatto contestato (richiamando l' art. 530, secondo comma, del codice di procedura penale, ossia la vecchia formula dell' insufficienza di prove), i giudici di secondo grado avevano distinto due momenti nei presunti rapporti di Andreotti con la mafia.
Il primo ha riguardato i fatti fino al 1980 - qualificati come associazione per delinquere "semplice", non esistendo allora l' associazione di tipo mafioso - che i giudici hanno ritenuto prescritti; i secondi - qualificati come associazione per delinquere di tipo mafioso - sono stati ritenuti insussistenti, per cui e' stata pronunciata sentenza di assoluzione (anche in questo caso, tuttavia, con richiamo al secondo comma dell' articolo 530 del codice di procedura penale).
Contro il verdetto di secondo grado avevano proposto ricorso in Cassazione, con opposte motivazioni, sia la Procura generale di Palermo, sia la difesa di Andreotti, ma i giudici della Suprema Corte hanno rigettato entrambe le impugnazioni, confermando la sentenza della Corte di Appello, che diventa cosi' definitiva.CASSAZIONE: ANDREOTTI; IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
"La Corte rigetta il ricorso del Pg e dell' imputato e condanna quest'ultimo al pagamento delle spese processuali". E' questo il dispositivo emesso dalla II sezione penale della Cassazione al termine dell' udienza del processo che riguardava il senatore a vita Giulio Andreotti.
Per quanto riguarda il pagamento delle spese processuali, si tratta di una "cifra miliardaria" perche' relativa "a 11 anni di procedimenti giudiziari", sottolineano indiscrezioni della Procura della Suprema corte.CASSAZIONE: ANDREOTTI; REFERENTE MAFIA O FERMO NEMICO?
DUE VERITA' DAI PROCESSI DI PRIMO E SECONDO GRADO
Due verita' contrapposte hanno inseguito per undici anni Giulio Andreotti. E' stato, come ha sempre sostenuto l' accusa, il grande referente politico della mafia'. Oppure l' implacabile persecutore delle cosche, come lo ha tenacemente rappresentato la difesa'. La corte d' appello di Palermo ha scelto alla fine di un lungo dibattimento una terza via. Fino a un certo punto avrebbe dimostrato verso i boss una "amichevole disponibilita"". Ma poi la sua condotta e' radicalmente cambiata. La metafora dei due volti del Grande Imputato offre una chiave di lettura per la sentenza con la quale il 2 maggio dell' anno scorso i giudici hanno dichiarato la prescrizione dei fatti contestati fino al 1980 e lo hanno assolto per quelli successivi. E' una sentenza che non ha dunque risolto i nodi cruciali del "processo del secolo".
Nella fase iniziale la scelta di Andreotti di sviluppare un organico sistema di relazioni con Cosa nostra sarebbe stato basato sullo scambio tra voti e favori. Quel rapporto, ha sostenuto l' accusa, era necessario perche' Andreotti estendesse il consenso elettorale della corrente e il proprio peso politico. "Rapporto sinallagmatico" lo hanno definito i pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio nella requisitoria conclusa con la richiesta di condanna a 10 anni per associazione mafiosa.
Ma se prima del 1980 il quadro accusatorio ha trovato l' adesione dei giudici d' appello, quello che e' accaduto dopo e' stato spiegato nella sentenza di secondo grado in un modo piu' problematico. Viene infatti sottolineato che "manifestazioni di disponibilita' personali di Andreotti successive a tale periodo sono state semplicemente strumentali e fittizie, comunque non assistite dalla effettiva volonta' di interagire con i mafiosi".
Il fatto che avrebbe indotto il senatore a rivedere la sua condotta e' stato individuato nel delitto politico piu' grave dopo il caso Moro: l' uccisione il 6 gennaio 1980 del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella. La storia politica ha assegnato a Mattarella un ruolo di amico e seguace di Moro. Negli anni '70 era stato protagonista di una stagione politica che, in anticipo sulle stesse svolte nazionali, aveva portato il Pci nella maggioranza. Il processo di costruzione di un nuovo quadro politico, conosciuto come patto di "solidarieta' autonomistica", aveva trovato Mattarella impegnato in un' opera di moralizzazione del mondo degli appalti e della vita pubblica siciliana. La mafia avrebbe percio' chiesto ad Andreotti di trovare lui una "soluzione politica". Glielo avrebbe detto, testimone Francesco Marino Mannoia, il boss Stefano Bontade che il senatore avrebbe incontrato in una riserva di caccia del costruttore catanese Carmelo Costanzo.
Andreotti si sarebbe tenuto sul vago, forse sottovalutando la serieta' del "messaggio". I giudici hanno descritto cosi' la cautela con la quale Andreotti avrebbe trattato i suoi interlocutori: "Ne frena l' impeto, prende tempo, li rassicura additando una soluzione 'politica', elude (almeno nell' immediato) ogni iniziativa cruenta". Questa linea di prudenza non avrebbe risparmiato Mattarella, che infatti fu ucciso. E alla richiesta di spiegazioni Bontade avrebbe investito il senatore con la diffida a promuovere interventi "perche' altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi".
Fu allora che Andreotti avrebbe deciso di troncare i rapporti con la mafia fino a quel momento mantenuti attraverso i suoi "sodali siciliani": Salv