Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2004: settembre |
1 settembre 2004 - TALPE DDA: PROCURA CHIEDE RINVIO A GIUDIZIO CUFFARO
ANSA:
TALPE DDA: PROCURA, CUFFARO A GIUDIZIO, FAVORI' LA MAFIA
IL GOVERNATORE, DIMOSTRERO' LA MIA ESTRANEITA' ALLE ACCUSE
La Procura di Palermo chiede al gup di processare il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro (Udc), per favoreggiamento, aggravato dalla circostanza "di avere favorito Cosa Nostra". Gli atti sono stati firmati oggi dopo una lunga riunione che si e' svolta nell'ufficio del procuratore Pietro Grasso. I pm hanno stralciato l'accusa di concorso in associazione mafiosa, che era stata contestata in un primo momento al Governatore.
Secco il commento di Cuffaro alla notizia: "Riconfermo la mia piena fiducia nell'operato della magistratura, certo di riuscire a dimostrare, nei tempi e nei modi previsti dal nostro ordinamento, la mia totale estraneita' alle accuse residue che vengono ipotizzate nella richiesta di rinvio a giudizio".
Cuffaro, che lo scorso giugno e' stato eletto al parlamento europeo ma che ha deciso restare alla guida della Regione, aveva ricevuto avvisi di garanzia, oltre che per concorso in associazione mafiosa, anche per rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento personale. Per questi ultimi reati i pm hanno deciso di chiedere il processo assieme ad altre 16 persone, tutte coinvolte nell'inchiesta scaturita dalle indagini dei carabinieri del Nucleo operativo sulle talpe alla Dda.
Le inchieste che coinvolgono il governatore - coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai sostituti Nino Di Matteo e Maurizio de Lucia - sono due: quella su "mafia e politica" e quella sulle "talpe alla Dda". La prima e' sfociata nel giugno dello scorso anno nell'arresto di politici e mafiosi, sorpresi dalle microspie dei carabinieri a discutere di appalti da pilotare e candidati da sostenere alle elezioni. La seconda ha portato in cella un maresciallo dei carabinieri, uno della Dia, il patron della sanita' privata in Sicilia e il deputato regionale dell'Udc, Antonio Borzacchelli.
Al presidente Cuffaro i pm contestano nella richiesta di rinvio a giudizio quattro capi di imputazione. Secondo i magistrati, Cuffaro avrebbe rivelato informazioni riservate sull'inchiesta a carico dell'imprenditore della sanita' privata Michele Aiello e dei marescialli del Ros e della Dia Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, in concorso con il deputato dell'Udc ed ex sottufficiale dei carabinieri Antonio Borzacchelli e con il medico Roberto Rotondo. I magistrati ipotizzano inoltre che il governatore abbia rivelato all'ex assessore comunale dell'Udc Mimmo Miceli, al medico Salvatore Aragona e al boss Giuseppe Guttadauro particolari su inchieste antimafia a loro carico, sempre in concorso con Borzacchelli e pubblici ufficiali ancora ignoti, commettendo il reato "al fine di agevolare l'associazione Cosa nostra". Anche queste rivelazioni, secondo i pm, avrebbero aiutato Miceli, Aragona e Guttadauro "ad eludere le investigazioni a loro carico".
Rispetto all'avviso di conclusione indagine del 3 luglio scorso sono stati esclusi due investigatori: l'ispettore della squadra mobile Carmelo Marranca e il maresciallo dei carabinieri Pasquale Gigliotti. I due sottufficiali, coinvolti nell'indagine per rivelazione del segreto istruttorio, hanno chiesto e ottenuto di essere interrogati dai pm chiarendo la loro posizione, che e' stata stralciata.
Oltre a Cuffaro, la richiesta di rinvio a giudizio riguarda i marescialli della Dia e del Ros Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo; l'imprenditore della sanita' privata Michele Aiello; il radiologo Aldo Carcione; l'ex assistente giudiziaria Antonella Buttitta; il gioielliere Giuseppe Giglio; il consigliere dell'Udc Roberto Rotondo; il medico Giuseppe Rallo; l'investigatore privato Rosalia Accetta; il vice questore di polizia Giacomo Venezia; i medici Domenico Oliveri e Michele Giambrone; i funzionari della Asl Lorenzo Ianni', Salvatore Prestigiacomo, Adriana La Barbera, e il marito di quest'ultima Angelo Calaciura. I reati contestati vanno dalla violazione del segreto istruttorio, all'associazione mafiosa, al concorso in associazione mafiosa, alla corruzione, al favoreggiamento, abuso d'ufficio, truffa e falso ideologico.
Nei prossimi giorni i magistrati della Procura trasmetteranno gli atti dell'inchiesta anche ai colleghi della Corte dei Conti, in particolare per quanto riguarda la spesa sanitaria affrontata dalla Regione nei centri clinici dell'imprenditore Michele Aiello, titolare a Bagheria di laboratori di analisi e di diagnostica.2 settembre 2004 - 22 ANNI FA UCCISIONE GEN. DALLA CHIESA
ANSA:
MAFIA: 22 ANNI FA UCCISIONE GEN. DALLA CHIESA
Ricorre domani il 22/o anniversario dell' uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell' agente di polizia Domenico Russo.
Nella chiesa di S. Maria di Monserrato sara' celebrata una messa per commemorare l' eccidio in via Isidoro Carini. Dopo la funzione religiosa si svolgera' una manifestazione nel luogo dell' agguato con la deposizione di corone di fiori.
I mandanti dell' agguato, del 3 settembre '82, e alcuni esecutori sono stati condannati all' ergastolo.
Impulso alle indagini sull' omicidio venne dato dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, che si sono autoaccusati del delitto indicando i nomi dei presunti complici che spararono a bordo di due motociclette e un' auto con due kalashnikov contro la A112 del generale condotta dalla moglie Emanuela Setti Carraro e contro la vettura guidata dall' agente di scorta Domenico Russo.3 settembre 2004 - ANNIVERSARIO UCCISIONE GEN. DALLA CHIESA
ANSA:
MAFIA: DALLA CHIESA; CIAMPI, L'ITALIA NON LO DIMENTICA
DA SUE ESEMPIO DOBBIAMO TRARRE FORZA PER SOCIETA' PIU' GIUST
L'Italia non dimentica l'eroico sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente Domenico Russo, a 22 anni dall'agguato di Via Carini a Palermo. Lo sottolinea il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio inviato al prefetto di Palermo Giosue' Marino.
"A 22 annni dalla barbara uccisione - scrive Ciampi - l'Italia non dimentica l'eroico sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e del valoroso Agente Domenico Russo. Il generale Dalla Chiesa seppe difendere la Nazione dalla criminalita', dall'eversione e dalla mafia con coraggio, generosita' ed efficacia. Uomo delle istituzioni, libero ed integerrimo, ci ha consegnato una lezione di fedelta', allo stato di diritto che ha servito con senso del dovere e di profonda responsabilita"".
"Dal suo esempio - sottolinea il capo dello Stato - dobbiamo trarre forza e determinazione per rinnovare l'impegno in favore di una societa' piu' giusta, equa e solidale. Con questi sentimenti, a nome di tutti gli italiani, rendo omaggio alla figura e alla memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa con sentimenti di commossa gratitudine".MAFIA: DALLA CHIESA;DOPO 22 ANNI ANCORA OMBRE E MISTERI
NESSUN PASSO IN AVANTI NELLA RICERCA SUI MANDANTI DELLA STRAGE
"Per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti". Questa considerazione del procuratore Pietro Grasso, che richiama una riflessione di Giovanni Falcone, aderisce perfettamente al caso Dalla Chiesa. Ma la ricerca dei mandanti "eccellenti" non ha fatto alcun passo avanti e, a 22 anni dalla strage, l' unica verita' giudiziaria e' compendiata da due sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola mafiosa tra cui Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calo'. Le inchieste hanno tuttavia ricostruito i complessi scenari del delitto offrendo un riscontro alla denuncia che lo stesso Dalla Chiesa fece nell' ultima intervista a Giorgio Bocca: "Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo". In quelle parole erano descritte le condizioni difficili nelle quali il generale stava svolgendo il compito di superprefetto in lotta contro la mafia: una sfida mortale che si sarebbe conclusa con una bruciante sconfitta per lo Stato.
L' agguato nel quale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu ucciso con la moglie Emmanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo scatto' il 3 settembre 1982. Poteva sembrare il momento culminante di una strategia di attacco che Cosa nostra aveva scatenato contro gli uomini delle istituzioni sin dal 1979. Ma era solo la tappa intermedia di una lucida e martellante linea criminale che dieci anni avrebbe conosciuto un'altra stagione terribile con le stragi Falcone e Borsellino.
Nell' uccisione di Dalla Chiesa, beffardamente annunciata come "operazione Carlo Alberto", le responsabilita' operative della mafia appaiono ormai chiarite e accertate. Ma restano molte zone d'ombra che i giudici di Palermo sottolineano insieme con la "coesistenza di specifici interessi - anche all' interno delle istituzioni - all' eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacita' del generale". Cosi' si esprime la sentenza con la quale due anni fa la corte d'assise ha condannato all'ergastolo Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, due degli esecutori materiali dell' agguato, e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Gli uomini della "cupola" erano gia' stati condannati nel maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra e consolidato, nel suo impianto accusatorio, dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia.
Il piano che il generale aveva messo a punto era stato annunciato dallo stesso Dalla Chiesa anche in un colloquio con Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: "Non guardero' in faccia nessuno". Il colloquio segui' la nomina a prefetto di Palermo e anticipo' l'insediamento che fu accelerato dall' uccisione del segretario del Pci siciliano, Pio La Torre. Quel giorno stesso, era il 30 aprile 1982, Dalla Chiesa giunse in prefettura a Palermo a bordo di un anonimo taxi.
Durante i cento giorni che precedettero la strage di via Carini il prefetto cerco' di promuovere la risposta dello Stato allo strapotere delle cosche e di spezzare il legame tra mafia e politica. Ma, come osservano i giudici della corte d'assise, le sue iniziative suonavano come un "chiaro campanello d'allarme per chi all'epoca traeva impunemente quanto illecitamente vantaggio dai rapporti tra la mafia e la politica, soprattutto nello specifico mondo degli appalti". Le iniziative di Dalla Chiesa furono frenate da ostilita' politiche ambientali e da una ridotta capacita' di intervento. Il prefetto reclamo' continuamente la concessione di poteri di coordinamento che solo dopo la sua morte vennero formalizzati e concessi con la nomina di Emanuele De Francesco ad Alto commissario.
Nell' inchiesta sulla strage si e' sempre proiettata l'ombra della "coesistenza" di interessi, di cui parla anche la sentenza della corte d'assise. Ma i magistrati non sono riusciti a spingersi oltre il sospetto di un inquinamento delle indagini. E i misteri resistono dopo oltre un ventennio.MAFIA: DALLA CHIESA;IL FIGLIO NANDO,LA MAFIA C'E' E SI SENTE
ABILE A NON COMMETTERE PIU' STRAGI, MA ORA CONTROLLA LA SANITA'
"La mafia si vede di meno, ma si sente. Quando sono andato in marzo a Palermo con la Commissione Antimafia, sono rimasto profondamente colpito dalla quantita' e dalla qualita' delle ramificazioni della mafia degli affari, che non e' come pensiamo noi fatta di 'colletti bianchi' ". Lo ha detto oggi a Milano, il senatore della Margherita Nando Dalla Chiesa, intervenuto alla cerimonia di commemorazione per il 22/o anniversario della strage in cui vennero uccisi suo padre, il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Manuela Setti Carraro, e l'agente della loro scorta Domenico Russo.
"In realta' - ha aggiunto Dalla Chiesa - si tratta di mafia vera, con figure tradizionali che hanno a disposizione competenze specialistiche elevate. Ma stupisce che possano regolare perfino le carriere, non soltanto le assunzioni, per esempio in settori come la Sanita', dove si concentrano gli affari: inoltre, controllare un ospedale significa poter curare un latitante". "La mafia - ha concluso - ha avuto l'abilita', probabilmente grazie ai suggerimenti che sono arrivati, di non commettere stragi, di non mettersi frontalmente contro lo Stato, ma questo ha indotto lo Stato, e non certamente le Forze dell' Ordine o i magistrati, ad essere meno attento".
La commemorazione del 22/o anniversario della strage di via Carini si e' svolta in due momenti: una cerimonia religiosa, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, e quindi la deposizione delle corone in piazza Diaz, davanti al monumento del Carabiniere. Oltre a Nando Dalla Chiesa e alla famiglia Setti Carraro, erano presenti le massime autorita' cittadine, dal prefetto di Milano, Bruno Ferrante, al vicesindaco Riccardo De Corato, al vicepresidente della Provincia di Milano, Alberto Mattioli, ai vertici regionali e provinciali dell'Arma, oltre a numerosi esponenti dei partiti politici cittadini.
"Ho conosciuto il generale Dalla Chiesa alla fine degli anni '70 - ha ricordato il prefetto Ferrante - quando ero un giovane viceprefetto qui a Milano, e mi ha colpi' la sua determinazione, la sua forza la sua capacita' organizzativa, la sua fede democratica, il suo alto senso delle istituzioni. Una persona straordinaria al servizio dello Stato, il cui messaggio e il cui esempio sono di grandissima attualita' in un momento in cui dobbiamo convivere con un terrorismo particolarmente violento e aggressivo. Credo che proprio in questi momenti, ricordare figure e persone come Dalla Chiesa sia utile per affrontare con coraggio le nuove sfide dei nostri giorni".
"Negli anni '60 - ha detto il vicesindaco Riccardo de Corato - il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e' stato il primo a denunciare i rapporti tra Cosa Nostra e politica locale: e' un simbolo della lotta alla mafia e al terrorismo".MAFIA: DALLA CHIESA; LUMIA, FU ESPOSTO E ISOLATO
"Non possiamo rassegnarci alla 'burocratizzazione' della memoria dell' eccidio del generale Dalla Chiesa, quasi come se fosse morto di cause naturali. Dalla Chiesa, infatti, fu ucciso da quella mafia che colludeva con ampi settori della politica e dell' economia". Lo sostiene l' on. Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione Antimafia.
"Quella stessa mafia - aggiunge - che oggi e' ancora forte cosi' come lo sono i suoi legami col mondo delle istituzioni, dell' imprenditoria e della finanza".
"E' chiaro - afferma Lumia - che Dalla Chiesa venne esposto e isolato, divenendo in questo modo un facile bersaglio per Cosa nostra. Invece di lasciarsi andare alla retorica, il modo giusto per rendere presente, fecondo il suo sacrificio sarebbe quello di cercare realmente di individuare tutte le responsabilita' politiche che resero possibile il suo omicidio".
Per Lumia "due sono i sentimenti che caratterizzano sicuramente una giornata come questa. Indignazione da parte di tutti quei cittadini onesti e di quei rappresentanti delle istituzioni che quotidianamente si spendono, talvolta anche a rischio della propria vita, per liberare la Sicilia dal giogo mafioso. E imbarazzo, invece, da parte di quei massimi rappresentanti delle istituzioni, gravati da accuse infamanti, a cui si richiederebbe un gesto di responsabilita' e di chiarezza come quello delle dimissioni".MAFIA: LUMIA, RAPPORTO CON POLITICA E' NODO NON SCIOLTO
IMPORTANTE CHE SU VICENDA CUFFARO ARRIVINO DIMISSIONI
Il rapporto mafia - politica e' "un nodo non sciolto. Bisogna avere piu' coraggio, bisogna che il Paese faccia un salto di qualita', e questo lo possiamo fare se la politica si assume le proprie responsabilita"". Lo ha detto stasera Giuseppe Lumia, membro della Commissione parlamentare antimafia, a margine di un'iniziativa con il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli alla Festa nazionale dell'Unita'.
"La responsabilita' politica - ha detto Lumia - richiede la formazione di una classe dirigente seria e qualificata in grado di selezionare e allontanare chi all'interno della politica ha rapporti collusivi con la mafia". Sotto questo punto di vista, ha sottolineato Lumia, "sarebbe importante che sulla vicenda Cuffaro finalmente arrivassero queste benedette dimissioni".
La politica poi dovrebbe fare un altro importante salto di qualita', "quello di tenere insieme legalita' e sviluppo. Il Censis dice che il 3% del pil nel Mezzogiorno e 180 mila posti di lavoro spariscono a causa della mafia".
Ma la classe dirigente "deve saper dare priorita' anche alla lotta alla mafia: oggi nella agenda del Governo la lotta alla mafia e' esclusa - ha concluso Lumia -, e sappia fare questa lotta con sistematicita' e grandi risorse oggi negate alle forze dell'ordine e alla magistratura"."La Repubblica"
L´anniversario
Messa in piazza Croci e fiori in via Carini. Orlando va all´attacco
Cerimonie e polemiche nel giorno di Dalla Chiesa
Vizzini: "Potere mafioso ed economico trescano come allora e cercano la politica"
L´ex sindaco diserterà le commemorazioni "Sicilia indegnamente rappresentata"
Ventidue anni fa, in via Isidoro Carini, venne ucciso il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Era la sera del 3 settembre 1982, Dalla Chiesa era a Villa Whitaker da cento giorni. I sicari entrarono in azione facendo fuoco sull´auto dove viaggiava insieme alla moglie Emmanuela Setti Carraro. Venne ucciso anche l´agente di scorta Domenico Russo che li seguiva a bordo di un´Alfetta. Tutti trucidati sotto una tempesta di colpi di un kalashnikov.
Oggi, su iniziativa della prefettura, sarà celebrata una messa alle 10,30 nella chiesa di Santa Maria di Monserrato, in piazza Croci. Subito dopo, i rappresentanti delle istituzioni deporranno corone d´alloro sul luogo dell´eccidio. Una giornata dedicata al ricordo ma attraversata da note polemiche. L´ex sindaco Leoluca Orlando fa sapere che non prenderà parte alle cerimonie "nelle quali la Sicilia - afferma - sarà indegnamente rappresentata e oltraggiata dalla presenza di alcuni rappresentanti istituzionali che negli atti concreti dimostrano disprezzo ed esprimono una cultura esattamente opposta a quella di Dalla Chiesa". Secondo il deputato forzista Carlo Vizzini, dal 1982 a oggi non è cambiato molto: "Potere mafioso e potere economico trescano come allora e continuano a cercare contatti con la politica. La Sagunto di cui parlò allora il cardinale Salvatore Pappalardo non è ancora stata liberata".
In questi ventidue anni gli investigatori, anche grazie alla testimonianza dei pentiti, sono riusciti a ricostruire la dinamica esatta della strage, a identificare i killer e i vertici di Cosa nostra che ordinarono l´eccidio. Lo stesso non può dirsi per i mandanti occulti, per coloro che avrebbero esercitato pressioni sulla "cupola". A ventidue anni di distanza sono ancora molti i misteri che circondano l´uccisione del generale-prefetto.
Le fasi dell´eccidio sono state ricostruite dai pentiti Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo. Entrambi, per la morte di Dalla Chiesa, dovranno scontare 14 anni di reclusione. Undici anni fa i mandanti del massacro sono stati condannati al maxiprocesso. Tra questi Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò e Michele Greco. Condannato in primo grado, ma poi assolto in appello, Nitto Santapaola, capo della mafia catanese. A due dei sicari, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, è stato inflitto l´ergastolo. E nel marzo di due anni fa sono stati condannati all´ergastolo gli ultimi due componenti del gruppo di fuoco, Giuseppe Lucchese, boss di Brancaccio, e Raffaele Ganci, capomafia del quartiere Noce.4 settembre 2004 - TEATRO: APPLAUSI PER PRIMA 'PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO'
ANSA:
TEATRO: APPLAUSI PER PRIMA 'PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO'
Un applauso di qualche minuto ha salutato al teatro comunale di Benevento la prima nazionale "Paolo Borsellino Essendo Stato", scritto e diretto da Ruggero Cappuccio ed interpretato da Massimo De Francovich. Un teatro gremito, fino all'ultimo palco di un pubblico attento e silenzioso.
"Pubblico piu' adatto per uno spettacolo cosi' forte non poteva esserci", hanno commentato gli organizzatori a inizio spettacolo.
Testo, regia, immagini e interpretazioni hanno lasciato il segno a chi era legato a Paolo Borsellino, figura del nostro tempo che appartiene alla storia di sempre e non solo alla cronaca.
Nella platea era presente Agnese Borsellino, moglie del magistrato, accompagnata da padre Bucaro, suo confessore. Erano inoltre presenti il vicepresidente dei Ds Massimo Brutti; i magistrati Ennio Bonadies, Marco Gaeta ed il Sottosegretario al Welfare Pasquale Viespoli.4 settembre 2004 - ANNIVERSARIO UCCISIONE GEN. DALLA CHIESA
"La Sicilia"
Dalla Chiesa, ancora misteri
22° anniversario.
Ombre sull'assassinio del generale. Ciampi: l'Italia non dimentica il suo eroico sacrificio
Palermo. "Per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti". Questa considerazione del procuratore Pietro Grasso, che richiama una riflessione di Giovanni Falcone, aderisce perfettamente al caso Dalla Chiesa. Ma la ricerca dei mandanti "eccellenti" non ha fatto alcun passo avanti e, a 22 anni dalla strage, l'unica verità giudiziaria è compendiata da due sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola mafiosa tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calò. Le inchieste hanno tuttavia ricostruito i complessi scenari del delitto offrendo un riscontro alla denuncia che lo stesso Dalla Chiesa fece nell'ultima intervista a Giorgio Bocca: "Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo". In quelle parole erano descritte le condizioni difficili nelle quali il generale stava svolgendo il compito di superprefetto in lotta contro la mafia.
Commemorazioni a Palermo, con qualche polemica per la presenza di Totò Cuffaro, rinviato a giudizio, a Milano e in tutta Italia. Un messaggio al prefetto di Palermo è stato inviato dal Presidente Ciampi: "A 22 annni dalla barbara uccisione l'Italia non dimentica l'eroico sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e del valoroso Agente Domenico Russo. Il generale Dalla Chiesa seppe difendere la Nazione dalla criminalità, dall'eversione e dalla mafia con coraggio, generosità ed efficacia".
Nell'uccisione di Dalla Chiesa - il 3 settembre 1982 - le responsabilità operative della mafia appaiono ormai accertate. Ma restano molte zone d'ombra che i giudici di Palermo sottolineano insieme con la "coesistenza di specifici interessi - anche all'interno delle istituzioni - all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale". Così si esprime la sentenza con la quale due anni fa la corte d'assise ha condannato all'ergastolo Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, due degli esecutori materiali, e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Gli uomini della "cupola" erano già stati condannati nel maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 mafiosi e consolidato dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia.
Il piano era stato annunciato dallo stesso Dalla Chiesa anche in un colloquio con Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: "Non guarderò in faccia nessuno". Durante i cento giorni che precedettero la strage di via Carini il prefetto cercò di spezzare il legame tra mafia e politica. Ma, come osservano i giudici della corte d'assise, le sue iniziative suonavano come un "chiaro campanello d'allarme per chi all'epoca traeva impunemente quanto illecitamente vantaggio dai rapporti tra la mafia e la politica, soprattutto nello specifico mondo degli appalti". Le iniziative di Dalla Chiesa furono frenate da ostilità politiche ambientali e da una ridotta capacità di intervento. Nell'inchiesta si è sempre proiettata l'ombra della "coesistenza" di interessi, di cui parla anche la sentenza. Ma i magistrati non sono riusciti a spingersi oltre il sospetto di un inquinamento delle indagini. E i misteri resistono dopo oltre un ventennio.10 settembre 2004 - MORTA SERAFINA, MADRE CORAGGIO ANTIMAFIA
"La Repubblica"
IL PERSONAGGIO
Palermo, negli anni Sessanta la Battaglia fu teste-chiave nei grandi processi di mafia
"La prima donna che accusò i boss" è morta Serafina, madre-coraggio
Le avevano ammazzato il marito mafioso, poi il figlio. E lei decise di raccontare tutto
ATTILIO BOLZONI
PALERMO - Avvolta nel suo scialle nero si fece largo tra i parenti degli imputati, lentamente si avvicinò alla gabbia dove erano rinchiusi i mafiosi più potenti. Guardò con disprezzo un uomo e gridò: "Tu Marco, tu hai bevuto il sangue del mio Totuccio e perciò io, qui, davanti a Dio e davanti agli uomini, ti sputo in faccia". E così fece. Poi si inginocchiò davanti ai giudici, baciò a terra, alzò la mano destra, disegnò una croce nell´aria e gridò ancora: "Tutti i mafiosi sono cornuti". Marco Semilia detto "il malato" balbettò: "Eccellenza, permette una parola?". Nell´aula calò il silenzio e la folla dei parenti sparì all´improvviso. Gli strilloni dell´"Ora", quotidiano palermitano della sera, si misero agli angoli di ogni strada e urlarono fino al tramonto: "Una donna accusa i boss, una donna accusa i boss". Era Serafina Battaglia.
Se n´è andata a ottant´anni la vecchia Serafina che una volta andava in giro con la Colt nascosta nel corpetto, morta sola in quella sua casa di corso Camillo Finocchiaro Aprile, corso Olivuzza lo chiamano a Palermo, che lei aveva trasformato in un santuario. Da quando i Rimi di Alcamo le avevano fatto uccidere prima il marito Stefano Leale e poi il figlio Totuccio, Serafina aveva sistemato in una stanza quella specie di altare. Drappi di velluto bianco e nero, candelabri, fiori di plastica e le foto di Stefano e di Totuccio, due mafiosi come tanti nella Sicilia a cavallo tra gli Anni Cinquanta e Sessanta dove le "famiglie" si davano battaglia a colpi di lupara e di "Giuliette" imbottite di tritolo. Serafina aveva provato a vendicarsi, a farsi giustizia da sola scatenando gli amici del marito contro i Rimi, i "mammasantissima" di Alcamo. Ma non c´era riuscita.
Per un po´ si era rassegnata. Ogni sera dieci padrenostro e dieci avemaria e un gloria in ricordo dei suoi morti. Chiese perfino al cardinale Ernesto Ruffini di consacrare l´altare del suo "santuario", voleva far venire un prete nella sua casa per celebrare messa. Poi Serafina esplose come un vulcano. Cominciò a fare nomi, tanti nomi. Diventò la prima pentita nella storia della mafia palermitana. Depose in istruttoria con il giudice Cesare Terranova (che fu ammazzato anni più tardi dai Corleonesi), depose a Perugia, a Catanzaro, a Bari, a Lecce, in tutti quei tribunali dove per "legittima suspicione" si celebrarono i processi contro centinaia e centinaia di boss. Manco a dirlo, tutti i furono assolti tra il primo e l´ultimo grado per insufficienza di prove, formula classica di quei dibattimenti aggiustati da celebri avvocati che andavano a braccetto con giudici assai prudenti o prezzolati, processi farsa dove si negava perfino l´esistenza di quella cosa che qualcuno chiamava mafia. Ma Serafina li fece tremare per un decennio quei "galantuomini". Da Marco "il malato" fino allo "zio Vincenzo" di Alcamo. Condanne all´ergastolo che si alternavano ad assoluzioni, cavilli, perfino un rapporto di un procuratore della Repubblica di Palermo inviato in Cassazione che scagionava gli intoccabili Rimi. Quelli indicati da Serafina come i mandanti degli omicidi del suo Stefano e del suo Totuccio.
Pazza, la consideravano pazza quella donna che si copriva sempre con lo scialle nero. Per qualche anno, non era riuscita neanche a trovare un avvocato disposto a difenderla. Gliel´aveva cercato solo Mario Francese, il cronista giudiziario del "Giornale di Sicilia" che una ventina di anni dopo sarebbe stato ucciso anche lui. Francese fu il primo a intervistare Serafina. Poi si mise alla caccia di un penalista, quelli di Palermo si rifiutarono tutti. Dissero di Serafina nelle loro arringhe, i principi del foro Alfredo De Marsico, Girolamo Bellavista e Ivo Reina: "Si cerca di creare una mitica figura di madre in Serafina Battaglia. Già altre volte la Sicilia ha sollevato il caso di una madre oppressa dal dolore e dall´odio nei confronti dei presunti assassini e pronta perciò a clamorse rivelazioni... ".
Le prove signor Presidente, le prove. Le prove non le trovarono mai. Soltanto il giudice Cesare Terranova cercò un po´ di verità. Nell´aprile del 1966 chiese a Serafina: "Ma lei, come fa a sapere tutte queste cose?". Rispose la donna con lo scialle nero: "Mio marito era un mafioso, nel suo negozio di torrefazione si radunavano quelli di Baucina e di Alcamo, li conosco ad uno ad uno, so quello che hanno fatto. Poi mio marito mi confidava tutto. Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare come faccio io, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo".13 settembre 2004 - GRASSO, BOSS DECIDONO ANCHE SE SFIDUCIARE I SINDACI
ANSA:
MAFIA: GRASSO, BOSS DECIDONO ANCHE SE SFIDUCIARE I SINDACI
LO SCRIVE PROCURATORE PALERMO IN NUOVO TRIMESTRALE AD AGRIGENTO
"La mafia di Agrigento si allea con la politica anche per sfiduciare giunte comunali ed enti locali". Lo scrive il procuratore Piero Grasso in un articolo scritto per il primo numero di Login, un nuovo giornale che uscira' domenica prossima in allegato con il Giornale di Sicilia in tutte le edicole della provincia di Agrigento.
Il capo della Dda di Palermo nel tracciare la storia della criminalita' organizzata di Agrigento parla anche dell'ultima operazione "Alta mafia", raccontando che "in alcuni casi esponenti politici hanno suggerito le "mosse" a Cosa Nostra, ad esempio, per far cadere un"amministrazione comunale sgradita e non favorevole ai suoi disegni".
"Se il rapporto mafia-politica assunto a sistema fosse piu' diffuso di quanto apparso - scrive Grasso - sarebbe il caso che ancora una volta le istituzioni affrontassero il 'caso Agrigento' con la stessa determinazione registrata dopo l"efferato assassinio del collega Rosario Livatino, di cui proprio in questi giorni ricorre il quattordicesimo anniversario".
Il giornale Login avra' una cadenza trimestrale ed e' diretto dal giornalista Alfonso Bugea: "L'obiettivo e' creare un laboratorio di idee per Agrigento, provincia con poca memoria e piu' povera d'Italia, offrendo al lettore opportunita' di riflessioni ed approfondimenti. Lo faremo usando toni pacati, coinvolgendo in questo lavoro editoriale le firme piu' prestigiose dell'Isola".
Il primo numero conterra' anche articoli di Luigi Patronaggio, sul ruolo del giudice 15 anni dopo l'uccisione di Saetta e Livatino, di Ambrogio Cartosio su Luca Crescente il magistrato prematuramente scomparso lo scorso anno, di Renato Di Natale sulle figure di Livatino e del testimone Pietro Ivano Nava. Una sezione del giornale e' legata ai temi dell'informazione con due articoli scritti da Franco Nicastro, presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia e Gaetano Savatteri, caposervizio del Tg5 di Mediaset. Una sezione e' dedicata all'economia con un articolo di Franco Pisa, direttore dell'Assovini-Sicilia e del giornalista Fabrizio Carrera, che traccia un profilo di Diego Planeta, figura di primo piano del settore vinicolo. Lo spazio dedicato alla letteratura ospita un testo di Andrea Camilleri sulla festa di San Calogero di Porto Empedocle.
Infine il primo numero di Login ripropone il documento contro la mafia che la Chiesa agrigentina ha realizzato nel 1993, alla vigilia della visita del Pontefice nella Valle dei templi.14 settembre 2004 - GRASSO SU MAFIA E POLITICA
"La Repubblica"
Il procuratore di Palermo denuncia le commistioni negli enti locali. E prende a esempio il caso Agrigento
Mafia e politica, Grasso accusa
"Accordi con i clan per sfiduciare le giunte nei Comuni"
Andò a casa di coloro che lo avrebbero fatto assassinare per benedire la salma della nonna, poi tentò il dialogo
Negli ultimi mesi il sacerdote di Brancaccio si spinse dove nessun altro era arrivato ma restano ancora molti misteri
"La mafia si allea con la politica anche per sfiduciare giunte comunali ed enti locali. Ad Agrigento è accaduto questo". È l´ultima denuncia del procuratore Piero Grasso, che ha scritto dei rapporti fra Cosa nostra e il mondo delle istituzioni in un articolo che apparirà su un giornale trimestrale locale ("Login") proprio ad Agrigento.
Il capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo prende spunto dalle risultanze dell´ultima inchiesta sui colletti bianchi, "Alta mafia". "In alcuni casi - scrive Grasso - esponenti politici hanno suggerito le mosse a Cosa nostra, a esempio, per far cadere un´amministrazione comunale sgradita e non favorevole ai suoi disegni". Il procuratore lancia un appello alle istituzioni: "Se il rapporto mafia-politica assunto a sistema fosse più diffuso di quanto apparso sarebbe il caso che ancora una volta le istituzioni affrontassero il caso Agrigento con la stessa determinazione registrata dopo l´efferato assassinio del collega Rosario Livatino, di cui proprio in questi giorni ricorre il quattordicesimo anniversario".
Da Fidenza, dove ha partecipato a un convegno, anche l´ex procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli, fa un analisi molto pessimista a proposito dei rapporti fra i boss e la politica: "I successi contro la mafia non sono dello Stato, ma di una minoranza", ha detto: "Nelle grandi indagini, per un paio d´anni va tutto bene, poi cominciano ad esserci disattenzione e ostacoli. Si è verificato per Falcone e Borsellino, che quattro o cinque anni prima delle stragi, mentre stavano vincendo, sono stati cancellati professionalmente, con Falcone costretto a lasciare Palermo". Caselli ribadisce che "per i magistrati i guai cominciano quando si inizia ad occuparsi di mafia, politica ed economia".
Con Grasso è d´accordo il senatore di Forza Italia Carlo Vizzini: "Il procuratore ha svolto un´analisi seria e realista. Io credo che si potrebbe correttamente affermare che la mafia ha voglia di politica e non sempre trova come dovrebbe le porte chiuse". Il segretario regionale dei Ds, Antonello Cracolici rilancia: "La politica non sta dando segnali di volere lottare contro la mafia". Giampiero Cannella, deputato di An, non è d´accordo: "Non vedo una voglia di mafia in giro. Non bisogna mai abbassare la guardia, ma mi sembra che oggi ci sia una minore permeabilità del potere politico al condizionamento mafioso".14 settembre 2004 - SPETTACOLO TEATRALE SU BORSELLINO
"La Repubblica"
FESTIVAL
A "Benevento città spettacolo" la pièce di Ruggero Cappuccio
In un decimo di secondo Borsellino rivive la sua vita
L´autore immagina gli ultimi momenti del giudice caduto nell´attentato
GIULIO BAFFI
BENEVENTO - Si dice che nel breve tempo che separa la fine della vita dalla morte, il pensiero percorra il passato come un rapido viaggio a ritroso, in un film dove scorre tutta la tua esistenza. Così Ruggero Cappuccio costruisce il riflettere non stanco del suo protagonista, Paolo Borsellino, nell´ultimo decimo di secondo tra l´esplosione avvenuta il diciannove luglio del 1992, alle sedici e cinquantotto, in via D´Amelio, a Palermo, e la morte del giudice "eroe del nostro tempo", sacrificato ad un ideale di Stato che lo condanna nel momento stesso in cui lo consacra e gli affida il complesso enigma di stragi ed oltraggi.
Oratorio civile, intensa vertigine del ricordo, rigoroso percorso della memoria tra verbali giudiziari e cronache, in parte sconosciute in parte cancellate dal frettoloso sopravvivere della società ferita, Paolo Borsellino Essendo Stato afferra al cuore e lascia spazio alla mente. Presentato in apertura della venticinquesima edizione di Benevento Città Spettacolo, di cui Cappuccio è direttore artistico, è, per dichiarata intenzione del suo autore, uno "Stabat Mater" doloroso e civile, dove le figure femminili del ricordo e delle evocazioni sono cesure e memoria restituita ad una poesia dei luoghi e della storia, affidate alla bellezza ansiosa di Moira Grassi, Francesca Caratozzolo, Paola Greco, Ada Todaro, Silvia Santagata. Mentre l´unica presenza maschile è affidata a Massimo De Francovich.
Di straordinaria intensità e misura, lontano da pericolosi eccessi di retorica e partecipe di una "non rimozione" in cui la misura del gesto e la struggente pacatezza della voce restituisce al ricordo sussulti inquieti, improvvise ed inattese ironie, rapide discese nella serena disperazione della fine imminente.
La deflagrazione che rompe il silenzio fa spazio ad un accumularsi affannoso di ricordi, di minimi segni familiari, d´intimità amicali, di sorrisi appena accennati per pudiche concessioni di sentimenti. Ritrovati, o meglio suggeriti, dai rumori di una quotidiana dimestichezza.
Scenografia di lineare limpidezza, firmata da Carlo Rescigno, apparizioni siciliane nelle videoproiezioni di Ciro Pellegrino, luci attente di Michele Vittoriano, intensi accenni di musica creati da Marco Betta. E nessuna con cessione al colore e al rumore, per questo spettacolo rapido e severo.
"Si muore se si è soli", si dice ad un tratto Borsellino consapevole del suo inevitabile percorso attraverso la vita, certo della permanenza del pensiero. Evocato in palcoscenico al teatro Comunale di Benevento ed accolto dalla comunità attonita degli spettatori, per un´ora circa, tanto dura lo spettacolo di Cappuccio, il giudice non era più morto.15 settembre 2004 - ANNIVERSARIO UCCISIONE DON PUGLISI
ANSA:
MAFIA: 11 ANNI FA L' ASSASSINIO DI DON PINO PUGLISI
Undici anni fa veniva ucciso a Palermo Don Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio impegnato a recuperare i giovani dalla strada e strapparli dalle grinfie dei boss di Cosa nostra.
Il parroco venne assassinato davanti alla sua abitazione dal killer Salvatore Grigoli, adesso collaboratore di giustizia. Per questo delitto sono stati definitivamente condannati all'ergastolo i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, boss della borgata di Brancaccio, accusati di avere ordinato il delitto. A Grigoli sono stati inflitti 16 anni.
Padre Puglisi, per il quale e' in corso il processo di beatificazione, sara' ricordato oggi a Palermo con una serie di iniziative. In programma ci sono una visita al cimitero di Sant'Orsola, dove il sacerdote e' sepolto, e una messa, alle 19, cui prendera' parte anche l'arcivescovo di Palermo, cardinale Salvatore De Giorgi.
Il sacerdote antimafia venne assassinato con un colpo di pistola alla nuca il 15 settembre 1993, nel giorno del suo compleanno, nei pressi della parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio. La mafia decise di eliminarlo per "punire" la sua infaticabile attivita' di recupero dei ragazzi del quartiere, destinati ad ingrossare le file della criminalita' mafiosa. Il sacerdote operava attraverso il centro "Padre Nostro", un'associazione fondata da Don Puglisi e che e' ancora presente nel quartiere.MAFIA: FAMIGLIE GEORGOFILI, PUGLISI UCCISO PERCHE' SAPEVA?
Padre Pino Puglisi potrebbe essere stato ucciso - il 15 settembre di undici anni fa, a Palermo - perche' poteva "aver intuito la verita' sui massacri del 1993, i cui 'mandanti interni alla mafia' abitavano proprio a Brancaccio". Lo afferma, in un documento diffuso oggi in memoria del sacerdote siciliano, l' Associazione dei familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili.
"Risulterebbe - afferma il documento - che padre Puglisi proprio nei giorni che hanno preceduto la morte avesse chiesto di poter contattare persone delle istituzioni impegnate sul fronte dell' antimafia, ma per quella maledetta sorte che tiene spesso gli uomini di Stato troppo lontano da chi sta in prima linea, tutto fu vanificato e Don Puglisi forse pago' con la vita il prezzo di conoscere quella verita' che ancora oggi tiene il Paese in balia del potere mafioso".15 settembre 2004 - GUP NON ACCOGLIE RICHIESTA ARCHIVIAZIONE PER GEN. MORI
ANSA:
MAFIA: GUP NON ACCOGLIE RICHIESTA ARCHIVIAZIONE PER GEN MORI
EX CAPO ROS E DE CAPRIO INDAGATI PER AVER FAVORITO COSA NOSTRA
Il gup Vincenzina Massa non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Palermo nei confronti del direttore del Sisde, Mario Mori, e del tenente colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio, indagati entrambi per favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra. Il giudice ha fissato al 7 ottobre l' udienza per decidere sull' eventuale rinvio a giudizio.
L'inchiesta riguarda la mancata perquisizione della villa in cui viveva Toto' Riina con la sua famiglia fino al giorno del suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993.
Il giudice, in base all'articolo 409 del codice di procedura penale, non ha accolto la richiesta dei pm di archiviare la posizione dei due indagati.
Il provvedimento e' stato notificato alle parti e alla procura generale, ed e' stato firmato lo scorso luglio, ma la notizia si e' appresa solo adesso.
A seguito dell' udienza del prossimo 7 ottobre, se il giudice riterra' necessarie ulteriori indagini, le indichera' con ordinanza al pubblico ministero, fissando un termine. Se invece giudichera' non necessari altri approfondimenti il gup disporra' con ordinanza che, nei successivi dieci giorni, il pm formuli l'imputazione con la richiesta di rinvio a giudizio.
Negli ultimi due anni la procura, ritenendo che non vi fossero elementi soggettivi, ha chiesto per due volte al gup l'archiviazione di questa inchiesta, e in entrambi i casi il giudice l' ha rigettata, chiedendo ulteriori approfondimenti.
La ricerca dei motivi per i quali i carabinieri del Ros non eseguirono la perquisizione nella villa di via Bernini, in cui visse Toto' Riina fino al giorno del suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993, e' al centro dell'inchiesta che vede indagati di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra il prefetto Mario Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio, conosciuto come "Ultimo".
I magistrati avevano sostenuto che "contrariamente a quanto sostenuto da De Caprio e Mori, la perquisizione in via Bernini andava senz'altro eseguita senza indugio alcuno, subito dopo l'arresto di Riina". "L'averne di fatto ostacolato l'esecuzione - scrivono i pm nella richiesta di archiviazione - determinandone il rinvio, costitui' obiettivamente un' agevolazione degli uomini di Cosa nostra, che consenti' loro di tornare sui luoghi ove il capo indiscusso di Cosa nostra aveva trascorso l'ultimo periodo della sua latitanza, per porre in essere le piu' svariate attivita' di inquinamento probatorio". Ma i pm non hanno riscontrato dolo nel comportamento dei due uomini dell' Arma, ritenendo che non vi fossero "elementi soggettivi". Da qui la richiesta di archiviazione avanzata due volte.
Il 15 gennaio 1993 i carabinieri dissuasero i magistrati dal procedere alla perquisizione dell'abitazione di Riina, che era stata localizzata e tenuta sotto osservazione da alcuni giorni prima della cattura del boss. Gli ufficiali, in particolare De Caprio, con "l'avallo del generale Mori" (si legge nelle carte dei pm), avrebbero spiegato che in quel momento non era opportuno entrare nel covo, perche' volevano individuare gli eventuali altri uomini d'onore che vi si potevano recare per prelevare la famiglia del boss. Ma l'attivita' di controllo alla villa cesso' nella stessa giornata in cui venne arrestato Riina.
"Fu soprattutto la sospensione di ogni attivita' di osservazione - affermano i pm - a determinare un'obiettiva agevolazione di Cosa nostra, consentendo a quest'ultima di trarre il massimo vantaggio possibile dalla mancata perquisizione del covo, visto che solo la prosecuzione dell'attivita' di osservazione, in coerenza con la scelta di arrestare Riina lontano da via Bernini, avrebbe potuto attenuare l'altissimo rischio affrontato col rinvio della perquisizione, di compromettere l'acquisizione di documenti di sicuro rilievo eventualmente rinvenibili nella villa".
Gli investigatori sono entrati per la prima volta nell'abitazione del boss dopo alcuni mesi dall'arresto di Riina, quando tutto l'arredamento era stato portato via dagli uomini di Cosa nostra (come fu in seguito accertato anche per la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia), compreso un armadio corazzato a muro, che si trovava nella stanza da letto del capomafia.
I magistrati sostengono che Mori e De Caprio non avrebbe detto la verita' sui retroscena dell'arresto. "Quali fossero i motivi di tale condotta - si legge nella richiesta di archiviazione - il tenente colonnello De Caprio e il generale Mori, nell'immediatezza dell'arresto di Riina, fornirono ai magistrati della procura indicazioni non veritiere, o comunque fuorvianti, facendo credere a tutti che l'attivita' di osservazione sarebbe proseguita. E, parimenti, le dichiarazioni rese dai medesimi ufficiali ai pm nell'ambito del presente procedimento appaiono non veritiere o, quantomeno, reticenti".MAFIA: ULTIMO, VEDO CONVERGENZA CON INTERESSI RIINA
Il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, meglio conosciuto come 'capitano Ultimo', replica con poche parole al nuovo mancato accoglimento, da parte del gip di Palermo, della richiesta di archiviazione avanzata nei suoi confronti e del generale Mario Mori, entrambi indagati per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra.
"Sempre nel rispetto delle scelte della magistratura, a me appare evidente - dice Ultimo, secondo quanto fa sapere il suo avvocato Francesco Romito - una convergenza oggettiva tra questa impostazione giudiziaria e i plausibili interessi di Salvatore Riina e della sua organizzazione".MAFIA: COLA (AN), INCREDIBILE VICENDA DI MORI E 'ULTIMO'
"Sembra incredibile ma il gup di Palermo vuole processare l'ex comandante del Ros, Mario Mori, ed il tenente colonnello Sergio De Caprio, conosciuto come 'Ultimo', che catturarono il capo di Cosa nostra Salvatore Riina". Lo afferma l'on. Sergio Cola, capo gruppo di An in Commissione Giustizia, a proposito al nuovo mancato accoglimento, da parte del gip di Palermo, della richiesta di archiviazione avanzata nei confronti dei due ufficiali, entrambi indagati per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra.
"Pur essendo rituale la decisione del giudice palermitano - prosegue Cola, in un comunicato - appare strano che cio' avvenga nel momento in cui il pubblico ministero ha richiesto espressamente l'archiviazione dopo aver valutato a lungo i fatti e che cio' avvenga nei confronti di chi, con la propria azione, ha assicurato alla giustizia, catturandolo, il capo indiscusso della mafia".
"E' un'altra delle vicende italiane che rendono il nostro sistema giustizia incomprensibile nel nostro Paese e all'estero, ma nessuno - aggiunge il parlamentare di An - pensa di porvi rimedio. Undici anni dopo, una delle piu' brillanti e coraggiose azioni contro la mafia finira' davanti ad un Tribunale per processare chi quell'azione la volle e la studio' per anni".
"Il sistema giudiziario italiano þ conclude l'on. Cola - sembra impazzito e potremmo perfino vedere il boss Toto' Riina chiamato dai pm di Palermo quale testimone per accusare due fedelissimi servitori dello Stato. Il generale Mario Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio hanno tutta la nostra solidarieta' e credo anche quella degli italiani".15 settembre 2004 - TALPE DDA; UDIENZA PRELIMINARE IL 12 OTTOBRE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; UDIENZA PRELIMINARE IL 12 OTTOBRE
Il Gup Bruno Fasciana ha fissato per il 12 ottobre l' udienza preliminare che vede fra gli imputati il presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro. Il governatore e' accusato di favoreggiamento nei confronti di cosa nostra.
L' inchiesta riguarda imprenditori e investigatori coinvolti nell' indagine sulle talpe nella Dda di Palermo. Nei mesi scorsi la procura aveva chiuso l' inchiesta chiedendo il rinvio a giudizio di Cuffaro.15 settembre 2004 - TV: TORNA 'BLU NOTTE', LUCARELLI RACCONTA LA 'NDRANGHETA
ANSA:
TV: TORNA 'BLU NOTTE',LUCARELLI RACCONTA LA 'NDRANGHETA
Migliaia di morti, oltre 130 sequestri tra gli anni '70 e '90, piu' di 600 miliardi di lire al mese il 'fatturato' attuale per il traffico di droga, solo una trentina di pentiti: le cifre sintetizzano la potenza della 'ndrangheta, l'organizzazione criminale italiana forse oggi piu' forte al mondo, protagonista della prima puntata del nuovo ciclo di 'Blu Notte - Misteri italiani', il programma di Carlo Lucarelli che dal 17 ottobre approda definitivamente al prime time di Raitre.
Con la consueta tecnica di racconto fatta di ritmo incalzante, suspence e colpi di scena, nell'inchiesta - presentata ieri in anteprima al Prix Italia di Catania - Lucarelli ricostruisce la storia della 'ndrangheta calabrese, misteriosa fin dal nome: forse una derivazione dal greco 'andranghetos', uomo coraggioso, o dal verso della tarantella 'ndranghete ndra". Oscura e silenziosa, arcaica e violenta, la 'ndrangheta nasce a meta' dell'800 per colmare - come fanno anche la camorra e Cosa Nostra - il 'buco' lasciato aperto dallo Stato e si da' fin dall'inizio un'organizzazione basata sui legami di sangue tra gli adepti delle 'ndrine e articolata gerarchicamente: il capo locale (cioe' della 'ndrina che vive nello stesso luogo), il contabile, cioe' il 'ministro dell'economia, il crimine, quello della guerra e della difesa, per arrivare ai 'contrasti onorati', cioe' agli aspiranti 'ndranghetisti, iniziati attraverso un rituale da setta esoterica.
Parallelamente, l'inchiesta di 'Blu Notte' segue lo sviluppo delle principali 'ndrine, dalle prime faide tribali tra famiglie per il controllo degli affari locali alle due 'guerre di mafia', fino alla svolta, con la partecipazione alle logge massoniche, i rapporti con la politica, in particolare con la destra eversiva, con la presunta partecipazione al colpo di stato tentato dal principe Junio Valerio Borghese. Poi la strategia dei sequestri - Celadon, Casella, Silocchi, fino al piu' orrendo, quello del piccolo Marco Fiora, sette anni, per 17 mesi legato per un polso a una brandina - per ricavare miliardi da investire nei grandi appalti, in Italia - dall'autostrada Salerno-Reggio Calabria al polo siderurgico di Gioia Tauro - ma anche all'estero, dagli Stati Uniti all'Australia. Il racconto e' punteggiato dalle testimonianze di collaboratori di giustizia, storici, magistrati, amministratori locali.
Oltre alla 'ndrangheta, la nuova serie di 'Blu Notte' affrontera' anche la storia della mafia, la criminalita' a Milano dagli anni '50 ad oggi, la banda della Magliana e la camorra. "Abbiamo applicato il metodo gia' utilizzato in passato per raccontare e ricostruire piccoli fatti - ha spiegato ieri Lucarelli a Catania - alla storia delle grandi organizzazioni criminali: e' un po' come passare, per uno scrittore, da un racconto a un romanzo. Sono storie che raccontano non solo devianze accessorie, ma la meta' oscura del nostro Paese. Sono storie che fanno veramente paura, soprattutto se riguardano, come nel caso della 'ndrangheta, organizzazioni di cui quasi ci si dimentica, o ci si interessa poco, e che pure incidono sulla nostra vita. E c'e' gente che, per continuare a combattere queste forme di criminalita', la vita finisce per rimettercela". "Questa serie di 'Blu notte', che approda cosi' definitivamente alla prima serata - ha aggiunto il direttore di Raitre Paolo Ruffini - e' anche il racconto di un grande impegno civile, perche' l'Italia e la Calabria sono un'altra cosa rispetto alla 'ndrangheta. E raccontare chi e' impegnato in prima linea per combattere la criminalita' forse aiuta a vincere questa battaglia".17 settembre 2004 - ANNIVERSARIO UCCISIONE GIUDICE GIACOMELLI
"La Sicilia"
L'anniversario della morte del giudice ucciso dalla mafia. Lo ricorda l'ex presidente Longo
In silenzio i sedici anni dal delitto Giacomelli
In quel fine estate del 1988 sembra che la mafia non avesse pace e che i suoi killer non potevano restare inoperosi. "Serve un giudice d'ammazzare" avrebbe detto un giorno di quell'estate l'allora capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, parlando con i suoi compari mazaresi, quando da latitante se ne stava tranquillo in una villa davanti al mare di Tonnarella. Un giudice da ammazzare, punto e basta. A Trapani di quei tempi c'era un giudice che aveva dismesso da poco tempo la toga, faceva il pensionato e badava ai suoi affari di famiglia. Di poche parole, aveva parlato solo con le sentenze, ed era uscito di scena in punta di piedi. E quando Riina esternò la sua "esigenza" ecco che subito qualcuno se ne ricordò: anni prima aveva pure firmato la confisca a Gaetano Riina, il fratello del capo mafia.
Quel giudice si chiamava Alberto Giacomelli. I sicari lo attesero il 14 settembre del 1988 sulla strada di Locogrande, aspettarono che uscisse con l'auto dalla sua azienda agricola per farlo fermare, farlo scendere e ucciderlo a brucia pelo. Inorriditi seguiamo oggi quello che succede in Iraq, la mafia quei metodi sanguinari li applica da sempre.
Giacomelli viveva quasi da sconosciuto in città e la mafia però lo conosceva bene ed a Riina - condannato all'ergastolo per questo delitto - non sembrò vero di potere saldare il conto per quella confisca. Giacomelli oggi è uno di quei morti ammazzati dimenticati da una società che per la verità difficilmente "omaggia" di attenzione i vivi che combattono Cosa Nostra. Da poco tempo il Comune gli ha intestato una strada, dalle parti di Xitta.
I 16 anni da quel delitto sono passati sotto silenzio. Anche a Palazzo di Giustizia non si è pensato a far nulla. "Uomo mite e semplice - ricorda Alfredo Longo fino al 1992 presidente del Tribunale di Trapani - La sua uccisione fu tanto vigliacca quanto brutale. Oggi il rammarico più grande è l'oblio in cui è caduto l'omicidio quasi ci fossero vittime eccellenti ed altre meno. La mafia ha colpito Giacomelli per la serietà e lo scrupolo con cui servì lo Stato in questo territorio dove esiste lo zoccolo duro della criminalità organizzata e le istituzioni e la società civile devono guardare al suo esempio per sperare in un domani migliore".
Spesso si dice che è "infelice il popolo che ha bisogno di eroi", ma è più infelice il popolo che ne disperde il ricordo e l'insegnamento.
Rino Giacalone17 settembre 2004 - AVVOCATO BADALAMENTI VINCE CAUSA CONTRO FAMIGLIA IMPASTATO
"La Repubblica"
IL CASO
Il fratello del giornalista assassinato condannato a pagare il legale del boss, che lo aveva querelato
Pignoramento agli Impastato vince l´avvocato di Badalamenti
SALVO PALAZZOLO
Quando l´avvocato Paolo Gullo, legale di don Tano Badalamenti, sentì al "Costanzo show" Giovanni Impastato che bollava la tesi di "Peppino-terrorista-suicida sui binari" come "quella di un imbecille", non ci pensò due volte a querelare. E nel marzo scorso il giudice Gaetano Scaduti ha dato ragione al pool di legali a cui si era rivolto Gullo, i colleghi Giacomo La Scala e Michela La Manna: "Chi sostiene una tesi in un processo può essere criticato ma non offeso", dice la sentenza. Giovanni Impastato ha continuato a rivendicare le proprie ragioni: "Nessuno può disonorare la memoria di Peppino dicendo che era un terrorista, lui fu ucciso dalla mafia". Ma intanto la sentenza è diventa definitiva e l´avvocato Gullo è andato sino in fondo alla vicenda, annunciando che avrebbe devoluto in beneficenza la somma della condanna, 2.500 euro.
A luglio è arrivato il pignoramento alla pizzeria degli Impastato, quella in cui lavorò anche Peppino e in cui sono state girate alcune scene del film "I cento passi": i legali di Paolo Gullo chiedevano di acquisire gli affitti mensili pagati dal nuovo gestore del locale. Alla fine, nei giorni scorsi, Giovanni Impastato ha deciso di pagare. Ha sborsato in totale 5.000 euro (metà per la condanna, il resto per le spese legali). "La somma - dice l´avvocato Gullo - sarà devoluta all´Istituto di ricerche Mario Negri, alla Lega del Filo d´Oro che si occupa dei sordo ciechi e all´associazione dei mutilati sul lavoro".
Protesta Giovanni Impastato: "Se ho pagato è perché rispetto le sentenze della magistratura, ma ritengo che quella decisione sia ingiusta. Io intendevo solo difendere la memoria di mio fratello: non permetterò mai a nessuno di dargli del fannullone, in un´aula di giustizia o fuori. A chi riceverà quei soldi in beneficenza vorrei dire di non accettarli, vengono dal legale di Badalamenti".
L´avvocato Gullo torna a ribadire la sua idea su Peppino Impastato: "Per me non fu omicidio. E d´altro canto, non c´è stata alcuna sentenza definitiva sull´argomento, dato che Badalamenti è morto dopo la sentenza di primo grado. Loro sostengono che fu omicidio di mafia. Io no". Tutte le parti di questo caso sono state convocate in tribunale il 27 settembre, per discutere del pignoramento. Ma il caso, almeno quello giudiziario, è stato ormai chiuso con il pagamento della condanna.17 settembre 2004 - LATITANZA PROVENZANO E IPOTESI TALPE
"Panorama" on line
Talpa infiltrata, latitanza assicurata
di Riccardo Arena
Bernardo Provenzano.
Cinque anni fa il maggiore Ultimo lanciò l'allarme: qualcuno, in procura, aiutava il boss. E portò prove schiaccianti che ora...
Ad accorgersi che qualcosa non andava era stato, cinque anni fa, prima di passare ai servizi logistici e amministrativi dell'Arma, Ultimo, famoso ufficiale dei carabinieri del Ros, l'uomo che aveva catturato Totò Riina e che tentava di bissare il successo acciuffando anche Bernardo Provenzano. In due note riservate, rimaste sempre segrete, che Panorama oggi è in grado di rivelare, l'ufficiale informò il pubblico ministero Teresa Principato di due "anomalie", probabili fughe di notizie dello stesso tipo di quelle che la procura di Palermo ha scoperto nel corso del 2003 e negli ultimi mesi di quest'anno. Prima anomalia: un sistema di localizzazione satellitare, piazzato nella Fiat Punto di una persona ritenuta autista dello "zio Bino" (soprannome del boss), Giuseppe Vaglica, un agricoltore di Belmonte Mezzagno poi arrestato nel 2002, smise di funzionare nemmeno 20 giorni dopo l'installazione. La seconda: una telecamera e una microspia, piazzate nell'autoscuola Primavera di via Gaetano Daita, a Palermo, un ufficio in cui, come poi hanno confermato i pentiti, Provenzano incontrava amici e compari, furono trovate e disattivate in meno di una settimana.
"Le riprese cinematografiche" scrisse Ultimo nella nota 119/56-2 del 31 dicembre 1998 "documentavano che alle 18.31 del 16 dicembre 1998, Valentino Giuseppe, genero di Amato Carmelo (gestore dell'autoscuola, arrestato nel 2002, ndr), accedeva all'interno del locale e direttamente staccava l'apparato telefonico dalla presa, lo apriva, esaminandolo attentamente, individuando l'ambientale...". Un'informazione precisa, sicura, dettagliata, dunque. La lettera del maggiore è finita agli atti dell'indagine Talpe in procura, una vera operazione di controspionaggio condotta dai carabinieri del Nucleo operativo di Palermo, guidati dal tenente colonnello Giammarco Sottili. Un'inchiesta (alla quale hanno collaborato gli stessi vertici del Ros siciliano) che ha consentito di scoprire il doppio gioco portato avanti da alcuni investigatori di punta, fra i quali c'è un esperto di apparati elettronici come il maresciallo Giorgio Riolo.
Arrestato il 5 novembre dell'anno scorso, assieme al maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro e all'imprenditore Michele Aiello, Riolo ha confessato di aver rivelato proprio ad Aiello ("Per smania di protagonismo" ha detto agli allibiti e per nulla convinti magistrati) i particolari di una serie di indagini da lui condotte. Aiello è ritenuto dai pubblici ministeri Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo un prestanome dell'inafferrabile Provenzano: secondo i magistrati, dunque, le informazioni che egli riceveva finivano immancabilmente al latitante. In questa indagine, che ha minato l'apparato investigativo palermitano, c'è spazio anche per un terremoto politico-giudiziario che investe il presidente della Regione Siciliana, Totò Cuffaro. Nei suoi confronti la procura diretta da Piero Grasso ha chiesto il rinvio a giudizio, con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento, aggravati dall'agevolazione di mafiosi e di Cosa nostra nel suo complesso. Anche a lui Riolo avrebbe reso alcuni favori, per esempio facendogli sapere che a casa del boss Giuseppe Guttadauro funzionava una microspia che aveva captato discorsi un tantino compromettenti per il governatore.
La soffiata arrivò al padrone di casa e la pulce venne scoperta e disattivata nel giro di pochi giorni, il 12 giugno del 2001 Riolo (che ha confessato di aver passato l'informazione a un proprio collega, il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, sceso in politica nel Cdu e poi nell'Udc, al fianco di Cuffaro) ha pure ammesso, nel corso del suo ultimo interrogatorio del 20 agosto scorso, che dopo quella scoperta un agriturismo di Piana degli Albanesi, appartenente a un suo omonimo e al quale egli stesso teneva moltissimo, beneficiò dello sblocco di un finanziamento da parte della regione. "Penso" dice il carabiniere "che fosse un segno di gratitudine del presidente". I magistrati hanno anche ascoltato i superiori di Riolo, sempre per cercare di capire l'origine di fughe di notizie che, nel tempo, hanno avuto risvolti clamorosi: come quando fu lo stesso Provenzano a informare il proprio luogotenente, Nino Giuffrè, detto Manuzza, di stare attento alle telecamere e alle microspie, poi trovate e disattivate. Al comandante del Ros di Palermo, il 21 maggio scorso, i pm elencano tutte le confidenze fatte da Riolo ad Aiello: per esempio, il carabiniere aveva detto all'imprenditore che, per prendere Provenzano, era stata piazzata una microspia nella macchina di Salvatore Eucaliptus, figlio del boss di Bagheria, Nicolò.
"La microspia" dice il maggiore "ha dato un esito interessante sul piano investigativo e ha smesso di funzionare nel febbraio 2003, dopo essere stata collocata nel novembre 2002. Riolo, assente per malattia, era rientrato in servizio nel gennaio 2003". A casa di Eucaliptus padre, in soggiorno obbligato in provincia di Messina, la microspia del Ros durò un paio di mesi, dal 29 giugno del 2002 al 23 agosto dello stesso anno: anche di questa attività Aiello era stato informato nei dettagli. Un altro posto da tenere d'occhio era il deposito appartenente a un genero di Eucaliptus, Liborio Pipia. Riolo ne aveva parlato ad Aiello e il responsabile del Ros ricorda come finì: "La telecamera era stata collocata all'interno di un secchio, dentro case diroccate. L'attività, che appariva particolarmente promettente, non partì mai perché a un certo punto il secchio venne sottratto da ignoti".RACCOMANDAZIONI DI COSA NOSTRA
I molti amici (e i molti favori) dell'imprenditore Michele Aiello
"Dottore, io come potevo credere che Aiello fosse mafioso? Io sapevo che lui era in contatto con magistrati, che gli avevano commissionato lavori a casa... Sentivo che dovevano andare a definire una casa a Calatafimi, che lui era in contatto con la segreteria dell'onorevole Lumia...". Giorgio Riolo ammette di aver raccontato all'imprenditore Michele Aiello fatti che avrebbe dovuto tacere, ma sostiene di averlo fatto in buona fede: dalle indagini, infatti, è emersa una sostanziale "trasversalità" dell'imprenditore, vicino all'Udc ma anche a magistrati e politici di sinistra, come i diessini Lillo Speziale e Domenico Giannopolo e l'esponente della Margherita Andrea Zangara. Il primo fece una raccomandazione telefonica per un esame clinico cui doveva sottoporsi un altro diessino, l'ex presidente della regione Angelo Capodicasa, gli altri due, nel settembre del 2003, fecero interrogazioni per segnalare il blocco dei pagamenti alle cliniche di Aiello.
Ma non solo. A Calatafimi, le imprese di Aiello hanno ristrutturato un casolare del padre del pm Antonio Ingroia: il tramite di questo contatto era stato il maresciallo Ciuro, che con Ingroia, pm del processo Dell'Utri, ha lavorato per anni. Il magistrato dice di aver girato regolarmente all'impresa i finanziamenti della legge per la ricostruzione del Belice terremotato: dopo l'arresto di Aiello, però, i beni dell'imprenditore sono stati sequestrati e Ingroia ha chiesto all'amministratore giudiziario, Andrea Dara, l'ammontare finale del suo debito. Dara ha presentato un conto vicino ai centomila euro. Il pm ha risposto chiedendo chiarimenti perché il preventivo richiesto si aggirava sui ventimila euro. La segreteria di Beppe Lumia, ex presidente dell'Antimafia, ds, stando alle intercettazioni, aveva chiamato le cliniche di Aiello, per informarsi sulla presentazione di un'interrogazione parlamentare favorevole all'imprenditore. Cosa che poi, comunque, il parlamentare ds non fece.18 settembre 2004 - CAPUTO, PERCHE' NON SI CONFISCA VILLA DI MAGGIO?
ANSA:
MAFIA: CAPUTO, PERCHE' NON SI CONFISCA VILLA DI MAGGIO?
E' DEL PENTITO CHE PARLO' DEL BACIO RIINA-ANDREOTTI
"Cosa impedisce dopo un sequestro di diversi anni, alle autorita' giudiziaria e all'agenzia del Demanio di procedere alla confisca definitiva della lussuosa villa di proprieta' del collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio". Lo dice Salvino Caputo, ex sindaco di Monreale e presidente dell'associazione antiracket "Emanuele Basiole" che ha girato la domanda con una lettera al sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano e al presidente della commissione parlamentare Antimafia Roberto Centaro.
"La faraonica villa - aggiunge Caputo - di Balduccio Di Maggio, il pentito che parlo' del presunto bacio di saluto tra Toto' Riina e il sen. Giulio Andreotti, sorge in contrada Ginestra-Piano Bellaura, agro di Monreale ed e' composta da 2 strutture di oltre 200 metri per piano, oltre a una vasca di notevoli dimensioni e un vasto appezzamento di terreno, la cui titolarita' e' oggetto di accertamenti patrimoniali".
"La struttura - prosegue - finemente definita, negli anni passati ha anche ottenuto la concessione in sanatoria, e' stata sottoposta a sequestro in quanto, a seguito di accertamenti patrimoniali e di misure di prevenzione e' risultata il provento delle numerose attivita' illecite del Di Maggio, da sempre considerato uno dei piu' pericolosi appartenenti a Cosa Nostra, da sempre legato al capo dei corleonesi Toto' Riina".
"Nonostante la certezza dell'illecito - conclude - sino ad oggi non si e' riusciti ad ottenere la confisca definitiva che avrebbe consentito l'utilizzo del prezioso immobile per finalita' alberghiere ed agrituristiche, stante la straordinaria bellezza del sito e l'ampiezza della struttura. I giovani della Cooperativa Placido Rizzotto, da tempo hanno chiesto invano l'assegnazione della struttura".20 settembre 2004 - DELL'UTRI: RIPRENDE PROCESSO A PALERMO
ANSA:
DELL'UTRI: RIPRENDE PROCESSO A SENATORE A PALERMO
E' ripreso stamane il processo al senatore di Forza Italia, Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il dibattimento si e' riaperto dopo la pausa estiva e si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale, presieduti da Leonardo Guarnotta.
L' udienza prevede il proseguimento dell' arringa difensiva. L' imputato e' presente in aula e la sentenza sarebbe prevista per la fine di novembre.21 settembre 2004 - ANNIVERSARIO LIVATINO: CERIMONIE
ANSA:
ANNIVERSARIO LIVATINO:CERIMONIE PER RICORDARE GIUDICE UCCISO
Una messa e fiori nel luogo dell' agguato, questa mattina nel quattordicesimo anniversario della morte del giudice Rosario Livatino, assassinato da Cosa Nostra. La messa e' stata celebrata nella chiesa di San Domenico, a Canicatti', dove il magistrato era nato.
La cerimonia e' stata officiata da Don Pietro Li Calzi, il quale ha definito Livatino "un esempio per le nuove generazioni". In chiesa erano presenti, tra gli altri, l' anziano padre del magistrato, l' avvocato Vincenzo Livatino, il presidente della commissione parlamentare antimafia Roberto Centaro ed il capogruppo Ds della commissione parlamentare Antimafia, Giuseppe Lumia. Molti i magistrati tra i quali il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Anna Maria Palma, il presidente del tribunale di Agrigento, Aldo Lo Presti Seminerio, il Procuratore della Repubblica, Ignazio De Francisci, il segretario della sezione agrigentina dell' Anm, Giovanni Mimmo, e tanti giudici che conobbero e lavorarono al fianco di Livatino ad Agrigento come Salvatore Cardinale, Maria Agnello e Luigi D' Angelo. Subito dopo la celebrazione della messa, e' stata deposta una corona di fiori in contrada Gasena, lungo la statale 640, tra Canicatti' ed Agrigento, dove Livatino fu assassinato da un commando mafioso il 21 settembre del 1990. Presenti l' assessore regionale alla presidenza Michele Cimino ed il presidente della Provincia di Agrigento, Vincenzo Fontana. Alla cerimonia ha pure preso parte una delegazione di magistrati che sta partecipando ad Agrigento al convegno che ogni anno viene organizzato dall' Anm e dalla Provincia di Agrigento per ricordare il "martirio" di Livatino, come l' ha definito in un messaggio il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.21 settembre 2004 - EX ASSESSORE MICELI IN AULA PER PROCESSO A PALERMO
ANSA:
MAFIA: EX ASSESSORE MICELI IN AULA PER PROCESSO A PALERMO
L' ex assessore comunale dell' Udc, Domenico Miceli, si e' presentato questa mattina, per la prima volta, in aula nel processo che lo vede imputato di concorso in associazione mafiosa. Il politico e' detenuto dal giugno dello scorso anno e da allora non aveva preso parte alle udienze pubbliche.
Miceli indossa un abito di colore blu, senza cravatta e siede tra i suoi difensori. Il processo e' ripreso oggi dopo la pausa estiva.
I Pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci stanno ascoltando in aula uno degli investigatori che si e' occupato dell' inchiesta che ha preso il via dalle intercettazioni ambientali effettuate nell' abitazione del capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro.MAFIA: PROCESSO MICELI; IL RUOLO DEL MARESCIALLO RIOLO
Rappresentava il cuore delle indagini antimafia dei carabinieri del Ros, l'uomo che conosceva ogni mossa investigativa e ogni intercettazione. Il maresciallo Giorgio Riolo, arrestato nel novembre 2003 per concorso in associazione mafiosa, nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda, era il tecnico che conosceva tutte le mosse della sezione anticrimine, impegnata nelle ricerca di latitanti, in particolare del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano, ma anche nelle inchieste su mafia e politica.
Il ruolo di Giorgio Riolo, considerato dall'accusa una talpa dei boss, e' stato tracciato stamani in aula dal capitano dei carabinieri, Alfredo Giovinazzo, ascoltato come teste dai giudici del processo che vede imputato l'ex assessore comunale dell'Udc, Mimmo Miceli, arrestato a giugno dello scorso anno per concorso in associazione mafiosa e ancora detenuto. Tutte le microspie, le telecamere e ogni apparato tecnologico utilizzato per seguire, controllare e osservare gli spostamenti degli indagati, li ha sempre piazzati Riolo.
Miceli e' coinvolto nell'inchiesta che ha preso il via dalle intercettazioni ambientali effettuate nel salotto di casa del capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, che ha coinvolto alcuni politici, fra cui il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, imprenditori e mafiosi.
I microfoni piazzati in questa abitazione da Riolo hanno portato a svelare tanti retroscena criminali, fino a quando, il 15 giugno 2001, al capomafia Guttadauro, e' stata "soffiata" la notizia che nella sua abitazione c'erano le microspie. La cimice venne scoperta e l'inchiesta si areno'.
Riolo, secondo quanto ha detto il capitano Giovinazzo, era a conoscenza di tutte le ipotesi investigative e delle iniziative che il Ros avviava. Gli inquirenti ipotizzano che Riolo, attraverso una serie di passaggi avrebbe svelato il segreto che a casa Guttadauro c'erano i microfoni e che i carabinieri avevano pensato di piazzarli anche nella segreteria politica di Miceli, all'epoca candidato alle elezioni regionali del 2001.23 settembre 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: PENTITO RIVELA COMBINE PER ACCUSARE SENATORE
ANSA:
DELL'UTRI: PENTITO RIVELA COMBINE PER ACCUSARE SENATORE
Il collaboratore di giustizia,
Mario Masecchia, ha rivelato questa sera in aula che il pentito Francesco Onorato sarebbe stato "invitato" ad accusare il senatore Marcello Dell'Utri di collusioni con la mafia. La deposizione si e' svolta davanti ai giudici della quinta sezione penale che processano per calunnia il parlamentare di Forza Italia.
Il processo riguarda Dell'Utri e l'ex collaboratore di giustizia, Cosimo Cirfeta accusati di avere organizzato una combine per falsare le dichiarazioni dei pentiti che accusano l'ex presidente di Publitalia di avere avuto contatti con boss mafiosi, per le quali si sta svolgendo un altro dibattimento davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale.
Mario Masecchia, rispondendo alle domande dell'avvocato Pino Di Peri, ha confermato di avere ricevuto un bigliettino nel 1997 dal pentito Vito Lo Forte, mentre era detenuto nel carcere di Rebibbia, e destinato all'ex sicario di Cosa nostra Francesco Onorato. Masacchia durante la deposizione ha affermato che Lo Forte gli avrebbe detto che nel biglietto c'era un messaggio criptato in cui si diceva di accusare Dell'Utri.
La dichiarazione, secondo quanto emerge dall'esame al quale e' stato sottoposto il pentito dal pm Antonio Ingroia, sarebbe stata fatta solo dopo che il collaboratore aveva nominato come difensore l'avvocato Federico, lo stesso che difende Dell'Utri, che il collaboratore ha poi revocato.
La vicenda, nei mesi scorsi, era stata in un primo momento smentita da Onorato, il quale ha poi confermato di avere ricevuto il bigliettino da Lo Forte, spiegando che si trattava di un messaggio di saluti. L'esame del collaboratore proseguira' il 7 ottobre prossimo.23 settembre 2004 - SIANI: BASSOLINO, LUI COME PEPPINO IMPASTATO E PIPPO FAVA
ANSA:
SIANI: BASSOLINO, LUI COME PEPPINO IMPASTATO E PIPPO FAVA
UCCISO PERCHE' DAVA FASTIDIO, E' PUNTO RIFERIMENTO PER I GIOVANI
"La verita' e' che Giancarlo Siani dava fastidio, e non perche' scrivesse invettive o proclami contro la camorra, ma perche' faceva il suo lavoro di cronista in modo certosino: andava, guardava, investigava, raccontava fatti, scriveva nomi e cognomi e per questo dava fastidio, come hanno dato fastidio Peppino Impastato o Pippo Fava".
Cosi' il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, ha commemorato la figura del giovane cronista del quotidiano 'Il Mattino' ucciso dalla camorra 19 anni fa, intervenendo alla cerimonia del premio Siani nella sala riunioni del giornale napoletano.
"Giancarlo Siani - ha sottolineato il governatore - e' stato, ed e', un punto di riferimento soprattutto per le nuove generazioni. E' giusto - ha aggiunto Bassolino - che il suo nome sia in un'aula di tribunale, per le strade di Napoli, in un premio, in una borsa di studio e in tante e tante iniziative".
Bassolino si e' intrattenuto a lungo a colloquio con il fratello di Giancarlo, Paolo Siani: "Ricordavo con Paolo Siani, che oggi ha scritto righe di straordinaria bellezza, quando, esattamente dieci anni fa e con la vicenda dell'assassinio che ancora si trascinava, venni proprio qui a dire che era stata la camorra. Lo dissi con convinzione, ci avevo ragionato molto e poi con piacere vidi le indagini indirizzarsi in questo senso".
Giancarlo Siani, sottolinea Bassolino, fu ucciso perche' era un giornalista scomodo. "Per questo - ha concluso il governatore della Campania - noi dobbiamo non solo ricordare, ma far vivere questo esempio in mezzo alle nuove generazioni, e per questo trovo molto bello che un premio ai giovani venga dato nel nome di Giancarlo perche' si tratta di portare avanti la battaglia per la legalita', contro la camorra, per la pace e per i diritti e per far rivivere tra le nuove generazioni i suoi ideali".24 settembre 2004 - DIETRO L´ESECUZIONE DI TERRANOVA E LENIN MANCUSO
"La Repubblica"
DIETRO L´ESECUZIONE DI TERRANOVA E LENIN MANCUSO
Dopo un´esperienza parlamentare come deputato indipendente eletto nelle file del partito comunista e di membro della commissione antimafia, impegnato a far emergere le relazioni tra i boss mafiosi ed il mondo politico, Cesare Terranova aveva presentato domanda per ricoprire il ruolo di capo dell´ufficio istruzione di Palermo quando venne spazzato via dalla furia omicida dei corleonesi, impegnati in un gigantesco regolamento di conti nei confronti dei loro nemici.
In quegli anni, gli uffici giudiziari di Palermo erano popolati di magistrati timorosi, prudenti, pigri ed ansiosi, che amministravano la giustizia pensando al futuro dei loro figli e dei parenti e che amavano la vita tranquilla. Alcuni di loro incontravano mafiosi latitanti e frequentavano le tenute dei boss. Le condanne all´ergastolo erano riservate ai relitti umani che trascinavano la loro vita ai margini della città. I collaboratori di giustizia ancora non esistevano. Le deposizioni dei testimoni erano caratterizzate da reticenze e paure. Molti delitti restavano immancabilmente a carico di ignoti. Ed un giudice come Cesare Terranova era una persona ingombrante con il destino segnato. Antesignano di un´antimafia allora quasi inesistente, aveva istruito, valorizzando al meglio le risultanze investigative, i processi alla cosca di Liggio (nei confronti di 64 imputati) accusata della guerra di sterminio contro i navarriani (svoltosi a Bari dal marzo del 1969) e quello celebrato a Catanzaro nei confronti di 114 imputati accusati di aver dato vita alla guerra di mafia di Palermo del 1963, ricostruendo l´ascesa dei La Barbera e la loro contrapposizione con i Greco e le altre famiglie, accusando Torretta di essere stato il mandante della strage di Ciaculli del 30 giugno del 1963, in cui morirono sette rappresentanti delle forze dell´ordine a seguito dell´esplosione di una "Giulietta" imbottita di tritolo.
Nelle sue sentenze istruttorie della seconda metà degli anni Sessanta aveva descritto la mafia come un fenomeno unitario diretto da un organismo direttivo, la commissione provinciale, proiettato a commettere più delitti, finalizzato ad instaurare un sistema di violenza contro ogni autorità costituita, particolarmente pericoloso e dannoso per le sue "sottili infiltrazioni nella vita pubblica ed economica, per le esplosioni di sanguinaria violenza, per l´oppressione soffocante esercitata in tanti ambienti ed in tanti strati sociali" (il riferimento è alle sentenze di rinvio a giudizio contro Angelo La Barbera ed altri, del 22 giugno 1964 e contro Pietro Torretta ed altri del 8 maggio 1965).
I suoi furono coraggiosi tentativi di far processare cosa nostra, contestando il delitto di associazione a delinquere. I processi di Bari e Catanzaro si risolsero, però, con molte assoluzioni ed il conseguente ritorno in libertà di tanti imputati fatti arrestare da Terranova. Condanne in relazione a talune imputazioni furono irrogate dalla corte d´assise di Catanzaro (con sentenza del 22 dicembre 1968 per 53 dei 117 imputati) a pene che andavano dai 22 anni inflitti ad Angelo La Barbera a pochi mesi di carcere. A Bari venne fatta piazza pulita sia dell´accurata indagine, sia di tre ergastoli e dei 343 anni richiesti dalla pubblica accusa. L´idea di mafia prospettata da Terranova non fu accolta e dovette attendere gli anni Ottanta per essere rispolverata.
La feroce eliminazione di Terranova fu da molti affrettatamente considerata un delitto atipico. Dopo cinque lustri, si può affermare che il giudice fu ucciso nel quadro di una controffensiva militare dei corleonesi per ragioni preventive e di vendetta. Veniva eliminato un nemico irriducibile di cosa nostra che si apprestava a ritornare nell´avamposto di Palermo da dove avrebbe intrapreso iniziative gravemente pregiudizievoli per Cosa nostra e per coloro che vi si rapportavano. Rappresentava un pericolo per l´organizzazione e non solo perché istruendo quei processi aveva già capito tante cose, forse troppe. Su quell´assassinio la verità non è emersa. Un processo è stato celebrato dinanzi alla corte d´assise di Reggio Calabria, ma non conosciamo il nome ed il volto di chi ha sparato. Non è mai stato scandagliato il filo misterioso che unisce la tragica sorte di Cesare Terranova e di Lenin Mancuso a quella di Giorgio Ambrosoli e di Boris Giuliano e alla figura di Michele Sindona, in quel periodo presente in Sicilia, impegnato ad ordire le sue trame illecite.
La ricorrenza della sua morte rappresenta un´occasione importante per non cancellare il ricordo di quel sacrificio, soprattutto in questo periodo in cui qualcuno vorrebbe Cosa nostra per sempre inghiottita dalla storia, mentre l´organizzazione si ripropone come mafia mediatrice. Ricordare, per rinnovare un nuovo impegno alla ricerca della verità, per soddisfare il bisogno di giustizia che è in tutti noi, per mobilitare e scuotere le coscienze. Non dimenticare per rifuggire dalla rassegnazione, per non dovere ritornare a convivere con la paura. Quella paura che, dopo il delitto, aveva indotto i condomini dell´edificio posto all´angolo tra via Rutelli e via De Amicis a rifiutare di fissare sotto i loro balconi la targa in memoria dell´assassinio di Cesare Terranova e di Lenin Mancuso, quella paura che sempre più oggi sembra divorare i siciliani, che assistono come attoniti spettatori al riassetto organizzativo e strategico delle cosche e al loro riposizionamento politico nella sempre più diffusa indifferenza nazionale al crimine organizzato, considerato un retaggio del passato.
Luca Tescaroli27 settembre 2004 - CONTO DI SOLIDARIETA' PER FAMIGLIA IMPASTATO
"La Repubblica"
Palermo, per risarcire i danni al legale di Badalamenti
Un conto di solidarietà per la famiglia Impastato
PALERMO - Un conto corrente postale per offrire solidarietà alla famiglia di Peppino Impastato, l´eroe dei "Cento passi" ucciso 26 anni fa a Cinisi. La madre e il fratello di Peppino sono stati condannati a risarcire 5 mila euro tra danni e spese a Paolo Gullo, difensore di quello che secondo la magistratura è stato il mandante dell´omicidio, Tano Badalamenti, morto dopo il processo di primo grado. Chi desidera potrà versare una somma libera sul c.c. postale 10690907 del Centro di documentazione antimafia Peppino Impastato.28 settembre 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: AVV.TRANTINO, MANIPOLATA ULTIMA INTERVISTA BORSELLINO
"La Repubblica"
IL CASO
"Manipolata mafiosamente l´intervista a Borsellino"
PALERMO - L´intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino poco prima di essere ucciso, in cui parlò anche di Vittorio Mangano "fu mafiosamente manipolata da Rai News 24". Lo ha sostenuto ieri a Palermo l´avvocato Enrico Trantino, difensore di Marcello Dell´Utri, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Durante la sua arringa in aula, il legale ha accusato - con lo stesso argomento - anche Marco Travaglio, a proposito della sua apparizione alla trasmissione televisiva del comico Daniele Luttazzi: "Il giornalista manipolò mafiosamente il contenuto delle consulenze" sulle holding Fininvest."La Sicilia"
processo dell'utri, arringa sui fatti dal 1979 al 1982
"Usata logica da caccia alle streghe"
Palermo. "Mafia è gestione arrogante e prevaricatrice. Ed è in questo senso che c'è stata una mafiosa manipolazione da parte della tv di Stato, che attraverso Rainews 24 ha mandato in onda in maniera distorta la famosa intervista al compianto giudice Paolo Borsellino per consegnare agli spettatori una versione volutamente manipolata. Una verità ulteriormente manipolata poi da "gazzettieri", giornalisti assurti agli onori delle cronache che facendosi invitare alla trasmissione di un comico, con la scusa della satira, hanno cercato di spacciare notizie false solo per far credere che il patrimonio di Berlusconi era contaminato".
È un fiume in piena l'avvocato Enrico Trantino mentre, nella decima udienza del processo Dell'Utri dedicata alle arringhe, ricostruisce le vicende processuali legate all'intervista di un giornalista francese al giudice Borsellino, andata in onda postuma. In quel colloquio il magistrato ricordava le indagini svolte dalla Procura su Vittorio Mangano, sottolineando che, in linguaggio "criptato", col termine "cavalli" venivano indicati carichi di droga: "Lo stesso compianto dottor Borsellino - ha rimarcato il penalista - in quell'intervista diceva che in intercettazioni coeve Mangano parlava anche di cavalli veri". Una stoccata anche al giornalista Marco Travaglio, con il riferimento alla famosa intervista nell'ambito della trasmissione di Daniele Luttazzi. Quindi, la conclusione: "Questo è un processo in cui è stata adoperata la logica della caccia alle streghe. Tutte le dichiarazioni del senatore Dell'Utri sono state utilizzate contro di lui: se Dell'Utri ammette qualcosa è un indizio di colpevolezza, se tace anche".
Oggetto dell'arringa di ieri, il periodo tra il 1979 - quando Dell'Utri lasciò il gruppo Rapisarda - e il 1982, quando rientrò nel gruppo Berlusconi. "Non si trattò - ha rimarcato Trantino - di un rientro trionfale, perché Dell'Utri fu riassunto in Publitalia inizialmente come dirigente, e per le capacità dimostrate". Il penalista ha posto l'accento su quelle che a suo avviso sono le carenze logiche dell'accusa: per tutte l'anomalia di un Francesco Di Carlo fedelissimo del "corleonese" Bernardo Brusca e contemporaneamente depositario delle confidenze di Stefano Bontade. Confidenze però sconosciute a pentiti storici del calibro di Buscetta, Marino Mannoia e Siino.
mariateresa conti28 settembre 2004 - DELL' UTRI: DIFENSORI, DI CARLO E RAPISARDA NON PORTANO PROVE
ANSA:
DELL' UTRI: DIFENSORI, DI CARLO E RAPISARDA NON PORTANO PROVE
BOTTA E RISPOSTA LEGALE SENATORE E DIRETTORE RAI NEWS 24
I difensori del senatore Marcello Dell' Utri (FI) hanno proseguito oggi, durante la decima udienza dell' arringa, nell' attacco a due dei testi principali della procura: l' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda e il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo.
L' avv. Enrico Trantino, rivolgendosi ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, davanti ai quali si celebra il processo all' ex presidente di Publitalia accusato di concorso in associazione mafiosa, ha sottolineato che le dichiarazioni di Rapisarda e Di Carlo non hanno prodotto elementi a carico di Dell'Utri.
Secondo il penalista, i magistrati avrebbero utilizzato le dichiarazioni fatte da Di Carlo "come se si trattasse di un pregevole intervento di chirurgia plastica". "L' accusa - ha detto Trantino - ha potuto plasmare le dichiarazioni di Di Carlo in modo tale da essere utilizzate a loro uso e consumo".
Intanto Rai News 24, riferendosi all' udienza che si e' svolta ieri, "esprime rammarico e sorpresa per il linguaggio diffamatorio adoperato dall' avvocato Trantino, per il quale agira' in tutte le sedi opportune". Il riferimento e' al passaggio dell' arringa nel quale si afferma che: "Rai news 24 manipolo' mafiosamente" l' intervista fatta al giudice Paolo Borsellino prima che fosse ucciso. Trantino ha anche aggiunto che Rai News 24 ha "omesso volutamente una parte del discorso di Borsellino" e inoltre che fu "omessa un' intervista" allo stesso difensore.
"Non capisco perche' si indispongano tanto quelli di Rai News 24 - afferma il legale - solo per avere denunciato un fatto oggettivo su cui concorda lo stesso pm Ingroia: vi fu manipolazione nell'intervista rilasciata dal compianto dottor Borsellino del quale fu riportata solo la parte che in qualche modo poteva permettere malevole allusioni sul conto del dottor Dell'Utri".
"Ho fornito allora chiarimenti dell'intervista registrata - aggiunge il difensore di Dell' Utri - proprio allo scopo di evitare possibili distorsioni della notizia. Rai News monto' il servizio facendo apparire solo la parte che piu' conveniva delle dichiarazioni del dottor Borsellino e taglio' la mia spiegazione, impedendomi anche di intervenire telefonicamente durante la trasmissione".
Secondo il direttore del canale di informazione satellitare della Rai, Roberto Morrione, "Trantino dice il falso", e cita una serie di dichiarazioni, interviste, decreti di archiviazioni e perizie giudiziarie, in cui si evidenzia il fatto che l'intervista non venne manipolata.
"L' avvocato Trantino - conclude Morrione - inoltre mente quando sostiene che Rai news 24 avrebbe omesso di mandare in onda dichiarazioni da lui rilasciate. Infatti, il 21 dicembre 2000, contestualmente all'intervista a Paolo Borsellino, Rai News 24 trasmise anche una lunga intervista all'avvocato Trantino".
Il difensore dell' ex presidente di Publitalia aggiunge: "Se cio' che infastidisce e' l' avverbio mafiosamente, si tratta di una traduzione del concetto normativo che avevo precisato in premessa, dicendo che mafia e' anche gestione arrogante e prevaricatrice del potere per il conseguimento dei propri fini personali. E' chiaro che non voglio alludere ad attivita' criminali specifici della parola".
Il processo e' stato rinviato all' 11 ottobre e proseguira' con l' arringa.28 settembre 2004 - GIUFFRE', SINDACALISTA GERACI UCCISO PERCHE' VICINO A LUMIA ANSA:
MAFIA: GIUFFRE', SINDACALISTA UCCISO PERCHE' VICINO A LUMIA
Per due volte i boss mafiosi Bernardo Provenzano e Benedetto Spera chiesero al capomafia di Caccamo, Nino Giuffre', di uccidere il sindacalista Mico Geraci, assassinato l'8 ottobre 1998 nel paese del padrino che oggi e' collaboratore di giustizia. La condanna a morte sarebbe stata decisa perche' Geraci aveva girato le spalle alla vecchia Dc, avvicinandosi al centrosinistra, in particolare al deputato diessino Beppe Lumia.
Il pentito ha rivelato nell'ottobre 2002 particolari sul delitto, e i magistrati riaprirono le indagini iscrivendo nel registro degli indagati i nomi di Provenzano e Spera. La notizia trapelo' due anni fa, e venne pubblicata dai giornali. Adesso, a pochi mesi dalla chiusura dell'inchiesta, emergono nuovi particolari, pubblicati oggi dal Giornale di Sicilia: ad assassinare Geraci sarebbe stato un sicario a volto scoperto della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno, zona controllata dal boss Spera.
Giuffre' racconta agli inquirenti che due mafiosi della zona di Belmonte gli chiesero dove potevano far modificare la canna del fucile calibro 12, il tipo di arma che poi venne impiegata per assassinare Geraci.
L'agguato, secondo quanto racconta Giuffre', venne effettuato senza il suo consenso, e pure vicino all'abitazione in cui viveva la sua famiglia. Una sorta di "segnale" che Provenzano e Spera avrebbero voluto inviare al capomafia che si era opposto per due volte all'omicidio.
Il segretario regionale della Uil, Claudio Barone, commenta questi nuovi particolari affermando che: "E' importante andare sempre di piu' verso la verita' ". E aggiunge: "La Uil, ritiene pero' che la vedova e i figli ricevano formalmente dallo Stato il riconoscimento come vittime della mafia. Un atto umano per ricordare Geraci ed il valore del suo martirio".29 settembre 2004 - PARTECIPO' A SEQUESTRO PICCOLO DI MATTEO, SCARCERATO
ANSA:
MAFIA: PARTECIPO' A SEQUESTRO PICCOLO DI MATTEO, SCARCERATO
In otto anni e mezzo i giudici non sono riusciti ad arrivare a una sentenza definitiva nei confronti di Salvatore Vitale, condannato all' ergastolo perche' coinvolto nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, e ieri rimesso in liberta' per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Vitale avrebbe agevolato il sequestro di Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino, poi strangolato e sciolto nell' acido su ordine di Giovanni Brusca.
Il boss di Villagrazia di Palermo, come scrive il Giornale di Sicilia, e' stato condannato all' ergastolo in primo e secondo grado, ed ha ottenuto per due volte l' annullamento della sentenza in Cassazione e attende adesso il sesto processo: cosi', otto anni e mezzo di custodia cautelare non sono bastati per arrivare a una pronuncia definitiva nei suoi confronti.
Nella scorsa primavera era tornato in liberta', sempre per decorrenza dei termini, un altro degli imputati del processo, Salvatore Gallina, poi riarrestato per pericolo di fuga.
La sua scarcerazione aveva indotto il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, a ordinare un' ispezione a Palermo:
ma l' inchiesta amministrativa si era poi conclusa con un' archiviazione.
Durante questi otto anni e mezzo Vitale ha scontato anche una condanna a sei anni e quattro mesi per associazione mafiosa, subita a Caltanissetta in uno dei processi per la strage di via D' Amelio.
Salvatore Vitale, condannato per mafia con una sentenza passata in giudicato, e' accusato di aver avuto un ruolo nella fase iniziale del sequestro: assieme al fratello Nicola - poi morto suicida - era infatti proprietario del maneggio di Villagrazia di Palermo in cui il piccolo Di Matteo fu rapito.
Il presidente dell' associazione antiracket "Emanuele Basile" Salvino Caputo dice: "Mi chiedo come sia possibile continuare con un sistema giudiziario ipergarantista che non sia in grado di assicurare il carcere a chi e' stato condannato al massimo della pena per reati gravissimi. Tutto questo al di' la delle affermazioni sui tempi della giustizia dimostra come il nostro sistema procedurale garantisca soltanto chi ha riportato condanne e non chi vive rispettando rigorosamente la legge. Questo ennesimo episodio e' la prova che in Italia non esiste piu' il principio della certezza della pena".29 settembre 2004 - PROCESSO DELL'UTRI: REPLICA DIRETTORE RAI NEWS 24
"La Sicilia"
"Enrico Trantino dice il falso"
Processo Dell'Utri.
Il direttore di Rai News 24 respinge l'accusa di "manipolazione"
palermo. Passa al contrattacco Rai News 24, all'indomani dell'arringa del processo Dell'Utri in cui l'avvocato Enrico Trantino, parlando di un'intervista al giudice Paolo Borsellino, ha lanciato il j'accuse sulla "mafiosa manipolazione della Tv di Stato" della trasmissione. Il direttore della testata, Roberto Morricone, ha annunciato che agirà "in tutte le sedi opportune" contro il penalista che, sostiene Morricone "dice il falso". Il direttore di Rai News 24 ricorda che, testimonianze a parte - tra cui quella della figlia del giudice Borsellino, Fiammetta - è stato acclarato anche in varie sentenze che quell'intervista non fu manipolata, e che fu dato anche spazio ai difensori del senatore Dell'Utri, visto che venne intervistato anche l'avvocato Trantino. Di qui l'annuncio del ricorso alle vie legali. "Non capisco questa reazione - ha commentato il legale - di manipolazione parla anche il pm Ingroia nella sua requisitoria. E poi avevo spiegato in premessa quel "mafiosamente", inteso come gestione prevaricatrice del potere".
Polemica a parte, l'intervento dell'avvocato Trantino è proseguito anche ieri, toccando altri punti "caldi" del processo: il capitolo degli affari di Silvio Berlusconi in Sardegna, quello della nascita in Sicilia delle Tv che poi sarebbero confluite nel circuito Fininvest e la perizia sulle holding alla base dell'impero Fininvest, affidata al consulente Giuffrida. Il penalista ha sottolineato come errato fosse a suo parere il presupposto di fondo da cui la perizia è partita, alias le dichiarazioni di Filippo Alberto Rapisarda relative prima ad un incontro con Bontade, Teresi e Dell'Utri in via Chiaravalle - quello in cui, entrando nella stanza di Dell'Utri, avrebbe sorpreso gli altri tre intenti a contare circa dieci miliardi in contanti custoditi in sacchi di tela - e quindi ad un incontro a Parigi con gli stessi Dell'Utri, Bontade e Teresi, per investimenti per l'avvio delle tv.
L'avvocato Trantino ha rimarcato che, all'epoca degli incontri, il senatore Dell'Utri non lavorava per il gruppo Berlusconi. E ha evidenziato che le dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo circa il "pizzo" da versare per l'installazione delle antenne sono prive di fondamento, visto che Fininvest non installò nulla, ma utilizzò le antenne di Tv preesistenti. L'avvocato Trantino ha inoltre evidenziato che, sempre nel periodo in questione, Dell'Utri non era ancora rientrato nel gruppo Berlusconi. A fine udienza il penalista ha chiesto l'acquisizione di alcuni atti. Tra questi, quello che attesta la riassunzione di Dell'Utri nel marzo del 1982 - e non nel 1983 come sostenuto dal Pm - come dirigente di Publitalia.
mariateresa conti
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