Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2005: aprile

2 aprile 2005 - MAFIA: FERRARO HA DECISO DI COLLABORARE

"La Sicilia"

un altro duro colpo per cosa nostra.   Tremano non solo i mafiosi, ma anche colletti bianchi

Ferraro ha deciso di collaborare

Un altro duro colpo per Cosa Nostra. Salvatore Ferraro, 57 anni, ex "ambasciatore" di Giuseppe Piddu Madonia e gia a capo della cosca mafiosa nissena, avrebbe manifestato agli inquirenti la sua disponibilita alla collaborazione. Una decisione che Ferraro avrebbe preso dopo essere stato raggiunto da un ordine di custodia cautelare per omicidio e che rappresenterebbe l'effetto "domino" scaturito dal pentimento, datato dicembre 2003, di Ciro Vara, altro grosso ex esponente mafioso del Nisseno.

La decisione di Salvatore Ferraro di collaborare con la giustizia, potrebbe portare a un nuovo terremoto all'interno delle cosche mafiose della provincia, ma anche alla scoperta di insospettabili colletti bianchi che negli anni hanno avuto un ruolo di fiancheggiatori. Per non parlare di numerosi fascicoli su fatti di sangue che potrebbero essere riaperti, oppure arricchiti di altri importanti particolari e conferme.

Gli inquirenti non confermano n‚ smentiscono la notizia della collaborazione di Ferraro. Bocche cucite in Procura, anche se sarebbero gia diversi gli interrogatori dell'aspirante collaboratore di giustizia condotti da un pool di magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta.

Ferraro, originario di Canicattì, ma da anni residente a Caltanissetta, è attualmente detenuto: fu raggiunto da un ordine di custodia cautelare nell'ambito dell'operazione "Deserto", condotta il 9 luglio scorso dai carabinieri del Ros e dalla Dia. Ferraro venne arrestato con l'accusa di aver partecipato all'omicidio di Francesco Iannì, di Sommatino, ex capomandamento di Cosa Nostra, ucciso in via dei Giardini, alla periferia di Caltanissetta, la mattina del 24 settembre 1990, nell'ambito del "repulisti" deciso in Cosa Nostra da Madonia e altri suoi fedelissimi. Un omicidio, quello di Iannì, del quale hanno parlato i collaboratori di giustizia Ciro Vara, Calogero Rinaldi e Calogero Pulci. Salvatore Ferraro - hanno raccontato i pentiti - con il suo ruolo di rappresentante della famiglia nissena di Cosa Nostra, avrebbe dato l'assenso all'uccisione di Iannì.

Per anni agente di commercio, la scalata in Cosa Nostra di Salvatore Ferraro deriverebbe dalla sua amicizia con boss di primo piano della mafia di Canicattì e allo stretto legame -consolidato col passare degli anni - con Giuseppe Piddu Madonia, incontrastato capo della mafia nissena e legato ai corleonesi di Riina e Provenzano. Poi Ferraro si trasferì a Caltanissetta e Madonia gli avrebbe assegnato un ruolo di primo piano per la costituzione di una nuova "famiglia" proprio a Caltanissetta.

Prima delle dichiarazioni del pentito Leonardo Messina, nell'estate del 1992, che lo definì "ambasciatore del rappresentante provinciale Madonia", Salvatore Ferraro era un insospettabile incensurato, anche se qualche mese prima i carabinieri avevano raccolto elementi circa i suoi contatti con esponenti mafiosi delle province di Agrigento e Caltanissetta.

Leonardo Messina raccontò la scalata in Cosa Nostra di Ferraro, la sua amicizia con Madonia e la gestione della cosca nissena, a cominciare dal racket delle estorsioni. La notte del 17 novembre 1992, quando scattò l'operazione Leopardo, Salvatore Ferraro sfuggì alla cattura. Venne arrestato successivamente in Canada, dove venne localizzato dagli agenti della Squadra Mobile di Caltanissetta guidata allora dal dott. Carmelo Casabona. Poi l'estradizione in Italia, l'arrivo a Fiumicino e la notifica del provvedimento restrittivo per il blitz Leopardo, processo nel quale Ferraro è stato condannato con sentenza passata in giudicato. Qualche tempo fa la decisione di chiudere con Cosa Nostra e l'avvio della trafila, così come prevede la nuova normativa, per entrare nel programma di protezione previsto per i collaboratori di giustizia.

alessandro anzalone

 

3 aprile 2005 - "DELITTI IMPERFETTI" SALVO, IL GRANDE AMICO RACCONTA IMPASTATO

"Brescia oggi"

Nel primo di sei incontri sulla mafia

"Delitti imperfetti" Salvo, il grande amico racconta Impastato

E' cominciata alla grande la rassegna documentaria antimafia, intitolata "Cinque delitti imperfetti", organizzata (con il patrocinio del comune di Brescia) dalla scuola media Bettinzoli, dall'Uisp e dall'associazione Libera. Nella serata di venerdì si è tenuto il primo di sei incontri aperti a tutta la cittadinanza (che proseguiranno per tutto il mese di Aprile) dedicato alla figura di Giuseppe Impastato (reso famoso dal film di Marco Tullio Giordana "I cento passi"), militante di Democrazia proletaria che ha pagato con la vita la lotta alla mafia e la ricerca di un profondo cambiamento della societa siciliana.

"Cinque delitti imperfetti" è anche il titolo della serie di documentari realizzati per Canale 5 da Claudio Fava e Marco Risi, girati intorno alla meta degli anni novanta, all'indomani della stagione delle stragi ordinate dal clan dei corleonesi. Sono reperti un po' datati (alcuni casi, come quello di Impastato sono stati risolti, anche se con 22 anni di ritardo), ma riescono comunque ad analizzare il problema mafioso che - hanno fatto notare gli organizzatori - non riguarda solo la Sicilia ed è ben lontano dall'essere risolto.

Presenti all'incontro, l'assessore Carla Bisleri in rappresentanza del comune, Fernando Scarlata del Comitato antimafia bresciano e Salvo Vitale, amico e compagno di lotta di Peppino Impastato, personaggio decisamente carismatico nonch‚ profondo conoscitore della realta mafiosa.

Nel corso del dibattito che ha seguito la proiezione, Salvo Vitale ha saputo rispondere con attenzione alle domande che fioccavano dalla platea analizzando tutti gli aspetti che stanno attorno a Cosa Nostra: dalle connivenze con il potere politico ed economico (la mafia è la prima azienda in Italia per fatturato), fino ai traffici di droga e armi.

Un male pericoloso e silenzioso: "è proprio quando pensiamo che tutto sia sotto controllo - ha osservato Vitale - che, in realta, la mafia diventa più forte; dopo l'arresto di Riina si è scelta la linea dell'inabissamento evitando lo scontro con lo Stato, ma anzi, collaborando di più con le istituzioni; questo - ha concluso Vitale - significa che anche oggi, la mafia è al potere e che grazie alla sua capacita di metamorfosi riesce a sopravvivere e a riorganizzarsi".

Fondamentale - per Vitale - sembra essere in questo senso il ruolo della scuola pubblica che ha principalmente il compito di educare alla legalita: "secondo voi è giusto - si è rivolto retoricamente alla platea - aspettare 22 anni per avere giustizia' Nonostante tutto questo, non possiamo dire ai nostri ragazzi di non credere nella giustizia e nelle istituzioni ed è qui che gli insegnanti non devono perdere il loro ruolo di educatori".

Un pensiero è andato, infine, anche all'agonia di Giovanni Paolo II e al monito che lanciò contro i mafiosi nella Valle dei Templi ad Agrigento: "è stato il primo Papa a schierarsi nettamente contro Cosa Nostra - ha sottolineato Vitale - dando così il via ad un opera di profondo rinnovamento anche all'interno della chiesa siciliana".

Francesco Apostoli

 

3 aprile 2005 - STRAGE DI PIZZOLUNGO: QUEL "BOTTO" DIMENTICATO

"La Sicilia"

Pizzolungo 19 anni dopo.   Il ricordo delle vittime offuscato ancora dall'assenza della gente

Quel "botto" dimenticato

Rino Giacalone

Pizzolungo.  E' brutto ma è così. Si è incrociato nuovamente con le polemiche il ricordo di quel terribile "botto" del 2 aprile 1985 che provocò dei morti "innocenti" (gia la cosa suona strana perch‚ sembra volere dire che chi è sopravvissuto innocente non lo era), Barbara Rizzo Asta ed i suoi due gemellini Salvatore e Giuseppe di 6 anni, dilaniati quella mattina di 19 anni addietro dall'autobomba destinata al sostituto procuratore Carlo Palermo e alla sua scorta. Un ricordo offuscato dagli uomini che non sanno raccordarsi per organizzare una cerimonia, dalla gente che non c'è.

Quella di ieri è stata una giornata che per essere capita va evidenziata in alcuni momenti. Cominciando dalle lacrime sui volti di due giovanissimi studenti all'ascolto del racconto di quel giorno. "C'erano bambini - dice Rita Borsellino che alla testa di "Libera" ha voluto partecipare - che non sapevano cosa era successo e quando hanno saputo hanno pianto. Per ricordare - ha continuato - c'è bisogno che qualcuno consegni la memoria di ciò che è accaduto. Se la memoria non viene coltivata è difficile che resista al peso degli anni e la mia preoccupazione è quella che manca qui la volonta di coltivare la memoria". Rita Borsellino parla mentre davanti la stele dedicata alle vittime, sul luogo dell'eccidio, uno sparuto gruppo di autorita commemora.

Se ne dispiace e alza la voce il prefetto Giovanni Finazzo. "Un territorio - dice - dove non si registrano reazioni alla prevaricazione mafiosa e dove vivono tante persone sane e oneste che non sanno fare un muro compatto". Nel 1985 la sola circolazione con le sirene delle auto di scorta del pm Palermo (una sbrindellata 131 e una fiat Ritmo) dava "fastidio" ai trapanesi che raccoglievano firme e petizioni di protesta. Allora sì che i "muri compatti" venivano alzati. Come quando venne difeso il sindaco che negava l'esistenza della mafia, finito sotto la matita di Forattini.

Terza scena. L'arrivo a Pizzolungo di Margherita Asta, rimasta sola dopo la morte della madre e dei fratelli e poi anche del padre, Nunzio, ucciso da crepacuore. Con lei ci sono gli studenti. Un gruppo in corsa con una fiaccola accesa.

Gli occhi di Margherita vanno sulla stele, sulla sua corona di fiori coperta da quella del Comune di Erice. Non ci sta. Dopo tanti anni è tornata a Pizzolungo e si fa sentire, denuncia tentativi di strumentalizzazione del dolore per quella scuola dedicata a Salvatore e Giuseppe dopo 19 anni. Mentre si attende ancora che si sistemi l'area simbolo di quell'eccidio. E' cosa fatta dice qualche amministratore. Se è la verita è triste accorgersi che sono stati necessari 20 anni.

 

La manifestazione di "Libera".   L'incontro di Rita Borsellino e Margherita Asta con gli studenti

Due donne commemorano Pizzolungo

L'incontro tra due donne a cui la mafia ha rubato i propri familiari. Da una parte Rita Borsellino, la sorella del giudice ucciso con un'autobomba in via D'Amelio a Palermo, dall'altra Margherita Asta, la figlia di Barbara Rizzo, la sorella dei piccoli Giuseppe e Salvatore, trucidati, anche loro con un'autobomba, a Pizzolungo, in un attentato in cui doveva essere assassinato il giudice Carlo Palermo.

Si sono salutate con grande affetto Rita Borsellino e Margherita Asta, che si sono incontrate ieri a Trapani per la commemorazione del diciannovesimo anniversario della strage di Pizzolungo. Un saluto affettuoso in mezzo a tanti ragazzi delle scuole, che hanno dato vita alla manifestazione, partendo da Piazza Vittorio Veneto, davanti al Municipio, e giungendo fino al luogo della strage.

La manifestazione era organizzata dall'associazione "Libera", di cui Rita Borsellino è vicepresidente e Margherita Asta è coordinatore comunale. Due donne che hanno fatto una scelta precisa. "Abbiamo pagato un duro prezzo - ha detto Rita Borsellino -, ma abbiamo voluto trasformare il nostro dolore in impegno civile. Non serve a nulla chiudersi in se stessi. Dopo la morte di mio fratello ho deciso di uscire fuori, di parlare di mafia e contro la mafia, per non dargliela vinta". Un percorso che per Margherita, che quando ha perso la mamma ed i fratelli era solo una bambina, è stato più complesso, ma che ha raggiunto lo stesso traguardo: "Bisogna capire e far capire che la mafia può colpire chiunque in qualunque momento".

C'erano gli studenti delle scuole, i cinque ragazzi che con la fiaccola accesa hanno raggiunto Pizzolungo, i rappresentanti di qualche associazione, ma pochi cittadini. Non c'era, come non c'è mai stato in questi lunghi diciannove anni, l'ex giudice Carlo Palermo, che vive a Trento e fa l'avvocato, che a Trapani è tornato in qualche occasione, anche per rappresentare la parte civile della Provincia Regionale al maxiprocesso alle cosche trapanesi, e che continua a portarsi dietro il dolore, l'incubo di quella strage, stabilendo con la citta un rapporto di amore - odio. A mezzogiorno si è tenuta una messa. Libera ha organizzato anche una "pastata" con i prodotti provenienti dai terreni confiscati alla mafia. Alle undici invece c'era stata la commemorazione del Comune di Erice, a cui hanno preso parte le autorita.

Cinzia Bizzi

 

3 aprile 2005 - INCONTRO CON LA SORELLA DI FALCONE

"La Sicilia"

incontro con la sorella del magistrato ucciso dalla mafia   Un percorso di legalita nel ricordo del giudice Giovanni Falcone

"Giovanni non era un uomo votato alla morte, non era un eroe, era solo un servitore dello Stato, un magistrato onesto che ha lavorato per la sua Sicilia". Parole sofferte, pronunciate da Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, che hanno scosso ieri mattina l'auditorium del liceo scientifico "Enrico Fermi". All'incontro, accanto a tantissimi alunni, presenti il prefetto di Ragusa, dottor Sandro Calvosa, il questore Vincenzo Corso, il dirigente del Csa, Rocco Agnone, e il sindaco Tonino Solarino. Il pubblico silenzioso osserva due filmati, testimonianza della vita di Falcone, del suo impegno civile e politico e della sua morte: la strage di Capaci che ha spezzato un corpo senza scalfirne l'immagine, che ha mosso dolore e rabbia, che ha fatto nascere nella societa la voglia di reazione, di dire no alla mafia. La commozione è alta, così come la voglia di ribellarsi al macigno della criminalita.

"E' importante - spiega Maria Falcone - riproporre ai giovani immagini che non conoscono di un'Italia democratica messa a tappeto, che ha saputo reagire, scongiurare il pericolo di quest'assalto alla democrazia. Essere qui a parlare con i giovani significa raccontare quello che Giovanni diceva in famiglia. E' necessaria la reazione della societa civile e dei giovani che costituiscono un baluardo contro i disvalori della mafia. La criminalita non paga; l'unica via è il percorso della legalita, della giustizia e della democrazia. Io non mi scoraggio, la speranza ci deve portare avanti".

Un paio di mesi dopo Paolo Borsellino viene ucciso. E' finito il tempo dei grandi silenzi, è il tempo di parlare, di combattere. Tra i cortei e le manifestazioni di protesta a Palermo s'intravede uno striscione "Non li avete uccisi: le loro idee cammineranno sulle nostre gambe". E' questo il messaggio di legalita, d'alto senso dello stato che il sindaco Solarino auspica: "La legalita è l'unica razionalita possibile perch‚ tutto il resto alla lunga produce solo dolore. E' impossibile sentirsi felici senza sentirsi onesti. La Sicilia non ha bisogno d'eroi straordinari ma d'eroi ordinari; come diceva Bufalino servono maestri ed educatori". Gli alunni prendono la parola, si anima un dibattito attento e certamente proficuo; "un percorso - afferma il dirigente scolastico Gaetano Lo Monaco - che vogliamo continuare per far riflettere i ragazzi proprio in un momento storico particolare, dove ci sono episodi d'intolleranza ed il senso dello stato non è così alto, per renderli cittadini e professionisti con un alto rispetto delle regole".

Diceva Giovanni Falcone: "Gli uomini passano, restano le idee, le tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe degli altri".

Silvia Ragusa

 

4 aprile 2005 - MAFIA: PROCESSO GIUDICE; PM DEPOSITA NUOVI ATTI

ANSA:

MAFIA: PROCESSO GIUDICE; PM DEPOSITA NUOVI ATTI

SONO DICHIARAZIONI DEL PENTITO CUSIMANO E INTERCETTAZIONI

   Il Pm Gaetano Paci ha depositato nuovi atti nel processo al deputato di Forza Italia Gaspare Giudice, accusato di associazione mafiosa davanti alla terza sezione del tribunale presieduta da Angelo Monteleone.  Si tratta di atti provenienti da altri procedimenti, tra cui l' indagine che porto' al blitz 'Grande Mandamento', riguardanti l' esponente di Fi e il coimputato, Antonino Mandala'. Quest' ultimo, ha specificato Paci, e' il  padre di Nicola Mandala', arrestato con l" accusa di associazione mafiosa e omicidio.

    I nuovi atti, che da oggi sono a disposizione delle parti, comprendono alcune dichiarazioni del nuovo collaboratore Mario Cusimano, un ex postino del boss latitante Bernardo Provenzano, che contengono ulteriori riferimenti "utili - ha detto il pubblico ministero - a chiarire la posizione del Mandala' che e' imputato in questo processo".

  Il pm ha depositato anche una informativa del Ros con alcune intercettazioni ambientali, effettuate nell' autovettura di Emanuele Licari, anche lui arrestato nel blitz 'Grande Mandamento' con l' accusa di essere uno dei favoreggiatori della latitanza di Provenzano. Da queste intercettazioni, ha annunciato il Pm, "emergono due conversazioni, registrate a giugno e a settembre 2004, che riguardano Gaspare Giudice".

   L' ultimo atto depositato e' il resoconto del pedinamento che porto' all' individuazione di un incontro tra Giudice e Licari.

  Il Pm ha chiesto l' acquisizione di questi atti al fascicolo processuale. Nell' udienza di oggi e' comparso Dario Lo Bue, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa.

   Il pm ha rinunciato all' esame; Lo Bue e' stato rapidamente controesaminato dal suo difensore, Enrico Sorgi.

   Il processo e' stato rinviato al prossimo 18 aprile, udienza per la quale e' prevista la conclusione della deposizione di Giudice.   

 

5 aprile 2005 - PENTITA, PROVENZANO VESTITO DA VESCOVO INCONTRAVA BOSS

ANSA:

MAFIA: PENTITA, PROVENZANO VESTITO DA VESCOVO INCONTRAVA BOSS

CON ABITO TALARE NEL 1992 AVREBBE INCONTRATO TOTO' RIINA

   Il capomafia latitante Bernardo Provenzano si vestiva con gli abiti di un vescovo per incontrare i capimafia. Lo rivela la boss Giusy Vitale, che per anni ha guidato la cosca di Partinico e che da febbraio collabora con la giustizia.

   La pentita racconta ai magistrati della Dda di Palermo che il vecchio corleonese, ricercato da 42 anni, andava agli appuntamenti con Riina e i fratelli Leonardo e Vito Vitale indossando l'abito talare. L' incontro si svolse nel 1992 in un casolare situato nelle campagne del Palermitano, e Provenzano arrivo' a bordo di una berlina blu con un autista. "Sembrava proprio un vescovo - afferma Giusy Vitale che aveva accompagnato i fratelli alla riunione - con la fascia rossa al fianco, tanto che non lo avevo riconosciuto. La presenza di un uomo di Chiesa in questa circostanza mi lasciava perplessa, ma poi mio fratello Leonardo mi spiego' che si trattava di Provenzano e allora restai in silenzio". I Vitale, secondo la pentita, si lamentarono con Riina per gli abiti talari utilizzati da Provenzano perche' avevano paura di essere maggiormente notati dalle forze dell' ordine.

   Durante quella riunione i fratelli Vitale vennero nominati nuovi capimafia di Partinico, ruolo che e' poi passato alla sorella, dopo che Leonardo e Vito furono arrestati dopo che avevano trascorso una lunga latitanza.

   Provenzano usa sempre mescolare il sacro al profano. Lo fa soprattutto nei bigliettini con i quali invia i messaggi ai suoi fedelissimi, in cui conclude sempre facendo riferimento a Dio o al Signore. Il fatto che 12 anni fa lo "zio" andava in giro vestito da "uomo di Chiesa" con tanto di autista e auto blu, potrebbe essere collegato all'ipotesi investigativa con la quale si ipotizzava tempo fa che la "primula rossa" di Corleone potesse aver trovato rifugio in un convento.

 

5 aprile 2005 - TALPE DDA; TESTE,AIELLO VERSAVA DENARO A BORZACCHELLI

ANSA:

MAFIA: TALPE DDA; TESTE,AIELLO VERSAVA DENARO A BORZACCHELLI

   Le somme di denaro versate al deputato regionale Antonio Borzacchelli (Udc) dall'imprenditore Michele Aiello, negli anni in cui era ancora in servizio come maresciallo dei carabinieri e anche quando divenne deputato regionale, sono state al centro dell'udienza di oggi del processo alle talpe alla Dda, che riguarda 13 imputati, fra cui lo stesso Aiello e il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro.

   Sul banco dei testimoni si e' seduto Francesco Giovanni Giuffre', cognato di Aiello, che per diversi anni e' stato amministratore delle societa' edili dell'imputato. L'uomo, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, ha parlato dell'amicizia fra suo cognato e l'ex maresciallo che si sarebbe pero' incrinata dal 2001, anno in cui Borzacchelli si e' candidato alle elezioni regionali e avrebbe iniziato a pretendere il 5% delle azioni delle societa' di Aiello.

   Il politico lo avrebbe fatto in cambio di favori e "protezione" alle ditte dell'imprenditore che e' imputato di associazione mafiosa.

   Giuffre' ha inoltre rivelato che il cognato avrebbe pagato il pizzo "ad un tale Castronovo".

   In precedenza i giudici hanno ascoltato Romina Licari, ex moglie del medico Giuseppe Rallo, il professionista che si e' avvalso dei favori del maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, anche lui imputato in questo processo di concorso in associazione mafiosa. Rallo si sarebbe avvalso di Riolo per sistemare illegalmente nell'appartamento della moglie alcune microspie.

   La donna ha detto che Rallo conosceva l'imputato, ma anche altri investigatori del Ros, tanto che "c'e' stato un momento in cui si leggeva sui giornali di indagini sulle truffe alle assicurazioni, il mio ex marito - ha detto Licari - cerco' di informarsi con loro per sapere se era indagato". L'ex moglie ha poi precisato che per avere queste notizie si recava a Montelepre.

 

6 aprile 2005 - COVO RIINA; RIASSEGNATO IL PROCESSO A MORI E DE CAPRIO

ANSA:

MAFIA: COVO RIINA; RIASSEGNATO IL PROCESSO A MORI E DE CAPRIO

SI APRIRA' IL 3 MAGGIO DAVANTI ALLA TERZA SEZIONE DEL TRIBUNALE

   Sara' la terza sezione del tribunale, presieduta con tutta probabilita' da Raimondo Lo Forti, a celebrare il processo al prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e al tenente colonnello Sergio De Caprio, conosciuto con il soprannome di "Ultimo", imputati per favoreggiamento a Cosa nostra, a partire dal prossimo 3 maggio.

   Lo ha deciso il presidente del tribunale Giovanni Puglisi che ha disposto un provvedimento di riassegnazione del processo ad una sezione collegiale, cosi' come tecnicamente richiesto dalla imputazione di favoreggiamento aggravato dall'art. 7, che individua l'agevolazione a Cosa Nostra.

   Il processo a Mori e De Caprio, con una decisione definita "anomala" era stato assegnato dal gup Marco Mazzeo, che aveva rinviato a giudizio Mori e De Caprio, al giudice monocratico della prima sezione del tribunale. Il suo inizio era stato fissato per domani. In effetti, domani il giudice monocratico Silvana Saguto si presentera' nell'aula 2 del nuovo palazzo di giustizia, ma subito dopo comunichera' alle parti la sua riassegnazione, come deciso dal presidente Puglisi.

   In aula, oltre ai pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino, saranno presenti solo i difensori dei due imputati, gli avvocati Piero Milio e Francesco Romito. Mori e De Caprio, infatti, non si presenteranno.

   Il processo ruota attorno alla mancata perquisizione del covo di Toto' Riina, il capo di Cosa Nostra arrestato a Palermo il 15 gennaio del '93.

 

6 aprile 2005 - PENTITA, BOSS LATITANTI NON VOLEVANO PROVENZANO CAPO

ANSA:

MAFIA: PENTITA, BOSS LATITANTI NON VOLEVANO PROVENZANO CAPO

   Nel 1998 i boss mafiosi latitanti volevano mettere da parte Bernardo Provenzano e attraverso Giusy Vitale, adesso pentita, inviarono un messaggio al corleonese dicendogli che "doveva stare a casa a curarsi la sua famiglia". La presenza del vecchio "zio", ricercato da 42 anni, per i giovani capimafia liberi o latitanti, fra cui Matteo Messina Denaro, era diventata "ingombrante" e per questo motivo avrebbero preferito una sua uscita di scena.

   A rivelare questi particolari e' stata la stessa Giusy Vitale, il primo boss in gonnella che da febbraio collabora con la giustizia.

   I fratelli della donna, Vito e Leonardo Vitale, si erano lamentati con Riina del modo in cui Provenzano andava agli appuntamenti: vestito come se fosse un vescovo, indossando abiti talari e scorazzando per le strade di campagna del palermitano su un'auto blu guidata da un autista. Tutte queste eccentricita' da parte di Provenzano non sarebbero state gradite dai Vitale, perche' come racconta la donna, avrebbero attirato l'attenzione degli investigatori con "il pericolo di farli arrestare tutti".

   Il primo incontro in un casolare di campagna, in cui Leonardo e Vito Vitale vennero incaricati di gestire il mandamento mafioso di Partinico, avvenne nel 1992, prima delle stragi di Capaci e via d'Amelio. La collaboratrice afferma di avere appreso i retroscena di quella riunione dai fratelli, i quali rimasero molto stupiti del fatto che all'incontro con Provenzano era presente anche Riina, "il che costituiva un fatto eccezionale". Nel corso del summit furono discussi anche gli equilibri mafiosi all'interno di Cosa Nostra. Il tema era imposto dal fatto che stava avvenendo la sostituzione dei vecchi esponenti mafiosi della zona di Partinico, come Nene' Geraci e Fifetto Nania, con i fratelli Vitale.

   I "vecchi" erano spalleggiati da Provenzano, mentre Leonardo e Vito Vitale avrebbero avuto Riina e Bagarella come sponsor. La boss in gonnella sottolinea ai pm della Dda di Palermo che Leonardo Vitale defini' un "fatto rarissimo che ad un incontro fossero presenti contemporaneamente Riina e Provenzano".

   Giusy Vitale racconta della latitanza di Provenzano e degli incontri che il boss ha avuto con i suoi fratelli, anche loro latitanti in quel periodo. Lei aveva l'incarico di portare i bigliettini con i quali comunicavano; in alcune occasioni la donna avrebbe letto i messaggi che lo 'zio' inviava al fratello.  "Ricordo che tutti i biglietti - spiega Giusy Vitale - si chiudevano con particolari formule di saluto, a sfondo religioso, sulle quali qualche volta mio fratello ha ironizzato".

   Giusy Vitale racconta ai magistrati di avere riferito ai gregari di Bernardo Provenzano il messaggio che i mafiosi detenuti le avevano dato con cui "invitavano" il corleonese a "starsene a casa".

   La pentita sottolinea che dopo circa un mese (era il 1998) venne arrestata e non seppe piu' nulla degli sviluppi di questa vicenda secondo cui i latitanti, fra cui Matteo Messina Denaro, non volevano piu' Provenzano quale capo di Cosa nostra.

   Giusy Vitale sostiene che suo fratello Vito, durante la latitanza, gli parlo' di un "distacco" tra l'ala vicina a Riina e Bagarella e quella di Provenzano. Vito Vitale le avrebbe riferito che da tempo si era creata una spaccatura per cui "i giovani boss", fra cui lo stesso boss di Partinico, Giovanni Brusca, Mimmo Raccuglia e Matteo Messina Denaro, volevano mettere da parte Provenzano ed assumere le decisioni strategiche per Cosa nostra senza chiedergli l'autorizzazione.

   La conferma di questa spaccatura nell'organizzazione, la boss in gonnella l'avrebbe avuta fra maggio e giugno 1998, quando suo fratello Leonardo Vitale dal carcere la incarico' di prendere contatti con una persona di Corleone, vicina a Provenzano, al quale doveva far sapere che "doveva stare a casa a curarsi la sua famiglia".

   La cosca Vitale in quel periodo aveva esteso il proprio potere fino a Palermo, tanto da arrivare a nominare nuovi capi mandamento in citta'. Vito Vitale, sempre nel 1998, si lamentava del fatto che Provenzano stava estendendo i suoi tentacoli nella zona di Misilmeri, tramite il boss Benedetto Spera. Ma le polemiche non andarono oltre per via del fatto che il boss venne arrestato.

   La spaccatura fra i capimafia nel 1998 era molto evidente, ma i Vitale e i loro alleati non andarono fino in fondo, perche' la magistratura intervenne con diversi provvedimenti cautelari e finirono in carcere quasi tutti i loro uomini, compresi i componenti della famiglia di Partinico, fra cui la stessa Giusy Vitale. Provenzano, nonostante gli attacchi interni, rimane ancora latitante da 42 anni.

 

6 aprile 2005 - CASSAZIONE: MAFIA; RIINA JR E' UN SANGUINARIO

ANSA:

CASSAZIONE: MAFIA; RIINA JR E' UN SANGUINARIO

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CHE CONFERMA L' ERGASTOLO

La Cassazione ha confermato l' ergastolo per Giovanni Riina, figlio di Toto' Riina, capo dei corleonesi, perche' ha una personalita' da "sanguinario" e una "elevatissima inclinazione a delinquere". Per questi motivi, la I sezione penale della Suprema Corte ha respinto la richiesta dei difensori di Riina junior di concedere le attenuanti "della giovane eta"" nei confronti del figlio del boss, accusato di quattro omicidi avvenuti tra il gennaio e il giugno del 1995.  Cosi' - negando ogni sconto di pena a Riina junior - la Suprema Corte ha confermato la condanna al carcere a vita decisa, il 10 dicembre 2003, dalla Corte di assise di appello di Palermo.

   Nelle motivazioni della sentenza n.12879 - appena depositate

- la Cassazione spiega che correttamente la condanna all' ergastolo "e' stata giustificata con il richiamo al ruolo determinante avuto dall' imputato nella reiterata esecuzione ed, in parte, nell' ideazione di gravissimi e brutali delitti nell' ambito di un progetto di sterminio indicativo di una personalita' sanguinaria e negativamente connotata da una elevatissima inclinazione a delinquere".

   In base alla ricostruzione dei quattro delitti dei quali e' stato considerato responsabile, tra gli altri, il figlio di Toto' Riina, la Cassazione sottolinea che una delle vittime venne strangolata dalle mani del figlio del boss di Cosa Nostra che, all'epoca dei fatti aveva 19 anni e si autofelicito' per il crimine appena compiuto. Ricorda la Suprema Corte - con la sentenza depositata oggi e relativa all'udienza svoltasi lo scorso 24 gennaio - che ad essere uccisi furono Giuseppe Giammona, Giovanna Giammona, Francesco Saporito e Antonio Di Caro, ritenuti legati a un gruppo antagonista dei 'corleonesi', intenzionato ad eliminare i figli di Riina.

   Secondo la ricostruzione fatta dai pentiti - soprattutto Enzo e Giovanni Brusca, e Giuseppe Monticciolo - fu lo stesso Riina jr a raccontare "vantandosi", con "autocompiacimento, di essere l'autore dello strangolamento" di Di Caro, il cui cadavere venne sciolto nell'acido. Per quanto riguarda, invece, l'uccisione di Saporito e di Giovanna Giammona, la Prima sezione penale di Piazza Cavour avvalora - anche in questo caso - le testimonianze dei collaboratori di giustizia che concordemente hanno riferito che Riina jr descrisse le "sembianze fisiche" e la macchina delle vittime ai killer. Provata anche la "volonta' di Riina jr di contribuire all'azione criminosa" dell'omicidio di Giuseppe Giammona. In questo caso, il figlio di Toto' Riina "pose a disposizione"" del killer "un suo amico al fine di identificare il Giammona e di eseguire una ricognizione dei luoghi in cui il crimine doveva essere commesso".

   In conclusione, la Cassazione - a fronte di una simile e circostanziata attribuzione di responsabilita' omicidiarie - dimostra di condividere la scelta della Corte di Assise di Appello di Palermo di non concedere sconti di pena al figlio del capo dei corleonesi, attualmente recluso nel supercarcere di Ascoli Piceno. "Pur avendo tenuto presente la giovane eta' del Riina - dicono gli 'ermellini' - la corte territoriale ha scelto di privilegiare altri elementi, specifici e di segno contrario, reputati idonei a qualificare negativamente la personalita' dell'imputato: per cui essendo stata data adeguata giustificazione della ragione di tale opzione, la decisione resiste al sindacato sulla motivazione che la legge affida alla Corte di legittimita"".

 

7 aprile 2005 - COVO RIINA; PROCESSO RIASSEGNATO A COLLEGIO GIUDICI

ANSA:

MAFIA: COVO RIINA; PROCESSO RIASSEGNATO A COLLEGIO GIUDICI

   Sara' celebrato davanti ai giudici della terza sezione del tribunale a partire dal prossimo 3 maggio il processo al prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e al tenente colonnello Sergio de Caprio, meglio conosciuto come "capitano ultimo", accusati di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.

   La decisione e' stata comunicata stamani dal giudice monocratico, Silvana Saguto, che si e' limitata ad aprire il processo davanti alle parti, e leggere subito il provvedimento di riassegnazione che e' stato adottato dal presidente del tribunale Giovanni Puglisi.

   Mori e De Caprio sono coinvolti nell'inchiesta che e' scaturita dal ritardo nella perquisizione della villa in cui viveva Toto' Riina fino al giorno del suo arresto avvenuto il 13 gennaio 1993.(SEGUE).

   Nel provvedimento del tribunale emesso dal presidente Giovanni Puglisi e letto in aula dal giudice monocratico, si attesta che: "Pur essendo stato rimesso alla competenza del tribunale in composizione monocratica, i delitti per cui si procede sono di competenza del tribunale in composizione collegiale, e pertanto, il procedimento e' stato riassegnato".

   In aula erano presenti i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino anche i difensori degli imputati, gli avvocati Pietro Milio per Mori e Basilio Milio in sostituzione dell'avvocato Francesco Romito per De Caprio.

   Sulla riassegnazione del processo l'avvocato Milio ha commentato: "E' stato finalmente corretto dal presidente del tribunale quell'errore che avevamo fatto rilevare fin dal giorno del rinvio a giudizio".

   Dal processo che si aprira' il il 3 maggio Milio ha detto di aspettarsi: "Che venga stabilita la verita' dei fatti e che vengano fatte le scuse ai due impareggiabili investigatori dell'Arma finiti ingiustamente sotto processo".

 

8 aprile 2005 - ASSUNTO FIGLIO DI MATTEO; ALFANO, DECISIONE ABNORME

ANSA:

MAFIA: ASSUNTO FIGLIO DI MATTEO; ALFANO, DECISIONE ABNORME

   "Continuo a pensare che l' assunzione del fratello del piccolo Giuseppe Di Matteo in un ente regionale sia un atto abnorme". Sonia Alfano, figlia del giornalista messinese assassinato da Cosa nostra nel 1993, non ha cambiato idea. E commenta con durezza la notizia, pubblicata oggi dal Giornale di Sicilia.

   "Giuseppe Di Matteo - dice - non e' vittima della mafia ma di una guerra tra cosche, pertanto i suoi familiari non possono essere equiparati a quelli di chi ha perso la vita per combattere per un ideale".

   "Non dimentichiamo - spiega - che il brutale assassinio del piccolo Di Matteo fu una crudele ritorsione decisa da Giovanni Brusca per punire il padre, Santino Di Matteo, feroce killer di mafia, pentito e poi tornato in armi proprio contro la famiglia Brusca".

   Ed e' proprio la parentela con l' ex collaboratore di giustizia - dopo il secondo arresto, al boss venne revocato il programma di protezione - che rende inaccettabile, per la donna, la decisione di estendere a Nicola i benefici della legge regionale per i parenti delle vittime della criminalita' organizzata.

   "Come si puo' pensare - aggiunge - che io, figlia di un giornalista assassinato dalla mafia, possa lavorare gomito a gomito col figlio di chi ha ucciso".

    La pensava cosi' anche 4 anni fa, Sonia Alfano quando, alla notizia che la madre di Nicola Di Matteo aveva chiesto l' assunzione del figlio alla Regione, aveva reagito dando vita ad una raccolta di firme di protesta. Protesta a cui si era associata anche Tina Montinaro, vedova di uno degli agenti di scorta del giudice Giovanni Falcone, assassinato a Capaci nel '92.

   A distanza di 4 anni, pero', Montinaro preferisce un secco no comment. "Non voglio piu' sentire parlare di questa storia", risponde sbrigativa.

   L' assunzione di Nicola Di Matteo e' l' atto conclusivo di un lungo iter burocratico. La madre, Franca Castellese, appellandosi alla legge regionale 20 del 1999, aveva chiesto, per lui, il riconoscimento dello status di vittima della mafia.  La domanda e' rimasta pendente fino ad ora.

   L' assessorato regionale alla Presidenza, competente per il personale della Regione siciliana, chiese alla Prefettura di Palermo chiarimenti sulla documentazione presentata dalla donna.  La legge parla di vittima innocente della mafia - scrissero i funzionari - e Mario Santo Di Matteo, primo destinatario dei benefici, rinunziante in favore del figlio Nicola, a rigor di logica non ne avrebbe diritto.

   Ostacolo superato, a quanto pare, visto che Nicola da oggi lavorera' al Ciapi, Centro interaziendale di addestramento professionale integrato, che fa capo alla Regione.

 

8 aprile 2005 - BOSS LEONARDO VITALE RINNEGA SORELLA PENTITA

ANSA:

MAFIA: BOSS LEONARDO VITALE RINNEGA SORELLA PENTITA

   "Ho saputo che una mia ex consanguinea sta collaborando. Noi la rinneghiamo sia da viva che da morta e speriamo che sia al piu' presto". Lo ha detto il boss di Partinico Leonardo Vitale, fratello della neo-pentita Giusy chiedendo di fare spontaneamente dichiarazioni davanti alla corte d'assise di Palermo, nel processo che lo vede imputato per l'omicidio del commerciante Salvatore Riina.

   Leonardo Vitale, detenuto nella casa circondariale di Parma, e' collegato con l'aula giudiziaria di Palermo in videoconferenza. Il pm Francesco Del Bene ha avvisato le parti di avere depositato i verbali della collaboratrice Giusy Vitale e l'udienza e' stata rinviata al prossimo 15 aprile.

   "Non sapevamo - ha proseguito Leonardo Vitale in aula - che ci sono pentiti che girano per le carceri a istigare le persone a collaborare". Il boss di Partinico si riferisce al catanese Giuseppe Garozzo, capo del clan dei Cursoti, che ha intrattenuto con la sorella Giusy Vitale, mentre era detenuta, un epistolario; nei mesi precedenti alla scelta della donna di collaborare. La Vitale, ora sostto protezione, e stata accusata di essere a capo della cosca di Partinico in sostituzione dei fratelli in carcere.

   Garozzo e' un ex collaboratore che di recente e' stato estromesso dal programma di protezione.

 

MAFIA: FAMILIARI RINNEGANO GIUSI VITALE, SPERIAMO MUOIA

IL FRATELLO LEONARDO PRENDE LE DISTANZE DAL SUO PENTIMENTO

   (di Lirio Abbate)

   Il boss mafioso Leonardo Vitale ha platealmente "rinnegato" in aula sua sorella Giusy, che dalla meta' di febbraio collabora con la giustizia, svelando i segreti della cosca di Partinico da lei guidata dopo l'arresto dei fratelli. L'anatema di Leonardo Vitale contro la sorella e' stato lanciato attraverso il collegamento in videoconferenza con la Corte di Assise di Palermo, durante il processo per l'omicidio di un commerciante, Salvatore Riina (soltanto omonimo del capomafia corleonese).

   "Ho saputo che una mia ex consanguinea - ha detto il boss - sta collaborando. Noi la rinneghiamo sia da viva che da morta e speriamo che lo sia al piu' presto". Leonardo Vitale e' detenuto nella casa circondariale di Parma.

   "Non sapevo - ha proseguito Leonardo Vitale - che ci sono pentiti che girano per le carceri a istigare le persone a collaborare". Il boss di Partinico si riferisce al detenuto che ha intrattenuto con la sorella Giusy Vitale, mentre era in carcere, un rapporto epistolare nei mesi precedenti alla scelta della donna di collaborare. Nei giorni scorsi era circolato il nome del pentito catanese Giuseppe Garozzo, ma i suoi legali hanno smentito la circostanza.

   Giusi Vitale, 33 anni, madre di due bambini, e' la prima boss in gonnella che abbia iniziato a collaborare con la giustizia.  Le rivelazioni della donna hanno anche riguardato la latitanza di Bernardo Provenzano, il boss corleonese ricercato da 42 anni.  Secondo la 'pentita', il padrino avrebbe partecipato pochi mesi prima delle stragi del '92 a un summit di mafia travestito da vescovo e con tanto di auto blu e autista. Il racconto della donna sembra il canovaccio di un film su Cosa nostra, ma lei, che fin da piccola e' cresciuta a contatto con i boss, conosce molti retroscena di omicidi, alleanze fra cosche, latitanze, favoreggiamenti e collusioni con i politici.

   La boss in gonnella, dopo avere trascorso complessivamente sette anni in cella, alla vigilia della prima sentenza che potrebbe condannarla all'ergastolo, ha deciso di parlare con i magistrati della Dda di Palermo per evitare il carcere a vita.

   Il pentimento avviato da Giusy e' stato vissuto come un affronto mortale dai fratelli Vito e Leonardo Vitale, ma anche dall'ex marito, anche lui in carcere con l'accusa di omicidio, la cui mandante e' proprio la donna che se ne e' autoaccusata.

   Non e' la prima volta che un mafioso pentito viene "rinnegato" dai suoi familiari. La scelta di collaborare e' quasi sempre sconsigliata da madri, mogli e mariti. La sorella di Tommaso Buscetta fu una delle prime a prendere le distanze dal fratello, dopo che le venne ucciso, per vendetta trasversale, il figlio. Ma anche Rita Atria, 18 anni, morta suicida sette giorni dopo l' uccisione di Paolo Borsellino, fu "ripudiata" dalla madre. La donna non perdono' mai alla figlia il fatto di avere collaborato con il magistrato, tanto che mando' in frantumi la lapide con la fotografia. Emblematica anche la vicenda di Marco Favaloro, un commerciante di auto, che si e' accusato di complicita' nell' uccisione di Libero Grassi.  La moglie di Favaloro, Giuseppa Mandanaro, dopo avere tentato di dissuadere il marito si vesti' a lutto, sottolineando che anche i suoi tre figli la pensavano allo stesso modo.

   Il pentimento, dunque, attraversa e divide le famiglie. Cosa c' e' dietro queste prese di distanza, che rompono i piu' forti legami di sangue' Soltanto paura di essere uccisi, di entrare nel lungo elenco delle vittime delle vendette trasversali' Tutto questo non basta a spiegare quanto sta avvenendo all'interno dell'universo mafioso. Da tempo Cosa Nostra non uccide parenti dei collaboratori, perche' i delitti diventavano prova ulteriore d' accusa. Del resto, le vendette trasversali non hanno ottenuto l' effetto sperato. Sono nate, osservano gli investigatori, nuove regole: chi si dissocia subito dal parente che si e' pentito viene "rispettato". Cosi' come e' accaduto oggi anche con i fratelli di Giusi Vitale.

 

8 aprile 2005 - OMICIDIO PIAZZA; ASSOLTI BOSS BIONDO E GRAZIANO

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MAFIA: OMICIDIO PIAZZA; ASSOLTI BOSS BIONDO E GRAZIANO

   La corte d' assise d' appello, presieduta da Vincenzo Oliveri, ha assolto, per non avere commesso il fatto, Salvatore Graziano e Salvatore Biondo, detto 'il lungo', nel processo per l' omicidio di Emanuele Piazza, il collaboratore del Sisde scomparso a Palermo il 16 marzo del 1990 e successivamente assassinato.

   Il processo scaturisce da un rinvio della Cassazione che aveva annullato il verdetto di secondo grado che condannava entrambi a 30 anni.

   Il pg Antonino Gatto, nella scorsa udienza, aveva chiesto l' assoluzione per Graziano e la condanna a 30 anni per Biondo.

   Graziano e' difeso dall' avvocato Giovanni Natoli e Biondo dagli avvocati Giuseppe Di Peri e Filippo Giacalone.  Per l' uccisione di Piazza sono stati condannati all' ergastolo in un processo parallelo Giovanni Battaglia e Simone Scalici ed a 30 anni Antonio Troia e Salvatore Biondo detto 'il corto'. 

 

8 aprile 2005 - MAFIA: PM CHIEDE CONDANNA 16 ANNI PER PENTITO MANISCALCO

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MAFIA: PM CHIEDE CONDANNA 16 ANNI PER PENTITO

   Il pm Francesco Del Bene ha chiesto la condanna a 16 anni di reclusione per il pentito Giuseppe Maniscalco, ex uomo d'onore della famiglia di S. Giuseppe Jato.

   La requisitoria e' stata pronunciata davanti al gup Marina Petruzzella, nel processo col rito abbreviato, per una dozzina di omicidi commessi tra l'86 e l'89. Maniscalco, arrestato nel '97, e' attualmente sottoposto a programma di protezione. Il processo e' stato rinviato al 15 luglio per la sentenza.

 

8 aprile 2005 - PRIMA SENTENZA TALPE DDA, CONDANNATO CIURO

ANSA:

MAFIA: PRIMA SENTENZA TALPE DDA, CONDANNATO CIURO

EX MARESCIALLO DIA FAVOREGGIATORE, ASSOLTO DAL CONCORSO ESTERNO

   Uno dei primi capitoli dell' inchiesta sulle talpe che svelavano i segreti della direzione distrettuale antimafia ad esponenti di Cosa nostra o ad indagati si e' chiuso con la decisione del gup Bruno Fasciana che, col rito abbreviato, ha condannato l'ex maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro a 4 anni ed 8 mesi di reclusione per favoreggiamento. Non una piena vittoria della procura, quindi, che con i pm Nino Di Matteo e Michele Prestipino aveva chiesto la condanna a otto anni e sei mesi di reclusione per Ciuro e la condanna a otto mesi per Giuseppe Giglio, un gioielliere accusato di favoreggiamento, che e' stato assolto.

     Il gup ha pero' derubricato l'accusa di concorso esterno alla mafia in favoreggiamento personale senza l'aggravante di aver favorito cosa nostra. Ciuro e' stato condannato anche per, violazione del sistema informatico della procura e rivelazione di segreto d'ufficio ma nello stessotempo assolto dall' abuso d'ufficio, che riguardava la vicenda del rilascio della certificazione antimafia da parte dela prefettura per l'imprenditore Michele Aiello, attualmente imputato per associazione mafiosa in un altro processo alle talpe della Dda che si svolge davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo e riguarda 13 persone, fra cui il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro e il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo.

  La Difesa di Ciuro sembra soddisfatta dalla sentenza. "Il nostro assistito non e' mafioso: la sentenza ha riconosciuto l'assoluta estraneita' del maresciallo a contatti con ambienti mafiosi", ha detto l'avv. Fabio Ferrara. "Ciuro - ha aggiunto il legale - si e' limitato a favorire l'amico Michele Aiello".

   "Possiamo dire che e' stato ridimensionato e per gran parte annullato, l'impianto accusatorio". E' il commento dell'altro difensore, l'avv. Vincenzo Giambruno. "La sentenza ha riconosciuto - ha proseguito Giambruno - che il ruolo di Ciuro nell'indagine era del tutto secondario".

  Ciuro e' detenuto da 18 mesi. I suoi legali hanno comunicato che faranno immediatamente istanza di scarcerazione. "Una richiesta - hanno commentato i due difensori - che a questo punto appare doverosa".

   La procura ha annunciato che presentera' appello alla sentenza.

   "I fatti che venivano contestati a Ciuro - dice Nino Di Matteo, che ha istruito il processo - sono stati ritenuti provati. Il gup ha dato agli stessi fatti una qualificazione giuridica del tutto diversa da quella che ritenevamo corretta, e per questo appelleremo la sentenza".

    "Il gup - afferma un altro dei pm, Maurizio De Lucia - ha ritenuto che l'imprenditore Michele Aiello, che per noi e' mafioso, veniva aiutato dalle rivelazioni fatte da Ciuro. La nostra visione dell'inchiesta ci porta dunque a ritenere, alla luce di questa sentenza, che l'impostazione dell'accusa non e' sbagliata".

   "Ciuro - prosegue il magistrato - ha dunque aiutato l'amico e secondo il giudice non tutta l'organizzazione di Cosa nostra.  Per questo motivo ribadiremo la nostra tesi accusatoria in corte d'appello".

 

MAFIA: TALPE DDA; CIURO CONDANNATO PER FAVOREGGIAMENTO

4 ANNI E OTTO MESI DI RECLUSIONE. ASSOLTO INVECE DAL CONCORSO

   Il Gup Bruno Fasciana ha condannato con il rito abbreviato a 4 anni e otto mesi di reclusione per favoreggiamento semplice, non riconoscendo l'aggravente dell'articolo 7, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro.  L'imputato e' stato invece assolto dall'accusa di concorso in associazione mafiosa.

   Il Gup ha assolto anche il gioielliere Giuseppe Giglio, che doveva rispondere di favoreggiamento.

   I Pm Nino Di Matteo e Michele Prestipino avevano chiesto la condanna a otto anni e sei mesi per Ciuro e a otto mesi per Giglio.

   Ciuro e' stato anche interdetto dai pubblici uffici per cinque anni.

   Il maresciallo della Dia e' coinvolto nell'indagine sulle cosidette talpe alla Dda, che vede imputati tra gli altri, in un processo parallelo, il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, il presidente della Regione Salvatore Cuffaro e l'imprenditore della sanita' privata.

   Le accuse per le quali il maresciallo Giuseppe Ciuro e' stato condannato dal gup Bruno Fasciana sono quelle di favoreggiamento personale, violazione del sistema informatico della procura e rivelazione di segreto d'ufficio.

   Il sottufficiale, giudicato con il rito abbreviato, era sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, accusa che il giudice ha derubricato in favoreggiamento (del primo e secondo comma dell'articolo 378 del codice penale) che non e' stato aggravato dall'articolo 7 che riguardava l'aver favorito Cosa nostra.

   Ciuro e' stato assolto anche dall' abuso d'ufficio, che riguardava la vicenda del rilascio della certificazione antimafia da parte dela prefettura per l'imprenditore Michele Aiello, attualmente imputato per associazione mafiosa in un altro processo alle talpe della Dda che si svolge davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo e riguarda 13 persone, fra cui il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro e il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo.

 

MAFIA: TALPE DDA; DIFENSORI CIURO, RICONOSCIUTA ESTRANEITA'

   "Ciuro non e' mafioso: la sentenza ha riconosciuto l'assoluta estraneita' del maresciallo a contatti con ambienti mafiosi". Lo ha detto l'avv. Fabio Ferrara, difensore di Giuseppe Ciuro, commentando la sentenza del gup Bruna Fasciana. "Ciuro - ha aggiunto l'avvocato - si e' limitato a favorire l'amico Michele Aiello".

   "Possiamo dire che e' stato ridimensionato e per gran parte annullato, l'impianto accusatorio". E' il commento dell'altro difensore, l'avv. Vincenzo Giambruno. "La sentenza ha riconosciuto - ha proseguito Giambruno - che il ruolo di Ciuro nell'indagine era del tutto secondario".

  Ciuro e' detenuto da 18 mesi. I suoi legali hanno comunicato che faranno immediatamente istanza di scarcerazione. "Una richiesta - hanno commentato i due difensori - che a questo punto appare doverosa".

   Nessun commento e' venuto dai pm Nino Di Matteo e Michele Prestipino che, dopo aver ascoltato la sentenza, hanno lasciato frettolosamente l'aula. Nessun commento ha voluto rilasciare Franca Ciuro, la moglie dell'imputato, che ha seguito col figlio la conclusione del processo.

 

MAFIA: TALPE DDA; PM, APPELLEREMO SENTENZA CIURO

   (ANSA) - PALERMO, 8 APR - La procura ha annunciato che presentera' appello contro la sentenza che ha condannato il maresciallo della guardia di finanza, Giuseppe Ciuro, che e' stato allo stesso tempo assolto dall'accusa di associazione mafiosa.

   "I fatti che venivano contestati a Ciuro - afferma il pm Nino Di Matteo, che ha istruito il processo - sono stati ritenuti provati. Il gup ha dato agli stessi fatti una qualificazione giuridica del tutto diversa da quella che ritenevamo corretta, e per questo appelleremo la sentenza. 

   La procura di Palermo ritiene "pesante" la condanna inflitta al maresciallo Ciuro. "Il gup - afferma il pm Maurizio De Lucia, che ha sostenuto l'accusa - ha ritenuto che l'imprenditore Michele Aiello, mafioso, veniva aiutato dalle rivelazioni fatte da Ciuro. La nostra visione dell'inchiesta ci porta dunque a ritenere, alla luce di questa sentenza, che l'impostazione dell'accusa non e' sbagliata. Ciuro - prosegue il magistrato - ha dunque aiutato l'amico mafioso, e secondo il giudice non tutta l'organizzazione di cosa nostra.  Per questo motivo ribadiremo la nostra tesi accusatoria in corte d'appello".

 

8 aprile 2005 - NEI VERBALI DI GIUSY VITALE SPUNTA NOME ASSESSORE

"La Repubblica"

La Procura deposita oggi le prime dichiarazioni della donna boss pentita al processo che la vede accusata di omicidio

"Così votava la cosca di Partinico"

Nei verbali di Giusy Vitale spunta il nome dell'assessore Cintola

La collaboratrice si autoaccusa del delitto di un salumiere ucciso perch‚ sospettato di curare la latitanza di Bernardo Provenzano

ALESSANDRA ZINITI

Il nome l'ha fatto subito, compilando la sua dichiarazione di intenti. Mafia e politica, rapporti della cosca di Partinico con gli esponenti politici della zona. Amministratori locali, naturalmente, ma anche deputati regionali. A cominciare da Salvatore Cintola, attuale assessore regionale alle Finanze, eletto all'Assemblea regionale siciliana nel giugno del 1996 quando Giusy Vitale era gia da tempo a parte dei segreti dell'organizzazione guidata dai fratelli Vito e Leonardo che le lasciarono poi lo scettro del comando al momento del loro arresto.

Alle elezioni regionali del '96, la famiglia mafiosa di Partinico spalmò il suo consenso su diversi candidati. Il successo più clamoroso fu proprio quello di Cintola, allora nelle file dei Socialisti. "Elezione a sorpresa di Cintola", titolarono tutti i giornali di quei giorni sottolineando i 4.560 voti ottenuti dall'ex assessore provinciale, più di un quarto dei quali solo a Partinico. Sui rapporti con Cintola (che non è indagato), Giusy Vitale tornera nel corso di nuovi interrogatori che dovra rendere entro il 15 agosto, data di scadenza dei sei mesi entro i quali la collaboratrice di giustizia dovra dichiarare tutto quanto a sua conoscenza. Un altro dei nomi fatto dalla neo-pentita è quello di Ciriello Campione, ex consigliere comunale di Partinico del Ccd che tentò anche lui la scalata all'Assemblea regionale nelle elezioni del '96 ma senza successo ripiegando poi all'incarico comunale dal quale venne rimosso. Appalti e forniture, delibere e contratti del Comune di Partinico sono stati acquisiti nelle scorse settimane dai carabinieri proprio a riscontro delle dichiarazioni della Vitale.

I primi verbali di Giusy Vitale, quelli contenenti le motivazioni che hanno spinto la donna boss a collaborare (amore per i due figli ma anche per il compagno) e quelli sul delitto del salumiere Salvatore Riina verranno depositati oggi dai pubblici ministeri Francesco Del Bene e Maurizio de Lucia al processo che vede la Vitale e il marito Angelo Caleca accusati entrambi proprio dell'omicidio. La Vitale, che rendera interrogatorio davanti ai giudici della corte d'assise, ha ammesso le sue responsabilita spiegando ai magistrati che Riina (solo omonimo del più famoso capomafia) venne ucciso perch‚ sospettato di essere una "spia" al soldo di Bernardo Provenzano, da sempre storico avversario dei Vitale, fedelissimi del boss corleonese. Di più, la Vitale ha raccontato che il salumiere era accusato di essere uno degli uomini che avrebbero curato la latitanza di Provenzano su richiesta del cognato del boss, quel Paolo Palazzolo (fratello della compagna di Provenzano) che abitava a Partinico nella stessa palazzina di Riina.

A inchiodare Giusy Vitale alle sue responsabilita era stata una perizia del consulente della Procura Gioacchino Genchi che, analizzando i tabulati del cellulare della donna, aveva dimostrato che la notte dell'omicidio, il 20 giugno del 1998, era a colloquio con il suo amante, una circostanza questa che - oltre a provocare la rottura del matrimonio tra i due, entrambi gia in cella - era bastata a smontare l'alibi fornito dai due imputati. In quella occasione, Giusy Vitale aveva revocato il suo avvocato, Marco Clementi affidandosi ad una civilista. Adesso, dopo aver deciso di collaborare, si è affidata all'assistenza di una penalista del Foro di Torino, l'avvocato Maria Cristina Lo Bianco.

 

9 aprile 2005 - COSA NOSTRA IN CRISI TROPPE RIVALITA' E POCHE FORZE NUOVE

"La Repubblica"

Cosa nostra in crisi troppe rivalita e poche forze nuove

Domina sempre l'isola ma non più le "colonie" extrasiciliane

LUCIO CARACCIOLO

Oggi Cosa Nostra soffre di una crisi che ne sta mutando i tratti e alla lunga potrebbe sfibrarla. Crisi economica, culturale e politico-organizzativa.

Crisi economica, perch‚ le pachidermiche articolazioni della mafia mal si adattano ai tempi della finanza elettronica. Troppo verticistica, la mafia siciliana è costretta ad appaltare gran parte del traffico di droga alla 'ndrangheta - forse la più globale fra le mafie nostrane - e ad altri cartelli transnazionali. L'impero di Cosa Nostra domina l'isola ma non ha più l'assoluto controllo delle sue "colonie" extrasiciliane. Perde terreno a favore di gruppi più flessibili dunque più adattabili ai ritmi attuali dei traffici.

Cosa Nostra è sempre più struttura di mediazione, sempre meno soggetto promotore. Si concentra sugli appalti e sui fondi europei. Per attingervi, intensifica le pressioni (in casi estremi la violenza) contro politici e pubblici amministratori. Mentre dirigenti e funzionari italiani non contano più nulla a Bruxelles, secondo il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso i mafiosi vi svolgono un intenso lobbying, con i loro "esperti del settore" inviati a "conoscere in anticipo le direttive comunitarie in fatto di lavori pubblici e appalti".

Crisi culturale, perch‚ malgrado la mentalita mafiosa in Sicilia resti piuttosto radicata, si comincia a sentire una crisi delle vocazioni. Il reclutamento di forze fresche non è facile. I capi mafiosi invitano i figli a studiare le lingue straniere, a padroneggiare i computer, a leggere i giornali finanziari. Ma i rischi aumentano più dei guadagni. Repressione e "pentitismo" hanno seminato nella mafia il seme del sospetto. Nessuno si fida dell'altro. Il fascino dell'onorata societa sui giovani non è scontato. Ma anche qui, il cammino è lungo. E la storia delle inchieste insegna che Cosa Nostra ha saputo usare i "collaboratori di giustizia" per disinformare o consumare vendette. Forse non è un caso che per ogni famiglia mafiosa vi sia in genere un solo "pentito".

Crisi politico-organizzativa perch‚ la reggenza Provenzano sembra volgere al termine. La salute del capo corleonese è precaria, mentre intorno a lui il cerchio si stringe. Il suo carisma copre le rivalita fra gruppi mafiosi. Ma il giorno dopo la sua cattura o la sua morte i conflitti sotterranei potrebbero scoppiare con violenza. Cosa Nostra è meno unitaria di quanto fosse ai tempi di Riina. Non c'è solo la scontata partizione fra i carcerati dell'ala dura, capeggiata da Riina, e i trattativisti come Pietro Aglieri, che tengono aperto un canale di dialogo con lo Stato. C'è la difficolta di rimpiazzare i boss morti o carcerati con giovani sufficientemente addentro alle tecniche di mafia. E c'è soprattutto il vuoto fra l'oligarchia dei megatraffici e i gregari dediti all'estorsione e ai piccoli appalti, che rischiano la galera e la vita per somme modeste. Una falla che le forze dello Stato potrebbero allargare, concentrandovi tutte le risorse disponibili.

Oggi Cosa Nostra ha molte anime e molte velocita. Usa le più raffinate tecnologie telematiche e insieme i celeberrimi "pizzini", i bigliettini con cui Provenzano comunica con i suoi. E' tornata a muoversi da mafia "governativa", per evocare la battuta di Tano Badalamenti. Ha per ora rinunciato allo scontro con i poteri democratici per ricercarvi complici e protettori. Finch‚ vi incrocera anime morte disposte a nutrirne la bulimia parassitaria, il futuro è assicurato.

Nella partita per la sovranita sulla Sicilia finora l'Italia ha perso. Per lunghi tratti si è perfino rifiutata di giocarla. Perch‚ molti di noi, magari inconsciamente, restano prigionieri dell'ideologia della mafia imbattibile. O perch‚ temono che l'infiltrazione del nemico nelle nostre file sia tale da rendere vano il sacrificio di chi continua a lottare. Di chi rifiuta la teoria del cavalier Rascona, il protagonista di La mafia, una commedia di Giovanni Adolfo Cesareo, risalente agli anni della prima guerra mondiale. Al capomafia Rascona quel testo esemplare del genere apologetico attribuisce un aforisma di mosaica potenza: "Io non sono la legge, che è la giustizia di pochi; ma sono la forza, che è la legge di tutti". Per Leonardo Sciascia, Rascona incarna una teoria definitiva perch‚ apparentemente inconfutabile: "Che la Sicilia è, per lingua e per sentimento, una nazione; e che la mafia è la sua "costituzione", il suo "stato" invisibile ma concreto dietro l'apparato visibile ma inutile dello Stato, dietro lo schermo illusorio dello Stato italiano".

Si può accettare la teoria Rascona. Subirla come una verita sgradevole. E magari applicarla per estensione ad altre contrade d'Italia, nelle quali vecchie e nuove mafie conquistano terre, cuori e menti. Ma non si può sperare allo stesso tempo che il nostro paese abbia ancora senso. L'Italia senza Italia non esiste.

 

12 aprile 2005 - "IL COGNATO DI PIDDU MADONIA E' LIBERO DI TORNARE A GELA"

"La Sicilia"

processo "grande oriente"

"Il cognato di Piddu Madonia è libero di tornare a Gela"

Via libero al rientro "in patria" per Giuseppe Lombardo, il cognato del boss "Piddu" Madonia condannato a 24 anni di carcere nell'ambito del maxi processo di mafia "Grande Oriente", scaturito dalle confidenze fatte da Gino Ilardo al colonnello del Ros Michele Riccio, ed il cui verdetto è stato emesso nel maggio di cinque anni fa dal Tribunale di Gela. Il via libera al suo ritorno è stato ratificato dal Tribunale a cui il difensore di Lombardo, avv. Antonio Impellizzeri, ha presentato istanza di revoca di tutte le misure coercitive imposte al suo cliente nell'aprile di tre anni fa al momento della scarcerazione avvenuta per scadenza dei termini della custodia preventiva.

Gia tre anni fa Lombardo aveva potuto riconquistare la liberta a causa del mancato deposito della sentenza di primo grado. Scaduti i termini, dunque, si era visto riaprire le porte del carcere, ma con la clausola di non mettere piede in Sicilia ed in altre regioni d'Italia dove Cosa Nostra poteva avere interessi. Ma anche questa clausola, ora, è venuta meno visto che delle motivazioni della sentenza relativa al processo "Grande Oriente" ancora non c'è traccia. Di qui l'istanza di revoca delle misure coercitive avanzata al Tribunale. L'ora X per Lombardo scattera a mezzanotte di oggi: subito dopo potra tornare a Gela.

Stessa sorte per Carmelo Barberi, il prof. di educazione fisica sospettato di avere fatto da "postino" al capo della "cupola" Bernardo Provenzano e condannato a 24 anni per mafia. Anche a Barberi, all'atto della remissione in liberta avvenuta l'11 aprile di tre anni fa, i giudici imposero una sfilza di misure coercitive (tra cui il divieto di dimora in Sicilia) ora venute meno per scadenza termini. Il suo difensore, dunque, avv. Giacomo Ventura, oggi stesso chiedera al Tribunale di revocargliele.

 

12 aprile 2005 - DI MATTEO, BRUSCA ABBANDONO' IN STRADA KILLER DI BASILE

ANSA:

MAFIA: DI MATTEO, BRUSCA ABBANDONO' IN STRADA KILLER DI BASILE

   Il boss Giovanni Brusca avrebbe abbandonato i suoi uomini dopo che avevano commesso l'omicidio del capitano dei carabinieri, Emanuele Basile. Lo sostiene l'ex collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, deponendo questa sera nel processo che vede imputato Giovanni Brusca dell'uccisione dell'ufficiale avvenuta a Monreale nella notte fra il 3 e il 4 maggio del 1980.

   L'ex capomafia di San Giuseppe Jato e' l'unico imputato del processo che si svolge davanti ai giudici della Corte d'assise di Palermo. Secondo Di Matteo, il pentito, all'epoca ventitreenne, aveva funzioni di appoggio al commando, ma invece di attendere i killer, fuggi' in auto e li lascio' per strada, senza alcun appoggio. I tre furono arrestati subito dopo, quasi nell'immediatezza dei fatti.

   A conclusione dell'udienza l'imputato ha fatto spontanee dichiarazioni e ha sostenuto che Di Matteo e' inattendibile, e che le sue fonti sono Nino Gioe', morto in carcere, e "una persona, come Francesco Di Carlo (pure lui pentito ndr) che era in galera nel periodo in cui e' avvenuto l'omicidio".

 

12 aprile 2005 - TALPE DDA; CAPITANO CC, RIOLO HA TRADITO FIDUCIA ROS

ANSA:

MAFIA: TALPE DDA; CAPITANO CC, RIOLO HA TRADITO FIDUCIA ROS

MARESCIALLO IMPUTATO HA AVUTO RUOLI IN INDAGINI SU PROVENZANO

   Il capitano Giovanni Sozzo, in servizio al Ros di Palermo, ha illustrato ai giudici del tribunale le attivita' di intercettazione effettuate dai carabinieri del Ros nei confronti dei boss che favorivano la latitanza di Bernardo Provenzano, scoperte durante le indagini dagli stessi indagati. Sozzo ha anche parlato dei sospetti sul maresciallo Giorgio Riolo, imputato nel processo sulle 'talpe' alla Dda di Palermo, che installava le microspie.

   Il dibattimento si svolge davanti ai giudici della terza sezione del tribunale, presieduto da Vittorio Alcamo, e che vede fra i 13 imputati anche il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra; l'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello, indicato come il prestanome di Provenzano e il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, accusato di concorso in associazione mafiosa. Aiello e il militare sono entrambi agli arresti domiciliari.

   Sozzo, che e' uno degli ufficiali che da anni conduce le indagini per la ricerca di Provenzano, per oltre cinque ore ha risposto a domande sulla rete di favoreggiatori del vecchio padrino di Corleone e su Riolo. Secondo il capitano dei carabinieri, il maresciallo ha installato telecamere e microspie nell'ambito dell'indagine sulla ricerca dello "zio" (il boss) e negli ultimi anni queste postazioni sarebbero state scoperte dagli indagati, vanificando le inchieste.

   L'accusa sostiene che Riolo possa avere riferito ad Aiello i luoghi controllati dagli investigatori e per questo motivo avrebbero scoperto le apparecchiature d'intercettazione. Una talpa, insomma, che teneva informato il prestanome di Provenzano di tutti i movimenti degli investigatori. La moglie di Riolo lavora nella struttura sanitaria di Aiello e lo stesso sottufficiale dei carabinieri avrebbe ottenuto dall'imprenditore di Bagheria some di denaro. Gli inquirenti sospettano che il maresciallo possa avere passato informazioni riservate, tradendo cosi' i colleghi del Ros.

   L'ufficiale, nel tracciare una sorta di profilo professionale di Riolo, ha detto che era l'unico investigatore "abilitato" per "il grado di segretezza" che aveva ad effettuare bonifiche negli uffici istituzionali del ministero della Difesa, dell'Interno e della Giustizia. Riolo, in sostanza, aveva il compito di controllare periodicamente se presso questi enti istituzionali erano state installate illegalmente microspie.  Alla domanda di uno dei difensori del maresciallo, che chiedeva se aveva effettuato bonifiche anche al palazzo di giustizia, Sozzo non ha risposto e si e' avvalso davanti al tribunale del "segreto di Stato" su questa vicenda.

   Riolo era presente in aula, e con lui anche Aiello. Sozzo ha detto che dopo la scoperta che l'imprenditore era "uomo di Provenzano", e cio' si e' saputo solo dopo il pentimento di Giuffre' avvenuto alla fine del 2002, ha iniziato a sospettare di Riolo, non solo perche' la moglie lavorava nella clinica di Aiello, ma perche' era anche amico di Borzacchelli, il deputato regionale dell'Udc ed ex maresciallo dei carabinieri, sotto processo per concussione, di cui il capitano afferma di avere "poca stima morale ed etica".

 

12 aprile 2005 - PROVENZANO; RICERCHE ANCHE IN SOTTOSUOLO BAGHERIA

ANSA:

MAFIA: PROVENZANO; RICERCHE CC ANCHE IN SOTTOSUOLO BAGHERIA

SI CERCA VIA DI FUGA SOTTERRANEA

   Per tutta la notte i carabinieri hanno controllato a Bagheria il sottosuolo delle strade attorno alla clinica dell'impreditore Michele Aiello, arrestato nel novembre 2003 per associazione mafiosa, alla ricerca di un tunnel che sarebbe stato utilizzato dal boss latitante Bernardo Provenzano.

   I militari hanno chiuso le strade e con un sofisticato georadar hanno setacciato la zona alla ricerca di questa struttura sotterranea che sarebbe stata realizzata partendo dalla clinica di Aiello. Quest'ultimo e' indicato come il prestanome del padrino corleonese e attualmente e' imputato nel processo alle talpe della Dda.

   Si tratterebbe di una via di fuga creata appositamente, diversi anni fa, per il vecchio padrino corleonese ricercato da 42 anni.

   Per tutta la notte i carabinieri e tecnici specializzati hanno lavorato sotto la pioggia. Non si conoscono ancora i risultati dell'esame, effettuato con gli strumenti che consentono di analizzare e scovare sotto il manto stradale, anche a diversi metri di profondita', l'esistenza di tunnel o altre strutture.

   L'ipotesi investigativa, secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari, che sarebbe nata da una indicazione fornita da un collaboratore di giustizia, nei sotterranei della clinica di Aiello sarebbe stata creata una via di fuga per Provenzano nel periodo in cui il boss corleonese sarebbe stato ospitato nella struttura sanitaria.

   Il georadar ha evidenziato tracce di una struttura che vi sarebbe nel sottosuolo e che potrebbe essere il tunnel creato dalla clinica di Aiello per procurare una via di fuga. I risultati ottenuti saranno adesso esaminati dagli esperti.

   L'indagine e' collegata all'inchiesta sulle talpe alla Dda che vede coinvolte 13 persone fra cui l'imprenditore Michele Aiello e il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, entrambi agli arresti domiciliari e sotto processo per mafia.

   I controlli nel sottosuolo, secondo quanto si e' appreso, sono stati effettuati non solo la notte scorsa, ma anche quella precedente. I carabinieri hanno chiuso le strade in entrambi i casi per quasi sette ore, paralizzando mezzo quartiere.

   L'operazione e' stata coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm della Dda Nino Di Matteo, Michele Prestipino e Maurizio De Lucia.

 

MAFIA: PROVENZANO; UN TUNNEL PER GARANTIRSI LA FUGA

RICERCHE IN CORSO A BAGHERIA ATTORNO ALLA CLINICA DI AIELLO

   Un tunnel segreto per garantire al boss latitante Bernardo Provenzano una eventuale via di fuga da una clinica privata di Bagheria, dove sarebbe stato curato. E' l'ultimo sconcertante capitolo nella storia romanzesca del capo di Cosa Nostra, latitante ormai da 42 anni.

   Dopo gli accertamenti sull'ospedale di Marsiglia in cui il boss e' stato operato alla prostata, gli investigatori rivolgono adesso la loro attenzione su Bagheria, tradizionale roccaforte di Provenzano. La clinica e' di proprieta' dell'imprenditore Michele Aiello, arrestato il 5 novembre 2003 per associazione mafiosa. Aiello viene indicato come il prestanome di Provenzano dagli inquirenti, secondo i quali avrebbe coperto la latitanza del padrino corleonese. Il tunnel, la cui esistenza e' stata rivelata da un pentito, costituirebbe una prova ulteriore nei confronti dell'imprenditore, attualmente sotto processo nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda.

   Per tutta la notte i carabinieri hanno controllato, con l'ausilio di alcuni tecnici specializzati, il sottosuolo e le strade attorno alla struttura sanitaria. La clinica dispone di alcuni "bunker" sotterranei utilizzati per la medicina nucleare, dove si sono concentrate le ricerche poi estese anche all'esterno. Gli investigatori hanno chiuso al traffico tutta la zona e con un sofisticato georadar hanno setacciato le viscere della terra alla ricerca del tunnel. Non si conoscono ancora i risultati dell'esame, effettuato con gli strumenti che consentono di analizzare e scovare sotto il manto stradale, anche a diversi metri di profondita', l'esistenza di gallerie.  Il georadar ha evidenziato tracce di una struttura presente nel sottosuolo, che potrebbe essere il tunnel. I risultati ottenuti saranno adesso esaminati dagli esperti.

    L'ipotesi investigativa, secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari, sarebbe scaturita da una indicazione fornita da un collaboratore di giustizia. Il pentito ha rivelato che nei sotterranei della clinica sarebbe stata creata una via di fuga per Provenzano.

   L'indagine e' collegata all'inchiesta sulle talpe alla Dda che vede coinvolte 13 persone fra cui l'imprenditore Michele Aiello e il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, entrambi agli arresti domiciliari e sotto processo per mafia.

   I controlli nel sottosuolo, secondo quanto si e' appreso, sono stati effettuati non solo la notte scorsa, ma anche quella precedente. I carabinieri hanno chiuso la centrale via Dante per diverse ore, paralizzando l'intero quartiere.

   L'operazione e' stata coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm della Dda Nino Di Matteo, Michele Prestipino e Maurizio De Lucia.

   Non e' la prima volta che boss mafiosi latitanti utilizzano tunnel e bunker per sfuggire alla cattura: il boss catanese Giuseppe Pulvirenti, detto "U Mappasotu", fu "stanato" da un covo sotterraneo, nelle campagne di Belpasso, dove si era rifugiato. E un altro capomafia palermitano, Cosimo Vernengo, aveva realizzato un rifugio segreto, nella sua stessa abitazione, al quale si accedeva da una botola. Anche in questo caso fu scoperto e arrestato.

 

13 aprile 2005 - LIBRO SU ARNALDO LA BARBERA

"Il Tempo"

UN investigatore "irripetibile", sempre in prima linea, vero e proprio "uomo bionico", capace di non mangiare e non dormire per giornate intere quando c'era da seguire una pista, burbero e caparbio, fedele servitore dello Stato, fino alla fine. Così gli uomini che hanno lavorato con lui ricordano Arnaldo La Bar