Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2005: febbraio
1 febbraio 2005 - GIUSTIZIA: PROROGA A VIGNA FINO A COMPIMENTO 72 ANNI
ANSA:
GIUSTIZIA: PROROGA A VIGNA FINO A COMPIMENTO 72 ANNI
EMENDAMENTO RELATORE PRESENTATO IN COMITATO DEI NOVE
La proroga del mandato di Pier Luigi Vigna a capo della procura generale antimafia non arrivera' piu' fino al 31 dicembre 2005, come previsto in precedenza dal decreto 'milleproroghe' in discussione alla Camera, ma fino all'agosto di quest'anno, quando Vigna compira' 72 anni. E questo per 'armonizzare' la norma alla riforma dell'ordinamento.
E' quanto prevede un emendamento presentato dal relatore della norma Giampiero D'Alia e approvato oggi dal comitato dei Nove delle commissioni congiunte I e V della Camera.
La proroga del mandato di Vigna fino al primo agosto (giorno del suo settantaduesimo compleanno), anziche' fino al 31 dicembre, impedirebbe comunque all' attuale capo della procura di Torino Giancarlo Caselli di poter concorrere per la procura nazionale antimafia.
Caselli infatti compira' 66 anni il prossimo 9 maggio. E secondo la riforma dell'ordinamento giudiziario, ora all'esame del Senato, nessun magistrato puo' ottenere un incarico dirigenziale a meno che non possa mantenerlo per quattro anni di seguito prima di andare in pensione. E siccome, per legge, un magistrato va in pensione a 70 anni (anche se poi ci possono essere delle proroghe fino ai 72 o ai 75 anni), Caselli per tre mesi non ce la farebbe.
Ma per il magistrato torinese, una speranza ci sarebbe ancora. La limitazione dei quattro anni infatti entrerebbe in vigore con la riforma dell'ordinamento giudiziario. Ma perche' questo accada bisognera' attendere che siano trascorsi 90 giorni dalla pubblicazione dei decreti di attuazione. E che questo possa avvenire entro il primo maggio appare per la verita' piuttosto improbabile visto che dovra' tornare alla Camera; dovranno essere messi a punto i decreti; questi dovranno ricevere il parere delle commissioni competenti e poi dovranno essere pubblicati. Infine dalla loro pubblicazione dovranno passare 90 giorni.
Ma anche questo ostacolo potrebbe essere aggirato. Nella pregiudiziale votata dall'Aula del Senato la settimana scorsa, si e' previsto infatti che della riforma si possano 'ritoccare', non solo i quattro punti indicati dal presidente della Repubblica, ma anche tutte quelle norme del provvedimento relative a questioni finanziarie e alla scadenza dei termini.
La Cdl cioe' per affrettare i tempi potrebbe presentare un emendamento al testo che elimini il periodo dei 90 giorni. Potrebbe stabilire che la riforma entri in vigore subito dopo la pubblicazione dei decreti attuativi.
La partita "Castelli-Vigna" e' ancora tutta da giocare. Intanto la Cdl ha deciso di modificare l'emendamento per cercare di render la proroga di Vigna un po' piu' "dignitosa", come spiegano alcuni centristi. Nella speranza insomma che almeno dal Quirinale non arrivino altre 'sorprese'...

GIUSTIZIA: PROROGA VIGNA,SI CAMBIA, SCADE AL COMPLEANNO
PROPOSTA D'ALIA (UDC), LASCERA' A 72 ANNI E NON IL 31 DICEMBRE
Sulla proroga di Pierluigi Vigna alla guida della procura nazionale antimafia la Cdl ci ripensa. E cosi', dopo aver approvato la settimana scorsa un emendamento che prolungava il suo incarico fino al 31 dicembre prossimo, oggi ne presenta un altro che lo 'riduce' al compimento del suo 72 esimo compleanno, che cade il 1 agosto, cioe' quattro mesi prima.
Il 'ripensamento', che secondo l'opposizione servirebbe solo a rendere "piu' digeribile" il provvedimento per il Capo dello Stato, (che ha gia' rinviato al riforma dell'ordinamento giudiziario alle Camere per palese incostituzionalita' di quattro punti), fa comunque gridare allo scandalo il centrosinistra.
"Probabilmente hanno fatto un passo indietro - afferma il capogruppo dei Ds in commissione Affari Costituzionali della Camera Carlo Leoni - perche' si erano resi conto di avere esagerato. Ma il danno alla Costituzione e ai poteri del Csm comunque resta. Anche con questo nuovo emendamento...".
La nuova proposta di modifica, messa a punto dal relatore Giampiero D'Alia (Udc), serve invece a "uniformare - spiegano nella Cdl - il testo del decreto a quello della riforma dell' ordinamento giudiziario". In questo secondo provvedimento, ora all'esame del Senato, si prevede infatti che il pensionamento per i magistrati arrivi con il compimento dei 72 anni. "E non era possibile - osserva un deputato della maggioranza - creare una difformita' del genere. La data del 31 dicembre sarebbe stata facilmente contestabile".
In ogni caso, sia che la proroga scada ad agosto o a dicembre, l'attuale Capo della Procura di Torino sarebbe comunque "fuori gioco" dalla corsa al vertice dell'Antimafia. Giancarlo Caselli infatti compira' 66 anni il prossimo maggio. E per tre mesi rischia di non farcela. Nella riforma dell' ordinamento giudiziario infatti si prevede che non possano ricoprire incarichi dirigenziali quei magistrati che non riescano a garantire la dirigenza per almeno 4 anni di seguito. E Caselli, ad agosto, potrebbe garantirla solo per 3 anni e 9 mesi.
La partita 'Vigna-Caselli' e' in realta' ancora tutta da giocare. E rischia di trasformarsi in una corsa contro il tempo tra il Parlamento e il Csm.
Perche' entri in vigore il vincolo dei 4 anni che 'stopperebbe' il magistrato torinese la riforma dovrebbe diventare legge entro il primo maggio. Prima cioe' che Caselli compia i 66 anni. Ma perche' questo avvenga si dovra' aspettare che trascorrano 90 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dei decreti di attuazione della riforma. Il che significa che riforma e decreti dovrebbero essere approvati e quindi promulgati entro febbraio. A meno che il Senato non cambi il testo della riforma. Secondo la pregiudiziale approvata dall'Aula di palazzo Madama infatti i senatori potranno 'rimettere mano' al provvedimento, non solo nei quattro punti indicati da Ciampi, ma anche in quelle norme che riguardano questioni finanziarie e la scadenza dei termini. La maggioranza cioe' potrebbe, 'ritoccando' il testo, eliminare anche quei tre mesi previsti dalla promulgazione dei decreti.
Ma anche il Csm, nel caso volesse offrire una 'chance' a Caselli, dovrebbe premere il pedale dell'acceleratore sul concorso e sui tempi del bando. Visto che questo dovrebbe essere indetto almeno quattro mesi prima della scadenza del mandato.
Lo 'slittamento' della proroga a Vigna, ad una data anziche' ad un'altra, potrebbe influire infatti anche sulla presentazione delle domande dei candidati. Alcuni di loro ad agosto potrebbero farcela ad avere i titoli necessari. Altri no. E cosi', nell' opposizione c'e' chi sospetta che oltre alla partita contro Caselli, se ne stiano giocando altre, piu' sotterranee tra Csm e Cdl. Che non ha mai nascosto la sua 'simpatia' per Giovanni Tinebra, attuale capo del Dap.
Domani comunque il decreto 'milleproroghe' dovrebbe ricevere il via libera dell'Aula della Camera. Per poi passare all'esame del Senato.

1 febbraio 2005 - ATTENTATO VIA PALESTRO: CHIESTA CONFERMA ERGASTOLO
ANSA:
ATTENTATO VIA PALESTRO: CHIESTA CONFERMA ERGASTOLO
E' cominciato stamani davanti alla Corte d'assise d'appello il processo di secondo grado per la strage compiuta il 27 luglio 1993 in via Palestro a Milano dove un'automobile imbottita di esplosivo, venne fatta saltare nei pressi del Padiglione d'Arte Contemporanea, provocando la morte di cinque persone e il ferimento di altre 12.
L'accusa ha chiesto la conferma della pena per gli imputati, i fratelli palermitani Giovanni e Tommaso Formoso, accusati di strage e devastazioni varie, e condannati in primo grado all'ergastolo. L'episodio, sulla base delle indagini svolte dagli inquirenti, rientrava in una trama criminale organizzata dalla mafia, per indurre il governo ad ammorbidire le norme sulla detenzione carceraria di personaggi accusati di mafia. In questo programma, erano stati compiuti attentati anche a Firenze e a Roma (tra i bersagli, il giornalista Maurizio Costanzo e lo stadio Olimpico). Per la catena di stragi, il processo principale si era svolto a Firenze dove erano stati mandati a giudizio i presunti mandanti e gli esecutori di vari attentati. Tra i condannati nel capoluogo toscano, dove furono 15 gli ergastoli, anche Toto' Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e Giovanni Brusca.
Oggi, in aula a Milano, era presente soltanto Giovanni Formoso mentre il fratello Tommaso era in collegamento videoconferenza da Napoli. Nella causa, sono costituiti parte civile la Presidenza del Consiglio e i Comuni di Milano e di Roma. Dopo la relazione, svolta dal presidente del collegio giudicante Sergio Valio, i difensori hanno chiesto la rinnovazione del dibattimento per acquisire nuovi documenti, ma la Corte ha respinto l'istanza ed e' iniziata la discussione. Il sostituto procuratore generale, Bruno Fenizia, ha chiesto la conferma dell'ergastolo. Poi hanno parlato i patroni di parte civile. Domani, dopo le arringhe difensive, potrebbe essere emessa la sentenza.

1 febbraio 2005 - MAFIA: ALMENO 40 LETTERE ATTRIBUIBILI A PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: ALMENO 40 LETTERE ATTRIBUIBILI A PROVENZANO
PRESTIPINO A 'GENTE', ARRESTO NON SIGNIFICA FINE COSA NOSTRA
Bernardo Provenzano "esiste ed e' il capo di Cosa Nostra". A testimoniarlo anche una quarantina di lettere "attribuibili a lui con certezza". Lo afferma il magistrato della Dda di Palermo Michele Prestipino, che coordina le forze impegnate nella caccia al boss di Cosa Nostra, in un'intervista al settimanale 'Gente' che sara' pubblicata nel numero in edicola domani.
"Nessuno sa dove sia ne' quale identita' abbia assunto, e qui sta il trucco che gli consente di essere per ora inafferrabile - dice il magistrato a 'Gente' che ha diffuso un'anticipazione dell'intervista - una cosa pero' deve essere chiara: assicurato Bernardo Provenzano alla giustizia, Cosa Nostra non sara' finita. Fara' fronte all'emergenza come e' accaduto altre volte, anche se terminera' indubbiamente un'era e ne comincera' un'altra'.". "Esistono - aggiunge - una quarantina di lettere attribuibili con certezza a Provenzano, nelle quali si capisce benissimo che e' lui il capo di Cosa Nostra. E del resto quando si tratta di nominare i capi delle varie zone, tra cui, per esempio, il capo della provincia di Agrigento, oppure quando si tratta di distribuire denaro, Provenzano interviene attivamente".
Il settimanale, inoltre, pubblica in esclusiva il testo integrale di due messaggi, oltre ad ampi stralci di altre missive inviate dal capomafia ai suoi collaboratori. "Se lo puoi fare - scrive in un 'pizzino' indirizzato a Antonino Giuffre' (suo ex braccio destro che ora e' diventato collaboratore di giustizia) - falli impegnare nell'osservare bene e con questo di' loro di non parlare ne' dentro, ne' vicino alle macchine, anche in casa, non devono parlare ad alta voce, non parlare vicino alle case ne' buone ne' diroccate. Istruiscili". Nell'altro pizzino, Provenzano chiede che gli vengano inviati dei semi per coltivare la cicoria, segno forse, secondo gli inquirenti, che dispone almeno di un terrazzino dove tenere i vasi.

1 febbraio 2005 - MAFIA: TALPE DDA; APERTO DIBATTIMENTO,CUFFARO NON E' IN AULA
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; APERTO DIBATTIMENTO,CUFFARO NON E' IN AULA
Si e' aperto a Palermo, davanti ai giudici della terza sezione del tribunale, presieduta da Vittorio Alcamo, il processo alle cosiddette talpe alla Dda, che vede 13 imputati, fra cui il presidente della Regione Salvatore Cuffaro. Coinvolti politici, imprenditori, professionisti e uomini delle forze dell'ordine.
All'apertura dell'udienza ha chiesto la costituzione di parte civile il Comune di Bagheria (in aula era presente l'assessore alla Legalita', Giuseppe Cipriani), limitatamente a 5 imputati, tra i quali l'imprenditore della sanita' Michele Aiello, la cui clinica 'Villa santa Teresa' ricade nel territorio di Bagheria, e il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, entrambi ai domiciliari. Per il militare la difesa ha ribadito la richiesta di rito abbreviato. Oltre a quella del Comune di Bagheria, non ci sono state altre richieste di costituzione di parte civile.
Non e' presente al dibattimento, come annunciato ieri, il governatore Cuffaro e gli imputati detenuti.
Stamane, prima dell'inizio dell'udienza, sono entrati in aula il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e il sostituto della Dna Gianfranco Donadio, che hanno stretto la mano ai tre pm che sosterranno l'accusa: Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo.
Il tribunale e' riunito in Camera di consiglio per valutare le richieste preliminari.
La richiesta di costituzione di parte civile e' stata fatta anche dalla Asl di Palermo per gli imputati accusati di truffa. I giudici del tribunale si sono riservati di decidere sulle richieste dei difensori. Il collegio ha autorizzato l'ingresso per le future udienze delle telecamere per la ripresa del dibattimento ed e' stato reso noto un calendario che prevede quattro udienze al mese che si svolgeranno ogni martedi'.
Il dibattimento e' stato rinviato all'8 febbraio, nell'aula della prima sezione civile del palazzo di giustizia.

MAFIA: TALPE DDA;CUFFARO ASSENTE PRIMA UDIENZA PROCESSO
All'apertura del processo che lo vede imputato il presidente della regione siciliana, Salvatore Cuffaro, non c'era. Non c'erano nemmeno gli altri imputati detenuti, l'imprenditore Michele Aiello e il maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, entrambi agli arresti domiciliari.
L'assenza di Cuffaro era stata preannunciata dai suoi legali, i quali hanno tuttavia ribadito che il governatore intende presenziare al dibattimento ogni volta che sara' possibile, compatibilmente con i suoi impegni istituzionali.
Il dibattimento che riguarda 13 imputati e' cominciato stamani in un'aula affollata di avvocati e giornalisti, davanti ai giudici della terza sezione del tribunale, presieduta da Vittorio Alcamo. Il Comune di Bagheria e la Asl hanno chiesto di costituirsi parte civile, mentre i difensori hanno sollevato alcune questioni preliminari. Il collegio si e' riservato ed ha subito rinviato a martedi' 8 febbraio.
Il processo riguarda le talpe della Dda e la truffa alla Asl effettuata dalle cliniche di Aiello che avrebbero ottenuto rimborsi "gonfiati" per prestazioni effettuate. Le accuse rivolte a Cuffaro risalgono al giugno 2003, quando al governatore fu notificato un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa. Le ipotesi di reato furono poi modificate in favoreggiamento di Cosa nostra e rivelazione di segreti d'ufficio. Per quest' ultimo reato il Gup ha disposto il non luogo a procedere, ma la sentenza e' stata appellata dalla procura. Sono due le inchieste che hanno coinvolto Cuffaro: la prima denominata "Ghiaccio 2", e la seconda "Talpe alla Dda". In entrambi i casi l'indagine riguarda politici, professionisti, imprenditori e rappresentanti delle forze dell'ordine.
Gli accertamenti dei carabineri del Nucleo operativo hanno concentrato i sospetti su Cuffaro a proposito di fughe di notizie riservate che hanno anche riguardato l'imprenditore Michele Aiello, arrestato per associazione mafiosa il 5 novembre 2003, e adesso coimputato nel processo. Un ruolo che, nell'indagine "Ghiaccio", sostengono gli inquirenti, Cuffaro avrebbe condiviso con l'ex maresciallo dei carabinieri e deputato regionale dell' Udc Antonio Borzacchelli, arrestato nel novembre del 2003 per concussione.
La posizione processuale del governatore, nei confronti del quale i pm hanno stralciato l'accusa di concorso in associazione mafiosa, ruota attorno ad Aiello, personaggio di spicco della sanita' privata siciliana, ritenuto vicino prima a Toto' Riina e poi al boss mafioso latitante Bernardo Provenzano. Ma ai contatti con il manager non e' stata collegata l'accusa di mafia ipotizzata per Cuffaro, che e' stata invece stralciata dai magistrati in quanto non ci sarebbero contatti diretti fra il Governatore ed esponenti mafiosi come il boss Giuseppe Guttadauro, capomafia di Brancaccio. Nel salotto di quest'ultimo, durante la campagna elettorale delle elezioni regionali del 2001, sono state registrate diverse ore di conversazione con mafiosi, politici e medici. Durante questi dialoghi e' stato fatto piu' volte riferimento al nome di Cuffaro. Proprio queste intercettazioni, in cui si parla di intrecci fra mafia e politica, hanno portato all'arresto di numerose persone, fra cui l'ex assessore Domenico Miceli, attualmente sotto processo per concorso in associazione mafiosa. La scoperta della "cimice" a casa del mafioso avviene il 21 giugno 2001, dopo una fuga di notizie che causa l'interruzione dell'inchiesta, la cui responsabilita' viene fatta risalire al maresciallo del Ros Giorgio Riolo.

2 febbraio 2005 - GIUSTIZIA: INVIATE A VIGNA FIRME APPELLO PER RINUNCIA PROROGA
ANSA:
GIUSTIZIA: INVIATE A VIGNA FIRME APPELLO PER RINUNCIA PROROGA
DOMANI CASO A CSM, FORSE BOCCE FERME SINO A CONVERSIONE DECRETO
Hanno firmato quasi in 500 per chiedere a Piero Luigi Vigna di rinunciare alla proroga nel suo incarico di procuratore nazionale antimafia, che la maggioranza vuole concedergli. Da una decina di giorni quelle firme , raccolte in una settimana, e che appartengono a colleghi di vario orientamento culturale, sono sul tavolo del diretto interessato.
Da Vigna per ora non e' arrivato alcun segnale, "ma noi confidiamo ancora", dice Livio Pepino, presidente di Magistratura Democratica e tra i promotori di quell'appello a non accettare la proroga perche' "in contrasto con la Costituzione", che affida solo al Csm le nomine e le assegnazioni dei magistrati.
Proprio domani il caso dovrebbe tornare ancora all'attenzione del Consiglio. Nella scorsa settimana il plenum di Palazzo dei Marescialli con un parere al ministro della Giustizia Castelli aveva avvertito che i profili di incostituzionalita' della proroga potevano essere superati solo con un'interpretazione che salvasse il concorso gia' bandito per la sostituzione di Vigna dallo stesso Csm. Ora che la questione e' stata riaperta dalla maggioranza che vuole che il Csm bandisca un nuovo concorso, la parola torna alla Commissione per gli incarichi direttivi di Palazzo dei marescialli, che si riunira' domani. Il tema non e' ufficialmente all'ordine del giorno e dunque non e' detto che si arrivi ad una decisione. Anche perche' l'orientamento dovrebbe essere quello di aspettare la conversione del decreto in legge. Oltretutto soltanto in quel momento sara' possibile per il Csm sollevare un eventuale conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
Sembra, invece, improbabile che la Commissione decida domani di andare avanti con il concorso gia' bandito: significherebbe dar vita a un braccio di ferro con la maggioranza dagli esiti incerti. Come pure pare difficile che la Commissione bandisca a tambur battente un nuovo concorso per evitare che lo spostamento troppo in la' dei termini produca l'esclusione di uno degli attuali candidati di maggior peso, il pg di Torino Giancarlo Caselli. Anche questa soluzione sarebbe comunque appesa a un filo: la maggioranza potrebbe cambiare le regole anche a nomina gia' deliberata dal Csm, sino alla vigilia di quel primo agosto in cui Vigna compira' 72 anni e dunque dovra' lasciare la magistratura.

2 febbraio 2005 - MAFIA: INTERCETTATO VIVANDIERE PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: INTERCETTATO VIVANDIERE PROVENZANO, E' COME RAMBO
L'uomo che fino a pochi mesi fa ha gestito la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano e' Stefano Lo Verso, 44 anni, fermato lunedi' scorso su ordine dei pm Marzia Sabella e Michele Prestipino e per il quale oggi e' stata chiesta al gip la convalida dell'arresto. Dalle intercettazioni registrate dagli investigatori emerge che l'uomo ha portato da mangiare, quasi ogni giorno, al latitante.
Emerge, dunque, che Lo Verso conoscerebbe bene il luogo in cui si sarebbe nascosto negli ultimi tempi il padrino corleonese, ricercato da 41 anni. La zona in cui si troverebbe questo covo e' compresa fra Aspra e Bagheria. Proprio in questo territorio alle porte di Palermo si muoveva in machina Lo Verso con a bordo la "verdura" di cui va goloso il boss.
In una conversazione registrata fra Lo Verso e Giuseppe Comparetto, 29 anni, anche lui fermato lunedi' scorso, emerge che lo stato di salute del capomafia e' buono, tanto che il suo vivandiere lo definisce "Rambo", per la forza e la tenacia del boss di sopravvivere anche nelle condizioni ambientali piu' sfavorevoli. Provenzano lunedi' scorso ha compiuto 72 anni.
I due indagati fermati due giorni fa sono stati tenuti fuori dalla prima operazione "Grande mandamento" che la notte del 24 gennaio polizia e carabinieri del Ros hanno portato in carcere 51 persone, perche' gli inquirenti speravano di poter arrivare allo "zio". Gli investigatori hanno quindi ritardato il loro arresto nel tentativo di seguirli per individuare il covo del latitante. Ma i pedinamenti non hanno portato ad alcun risultato.
Lo Verso, fra l'altro, sarebbe stato a conoscenza, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, delle operazioni che le Forze dell'ordine stavano per eseguire, come il blitz scattato il 24 gennaio.
Per domani mattina e' previsto l'interrogatorio davanti al gip dei due fermati.

2 febbraio 2005 - STRAGE VIA PALESTRO: LUNEDI' LA SENTENZA
ANSA:
STRAGE VIA PALESTRO: LUNEDI' LA SENTENZA
Sara' emessa lunedi' prossimo la sentenza nel processo per la strage di via Palestro, avvenuta a Milano la sera del 27 luglio 1993, quando un'automobile imbottita di esplosivo salto' in aria davanti al Palazzo dell'Arte Contemporanea provocando la morte di 5 persone e il ferimento di altre 13.
Due sono gli imputati a giudizio davanti alla terza corte d'assise d'appello con l'accusa di strage. Si tratta dei fratelli palermitani Tommaso e Giovanni Formoso, che, secondo il capo d'imputazione, avrebbero agito nell'ambito di una trama terroristica organizzata dalla mafia contro lo Stato e nella quale rientrarono gli attentati compiuti a Roma e a Firenze.
Ieri il sostituto procuratore generale Bruno Fenizia aveva chiesto la conferma della condanna all'ergastolo inflitta dai giudici di primo grado. Oggi dai banchi della difesa hanno parlato gli avvocati Raffaele Bonsignore e Salvatore Pirola, che hanno sostenuto l'estraneita' degli imputati nell'episodio della tragica esplosione di via Palestro, ed hanno chiesto l'assoluzione.
Lunedi' prossimo, dopo l'ultima arringa dell'avvocato Savino Mondello, la corte entrera' in camera di consiglio per preparare la sentenza.
Per tutti gli altri attentati che facevano parte della stessa trama mafiosa, il processo si era svolto a Firenze, ed erano stati inflitti 15 ergastoli. Tra i colpiti, Toto Riina e Bernardo Provenzano.

2 febbraio 2005 - IL NOME DI AIELLO NEI PIZZINI DI RIINA E PROVENZANO
"La Repubblica"
IL RETROSCENA
Filmato un incontro all´hotel Excelsior
Una cassetta con Totò, Miceli e il cognato del boss Guttadauro
Il nome di Aiello nei pizzini di Riina e Provenzano
Ci sono i bigliettini trovati in tasca a Totò Riina al momento della cattura e ci sono i pizzini di Bernardo Provenzano. Che servono a provare più di dieci anni di rapporti tra Michele Aiello e i boss di Cosa nostra. C´è una cassetta filmata che riprende un incontro all´hotel Excelsior tra Salvatore Cuffaro, Mimmo Miceli e Vincenzo Greco (cognato del capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, già condannato per favoreggiamento e associazione mafiosa). Che serve a provare come, ancora dopo il ritrovamento delle microspie nel salotto di casa del boss, il presidente della Regione insisteva nell´avere rapporti non certo casuali con i suoi emissari. E ci saranno presto anche le nuove carte che arrivano dalla recentissima indagine sui fedelissimi di Bernardo Provenzano. Che raccontano di rinnovati rapporti tra il presidente della Regione e uomini della "famiglia" mafiosa di Villabate in occasione dell´ultima tornata elettorale. Non appena le depositeranno al Tribunale della libertà per il riesame delle posizioni dei 55 uomini arrestati nei giorni scorsi, i pubblici ministeri le metteranno a disposizione anche delle parti al processo alle "talpe".
Documenti, supporti informatici, relazioni di servizio che ieri i pm hanno chiesto di acquisire al fascicolo del dibattimento. Questione sulla quale i giudici del Tribunale si pronunceranno alla prossima udienza.
Per cercare di ampliare il contesto delle condotte "mafiose" attribuibili a Cuffaro, i pubblici ministeri chiedono di far entrare nel processo la cassetta o quanto meno la relazione di servizio dei carabinieri che il 30 giugno del 2001 filmarono il neo-presidente della Regione incontrarsi all´hotel Excelsior con Mimmo Miceli e Vincenzo Greco. Le microspie a casa di Giuseppe Guttadauro sono state scoperte da quindici giorni, ma le intercettazioni telefoniche rivelano agli inquirenti che Miceli sta organizzando per quel giorno un incontro tra Greco e Cuffaro. L´incontro avviene puntualmente. Il 30 giugno Miceli passa a prendere Greco e si dirige all´hotel Excelsior. Lì attendono Cuffaro e assieme a lui poi entrano nell´albergo. In quel momento - è la tesi dei pm - ha già contribuito a svelare a Guttadauro l´esistenza delle microspie ed è dunque perfettamente consapevole della natura dei rapporti tra il boss e Miceli e dello spessore di Vincenzo Greco, già condannato con pena definitiva a sei anni per aver curato il killer di padre Puglisi.
Interrogati dai pm, Miceli e Greco ammettono l´incontro, Cuffaro non lo ricorda ma dice che all´hotel Ecxelsior lui andava ogni settimana per incontrare il deputato regionale Giuseppe D´Andrea (poi scomparso). Quel 30 giugno però, hanno accertato i carabinieri, D´Andrea in albergo non c´era. E di incontri tra Cuffaro, Miceli e Greco ne avvennero altri.
a. z.

3 febbraio 2005 - DIFFAMO' MAGISTRATO, CONDANNATO TENENTE CANALE
ANSA:
DIFFAMO' MAGISTRATO, CONDANNATO TENENTE CANALE
ERA STATO DENUNCIATO DAL PROCURATORE DI MARSALA
Il tenente dei carabinieri Carmelo Canale, ex collaboratore di Paolo Borsellino, e' stato condannato a mille euro di multa per avere diffamato il procuratore di Marsala, Antonino Silvio Sciuto. La sentenza e' stata emessa dal giudice monocratico del tribunale di Roma, Bruno Iannolo.
Canale, che recentemente e' stato assolto a Palermo dall'imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa, aveva presentato cinque anni fa un esposto al presidente della Repubblica, al ministro della Giustizia, al Csm, al procuratore generale di Palermo e al comandante generale dei carabinieri col il quale segnalava una serie di "condotte abusive" del procuratore Sciuto nella gestione di alcuni processi. Le irregolarita' riguardavano per lo piu' aspetti procedurali. Canale chiedeva interventi immediati per fare cessare i presunti abusi.
Il procuratore Sciuto aveva denunciato a sua volta Canale, poi rinviato a giudizio davanti al tribunale di Roma. L'ex collaboratore di Borsellino e' stato difeso dall'avvocato Salvatore Traina; Sciuto si e' costituito parte civile con il patrocinio dell'avvocato Francesco Crescimanno.
Il giudice Iannolo ha concesso a Canale le attenuanti generiche. In una precedente udienza il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a tre mesi.

3 febbraio 2005 - MAFIA: GRANDE MANDAMENTO; INDAGINI SU LATITANZA PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: GRANDE MANDAMENTO; INDAGINI SU CONTATTI CON POLITICO
Un favoreggiatore del boss latitante Bernardo Provenzano, arrestato martedi' scorso nell'operazione "Grande mandamento", era in contatto con un politico regionale, che ricopre incarichi istituzionali, con il quale intratteneva rapporti.
Il particolare emerge da alcune indiscrezioni sulle intercettazioni ambientali che sono state effettuate durante l'inchiesta coordinata dalla Dda di Palermo. Sul nome del politico vige il massimo riserbo. L'indagato avrebbe anche frequentato l'abitazione del parlamentare. Sono ancora in corso accertamenti.

MAFIA: VIVANDIERE PROVENZANO, IL BOSS MANGIA ANCHE I VERMI
La forza e la tenacia del boss latitante Bernardo Provenzano di sopravvivere anche nelle condizioni ambientali piu' sfavorevoli vengono sottolineate nelle parole del vivandiere del capomafia, Stefano Lo Verso, arrestato lunedi' scorso per associazione mafiosa.
Gli investigatori lo hanno intercettato con una microspia. Il 3 dicembre scorso, discutendo con Giuseppe Comparetto, sosteneva che Provenzano avrebbe mangiato la verdura anche con i vermi. L'intercettazione e' contenuta nell'ordinanza di custodia cautelare che e' stata notificata ai due indagati, accusati di essere i gregari del padrino corleonese, entrambi difesi dall'avvocato Salvo Priola.
Lo Verso racconta a Comparetto che una volta, nel suo covo, avrebbe fatto pulizia nella dispensa del capomafia ricercato da 41 anni. "Lui (Provenzano ndr) - racconta il vivandiere - si lamentava della pulizia che stavo facendo e mi diceva che era un peccato buttare via alcuni cibi in cui c'erano i vermi. Ho capito solo allora che se li mangiava con i vermi, tanto che mi disse: ho mangiato cose piu' brutte".

MAFIA: GRANDE MANDAMENTO; GIP CONVALIDA DUE ARRESTI
Il Gip Giacomo Montalbano ha convalidato gli arresti di due fiancheggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano. Sono Giuseppe Comparetto e Stefano Lo Verso fermati lunedi' scorso su ordine dei Pm della Dda Marzia Sabella e Michele Prestipino.
Il giudice ha disposto un' ordinanza di custodia cautelare. I due indagati stamani si sono avvalsi della facolta' di non rispondere.
Lo Verso e' indicato come il vivandiere di Provenzano, mentre Comparetto sarebbe stato affiliato alla cosca mafiosa di Villabate.

"La Repubblica"
IL RETROSCENA
Come è cambiata la dieta di Provenzano in 40 anni di latitanza. Lo rivelano le intercettazioni
Altro che "grandi abbuffate" solo pastina e verdure per il boss
niente alcol Nella tavola del capo non c´è traccia di vino e liquori. E negli ultimi tempi i cibi preferiti sono miele e cicoria
gli anni ottanta All´epoca il padrino corleonese comprava personalmente il cervelletto di capretto per i suoi figli
SALVO PALAZZOLO
Cento grammi di pastina, bistecca sempre al sangue e con poco sale, contorno di carciofi, arance e mandarini. Meglio i prodotti biologici. Per mesi, la caccia alla Primula rossa di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, è rimasta appesa al filo di una consegna. Del barattolo, di un pacco, di un sacchetto della spesa. Così come dicevano le intercettazioni: "Dopo le feste mi mandate un poco di carne", ripeteva ad alta voce il fedele vivandiere Giuseppe Russotto mentre leggeva la lettera-ordinazione dello "zio". "Poi anche un po´ di pastina, un paio di chili". E la macchina organizzativa di Cosa nostra si metteva in moto. Il vivandiere - nelle intercettazioni qualcuno paragonava addirittura il boss a Rambo - parlava con il gregario, il gregario incaricava un ignaro parente e la bottega di prodotti biologici staccava lo scontrino, non immaginando neanche che quel pacchetto fosse destinato al capo di Cosa nostra. Per mesi, le ricerche della primula rossa, coordinate dal pm Michele Prestipino, hanno girato attorno alla bottega del biologico e alla spesa del capo. E l´intelligence della polizia ha tracciato anche un profilo alimentare dell´imprendibile.
Erano ormai lontani i tempi in cui Bernardo Provenzano andava al ristorante. "Me lo ricordo ancora - ha spiegato il pentito Giuseppe Calderone - all´inizio degli anni Ottanta facemmo una grande mangiata di pesce al ristorante Gambero rosso di Mondello. C´era tutto il gotha della mafia. Io prendevo in giro Filippo Marchese, "u tistuni", perché aveva una pancia pronunciata. Fra una porzione e l´altra, Provenzano commentò: "Questa grossa pancia gli consente di tenere per sé le notizie". Rimasi di ghiaccio - ricorda Calderone - capii che mi stava rimproverando perché avevo riferito a mio fratello una confidenza fattami da Riina".
I ruggenti anni Ottanta. Erano gli anni della "mangiate". Ma Provenzano non disdegnava di andare a fare lui stesso la spesa per la sua famiglia in latitanza. "Ogni sabato - ha detto Calogero Ganci ai magistrati - lo zio Bino arrivava puntualmente nella nostra macelleria di via Lancia di Brolo, per comprare il cervelletto di capretto per il figlio Angelo". Allora, Provenzano era già latitante da vent´anni. Quando lo Stato si accorse che anche lui era ricercato, come Riina e gli altri, lo "zio Bino" smise di andare alle "mangiate". L´ultima che si ricorda in Cosa nostra fu nel Natale prima delle stragi Falcone e Borsellino, a Mazara del Vallo, dove si erano dati appuntamento i capi della Cupola. "La nostra famiglia - ha raccontato il pentito Antonino Patti - era stata incaricata di occuparsi di tutti i preparativi. Ma Provenzano non venne, lui preferiva andarsene in giro per la città con un motorino". Da allora era solo lui a invitare a pranzo, ma solo i fedelissimi, per evitare invitati sgraditi, soprattutto potenziali traditori.
Naturalmente, erano sempre pranzi di lavoro. E ogni volta, il capo convocava il suo cuoco di fiducia, l´unico che sapeva cucinargli la bistecca al sangue come piaceva a lui, quel Cola La Barbera di cui parlò il confidente Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Anche La Barbera fu seguito mentre portava sacchetti della spesa in campagna, dalle parti di Mezzojuso. Ma di quei sacchetti, come dei barattoli più recenti, si sono sempre perse le tracce di consegna in consegna.
L´ultima richiesta del boss registrata dalle cimici è stata la "verdura nominata cicoria". E i barattoli di miele. Rigidamente biologico. Ma la pista d´indagine si è chiusa ufficialmente la settimana scorsa, con il blitz dei cinquanta favoreggiatori del capo di Cosa nostra. Chissà, forse Provenzano immaginava già (o la solita talpa lo aveva informato?) che la sua spesa avrebbe avuto tempi difficili: quando ordinò la cicoria, precisò che voleva "un po´ di semi di quella verdura, mandamela con urgenza". E gli inquirenti hanno motivo di ritenere che i semi sono arrivati a destinazione.
Nella dieta del capo non c´è mai traccia di vino o liquori. Solo una volta, nel Natale del 2000, lui mandò una bottiglia di spumante ai suoi fedeli vivandieri: "Aprite questa bottiglia quando sarete tutti riuniti, è il mio augurio per voi", scrisse nel solito pizzino che si concludeva con l´immancabile invocazione alla benedizione divina. Era spumante italiano.

L´INDAGINE
L´ultimo covo fra Aspra e Bagheria
L´uomo che fino a pochi mesi fa ha gestito la latitanza del boss Bernardo Provenzano è Stefano Lo Verso, 44 anni, fermato lunedì scorso su ordine dei pm Marzia Sabella e Michele Prestipino e per il quale è stata chiesta al gip la convalida dell´arresto. Dalle intercettazioni emerge che Lo Verso conoscerebbe bene il luogo in cui si sarebbe nascosto negli ultimi tempi il padrino, ricercato da 41 anni. La zona del covo sarebbe fra Aspra e Bagheria.

3 febbraio 2005 - MAFIA: COVO RIINA; DECISIONE GIP IL 18 FEBBRAIO
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; DECISIONE GIP IL 18 FEBBRAIO
Il Gup Marco Mazzeo decidera' sulle richieste delle parti che riguardano il prefetto Mario Mori e il tenente colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio, il 18 febbraio prossimo. Lo hanno reso noto i difensori del direttore del Servizio segreto civile, a conclusione della loro esposizione davanti al giudice.
Per la prossima udienza e' previsto dunque un ulteriore intervento dell' avvocato Pietro Milio e l' eventuale replica del Pm.

MAFIA: COVO RIINA; DIFESA MORI CHIEDE CITAZIONE CASELLI
All'apertura dell'udienza preliminare che vede imputati il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, la difesa ha chiesto al gup di citare in aula l'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli.
L'inchiesta riguarda la mancata perquisizione della villa in cui visse Toto' Riina fino al giorno del suo arresto avvenuto il 15 gennaio 1993. Alla richiesta degli avvocati del direttore del servizio segreto civile i pm Michele Prestipino e Antonio Ingroia, si sono opposti. Il giudice si e' ritirato in camera di consiglio per decidere.

MAFIA: COVO RIINA; GIP, NO A TESTIMONIANZA CASELLI
Il Gup ha rigettato la richiesta della difesa del Prefetto Mario Mori di sentire in aula l'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli.
L' udienza sta proseguendo con la discussione dei difensori, ed e' prevista una dichiarazione spontanea di Mori e del tenente colonnello Sergio De Caprio.

MAFIA: COVO RIINA; PM, NON PROCEDERE PER MORI E DE CAPRIO
Il pm Antonio Ingroia ha chiesto al gup il "non luogo a procedere perche' il fatto non costituisce reato" nei confronti del prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e del ten. col. dei carabinieri Sergio De Caprio che erano accusati di favoreggiamento di Cosa nostra per non aver perquisito la villa del boss Toto' Riina subito dopo il suo arresto il 15 gennaio '93.
La richiesta di Ingroia e' stata fatta a conclusione di una discussione in cui il sostituto ha ricordato le precedenti richieste, fatte dalla procura, di archiviazione per Mori e De Caprio.
Il gup Vincenzina Massa aveva per due volte rigettato le richieste invitando a nuovi approfondimenti, ed in ultimo a riformulare il capo d' imputazione accusando i due carabinieri di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.
Il pm Ingroia ha anche chiesto, in subordine, la prescrizione del reato nell' ipotesi in cui l'aggravante di aver favorito la mafia venisse meno.
Il gup Marco Mazzeo ha sospeso l' udienza che riprendera' nel pomeriggio con la discussione degli avvocati.
I due imputati non hanno rilasciato dichiarazioni.

4 febbraio 2005 - MAFIA: INCHIESTA SU LATITANZA PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: GREGARIO BOSS PROVENZANO FA RIFERIMENTO A POLITICO
I pm della Dda hanno depositato stamani l'intercettazione in cui il presunto mafioso Emanuele Lentini, arrestato nell'ambito dell'inchiesta "Grande mandamento", che riguarda gregari e favoreggiatori del latitante Bernardo Provenzano, fa riferimento a un incontro avuto con un politico.
Lentini, commerciante di Bagheria, parlando in macchina con Mariano Lanza, politico locale dell'Udc, fa riferimento a una sua visita a casa di "Toto"", in piazza Unita' d'Italia, e descrive al suo interlocutore l'appartamento, esprimendo apprezzamenti per l'arredamento e la dimensione dell'abitazione. L'uomo non pronuncia mai il cognome del politico.
Gli investigatori stanno accertando se il personaggio di cui si fa riferimento sia il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che abita nella piazza indicata da Lentini.
La conversazione registrata dai carabinieri del Ros e' depositata agli atti del tribunale del riesame, che dovra' decidere sull'istanza di scarcerazione di alcune delle 51 persone arrestate.
Emanuele Lentini e' stato arrestato per associazione mafiosa il 25 gennaio scorso, perche' accusato di essere uno dei favoreggiatori di Provenzano che avrebbe smistato nel suo bar di Bagheria i bigliettini del boss. Inoltre Lentini e' indicato in stretti rapporti con Nicolo' Eucaliptus e inserito nella famiglia mafiosa di Bagheria.

"La Repubblica"
La doppia vita del commerciante Emanuele Lentini: esponente dell´Udc di Bagheria e fedelissimo di Provenzano
Postino di "Binnu", amico dei politici
Le confidenze di uno degli arrestati: "Cuffaro mi convocò a casa"
Una microspia piazzata nell´auto captava le sue conversazioni Nel 1998 fu primo dei non eletti del Ppi alle Provinciali
SALVO PALAZZOLO
Fino al giorno del blitz, martedì 25 gennaio, Emanuele Lentini era ufficialmente un commerciante di Bagheria con la grande passione per la politica: in realtà, da mesi i carabinieri del Ros lo pedinavano ritenendolo un boss al servizio diretto di Bernardo Provenzano. Per il capo di Cosa nostra, Lentini portava bigliettini riservati, e soprattutto curava i rapporti con la politica. Se ne accorsero presto gli investigatori ascoltando i discorsi che captava la microspia piazzata nell´auto di Lentini. Il boss si vantava addirittura di essere stato convocato dal governatore Cuffaro nella sua casa di piazza Unità d´Italia. Lunedì 13 settembre 2004 Emanuele Lentini lo diceva con orgoglio a Mariano Lanza, dirigente locale del partito del presidente, e disegnava le prossime strategie politiche. Poi parlava in libertà di incontri con altri esponenti dell´Udc, e intanto la microspia del Ros continuava a registrare ogni parola.
Eccolo, l´ultimo capitolo dell´inchiesta della Procura sui rapporti fra mafia e politica: è ancora una cimice a delinearne i contenuti. Lentini si sentiva al sicuro nella sua Fiat Punto, tanto sicuro che l´aveva offerta anche al boss Nicolò Eucaliptus quando periodicamente tornava a Bagheria dal soggiorno obbligato di Acquedolci. Così in quell´auto sono entrati, nell´ordine, la campagna elettorale per le Europee del 2004, un gran numero di facsimile dei candidati e alcuni esponenti locali del Polo. Tutti chiedevano consigli a Lentini, ufficialmente solo gestore del bar Toscanini di via Lanza di Trabia. Lui continuava a dividersi fra gli impegni leciti e quelli riservatissimi della "famiglia" di Bagheria, nel cuore di Provenzano.
I due volti di Emanuele Lentini avevano in comune sempre e ancora la politica. All´inizio aveva militato nel movimento dei giovani dc, poi aveva finito per fare il portaborse di un influente senatore. Erano i tempi della Prima Repubblica. Poi Lentini riuscì a ottenere una candidatura nel Partito popolare per le elezioni provinciali del maggio 1998. Raccolse 1.359 consensi, fu secondo nel collegio di Bagheria, ma i voti non gli bastarono per arrivare a Palazzo Comitini. Lentini non si arrese, continuò a tessere relazioni, principalmente in direzione dell´Udc ma con consistenti aperture verso Forza Italia, magari nella prospettiva di una candidatura in maglia azzurra.
Negli ultimi mesi Lentini aveva scoperto la sua vera vocazione politica, quella del "regista". L´autorità gli veniva dalla fiducia che Provenzano aveva riposto in lui: il bar Toscanini era diventato un vero e proprio ufficio postale della mafia. Chi voleva mandare lettere e petizioni al capo, doveva portarli lì. Se Lentini non era al bar, era in auto, a discutere di politica.

IL RETROSCENA Il boss è solo, chiede rinforzi e scoppia la lite tra "famiglie" ALESSANDRA ZINITI
Cefalà Diana. Su un cucuzzolo di montagna, tra il bosco della Ficuzza e distese di cereali e olivi, c´è un paese che conta 1.005 abitanti e un solo mafioso. E non lo dice il sindaco o il politico di turno. Lo dicono proprio loro, i boss di Cosa nostra, che - appena due mesi fa - per cercare di correre ai ripari hanno disturbato nientedimeno che Bernardo Provenzano. Sì, perché Cefalà Diana, centro agricolo a trentacinque chilometri da Palermo, è proprio nel cuore della roccaforte dei fedelissimi di Provenzano.
I mafiosi, per la verità, fino al 5 dicembre scorso erano due, Ciccio e Franco, padre e figlio. Dopo un lungo braccio di ferro con la "famiglia" confinante, quella di Villafrati, sono riusciti a ottenere un rinforzo e dunque a diventare tre.
Ma è durata poco, perché dieci giorni fa, durante il blitz contro i fedelissimi di Provenzano, la squadra mobile di Palermo ne ha ammanettato due. E così, in paese, a far rispettare il nome di Cosa nostra è rimasto solo don Ciccio, quasi ottantenne, al secolo Salvatore Spinaccio. Suo figlio Gerlando, detto Franco, 47 anni, e suo genero Giuseppe La Mantia, 43 anni, detto Pinuzzu, marito della figlia Teresa, fresco di trasferimento dalla "famiglia" di Villafrati, sono caduti nella rete degli investigatori. Un solo affiliato a Cosa nostra e per giunta anziano: un bel primato per Cefalà Diana, il paese dei Bagni arabi e della pasta con i broccoli fritti.
Quella che sembra una incredibile storia di "calcio-mercato" tra squadre di Cosa nostra è al centro di una lunga corrispondenza tra Provenzano e Pasquale Badami, l´impiegato del Comune di Villafrati che utilizzava il computer dell´ufficio del potabilizzatore per scrivere al boss latitante. Un´attività, quella di Badami, scoperta dalle telecamere e dalle microspie piazzate dagli investigatori della Mobile, che sono poi riusciti a riprodurre dall´hard disk del computer alcuni dei file scritti da Badami. Un pc, quello poi sequestrato a Badami al momento della cattura e in questi giorni oggetto di una perizia, che potrebbe riservare altre sorprese.
La storia del trasferimento di un "uomo d´onore" da una "famiglia" all´altra può sembrare piccola cosa, ma proprio piccola non dev´essere se la questione è finita all´attenzione di Provenzano che, nell´autunno scorso, scrive uno dei suoi "pizzini" a Pasquale Badami per informarlo che Gerlando Spinaccio, figlio dell´anziano mafioso del paese, gli ha chiesto l´autorizzazione al passaggio di suo cognato Giuseppe La Mantia dalla "famiglia" di Villafrati a quella di Cefalà Diana. "Dire a Pino - scrive Provenzano a Badami - se è d´accordo a passare con suo cognato a Cefalà, perché lì sono solo due". Insomma, Provenzano tutto sommato è d´accordo nel rafforzare la cosca di Cefalà, ma prima di autorizzare il passaggio chiede il parere dell´interessato e soprattutto del rappresentante della "famiglia" di Villafrati. Qui i nodi vengono al pettine, perché quello che sembrava un banale "trasferimento" rischia di creare questioni di principio. È il 12 novembre scorso quando Badami scrive a Provenzano questo "pizzino" ricostruito integralmente dagli investigatori grazie all´accesso all´hard disk del computer del potabilizzatore: "Lei mi dice - osserva Badami rivolto a Provenzano - che il figlio e cognato di Pino le ha scritto chiedendogli di fare passare Pino con loro, perché sono solo due. Se lei mi permette, a questo discorso devo aprire una parentesi poiché le cose più strane non finiscono mai a sentirsi. Io di tutto questo discorso non ne so nulla e, se Pino è d´accordo ad andarci, ne sono molto rammaricato poiché per me non è molto onorevole che lasci la mia famiglia per un´altra. Credo che se ci sono delle regole è giusto rispettarle, e anzitutto prima dovevano parlarne con me, credo che poi comunicarlo a lei, comunque visto che è un suo desiderio andarci bisogna accontentarlo e io sono disponibile a farlo, subito sia da parte mia che loro, perché così si ruba in casa d´altri".
Storia strana, questa delle due cosche di Villafrati e Cefalà Diana. Badami ricorda a Provenzano che, prima dell´arresto di Benedetto Spera, capo mandamento di Belmonte Mezzagno, le due "famiglie" si erano unificate. Ma "di lì a poco tempo hanno chiesto di ritornare come prima perché erano autosufficienti e potevano stare soli (queste sono testuali parole di Pino dette a noi). Adesso, a distanza di tempo, sento di nuovo lo stesso discorso al contrario".
Il "pizzino" con le perplessità di Pasquale Badami deve essere giunto a destinazione perché, meno di un mese dopo, il trasferimento è cosa fatta: la "famiglia" di Cefalà Diana adesso è composta di tre unità, Pino La Mantia, rappresentante, e padre e figlio Spinaccio. La prova arriva con un altro biglietto che Pasquale Badami scrive il 5 dicembre scorso ancora a Provenzano per sottolineare come Pino, pur non essendo più nella "famiglia" di Villafrati, godesse comunque del rispetto di tutti gli altri associati: "Io non ho nulla da rimproverarmi e, se mi trovo in questa posizione di rappresentante, è perché credo di essermi comportato nel rispetto delle regole in modo giusto e lo hanno voluto gli altri. Di certo anche lui, Pino, è stato sempre considerato e rispettato".
Se Pino La Mantia, nuovo capo di una "famiglia" mafiosa di tre persone compreso lui, avesse intenzione di fare nuove affiliazioni tra i 1.005 abitanti di Cefalà non lo sappiamo. E comunque non ne ha avuto il tempo. Il suo nuovo ruolo è durato appena due mesi. Il 25 gennaio gli unici due "giovani" della cosca sono finiti in manette. Da quel giorno, l´unico mafioso del paese è il vecchio don Ciccio.

6 febbraio 2005 - MORREALE, UCCISO 30 ANNI FA: "NON È VITTIMA DI MAFIA"
"La Repubblica"
No del Viminale al figlio di Morreale, dirigente socialista di Roccamena
Assassinato trent´anni fa "Non è vittima di mafia"
SALVO PALAZZOLO
Denunciava i padrini di Roccamena e i politici collusi, fino al giorno che lo ammazzarono a colpi di lupara. Ma per il ministero dell´Interno non basta, perché i colpevoli non sono mai stati trovati: "Calogero Morreale non può essere considerato una vittima della mafia", dice la lettera inviata ai familiari del sindacalista assassinato il 18 giugno 1975. Ma la famiglia Morreale è decisa ad andare avanti, anche per fare riaprire le indagini sull´omicidio.
"Mio padre era il segretario della sezione socialista di Roccamena - racconta il figlio Pietro, oggi assessore del suo paese - mio nonno Pietro era comunista e aveva fatto le battaglie con i contadini, per la terra". Il figlio del sindacalista aveva tre anni quando suo padre venne ucciso, trent´anni dopo ha deciso che è venuto il momento di chiedere a gran voce giustizia. E ha cominciato lui stesso a riaprire lo scrigno della memoria dimenticata: ha raccolto i giornali dell´epoca, ha chiesto al Tribunale di poter leggere gli atti dell´indagine che si concluse contro ignoti.
Qualcosa ha trovato: "È un delitto contro il paese - scriveva su L´Ora un grande giornalista, Nicola Volpes, alcuni giorni dopo l´omicidio - un´intimidazione per tutti, la scelta di un uomo che da anni era un emblema, una bandiera attorno alla quale si riunivano quei consensi che non erano certo graditi a chi avrebbe voluto Roccamena ferma nel tempo, avulsa dalle idee nuove, dai rinnovamenti che cancellano i vecchi privilegi". Questo era accaduto a Roccamena: da due anni era stato rotto il monopolio dei notabili democristiani e la sinistra era arrivata al governo.
Erano mesi importanti: "Il paese si trova a una svolta per il suo futuro sviluppo civile ed economico - spiegava ancora Volpes - la modifica del piano comprensoriale, il parziale trasferimento dell´abitato che fu danneggiato dal terremoto della Valle del Belice, l´estensione del vigneto per l´incremento dei redditi agricoli. Battaglie per le quali - commentava il cronista - la famiglia dell´ucciso ha avuto sempre una precisa collocazione politica, impegnata sin dall´immediato Dopoguerra nel movimento contadino e nei partiti di sinistra".
Il figlio del sindacalista ha tirato fuori da un polveroso archivio del palazzo di giustizia anche la sentenza dell´allora giudice istruttore Paolo Borsellino che archiviava le accuse di favoreggiamento nei confronti di tre potenziali testimoni. Così scriveva Borsellino: "A causa della sua intensa attività politico-amministrativa, espletata in un ambiente sociale ove i privati interessi vengono prepotentemente difesi da parte degli interessati a discapito del bene pubblico e in acerrimo conflitto con loro, Calogero Morreale aveva per certo con numerosi individui e nuclei familiari notevoli ragioni di contrasto, in special modo con riferimento alla regolamentazione dell´attività urbanistico-edilizia e alla promozione di attività cooperativistiche, delle quali s´era di recente ampiamente interessato". Pietro Morreale vuole chiedere adesso tutti gli atti dell´inchiesta: "Secondo me - dice - al ministero dell´Interno non li hanno neanche letti. Avevamo fatto istanza nel 1999, ci hanno risposto dopo quattro anni".

6 febbraio 2005 - MAFIA: INCHIESTA SU LATITANZA PROVENZANO
"La Sicilia"
A rapporto da Provenzano
nuovi verbali del pentito Vara che accusa Farruggio, presunto postino del boss latitante
Alessandro Farruggio, 61 anni, l'allevatore originario di Canicattì ma da anni residente a Montedoro e arrestato nell'operazione antimafia "Grande mandamento", avrebbe incontrato e sarebbe in rapporti con Bernardo Provenzano. E' quanto emerge non solo dalle indagini dei carabinieri del Ros, ma anche dalle rivelazioni del pentito Ciro Vara, di Vallelunga, che ha riferito ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, di un incontro avvenuto tra esponenti di vertice di Cosa Nostra in Sicilia, proprio alla presenza di Provenzano e alla quale avrebbero partecipato diversi esponenti mafiosi di primo piano del Nisseno, in un momento in cui gli equilibri delle cosche erano precari e poi scoppiò la guerra di mafia che interessò anche le province di Caltanissetta ed Agrigento.
Di contatti tra esponenti di Cosa Nostra della provincia di Caltanissetta e Provenzano (72 anni compiuti lunedì scorso e latitante da 42 anni) riferì anche Luigi Ilardo, il cugino di Giuseppe Madonia, poi ucciso a Catania perché confidente di un ufficiale del Ros. Ilardo, nell'autunno del 1995, incontrò Provenzano in una masseria di Mezzojuso, tra le province di Palermo ed Agrigento: erano presenti, tra gli altri, anche Lorenzo Vaccaro e Francesco Carrubba, di Campofranco, uccisi qualche anno dopo a Catania. Ciro Vara non solo ha raccontato dell'incontro con Provenzano, ma ha pure parlato dei rapporti che la famiglia dei Ferro di Canicattì - proprietari terrieri anche nel Nisseno - avrebbero avuto con il superlatitante corleonese. Nel blitz "Grande mandamento" sono finiti in carcere anche due figli di Antonio Ferro - il vecchio patriarca della mafia canicattinese - Gioacchino e Roberto, mentre un altro fratello Ferro, Calogero, anche lui coinvolto nell'inchiesta, è morto qualche giorno prima dell'operazione condotta dai magistrati delle Dda di Palermo e Caltanissetta con 51 arresti.
"Ho conosciuto il capostipite della famiglia Ferro e sentivo parlare addirittura del padre di questo capostipite che è Antonio Ferro... e sentivo parlare di Calogero Ferro il vecchio... vecchio uomo d'onore di Canicattì dai vecchi uomini d'onore di Vallelunga - ha detto il pentito Ciro Vara - Ho conosciuto personalmente Antonio Ferro già nell'estate del '78 a Caltanissetta, era in compagnia di Peppe Di Caro. Poi Antonio Ferro è venuto a Vallelunga dopo la morte di Calderone con Nitto Santapaola. Antonio Ferro è stato sempre in ottimi rapporti con i Madonia di Vallelunga e soprattutto Antonio Ferro era compare di Bernardo Provenzano, ha delle grosse proprietà terriere nella zona che a cavallo nelle province di Caltanissetta e ad Agrigento. Lì c'è stato latitante uno dei fratelli Rampulla con un certo Di Calogero".
"La mattina della morte, dell'uccisione di Ciccino Madonia, Di Cristina con uno dei due killer che poi è stato riconosciuto in Tano Di Bilio, è andato lì nel casolare facendo una sceneggiata. Il Di Cristina ha detto che era stato assassinato il Madonia, ma era stato lui stesso ad assassinarlo cioè con il Tano Di Bilio, poi per come lo si è saputo in seguito. C'erano stretti rapporti con i corleonesi, in particolare Antonio Ferro era in ottimi rapporti con Bernardo Provenzano, tant'è che ho assistito personalmente ad un incontro tra i due. Ferro è stato capo mandamento di Canicattì, aspirava dopo la morte di Colletti, alla nomina di rappresentante provinciale, ma Riina nella sua scelta ha preferito Peppe Di Caro. Siamo nel nell'estate dell'84 e ho assistito ad un incontro di Antonio Ferro con Bernardo Provenzano a Bagheria in una villetta nella disponibilità di Nicola Eucaliptus. La villetta si trova nella parte verso la montagna dove c'è la cava di Totò Buttitta, lì a Bagheria. Erano presenti Antonio Ferro, Salvatore Sorce inteso "Faccia Grande" di Mussomeli, in quel momento vice rappresentante provinciale e capo mandamento, il sottoscritto, Loreto Insinna e accompagnava Antonio Ferro, Farruggio Vincenzo, "Vicio" Farruggio che abita a Montedoro ma appartiene alla famiglia di Canicattì. Farruggio accompagnava l'Antonio Ferro, siamo stati lì a parlare, prima parlavano appartati come era solito fare Provenzano con gli altri con Madonia e Antonio Ferro, e poi siamo stati lì nella stanza tutti a parlare del più e del meno.Siamo nel 1984. I Ferro hanno avuto sempre ripeto, ho conosciuto anche il fratello di Antonio Ferro, il dottore Totò Ferro, l'ho conosciuto a Bagheria nel '91 era in compagnia di Paolino Arnone e Sebastiano Misuraca. Era venuto lì a Bagheria a parlare con Piddu Madonia perché c'era, era l'inizio della guerra nell'agrigentino siamo alla fine del '90. Questo incontro è avvenuto nel '91 tra la "Stidda" e "Cosa Nostra" che già c'erano stati alcuni omicidi contro "Cosa Nostra" ed era stato assassinato Peppe Di Caro e i Ferro in questa circostanza all'inizio erano titubanti, cioè non si capiva la loro posizione e non volevano partecipare alla guerra sia i Ferro e i Guarneri. Poi sono stati invitati espressamente da Madonia e dai vertici di "Cosa Nostra" di dare appoggio e di perpetrare la guerra contro la "Stidda" perché in effetti ad assassinare poi Peppe Di Caro era stata la "Stidda" e non "Cosa Nostra" perchè era stato anche condannato a morte da "Cosa Nostra" almeno per quello che mi ha detto Piddu Madonia, ma sono arrivati prima gli stiddari, per lo sgarro che aveva fatto il Peppe Di Caro soprattutto del discorso del giudice Saetta, che aveva assassinato il giudice Saetta in territorio di Caltanissetta".
"Ho conosciuto poi il Totò Ferro che espressamente il Madonia gli ha detto di mettersi a disposizione per combattere gli stiddari di Canicattì - ha detto ancora Ciro Vara - Poi ho saputo anche da Giovanni Napoli, capo mafia di Mezzojuso e fedelissimo di Provenzano, degli incontri che ha avuto con il Totò Ferro e mi ha confermato l'incontro quando c'è stato Luigi Ilardo e Lorenzo Vaccaro quando, nell'autunno del '95, si sono incontrati con il Provenzano. Lo stesso Simone Castello mi ha detto che si incontrava con Totò Ferro per questi contatti, anche dei collegamenti tra Palermo, Bagheria e Provenzano e nella zona di Catania nel Nisseno ed Agrigento. Simone Castello si incontrava con Totò Ferro, che è un grosso oltretutto è pure pluri proprietario terriero perché con la scusa che erano proprietari terrieri invece si incontravano per i motivi inerenti a "Cosa Nostra". Ho conosciuto anche dei Ferro, Calogero Ferro figlio di Antonio Ferro è stato anche in carcere è venuto una volta a Vallelunga nei primi anni '80 mi è stato presentato da Privitera Vincenzo. Poi io in una circostanza durante la guerra che c'era ad Agrigento tra il gruppo Lauria di "Cosa Nostra" dopo la morte di Carmelo Colletti e i corleonesi diciamo in quel periodo in cui si era dato tanto da fare Nino La Mattina il consigliere provinciale il rappresentante di Campofranco, sono stato una sera a casa dei Ferro in un momento particolare di fibrillazione lì nella provincia di Agrigento e lì ho conosciuto anche qualche altro figlio di Antonio Ferro. Ad aprire il portone che era un fabbricato antico, è venuto ad aprirci l'altro figlio dell'Antonio Ferro e ci siamo incontrati con Antonio Ferro per parlare di tutte le problematiche che c'erano lì nello scontro in "Cosa Nostra" nell'agrigentino tra il gruppo Lauria e tutti quelli vicino a Lauria e il gruppo dei corleonesi che erano riconducibili ai Ferro ai Di Caro ai Guarneri e tanti altri. Giovanni Napoli, nel carcere di Trapani, commentava che c'era uno dei Ferro, non so se era il figlio di Antonio Ferro, che ancora teneva dei contatti con.Provenzano nella zona di Mezzojuso.Non so se era uno dei figli di Antonio Ferro, perché commentavamo una notizia giornalistica che c'era: un contatto ora non so se era figlio di Totò Ferro o era figlio di Antonio Ferro. I Ferro hanno proprietà a cavallo tra le province di Agrigento e nel buterese, cioè su Butera hanno proprietà, là vicino dove è stato ammazzato Madonia, a cavallo tra le province di Agrigento e Caltanissetta, tra De Susino mi pare, Falconara e la stazione ferroviaria".
"Farruggio l'ho conosciuto in quell'occasione nell'incontro con Provenzano. L'ho visto che teneva i contatti con quelli di Montedoro, aveva buoni rapporti con i fratelli Falcone e se non ricordo male l'ho rivisto anche nel matrimonio della figlia di Nicolò Falcone nell'estate del '91. Lui, se non ricordo male, è andato a fare visita con Diego Guarneri a Nicolò Falcone nel '98".
a.a.

7 febbraio 2005 - PANZECA AMMETTE, MI ACCORDAVO CON GIUFFRE' SU APPALTI
ANSA:
MAFIA: PANZECA AMMETTE, MI ACCORDAVO CON GIUFFRE' SU APPALTI
"Giuffre' mi diede il via libera di Cosa nostra perche' mi aggiudicassi un appalto al comune di Caccamo". Lo ha detto Giuseppe Panzeca, imprenditore condannato per associazione mafiosa, nell' udienza del processo in cui e' imputato per turbativa d'asta e bancarotta fraudolenta in concorso con il deputato di Forza Italia, Gaspare Giudice, imputato anche di associazione mafiosa, che per la prima volta ha ammesso di avere ottenuto lavori pubblici grazie all' autorizzazione di Cosa nostra.
Panzeca stamani ha risposto alle domande del pm Gaetano Paci, ed ha ricostruito le dinamiche dell'assegnazione dei lavori pubblici.
"Fra gli imprenditori - ha detto Panzeca - era in uso la consegna delle buste in cui inserire l'offerta per pilotare l'aggiudicazione degli appalti".
L'imprenditore ha ammesso di conoscere il boss Nino Giuffre', oggi collaboratore di giustizia, al quale Panzeca si sarebbe rivolto ogni volta aveva intenzione di partecipare ad un appalto. "Ricordo - ha aggiunto - che per un lavoro che si doveva appaltare a Trabia Giuffre' mi disse di non partecipare affatto, e cosi' feci".
Il pm Paci ha quindi chiesto se in cambio di questi "stabbene" il capomafia riceveva anche somme di denaro:
"Giuffre' non mi ha mai chiesto soldi - ha risposto Panzeca - gli unici favori che gli ho fatto sono stati quelli di assumere le persone che di volta in volta mi ha segnalato".
Il processo e' stato rinviato al 21 febbraio per l' esame del deputato Gaspare Giudice.

7 febbraio 2005 - STRAGE VIA PALESTRO: CONFERMATI ERGASTOLI
ANSA:
STRAGE VIA PALESTRO: CONFERMATI ERGASTOLI
AUTOBOMBA UCCISE 5 PERSONE A MILANO
Conferma dell'ergastolo: questa la decisione della corte d'assise d'appello di Milano che dopo tre ore e mezza di camera di consiglio ha emesso la sentenza nei confronti dei fratelli palermitani Giovanni e Tommaso Formoso, accusati della strage avvenuta il 27 luglio del 1993 in via Palestro a Milano.
Quel giorno un'automobile imbottita di esplosivo venne fatta saltare davanti al Padiglione di Arte Contemporanea, provocando la morte di cinque persone e il ferimento di altre 12.
I giudici hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Bruno Fenizia. Successivamente ci sono state brevi repliche anche da parte dei legali di parte civile e della difesa.
Il processo che si e' concluso oggi, e' uno stralcio di quello svoltosi a Firenze e che vide la condanna di 15 persone all'ergastolo anche per gli attentati di Roma a San Giovanni in Laterano e a Firenze ai Georgofili. Tra i condannati nel capoluogo toscano anche Toto' Riina e Bernardo Provenzano. Nella causa erano costituiti parte civile i comuni di Milano e Roma oltre alla Presidenza del consiglio, al ministero dei Beni Culturali e alla Regione Lazio.

STRAGE VIA PALESTRO: ERGASTOLO PER I FRATELLI FORMOSO
Quando i giudici della Corte d'Assise, nel dicembre del 2003, avevano letto il dispositivo della sentenza che condannava i fratelli Giovanni e Tommaso Formoso all'ergastolo per la strage di via Palestro a Milano, dove il 27 luglio 1993 persero la vita cinque persone (4 vigili del fuoco e un cittadino del Marocco), i parenti avevano urlato 'Siete pazzi'. Oggi altri giudici, quelli d'appello, hanno deciso nello stesso modo, accogliendo le richieste del sostituto procuratore generale Bruno Fenizia che aveva chiesto la conferma della condanna. Il dispositivo, questa volta, e' stato letto senza schiamazzi.
Giovanni e Tommaso Formoso sono quindi stati ritenuti anche dai giudici d'appello, rispettivamente coordinatore e basista della strage. Giovanni Formoso, gia' condannato per mafia e omicidio, era coinvolto anche negli attentati alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro a Roma, contro le quali vennero fatte esplodere auto bomba, proprio come a Milano in via Palestro davanti al Padiglione di Arte Contemporanea. Il processo milanese era uno stralcio di quello celebrato a Firenze negli anni scorsi a mandanti ed esecutori delle stragi mafiose che si sono susseguite nel 1993 a cominciare dall'attentato a Maurizio Costanzo fino a quello fallito allo stadio Olimpico e Roma.
A Firenze i giudici inflissero 15 ergastoli, confermati dalla Cassazione nel 2002, alla Cupola di Cosa Nostra: Toto' Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Il pentito Giovanni Brusca venne condannato invece a 20 anni di reclusione. Movente degli attentati, compreso quello di Milano avvenuto in piena inchiesta 'Mani pulite', costringere lo Stato a scendere a patti sul carcere duro e leggi sui pentiti.
Giovanni e Tommaso Formoso vennero arrestati nel gennaio del 2002, dopo che vennero ritrovate nel pollaio del secondo a Caronno Pertusella (Varese) tracce di pentrite e T4, gli esplosivi utilizzati per le stragi. Secondo gli inquirenti il locale sarebbe stato utilizzato come base logistica per imbottire di esplosivo la Fiat uno che salto' in aria la notte del 27 luglio del 1993 in via Palestro. Il nome di Giovanni Formoso era stato fatto in modo generico da alcuni pentiti. Secondo l'accusa sarebbe stato incaricato da Giuseppe Graviano di collaborare alla preparazione delle stragi di Milano e Roma e di trovare un basista per via Palestro, identificato poi nel fratello Tommaso.

8 febbraio 2005 - CAMERA; BOCCIATO EMENDAMENTO SU MANDATO VIGNA
ANSA:
GIUSTIZIA: CAMERA; NIENTE VOTO SEGRETO SU PROROGA VIGNA
ERA STATO CHIESTO DA BOCCIA (DL) SU DECRETO MILLEPROROGHE
La presidenza della Camera non ha concesso il voto segreto sugli emendamenti al Dl milleproroghe relativi alla proroga del mandato di Piero Luigi Vigna alla guida della Direzione nazionale antimafia fino al 32 dicembre 2005. Il voto segreto era stato richiesto da Antonio Boccia della Margherita, osservando che la votazione era relativa a "un caso di persona". La presidenza ha negato la votazione segreta, spiegando che il caso in questione non e' tra quelli contemplati dal regolamento di Montecitorio.
Il centrosinistra non ha mandato giu' il diniego della presidenza della Camera ed ha chiesto la convocazione della Giunta per il regolamento.
"Si tratta - ha detto il capogruppo Ds Luciano Violante - di una norma che riguarda una persona specifica, il dottor Vigna; per questo vogliamo il voto segreto e che la presidenza non citi i precedenti cui si e' appellata".

GIUSTIZIA: CAMERA; BOCCIATO EMENDAMENTO SU MANDATO VIGNA
L'Aula della Camera ha respinto l'emendamento delle opposizioni per sopprimere dal dl milleproroghe la norma che proroga fino al 31 dicembre di quest'anno il mandato di Piero Luigi Vigna al vertice della Direzione nazionale antimafia.
Il Prc si e' astenuto: un atteggiamento che ha scatenato la protesta dei Ds che, rivolgendosi verso i colleghi di Rifondazione hanno gridato: "bravi, bravi!"; con il loro voto il governo avrebbe potuto infatti essere battuto, visto che l'emendamento e' stato bocciato con 209 si' e 215 no e 7 astenuti.
L'emendamento successivo, dello stesso tenore, sempre dell'opposizione, non e' passato per un solo voto di scarto.

GIUSTIZIA: CAMERA; OPPOSIZIONE DIVISA SU PROROGA VIGNA
CASTAGNETTI, SI SONO SBAGLIATI; PISAPIA E GIORDANO, NON E'VERO
Il centrosinistra si divide sulla proroga del mandato a Pierluigi Vigna alla guida della Procura Nazionale Antimafia. I deputati di Rifondazione Comunista questa sera si sono astenuti in aula alla Camera sull'emendamento presentato dal centrosinistra al decreto 'proroghe' per sopprimere il prolungamento dell'incarico. E immediata e' scoppiata la polemica.
"In politica - dichiara il capogruppo della Margherita a Montecitorio Pierluigi Castagnetti - ammettere di aver sbagliato e' faticoso. Subito dopo il voto si e' visto nei loro volti la mortificazione per l'errore commesso. Ma ormai e' andata cosi'. Calcare la mano non avrebbe senso...".
"Ma quale errore! - tuona il responsabile Giustizia del partito Giuliano Pisapia - noi abbiamo deciso di non votare quell' emendamento soppressivo per non lasciare immediatamente vacante la Procura nazionale Antimafia. E poi a noi i personalismi 'Vigna'-'Castelli' non piacciono. Vigna e' una persona sulla quale credo che nessuno, sia a destra, sia a sinistra, abbia nulla da dire". "La colpa di quello che e' successo - aggiunge - e' di chi ha preso prima un accordo in commissione e poi lo ha disatteso. Noi infatti avevamo raggiunto un'intesa con il resto dell'opposizione sull'altro emendamento, quello che poi non e' passato per un solo voto di scarto. E noi su quello abbiamo votato. Evidentemente c'e' stato qualcuno che e' andato per conto suo senza tenere conto degli accordi raggiunti. Forse nella speranza di ricevere una bella medaglia...". "Ma devono capire - conclude - che l'opposizione ha la meglio solo se marcia unita. Per noi, ripeto, era fondamentale non lasciare vacante a lungo quel posto all' Antimafia".
Anche la responsabile Giustizia dei Ds Anna Finocchiaro critica il Prc osservando che con la soppressione della proroga sarebbe stato valido il concorso gia' indetto dal Csm per trovare il sostituto di Vigna. "E quindi - spiega - non si sarebbe perso cosi' tanto tempo perche' il Csm avrebbe potuto indicare subito il successore". Con il secondo emendamento invece, quello sul quale alla fine ha votato anche il Prc (ma che poi comunque non e' passato per un voto ndr), "i tempi sarebbero stati molto piu' lunghi perche' si sarebbe dovuto indire un nuovo concorso....".
La proposta di modifica, che e' stata bocciata per l' astensione del Prc, prevedeva la soppressione dell'articolo che proroga il mandato di Vigna. Il secondo emendamento del centrosinistra, che ha ricevuto il 'si' anche dei deputati di Bertinotti, prevedeva invece che Vigna restasse nel suo incarico "fino alla presa di possesso del successore".
L'episodio comunque e' destinato a creare degli strascichi visto che tra i deputati dell'opposizione ormai e' polemica. Subito dopo aver detto che da parte del Prc si era trattato di un errore, Castagnetti infatti e' stato 'attaccato' in Aula dal capogruppo di Rifondazione Franco Giordano: "Non e' vero - ha strillato rivolto all'esponente diellino - noi non ci siamo sbagliati! L'accordo era sull'altro emendamento non su quello soppressivo. Non si poteva lasciare vacante troppo a lungo la poltrona dell'Antimafia...".
L'esame del decreto 'proroghe' si concludera' domani. Il testo dovra' passare al Senato.

GIUSTIZIA: PISAPIA, PERICOLOSO LASCIARE VACANTE POSTO VIGNA
PERCIO' RIFONDAZIONE SI E' ASTENUTA SU EMENDAMENTO GAD
"Rifondazione Comunista ha ritenuto assolutamente controproducente per una efficace lotta alla mafia, alla camorra, alla 'ndrangheta, lasciare, in un momento cosi' delicato, scoperto il ruolo di procuratore nazionale antimafia per un periodo di tempo indeterminato". Lo dichiara Giuliano Pisapia, capogruppo di Rifondazione Comunista in Commissione Giustizia alla Camera, in merito alla votazione sulla proroga del mandato a Pier Luigi Vigna al vertice della Direzione nazionale antimafia.
"Questa spiega Pisapia - sarebbe stata la conseguenza dell'approvazione dell'emendamento soppressivo dell'art. 2, presentato da alcuni parlamentari del centrosinistra, sul quale Rifondazione si e' astenuta; ha invece votato a favore degli emendamenti successivi, di cui eravamo anche firmatari, concordati con il centrosinistra, che correttamente prevedevano che la proroga all'attuale procuratore nazionale antimafia fosse valida fino al momento dell'individuazione del magistrato designato all'incarico da parte del Csm".
"L'emendamento, su cui era stato trovato il consenso di tutta l'opposizione - sottolinea l'esponente comunista - non e' stato approvato per un solo voto, a causa di alcuni parlamentari del centrosinistra che si sono allontanati dall'Aula".
"Sarebbe ora - conclude - che le forze dell'Ulivo capissero che ogni iniziativa politica, anche la presentazione di emendamenti, per essere efficace e vincente, deve essere concordata con l'intera opposizione".

8 febbraio 2005 - MAFIA: TALPE DDA; APERTO DIBATTIMENTO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; APERTO DIBATTIMENTO
ACCOLTE PARTI CIVILI COMUNE BAGHERIA E ASL
Il presidente della terza sezione del tribunale ha dichiarato aperto il dibattimento del processo per le talpe alla Dda, con 13 imputati, fra cui il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro.
Il collegio, presieduto da Vittorio Alcamo, dopo avere sciolto le riserve su alcune questioni sollevate la scorsa udienza dai difensori, ha accolto la costituzione di parte civile del comune di Bagheria e della Asl.
Il governatore non e' presente in aula (si e' rotto due legamenti della caviglia ed e' immobilizzato).
A conclusione delle decisioni del tribunale i pm Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia hanno iniziato ad esporre i fatti e le accuse. E' stato evidenziato il ruolo ricoperto dall'imprenditore Michele Aiello, imputato anche lui in questo processo, che avrebbe protetto, secondo l'accusa, grazie alla complicita' di esponenti delle forze dell'ordine, la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Il pm ha sottolineato anche il ruolo ricoperto da Cuffaro in questa inchiesta. Secondo la procura il governatore "e' stato la fonte principale delle informazioni riservate" che hanno favorito i boss mafiosi di Brancaccio a sviare le indagini.

MAFIA: TALPE DDA; PM DEPOSITANO NUOVA ATTI DI INDAGINE
La procura ha depositato una nuova attivita' integrativa di indagine nel processo alle talpe alla Dda, il cui dibattimento si e' aperto stamani davanti ai giudici della terza sezione del tribunale.
A conclusione dell'udienza il pm Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia hanno comunicato alle parti il deposito di nuova documentazione che riguarda gli imputati, in particolare il presidente della Regione Salvatore Cuffaro e l'imprenditore di Bagheria, Michele Aiello.
Si tratta di intercettazioni ambientali eseguite nell'ambito dell'inchiesta "Grande mandamento", che nei scorsi giorni ha per favoreggiamento nei confronti di Bernardo Provenzano. Nell'intercettazione si fanno riferimenti a Cuffaro. Mentre accertamenti bancari che riguardano un altro presunto mafioso, Carmelo Bartolone, anche lui arrestato nell'inchiesta Grande mandamento, hanno portato alla scoperta di assegni sospetti di Aiello. Infine, depositato un interrogatorio del collaboratore di giustizia Nino Giuffre', nel quale il boss afferma che Aiello era "nelle mani" di Episcopo e Tolentino, anche loro arrestati nell'operazione che ha portato in carcere i gregari di Provenzano.

9 febbraio 2005 - MAFIA: INCHIESTA SU LATITANZA PROVENZANO
"La Sicilia"
"Aiello tutelò la latitanza di Provenzano"
"Talpe" nella Dda: l'atto d'accusa dei Pm.
"Cuffaro fonte di informazioni che hanno favorito la mafia"
Giorgio Petta
Palermo. Conclusa la fase delle questioni preliminari e aperto il dibattimento nell'udienza di ieri, martedì prossimo entrerà nel vivo il processo alle cosiddette "talpe" alla Dda di Palermo scaturito dall'inchiesta sulla rete di informatori organizzata da Michele Aiello, l'ex "re Mida" della sanità privata siciliana. Tredici gli imputati e tra questi il presidente della Regione Salvatore Cuffaro davanti ai giudici della terza sezione penale del Tribunale di Palermo, presieduto da Vittorio Alcamo. Il Governatore, assente ieri per lo strappo a due legamenti di un piede, è accusato di favoreggiamento aggravato.
Aiello - ha affermato il pm Maurizio De Lucia esponendo i temi dell'accusa nella relazione introduttiva insieme al sostituto procuratore Nino Di Matteo - avrebbe "gestito per l'organizzazione mafiosa un sofisticato sistema di relazioni con appartenenti a corpi di élite delle forze di polizia, della politica e delle professioni, finalizzato ad acquisire informazioni utili a se stesso e a Cosa nostra e, più in particolare, a tutelare la latitanza di Bernardo Provenzano. Si intende dimostrare - ha aggiunto - che le condotte di Aiello sono state sistematicamente compensate dal particolare riguardo che verso di lui ha avuto l'organizzazione mafiosa nell'agevolarlo nella gestione degli affari imprenditoriali che egli ha sviluppato nei settori dell'edilizia e stradali e in quello della sanità. I mezzi di prova che chiediamo sono finalizzati a dimostrare la responsabilità di Aiello anche per tutti i capi di imputazione ulteriori rispetto a quello di partecipe dell'organizzazione mafiosa". Inoltre, "le indagini hanno individuato nel maresciallo Giorgio Riolo uno degli strumenti principali di procacciamento di informazioni utili all'organizzazione mafiosa".
Per quanto riguarda il Governatore, la Procura "intende provare che Cuffaro è stato un'altra fonte di informazioni riservate, che ha favorito Aiello e i suoi più vicini adepti Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro e l'organizzazione mafiosa e in particolar modo la famiglia mafiosa di Brancaccio, attraverso le informazioni dallo stesso fornite da Giuseppe Guttadauro (il medico boss di Brancaccio, ndr) per il tramite o con l'ausilio di Domenico Miceli (l'ex assessore comunale arrestato e processato per mafia, ndr), Antonio Borzacchelli (il maresciallo dei carabinieri in aspettativa ex deputato regionale dell'Udc arrestato per concussione, ndr) e Salvatore Aragona, tutti imputati in processi attualmente in corso davanti ad altri giudici di questo tribunale", ostacolando così "una indagine che stava ricostruendo organigramma e dinamiche relative non solo alla famiglia mafiosa di Brancaccio, ma più in generale dell'intera organizzazione mafiosa".
Alle affermazioni dell'accusa - che hanno riguardato, ovviamente, gli altri dieci imputati - hanno replicato i difensori, già intervenuti, tra l'altro, nel confronto con i pm De Lucia e Di Matteo sui testi e i documenti da acquisire al dibattimento. In particolare gli avvocati Sergio Monaco e Nino Caleca che difendono, rispettivamente, Aiello e Cuffaro, i quali hanno affermato che dimostreranno, invece, l'innocenza dei loro assistiti. Per l'avv. Caleca l'acquisizione dei testi e dei documenti proposti dall'accusa dovrebbe essere limitata all'imputazione del Governatore. "È inutile - ha affermato - che si parli di elezioni del 1991 e del 2001 o di fatti estranei al reato di favoreggiamento". Il Tribunale, però, ha deciso altrimenti e sciogliendo la riserva ha praticamente ammesso, tranne qualche eccezione, le richieste sia dell'accusa che della difesa, ammettendo come parti civili il Comune di Bagheria e l'Asl 6.
Sempre ieri, a conclusione dell'udienza, rinviata al 15 febbraio con l'audizione dei primi dieci testi dell'accusa, i pm hanno annunciato alle parti di aver depositato la documentazione relativa a nuova attività integrativa d'indagine scaturita dall'operazione "Grande mandamento" che nei giorni scorsi ha portato in carcere una cinquantina di fiancheggiatori di Provenzano. Si tratta dell'intercettazione ambientale in cui Emanuele Lentini, indagato nell'ambito della stessa operazione, parla del Governatore. L'attività d'indagine riguarda inoltre lo scambio di assegni, "sospetto" anche per l'Ufficio italiano cambi, tra Aiello e Carmelo Bartolone, arrestato nel blitz "Grande mandamento" insieme con Angelo Tolentino e Antonino Episcopo, entrambi citati dal boss pentito Nino Giuffrè perché Aiello era "nelle loro mani".

10 febbraio 2005 - MAFIA: INCHIESTA SU LATITANZA PROVENZANO
"La Sicilia"
Così i boss parlano a ruota libera dei politici
"Grande mandamento".
Deputati regionali e nazionali citati nelle intercettazioni telefoniche
Giorgio Petta
Palermo. È sempre la politica il "pallino" dei mafiosi che ne parlano a ruota libera ad ogni occasione. Piccolo o grande che sia, ogni "uomo d'onore" si vanta delle sue conoscenze facendo intendere all'interlocutore di turno - anche lui mafioso - di essere al corrente delle segrete cose della politica. Si allarga l'inchiesta "Grande Mandamento" che nei giorni scorsi ha portato in carcere 51 gregari e fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, il superboss di Cosa Nostra latitante da 42 anni. Con nuovi accertamenti sugli esponenti politici citati nelle conversazioni intercettate dagli inquirenti. Per gli investigatori della Squadra mobile e del Ros dei carabinieri di Palermo si apre, dunque, un nuovo capitolo di indagini dopo gli accertamenti disposti dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia che hanno coordinato le indagini dell'operazione "Grande mandamento".
L'inchiesta tocca deputati regionali, nazionali ed europarlamentari che vengono tirati in ballo dagli indagati durante le loro conversazioni registrate dalle microspie dei carabinieri del Ros.
In una intercettazione, registrata il 13 settembre del 2004 grazie alla microspia piazzata sulla "Fiat Punto" utilizzata da Emanuele Lentini, 37 anni, arrestato per associazione mafiosa, perché accusato di essere uno dei "postini" al servizio di Provenzano. Sono da poco trascorse le 17 e Lentini è in compagnia di Mariano Lanza. I due discutono della situazione politica di Bagheria e anche di quella regionale. "Mariano Lanza - si legge nel verbale depositato ieri e che riporta la sintesi della conversazione intercettata dagli investigatori del Ros - da quello che si capisce ha avuto un breve colloquio presumibilmente con Saverio Romano (parlamentare nazionale dell'Udc, ndr). Quest'ultimo gli ha illustrato il suo modesto pensiero sulle prossime elezioni comunali di Bagheria che a suo modo di vedere gli appartenenti di Forza Italia andranno da loro (verosimilmente Udc) "per potere salire". Il Lentini conferma questa tesi aggiungendo che l'attuale Presidente della Regione Salvatore Cuffaro ha di fatto ceduto alla strategia politica e ha mollato anche gli assessori a cui teneva maggiormente, diventando meno arrogante sul piano del potere. Lentini - si legge ancora nel verbale del Ros - incomincia a raccontare quando lui faceva parte del movimento giovanile e l'ex ministro Calogero Mannino apparteneva alla Democrazia cristiana. Per i congressi affittava un intero albergo e Cuffaro e Romano gli gestivano tante cose".
I due parlano anche di alcune donne di loro conoscenza inserite in politica. Quindi Lentini ricorda quando faceva parte del movimento giovanile e Calogero Mannino era un politico molto influente nella Dc. Quando parlano di Cuffaro e Romano, accennano anche al fatto che ormai i loro rapporti con l'ex ministro Mannino si sono deteriorati "in quanto - si legge - nei momenti di difficoltà di Mannino loro non si sono fatti indietro ed hanno continuato l'escalation politica". Aggiunge Lentini che "Mannino ai suoi tempi, quando era ministro, politicamente era molto più potente di Mattarella". Nello stesso colloquio intercettato a bordo dell'auto c'è pure un riferimento agli esordi in politica degli assessori regionali al Lavoro Francesco Scoma e al Territorio e Ambiente Francesco Cascio, entrambi di Forza Italia.
In una precedente conversazione, sempre intercettata dai carabinieri del Ros, Lentini parla con Angelo Calì, capogruppo di Forza Italia al Comune di Bagheria. È il 2 giugno 2004. L'argomento del colloquio, questa volta, è l'organizzazione della campagna elettorale per le Europee. I due fanno riferimento a Francesco Musotto, attuale presidente della Provincia di Palermo ed eurodeputato di Forza Italia eletto per la seconda volta a Strasburgo con oltre 80 mila preferenze. La logica - spiega Calì - è quella... Noialtri dobbiamo entrare in questo... dobbiamo "annagghiari" a Ciccio Musotto e poi ce la discutiamo..".

11 febbraio 2005 - MAFIA: 25° ANNIVERSARIO MATTARELLA, CELEBRAZIONE ALLA CAMERA
ANSA:
MAFIA: 25/O ANNIVERSARIO MATTARELLA, CELEBRAZIONE ALLA CAMERA
Le celebrazioni in onore di Piersanti Mattarella, in occasione del 25esimo anniversario della sua uccisione si terranno venerdi' 11 marzo alle ore 11 nella storica Sala della Lupa di Montecitorio a Roma. L' ha reso noto il presidente dell' Assemblea regionale siciliana Guido Lo Porto che partecipera' alla manifestazione. Alla presenza del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi verra' presentato il volume di scritti e discorsi del presidente della regione, edito dall'Assemblea regionale siciliana.
Interverranno il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, e l'onorevole Guido Bodrado.
" Sono onorato - ha commentato Lo Porto - che l'iniziativa presa dal parlamento siciliano in ricordo dell'efferato delitto di mafia trovi solenne ospitalita' presso la Camera e con la partecipazione del presidente della Repubblica".
"Rivolgo un pensiero di sincera gratitudine - ha concluso Lo Porto - al presidente Casini che ha voluto cosi' solennemente celebrare il ricordo di Piersanti Mattarella".

11 febbraio 2005 - INCHIESTA ROS: DEPONE IL PENTITO DELL'INCHIESTA
ANSA:
INCHIESTA ROS: DEPONE IL PENTITO DELL'INCHIESTA
E' stata dedicata all' interrogatorio del pentito che diede il via alle indagini, il narcotrafficante B.R., l'udienza di oggi del procedimento che vede imputate 28 persone, tra le quali il pm bresciano Mario Conte e il comandante del Ros, Giampaolo Ganzer, per presunte irregolarita' commesse in operazioni antidroga nei primi anni '90.
A quanto si e' saputo (l'udienza si svolge a porte chiuse), il pentito avrebbe confermato le accuse in particolare nei confronti di marescialli dell'ex squadretta del Ros di Bergamo che effettuarono numerosi arresti che, pero', secondo la Procura di Milano furono 'provocati', forzando le deroghe concesse agli investigatori in prima linea (ritardati arresti e sequestri di droga).
Lunedi', 14 febbraio, il pentito proseguira' il suo esame e sara' controesaminato dai legali degli imputati.

11 febbraio 2005 - MAFIA: CONDANNATA MOGLIE 'CONSULENTE' BOSS PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: CONDANNATA MOGLIE 'CONSULENTE' BOSS PROVENZANO
Il giudice Roberto Murgia ha condannato a 4 anni di reclusione, con il rito abbreviato, Marianna Impastato, moglie di Pino Lipari, il geometra arrestato con l'accusa di essere il "consulente" del boss latitante Bernardo Provenzano.
La donna era finita in carcere due anni fa nell'ambito delle ricerche del capomafia corleonese. A Impastato era stato contestato il reato di associazione mafiosa, perche' avrebbe aiutato il marito nella gestione degli affari di Cosa nostra e favorito la latitanza di Provenzano.
Nello stesso procedimento, sempre con rito abbreviato, e' stato condannato a 4 anni, per associazione mafiosa, anche l'imprenditore Carmelo Mirabile.

11 febbraio 2005 - MAFIA: TALPE DDA; PROCESSO BORZACHELLI, ESAME MARESCIALLI CC
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PROCESSO BORZACHELLI, ESAME MARESCIALLI CC
Un controllo troppo zelante da parte di un giovane carabiniere per identificare i dipendenti di un cantiere al lavoro su una strada interpoderale nei dintorni di Ciminna. E poco tempo dopo ecco il maresciallo Antonio Borzacchelli, seguito a pochi passi dal capocantiere, presentarsi al comandante di quella stazione dei carabinieri, il maresciallo Pasquale Tumminaro, per un colloquio privato. Il cantiere edile faceva capo all' ingegnere Michele Aiello, che di li' a qualche anno sarebbe diventato il ras della sanita' a Bagheria. L' elenco con i nominativi dei dipendenti, perso negli archivi di quella stazione, non e' stato ritrovato. Ma il figlio del maresciallo Tumminaro, il sedicenne Pietro, studente in un istituto per geometri, fu assunto dopo qualche tempo dalla Emar s.r.l., societa' facente capo allo stesso Aiello, con la qualifica di impiegato di primo livello. Il maresciallo Tumminaro oggi comanda la stazione dei carabinieri di Bagheria. La vicenda e' stata raccontata stamane da due marescialli dell' Arma nel processo al maresciallo Antonio Borzacchelli, ex deputato regionale dell' Udc, accusato di concussione. Davanti alla sesta sezione del tribunale, presieduta da Antonio Prestipino, si sono presentati il vice-brigadiere Vincenzo Acampora, nel 1998 autore del casuale, quanto minuzioso controllo sulla strada interpoderale, che porto' all' identificazione dei dipendenti di Aiello; e il comandante della compagnia dei carabinieri di Bagheria Roberto Grassi. Rispondendo alle domande del pm Maurizio De Lucia, Acampora ha riferito di aver saputo da Tumminaro che "Borzacchelli era un suo vecchio amico e che, dovendosi recare a Ventimiglia, era passato a fargli un salutino". Grassi ha aggiunto di aver saputo da Tumminaro che "suo figlio prestava attivita' presso l' ufficio del geometra Antonino Puleo, che era un consulente della Emar. Disse che conosceva Aiello, ma che per l' assunzione aveva parlato con Puleo". E' il ritratto di un Borzacchelli attentissimo a proteggere i suoi amici, anche nelle piu" piccole disavventure, quello che emerge dalla testimonianza degli altri due testi: Filippo Maniscalco e Andrea Torcivia, ex direttori in epoche diverse del supermercato Sma di via Liberta', a Bagheria. Maniscalco e Torcivia, sia pure tra mille esitazioni, hanno raccontato che Borzacchelli, era un cosi' affezionato cliente del punto vendita Sma, che una volta testimonio" a favore di un dipendente, Antonino Aiello, denunciato per aver permesso ad alcuni individui di portar via della merce senza pagare.
"L' azienda sospese Aiello - ha detto Maniscalco - ma so che successivamente il dipendente fu reintegrato". Torcivia ha aggiunto che Borzacchelli gli riferi' "che Aiello era innocente perche' al momento del furto stava parlando con lui presso il box informazioni". Antonino Aiello non e' parente di Michele Aiello, che nel processo a Borzacchelli si e' costituito parte civile, ma e' quel mediatore che qualche tempo dopo accompagno' Borzacchelli all' incontro con i fratelli Conticello, proprietari dell' hotel "A Zabara"", per trattare l' acquisto della struttura alberghiera. Il processo e' stato rinviato al prossimo 22 febbraio.

12 febbraio 2005 - GEN. GOTTARDO ALL´ARMA "AVETE INDEBOLITO PROVENZANO"
"La Repubblica"
LA VISITA
Il generale Gottardo all´Arma "Avete indebolito Provenzano"
"Dopo gli arresti dei gregari di Bernardo Provenzano la sua rete di favoreggiatori risulta indebolita": il comandante generale dei carabinieri, Luciano Gottardo, in visita a Palermo, ha espresso il suo plauso agli investigatori dell´Arma che hanno partecipato all´operazione "Grande mandamento". "La mia presenza qui - ha detto - serve per vedere di persona quale sostegno e contributo occorre dare ai vari reparti investigativi". Il generale ha quindi incontrato i familiari dei carabinieri caduti in servizio.

15 febbraio 2005 - PENTITA: "UN CAPITANO FAVORÌ LA LATITANZA DI RINELLA"
"La Repubblica"
La pentita Carmela Iuculano: "Un capitano favorì la latitanza di Rinella"
Un´altra talpa fra i carabinieri "Aiutava il boss a scappare"
Il "padrino" di Trabia venne catturato nel 2003 dopo dieci anni La donna non ha mai saputo chi fosse l´investigatore infedele
ALESSANDRA ZINITI
Carmela non sa chi è, ma sa che è un capitano dei carabinieri. Un amico dei boss di Trabia, l´uomo che avrebbe aiutato per anni il capomafia Salvatore Rinella a sfuggire alla cattura poi avvenuta il 7 marzo del 2003 in un appartamento di via Pitrè a Palermo, dove Rinella era ospite di una famiglia, padre, madre e due bambini piccoli.
Caccia a un´altra talpa, dunque. La sua esistenza è stata rivelata il 17 giugno scorso da Carmela Iuculano, moglie del boss di Cerda Pino Rizzo, la donna che ha deciso di pentirsi per dare un futuro ai tre figli. I sostituti procuratori Michele Prestipino e Lia Sava partono dalle dichiarazioni della Iuculano per cercare di dare un nome a quest´altro carabiniere infedele che avrebbe vanificato per anni il lavoro dei suoi colleghi che hanno dato la caccia a Rinella per oltre dieci anni. Il 17 giugno scorso Carmela Iuculano racconta ai magistrati della Dda: "A proposito della latitanza di Salvatore Rinella, ricordo che mio marito Pino Rizzo una volta mi disse che Rinella, nella sua latitanza, era agevolato dal fatto che Dino Rinella (il fratello, ndr) era amico di un capitano dei carabinieri, il quale forniva notizie a Dino sulle attività di polizia in corso per la ricerca del fratello Salvatore. Mio marito non mi fece mai il nome di questo capitano dei carabinieri".
Rivelazioni preziose, quelle di Carmela Iuculano. E non soltanto nel processo che vede suo marito, Pino Rizzo, accusato di associazione mafiosa e omicidio. Processo nel quale, nelle prossime settimane, Carmela sarà chiamata a ripetere, per la prima volta in aula e probabilmente alla presenza del marito, le accuse che ha deciso di rivolgergli quando, nel giugno scorso, ha preso la difficile decisione di collaborare con gli inquirenti. Ha dimostrato di sapere molte cose Carmela Iuculano, ragazza colta sposatasi con il figlio del boss di Cerda nonostante l´opposizione della sua famiglia. Un ménage difficile già da tempo. E nonostante tutto, arrestato il marito, Carmela era stata chiamata a prendere in mano le redini della famiglia e a fare da messaggero degli ordini tra il carcere e l´esterno.
Anche Carmela, così come hanno poi rivelato le più recenti intercettazioni sul clan Provenzano, ha confermato che in Cosa nostra molti credevano che il boss di Caccamo Antonino Giuffrè si fosse fatto arrestare e poi avesse deciso di pentirsi per un disegno prestabilito. "A parte che questa cattura gli ha salvato la vita perché in molti volevano uccidere Giuffrè perché era di ostacolo ai giovani boss - racconta Carmela - quando gli uomini della famiglia hanno iniziato a vedere che la moglie e i figli iniziavano ad assentarsi dal paese di Caccamo, hanno pensato che Giuffrè si era fatto prendere".

16 febbraio 2005 - DELL'UTRI CAMBIA AVVOCATI
"La Repubblica"
IL CASO
In vista dell´appello escono di scena Trantino e Tricoli, arrivano Mormino e Bovio
Dell´Utri "licenzia" i suoi avvocati
SALVO PALAZZOLO
Due mesi dopo la condanna a nove anni per mafia, il senatore Marcello Dell´Utri cambia strategia difensiva. Primo passo, la revoca del pool di legali che lo ha seguito senza sosta per otto anni e la nomina di un nuovo gruppo. In uscita l´avvocato catanese Enzo Trantino, deputato di Alleanza nazionale; in entrata il collega palermitano Nino Mormino, di Forza Italia (lo stesso partito di Dell´Utri), vice presidente della commissione Giustizia. In uscita anche i tecnici, nomi molto noti dell´avvocatura palermitana, da Roberto Tricoli a Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorotta. Pure il figlio di Trantino, Enrico. In arrivo da Milano un principe del foro, Corso Bovio. Unico confermato, il milanese Pietro Federico.
È una decisione senza precedenti. "Solo adesso che il processo è terminato - dice Dell´Utri - ho capito che non potevo essere assolto, neanche se fossi stato San Francesco. Una sentenza di assoluzione avrebbe destabilizzato il sistema. D´ora in poi - è l´annuncio del senatore - mi dovrò difendere in modo diverso". Come, è ancora un segreto.
Nel processo di primo grado i giudici non gli hanno concesso nessuna attenuante, nessuna prescrizione per le accuse lunghe trent´anni. Il giorno della sentenza l´avvocato Trantino disse: "Oggi ha prevalso la società dei malfattori", riferendosi ai 40 pentiti del processo. L´avvocato Tricoli, reduce da numerosi processi vinti contro il concorso esterno (il sacerdote Frittitta e il giudice Prinzivalli, fra i casi recenti), si affidò a una considerazione più tecnica: "La sentenza non è in linea con la giurisprudenza del Tribunale". Dell´Utri ha incassato il colpo, poi ha preso la decisione. Che ha comunicato per telefono ai suoi avvocati. Per tutti, ringraziamenti e apprezzamenti: "Mi hanno sempre seguito con affetto", dice. E intanto deve fare i conti con un altro processo palermitano, che lo vede imputato di calunnia nei confronti di un gruppo di pentiti. Restano al timone della difesa gli avvocati Di Peri e Federico. Che sono fiduciosi.

ANSA:
DELL'UTRI:TRANTINO, A NUOVI AVVOCATI AUGURO MIGLIORE FORTUNA
Enzo Trantino, parlamentare di An e fino a ieri legale del senatore Marcello Dell'Utri (Fi), condannato a nove anni per concorso in associazione mafiosa, augura "migliore fortuna" ai colleghi penalisti Corso Bovio e Nino Mormino, che gli sono subentrati nel collegio difensivo.
"Il giudicabile dispone della propria vicenda giudiziaria nella piu' insindacabile scelta strategica - afferma Trantino -. Auguriamo ai valorosi colleghi subentrati migliore fortuna consegnando un impianto difensivo frutto di tanto impegno, convinti che, in sede di appello, sara' riconosciuta al senatore Dell' Utri la giusta assoluzione perche' estraneo ai fatti, come dimostrato nella nostra memoria difensiva di ben 1.284 pagine: una vera mappa dell' innocenza".

16 febbraio 2005 - MAFIA: GRASSO DA COSTANZO LEGGE'PIZZINO'DIRETTO A PROVENZANO
ANSA:
MAFIA: GRASSO DA COSTANZO LEGGE'PIZZINO'DIRETTO A PROVENZANO
E AUSPICA RIVOLUZIONE CULTURALE PER AIUTI INDAGINI
Un 'pizzino' diretto al boss Bernardo Provenzano, latitante da 41 anni, e' stato letto dal procuratore di Palermo, Piero Grasso, questa mattina in diretta al programma "Tutte le Mattine" di Maurizio Costanzo. Il procuratore Grasso ha sfilato da una tasca della sua giacca un foglietto sul quale era scritta una richiesta inviata a Provenzano.
Nel foglietto intercettato dalle forze dell'ordine era scritto "tempo fa G. mi aveva dato un biglietto con su scritto il nominativo di una persona di Misilmeri per avere informazioni su questa persona (io non ricordo piu' il nominativo) per fidanzamento. Se lei si ricorda la prego di sollecitare detta risposta in modo che a sua volta noi la passiamo".
Secondo il procuratore di Palermo Grasso questa e' la dimostrazione di come Provenzano si occupi di ogni faccenda senza fare distinzioni tra cose piu' o meno importanti. E di quanto la mafia sia radicata nel tessuto sociale siciliano.
"Non c'e' ancora un atto corale. Noi aspettiamo questa rivoluzione culturale - ha commentato Grasso - questa mobilitazione che ci permetterebbe di fare grossi passi avanti. Anziche' fare un'indagine su tutte le banche d'Italia per trovare se quelle persone appena arrestate che compaiono sui giornali, hanno un'attivita' o conti correnti o altro sarebbe molto piu' facile se leggendo i nomi sui giornali qualcuno come i direttori di banca ci avesse avvertito dell'esistenza di tali attivita"".
Anche Costanzo ha fatto un appello ai telespettatori affinche' si fidino delle persone che combattono la mafia:
"guardando gli occhi delle persone come Grasso che hanno bisogno della fiducia di tutti per vincere la guerra contro la mafia".

16 febbraio 2005 - MAFIA: PROCESSO MICELI; RIOLO CONFERMA LE SUE ACCUSE
ANSA:
MAFIA: PROCESSO MICELI; RIOLO CONFERMA LE SUE ACCUSE
I rapporti con Salvatore Cuffaro, i colloqui con l'imprenditore Michele Aiello, le richieste fatte al maresciallo Antonio Borzacchelli, da lui definito in un' intercettazione "scarafaggio". Sono alcuni dei temi affrontati dal maresciallo del Ros Giorgio Riolo, nella seconda parte della sua deposizione al processo all'ex assessore comunale Domenico Miceli, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Riolo, anche lui imputato di concorso in associazione mafiosa nell'altro processo sulle talpe alla Dda, ha sostanzialmente confermato quanto aveva gia' dichiarato in istruttoria. "Ero un investigatore di prestigio - ha detto con gli occhi lucidi - mi sono ritrovato in galera, umiliato da tutti, devo a mia moglie e ai miei figli se oggi sono in grado di star qui". Rispondendo alle domande del Pm Nino Di Matteo, Riolo ha raccontato di aver conosciuto Cuffaro nel '98, quando era assessore regionale all'agricoltura. "Me lo presento' Borzacchelli - ha detto - gli chiesi un favore per conto di un amico che voleva aprire un agriturismo". In quel periodo, sostiene Riolo, Cuffaro viveva nel timore di essere intercettato dai suoi nemici politici. Per questo motivo in tre occasioni avrebbe chiesto al maresciallo di controllargli casa e segreteria per scovare eventuali "cimici". "Le prime due bonifiche -ha detto Riolo- risalgono al '99 e a casa di Cuffaro mi accompagno' proprio Borzacchelli, la terza nel 2001". Riolo, ricordando le sue paure quando comincio' a emergere che qualcuno aveva rivelato l'esistenza di microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro, ha detto: "Ero furente. Andai da Borzacchelli e gli dissi: vedrai, finira" che paghero" solo io per questa storia. Lui mi promise dei soldi, disse che li avrebbe chiesti al presidente per me". E' l'imprenditore Michele Aiello, poco dopo, a confermare a Riolo tutti i suoi timori. "Mi disse che io, lui e Ciuro - ha detto il teste - eravamo iscritti nel registro degli indagati. Glielo aveva detto Cuffaro. Io gli chiesi: se vedi il presidente, verifica se davvero ha intenzione di darmi dei soldi. Mi aspettavo un compenso, anche per i lavori di bonifica che gli avevo fatto. Ma Aiello mi fece sapere che il presidente non sapeva nulla di quei soldi". Sarebbe stato lo stesso Aiello, alla fine, a mettere mano al portafogli. "Vedendomi a terra - ha concluso Riolo - fu lui a darmi tre milioni, per pagare le riparazioni della mia auto".
L'esame di Riolo riprendera" alla prossima udienza, fissata per il 22 febbraio.

16 febbraio 2005 - MAFIA: TALPE DDA; GIUDICI IN TRASFERTA PER SENTIRE GIUFFRE'
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; GIUDICI IN TRASFERTA PER SENTIRE GIUFFRE'
Si trasferiranno a Milano i giudici della terza sezione del tribunale, davanti ai quali si svolge il processo alle talpe della Dda, che vede fra i 13 imputati anche il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, per ascoltare il pentito Nino Giuffre'.
Il collegio ha deciso di effettuare la trasferta l'8 e il 9 marzo per "esaminare dal vivo" e cioe' senza l'ausilio della videoconferenza, il collaboratore di giustizia che durante l'istruttoria ha parlato ai pm della campagna elettorale effettuata dai boss mafiosi nel 2001.
Il processo riguarda oltre al governatore siciliano, anche imprenditori, medici e uomini delle forze dell'ordine, accusati di avere creato una rete che portava all'esterno le notizie riservate su cui indagava la procura guidata da Pietro Grasso. Secondo gli inquirenti, in questo modo, si sarebbe favorita, indirettamente, anche la latitanza di Bernardo Provenzano.

17 febbraio 2005 - DELL'UTRI: GUP IMPONE IMPUTAZIONE COATTA PER RAPISARDA
ANSA:
DELL'UTRI: GUP IMPONE IMPUTAZIONE COATTA PER RAPISARDA PER FALSA TESTIMONIANZA, DOPO DENUNCIA DEL SENATORE DI FI Il gup Giacomo Montalbano ha imposto l'imputazione coatta dell'imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, per rispondere del reato di falsa testimonianza, in seguito ad una denuncia presentata dal senatore di FI Marcello Dell'Utri.
Rapisarda e' stato uno dei principali testi d'accusa nel processo che si e' concluso nel dicembre scorso con la condanna di Dell'Utri a 9 anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa. Il gup Montalbano, sciogliendo una riserva durata quasi un mese, ha respinto stamane la richiesta di archiviazione del Pm Domenico Gozzo che aveva ravvisato "assenza di dolo" da parte di Rapisarda in alcune sue affermazioni su Dell'Utri che, pur non costituendo alcun illecito, sono considerate dal senatore "non vere".
Il gup ha imposto la verifica dibattimentale, accogliendo l'opposizione del difensore di Dell'Utri, avvocato Giuseppe Di Peri, che aveva presentato a titolo di "integrazione probatoria", alcuni documenti, tra cui il certificato penale di Rapisarda, "lungo - ha sostenuto Di Peri - forse piu' di due metri".
Nella sua motivazione, il gup Montalbano, scrive di aver ravvisato "nei reiterati comportamenti di Rapisarda gli estremi oggettivi e soggettivi del reato ipotizzato", quello cioe' di falsa testimonianza. Il gup ha quindi restituito gli atti al Pm Gozzo perche' provveda alla formulazione dell'imputazione nei confronti di Rapisarda, chiedendone il rinvio a giudizio.
La denuncia per falsa testimonianza presentata da Dell'Utri riguarda alcuni episodi riferiti da Rapisarda, tra cui un presunto incontro con l'esattore Ignazio Salvo. "Dell' Utri me lo presento' - ha raccontato Rapisarda - in occasione del ricovero di alcuni aerei in un hangar di mia proprieta', nel '77, e in quell' occasione Salvo mi racconto' di aver fatto un prestito a Berlusconi".

17 febbraio 2005 - COVO RIINA; GIUDICI, NON SI SA ANCORA COSA E'SUCCESSO
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MAFIA: COVO RIINA; GIUDICI, NON SI SA ANCORA COSA E'SUCCESSO I giudici del tribunale di Sciacca, nell'agrigentino, sollevano dubbi sulle modalita' con le quali e' avvenuto lo "svuotamento" della villa in cui aveva vissuto per otto anni il boss Toto' Riina con la propria famiglia. L'operazione fu eseguita dopo l'arresto del capomafia.
I magistrati, nelle motivazioni alla sentenza di condanna che riguarda l'ingegnere Giuseppe Montalbano, al quale lo scorso anno sono stati inflitti sette anni e sei mesi di reclusione per concorso in associazione mafiosa, ricordano che l'imputato era proprietario della villa di Palermo utilizzata da Riina fino al 15 gennaio 1993.
I giudici scrivono che "lo svuotamento della casa" e' avvenuto "inspiegabilmente, senza alcun controllo da parte della polizia giudiziaria che avrebbe dovuto sorvegliare l'obiettivo".
Il tribunale ha ricostruito durante il dibattimento l'arresto del boss e ha rilevato che l'arrivo dei carabinieri nella villa di via Bernini si e' registrato "soltanto il 2 febbraio 1993". I giudici si chiedono cosa sia successo fra il 15 gennaio e il primo febbraio 1993. "L'immobile - scrivono i magistrati - doveva essere controllato dal Ros dei carabinieri, invece (il maggiore dei carabinieri Minicucci non ha saputo fornire sul punto ulteriori spiegazioni) fu sottoposto a vigilanza soltanto per ventiquattro ore e poi rimase assolutamente alieno da qualsivoglia controllo, per cui oggi non e' dato sapere cosa effettivamente sia successo nel periodo compreso tra il 15 gennaio e la mattina del 2 febbraio 1993".
La vicenda incrocia un'altra inchiesta giudiziaria avviata su questa vicenda, e che per domani prevede la conclusione dell'udienza preliminare in cui sono imputati il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e il tenente colonnello, Sergio De Caprio, che arresto' Riina. Entrambi sono accusati di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra per non aver effettuato la perquisizione al covo del capomafia. Nei loro confronti la procura ha chiesto il non luogo a procedere e domani e' prevista la decisione del gup.
L'ingegnere Montalbano viene indicato dai giudici come "un soggetto insospettabile, anche per la sua storia familiare e personale - si legge nella motivazione - legata ai comunisti da sempre contrari alla mafia, ma al contempo molto legato a Giuseppe Lipari da ripetuti rapporti economici e quindi vicino all'organizzazione Cosa nostra".
La storia processuale di Montalbano inizia vent'anni fa, e viene fatta incrociare con gli affari illeciti di Riina e Provenzano, passando per Angelo Siino e Giuseppe Lipari. Emerge cosi', oltre alla villa data in "affitto" a Riina durante la latitanza, che avrebbe avuto rapporti d'affari anche con la moglie di Provenzano, Ninetta Palazzolo, passando per il commercialista Giuseppe Mandalari, indicato come il contabile di Cosa nostra.

17 febbraio 2005 - LA VERITÀ DEL "SIGNOR MICROSPIA"
"La Repubblica"
Il maresciallo dei Ros Giorgio Riolo interrogato per quattro ore: "Ho piazzato io la cimice in casa del boss Guttadauro"
La verità del "signor microspia"
"Borzacchelli temeva che Miceli collaborasse con i magistrati"
Il militare ha parlato dei rapporti che lo portarono a rivelare informazioni riservate
"Nel giugno del 2001 Cuffaro mi chiese di bonificare la casa e Palazzo d´Orleans"
ALESSANDRA ZINITI
Avevano paura, paura che Mimmo Miceli non reggesse il carcere. Paura che decidesse di parlare e che raccontasse chi aveva avvertito il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro di quella microspia piazzata nell´abat-jour del suo salotto che, da più di un anno, regalava preziosissime informazioni agli investigatori del Ros. Antonio Borzacchelli e Totò Cuffaro, gli "amici" che avevano saputo di quella microspia proprio una ventina di giorni prima che il boss la scoprisse, negavano di aver mai fatto girare quella notizia, ma avevano paura. "Certo, se Miceli parla può darci fastidio", si era sfogato nell´agosto 2003 Borzacchelli che, con il passare dei mesi, non aveva più fatto mistero della sua paura di essere arrestato.
"Io speravo di ricevere un premio per quella microspia e invece mi sono beccato la galera". Giorgio Riolo, 20 anni di onorata carriera da tecnico specializzato nelle intercettazioni al Ros dei carabinieri, ha raccontato ieri per la prima volta in aula quell´intreccio perverso di rapporti, amicizie, favori, che lo portò a rivelare decine di informazioni riservate che avrebbero poi mandato in fumo indagini importantissime: da quelle sulla cosca di Brancaccio a quelle su Michele Aiello fino alla cattura di Bernardo Provenzano. Al processo che vede imputato Mimmo Miceli, Riolo - assistito dagli avvocati Massimo Motisi e Salvatore Sansone - non esita a rivelare tutta la sua fragilità ("Assumo psicofarmaci, vedete come sto, da investigatore stimato a umiliato in carcere") e a mostrarsi contrito ("Se ho sbagliato in passato, non vorrei continuare a sbagliare raccontando a tutti come si piazzano le microspie"). Ma non è più tempo di segreti e i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci lo invitano a raccontare tutto: le microspie, i suoi rapporti con Borzacchelli, con Cuffaro, con Aiello.
"Quella microspia piazzata nella presa dell´abat-jour di Guttadauro era il mio fiore all´occhiello. Credete che mi abbia fatto piacere che l´abbia scoperta?". Prova a giustificarsi Riolo, spiegando che solo "per amicizia" ne parlò con Antonio Borzacchelli meno di un mese prima delle elezioni regionali del 2001. "Lui mi chiese cosa pensavo della sua candidatura e io lo sconsigliai: "Tu che hai arrestato tanti politici, ma chi te lo fa fare di gettarti in bocca al lupo?". Lui mi chiese: "Perché, c´è qualcosa che non va?". E io gli dissi che in quella casa venivano sempre fuori i nomi di Cuffaro e di Miceli (che io non conoscevo). Quando sentì il nome di Miceli, a Borzacchelli si accesero gli occhi, poi esclamò: "Lo sapevo", come per dire che si sarebbero messi nei guai". Il 16 giugno, quando venne avvertito da un collega del ritrovamento della microspia a casa Guttadauro, Riolo chiese a Borzacchelli se si fosse lasciato scappare qualcosa. "Lui negò, ha sempre negato, e viste le mie insistenze, qualche giorno dopo mi procurò anche un incontro con Cuffaro davanti alla prefettura per farmi dire anche dal presidente che loro non c´entravano nulla in questa storia. Giurava e spergiurava in maniera pietosissima, che non pareva manco un presidente, ma io sono sempre stato convinto del contrario".
Nel giugno 2001, con il neopresidente della Regione Riolo aveva già una buona conoscenza. Glielo aveva presentato Borzacchelli alcuni anni prima, gli aveva chiesto dei favori, per conto di un amico, poi posti di lavoro per la moglie e il fratello, e gli aveva anche fatto tre bonifiche: a casa, nella segreteria politica, alla Presidenza della Regione. Tanti contatti telefonici proprio prima e dopo le Regionali del 2001, poi un incontro alla Presidenza della Regione per gli auguri di Natale del 2002. "C´erano già stati gli arresti dell´operazione Ghiaccio uno contro il clan di Brancaccio - ricorda Riolo - e Cuffaro mi disse: "Hai visto che non è successo niente? Ci sono ancora problemi per me?"". Poi, pochi giorni prima del suo arresto, nel novembre del 2003, Riolo si sfoga con Borzacchelli: "Qua finirà che pago io, voi avete i vostri posti, i vostri stipendi e io sono in difficoltà". Borzacchelli pronto risponde: "Ti farò avere io dei soldi, adesso glieli chiedo anche al presidente". Ma prima dei soldi arrivarono le manette. In fin dei conti, Riolo non sa nulla di Miceli. Ricorda solo la prima frase captata dalla microspia appena piazzata nella sua auto: "Devo sfruttare questa situazione per farmi i soldi".

18 febbraio 2005 - MAFIA: COVO RIINA; MORI E DE CAPRIO RINVIATI A GIUDIZIO
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; INIZIATA UDIENZA PER MORI E DE CAPRIO
Davanti al Gup Marco Mazzeo e' cominciata l'ultima fase dell'udienza preliminare nei confronti del prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e del tenente colonnello Sergio De Caprio, accusati di favoreggiamento di Cosa nostra per non aver perquisito la villa del boss Toto' Riina subito dopo il suo arresto il 15 gennaio del '93.
Da pochi minuti ha preso la parola l'avvocato Piero Milio, difensore del prefetto Mori. Seguiranno le conclusioni del Pm Antonino Ingroia, che nella scorsa udienza aveva chiesto "il non luogo a procedere" per Mori e De Caprio. La decisione del Gup, che dovra' stabilire l'archiviazione o il rinvio a giudizio dei due indagati, entrambi presenti in aula, e' prevista per oggi