Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2005: gennaio
2 gennaio 2005 - ANTIMAFIA: RICONFERMA VIGNA; CHELLI, SIAMO SODDISFATTI
ANSA:
ANTIMAFIA: RICONFERMA VIGNA; CHELLI, SIAMO SODDISFATTI
I familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili hanno espresso "soddisfazione" per il decreto legge che consentira' al procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna di mantenere l' incarico per altri sei mesi.
"La ricerca della verita' sulla strage di Firenze del 27 maggio 1993, che la procura nazionale antimafia ha portato avanti in questi otto anni vale bene un decreto - scrive in una nota Giovanna Maggiani Chelli, vicepresidente del comitato che riunisce le vittime della strage dei Gerogofili -. I mandanti esterni a cosa nostra per le stragi del '93, della cui esistenza siamo certi, non sono ancora stati individuati. L' ufficio del procuratore nazionale antimafia lavora ancora oggi alla ricerca di quei soggetti e anche un solo minuto da parte di chi e' ampiamente preparato in materia e' sicuramente importante per dedicarlo alla ricerca della verita' completa".
Per Chelli, "tutto il resto, ovvero cio' che attraverso i media viene lamentato, e' congeniale solo alla politica, che mai ha dimostrato di voler sapere chi insieme alla mafia ha fatto massacrare i nostri parenti in via dei Georgofili. Mostrando quasi una specie di paura di rimanere coinvolti a vario titolo in quel tragico bagno di sangue, nessun uomo politico ha teso una mano alla magistratura che lavorava alle stragi del '93 in modo concreto, anzi...".

3 gennaio 2005 - DDA CALTANISSETTA SU PROGETTO ATTENTATO CONTRO GRASSO
ANSA:
MAFIA: DDA CALTANISSETTA, LETTERA ANONIMA GIUNTA UN ANNO FA
INFORMAVA SU PROGETTO PER UCCIDERE GRASSO,TESCAROLI E CONFIDENTE
"E' una lettera anonima di vecchia data, secondo noi scarsamente attendibile. Il fatto stesso che sia stata segnalata da un anonimo lascia il tempo che trova". Il procuratore aggiunto della Dda di Caltanissetta, Renato Di Natale, commenta cosi' l'indiscrezione pubblicata oggi dal quotidiano "La Repubblica" circa un progetto di attentato ai danni del procuratore di Palermo Pietro Grasso, del sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli e di un confidente che avrebbe collaborato nelle ricerche del boss Bernardo Provenzano.
Nella lettera si sostiene che Provenzano sarebbe sfuggito all'ultimo momento alla cattura grazie alla soffiata di "appartenenti alle forze dell'ordine". Secondo l'anonimo, che afferma di fare parte della "nuova Cosa nostra di Caltanissetta", i boss avrebbero deciso di catturare vivi il Pm Tescaroli e il confidente, e di ucciderli successivamente. Per Grasso, invece, il cui rapimento sarebbe stato reso piu' complicato dalle imponenti misure di sicurezza, la mafia avrebbe cosi' progettato un attentato "come per Falcone e Borsellino".
"La lettera - ha dichiarato il procuratore Di Natale - risale a un anno fa. In questi mesi abbiamo fatto delle verifiche attraverso le nostre fonti, inoltre abbiamo segnalato il caso sia alle autorita' di protezione che a quelle territorialmente competenti, informando naturalmente anche i colleghi Grasso e Tescaroli. Dagli accertamenti condotti dalla Dda, tuttavia, non e' emerso nulla di rilevante".

MAFIA: GRASSO, SAPEVO DELL' INCHIESTA SU LETTERA ANONIMA
"Ero stato informato della lettera e dell' indagine aperta dai magistrati della dda di Caltanissetta tempo fa". Cosi' il procuratore di Palermo Piero Grasso ha commentato la notizia su un progetto di attentato che riguardava lui, il sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli e di un confidente che avrebbe collaborato nelle ricerche del boss Bernardo Provenzano.
"Dopo esserne stato messo al corrente dai colleghi come presunta persona offesa avevo rimosso la cosa", ha proseguito.
Il procuratore ha negato che, a seguito della lettera, siano state aumentate le misure di sicurezza nei suoi confronti.

3 gennaio 2005 - TEATRO: 21 ANNI FA OMICIDIO FAVA, VA IN SCENA IL PROCESSO
ANSA:
TEATRO: 21 ANNI FA OMICIDIO FAVA, VA IN SCENA IL PROCESSO
In occasione del 21/mo anniversario dell' omicidio del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984, sara' messo in scena mercoledi' "L' istruttoria, atti del processo in morte di Giuseppe Fava", uno studio drammaturgico di Ninni Bruschetta e Claudio Fava, figlio del giornalista ucciso, che ricostruisce il processo "Orsa Maggiore" contro esecutori e mandanti del delitto.
L' appuntamento e' per le 19.30 nel centro culturale Zo di Catania. La messa in scena, organizzata dalla Fondazione Fava, e' stata presentata stamane dai fratelli Claudio ed Elena Fava.
"Ne 'L' istruttoria' - ha detto Elena Fava - abbiamo voluto mettere in evidenza alcune testimonianze che ci raccontano non solo la cronaca di quegli anni ma una cronaca che puo' essere valida anche oggi, perche' credo che a certi livelli alcune realta' non sono sicuramente cambiate".
"In questi anni - ha aggiunto la figlia del giornalista ucciso - c'e' una conoscenza della mafia, un impegno civile e antimafioso: questa citta' non e' tutta chiusa nel suo silenzio, c'e' una voglia di ribellione che forse negli ultimi anni e' un po' scemata".

4 gennaio 2005 - MAFIA: INDAGINE PROCURA PERUGIA SU PROGETTO ATTENTATO GRASSO
ANSA:
MAFIA: INDAGINE PROCURA PERUGIA SU PROGETTO ATTENTATO GRASSO
Anche la procura di Perugia sta svolgendo accertamenti sull'attentato che alcuni boss mafiosi avrebbero progettato nei confronti del procuratore di Palermo Pietro Grasso, del magistrato Luca Tescaroli e di un confidente che avrebbe collaborato alle ricerche di Bernardo Provenzano.
Ad esso viene fatto riferimento in una lettera anonima inviata oltre un anno fa. In essa si sostiene che alcuni boss volessero catturare vivi Tescaroli e il confidente. Grasso dove essere invece ucciso.
L'indagine e' approdata a Perugia perche' Tescaroli e' attualmente in servizio alla procura di Roma. I magistrati del capoluogo umbro sono infatti competenti ad occuparsi di tutte le inchieste nelle quali sono coinvolti, anche come parte offese i loro colleghi della capitale.
Sull'inchiesta in corso a Perugia viene mantenuto un riserbo assoluto. A condurla sarebbe il procuratore capo Nicola Miriano.

5 gennaio 2005 - MAFIA: INAUGURATO A PALERMO ''GIARDINO DELLA MEMORIA''
ANSA:
MAFIA: INAUGURATO A PALERMO ''GIARDINO DELLA MEMORIA''
PIANTATO PRIMO ALBERO ALLORO DEDICATO A PIPPO FAVA
E' stato inaugurato questa mattina a Palermo il "Giardino della memoria" dedicato alle vittime della mafia. L'iniziativa - patrocinata dal Comune e dalla Prefettura di Palermo - e' stata organizzata dal Gruppo siciliano dell'Unione nazionale dei cronisti e dalla sezione distrettuale di Palermo dell' associazione nazionale dei magistrati.
Il giardino si trova in via Ciaculli in un appezzamento di terra di circa 25 mila metri quadrati confiscato nel 1998 all'indiziato mafioso Paolo Greco, e assegnato al Comune di Palermo che adesso, su richiesta, lo ha affidato all'Unci e ai magistrati dell'Anm per farne "un luogo di memoria - ha detto Leone Zingales, segretario regionale dell'Unci - per testimoniare il ricordo di quanti hanno pagato con la vita l' impegno civile nella lotta a Cosa nostra".
Oggi e' stato piantato un albero d' alloro per ricordare il giornalista e scrittore Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. Era presente il figlio del cronista ucciso, Claudio Fava, anch' egli giornalista ed europarlamentare dei Ds, il quale, scoprendo la targa che ricorda il padre, ha detto che "oggi piu' che mai c'e' bisogno di una libera informazione e di una magistratura indipendente".
Per Massimo Russo, presidente della sezione distrettuale dell'Anm, "il giardino costituisce un altro tassello nella lunga strada che porta alla sconfitta della mafia".
Ogni anno nel "Giardino della memoria" saranno piantati piu' alberi "per ricordare le tante vittime che sono cadute sotto il piombo mafioso, e non soltanto in Sicilia".
Il vicesindaco Dario Falzone ha detto che "la lodevole iniziativa e' la testimonianza che l' attuale Giunta comunale prosegue sulla strada della legalita' " mentre per il procuratore generale Salvatore Celesti "i cronisti e i magistrati da sempre sono impegnati sul versante della lotta al crimine organizzato".
Il presidente dell' Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Franco Nicastro, ha ricordato gli otto giornalisti siciliani "caduti nella lotta contro la mafia: da Fava a Francese, da Cristina a Impastato". Per il prefetto Giosue' Marino "il percorso di questa citta' deve essere quello di un impegno quotidiano lungo la strada della legalita"".
Il segretario nazionale dell'Unione dei cronisti, Romano Bartoloni, ha affermato che "la lotta alla mafia passa anche attraverso iniziative come quella che oggi ha visto cronisti e magistrati impegnati nel 'sociale' con un 'giardino' che vuole ricordare ai vivi cio' che hanno fatto tante vittime coraggiose cadute per mano della mafia".
Alla manifestazione hanno partecipato, tra gli altri, il procuratore della Repubblica Pietro Grasso, il presidente del tribunale Giovanni Puglisi, il presidente della Corte d'Appello, Carlo Rotolo, il questore Francesco Cirillo, i generali dell' Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza, Arturo Esposito e Cosimo Sasso, i segretari della Cgil Francesco Cantafia e Carmelo Di Liberto. Presenti anche numerosi familiari di vittime della mafia, tra cui: Ines Leotta, vedova di Boris Giuliano, Alice e Pina Grassi, Carmine Mancuso, Emilia Catalano e le sorelle Maria ed Anna Falcone.
Il deputato Ds Beppe Lumia ha ricordato la figura di Pippo Fava "senza dubbio un giornalista scomodo, irriverente e coraggioso che non aveva paura di denunciare, nero su bianco e senza alcuna forma di autocensura, gli intrecci esiziali fra mafia-politica e affari della Sicilia degli anni Settanta e Ottanta. Un uomo di grande talento artistico e di grande passione civile la cui lezione e' oggi ancora drammaticamente attuale".

MAFIA: FAVA; FIGLIO, RICORDO HA MESSO RADICI A CATANIA
"Non solo un tuffo nel passato ma un modo per comprendere meglio il presente". Cosi' Claudio Fava, davanti alla lapide posta sul luogo dell' agguato, ricorda la morte del padre, il giornalista Giuseppe, ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1984.
"Il ricordo di Giuseppe Fava - ha aggiunto l' europarlamentare dei Ds - e' importante e ha messo radici proprie a Catania, e questo e ' merito di una citta' che ha fatto di tutto per difenderne la rimozione".
In serata, al centro culturale Zo, saranno proposti atti del processo sul delitto Fava, con la lettura delle testimonianze di esponenti della politica, dell' imprenditoria e dell' editoria di Catania.

5 gennaio 2005 - TALPE DDA; AIELLO, BORZACCHELLI MI MINACCIAVA
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; AIELLO, BORZACCHELLI MI MINACCIAVA
"Mi dissero che Borzacchelli andava ripetendo: 'Aiello si tolga dalla testa che un napoletano viene a Bagheria per farsi fregare"". Lo ha detto l'imprenditore della sanita' privata, Michele Aiello, agli arresti domiciliari per associazione mafiosa, deponendo al processo al maresciallo dell'Arma ed ex deputato dell'Udc, Antonio Borzacchelli, imputato di concussione nell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
Aiello, che ha risposto alle domande dei legali del sottufficiale, ha parlato dei suoi rapporti con Borzacchelli. "Mi ha dato una mano - ha detto - nell'avviare il centro Villa Santa Teresa di Bagheria, presentandomi molte persone, tra le quali il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che all'epoca era solo un deputato regionale; l' ex direttore generale dell'Ausl 6, Giancarlo Manenti, e diversi funzionari della sanita' pubblica".
L'imprenditore ha raccontato delle richieste di denaro ricevute da Borzacchelli, accusato di avere preteso soldi dal teste, minacciando l'avvio di inchieste sul suo conto, e della crisi del rapporto con l'imputato.
"Mi minacciava - ha affermato Aiello - facendomi giungere avvertimenti da Pippo Ciuro e Giorgio Riolo". Ciuro e Riolo, marescialli della Dia e del Ros, sono stati arrestati per mafia e rivelazione di segreto istruttorio nell'ambito della stessa indagine.
Aiello ha infine raccontato di aver saputo della sua iscrizione nel registro degli indagati, oltre che dagli stessi Ciuro e Riolo, da un geometra amico che, a sua volta, era stato messo a conoscenza dell'inchiesta in corso dal marito di un'assistente giudiziaria della Procura di Palermo, Antonella Buttitta, adesso indagata per violazione del segreto istruttorio.
Il contro-esame dei difensori di Borzacchelli continuera' nell'udienza del 21 prossimo.

MAFIA: TALPE DDA; AIELLO CHIEDE AUTO PER TESTIMONIARE IN AULA
"Non potro' piu' garantire la mia presenza in aula se non mi verranno assicurate condizioni piu' agevoli di trasporto in tribunale". Lo ha detto l' imprenditore Michele Aiello, arrestato per mafia l'anno scorso nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe della Dda di Palermo, ai giudici del processo ad Antonio Borzacchelli, l'ex maresciallo dell' arma e deputato regionale accusato di concussione .
Aiello, agli arresti domiciliari da alcuni mesi, ed oggi testimone al processo Borzacchelli, ha denunciato ai giudici "le carenze organizzative dell' amministrazione penitenziaria" che non avrebbe messo a sua disposizione un' auto per raggiungere il palazzo di Giustizia costringendolo a viaggiare, per rendere la sua deposizione, a bordo di un cellulare.
"Sono malato - ha detto - e la rigidita' del mezzo con cui devo spostarmi non fa che accentuare i miei problemi. Se continua cosi' non so se potro' tornare a testimoniare".
All' udienza di oggi Aiello viene controesaminato dai legali dell'imputato.

MAFIA: TALPE DDA; LEGALI CIURO, NESSUNA INTIMIDAZIONE AD AIELLO
"Aiello non ha mai riferito di avere ricevuto richieste intimidatorie da parte di Borzacchelli attraverso il maresciallo Ciuro". Lo dichiarano, in una nota, gli avvocati Vincenzo Giambruno e Fabio Ferrara, legali del sottufficiale della Dia, Pippo Ciuro, in carcere per concorso in associazione mafiosa, a proposito della deposizione dell'imprenditore della sanita' privata Michele Aiello, teste al processo al maresciallo dell'Arma, Antonio Borzacchelli, imputato di concussione.
Ciuro e' stato arrestato insieme ad Aiello, nell'ambito dell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.

5 gennaio 2005 - LE VITTIME DELLA MAFIA RACCONTATE DAGLI STUDENTI
"La Repubblica"
L´INIZIATIVA
"La Memoria ritrovata" pubblicato dalla Palumbo editrice
Le vittime della mafia raccontate dagli studenti
È promosso dal progetto legalità in memoria di Borsellino
Riflettono su cosa significa antimafia. Scrivono che bisogna insegnarla non solo ai cittadini, ma anche ai politici. Ricordano Padre Puglisi, "perché prima di combattere i mafiosi in tribunale bisogna sconfiggerli per strada, tra la gente". Ripercorrono 279 omicidi mafiosi in 760 schede. Gli autori sono gli studenti di 250 scuole siciliane, il libro si intitola "La memoria ritrovata. Storie delle vittime della mafia raccontate dalle scuole" e sarà pubblicato dalla casa editrice Palumbo. Il volume ha vinto il concorso "Le date della memoria", voluto dall´associazione nazionale magistrati di Palermo nell´ambito del "Progetto legalità in memoria di Paolo Borsellino".
Tra le diverse schede tante storie inedite venute alla luce grazie al lavoro di ricerca di centinaia di ragazzi, impegnati a ricostruire le vicende personali dei caduti nella lotta alla mafia. Un lavoro di cronaca e di riflessione. Su Boris Giuliano, ucciso nel 1979, i ragazzi della scuola media Quasimodo di Ragusa scrivono: "È nostro dovere cominciare a denunciare i piccoli soprusi e collaborare con le istituzioni, così si sconfigge la cultura mafiosa". I ragazzi di Monreale ricordano la storia del capitano Emanuele Basile, assassinato ventiquattro anni fa: "Per abbattere la mafia non basta parlare di iniziative. Bisogna insegnare l´antimafia ai politici e a tutti gli apparati dello Stato".
Il libro sarà presentato il 19 gennaio al Palasport. Alla cerimonia di premiazione del concorso, giunto alla seconda edizione, parteciperanno Beppe Fiorello, Fabrizio Frizzi, l´ex capitano della nazionale di pallavolo Andrea Lucchetta, il regista Gianluca Tavarelli e i calciatori del Palermo. Tra il pubblico ci sarà anche Massimo Russo, presidente dell´associazione nazionale magistrati di Palermo, che ha espresso la sua soddisfazione per risultati raggiunti dai progetti in memoria del giudice morto nella strage di via D´Amelio: "Con il Progetto legalità volevamo ricordare Paolo Borsellino con un omaggio in cui fossero presenti le sue immagini, le sue silenziose gestualità, gli sguardi, le espressioni del volto, il suo modo di parlare".
L´Anm, il centro di documentazione Giuseppe Impastato, Libera, la fondazione Rocco Chinnici, i centri studi Cesare Terranova e Pio La Torre hanno anche formato la giuria che ha esaminato e i lavori presentati dalle scuole e ha scelto le schede che formano il libro.
a.m.

6 gennaio 2005 - MATTARELLA 25 ANNI DOPO: UN DELITTO CONTRO LA SVOLTA MORALE
"La Repubblica"
L´anniversario
Cerimonia in via Libertà in ricordo del presidente della Regione ucciso nel 1980
Mattarella venticinque anni dopo un delitto contro la svolta morale
Il monito La sua coraggiosa presa di posizione rimane una lezione di democrazia per le classi dirigenti
Il programma Aveva cercato con l´intransigenza di rendere trasparente la gestione della vita politica
LUCA TESCAROLI
Ricorre oggi il venticinquesimo anniversario dell´assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. I rappresentanti istituzionali a partire dalle 9,30 deporranno corone di fiori nel luogo dell´agguato, in via Libertà.
Un killer solitario gli sparò una domenica, mentre era seduto alla guida della sua auto, una Fiat 132. Al fianco aveva la moglie, Irma Chiazzese, dietro la madre e la figlia. Era appena uscito di casa e si stava accingendo ad andare a messa, quando una silenziosa e sconosciuta mano assassina si avvicinò al finestrino del guidatore ed iniziò a fare fuoco. La signora Irma, terrorizzata, tentò di proteggerlo, rimanendo ferita di striscio ad una mano. Morì mezz´ora dopo, in ospedale, il giorno dell´Epifania del 1980, il presidente della regione siciliana. Veniva così rubato alla vita Piersanti Mattarella, l´astro nascente della Democrazia cristiana, che aveva cercato, percorrendo la via dell´intransigenza, di moralizzare, di mondare ogni legame chiacchierato, di rendere trasparente la gestione della vita politica in Sicilia e di aprire al Partito comunista il governo dell´isola, sulla scia di quanto aveva fatto Aldo Moro su scala nazionale. Si era impegnato, prendendo le distanze dagli equivoci rapporti del padre Bernardo, per sgretolare il sistema di potere politico-mafioso ed il vasto raggio delle complicità, che si irradiava sulla gestione degli appalti regionali per le opere pubbliche, che aveva in Salvo Lima ed in Vito Ciancimino i massimi garanti. Prima di morire, aveva ordinato un´ispezione (che aveva affidato ad funzionario ligio, Raimondo Mignosi) al Comune di Palermo e su appalti di sei scuole comunali, aggiudicati al gruppo Spatola-Gambino-Inzerillo. Pochi mesi prima di essere trucidato, aveva rappresentato al Ministro dell´interno Virginio Rognoni il proposito di far pulizia, come ricordano gli appunti del diario del giudice istruttore Rocco Chinnici.
Erano gli anni in cui i politici, che trescavano disinvoltamente con i mafiosi, erano convinti di appartenere ad una classe di intoccabili. Ed un uomo come Mattarella, a Palermo, aveva il destino segnato e vedeva avvicinarsi la morte giorno dopo giorno perché, con il suo agire, stava minando equilibri, che avevano resistito all´usura del tempo. La sua ascesa andava fermata ed occorreva lanciare un segnale forte a quella parte della classe dirigente isolana che aveva in animo di liberare la Sicilia dal giogo del sistema di potere mafioso.
Venticinque anni dopo la sua morte, quel delitto continua ad essere avvolto dalle nebbie ed è rimasto senza verità. Non conosciamo il nome dell´esecutore materiale e dei registi occulti. Quel che è certo è che la via Libertà, dove Mattarella veniva assassinato, rientra nel territorio del mandamento di Resuttana, governato da Francesco Madonia, che alcuni collaboratori di giustizia hanno accreditato di legami con esponenti dei servizi segreti. Un processo è stato celebrato e le condanne si sono riversate sull´ala criminale di Cosa nostra. Sono stati riconosciuti colpevoli, in via definitiva, gli appartenenti alla cupola (Riina e soci), quali mandanti. Come assassini di Mattarella per anni furono indicati due neofascisti, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. Una pista nera, che portò Giovanni Falcone ad emettere nei loro confronti mandati di cattura per omicidio e favoreggiamento. Si sospettò che avessero agito su espressa richiesta di Pippo Calò. Una pista che non trovò conferme. Tremendi segreti rimangono inesplorati. Gli interrogativi, volti a scoprire se vi sia stato un interesse della politica collaterale a quello di Cosa nostra nella pianificazione del crimine, sono rimasti senza risposta.
Dopo cinque lustri da quell´assassinio, molte cose sono cambiate in Sicilia. Eventi stragisti, una lunga scia di sangue di servitori dello Stato ha preceduto la celebrazione di grandi processi contro le cosche e di atti d´accusa verso le complicità politiche, si è formata una coscienza antimafia in molti cittadini e molte associazioni sono fiorite. È rimasta, però, Cosa nostra, l´omertà, il reticolo delle sue relazioni esterne, politico-affaristiche, e le infiltrazioni nella vita pubblica e, sembra quasi, che quella moralizzazione e voglia di novità in politica, perseguite da Mattarella siano rimaste una chimera. Soprattutto per questo è necessario commemorare la sua morte, la cui netta e coraggiosa presa di posizione rimane una lezione di civiltà e di democrazia per le classi dirigenti del Paese.

OMICIDIO MATTARELLA LA GRANDE SVOLTA
Secondo, l´importanza e il rilievo della figura umana e politica di Mattarella, il quale aveva dimostrato nei suoi anni di governo, dal 1971 fino alla morte, prima da assessore al Bilancio e nell´ultimo biennio da presidente della giunta, che è possibile fare politica senza rinnegare la propria vissuta fede di cristiano e di cattolico militante. Certo vi è forse (magari un po´ cinicamente) da aggiungere che questo modo non è certamente consigliabile, dato che conduce dritti dritti al martirio.
La figura di Piersanti Mattarella si iscrive a pieno titolo nel gruppo dei politici cattolici che hanno fatto l´Italia: De Gasperi, Vanoni, La Pira ma soprattutto Aldo Moro, con il quale egli ebbe un rapporto di amicizia quasi filiale, veramente privilegiato e forse unico. Eppure con estremo coraggio il 16 marzo 1978, lo stesso giorno del rapimento di Moro, Mattarella accetta la carica di presidente della Regione e forma il suo primo governo.
Molto è stato scritto in questi anni sulla valenza politica di questo delitto che rimane intatta e sul susseguirsi della morte di Moro e di Mattarella, distanziate l´una dall´altra meno di due anni. Si tratta di un elemento che può sembrare banale ma che è invece molto significativo e che non può essere casuale. Ma altri fatti importanti per comprendere la gravità dell´evento si possono desumere dalla sentenza della Corte d´assise di Palermo e di quella della Corte d´assise d´appello che largamente la riprende. Non è consueto infatti che i magistrati si dilunghino (come invece avviene per Mattarella) sulla figura morale della vittima, sul suo coraggio, sui suoi meriti nell´anticipare di un quarto di secolo circa processi di rinnovamento della politica oggi ancora ben lontani dalla conclusione.
Quelle sentenze lo fanno e la loro lettura, anche per questo, impressiona ancora di più. L´inchiesta all´assessorato Lavori pubblici della Regione per ottenere l´elenco di coloro che facevano i collaudi delle opere pubbliche; la legge urbanistica regionale che abbassava di due terzi gli indici di edificabilità nella regione; la scelta della programmazione della spesa pubblica, quella che tante volte è stata ricordata con le parole dello stesso Mattarella come la politica delle "carte in regola"; l´ispezione al Comune di Palermo per l´appalto di sei scuole che rappresentava una vera e propria intromissione in ambiti politici gestiti da altre parti della vecchia Democrazia cristiana. E da ultimo le preoccupazioni politiche e morali per l´eventuale rientro in politica di Vito Ciancimino; preoccupazioni che sfoceranno in Mattarella nella piena consapevolezza del pericolo e dei rischi. Anche lui, come Padre Puglisi, avrebbe potuto dire al suo assassino: "me l´aspettavo".
Il martirio di Mattarella rappresenta il punto di rottura fra cattolicesimo e mafia. È da lì che la Chiesa andrà prendendo posizione in maniera sempre più chiara ed esplicita fino al grido contro i mafiosi di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento nella primavera del 1993; e pochi mesi dopo, nel settembre del 1993, all´assassinio di Padre Puglisi. Dopo venticinque anni, lo spazio di una generazione, è giusto riflettere da parte di tutti ma soprattutto dei più giovani su vicende che appaiono lontane e forse dimenticate ma senza le quali si stenta a capire il cammino difficile e controverso della Sicilia verso le sfide sempre nuove della modernità.
Salvatore Butera

7 gennaio 2005 - GIUSTIZIA: 38 MAGISTRATI A VIGNA, DICA NO A PROROGA A DNA
ANSA:
GIUSTIZIA: 38 MAGISTRATI A VIGNA, DICA NO A PROROGA A DNA
DECRETO GOVERNO E' IL PIU'GRAVE ATTACCO A INDIPENDENZA TOGHE
Il decreto legge con cui il governo ha prorogato l'incarico di Piero Luigi Vigna al vertice della procura nazionale antimafia e' "sotto piu' profili in contrasto con la Costituzione e integra forse il piu' grave attacco di questi anni all'indipendenza della magistratura". Lo sostengono 38 magistrati, i primi firmatari di un appello rivolto a Vigna perche' rinunci alla proroga.
Tra i firmatari ci sono giudici e pm di tutta Italia. Tra gli altri il presidente del tribunale di Roma, Luigi Scotti;i pm palermitani antimafia Guido Lo Forte, Antonio Ingroia , Roberto Scarpinato, Gioacchino Natoli, Massimo Russo; i milanesi Piercamillo Davigo (consigliere Corte appello), Armando Spataro, Ferdinando Pomarici , Corrado Carnevali (tutti e tre procuratori aggiunti); i procuratori di Verona, Guido Papalia, di Padova, Pietro Calogero e di Venezia, Vittorio Borraccetti; i vertici di Magistratura democratica, Claudio Castelli (segretario) e Livio Pepino (presidente) e il leader del Movimento per la Giustizia Nino Condorelli.
Il provvedimento del governo e' incostituzionale non solo perche' non ricorrono i presupposti di necessita' e urgenza che giustificano il ricorso al decreto legge, ma soprattutto perche' "la Costituzione- sostengono i firmatari dell'appello- affida le assegnazioni dei magistrati esclusivamente al Csm e non v'e' dubbio, alla luce della giurisprudenza della Corte costituzionale, che in tale concetto rientra la proroga di un incarico oltre i limiti temporali per i quali e' stato, a suo tempo, assegnato. Non a caso e' la prima volta nella storia della Repubblica che un magistrato viene mantenuto nell'incarico mediante un provvedimento emesso dal potere esecutivo. Se fosse l'inizio di una serie - avvertono i sottoscrittori- l'effetto sarebbe inevitabilmente la cancellazione dell'indipendenza della magistratura (suscettibile di essere governata dall'esterno con una accorta politica di conservazione nell'incarico dei dirigenti graditi alle contingenti maggioranze politiche)".
"Evitare che cio' avvenga e' necessario, dunque, sia con riferimento al caso specifico sia per impedire che si realizzi un precedente gravissimo" affermano ancora i 38 magistrati, che auspicano "un gesto da parte dell'attuale Procuratore antimafia che elimini in radice il problema".
"Conosciamo da anni Piero Vigna; ne abbiamo apprezzato e ne apprezziamo, insieme alla ben nota professionalita', la sensibilita' istituzionale e il disinteresse personale e gli siamo grati per il modo in cui ha saputo in questi anni dirigere un ufficio delicato e importante come la Direzione nazionale antimafia. Per questo - concludono - siamo certi che sapra' dire di no a un provvedimento che riguarda non solo lui personalmente ma l'intera magistratura e le sue condizioni di indipendenza".

GIUSTIZIA: PROROGA VIGNA; INTERROGAZIONE SU APPELLO COLLEGHI
FRAGALA' A GIUDICI BOLOGNA,SICURI CHE NON L'ABBIA CHIESTA LUI?
Un'interrogazione sull' appello rivolto dai giudici bolognesi Libero Mancuso e Norberto Lenzi a Piero Luigi Vigna perche' rinunci alla proroga fino ad agosto del suo incarico al vertice della Procura nazionale Antimafia,' e' stata presentata da Enzo Fragala', componente della Commissione Giustizia della Camera.
Quell' "accorato appello che i magistrati Libero Mancuso e Norberto Lenzi rivolgono pro-Giancarlo Caselli soffre di una non lieve eccezione - sottolinea il parlamentare di An- Sono proprio sicuri, i due paladini di Caselli, che il decreto di proroga sia stato imposto con la forza dal governo a Vigna e non sia stato, invece, auspicato, sollecitato e magari beneaccolto dallo stesso procuratore antimafia?".
"D'altra parte Mancuso e Lenzi dovrebbero pur sapere, proprio attraverso l'esperienza di Caselli che abbandono' in fretta e furia la Procura di Palermo alla vigilia della prima assoluzione di Andreotti per andare a dirigere il Dap, che, per alcuni magistrati - aggiunge Fragala'- piu' che la gloria, vale la cifra dello stipendio percepito".

8 gennaio 2005 - FAMILIARI GEORGOFILI A VIGNA, ACCETTI INCARICO
ANSA:
GIUSTIZIA: FAMILIARI GEORGOFILI A VIGNA, ACCETTI INCARICO
"Accetti l'incarico e resti a dirigere la procura nazionale antimafia": e' questo l'invito rivolto al procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna dai familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, che intervengono sul decreto di proroga dell'incarico al magistrato, al quale invece 38 colleghi hanno rivolto un appello perche' rinunci.
I familiari delle vittime di via dei Georgofili ricordano che "altri decreti avrebbero dovuto far indignare e riflettere, per aver messo in difficolta' la magistratura".

10 gennaio 2005 - PROROGA VIGNA: PRO E CONTRO
"Il Corriere della sera"
Il Csm pronto a congelare il concorso per il successore. Silenzi e imbarazzi in alcune Procure
Vigna, 200 magistrati contro la proroga
Aumentano le adesioni all'appello. I Ds: provvedimento inaccettabile, ma no allo scontro
ROMA - A questo punto sono più di duecento, e di tutti gli orientamenti culturali e politici, i magistrati che hanno sottoscritto la lettera aperta inviata al procuratore nazionale, Piero Luigi Vigna, con la quale in buona sostanza si chiede al numero uno dell'Antimafia di non accettare la proroga di sei mesi del suo incarico varata dal governo: "Quel decreto legge appare sotto più profili in contrasto con la Costituzione" e rappresenta "il più grave attacco all'indipendenza della magistratura" perché invade un terreno proprio del Consiglio superiore della magistratura.
L'APPELLO - Tra i nuovi firmatari della lettera aperta ci sono altri capi di importanti uffici giudiziari (il procuratore di Cagliari, Carlo Piana, e l'avvocato generale in Cassazione Giovanni Palombarini). Di questo dato inatteso i promotori dell'appello sono molto soddisfatti: "Al di là delle scelte di Vigna per noi è stato importante sollevare un problema che riguarda il rispetto delle regole", osserva Livio Pepino di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe.
Tra i magistrati, però, si registrano molti silenzi e alcune risposte imbarazzate sul caso della super procura. A Milano, l'appello lo hanno firmato gli "aggiunti" ma non il procuratore Manlio Minale. All'interno del Movimento per la giustizia, l'altra componente di sinistra, in alcuni casi è stata accolta con fastidio l'iniziativa della lettera aperta che ha messo in difficoltà un collega stimato e apprezzato come Vigna. Per non parlare poi di molte toghe di Magistratura indipendente e di Unità per la Costituzione (le componenti più moderate) che manifestano seri dubbi sull'appello.
Nel 1996, quando il plenum del Csm preferì Vigna a Francesco Saverio Borrelli e a Giovanni Tinebra, Magistratura democratica fece mancare i suoi 5 voti e lo stesso fecero Italo Ghitti, Antonio Frasso e Albertino Russo (astenuto) di Unicost. La maggioranza a favore di Vigna fu comunque schiacciante. Mentre oggi, se si dovesse scegliere subito tra i candidati che hanno fatto domanda per la successione (tra gli altri, Grasso, Caselli, Croce, Ormanni e Lucio Di Pietro), il risultato appare molto incerto. Tra sei mesi, comunque, il Pg di Torino Gian Carlo Caselli potrebbe essere messo fuori gioco da una norma contenuta nella legge delega sull'ordinamento giudiziario di recente rinviata alle Camere dal capo dello Stato.
IL CSM - Oggi il Consiglio "congelerà il concorso", conferma il presidente della V commissione Francesco Menditto: "Se poi il decreto verrà convertito in legge il concorso sarà cancellato". E alla Camera i Ds hanno già preparato una pregiudiziale di incostituzionalità: "Il decreto è inaccettabile perché provoca una grave menomazione dei poteri del consiglio superiore della magistratura". Detto questo, però, Anna Finocchiaro, responsabile Giustizia dei Ds, osserva che "nessuno vuole mettere in discussione le qualità umane e professionali del procuratore Vigna". Semmai, a questo punto il rischio è un altro, conclude: "Non si sente proprio il bisogno di mettere gli uni contro gli altri valorosi procuratori antimafia che sono un patrimonio comune di tutto il Paese".
Dino Martirano

GIOVANNA CHELLI
"È un punto di riferimento Resti alla guida dell'Antimafia"
L'associazione di via dei Georgofili: "Ha fatto molto, non lasci"
ROMA - Giovanna Chelli è il vice presidente dell'associazione tra le famiglie della vittime della strage di via dei Georgofili: Firenze, 27 maggio 1993, 5 morti e 41 feriti per mano dell'organizzazione mafiosa Cosa nostra. Dodici anni fa, al vertice della Procura di Firenze c'era Piero Luigi Vigna: fu lui, insieme al suo sostituto Gabriele Chelazzi, a dare il primo impulso a un'inchiesta molto complessa, che ha portato alla condanna di esecutori materiali e mandanti (tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano) di quell'attentato: "Era il 12 giugno del 1996 quando iniziò l'udienza preliminare nell'aula bunker. Me lo ricordo bene quel giorno, c'era anche Vigna". Il quale, l'8 novembre del '96, sarebbe diventato procuratore nazionale antimafia. Dopo tanto tempo il vostro legame con Vigna è lo stesso?
"Siamo stati i primi a chiedere un decreto per la proroga di Vigna al vertice della Direzione nazionale antimafia. Avevamo saputo che la sua proroga sarebbe saltata con il rinvio alle Camere dell'ordinamento giudiziario e così abbiamo chiesto il decreto".
Cosa ha rappresentato per voi il lavoro svolto in questo decennio dal procuratore Vigna?
"Per noi Vigna è un punto di riferimento. È un magistrato che stimiamo. Se poi arriva una legge secondo la quale lui può restare al suo posto altri sei mesi, noi non riusciamo proprio a capire perché questa norma crei tanti problemi. A noi il procuratore Vigna ha sempre fornito delle risposte concrete, e quindi il fatto che rimanga al suo posto sei mesi in più è un fatto positivo".
Cosa pensa dell'appello che molti magistrati ora rivolgono al procuratore Vigna?
"In questi giorni ho sentito molti interventi e ho notato che tutti mettono le mani avanti: "Ci appelliamo a Vigna che è un uomo integerrimo, che è un magistrato esemplare, che ha dato tutto nella lotta contro la mafia...". Questo si dice e poi si domanda a Vigna di tirarsi indietro o di spiegare perché ha bisogno di altri sei mesi al vertice della superprocura. Ecco, se abbiamo avuto tutti fiducia nel Procuratore nazionale antimafia, io credo che meriti ancora la nostra stima. O no?"
Il non detto di questa vicenda è che la proroga di Vigna taglia la strada ad altri magistrati che hanno dato molto sul fronte della lotta alla mafia.
"Poi all'Antimafia ci andrà un altro magistrato: sarà Caselli o qualcun altro, ne troveranno uno all'altezza per quel compito".
Se il governo interviene con un decreto sui vertici di un ufficio giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura vede messe in discussione le sue prerogative. È questo il senso dell'appello lanciato dai magistrati .
"E Vigna ha risposto: "Io rispetto la legge". Io dico che a un uomo che non ha mai tradito la sua fede e il suo impegno contro la mafia debba essere concessa un'altra opportunità. E io, con quello che abbiamo patito noi famiglie colpite dalla mafia, non posso concedermi il lusso di certi ragionamenti, non posso correre appresso a chi tifa per il Csm o per il governo. Mi dispiace dire questo, ma in questi 12 anni abbiamo pagato un prezzo che non ha pagato nessuno in questo Paese".
D. Mart.

LIBERO MANCUSO
"Decreto fatto contro Caselli Combattiamo un'ingiustizia"
"Il governo non può comportarsi come con i prefetti e i generali"
ROMA - "A Piero Vigna abbiamo chiesto spiegazioni convincenti che purtroppo non sono arrivate. Mi dispiace, perché lui merita ben altro che legare il suo nome a questa brutta storia". Il giudice Libero Mancuso, presidente di corte d'assise a Bologna, da pubblico ministero ha lavorato per anni con Piero Luigi Vigna nelle inchieste sulle "trame nere", i depistaggi, gli intrecci tra eversione neofascista e poteri occulti. Oggi è tra i magistrati che hanno pubblicamente chiesto al procuratore nazionale antimafia di rinunciare alla proroga di sei mesi concessagli dal governo con un decreto-legge. Vigna dice di volersi limitare ad applicare la legge.
"Certo, ma lui sa bene che la prima legge da rispettare per noi magistrati è la Costituzione. Il decreto che prolunga il suo incarico non ha nessuno dei requisiti richiesti".
Ma la proroga era contenuta nella riforma dell'ordinamento giudiziario, e come dice Vigna non è stata toccata dai rilievi di incostituzionalità avanzati dal presidente della Repubblica. E comunque dovrà essere il Parlamento a convertire il decreto in legge.
"Il vaglio del capo dello Stato è limitato agli aspetti di palese incostituzionalità delle leggi, perciò esiste la Corte costituzionale. È vero che il Parlamento è sovrano e i magistrati devono applicarne le decisioni, ma hanno anche la facoltà di mandarle al giudizio della Consulta, il giudice delle leggi. Ecco, io penso che Vigna, da magistrato, anziché accettare la proroga dell'incarico avrebbe dovuto rivolgersi alla Corte".
Magari lo farà qualcun altro, forse il Csm. Allora perché tanto allarme prima dell'eventuale giudizio della Corte?
"Perché se e quando quel giudizio arriverà, il danno sarà già stato fatto: il concorso per la successione viene annullato ora, di fatto per decisione del governo. Noi non possiamo accettare che l'esecutivo proroghi l'incarico di un magistrato e blocchi le legittime aspettative di altri comportandosi come coi prefetti e i generali. Non si può fare. Purtroppo ora la palla è solo nelle mani di Vigna".
In che senso?
"Nel senso che solo lui può evitare che si consumi l'ingiustizia di una legge ad personas : favorirne una, tra l'altro limitatamente perché una proroga di sei mesi vale davvero poco nella stimatissima carriera di un magistrato come Vigna, per danneggiarne un'altra".
Chi?
"Gian Carlo Caselli. L'unico motivo che sottende questa norma è indicibile, e cioè eliminare Caselli dalla corsa per la successione a Vigna. Non possono ammetterlo pubblicamente, ma lo sappiamo tutti".
La necessità di non lasciare scoperto un ufficio delicato come la Superprocura antimafia in attesa del successore non è un motivo urgente per prorogare Vigna?
"No, ma se pure lo fosse avrebbero potuto fare le cose in maniera costituzionale e pulita: prolungare l'incarico a Vigna finché il Csm, che aveva già indetto il concorso, non avesse nominato il successore. Quella sarebbe stata una scelta coerente. Così però non avrebbero escluso Caselli, e allora hanno inventato la proroga di sei mesi che non ha alcun senso logico. Quello che chiediamo a Vigna è di tirarsi fuori da questo meccanismo che rischia di travolgere anche la sua persona".
Giovanni Bia

Superprocura, le tappe della vicenda
LA SCADENZA Il 15 gennaio scade ufficialmente l'incarico del procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna, alla fine di due mandati di 4 anni l'uno, non più rinnovabili. Si apre la questione sull'eventuale successione. Tra i candidati c'è l'ex procuratore di Palermo, oggi procuratore generale a Torino, Gian Carlo Caselli
LA PROROGA
All'interno della legge di riforma della giustizia c'è anche una norma che prevede una proroga dell'incarico fino al 1° agosto. Il "no" di Ciampi alla riforma respinge, insieme alla legge, anche questa proposta
IL DECRETO
Dopo lo stop del presidente della Repubblica, il governo con un decreto-legge sceglie di prorogare comunque l'incarico di Vigna per un totale di 7 mesi, fino al 1° agosto. La decisione suscita un vivace dibattito
L'APPELLO
Sabato viene reso pubblico un appello indirizzato a Vigna e firmato ad oggi da oltre 200 magistrati, che gli chiedono di rinunciare alla proroga: "Il decreto-legge appare sotto più profili in contrasto con la Costituzione"
LA DECISIONE
Oggi il Consiglio superiore della magistratura "congelerà il concorso", conferma il presidente della V commissione Francesco Menditto, che aggiunge: "Se poi il decreto verrà convertito in legge il concorso sarà cancellato del tutto"

ANSA:
ANTIMAFIA: DI PIETRO, PROROGA VIGNA E' INCOSTITUZIONALE
CONSULTA LO BOCCERA', MA INTANTO IL DANNO E' FATTO
"Il decreto che promulga l'incarico di Vigna e' incostituzionale perche', lasciando al governo il compito di scegliere se e quando poter nominare un magistrato ad incarico giurisdizionale, mina l'indipendenza della magistratura e quindi lo Stato di Diritto". Lo afferma Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori.
"Il problema e' un altro - aggiunge - la Corte Costituzionale ne dichiarera' l'incostituzionalita' ma nel mentre si perdera' proprio quel tempo necessario che avrebbe permesso al magistrato designato dal Csm, Caselli, di assumere il proprio incarico. Insomma - conclude Di Pietro - e' come se, per un tentativo di omicidio in atto, si dovesse aspettare che l'omicidio avvenga per poter dire che c'e' stato".

ANTIMAFIA:FINOCCHIARO,PROROGA DIA? NON VIOLANDO COSTITUZIONE
"Se l'obiettivo e' quello di evitare che si registrino periodi di vacanza nella direzione di uffici impegnati nel contrasto alla criminalita' organizzata, procure distrettuali antimafia comprese, bastera' prevedere, come disposizione di carattere generale, che, sino all'effettiva presa di possesso del nuovo magistrato designato a ricoprire l'incarico, venga prorogato l'incarico del precedente". Lo afferma Anna Finocchiaro, responsabile Giustizia della Segreteria nazionale Ds, commentando il decreto del governo che proroga l'incarico al procuratore antimafia Pier Luigi Vigna.
"Non c'e' bisogno dunque - conclude Finocchiaro - come si fa invece con il decreto governativo, di violare la Costituzione, menomare gravemente i poteri del Csm e accendere un conflitto che coinvolge strumentalmente e gratuitamente magistrati della cui serieta' e professionalita' nessuno dubita e che rappresentano un patrimonio comune prezioso per il contrasto alle mafie".

ANTIMAFIA: FRAGALA', IPOCRITA APPELLO CONTRO PROROGA VIGNA
SINISTRA INVOCA INDIPENDENZA MAGISTRATURA QUANDO FA COMODO
"Come mai i sottoscrittori dell'appello contro la proroga del governo a favore di Vigna non fecero appelli a Caselli quando lascio' Palermo per il Dap?". A chiederlo e' Enzo Fragala', deputato di An e componente della commissione Giustizia a Montecitorio.
"Come mai - continua Fragala' - non denunciarono i 600 concorsi saltati per effetto dell'elevazione dell'eta' pensionabile dei magistrati? Alcuni di questi custodi dell'ortodossia costituzionale sono gli stessi ferocemente avversi a Falcone e oggi diventati ipocritamente orfani dell'eroico magistrato. Le nuove vestali dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura scese in campo con proclami e appelli pro-Caselli e contro la proroga dell'incarico a Vigna - denuncia l'esponente di Alleanza Nazionale - sembrano mosse da un solo intento: quello della lottizzazione dei massimi incarichi in seno alla magistratura".
"I cittadini - osserva Fragala' - si chiedono giustamente come mai gli attuali sottoscrittori di appelli non rivolsero alcun appello a Giancarlo Caselli affinche' non lasciasse l'incarico di procuratore capo di Palermo, alla vigilia della prima assoluzione di Andreotti, allorquando abbandono' gli uffici giudiziari palermitani lasciando in asso la cosiddetta lotta alla mafia per diventare direttore del Dipartimento delle carceri".
"Ancora c'e' da chiedersi perche' la sinistra giudiziaria e politica non abbia denunciato come un attentato all'indipendenza della magistratura il provvedimento con il quale l'attuale governo ha consentito ai magistrati di prolungare la permanenza in servizio fino a 75 anni, facendo cosi' saltare oltre 600 concorsi per incarichi direttivi in seno alla magistratura".
"La verita' - chiosa il deputato di An - e' che per certi custodi dell'ortodossia costituzionale i principi dell'indipendenza della magistratura sono utilizzati a seconda delle convenienze e delle cordate politico-giudiziarie da sostenere. Oggi tutti contro Vigna allo stesso modo di come appena ieri erano a favore di Vigna. Ma questo, purtroppo, non stupisce".
"Chi non ricorda - conclude -, d'altra parte, come alcuni firmatari di certi appelli furono ferocemente avversi alla nomina di Giovanni Falcone a procuratore nazionale antimafia salvo poi diventare, ipocritamente, 'orfani' di Falcone quando l'eroico magistrato cadde ucciso dalla mafia?"

ANTIMAFIA: CICCHITTO, LETTERA PRO CASELLI E' INTROMISSIONE
CI AUGURIAMO CHE IL CSM CENSURI COMPORTAMENTO MAGISTRATI
"Siamo curiosi di sapere cosa ne pensa l'Anm della lettera di un gruppo di magistrati che contesta il decreto del governo che proroga l'incarico al Superprocuratore antimafia Pier Luigi Vigna (come previsto dalla riforma dell'ordinamento giudiziario) e che chiede a quest'ultimo di rinunciare alla proroga". Lo afferma Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia, secondo il quale "lo scopo di questa richiesta e' esplicitamente 'ad personam' per favorire la nomina dell'ex Procuratore di Palermo Giancarlo Caselli alla guida della Dna".
"E' questa l'autonomia e l'indipendenza della magistratura - domanda Cicchitto -, cui spesso si appella, e ancor piu' spesso a sproposito, il sindacato dei magistrati? O non si tratta piuttosto di un atto dichiaratamente politico, di una grave intromissione nei confronti di un potere dello Stato, il governo, con l'aggravante dell'atto di sfiducia nei confronti di un magistrato del livello di Vigna?"
"Sarebbe il caso - continua l'esponente azzurro che l'Anm prenda una posizione chiara e censuri il comportamento di questi magistrati, cosi' come sarebbe logico, ma improbabile, un intervento del Csm. Inoltre, chiedere a Vigna di far posto a Caselli e' un atto doppiamente grave da parte di questi magistrati, perche' di fatto rendono superflua qualsiasi decisione del Csm e alterano un concorso che, a quanto risulta, prevede un certo numero di candidati, oltre all'ex Procuratore di Palermo".
"Questa si' che e' una lesione dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura - chiosa Cicchitto - oltre che un'offesa al governo, al Parlamento, allo stesso Csm".

ANTIMAFIA: RIZZO A CICCHITTO, SU VIGNA NON ROVESCI LA FRITTATA
GOVERNO SU CASELLI HA STUDIATO DECRETO CONTRA PERSONAM
"Non esiste settore in cui il governo non abbia apportato modifiche in negativo che rendono il nostro Paese fuori dall'Europa. Tra questi pare essere la giustizia". Lo afferma Marco Rizzo, europarlamentare del Pdci, che aggiunge: "Tra il rinvio alle Camere della controriforma della giustizia voluta dal leghista Castelli e giudicata palesemente anticostituzionale dal presidente della Repubblica, i continui conflitti aperti dal governo con il Csm, l'apertura dell'anno giudiziario con polemica per l'inadeguatezza delle proposte governative sulla giustizia, possiamo affermare, senza timor di errare, che anche sulla Giustizia Berlusconi ci porta fuori dall'Europa".
"Il tutto e' reso ancor piu' grave - sottolinea Rizzo - dall'approvazione di leggi ad personam; e gia' ne sono in serbo altre. A questo lungo elenco si aggiunge ora una ulteriore polemica nata per colpa di un decreto voluto dal governo: qualcuno nella Casa delle liberta' vorrebbe fare passare il perseguitato per persecutore, la vittima per carnefice".
"E' chiaro che i magistrati che hanno promosso un appello contro il decreto di proroga di Vigna all'antimafia non hanno nulla contro il diretto interessato e non e' ammissibile che si tenti di ribaltare la frittata. Ricordo a Cicchitto - afferma Rizzo - che l'appello promosso dai 38 magistrati, a cui hanno finora aderito piu' di 200, nasce come reazione del tutto legittima messa in atto da alcuni magistrati conseguenza di una azione discriminatoria del governo che per sbarrare la strada al procuratore Caselli ha studiato a tavolino un decreto contra personam. Lo stile non e' acqua - conclude - e' il solito vecchio gioco di lanciare il sasso e di nascondere la mano".

GIUSTIZIA: PROROGA VIGNA; LUMIA, MAGGIORANZA FA PROPAGANDA
"La polemiche che si stanno sviluppando sulla proroga decisa per decreto, dell' attuale Procuratore Nazionale fino ad agosto 2005, dimostrano che sul tema della lotta alla mafia la maggioranza ed il Governo vogliono solo fare propaganda". Lo afferma Giuseppe Lumia, capogruppo DS in Commissione Antimafia.
"Se la preoccupazione del Governo fosse solo di non lasciare scoperto un incarico cosi' delicato - dice Lumia - sarebbe stato sufficiente prolungare la nomina di Vigna fino alla effettiva entrata in carica del nuovo Procuratore. Questo non avrebbe sollevato polemiche, avrebbe incontrato ampio consenso ed avrebbe dato un sostegno effettivo alla lotta alla mafia. Invece il Governo ha scelto di aprire l' ennesimo conflitto con il CSM, al solo scopo di creare spaccature. La stessa procedura che e' stata seguita con Cordova a Napoli, con i tragici risultati che sono sotto gli occhi di tutti".
Secondo Lumia, "alcuni esponenti della maggioranza cercano di mistificare la verita' facendo passare i dubbi sulla costituzionalita' del decreto come un attacco a Vigna. Per fortuna il Procuratore sa benissimo chi apprezza il suo lavoro e chi no, ed ha potuto sperimentarlo in tutti questi anni nei quali ha svolto benissimo e con passione il suo incarico. Io credo che il CSM sapra' scegliere bene il nuovo Procuratore Antimafia senza farsi influenzare, come ha fatto otto anni fa con la nomina di Vigna. Se la politica vuole dare il suo contributo alla lotta alla mafia si rasserenino gli animi e si prolunghi la carica di Vigna fino all' ingresso nella carica del nuovo Procuratore".

10 gennaio 2005 - MAFIA: DOPO 23 ANNI INIZIA PROCESSO STRAGE CIRCONVALLAZIONE
ANSA:
MAFIA: DOPO 23 ANNI INIZIA PROCESSO STRAGE CIRCONVALLAZIONE
A PALERMO FURONO ASSASSINATE 5 PERSONE, FRA CUI 2 CARABINIERI
A distanza di oltre vent'anni e' cominciato oggi, davanti alla corte d' assise, con le questioni preliminari e la costituzione di parte civile della provincia di Palermo, il processo per la strage della circonvallazione avvenuta a Palermo il 16 giugno del 1982. Imputati i boss Antonino Madonia, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese ed i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anselmo, Salvatore Cucuzza e Giovanni Brusca.
Nella strage vennero assassinati alle porte della citta' il boss detenuto Alfio Ferlito, che stava per essere condotto dal carcere di Enna a quello di Trapani, i carabinieri di scorta Silvano Franzolin, Salvatore Raiti, Luigi Di Barca e l' autista della Mercedes su cui viaggiavano, Alfio Di Lavore.
Secondo l' accusa, il commando dei sicari era formato da Antonino Madonia, Giuseppe Lucchese, Francesco Paolo Anselmo, Calogero Ganci, Salvatore Cucuzza e Giuseppe Greco (detto Scarpuzzedda). I killer, a bordo di due automobili rubate, intercettarono lungo viale Regione siciliana la Mercedes con a bordo Ferlito e i carabinieri. La rapidita' dell' azione e la potenza delle armi (Kalashnikov e fucili a pompa) non permisero alcuna reazione da parte dei militari. Con compiti di coordinamento e copertura, parteciparono all' agguato anche Raffaele Ganci, Salvatore Montalto, Mariano Tullio Troia, Giuseppe Buffa e Giovanni Brusca.
L'inchiesta condotta dai carabinieri del Nucleo operativo di Palermo e' stata riaperta due anni fa in seguito alle dichiarazioni dei pentiti.
Per l' eccidio e' in corso un altro processo, che si celebra col rito abbreviato, a carico di Mariano Tullio Troia, Michelangelo La Barbera e Salvatore Montalto. I giudici, a settembre, si erano ritirati in camera di consiglio per il verdetto ma hanno poi deciso di riesaminare il pentito Anselmo. L' esame del collaboratore e' stato fissato per il 22 gennaio.

11 gennaio 2005 - PROROGA VIGNA: DAI GIORNALI
ANSA:
GIUSTIZIA: CASTELLI CHIEDE PARERE A CSM SU PROROGA VIGNA
GIOVEDI' NE DISCUTE COMMISSIONE, APPELLO RAGGIUNGE 400 FIRME
Il Csm si esprimera' sul decreto legge che ha prorogato l'incarico del procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna sino all'agosto prossimo. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha chiesto infatti un parere sul provvedimento a Palazzo dei marescialli.
Ad occuparsene sara' la Commissione Riforma, che comincera' a discuterne gia' giovedi' prossimo. E nella stessa giornata la Commissione per gli incarichi direttivi decidera' se "congelare" o meno il concorso gia' bandito per la sostituzione di Vigna nell'attesa della conversione del decreto in legge.
Intanto continuano ad aumentare le firme all'appello a Vigna perche' rinunci alla proroga. Le sottoscrizioni al documento che definisce la proroga "in contrasto con la Costituzione" e vede nel provvedimento del governo "il piu' grave attacco di questi anni all'indipendenza della magistratura", sfiorano quota 400.
Il Csm dunque avra' ora il modo di dire la sua sul provvedimento del governo, eventualmente segnalando aspetti di incostituzionalita', cosi' come hanno fatto i firmatari dell'appello a Vigna, che ritengono il provvedimento lesivo delle competenze costituzionali del Csm in materia di nomina dei magistrati . Ma per il momento anche se lo volesse, Palazzo dei marescialli non potrebbe sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale, non essendo ancora il decreto convertito in legge.
L'eventuale ricorso alla Consulta si decidera' allora, quando il Csm sara' chiamato ad annullare il concorso gia' bandito e che vede tra i candidati il pg di Torino Giancarlo Caselli e il procuratore di Palermo Piero Grasso.
Frattanto uno dei promotori dell'appello a Vigna Livio Pepino (Magistratura democratica) giudica "un segnale molto positivo" il fatto che "in modo spontaneo " siano giunte tante firme al documento e che esser provengano "indifferentemente da giudici e pm", "di diversa impostazione culturale".

MAFIA: VIGNA, SU CONCORSO ESTERNO SERVE LEGISLAZIONE CHIARA
"Una previsione legislativa ben fatta potrebbe evitare difformita' di decisioni. La certezza del diritto sta infatti nella prevedibilita' della pena". Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, non si sbilancia su alcune proposte di legge che puntano all'abolizione del concorso esterno in associazione mafiosa.
In ogni caso, Vigna fa notare che non si tratterebbe dell'abolizione di una fattispecie di reato, in quanto "siamo di fronte ad una sorta di costruzione giurisprudenziale che ha subito diverse interpretazioni da parte della stessa Cassazione".

11 gennaio 2005 - ANTIMAFIA: GRUPPO CAPITANO ULTIMO, ADESIVI CONTRO INDIFFERENZA
ANSA:
ANTIMAFIA: GRUPPO CAPITANO ULTIMO, ADESIVI CONTRO INDIFFERENZA
SARANNO AFFISSI IL 15 GENNAIO PER ANNIVERSARIO CATTURA RIINA
Duemila adesivi contro la mafia saranno affissi nelle citta' italiane sabato prossimo. L'iniziativa e' del gruppo "Capitano Ultimo", a 12 anni dall' arresto di Toto' Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993. Il gruppo fa riferimento al nome in codice dell'ufficiale dell'Arma che arresto' il boss corleonese.
"Vogliamo - spiegano gli ideatori dell'iniziativa - combattere contro la mafia e l'indifferenza che la sostiene. E' un grido che vuole attirare l'attenzione della societa' civile e delle istituzioni, perche' solo una ribellione della gente, accompagnata dalla determinazione dello Stato, potra' debellare la criminalita' organizzata".
Il gruppo rivolge un appello alle istituzioni e alla societa' civile: "recuperiamo la nostra liberta', rivendichiamo la nostra dignita' offesa, costruiamo una lotta di popolo contro la mafia, la prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento". Il sito del gruppo e' www.capitanoultimo.it.

ANTIMAFIA: PROROGA VIGNA; TORO (ANM), DA CSM SUBITO NOMINA
"E' necessario invitare il Csm a nominare rapidamente il nuovo capo della Direzione distrettuale antimafia previa riapertura dei termini di legge, 15 giorni, e quindi nel pieno rispetto del decreto legge per consentire anche altre domande di aspiranti alla carica". E' quanto ha detto Achille Toro, componente della giunta esecutiva del'Associazione nazionale magistrati e procuratore aggiunto a Roma.
A giudizio di Toro "se la commissione direttiva del Csm procedera' piu' celermente del solito, il nuovo procuratore nazionale antimafia potra' essere legittimamente scelto tra tutti coloro che hanno gia' fatto o che faranno domanda, prima della nuova scadenza prevista dal decreto legge secondo le regole dell'ordinamento giudiziario ancora vigente".
"Sara' cosi' pienamente raggiunto - ha spiegato Toro - l'obiettivo di evitare, come voluto dal decreto legislativo, ogni vacatio al vertice di un ufficio cosi' delicato". "Senza mettere indirettamente in discussione l'indiscutibile ed altissimo profilo professionale ed umano del collega Vigna, si evitera' cosi' di pregiudicare le legittime aspettative di altrettanto validi colleghi come Grasso, Caselli o Ormanni per citare solo qualche esempio".
Il decreto legge con cui il governo ha prorogato l'incarico di Piero Luigi Vigna al vertice della procura nazionale antimafia e' stato contestato nei giorni scorsi da circa 300 magistrati di tutta Italia firmatari di un appello rivolto a Vigna perche' rinunci alla proroga.

12 gennaio 2005 - DELL'UTRI: DIFESA DICE NO AD ARCHIVIAZIONE RAPISARDA
ANSA:
DELL'UTRI: DIFESA DICE NO AD ARCHIVIAZIONE RAPISARDA
Il gup Giacomo Montalbano decidera' nei prossimi giorni se archiviare o meno la denuncia per falsa testimonianza presentata dal senatore di Fi Marcello Dell' Utri nei confronti dell' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, uno dei principali testi d'accusa nel processo che si e' concluso nel dicembre scorso con la condanna del parlamentare a 9 anni per concorso in associazione mafiosa.
La procura ha chiesto l' archiviazione dell' inchiesta ravvisando "assenza di dolo" da parte di Rapisarda in alcune sue affermazioni nei confronti di Dell' Utri che, pur non costituendo alcun illecito, sono considerate dal senatore "non vere". La difesa di Dell' Utri stamane, nell' udienza che si e' svolta davanti al gup, ha ribadito la sua opposizione all' archiviazione, sostenendo che "le inesattezze contenute nelle dichiarazioni di Rapisarda sono consapevoli".
A sostegno della sua opposizione, l' avvocato Giuseppe Di Peri, legale di Dell' Utri, ha presentato al gup due documenti a titolo di "integrazione probatoria": uno e' il certificato penale di Rapisarda, "lungo - ha sostenuto il difensore - forse piu' di due metri". L' altro e' il ritratto che i pm di Caltanissetta hanno fatto dell' imprenditore, descrivendolo come "una personalita' con caratteri tali da farlo ritenere assolutamente inattendibile".
La denuncia per falsa testimonianza presentata da Dell' Utri riguarda alcuni episodi riferiti dal teste, tra cui un presunto incontro con l' esattore Ignazio Salvo. "Dell' Utri me lo presento' - ha raccontato Rapisarda - in occasione del ricovero di alcuni aerei in un hangar di mia proprieta', nel '77, e in quell' occasione Salvo mi racconto' di aver fatto un prestito a Berlusconi".
Secondo la difesa di Dell' Utri, questa ricostruzione e' "inventata di sanapianta", e "la prova sta nel fatto che nel '77 Dell' Utri non lavorava ancora alle dipendenze di Rapisarda; ma fu assunto un anno dopo".

12 gennaio 2005 - MAFIA: FAVOREGGIATORI PROVENZANO, DUE CONDANNE A PALERMO
ANSA:
MAFIA: FAVOREGGIATORI PROVENZANO, DUE CONDANNE A PALERMO
PALERMO, 12 GEN - I giudici della terza sezione del tribunale di Palermo, presieduti da Raimondo Lo Forti, hanno condannato a otto anni di carcere per associazione mafiosa Giovanni Mezzatesta, e a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa l'imprenditore Antonino Baratta.
Entrambi gli imputati sono stati arrestati tre anni fa nell'ambito dell'inchiesta sui favoreggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano. Mezzatesta e' ritenuto il rappresentante della famiglia mafiosa di Ficarazzi, Comune alle porte di Palermo.
Baratta e' un imprenditore di Termini Imerese e sarebbe stato un tramite con l'allora latitante Nino Giuffre'. Inoltre, avrebbe ottenuto lavori pubblici e subappalti, in particolare in alcuni cantieri per il completamento dell'autostrada Palermo-Messina, grazie all'intervento delle cosche mafiose.
Durante la camera di consiglio, che e' durata tre ore, i giudici hanno derubricato per Baratta l'accusa: da associazione mafiosa a concorso esterno in associazione mafiosa.

POLIZIA: QUESTORE PALERMO, SPERIAMO DI ARRESTARE PROVENZANO
Il questore Giuseppe Caruso, che si e' insediato a Palermo, intende proseguire l' attivita' investigativa del suo predecessore "sperando nell' arresto di latitanti".
Incalzato dalle domande dei giornalisti che gli chiedevano dello stato delle indagini per la cattura del boss Bernardo Provenzano, Caruso ha detto: "spero di essere piu' fortunato di Cirillo che mi ha rivelato di essere stato ad un passo dall' arresto del capomafia".

13 gennaio 2005 - PROROGA VIGNA; RELATORE CSM, NON CONGELARE CONCORSO
ANSA:
GIUSTIZIA: PROROGA VIGNA; RELATORE CSM, NON CONGELARE CONCORSO
IN QUESTO MODO CASELLI RESTEREBBE IN GIOCO
Andare avanti con il concorso gia' bandito per la sostituzione di Piero Luigi Vigna al vertice della Procura nazionale antimafia. E' la proposta che oggi ha fatto alla Commissione per gli incarichi direttivi del Csm, il presidente e relatore della pratica Francesco Menditto (Magistratura democratica).
Menditto ha dunque ritenuto che non vada congelato il concorso in conseguenza del decreto che ha prorogato Vigna (il cui mandato scade dopodomani), sino ad agosto, quando compira' 72 anni. Secondo l'interpretazione data da Menditto, il legislatore si e' preoccupato di non lasciare senza titolare il posto di procuratore nazionale antimafia, ma non e' intervenuto sulla validita' del concorso gia' bandito dal Csm ne' sulla durata dell'incarico. Per questo la procedura deve andare avanti e la poltrona di Procuratore nazionale antimafia va ritenuta scoperta a partire dal 15 gennaio.
Se questa interpretazione venisse fatta propria da tutta la Commissione, che sul punto si esprimera' martedi' prossimo, l' effetto sara' quello di non escludere da concorso il Procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli. Le nuove norme prevedono che il nuovo Procuratore nazionale antimafia debba garantire quattro anni di permanenza nell'incarico. Se il posto di 'superprocuratore' si ritenesse scoperto da agosto, automaticamente Caselli verrebbe tagliato fuori perche' non garantirebbe il quadriennio previsto. Martedi' prossimo sulla questione dovrebbe esprimersi anche la VI Commissione del Csm, a cui il ministro della Giustizia ha chiesto un parere sul decreto che ha prorogato Vigna.

14 gennaio 2005 - CIURO; IO IN CELLA, LA VERA TALPA IN VACANZA
ANSA:
MAFIA: CIURO; IO IN CELLA, LA VERA TALPA IN VACANZA
"Ora io sono in galera e la talpa, la vera talpa, forse e' in vacanza. Ora sono il mostro Ciuro, ma fino al giorno del mio arresto ho vissuto fianco a fianco con i magistrati, compagni di lavoro e maestri di vita. Ero uno che lavorava in procura, uno con cui si mangiava, si scherzava,si andava in vacanza e si giocava al pallone".
Parla Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia arrestato a novembre del 2003 per concorso in associazione mafiosa e rivelazione di notizie riservate, nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo. Un lungo sfogo, nel corso di una deposizione durata quasi tre ore. L' ex investigatore ha tentato di spiegare al gip Bruno Fasciana, che lo giudica con il rito abbreviato, e ai pm Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia, che hanno condotto un ferratissimo contro-esame, i suoi "strani" rapporti col Sismi, i suoi frenetici contatti telefonici con l' imprenditore della sanita' privata Michele Aiello, poi arrestato per mafia, le sue confidenze su indagini riservatissime della Procura.
Al bombardamento di domande, Ciuro ha spesso sostenuto di non ricordare, altre volte ha dato l' impressione di arrampicarsi sugli specchi. Dopo quattordici mesi di detenzione, sorvegliato a vista in carcere notte e giorno, l' ex maresciallo della Dia per anni distaccato in Procura stamane ha dato chiari segni di stanchezza. Con voce sommessa, a tratti persino lamentosa, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee e per la prima volta ha chiesto scusa ed ha esternato tutta la sua umiliazione. "E' vero, ho commesso alcune imprudenze - ha ammesso - ma tutto quello che ho fatto l' ho fatto in buona fede".
"Quello che mi mortifica di piu' e' l' accusa di concorso in associazione mafiosa - ha poi aggiunto - perche' e' del tutto estranea alla mia storia personale e professionale. Ho sempre servito la Repubblica fedelmente con spirito di sacrifico e grande dedizione".
Ciuro ha quindi rievocato la sua lunga frequentazione con i magistrati del pool antimafia, e in particolare la sua collaborazione con Antonino Ingroia ("avevo una fiducia cieca in lui, lo chiamavo il fratellino piu' piccolo"). "Conoscevo Aiello come un buon professionista - ha detto - e una persona corretta. Come lo conoscevo io, e mi spiace doverlo evidenziare, lo conoscevano anche i sostituti della Dda di Palermo, lo incontravano, lo ricevevano, gli facevano effettuare opere".
"Mi sentivo confortato - ha aggiunto - dal loro atteggiamento fiducioso nei suoi confronti". E al gup Fasciana che gli chiedeva di snocciolare, senza inibizioni, i nomi dei magistrati, l' ex maresciallo della Dia ha risposto: Di Pisa, l' attuale procuratore di Termini Imprese, si fece ristrutturare la casa, il dottor Paolo Giudice si fece ristrutturare la casa, il dottore Teresi si ruppe la spalla e si rivolse a lui, pure il dottore Ingroia riceveva Aiello nel suo ufficio, una volta siamo andati insieme a prendere il caffe' al bar, Aiello veniva in ufficio a parlare della casa che stava costruendo a suo padre".
Infine, l" appello alla clemenza. Ciuro ha chiesto al gup Fasciana di essere "riabilitato e restituito alla famiglia".
"Sono nato e cresciuto - ha concluso - in un quartiere a rischio, dove la cultura della legalita' era ignorata. Ma l' educazione che ho avuto dai miei genitori, i valori che mi hanno trasmesso hanno determinato in me una profonda avversione per la violenza e le sopraffazioni. Ho cercato di aiutare un amico che ritenevo una persona perbene e mi hanno accusato di tradimento. Ora io sono in galera e la talpa, la vera talpa, forse e' in vacanza".

MAFIA: TALPE DDA; CIURO,RELAZIONI PROIBITE DI UN MARESCIALLO
Gli "strani" rapporti con alcuni esponenti del Sismi, le continue telefonate a Michele Aiello, addirittura sui cellulari di una "rete riservata", l' ostinazione nel favorire l'imprenditore della sanita' privata, e le reiterate confidenze su indagini riservatissime, anche a impiegati della Procura. Sono gli argomenti del controesame che stamane ha tenuto il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, accusato di concorso in associazione mafiosa e rivelazione di notizie segrete nell" ambito dell" indagine sulle talpa alla Dda, per quasi tre ore nel mirino di un vero e proprio tiro incrociato di domande.
Di fronte al gup Bruno Fasciana, che lo giudica col rito abbreviato, l' ufficiale di polizia giudiziaria e' apparso piu' volte in difficolta'. Per la prima volta in aula Ciuro ha parlato anche degli incontri con il presidente della Regione Salvatore Cuffaro. "L" ho incontrato una prima volta, tra il '97 e il '98, forse allora era assessore, quando venne nell" ufficio di Ingroia che lo senti' nell' ambito dell' inchiesta 'sistemi criminali'. Qualche anno dopo ci siamo incontrati a Roma, per caso, nella saletta vip dell" Alitalia. Anche quella volta ero con Ingroia, ci salutammo. La terza volta fu durante una riunione in prefettura, subito dopo la sua elezione a presidente della regione".
L'ultimo incontro, ha sostenuto Ciuro, avvenne proprio a casa di Cuffaro. "Quella mattina accompagnai Aiello a casa di Cuffaro perche' i due dovevano parlare". Racconta Ciuro che Aiello e Cuffaro si appartarono in salotto, mentre lui aspettava nell' ingresso, per parlare tra loro. "Aiello mi disse poi che avevano parlato - conclude Ciuro - di un problema di salute". Ma c'e' anche il capitolo dei contatti col Sismi. Ciuro ha fornito spiegazioni confuse sul contenuto di una intercettazione telefonica del 28 ottobre 2003, nella quale parlando con il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, imputato nella stessa inchiesta, alludeva ad un "centro di coordinamento" del servizio segreto militare a Palermo. Al pm che gli chiedeva come facesse a sapere dell' esistenza di quel centro, Ciuro ha risposto che non ne sapeva nulla, che "era un riferimento casuale" alla carriera del suo amico, il maggiore Spano, in forza prima al Sisde e poi al Sismi, con cui aveva contatti.
A proposito dell' amicizia con Aiello, Ciuro ha quindi raccontato di aver "presentato Aiello ad Ingroia che aveva bisogno di una risonanza magnetica". Qualche tempo dopo, "quando il papa" di Ingroia ha dovuto ristrutturare una casa, io ho proposto: Antonio, perche" non ti rivolgi ad Aiello, parlane con lui. E lui lo fece". Facendo poi riferimento alle telefonate registrate, i pm hanno mosso alcune contestazioni a Ciuro, che pur sostenendo di essere all" oscuro delle dichiarazioni del pentito Giuffre' sui collegamenti tra Aiello e il mafioso di Bagheria Pietro Lo Jacono, nella registrazione avvertiva l" imprenditore di indagini sulla "sua conoscenza con un certo Pietro". Ciuro non ha saputo neppure spiegare come mai, visto che riteneva Aiello una "persona perbene", ad un certo punto si mise a camminare armato di pistola, in preda alla paura di non meglio precisate "ritorsioni". Sulla "rete riservata" di telefonini che serviva a rendere piu" agevoli, ma soprattutto piu' "sicuri", i contatti tra Ciuro, Aiello, Riolo, e altre quattro persone, il maresciallo si e' difeso:
"Non fui io a proporre l' idea".
A proposito, infine, della sua "prontezza" nel fornire informazioni ad Aiello, Ciuro si difende tirando in ballo anche un avvocato civilista, Lelio Gurrera, cognato dell' ex assessore Domenico Miceli, in carcere per concorso in associazione mafiosa. "Aiello mi telefono' - racconta Ciuro - e mi chiese di verificare se Miceli avesse parlato di lui e dei suoi rapporti con Cuffaro". Tre ore dopo, gli contestano i pm, Ciuro telefono' ad Aiello ed esaudi' la sua richiesta. "Incontrai per caso Gurrera - e' la sua spiegazione - e lui mi racconto' che gli investigatori avevano alzato il tiro sui rapporti tra Aiello e Cuffaro".

15 gennaio 2005 - MAFIA: PROVENZANO; GRASSO, ACCERTAMENTI SU BLITZ PROCURA ROMA
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO; GRASSO, ACCERTAMENTI SU BLITZ PROCURA ROMA
"Stiamo accertando cosa e' successo realmente e da cosa ha preso spunto l'iniziativa del pm di Roma che ha ordinato un blitz a Palermo senza avvisare noi o la Procura nazionale antimafia". Lo ha detto il procuratore Pietro Grasso a margine della cerimonia dell'apertura dell'anno giudiziario, rispondendo alle domande dei giornalisti che gli chiedevano sul blitz per la ricerca del latitante Bernardo Provenzano, che e' stato ordinato dal pm di Roma, Luca Tescaroli.
Investigatori della Dia sono giunti dalla Capitale per effettuare un blitz tra Natale e Capodanno. Dell' operazione, che non e' andata a buon fine, la Procura di Palermo e' stata informata solo a cose fatte e questo ha suscitato irritazione negli uffici giudiziari del capoluogo siciliano.
La vicenda e' riporta oggi dal quotidiano la "Repubblica", e la Procura diretta da Pietro Grasso avrebbe manifestato "agli uffici competenti" il proprio disappunto. Il pm della Dda di Palermo, Michele Prestipino, titolare delle ricerche di Provenzano, ha interrogato come persona informata dei fatti il colonnello della Guardia di Finanza in servizio presso la Dia di Roma che ha diretto l'operazione.
Gli uomini della Direzione investigativa, coordinati da Tescaroli, avevano fatto irruzione in un appartamento della zona di via Dante, nei pressi del Palazzo di Giustizia, dove ritenevano potesse nascondersi Provenzano. In casa c'era invece un'altra persona. Tescaroli ha sostenuto che l'indagine era estremamente riservata e per questo motivo aveva impedito alla Dia di comunicare l'operazione all'autorita' giudiziaria del capoluogo siciliano, violando in questo modo una direttiva della Direzione nazionale antimafia che riguarda proprio il coordinamento dell'attivita' delle procure.
Sull'argomento il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna ha preferito non fare alcun commento.

MAFIA: PROVENZANO; TESCAROLI, GRAVI LE PAROLE DI GRASSO
"Se e' vero che Pietro Grasso ha reso quelle dichiarazioni allora si tratta di un fatto di speciale gravita' perche' non si parla di una indagine che un ufficio svolge o intende svolgere". Cosi' il Pm di Roma Luca Tescaroli commenta l'intervento del Procuratore della Repubblica di Palermo riguardo un'indagine condotta dal magistrato romano.
"Grasso - ha aggiunto Tescaroli - ha perso una buona occasione per tacere e, sia ben chiaro, che non ho disposto alcuna perquisizione nel territorio palermitano. Nessuna direttiva e' stata violata".

MAFIA: PROVENZANO; FRAGALA' (AN), GRAVISSIME VIOLAZIONI
"Gravissima violazione della competenza territoriale e funzionale ed un inaudito protagonismo che indebolisce la lotta alla mafia". Cosi' l'on. Enzo Fragala' (An), commenta la vicenda del fallito blitz per la cattura del boss latitante Bernardo Provenzano.
Il parlamentare annuncia che presentera' un'interrogazione al ministro della Giustizia e al ministro dell'Interno "per conoscere gli esatti avvenimenti che hanno portato a una gravissima violazione della competenza territoriale e funzionale della Procura distrettuale di Palermo, scavalcata e tenuta all'oscuro, cosi' come la Direzione investigativa antimafia di Palermo, sul presunto blitz, da parte del pm di Roma, Luca Tescaroli". Fragala' definisce "incredibili e gravissime le notizie stampa che descrivono una frattura cosi' grave fra uffici giudiziari, una cosi' pesante violazione di campo nelle competenze della Procura di Palermo, nonche' un inaudito tentativo di protagonismo giudiziario da parte di chi voleva accreditarsi un successo investigativo tenendo fuori e all'oscuro delle indagini la Procura di Palermo, competente per territorio e per funzione".

"La Repubblica"
LA POLEMICA
Dopo un blitz "coperto" dalla capitale in Sicilia
Pm di Roma e Palermo è scontro su Provenzano
Irruzione della Dia venuta da fuori: ma il "boss dei boss" non c´era
SALVO PALAZZOLO
FRANCESCO VIVIANO
PALERMO - L´ultimo blitz per la cattura del capo dei capi di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, spacca l´antimafia. Ed è polemica ad altissimi livelli. Tra Natale e Capodanno, investigatori della Dia di Roma sono arrivati in gran segreto a Palermo, sicuri di arrestare la primula rossa di Corleone, latitante da oltre 40 anni. Avevano un´informazione precisa: "In un appartamento di via Dante, a poca distanza dal palazzo di giustizia, si nasconde Provenzano". Ma a Palermo nessuno sapeva niente del blitz in corso. Il capo della Procura, Pietro Grasso, e il sostituto Michele Prestipino che da anni coordina le squadre "catturandi" di polizia e carabinieri, hanno saputo a cose fatte. Solo dopo che gli investigatori della Dia avevano sfondato la porta del "covo" di Provenzano: in quell´appartamento c´era soltanto un mafioso in libertà, insieme a una donna. Era già l´alba, soltanto allora la Procura ha saputo. Con una telefonata di un colonnello della Dia di Roma che informava del fallito blitz. Da quel momento, tra Roma e Palermo è scoppiata una dura polemica. Il caso è finito anche al Viminale ed il colonnello della Dia che aveva guidato il blitz è stato convocato in Procura, a Palermo, per essere interrogato come persona informata dai fatti dal pm Prestipino.
La notizia del fallito blitz è stata tenuta segretissima, ma è venuta fuori comunque, ed è stata confermata a "Repubblica" sia a Palermo che a Roma. "Mi sorprende che queste informazioni siano arrivate a conoscenza di voi giornalisti", dice il sostituto procuratore Luca Tescaroli, che ha lavorato per alcuni anni a Caltanissetta, dove ha rappresentato l´accusa nei processi per le stragi di Capaci e di via D´Amelio: "Si tratta di una vicenda delicata sulla quale, naturalmente, non posso fornire alcuna informazione". Bocche cucite anche a Palermo dove i magistrati non hanno gradito "l´intrusione" romana e le modalità del blitz che, si fa notare, "in assenza di qualsiasi coordinamento, avrebbe potuto intralciare o peggio danneggiare le ricerche di Provenzano". I magistrati palermitani intendono chiarire tutti i retroscena del blitz andato a vuoto.
Ancora una volta dunque, le indagini sulla cattura di Provenzano provocano polemiche. L´ultima, clamorosa, nel 2001 quando il comandante del Ros scrisse al procuratore Pietro Grasso, accusando la polizia di avere compiuto un blitz che avrebbe provocato la mancata cattura del capomafia.
L´operazione della Dia romana è scattata durante le festività natalizie nell´ambito di un´inchiesta aperta dal pm romano Luca Tescaroli, che disponeva di una fonte confidenziale. L´indicazione sembrava precisa, ed è stata girata al centro operativo della Dia della Capitale, che ha preparato l´irruzione nella traversa di via Dante. Anche da "fantasma" Provenzano continua a spaccare l´antimafia.

LA LOTTA ALLA MAFIA
I PRECEDENTI
Gli investigatori, su incarico del pm di Roma Tescaroli, cercano Provenzano in via Dante. E trovano un altro mafioso
Blitz in centro ma "Binnu" non c´è
La Dia informa la procura soltanto a cose fatte: è scontro
Era stato segnalato in una vecchia palazzina L´irruzione è avvenuta tra Natale e Capodanno
I magistrati di Palermo hanno interrogato l´ufficiale che ha condotto l´operazione
SALVO PALAZZOLO
FRANCESCO VIVIANO
Erano ormai certi che il capo dei capi di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, latitante da 42 anni, non fosse più un fantasma. Erano certi che dietro quella porta, al secondo piano di una vecchia palazzina, in una traversa di Via Dante, a poca distanza dal palazzo di giustizia, ci fosse proprio lui, l´imprendibile zu Binnu. La città dormiva, era l´alba di una giornata di festa tra Natale e Capodanno. Una decina di investigatori della Dia erano arrivati da Roma. Assieme ai colleghi di Palermo hanno circondato la palazzina, poi, dopo un frenetico giro di telefonate con la Capitale, hanno sfondato la porta dell´appartamento. Armi in pugno. L´euforia è durata solo un attimo. Dentro, in camera da letto, c´era solo un altro boss e la sua amante.
La procura di Pietro Grasso ha saputo del blitz solo a cose fatte, con una telefonata degli ufficiali della Dia. Così, è nata una dura polemica fra Palermo e Roma. Da un lato, i magistrati che coordinano ormai da tempo le ricerche della squadra mobile e del Ros; dall´altro, il pm della Capitale Luca Tescaroli, che ha diretto l´operazione di via Dante. La notizia del fallito blitz è stata tenuta segretissima, ma è venuta fuori comunque, ed è stata confermata a "Repubblica" sia a Palermo che a Roma. "Mi sorprende che queste informazioni siano arrivate a conoscenza di voi giornalisti", dice il sostituto procuratore Luca Tescaroli, che ha lavorato per alcuni anni a Caltanissetta, dove ha rappresentato l´accusa nei processi per le stragi di Capaci e di via D´Amelio: "Si tratta di una vicenda delicata sulla quale, naturalmente, non posso fornire alcuna informazione". Bocche cucite anche a Palermo, negli uffici del procuratore Pietro Grasso e del sostituto Michele Prestipino, che dirige sul campo le indagini sulla primula rossa di Cosa nostra.
La polemica è tutt´altro che sopita. A Palermo, i magistrati non hanno accettato le modalità del blitz che, si fa notare, "in assenza di qualsiasi coordinamento, avrebbe potuto intralciare o peggio danneggiare le ricerche di Provenzano". Così, nei giorni scorsi, il pm Prestipino ha interrogato, come persona informata sui fatti, il colonnello della Guardia di finanza, in forza alla Dia di Roma, che ha diretto il fallito blitz di via Dante. I magistrati palermitani vogliono chiarire tutti i retroscena di questa indagine finita in via Dante. Sono rimasti davvero male nell´apprendere del blitz solo telefonicamente, e a cose fatte. Queste perplessità sono state rassegnate in via ufficiale dai vertici della Procura di Palermo a quella di Roma.
Tescaroli replica ribadendo che tutto è stato fatto secondo le regole e che si trattava di un´indagine riservatissima che poteva portare alla cattura del numero uno di Cosa nostra. L´operazione della Dia romana è scattata nell´ambito di un´inchiesta aperta da Tescaroli sulla base di una fonte confidenziale raccolta dallo stesso magistrato. L´indicazione sembrava precisa, ed è stata girata al centro operativo della Dia di Roma, che ha preparato l´irruzione nella traversa di via Dante. Sembra che gli investigatori non avessero in tasca alcun decreto di perquisizione, ma non ne avevano bisogno, perché il testo unico di pubblica sicurezza prevede che gli operatori di polizia possono fare irruzione quando hanno il concreto sospetto di trovarsi di fronte a latitanti o a persone armate. Poi, però, devono chiedere la convalida dell´intervento all´autorità giudiziaria. E così hanno fatto gli operatori della Dia, spedendo gli atti della convalida al tribunale di Palermo. Ma la polemica era già scoppiata.

16 gennaio 2005 - POLEMICHE SU BLITZ PER PROVENZANO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
LA POLEMICA
Blitz per Provenzano Tescaroli: "Tutto lecito"
Botta e risposta tra il pm romano e Grasso che annuncia indagini su quanto è successo
Il blitz nel presunto covo di Bernardo Provenzano compiuto dalla Dia di Roma tra Natale e Capodanno in un appartamento di via Dante a Palermo, rivelato ieri da "Repubblica", continua a provocare polemiche tra la Procura di Palermo e il pm romano Luca Tescaroli, che avrebbe coordinato l´inchiesta sul fallito blitz. Ieri il Procuratore Pietro Grasso riferendosi all´episodio ha detto: "Stiamo accertando cosa è successo realmente e da cosa ha preso spunto l´iniziativa del pm di Roma che ha ordinato un blitz a Palermo senza avvisare noi o la Procura nazionale antimafia". Ma il pm Luca Tescaroli che avrebbe gestito la riservatissima indagine che avrebbe dovuto portare alla cattura di Provenzano, non ci sta a fare la parte di chi avrebbe "violato" certe regole. Apprese le dichiarazioni del collega Grasso, Tescaroli ha subito replicato duramente: "Se è vero che il procuratore Grasso ha reso queste dichiarazioni, il fatto è grave, perché non si parla pubblicamente delle indagini che un ufficio svolge o intende svolgere; Grasso ha perso una buona occasione per tacere. Sia chiaro comunque che non ho disposto alcuna perquisizione in territorio palermitano e che nessuna direttiva è stata violata".
Insomma la polemica si fa più incandescente. Il fallito blitz che avrebbe dovuto portare alla cattura di Provenzano e le polemiche che ne sono seguite sono nate da un´informazione confidenziale che suggeriva agli investigatori della Dia di Roma che l´uomo che li avrebbe potuti portare al rifugio segreto di Bernardo Provenzano era un anziano boss. E così per settimane gli investigatori della Dia hanno pedinato Ignazio Vacante, ritenuto un tempo capo della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano e che negli anni Ottanta era stato imputato in un processo per un duplice omicidio compiuto a Prizzi e anche nel terzo maxiprocesso a Cosa nostra. Fino a quando Vacante non è entrato nell´appartamento di via Dante dove avrebbe dovuto trovarsi Provenzano.
f.v.

MAFIA:PROVENZANO;GRASSO,NOTIZIE SU BLITZ APPRESE DA GIORNALI
"Sabato mi sono limitato ad apprendere dai giornalisti quanto pubblicato la stessa mattina da Repubblica, senza ne' confermare ne' smentire alcunche' rispetto alle fughe di notizie riportate dal quotidiano". Lo afferma il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, facendo riferimento al blitz fallito per la ricerca del latitante Bernardo Provenzano, ordinato dal pm di Roma, Luca Tescaroli, ed eseguito dalla Dia in citta' fra Natale e capodanno.
Grasso, a margine della cerimonia dell'anno giudiziario, aveva cercato di glissare le domande dei cronisti che premevano sull'argomento per il quale il colonnello della Guardia di Finanza in servizio alla Dia, che ha condotto il blitz, e' stato interrogato dalla procura come persona informata dei fatti.

17 gennaio 2005 - CINEMA: FAENZA, FILM SU DON PUGLISI NON VOLEVA FARLO NESSUNO
ANSA:
CINEMA: FAENZA, FILM SU DON PUGLISI NON VOLEVA FARLO NESSUNO
PROSSIMO AUTUNNO USCIRA' 'I GIORNI DELL'ABBANDONO' CON BUY
"Tutti mi volevano, dopo il successo di 'Prendimi l'anima', ma il film su don Puglisi non lo voleva produrre nessuno". La difficile nascita di 'Alla luce del sole', il film sul sacerdote assassinato dalla mafia che sara' in 150 sale venerdi' prossimo, la racconta Roberto Faenza, che lo ha scritto e diretto.
"Cosi' abbiamo scelto di farlo con le nostre forze, non abbiamo chiesto niente a nessuno", spiega ancora il regista, ringraziando Mikado che con Rai Cinema ha collaborato alla produzione che porta la firma della Jean Vigo Italia di Elda Ferri.
Faenza spiega che quella storia di don Puglisi l'aveva preso tanto che ha deciso di fare comunque quel film anche prima dell'altro, che gia' era in cantiere, 'I giorni dell'abbandono', tratto dal romanzo di Elena Ferrante. Anche Zingaretti l'aveva incontrato per discutere del suo eventuale ruolo in un altro film, ma dopo averlo visto -raccontano regista ed attore- e' nata l'idea di affidare a lui il ruolo di don Puglisi.
"Ora torno ad occuparmi dei Giorni dell'abbandono, con Margherita Buy" dice Faenza ed assicura che il film uscira' il prossimo autunno.

18 gennaio 2005 - ANTIMAFIA: PROROGA VIGNA; ANM, INCARICO NON SUBISCA DEROGHE
ANSA:
ANTIMAFIA: PROROGA VIGNA; ANM, INCARICO NON SUBISCA DEROGHE
"La durata di un incarico direttivo predeterminato per legge non subisca deroghe, tantomeno attraverso lo strumento legislativo del decreto legge". L' Associazione Nazionale Magistrati riafferma "con decisione" questa esigenza riferendosi al decreto legge di proroga del Procuratore nazionale antimafia.
"Il principio - aggiunge l' Anm - deve essere ribadito, in particolare, nella prospettiva della generalizzata temporaneita' degli incarichi direttivi prevista dalla riforma dell' ordinamento giudiziario".

18 gennaio 2005 - MAFIA: COVO RIINA; PROCURA PALERMO CONFERMA I PM PER UDIENZA
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; PROCURA PALERMO CONFERMA I PM PER UDIENZA
A sostenere l'accusa nell'udienza preliminare nei confronti del direttore del Sisde Mario Mori e del tenente colonnello Sergio De Caprio, prevista per giovedi', saranno i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Il prefetto e l'ufficiale dell'Arma sono accusati di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra per non avere effettuato la perquisizione nella villa del boss Toto' Riina dopo il suo arresto avvenuto il 15 gennaio del 1993.
La procura ha chiesto per due volte l'archiviazione dell'inchiesta ma il gip Vincenzina Massa ha sempre rigettato, fino a imporre ai pm di formulare il capo di imputazione per favoreggiamento aggravato. Per il 20 gennaio nell'udienza preliminare i sostituti procuratori dovranno riformulare davanti ai giudici la richiesta che potrebbe essere quella del non luogo a procedere. I pm infatti non sono obbligati a chiedere il rinvio a giudizio.

18 gennaio 2005 - MAFIA, SCONTRO SU REPORT ARRIVA "PUNTATA RIPARATRICE"
"Il Corriere della sera"
TV E POLEMICHE
Mafia, scontro su Report Arriva "puntata riparatrice"
ROMA - Ancora polemiche tra i poli per la puntata di Report dedicata a mafia e pizzo andata in onda sabato scorso. Dopo due giorni di proteste da parte del centrodestra, la Rai manderà in onda una "trasmissione riparatrice": lo ha promesso il direttore generale Flavio Cattaneo al governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, fra i più accesi contestatori dell'inchiesta di Maria Grazia Mazzola. Il programma che dovrà "risarcire l'immagine" della Sicilia dovrebbe essere "Punto e a Capo" condotto da Giovanni Masotti e Daniela Vergara, che va in onda il giovedì in prima serata su Raidue. Cuffaro, con il senatore di Forza Italia eletto in Sicilia, Riccardo Minardo, ha chiesto alla commissione di vigilanza Rai di convocare il direttore di Rai Tre Paolo Ruffini per riferire sulla puntata contestata. Il direttore, siciliano anche lui, ha difeso la trasmissione: "Nessuno ha detto che la Sicilia è mafia. Ma c'è una minoranza di mafiosi che tiene in scacco lo Stato, come avviene da quarant'anni con Provenzano. Se qualcuno crede che basti non parlare di mafia per sconfiggerla, si sbaglia". Il presidente della Vigilanza Claudio Petruccioli ha constatato: "Che il pizzo sia diffuso, e non solo in Sicilia, è cosa nota".

19 gennaio 2005 - MAFIA: LA MEMORIA RITROVATA, STORIE DI VITTIME DEI BOSS
ANSA:
MAFIA: LA MEMORIA RITROVATA, STORIE DI VITTIME DEI BOSS
IL VOLUME CURATO DALLE SCUOLE PRESENTATO OGGI A PALERMO
"Con questa manifestazione e' stato fatto un grande regalo alle memoria di Paolo Borsellino". L' ha detto Rita, la sorella del magistrato assassinato dalla mafia. Si intitola 'La Memoria ritrovata'. Raccoglie le storie delle vittime dei boss raccontate dalle scuole". Il volume con i pensieri degli alunni delle scuole siciliane sulle vittime di Cosa Nostra, pubblicato dalla casa editrice Palumbo e' stato presentato oggi al Palasport a Palermo.
Il libro e' il risultato del secondo concorso "Le Date della Memoria", promosso nell'ambito del "Progetto Legalita' in memoria di Paolo Borsellino", bandito dall'Associazione nazionale magistrati di Palermo, con la collaborazione della Direzione scolastica regionale e il Provveditorato regionale per l'Amministrazione penitenziaria della Sicilia. " Mi dispiace che della Sicilia si dica solo che e' la culla della mafia - ha detto Beppe Fiorello, testimonial dell'evento - questa giornata dimostra come ci siano molte persone che mirano alla legalita"".
Al concorso hanno partecipato 250 scuole siciliane e anche 13 scuole carcerarie. "Per i detenuti e' stato difficile all'inizio metabolizzare questo tipo di lavoro", ha aggiunto Carla Fortino, educatore della Casa Circondariale Pagliarelli. "Alla fine con l'impegno degli insegnanti - ha osservato Carla Fortino - e' stata un'esperienza molto stimolante e otto ragazzi della scuola alberghiera hanno addirittura vinto il concorso scegliendo di tratteggiare la figura di Pino Puglisi".
"La Sicilia bella e' quella fatta di entusiasmo - ha affermato il sindaco di Palermo, Diego Cammarata - La linfa della nostra terra - ha proseguito Cammarata - sta in questi giovani che credono nei valori". E Gianluca Tavarelli, regista della fiction su Paolo Borsellino: "Oggi sono piu' partecipe - ha detto - a questo tipo di problemi".
Sempre sullo stesso palco e' stata presentata "La Costituzione a scuola", la nuova iniziativa dell'Associazione nazionale magistrati di Palermo con lo scopo di incentivare in tutta Italia la conoscenza dei principi della Costituzione. "L'impegno della magistratura non basta - ha detto il presidente dell'Anm Palermo, Massimo Russo - la mafia si deve iniziare a combattere dalle scuole".

19 gennaio 2005 - MAFIA: SIINO, IMPRENDITORI UCCISI PERCHE' NON PAGAVANO PIZZO
ANSA:
MAFIA: SIINO, IMPRENDITORI UCCISI PERCHE' NON PAGAVANO PIZZO
IL PENTITO DEPONE AL PROCESSO PER LUPARA BIANCA FRATELLI SCEUSA
Due imprenditori che si opponevano al pagamento del pizzo sarebbero stati uccisi e fatti scomparire con il metodo della "Lupara bianca". Lo ha rivelato in aula il pentito Angelo Siino, definito il 'ministro dei Lavori Pubblici' di Cosa Nostra, deponendo al processo per l' uccisione dei fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, imprenditori di Cerda.
Le vittime sarebbero state attirate in un tranello e assassinate a Capaci il 19 giugno del 1991; i loro cadaveri non sono mai stati trovati. "Non stavano ai patti, facevano di testa loro...", ha detto Siino citando quanto avrebbe appreso dalle confidenze di altri capimafia. I fratelli Sceusa erano odiati soprattutto da due boss: Nino Giuffre', ora pentito, che lo ha ammesso apertamente, e Rosolino Rizzo, capomafia di Cerda. Tra coloro che vedevano come il fumo negli occhi i due imprenditori c'era pure Mico Farinella, figlio del boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe.
Siino ha deposto ieri, come riporta oggi il Giornale di Sicilia, davanti alla seconda sezione della Corte d'assise d'appello, nel quarto processo per il duplice omicidio. La sua deposizione era stata chiesta dalla difesa di Giuseppe Biondolillo, ex sindaco dc di Cerda, uno dei sette imputati del giudizio, annullato (tranne che per la posizione del "pentito" Giuffre', condannato con sentenza definitiva) e rinviato dalla Cassazione, per un motivo procedurale. Biondolillo era stato condannato in primo e secondo grado all'ergastolo; Rizzo, assolto in assise, era stato condannato in appello, dopo le prime dichiarazioni rese da Nino Giuffre'. Le dichiarazioni dell'ex boss di Caccamo non furono pero' ritenute utilizzabili dalla Cassazione contro tutti gli imputati e la Suprema corte ordino' un nuovo processo. Il collegio presieduto da Vincenzo Oliveri, a latere Mario Fontana, ha cosi' riaperto l'istruzione dibattimentale.

20 gennaio 2005 - MAFIA: BORSELLINO; PM CONVOCANO MAFIOSO, LUI NON RISPONDE
ANSA:
MAFIA: BORSELLINO; PM CONVOCANO MAFIOSO, LUI NON RISPONDE
Si e' avvalso della facolta' di non rispondere il mafioso Gaetano Scotto, condannato all'ergastolo per la morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta, convocato oggi dai pm della Dda di Caltanissetta che indagano sui mandanti occulti della strage di via D'Amelio. Nell'ambito di questo procedimento e' stato indagato nei mesi scorsi Vincenzo Paradiso, amministratore delegato di Sviluppo Italia Sicilia, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Paradiso, nel febbraio del '92, avrebbe ricevuto due telefonate da parte di Scotto. Il manager all'epoca lavorava nel castello Utveggio, situato su Montepellegrino, dove ha sede il Cerisdi, la scuola per manager, che sovrasta il luogo in cui venne compiuta la strage.

20 gennaio 2005 - MAFIA: COVO RIINA; UDIENZA PER MORI RINVIATA
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; UDIENZA PER MORI RINVIATA
Il gup Mario Mazzeo ha rinviato al 3 febbraio l'udienza preliminare che riguarda il direttore del Sisde, Mario Mori, ed il tenente colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio, conosciuto con il nome di "Ultimo".
Il rinvio e' stato deciso perche' Mori e' impegnato stamani al Quirinale dove il direttore del servizio segreto civile e' stato ricevuto dal presidente della Repubblica Ciampi.
L'inchiesta riguarda la mancata perquisizione del covo del boss Toto' Riina che venne effettuata dopo l'arresto del capomafia avvenuto il 13 gennaio '93. Mori e De Caprio sono accusati di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra e per l'udienza di oggi la Procura avrebbe dovuto avanzare le richieste o di proscioglimento o di rinvio a giudizio.

21 gennaio 2005 - MAFIA: AIELLO, BORZACCHELLI NON ERA IL MIO RAGIONIERE
ANSA:
MAFIA: AIELLO, BORZACCHELLI NON ERA IL MIO RAGIONIERE
"Borzacchelli non era il mio ragioniere, qualche volta mi ha dato consigli, ma non poteva intromettersi nei meccanismi societari delle mie aziende, non mi faceva da consulente finanziario". Lo ha detto stamani Michele Aiello, l'imprenditore della sanita', prendendo le distanze dal maresciallo dei carabinieri ed ex deputato dell'Udc Antonio Borzacchelli, imputato per concussione.
Rispondendo al contro-esame dei difensori del maresciallo, nel processo che si tiene davanti alla sesta sezione del Tribunale, presieduta da Antonio Prestipino, Aiello ha continuato a tratteggiare un ritratto a tinte fosche di Borzacchelli che gia' nell'udienza precedente aveva accusato di avergli estorto denaro a piu' riprese terrorizzandolo con ripetute minacce. "Riolo - ha detto - ne parlava molto male. E Ciuro ne diceva peste e corna". Giorgio Riolo e' il maresciallo del Ros accusato di aver fatto parte di una rete di informatori riservati che rivelavano ad Aiello notizie segrete su inchieste in corso. Giuseppe Ciuro e' il maresciallo della Dia in carcere da novembre scorso con l'accusa di associazione mafiosa.
I rapporti tra Aiello e Borzacchelli nel decennio 1992-2002, durante l'escalation dell"imprenditore sono stati al centro delle domande che hanno tenuto il teste inchiodato al microfono per oltre due ore davanti alla sesta sezione del tribunale presieduta da Antonio Prestipino. Rispondendo alle domande dei difensori, l'imprenditore ha confermato che nei primi anni della loro conoscenza, quando la sua attivita' era rivolta al settore edile, il maresciallo gli presento' i titolari di alcune imprese, ma ha aggiunto che "questi contatti per lo piu' rimasero infruttuosi". Le domande del contro-esame hanno posto quindi l'attenzione sulla gestione del centro diagnostico di Bagheria da parte di Aiello, una struttura che nel '92 fatturava 200 o 300 milioni di vecchie lire e nel 2002 arrivo' a 56 miliardi. Ai difensori, che chiedevano se nel rilancio della struttura Borzacchelli avesse un ruolo preciso, Aiello ha risposto: "Dal punto di vista societario no". E ha aggiunto:
"Quando nel '96, la societa' necessito' di un ripianamento dei debiti e di un ricostituzione del capitale, io gli espressi i miei dubbi sul futuro, e gli parlai del mio sogno di dedicarmi al settore oncologico. Lui mi presento' il presidente della Regione Salvatore Cuffaro ed anche Lombardo, della Philips, che poi ci forni' alcuni macchinari della radiologia".
L'imprenditore ha quindi chiesto una pausa. Il Tribunale ha temporaneamente sospeso l'udienza.
L'udienza e' ripresa dopo un quarto d'ora ed e' proseguita con le ultime domande a Michele Aiello, parte civile in questo processo, da parte dei pm Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo. Due, in particolare, gli argomenti trattati: la cessione da parte di Aiello a Borzacchelli di una villa a Trabia e le conoscenze procurate all' imprenditore dal maresciallo nella prima fase del loro rapporto.
Rispondendo alle domande dei pm, Aiello ha confermato che la villa, considerata il prezzo della concussione, e' stata da lui ceduta su richiesta dello stesso Borzacchelli "per calmare le sue minacce".
L'imprenditore della sanita' ha quindi confermato che "tutte le conoscenze che Borzacchelli gli procurava erano individuate tra persone che lo stesso maresciallo aveva in precedenza indagato". Il processo e' stato rinviato al prossimo 4 febbraio.

21 gennaio 2005 - MAFIA: LASCIA IL CARCERE EX ASSESSORE COMUNALE MICELI
ANSA:
MAFIA: LASCIA IL CARCERE EX ASSESSORE COMUNALE MICELI
I giudici del tribunale della liberta' hanno accolto il ricorso dei difensori dell'ex assessore comunale di Palermo, Domenico Miceli, e ne hanno ordinato la scarcerazione.
Il politico era stato arrestato nel giugno 2003 ed e' sotto processo per concorso in associazione mafiosa, nell'ambito dell'inchiesta in cui e' stato indagato il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro.
Miceli e' anche accusato di aver riferito al capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, la presenza di microspie nel suo appartamento.
I giudici del tribunale del riesame, motivando il provvedimento di scarcerazione che riguarda Domenico Miceli, sostengono che sono venute meno le esigenze cautelari, perche' "vengono meno i suoi contatti con il sodalizio mafioso".
Il quadro indiziario che esprime sul politico il collegio del riesame fa riferimento anche al "contegno processuale" tenuto da Miceli. L'ex assessore viene ancora indicato come un "autentico anello di collegamento di Cosa nostra con il mondo delle istituzioni e con l'apparato politico". I giudici, infatti, ritengono che Miceli sia stato "utilizzato" dai mafiosi per entrare nel mondo politico, perche' "nessuno avrebbe sospettato di quel bravo ragazzo".
Miceli, sostiene il tribunale, non puo' piu' offrire "quelle garanzie che il sodalizio continua a cercare nei livelli politico-amministrativi delle istituzioni".

21 gennaio 2005 - TALPE DDA; PM PRESENTANO LISTA CON 148 TESTI
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM PRESENTANO LISTA CON 148 TESTI
Sono 148 i testi citati dalla procura nel processo per le talpe alla Dda in cui sono imputati il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, l'imprenditore Michele Aiello e altri 11 fra medici, professionisti e componenti delle forze dell'ordine.
Il processo, che riguarda anche una truffa alla Asl per i rimborsi gonfiati ottenuti dai centri convenzionati di Aiello, si aprira' il primo febbraio.
I pm hanno chiesto ai giudici della terza sezione del tribunale, davanti ai quali si svolgera' il dibattimento, di ascoltare in aula i carabinieri che hanno condotto l'inchiesta, ma anche quelli che presero parte all'arresto di Toto' Riina il 15 gennaio 1993 e che trovarono nelle tasche del capomafia bigliettini, in uno dei quali era citato il nome di Aiello. Davanti al tribunale comparira' anche il tenente colonnello Sergio De Caprio, conosciuto come "Ultimo", in relazione al ritrovamento da parte di alcuni boss di microspie sistemate nell'ambito della ricerca del latitante Bernardo Provenzano.
La lista prevede pure la convocazione del maresciallo della Guardia di Finanza, Giuseppe Ciuro, detenuto dal novembre di due anni fa, e attualmente sotto processo.
L'elenco dei collaboratori di giustizia inizia con Antonino Giuffre', Angelo Siino, Giovanni Brusca, Gioacchino La Barbera e Salvatore Lanzalaco.
I pm vogliono sentire anche Margherita Pellerano, l'ex segretaria del procuratore aggiunto Guido Lo Forte, indagata nell'inchiesta sulle talpe, ma la sua posizione e' stata stralciata. E ancora, Giovanni Paparcuri, l'esperto informatico della Dda, che e' chiamato a illustrare le richieste di documentazione riservata che gli venivano rivolte da Ciuro. L'ex assessore regionale alla Sanita', Ettore Cittadini, sui rapporti delle societa' di Aiello con l'assessorato e in particolare alle modalita' di pagamento. Il politico Rosario Enea, in relazione ad alcuni incontri con Salvatore Cuffaro che sarebbero avvenuti nell'abitazione di Siino. Dello staff di Cuffaro alla presidenza della Regione, sono stati inseriti nella lista dei testi Fabrizio Bignardelli, Vito Raso e Giovanni Antinoro.

21 gennaio 2005 - LA VOCE DI DON PUGLISI
"L'Unità"
La voce di Don Puglisi
di Vincenzo Consolo
Uomini e no s'intitola un romanzo di Vittorini ambientato nella Milano del 1944, in cui i non-uomini, le bestie, sono i fascisti torturatori e assassini: non-uomo è il comandante fascista Cane Nero. Cane Nero come l'omonimo personaggio de L'isola del tesoro di Stevenson, come i cani lupo delle SS naziste, come le cagne fameliche che inseguono e sbranano i dannati del XIII canto dell'Inferno, gli scialacquatori, come i cani del generale che divorano il bambino ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij, come i non letterari, ma reali, feroci cani, aizzati da soldatesse e soldati americani, che dilaniano i corpi ignudi dei prigionieri nell'atroce carcere iracheno di Abu Ghraib.
E con una feroce lotta di cani, organizzata dai mafiosi del quartiere Brancaccio di Palermo, per le scommesse clandestine, si apre il film di Roberto Faenza Alla luce del sole. Lotta di cani, in cui sono coinvolti anche bambini, per dire della violenza, della ferocia di quel quartiere. Di Brancaccio appunto, in cui, il 15 settembre 1993, è stato assassinato dalla mafia il parroco della chiesa di San Gaetano, don Pino Puglisi. Un uomo, don Pino, in lotta contro i non-uomini, i mafiosi e i sicari del quartiere, per salvare i bambini e i ragazzi da un destino di violenza, di illegalità, di miseria e ignoranza, di inciviltà.
"Vi aspettavo" dice don Puglisi quando i killer lo sorprendono davanti a casa sua e gli sparano. Vi aspettavo: aspettava i suoi assassini consapevole com'era, don Puglisi, del lavoro "eversivo" che aveva svolto in quel quartiere infernale dominato dalla mafia, consapevole d'essere stato, in quei due anni di lavoro a Brancaccio, a combattere in prima linea, a guidare i suoi collaboratori. Vi aspettavo: come Robert Jordan, ferito, aspetta l'arrivo dei falangisti in Per chi suona la campana di Hemingway e il partigiano Enne 2, ancora in Uomini e no, aspetta Cane Nero. Non-uomini sono dunque i fascisti, i nazisti e i falangisti. Non-uomini sono i mafiosi. "Anch'io oggi mi voglio rivolgere ai cosiddetti uomini d'onore: perché chi usa la violenza non è un uomo! È una bestia!" dice a voce spiegata don Puglisi davanti alla chiesa.
Era nato e cresciuto nel quartiere Brancaccio, Pino Puglisi, aveva imparato, di quel quartiere, grammatica e sintassi, lingua e linguaggio. Ma ne aveva avuto orrore. E aveva imparato quindi un'altra sintassi, un'altra lingua: quelle dell'umano, della civiltà, dell'amore, della solidarietà.
Ritorna da sacerdote in quel quartiere e ritrova, ancor peggiori, le piaghe di sempre: l'abbandono, la miseria, il degrado fisico e morale, l'ignoranza, la violenza, la sopraffazione e il dominio di quei non-uomini che sono i mafiosi. Vede soprattutto i più deboli, i bambini e gli adolescenti, esposti a ogni rischio, in balìa della malavita. E incontra nel quartiere, come spesso succede in Sicilia, come è successo a Falcone e a Borsellino, cresciuti nel quartiere della Kalsa, compagni d'infanzia che hanno percorso sentieri divergenti dai suoi, compagni rimasti chiusi nella zona della barbarie. Brancaccio, all'inizio degli anni '90, è un quartiere franco, d'extraterritorialità, dove indisturbati operano criminalmente i boss Giuseppe e Filippo Graviano, dove impunemente si muove il mafioso latitante Aglieri, dove tanti altri mafiosi e killer vivono e operano.
Dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio, tra la primavera e l'estate del 1993, la mafia mette in atto gli attentati di Roma, di Firenze, di Milano, e sono i cinque morti di via dei Georgofili e gli altri cinque morti di via Palestro, sono i tanti feriti e i danneggiamenti della basilica di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro. Nel maggio del '93, nella Valle dei Templi di Agrigento, il Papa grida ai mafiosi: "Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio". Ma i mafiosi non ascoltano il Papa, loro credono d'essere religiosi, devoti perché conservano nel portafoglio l'immaginetta della Madonna o di Santa Rosalia, portano al collo gran crocifissi d'oro, organizzano le feste patronali raccogliendo i soldi per pagare cantanti e fuochi d'artificio, da latitanti ricevono nei segreti rifugi il prete per farsi celebrare la messa.
"Era ora!" esclama don Puglisi dopo il discorso del Papa ad Agrigento. E voleva dire dell'assenza, oltre che dello Stato, anche della Chiesa per i preti come lui che in solitudine operavano nella terribilità di Palermo, nei quartieri a rischio dell'Albergheria o di Brancaccio. Ucciso perché solo dunque, don Puglisi. Solo come Falcone, come Borsellino. Ma quello suo, più di quello dei due magistrati, è stato un delitto prevedibile, annunciato. Un delitto compiuto sotto gli occhi delle autorità, per volontà e nel compiacimento dei mafiosi e dei politici legati alla mafia. "Signor giudice, quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole" dichiara al processo l'assassino di don Puglisi, Salvatore Grigoli.
Nel settembre del 2004, undicesimo anniversario di quel prete martire, la Procura della Direzione distrettuale antimafia, presieduta da Piero Grasso, deposita la richiesta di rinvio a giudizio del presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro per "rivelazione di notizie riservate e favoreggiamento". Recita essa al punto terzo: "Cuffaro ha rivelato - ancora in concorso con ignoti e con Borzacchelli - notizie riservate a Mimmo Miceli, Salvatore Aragona e Giuseppe Guttadauro".
Quest'ultimo mafioso, Guttadauro, era, dopo l'arresto dei fratelli Graviano, il boss incontrastato di Brancaccio. Dobbiamo dunque concordare con Sciascia che dichiarava Palermo irredimibile? Dobbiamo concludere che la Sicilia tutta, il Paese tutto d'oggi, berlusconiano e telestupefatto, è irredimibile? Che Brancaccio è lì, sempre uguale a se stesso, sempre dominato dalla mafia e dai politici mafiosi, malgrado l'eroismo e il martirio d'un uomo che si chiamava padre Puglisi?
(Alla luce del sole. Un film di Roberto Faenza è il libro di scritti, interviste e fotografie che accompagna l'uscita nelle sale della pellicola il 21 gennaio. Per gentile concessione dell'autore e di Gremese editore, dal volume pubblichiamo il testo dello scrittore Vincenzo Consolo dal titolo "La luce di don Puglisi nelle tenebre di Brancaccio".)

22 gennaio 2005 - DELL'UTRI: DIFENSORE COIMPUTATO ARRESTATO, RITARDI IN PROCESSO
ANSA:
DELL'UTRI: DIFENSORE COIMPUTATO ARRESTATO, RITARDI IN PROCESSO
L'udienza del processo al sen. Marcello Dell'Utri (FI), accusato assieme all'ex pentito Cosimo Cirfeta di calunnia, subira' dei rinvii a causa dell'arresto, avvenuto ieri, della penalista di Bari, Alessandra De Filippis, difensore di Cirfeta.
L'avvocato, che e' indagato in Puglia per associazione mafiosa, e' finito in cella con le accuse di detenzione ai fini di spaccio di cocaina, detenzione illegale di pistola, calunnia, estorsione e ricettazione di assegni rubati.
L'udienza era fissata per giovedi' 27 gennaio davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo, ma con molta probabilita' il dibattimento verra' rinviato.
Il processo riguarda Dell'Utri e l'ex collaboratore di giustizia Cosimo Cirfeta, accusati di avere organizzato una combine per screditare le dichiarazioni dei pentiti che hanno accusato l'ex presidente di Publitalia di avere avuto contatti con boss mafiosi, per le quali e' stato condannato a dicembre a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Per questi fatti si e' costituito parte civile il collaborante di giustizia Di Carlo.

22 gennaio 2005 - MAFIA & POLITICA. IL PROCESSO COMINCERÀ IL PRIMO FEBBRAIO.
"La Sicilia"
Mafia & politica.
Il processo comincerà il primo febbraio. Fra gli imputati c'è Cuffaro
Giorgio Petta
Palermo. "A Brancaccio è tutto come prima. Non cambia nulla. Non c'è lavoro e la gente si arrangia come può. Mio padre aspetta il posto all'Amat addirittura dal 1692...". Mario Giunta, uno dei ragaz