Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2005: giugno

1 giugno 2005 - MAFIA: COVO RIINA; DIFENSORI MORI, NESSUNO LO RIPULI’

ANSA:

MAFIA: COVO RIINA; DIFENSORI MORI, NESSUNO LO RIPULI’

“Nessuno svuoto’ il covo di Riina da chissa’ quali segreti. A ripulirlo furono gli operai edili chiamati dall’ ing. Giuseppe Montalbano per la ristrutturazione e assolti dal Gip di Palermo nel ‘94 dall’accusa di favoreggiamento”. E’ quanto sostengono gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco, difensori del prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, imputato con il ten. col. Sergio De Caprio di favoreggiamento nei confronti di cosa nostra. Secondo i difensori, gli unici “personaggi misteriosi” che si introdussero nel covo nei giorni precedenti alla perquisizione furono gli operai Angelo e Giuseppe Parisi titolari di una impresa edilizia, per effettuare dei lavori di ristrutturazione commissionati dal proprietario della villetta di via Bernini, l’ ing. Giuseppe Montalbano. Milio e Musco hanno poi riferito ai giornalisti di avere chiesto copia degli atti del procedimento, conclusosi con l’ assoluzione, nei confronti dei fratelli Parisi ma di non aver ancora ricevuto i documenti richiesti.

“Si tratta di 11 faldoni - ha specificato Milio - che a quanto pare sono spariti, ci hanno detto che risultano introvabili”. I difensori di Mori hanno annunciato che depositeranno un “congruo fascicolo fotografico” degli oggetti sequestrati nel covo di Riina. Tra le foto che saranno depositate al tribunale, quella della cassaforte rinvenuta nell’ abitazione di via Bernini. “La cassaforte c’era - sostiene Milio - era chiusa e soprattutto era vuota”. I difensori, conversando con i giornalisti a margine del processo, hanno anche sollevato l’ interrogativo su come mai nessuno perquisi’ la casa di Antonietta Bagarella, dopo che questa fece ritorno a Corleone, due giorni dopo l’ arresto del marito, il boss Toto’ Riina.

 

MAFIA: COVO RIINA; ULTIMO, LOMBARDO DAVA INDICAZIONI GENERICHE

 “La figura di Lombardo e’ stata presentata stamani come quella di un esperto, e come tale io l’ ho conosciuto, pero’ devo riferire che tutte le volte che l’ho incontrato non ha mai indicato i Sansone; ha detto solo che i Ganci tenevano Riina”. E’ quanto ha detto a conclusione dell’ udienza, il tenente colonnello dei carabinieri Sergio de Caprio, conosciuto come “capitano Ultimo”, presente in aula stamani insieme al prefetto Mario Mori, direttore del Sisde.

“Dire che i Ganci tenevano Riina - afferma De Caprio - era un’affermazione ovvia. Fin da allora infatti tutti gli operatori giudiziari e i magistrati che si occupavano di mafia sapevano che Raffaele Ganci, parente di Giacomo Giuseppe Gambino, era un personaggio di spicco di Cosa nostra. E tutti sapevano che lo stesso Riina aveva affermato che il quartiere dei ganci, la Noce, l’aveva nel cuore”.

“Quando il mio comandante - ha proseguito - mi disse che Lombardo aveva queste notizie su Ganci replicai: certo sono notizie ottime, ma sono cose che ci consegna la stessa storia di mafia. Successivamente chiesi a Lombardo se poteva indicarmi, per averlo saputo dalle sue fonti, come si vestiva Ganci, o se poteva farmi avere almeno un numero di targa delle autovetture su cui si muoveva. Non ci fu mai risposta. Mi resi conto che il profilo informativo di cui disponeva il maresciallo Lombardo era generico”.

“Ricordo - aggiunge ancora l’ufficiale - che il generale Cagnazzo mi convocava in ufficio con Lombardo. Il rapporto tra loro era molto intenso, dal punto di vista umano, tanto che mi colpi’. Cagnazzo mi chiedeva di sapere i risultati da me acquisiti sui Ganci, segnalai che avevamo individuato l’autista di Raffaele Ganci, ma vedevo che di fronte alle mie informazioni da parte loro non c’era alcuna indicazione”.

“La grande occasione perduta di questa indagine - ha sottolineato De Caprio - e’ quella di non avere seguito ulteriormente i Sansone e il circuito politico finanziario che hanno sempre protetto Cosa nostra. Aliquo’ ben sostenuto da Cagnazzo diede ordine di perquisire fondo Gelsomino e tutti i luoghi indicati da Di Maggio come luoghi frequentati da Riina.  Tra questi non c’era via Bernini. Per me era una scelta suicida”.

“I miei maestri - prosegue - mi avevano insegnato che le indicazioni dei collaboratori devono essere considerate come punto di partenza delle indagini. Mi sono scontrato con quella cultura. Cagnazzo faceva l’occhiolino a gente di grado piu’ elevato di me, sostenendo che nel filmato del fondo Gelsomino si vedevano delle auto ma non era vero, io vedevo solo fichidindia.  In via Bernini siamo arrivati con il pedinamento di Ganci e tramite una intercettazione di Sansone”.

“Devo essere giudicato - conclude De Caprio - e non devo giudicare nessuno e per questo mi fermo qui”.

 

6 giugno 2005 - COVO RIINA; GENERALE, RINVIO PERQUISIZIONE AVEVA LOGICA

ANSA:

MAFIA: COVO RIINA; GENERALE, RINVIO PERQUISIZIONE AVEVA LOGICA

 “Il rinvio della perquisizione nel covo di Riina fu suggerito da De Caprio, nella riunione che si tenne il pomeriggio, poche ore dopo la cattura”. Lo ha detto il generale Giorgio Cancellieri, ex comandante della Regione carabinieri Sicilia, sentito stamane nel processo al prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e al tenente colonnello Sergio De Caprio, noto come “Ultimo”, imputati per favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.

Esaminato dal pm Antonio Ingroia, Cancellieri ha aggiunto:

“La ragione di tale rinvio era quella di non disturbare l’ attivita’ di indagine che era ancora in corso”.

“Nella mia coscienza - ha poi precisato - mi resi conto che quella decisione aveva una sua logica, e d’ altra parte Ultimo lo vedevo come una persona competente e scrupolosa, quindi non vedo perche’ avrei dovuto dubitare di una sua indicazione cosi’ precisa. Non potevamo che concordare”.

Davanti alla terza sezione del tribunale, presieduta da Raimondo Lo Forti, il gen. Cancellieri ha parlato per quasi due ore, rispondendo anche alle domande dei difensori, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco per Mori, e l’ avvocato Francesco Romito per De Caprio.

Cancellieri ha riferito di aver saputo che l’ attivita’ di osservazione era stata sospesa dal Ros quello stesso pomeriggio del 15 gennaio 1993, solo molti giorni dopo, nella riunione che si tenne in Procura il 30 gennaio.  Al pm che gli ricordava alcune sue dichiarazioni rese in istruttoria, nelle quali riferiva delle “perplessita’ sulla effettiva permanenza del servizio di osservazione, manifestate dal suo vice, colonnello Cagnazzo, gia’ il 17 gennaio, quando la moglie di Riina torno’ a Corleone e la cosa fu segnalata ai vertici dell’ Arma territoriale non dal Ros, ma dalla locale stazione dei carabinieri”, il gen. Cancellieri ha replicato: “Oggi non lo ricordo”.

Sulla perquisizione del cosiddetto Fondo Gelsomino, indicato pubblicamente come il covo di Riina, il generale Cancellieri ha confermato che si tratto’ di un “depistaggio”, deciso per “salvaguardare” il vero covo, quello di via Bernini, nel momento in cui i giornalisti “stavano bussando porta per porta”, battendo la zona dell’ arresto del superboss, a caccia della sua abitazione.

 

MAFIA: COVO RIINA; DE CAPRIO, DOVEVO SOSPENDERE OSSERVAZIONE

 “Avevo il dovere di sospendere l’ osservazione del covo di via Bernini, perche’ mantenere quel’attivita’ dopo due giorni, con un furgone parcheggiato a distanza ravvicinata dal cancello, era un grandissimo rischio, sotto il profilo della sicurezza, sia per il personale sia per l’ indagine”. Lo ha detto il ten. col. Sergio De Caprio intervenendo stamani con dichiarazioni spontanee nel processo che lo vede imputato, con il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, per favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.

“L’osservazione non e’ sorveglianza, ne’ attivita’ di polizia giudiziaria - ha proseguito De Caprio - quando la sicurezza viene messa a repentaglio si perde il senso dell’ attivita’ di polizia giudiziaria, la cui essenza e’ quella di non essere svelata”.

“Noi seguivamo i Sansone, perche’ conoscevamo la targa delle loro autovetture, i Sansone erano l’obiettivo della nostra indagine - ha spiegato De Caprio - per noi era imprevedibile che da quel residence uscisse Toto’ Riina. Il pomeriggio precedente all’arresto del boss, avevamo interrotto un pedinamento in corso nei confronti dei Sansone proprio per non pregiudicare la sicurezza”.

“Dopo l’arresto di Riina avevo il dovere di togliere quell’ attivita’ di osservazione  - ha concluso l’ufficiale - perche’ i Sansone potevano individuare il furgone e far saltare l’ indagine”. Stamani in udienza e’ intervenuto per la prima volta anche il prefetto Mori, precisando che “il Ros non e’ mai intervenuto ne’ nella fase di preparazione, ne’ organizzazione , ne’ di esecuzione delle perquisizioni effettuate sia in via Bernini che nel fondo Gelsomino”.

Mori ha, quindi, proseguito sottolineando come “per Ros intendo dire De Caprio, che aveva la delega ad operare in zona, ed io in quanto voce comandante”. L’udienza di oggi e’ stata dedicata all’esame del gen. Giorgio Cancellieri, ex comandante della Regione carabinieri Sicilia. Il processo e’ stato aggiornato al 15 giugno alle 11.30.

 

MAFIA: COVO RIINA; ULTIMO, PERCHE’ FERMAI OSSERVAZIONE

 “Dovevo sospendere l’osservazione del covo di via Bernini, non potevo mantenere per piu’ di due giorni il furgone parcheggiato a pochi metri da quel cancello, era troppo rischioso, sia per il personale sia per l’ indagine”. Parla il tenente colonnello Sergio De Caprio, il leggendario “capitano Ultimo” che arresto’ Toto’ Riina, e per la prima volta affronta la questione-chiave del processo che lo vede imputato per favoreggiamento aggravato insieme al prefetto Mario Mori, direttore del Sisde.

Il processo, quello sui misteri legati alla villa del Padrino, ruota infatti non tanto sulla mancata perquisizione del covo (perquisizione effettuata solo il 2 febbraio del ‘93, a oltre due settimane di distanza dalla cattura del superboss), quanto sulla sospensione, rimasta finora inspiegabile, dell’ attivita’ di osservazione sul lussuoso complesso residenziale dove Riina abitava con la sua famiglia.

Proprio per tutelare e proseguire quell’ osservazione, De Caprio suggeri’ a investigatori e magistrati di Palermo di fermare la squadra di venti uomini gia’ pronta a fiondarsi la stessa mattina dell’ arresto nel rifugio ancora “caldo” di Riina. Lo stesso De Caprio che, quello stesso pomeriggio del 15 gennaio, fece sospendere l’ osservazione  ordinando che il furgone con la telecamera nascosta a bordo fosse portato via.

Per la prima volta, “Ultimo” oggi ha spiegato perche’.  “Quando la sicurezza viene messa a repentaglio - ha detto - si perde il senso dell’ attivita’ di polizia giudiziaria, la cui essenza e’ quella di non essere svelata”.

De Caprio ha quindi riferito come la cattura di Riina fu, praticamente, un evento imprevisto e imprevedibile.”Noi seguivamo i Sansone (i costruttori del complesso residenziale ndr) - ha raccontato l’ ufficiale -  i Sansone erano l’obiettivo della nostra indagine. Per noi era imprevedibile che da quel cancello uscisse Riina”.

“Ma dopo l’arresto del boss - ha concluso - avevo il dovere di togliere quel furgone dalla strada, perche’ sotto il profilo della sicurezza il rischio era troppo alto: per il personale e per l’ indagine”.

De Caprio ha voluto anche sottolineare che l’ Arma territoriale e il Ros agivano in perfetta reciproca autonomia.  “Tanto che - ha detto - quando l’ Arma perquisi’ il covo, io non venni neppure interpellato”.

Un concetto precisato anche dal prefetto Mori, che stamane ha preso il microfono per la prima volta, dall’ inizio del processo, per ribadire che “il Ros non e’ mai intervenuto ne’ nella fase di preparazione, ne’ di organizzazione , ne’ di esecuzione delle perquisizioni effettuate sia in via Bernini che nel fondo Gelsomino”. Pochi minuti prima, il generale Giorgio Cancellieri, teste citato dai pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino, aveva ricordato che “il rinvio della perquisizione nel covo di Riina era stato suggerito proprio da De Caprio”, precisando che “la ragione era quella di non disturbare l’ attivita’ di indagine che era ancora in corso”.

“Nella mia coscienza - ha aggiunto Cancellieri - mi resi conto che quella decisione aveva una sua logica, e d’ altra parte ‘Ultimo’ lo vedevo come una persona competente e scrupolosa, quindi non vedo perche’ avrei dovuto dubitare di una sua indicazione cosi’ precisa”.

 

6 giugno 2005 - TALPE DDA; DE CAPRIO DOMANI TESTE IN AULA A ROMA

ANSA:

MAFIA: TALPE DDA; DE CAPRIO DOMANI TESTE IN AULA A ROMA

SARA’ SENTITO SU ‘PIZZINI’ TROVATI ADDOSSO AL BOSS TOTO’ RIINA

Il tenente colonnello Sergio De Caprio, noto come “Ultimo”, imputato a Palermo per favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra, domani a Roma, nell’aula bunker di Rebibbia comparira’ come teste assistito nel processo alle cosiddette “talpe” della Procura di Palermo, che vede tra i suoi imputati anche il presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro.

De Caprio, citato dai pm Maurizio De Lucia, Nino Di Matteo, e Antonio Prestipino, dovra’ riferire davanti alla terza sezione del tribunale presieduta da Vittorio Alcamo, sul contenuto dei “pizzini” trovati addosso a Toto’ Riina, al momento della cattura, il 15 gennaio del ‘93. Uno di questi bigliettini, vergato a mano, conteneva il nome di un fantomatico “Aiello” in relazione alla “messa a posto” di una impresa per lavori su una strada interpoderale.

Si trattava dello stesso Aiello, che oggi e’ tra gli imputati principali del processo alle “talpe”. A quel tempo era ancora un semplice imprenditore edile, qualche anno dopo sarebbe diventato il ras della Sanita’ a Bagheria, investendo secondo l’ accusa i capitali del boss latitante Bernardo Provenzano.

Oltre a De Caprio, domani saranno sentiti anche il comandante del Reparto operativo speciale, gen. Ganzer e il pentito Salvatore Barbagallo. Il processo prosegue mercoledi’, sempre a Roma, per sentire i pentiti Giovanni Brusca, Salvatore Lanzalaco e Angelo Siino.

 

7 giugno 2005 - MAFIA: PM A MARSIGLIA PER PROVENZANO

ANSA:

MAFIA: GEN GOTTARDO; PROVENZANO? STIAMO LAVORANDO

L’arresto di Bernardo Provenzano?  “Stiamo lavorando in questa direzione”, dice il comandante generale dei carabinieri, Luciano Gottardo.

Ai giornalisti che gli chiedono se la cattura del superlatitante sia una delle principali priorita’ dell’Arma, Gottardo risponde “certamente. Ma su questo argomento - aggiunge - e’ meglio non aggiungere altro”.

 

MAFIA: PROVENZANO; GRASSO A MARSIGLIA SULLE TRACCE DEL BOSS

ROGATORIA NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA DELLA DDA

Il procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, e il sostituto della Direzione distrettuale antimafia, Michele Prestipino, sono a Marsiglia per una rogatoria nell’ambito dell’inchiesta sulla ricerca del boss Bernardo Provenzano, latitante da 42 anni, considerato il capo di Cosa nostra.

Nella citta’ della Provenza il padrino corleonese ha vissuto nel 2003 per circa un mese, e durante questa permanenza e’ stato sottoposto a due interventi chirurgici alla prostata. I magistrati sono sulle tracce dell’uomo piu’ ricercato d’Europa e vogliono raccogliere dati e testimonianze (finora solo i pentiti hanno parlato di Provenzano) per individuare ancora meglio le sembianze del boss, i comportamenti e le persone che ne hanno favorito la permanenza in Francia.

A Marsiglia sono arrivati, insieme al procuratore Grasso e al pm della Dda Prestipino, anche poliziotti dello Sco (Servizio centrale operativo della polizia di Stato) che fanno parte del gruppo speciale che si occupa da anni delle ricerche del vecchio capomafia.

La rogatoria si sta svolgendo negli uffici giudiziari di Marsiglia, alla presenza del giudice istruttore Dominique Voglimacci e del magistrato di collegamento fra l’Italia e la Francia, Stefano Mogini.

Il boss Bernardo Provenzano e’ arrivato la prima volta a Marsiglia nel luglio 2003 per accertamenti, e poi una seconda volta a ottobre dello stesso anno, quando e’ stato sottoposto a due interventi chirurgici alla prostata, in una clinica diversa dalla prima e su cui i magistrati della Dda di Palermo stanno effettuando la rogatoria in collaborazione con i colleghi francesi.

Il vecchio padrino corleonese e’ giunto in Provenza partendo in macchina da Villabate, alle porte di Palermo, attraversando l’Italia con la complicita’ di alcuni favoreggiatori, fra cui Salvatore Troia, figlio di Gaspare, l’anziano al quale Provenzano ha “rubato” l’identita’, usando i suoi documenti per il ricovero e addebitando le spese sanitarie al nostro ministero della Salute.

Salvatore Troia, che e’ stato arrestato lo scorso gennaio nell’ambito di un’operazione di polizia e carabinieri che riguardava proprio i favoreggiatori di Provenzano, ha vissuto per molti anni a Marsiglia, dove aveva aveva un bar insieme alla moglie, che e’ nata in Francia. Poi ha venduto tutto ed e’ ritornato a Villabate, dove, secondo gli inquirenti, con i soldi guadagnati dal traffico di armi e droga fra Marsiglia e Palermo, e con il premio ricevuto dall’anziano padrino per “le cure” in Francia, ha messo su un grande panificio chiamato la “Baguette”, che pero’ non ha fatto in tempo ad avviare perche’ e’ finito in carcere.

 

MAFIA: PROVENZANO; I DUE VIAGGI DELLA SPERANZA A MARSIGLIA

I due viaggi della speranza a Marsiglia di Bernardo Provenzano hanno permesso al capo di Cosa Nostra non solo di svolgere prima una serie di accertamenti clinici e successivamente di essere sottoposto a un intervento alla prostata, ma anche di fare il turista in mezzo alla gente.

E’ quanto emerge dalle indagini svolte dalla polizia francese, in collaborazione con quella italiana, all’esame del procuratore di Palermo, Pietro Grasso e dal sostituto Michele Prestipino, che si trovano a Marsiglia per una rogatoria internazionale nell’ambito dell’inchiesta finalizzata alla cattura del boss latitante da oltre quarant’anni.

Provenzano e’ arrivato in Francia nella prima settimana di luglio 2003, ed e’ stato sottoposto ad accertamenti nella clinica “La licornie” dal 6 all’11 luglio. Un breve soggiorno prima di fare rientro in Sicilia. E’ tornato a Marsiglia il primo ottobre 2003 e dopo due giorni gli e’ stata fatta la scintografia in un’ altra clinica, dove poi e’ stato operato.

In questo secondo soggiorno Provenzano, in attesa di essere ricoverato, e’ stato in giro a Marsiglia per 19 giorni. Quasi certamente ospite di qualcuno su cui sono in corso indagini.

Il boss corleonese e’ stato nuovamente ricoverato in clinica il 24 ottobre e tre giorni dopo e’ stato sottoposto ad un primo intervento; il 31 dello stesso mese e’ stata necessaria una seconda operazione, mentre il 4 novembre e’ stato dimesso.

Gli inquirenti stanno accertando se durante il periodo in cui Provenzano e’ rimasto in Francia abbia incontrato familiari di Salvatore Troia, l’uomo che lo ha accompagnato in auto da Villabate (Palermo), fino a Marsiglia.

Le ricevute fiscali inoltrate dal servizio sanitario francese alla Asl siciliana, hanno evidenziato che una prestazione effettuata ad ottobre 2003 riguarderebbe Marianna Troia, madre di Salvatore e moglie di Gaspare Troia, il pensionato di cui Provenzano aveva assunto l’identita’ per arrivare in Francia e farsi operare.

 

MAFIA: PROVENZANO; IL RACCONTO DEL PENTITO

L’uomo che ha messo inquirenti e investigatori sulle tracce francesi di Bernardo Provenzano e’ Mario Cusimano, collaboratore di giustizia, affiliato alla cosca mafiosa di Villabate, che nel 2003 organizzo’ il “viaggio della speranza” per il vecchio padrino che aveva un tumore alla prostata.

Cusimano e’ stato arrestato il 25 gennaio scorso durante una operazione di polizia e carabinieri in cui sono state fermate oltre 50 persone su ordine della Dda.

In base anche alle dichiarazioni rese da Cusimano, gli agenti dello Sco della polizia hanno svolto indagini sfociate adesso nella rogatoria che il procuratore Pietro Grasso e il pm della Dda di Palermo Michele Prestipino stanno svolgendo a Marsiglia.

“Non ho mai voluto conoscere Provenzano - racconta Cusimano, in un verbale di interrogatorio utilizzato per richiedere la rogatoria iniziata oggi - l’ho visto solo in una fotografia che gli e’ stata scattata da Nicola Mandala’ per il falso documento di identita’ che ha utilizzato per il ricovero a Marsiglia e con il quale penso stia ancora circolando”.

Il collaboratore indica Nicola Mandala’, anche lui arrestato, come il boss della cosca mafiosa di Villabate che ha organizzato, con la complicita’ di Salvatore Troia, il viaggio e il ricovero in Provenza del boss.

Secondo Cusimano, Provenzano ha percorso tutta l’Italia a bordo di un’automobile e di un camion. Il pentito rivela di aver appreso questi particolari direttamente da Mandala’, che gli ha pure mostrato una foto tessera del vecchio padrino prima che venisse bruciata. Cusimano spiega che Troia prelevo’ di nascosto la carta di identita’ del padre, Salvatore Troia, un pensionato di 72 anni, che e’ stato sempre all’oscuro del piano, e che ha la stessa eta’ del latitante. L’anziano interrogato dalla polizia ha detto di non sapere nulla e di non essere mai stato operato di prostata a Marsiglia.

Provenzano, sfruttando la falsa identita’, ha anche usufruito dei benefici del servizio sanitario nazionale che gli ha rimborsato una serie di prestazioni eseguite in Francia prima dell’intervento.

Una volta eseguito l’intervento alla prostata, il vecchio padrino e’ stato riportato, sempre in auto, a Villabate, dove il gruppo di favoreggiatori che ha coperto il viaggio e’ arrivato di domenica. In una casa di campagna sarebbe stato organizzato “un grande pranzo”, preparato da un ristorante della cittadina.

 

MAFIA: PROVENZANO; I RAPPORTI CON CLAN DEI MARSIGLIESI

GLI AFFARI IN COMUNE, DAL CONTRABBANDO ALLE RAFFINERIE DI EROINA

La french connection di Cosa Nostra risale agli anni ‘50, ne furono i padrini i contrabbandieri corsi di “bionde” di Pascal Molinelli. I tabacchi il primo grande affare. Per il contrabbando vararono una flottiglia di pescherecci, caricavano in Marocco, Grecia, Jugoslavia e scaricavano in tutto il Mediterraneo.

“La mafia si sprovincializzo’ in questo modo - spiego’ Tommaso Buscetta al giudice Giovanni Falcone - imparammo a parlare altre lingue”. Il passo successivo fu naturale, l’ approdo a Marsiglia, dove i contrabbandieri di Molinelli  erano di casa, condusse i boss siciliani al capolinea europeo della filiera dell’ oppio grezzo indocinese. I marsigliesi offrivano non solo supporto commerciale, erano anche “chimici”, sapevano “come fare”, si destreggiavano tra alambicchi e storte, stufette ed acidi necessari a sintetizzare i cristalli di “neve”.

Alla fine degli anni ‘70, Gerlando Alberti fece il grande passo, apri’ una “scuola”, consentendo ai “picciotti” di far pratica accanto ai “chimici” marsigliesi importati con l’ oppio grezzo. Ed e’ proprio da queste rete di interessi e relazioni che i siciliani ricavarono “zone franche” a Marsiglia nelle quali, al bisogno, rifugiarsi. Sono i marsigliesi che di volta in volta danno aiuto a Tommaso Buscetta, ad Antonio Calderone, ad Antonino Messicati Vitale, Salvatore Contorno, Pasquale Di Filippo. Proprio dentro questo verificato rapporto di “comparaggio” che Bernardo Provenzano sceglie la Provenza quando il cancro gli rode la prostata, cosi’ come Calderone a Marsiglia aveva vissuto “canziato”, gestendo una lavanderia, sino a quando non vennero in Sicilia tempi per lui migliori.

Come in ogni rapporto d’ affari c’e’ un dare ed un avere, ed anche i provenzali, alla bisogna, chiedono favori agli amici di Sicilia. Rimane forte il sospetto che il giudice Pierre Michel sia stato ucciso nel 1981 a Marsiglia da killer partiti da Palermo, un “contratto” per conti dei provenzali. E del resto Michel era reduce da Palermo, dove aveva interrogato all’ Ucciardone i “chimici”  Andre’ Bousquet, Daniel Bozzi, Jean Claude Ramen noleggiati da Alberti. Il terzetto distillava eroina nelle raffinerie di Villagrazia di Carini e di Trabia.  Nell’ agosto del 1980 la polizia li individuo’, poche settimane dopo che Boris Giuliano a Punta Raisi aveva sequestrato 650 mila dollari in contanti, controvalore di eroina siciliana smerciata in Usa. I tre”chimici” erano figure chiave per ricostruire la mappa degli affari sull’ asse Palermo-Marsiglia, sostennero i Pm di Palermo Giusto Sciacchitano e Giovanni Barrile, che a loro volta si recarono in Provenza per ascoltarli dopo l’ estradizione dall’ Italia.

Della French-connection, per altro, c’e’ ampia letteratura, desumibile dalle deposizioni di vari collaboratori di giustizia.  Pasquale Di Filippo ha riferito di un summit  degli “scappati” a Marsiglia nel 1994, presenti tra gli altri i cugini Totuccio Contorno e Gaetano Grado ( l’ uomo che in Spagna firmava allora assegni da 27 milioni di dollari) ed Antonio Di Peri, poi ucciso a Palermo. Discussero di un blitz per far fuori Toto’ Riina ed in quello stesso momento, infatti, davanti ad una elegante villa per ricevimenti, i killer liquidavano Francesco Montalto, giovane figlio del boss di Villabate, amico di Riina. Segui’ la dura risposta corleonese. Erano gli ultimi sussulti della “guerra di mafia”.

 

MAFIA: PROVENZANO; MEDICO,AVEVA URGENZA DI TORNARE IN SICILIA

LA SUA CARTELLA CLINICA: ALTO 1,65, 68 KG E CICATRICE AL COLLO

“Quando a luglio effettuammo le analisi e riscontrammo un tumore alla prostata, volevamo subito sottoporlo ad un intervento chirurgico, ma lui si rifiuto’: insisteva nel tornare in Sicilia dove sosteneva di avere delle cose urgenti da fare”. E’ il ricordo di un medico dell’ex clinica “La Licornie” di Marsiglia in cui Bernardo Provenzano venne visitato fra il 6 e l’11 luglio 2003, accompagnato da Salvatore Troja.

Il vecchio padrino corleonese scopri’ in Francia di avere un tumore che i medici volevano subito rimuovere, ma lui - sostengono i testimoni - rimase quasi impaurito e rifiuto’ di farsi ricoverare in un’altra struttura sanitaria, decidendo cosi’ di tornare in Italia.

“In seguito a questi accertamenti siamo stati contattati dopo alcune settimane - spiegano i medici - per prenotare il ricovero e l’intervento”.

I medici che hanno effettuato l’intervento chirurgico e gli infermieri che hanno curato Provenzano durante il suo ricovero in clinica saranno interrogati dal giudice istruttore francese che sta svolgendo la rogatoria a Marsiglia, a cui partecipa il procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso e il sostituto, Michele Prestipino.

Dalla cartella clinica emerge che Bernardo Provenzano e’ alto 165 centimetri e pesa 68 chili. I medici hanno infatti annotato una serie di caratteristiche dell’anziano degente, ricoverato sotto la falsa identita’ di Gaspare Troja. I sanitari francesi hanno anche riscontrato che il capomafia ha una cicatrice sul collo, di cui fino ad ora avevano parlato solo i collaboratori di giustizia. A provocargliela sarebbe stata una precedente operazione chirurgica alla quale Provenzano e’ stato sottoposto per asportare una ciste.

 

MAFIA: PROVENZANO; MISURE SICUREZZA PER PM A MARSIGLIA

La polizia francese ha disposto misure di sicurezza a protezione del procuratore di Palermo, Pietro Grasso e del pm della Dda, Michele Prestipino, che da stamani sono impegnati a Marsiglia in una rogatoria internazionale, nell’ambito dell’inchiesta sulle ricerche del boss latitante Bernardo Provenzano.

I due magistrati hanno iniziato a lavorare gia’ da diverse ore negli uffici giudiziari della citta’ della Provenza, insieme al giudice istruttore francese Dominique Voglimacci.

I servizi di scorta e i cordoni di sicurezza creati attorno a Grasso e Prestipino li rendono inavvicinabili ai giornalisti che si sono presentati davanti alla sede della procura francese.

Gli inquirenti, secondo quanto si e’ appreso, hanno varato un piano di lavoro molto ampio che si protrarra’ fino a venerdi’ e che prevede l’interrogatorio di decine di persone. I pm contano sulla loro testimonianza per ricostruire e aggiornare l’identikit del boss e identificare gli uomini che lo hanno assistito a Marsiglia durante la sua permanenza a Marsiglia.

 

MAFIA: PROVENZANO; TANTI INDIZI DALLA PISTA MARSIGLIESE

PROCURATORE GRASSO E PM IN FRANCIA PER ROGATORIA INTERNAZIONALE

(dell’inviato Lirio Abbate)

A Marsiglia, lontano dalla Sicilia, Bernardo Provenzano, il vecchio padrino corleonese, si materializza mostrando per la prima volta la sua immagine “segreta”. Un volto che fino ad oggi era conosciuto solo da pochi, fidati boss.

Sulle tracce del capo di Cosa Nostra sono arrivati in Francia il Procuratore di Palermo, Pietro Grasso e il suo sostituto della Dda, Michele Prestipino. I due magistrati sono in trasferta per una rogatoria internazionale che ha l’obiettivo di acquisire il maggior numero possibile di informazioni sull’uomo che per 42 anni e’ stato “invisibile”, proprio come un fantasma. Ma il mito sta crollando e adesso sono numerosi i testimoni che hanno visto in faccia il superlatitante. Per ben due volte, nel giro di pochi mesi, Provenzano ha infatti varcato le Alpi: prima per accertamenti medici attraverso i quali ha scoperto di avere un tumore alla prostata, successivamente per essere sottoposto a un intervento chirurgico.

I due magistrati palermitani sono stati accompagnati in Francia anche dagli uomini dello Sco (il Servizio centrale operativo della polizia), che fanno parte del gruppo speciale che da anni si occupa delle ricerche della primula rossa di Cosa Nostra. La rogatoria si sta svolgendo negli uffici giudiziari di Marsiglia, alla presenza del giudice istruttore Dominique Voglimacci e del magistrato di collegamento fra l’Italia e la Francia, Stefano Mogini. L’arrivo del Procuratore Grasso e del suo sostituto ha fatto scattare imponenti misure di sicurezza attorno ai due magistrati, che i giornalisti francesi non sono riusciti ad avvicinare. Gli inquirenti, secondo quanto si e’ appreso, hanno varato un piano di lavoro che si protrarra’ fino a venerdi’ e che prevede l’interrogatorio di decine di persone.  I pm contano sulla loro testimonianza per ricostruire e aggiornare l’identikit del boss e identificare gli uomini che lo hanno assistito a Marsiglia durante la sua permanenza.

Dalle testimonianze raccolte fino ad ora nelle due cliniche in cui Provenzano e’ stato ricoverato, emergono particolari che vengono vagliati con grande attenzione. “Quando a luglio 2003 effettuammo le analisi e riscontrammo un tumore alla prostata volevamo subito sottoporlo ad un intervento chirurgico, ma lui si rifiuto’: insisteva nel tornare in Sicilia dove sosteneva di avere delle cose urgenti da fare” ha ricordato un medico dell’ ex clinica ‘La Licornie’ di Marsiglia, in cui il boss venne visitato fra il 6 e l’11 luglio.

Per quale motivo Provenzano rifiuto’ di essere operato, facendo subito rientro in Sicilia?Cosa c’era di cosi’ ‘urgente’, tanto da rinviare un intervento che doveva salvargli la vita?  Sono questi alcuni degli interrogativi a cui i magistrati palermitani stanno cercando di dare una risposta. “In seguito ai primi accertamenti clinici - hanno riferito i sanitari che hanno avuto in cura il Padrino - siamo stati contattati dopo alcune settimane per prenotare il ricovero e l’intervento”.

Ma gli inquirenti sono riusciti anche a ricostruire un identikit minuzioso del superlatitante, ricoverato sotto la falsa identita’ di Gaspare Troja. Dalla cartella clinica emerge infatti che il boss e’ alto un metro e 65, pesa 68 chilogrammi e ha una cicatrice sul collo, di cui fino ad ora avevano parlato solo i collaboratori di giustizia. A provocargliela sarebbe stata una precedente operazione chirurgica alla quale Provenzano e’ stato sottoposto per asportare una ciste.

Non basta: durante il suo secondo soggiorno, mentre era in attesa di essere ricoverato, Provenzano e’ stato in giro a Marsiglia per 19 giorni. Quasi certamente ospite di qualcuno su cui sono in corso indagini. Il boss corleonese venne ricoverato il 24 ottobre; tre giorni dopo fu sottoposto ad un primo intervento; il 31 dello stesso mese si rese necessaria una seconda operazione, mentre il 4 novembre venne dimesso.

Gli inquirenti stanno accertando se durante il periodo in cui Provenzano e’ rimasto in Francia abbia incontrato familiari di Salvatore Troia, l’uomo che lo ha accompagnato in auto da Villabate (Palermo), fino a Marsiglia, e che e’ stato arrestato a gennaio durante una operazione di polizia e carabinieri.

Le ricevute fiscali inoltrate dal servizio sanitario francese alla Asl siciliana, che fanno riferimento all’intervento chirurgico, hanno evidenziato che una prestazione effettuata ad ottobre 2003 riguarderebbe Marianna Troia, madre di Salvatore e moglie di Gaspare Troia, il pensionato a cui Provenzano ha “rubato” l’identita’ per arrivare in Francia e farsi operare.

 

7 giugno 2005 - TALPE PROCURA; BRUSCA, PROVENZANO MI RACCOMANDO’ AIELLO

ANSA

MAFIA: TALPE PROCURA ;BRUSCA, PROVENZANO MI RACCOMANDO’ AIELLO

Bernardo Provenzano raccomando’ con uno dei suoi ‘pizzini’ l’ingegner Aiello di Bagheria a Giovanni Brusca, perche’ potesse fare i suoi lavori “senza essere disturbato”. Lo ha detto nell’ aula-bunker di Rebibbia, Giovanni Brusca, ascoltato dal tribunale di Palermo in trasferta a Roma nell’ ambito del processo per le cosiddette ‘talpe’ alla Dda della citta’ siciliana, che vede tra i 13 imputati anche il presidente della Regione Salvatore Cuffaro e il maresciallo del Ros Giorgio Riolo.

“Provenzano - ha raccontato in aula Brusca - mi fece avere due ‘pizzini’, nei primi anni ‘90, nei quali mi chiedeva di lasciar lavorare in pace nel mio territorio, ad Altofonte, l’impresa dell’ ingegner Aiello di Bagheria, che io non conoscevo. Sempre con dei ‘pizzini’ lo stesso Provenzano mi fece anche avere due somme da 30 milioni di lire ciascuna, specificando sempre con un ‘pizzino’ che era il denaro con il quale Aiello ‘si era messo a posto’, cioe’ aveva pagato il pizzo”.

Di Aiello ha anche parlato Gioacchino La Barbera, ascoltato anche lui nell’ aula-bunker di Rebibbia nell’ ambito dello stesso processo. “Aiello era protetto - ha spiegato - e l’ho capito quando una sua ditta venne ad Altofonte per lavori di grandi dimensioni. Io chiesi a Brusca e a Bagarella come comportarmi con lui e mi risposero di lasciarlo lavorare in pace”.

 

MAFIA: TALPE PROCURA;ULTIMO, TOLSERO MICROSPIE A COLPO SICURO

Due microspie che erano state piazzate dai carabinieri del Ros di Palermo nel corso di alcune indagini su Provenzano e sui corleonesi, furono individuate ed eliminate “a colpo sicuro, come se gia’ sapessero dove erano”. Lo ha sottolineato il tenente colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come ‘capitano Ultimo’, che ha testimoniato nell’ aula-bunker di Rebibbia al processo contro 13 imputati di favoreggiamento e concorso esterno a Cosa Nostra, tra i quali il presidente della Regione Salvatore Cuffaro e il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo.

“Nell’ ambito di alcune indagini - ha specificato De Caprio che stavamo svolgendo nei confronti di Provenzano e dei corleonesi, avevamo piazzato alcune microspie all’ interno di un’autoscuola a Palermo e dentro un’automobile. Da una videocamera posta all’ interno dell’ autoscuola, vedemmo distintamente l’indagato entrare nel negozio, dirigersi a colpo sicuro verso l’apparecchio telefonico, smontarlo e togliere la microspia che avevamo piazzato li’ dentro. Era evidente che sapesse dove si trovasse. La stessa cosa successe per un apparecchio satellitare piazzato dentro un’automobile di un altro indagato, che dopo qualche settimana spari””.

 

8 giugno 2005 - GIP ARCHIVIA INDAGINE SU EX PRESIDENTE SICILIA

ANSA:

MAFIA: GIP ARCHIVIA INDAGINE SU EX PRESIDENTE SICILIA

GIUDICATE PRIVE DI RISCONTRI ACCUSE DEI PENTITI VARA E GIUFFRE’

Il gip Gioacchino Scaduto, accogliendo la richiesta della Procura di Palermo, ha archiviato l’ inchiesta sull’ ex presidente della Regione Giuseppe Provenzano, che era indagato per concorso in associazione mafiosa. Le dichiarazioni dei pentiti Ciro Vara e Antonino Giuffre’, rese tra il 2002 e il 2003, che  accusavano l’ esponente di Forza Italia di essere vicino al boss Bernardo Provenzano, sono state ritenute dalla Procura “generiche e prive di riscontri”. Di qui la richiesta di archiviazione dell’ indagine, accolta dal gip.

Si e’ chiusa cosi’ una lunga vicenda giudiziaria che comincio’ nel 1978 quando Provenzano, docente di Finanza aziendale nella facolta’ di Economia e Commercio a Palermo, fini’ sotto inchiesta per la prima volta per favoreggiamento aggravato, in relazione al ruolo di procuratore generale di Saveria Benedetta Palazzolo, moglie del superlatitante boss Bernardo Provenzano, assunto per la vendita di un terreno nel trapanese.

Secondo gli investigatori, quel terreno fu acquistato dalla moglie del padrino per una cifra definita “assai considerevole”, con denaro ritenuto di provenienza illecita.

Provenzano viene arrestato con un provvedimento dell’ Ufficio istruzione di Palermo nell’ aprile ‘84, due mesi dopo viene scarcerato, per essere poi prosciolto nell’89 con formula dubitativa, per l’ impossibilita’ da parte degli inquirenti di provare che il docente potesse avere effettivamente conoscenza della “illiceita’ delle somme investite dalla Palazzolo”.

Il clamore giudiziario attorno a Provenzano riesplode nel 1996 quando il docente, ormai datosi alla politica ed eletto presidente della Regione siciliana nelle file di Forza Italia, finisce nel mirino delle accuse del pentito Francesco Di Carlo.

Il collaboratore racconta che “il padre di Provenzano, il cavaliere Sebastiano, era uomo d’ onore della famiglia di Corleone e intimo amico del boss Bernardo Provenzano”.  Di Carlo, poi, rincara la dose, aggiungendo che per reinvestire i soldi di provenienza illecita “dagli anni Settanta in poi, Bino Provenzano aveva utilizzato non piu’ il commercialista Pino Mandalari, ma il prof. Giuseppe Provenzano, figlio del cavaliere Sebastiano”.

Ulteriori dichiarazioni su Provenzano vengono rese nei mesi successivi dai collaboratori Giuseppe Messina, Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Giovanni Brusca, ma non sono mai ritenute sufficienti per sottoporre a procedimento penale il docente universitario.

Tra il 2002 e il 2003, pero’, arrivano le nuove accuse rese dai pentiti Ciro Vara e Antonino Giuffre’, che stavolta spingono la Procura ad iscrivere l’ ex presidente Giuseppe Provenzano nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa.

Nei suoi verbali, Giuffre’ inserisce il professor Provenzano tra le persone “vicine” all’ omonimo superboss, mentre Vara riferisce che nel settembre del ‘91 era intervenuto presso il docente “che faceva parte di una commissione per un concorso al Banco di Sicilia” in favore di una concorrente, perche’ aveva saputo che il professore “era vicino a Bernardo Provenzano”.  Le indagini, coordinate dal  procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai Pm Domenico Gozzo e Lia Sava, non fanno emergere alcun elemento di riscontro  e l’ archiviazione adesso ha chiuso una vicenda lunga oltre un quarto di secolo.

Provenzano resta attualmente imputato con l’ ex presidente della Regione Giuseppe Drago (ex Ccd), per peculato e abuso d’ ufficio nel processo d’ appello sui fondi riservati della Regione siciliana. Per l’ accusa, sostenuta dal pg Dino Cerami, i due ex presidenti avrebbero utilizzato senza rendiconto oltre mezzo miliardo di cespiti istituzionali.

 

8 giugno 2005 - MESSINA; ASSOLTO SPARACIO DA ACCUSA CALUNNIA

ANSA:

MAFIA: MESSINA; ASSOLTO SPARACIO DA ACCUSA CALUNNIA

PER PROVA CONTRADDITTORIA O INSUFFICIENTE

E’ stato assolto in appello a Torino dall’ accusa di avere calunniato un magistrato di Messina il pentito di mafia Luigi Sparacio. I giudici della terza sezione della Corte, nell’ emettere la sentenza, hanno applicato l’ articolo del codice di procedura penale che richiama l’ ex insufficienza di prove. La parte lesa era Giovanni Lembo.

In primo grado, Sparacio era stato condannato a due anni, e il processo era stato celebrato a Cuneo perche’ l’ episodio contestato, risalente nel 1998, era avvenuto nel carcere di quella citta’. Il pentito affermo’ che nel corso di un interrogatorio non erano state verbalizzate le sue dichiarazioni che coinvolgevano un magistrato, ma ne ricavo’ una denuncia per calunnia ai danni di Lembo, all’ epoca sostituto procuratore messinese.

Il caso si innesta nella complicata vicenda della “gestione” di Sparacio da parte di alcuni inquirenti, per la quale e’ ancora in corso un processo a Messina.

 

8 giugno 2005 - PROCESSO A FEDELI PROVENZANO, DERUBRICATO REATO

ANSA:

MAFIA: PROCESSO A FEDELI PROVENZANO, DERUBRICATO REATO

IN APPELLO PENE RIDOTTE PER GEOMETRA LIPARI E PER ‘POSTINI’ BOSS

Una assoluzione, la condanna di un imputato precedentemente assolto, ed una pioggia di riduzioni di pena e derubricazioni nella sentenza pronunciata questo pomeriggio dalla quarta Corte d’ appello di Palermo nel processo al geometra dell’ Anas Giuseppe Lipari, considerato il “consigliori” del boss Bernardo Provenzano, e al compatto nucleo dei fedelissimi di “zu Binu”, accusati a vario titolo di associazione mafiosa e rapine.

Il pg Dino Cerami aveva chiesto la conferma delle condanne inflitte in primo grado, ma il verdetto ha alleggerito le pene per quasi tutti gli imputati, derubricando per molti l’ accusa di associazione mafiosa in quella di concorso, assolvendone uno e in un altro caso dichiarando il non doversi procedere per avvenuta prescrizione del reato.

L’ unico assolto, perche’ il fatto non sussiste, e’ Sergio Damiani, condannato in primo grado a 6 anni di reclusione per associazione mafiosa e difeso dall’ avvocato Vincenzo Giambruno.  L’ unico condannato, con ribaltamento dell’ assoluzione di primo grado, e’ Andrea Impastato, a cui e’ stata inflitta la pena di 4 anni di reclusione, per associazione mafiosa.

La condanna piu’ pesante, a 11 anni e 2 mesi di reclusione, in continuazione con una precedente condanna, e’ stata pronunciata per Pino Lipari (in primo grado erano 16 anni e 4 mesi), l’ economo del padrino che alla fine del 2002 dichiaro’ di volersi pentire avviando una stentata collaborazione che poi, pero’, si rivelo’ fasulla. La Corte ha escluso per Lipari il comma 2 dell’ articolo 416 bis, e cioe’ l’ accusa di avere ricoperto un ruolo di vertice nell’ ambito di Cosa nostra.  Alla sbarra del processo c’ era poi una buona parte del nucleo familiare di Lipari: i figli, Arturo e Cinzia Lipari, entrambi condannati a 5 anni con la derubricazione del reato (il primo era stato condannato a 6 anni e 8 mesi, la seconda a 6 anni); il marito di quest’ ultima, Giuseppe Lampiasi, condannato a 4 anni con la stessa derubricazione (erano 5 anni in primo grado).  Secondo l’ accusa, la famiglia Lipari, tramite la rete di fedelissimi “postini”, avrebbe amministrato i beni della cosca mafiosa di Corleone, in particolare quelli di Bernardo Provenzano.

Queste le sentenze per gli ambasciatori del mafioso: l’ infermiere Vito Alfano, nipote del boss, condannato a 4 anni (2 anni in meno della pena inflitta in primo grado, dal momento che il reato e’ stato derubricato da associazione mafiosa al semplice concorso) e il cognato di quest’ ultimo, Paolo Palazzolo, condannato a 8 anni, ma in continuazione con una precedente sentenza (erano 9 anni in primo grado).

Pene piu’ miti, tutte con la derubricazione del reato da associazione piena al concorso, anche per gli altri favoreggiatori: Leoluca Di Miceli, condannato a 5 anni (erano 7), Salvatore Tosto, condannato a 4 anni (erano 6), Filippo Lombardo, condannato a 1 anno e 4 mesi (erano 2 anni e 4 mesi).

Ridotta la pena anche per Giuseppe Vaglica, condannato a 5 anni (erano 6 anni e 8 mesi), Carmelo Amato, condannato a 5 anni (erano 6 anni e 8 mesi), entrambi riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa.

Ridotte ancora le condanne per Pietro Genovese e Daniele Samperi, condannati a 3 anni e 8 mesi per rapina (entrambi in primo grado erano stati condannati a 5 anni e 4 mesi).

La Corte infine ha dichiarato il non doversi procedere per la prescrizione di una contravvenzione nei confronti di Rosario Ferrara, che in primo grado era stato condannato ad 8 mesi.

Nel collegio difensivo, tra gli altri, gli avvocati Nino e Sal Mormino, Roberto Tricoli,  Gioacchino Sbacchi, Carmelo Franco, Valerio Vianello, Cristoforo Fileccia.

 

8 giugno 2005 - PROVENZANO; AGGIORNATO AL COMPUTER IDENTIKIT BOSS

ANSA:

MAFIA: PROVENZANO; AGGIORNATO AL COMPUTER IDENTIKIT BOSS

Ha iniziato a prendere corpo al computer il volto del boss latitante Bernardo Provenzano. L’identikit del capomafia viene ritoccato dagli esperti della polizia scientifica che sono a Marsiglia insieme al procuratore di Palermo Pietro Grasso e al pm della Dda Michele Prestipino per la rogatoria sul padrino corleonese.

L’immagine elettronica del viso del latitante viene aggiornata in base alla testimonianza di medici, infermieri e impiegati della clinica “Casamance” di Marsiglia dove il boss e’ stato ricoverato nell’ottobre 2003 e sottoposto a due interventi chirurgici alla prostata.

Durante i controlli eseguiti in questi giorni dagli investigatori dello Sco, non e’ stata trovata, nel fascicolo che riguardava Provenzano e conservato nella clinica, alcuna foto del boss, ne’ la copia del documento di identita’ con il quale l’uomo si e’ presentato nel centro marsigliese per essere ricoverato.

 

MAFIA: PROVENZANO; DIRETTORE CLINICA, NON RICORDO SUO VOLTO

 “L’identikit dell’uomo ricercato in Italia non mi ricorda alcun paziente ricoverato nella nostra clinica, perche’ da noi solo per gli interventi alla prostata passano 2.500 persone ogni anno”. Lo afferma Daniel Gautier, direttore amministrativo della clinica “La Casamance” in cui e’ stato operato per due volte nell’ottobre 2003 Bernardo Provenzano.

“Comprendo l’interesse per questa persona - afferma Gautier ma dovendo rispondere ad una rogatoria le mie informazioni devono riguardare solo la magistratura e la polizia. Ogni anno siamo chiamati a rispondere ad una media di 10 rogatorie o richieste di informazioni da parte degli investigatori che in gran parte provengono dall’Italia”.

Il direttore amministrativo spiega che per accettare un paziente la clinica non richiede agli stranieri alcun documento di identita’. “Gli stranieri - afferma Gautier - arrivano con un modulo della loro azienda sanitaria a cui appartengono e per noi quel foglio garantisce l’identita’ della persona. Ci sono casi invece in cui gli stranieri vengono qui senza alcuna prescrizione medica e in questo caso pagano anticipatamente gli interventi. Escludiamo quindi che nel caso della persona ricercata dai magistrati italiani possiamo avere la foto o il documento”.

La clinica “La Casamance” si trova a circa tre chilometri ad Est di Marsiglia e domina la valle del Huveaune, e si tratta della struttura sanitaria piu’ conosciuta in Provenza per le sue alte prestazioni.

Il reparto in cui e’ stato operato Provenzano e’ diretto dal professore Philippe Barnaud e vi operano due medici specialisti, i dottori Breton e Bonin. Tutti e tre questo pomeriggio non erano presenti in clinica ed e’ possibile che possano essere interrogati dai magistrati.

La clinica “La Casamance” e’ stata creata nel 1956 e risponde alle esigenze delle norme sanitarie francesi piu’ elevate. In questa struttura sanitaria Bernardo Provenzano e’ stato ricoverato per quasi un mese nell’ottobre 2003.

Nella struttura vi sono diversi reparti in cui vengono effettuati diversi tipi di interventi chirurgici.

Al primo piano di questa struttura su due elevazioni che sorge nella campagna a tre chilometri da Marsiglia, c’ e’ il reparto di chirurgia con 70 posti letto, in una cameretta di questo reparto e’ stato ricoverato il vecchio padrino corleonese.

Le camere sono con uno o due letti, climatizzate e con bagno in camera. Hanno il televisore e il telefono diretto, con un proprio numero. La clinica permette che un accompagnatore resti con il paziente, ma una norma interna vieta l’uso dei cellulari.

 

MAFIA: PROVENZANO; ECCO LA CLINICA DOVE BOSS SI OPERO’

PM PALERMO INTERROGANO A MARSIGLIA I MEDICI DELLA ‘CASAMANCE’

(dell’inviato Lirio Abbate)

Il viaggio della speranza di Bernardo Provenzano due anni fa si e’ concluso a circa tre chilometri ad Est di Marsiglia, su una collinetta che domina la valle del Huveaune. E’ la clinica “La Casamance”, una struttura sanitaria fra le piu’ note in Provenza, che per la prima volta balza alla ribalta della cronaca dopo gli interrogatori condotti dai magistrati della Dda di Palermo, in Francia per una rogatoria sulla latitanza del boss.        Il vecchio padrino corleonese e’ stato ricoverato al primo piano dell’edificio, dove ci sono 70 posti letto in camere, tutte ben arredate, singole o al massimo per due pazienti. Alle infermiere che stazionano all’ingresso viene mostrato dai giornalisti l’identikit del capomafia, ma nessuna lo riconosce. “Dopo due anni - sostengono quelle che oggi sono in servizio - e’ difficile ricordare il volto di un anziano”.       E’ dello stesso avviso anche Daniel Gautier, direttore amministrativo de “La Casamance”. “L’identikit dell’uomo ricercato in Italia - afferma - non mi ricorda alcun paziente ricoverato nella nostra clinica, perche’ da noi solo per gli interventi alla prostata arrivano 2.500 persone ogni anno da tutti i paesi europei”.

“Comprendo - prosegue il direttore - l’interesse per questa persona, ma dovendo rispondere ad una rogatoria, le mie informazioni devono riguardare solo la magistratura e la polizia. Ogni anno siamo chiamati a rispondere ad una media di dieci rogatorie o richieste di informazioni da parte degli investigatori che in gran parte provengono dall’Italia”. Il direttore amministrativo spiega che per accettare un paziente la clinica non richiede agli stranieri alcun documento di identita’.

“Gli stranieri - dice Gautier - arrivano con un modulo della azienda sanitaria cui appartengono e per noi quel foglio garantisce l’identita’ della persona. Ci sono casi invece in cui gli stranieri vengono qui senza alcuna prescrizione medica e in questo caso pagano anticipatamente gli interventi. Escludiamo quindi che nel caso della persona ricercata dai magistrati italiani possiamo avere la foto o il documento”.

Il reparto in cui e’ stato operato Provenzano e’ diretto dal professore Philippe Barnaud e vi operano due medici specialisti, i dottori Breton e Bonin. Tutti e tre questo pomeriggio sono stati interrogati dal procuratore di Palermo, Pietro Grasso e dal pm della Dda, Michele Prestipino, che stanno lavorando a Marsiglia insieme ai colleghi francesi per la rogatoria che proseguira’ anche domani.

Attraverso la testimonianza dei medici, degli infermieri che due anni fa hanno curato il boss, i magistrati palermitano sperano di risalire a eventuali favoreggiatori che Provenzano potrebbe avere avuto a Marsiglia. Il padrino e’ arrivato in citta’ una prima volta nel luglio e una seconda volta a fine settembre 2003, per poi essere ricoverato ad ottobre. Un viaggio dalla Sicilia in Costa Azzurra fatto prima su un camion e poi in auto, attraversando tutta l’Italia.

Adesso si cerca di individuare chi puo’ aver dato aiutato il capomafia in Francia. Gli interrogatori sono stati condotti dal giudice istruttore. E cosi’, oltre ai dati inseriti nella cartella clinica in cui si attesta che l’uomo ha una cicatrice sul collo per una precedente operazione chirurgia ed e’ alto 168 centimetri per un peso di 65 chili, gli inquirenti italiani conoscono qualche altro dettaglio che puo’ portare ad ulteriori sviluppi. Dati che potrebbero servire anche ai magistrati e alle forze dell’ordine francesi che possono avviare inchieste parallele su eventuali reati commessi nel loro territorio.

 

MAFIA: PROVENZANO; PROSEGUE ROGATORIA A MARSIGLIA

Il procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, e il pm della Dda, Michele Prestipino, hanno ripreso stamani la rogatoria a Marsiglia nell’ambito dell’inchiesta sulle ricerche del boss latitante Bernardo Provenzano, ricercato da 42 anni.

I magistrati hanno convocato per oggi, attraverso i colleghi francesi, i medici che hanno operato per due volte, nell’ottobre 2003, il capo di Cosa nostra. Dalla loro testimonianza e da quella che stanno raccogliendo gli agenti della polizia di Stato dello Sco, potrebbe essere ricostruito l’identikit del capomafia. L’ultima foto di Provenzano risale a oltre quarant’anni fa.

Insieme agli investigatori e’ arrivato a Marsiglia anche un agente della scientifica, per ricostruire al computer il volto del vecchio padrino in base alle indicazioni che saranno date dalle persone che lo hanno visto in Francia durante la sua lunga permanenza di due anni fa.

 

8 giugno 2005 - MAFIA: RICICLAGGIO; PM A LUGANO PER ROGATORIA TRIBUTARISTA

ANSA:

MAFIA: RICICLAGGIO; PM A LUGANO PER ROGATORIA TRIBUTARISTA

I pm Lia Sava e Roberta Buzzolani si trovano da due giorni a Lugano, in Svizzera, per la rogatoria avviata nell’ ambito dell’ indagine sul riciclaggio che vede coinvolti a Palermo il tributarista Gianni Lapis; l’ imprenditore Massimo Ciancimino, figlio dell’ ex sindaco Vito, condannato per mafia; e padre Giuseppe Bucaro, l’ ex presidente del “Centro Borsellino”.

Con loro sono indagati per riciclaggio aggravato anche il direttore dell’ Ircac, Filadelfio Urrata; il commercialista di Licata, Salvatore Xerra; gli imprenditori Sebastiano Samperi, Luigi Geraci e Giuseppe Giuffrida, e l’ ex imprenditore Romano Tronci, sotto processo per associazione mafiosa con l’accusa di aver partecipato al cosiddetto ‘tavolino’ descritto dal pentito Angelo Siino per la spartizione degli appalti pubblici.

I pm Sava e Buzzolani, contitolari con gli aggiunti Sergio Lari e Giuseppe Pignatone dell’ indagine su Lapis, stanno interrogando alcuni funzionari di banca per ricostruire la mappa dei flussi finanziari facenti capo al tributarista che, secondo la Procura, insieme al giovane Ciancimino, avrebbe tentato di “ripulire 120 milioni di dollari, la cui provenienza sarebbe ancora incerta”.

L’ iniziativa finanziaria consisteva nell’ investimento di un certificato di deposito, risultato poi falso, in una banca di Madrid. L’ operazione economica ha avuto degli intoppi a causa dell’ arresto di Juan Pestrana, un intermediario finanziario, fermato nei mesi scorsi per un’ altra indagine che si sta svolgendo in Spagna. A quel punto il certificato e’ stato bloccato ed e’ stato scoperto che era falso, cioe’ privo di effettiva copertura. Gli inquirenti e gli investigatori palermitani hanno ricostruito l’ operazione, che avrebbe dovuto fruttare circa cinque milioni di euro e che sarebbe dovuta finire su un conto intestato a un’ agenzia di sviluppo intitolata al giudice Paolo Borsellino e costituita da padre Giuseppe Bucaro, con due sue amiche e una quarta persona.

Lapis e’ stato per anni il consulente fiscale di Vito Ciancimino, e oggi lo e’ di Massimo Ciancimino, titolare della societa’ Pentamax, che gestisce un commercio di divani a Palermo, fra cui il negozio Chateau d’ax.

Il tributarista si e’ reso protagonista nell’ ultimo anno di investimenti, nella forma “estero su estero”, che ammonterebbero a una decina di miliardi di vecchie lire. La procura sospetta che dietro queste cifre a nove zeri si nasconda il famigerato “tesoro” di don Vito Ciancimino, mai individuato.

 

8 giugno 2005 - MAFIA: RIESAME ANNULLA ORDINANZA CUSTODIA PER GUTTADAURO

ANSA:

MAFIA: RIESAME ANNULLA ORDINANZA CUSTODIA PER BOSS GUTTADAURO

Il Tribunale della Liberta’, presieduto da Daniela Troia, ha annullato l’ ultima ordinanza di custodia cautelare emessa per estorsioni aggravate nei confronti di Giuseppe Guttadauro, ritenuto il capo mandamento di Brancaccio,  e condannato in primo grado a 16 anni di reclusione per associazione mafiosa ed estorsioni nel processo  col rito abbreviato denominato “Ghiaccio Uno”.

L’ annullamento e’ scattato in base al principio della “retrodatazione”: il Tribunale del riesame ha cioe’ evidenziato che gli elementi a sostegno dell’ ordinanza annullata erano gia’ conosciuti dall’ autorita’ giudiziaria prima dell’ emissione della precedente ordinanza emessa nei confronti di Guttadauro, quella cioe’ relativa al provvedimento “Ghiaccio”. Si tratta delle intercettazioni ambientali, effettuate nel 2001 nell’ abitazione di Guttadauro, oggetto di approfondimenti anche nel procedimento in corso alle cosiddette “talpe” della Dda e nei processi a questo collegati.

L’ ordinanza annullata  era stata emessa dal gip Marcello Viola, su richiesta dei pm Gaetano Paci e Anna Maria Picozzi, nell’ ambito dell’ operazione denominata “San Lorenzo”, che il 3 marzo di quest’ anno porto’ in carcere 87 persone.  Guttadauro resta detenuto a seguito dell’ ordinanza di custodia dell’ operazione “Ghiaccio Uno” emessa il 4 dicembre 2002 dal gip Giacomo Montalbano. Il procedimento e’ attualmente pendente presso la Corte d’ Appello di Palermo che fissera’ prossimamente la data d’ inizio del processo di secondo grado.

 

8 giugno 2005 - TALPE PROCURA; SIINO, CUFFARO CHIESE SOSTEGNO ELETTORALE

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MAFIA: TALPE PROCURA; SIINO, CUFFARO CHIESE SOSTEGNO ELETTORALE

PENTITO, LO INCONTRAI INSIEME A EX MINISTRO CARDINALE

Il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro avrebbe chiesto sostegno elettorale ad esponenti di ‘Cosa Nostra’ nell’ immediata vigilia delle elezioni amministrative del 1991. Lo ha rivelato Angelo Siino, collaboratore di giustizia, ritenuto dagli investigatori “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, oggi durante la sua testimonianza che sta rendendo davanti alla terza Corte di Assise di Palermo, nell’ ambito del processo sulle cosiddette talpe alla Procura di Palermo che vede imputato lo stesso Cuffaro.

“Incontrai Toto’ Cuffaro - ha detto Siino rispondendo alle domande dei pm - nel ‘91 nella mia abitazione di Palermo. Quell’ incontro mi fu sollecitato dal parlamentare Salvatore Romano tramite una conoscenza comune, Rosario Enea. Romano in quel periodo si lamentava di non avere abbastanza risorse e attenzione da parte di cosa nostra. Ci incontrammo nel salotto della mia abitazione di Palermo, ricordo che con lui c’era Salvatore Cuffaro il quale mi chiese un sostegno elettorale spiegandomi che doveva risultare primo degli eletti”.

Siino ha spiegato che l’ aiuto chiesto da Cuffaro per lui era impossibile da fornire in quanto si era gia’ impegnato a sostenere un altro candidato. “Cuffaro - ha ricordato Siino - mi spiego’ che stava organizzando un incontro elettorale in un club in una residenza nella disponibilita’ dei Teresi, un personaggio legato alla mafia. E mi chiede di portare quante piu’ persone era possibile a quell’ incontro”.

Siino ha spiegato oggi durante la sua testimonianza che per soddisfare questa richiesta contatto una serie di personaggi mafiosi tra cui Santino Di Matteo e Nino Gioe’. “Mi recai a quell’ incontro elettorale - ha aggiunto Siino - e poi fui accompagnato nello studio di Teresi. Qui, ad un certo punto mi raggiunsero lo stesso Cuffaro e Toto’ Cardinale. Ricordo di essermi rivolto a Cardinale alludendo al famoso Decreto Andreotti che, all’ epoca del maxiprocesso alla mafia, aveva consentito di far restare in carcere numerosi capicosca. Cuffaro mi ringrazio’ per aver portato gente a quell’ incontro e ricordo che dissi a Cardinale, alludendo al decreto Andreotti, ‘nonostante quello che fate voi noi siamo a disposizione’.  Cardinale fu molto vago poi ci accomiatammo con i soliti convenevoli”.

Siino ha ricordato durante la sua testimonianza il suo ruolo centrale come trait d’ union tra politica e la mafia del sistema degli appalti.

“C’era una tangente fissa del 4,5 per cento - ha ricordato Siino - il 2 per cento andava a mafiosi e lo consegnavo direttamente nell emani di Salvatore Riina. Un altro 2 per cento andava ai politici e veniva versato da me direttamente nelle mani di Salvo Lima, mentre il rimanente 0,50 per cento era destinato agli organi di controllo”.

 

MAFIA: TALPE PROCURA; SIINO, MANNINO SI SENTIVA ‘ARRUBBATO’

 “Calogero Mannino si sentiva ‘arrubbato’, ebbi molti scontri con lui. Era furioso per la vicenda degli appalti”. Ha parlato per oltre cinque ore davanti alla terza Corte di assise di Palermo, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, Angelo Siino, il collaboratore di giustizia considerato dagli inquirenti il ‘ministro dei lavori pubblici della mafia’.

Siino e’ stato citato come testimone nell’ambito di un’udienza del processo sulle talpe in procura ed oltre a rispondere a domande sugli altri imputati, tra cui il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, ha delineato la storia criminale ed imprenditoriale della mafia, soprattutto a Palermo, fino al 1997.

Durante la sua deposizione ha fatto riferimento agli “scontri” con l’ex ministro dell’agricoltura Calogero Mannino.  “Mi venne raccontato - ha detto Siino - che ci fu una riunione con i vertici dei Ros e mi venne detto che Mannino voleva la mia testa. Mi venne detto che lui aveva riferito di essere un ministro della Repubblica. E queste cose mi furono poi riferite in un colloquio dal colonnello Mori”.

Siino ha spiegato anche di avere incontrato Bernardo Provenzano, il boss latitante da oltre 42 anni. Secondo il collaboratore di giustizia la primula rossa della mafia ebbe anche un incontro con lui nella seconda meta’ degli anni ‘90.

Durante la sua deposizione Siino ha ribadito di essere stato sodale con Giovanni Brusca e per questo motivo inviso allo stesso Provenzano.

 

MAFIA: TALPE PROCURA; CARDINALE, MAI AVUTO RAPPORTI CON BOSS

Il segretario siciliano della Margherita, Salvatore Cardinale, replicando al pentito Angelo Siino che ha deposto al processo sulle talpe alla Dda nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, dice di non aver mai avuto rapporti con boss.

“Premesso - aggiunge - che si tratta di manifestazioni elettorali di quindici anni fa e a cui come e’ noto partecipavano centinaia e centinaia di persone e che le stesse parole del Siino mostrano l’assoluta inconsistenza ed irrilevanza dei fatti, una cosa e’ certa: mai in nessun momento da parte mia vi puo’ essere stato un qualsiasi rapporto improprio con aree e attivita’ di tipo mafioso che mi hanno sempre visto, mi vedono e mi vedranno in prima linea nella lotta contro la mafia”.

 

MAFIA: TALPE PROCURA; DIFESA CUFFARO, INCONTRO’ IMPRENDITORE

“Dal controesame di Angelo Siino e’ emerso chiaramente cio’ che il presidente Salvatore Cuffaro aveva gia’ spiegato nell’ interrogatorio di garanzia: e cioe’ che l’incontro con lo stesso Angelo Siino, ammesso da Cuffaro, avvenne unicamente perche’ il presidente della Regione Sicilia chiese voti a un imprenditore, in quanto sapeva che lo stesso Siino aveva imprese e molti operai”. Cosi’ l’avvocato Claudio Gallina, legale di Salvatore Cuffaro, commenta la testimonianza del collaboratore di giustizia Angelo Siino, fatta oggi nell’ aula-bunker del carcere di Rebibbia a Roma nell’ ambito del processo sulle cosiddette talpe alla Procura di Palermo.

A giudizio del legale la circostanza che Cuffaro nel 1991 chiese voti a Siino, non perche’ mafioso ma perche’ sapeva che era un imprenditore, “e’ emersa chiaramente anche in sede di controesame fatto dal Pm”.

Facendo riferimento inoltre alla riunione elettorale avvenuta successivamente all’ incontro, l’avvocato Gallina ha spiegato che “Siino ha detto chiaramente che non aveva alcuna possibilita’ ne’ intenzione di aiutare Cuffaro. Lui afferma che a quella riunione elettorale aveva saputo della presenza dell’ ex ministro Cardinale, che era una persona che gli interessava”.

Inoltre l’avvocato Gallina ha sottolineato che durante il controesame Siino ha spiegato che gli inviti per quell’ incontro elettorale furono fatti da medici e farmacisti.

 

9 giugno 2005 - MAFIA: APPELLO CONTRADA; PG CHIEDE 10 ANNI E SEI MESI

ANSA:

MAFIA: APPELLO CONTRADA; PG CHIEDE 10 ANNI E SEI MESI

Il Pg Antonino Gatto ha chiesto la condanna a 10 anni e sei mesi di reclusione per Bruno Contrada, l’ex numero due del Sisde, imputato per concorso in associazione mafiosa. Il Pg Gatto ha cosi’ concluso, dopo sette udienze, la sua lunghissima requisitoria nel processo che si celebra davanti la prima sezione di corte di appello presieduta da Salvatore Scaduti.

Nessuna dichiarazione da parte di Contrada, che ha assistito alla richiesta di condanna. L’ex 007 si e’ limitato ad un lapidario “no comment”.

Contrada venne arrestato il 24 dicembre del ‘92 e trascorse in carcere 31 mesi. Fu condannato in primo grado a 10 anni di reclusione, venne poi assolto in appello nel 2001. L’ anno dopo la Cassazione annullo’ l’assoluzione con rinvio. Il Pg Gatto, nel primo processo di appello, aveva chiesto per lui la condanna a 10 anni di reclusione.

 

MAFIA: APPELLO CONTRADA; DIFESA, RICHIESTA PG SCONTATA

“E’ una richiesta scontata”. E’ il commento dell’ avvocato Piero Milio, difensore di Bruno Contrada, alla conclusione della requisitoria del Pg Gatto.  “Era scontato che l’accusa puntasse ad una condanna pesante - ha aggiunto Milio - in un processo senza reato, senza prove, nel quale la ‘conferenza’ dei pentiti e’ apparsa fin dal primo momento piu’ che palese”.

 

MAFIA: APPELLO CONTRADA; FRAGALA’, DEVE ESSERE ASSOLTO

“Per credibilita’ della Giustizia, Contrada deve essere assolto. Le accuse sono appese nel vuoto, le indagini segnate da interessi politici”. Lo afferma Enzo Fragala’, deputato di An.

“Alla vigilia della conclusione del processo - aggiunge - a Bruno Contrada l’auspicio condiviso di tutti coloro che hanno a cuore la credibilita’ dell’amministrazione della Giustizia in Italia non puo’ che essere uno: che finisca il calvario di questo integerrimo servitore dello Stato e che venga definitivamente assolto”.

“Un processo che dura da oltre undici anni, - osserva - in cui l’accusa e’ appesa nel vuoto e le cui indagini sono state segnate da interessi politici estranei al campo morale del contrasto alla mafia, non puo’ che chiudersi con il riconoscimento dell’innocenza di Bruno Contrada e della assoluta infondatezza delle accuse”.

 

9 giugno 2005 - MAFIA: PROVENZANO; BOSS PIU’ INVECCHIATO IN NUOVO IDENTIKIT

ANSA:

MAFIA: PROVENZANO; BOSS PIU’ INVECCHIATO IN NUOVO IDENTIKIT

Ha il volto piu’ invecchiato e sofferente il boss latitante Bernardo Provenzano nel nuovo identikit realizzato a Marsiglia, aggiornato sulla base di quello gia’ reso pubblico. Le testimonianze di medici e infermieri sono servite all’esperto della polizia scientifica a “ritoccare” le guance, il mento e la fronte.

Resta immutato il taglio degli occhi e lo sguardo penetrante che ha colpito tutte le persone sentite durante la rogatoria internazionale.

Gli accertamenti, gia’ effettuati nei mesi scorsi in Italia, che adesso hanno trovato riscontro, hanno anche stabilito che il vecchio padrino corleonese non era accompagnato dalla moglie.

 

MAFIA: PROVENZANO; INVESTIGATORI A CACCIA ABITAZIONE BOSS

IN CORSO ACCERTAMENTI SU EDIFICIO A MARSIGLIA

Accertamenti su un appartamento nel centro di Marsiglia in cui il boss latitante Bernardo Provenzano avrebbe trascorso 19 giorni in attesa di essere sottoposto ad intervento chirurgico alla prostata, vengono svolti stamani dagli investigatori.

Secondo quanto emerge dalla rogatoria che viene effettuata nella citta’ provenzale dal procuratore di Palermo, Pietro Grasso e dal pm della Dda, Michele Prestipino, al vecchio padrino corleonese sarebbe stata messa a disposizione nell’ottobre 2003 un’abitazione in cui trascorrere le settimane in attesa di essere ricoverato.

L’appartamento sarebbe in centro e gli inquirenti vogliono capire chi ha pagato l’affitto, ma si cerca di interrogare anche i proprietari e i vicini che possono aver visto o ricordare il volto dell’anziano signore che veniva dalla Sicilia e si faceva chiamare Gaspare Troja, ma in realta’ era il capo della mafia siciliana.

Intanto, per la prima volta in 42 anni di latitanza di Provenzano, gli investigatori hanno trovato la stanza ed il letto in cui il capomafia ha trascorso alcune settimane. E’ quella della clinica “La Casamance” in cui e’ stato effettuato l’intervento alla prostata.

Fino adesso non e’ mai stato trovato, ne’ individuato un covo del boss. I pentiti e gli altri uomini d’onore non sono stati mai messi a conoscenza del luogo in cui Provenzano trascorre la notte in Sicilia.

L’istruttoria della rogatoria di Grasso e Prestipino proseguira’ fino a domani. Per oggi sono previsti ancora numerosi interrogatori di testimoni e l’acquisizione di nuovi documenti.

La ricerca dell’ appartamento in cui si e’ rifugiato per 19 giorni il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e’ stata delegata alla polizia francese. Gli investigatori di Marsiglia stanno collaborando alla rogatoria internazionale.

Il padrino corleonese, secondo quanto e’ emerso dalle indagini svolte dai Pm della Dda di Palermo, avrebbe trascorso dal 3 al 24 ottobre le sue giornate in un appartamento della citta’ provenzale.

Per oggi il procuratore Pietro Grasso e il suo sostituto Michele Prestipino proseguiranno l’analisi di alcuni documenti acquisiti agli atti grazie alla collaborazione del giudice istruttore francese Dominique Voiglimacci.

Alla rogatoria partecipa anche il magistrato italiano di collegamento con la Francia, Stefano Mogini.

 

MAFIA: PROVENZANO; ULTIMO DOMICILIO CONOSCIUTO MARSIGLIA

SCOPERTA LA CASA CHE OSPITO’ IL BOSS,AGGIORNATO IL SUO IDENTIKIT

(dell’inviato Lirio Abbate)

E’ un anziano dal volto sofferente ma con gli occhi penetranti e lo sguardo di ghiaccio il boss Bernardo Provenzano. Un volto che in questi giorni la Francia sta incominciando a conoscere rispetto a due anni fa, quando il boss corleonese scelse Marsiglia per farsi operare alla prostata. Ed e’ proprio li’ che gli investigatori hanno individuato l’ultimo domicilio conosciuto della primula rossa di Cosa Nostra, latitante ormai da 42 anni.

Nella citta’ della Costa Azzurra Provenzano e’ rimasto a lungo, anche da turista, protetto da alcuni favoreggiatori come Salvatore Troja e Nicola Mandala’, entrambi della cosca di Villabate, adesso in carcere, ritenuti gli organizzatori del viaggio della speranza del vecchio padrino.

Oltre ai due gregari siciliani, il boss avrebbe avuto altre persone fidate in Francia che lo avrebbero aiutato. E’ questo lo snodo attorno al quale ruota la rogatoria internazionale, richiesta nel febbraio scorso, dopo che gli inquirenti hanno scoperto i due viaggi Oltralpe del capomafia corleonese.

A Marsiglia il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, e il sostituto della Dda Michele Prestipino avrebbero trovato altri tasselli del puzzle relativo alla storia personale e criminale di Provenzano. Gli inquirenti, con la collaborazione degli investigatori della polizia dello Sco, stanno seguendo alcune piste che per il momento vengono tenute riservate, ma che presto potrebbero portare ad importanti sviluppi investigativi.

Aver individuato a Marsiglia la casa in cui il boss ha vissuto per 19 giorni e’ importante per scoprire chi l’ha affittata, che tipo di collegamenti puo’ avere avuto con Provenzano, quante persone vivevano con il boss e che abitudini avevano. Basti pensare che fino ad ora, in 42 anni di latitanza, gli investigatori non sono mai riusciti a individuare un solo covo del capo di Cosa nostra e quindi non si conoscono le “abitudini”. Nessuno - anche fra i suoi uomini piu’ fidati - ha mai visto il luogo in cui vive. Alla clinica “La Casamance” in cui e’ stato sottoposto a due interventi clinici, la sua stanza aveva un solo letto e la finestra domina la valle del Huveaune. Al momento del suo ricovero, nell’ottobre 2003, chiese espressamente di non avere il telefono in camera, cosa che peraltro hanno tutti i pazienti della clinica perche’ l’uso dei cellulari e’ vietato.

E mentre il padrino veniva curato, i suoi gregari, Nicola Mandala’ e Salvatore Troja, trascorrevano le notti nei casino’.  Anche il giorno in cui il boss venne operato non disdegnarono di fare un “tour” per i locali notturni della citta’. Adesso la polizia sta cercando di acquisire i video filmati dalle telecamere a circuito chiuso di alcune sale da gioco frequentate dai due “picciotti”.

Davanti al giudice istruttore francese Dominique Voglimacci, anche oggi il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, e il pm della Dda Michele Prestipino hanno raccolto numerose testimonianze il cui contenuto e’ stato definito “particolarmente interessante”. Grazie alla collaborazione delle persone che hanno visto da vicino Provenzano, in particolare medici e infermieri delle due cliniche dove il boss e’ stato ricoverato, e’ stato tracciato un identikit aggiornato del superlatitante: un uomo dal volto piu’ invecchiato e sofferente. Resta invece immutato, rispetto alla precedente ricostruzione della scientifica, il taglio degli occhi e quello sguardo penetrante, come hanno sottolineato tutti i testimoni ascoltati nel