Almanacco dei misteri d' Italia


Mafia
le notizie del 2005: maggio

 1 maggio 2005 – LOTTA ALLA MAFIA: DAI GIORNALI
‘Il Messaggero’
dal nostro inviato RITA DI GIOVACCHINO
PALERMO Forse è colpa del sole che finalmente riscalda questa timida primavera, o dell’improvvisa apparizione dell’ex sindaco Leoluca Orlando, o degli occhi di nuovo lucidi dei vecchi diessini davanti alle immagini cruente del filmato su Pio La Torre. Ma sembra di essere tornati di colpo a dieci, quindici anni fa con il procuratore capo di Palermo Piero Grasso che si fa fotografare al fianco di Piero Fassino, sinistra e toghe di nuovo insieme. In attesa dell’ultimo test, quello delle elezioni di Catania che allerta il sistema nervoso della politica, il segretario nazionale rilancia la proposta della Conferenza nazionale Ds: “E’ un dovere civico di ogni forza politica, di ogni istituzione e di ogni cittadino. Noi proponiamo a tutti il patto contro la mafia. Ma per essere efficace non devono esserci reticenze e ambiguità”. Non basta dire la “mafia mi fa schifo”, come qualche furbo ha fatto per tirarsi fuori dalla mischia, alle parole seguano i fatti. Dice Fassino: “Occorre riportare al centro dell'agenda politica il Mezzogiorno e la sua domanda di sviluppo . Il Mezzogiorno è stato il grande abbandonato della politica. Non basta fare un ministero per risolvere il problema, tanto più se lo si affida a Miccichè‚ che pur avendo avuto per quattro anni la delega per il sud non ha fatto niente e ora l’unica cosa che gli viene in testa è di aprire mille casinò”.
Basta con le polemiche, guardiamo avanti. E a sorpresa qualcuno dal centrodestra mostra di apprezzare l’appello di Fassino. “Conforta che anche i Ds intendano l'unità dei partiti contro la mafia come valore strategico. La proposta, lanciata da Forza Italia nel '95, ci trova più che favorevoli”, risponde il presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani: “Cosa nostra si era avvantaggiata dei conflitti pregiudiziali della sinistra all'idea di un fronte comune. Noi abbiamo praticato l'antimafia dei fatti e non dell'enfasi, stabilizzando il carcere duro e sostenendo le istituzioni nella cattura di latitanti”. Anche Vizzini mostra di gradire: “La proposta di un patto politico antimafia alle forze politiche, all'economia, alla società, potrebbe essere un momento importante per fare della lotta alla criminalità un patrimonio comune, da non strumentalizzare ai fini di lotta politica”. Ma tra le parole e i fatti... Il vicepresidente dell’Antimafia Giuseppe Lumia annuncia che la commissione parlamentare chiuderà i battenti con due relazioni, quella del presidente Centaro e l’altra di minoranza. Non c’è nessun accordo nè‚ di analisi, nè‚ di proposte tra le due anime dell’antimafia.
Alle due, in un’aula affollata nonostante la stanchezza, tocca al pm Antonino Ingroia, il discepolo diletto di Borsellino, lanciare una proposta che farà discutere: “Alle origini della cosiddetta Seconda Repubblica c'è stata la stagione stragista, su questo argomento tabù si assuma l' impegno di costituire una commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e sul rapporto mafia-politica dalla fine degli anni '80”. Ingroia ha poi aggiunto: “Il primato della politica non significa che la magistratura deve fare un passo indietro, ma assunzione di responsabilità da parte della politica”. Poco prima era intervenuto Piero Grasso, il capo della procura di Palermo: “La mafia è il convitato di pietra della storia nazionale. Non basta la vittoria di un diverso schieramento politico a garantire la sconfitta di Cosa Nostra, anche se l’impegno di un partito nella definizione di un codice etico deve ottenere consenso e può produrre cambiamenti”. Non ci sono strumenti processuali sufficienti lamenta il procuratore: “In un quadro storico dominato dalla coabitazione tra mafia e politica - ha continuato - ci sono stati momenti di rottura determinati dalle stragi e dagli omicidi eccellenti. Ma è stata la mafia a rompere il patto di non belligeranza con lo Stato, mai viceversa”. Inguaribilmente pessimista Emanuele Macaluso: “Il processo di degrado che ha investito le istituzioni in Sicilia non si è mai arrestato. Sono necessarie riforme radicali, ma mi chiedo chi sarà in grado di dare risposte quotidiane ai cittadini laddove la mafia opera ogni giorno”.

2 maggio 2005 – UCCISIONE FIGLIO DI MATTEO, CONFERMATO ERGASTOLO A VITALE
ANSA:
MAFIA: DELITTO FIGLIO DI MATTEO, CONFERMATO ERGASTOLO A VITALE
La terza sezione della corte d’ assise d’ appello presieduta da Giuseppe Nobile, accogliendo la richiesta del pg Amalia Settimeri, ha confermato la condanna all’ ergastolo per Salvatore Vitale, accusato dell’ omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Mario Santo, rapito da Cosa nostra il 23 novembre dell’ 93. Il bambino rimase vittima di una terribile vendetta trasversale ordita dai”corleonesi”, e in particolare dal gruppo di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella che volevano vendicarsi di suo padre, il pentito di Altofonte Mario Santo Di Matteo. Vitale e’ il titolare del maneggio all’ interno del quale fu sequestrato il bambino ed e’ accusato di aver fornito al gruppo dei sequestratori appoggio logistico soprattutto nella prima fase del sequestro. Il piccolo Giuseppe fu tenuto in ostaggio per lunghi mesi ed infine strangolato l’ 11 gennaio ‘96;  il suo corpo fu sciolto nell’ acido.     Il processo scaturisce da un rinvio della Cassazione che annullo’ la condanna inflitta a Vitale in secondo grado sotto il profilo della possibilita’ di concedere le attenuanti generiche e di escludere l’ aggravante, nell’ ipotesi che l’ imputato non fosse consapevole, nel momento del sequestro, dell’ esito mortale per l’ ostaggio. La Corte non ha concesso le generiche e ha confermato l’ aggravante. Nel processo i genitori del bambino, Santino Di Matteo e Franca Castellese, si sono costituiti parte civile. Per l’ omicidio del piccolo Giuseppe sono gia’ stati condannati una ventina di imputati, con sentenze passate in giudicato. Fra questi l’ ex boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca.

3 maggio 2005 - MAFIA: COVO RIINA; SI APRE PROCESSO A MORI E ‘ULTIMO’
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; SI APRE PROCESSO A MORI E ‘ULTIMO’
DIRETTORE SISDE PRESENTE IN AULA
Il direttore del Sisde Mario Mori e’ in aula a Palermo per la prima udienza del processo che lo vede imputato, insieme al tenente colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio, conosciuto come “capitano Ultimo”, di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra: sono accusati di aver ritardato la perquisizione del covo di Toto’ Riina dopo l’arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993.
Il processo si e’ aperto davanti ai giudici della terza sezione del tribunale, che dovra’ giudicare i due uomini dell’Arma, autori in passato di numerosi arresti di capimafia e gregari di Cosa nostra.
L’accusa e’ rappresentata in aula dai pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino.

MAFIA: COVO RIINA; NEL PROCESSO IRROMPE PENTITA VITALE
LA BOSS IN GONNELLA, PERQUISIZIONE AVREBBE CAUSATO UN FINIMONDO
 “Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Toto’ Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo”. Parola di Giusi Vitale, il primo boss in gonnella che ha deciso di collaborare con la giustizia, secondo la quale all’interno del covo del Capo di Cosa Nostra “c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero”. Le dichiarazioni della neo pentita animano la prima udienza del processo che vede sul banco degli imputati, con l’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra, il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, all’epoca vice comandante dei carabinieri del Ros, e il tenente colonnello, Sergio De Caprio, conosciuto come “capitano ultimo”, l’ufficiale che arresto’ Riina.
Il nome di Giusi Vitale e’ stato inserito a sorpresa tra i testi citati dai Pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. I verbali della donna, interrogata dai magistrati della Dda di Palermo il 25 febbraio e il 9 aprile scorso, sono stati depositati stamani agli atti del processo, davanti ai giudici della terza sezione del tribunale.
Mori era presente in aula seduto tra i suoi due difensori, gli avvocati Pietro Milio ed Enzo Musco. Di Caprio, pur essendo presente nel palazzo di giustizia, non ha pero’ preso parte all’udienza ed e’ stato dichiarato dal presidente “in contumace”. La collaboratrice ha riferito di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Toto’ Riina venne considerata un “bene” da Cosa nostra, in quanto all’interno dell’appartamento erano custoditi “numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni”.
Nella sua relazione introduttiva il Pm Antonio Ingroia ha annunciato che l’ accusa intende fare chiarezza “su quel che accadde dopo la cattura di Toto’ Riina, sui colloqui tra i magistrati della Procura e gli investigatori dell’Arma, e sulle ragioni che provocarono la sospensione della attivita’ di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini nello stesso pomeriggio del 15 gennaio 1993, nonostante fossero state date assicurazioni ai magistrati di Palermo che invece l’osservazione sarebbe proseguita”.
Gli avvocati difensori, Piero Milio ed Enzo Musco, dal canto loro, hanno detto che ricostruiranno le ragioni del differimento della perquisizione “che non fu un’ispirazione estemporanea di Ultimo o di Mori, ma una valutazione investigativa”. I legali hanno poi sottolineato come “il metodo investigativo proprio del Ros fu apprezzato con pubblici encomi dai magistrati impegnati nelle piu’ rilevanti inchieste antimafia”.
La difesa ha chiesto anche lo svolgimento del processo a porte chiuse, e comunque senza la presenza di telecamere, ma l’istanza e’ stata respinta dai giudici del tribunale.

MAFIA: COVO RIINA; PENTITA, SI RISCHIAVA IL FINIMONDO
 “Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Toto’ Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo per quello che sarebbe stato trovato.  Dentro c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero”. E’ quanto afferma la boss in gonnella, Giusi Vitale, neo collaboratrice di giustizia.
La donna ha parlato della mancata perquisizione al covo del capo di Cosa nostra in due interrogatori fatti dai pm della Dda di Palermo il 25 febbraio e il 9 aprile scorso e depositati stamani nel processo che vede imputati il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, allora vice comandante dei carabinieri del Ros, e il tenente colonnello, Sergio De Caprio, conosciuto come “capitano ultimo” che arresto’ Riina. I due uomini dell’Arma sono accusati di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra.
Giusi Vitale avrebbe appreso queste notizie dal fratello, Vito, che allora era latitante insieme a Giovanni Brusca, mentre lei lo andava a trovare spesso nel suo nascondiglio. Durante un periodo in cui Vito Vitale si era rifugiato nell’abitazione della sorella, a Partinico, la vicenda del covo sarebbe stata “chiarita” meglio. “Mio fratello mi disse - ha dichiarato Giusi Vitale ai pm - che nella villa di via Bernini c’erano abbastanza cose da compromettere persone importanti, che facevano parte dello Stato. Guardando la tv che riportava una notizia su questa mancata perquisizione, chiesi se fosse vero e mio fratello mi disse: ‘e come se e’ vera!’. E gli chiesi come mai non erano intervenuti nel covo e mi disse: ‘le vie del signore sono infinite””.
Oltre alla presenza di documenti nella villa, secondo la pentita, “c’erano anche oggetti di valore, quadri di pittori importanti e addirittura un pianoforte”.

MAFIA: COVO RIINA; PM, FAREMO CHIAREZZA SU QUANTO ACCADDE
Nella sua relazione introduttiva il Pm Antonio Ingroia ha annunciato che l’ accusa intende fare chiarezza “su quel che accadde dopo la cattura di Toto’ Riina, sui colloqui tra i magistrati della Procura e gli investigatori dell’Arma, e sulle ragioni che provocarono la sospensione della attivita’ di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini nello stesso pomeriggio del 15 gennaio 1993, nonostante fossero state date assicurazioni ai magistrati di Palermo che invece l’osservazione sarebbe proseguita”.
Il Pm ha poi annunciato che intende provare “come venne posto in essere da parte degli imputati un comportamento volto ad assicurare che il servizio di osservazione fosse ancora in corso”. Ingroia ha sottolineato che nella ricostruzione dei fatti operata dal Gup e dal Pm vi e’ una unica “divergenza”, rispetto alla “valutazione sulle finalita’ e sulla rilevanza penale delle finalita’ perseguite dagli imputati”. Ingroia ha ricordato che “il Gup ha imposto il procedimento ritenendo che nella condotta degli imputati fosse insito il dolo, e dunque il favoreggiamento a Cosa nostra; su questo punto la procura era giunta a diverse conclusioni”.
La relazione introduttiva e’ proseguita, quindi, con l’ elenco dei testimoni, tra cui i magistrati Giancarlo Caselli, Vittorio Aliquo’ e Luigi Patronaggio, alcuni pentiti, alcuni giornalisti, e numerosi esponenti dell’ arma dei carabinieri. Il Pm ha chiesto l’ acquisizione degli appunti manoscritti nei quali l’ avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquo’, (all’epoca dei fatti Procuratore aggiunto) ricostrui’ lo svolgersi degli eventi successivi alla cattura di Riina.
Ingroia ha chiesto, infine, di acquisire al fascicolo il memoriale degli appunti dell’ ex sindaco Vito Ciancimino, sequestrati lo scorso marzo a Palermo nella casa del figlio Massimo. Tra questi documenti, ci sono 13 cartelle dal titolo “I carabinieri”.
L’udienza e’ proseguita con le relazioni introduttive dei difensori, Piero Milio ed Enzo Musco per Mori, e l’ avvocato Francesco Romito per De Caprio. Milio ha messo a disposizione del tribunale un dossier che raccoglie l’ operato del Ros, a partire dal settembre 1992, quando la squadra di De Caprio venne sotto copertura a Palermo per la cattura di Riina.  “Ricostruiremo - ha detto Milio - le ragioni del differimento della perquisizione del covo di Riina che non fu un’ispirazione estemporanea di Ultimo o di Mori, ma una valutazione investigativa sull’opportunita’ di penetrare in un sito sino a quella data ignoto”.
Musco e Milio hanno poi sottolineato come “il metodo investigativo proprio del Ros fu apprezzato con pubblici encomi dai magistrati impegnati nelle piu’ rilevanti inchieste antimafia”. Per Musco, il Ros resta “la struttura investigativa piu’ sofisticata del Paese, quella che applico’ con straordinari risultati il metodo di indagine ideato dal generale Dalla Chiesa”.
I difensori di Mori hanno chiesto al presidente di non consentire l’ ingresso nel fascicolo processuale di scritti di cui non sia certa l’identita’ dell’ autore. Il riferimento e’ agli appunti vergati da Aliquo’, che non costituiscono un documento ufficiale.
Sulle richieste delle parti il tribunale si e’ riservato di decidere nella prossima udienza che e’ stata fissata per il 9 maggio.

MAFIA: COVO RIINA; VIA LIBERA A TELECAMERE IN AULA
Dopo circa mezz’ora di Camera di consiglio, il Tribunale presieduto da Raimondo Lo Forti ha respinto la richiesta di svolgere il processo a porte chiuse e ha autorizzato le riprese fotografiche audio e televisive in aula, vietando esclusivamente le riprese degli imputati e dei testi se questi non le consentono.
Il tribunale ha respinto inoltre la richiesta avanzata dall’ avvocato Romito affinche’ venisse consentita la partecipazione al processo del colonnello De Caprio in videoconferenza. “La situazione di rischio prospettata - ha spiegato il presidente Lo Forti - trova gia’ tutela nelle misure di sicurezza per De Caprio”. Lo Forti ha aggiunto - che “il codice non prevede la forma della partecipazione in videoconferenza per gli imputati non detenuti”.
Motivando l’autorizzazione alle riprese in aula, il presidente, infine, ha tenuto conto “della natura del fatto in esame e del ruolo istituzionale degli imputati, tali da rendere piu’ che mai rilevante il diritto di cronaca”. L’ esercizio di tale diritto, ha concluso il presidente, “puo’ essere autorizzato rispettando tutte le esigenze di sicurezza che sono state prospettate”.

3 maggio 2005 – SPETTACOLO TEATRALE SU BORSELLINO
“La Repubblica”
IL DEBUTTO
Ruggero Cappuccio presenta lo spettacolo in scena domani
"Il mio Borsellino è un Amleto moderno"
Dopo la tappa al Biondo potrebbe firmare una regia per il Massimo
LAURA NOBILE
«Agnese Borsellino, quando ha visto lo spettacolo per la prima volta ha detto semplicemente: "Questa sera hanno fatto resuscitare mio marito"». A Ruggero Cappuccio, autore e regista di "Paolo Borsellino Essendo Stato" (da domani sera ospite del cartellone del teatro Biondo, con Massimo De Francovich nel ruolo del giudice palermitano e le musiche di Marco Betta), è bastata questa semplice attestazione di stima. I figli del giudice, invece, lo spettacolo lo vedranno tutti insieme a Palermo, domani sera.
Accostarsi alla vicenda umana e professionale di Paolo Borsellino, raccontarne in teatro gli ultimi secondi di vita come in una seduta medianica, per il regista campano «è stata un´operazione delicata, complessa, ma che tende nel risultato, all´essenzialità». «Sono stato spinto da una motivazione strettamente personale, quella di raccontare un uomo e un magistrato che mi affascinava da molti anni - dice Cappuccio - e da una specificità drammaturgica, perché nel personaggio di Borsellino si fondono il mondo classico e la contemporaneità, i requisiti di un eroe moderno che lotta senza armi e sacrifica se stesso per la giustizia».
La ragione, per il regista, sta «in quelle qualità assolutamente rare di Borsellino: nessun diaframma tra la vita privata e la sua professione, nessuna retorica nelle parole e negli atteggiamenti, il senso cristallino dello Stato. E soprattutto la consapevolezza matematica della propria morte, unita alla coscienza che non sarebbe servito a nulla, almeno nell´immediato. Anche se poi, la fiducia dell´uomo e del giudice, è rivolta alle generazioni dei giovani, tanto che quel 19 luglio ´92, aveva appena finito di scrivere una lettera ai ragazzi di un liceo che lo avevano invitato a tenere una conferenza».
Lo spettacolo si snoda in dodici movimenti, tanti quanti sono i passi di uno Stabat Mater: «Non m´interessava affatto raccontare una vicenda che viaggiasse sul filo del thriller, o del tritolo come è stato per le fiction. Il teatro mi dava invece l´opportunità di ricostruire in forma poetica un profilo psicologico del magistrato, il rapporto con la sua terra e le sue memorie, con lo Stato e con i suoi avi, scandagliando le tante domande che portava con sé».
Per rappresentare Borsellino, («un Amleto moderno, che si aggira nei corridoi del palazzo di giustizia immerso nei dubbi») Cappuccio ha scelto De Francovich: «Un interprete di grande equilibrio e misura di toni, di tale compostezza fisica e freddezza da sparire quasi nel personaggio».
Attorno a lui, in una grande scatola bianca dal pavimento nero, dove si muovono immagini della Sicilia e i suoi colori, «c´è la musica di Marco Betta, che s´insinua tra i silenzi e le pause del testo teatrale, suggerendone i significati più profondi». E cinque donne, «fantasmi, "Antigoni laiche" o "Marie Maddalene" per un coro che rappresenta il silenzio di una terra come la Sicilia che mette al mondo figli già morti».
Con il compositore Marco Betta, Cappuccio tornerà presto a collaborare, firmando la regia di una produzione del teatro Massimo, mentre il nuovo allestimento di "Desideri mortali", ispirato all´ultimo capitolo del "Gattopardo" potrebbe passare da Palermo.

4 maggio 2005 – QUELLA SERA DI 25 ANNI FA UCCISERO BASILE
“La Repubblica”
QUELLA SERA DI 25 ANNI FA UCCISERO BASILE
Quattro colpi di pistola, in rapida successione, lo colpirono in varie parti del corpo e l´ultimo, il colpo di grazia, alla nuca. Veniva stroncata così, nella via Pietro Novelli di un antico paese aggrappato alla montagna la vita del capitano dei Carabinieri comandante della Compagnia di Monreale, Emanuele Basile, sotto gli occhi impietriti e disperati della moglie Silvana Musanti. Occhi innocenti, per sempre offesi, che videro quell´ufficiale in uniforme barcollare e piegarsi sulle gambe, per poi cadere a terra, a distanza di qualche metro, sulla bimba, miracolosamente rimasta illesa. Una scena drammatica rivissuta da milioni di spettatori nelle scene iniziali del film televisivo su Paolo Borsellino.
La sua esistenza terrena ebbe termine a trent´anni, dopo quattro ore di agonia nel reparto rianimazione dell´Ospedale di Palermo. Era il 4 maggio 1980, l´orologio del campanile del paese segnava l´una e quaranta e le strade erano ancora affollate. I killer si dileguarono a bordo di un´auto A 112 beige ed i cinque testimoni oculari, che tutto avevano visto, non fornirono alcuna indicazione utile agli inquirenti. Scattò una caccia all´uomo che portò nell´arco di poche ore a fermare i tre assassini in mezzo alle campagne circostanti. Uno di loro fu riconosciuto dall´appuntato dei carabinieri Ponfino Buttazzo e da sua moglie Carla.
Dopo undici mesi di investigazioni, il giudice istruttore Paolo Borsellino rinviò a giudizio tre mafiosi di rango: Vincenzo Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia, sospettati di essere gli esecutori materiali dell´omicidio Basile, dando l´abbrivio al primo grande processo di mafia degli anni ´80, che divenne il simbolo della Giustizia "aggiustata" (sebbene, sin dalle prime battute, fossero emerse evidenti le responsabilità). Udienza dopo udienza, dibattimento dopo dibattimento, sentenza dopo sentenza, Cosa nostra sperimentò tutte le vie per assicurare l´impunità ai sicari dell´orrendo crimine: dalle pressioni ai falsi testimoni per fornire alibi ad arte, dalle minacce ed intimidazioni nei confronti perfino degli avvocati di parte civile all´avvicinamento ed ai consigli ai giudici togati e popolari, dall´attacco verbale personale nei confronti di chi aveva istruito quel processo sino all´omicidio del presidente di uno dei tanti giudizi d´appello celebrati (Antonino Saetta).
Cosa nostra era consapevole che con quel processo si giocava il suo prestigio e la sua credibilità di organizzazione sovrana, capace di assicurare ai propri adepti l´impunità e di piegare ai propri voleri una pusillanime e permeabile magistratura. Il 31 marzo 1983 i sicari furono assolti e, poco dopo essere stati scarcerati, fuggirono dal confino in Sardegna dove erano stati inviati. Furono necessari 12 anni, la celebrazione di ben 8 processi e le stragi di Capaci e di via Mariano d´Amelio perché alcuni imputati venissero riconosciuti colpevoli in maniera definitiva del delitto di quell´ufficiale dei Carabinieri venuto dal continente. Fu la quinta sezione della Corte di Cassazione che il 14 novembre 1992 condannò all´ergastolo, quali mandanti, Salvatore Riina e Francesco Madonia e il Killer Giuseppe Madonia. Vincenzo Puccio fu ucciso in carcere l´undici maggio 1989 da alcuni suoi compagni, che lo massacrarono colpendolo in testa con una bistecchiera. Armando Bonanno, dopo essere stato a lungo ritenuto vittima della lupara bianca e sostanzialmente assolto dallo Stato (che sospese la celebrazione del relativo processo in attesa di accertare la sua morte), venne condannato dal tribunale di cosa nostra che lo fece ritrovare cadavere in un ospedale palermitano a ridosso della vigilia di Natale del 2003. Servirono altri dieci anni perché divenisse definitivo il verdetto di condanna (emesso il 12 febbraio 2002 dalla VII sezione della Cassazione ) nei confronti dell´altro mandante, Michele Greco. Il travagliato percorso giudiziario non è ancora, però, concluso perché deve essere vagliata la posizione di Giovanni Brusca, autoaccusatosi di aver fatto parte del gruppo di fuoco che organizzò l´agguato.
Sono trascorsi 25 anni dall´assassinio di quell´ufficiale dal destino segnato che, con i suoi rapporti, aveva disegnato la mappa della mafia di Altofonte e di Monreale e le sue connessioni con il traffico di droga. Emanuele Basile aveva trovato il filo che portava ai responsabili dell´agguato in cui perì il capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano e, d´iniziativa, il 6 febbraio 1980 arrestò un nugolo di mafiosi che rappresentavano lo stato maggiore dell´ala corleonese. Nei 18 mesi in cui lavorò in Sicilia, vide cadere uno dopo l´altro, in poco più di un anno, oltre a Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il giudice Terranova, il segretario provinciale della Dc di Palermo Michele Reina ed il Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella. Analoga sorte toccò la sera del 13 giugno 1983, in via Scobar a Palermo, al capitano, che aveva preso il posto di Emanuele Basile alla compagnia dei Carabinieri di Monreale, Mario D´Aleo (e ai brigadieri Pietro Morici e Giuseppe Bommarito che si trovavano in sua compagnia).
Quell´ufficiale, con la sua condotta di vita e professionale, ha lasciato un testamento di impegno civile, di coraggio e legalità ad una Palermo dal ventre molle, in quegli anni popolata di magistrati ed investigatori impegnati a non alterare il delicato equilibrio tra uomini d´onore, istituzioni e mondo politico. Una città che considerava dei visionari coloro che mostravano di non credere che la mafia fosse per sempre scomparsa e che si ostinavano a presentare rapporti per associazione a delinquere.
Luca Tescaroli

4 maggio 2005 – "INTOCCABILI" UN NUOVO SAGGIO DI LODATO E TRAVAGLIO
 “La Repubblica”
"intoccabili" un nuovo saggio di Lodato e travaglio
La mafia senza misteri
quando non servono pazienza e tenacia
Le calunnie contro giovanni Falcone
GIORGIO BOCCA
Il profondo mistero della Mafia, il famoso terzo livello dove si incontrano i ripugnanti delinquenti dai cento omicidi e i procuratori generali in toga di ermellino, dove il sanguinario Riina bacia un potente ministro della Repubblica, sta nella sua manifesta e aggressiva chiarezza, nell´evidente favore di cui godono i mafiosi, nelle aperte collusione fra la delinquenza e lo Stato, nel sistematico appoggio che una parte dello Stato dà alla «onorata società». Sta nel terrore che questa chiarissima alleanza incute agli onesti, sta in quel perfido genio del male che ha convinto milioni di persone che star dalla parte degli assassini, dei ricattatori, dei corruttori è necessario e a suo modo provvidenziale. Il legame fra Mafia e Stato che nessuno riesce a sciogliere è il più grande rito demoniaco contemporaneo, la più grande pratica satanista contemporanea. Il mistero della Mafia? Ma quale mistero?
Che mistero è quello in cui l´efferato boss Totò Riina è latitante per cinque e passa anni in un quartiere signorile di Palermo, in una villa con piscina, da cui esce quasi ogni mattina per sbrigare i suoi affari di boss a Palermo, dare disposizioni, incontrare gli amici, discutere un appalto, vedere gli uomini della politica, scrivere "papelli"? Che mistero è la latitanza della signora Riina, sorella del mafioso Bagarella, che mette al mondo i suoi figli in una nota clinica di Palermo dove primario e medici non capiscono chi hanno in cura? Che mistero è quello dei maestri e professori che educano i figli di Riina e quello dell´impresario edile che li ospita, e quello dei parenti e amici di Corleone?
Nessun mistero, solo l´agghiacciante, paralizzante normalità della Mafia, solo la visibile, indiscutibile coesistenza fra la Mafia e lo Stato, fra i mafiosi assassini e i loro amici e complici nel governo e nella società.
Il mistero della Mafia non esiste. Esiste l´isolamento, la paura, e magari anche il mito di un modo illegale di vivere, di associarsi, di fare affari assieme, di mentire assieme, di coltivare assieme l´omertà, che non è una specialità siciliana ma con vari nomi una costante della società ormai prevalente in sei regioni italiane e c´è ancora chi si chiede come mai metà del paese sprofondi nel clientelismo criminale. La Mafia e le simili Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona, non sono un mistero, la polizia conosce per nome tutti i loro appartenenti, pezzi da novanta e picciotti. «Basta guardargli le scarpe e gli orologi», mi diceva un sindacalista di Gioia Tauro. «Vedo che uno ha scarpe fatte a mano e Rolex d´oro e so che lo abbiamo perso, che è passato con la malavita».
Ma c´è un altro fatto, un altro comportamento sociale che disvela la Mafia e quanti stanno dalla sua parte: l´essere sempre, subito, senza limiti e ritegni contro quelli che la combattono. Non hanno certo buona stampa nelle terre di Mafia giornalisti come Saverio Lodato e Marco Travaglio, autori di questo Intoccabili. Perché la mafia è al potere. Dai processi Andreotti, Dell´Utri & c. alla normalizzazione (introduzione di Paolo Sylos Labini, Rizzoli, Bur, pagg. 465, euro 10), che racconta la Mafia dal tempo remoto del prefetto Mori ad oggi. Ed è la stessa incessante diffamazione cui è sottoposto chiunque cerchi di remare contro. Tutti senza scampo i grandi avversari della Mafia e della borghesia mafiosa. Lasciamo parlare una delle maggiori vittime, il magistrato Giovanni Falcone: «Ho tollerato in silenzio, in questi ultimi anni, le inevitabili accuse di protagonismo e di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un servizio utile alla società ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni affidatemi. Ho sopportato le infami calunnie e le campagne denigratorie a cui non ho reagito perché ritenevo, forse a torto, che il mio ruolo imponesse il silenzio. Ma la situazione è profondamente cambiata, le istruttorie nei processi di Mafia si sono inceppate. Vivo nel profondo disagio di chi è costretto a svolgere un lavoro delicato in condizioni tanto sfavorevoli».
Ma pazienza e tenacia non servono, lo obbligano a lasciare la Procura e il pool antiMafia, gli preferiscono un magistrato anziano che riporta indietro la lotta alla Mafia di cinquanta anni, lo accusano di avere simulato l´attentato dell´Addaura, per chiudere la bocca ai suoi avversari non gli resta che la morte, a lui e al suo compagno di eroica avventura Paolo Borsellino. Da che parte sta la stampa governativa, la stampa dei politici? Nessun mistero. Scrive Jannuzzi di Falcone e di De Gennaro, in prima fila nella lotta alla Mafia: «E´ una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e i maxi-processi, è approdata al più completo fallimento. Sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla Mafia. Dovremmo guardarci da due "Cosa nostra"; quella che ha la cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto». Poi toccherà a Gian Carlo Caselli. «E´ un comunista!». Il governo Berlusconi fa l´impossibile per impedirgli di prendere la guida della Procura Nazionale Antimafia. Caselli è senza il minimo dubbio il magistrato più efficiente e senza macchie nella lotta alla criminalità. E´ un uomo di parte? No, ha condotto e vinto la repressione del terrorismo rosso, ha indagato sulle cooperative rosse, ha denunciato onorevoli e sindacalisti comunisti. Non sta certamente dalla parte della Mafia, non sta con la magistratura che manda assolti. Si impedisca che arrivi all´Antimafia. E lo chiamate mistero questa ignobile congiura?
L´indagine di Lodato e di Travaglio non consente escamotage e astuzie giuridiche. Non perde il tempo con i gridi di dolore e le invocazioni alla giustizia, spiega semplicemente e chiarissimamente perché siamo un povero paese nelle mani di cialtroni e delinquenti.

4 maggio 2005 – VILLA RIINA: DAI GIORNALI
“La Sicilia”
Giorgio Petta
Palermo.  Perché fu perquisita soltanto 19 giorni dopo la sua clamorosa cattura del 15 gennaio 1993 la villa di via Bernini 54 dove Totò Riina «u curtu» viveva con la moglie Ninetta Bagarella e i quattro figli? È a questa domanda che deve dare una risposta il processo iniziato ieri davanti ai giudici della terza sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta da Raimondo Li Forti e che vede imputati, per favoreggiamento di Cosa nostra, i protagonisti dell'arresto di Riina: l'attuale capo del Sisde, prefetto Mario Mori, all'epoca vice comandante del Ros dei carabinieri, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, l'ex «capitano Ultimo», ieri assente in aula per ragioni di sicurezza – la mafia ha giurato di fargliela pagare – e dichiarato contumace dal Tribunale.
Sulla mancata perquisizione della villa al processo bisognerà tenere conto anche delle dichiarazioni di Giusi Vitale, la donna boss pentita, citata a sorpresa nell'elenco testi dell'accusa dai pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. La donna ha riferito di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione della villa – poi ripulita di ogni cosa da una squadra di «picciotti» – venne considerata un «bene» da Cosa nostra, in quanto «c'erano – ha detto Ingroia – documenti scottanti e imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni».
Nella sua relazione introduttiva il Pm Antonio Ingroia ha subito precisato che il processo ha un capo di imputazione «coatto» ed ha ricordato che «seppure vi fossero elementi tali da iscrivere gli imputati nel registro degli indagati, questo ufficio ritenne che non fossero tali da giungere al dibattimento. Tanto che per due volte la Procura ha chiesto l'archiviazione, ma il gup ha imposto il procedimento ritenendo che nella condotta degli imputati fosse insito il dolo e dunque il favoreggiamento a Cosa nostra. Su questo punto la Procura era arrivata a diverse conclusioni». In ogni caso, visto che il Gup ha disposto il rinvio a giudizio, l'accusa intende fare chiarezza «su quel che accadde dopo la cattura di Totò Riina, sui colloqui tra i magistrati della Procura e gli investigatori dell'Arma e sulle ragioni che provocarono la sospensione della attività di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini nello stesso pomeriggio del 15 gennaio 1993, nonostante fossero state date assicurazioni ai magistrati di Palermo che invece sarebbe proseguita».
La relazione introduttiva è proseguita, quindi, con l'elenco dei testimoni, tra cui i magistrati Giancarlo Caselli, Vittorio Aliquò e Luigi Patronaggio, diversi pentiti, alcuni giornalisti e numerosi esponenti dell'Arma. Il pm ha chiesto l'acquisizione degli appunti manoscritti nei quali l'allora procuratore aggiunto Vittorio Aliquò ricostruì lo svolgersi degli eventi successivi alla cattura di Riina. Ingroia ha chiesto, infine, di acquisire al fascicolo processuale il memoriale degli appunti dell'ex sindaco Vito Ciancimino, sequestrati lo scorso marzo a Palermo nella casa del figlio Massimo. Tra questi documenti, ci sono 13 cartelle dal titolo «I carabinieri» e un dattiloscritto intitolato «Le mafie».
L'udienza è proseguita con le relazioni introduttive dei difensori, Piero Milio ed Enzo Musco per Mori, e dell'avvocato Francesco Romito per De Caprio. Milio ha messo a disposizione del Tribunale un dossier sull'operato del Ros, a partire dal settembre 1992, quando la squadra di De Caprio arrivò sotto copertura a Palermo per la cattura di Riina. «Ricostruiremo – ha detto Milio – le ragioni del differimento della perquisizione del covo di Riina che non fu un'ispirazione estemporanea di Ultimo o di Mori, ma una valutazione investigativa sull'opportunità di penetrare in un sito sino a quella data ignoto». Secondo Musco «stiamo celebrando un processo singolare in cui non esiste la causale a due servitori dello Stato e che fornirà a Cosa Nostra elementi sulle tecniche investigative d'avanguardia del Ros che appena un anno dopo la sua fondazione catturò Riina».
Sulle richieste delle parti il Tribunale si è riservato di decidere nella prossima udienza del 9 maggio, ma intanto ieri ha disposto che le udienze si svolgano a porte aperte e siano seguite da radio e tv.

4 maggio 2005 - MAFIA: PROCESSO MICELI; QUEI MEDICI CHE ASPIRAVANO A PRIMARI
ANSA:
MAFIA: PROCESSO MICELI; QUEI MEDICI CHE ASPIRAVANO A PRIMARI
SENTITI I TESTI CITATI NELLE INTERCETTAZIONI CON GUTTADAURO
I percorsi per conquistare la qualifica di primario e i rapporti con il boss Giuseppe Guttadauro, chirurgo, sono stati al centro delle deposizioni di due medici, Salvo Picciurro e Mario Picone, il primo primario all’ ospedale di Petralia Sottana e il secondo corresponsabile della divisione oncologica del Maurizio Ascoli, sentiti stamane nel processo all’ ex assessore comunale dell’ Udc Domenico Miceli, accusato di concorso in associazione mafiosa.
Davanti alla terza sezione del tribunale, presieduta da Raimondo Lo Forti, i due testi della difesa, entrambi citati nelle conversazioni intercettate in casa di Guttadauro tra il boss e Miceli, sono stati esaminati dagli avvocati Ninni Reina e Carlo Fabbri, e controesaminati dai Pm
Nino Di Matteo e Gaetano Paci.
Picciurro, chirurgo generale e vascolare, e’ diventato primario nell’ ospedale di Petralia Sottana cinque mesi fa. Il medico ha raccontato che Guttadauro e’ stato il suo “maestro di chirurgia”, sostenendo pero’ di non avergli mai chiesto favori ne’ tanto meno una sponsorizzazione per diventare primario.  Picciurro ha riferito di aver sempre avuto ottimi rapporti con Guttadauro. “Per le festivita’ - ha spiegato - andavo in casa sua a porgere gli auguri ai suoi familiari, e poi piu’ volte sono andato da lui per seguire professionalmente i suoi figli”.
Rispondendo a una domanda dei Pm, il professionista ha detto:
“anche dopo il suo arresto ho continuato a seguire per motivi professionali i ragazzi, e piu’ avanti, dopo la sua scarcerazione, l’ ho rivisto perche’ lui qualche volta e’ venuto in ospedale”. Con Miceli, il chirurgo ha detto di non aver mai intrattenuto “rapporti personali”. Picone ha riferito di aver conosciuto Guttadauro nel ‘76 e lo ha definito “un collega affettuoso e leale”. “Quando lo scarcerarono - ha spiegato - mi sono posto il problema di andare o non andare a trovarlo. Ma moralmente non potevo non andare, era sempre stato un mio amico”. Sulle domande da lui presentate per due posti di primario che si erano liberati presso il Civico e presso l’ azienda Usl 6 di Palermo, Picone ha detto di non aver “chiesto nulla a Guttadauro”, e di non ricordare neppure se gli parlo’ o meno di quelle sue aspirazioni. “Penso - ha riferito - che Guttadauro, avendo stima professionale di me, potesse pensarmi degno di un posto apicale, e dunque parlare di me in tal senso, ma di concreto non so nulla”. Di Miceli, Picone ha detto che lo conobbe nel ‘90 quando era tirocinante al Civico. “C’ era una simpatia reciproca, ma non ci siamo mai incontrati al di fuori dell’ ospedale”. L’ udienza e’ stata rinviata al prossimo 18 maggio.        

4 maggio 2005 - MAFIA: PROCESSO PALAZZOLO; AMMESSA TESTIMONIANZA GIUFFRE’
ANSA:
MAFIA: PROCESSO PALAZZOLO; AMMESSA TESTIMONIANZA GIUFFRE’
PENTITO AVEVA RESO DICHIARAZIONI DOPO SCADENZA 180 GIORNI
La testimonianza del pentito Antonino Giuffre’ e’ stata ammessa con un’ordinanza del presidente della Terza sezione del tribunale, Donatella Puleo, al processo a Vito Roberto Palazzolo, accusato di associazione mafiosa.
Secondo i pm Domenico Gozzo e Gaetano Paci, l’ordinanza fissa “un importante principio giurisprudenziale”, ammettendo la testimonianza di Giuffre’, pur se le sue dichiarazioni su Palazzolo non erano state rese in fase pre-dibattimentale ma successivamente ai 180 giorni previsti dalla legge.
Il pentito sara’ sentito il 26 maggio, data della prossima udienza.

5 maggio 2005 - MAFIA: DEPUTATO REGIONALE LO GIUDICE TORNA IN CARCERE
ANSA:
MAFIA: DEPUTATO REGIONALE LO GIUDICE TORNA IN CARCERE
PALERMO, 5 MAG - I giudici del tribunale di Agrigento hanno ordinato il ripristino dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il deputato regionale Vincenzo Lo Giudice, accusato di associazione mafiosa. Il provvedimento e’ stato firmato dal presidente del collegio Enza Sabatino, davanti al quale il politico viene processato.
Lo Giudice era agli arresti ospedalieri a Monza e i medici hanno stabilito che l’imputato poteva essere dimesso e viaggiare. I pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo hanno dunque richiesto il ripristino dell’ordinanza in carcere e in serata Lo Giudice e’ stato rinchiuso in una cella dell’istituto penitenziario di Monza.

5 maggio 2005 – INCHIESTA SUI SOLDI DI CIANCIMINO: UN ALTRO INDAGATO
“La Repubblica”
Un altro nome nel registro degli indagati: è quello di Giorgio Ghiron, internazionalista di fama
L´inchiesta sui soldi di Ciancimino porta il pool a un avvocato romano
"È l´anello di congiunzione dei grandi affari"
Secondo la Procura è lui il riferimento del professore Lapis e del figlio dell´ex sindaco per il riciclaggio del "tesoro"
FRANCESCO VIVIANO
L´inchiesta sul tesoro del defunto ex sindaco Vito Ciancimino si allarga a macchia d´olio e arriva fino a Roma. Nel registro degli indagati della Procura di Palermo, che nei mesi scorsi ha avviato un´indagine per riciclaggio che vede coinvolti, tra gli altri, il professor Giovanni Lapis e il figlio di Ciancimino, Massimo, è stato aggiunto un nome. È quello di un noto avvocato internazionalista romano, Giorgio Ghiron. Anche per lui l´ipotesi di reato è quella di riciclaggio.
Secondo il pool di magistrati che sta coordinando l´inchiesta dei carabinieri, i sostituti Roberta Buzzolani, Lia Sava, Michele Prestipino e gli aggiunti Sergio Lari e Giuseppe Pignatone, l´avvocato Ghiron sarebbe l´anello di congiunzione di tutti i grandi affari milionari dei quali al telefono, per mesi, hanno parlato Massimo Ciancimino e il docente universitario palermitano Lapis. Affari che avrebbero movimentato milioni di euro ma dei quali si è trovato ben poco. I magistrati sospettano che siano stati occultati nelle banche dei paradisi fiscali. Questi soldi, sempre secondo l´accusa, sarebbero «provento dell´attività illecita dell´organizzazione mafiosa Cosa nostra» ma sarebbero stati impiegati «in modo da ostacolare l´identificazione della loro provenienza delittuosa».
Gli indagati, in particolare Lapis e Ciancimino junior (nell´inchiesta sono coinvolti anche l´ex dirigente delle cooperative rosse Romano Tronci e gli imprenditori catanesi Romano Samperi, Giuseppe Giuffrida, Salvatore Xerra e Filadelfio Urrata), sono già stati interrogati dai magistrati della Procura e hanno provato a giustificare le loro conversazioni relative a flussi finanziari con operazioni, secondo loro, legali. Insomma Lapis e Ciancimino sostengono che il movimento dei milioni di euro è relativo agli investimenti del professor Giovanni Lapis all´estero per l´importazione di gas dai Paesi dell´Est: Ucraina, Russia e Kazakistan. Soldi, si è giustificato Lapis, provenienti dalla vendita di una sua società che nei mesi scorsi ha venduto a una società spagnola per una somma di circa 80 milioni di euro. Secondo questa ricostruzione, i due avrebbero costituito una società in cui Massimo Ciancimino aveva il ruolo di intermediario procurando, attraverso Romano Tronci, i contatti con gli imprenditori e i politici dei Paesi dell´Est.
Dalle intercettazioni telefoniche era emerso anche il nome del sacerdote Giuseppe Bucaro (anche lui indagato), ex presidente del centro intestato a Paolo Borsellino, che aveva aperto un conto corrente in una banca milanese dove avrebbero dovuto essere versati cinque milioni di euro se un affare di Lapis fosse stato portato a conclusione. L´affare non si fece, e padre Bucaro non intascò una lira.
L´indagine adesso ha avuto un ulteriore impulso perché i magistrati avrebbe individuato nell´avvocato romano Ghiron il riferimento principale dei grandi affari di Lapis e Ciancimino. Il legale, che negli anni scorsi era stato tra i difensori di Vito Ciancimino, è un personaggio molto noto a Roma, dove frequenta i salotti buoni.

6 maggio 2005 – ANDREOTTI E LA MAFIA - CASELLI CONTRO VIOLANTE
“L’Espresso” (da Dagospia”)
Da “L’espresso”
1 - ANDREOTTI E LA MAFIA - CASELLI CONTRO VIOLANTE
Luciano Violante era contrario a processare penalmente Giulio Andreotti. In barba alla leggenda che lo vuole come il mandante politico del “processo del secolo”, l'allora presidente dell'Antimafia lo disse nel '93 a Gian Carlo Caselli, che invece era di diverso parere.
È una delle rivelazioni contenute nel libro 'Intoccabili', di Saverio Lodato e Marco Travaglio, su 15 anni di processi di mafia, in uscita in questi giorni (“Perché la mafia è al potere. Dai processi Andreotti e Dell'Utri alla normalizzazione. Le verità occultate sui complici di Cosa nostra nella politica e nello Stato”, prefazione di Paolo Sylos Labini, edizioni Bur). “Verso la fine del ‘93”, scrivono gli autori, “Caselli, Violante e Gianni De Gennaro si ritrovano a discutere, a margine di un convegno, del processo che verrà. Caselli è convinto che, con gli elementi raccolti, sia doveroso procedere. Violante e De Gennaro no: esprimono il loro netto dissenso, per convincerlo a chiedere l'archiviazione. Invece Caselli e i suoi uomini chiederanno il rinvio a giudizio”.
Nella sentenza d'appello, resa definitiva dalla Cassazione nel 2004, Andreotti sarà riconosciuto colpevole di associazione per delinquere con Cosa nostra “fino alla primavera 1980”, reato coperto da prescrizione. Come nacque il “processo del secolo” lo racconta il pm Guido Lo Forte: “Tutto nasce da una rogatoria avviata da Borsellino dopo il delitto Lima per interrogare Tommaso Buscetta. Questi rispose di non aver nulla da dire. Ma dopo via D’Amelio cambiò idea e accettò di rispondere. Paolo purtroppo non c'era più, e me ne occupai io”. (T.M.)

6 maggio 2005 - LEONARDO VITALE A GIUDICI, UN COMPLOTTO CONTRO DI ME
ANSA:
MAFIA: LEONARDO VITALE A GIUDICI, UN COMPLOTTO CONTRO DI ME
BOSS E’ SOTTOPOSTO A 41 BIS; PM, SI ACCERTI COME RICEVE NOTIZIE
 “C’e’ un complotto discusso a tavolino da un circuito di collaboratori contro di me e contro la mia famiglia”. Lo ha detto il boss di Partinico, Leonardo Vitale, facendo dichiarazioni spontanee nel processo per l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Riina che si celebra davanti alla seconda corte d’assise di Palermo.
Vitale, che e’ uno dei tre imputati del processo, insieme alla sorella neo-pentita Giusy, e al cognato Angelo Caleca, si e’ collegato con l’aula tramite videoconferenza. “Il regista di tutto e’ un certo Lascari - ha detto -, un collaboratore che ha rapporti con la Dia e con i servizi segreti. Per colpa sua sto subendo tutte queste tragedie”. Vitale ha poi aggiunto di aver saputo che la storia del presunto complotto sarebbe “venuta fuori nell’ambito di un  processo in corso a Catania davanti alla corte d’assise, nel quale e’ imputato mio fratello Vito”.  Vitale ha poi concluso dicendo di augurarsi che non sorgano polemiche sulle modalita’ che gli hanno permesso di venire a conoscenza di tali informazioni: “Non si dica - ha esclamato - che io non sono al 41 bis, io sono molto di piu’ io sono isolato dal mondo”.
Il pm Francesco Del Bene, intervenuto subito dopo, ha chiesto al presidente di accertare come il detenuto Vitale “possa avere informazioni da fonte sicura essendo sottoposto al regime di 41 bis”.

6 maggio 2003 – DRAMMA SU BORSELLINO
“La Repubblica”
Successo del dramma di Ruggero Cappuccio, preceduto da un ricordo del procuratore Grasso
La morte di Borsellino sospesa per ricostruire frammenti di vita
La commozione della moglie, dei figli e della sorella del giudice ucciso dalla mafia "Una ricostruzione bella ed emozionante"
LAURA NOBILE
Ferma il tempo un attimo prima della morte, "Paolo Borsellino essendo Stato" di Ruggero Cappuccio, e accuratamente ricompone memorie, affetti, frammenti di vita. Una messinscena, quella di mercoledì sera al teatro Biondo, che compostamente si dispiega nella forma del rito laico, richiama le radici del mito e dilata l´impatto teatrale, al di là del mero atto celebrativo, oltre la portata emotiva del fatto di cronaca.
Alla prima dello spettacolo, mercoledì sera da alcuni palchi di prima fila hanno assistito per la prima volta anche i figli del magistrato ucciso in via D´Amelio il 19 luglio del ‘92. Appartati, con la madre Agnese Piraino Leto e la zia Rita Borsellino, quasi separati da una platea quasi tutta di invitati, rappresentanti delle istituzioni, tantissimi magistrati colleghi del giudice; in prima fila il vescovo ausiliario Salvatore Di Cristina, il sindaco Diego Cammarata e il procuratore Pietro Grasso. Assenti il presidente dell´Ars Guido Lo Porto, il presidente della Regione Salvatore Cuffaro e il presidente della Provincia Francesco Musotto, alla prima hanno preso parte anche il prefetto Giosuè Marino e il questore Giuseppe Caruso, e tra i tanti magistrati, il vice di Grasso, Giuseppe Pignatone, Carlo Rotolo, il procuratore Salvatore Celesti, Leonardo Guarnotta, Antonio Ingroia, Annamaria Palma, Alberto Di Pisa, Claudio Dall´Acqua.
Il ricordo di Borsellino, prima dell´inizio dello spettacolo, è affidato proprio a Pietro Grasso. Poche parole e poi un momento di commozione, perché «dopo 13 anni, non riesco ancora ad affrontare con distacco il ricordo di un caro amico». Di Borsellino Grasso ha ricordato «il valore di un uomo in cui credere per avere ancora fiducia nelle istituzioni», e poi «il rapporto frenetico col suo lavoro, come un gioco che non gli costava fatica», ma anche «l´atteggiamento paterno nei confronti dei giovani colleghi, la semplicità e il piacere di assaporare una vita normale nei pochi attimi di libertà», fino alla coscienza, dopo l´omicidio di Falcone, che «anche il suo futuro era quello lì». Tanti applausi. Pubblico in piedi per l´intervento di Grasso, poi comincia lo spettacolo: e Massimo De Francovich è perfetto per questo viaggio a ritroso nell´"eredità di affetti" di Paolo Borsellino, che scandisce in dodici movimenti, sulle musiche di Marco Betta, il profilo psicologico di un eroe del nostro tempo, i suoi valori umani e civili. Ma anche i dubbi e le zone grigie del Tribunale di Palermo e dello Stato che avverte: «Io non potrò difenderti, io non vorrò difenderti. L´unico modo per salvare la tua vita è ignorare quello che sai bene si deve ignorare».
È stridente, a volte, l´intervento del coro femminile, metafora di una Sicilia solare, sanguigna, ferita a morte. E mentre in platea la gente applaude lo spettacolo Manfredi Borsellino commenta: «Bellissimo, mi ha emozionato molto». «L´ho trovato molto intenso - dice Rita Borsellino - mi ha impressionato soprattutto la capacità di indagare i sentimenti di Paolo, aggredendo la scena». Commossa Agnese Piraino Leto: «È uno spettacolo che racchiude verità, cultura ed arte. E da moglie di Paolo e cittadina di Palermo, tutta la mia ammirazione a Cappuccio per la bravura e il coraggio nel far rivivere le situazioni della nostra città».

7 maggio 2005 - MAFIA: CASELLI, PERSA OCCASIONE DI VINCERE LA GUERRA
ANSA:
MAFIA: CASELLI, PERSA OCCASIONE DI VINCERE LA GUERRA
IL PRCURATORE DI TORINO ALLA FIERA DEL LIBRO
 “C’ e’ stato un momento, quando opinione pubblica, istituzioni, procura di Palermo avevano messo insieme le forze, in cui si sarebbe potuto vincere la mafia, ma quell’ occasione e’ stata perduta perche’ non si e’ fatto il salto qualitativo necessario”. Lo ha affermato Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino, gia’ capo della procura di Palermo per sette anni, intervenuto oggi alla Fiera del Libro di Torino alla presentazione del volume Laterza “L’ ombra del potere” del giornalista inglese David Lane.
Un’ occasione perduta, secondo Caselli, pungolato da Marco Travaglio, “moderatore” dell’ incontro, perche’ non si e’ spinto sull’ acceleratore per proseguire con i processi agli eccellenti, ovvero quei personaggi in qualche modo vicini alle sfere politiche. “Quando gli ergastoli passarono da poco piu’ di 200 a 650, si era pensato per un momento che ce l’ avremmo fatta - ha aggiunto Caselli - ad arrivare al cuore della mafia, ovvero non solo al suo semplice braccio armato, ma a chi lo muove, che e’ il vero dna della mafia”. Invece quel fortunato processo si e’ fermato perche’, secondo Caselli, “alcune componenti dello Stato, di tutte le parti politiche, hanno accettato di non vincere fino in fondo quella guerra”. Caselli, facendo suo poi un certo ottimismo di Franzo Grande Stevens, presente all’ incontro, ha poi detto pero’ che “non si deve mollare e perdere tutte le speranze”. Invece di “lavorare per vincere fino in fondo questa guerra - secondo Caselli - e’ stata demonizzata la magistratura distribuendo accuse di comunismo a magistrati e inquirenti in prima linea. Anche Antonino Salvo e Riina - ha aggiunto - hanno dato del comunista a chi se la prendeva con loro. E questo attacco ai magistrati sta continuando come se il vero problema fosse la magistratura antimafia e non la mafia. Ed e’ un peccato - ha concluso Caselli perche’ cosi’ la mafia puo’ prendere tempo per riaffermarsi.
Abbiamo perso un’ occasione per una soluzione che a un certo punto sembrava a portata di mano, ma non si deve mollare, c’ e’ stato uno stravolgimento della situazione attraverso i media che ha contribuito a portare ad una pericolosa accettazione generale”.
Per Franzo Grande Stevens, il libro di Lane, “e’ una lezione di giornalismo perche’ basato su vere inchieste citando sempre le fonti. In questo libro - ha detto - ci sono due Italie: quella della gente perbene, con il senso della legge, e quello di chi e’ abituato a prevaricare per ottenere privilegi. Ci sono pero’ anche i quietisti, quelli che mettono le vele al vento quando il vento sta per cambiare senza esprimersi mai in prima persona per cambiare le cose”.

9 maggio 2005 - MAFIA: ARRESTATO GIUDICE A MESSINA E FUNZIONARIO DI POLIZIA
ANSA:
MAFIA: DIA ESEGUE ARRESTI PER RICICLAGGIO E CORRUZIONE
Gli investigatori della Dia di Messina stanno eseguendo 16 ordinanze di custodia cautelare in carcere nell’ ambito di un’ inchiesta antimafia che coinvolge professionisti ed imprenditori, non solo della citta’ dello Stretto, ma anche della Lombardia, della Toscana e della Sardegna.
Sono numerose le persone complessivamente indagate e le accuse che vengono loro ipotizzate, a vario titolo, sono di concorso esterno in associazione mafiosa, riciclaggio, corruzione, istigazione alla corruzione, concussione, rivelazione di segreto di ufficio e favoreggiamento personale aggravato dall’ aver favorito Cosa Nostra.
Per questa operazione vengono impiegati oltre 100 uomini della Dia che sono impegnati, sia per gli arresti, ma anche per perquisizioni e controlli ad uffici ed abitazioni di tutti gli indagati. Accertamenti e notifiche di provvedimenti giudiziari vengono effettuati anche in alcuni paesi esteri.
L’ inchiesta mette in luce collusioni fra imprenditori e boss mafiosi per il riciclaggio di denaro sporco e il coinvolgimento di magistrati in molti affari ritenuti illeciti dagli inquirenti.
La procura generale di Reggio Calabria, che ha avocato l’inchiesta, punta soprattutto sui ritardi che ha subito l’indagine e scoperchia un sistema illecito di connivenze in cui l’imprenditoria viene utilizzata per finanziare le cosche mafiose e pagare le tangenti ai politici.
L’indagine della Dia di Messina e’ basata su intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti e controlli di polizia giudiziaria. Emerge che a Messina sono confluiti gli interessi economici delle cosche di Palermo e Catania.
Dei 16 provvedimenti emessi dal gip, quattro riguardano indagati per i quali sono stati disposti gli arresti domiciliari, sei sono finiti in carcere e altrettanti sei sono ancora ricercati in ambito internazionale e per rintracciare alcuni di loro e’ stata interessata anche l’Fbi.
L’inchiesta prende spunto da una indagine avviata alcuni anni fa dalla Dda di Milano che ha riguardato un grosso riciclatore con interessi in molti paesi esteri. I pm milanesi, dopo aver notato che la competenza per molte vicende era dei colleghi siciliani e calabresi, avevano inviato a Messina e Reggio Calabria i fascicoli, che sono poi stati riuniti dalla procura generale in un solo procedimento.

MAFIA: DUE MAGISTRATI MESSINESI COINVOLTI IN INCHIESTA DIA
Due magistrati sarebbero coinvolti nell’inchiesta antimafia che stamani ha portato la Dia di Messina all’arresto di 16 persone nell’ambito di una indagine su riciclaggio e corruzione di appartenenti alle istituzioni.
Proprio in virtu’ di questo fatto, l’operazione e’ coordinata dalla procura generale di Reggio Calabria e il provvedimento di custodia cautelare e’ firmato dal gip Anna Maria Arena del tribunale calabrese.
L’inchiesta, che coinvolge anche imprenditori, era stata avviata in precedenza dalle procure distrettuali antimafia di Milano e Messina, ma l’intervento della magistratura reggina, che ha poi sviluppato l’indagine, e’ stato dovuto al fatto che e’ emerso il coinvolgimento di magistrati messinesi e in base all’articolo 11 del Codice di Procedura penale che impone lo spostamento in altro Distretto di Corte d’Appello di procedimenti che vedono imputati o parti lese le toghe, i fascicoli sono stati trasferiti in Calabria.
Sulla vicenda era anche emerso un conflitto di competenza che e’ stato risolto dal pronunciamento della Suprema corte di Cassazione. A seguito di cio’, la procura generale di Reggio Calabria ha avocato il procedimento.(ANSA)

MAFIA: 24 GLI INDAGATI DELL’INCHIESTA
Sono 24 complessivamente gli indagati dell’inchiesta condotta dalla procura generale di Reggio Calabria che stamani ha portato all’emissione di 16 ordinanze di custodia cautelare.
E’ ancora irreperibile l’ex sottosegretario al Tesoro Santino Pagano, mentre al giudice della sezione civile del Tribunale di Messina, Giuseppe Savoca, e’ stato notificato un provvedimento di arresti domiciliari per l’ipotesi di violazione di segreto.  Indagato per lo stesso reato il sostituto procuratore Vincenzo Barbaro, della Direzione distrettuale antimafia di Messina.  Arrestati anche il vicequestore Alfio Lombardo, dirigente della polizia ferroviaria a Palermo; l’imprenditore Antonino Giovanni Puglisi, ex presidente del Messina Calcio negli anni ‘80 e padre dell’attuale presidente di Assindustria Messina; Salvatore Rametta, direttore della sede del Credito Italiano di Messina.
I provvedimenti sono del gip del Tribunale di Reggio Calabria, Anna Maria Arena, su richiesta del sostituto procuratore generale Francesco Neri. Dei 16 ordini di custodia cautelare, 12 dei quali in carcere e quattro ai domiciliari, ne sono stati eseguiti finora soltanto dieci. Sei indagati sono ancora ricercati, e qualcuno di loro si troverebbe all’estero.  L’inchiesta era stata avviata dal sostituto procuratore di Milano, Luisa Zanetti, e riguardava un traffico di armi e droga che coinvolgeva anche personaggi messinesi e di Campione d’Italia. Si tratta dell’inchiesta sulla triangolazione delle armi “Arzente Isola” del 1993, nella quale erano entrati anche gli imprenditori messinesi Filippo Battaglia e Santo Spadaro, e Santo Cattafi, di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina).
L’inchiesta del sostituto milanese Zanetti si intreccia anche con quella sull’autoparco della mafia scoperto a Milano e sui legami tra la mafia siciliana, il clan Santapaola in particolare, e la Lombardia. I fascicoli del sostituto Zanetti sono finiti a Reggio Calabria dopo un conflitto di attribuzione risolto dalla Cassazione. La Procura di Reggio aveva intanto avviato un altro fascicolo sul riciclaggio di denaro sporco in attivita’ immobiliari e nel gioco d’azzardo che vede coinvolto l’ex sottosegretario Santino Pagano e l’imprenditore messinese Salvatore Siracusano, suo socio. La Procura a conclusione delle indagini aveva chiesto pero’ l’archiviazione, anche per i due magistrati messinesi coinvolti. Il gip l’ha pero’ rigettata, sollecitando la vocazione da parte della Procura generale che ha dato il via all’inchiesta.

MAFIA: IMPRENDITORE SI COSTITUISCE A DIA MESSINA
MESSINA, 9 MAG - Si e’ costituito in tarda mattinata l’imprenditore di Messina, Lamberto Sapone, per il quale il gip ha ordinato l’arresto insieme ad altre 15 persone nell’ambito dell’inchiesta denominata “Gioco d’azzardo” e nella quale sono stati arrestato un giudice del tribunale e un vice questore della polizia.
Sapone e’ stato presidente del Messina calcio negli anni Ottanta e secondo l’accusa avrebbe contribuito al “sacco edilizio” della citta’ dello Stretto, proprio nel periodo in cui si sarebbero registrati interessi e infiltrazioni delle cosche mafiose di Palermo e Catania.
Sapone era fra i cinque irreperibili che la Dia sta ancora cercando. Le altre persone per le quali e’ stato emesso il provvedimento cautelare sono l’imprenditore Rosario Spadaro, l’ex sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano, un imprenditore di Firenze e un altro di Messina e poi, in Polonia, una donna che e’ stata dipendente di Salvatore Siracusano, l’uomo d’affari messinese attorno al quale ruota gran parte dell’inchiesta. 

MAFIA: MASTELLA, PAGANO NON E’ PIU’ ISCRITTO A UDEUR DA 2001
PALERMO, 9 MAG - “In merito all’inchiesta giudiziaria di Messina, che coinvolge numerose persone, e tra queste Santino Pagano, i Popolari-Udeur, fiduciosi nel corso della giustizia, precisano comunque che l’ex sottosegretario Santino Pagano, sin dal 2001 non  risulta piu’ iscritto al partito con il quale da 4 anni non intrattiene alcun rapporto” L’ afferma il leader del partito Clemente Mastella.

MAFIA: ARRESTATO GIUDICE A MESSINA E FUNZIONARIO DI POLIZIA
Due dei 16 provvedimenti cautelari emessi dal gip di Reggio Calabria, nell’ambito dell’indagine della Dia di Messina, riguardano un giudice in servizio al tribunale di Messina e un vice questore della polizia, trasferito da diversi mesi a Palermo. I loro nomi non sono stati ancora resi noti.
Un avviso di garanzia e’ stato notificato ad un pm della Dda messinese.
Il giudice arrestato e’ Giuseppe Savoca, della sezione fallimentare del tribunale. Il magistrato e’ stato posto agli arresti domiciliari.
L’avviso di garanzia e’ stato notificato al pm della Dda, Vincenzo Barbaro, titolare di numerose inchieste antimafia. Uno dei 16 provvedimenti cautelari riguarda anche l’ex sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano (Udeur).
Il funzionario di polizia coinvolto nell’inchiesta e’ il vicequestore Alfio Lombardo, in atto dirigente della polizia ferroviaria a Palermo, al quale sono stati concessi gli arresti domiciliari. 

MAFIA: ARRESTI MESSINA; CSM CHIEDE ATTI SU GIUDICE
Il Csm ha chiesto alla procura generale di Reggio Calabria di trasmettere con urgenza l’ordinanza con cui sono stati disposti gli arresti domiciliari per il giudice del tribunale di Messina, Giuseppe Savoca, e la relativa richiesta della procura.
L’iniziativa e’ stata presa dalla Prima commissione di Palazzo dei Marescialli, presso cui da alcuni mesi pende un fascicolo su magistrati messinesi sui quali e’ in corso un’indagine penale da parte dell’autorita’ giudiziaria di Reggio Calabria. Si tratterebbe della stessa inchiesta che oggi ha portato all’arresto di Savoca e che riguarda anche un Pm della Dda di Messina, Vincenzo Barbaro.    Nei mesi scorsi la commissione aveva acquisito atti giudiziari e compiuto alcuni audizioni.

MAFIA: ARRESTI MESSINA; LUMIA, SI VADA FINO IN FONDO
CAPOGRUPPO DS IN ANTIMAFIA, COMMISSIONE IN CITTA’ TRA UN MESE
 “Sulla presenza della mafia a Messina e’ da tempo che non ci sono piu’ dubbi, come pure non ci sono dubbi che in questa citta’ ci sono pezzi della politica, dell’economia e della societa’ che hanno intrecciato il loro percorso con la mafia”. Lo afferma il capogruppo Ds in commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, commentato l’operazione antimafia a Messina.
“Dal tempo del cosiddetto ‘caso Messina’, che sollevammo con la commissione Antimafia - aggiunge Lumia - non si e’ ancora fatta piena luce su questa realta’ e questa inchiesta dimostra che i possibili punti di contatto sono molti. La stessa storia travagliata di questa inchiesta lascia molti dubbi”.
“Ora mi auguro - conclude - che si riesca ad andare fino in fondo celermente, per accertare se ci sono responsabilita’ o per dipanare ogni dubbio. Peraltro avremo modo di approfondire anche questi elementi fra meno di un mese, quando saremo a Messina in missione con la commissione Antimafia”.

MAFIA: ARRESTI MESSINA; UN’INDAGINE COMINCIATA 12 ANNI FA
E’ cominciata 12 anni fa l’indagine della Procura generale di Reggio Calabria e della Dia di Messina, denominata “Gioco d’azzardo” sfociata oggi nell’arresto di 16 persone. Tutto ha preso avvio nel 1993 quando l’allora magistrato del pool Mani pulite, Angelo Giorgianni, divenuto poi senatore, apri’ una inchiesta sul traffico internazionale di armi, denominata “Arzente Isola”.
Nell’ambito delle indagini fu individuato un personaggio di notevole spessore, Rosario Spadaro, 63 anni, originario di S.  Teresa Riva, un piccolo paese in provincia di Messina, che in pochi anni aveva costruito un impero economico ai Caraibi, nelle Piccole Antille olandesi, realizzando una catena di alberghi e gestendo persino linee aeree. Nei suoi confronti, tuttavia, non furono trovati elementi probatori sufficienti; il procedimento venne instaurato successivamente presso la Procura di Catania.
Ma dall’ inchiesta, anche a seguito di alcuni esposti trasmessi alla Procura di Reggio Calabria, emerse il collegamento tra Spadaro, il costruttore messinese Salvatore Siracusano e il suo socio, l’ex onorevole democristiano Santino Pagano. I tre avevano realizzato, negli anni, numerosi complessi residenziali a Messina, in Polonia ed a Campione d’Italia. Gli investigatori ipotizzarono che gli investimenti immobiliari, realizzati anche da altri imprenditori, sarebbero avvenuti attraverso operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da Spadaro. Nell’indagine fu coinvolto anche Giuseppe Savoca, presidente del Tribunale fallimentare di Messina, amico di Siracusano e acquirente di un appartamento al complesso “Le Terrazze” di Messina. Il magistrato venne “rivoltato come un calzino”, come disse testualmente il Pm di Reggio Calabria che condusse l’inchiesta, con accertamenti patrimoniali su lui e i suoi familiari. Ma non emerse nulla di rilevante, tanto che il procedimento si concluse con una richiesta di archiviazione.
A Reggio Calabria furono trasmessi anche i faldoni dalla Procura di Milano, relativi ad una indagine sul traffico di armi, e una sentenza della Corte di Cassazione che sciolse una controversia procedurale tra le Procure di Messina e Reggio. La Procura generale calabrese decise cosi’ di avocare l’indagine che procedeva verso l’archiviazione, per accertare quali elementi concreti vi fossero alla base delle numerose accuse. 

9 maggio 2005 - COVO RIINA; AMMESSA TESTIMONIANZA PG TORINO CASELLI
ANSA:
MAFIA: COVO RIINA; AMMESSA TESTIMONIANZA PG TORINO CASELLI
La terza sezione del tribunale presieduta da Raimondo Lo Forti ha ammesso la testimonianza del procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli,ex procuratore capo a Palermo nel processo al prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, e al colonnello Sergio De Caprio accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra.
La decisione e’ stata presa dopo una camera di consiglio durata quasi un’ ora. Il tribunale ha deciso anche di non consentire l’ acquisizione di un appunto manoscritto attribuito all’ ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Aliquo’ nel quale venivano ricostruiti i colloqui tra magistrati e carabinieri dopo la cattura di Riina. Lo Forti ha accolto l’ opposizione dei legali di Mori che avevano rilevato come la norma vieti l’ acquisizione di documenti anonimi. Il diario era infatti senza firma.
Il tribunale ha ammesso anche l’ esame della neopentita di Partinico Giusy Vitale. Il processo e’ stato rinviato al prossimo 16 maggio con l’ audizione dei colonnelli dei carabinieri Balsano e Minicucci e del maresciallo Merenda.
L’ escussione di Caselli era stata chiesta sia dai pm del processo Antonio Ingroia e Michele Prestipino, che dai difensori di Mori e De Caprio, gli avvocati Piero Milio, Enzo Musco e Francesco Romito.
Sulla possibilita’ che l’ ex procuratore di Palermo comparisse in aula in qualita’ di teste erano state comunque sollevate alcune perplessita’ ed entrambe le parti si erano rimesse alla decisione del tribunale. La questione, puramente tecnica, verte sul fatto che Caselli e’ stato il primo firmatario del procedimento “contro ignoti” aperto dalla Procura di Palermo il 17 novembre del 1997 sulla mancata perquisizione del covo di Toto’ Riina, indagine poi estinta con l’ individuazione dei due odierni imputati, e confluita nell’ odierno processo. Come ha ricordato stamane il presidente Lo Forti, il codice vieta a colui che ha svolto il ruolo di pubblica accusa di comparire in qualita’ di teste in un procedimento. Il presidente ha rilevato che “non si puo’ dubitare che Caselli nel ruolo di pubblico ministero abbia posto in essere il primo atto di questo procedimento, e da questo deriverebbe la sua parziale incompatibilita’ a testimoniare”.  D’ altra parte, ha aggiunto Lo Forti, “l’ escussione di Caselli riguarda fatti e circostanze apprese prima dell’ assunzione da parte di Caselli del ruolo di pubblica accusa, e pertanto deve essere affermata la sua capacita’ a deporre per fatti appresi prima del novembre 1997”.
Sul cosiddetto “diario” di Aliquo’, il tribunale ha invece spiegato che pur avendo l’ ex procuratore aggiunto di Palermo confermato di essere l’ autore di quell’ appunto, durante la deposizione in un procedimento per diffamazione che si e’ tenuto a Milano, “non risulta che in quell’ occasione lo scritto sia stato mostrato ad Aliquo’ per un formale riconoscimento”.  Pertanto il documento non sara’ acquisito agli atti del processo.

9 maggio 2005 - PROCESSO GIUDICE; PRONTO A DEPORRE PENTITO GIUFFRE’
ANSA:
MAFIA: PROCESSO GIUDICE; PRONTO A DEPORRE PENTITO GIUFFRE’
Il pm Gaetano Paci ha chiesto l’ audizione del pentito Antonino Giuffre’ nel processo al deputato di Fi Gaspare Giudice accusato di associazione mafiosa.
Giuffre’ dovra’ deporre, nella prossima udienza fissata per il 23 maggio, per chiarire i suoi rapporti con l’ imprenditore delle Madonie Salvatore Catanese, coimputato di Giudice nel processo.
Il pm ha chiesto anche la trascrizione di alcune intercettazioni ambientali tra Emanuele Lentini, esponente della Margherita recentemente arrestato per associazione mafiosa, e Angelo Cali’, coordinatore cittadino di Fi a Bagheria.
L’ intercettazione riguarda un incontro avvenuto al bar Ciro’ di via Notarbartolo tra Giudice e il sottosegretario allo Sport Mario Pescante. Angelo Cali’ aveva chiesto a Giudice di presentargli il sottosegretario per risolvere un problema di ripescaggio della squadra locale di calcio in una categoria di eccellenza. All ‘incontro partecipo’ anche Lentini.
Il pm ha chiesto anche di sentire in aula il capitano dei carabinieri che effettuo’ il pedinamento e gli appostamenti che portarono all’ individuazione dell’ incontro. La difesa ha chiesto la citazione di Angelo Cali’ e del dirigente del Coni Valerio Anzon.

9 maggio 2005 - OMICIDIO IMPASTATO: AMICO PEPPINO, RADIO AUT APRI’ SCONTRO
ANSA:
OMICIDIO IMPASTATO: AMICO PEPPINO, RADIO AUT APRI’ SCONTRO
GINO SCASSO,’RICORDO SCARSA SENSIBILITA’ PCI,UNITA’ E MANIFESTO’
 “L’avventura di Radio Aut, sanci’ l’innalzamento del livello dello scontro e un sostanziale isolamento”. Cosi’ Gino Scasso, amico di Peppino Impastato ed ex esponente di Democrazia Proletaria, ricorda su www.partinico.blogspot.com le “onde pazze” che mettevano alla berlina il boss di Cinisi Tano Badalamenti e il suo gruppo di potere nell’anniversario dell’omicidio di Impastato.
“Eravamo tutti un po’ incoscienti e non ci si rendeva conto del gruppo di fuoco di cui disponeva la mafia - racconta Scasso. Al funerale parteciparono tanti giovani venuti da fuori, il gruppo di Peppino e quelli dei paesi vicini, ma le finestre e le porte delle case a Cinisi erano tutte chiuse. Il Pci di allora prese le distanze, cosi’ pure l’Unita’ e lo stesso Manifesto che nei giorni seguenti all’assassinio parlarono soltanto di un giovane ucciso, facendo finta di non conoscere l’impegno di Peppino nella lotta alla mafia e al malaffare”.
“Il giorno dopo la morte di Peppino - prosegue - vennero a trovarmi i compagni di Cinisi a Partinico. Erano choccati e traumatizzati e volevano essere accompagnati in una tipografia per stampare un manifesto che doveva essere affisso a Cinisi per i funerali di Peppino dell’indomani. Andammo alla tipografia ABI che si rifiuto’ di stamparlo. Ci riuscimmo solo ad Alcamo”.
Scasso ricorda, infine che “a smontare la favola di Peppino Impastato terrorista e suicida contribuirono il giudice Peppino Di Lello ed il medico legale Ideale del Carpio”.

9 maggio 2005 – GRASSO: «RISCHIO DI UNA RIPRESA DEGLI ATTENTATI»
“La Sicilia”
Grasso: «Rischio di una ripresa degli attentati»
Parigi.  La mafia non è finita, anzi, «non è impossibile» una ripresa degli attentati in Italia: lo ha detto il procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, in un'intervista al mensile francese “Newzy”. Il mensile propone un lungo servizio dal titolo che è un gioco di parole diretto al mondo degli imprenditori: «La Mafia, società di sevizie alle imprese». Nel réportage dalla Sicilia si afferma che Cosa Nostra fa ancora l'elogio dei suoi «servizi» alle imprese e che «per meglio agire è tornata al silenzio, al punto che alcuni credono nella sua scomparsa».
«È quando la mafia non fa più parlare di sé che è più pericolosa», ricordava Giovanni Falcone, citato da “Newzy” che ha compiuto l'inchiesta anche fra imprenditori e industriali. «I nuovi mafiosi – spiega Clelia Fiore, coordinatrice per la Sicilia dell'associazione antiracket e dirigente di All Risks Breker a Messina – chiedono piccole somme: 100, o 200 euro al mese. I commercianti pensano che non sia la pena di correre rischi per così poco denaro. E Cosa Nostra si crea una rete sempre più estesa di “obbligati”».
Il procuratore Grasso sottolinea da parte sua che «si dice che la mafia si nutra di sottosviluppo economico ma anche che l'economia della Sicilia vada male a causa della mafia. Eppure, Cosa nostra sa approfittare benissimo dei periodi di prosperità. Si spartisce interessi con architetti, consulenti, imprenditori, amministratori... in particolare, per gli enormi benefici degli appalti». È lo stesso procuratore ad affermare che «non è impossibile» una ripresa degli attentati e spiega perchè: «I mafiosi detenuti, scontenti del regime carcerario, potrebbero chiedere un segnale forte a Provenzano. Non si può nemmeno escludere l'iniziativa di un candidato alla successione del “padrino”, che avrebbe voglia di mostrare la sua potenza». A chi pensa che la mafia non esista più, Grasso risponde che «l'idea sarebbe quella che ora mantiene l'ordine per operare senza troppa presenza della polizia. Ed è completamente falso. In realtà, una delle strategie di Cosa Nostra oggi è di sostenere i piccoli delinquenti per tenere occupate le forze dell'ordine ed avere cosi più spazio per le sue attività».
Intervistato anche Piero Luigi Vigna, Procuratore nazionale antimafia, per il quale «Cosa Nostra ha saputo aggiornarsi. Ha investito i capitali illeciti nel riciclaggio, gli ipermercati, le demolizioni. E occupa posizioni monopolistiche. Per esempio: se fabbrico ombrelli, non vado a installarmi nella zona di attività di un mafioso per non disturbarlo. È senza dubbio questa mafia che rappresenta la minaccia più forte per l' economia».
Tullio Giannotti

10 maggio 2005 - MAFIA: ARRESTI MESSINA; FERMATO EX SOTTOSEGRETARIO PAGANO
ANSA:
MAFIA: ARRESTI MESSINA; FERMATO EX SOTTOSEGRETARIO PAGANO
ERA APPENA SCESO DA UN AEREO ALL’AEROPORTO DI FIUMICINO
Gli uomini della Dia di Messina hanno bloccato all’aeroporto di Fiumicino l’ex deputato e sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano, destinatario di una delle 16 ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Reggio Calabria.
Il politico, coinvolto nel favoreggiamento dell’imprenditore Salvatore Siracusano, arrestato per concorso in associazione mafiosa, e’ stato bloccato mentre scendeva da un aereo proveniente dall’estero. Pagano sara’ condotto in carcere. 

MAFIA: ARRESTI MESSINA; DIFENSORE, RIENTRATO PER COSTITUIRSI
“Sin dalle ore 9 di oggi avevo dato comunicazione al sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Neri, che l’ on. Santino Pagano stava per rientrare in Calabria per mettersi a disposizione dell’ autorita’ giudiziaria reggina”. E’ quanto afferma, in una dichiarazione, l’ avv. Armando Veneto, a nome del collegio difensivo dell’ ex sottosegretario al Tesoro, coinvolto nell’ indagine della Dia di Messina su un presunto giro di speculazioni immobiliari con l’ utilizzo di denaro provento di attivita’ illecite.
“Proprio in relazione a tale proposito, documentato da un fax che l’ on. Pagano alle ore 8,40 aveva indirizzato al mio studio - ha aggiunto l’ avv. Veneto - avevo dedotto come fossero ormai inutili le ricerche di chi stava per costituirsi. Cio’ va precisato per evitare qualsiasi diversa interpretazione dei motivi per i quali l’ on. Pagano era in viaggio”.
Pagano e’ stato bloccato dalla Dia nell’ aeroporto di Fiumicino subito dopo essere sceso da un aereo proveniente dall’ estero.

MAFIA: ARRESTI MESSINA; INIZIANO OGGI INTERROGATORI GIP
Inizieranno stamani gli interrogatori di garanzia delle persone arrestate ieri nell’ ambito dell’inchiesta “Gioco d’Azzardo”, che ha portato all’ emissione di 16 ordinanze di custodia cautelare.
Il gip, Anna Maria Arena, iniziera’ ad ascoltare il giudice del tribunale di Messina, Giuseppe Savoca e il vicequestore della polizia, Alfio Lombardo, entrambi agli arresti domiciliari.
Proseguono intanto gli accertamenti da parte degli investigatori della Dia, i quali stanno analizzando i documenti trovati durante le perquisizioni.

MAFIA: ARRESTI MESSINA; LOMBARDO VOLEVA DIVENTARE QUESTORE
Voleva diventare questore di Messina o di Siracusa grazie alle soffiate che faceva ai suoi amici imprenditori indagati di concorso in associazione mafiosa.  E’ quanto emerge dai capi di accusa nei confronti del vicequestore Alfio Lombardo, arrestato ieri nell’ambito dell’ inchiesta ordinata dalla Procura generale di Reggio Calabria.
Lombardo, che si trova agli arresti domiciliari, avrebbe passato informazioni riservate all’imprenditore Salvatore Siracusano, anche lui arrestato in questa inchiesta, informandolo di ogni mossa che gli investigatori della Dia facevano nei suoi confronti e nei confronti dei suoi collaboratori.
I fatti contestati a Lombardo vanno dal 2000 al 2001. Da quanto emerge dall’inchiesta, Lombardo lo avrebbe fatto per ottenere una raccomandazione politica da parte dell’allora deputato Santino Pagano, all’epoca sottosegretario al Tesoro. Il dirigente di polizia avrebbe violato piu’ volte i suoi doveri, “abusando della sua qualita’ di funzionario” e rivelando notizie coperte dal segreto investigativo.
Per oggi e’ previsto l’interrogatorio di garanzia da parte del Gip Annamaria Arena.

 10 maggio 2005 - TALPE DDA; TESTE, MANAGER ASL AGITATO PER CONTROLLI
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; TESTE, MANAGER ASL AGITATO PER CONTROLLI
SITZIA, CATALANO IMPOSE UN BASSO PROFILO NEI CONFRONTI DI AIELLO
 “Quando seppe che avevo disposto un controllo analitico sulle cliniche di Aiello, il direttore generale della azienda Usl 6 di Palermo Guido Catalano ebbe una reazione dura e agitata, accusandomi di aver superato i limiti del mio mandato e dicendo che avocava a se’ l’ intera vicenda”.
Lo ha detto Carlo Sitzia, ex direttore amministrativo della Asl 6 di Palermo, sentito stamane nel processo alle cosiddette “talpe” della Dda che si celebra davanti alla terza sezione del tribunale presieduta da Vittorio Alcamo. Nel processo, tra gli altri, sono imputati il presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, l’ imprenditore della Sanita’ di Bagheria Michele Aiello, presente in aula, e il maresciallo del Ros Giorgio Riolo.
Esaminato dal pm Maurizio De Lucia, Sitzia, nativo di Roma, ma residente per molti anni in Veneto, ha ricostruito le vicende relative ad un controllo da lui disposto presso le cliniche Atm e Villa Santa Teresa, entrambe facenti capo ad Aiello, in seguito al suggerimento di un tecnico della Regione, Simone Cuccia, che si era accorto con sorpresa di una “esplosione di spesa” all’ interno di quelle strutture convenzionate.  “Disposi un controllo analitico che definiva incroci di verifiche su varie prestazioni - ha detto Sitzia - ma l’ingegner Catalano, con una presa di posizione dura e agitata mi disse che avevo superato i limiti del mio mandato, che avrei dovuto concordare con lui una simile iniziativa, e che avevo introdotto elementi di rottura del rapporto di fiducia con lui”.
“Non comprendevo il suo atteggiamento - ha proseguito l’ ex direttore amministrativo della Asl 6 - risposi che per me si trattava di un controllo di routine, peraltro dovuto alla segnalazione del tecnico della Regione, azionista delle strutture. Catalano replico’ che della vicenda si sarebbe occupato lui e mi disse anche che, essendo ‘di fuori’ (cioe’ non siciliano, ndr) non potevo capire determinate situazioni”.
Sitzia ha poi raccontato che Catalano si mosse anche nei confronti di Vincenzo Scala, coordinatore del gruppo che doveva effettuare il controllo. “Scala mi riferi’ - ha detto Sitzia “ che Catalano era stato molto pesante nei suoi confronti, e che era intervenuto imponendo un basso profilo”.
Alla specifica domanda del presidente Alcamo, su cosa significasse “basso profilo”, l’ ex direttore amministrativo ha risposto: “Profilo basso significava un controllo che non entrasse nel dettaglio analitico che avevo disposto io”.
“Secondo me - ha concluso Sitzia - il controllo da me disposto avrebbe evidenziato le difformita’  che poi, successivamente, sono venute fuori. Invece quello disposto da Catalano fu fatto con una procedura diversa, giustificata con la carenza di personale, anche se gli aspetti formali erano sostanzialmente corretti”.       Il processo e’ stato rinviato al prossimo 17 maggio.

11 maggio 2005 - MAFIA: ARRESTI MESSINA; GIP PROSEGUE INTERROGATORI
ANSA:
MAFIA: ARRESTI MESSINA; GIP PROSEGUE INTERROGATORI
IL 24 MAGGIO GIUDICE REGGIO CALABRIA SENTIRA’ PM BARBARO
Il gip Anna Maria Arena del tribunale di Reggio Calabria sta proseguendo anche stamani gli interrogatori delle 16 persone arrestate lunedi’ nell’ambito dell’inchiesta “Gioco d’azzardo” su mafia e riciclaggio coordinata dalla procura generale.
Gli interrogatori di garanzia si svolgono a Reggio Calabria, e in alcuni casi presenzia anche il pg Francesco Neri, titolare dell’inchiesta.
Per il 24 maggio e’ stato fissato l’interrogatorio del pm della Dda di Messina, Vincenzo Barbaro, che ha ricevuto un avviso di comparizione nell’ambito di questa inchiesta perche’ accusato di concorso nella rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio aggravato dall’avare favorito Cosa nostra e concorso nel favoreggiamento personale con il giudice del tribunale civile di Messina, Giuseppe Savoca, che e’ stato arrestato.
Barbaro, che e’ titolare di diverse inchieste antimafia, e’ indicato dagli inquirenti come la persona che avrebbe fornito notizie che dovevano rimanere coperte dal segreto investigativo sui procedimenti che vedevano coinvolti Savoca e l’imprenditore Salvatore Siracusano, indagati dalle procure di Milano e Messina per associazione mafiosa.
Secondo l’accusa, Barbaro avrebbe fornito notizie a Savoca in diverse occasioni, “avvertendolo” pure dei telefoni che erano stati messi sotto controllo e delle intercettazioni avviate anche nei confronti di Siracusano, “eludendo - scrive il pg nel capo d’accusa del pm della Dda - le investigazioni delle procure distrettuali di Messina e Milano”. I fatti contestati vanno dal 19 luglio 2000 al 29 dicembre 2001.

MAFIA: MESSINA; INTERCETTAZIONI, SAVOCA SAPEVA DI TRAFFICO ARMI
GIUDICE ARRESTATO INVITA INTERLOCUTORI A ‘STARE ATTENTI’
Somme di denaro dei boss mafiosi investiti in un traffico di Kalashnikov, in grossi quantitativi di droga e su un riciclaggio avviato in Grecia. Sono alcuni degli affari illeciti scoperti dalla Dia di Messina durante l’inchiesta “Gioco d’azzardo” che ha portato lunedi’ all’esecuzione di 16 ordini di custodia cautelare in cui sono coinvolti magistrati, funzionari di polizia, un ex sottosegretario, avvocati e imprenditori.
Durante una intercettazione ambientale registrata nel 2001 fra il giudice del tribunale civile di Messina, Giuseppe Savoca e l’imprenditore Salvatore Siracusano, entrambi arrestati in questa inchiesta, e’ stato scoperto, oltre ad alcuni retroscena inediti che riguardano l’omicidio del professore Matteo Bottari, avvenuto a Messina nel 1998, anche l’esistenza di un traffico di armi e droga.
Siracusano ne parla con Savoca, ed entrambi si pongono problemi su eventuali accertamenti della polizia e della guardia di finanza, e cercano insieme di perfezionare la spedizione da un luogo che non si comprende bene dalla registrazione.
Nell’affare sarebbe coinvolto anche Rosario Spadaro, un riciclatore attualmente ricercato all’estero e coinvolto in passato nell’inchiesta sull’autoparco di Milano.
Savoca informa i suoi complici sull’attivita’ che sta effettuando la magistratura e li mette in guardia. “Brutte cose ci dobbiamo aspettare”, dice il magistrato parlando delle inchieste in corso a Milano e Messina su questi traffici. E poi aggiunge: “State tutti attenti”. Poi fa riferimento ad alcune telefonate che Siracusano e altri indagati avevano effettuato ai Caraibi dove viveva Spadaro. Savoca li rimprovera perche’ si sono esposti troppo, gli raccomanda di “tenere sempre spenti i cellulari” e avvisa tutti che i suoi colleghi della Dda stanno indagando su Spadaro.
Il giudice Giuseppe Savoca, che e’ agli arresti domiciliari, e’ accusato di concorso nella rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, aggravato dall’avere favorito Cosa nostra, concorso nel favoreggiamento personale e concussione.

11 maggio 2005 - MAFIA: BRUSCA, OPINIONISTI SCREDITANO COLLABORATORI GIUSTIZIA
ANSA:
MAFIA: BRUSCA, OPINIONISTI SCREDITANO COLLABORATORI GIUSTIZIA
“Oggi ci sono gli opinionisti che screditano i collaboratori di giustizia, allora era diverso c’era una vera e propria strategia della tensione da parte della mafia contro i pentiti”. E’ quanto ha raccontato Giovanni Brusca davanti alla terza Corte di Assise di Palermo, nell’ aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, dove Brusca e’ stato sottoposto a un confronto con un altro pentito nell’ ambito del processo per l’ omicidio di Giovanni La Barbera, padre del collaboratore di giustizia Gioacchino, ucciso nel 1993, inscenando un finto suicidio per impiccagione, ad Altofonte.
Sollecitato dalle domande del presidente della terza Corte d’ Assise Giancarlo Trizzino alla presenza del pm della DDA di Palermo Francesco Del Bene, Brusca, dimagrito, con il volto incorniciato da una barba ben curata, parlando dell’ omicidio di La Barbera ha spiegato che la mafia aveva messo in atto una strategia della tensione contro i pentiti.
“Una strategia della tensione - ha aggiunto Brusca - nei confronti di Contorno, di Di Maggio, verso tutti i pentiti e rivolta ai loro familiari. Oggi invece ci sono gli opinionisti che screditano i collaboratori di giustizia, allora era diverso”.

11 maggio 2005 - GRASSO, SPONSOR NON RICHIESTI PER CORSA A SUPERPROCURA
ANSA:
MAFIA: GRASSO, SPONSOR NON RICHIESTI PER CORSA A SUPERPROCURA
 “E’ iniziata la corsa alla superprocura e sono scesi in campo sponsor certamente non richiesti”. E’ quanto afferma il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, commentando quanto contenuto sul suo conto nel libro di Marco Travaglio e Saverio Lodato.
“Decidera’ il Csm - aggiunge Grasso riferendosi ai candidati per la superprocura - e come non ci sono candidati eliminati per decreto, non ci saranno candidati eliminati per un libro frutto di disinformazione organizzata. Non mancheranno le sedi istituzionali e giudiziarie in cui far trionfare la verita””. 

11 maggio 2005 - LIBRI: TRAVAGLIO-LODATO, ‘LA MAFIA E’ AL POTERE’
ANSA:
LIBRI: TRAVAGLIO-LODATO, ‘LA MAFIA E’ AL POTERE’
‘INTOCCABILI’ AFFERMA CHE PROCURA DI PALERMO E’ NORMALIZZATA
“Perche’ la mafia e’ al potere. Dai processi Andreotti, Dell’Utri & c. alla normalizzazione”. Gia’ dal sottotitolo in copertina, il libro (Rizzoli, pp.470 - 10,00 euro) di Saverio Lodato e Marco Travaglio si annuncia dirompente. Ma e’ al procuratore di Palermo Piero Grasso, all’ “andamento lento” instaurato nel dopo Caselli, il colpo piu’ duro che mena l’inedita alleanza tra il giornalista, che per ‘L’Unita” segue le cose di mafia da oltre vent’anni, e il suo collega de ‘La Repubblica’, gia’ autore di sei libri-inchiesta su Berlusconi.
Lodato e Travaglio puntigliosamente enumerano leggi varate, elencano brani di atti giudiziari, riportano dichiarazioni ed interviste, analisi con firme autorevoli. A partire da Sciascia e dalla sua divisione tra “letteratura di parole e letteratura di fatti”, o dalla disputa solo apparentemente nominalistica lunga oltre cent’anni, da Pitre’ a Camilleri, su quella parola di cinque lettere: mafia.
Partono da lontano, dal prefetto Mori e Portella della Ginestra, raccontando ‘cent’anni di solitudini’, ma rileggono notissime vicende giudiziarie, come i processi Andreotti o Carnevale, in una chiave singolare: mettendole a confronto con processi celebrati pressoche’ contemporaneamente a imputati ‘qualsiasi’. E ad insigni giuristi fanno rilevare come ci si trovi di fronte ad un “innalzamento della soglia probatoria necessaria per condannare imputati eccellenti”. Ripropongono l’amara storia delle trappole, dei codicilli, ed infine del tritolo, posti sulla strada di Giovanni Falcone affiancandogli nelle stesse pagine le invettive contro il giudice Caselli, nei sette anni in cui e’ stato procuratore di Palermo ed ancora oggi, che e’ candidato alla direzione della procura nazionale antimafia (ma un decreto legge ad hoc lo ha eliminato dalla gara).
Lodato e Travaglio non hanno riguardi per nessuno, dagli imputati eccellenti alle grandi firme del giornalismo, dall’attuale maggioranza ai D’Alema e Boato della Bicamerale, al Del Turco presidente dell’antimafia. Ma se gia’ nel ‘95, con la riforma della custodia cautelare votata assieme da destra e sinistra, dicono, c’e’ “la prova generale di quel che accadra””, sono gli anni piu’ recenti, quelli dal 1999, che raccontano la normalizzazione fin nella procura di prima linea, quella di Palermo. Del procuratore Piero Grasso, gli autori riportano “il pedigree di tutto rispetto” che gli vale, nel ‘99, l’appoggio “delle correnti togate piu’ vivaci e attente alla lotta alla mafia, Caselli compreso”, la prima intervista alla Repubblica nella quale parla di “squadra straordinaria ereditata” alla procura, di “santuari da scoperchiare”. Ma anche, sempre in quell’intervista, sottolineano “una sbavatura”: “io gioco benissimo (a pallone, ndr). Ho cominciato prestissimo e potevo fare il calciatore. Ma quando avevo 14 anni ho deciso di studiare e dedicarmi al calcio solo come hobby... Giocavo nella Bacigalupo, avevo 14 anni e il mio allenatore ne aveva 17: era Marcello Dell’Utri”. Quel Dell’Utri che era allora uno degli imputati eccellenti della procura di Palermo. Una battuta, rilevano gli autori, che non viene notata neppure nella “realta’ siciliana che vive di segnali”, ma che sara’ rilanciata dallo stesso Dell’Utri nella sua dichiarazione spontanea al processo nel novembre 2004: “il procuratore Grasso, quando era giovane, giocava a calcio nella mia squadra... era famoso perche’ a fine partita usciva sempre pulito dal campo, anche quando c’era il fango, lui riusciva sempre a non schizzarsi...”. Dalle parole ai fatti. Enumerati puntualmente per oltre 150 pagine: dal “passato che ritorna” ovverosia Giuseppe Pignatone, “fedelissimo di Giammanco che si era meritato gli strali di Falcone”, che aveva lasciato la procura “nel ‘95, quando il gioco si era fatto duro” per tornarvi con Grasso e diventare ben presto “l’alter ego del capo”. Poi la riorganizzazione della Dda: “Roberto Scarpinato, che si e’ sempre occupato di mafia palermitana, viene inopinatamente dirottato su Trapani; al suo posto, a occuparsi di Palermo, va Sergio Lari che si e’ sempre occupato di Trapani”, benche’ entrambi chiedano di restare ai propri posti.  Ancora, le scorte dimezzate ai pm, e sempre all’interno della Dda le informazioni non piu’ condivise, ma centellinate dal procuratore. E giu’ l’elenco degli equivoci, delle occasioni investigative perse, delle liti, che da questo nuovo corso sono derivate secondo quanto i magistrati della vecchia squadra rimasti nella Dda hanno mano a mano denunciato al Csm. “Il ‘nuovo’ corso instaurato spinge molti ad andarsene”, ricordano gli autori, ma, soprattutto, scrivono, e’ riassumibile in qualche dato: un solo politico di prima grandezza, cioe’ il governatore di Sicilia Toto’ Cuffaro, indagato per mafia tra il ‘99 ed il 2005. “Il confronto con le indagini su mafia e politica della stagione Caselli, ma anche con quelle contemporanee di procure piu’ periferiche, come quella di Puglia, Calabria e Basilicata, e’ piuttosto imbarazzante”. E giu’ di nuovo l’elenco di nomi, numeri di latitanti catturati, arresti, processi, condanne della gestione Caselli a raffronto con quella Grasso.
“Come siamo caduti cosi’ in basso? Com’e’ possibile che la guerra alla mafia, che 10 anni fa pareva non lontana dal successo, sia finita con la mafia al potere?” si chiede, riferendosi al quadro generale, non alla sola procura palermitana, Paolo Sylos Labini, che da 40 anni studia il fenomeno mafioso, nella prefazione al volume. Travaglio e Lodato lo chiudono con un’altra terribile affermazione: “tredici anni fa per sbarrare a Falcone e Borsellino la strada della Superprocura ci volle il tritolo. Oggi per fermare Caselli, basta un decreto”.

11 maggio 2005 – RIVELAZIONI DEL PENTITO SPARACIO
“La Repubblica”
LE RIVELAZIONI
Parla il pentito Sparacio
Il grande affare con Fininvest
Un cospicuo investimento, un terreno comprato dalla Fininvest a Messina e "affidato" a Santino Pagano e Salvatore Siracusano. La rivelazione, fatta allo scomparso pm della Dda di Firenze Gabriele Chelazzi, è del pentito Luigi Sparacio (nella foto). «È stato un grossissimo investimento, non so quante ville stanno facendo, oltre 500, 1.000. Quando la Fininvest ha comprato questo terreno, nel ´90-91, glielo ha dato in gestione ai due, l´onorevole Pagano, che era vicino ad Alfano, e a Salvatore Siracusano. Ricordo che sono riusciti a bloccare il piano regolatore solo ed esclusivamente per avere la vendita di queste ville. Io mi stavo trovando a fare un´estorsione alle ditte che stavano lavorando là e ho bloccato tutti i clan messinesi a non commettere estorsioni a quella struttura».

11 maggio 2005 – PROVENZANO: CRITICHE AL PIZZO ECCESSIVO
“Il Tempo”
Provenzano scrisse ai picciotti «Il triplo pizzo pretesa eccessiva»
Palermo, nove in cella accusati di mafia ed estorsione
di ROSANNA LI MANDRI PALERMO — Passi il pizzo, ma il triplo pizzo no. Questo in sintesi il "Provenzano pensiero" messo nero su bianco dal boss superlatitante in un messaggio sequestrato al collaboratore di giustizia
Nino Giuffré, ex braccio destro del padrino. Il "pizzino" è finito agli atti dell'inchiesta coordinata dalla Dda di Palermo che ieri ha portato all'arresto di nove persone accusate di mafia ed estorsione. Si tratta di uomini della zona delle Madonie, ritenuti affiliati alla cosca di San Mauro Castelverde (Palermo). Tra gli arrestati c'è pure Angelo Prisinzano, uno tra i più grossi autotrasportatori d'Europa. L'indagine è partita dalle rivelazioni di alcuni imprenditori che, convinti di essere di fronte a piccoli delinquenti, hanno denunciato alle autorità di aver ricevuto richieste di pizzo e intimidazioni. Ma a battere cassa non erano criminali senza padrone. Era la mafia che mandava in trasferta uomini d'onore di altre famiglie. Una "finezza" dell'organizzazione criminale che si adegua ai tempi e, in senso lato, alla legge. «L'estorsione aggravata dal fine di agevolare Cosa nostra ha pene molto alte - ha spiegato il procuratore Michele Prestipino, uno tra i coordinatori dell'inchiesta - L'impiego di esattori di famiglie diverse da quelle del luogo in cui ha sede l'attività nel mirino del racket rende difficile provare che gli esattori agiscano per l'organizzazione e non per fini personali: si rischia quindi di vedere inapplicata l'aggravante». Quindi condanne meno forti. Così a San Mauro operavano a volte uomini di Brancaccio. A raccontarlo agli inquirenti è stato proprio Nino Giuffré, uomo di fiducia di Provenzano che nel pizzo come risorsa ha sempre creduto. Ma Binnu non voleva strafare tanto che, nella lettera sequestrata a casa di Giuffré, invitava a trovare una soluzione per la vicenda degli imprenditori Aloisio, titolari di un'azienda di calcestruzzi, soggetti a un "triplo pizzo". Pretesa eccessiva anche per Provenzano che scrive: «C'è qualcosa che non funziona».

12 maggio 2005 – LIBRO SU BORSELLINO
“La Sicilia”
Com'era Paolo Borsellino, diario e testimonianze sul magistrato ucciso dalla mafia
Com'era Paolo Borsellino, l'ultimo giudice assassinato dalla mafia a Palermo assieme ai cinque agenti della scorta? La risposta l'hanno data Umberto Lucentini del «Giornale di Sicilia» che ha scritto un libro sul personaggio e Enzo Barone, amico personale del magistrato, durante un meeting organizzato allo Sheraton dalla commissione distrettuale per le relazioni esterne dei Rotary di Catania (presidente Arturo Giorgianni), Acicastello (presidente Salvatore Consoli) e Etna-Sudest (presidente Ignazio Moncada). Moderatore l'editorialista della «Sicilia» Tony Zermo.
Dopo il saluto del presidente del Rotary di Acicastello Salvatore Consoli, Umberto Lucentini ha ricordato come nell'86, giornalista professionista di primo pelo, potè avere con sua sorpresa un colloquio di quattro con Paolo Borsellino, appena nominato procuratore di Marsala. «Borsellino non spiccicava parola mentre era in corso un'indagine, ma quando questa indagine era conclusa allora spiegava come e perché ci si era arrivati. E nell'86 era appena cominciato il maxiprocesso all'Ucciardone istruito da lui e da Giovanni Falcone».
Lunghi, fruttuosi ed educativi i contatti tra il giovane giornalista e il magistrato esperto e dispensatore di consigli, umanissimo e tenace, sereno nello sfidare i pericoli.
Tra il pubblico c'era anche il figlio del magistrato, Manfredi, commissario di polizia a Palermo. E di lui, della sua famiglia ha parlato a lungo anche Enzo Barone, ricordando il piacere di Paolo Borsellino nel passare le giornate estive nel villino a mare accanto a quello di Barone, il suo entusiasmo nel guidare la barchetta, o nel preparare l'arrosto alla carbonella.
«Quando fu nominato procuratore di Marsala - dice Barone - gli chiesi come faceva con gli impegni domestici, tipo lavare i piatti, visto che la famiglia era rimasta a Palermo. E lui mi rispose: "Semplice, metti i piatti sotto l'acqua calda, poi fai cadere ad altezza d'uomo il sapone liquido, accendi una sigaretta e aspetti che tutto si compia". Ma come, gli dissi, lavi i piatti fumandoti la sigaretta? “Sì, esattamente così, prova anche tu”». Un altro flash: «C'era una festa di ragazzi nella villetta a mare di Paolo. D'improvviso arrivò una telefonata di Caponnetto: c'era rischio di attentato. Arrivarono cinquanta carabinieri che circondarono la villa, gli spaghetti si raffreddarono, ma la festa continuò. L'indomani mattina Paolo andò all'Asinara con Giovanni Falcone per preparare l'ordinanza del maxiprocesso a Cosa Nostra».
Attraverso il racconto di Lucentini e di Barone è scaturito un inedito e interessante ritratto umano del grande magistrato, a cui Tony Zermo ha aggiunto alcuni ricordi personali legati alle stagioni del maxiprocesso dell'86 e delle stragi del '92.
L. S.

12 maggio 2005 - LODATO-TRAVAGLIO VERSO QUERELA PROCURATORE PALERMO
ANSA:
MAFIA: LODATO-TRAVAGLIO VERSO QUERELA PROCURATORE PALERMO
AL CENTRO DELLO SCONTRO LIBRO ‘INTOCCABILI’
I giornalisti Saverio Lodato e Marco Travaglio, autori del volume ‘Intoccabili’ che ieri il procuratore di Palermo Grasso ha definito “frutto di disinformazione organizzata”, si sono rivolti ai loro legali “per verificare sin d’ora se non ci siano sedi giudiziarie ed istituzionali in cui far trionfare la verita’ per adoperare le parole del procuratore. Noi - affermano- siamo convinti che di strada ce ne sia piu’ d’una”.

12 maggio 2005 - STRAGE VIA D’AMELIO; ASSOLTO FUNZIONARIO DI POLIZIA
ANSA:
MAFIA: STRAGE VIA D’AMELIO; ASSOLTO FUNZIONARIO DI POLIZIA
Il giudice monocratico del tribunale di Caltanissetta ha assolto, perche’ il fatto non sussiste, il funzionario di polizia Roberto Di Legami, accusato di false dichiarazioni al pubblico ministero nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.
Il giudice ha deciso dopo una lunga camera di consiglio. Il pm della Dda, Aldo Negri, aveva chiesto la condanna a due anni di reclusione. Il tribunale ha pero’ accolto la tesi della difesa sostenuta dall’avvocato Francesco Crescimanno.
La dichiarazione ritenuta “falsa” riguardava la presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio immediatamente dopo la strage:
due ufficiali dei carabinieri dissero al pm di avere appreso questa circostanza proprio da Di Legami, che allora era funzionario della squadra mobile, tra i primi ad arrivare nel pomeriggio del 19 luglio ‘92 in via D’Amelio.
Il funzionario di polizia ha sempre smentito di avere parlato con i due ufficiali e le rispettive posizioni non sono mutate neanche durante il confronto cui i tre sono stati sottoposti dal pm di Caltanissetta.
Durante il dibattimento, durato oltre due anni, e’ stata svolta una approfondita attivita’ istruttoria durante la quale sono state citate decine di persone, funzionari di polizia, agenti e carabinieri. Parte dei retroscena della strage, anche inediti, e’ stata esaminata in aula.

12 maggio 2005 - SUICIDA BOSS BOTTARO A SIRACUSA, ERA AI DOMICILIARI
ANSA:
MAFIA: SUICIDA BOSS BOTTARO A SIRACUSA, ERA AI DOMICILIARI
TRE VOLTE CONDANNATO ALL’ERGASTOLO, AVEVA GRAVE MALATTIA
Tre volte condannato all’ergastolo, Salvatore Bottaro, 47 anni, si e’ tolto la vita a Siracusa sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Considerato uno degli esponenti di primissimo piano della mafia locale, l’uomo era ai domiciliari dallo scorso autunno perche’ gravemente malato.
Il boss si e’ ucciso nel pomeriggio sul pianerottolo della sua casa di periferia. La moglie non si e’ accorta di nulla. Il nome di Bottaro e’ legato alla sanguinosa guerra di mafia combattuta nel Siracusano tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio di Novanta. Indicato come capo dell’omonima famiglia mafiosa, era rimasto coinvolto in numerose inchieste. In carcere e’ stato sottoposto a lungo al regime del 41 bis. Sul suicidio indaga la squadra mobile di Siracusa.

13 maggio 2005 - REGALI A PROVENZANO DAI BOSS DI BAGHERIA
ANSA:
MAFIA: REGALI A PROVENZANO DAI BOSS DI BAGHERIA
Sono diverse le somme versate dai
boss di Bagheria al loro padrino, il capomafia latitante Bernardo Provenzano. Il dato emerge dall’ inchiesta della Dda condotta dai carabinieri del Ros che stamani ha portato all’esecuzione di sei ordini di custodia cautelare.
Nel libro mastro trovato dai militari lo scorso gennaio a casa di Giuseppe Di Fiore, uno dei favoreggiatori della primula rossa corleonese, il nome di Provenzano e’ indicato con la lettera “z”. Emerge cosi’ che nel dicembre 2002 gli sono stati fatti diversi regali, andati al boss e ai suoi familiari che vivono a Corleone. Si tratta di un primo versamento di 24 mila euro, poi di cinquemila e infine di due.
La contabilita’ della cosca riporta inoltre che nel 2004 a “z” sono andate diverse somme di denaro. Per gli investigatori sembrerebbero “piccoli oboli”, consegnati al loro capo in segno di “reverenza”.
I sei provvedimenti cautelari eseguiti dai carabinieri del Ros riguardano cinque persone gia’ detenute dallo scorso gennaio, e una che era a piede libero. E’ cosi’ finito in carcere l’imprenditore Nicolo’ Testa, di 43 anni, di Bagheria, al quale e’ stata anche sequestrata l’impresa edile.
L’ordine di custodia e’ stato notificato in cella a Onofrio Morreale, Giuseppe Di Fiore (nella sua abitazione e’ stato trovato il libro mastro), Carmelo Bartolone, Giuseppe Pinello e Giuseppe Verruso.

MAFIA: VITTIME PIZZO DENUNCIANO FAVOREGGIATORI PROVENZANO
Commercianti e imprenditori vittime delle estorsioni hanno denunciato a Bagheria i favoreggiatori del boss latitante Bernardo Provenzano, che per diverso tempo hanno loro imposto il pagamento del pizzo. In base a queste testimonianze e ai riscontri trovati dai carabinieri durante le indagini svolte per la cattura del vecchio padrino corleonese, ricercato da 42 anni, il gip di Palermo, Giacomo Montalbano, ha emesso sei ordini di custodia cautelare.
I provvedimenti, richiesti dal pm della Dda Michele Prestipino, sono stati eseguiti stamani dai carabinieri del Ros che sono impegnati in diversi anocra in controlli e perquisizioni.
L’indagine prende spunto dai risultati delle perquisizioni svolte il 25 gennaio scorso durante l’operazione “Grande mandamento” in cui sono state arrestate 51 persone, tutte ritenute favoreggiatori di Provenzano. Nell’abitazione di uno degli indagati i militari della sezione anticrimine trovarono banconote, rendiconti bancari per milioni di euro e un “libro contabile” in cui era segnato dal 2002 al 2004 il bilancio della famiglia di Bagheria, con le entrare e le uscite, compresi i versamenti destinati a Bernardo Provenzano e ai suoi familiari.
Sul libro e sulle mazzette di banconote erano segnati anche i nomi dei commercianti che avevano pagato il pizzo. Molte di queste vittime hanno collaborato con gli inquirenti, indicando la persona a cui avevano consegnato i soldi, confermando pure le estorsioni subite.
Per gli imprenditori e i commercianti, di cui i carabinieri sono certi essere stati taglieggiati dai boss, che hanno negato di aver versato somme di denaro, sono stati denunciati per favoreggiamento e per questo motivo a 21 di loro e’ stato notificato un avviso di garanzia.

13 maggio 2005 - RIOLO, CUFFARO MI CHIESE SE INDAGAVANO SU DI LUI
ANSA:
MAFIA: RIOLO, CUFFARO MI CHIESE SE INDAGAVANO SU DI LUI
MARESCIALLO DEL ROS IN AULA, GLI RISPOSI CHE NON SAPEVO NULLA
 “Una sola volta Cuffaro mi chiese se ero a conoscenza di indagini che lo riguardavano. Fu nel Natale del 2001, ero andato in presidenza a fare gli auguri, e mi domando’ se c’ erano problemi nei suoi confronti”. Lo ha detto il maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, sentito stamane nel processo al maresciallo Antonio Borzacchelli, accusato di concussione, che si celebra a Palermo davanti alla terza sezione del Tribunale presieduta da Antonio Prestipino.
“Io gli risposi - ha proseguito Riolo - che non ne sapevo niente, perche’ facevo il tecnico e non mi occupavo delle indagini”.
Riolo, che e’ accusato di concorso in associazione mafiosa, e’ imputato nel processo alle cosiddette “talpe” della Dda, ed e’ tuttora detenuto. Esaminato dal Pm
Nino Di Matteo, il maresciallo del Ros ha riferito stamane dei suoi rapporti con il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, presentatogli nel ‘98 da Borzacchelli, e delle tre “bonifiche” che effettuo’ in via amichevole nell’abitazione privata, nei locali dell’assessorato e successivamente nello studio della presidenza di Palazzo d’Orleans a favore di un Cuffaro timoroso di essere spiato dagli avversari politici.
Riolo ha raccontato anche dei favori che chiese a Cuffaro, prima per un suo compaesano che aspettava un finanziamento, e poi per invocare l’assunzione di suo fratello.
Il contenuto della deposizione del maresciallo del Ros, durata circa due ore, e’ praticamente lo stesso di quella resa nei mesi scorsi nel processo alle “talpe”. Al pm che gli chiedeva come mai si rivolgesse a Cuffaro per invocare dei favori, nonostante il coinvolgimento del presidente in alcune intercettazioni, Riolo ha risposto: “Mi ero convinto incoscientemente che era fuori dalle indagini. E comunque, era sempre il presidente, l’unico che poteva farmi il favore di trovare un posto a mio fratello”. Poi, pero’, Riolo ha detto che si sentiva “usato”, perche’ il presidente non trovo’ mai una collocazione per suo fratello disoccupato.
A risolvere il problema, comunque, intervenne l’ imprenditore della Sanita’ Michele Aiello. “Mi rivolsi a lui - ha detto Riolo - che poco dopo assunse mio fratello in una delle sue aziende”. Riolo, a questo punto, ha manifestato un malore e ha chiesto un rinvio. Il  processo riprendera’ venerdi’ prossimo per la prosecuzione dell’esame e il controesame di Aldo Carcione.

13 maggio 2005 - STRAGI ‘92; PG CHIEDE ERGASTOLI E 20 ANNI PER GIUFFRE’
ANSA:
MAFIA: STRAGI ‘92; PG CATANIA VERSO CONCLUSIONE REQUISITORIA
Il sostituto procuratore generale di Catania, Michelangelo Patane’, sta concludendo la requisitoria nel processo per le stragi del 1992 in cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il processo si svolge davanti ai giudici della corte d’assise d’appello di Catania e riguarda 16 imputati, per i quali la Cassazione aveva annullato con rinvio le loro posizioni.
Fra gli imputati figurano il collaboratore di giustizia Antonino Giuffre’ e i boss mafiosi Pietro Aglieri, Francesco Madonia e Benedetto Spera.
La requisitoria era iniziata il 19 novembre scorso. Il pg sta concludendo la posizione che riguarda Stefano Ganci, anche lui imputato, e poi iniziera’ ad elencare alla Corte le richieste che ha formulato.

MAFIA: STRAGI ‘92; PG CHIEDE ERGASTOLI E 20 ANNI PER GIUFFRE’
Il sostituto procuratore generale di Catania, Michelangelo Patane’, ha chiesto per 13 imputati la condanna all’ergastolo. Unica eccezione e’ stata fatta per i collaboratori di giustizia
Nino Giuffre’ per il quale e’ stata chiesta una pena di 20 anni mentre per Stefano Ganci, 26 anni.
La requisitoria, iniziata a novembre, ha tratto tutti gli aspetti dei due processi per le stragi del ‘92 che, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Cassazione, sono stati riunificati dalla Corte in un unico procedimento.
Secondo l’accusa l’impianto accusatorio formulato in passato dai magistrati di Caltanissetta che avevano istruito i processi per le stragi di Capaci e via d’Amelio, viene riconfermato anche in base alle dichiarazioni dei nuovi collaboratori di giustizia.
Per il procuratore generale Michelangelo Patane’, ci sarebbe un’ unica mano, quella di Cosa nostra, che ha armato gli ordigni che hanno ucciso Govanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte.
I boss Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella e Salvatore Buscemi sono ritenuti colpevoli dall’accusa per entrambe le stragi e per loro e’ stato chiesto l’ergastolo.
Per la strage di Capaci la condanna al carcere a vita e’ stata chiesta per Francesco e Giuseppe Madonia e Giseppe Montalto. Per l’attentato in via D’Amelio la massima pena e’ stata avanzata dal pg per Carlo Greco, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate, Giuseppe Calo’, Antonino Geraci e Benedetto Spera.
Il pg ha chiesto alla Corte per Giuseppe Luccesi, che e’ imputato solo di associazIone mafiosa, la condanna, in continuazione, a tre anni di carcere.