Almanacco dei misteri d' Italia
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1 marzo 2005 - GIUSTIZIA: PROROGA VIGNA, VOTO CHIUDE VICENDA CONTESTATA
ANSA:
GIUSTIZIA: PROROGA VIGNA, VOTO CHIUDE VICENDA CONTESTATA
Il voto del Senato che ha prorogato al 1 agosto l' incarico di Vigna alla guida della Procura Nazionale Antimafia chiude una vicenda sulla quale si sono scatenate nelle scorse settimane forti polemiche, soprattutto da parte di magistrati ed esponenti dell'opposizione che avevano considerato il provvedimento un modo per bloccare la nomina di Giancarlo Caselli, attuale procuratore generale di Torino.
Della sorte del vertice dell'Antimafia si comincia a parlare lo scorso 4 novembre, quando il plenum del Csm aveva messo a concorso il posto di procuratore antimafia, ricoperto da Vigna da otto anni e che, secondo le attuali regole, avrebbe dovuto essere lasciato il 15 gennaio. Tra i possibili candidati in possesso dei requisiti Giovanni Tinebra, direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; Giancarlo Caselli e il procuratore di Palermo, Piero Grasso.
Ma il 30 dicembre il Consiglio dei Ministri nel decretone "milleproroghe" inserisce la proroga di sei mesi dell' incarico di Vigna che non aveva fatto mistero del suo desiderio di rimanere. Le polemiche e le critiche al provvedimento non tardano ad arrivare. Il 7 gennaio, 38 magistrati, tra i quali il presidente del tribunale di Roma, Luigi Scotti, i pm palermitani Guido Lo Forte e Antonio Ingroia e quelli milanesi Piercamillo Davigo, Armando Spataro, Ferdinando Pomarici, chiedono a Vigna di rinunciare alla proroga perche' in contrasto "con la Costituzione e perche' integra forse il piu' grave attacco di questi anni all' indipendenza della magistratura". Il Csm si pronuncia sostenendo che "la proroga presenta profili di incostituzionalita' e servirebbe solo a evitare che l'incarico resti senza titolare, e che quindi il concorso gia' bandito dal Csm per la nomina del nuovo procuratore deva andare avanti".
C'e' chi, come Antonino Caruso (An), presidente della commissione Giustizia al Senato, spiega che l'obiettivo "e' di evitare che l'incarico possa essere affidato a Gianfranco Caselli". La Cdl si muove, dunque, su due binari paralleli:
alla Camera, con il decreto milleproroghe (all'esame della commissione Affari costituzionali) che allunga di sei mesi il mandato di Vigna, e al Senato, con la riforma dell' ordinamento giudiziario con i "ritocchi" non solo sui punti indicati dal presidente della Repubblica, ma anche sulle norme che fissano la scadenza dei termini di alcuni incarichi.
Nel frattempo la commissione Affari costituzionali della Camera introduce una modifica al decreto milleproroghe che allunga la "reggenza" di Vigna fino al 31 dicembre. Eppure la proroga gia' contenuta nel decreto sarebbe bastata da sola a scongiurare l'arrivo di Caselli, visto che secondo la riforma dell'ordinamento giudiziario non si possono ricoprire incarichi dirigenziali per un periodo inferiore ai 4 anni, e Caselli ad agosto sarebbe stato fuori gioco per limiti d'eta', dovendo andare in pensione prima del termine del mandato.
Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, assicura: "Io contro Giancarlo Caselli non ho assolutamente nulla, e il fatto che il decreto che proroga l'incarico di Pierluigi Vigna alla procura Nazionale Antimafia non sia un atto contro di lui lo dimostrera' la storia". La Cdl il primo febbraio presenta un altro emendamento, che pone fine al mandato di Vigna il primo agosto. Il 9 febbraio l'aula della Camera da' il suo si' al decreto legge detto milleproroghe, contenente la norma relativa a Vigna, che cosi' passa al Senato ed ottiene oggi il via libera definitivo.1 marzo 2005 - PROVENZANO; ASSESSORE SANITA',NESSUN BENEFICIO A BOSS
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO; ASSESSORE SANITA',NESSUN BENEFICIO A BOSS
"Dal 1991 ad oggi, negli archivi dell'ispettorato regionale sanitario incaricato di autorizzare i ricoveri fuori regione o all'estero dei cittadini siciliani, non esiste alcuna pratica intestata ad un Troia". Lo sostiene l'assessore regionale alla Sanita', Giovanni Pistorio, dopo aver appreso di una indagine della Procura di Palermo che sta accertando l'ipotesi che Bernardo Provenzano abbia beneficiato del sistema sanitario regionale per un'operazione alla prostata in una clinica a Marsiglia.
L'intervento chirurgico in Francia risale ad ottobre 2003. Per il ricovero il capo di Cosa nostra ha utilizzato il nome di un pensionato: Gaspare Troia, un panettiere di 72 anni di Villabate, che non e' mai stato sottoposto ad intervento chirurgico.
"Appresa la notizia di stampa - afferma l'assessore Pistorio
- e' stata effettuata una ricognizione nell'archivio dell'Ispettorato che ha dato esito negativo". La Dda ha gia' disposto il sequestro di documenti negli uffici dell'Ausl 6.MAFIA: PROVENZANO; GEORGOFILI, RABBIA PER RIMBORSO INTERVENTO
I familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili esprimono "rabbia" all'ipotesi che a Bernando Provenzano, fra i condannati per l'attentato del 1993, sia stata rimborsata l'operazione chirurgica a cui si e' sottoposto in un ospedale di Marsiglia.
Ricordando che i propri cari rimasti feriti nell'attentato ancora oggi "aspettano i giusti risarcimenti", i familiari delle vittime di via dei Georgofili ribadiscono che cio' che conta e' che sia Toto' Riina che Provenzano scontino l'ergastolo "per i massacri commessi". Auspicano infine che "la pista sanitaria relativa a Provenzano, alla quale viene dato molto risalto, serva almeno a raggiungere lo scopo per dare giustizia ai morti di Firenze".MAFIA: PROVENZANO; GRASSO,SE E' STANCO QUESTA VITA SA CHE FARE
DISPONIBILI SIA ACCOGLIERLO IN GALERA,SIA A COLLABORAZIONE SERIA
"Se e' stanco di questa vita, beh, sa bene quello che puo' fare e quindi noi certamente siamo disponibili sia ad accoglierlo dove lui ben sa, e cioe' nelle patrie galere, sia per una eventuale collaborazione. Ma che sia una collaborazione seria". Questo l'appello che Pietro Grasso, Procuratore della Repubblica di Palermo, ha rivolto al boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano durante un'intervista al TG LA7 delle 20.00.
La versione integrale dell'intervista sara' trasmessa prossimamente nel corso del programma "Effetto Reale", in onda ogni lunedi' a mezzanotte circa su LA7.1 marzo 2005 - RICICLAGGIO; INDAGATO PADRE BUCARO, PRESIDENTE 'BORSELLINO'
ANSA:
MAFIA: RICICLAGGIO; INDAGATO PRESIDENTE CENTRO 'BORSELLINO'
SACERDOTE ANTIMAFIA COINVOLTO IN INCHIESTA
Nell' inchiesta della Dda palermitana per riciclaggio di denaro, forse proveniente dal patrimonio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e condannato per mafia, entra anche il nome di un sacerdote antimafia, padre Giuseppe Bucaro, 59 anni, presidente del centro "Paolo Borsellino" sostenuto dalla signora Agnese, vedova del magistrato assassinato il 19 luglio '92 in via Mariano D' Amelio insieme a 5 poliziotti della scorta.
Padre Bucaro, al contrario di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, titolare della societa' Pentamax che commercia divani, e del tributarista Gianni Lapis, e' indagato per riciclaggio senza l'aggravante del favoreggiamento della mafia.
Il nome del sacerdote, come scrive il Giornale di Sicilia, sarebbe anche stato pronunciato da altri indagati e registrato durante le intercettazioni telefoniche dagli investigatori.
La posizione di padre Bucaro nell'inchiesta e il suo ruolo negli affari per investire alcuni miliardi di lire (dieci sospettano gli investigatori, che proverrebbero dal 'tesoro' dell'ex sindaco Ciancimino) non e' ancora chiara.
Il legale del sacerdote, Francesco Crescimanno, che fu candidato del Centrosinistra nella corsa a sindaco di Palermo poi vinta da Diego Cammarata, non prende posizione aspettando l' interrogatorio di Bucaro che dovrebbe avvenire entro la settimana.MAFIA: RICICLAGGIO; PADRE BUCARO GIA' INDAGATO PER TRUFFA
Il presidente del "Centro Paolo Borsellino", padre Giuseppe Bucaro, lo scorso anno era stato gia' finito nel registro degli indagati con l'accusa di truffa e abuso d' ufficio in concorso con il presidente di una cooperativa. Adesso e' indagato nell'ambito di un'altra indagine di riciclaggio.
La prima inchiesta si e' concretizzata lo scorso anno con gli avvisi di garanzia ed era coordinata dal pm Alessandro Di Taranto e faceva riferimento ad una iniziativa "Natale insieme" del dicembre 2002. Secondo gli inquirenti padre Bucaro, organizzatore dell' evento, assieme al presidente della cooperativa Domenico Bondi', avrebbe fatto pagare ai commercianti lo spazio in cui avevano sistemato gli stand, ma senza chiedere il permesso al Comune. La mancanza di autorizzazione sarebbe emersa da alcuni controlli effettuati nel gennaio 2003 dai vigili urbani.
I commercianti affermavano di avere versato somme di denaro a padre Bucaro per essere in regola, ma il presidente del Centro Borsellino non le avrebbe girate al Comune, da qui l' ipotesi del danno procurato ai partecipanti dell' iniziativa.MAFIA: RICICLAGGIO; PADRE BUCARO, INTERROGATORIO CHIARIRA'
"Sono amareggiato. Il centro 'Paolo Borsellino' non ha mai avuto contributi in riferimento ai fatti contestati". Lo dice il presidente del centro "Paolo Borsellino", padre Giuseppe Bucaro, commentando l' avviso di garanzia che ha ricevuto nell' ambito dell' inchiesta sul riciclaggio a Palermo.
"Sono certo che tutto verra' chiarito nell'interrogatorio - ha aggiunto - In questo momento di particolare sofferenza, che offro a Dio, voglio ricordare a questa citta' e alla Chiesa di Palermo che amo, quanto diceva Paolo Borsellino: 'che si muore se si e' soli"".1 marzo 2005 - TALPE DDA; TESTIMONE, INCURSIONI IN SISTEMA INFORMATICO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; TESTIMONE, INCURSIONI IN SISTEMA INFORMATICO
Gli accessi al sistema informatico della procura per cercare di scoprire se erano state avviate indagini sull'imprenditore Michele Aiello e altri suoi collaboratori sono stati al centro dell'udienza di oggi del processo alle talpa alla Dda che si svolge davanti ai giudici della terza sezione del tribunale, presieduti da Vittorio Alcamo.
L'accusa ha fatto deporre Calogero Rinaldo, responsabile dei servizi tecnici ed informatici degli uffici giudiziari del distretto di Palermo, che ha redatto relazioni sugli accessi effettuati dalle "talpe" nel 2003.
Nel processo, oltre ad Aiello, e' imputato anche il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra.
Rinaldo, rispondendo alle domande del pm Maurizio De Lucia, ha spiegato le modalita' con le quali gli assistenti dei pm e gli agenti di polizia giudiziaria in possesso di password vengono registrati ogni qual volta effettuano operazioni nel sistema. In base a questi elementi gli inquirenti hanno constatato l'intromissione nella banca dati della procura di alcune persone che avevano interesse, secondo gli inquirenti, di informare Aiello che e' indicato come il prestanome di Bernardo Provenzano.
Rispondendo all'avvocato Monica Genovese, difensore di Antonella Buttitta (ex segretaria del pm Domenico Gozzo), indicata come una delle persone che avrebbe effettuato ricerche senza autorizzazione, Rinaldo ha detto che l'assistente non avrebbe effettuato nessun accesso per verificare l'iscrizione nel registro degli indagati di Aiello.
Secondo il responsabile dei servizi informatici ad effettuare controlli sul fascicolo 12501/2002 (truffa ai danni dell'Ausl 6) per verificare se Aiello, Rotondo, Giuffre' e altri fossero iscritti nel registro degli indagati, sarebbero state in date diverse, Rosa Torres (assistente giudiziario) e Margherita Pellerano (ex segretaria del procuratore aggiunto Guido Lo Forte).
L'udienza e' stata rinviata all'8 marzo per sentire a Milano il pentito Antonino Giuffre' che e' chiamato a deporre dalla procura su alcune sue conoscenze che riguardano imputati e per riferire della campagna elettorale per le elezioni del 2001.1 marzo 2005 - PROVENZANO OPERATO IN FRANCIA: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
Sequestrati a Palermo i documenti dell´azienda sanitaria, per capire se fu aperta una pratica per il superlatitante "Provenzano rimborsato dalla Asl" Il sospetto dei pm sull´operazione subita dal boss in Francia Altri controlli sulla vicenda saranno effettuati a Marsiglia attraverso la rogatoria Nell´ottobre del 2003 l´intervento alla prostata sotto il falso nome di Gaspare Troia
FRANCESCO VIVIANO
PALERMO - Oltre al danno, la beffa. Il capo dei capi di Cosa nostra Bernardo Provenzano (ricercato da 42 anni), il boss che - come ha rivelato un´inchiesta di "Repubblica" - si è sottoposto sotto falso nome ad una operazione alla prostata a Marsiglia, si sarebbe fatto rimborsare dalla Regione siciliana le spese per l´ intervento ed il ricovero nella città francese. E´ quanto sospetta la procura del capoluogo, che ha disposto il sequestro, negli uffici della Asl6 di Palermo, della documentazione di tutti i pazienti che hanno chiesto ed ottenuto di farsi operare in Francia nel 2003.
È proprio nell´ottobre di quell´anno che Bernardo Provenzano sotto il falso nome di Gaspare Troia, un anziano panettiere di Villabate, paese al confine con la città di Palermo, si è ricoverato nella clinica marsigliese "La Ciotat" dove è stato poi sottoposto all´intervento alla prostata. Provenzano aveva raggiunto la Francia dopo due giorni e mezzo di viaggio in automobile, accompagnato da Salvatore Troia, figlio del vero Gaspare. Salvatore Troia è stato arrestato il 25 gennaio scorso nell´ambito dell´operazione che ha portato in galera 50 persone, fiancheggiatori, postini e vivandieri di Provenzano che negli ultimi anni ne avrebbero garantito la latitanza.
La circostanza che il boss si era sottoposto, indisturbato, ad un intervento chirurgico in Francia è venuta fuori proprio nell´ambito della retata del 25 gennaio scorso. In quell´occasione gli investigatori dello Squadra Mobile di Palermo e dello Sco avevano trovato in casa di uno degli arrestati una cartella clinica relativa ad un intervento chirurgico subito da "Gaspare Troia", 72 anni, nell´ospedale marsigliese. Fermato dai poliziotti ed interrogato dai sostituti procuratori Maurizio De Lucia, Michele Prestipino ed Antonino Di Matteo, Gaspare Troia ha ammesso candidamente di non avere mai subito interventi chirurgici, tanto meno alla prostata.
Le sue dichiarazioni hanno confermato le rivelazioni di Mario Cusimano, anche lui arrestato nell´operazione del 25 gennaio scorso, che ha deciso di collaborare con la giustizia. Cusimano ha rivelato che il suo amico Salvatore Troia nell´ottobre del 2003 aveva accompagnato in Francia Bernardo Provenzano per un intervento urgente alla prostata. Il neo collaboratore ha anche rivelato che il capo dei capi di Cosa nostra aveva con sè una carta d´identità intestata al padre di Salvatore Cusimano, Gaspare, coetaneo del superlatitante.
Il pentito ha anche parlato di un "dottore" che avrebbe assistito Bernardo Provenzano e preparato la documentazione necessaria per il ricovero all´estero del "pensionato", suggerendo pure il nome della clinica marsigliese specializzata in questo tipo di interventi. Ora gli inquirenti ipotizzano che il boss dei boss abbia ottenuto a Palermo un modulo della Asl che consente di effettuare all´estero interventi chirurgici senza pagare. Il controllo della polizia viene eseguito per il momento nel capoluogo siciliano, in attesa della rogatoria che si svolgerà in Francia. Nell´ospedale marsigliese medici ed infermieri hanno confermato a "Repubblica" che "monsieur Gaspare Troia" era stato ricoverato in quell´ospedale e lo hanno descritto come un uomo tranquillo che non parlava mai. Hanno anche descritto la faccia del "fantasma" Provenzano che dopo l´intervento chirurgico, così com´era arrivato, se n´era ritornato indisturbato in Sicilia, a Palermo. Quei medici non sapevano naturalmente che quell´uomo era ricercato da 42 anni e che era il capo dei capi della potente organizzazione mafiosa. Per loro era soltanto "monsieur Gaspare Troia".2 marzo 2005 - PROVENZANO; SIRCHIA, AD ASL FU CHIESTO CONTROLLO
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO; PISTORIO, ASSESSORATO NON HA PAGATO
"Noi non abbiamo pagato alcuna fattura, evidentemente non c' e' stata una richiesta preventiva, che necessitava del nostro nulla osta, ma un' intervento d' urgenza in Francia". Lo ha affermato l'assessore alla Sanita' della Regione siciliana, Giovanni Pistorio, commentando le dichiarazioni al Question time del ministro per la Salute, Girolamo Sirchia, sull'intervento nella clinica di Marsiglia a Gaspare Troia, sotto il cui falso nome si sarebbe fatto ricoverare il boss latitante Bernardo Provenzano.
"Se il pagamento a Troia e' stato fatto dal ministero - ha spiegato Pistorio - questo e' legato al rapporto con l'Asl 6 di Palermo, e non con l'assessorato alla Sanita'. Noi interveniamo quando c'e' da concedere un nulla osta per un intervento che e' stato gia' prestabilito".
Secondo questa tesi, l'intervento alla prostata a Marsiglia potrebbe essere stato compiuto attraverso un passaggio al pronto soccorso dell'ospedale francese, con un ricovero e un intervento chirurgico d'urgenza.MAFIA: PROVENZANO; SIRCHIA, AD ASL FU CHIESTO CONTROLLO
PROCEDURA MINISTERO CORRETTA MA ASL PALERMO NON RISPOSE
Il Ministero della Salute invio' alla Asl 6 di Palermo le fatture per completare l'iter di liquidazione dell'intervento di prostata, realizzata nella clinica di Marsiglia a Provenzano, ricoverato sotto falso nome (Gaspare Troia); il ministero non ricevette risposta o rilievo. Per questa ragione in base al principio del silenzio assenso fu liquidata la pratica. Il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, riferisce in Aula alla Camera durante un question time in Aula alla Camera il percorso delle pratiche, dando cosi' una versione differente da quella di ieri dell'assessore regionale Giovanni Pistorino.
Secondo quest'ultimo infatti dal 1991 ad oggi, negli archivi dell'ispettorato regionale sanitario incaricato di autorizzare i ricoveri fuori regione o all'estero dei cittadini siciliani, non esiste alcuna pratica intestata ad un Troia. Il ministro, invece, rispondendo ad una interrogazione presentata da Pietro Cannella di An, ha riferito che l'intervento e' stato realizzato sotto il nome di Gaspare Troia e a suo nome e' stato rilasciato dalla Asl 6 un certificato che autorizza l'assistenza all'estero (E111).
Sirchia ha riferito anche che la clinica di Marsiglia il 16 febbraio 2004 "aveva emesso una fattura per 1958,45 euro per prestazioni dal 7 al 10 luglio a Troia Gaspare, sulla base di un formulario E 111 valido dal 24 giugno 2003 al 24 luglio 2003 e rilasciato dalla Asl 6 di Palermo". Il Ministero della Salute prima di provvedere al pagamento delle fatture le invia alle Asl per le opportune verifiche. E cosi', riferisce Sirchia, e' stato fatto senza ricevere risposta dalla Asl.
La procedura di controllo prevede che se le Asl non contestano le fatture entro i 90 giorni, per il principio del silenzio assenso queste credito viene pagato. "Compete alle aziende sanitarie - ha detto il ministro - al momento del rilascio del formulario E111 il riscontro sull'identita' della persona assicurata e alla sua iscrizione al servizio sanitario, oltre alla verifica e al controllo delle prestazioni prestate". Sirchia ha concluso commentando che con le tessere sanitarie europee e il sistema informatizzato sara' piu' facile fare verifiche e controlli.MAFIA: PROVENZANO, INTERROGAZIONALE CANNELLA (AN) A SIRCHIA
Le dichiarazioni del ministro Girolamo Sirchia sul pagamento delle spese mediche a Bernardo Provenzano, oggi al question time di Montecitorio, prendono lo spunto da un'interrogazione parlamentare presentata dall'on. Giampiero Cannella (An). Nell'atto si chiede al ministro della salute "quali iniziative intenda assumere per realizzare un sistema di controlli piu' efficace in sede di erogazione di contributi e rimborsi da parte del servizio sanitario nazionale per evitare, da un lato, lo sperpero di denaro pubblico e, dall'altro, per offrire spunti informativi alle forze di polizia nella ricerca dei latitanti, soprattutto nelle regioni a piu' alta densita' criminale".
Sirchia ha di fatto confermato le notizie diffuse dalla stampa, sottolineando l'effettiva erogazione del rimborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale, ma rinviando la vicenda alla circostanza della falsificazione del documento d'identita' da parte di Provenzano. L'on. Cannella, in sede di replica, si e' detto "soddisfatto della risposta", ribadendo come "la lotta alla criminalita' organizzata abbia registrato negli ultimi anni importanti successi grazie allo sforzo costante delle forze dell'ordine e della politica del governo". Il parlamentare di An ha anche fatto rilevare "la necessita' di interventi di controllo in ambiti sempre piu' vasti, quale quello ad esempio della sanita', in modo, da un lato, da evitare lo sperpero di denaro pubblico e, dall'altro, di coadiuvare gli organi investigativi impegnati nella caccia di latitanti nelle regioni a piu' alta diffusione mafiosa".2 marzo 2005 - PADRE BUCARO SI E' DIMESSO DA CENTRO BORSELLINO
ANSA:
MAFIA: OPERATORI CENTRO BORSELLINO, SIAMO CON PADRE BUCARO
"Ci sono vari modi per uccidere. E per uccidere un sacerdote che e' anche presidente e anima del centro Paolo Borsellino bisognava trovare strategie nuove, di alta ingegneria mafiosa". Questo il commento dei venti operatori ed educatori che lavorano al centro Paolo Borsellino, alle dimissioni di padre Giuseppe Bucaro dalla presidenza della struttura intestata al magistrato assassinato in via D' Amelio il 19 luglio del 1992.
"Il centro nei suoi dieci anni di attivita' si e' mosso ispirandosi al valore cristiano, sposato dal magistrato Borsellino - continuano gli operatori - secondo cui il vero amore consiste nell'amare cio' che non piace per poterlo cambiare. In nome di questo principio, Padre Bucaro ha profuso energia e sacrifici affinche' questo centro crescesse e noi lavorando al suo fianco ne abbiamo condiviso l'anima ispiratrice".
"Le nostre certezze non faranno vacillare il nostro operato per una 'battuta d'arresto' - concludono - e il nostro modo di sostenerlo nella dolorosa scelta di lasciare la guida del centro sara' quella di continuare con lo stesso impegno e dedizione".
I venti operatori si dicono "sicuri che la magistratura riuscira' in tempi brevi ad accertare la verita' dei fatti".MAFIA: PADRE BUCARO INDAGATO PER MAXI DONAZIONE DA 5 MLN
SI DIMETTE DA CENTRO BORSELLINO, TANTE INCHIESTE PM SU SACERDOTI
Una donazione di cinque milioni di euro, transitata da alcuni conti correnti svizzeri, e poi transazioni per grosse somme di denaro sulla cui provenienza indaga la Dda di Palermo, sono i pilastri dell'accusa che riguarda padre Giuseppe Bucaro, sacerdote noto a Palermo per il suo impegno antimafia, parroco della chiesa di Sant'Ernesto, sotto inchiesta per riciclaggio.
Il religioso stamani si e' dimesso da presidente del Centro Paolo Borsellino, dopo l'avviso di garanzia che gli e' stato notificato dalla Procura. I Pm che conducono le indagini lo interrogheranno venerdi', mentre gli operatori del Centro esprimono pieno sostegno al sacerdote e parlano di "strategie nuove di alta ingegneria mafiosa".
Padre Bucaro e' coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio di denaro in cui sono indagati anche il tributarista Gianni Lapis e Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto alcuni anni fa.
Gli inquirenti hanno monitorato centinaia di movimenti bancari, ascoltato migliaia di ore di conversazioni intercettate fra Cancimino, Lapis e Bucaro. Il sacerdote non avrebbe mai avuto contatti diretti con il figlio dell'ex sindaco. Lapis avrebbe mediato ogni cosa, compreso la consegna di una "maxi donazione" di cinque milioni di euro che il sacerdote avrebbe chiesto a Lapis e che sarebbe transitata da un conto corrente cifrato in Svizzera, intestato alla sorella del sacerdote. Insomma, per gli investigatori, il presidente del Centro Borsellino si sarebbe prestato, per l'accusa, a ripulire parte del "tesoro di Vito Ciancimino". E per chiarire meglio anche questo aspetto oggi pomeriggio per molte ore e' stato interrogato in procura Massimo Ciancimino, al quale sono state contestate intercettazioni ambientali e movimenti bancari.
L'attenzione degli inquirenti si sofferma su investimenti in opere di metanizzazione in Russia, Bulgaria e Romania e su altri progetti finanziari. Gli investimenti sarebbero stati effettuati da Lapis, ex consulente finanziario di Vito Ciancimino e oggi di suo figlio Massimo, a partire dal gennaio del 2003.
Il coinvolgimento di un sacerdote in indagini della Procura di Palermo non e' una novita'. In passato erano stati indagati anche il vescovo di Monreale, Salvatore Cassisa, per una presunta truffa alla Ue, che dopo essere stato condannato in primo grado e' stato assolto in appello, e Padre Mario Frittitta, il carmelitano che andava a confessare il boss latitante Pietro Aglieri e che per questo motivo e' stato prima arrestato, poi condannato per favoreggiamento e infine anche lui assolto in appello. Nel registro degli indagati della Dda e' finito anche monsignor Salvatore Salvia, il parroco di Giardinello, per il quale il gip aveva respinto la richiesta di arresto avanzata nel '97 dalla Procura.
Ma c'e' anche una vicenda giudiziaria scabrosa che coinvolge un altro "sacerdote antimafia" palermitano, Don Paolo Turturro, ex parroco della Chiesa di Santa Lucia, davanti al carcere dell'Ucciardone, accusato di pedofilia. I magistrati della Procura hanno disposto nei suoi confronti il divieto di soggiorno a Palermo. L'udienza preliminare nei confronti del sacerdote, in corso davanti al Gup, oggi e' stata rinviata all'11 aprile per decidere sull'eventuale rinvio a giudizio del religioso, che si e' trasferito in un convento di Messina.MAFIA: PADRE BUCARO SI E' DIMESSO DA CENTRO BORSELLINO
FAMIGLIA MAGISTRATO UCCISO, FINO AD ACCERTAMENTO DA ACCUSE
Rompe il silenzio la famiglia Borsellino e la vedova del magistrato Agnese, insieme ai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino annuncia in una dichiarazione congiunta le dimissioni di padre Giuseppe Bucaro, dalla presidenza del centro intestato al magistrato assassinato in via D' Amelio il 19 luglio del 1992.
"La famiglia Borsellino, alla luce di quanto appreso dai mezzi di informazione sul presunto coinvolgimento di padre Giuseppe Bucaro in un' inchiesta giudiziaria sul riciclaggio, nel ribadire l' importanza del lavoro svolto dal sacerdote - afferma la famiglia - per il centro Borsellino, apprezza il nobile gesto delle sue odierne dimissioni dalla presidenza del centro Paolo Emanuele Borsellino fino all' accertamento della sua completa estraneita' ai fatti addebitatigli, avendo pieno fiducia nell' operato della magistratura". In questa fase di transizione il consiglio di amministrazione del centro Borsellino nominera' un' altro presidente. Padre Bucaro, 59 anni, e' coinvolto nell' inchiesta della Dda palermitana per riciclaggio di denaro, forse proveniente dal patrimonio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e condannato per mafia. Padre Bucaro, al contrario di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, titolare della societa' Pentamax che commercia divani, e del tributarista Gianni Lapis, e' indagato per riciclaggio senza l'aggravante del favoreggiamento della mafia.2 marzo 2005 - PROVENZANO OPERATO IN FRANCIA: DAI GIORNALI
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO, COS'E' IL MODELLO E/111 / SCHEDA
Il modello E/111, citato dal ministro della Sanita' Girolamo Sirchia nel question time per rispondere alla interrogazione del deputato di An Giampiero Cannella sul ricovero in Francia del superboss mafioso, latitante da 42 anni, Bernardo Provenzano, "assicura al cittadino italiano in temporaneo soggiorno nei Paesi Ue una protezione limitata alle sole cure sanitarie aventi carattere d' urgenza: medico, generiche, specialistiche, farmaceutiche e ospedaliere".
Il modello E/111 - spiega il formulario - ha lo scopo di dimostrare il diritto dell'assistito a beneficiare dell'assistenza sanitaria nei Paesi dell'Unione Europea o appartenenti allo spazio economico europeo. "L' assistito - si legge - in possesso di tale certificato, potra' beneficiare delle cure mediche immediate (o urgenti) nello Stato di temporaneo soggiorno. Il termine 'urgenza' indica i casi in cui la concessione delle cure mediche o delle relative prestazioni non puo' essere differita senza mettere in pericolo la vita o la salute dell'interessato. Sull'urgenza decide il Paese che fornisce le prestazioni: la decisione non e' sindacabile. Per i pensionati (e familiari) e' prevista un'assistenza non vincolata all'urgenza".
Per poter ottenere il modello, che si chiede alla Asl preposta al rilascio, occorre essere iscritti al servizio sanitario nazionale. Il formulario prevede che nel "mod. E/111 deve essere indicato il periodo di permanenza all' estero. Solo per tale periodo si ha diritto alla copertura sanitaria".
Il ministro, rispondendo a Cannella, ha detto che "la Caisse primaire d'assurance maladie di Marsiglia, in data 16 febbraio 2004, ha emesso una fattura per euro 1958,45 per prestazioni erogate nel periodo 7 luglio-10 luglio 2003 al signor Troia Gaspare, sulla base di un formulario (E111), valido dal 24 giugno 2003 al 24 luglio 2003 ed emesso dalla Asl n.6 di Palermo". Evidentemente il "percorso sanitario" in Francia del mafioso latitante, che si presentava sotto le false generalita' di Gaspare Troia, era gia' stato pianificato e doveva avvenire nel periodo di validita' del modello E/111.
Esiste anche un modello E/112, che serve per le autorizzazioni a operazioni in centri di alta specializzazione. Secondo il deputato regionale Ds Antonello Cracolici, l' intervento alla prostata non rientra tra quelli rimborsabili in Italia se effettuati all'estero.
Provenzano, quindi, avrebbe presentato il modello E/111 per non pagare le analisi che avrebbero preceduto l' intervento e sarebbe quindi ben informato sulla trafila burocratiche e sulle norme che regolano i rimborsi sanitari.MAFIA: PROVENZANO,DUE I VIAGGI DELLA SPERANZA IN FRANCIA
LA FATTURA DEL BOSS PER QUASI 2 MILA EURO PAGATA DAL SSN
Sotto il falso nome di Gaspare Troia il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, latitante da 42 anni, e' andato a Marsiglia per effettuare analisi cliniche dal 7 al 10 luglio 2003, dove e' poi ritornato nuovamente nell'ottobre successivo per essere sottoposto a un intervento chirurgico alla prostata, usufruendo anche dei rimborsi del servizio sanitario nazionale.
I particolari di questi due viaggi in Francia li rivela in Parlamento, durante il question time, lo stesso ministro della salute Girolamo Sirchia. Il rappresentante del governo afferma che gli uffici del ministero trasmisero alla Asl 6 di Palermo le fatture per completare l'iter di liquidazione di alcune analisi a 'Gaspare Troia', effettuate nella clinica di Marsiglia prima dell'intervento alla prostata. La relativa fattura, inviata dalla Assurance Maladie di Marsiglia il 16 febbraio 2004, ammonta a 1958,45 euro. Il Ministero non ricevette alcuna risposta o rilievo dalla Asl 6; per questa ragione, in base al principio del silenzio-assenso, fu liquidata la pratica.
La versione del ministro e' diversa da quella fornita ieri dell'assessore regionale Giovanni Pistorio. Secondo quest'ultimo, infatti, dal 1991 ad oggi, negli archivi dell'ispettorato regionale sanitario incaricato di autorizzare i ricoveri fuori regione o all'estero dei cittadini siciliani, non esiste alcuna pratica intestata a Gaspare Troia. Sirchia, invece, rispondendo a un'interrogazione presentata da Gianpiero Cannella (An), riferisce che quel nome compare in un certificato rilasciato dalla Asl 6, il cosidetto nodello E111 che autorizza l'assistenza all'estero.
L'assessore regionale chiarisce: "noi non abbiamo pagato alcuna fattura, evidentemente non c' e' stata una richiesta preventiva, che necessitava del nostro nulla osta, ma un intervento d' urgenza in Francia. Se il pagamento a Troia e' stato fatto dal ministero - spiega Pistorio - questo e' legato al rapporto con l'Asl 6 di Palermo, e non con l'assessorato alla Sanita'. Noi interveniamo quando c'e' da concedere un nulla osta per un intervento che e' stato gia' prestabilito".
L'unica cosa certa e' che per due volte il boss corleonese Bernardo Provenzano ha valicato le Alpi per farsi curare in Francia. Il capomafia e' arrivato la prima volta alla "Clinique de la Ciotat" di Marsiglia nel luglio 2003. I certificati medici di questa prima "visita" erano stati scoperti dalla polizia a casa di uno dei favoreggiatori del boss, arrestato lo scorso 25 gennaio. E proprio questi documenti avevano portato gli investigatori a indagare su un probabile "viaggio della speranza" da parte del padrino corleonese. Provenzano e' poi ritornato in Francia nell'ottobre 2003 per l' intervento chirurgico alla prostata, ma questa volta l'operazione si e' svolta in un ospedale diverso; il nome della clinica non e' stato reso noto ed e' coperto da uno stretto riserbo. La rogatoria chiesta nelle scorse settimane dai pm della Dda di Palermo punta a verifiche su questa struttura ospedaliera.
La vicenda scatena nuove polemiche e arroventa lo scontro politico. "Le dichiarazioni del ministro Sirchia - afferma Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in commissione antimafia - non ci soddisfano per niente e aprono scenari ancora piu' foschi sull'intervento chirurgico a cui e' stato sottoposto in Francia il boss Bernardo Provenzano". Il parlamentare pone delle domande: "Chi ha firmato per richiedere il modello E111 a nome di Gaspare Troia, poi usato da Provenzano per chiedere il rimborso? Chi ha consegnato il modello e a chi e' stato consegnato? Perche' la Asl 6 non ha fatto nessun controllo sull'operazione? La Giunta della Regione Sicilia era cosi' distratta dal fare pessime nomine nelle Asl che perpetuano le difficolta' della sanita' siciliana, da non accorgersi che esisteva una pratica intestata a Troia?".
Ma anche all'interno della maggioranza si registra qualche perplessita'. Il senatore Carlo Vizzini, di Forza Italia, sottolinea che il ministro Sirchia "ha correttamente esposto in Parlamento tutti gli elementi a sua conoscenza sul caso", ma osserva che "restano aperti una serie di inquietanti interrogativi su eventuali connivenze all'interno del sistema sanitario e su questi bisogna fare a tutti i costi piena luce".MAFIA: PROVENZANO E' ANDATO DUE VOLTE IN FRANCIA
Per due volte il boss latitante Bernardo Provenzano ha valicato le Alpi per farsi curare in Francia. Il dato emerge dalle indagini delegate dalla Dda di Palermo che coordina le ricerche del vecchio padrino.
Il capomafia corleonese ricercato da 42 anni e' andato a Marsiglia con il falso nome di Gaspare Troia prima dal 7 al 10 luglio 2003, per essere sottoposto ad esami nella clinica 'Clinique de la Ciotat' a Marsiglia. Questa prima "visita" e' stata confermata nel pomeriggio dal ministro della Salute Girolamo Sirchia, durante il suo intervento in aula in Parlamento. I certificati medici di luglio della clinica marsigliese erano stati trovati dalla polizia a casa di uno dei favoreggiatori del boss, arrestato lo scorso 25 gennaio.
Provenzano e' poi ritornato in Francia ad ottobre 2003 per l' intervento chirurgico alla prostata. Questa volta l'operazione e' stata fatta in un ospedale diverso da quello in cui ha fatto le analisi a Marsiglia e su cui sono in corso accertamenti. Il nome della clinica non e' stato reso noto ed e' coperto da uno stretto riserbo. La rogatoria chiesta dai pm della Dda di Palermo punta a verifiche su questa struttura ospedaliera.MAFIA: PROVENZANO; LUMIA (DS),SI APRONO FOSCHI SCENARI SU ASL
"Le dichiarazioni del ministro Girolamo Sirchia non ci soddisfano per niente e aprono scenari ancora piu' foschi sulla vicenda dell'intervento chirurgico a cui e' stato sottoposto in Francia il boss Bernardo Provenzano". Lo afferma Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione antimafia, commentando le dichiarazioni rese in aula dal ministro della Salute.
Lumia pone diverse domande: "Chi ha firmato per richiedere il modello E111 a nome di Gaspare Troia poi usato da Provenzano per chiedere il rimborso? Chi ha consegnato il modello ed a chi e' stato consegnato? Perche' la ASL 6 non ha fatto nessun controllo sull'operazione? La Giunta della Regione Sicilia era cosi' distratta dal fare pessime nomine nelle Asl che perpetuano le difficolta' della sanita' siciliana da non accorgersi che esisteva una pratica intestata a Troia".
Secondo il parlamentare diessino "c'e' di peggio". "Quante altre pratiche di rimborso fasulle - ipotizza Lumia - vengono evase senza controllo da parte delle Asl siciliane? Se poi venisse confermato che i viaggi di Provenzano in Francia sono stati due, e due le richieste di rimborso, ci troveremmo di fronte ad una storia veramente incredibile che non puo' restare senza responsabilita'. Questa vicenda non puo' chiudersi con analisi burocratiche ma deve svelare tutto il marcio che esiste nelle zone grigie di collusione con la mafia".MAFIA: PROVENZANO; VIZZINI, CONNIVENZE SISTEMA SANITARIO
"Proprio mentre il ministro Sirchia ha correttamente esposto in parlamento tutti gli elementi a sua conoscenza sul caso Provenzano, restano aperti una serie di inquietanti interrogativi su eventuali connivenze all'interno del sistema sanitario e su questi bisogna fare a tutti i costi piena luce". Lo dice il senatore Carlo Vizzini, componente della Commissione nazionale antimafia, commentando la notizia del doppio viaggio oltralpe del superboss latitante.
"Apprendere che i viaggi in Francia sono stati addirittura due - aggiunge - dimostra, ove ce ne fosse bisogno, quale collaudato sistema di protezioni circonda il superlatitante".
"Su tutta questa vicenda - conclude - va fatta luce in tempi brevi, per impedire che altri latitanti non meno pericolosi di Provenzano possano servirsi di questa stessa rete".2 marzo 2005 - PROVENZANO OPERATO IN FRANCIA: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
IL VILLAGGIO
Binnu, dall´Etna fino a Marsiglia SILVANA LA SPINA
Lettera di Mariannina Scuffaro, casalinga di Sant´Angelo di Camarra, al direttore suo.
Direttore mio, quando uno sente certe storie non sa ancora se crederci. Perché quando un personaggio diventò così celebre popolare unico, un vero e proprio Beato Paolo, come don Binnu Provenzano, quello che si dice, si racconta, si riporta è possibile sia già leggenda. Così che don Binnu sia andato in Francia a farsi visitare in quei giorni, io non ci credo.
Perché? Perché in quei giorni mi dicono era a Catania. Doveva farsi operare, cosa di poco dicono, una decina di by pass dicono, presso il Ferrarotto. Con raccomandazione e prenotazione precisa presso il professor Abbate, cardiologo di fama, pronto a ricevere tutti i famosi anch´essi come Sua Eccellenza capo della P2 Pietro Gelli.
Una cosa, questa sì, che dè lustro alla città etnea, non solo quel farmacologo che regala l´eterna giovinezza a Berlusconi. Del resto sono napoletani tutti e due, e noi i napoletani sappiamo quanto valgono - non andò forse a Napoli a studiare Bellini, il cigno catanese?
Deve saperlo anche don Binnu, perché in abiti signorili, solo le scarpe bicolore come i boss americani di Las Vegas, e una cravatta blu a pois senape, si è recato in macchina ? berlina chiusa - fino al centro fitusu della città, dove è allocato, tra cani morti, gente che sputazza, garrusi, puttane e gente di colore ma di quella infima il Ferrarotto famoso.
C´è stato poi un corricorri per venirgli incontro, proprio come quando arriva il Papa, o il presidente Ciampi, con gli infermieri in fila con i camici puliti, i medici pure, e le ragazze con i mazzi di fiori in mano che cantavano "Sciuri Sciuri".
Il professore Abbate a quel punto che poteva fare se non riceverlo? Gli ha anzi dato la migliore camera, quella sul letamaio, ma pazienza. In fondo don Binnu per lunga abitudine è uno che non guarda fuori dalla finestra, che non parla con nessuno manco con la mitraglietta davanti.
A quel punto il professore Abbate ha fatto il suo solito discorsetto: io non so se la opero, io non so se quel giorno lavoro, potrebbe caro don Binnu finire nelle mani del primo dottorino che capita. Quindi se proprio vuole me, se proprio vuole il lavoro del suddetto grande chirurgo deve pagare. Non direttamente però. In via di obolo , o come dite voi di pizzo. Alla fine quindi, e come ringraziamento alla Madonna o se preferisce a padre Pio, ma in un conto intestato a me medesimo.
Immaginate don Binnu. Lo guardò torvo e gli disse: mafioso. Poi radunò le sue cose, i suoi uomini, il suo corteo pubblico e si mise in marcia per la Francia. Ché almeno là sono onesti ha detto. Ché almeno là non spogliano la povera gente e non ricattano e non sono mafiosi. È inutile, questa Sicilia è proprio irredimibile, figurarsi se mi faccio mai trovare, se mi faccio acchiappare da loro, la Polizia, la Questura, poi finisce che se sto male mi mandano da uno come questo. Quanto a lei, caro professore chirurgo, gli ha detto: vada a curare Berlusconi, a mia no.
Ora è vera quest´altra leggenda? Non lo so, caro direttore, dica alla Polizia di indagare. Non è mai troppo tardi.
silvana la spina2 marzo 2005 - PADRE BUCARO INDAGATO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
L´INDAGINE
Il presidente del Centro Borsellino cita il giudice ucciso: "Si muore se si è soli"
Padre Bucaro indagato si difende "Io riciclatore? Chiarirò tutto"
Nell´inchiesta della Direzione distrettuale antimafia per riciclaggio di denaro, forse proveniente dal patrimonio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e condannato per mafia, entra anche il nome di un sacerdote antimafia, padre Giuseppe Bucaro, 59 anni, presidente del Centro Paolo Borsellino, intitolato al magistrato assassinato il 19 luglio ?92 in via Mariano D´Amelio insieme con cinque poliziotti della scorta.
Padre Bucaro, al contrario di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, titolare della società Pentamax che commercia divani, e del tributarista Gianni Lapis, è indagato per riciclaggio senza l´aggravante del favoreggiamento della mafia. Il nome del sacerdote sarebbe stato pronunciato da altri indagati e registrato durante le intercettazioni telefoniche dagli investigatori.
La posizione di padre Bucaro nell´inchiesta e il suo ruolo negli affari per investire alcuni miliardi di lire (dieci, sospettano gli investigatori, proverrebbero dal "tesoro" dell´ex sindaco Ciancimino) non è ancora chiara. "Sono amareggiato - dice il sacerdote - il Centro Paolo Borsellino non ha mai avuto contributi in riferimento ai fatti contestati. Sono certo che tutto verrà chiarito nell´interrogatorio". E aggiunge: "In questo momento di particolare sofferenza, che offro a Dio, voglio ricordare a questa città, e alla Chiesa di Palermo che amo, quanto diceva Paolo Borsellino: che "si muore se si è soli"".
Il legale del sacerdote, Francesco Crescimanno, non prende posizione, aspettando l´interrogatorio di Bucaro che dovrebbe avvenire entro la settimana.
L´inchiesta è ad ampio raggio. Investimenti nei Paesi dell´Est in opere di metanizzazione e soprattutto il progetto di acquisire il controllo della società che dovrebbe gestire i pedaggi del ponte sullo Stretto di Messina: sono gli affari milionari sui quali puntavano gli indagati. I progetti finanziari sono stati scandagliati venerdì scorso, durante l´interrogatorio cui è stato sottoposto il docente universitario Lapis, che si è protratto per cinque ore. Lapis ha risposto alle domande dei procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Sergio Lari, titolari dell´inchiesta con i pubblici ministeri Michele Prestipino, Lia Sava e Roberta Buzzolani.
Assieme a Lapis resta indagato per lo stesso reato anche Massimo Ciancimino, che verrà interrogato oggi.3 marzo 2005 - PADRE BUCARO INDAGATO: DAI GIORNALI
"La Repubblica"
I SOLDI DELLA MAFIA
L´inchiesta sul riciclaggio porta al sequestro di importanti documenti. Il figlio dell´ex sindaco interrogato a lungo dai pm
Trovati gli appunti di Ciancimino
Padre Bucaro si dimette. I Borsellino: "Fiducia nella magistratura"
SALVO PALAZZOLO
L´ultima inchiesta della Procura di Pietro Grasso sul riciclaggio dei soldi della mafia si sta già sviluppando su più fronti. Tutti carichi di sorprese. Padre Giuseppe Bucaro, che avrebbe ricevuto una donazione di 5 milioni di euro da uno dei principali indagati (il tributarista Gianni Lapis), ha deciso di dimettersi dalla presidenza del Centro Borsellino: per domani è stato convocato in Procura. Ieri pomeriggio è toccato invece a Massimo Ciancimino, il figlio dell´ex sindaco, presentarsi al palazzo di giustizia per spiegare il senso dei discorsi con Lapis intercettati dai carabinieri: parlavano di soldi, tanti soldi, da investire in operazioni internazionali. Il sospetto della Procura è che tra quei canali finanziari sia passato il tesoro dell´ex sindaco Vito Ciancimino.
Lui è morto due anni fa, ma si è portato dietro tanti misteri. Che tornano prepotentemente a galla. Due settimane fa, durante la perquisizione della casa palermitana di Massimo Ciancimino, i carabinieri del Nucleo operativo si sono imbattuti negli appunti di don Vito: contengono la sua verità sulla "trattativa" fra Stato e mafia durante i mesi delle stragi del ´92. I documenti manoscritti sono stati sequestrati, così come il famoso memoriale che Ciancimino aveva aggiornato prima della morte, dal titolo "Le mafie" e il cui contenuto è noto da tempo. Ma all´autobiografia dell´ex sindaco mancava un capitolo, quello più delicato: negli appunti sequestrati dai carabinieri c´è la cronistoria degli appuntamenti segreti che nell´estate del ´92 Vito Ciancimino ebbe prima con il capitano Giuseppe De Donno e poi con l´allora colonnello Mario Mori, oggi generale e direttore del Sisde, di recente rinviato a giudizio con l´accusa di favoreggiamento per i ritardi nella perquisizione di casa Riina.
I carabinieri hanno sempre sostenuto che il loro unico scopo era quello di convincere Ciancimino alla collaborazione con la giustizia: in realtà l´ex sindaco andava a riferire i dialoghi a un "interlocutore-ambasciatore", come lo chiama nei suoi appunti, un uomo di Cosa nostra. Al termine di quella "trattativa" (le sentenze sulle stragi del ´92-93 la chiamano ormai così) Riina finì in manette. Ed è rimasto il sospetto che il capo di Cosa nostra sia stato consegnato tramite quel canale.
Gli appunti di don Vito sono adesso all´esame del procuratore Pietro Grasso. Potrebbero fare la loro comparsa già al processo che il 7 aprile si aprirà a Palermo con Mario Mori e Sergio De Caprio imputati.
In una giornata ricca di colpi di scena, la famiglia Borsellino ha scelto di rompere il silenzio: "Alla luce di quanto appreso dai mezzi di informazione sul presunto coinvolgimento di padre Giuseppe Bucaro in un´inchiesta giudiziaria sul riciclaggio, nel ribadire l´importanza del lavoro svolto dal sacerdote per il Centro Borsellino - si legge in un comunicato - apprezza il nobile gesto delle sue odierne dimissioni dalla presidenza del Centro Paolo Emanuele Borsellino fino all´accertamento della sua completa estraneità ai fatti addebitatigli, avendo piena fiducia nell´operato della magistratura".3 marzo 2005 - PROVENZANO OPERATO ALL'ESTERO: DAI GIORNALI
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO; FATTURA 14 EURO RIFERITA AD UNA DONNA
La fattura di 14,60 euro emessa dal sistema sanitario francese il 16 febbraio 2004, insieme con quella di 1.958,45 euro entrambe a nome di Gaspare Troia cui ha fatto riferimento ieri il ministro della Salute Girolamo Sirchia, e' stata emessa per prestazioni mediche nei confronti di una donna: Marianna Troia, 69 anni, di Villabate.
E' quanto emerge dalle verifiche fatte dall' assessorato regionale alla Sanita' sui documenti all' Asl 6 di Palermo in riferimento a Gaspare Troia, il falso nome che avrebbe utilizzato il boss latitante Bernardo Provenzano per fari curare in Francia.
La spesa di 14,60 euro e' relativa a una "medicazione paramedica e analisi biologica" effettuata a Marsiglia il 6 ottobre del 2003.
Come la prima fattura, anche la seconda e' stata liquidata dal ministero ed e' stata accompagnata da un altro modello E111 rilasciato, come nel primo caso, dal distretto di Misilmeri, cui fa riferimento il comune di Villabate, della Asl 6 di Palermo.
Il modello E111 e' stato rilasciato per il periodo che andava dal 27 settembre al 27 ottobre 2003.
Le due fatture, spiega l' assessorato regionale alla Sanita', sono state trasmesse all' Asl 6 il 25 novembre 2004, mentre risulterebbero essere state liquidate dal ministero della Salute due mesi prima, il 17 settembre 2004. In ogni caso, aggiunge l' assessorato, il principio del silenzio-assenso sarebbe scattato il 25 febbraio 2005.
Marianna Troia e' il nome della moglie del vero Gaspare Troia, panetterie di Villabate, che interrogato dalla polizia ha negato di essere stato operato alla prostata e di conoscere Bernardo Provenzano.
Se la donna si e' recata nella clinica di Marsiglia con Provenzano, (come proverebbero le fatture della clinica marsigliese) che aveva un documento intestato a Gaspare Troia, avrebbe visto il volto del boss corleonese latitante da 42 anni e di cui si conosce il viso attraverso una sola fotografia poi "invecchiata" dagli investigatori.
L' identikit del padrino e' stato tracciato sulle indicazioni fornite da Nino Giuffre' che e' l' ultimo pentito ad averlo incontrato. Il disegno e' tenuto riservato dagli investigatori.
Uno dei figli di Gaspare e Marianna Troia, Salvatore, e' stato arrestato nell' operazione antimafia del 25 gennaio scorso per mafia e favoreggiamento. Sarebbe stato lui ad accompagnare in automobile Bernardo Provenzano nella clinica marsigliese. Un fratello di Salvatore vive a Marsiglia. La famiglia Troia starebbe aprendo un panificio, 'La Baguette', a Villabate.MAFIA: PROVENZANO; ANCHE UNA DONNA COL BOSS A MARSIGLIA FATTURE RIMBORSO RIGUARDANO ANCHE NOME MADRE ARRESTATO Ci sarebbe stata anche una donna accanto al boss Bernardo Provenzano nel periodo in cui e' stato sottoposto alle analisi per l'operazione di prostata a Marsiglia. E' Marianna Troia, moglie del vero Gaspare Troia, il panettiere di Villabate di cui il capomafia si e' impossessato dell'identita' grazie alla complicita' del figlio, Salvatore Troia, arrestato il 25 gennaio scorso per associazione mafiosa, per poter attraversare l'Italia in automobile e arrivare alla clinica.
La presenza della donna in Francia, nello stesso periodo in cui il vecchio boss ricercato da 42 anni era ricoverato, emerge dalle fatture emesse dal servizio nazionale francese trasmesse all' Asl 6 di Palermo. Per cause ancora da accertare, una donna che si e' presentata col documento di Marianna Troia e' andata anche lei in ospedale per una "medicazione paramedica e analisi biologica" (come emerge dalla documentazione economica, che e' costata 14,90) eseguita a Marsiglia il 6 ottobre del 2003.
Nella cittadina francese vive un altro figlio della donna ed e' possibile che Marianna Troia possa essersi trovata sul posto quando Provenzano e' arrivato accompagnato da Salvatore Troia. La donna avrebbe dunque visto in faccia l'uomo piu' ricercato d'Europa. La vicenda giudiziaria si intreccia con quella sanitaria che riguarda i rimborsi effettuati per due visite a cui e' stato sottoposto prima a luglio e poi ad ottobre da Provenzano.
I pm della Dda che coordinano le indagini per le ricerche del boss, stanno esaminando i documenti sequestrati nei giorni scorsi dalla polizia negli uffici della Asl 6 di Palermo, in cui e' stato rilasciato il modello E/111 con cui il padrino ha effettuato analisi cliniche a Marsiglia e poi l'intervento di prostata.
I magistrati hanno firmato il decreto di sequestro per acquisire informazioni sulla procedura che ha utilizzato il padrino corleonese, sfruttando il falso nome di Gaspare Troia, per ottenere il diritto a beneficiare dell'assistenza sanitaria nei Paesi dell'Unione Europea.
Il fascicolo sanitario potrebbe svelare elementi utili per andare avanti nelle indagini e scoprire eventuali collusioni di medici o impiegati regionali che potrebbero aver favorito il capomafia ricercato da 42 anni e che per due volte e' andato in Francia per essere sottoposto ad intervento chirurgico.
Su tutta questa vicenda ingarbugliata che riguarda i rimborsi sanitari il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, vuole vederci chiaro. "Vedremo - afferma durante una visita a Reggio Calabria - questa e' una questione da chiarire". Poi si slancia in una previsione positiva e dice: "In ogni caso - ha aggiunto - sono fiducioso. Prima o poi lo prenderemo".
E stamani la polizia dell'aeroporto di Fiumicino ha fatto trascorrere alcune ore di paura ad un pensionato dei Vigili del fuoco, Salvatore Giacalone, che e' stato scambiato per il boss. L'uomo, subito dopo essere sbarcato dal volo proveniente da Palermo, e' stato bloccato per accertamenti ed e' stato rilasciato solo in serata, dopo che gli agenti hanno constatato che si e' trattato di un errore di persona.4 marzo 2005 - PROVENZANO; INDAGINI SU 13 GIORNI RICOVERO IN FRANCIA
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO; INDAGINI SU 13 GIORNI RICOVERO IN FRANCIA Per 13 giorni il boss latitante Bernardo Provenzano e' rimasto ricoverato in una clinica francese per l'operazione alla prostata. E su questo periodo ospedaliero, che inizia il 23 ottobre e si conclude il 4 novembre 2003, e' rivolta l'indagine della polizia italiana in collaborazione con quella francese.
Gli investigatori hanno individuato medici, infermieri e testimoni che avrebbero avuto un ruolo nell'intervento chirurgico e nel ricovero dell'anziano capomafia corleonese ricercato da 42 anni. E su questi punti si basera' la rogatoria che la Dda ha preparato.
Gli inquirenti vogliono accertare se durate il periodo in cui Provenzano e' rimasto in Francia ha incontrato familiari di Salvatore Troia, l'uomo che lo ha accompagnato in macchina da Villabate, a pochi chilometri da Palermo, fino a Marsiglia. Le fatture inoltrate dal servizio sanitario francese alla Asl siciliana, evidenziano che una prestazione effettuata ad ottobre 2003 riguarderebbe Marianna Troia, madre di Salvatore e moglie di Gaspare Troia, il pensionato di cui Provenzano si e' impossessato dell'identita' per arrivare in Francia.
Il padrino ha attraversato l'Italia con la complicita' di molti uomini affiliati alla cosca mafiosa di Villabate, quella guidata da Nicola Mandala', arrestato il 25 gennaio scorso, e l'indagine punta soprattutto ad individuare queste persone.MAFIA: PROVENZANO; VIZZINI, TEMO COPERTURE INSOSPETTABILI
"Credo che l' indagine della magistratura debba chiarire se lo Stato ha subito una beffa dal boss Bernardo Provenzano o se, in realta', sia stato anche tradito da soggetti conniventi, che hanno scelto di favorire e coprire il super-latitante anche nella vicenda sanitaria". Lo dice il senatore Carlo Vizzini, componente della Commissione nazionale Antimafia, commentando il doppio viaggio del boss di Corleone in Francia
"E' questo - aggiunge Vizzini - l' aspetto piu' delicato di un' indagine che, a mio avviso, finira' per scoprire coperture di insospettabili, dalle diagnosi all'assistenza medica, al disbrigo di tutte le pratiche". "Se cosi' sara' - conclude il senatore - questa area grigia amica di Cosa nostra deve essere assicurata alle patrie galere, perche' rappresenta linfa vitale per il cancro mafioso, che ruba il futuro ai giovani e uccide la liberta' d'impresa".5 marzo 2005 - LETTERA FIGLIO BORSELLINO
"La Repubblica"
LA LETTERA Mio padre e il coraggio dell´isolamento MANFREDI BORSELLINO
LA VICENDA umana e giudiziaria che in queste ore sta vivendo il Sacerdote Giuseppe Bucaro, indipendentemente dagli esiti processuali che riserverà, suggerisce una considerazione di fondo: vivere a Palermo è molto difficile, ma lo è maggiormente quando si ricoprono determinati ruoli.
Ritengo che il presiedere o dirigere un Centro, o comunque un´istituzione che prenda il nome di una qualsiasi vittima della criminalità organizzata, si chiami Paolo Borsellino o Claudio Domino, comporti enormi responsabilità ma soprattutto imponga una condotta esemplare, scevra da qualsiasi condizionamento esterno ed improntata alla massima trasparenza.
E´ evidente che tutti ci auguriamo che il sacerdote esca limpido dall´intera vicenda giudiziaria, ce lo auguriamo noi familiari di Paolo Borsellino che abbiamo riposto la nostra fiducia sul suo operato, ma se lo augura l´intera collettività ed in particolare gli operatori del centro che hanno con lui condiviso l´attività e le iniziative ivi svolte.
Seguire l´opera e l´esempio di nostro padre per noi significa essenzialmente vivere nel rispetto assoluto delle leggi morali.
"Non bisogna avere paura, soprattutto in questa città, di non intrattenere rapporti con uomini di potere... perché è agli occhi di tutti che la cosiddetta Palermo bene, la Palermo dei circoli, dei salotti buoni è inquinata...". Dopo la presa di posizione ufficiale della famiglia Borsellino all´esplodere del caso Bucaro, ieri Manfredi Borsellino - il figlio del magistrato ucciso - ha messo per iscritto un duro atto d´accusa che è anche un appello alla città sua e della sua famiglia. E proprio ieri il sacerdote, appena dimessosi dalla presidenza del Centro intitolato a Paolo Borsellino, è comparso per la prima volta a palazzo di Giustizia. Per quattro ore ha risposto alle domande dei pm nell´ambito dell´inchiesta per riciclaggio che lo vede indagato con Massimo Ciancimino e Gianni Lapis.Borsellino accusa: salotti inquinati
Caso Bucaro, interviene il figlio del magistrato ucciso dalla mafia
Il sacerdote accusato di riciclaggio interrogato per quattro ore in Procura sulle donazioni del tributarista Lapis
Nel mirino i 12 milioni di euro dati in beneficenza e che sarebbero transitati su un conto in Svizzera
ALESSANDRA ZINITI
Il Centro Paolo Borsellino non c´entra, hanno ripetuto più volte in questi giorni i magistrati della Procura di Palermo che indagano su un vorticoso giro di centinaia di milioni di euro, riciclaggio di capitali mafiosi secondo l´ipotesi accusatoria. Ma lui, padre Giuseppe Bucaro sì. Il sacerdote antimafia nel quale i familiari del magistrato ucciso hanno riposto tutta la loro fiducia, il confidente di famiglia, il presidente del centro da anni impegnato nell´assistenza ai minori disabili, parlava al telefono, trattava presunte donazioni da decine di milioni di euro con personaggi potenti come l´imprenditore e docente universitario Gianni Lapis e il suo socio Massimo Ciancimino, figlio dell´ex sindaco di Palermo.
Amarezza, rabbia, stupore per le rinnovate indiscrezioni di stampa che in questi giorni hanno rivelato non solo gli strani rapporti tra il sacerdote e queste persone, ma anche l´esistenza di conti svizzeri nella disponibilità del prelato e dunque ancora una volta (dopo la prima inchiesta nella quale era rimasto coinvolto) il suo muoversi "disinvolto" nel mondo degli affari. Alla notizia dell´indagine che vedeva coinvolto Padre Bucaro prima e a quella della notifica dell´avviso di garanzia dopo, la famiglia Borsellino aveva risposto con una nota nella quale esprimeva apprezzamento per la decisione del sacerdote di dimettersi dalla presidenza del centro Borsellino e fiducia nell´operato nella magistratura ma anche nell´"accertamento della sua completa estraneità ai fatti addebitatigli".
Ieri, invece, proprio nel giorno in cui, da indagato, il sacerdote veniva sottoposto ad interrogatorio negli uffici della Procura, Manfredi Borsellino ha voluto, con una lettera aperta, esprimere tutta l´amarezza per quella "Palermo bene, Palermo dei circoli, Palermo dei salotti buoni inquinata da tempo". Rabbia e amarezza ma anche un appello che non mancherà di suscitare reazioni in città. Un vero e proprio appello al coraggio di troncare amicizie e rinunciare a rapporti con "persone che hanno intrapreso un´altra strada".
Rapporti, come naturalmente quelli di Padre Bucaro con Gianni Lapis e Massimo Ciancimino, che il sacerdote ha cercato di spiegare ieri pomeriggio nel lungo interrogatorio svoltosi a Palazzo di giustizia alla presenza dei procuratori aggiunti Sergio Lari e Giuseppe Pignatone. Bucaro, assistito dall´avvocato Francesco Crescimanno, deve rispondere di riciclaggio semplice. A lui i magistrati hanno chiesto chiarimenti su una donazione milionaria venuta fuori dalle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte a carico di Lapis e Ciancimino. Ben dodici milioni e mezzo di euro la cifra promessa a Bucaro per la realizzazione di una mensa, una sorta di maxiregalo che l´imprenditore avrebbe avuto intenzione di fare anche per il figlio da anni impegnato nel mondo del volontariato. I soldi, però, avrebbero dovuto transitare non dal centro Paolo Borsellino bensì da un conto svizzero nella disponibilità della sorella di Padre Bucaro. Dodici milioni e mezzo di euro - ha detto Lapis ai magistrati - che però non sono mai stati versati perché l´investimento ad altissimo rischio di alcuni capitali in Spagna era andato male. Ma c´è un´altra donazione, di cinque milioni di euro, che ancora una volta salta fuori dalle intercettazioni telefoniche. Cinque milioni di euro che, questa volta, non si capisce se siano arrivati o meno a disposizione, se siano parte della precedente promessa o se siano altro.
Contemporaneamente all´interrogatorio del sacerdote, i sostituti procuratori Roberta Buzzolani e Lia Sava hanno convocato la coordinatrice del centro Paolo Borsellino per cercare di capire di quali notizie, su questa maxidonazione, fossero a conoscenza i componenti del consiglio di amministrazione del centro. Che, peraltro, non avrebbero potuto accettare una somma simile senza rispettare una procedura di rito. Ambienti vicini a Padre Bucaro, nei giorni scorsi avevano fatto sapere che il sacerdote - ricevuta dall´imprenditore Lapis la proposta del maxicontributo - avrebbe espresso le sue perplessità e si sarebbe rivolto alla Prefettura per chiedere cosa e come fare. Sarebbe stata poi la prefettura ad informare la Procura della Repubblica. Una versione - questa - che non corrisponde con lo stato degli atti processuali dove al momento non c´è traccia di alcuna informativa della Prefettura e dove il nome del sacerdote e i suoi affari saltano fuori soltanto dalle intercettazioni telefoniche disposte a carico di Lapis e Ciancimino.6 marzo 2005 - UN MANOSCRITTO DI CIANCIMINO
"La Repubblica"
Dieci pagine firmate Vito Ciancimino
"Lima, Falcone, Borsellino: i tre delitti che mi hanno sconvolto"
Nelle carte sequestrate i rapporti tra l´ex sindaco e i carabinieri
Le forniture di metano dai Paesi dell´Est al centro dell´inchiesta
Riciclaggio: depone Tronci, ex dirigente delle coop rosse
ALESSANDRA ZINITI
Inchiesta riciclaggio, all´esame dei pm c´è anche un manoscritto dell´ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino sequestrato la scorsa settimana durante la perquisizione a casa del figlio Massimo. Dieci paginette manoscritte dal titolo: "I carabinieri". Vito Ciancimino avrebbe voluto inserirle nel suo memoriale scritto negli anni passati a Rebibbia, ma alla fine decise di tenerle a parte. Anche se il tema era sempre quello: la sua "collaborazione" con lo Stato e la famosa trattativa avviata da Cosa nostra con pezzi delle istituzioni dopo la terribile stagione delle stragi del 1992.
Le dieci paginette iniziano così: "Il capitano Giuseppe De Donno è coetaneo e amico di mio figlio. Da tempo cercava di convincermi a parlare, ma io ho sempre detto di no. Ora a farmi cambiare idea sono stati l´omicidio di Salvo Lima, che mi ha turbato, quello di Giovanni Falcone, che mi ha sconvolto, e quello di Paolo Borsellino che mi ha atterrito".
Un rapporto rimasto misterioso quello avviato proprio dopo le stragi tra l´ex sindaco di Palermo e i carabinieri. E rievocato anche dal generale Mario Mori, capo del Sisde, nell´ambito dell´inchiesta sulla mancata perquisizione del covo di Totò Riina in via Bernini. Ai magistrati di Caltanissetta che lo interrogarono sul caso, Mori ricostruì così la collaborazione con Ciancimino, definito da lui "fonte confidenziale". "Il capitano De Donno aveva instaurato un buon rapporto con il figlio Massimo, durante la detenzione del padre. Fu così che invitai De Donno ad approfondire i rapporti". Il primo ottobre del ?92 Ciancimino avvia la sua collaborazione, 18 giorni dopo l´incontro decisivo. "Ciancimino mi informò che i suoi interlocutori avevano accettato di portare avanti un certo tipo di trattativa... gli chiesi di avere la consegna di Riina e degli altri assicurando che le famiglie di costoro sarebbero state trattate bene. Al che Ciancimino ebbe uno scatto improvviso... "Mi vuole morto, così morite anche voi". Aggiunse che avrebbe comunicato ai suoi interlocutori che vi era stato un momento di ripensamento e ci accompagnò alla porta". Un mese dopo, il figlio di Ciancimino contatta De Donno e lo invita a tornare dal padre. "Ciancimino aveva accettato - spiega Mori - e chiese una dettagliata mappa di Palermo nella zona compresa tra viale Regione Siciliana e Monreale. La sera stessa fu arrestato". In carcere l´ex sindaco accettò di parlare con i magistrati. "La collaborazione - conclude Mori - non approdò a buoni risultati. Si è perduta un´occasione importante".
Intanto proseguono gli interrogatori dell´inchiesta che ha portato anche alle dimissioni di padre Giuseppe Bucaro dalla presidenza del Centro Borsellino. Sul fronte del business metano ha parlato ieri Romano Tronci. L´imprenditore ed ex dirigente di cooperative rosse sarebbe stato il passpartout per accreditare le società di Gianni Lapis e Massimo Ciancimino con i governi degli ex Paesi comunisti per aggiudicarsi forniture di gas metano a prezzi competitivi da rivendere in Occidente, soprattutto in Spagna. Un affare a molti zeri, estremamente complesso e accoppiato a operazioni di alta finanza e investimenti ad altissimo rischio, che gli indagati dell´inchiesta sul riciclaggio avviata dalla Procura di Palermo su input del pentito Antonino Giuffrè hanno cercato di spiegare ai pm, contratti alla mano. Con le garanzie già offerte dagli acquirenti spagnoli in attesa di ricevere il metano dell´Est.
Ultimo a dare le sue spiegazioni sull´affare è stato proprio Tronci, già sotto processo perché accusato dal pentito Siino di essersi aggiudicato appalti sotto la protezione di Bernardo Provenzano, e adesso anche lui indagato per riciclaggio mafioso. A Tronci i sostituti procuratori Roberta Buzzolani e Lia Sava hanno chiesto chiarimenti sul megainvestimento da 250 milioni di dollari fatto da Lapis e Ciancimino in Spagna, una parte dei proventi del quale - secondo l´accusa - avrebbero dovuto essere riciclati sotto forma di donazione a padre Bucaro. Il sacerdote, anche lui indagato e ascoltato per quattro ore in Procura venerdì pomeriggio, ha però negato di aver mai ricevuto denaro da Lapis, ammettendo solo di aver ricevuto una proposta di donazione della quale, peraltro, non avrebbe messo a conoscenza i componenti del cda del Centro Borsellino. Anche la coordinatrice del centro, ascoltata venerdì dai pm Buzzolani e Sava, ha detto di non aver mai saputo nulla di quella donazione da dodici milioni e mezzo di euro rivelata da alcune intercettazioni telefoniche. Il sacerdote ha cercato di spiegare i contatti con Lapis e i pm gli hanno contestato diverse intercettazioni ambientali in cui si fa riferimento a transazioni bancarie di cui non si conosce l´origine dei fondi.IL CASO
Era a casa del figlio Massimo
Sequestrato manoscritto di Ciancimimo
La trattativa, contatti con De Donno, il ruolo del generale Mori
PALERMO - Un manoscritto dell´ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino sequestrato la scorsa settimana durante la perquisizione a casa del figlio Massimo entra negli atti dell´inchiesta sul riciclaggio avviata a Palermo dalla procura. Dieci pagine scritte a mano dal titolo "I carabinieri". Il memoriale comincia così: "Il capitano Giuseppe De Donno è coetaneo e amico di mio figlio. Da tempo cercava di convincermi a parlare, ma io ho sempre detto di no. Ora a farmi cambiare idea sono stati l´omicidio di Salvo Lima, che mi ha turbato, quello di Giovanni Falcone, che mi ha sconvolto, e quello di Paolo Borsellino che mi ha atterrito". Il primo ottobre del ?92 Vito Ciancimino avvia la sua collaborazione con i Ros: "Ciancimino mi informò che i suoi interlocutori avevano accettato di portare avanti un certo tipo di trattativa - scrisse il generale Mori - gli chiesi di avere la consegna di Riina. Al che Ciancimino ebbe uno scatto improvviso: mi vuole morto, così morite anche voi". Un mese dopo, il figlio di Ciancimino contatta De Donno e lo invita a tornare dal padre. L´ex sindaco viene arrestato e parla con i magistrati.6 marzo 2005 - APPUNTI DI RIINA SU LAVORI FERROVIARI
"La Sicilia"
Gli appunti licatesi di Riina
Al momento della cattura il boss aveva un biglietto sui lavori alla ferrovia
(a.c.) Licata avrebbe "ospitato" durante la sua latitanza il boss mafioso Totò Riina. Una ipotesi che le indagini avrebbero confermato e che hanno fatto scattare la caccia a coloro che hanno protetto la latitanza del boss. Una delle ultime rivelazioni che vedono coinvolta la città di Licata con il nome del boss corleonese riguarda uno dei biglietti che il Riina teneva in tasca al momento del suo arresto avvenuto a Palermo l'11 gennaio del 1993. Nel "pizzino", come vengono chiamati nel gergo mafioso i pezzi di carta con cui il capo mafia dava ordini ai suoi gregari e grazie ai quali circolano le comunicazioni all'interno di Cosa nostra, c'era scritto un appunto relativo all'"assegnazione lavori ferrovia di Licata".
Una frase quella riportata sul bigliettino che evidenzia come la mafia abbia sempre cercato di mettere mano - spesso riuscendoci - sui i lavori pubblici a Licata. L'interesse del boss per la Città di mare scoperto grazie al biglietto trovatogli in tasca dai poliziotti al momento del suo arresto confermerebbero anche le tanti voci secondo cui Riina sarebbe stato ospite delle famiglie mafiose licatesi. Intanto procedono le indagini su alcuni noti professionisti locali e relative ad ingenti quantità di denaro che sarebbe stato ripulito nei paesi dell'Est europeo. Un'attività investigativa che vede l'impegno dei carabinieri e degli uomini della Gdf coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo.7 marzo 2005 - I 30 SUPERLATITANTI
"La Sicilia"
La Top 30 dei superlatitanti
Tutti meridionali.
Oltre Provenzano e una donna, irreperibili 11 siciliani, 9 calabresi, 7 campani, un sardo
Leone zingales
Palermo. La cattura dei latitanti è sempre stata ritenuta una priorità dalle forze dell'ordine. Polizia, carabinieri, Dia e guardia di finanza, collaborati da Sisde e Sismi, sono impegnati quotidianamente nelle ricerche di pericolosi ricercati i cui nomi sono inseriti nel bollettino che il Viminale aggiorna ogni sei mesi e che contiene, in cima alla lista, i 30 latitanti più in vista.
Il più "famoso", quello che occupa il numero uno della lista è senza dubbio il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano che per la giustizia deve rispondere anche della strage del 1992 in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone. Nella lista dei 30 anche una donna italo-americana accusata di terrorismo mentre per quel che concerne le aree d'origine dei 29 uomini, queste rispecchiano le zone delle province meridionali dove più forte è l'attività e il controllo del territorio esercitato dalla criminalità organizzata. Sono quattro le regioni rappresentate: Sicilia (con 12 superlatitanti), Calabria (9), Campania (7) e Sardegna (1). E al loro interno, le province interessate sono, nell'ordine, quelle di Reggio Calabria (con 9 superlatitanti), Napoli (5), Palermo (5), Agrigento (4), Caserta (2), Catanzaro, Trapani, Caltanissetta, Catania e Nuoro con un superlatitante.
Questo l'elenco del Viminale riguardante i siciliani:
Bernardo Provenzano, Corleone (Palermo) 1933, ricercato per associazione di tipo mafioso, strage di Capaci (Palermo), attentato di via Fauro (Roma), strage, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto, concorso in omicidio.
Maurizio Di Gati, Racalmuto (Agrigento) 1966, ricercato dal 1999 per omicidi, associazione di tipo mafioso, truffa.
Sandro Lo Piccolo, Palermo 1975, ricercato dal 1998 per omicidio e dal 2001 per associazione di tipo mafioso ed estorsione. Giovanni Motisi, Palermo 1959, ricercato dal 1998 per omicidi, dal 2001 per associazione di tipo mafioso, dal 2002 per strage.
Domenico Raccuglia, Altofonte (Palermo 1964), ricercato dal 1996 per omicidi, associazione di tipo mafioso, rapina, estorsione.
Umberto Di Fazio, Catania 1962, ricercato dal 2000 per associazione di tipo mafioso.
Daniele Emmanuello, Gela (Caltanissetta) 1963, ricercato dal 1996 per associazione di tipo mafioso e associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e dal 1998 per omicidio, evasione, armi.
Gerlandino Messina, Porto Empedocle (Agrigento) 1972, ricercato dal 1999 per associazione di tipo mafioso e omicidi.
Salvatore Lo Piccolo, Palermo 1942, ricercato dal 1998 per concorso in omicidi, omicidio, associazione di tipo mafioso.
Matteo Messina Denaro, Castelvetrano (Trapani) 1962, ricercato dal 1993 per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto; Luigi Putrone, Porto Empedocle (Agrigento) 1960, ricercato per associazione di tipo mafioso, omicidio, concorso in omicidio; Giuseppe Falsone, Campobello di Licata (Agrigento) 1970, ricercato per associazione di tipo mafioso, omicidi, traffico internazionale di sostanze stupefacenti.7 marzo 2005 - GIUDICE; IMPUTATO, NON CONOSCO BOSS GRECO
ANSA:
MAFIA: GIUDICE; IMPUTATO, NON CONOSCO BOSS GRECO
DEPUTATO FI, VI SPIEGO COME INCONTRAI PANZECA
Del boss Carlo Greco dice di non sapere "chi sia". Ma di Giuseppe Panzeca, ritenuto esponente di spicco della famiglia mafiosa di Caccamo, e del suo ingresso nelle societa" nautiche "Marina Uno","Salpancore" e "Gente di Mare", del potenziamento di queste societa', della loro graduale esposizione economica, fino al deficit e alla vendita, il deputato di Fi Gaspare Giudice ha parlato per oltre due ore nel processo che lo vede imputato per associazione mafiosa.
Giudice ha spiegato che comincio' ad occuparsi di nautica in seguito alla vicenda giudiziaria che nell' 86 provoco' la sua sospensione dalla Sicilcassa. Il deputato, che dirigeva la filiale di Termini Imerese, era stato coinvolto in una truffa, dalla quale fu poi assolto. "Non avevo piu' stipendio " ha detto - allora andai da mio cugino Benedetto Caramazza, e cominciai a lavorare con lui nel settore nautico". Giudice divento' cosi' socio della societa' "Marina Uno" nella quale lavorava anche come dipendente. Il deputato ha quindi ricostruito le fasi dell' ingresso di Panzeca nelle societa' nautiche, tramite l' acquisto di quote dei soci uscenti Chicca Natoli e Benedetto Caramazza.
"Panzeca - ha detto - si impegno' a comprare per 150 milioni la quota della Natoli e per 165 milioni quella di Caramazza. Alla scadenza della scrittura, pero', non aveva i soldi per pagare. Io, come rappresentante della societa', mi trovai costretto a garantire con assegni il pagamento agli uscenti. Panzeca riusci' a pagare Caramazza. Con la Natoli, invece, non riusci' a chiudere il debito e anch' io fui travolto da questa insolvenza".
Nel frattempo, Panzeca pianificava l' ampliamento della societa' "Marina Uno" e nel novembre del '91 apri' un nuovo punto vendita a San Nicola l' Arena. "Fece investimenti " ha raccontato Giudice - allargo' la vendita all' abbigliamento nautico, al materiale da pesca, alle tavole a vela. Spese che contribuirono ad esporre la societa"".
In quel periodo, Giudice fu assolto, per cui la Sicilcassa lo informo' che dal primo dicembre del "92 sarebbe stato reintegrato nel posto di lavoro. "Fui felice - ha detto - di lasciare il mondo delle societa' nautiche". A partire dal settembre '92, l' esponente di Fi sostiene di non essersi piu' occupato di barche. "Prima di tirarmi indietro - ha ricordato il deputato - chiesi a Panzeca di onorare i suoi impegni, liberando dalle fideiussioni mia figlia Domitilla, e Rosalia Vesco, a quel tempo la mia compagna, da me coinvolte nella compravendita delle quote". "Panzeca - ha concluso Giudice - non mantenne gli impegni, e ho dovuto rispondere delle sue obbligazioni". Il processo riprende il 14 marzo.7 marzo 2005 - TALPE DDA; CUFFARO, GIUFFRE' NON HA MAI PARLATO DI ME
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; CUFFARO, GIUFFRE' NON HA MAI PARLATO DI ME
"Giuffre' da quando ha iniziato a collaborare non ha mai parlato di me, non lo ha fatto durante i 180 giorni previsti dalla legge, ne in seguito". Lo dice il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, alla vigilia dell'audizione in aula del pentito nel processo alle "talpe alla dda" in cui il Governatore e' imputato di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra.
I giudici del tribunale saranno domani in trasferta a Milano per la deposizione di Giuffre' che si svolgera' nell'aula bunker di via Ucelli Di Nemi.
Cuffaro, che stamani a Milano ha presentato a Palazzo dei Giureconsulti il "Report Sicilia 2005", secondo quanto si e' appreso a margine della conferenza, non parteciperebbe all'udienza. "Questo collaboratore - ha detto il governatore - non mi accusa di nulla e la sua deposizione non mi riguarda".7 marzo 2005 - A "CHI L'HA VISTO" NUOVO IDENTIKIT PROVENZANO
"La Repubblica"
Il capo della procura di Palermo stasera a "Chi l´ha visto?" su Rai3. Il ds: i giudici valutino possibilità Caccia a Provenzano, Grasso va in tv Lumia: diffondere il nuovo identikit Il procuratore romano Luca Tescaroli: se esiste va diffuso, perché i cittadini potrebbero dare un utilissimo contributo alla ricerca del latitante FRANCESCO VIVIANO
PALERMO - Dopo "Che tempo che fa" ed altri programmi tv, il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, prosegue il suo tour televisivo ed approda, questa sera a "Chi l´ha visto?", su RaiTre alle 21, per parlare del numero uno di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, visto l´ultima volta ben 42 anni fa, e la cui immagine più recente è quella allestita nei mesi scorsi nei laboratori della polizia scientifica che hanno realizzato un nuovo identikit della Primula Rossa di Corleone. Un identikit diverso da quello diffuso alcuni anni fa proprio da "Repubblica" e che è stato riproposto recentemente dopo l´inchiesta sull´intervento chirurgico cui si è sottoposto Provenzano a Marsiglia, sotto il falso nome di Gaspare Troia. Forse stasera Grasso potrebbe mostrare il nuovo identikit realizzato sulla base delle rivelazioni dell´ultimo pentito di mafia, Antonino Giuffrè, e delle informazioni fornite dai medici e dagli infermieri marsigliesi che hanno curato Provenzano. Un identikit che fino ad ora è rimasto chiuso in un cassetto e che, per scelte investigative, non viene diffuso. Una scelta che non viene condivisa da molti magistrati ed addetti ai lavori e tra questi il sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli che rappresentò l´accusa nei processi per le stragi di Capaci e di via D´Amelio e Beppe Lumia, capogruppo dei Ds nella Commissione parlamentare antimafia. "Normalmente se ci sono degli identikit - afferma Luca Tescaroli - di personaggi ricercati, questi vanno diffusi perché potrebbe esserci un utile contributo da parte di cittadini che potrebbero riconoscere il latitante e segnalare la persona agli organi investigativi. Questa decisione va però rimessa all´autorità giudiziaria che coordina le indagini". Anche Beppe Lumia si dice favorevole alla diffusione dell´identikit di Bernardo Provenzano. "Personalmente non escluderei l´ipotesi di divulgare l´identikit del capo di Cosa nostra ma questa è una decisione delicata che va vagliata dalla magistratura".
Ma perché non viene diffuso il nuovo identikit di Provenzano? Alla Procura di Palermo alcuni magistrati che coordinano le inchieste che lo riguardano, sostengono che non viene diffuso per non dare "vantaggio" al latitante per eccellenza. "Se il boss vedesse il suo identikit e se questo fosse molto simile alla sua faccia, potrebbe cambiare connotati rendendo ancora più difficile la sua cattura". Una ricerca che fino ad oggi è risultata vana e che ha sempre provocato polemiche all´interno di organi investigativi ed anche tra procure. L´ultima, in ordine di tempo, quella tra Palermo e Roma dopo che nel dicembre scorso un gruppo di investigatori della Dia di Roma sbarcò a Palermo con una segnalazione precisa, un presunto covo di Provenzano in via Dante a Palermo. Il covo fu perquisito. Palermo disse che non sapeva nulla, Roma invece aveva detto che i colleghi del capoluogo siciliano erano stati avvertiti. E su questo incidente la Procura della Capitale ha avviato nei giorni scorsi un´inchiesta interrogando i due giornalisti di Repubblica che avevano rivelato l´operazione della Dia romana.MAFIA: PROCURATORE PALERMO SVELERA' IDENTIKIT PROVENZANO
Il procuratore di Palermo Piero Grasso mostrera' questa sera ai giornalisti l'identikit del boss latitante Bernardo Provenzano. Lo fara' in questura, assieme al prefetto Nicola Cavaliere, titolare di incarichi speciali di polizia.
La decisione del procuratore e' maturata in serata, dopo una rapida consultazione con i pm della Dda che si occupano dell'inchiesta sulle ricerche di Provenzano e con l'aggiunto Giuseppe Pignatone.
Gli inquirenti per molto tempo hanno tenuto segreto l'identikit del capomafia, ricercato da 42 anni, nella speranza che la primula rossa evitasse in questo modo di modificare il proprio aspetto per sfuggire alle ricerche. Adesso hanno cambiato improvvisamente idea e hanno deciso di lanciare un appello ai cittadini, chiedendo la collaborazione delle persone che eventualmente possono riconoscerlo.
Il volto del boss che verra' mostrato alle 19,30 in questura e' quello ricavato dalle indicazioni del pentito Antonino Giuffre', l'ultimo che lo ha incontrato e che collabora con la giustizia.
Alla conferenza stampa, alla quale partecipera' anche il questore di Palermo Giuseppe Caruso, non saranno invece presenti i pm Marzia Sabella e Michele Prestipino che si occupano dell'indagine su Provenzano.MAFIA: SMAGRITO E INVECCHIATO, ECCO IL VOLTO DI PROVENZANO
Un uomo dal volto stanco e smagrito, invecchiato rispetto al precedente identikit che era stato ricavato al computer dall'unica foto segnaletica che risale a oltre 42 anni fa. Questo l'ultimo identikit del supelatitante Bernardo Provenzano, ricavato dalle indicazioni fornite alla polizia scientifica dal pentito Nino Giuffre'
Il boss ha l'attaccatura dei capelli alti, e' stempiato, gli zigomi sporgenti ed appare smagrito. L'identikit che verra' reso pubblico dal procuratore Piero Grasso stasera in Questura, e' stato mostrato nelle scorse settimane ai medici e infermieri francesi che lo hanno avuto in cura nel luglio e nell' ottobre del 2003 a Marsiglia per un intervento alla prostata.
Il volto disegnato dalla polizia scientifica e' apparso, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, molto somigliante a quello del boss. Il dato comune che emerge e' quello dell'invecchiamento. Tutti lo indicano, infatti, come un uomo molto anziano, con il volto segnato dall'eta' e dalla sofferenza.
Provenzano e' nato a Corleone il 31 gennaio 1933; i pentiti 'storici' di Cosa Nostra, quelli che hanno avuto l'occasione di incontrarlo, lo hanno sempre indicato come un uomo tarchiato (piu' o meno della stessa statura di Riina), di robusta costituzione e con una cicatrice sul collo.MAFIA: PROVENZANO;CAVALIERE,IDENTIKIT FEDELE A TESTIMONIANZE
"E' un identikit attento rispetto alle testimonianze puntuali raccolte dagli investigatori, in piu' fa riferimento alla descrizione dei medici francesi". Lo ha detto il prefetto Nicola Cavaliere, direttore centrale della polizia anticrimine, durante la conferenza stampa nel corso della quale il procuratore capo di Palermo, Piero Grasso, ha mostrato l' ultimo identikit di Bernardo Provenzano.
Cavaliere ha spiegato che la decisione di mostrare l' identikit, fatto alla fine del 2002 sulla base delle indicazioni del pentito Nino Giuffre', "e' stata presa anche per evitare eventuali fughe di notizie". E alla domanda se ritiene che il boss di Corleone gia' da tempo conosca questo ultimo identikit grazie alla rete di connivenze di cui gode, il prefetto Cavaliere ha risposto: "La polizia giudiziaria e' sempre un' attivita' che si presta a rischi, dobbiamo pensare pero' che non sia cosi', riteniamo che questa immagine di Provenzano sia a uso e consumo delle persone per bene".
Rispetto al ritardo con cui la Procura ha deciso di rendere noto l' identikit, Cavaliere ha aggiunto che "il disegno e' stato composto in questi ultimi giorni". "L' immagine di Provenzano - ha evidenziato - e' stata piu' volte ritoccata in virtu' delle testimonianze che l' hanno arricchita di particolari". Il prefetto ha sottolineato il lavoro svolto dalla polizia scientifica, che ha elaborato l' identikit al computer. "Noi - ha detto - ci affidiamo molto volentieri agli esperti della scientifica, l' abbiamo sperimentato in altre occasioni con risultati sempre molto buoni".
Cavaliere, quindi, ha annunciato che l' identikit sara' fatto circolare il piu' possibile e ha auspicato la collaborazione della gente comune.MAFIA: PROVENZANO; GRASSO, PER PENTITO CUSIMANO E' SUO VOLTO
"Abbiamo deciso di rendere pubblico l' identikit fatto su indicazione del pentito Antonino Giuffre', dopo che l' altro collaboratore Mario Cusimano e altri testimoni hanno confermato che e' molto somigliante alla realta". Lo ha detto il procuratore di Palermo, Piero Grasso, incontrando i giornalisti in questura per presentare il nuovo identikit del boss latitante Bernardo Provenzano.
Con Grasso erano presenti il direttore centrale della polizia anticrimine, prefetto Nicola Cavaliere, e il questore di Palermo Giuseppe Caruso.
"In via informale - ha aggiunto - perche' la rogatoria e' ancora in corso, i medici francesi hanno detto che questo volto e' quello del paziente che hanno visitato. I medici hanno detto che rispetto a questo identikit l' uomo era piu' smagrito e invecchiato perche' sofferente".
Grasso si riferiva alle analisi e all' operazione alla prostata subita da Provenzano in Francia.
"E' una ricostruzione grafica che naturalmente ha alcuni limiti", ha sottolineato Grasso, secondo cui "la rassomiglianza dell' identikit al vero volto di Provenzano e' stata resa possibile dopo alcune verifiche fatte con un pentito e alcuni testimoni".
Il procuratore ha precisato che "la decisione di diffondere l' identikit", fatto alla fine del 2002 e perfezionato negli ultimi giorni, "e' stata presa in raccordo con il ministero dell' Interno". "Pensiamo che diffondendo questa immagine - ha aggiunto Grasso - si possano evitare possibili incidenti con cittadini fermati per una qualche somiglianza con Provenzano ma assolutamente estranei".
Il riferimento del capo della Dda e' all' odissea, vissuta qualche giorno fa, da un vigile del fuoco di Palermo, fermato all' aeroporto di Fiumicino per la sua somiglianza al boss di Corleone, e rilasciato dopo alcune ore.MAFIA: PROVENZANO; LUMIA, IDENTIKIT SERVE PER CACCIA A BOSS
"Spero che questa scelta della Procura e delle forze di Polizia aiuti la caccia al boss di Cosa Nostra. E' anche un modo per incoraggiare i cittadini e per dire a tutti che la caccia a questo superlatitante non si ferma mai". L'on. Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione Antimafia, commenta cosi' la diffusione del nuovo identikit di Bernardo Provenzano.
"Quando verra' preso - aggiunge - non bisognera' dimenticarsi che dietro di lui ci sono altri boss pericolosi pronti a prendere il suo posto e che la rete di collusioni che ha messo in piedi nella societa', nella politica e nell'economia, va sconfitta insieme a lui".MAFIA: PROVENZANO; DEL BOSS SOLO 5 VECCHIE FOTOGRAFIE
SONO DUE "FOTOTESSERA" DUE "SEGNALETICHE" E UNA "IN POSA"
Del boss latitante Bernardo Provenzano, finora, si conoscevano solo cinque fotografie in bianco e nero vecchie di oltre 40 anni che ne riproducono il volto e alcune immagini trattate al computer che partendo dalla foto originale ricostruiscono la faccia del ricercato numero uno d' Italia tenendo conto degli anni trascorsi e della possibilita' che si sia fatto crescere baffi o barba.
Le fotografie sono due "fototessera", due "segnaletiche", fronte e profilo dell' arrestato (in un unica striscia fotografica), e una foto "in posa" che ritrae il boss quando era giovane vestito da militare accanto ad un vaso con fiori. Le foto segnaletiche a sinistra hanno il numero "36754" utile per ritrovare l' immagine in archivio.
Il boss latitante da 42 anni e' il capo piu' misterioso di Cosa nostra. Classe 1933, corleonese, detto "zu Binbu" o "Binnu u tratturi", il trattore per la sua determinazione, e' il superboss che vanta il primato della piu' lunga latitanza nella storia della mafia.
Dopo la cattura di Toto' Riina, nel gennaio del '93, e' toccato a lui, con ogni probabilita', il compito di prendere in mano le redini di Cosa nostra, decimata dagli arresti, indebolita dalle "cantate" dei pentiti, impoverita dai sequestri di armi e di denaro, e di tentare di rimettere in piedi l'organizzazione allo sbando.
Nell'ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, i giudici di Palermo scrivevano che Provenzano "si e' rivelato uno dei personaggi piu' sfuggenti ed inafferrabili, oltre che uno dei piu' feroci e sanguinari, di Cosa nostra". La Procura e' oggi convinta che si deve allo "zio" la contrattazione di un "patto di non belligeranza" tra le famiglie mafiose di Palermo e i clan corleonesi.
La sua scalata criminale comincia negli anni Cinquanta, quando Provenzano, insieme a Toto' Riina, ed a Calogero Bagarella (che rimarra' ucciso nella strage di via Lazio del '69) diventa il piu' fidato luogotenente di Luciano Liggio, allora capo incontrastato della mafia corleonese. L' approdo ai vertici di Cosa nostra avviene alla tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta: dopo aver infiltrato ogni cosca con uomini di estretta osservanza "corleonese", ed avere poi eliminato tutti gli avversari a colpi di kalashnikov, Provenzano e Riina sono ormai i capi assoluti di Cosa nostra.
Il nome di Provenzano compare in decine di processi. Di lui hanno parlato tutti i pentiti di Cosa nostra, a partire dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, dilungandosi sul complesso rapporto di amore-odio che lo ha legato per un quarto di secolo a Toto' Riina.
Luciano Liggio, che tra i due ha sempre privilegiato Riina, di Provenzano diceva: "Spara come un dio, peccato che abbia il cervello di una gallina". Interrogato dopo la cattura, Toto' Riina ha smentito ogni legame con "Zu Binu": "So che Provenzano e' un mio compaesano - ha detto - Ma io non lo conosco". Insomma: ne' Liggio ne' Riina in dichiarazioni processuali hanno cercato di accreditare la "statura" mafiosa di Provenzano.
Ma il pentito Toto' Cancemi sostiene che Provenzano e' il boss che "tiene in mano tutti gli appalti ed i rapporti con i politici". Il pentito Gioacchino Pennino, medico, ex consigliere comunale Dc, ha spiegato che Provenzano ha sempre mantenuto un ruolo di assoluto primo piano all'interno di Cosa nostra. E che, se Riina e' stato per anni capo militare dell' organizzazione, Provenzano rappresentava invece lo stratega in grado di gestire i rapporti con il complesso mondo della politica.
Sulla sorte di Provenzano, negli ultimi anni, si sono intrecciate le ipotesi piu' disparate. Tanto che Balduccio Di Maggio, nel 1993, ipotizzo' che "zu Binu" potesse essere morto. Ipotesi smentita dallo stesso Provenzano che, nell'aprile del '94, invio' una lettera al presidente della Corte d'assise di Palermo, Innocenzo La Mantia, per nominare gli avvocati Salvatore Traina e Giovanni Arico' suoi legali di fiducia, nel processo per l'omicidio di Giannuzzu Lallicata. La lettera, ritenuta autentica, risultava spedita da un tale "Catalano Serafino", residente in via Albanese 18, un edificio a pochi passi dal carcere dell'Ucciardone.
Ed e' dei giorni scorsi l' ultima rivelazione sul boss: col nome di Gaetano Troia sarebbe stato ricoverato in cliniche marsigliesi prima per analisi e poi per operarsi di prostata.MAFIA: IDENTIKIT DISEGNA L'ULTIMO VOLTO DI PROVENZANO
INVESTIGATORI DECIDONO DI DIFFONDERE DISEGNO CHE RAFFIGURA BOSS
(di Alfredo Pecoraro)
E' piu' magro, i capelli bianchi corti con l' attaccatura alta e pettinati leggermente all' indietro, gli zigomi sporgenti, un po' piu' invecchiato anche se in alcuni tratti somatici sembra addirittura piu' giovane rispetto alla vecchia immagine ricavata al computer 42 anni fa grazie a una foto segnaletica. E' l' ultimo identikit elaborato dalla polizia scientifica di Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra, latitante dal 1963.
Gli esperti della scientifica avevano ricostruito il volto del boss di Corleone alla fine del 2002 sulla base delle indicazioni fornite dal pentito Nino Giuffre'. Il nuovo identikit e' stato tenuto in un cassetto per piu' di due anni, a conoscerlo erano solo in pochi. Adesso la Procura di Palermo ha deciso di diffonderlo anche all' opinione pubblica.
Il volto di Provenzano compare in primo piano, con una t-shirt a girocollo nera. "Abbiamo deciso di rendere pubblico l' identikit fatto su indicazione del pentito Giuffre' - ha spiegato il procuratore di Palermo Piero Grasso, mostrando il disegno in conferenza stampa - dopo che un altro collaboratore, Mario Cusimano, e altri testimoni hanno confermato che e' molto somigliante alla realta' ". Cusimano e' stato arrestato a gennaio nell' ambito dell' inchiesta sui presunti fiancheggiatori della 'primula rossa', e dopo qualche giorno ha deciso di collaborare.
Grasso ha aggiunto che "in via informale, perche' la rogatoria e' ancora in corso", la ricostruzione al computer del volto di "zu Binnu' e' stata confermata anche dai sanitari francesi. L' identikit e' stato infatti mostrato a medici e infermieri che tra luglio e ottobre del 2003 hanno curato Provenzano, ricoverato in due cliniche a Marsiglia, dove e' stato visitato e poi operato alla prostata. I medici hanno detto che rispetto all' identikit in mano alla Procura, "il boss era piu' smagrito e invecchiato perche' sofferente".
Il prefetto Nicola Cavaliere, direttore centrale della polizia anticrimine, ha spiegato che la decisione di mostrare l' identikit, in accordo con il ministero dell' Interno, "e' stata presa anche per evitare eventuali fughe di notizie". "La polizia giudiziaria - ha detto l' ex questore di Roma - e' sempre un' attivita' che si presta a rischi, dobbiamo pensare pero' che non sia cosi', riteniamo che questa immagine di Provenzano sia a uso e consumo delle persone per bene".
Rispetto al ritardo con cui la Procura ha deciso di rendere noto l' identikit, Cavaliere ha sottolineato che "il disegno e' stato composto in questi ultimi giorni". "L' immagine di Provenzano - ha evidenziato - e' stata piu' volte ritoccata in virtu' delle testimonianze che l' hanno arricchita di particolari". Il prefetto ha lodato il lavoro svolto dalla polizia scientifica, che ha elaborato l' identikit al computer. "Noi - ha detto - ci affidiamo molto volentieri agli esperti della scientifica, l' abbiamo sperimentato in altre occasioni con risultati sempre molto buoni".
Cavaliere, quindi, ha annunciato che l' identikit, fino a ieri conosciuto da poche persone, sara' fatto circolare il piu' possibile e ha auspicato la collaborazione della gente comune.8 marzo 2005 - MAFIA:'CHI L' HA VISTO', FRUSTRAZIONE VITTIME STRAGE FIRENZE
ANSA:
MAFIA:'CHI L' HA VISTO', FRUSTRAZIONE VITTIME STRAGE FIRENZE
Frustrazione di fronte "all' impotenza dello Stato nella lotta al terrorismo mafioso". E' il sentimento che l' Associazione dei familiari delle vittime della strage di Via dei Goergofili, a Firenze, esprime di fronte al programma "Chi l'ha visto" trasmesso ieri sera da Rai tre e dedicato alla latitanza di Bernardo Provenzano.
In una nota, i familiari delle vittime di via dei Georgofili "esprimono tutta la loro amarezza nel constatare quanto la possibilita' di giustizia per i loro morti sia lontana, se non addirittura impossibile. Nel prendere atto delle difficolta' da parte della Magistratura e delle forze dell' ordine, rese note nel tentativo di arrivare alla cattura di Bernardo Provenzano, reo della strage di Firenze del 27 Maggio 1993, attraverso una trasmissioni dedita alla ricerca di persone scomparse, denunciano ancora una volta la grande frustrazione delle vittime davanti all' impotenza dello Stato nella lotta al terrorismo mafioso ed eversivo".
L' associazione esprime anche "sconcerto - prosegue il documento - nel ravvisare in tutto cio' quanto il lavoro di Gabriele Chelazzi, il magistrato che ha rappresentato l' accusa nella guerra a 'Cosa Nostra' per le stragi del 1993, oggi appaia del tutto vanificato".8 marzo 2005 - TALPE DDA; GIUFFRE', PER PROVENZANO CUFFARO AFFIDABILE
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PENTITO GIUFFRE' STA DEPONENDO A MILANO
E' iniziata la deposizione del pentito Nino Giuffre' nel processo alle talpe della Dda, che vede fra i 13 imputati anche il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, accusato di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra. Giuffre' e' presente in aula, seduto davanti ai giudici, protetto da un paravento di tipo sanitario, per evitare di essere inquadrato dalle telecamere, e da un gruppo di agenti di scorta.
L'udienza si svolge in trasferta nell'aula bunker di Milano davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo, presieduti da Vittorio Alcamo.
Il pm Michele Prestipino ha cominciato l' esame del pentito. Sono presenti anche i sostituti Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo.
Il capitolato dell'esame del collaboratore ammesso dai giudici riguarda in particolare la campagna elettorale per le elezioni del 2001.MAFIA: TALPE DDA; GIUFFRE', PER PROVENZANO CUFFARO AFFIDABILE
Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro sarebbe stato ritenuto "affidabile" da Bernardo Provenzano e per questo motivo sarebbe stato appoggiato durante la campagna elettorale nel 2001. E' quanto sostenuto dal pentito Nino Giuffre', rispondendo alle domande del difensore di Cuffaro, l' avvocato Claudio Gallina Montana.
Il pentito ha detto di non avere mai conosciuto Cuffaro, ma ha aggiunto di "avere saputo da Provenzano" che "Guttadauro e Aiello avevano rapporti diretti con Cuffaro".
Rispondendo a una domanda dell'avvocato Gallina Montana, che gli ha chiesto se Cuffaro fosse a conoscenza del fatto che dietro alcuni voti ci sarebbe stata Cosa Nostra, Giuffre' ha puntualizzato: "Non so se ne era a conoscenza, ma il politico sa che dietro a certi poteri ci siamo noi altrimenti gli equilibri si rompono". Il collaboratore ha inoltre sostenuto che durante la campagna elettorale di Cuffaro i mafiosi avrebbero "interferito" attraverso persone dal volto pulito.
L'udienza si e' conclusa e il processo e' stato rinviato a domani, sempre nell' aula bunker di Milano, dove il collaboratore sara' sottoposto all' esame prima della parte civile e poi dei difensori.MAFIA: TALPE DDA; GIUFFRE', PROVENZANO APPOGGIAVA CUFFARO
Bernardo Provenzano nella campagna elettorale del 2001 per l'elezione del presidente della Regione "ha fatto appoggiare Salvatore Cuffaro". E' quanto ha sostenuto nell'aula bunker di Milano il pentito Nino Giuffre', dopo diverse ore di interrogatorio a cui e' sottoposto dai giudici del tribunale di Palermo davanti ai quali si svolge il processo alle Talpe della Dda che vede fra gli imputati lo stesso governatore dell'Isola.
"Sapevamo - ha detto Giuffre' - che il candidato Leoluca Orlando non ce l'avrebbe fatta ad essere eletto e per questo motivo, d'accordo con Provenzano, si e' deciso di appoggiare Cuffaro. Parlando durante la campagna elettorale del 2001 con Bernardo Provenzano mi disse che dove si poteva, si doveva intervenire per far arrivare voti a Cuffaro".
Secondo il collaboratore di giustizia Nino Giuffre' "c'era un accordo interno a Cosa nostra di appoggiare nel 2001 l'onorevole Cuffaro".
Il teste ha detto ai giudici che Provenzano voleva puntare sul "cavallo vincente". Rispondendo alle domande del pm della Dda, Nino Di Matteo, il pentito ha sostenuto che Bernardo Provenzano avrebbe parlato con lui di Cuffaro gia' durante una precedente campagna elettorale, quella del 1996. "In quella occasione - ha detto l'ex capomafia di Caccamo - dovevo intervenire su Cuffaro, che allora era assessore all' agricoltura, per sollecitare il pagamento di contributi a miei amici imprenditori agricoli. Cuffaro era candidato alle elezioni regionali e Provenzano mi blocco' dicendomi di non fare alcuna pressione, perche' dovevamo curare, indirettamente, i rapporti con Cuffaro, senza disturbarlo, lasciandolo a suo agio".
A una domanda del pm che gli chiedeva se con Provenzano avesse parlato di politica solo nel 1996 e nel 2001, o durante questo periodo, Giuffre' ha risposto: "Abbiamo continuato a parlare di politica dando per scontato che Provenzano ormai appoggiava questo partito...".MAFIA: TALPE DDA; GIUFFRE',PROVENZANO INFORMATO SU MICROSPIE
Bernardo Provenzano era informato della presenza di microspie e telecamere piazzate dagli investigatori nelle zone che frequentava durante la latitanza. Non solo: il boss, ricercato da 42 anni, negli ultimi tempi avrebbe utilizzato anche un attrezzo elettronico per rilevare la presenza di 'cimici'.
Lo scenario del "controspionaggio di Cosa nostra" e' stato rivelato nell'aula bunker di Milano dal pentito Nino Giuffre', rispondendo alle domande del pm Michele Prestipino.
Il collaboratore sta deponendo nel processo alle talpe alla Dda in cui sono imputate 13 persone, fra cui il Governatore dell'Isola, Salvatore Cuffaro, e il maresciallo dei carabinieri del Ros, Giorgio Riolo, l'esperto di elettronica che aveva il compito di sistemare le microspie nell'ambito dell'indagine sulla ricerca di Provenzano.
"Provenzano - ha detto Giuffre' - era informato 'pari pari' (passo passo, ndr) della presenza di microspie e telecamere. Lui mi ha spesso avvertito del pericolo di incappare in questi aggeggi elettronici. Lo ripeteva spesso, anche quando ci incontravamo, di stare attenti. Negli ultimi periodi, durante i nostri incontri, era cosi' guardingo che effettuava i controlli delle stanze dell'abitazione in cui ci ritrovavamo, utilizzando un apparecchio che rilevava la presenza di eventuali microfoni".
Rispondendo alle domande del pm, Giuffre' ha detto: "So che queste informazioni riservate, in cui si indicavano anche i luoghi in cui erano piazzate le microspie, arrivavano a Provenzano da Bagheria, in particolare da Nino Gargano e Nicolo' Eucaliptus".
Il collaboratore sta raccontando il modo in cui incontrava Provenzano, le "misure di sicurezza" che adottavano per non essere scoperti dalle forze dell'ordine, e le strade che i "pizzini" del boss percorrevano per raggiungere i vari destinatari di Cosa nostra. Giuffre' sta descrivendo anche il ruolo del padrino corleonese ricercato da 42 anni: "E' stato lui - ha detto il pentito - ad aver tracciato una strategia dentro Cosa nostra e per questo si puo' definire l'ideologo".MAFIA: TALPE DDA; GIUFFRE', PROVENZANO INTERESSATO A SANITA'
Il boss Bernardo Provenzano si e' sempre interessato ad investire somme di denaro nella sanita', fin dagli anni Ottanta. I collegamenti fra il capomafia latitante da 42 anni e diversi medici sono stati ricostruiti nell'aula bunker di Milano dal collaboratore di giustizia Nino Giuffre', che sta deponendo nel processo alle talpe alla Dda.
Il pentito parla anche dei finanziamenti che i mafiosi avrebbero ottenuto, tramite i "buoni uffici" dell'imprenditore Michele Aiello, per realizzare le strade interpoderali e gli interessi economici che Provenzano e Cosa nostra avevano nelle strutture sanitarie di Bagheria che facevano capo ad Aiello.
"Dopo l'arresto di Nicola Eucaliputs - afferma Giuffre' - a Provenzano occorreva per la famiglia mafiosa di Bagheria, che e' la sua roccaforte, una figura pulita, un personaggio incensurato, insospettabile, e la scelta e' caduta su Michele Aiello che era l'astro nascente".
Il collaboratore ricorda che uno dei primi favori che ha fatto negli anni Ottanta a Provenzano ha riguardato proprio la sanita'. Si trattava di far avere delle commesse al nipote del boss, Carmelo Gariffo, che vendeva apparecchiature sanitarie. "All'ospedale di Termini Imerese - afferma il pentito - avevo ottime conoscenze ed avevo nelle mani il dottore Nuzzo che si occupava del reparto di Ortopedia, Onorata, originario di Trabia, che era in Radiologia e Torcivia del reparto di Chirurgia. Con ognuno di loro fissai un appuntamento con Gariffo, nella cui societa' aveva interessi anche lo stesso Provenzano".
La deposizione e' stata sospesa e riprendera' alle 15:00.MAFIA: CUFFARO, MAI CERCATO APPOGGI ELETTORALI MAFIOSI
"Le dichiarazioni del collaborante Giuffre', mettono in luce un dato incontestabile: il sottoscritto non ha mai cercato appoggi elettorali in ambienti mafiosi, che invece sembrano aver assunto le loro determinazioni in ragione di squallidi e vergognosi calcoli di potere".
Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, commenta cosi' le dichiarazioni rese oggi in aula a Milano dal pentito Nino Giuffre' su un presunto sostegno elettorale alla sua candidatura da parte di Cosa Nostra.
"Mi sorprendono, inoltre - aggiunge il governatore - le doti divinatorie di questi ambienti criminali i quali gia' nella campagna elettorale del 1996 erano a conoscenza del fatto che sarei diventato assessore all'agricoltura del prossimo governo, cosa che all'epoca io non solo ignoravo, ma neanche immaginavo essendomi sempre occupato di tutt'altro".MAFIA: TALPE DDA; GIUFFRE', PROVENZANO SOSTENNE CUFFARO
GOVERNATORE REPLICA, E' LUI STESSO A SMENTIRE QUALUNQUE ACCORDO
L'intreccio fra mafia e politica e' stato al centro della deposizione del pentito Nino Giuffre' nel processo alle Talpe della Dda, che fra i 13 imputati vede anche il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro.
Nel corso dell'udienza, che si e' svolta nell'aula bunker di Milano, il collaboratore di giustizia ha puntato il dito proprio contro il Governatore dell'Isola, sostenendo che la sua elezione a presidente della giunta regionale nel 2001 sarebbe stata "appoggiata" da Cosa nostra, che avrebbe "interferito" nella campagna elettorale tramite "persone insospettabili, dal volto pulito". Secondo l'ex capomafia di Caccamo, sarebbe stato direttamente Bernardo Provenzano ad impartire l'ordine di appoggiare Cuffaro, "perche' lo considerava un politico affidabile fin dal 1996". Il boss, sempre in base al racconto di Giuffre', era "ancorato alla vecchia democrazia cristiana, ai politici che la rappresentavano" e di cui Provenzano "stimava la serieta', l'esperienza e l'affidabilita"".
Immediata la replica di Cuffaro: "Le dichiarazioni del collaborante Giuffre', mettono in luce un dato incontestabile: il sottoscritto non ha mai cercato appoggi elettorali in ambienti mafiosi, che invece sembrano aver assunto le loro determinazioni in ragione di squallidi e vergognosi calcoli di potere". Il presidente della Regione si dice inoltre "sorpreso dalle doti divinatorie di questi ambienti criminali i quali gia' nella campagna elettorale del 1996 erano a conoscenza del fatto che sarei diventato assessore all'agricoltura del prossimo governo, cosa che all'epoca io non solo ignoravo, ma neanche immaginavo essendomi sempre occupato di tutt'altro".
Sottoposto ad una raffica di domande, prima dal pm Michele Prestipino e poi da Nino Di Matteo, per oltre sette ore Nino Giuffre' ha parlato della "gestione politica" di Cosa nostra voluta da Provenzano dopo l'arresto di Toto' Riina, avvenuto nel 1993. A partire da quella data, ha spiegato il pentito, si sarebbe avuta, una "svolta" cioe' "non si sono piu' uccisi i politici". Giuffre' ha parlato pure della "linea" inaugurata da Provenzano, che avrebbe cercato di circondarsi di persone insospettabili che "potevano essere infiltrate nella politica". "Provenzano - ha detto Giuffre' - faceva spesso presente l'inaffidabilita' e l'inesperienza dei politici di adesso che non sono capaci di gestire dietro le quinte le attivita' di sottogoverno e di favorire i nostri uomini".
Nella sua lunga deposizione, il pentito ha confermato la proverbiale diffidenza del superlatitante di Cosa Nostra, che a 72 anni va in giro con un apparecchio elettronico in grado di rilevare la presenza di microspie nei luoghi in cui convoca i summit con altri boss. Lo fa perche', ha spiegato Giuffre', e' "guardingo", non si fida e ha notizie di "prima mano" sulla sistemazione di telecamere e microspie nei luoghi frequentati dai suoi favoreggiatori. "Sapeva - ha rivelato il pentito - passo passo tutti i luoghi in cui gli investigatori piazzavano le cimici. Queste informazioni gli arrivavano da Bagheria". Il processo riguarda anche il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, l'esperto del Ros in apparecchiature tecnologiche che da un lato piazzava microfoni e telecamere nell'ambito delle ricerche di Provenzano e dall'altro, secondo l'accusa, riferiva tutto all'imprenditore Michele Aiello, anche lui sotto processo per associazione mafiosa,indicato come prestanome di Provenzano.
L'anziano padrino, secondo Giuffre', avrebbe diversi "interessi economici nel settore della sanita siciliana", oltre che nelle strutture cliniche di Bagheria che fanno capo ad Aiello. Il pentito svela di avere avuto "nelle mani" anche alcuni medici dell'ospedale di Termini Imerese ai quali ha presentato il nipote di Provenzano, Carmelo Gariffo, che vendeva attrezzature medicali, per farle acquistare all'ospedale.8 marzo 2005 - PROVENZANO; TELEFONATE E SEGNALAZIONI A CHI L'HA VISTO
ANSA:
MAFIA: PROVENZANO; TELEFONATE E SEGNALAZIONI A CHI L'HA VISTO
Sono 25 le telefonate giunte alla redazione del programma televisivo "Chi l'ha visto" che ieri sera si e' occupata di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra latitante da 42 anni. Nel corso della trasmissione, alla quale ha partecipato il procuratore Pietro Grasso, e' stato diffuso l'ultimo identikit del boss realizzato dalla polizia.
"Numerose segnalazioni - spiega la conduttrice del programma, Federica Sciarelli - erano generiche, ma alcuni spettatori hanno assicurato di avere incontrato una persona che, secondo loro, corrisponderebbe all'identikit diffuso dagli investigatori".
In particolare, una signora ha detto di avere incontrato nel gennaio scorso, in un autogrill sul raccordo anulare di Roma, un signore anziano molto somigliante a Provenzano. Una segnalazione analoga, che risale sempre allo stesso periodo, e' stata fatta dal proprietario di un bar alla periferia di Firenze.
Il programma di Rai Tre, secondo quanto hanno reso noto gli autori, ieri sera ha realizzato uno share di 13.16%, superiore di circa tre punti alla media, ed e' stato seguito da tre milioni e 616 mila spettatori.9 marzo 2005 - TALPE DDA; GIUFFRE', ECCO I MEDIATORI DI PROVENZANO
ANSA:
MAFIA:TALPE DDA; CUFFARO, GIUFFRE' RIVELA A SCOPPIO RITARDATO
"Rimango esterefatto e indignato per le rivelazioni a scoppio ritardato del collaborante Giuffre' che, dopo tre anni dal suo pentimento, nonostante nel frattempo sia stato 'sentito' piu' volte da vari magistrati, solo oggi, dopo quasi quattro anni improvvisamente ricorda e rivela fatti non credibili e non verificabili". Questo il commento del presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, dopo aver appreso delle nuove dichiarazioni del pentito Nino Giuffre'.
"In realta' - aggiunge il Governatore - sembra che si limiti a aggiungere falsi e farneticanti particolari a fatti e circostanze ormai da tempo di pubblico dominio quali la mia conoscenza con l'imprenditore Michele Aiello o la mia vicenda processuale collegata a Guttadauro". "L'unico dato certo - afferma Cuffaro - e' il fatto che Giuffre' ha ammesso di non conoscermi, di non essere personalmente a conoscenza di nulla e di non poter riportare fatti e circostanze da lui personalmente conosciute".
"Ma, quel che piu' mi indigna - sottolinea Cuffaro - e' il modo e i concetti beceri e volgari utilizzati da Giuffre', per commentare la nascita e l'affermazione di un progetto politico che coinvolge non solo chi dell'Udc e' ed e' stato esponente, ma migliaia di cittadini che in esso hanno creduto e ancora oggi credono".
Il presidente della Regione cosi' conclude:"Ribadisco: non ho mai chiesto voti alla mafia, non ho mai fatto favori alla mafia e se questi personaggi hanno ritenuto di votare per me di sicuro hanno fatto il peggior investimento della loro vita".MAFIA: TALPE DDA; GIUFFRE', CHIESE PIZZO AD AIELLO E FU UCCISO
PENTITO, RICERCA MANIACALE DI PROVENZANO PER MICROSPIE
Un uomo che avrebbe chiesto di pagare il pizzo a Michele Aiello, l'imprenditore di Bagheria imputato nel processo alla Talpe della Dda e indicato come prestanome di Bernardo Provenzano, per un cantiere aperto nei pressi di Mistretta (Messina), e' stato ucciso dopo una "istruttoria" interna a Cosa nostra, avviata dal vecchio capomafia ricercato da 42 anni.
Lo racconta nell'aula bunker di Milano, per la prima volta, il pent