Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2002 - agosto-settembre
1 agosto 2002 - MAFIA: LA CAMPAGNA DEI BOSS CONTRO IL 41 BIS
"L' Espresso"
COSA NOSTRA 1 / LA CAMPAGNA DEI BOSS CONTRO IL CARCERE DURO
La mafia del 41
I messaggi di Bagarella. Per non far rinnovare le restrizioni. E cercare nuovi alleati politici
di Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco
Per i palermitani il segnale peggiore non è arrivato dalle carceri, ma dal cielo. Il 15 luglio, quarantott'ore dopo il proclama di Luchino Bagarella, quando già in città si cominciava a giocare al totomorto, per strada si è impiantata la Santuzza. Per la prima volta in 378 edizioni del Festino, la processione che celebra il miracolo della liberazione dalla peste, un guasto ha fermato il carro di Santa Rosalia. E insieme alle urla, agli insulti, alle grida indirizzate al sindaco forzista Diego Cammarata, hanno cominciato a crescere anche gli scongiuri. Il carro rotto equivale al sangue di San Gennaro che non si scioglie. La Santuzza bloccata è un vaticinio di disgrazie e malasorte. Di un destino nero, come quello che da tre settimane preoccupa, per dirla con le frasi di Bagarella e degli altri detenuti sottoposti ai rigori del 41 bis, le "varie forze politiche", le quali hanno "strumentalizzato (...) ed usato come merce di scambio" i boss incarcerati.
Sì, perché in Sicilia tira una gran brutta aria. Fatta di ricatti e confidenze mormorate a bassa voce. I boss, dice il tam tam, staranno fermi fino a settembre. Prima attenderanno le mosse del ministro di Grazia e Giustizia, Roberto Castelli, che per quella data dovrà decidere il rinnovo di 30 decreti sul carcere duro destinati ad altrettanti detenuti (circa 500 sono già stati reiterati a giugno). Poi lasceranno che il Parlamento approvi la nuova legge e, infine, tenteranno l'ennesimo ricorso alla Corte costituzionale. Giocata quella carta, ed eventualmente persa la partita, le danze potrebbero essere riaperte, non solo con le pistole e le bombe. Anche con confidenze fatte filtrare ad arte da dietro le sbarre.
Ma a chi si sta rivolgendo Cosa Nostra? Quali fili ha annodato o cerca di riannodare? Inutile chiederlo ai magistrati. Mai come in questo periodo pm e giudici volano basso. Di nomi, oggi, non ne fanno. Quello che pensano lo si può leggere nelle numerose sentenze che hanno fin qui riguardato i rapporti tra mafia e politica negli anni '90 e negli atti dei processi in corso contro Marcello Dell'Utri e l'ex vice-coordinatore regionale di Forza Italia, Gaspare Giudice. Il primo viene considerato dall'accusa uno dei referenti delle cosche al Nord, inizialmente per le questioni di carattere economico (anni 1970-80) e poi anche per quelle di carattere politico (anni '90). Il secondo viene invece esplicitamente definito "l'espressione politica di Bernardo Provenzano". Così, in attesa che i tribunali emettano i loro verdetti, vanno registrate le motivazioni, depositate il 23 giugno del 2001, della sentenza con cui la Corte di assise d'appello di Caltanissetta ha condannato 37 persone per la strage di Capaci (13 delle quali hanno poi visto i magistrati di terzo grado cassare con rinvio le rispettive posizioni).
I giudici togati e popolari dedicano un intero inquietante capitolo a "I contatti tra Salvatore Riina e gli Onorevoli Dell'Utri e Berlusconi". Secondo loro è provato che la mafia intrecciò con i due "un rapporto fruttuoso quanto meno sotto il profilo economico". Una relazione che nel corso degli anni avrebbe rischiato di diventare qualcos'altro, tanto che la Corte, dopo aver citato i vari pentiti che parlano di questi presunti legami, scrive: "(Nel 1992) il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell'economia". Cioè, a "indurre nella trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato".
Ancora più in là nell'analisi si è spinto il gip di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, quando, il 3 maggio di quest'anno, ha archiviato, con un decreto di 73 pagine, le posizioni di Dell'Utri e Berlusconi fino a quel momento indagati per concorso nelle stragi siciliane. Il giudice Tona, dopo aver esaminato per un anno le carte dell'inchiesta, considera: "Gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato l'esistenza di varie possibilità di contatto tra gli uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati. Ciò di per sé legittima l'ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell'Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell'organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori". Ma non basta. Non solo in Sicilia vi sono magistrati convinti, a torto o ragione, che Cosa Nostra guardi principalmente a un pezzo di Forza Italia per tentare di risolvere i suoi guai.
Il 14 novembre del 1998 il gip di Firenze Giuseppe Soresina giunge a queste conclusioni quando archivia le indagini a carico di Berlusconi e Dell'Utri sulle bombe di mafia dell'estate '93. Il giudice nel suo decreto parla, secondo quanto "L'Espresso" è in grado di rivelare, di "obbiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione (Forza Italia, ndr.): articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni '90". E ricorda che, pur non essendo state reperite prove sufficienti per ordinare un processo, dagli atti emerge come Berlusconi e Dell'Utri abbiano "intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista".
Se queste sono le conclusioni cui sono arrivati, nel silenzio quasi generale dei media, giudici diversi, diventa chiaro il perché di tanta tensione politica nella maggioranza intorno a un tema come il 41 bis (vedi articolo a seguire). Ed anche perché i boss appaiano convinti di poter giocare la loro ultima partita con qualche speranza di successo. Berlusconi, è vero, ha detto chiaramente che il governo "non si lascia intimidire". Ma nel recente passato radio carcere ha interpretato positivamente quanto è accaduto in seno all'amministrazione penitenziaria (Dap). Il nuovo responsabile delle prigioni, l'ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, è arrivato allo scontro con Alfonso Sabella, il magistrato che, dopo aver catturato a Palermo tutti i maggiori latitanti di mafia, da Luchino Bagarella a Giovanni Brusca, si era insediato al Dap con il predecessore di Tinebra, Giancarlo Caselli.
Lo scontro si consuma a novembre quando i colleghi di Palermo segnalano a Sabella che a Rebibbia il braccio destro di Riina, Salvatore Biondino, ha fatto richiesta di diventare "scopino". Sabella sa che alcuni boss hanno chiesto più volte di potersi incontrare tra loro per concordare una linea tesa a favorire una loro "dissociazione" da Cosa Nostra (istituto non previsto dal codice, ma propugnato da parlamentari della maggioranza). Dietro la domanda di Biondino c'è il rischio di una manovra. Il 29 novembre Sabella informa Tinebra per iscritto. Invece di premiare l'efficienza del suo funzionario, il 5 dicembre Tinebra sopprime l'Ufficio centrale ispettivo diretto proprio da Sabella. A questo punto Sabella, ritenendo di essere stato punito per aver bloccato la trattativa intavolata dai boss, scrive al ministro Castelli. Che gli risponde di tornare a fare il magistrato. Il Csm assegna così Sabella alla procura di Firenze, dove il 29 gennaio 2002 il comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico gli conferma la scorta armata. Tinebra però scrive e telefona al prefetto di Firenze, Achille Serra, che d'urgenza, sabato 16 febbraio, raduna di nuovo il comitato e revoca la scorta al magistrato (ora ha solo la tutela). Il risultato della querelle, ovviamente non voluto, è che dentro e fuori il carcere i boss credono di essere più forti. Tanto forti da poter giocare adesso la loro ultima carta. Quella del grande ricatto.

2 agosto 2002 - LEGITTIMO SOSPETTO: PER CASELLI COLPO MORTALE A PROCESSI MAFIA
"La Provincia pavese"
UN COLPO MORTALE AI PROCESSI DI MAFIA
di Gian Carlo Caselli
Il "legittimo sospetto" è un'ipotesi di non imparzialità del giudice del vecchio codice Rocco che ha consentito scandalosi trasferimenti di processi dalla loro sede originaria. Ad esempio il processo milanese per la strage di piazza Fontana.
La formula, per la sua estrema genericità, è stata criticata da qualificati studiosi del processo penale. Palese è il contrasto con la garanzia costituzionale per cui "nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge". E difatti la Corte costituzionale ha dato - nel 1963 - un'interpretazione restrittiva dei presupposti del "legittimo sospetto", stabilendo di fatto che per spostare un processo occorrono circostanze specifiche e ben definite, tali da non lasciare spazio a valutazioni di assoluta discrezionalità, come invece sono - inevitabilmente - quelle legate alla vaga idea del "sospetto".
Ecco perché, quando la formula del "legittimo sospetto" fu ripresa dalla legge delega del 1987 per l'emanazione di un nuovo codice di procedura penale, i redattori di questo si preoccuparono di tradurla in una previsione tassativa, ancorata ad elementi obiettivi e perciò controllabili ("libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo" pregiudicata "da gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo").
Per tredici anni (il nuovo codice di procedura penale è entrato in vigore nel 1989) nessuno ha mai avuto nulla da obiettare. Finché gli avvocati che difendono gli onorevoli Previti e Berlusconi nei noti processi di Milano non hanno sollevato un'eccezione (contrasto tra legge delega e testo del nuovo codice, per il mancato inserimento in questo delle parole testuali "legittimo sospetto") che la Cassazione ha trasmesso alla Corte Costituzionale perché ogni dubbio sia sciolto.
Subito dopo, senza attendere la pronunzia della Corte Costituzionale (pronuncia che è prevista per il prossimo autunno), il senatore Cirami ha presentato un disegno di legge volto a reinserire nel codice la formula nuda e cruda del "legittimo sospetto", disegno di legge che la maggioranza sta dimostrando di voler approvare in tutta fretta.
I processi alle intenzioni sono sempre pericolosi. Alla tesi del vuoto legislativo da colmare si contrappone l'ipotesi di manovre per ritardare i processi di Milano sopra ricordati. Considerando unicamente i possibili effetti del disegno di legge non si può che essere pessimisti. Un esempio servirà comunque forse più di tante dissertazioni.
Per la vaghezza indefinita della formula, il legittimo sospetto potrebbe impedire la celebrazione di processi per mafia in tutti o quasi gli uffici giudiziari italiani, posto che ovunque sono esposte fotografie di Falcone e Borsellino che testimoniano, nel ricordo dei magistrati caduti, un impegno contro la mafia. Val la pena correre di questi rischi?

6 agosto 2002 - UCCISIONE NINO AGOSTINO: 13 ANNI DOPO
"Il Corriere della sera"
A PALERMO IL TREDICESIMO ANNIVERSARIO DEL DELITTO: "SE NON E´ STATA LA MAFIA CHI E´ STATO?" "Per favore, chi ha ucciso mio figlio?" Protesta il padre dell´agente assassinato con la moglie
inviato a PALERMO
Il deserto dell'anima è, per Vincenzo e Augusta, il vuoto di affetti che incombe sulla chiesa del camposanto di Santa Maria del Gesù, il cimitero nobile della città. Sì, è vero, ci sono tante personalità presenti. C'è il procuratore Piero Grasso, il questore, il comandante del carabinieri, c'è persino il rappresentante del prefetto. Manca il calore dei parenti e degli amici. Sembrano ancora più soli, Vincenzo e Augusta, stretti ai figli rimasti, seppure duramente provati dalla tragedia di quel pomeriggio di 13 anni fa quando due killer esperti falciarono Nino e Ida, sposi da poco più d'un mese. Lui era un poliziotto, lei lo amava tanto se era riuscita a non cedere al pregiudizio che non cataloga come "buono" il matrimonio con uno "sbirro". Nino era il maschio più piccolo di Vincenzo e Augusta. Quando i due assassini entrarono in azione, Vincenzo stava prendendo il fresco nella villetta di Villagrazia di Carini: "Erano le sette meno venti del pomeriggio. Nino era arrivato da poco con Ida. Quella sera dovevano andare ad una festicciola con mia figlia Flora. Ho sentito i colpi e mi sembrarono mortaretti. Ma mi si gelò il sangue quando sentii la voce disperata di Ida che gridava: "Aiuto stanno uccidendo mio marito". Nino fuggiva, quelli l'inseguivano come il cacciatore con la lepre. L'ho visto venirmi incontro, cercava riparo in casa. Una grandine di colpi lo investì in pieno, mentre Ida continuava a gridare: "Assassini, vi conosco". Anche lei cadde e i due sparavano, sparavano". Chissà se è vero che Ida li aveva riconosciuti. Può darsi, specialmente se erano sicari scesi dalle montagne di Altofonte, dove gli sposini avevano affittato una casa che non avrebbero potuto permettersi nel centro di Palermo. Chissà, forse quel grido era solo l'estremo tentativo di salvare il marito, attirando l'attenzione su di sè. O chissà, forse pensava ingenuamente che i killer si sarebbero fermati per la preoccupazione di essere stati riconosciuti. E invece il coraggio di Ida servì solo ad alimentare la mattanza. Augusta ascolta il racconto del marito, si asciuga gli occhi: "Quella sera, durante la festa ci avrebbero comunicato che Ida era incinta. Ma non avevano ancora la certezza, la mattina di quel giorno - che era un sabato - Ida aveva fatto il test veloce, quello che si compra in farmacia, ed era risultato positivo". Non ha ancora tolto il lutto, Augusta. Vincenzo, invece, dal 5 di agosto del 1989 non ha più tagliato barba e capelli. Ha giurato che non lo farà fino a che non saprà perchè hanno ammazzato Nino. Ed oggi, davanti alla tomba di Santa Maria del Gesù, durante la messa delle otto, ha fatto la richiesta di ogni anno alle autorità: "Ditemi perchè lo hanno ammazzato. Datemi un motivo per quietare il mio dolore". Ma l'inchiesta sembra arrivata al capolinea: i magistrati sono prossimi alla resa. Nino Agostino è morto per niente. Sono stati interrogati decine di pentiti, ma nessuno sa. Giovanni Brusca, quando ancora non collaborava, fece addirittura una "inchiesta" interna a Cosa Nostra per capire da dove era partita la mano assassina, ma non scoprì nulla. Anche il pentito Giovan Battista Ferrante disse che "dentro Cosa Nostra nessuno ne sapeva niente" e dunque ciò faceva supporre che forse il movente era da ricercare in quel terreno limaccioso che sta tra l'illegalità e certe operazioni speciali condotte da investigatori sotto copertura. Ora che sono passati tredici anni Vincenzo ed Augusta sono stanchi. Stanchi e soli. Anche ieri erano soli, quando - dopo la messa - se ne sono andati davanti al palazzo di giustizia esponendo un cartello con una semplice domanda: "Se non è stata la mafia, chi è stato?". Sono stati soli per ore, sotto il sole impietoso, coi piedi affondati nell'asfalto gommoso e una bottiglia d'acqua come unico conforto. Una sola visita: l'ex presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, che ha promesso un'altra interrogazione parlamentare. Palermo intontita dallo scirocco non si è accorta neppure dei due "genitori dolorosi". "Non posso rassegnarmi a non sapere", dice Vincenzo chiuso in uno striscione che chiede "verità e giustizia". Non gli sono bastati, per alimentare politicamente la speranza, neppure gli otto anni trascorsi a Palazzo delle Aquile come consigliere comunale. Oggi sente che davvero si stanno spegnendo i riflettori e tenta ogni carta. A chi vuole parlare? "A chi sa. L'omicidio di mio figlio e di mia nuora è stato deciso da pochi uomini. E a loro dico: "Fatemi sapere qualcosa, date pace al nostro dolore. Sia che si tratti di mafiosi, sia che si tratti di altro". Di altro? "Mio figlio lavorava in un commissariato dove sono accadute cose strane. Lui stesso mi aveva detto che avrebbe chiesto il trasferimento prima di "finire dentro il calderone". E quando è morto hanno fatto una perquisizione che è sempre stata negata e che ha portato alla luce qualcosa che non è più nelle carte processuali. Per questo il mio appello è rivolto anche alle istituzioni. Se qualcuno sa, parli. Nino faceva il centralinista, perchè avrebbero dovuto uccidere un innocuo impiegato? Forse perchè in precedenza lo avevano utilizzato in qualche operazione rischiosa? E non mi vengano a dire che è stato un delitto passionale, d'onore. Quelli sparavano come militari professionisti, altro che passione". Augusta, piccola nel completo nero, annuisce. Poi si duole della solitudine che è lunga tredici anni: "Io ne ho persi due di figli, quel giorno. Chi mi restituirà Nino e Salvatore, il fratello più grande? Si è ammalato di depressione, fino alla schizofrenia. Da allora sta seduto e legge libri di parapsicologia. Pesa centrotrenta chili e cerca poteri soprannaturali per sapere chi ha ucciso il fratello. L'unica consolazione? I figlioletti delle mie figlie. Flora ha un maschio e una femminuccia: li hanno chiamati Nino e Ida". Francesco La Licata

6 luglio 2002 - NICOLA CAVALIERE RACCONTA L' ARRESTO DI TOTUCCIO CONTORNO
"La Repubblica" edizione romana
Irruzione all'alba, poi la scoperta dell'arsenale e della droga
"Il cavallo scalciò a terra e trovammo le armi del boss"
MASSIMO LUGLI
"Quella Jetta blindata puzzava di mafia lontano un miglio. Nel 1982 le auto corazzate o "scudate" come le chiamavamo in questura, appartenevano a due categorie di persone: magistrati o malavitosi. Ma i giudici guidavano solo macchine italiane: Fiat e Alfa Romeo. Dei carrarmati lenti, pesanti, asmatici, coi finestrini di cristallo antiproiettile che, magari, avrebbero fermato una calibro 9 ma in compenso facevano entrare acqua e spifferi da tutte le parti. E i freni, per carità...".
Il quarto racconto di Nicola Cavaliere ci riporta a giovedì 25 marzo 1982 quando la squadra mobile fece irruzione in un casolare vicino a Bracciano e arrestò il superlatitante Totuccio Contorno detto "Coriolano della foresta". Un colpo che dette uno scrollone risolutivo all'asse Corleonesi - Banda della Magliana. Le rivelazioni di Contorno, uno dei "pentiti" più odiati e temuti da Cosa Nostra, gettarono uno squarcio inedito sulla mappa della criminalità in tutta Italia.
"Vent'anni fa Roma era un campo di battaglia - continua Cavaliere - viaggiavamo su una media di cento omicidi all'anno contro i 3040 di oggi. Quelli della Magliana, in piena ascesa, accoppavano i "pesciaroli" della gang di Trastevere, i Proietti. I mafiosi perdenti cercavano i corleonesi per fargli la pelle. I camorristi si massacravano tra loro. I superstiti dei marsigliesi cercavano di imporsi a mitragliate sui vecchi boss romani. E, come se non bastasse, qualche servizio straniero regolava i conti con gli infiltrati e le spie, senza contare il terrorismo nostrano. Un macello. Io e i miei colleghi vivevamo praticamente in mezzo alla strada, ho visto più cadaveri in quel periodo di un vespillone del Verano. Solo negli ultimi sei mesi, a Roma, tre personaggi di rango erano stati fatti fuori: Giovanbattista Brusca, Domenico Balducci e Duilio Fratoni. Insomma, eravamo in piena guerra.
E un bel giorno il solito maresciallo Carlo Bertolini, detto "Tassan Din", uno dei migliori con cui ho mai lavorato, se ne esce con questa "fonte confidenziale". E' un commerciante, dottò, mi racconta tutto eccitato, dice che un paio di volte alla settimana davanti al suo negozio, sulla Braccianese, passa una strana macchina blindata. Lui è uno che di auto se ne intende, come lei, dottò... E' vero, le macchine veloci mi sono sempre piaciute e l'idea di piazzare una corazza d'acciaio nei pannelli delle portiere mi fa un po' di malinconia. E' come costringere un purosangue a tirare la carrozza.
L'idea di inchiodare "Tassan Din" e una decina di uomini, per giorni e giorni, in un "appiattamento" (come diciamo in polizia) sulla Braccianese solo per la brillante intuizione di un pizzicagnolo non mi sorrideva neanche un po' ma ormai avevo imparato a non sottovalutare le fonti del mio maresciallone preferito. Vai, occupatene pure, gli concedo, munifico. E lui mi scompare per settimane.
Questa famosa Wolkswagen Jetta, di solito, passava una volta ogni due o tre giorni. Come accade spesso, non appena decidemmo di controllarla scomparve nel nulla. Tassan Din pazientava: ore e ore a guardare la Braccianese come una sentinella coscienziosa, disposta a farsi spuntare le radici come un albero piuttosto che mollare. Tostissimo.
Un bel giorno, quando ormai cominciavamo a disperare, riecco la Jetta. E' blindata, si vede a occhio nudo. Controlliamo la targa: è intestata a un tizio che non ci dice nulla ma guarda caso abita a Palermo. Cominciamo a stare appresso alla macchina facendo le cose per benino: staffette, cambio di vetture, travisamenti e tutto il resto finchè arriviamo a questo casolare nella zona di Tragliata. Facciamo una ricerca: è stato acquistato di recente per 220 milioni di allora. La seconda rata, 110 milioni, dev'essere ancora pagata. L'acquirente risultava "pulito" ma, a quel punto, non ci voleva Poirot per capire che la pista andava seguita fino in fondo.
Teniamo sotto controllo il casolare per parecchi giorni. Sembra la classica fattoria: una famiglia numerosa, sei o sette persone, le galline nell'aia, i prosciutti e i salami appesi ad asciugare. Nel garage vediamo, coi binocoli, la famosa Jetta, una "A112", blindata anche quella, una "Mini 90" e una "127". Un parco macchine niente male, almeno secondo i criteri di vent'anni fa.
Era venuto il momento di giocare a carte scoperte. Il capo della mobile, Luigi De Sena, organizza un blitz in piena regola, irruzione all'alba, giubbotti antiproiettile, tutta la zona circondata. Erano tempi pericolosi, si sparava come niente e non sapevamo con chi avevamo a che fare. Fu una faccenda veloce e brutale: porte sfondate, urla, armi spianate. Ma nessuno di noi aveva voglia di rimetterci la pelle.
Facciamo irruzione come furie in camera di Totuccio Contorno e della moglie, incinta di sette o otto mesi. Lui dorme col revolver sul comodino ma non ci prova neanche ad allungare la mano: è troppo furbo. Raduniamo tutta la famiglia in una stanza: Contorno, la moglie col pancione, i suoceri, la cognata diciassettenne che piange. Muti. Lui, Coriolano della foresta, si muove con la classica annacata, la camminata un po' sghemba dei boss di Cosa Nostra, ma questo non basta certo a identificarlo con nome e cognome. Ovviamente non ha nessuna voglia di fare le presentazioni, se ne sta semplicemente zitto a guardarci male. Lo posso anche capire.
L'arsenale salta fuori quasi subito: una "Smith & Wesson", un fucile a canne mozze, pallottole di ogni calibro, due ricetrasmittenti. Mentre i ragazzi buttano all'aria tutto, per far sbollire la tensione, me ne vado a fare un giro nella scuderia. Io i cavalli li ho sempre amati, mica per niente mi chiamo Cavaliere. Nei box trovo due o tre trottatori, belle bestie. Li accarezzo, gli allungo una carota e poi, d'un tratto, uno dei cavalli sbatte uno zoccolo per terra e fa un rumore strano. Toc. Venite un po' qui, urlo ai miei uomini. Sotto la scuderia c'è una specie di doppio fondo nascosto da una paratia di legno e dalla paglia. La solleviamo e restiamo senza fiato: è il ripostiglio del tesoro. Più 150 chili di hashish, due chili di eroina, 35 milioni in contante, documenti fasulli. Avrei dato un bacio in fronte a Tassan Din ma non era il mio tipo.
Arrivano due magistrati e noi imbarchiamo tutta la famigliola che continua a fare scena muta e si capisce lontano un miglio che nessuno di loro ha intenzione di aprire bocca. Li portiamo in Questura e restiamo a guardarli per un bel po'. Ma chi sono, questi? Siciliani, non ci piove. Gente di cosca, si vede da come si comportano. Prendiamo le impronte digitali, le spediamo alla Criminalpol e aspettiamo. Nell'attesa, tanto per ingannare il tempo, chiamo Palermo e parlo col povero Ninni Cassarà, mio vecchio compagno di corso, un caro amico che tre anni dopo, il 6 aprile 1985, sarà ucciso in un agguato di mafia.
Chiacchieriamo un po' e poi gli descrivo questo tipo bassino, paffutello, coi capelli un po' a caschetto. Ninni fa un salto sulla poltrona: Nicò, se il tizio è quello che penso io hai fatto veramente un acchiappo speciale. Zitto, tra un'ora sono a Roma. Lui era fatto così. Sale sul primo aereo e a metà giornata me lo ritrovo in ufficio, trafelato. Gli basta un'occhiata, poi mi salta al collo: avete arrestato Totuccio Contorno, avete preso Coriolano, siete grandi. Poco dopo le impronte digitali hanno confermato. Quanto vorrei che io e Ninni potessimo ancora parlarne, magari a cena, come due vecchietti che ricordano le battaglie di gioventù...".

7 agosto 2002 - COMMEMORATI A PALERMO COSTA, CASSARA', MONTANA E ANTIOCHIA
"La Gazzetta del Sud"
Palermo / Commemorati con tre diverse cerimonie il procuratore Costa, i poliziotti Cassarà, Montana e Antiochia
Carlo Vizzini (Fi): il 41 bis diventerà una norma stabile
PALERMO - "Mi pare che siamo sconfitti, Cosa nostra ha vinto". Questa l' analisi dell' avvocato Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica di Palermo, ucciso il 6 agosto di 22 anni fa dalla mafia. Intervenendo alla cerimonia per l' anniversario della morte del padre, Costa ha aggiunto che "nessuno vuole fare piena luce sui delitti degli anni Ottanta e Novanta, affinchè non si capisca il vero motivo per cui magistrati e uomini delle forze dell' ordine sono stati uccisi. Se il movente fosse chiaro, se si scoprissero i mandanti - ha aggiunto Costa - si correrebbe il rischio di giungere alla verita. E invece quando va bene, si scopre solo qualche esecutore dei delittì". Dichiarazioni che sono avvenute al termine delle cerimonie con le quali sono stati ricordati questa mattina il procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, assassinato il 6 agosto del 1980; il commissario Giuseppe Montana, ucciso a Porticello il 28 luglio del 1985; l' agente Roberto Antiochia ed il vice-questore Antonino Cassarà, caduti il 6 agosto del 1985. In via Cavour, sotto la lapide che ricorda l' omicidio, alla presenza di familiari ed autorità civili, militari e della magistratura, è stato commemorato Costa con la deposizione di corone di fiori. Nell' atrio della Squadra mobile, in piazza della Vittoria, il questore Francesco Cirillo ha collocato una corona di fiori sulla targa marmorea con i nomi di poliziotti e funzionari della Mobile eliminati da Cosa nostra. Il magistrato è stato ricordato anche con una funzione religiosa, mentre la famiglia di Cassarà ha fatto celebrare a mezzogiorno una messa in forma privata nel Santuario di San Massimiliano Kolbe di Carini. Intervenendo alle cerimonie, il senatore Carlo Vizzini (Fi), componente della commissione antimafia, ha detto che "se negli anni '80 la politica fosse stata tutta in prima linea al fianco di inquirenti e magistrati, oggi forse non saremmo qui a ricordare il sacrificio di questi servitori dello Stato". A suo giudizio, "ora non è più sufficiente non dimenticare, perchè occorre, nel nome di chi ha lottato quasi da solo ed è caduto, dare risposte concrete ai mafiosi: ai detenuti col carcere duro diciamo con forza che non abbiamo paura di loro e dei loro torbidi messaggi". Vizzini si dice certo che in parlamento "il 41 bis diventerà norma stabile, per stroncare ogni tentativo di mantenere ruoli da capo anche dalle carceri. A coloro che, liberi e invisibili, preparano l' ultimo grande assalto agli appalti, organizzano estorsioni, controllo del territorio e l' ingresso nella nuova economia, promettiamo una guerra senza fine sino alla loro totale disfatta". "Oggi la nostra memoria dell' omicidio di Costa, Cassarà, Montana e Antiochia deve uscire dai soliti rituali e farsi progetto", ha sostenuto a sua volta il deputato Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione nazionale Antimafia. "Queste morti - ha continuato Lumia - sono state il frutto di Cosa nostra forte e di Istituzioni deboli con settori al loro interno compromessi e pronti a convivere con le mafie. Anche oggi rischiamo di presentarci sull' ampio fronte della lotta alle mafie con istituzioni contraddittorie. Ovvero con parti di esse che vogliono combattere Cosa nostra, con altre che promettono e altre ancora che colludono". "Sul 41 bis - ha aggiunto l' esponente della Quercia - cominciano ad emergere già troppi distinguo ed è facile prevedere che fra non molto partiranno le "raffinate" proposte di valenti giuristi per svuotarne il contenuto".

"La Repubblica" edizione di Palermo
Le commemorazioni del procuratore e dei poliziotti Montana, Cassarà e Antiochia
Il figlio del giudice Costa "Ha vinto Cosa nostra"
Non c'erano i familiari di Ninni Cassarà alla commemorazione in questura. La vedova e i figli del vicequestore assassinato il 6 agosto del 1985 hanno scelto la messa privata. Hanno lasciato che fossero il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, il presidente della Provincia, Francesco Musotto, il questore di Palermo, Francesco Cirillo, e il procuratore capo Pietro Grasso a presenziare alla cerimonia ufficiale dedicata anche alla memoria di Roberto Antiochia, l'agente di scorta di Cassarà, di Beppe Montana, il commissario della catturandi assassinato il 28 luglio dell'85 e di Gaetano Costa il procuratore ucciso il 6 agosto di cinque anni prima.
In suffragio di Costa è stata celebrata una messa nella chiesa di San Giovanni dei Napoletani. Il figlio del magistrato, Michele avvocato e assessore alla Trasparenza del Comune di Palermo, è duro: "Mi pare che siamo sconfitti, Cosa nostra ha vinto". "Un gruppo di boss della cupola - ha aggiunto - si sono accollati di essere indicati come colpevoli per lasciare fuori gli esponenti della cosiddetta area grigia". In questo modo "Cosa nostra ha raggiunto il suo obiettivo, quello del silenzio e dell'assenza di verità sui delitti". "Non sappiamo nulla neppure sui delitti di Falcone e Borsellino a più di 10 anni dalle stragi e il bilancio non può che essere negativo".
Il procuratore Grasso, che fu allievo del magistrato ucciso, ha spiegato: "Il problema è che forse coloro che sanno sono a livelli tali che non se la sentono di potere collaborare con le indagini, ma solo con la fiducia si può avere un barlume di speranza".
Richiamandosi alle polemiche sulle norme che reintroducono il legittimo sospetto, don Giacomo Ribaudo ha parlato della giustizia anche durante l'omelia. Il prete antimafia ha voluto difendere l'operato dei giudici: "I magistrati - ha detto - non sono al servizio di nessuno, ma solo dei cittadini. Sia la Chiesa sia la giustizia sono, e devono essere, la coscienza critica di tutta la società".
Tra i presenti il senatore di Forza Italia, Carlo Vizzini, componente della commissione antimafia: "Se negli anni Ottanta la politica fosse stata tutta in prima linea al fianco di inquirenti e magistrati, oggi forse non saremmo qui a ricordare il sacrificio di questi servitori dello Stato". Vizzini ha ribadito la ferma opposizione a qualsiasi flessione sul 41 bis: "Diventerà norma stabile". Non è storia di ieri ma di oggi quella del nodo mafiapolitica per il diessino Beppe Lumia: "Oggi rischiamo di presentarci sull'ampio fronte della lotta alle mafie con istituzioni contraddittorie. Ovvero con parti di esse che vogliono combattere Cosa nostra, con altre che promettono e altre ancora che colludono. Sul 41 bis - aggiunge il capogruppo della Quercia in Antimafia - cominciano a emergere già troppi distinguo ed è facile prevedere che fra non molto partiranno le raffinate proposte di valenti giuristi per svuotarne il contenuto".

7 agosto 2002 - A LUGLIO SEGNALI DI RISVEGLIO DI TERRORISMO E MAFIA
"La Stampa"
NEL MESE DI LUGLIO IL RISVEGLIO DEI PROFESSIONISTI DELLA PAURA
L´estate dei "segnali" da mafia e brigatisti
Un esperto anti-terrorismo: "Si respira un clima simile a quello che precedette l´attentato dell´11 settembre alle Torri Gemelle"
L´avvertimento dalla criminalità organizzata è partito dal 41 bis
ROMA SPERIAMO che passi solo come l´estate degli avvertimenti". Gli investigatori non sono per nulla tranquilli. L´Italia che va in ferie, che si ingorga sulle autostrade, che deve ripararsi dai raggi ultravioletti, dalle conseguenze del buco dell´ozono o difendersi da palle di ghiaccio miste ad acqua, ha già svuotato le città. Eppure, c´è chi non è andato in vacanza e continua il suo lavoro. Gli esperti, gli investigatori e gli analisti, non si ricordano un luglio (ma anche i primi giorni d´agosto non cambiano affatto la tendenza) così ricco di "segnali": sono in campo i professionisti della paura, che vogliono creare il panico, degli avvertimenti, della "disinformazione", gli strateghi e i burattinai di gruppi terroristici, dell´eversione, delle frange radicali dei movimenti che vogliono fare il salto, che stanno cercando "contatti" con chi ha già lanciato la campagna di proselitismo per il "partito armato". E accanto a loro, ci sono anche i terroristi-mafiosi, gli stragisti di Cosa nostra che dalle carceri, dal 41 bis, lanciano proclami di guerra, sfide, avvertimenti. No, non è proprio un´estate normale per gli investigatori e gli 007. A meno che qualcuno non voglia vedere dietro a tutti questi avvertimenti altre regie, il timore è di essere proprio alla vigilia di una nuova offensiva terroristica. "Il paragone può sembrare fuori luogo - spiega un analista - ma il clima è un po´ quello della fase che ha preceduto l´11 settembre. Alla sua vigilia vi furono diversi segnali, falsi bersagli, un agitarsi che gli apparati di intelligence e di sicurezza americani non furono in grado di interpretare e di capire. E´ quello che sta accadendo oggi da noi, fatte le debite differenze. Documenti, sigle nuove, false bombe, ordigni veri che però non dovevano esplodere, e minacce telefoniche e via Sms, messaggi e proclami spediti con la posta prioritaria o via Internet". Se poi si leggono i documenti, quelli ritenuti attendibili, di sigle storiche del terrorismo (vedi l´ultimo degli Nta) o di organizzazioni di "neofiti della lotta armata o della propaganda armata" (Fronte Popolare di Liberazione, Nucleo proletario combattente e Fronte Rivoluzionario), si comprendono le ragioni della fibrillazione dei nostri apparati di sicurezza e di intelligence. Prendiamo l´ultimo episodio che ha visto, il 2 agosto scorso, entrare in azione a Firenze il "Nucleo Proletario Combattente", che ha fatto esplodere un "ordigno incendiario" nella sede di via Mariti di "Obiettivo Lavoro". Il documento di rivendicazione indica, tra l´altro, una serie di possibili obiettivi-bersagli, facendo nome e cognome di sindacalisti, di sigle ritenute "nemiche", addirittura riportando brani di interventi pronunciati da una associazione imprenditoriale di una città di una regione del centro Italia. I bersagli, dunque, si moltiplicano e dopo l´omicidio di Marco Biagi e le polemiche seguite, non si può rischiare di non proteggere quegli obiettivi ritenuti ormai "sensibili". Ma quali scegliere, su chi allertare le antenne, a chi dare gli angeli custodi? Se poi si dovessero seguire le indicazioni dei militanti del "Fronte Rivoluzionario", che nella notte tra il 28 e 29 luglio hanno sistemato due ordigni, che non potevano esplodere, davanti alla filiale Fiat di Milano e alla sede della Cisl di Monza, allora il ventaglio degli obiettivi si allarga ancora di più. Perché in questo caso, il Fronte rivoluzionario invita "tutti i rivoluzionari, gli antagonisti e gli anticapitalisti ad unirsi sul terreno dell´organizzazione combattente, individuando e colpendo le strutture dei nostri nemici di classe e di quelli nascosti tra le nostre fila". Infine, per rimanere nel campo delle sigle (nuove) che annunciano di aver intrapreso la lotta armata, il "Fronte Popolare di Liberazione", nel suo proclama fatto recapitare il 22 luglio scorso alla sede di An di Trieste, indica la sua strategia: "Il comando generale avvia ufficialmente la lotta armata di liberazione e si assume la responsabilità degli attacchi che da ora verranno sferrati, costanti e decisi, dalla guerriglia partigiana di liberazione al cuore del sistema". Gli esperti dell´Antiterrorismo sono convinti che queste sigle rappresentino al massimo un pugno di aspiranti attentatori, essendo più preoccupati di cercare di neutralizzare e contrastare quel nocciolo vero di terroristi - le Brigate Rosse che ormai dialogano con altre sigle (Nta, Nipr e Npr) -, che potrebbero aver pianificato una nuova offensiva d´autunno. Comunque non c´è da stare tranquilli. Messaggi e avvertimenti. Gli ultimi, il 4 agosto a due sindacalisti della Cisl del Molise, arrivati via Sms sui cellulari. Scherzi di cattivo gusto, minacce vere o false? Il Molise, la Fiat di Termoli. E´ qui che a metà luglio arrivò un "falso" messaggio delle Brigate Rosse, quello che indicava i nomi dei buoni e dei cattivi nel governo e nei sindacati. Sempre nello stesso giorno, il 4 agosto, alla stazione Centrale di Milano, su un vagone di un treno che stava per partire, è stato ritrovato un falso ordigno, una scatola di cartone con all´interno dei fili collegati a un timer, che facevano capo a un pezzo di materiale plastico del tutto inoffensivo. "Volevano seminare - è stato il primo commento lapidario degli investigatori - il panico". Estate di dieci anni fa, era in campo il terrorismo stragista di Cosa nostra. Prima Falcone e Borsellino e poi, un anno dopo, nel `93, le bombe di Firenze, Roma e Milano. Dieci anni dopo, quei protagonisti, i Corleonesi di Cosa nostra, oggi rinchiusi nelle carceri al 41 bis, si ribellano al carcere duro. Storia recente e nuova. Il 12 luglio, in occasione di un processo che si stava celebrando a Trapani, via videoconferenza, il boss Leoluca Bagarella protesta contro il 41 bis e ricorda che sono stati trattati "come merce di scambio delle varie forze politiche". A seguire, i messaggi e le petizioni, veicolati dall´iniziativa dei Radicali contro l´inciviltà del 41 bis, di gruppi di detenuti mafiosi di varie carceri italiane. E in un loro messaggio, si fa riferimento a quei parlamentari che da avvocati inveivano contro il carcere duro ma che da onorevoli, che oggi ricoprono importanti cariche istituzionali, non fanno nulla per abolire questa vergogna.
Messaggi e iniziative, anche queste da decifrare, che hanno messo in fibrillazione gli apparati di intelligence e di sicurezza. Il direttore del Sisde, Mario Mori, in due note informative del 17 e 19 luglio, sulla base anche di informazioni raccolte "in ambienti di interesse" (probabilmente un confidente), ha anche indicato i possibili bersagli di una eventuale offensiva militare di Cosa nostra: Marcello Dell´Utri e Cesare Previti, spiegando che potrebbero essere scelti per la vicinanza al premier Silvio Berlusconi e che se vittime di un´iniziativa mafiosa, non susciterebbero la protesta popolare per le loro vicissitudini processuali. Una interpretazione (e giustificazione della scelta dei due obiettivi) che non convince del tutto gli esperti di intelligence e di mafia: "E se in realtà - è il loro ragionamento - il messaggio della protesta e dei proclami dei mafiosi fosse più semplice e diretto? L´indicazione di Previti oltre che di Dell´Utri nella informativa del Sisde, potrebbe voler significare che Cosa nostra è insofferente: "Voi politici, voi maggioranza, vi state occupando di risolvere i vostri conflitti con la magistratura, e a noi chi ci pensa?". E´ questo il succo della loro insofferenza".
Reclusi al 41 bis con la prospettiva di rimanerci a vita, dopo che il governo, l´Antimafia, e adesso anche il Parlamento sono determinati a rendere permanente nella nostra legislazione l´istituto del carcere duro. E´ l´estate degli avvertimenti, delle minacce, delle sfide e degli indizi che si prepara una nuova offensiva. Dopo le polemiche sul legittimo sospetto, alla ripresa di settembre, il Senato dovrebbe approvare il 41 bis. "E´ vero che la legge Cirami - sostiene un analista - potrebbe anche essere utilizzata come grimaldello per neutralizzare future condanne, ma per quelli che hanno già l´ergastolo e i processi passati in giudicato, l´ultima spiaggia è la revisione dei processi". Stanno a guardare, per il momento, i mafiosi che stanno in carcere o liberi. Sperano in segnali che per il momento non vedono. E delle promesse non sanno più che farsene.

8 agosto 2002 - VIGNA SU MESSAGGI TERRORISMO E MAFIA
"La Stampa"
IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA: QUESTO PROLIFERARE DI MESSAGGI FA IPOTIZZARE UNO SBOCCO CRUENTO
Vigna: dietro agli attentati ci sono i capi delle vecchie Br
ROMA
L´ESTATE dei "segnali" lo inquieta, e non poco: "Di regola sono ottimista, oggi sono preoccupato". E la relazione semestrale dei Servizi al Parlamento, per il procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, è una conferma di questi suoi timori. Il procuratore riflette sui pericoli del terrorismo (interno e internazionale): "Il proliferare di messaggi, documenti, volantini, azioni di propaganda di lotta armata fa ipotizzare un possibile sbocco cruento. Temo anche che dietro al Fronte Rivoluzionario si nascondano i nostalgici delle vecchie Br". E rilancia l´urgenza che il governo e il Parlamento deleghino alla sua Dna il coordinamento delle indagini sul terrorismo: "Che vi sia un intreccio tra terrorismo internazionale e criminalità organizzata è evidente, lo denuncia anche la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell´Onu del 28 settembre scorso. Da attuali indagini in corso emergono interscambi tra organizzazioni mafiose e del terrorismo internazionale. C´è bisogno, dunque, di una struttura di coordinamento, di raccolta, analisi, elaborazione e smistamento delle informazioni. Questa struttura esiste già, è la Dna, con il suo sistema informativo e di raccolta dati". Sul rischio mafia, Vigna sostiene: "Se non riusciamo a garantire una forte legalità nel sistema delle opere pubbliche, i gruppi criminali mafiosi si rafforzeranno, l´impresa mafiosa può avere un effetto attrattivo". Non ha risposte certe, invece, sul significato del proclama del boss Bagarella e dei messaggi inviati dai detenuti al 41 bis: "Non so se qualcuno ha promesso qualcosa, so comunque che il Parlamento deve al più presto approvare l´introduzione nel nostro ordinamento del 41 bis a regime".
Gli analisti dell´intelligence sottolineano i pericoli e l´evoluzione del terrorismo di casa nostra. Anche lei vede queste novità? Perché è preoccupato?
"Vedo un intrecciarsi di messaggistica che - a parte i documenti delle Br-Pcc e degli Nta del Nord Est - segnala una novità. Mi ha molto impressionato il documento del Fronte Rivoluzionario, di rivendicazione degli attentati alla Fiat di Milano e alla Cisl di Monza, scritto in maniera estremamente leggibile. Questo documento può avere una capacità di aggregazione maggiore di altri. Siamo di fronte a un dispiegarsi di una strategia di propaganda della lotta armata calibrata sui punti sensibili, il mondo del lavoro interinale e del sindacato. Queste azioni sembrano delineare un sentiero comune da battere".
Insomma, dopo l´omicidio Biagi, le Br-Pcc stanno a guardare mentre altre sigle si presentano sulla scena, con azioni mirate, per indicare una strada comune?
"Undici anni dopo l´omicidio Ruffilli, nel 1988, le Br-Pcc si sono ripresentate con l´omicidio D´Antona, colpendo con una scadenza triennale (Biagi è del 2002), così come prima di Ruffilli, avevano colpito ogni tre anni (Giugni, Tarantelli, Conti). Ora, temo, le Br possono essere costrette a ridurre le pause per riaffermare una loro egemonia. La novità del documento del Fronte Rivoluzionario - che spiega che in questa fase storica di rapporti di forza sfavorevoli si deve calibrare la strategia dell´azione della propaganda armata -, sta nel delineare una prospettiva diversa, una linea più graduale, da quella indicata dalle attuali Br. Una linea più convincente - naturalmente dal loro punto di vista criminale - che rimanda ad altre stagioni".
Alle Br prima maniera?
"Ricorda il sequestro del dirigente Fiat Amerio? "Colpire uno per educarne cento...". E se questo messaggio è arrivato a destinazione, le Br che hanno ammazzato D´Antona e Biagi potrebbero trovarsi in difficoltà".
Scusi, procuratore. Finora, si è ipotizzato una sorta di network terroristico composto da Br, Npr e Nipr, le sigle che hanno rivendicato gli attentati di Milano alla Cisl, di Roma allo Iai, oltre ad altre azioni e, naturalmente, per quanto riguarda le Br, gli omicidi D´Antona e Biagi. Addirittura, si ipotizza che in questa fase possano essere in atto processi di fusione, di coordinamento tra queste sigle. Ora, il Fronte Rivoluzionario potrebbe sparigliare le carte?
"C´è questo pericolo. Potrebbe esserci un cortocircuito tra gli storici irreperibili della lotta armata, della ex colonia francese, gli irriducibili del circuito carcerario, le nuove leve e queste nuove organizzazioni che stanno uscendo adesso allo scoperto".
E´ l´estate della messaggistica, dunque. Quella terroristica ma anche quella mafiosa. I proclami di Bagarella, le proteste contro il 41 bis. Cosa sta succedendo?
"Non so se qualcuno ha promesso qualcosa. Se lo avesse fatto, quello che è accaduto nelle carceri si presta a più di una lettura. E´ un avvertimento, giacché già nel `92 chi non mantenne promesse e impegni assunti fu eliminato, come Salvo Lima e Ignazio Salvo. Ma il messaggio di Bagarella e le proteste dei detenuti al 41 bis potrebbero essere rivolte a Bernardo Provenzano, per ricordargli che tra i problemi che si trova a dover risolvere c´è anche quello dei detenuti mafiosi al 41 bis".
E Provenzano, cosa dovrebbe fare?
"Dovrebbe attivarsi, passare all´azione. E se non lo fa, sembrano dire i Corleonesi, potrebbe essere consegnato allo Stato".
Una variabile a questo ragionamento, procuratore, potrebbe essere quella che i Corleonesi mandano un messaggio a interlocutori politici e istituzionali: se non fate qualcosa, noi vi mettiamo in difficoltà, facciamo pentire qualcuno che sa".
"Ammesso che ci sia qualcosa da svelare".

9 agosto 2002 - IL DIARIO DI ATTILIO BOLZONI
"La Repubblica" edizione di Palermo
il diario
Quel killer dalle mani tremanti
ATTILIO BOLZONI
Gli agenti speciali dell'Fbi li avevo visti solo al cinema. E non mi erano simpatici. Sembravano fatti in serie, tutti uguali con quei loro vestiti grigi sempre perfettamente stirati e quegli occhiali a specchio che coprivano ogni loro sguardo, detective sempre pronti a incastrare qualcuno o a nascondere qualcosa, un po' fascisti e un po' arroganti, troppo prepotenti per piacere a un ragazzo di vent'anni che stava scoprendo un altro mondo dentro quello dove aveva vissuto fino ad allora.
Ero arrivato a Palermo da appena un paio di settimane, "biondino" in cronaca, volontario senza contratto per provare a raccontare le storie di una città che non avevo mai conosciuto. Lo stanzone del giornale "L'Ora" era al primo piano di un palazzo tutto vetri dove si infilava da ogni angolo il primo vento caldo dell'estate, vecchie scrivanie di ferro color verde marcio, pesanti e rumorose macchine per scrivere in fila su un grande tavolo, il pavimento cosparso dei menabò che il caporedattore accartocciava e poi calpestava in attesa dell'ultimo secondo buono per chiudere la sua prima pagina. Era il giugno del 1979. La mia avventura palermitana sarebbe dovuta durare fino a settembre o al massimo fino a Natale. Da Palermo non me ne sono più andato via. Lì dentro, nello stanzone della cronaca, una mattina conobbi l'uomo che mi avrebbe fatto cambiare idea su quegli agenti speciali dell'Fbi che mi apparivano così odiosi nei filmetti americani. Era un poliziotto. Si chiamava Boris Giuliano.
Mi ricordo i suoi baffi spioventi e gli occhi grandi sempre cerchiati dai segni della stanchezza. Me lo ricordo un giorno sulla porta dello stanzone della cronaca con un paio di giornalisti che lo ascoltavano pensierosi - uno era Nino Sofia, l'altro Alberto Stabile - mentre parlava di certe rapine alle banche che lo preoccupavano molto. Diceva che non erano i soliti "malacarne" a farle, diceva che c'era dell'altro dietro quella banda di rapinatori che venivano da Corso dei Mille. Quando il capo della Squadra mobile Boris Giuliano lasciò il giornale cominciai ad ascoltare quello che raccontavano i cronisti de "L'Ora" nello stanzone della cronaca. Parlavano di quel poliziotto come di un amico. Parlavano di lui come uno di loro. Mi sembrò tutto un po' strano quel giorno. Non riuscivo a capire come dei giornalisti "di sinistra" - "L'Ora" era un quotidiano controllato dai comunisti e a quel tempo quasi tutti i suoi redattori erano iscritti al partito - fossero così vicini a un poliziotto, così innamorati di uno "sbirro" che per cultura e mentalità era lontanissimo da quei cronisti di trincea che da tanti anni vivevano e lavoravano sempre controcorrente. Non riuscivo a capire - per me i poliziotti erano quelli che caricavano sempre gli studenti ai cortei ed erano quelli che poi li schedavano negli archivi del loro Ufficio politico - quale fosse il legame che univa uomini così diversi. Ci pensai su per qualche giorno e poi, sempre più incuriosito, cominciai a fare domande nello stanzone della cronaca. Uno dei colleghi più grandi mi rispose: "Boris Giuliano è un poliziotto straordinario perché è molto diverso da tanti altri poliziotti. È bravissimo a fare il poliziotto ma soprattutto è un uomo normale, uno che sta sempre dalla parte delle persone perbene". E aggiunse il collega: "Il suo fiuto lo rende nervoso, sa che qui a Palermo sta per accadere qualcosa di terribile...".
Nelle settimane che seguirono cercai di imparare un po' di mestiere correndo di qua e di là per la cronaca dell'"Ora". Pedinamenti notturni ai camion della Nettezza urbana che arrancavano dal centro della città fino alla discarica di Bellolampo, interviste ai benzinai su uno sciopero selvaggio ai depositi di carburante di Brancaccio, le proteste dei bagnanti all'Addaura per i rumori del tiro al piattello che stressavano pure i pesci, un concerto rock allo stadio della Favorita, articoli e articoletti che i capocronisti affidano da sempre ai giovani apprendisti desiderosi di scrivere qualunque cosa. Poi casualmente - erano i primi giorni di luglio - incontrai Boris Giuliano un paio di altre volte.
Lo vidi un pomeriggio nella sua stanza, seduto dietro la scrivania mentre sfogliava un dossier su quelle rapine di cui avevo sentito tanto parlare. All'improvviso le sue labbra si piegarono in una smorfia, si alzò, andò alla finestra che si affacciava su piazza della Vittoria e cominciò a guardare quelle palme esili e lunghe che ornavano il giardino lì sotto. Poi mi raccontò che era andato in Virginia, a Quantico, nel quartiere generale dell'Fbi. Mi disse che lui era stato uno dei primi poliziotti italiani "a fare il corso" dall'altra parte dell'Atlantico invitato dai federali americani, mi disse che aveva imparato molto da loro, che erano diventati amici, che si fidava di loro più di chiunque altro, che gli telefonavano sempre per sapere come andavano le cose quaggiù in Sicilia. Aveva un'aria triste il poliziotto che era davanti a me mentre raccontava la sua esperienza "americana". Intuii che in quel momento la sua mente era altrove. Capii che i suoi pensieri si inseguivano chissà dove e che erano pensieri cupi. Ma continuò a parlarmi di Quantico con così tanta passione e con così tanta forza che, quando uscì un'ora dopo dalla sua stanza, quel poliziotto mi aveva fatto cambiare idea sull'Fbi e sui suoi uomini. Boris Giuliano mi aveva fatto cambiare idea su un mondo intero.
La sera del 20 luglio del 1979 il capocronista si accorse che quelli degli Spettacoli non avevano inviato un giornalista a San Nicola l'Arena, un paesino a una ventina di chilometri da Palermo dove verso mezzanotte - in un night chiamato "Il Castello" - si esibiva la cantante Loredana Bertè. Toccò a me, ultimo arrivato, coprire anche quel servizio rimasto scoperto e prepararmi a intervistare la Bertè. Chiamai un fotografo, con la sua automobile prendemmo la statale per Bagheria e mezz'ora dopo arrivammo al Castello.
C'erano brutte facce dappertutto, fuori e dentro il night. Appena mi presentai come giornalista dell'"Ora" avvertii una grande ostilità intorno a me. Non capivo perché, eravamo lì solo per un articolo sullo show di una cantante. Le brutte facce mi accompagnarono dappertutto, mi seguirono come un'ombra. Anche nel camerino dove la Bertè fu fotografata e intervistata. Solo qualche anno dopo scoprii a cos'era dovuta quella ostilità. Solo qualche settimana dopo invece venni a sapere che in quel night c'erano uomini di mafia, uomini che avevano deciso per il mattino seguente l'omicidio di un poliziotto. L'intervista a Loredana Bertè non fu mai pubblicata. Il giorno dopo non ci fu il tempo per rivedere gli appunti e scrivere quelle sessanta righe per gli Spettacoli.
Il quotidiano "L'Ora" era un giornale del pomeriggio. In edicola arrivava intorno alle 14, i redattori meno pigri cominciavano a riempire lo stanzone della cronaca verso le 8,15. I più mattinieri quell'estate erano sempre gli stessi, sempre i soliti due. Uno era il vecchio Gianni Lo Monaco, un cronista giudiziario che aveva uno sterminato archivio e una memoria formidabile. Gianni soffriva di insonnia. L'altro ero io, l'ultimo arrivato che come tutti gli ultimi arrivati non voleva mai fare tardi sul lavoro. C'eravamo Gianni e io nello stanzone della cronaca quando la radio della polizia cominciò a gracchiare e qualcuno gridò che c'era un codice rosso al bar Lux di via Francesco Di Blasi. Il vecchio Gianni impallidì, cominciò a tremare, balbettò qualcosa. Poi accarezzò Pallina, la cagnetta che non lasciava mai e portava ogni mattina anche al giornale. Mi disse: "Andiamo, al bar Lux alla radio stanno gridando... dicono che hanno ammazzato Boris Giuliano". Sulla sua piccola spider arrugginita fece salire prima Pallina e poi me. Il suo viso era sempre più pallido, la sua voce ormai era un soffio. Quando arrivammo davanti al bar Lux c'erano solo una dozzina di poliziotti in divisa e qualche curioso. Gianni tremava ancora. Poi arrivarono gli amici di Boris Giuliano, i suoi colleghi della Squadra mobile. Qualcuno cominciò a singhiozzare, qualcun altro partì come un razzo verso la Questura. Gianni e io ci avvicinammo al bar. Un funzionario di polizia urlò qualcosa e ordinò di abbassare la saracinesca. Quel funzionario (che tanti anni dopo fu invischiato in una brutta storia di mazzette) non fece entrare nessuno dentro il bar Lux, non fece vedere a nessuno il cadavere del povero Giuliano steso a terra. Ci raccontò uno degli amici di Boris: "Gli hanno sparato alle spalle". Aggiunse un altro: "Solo così potevano ucciderlo". Ci confidò un testimone: "Al sicario tremavano le mani quando ha cominciato a sparare".
Tornammo in redazione. Occhi rossi e un silenzio profondo. Per la prima volta tutti misero il proprio nome in fondo alla pagina, nessuno firmò il "pezzo". C'era paura, c'era tanta paura anche al giornale "L'Ora" quella mattina del 21 luglio del 1979. I colleghi più grandi e più esperti mi spiegarono che la storia di Palermo stava cambiando. Non lo sapevo ancora, ma anche la mia storia stava cambiando.
Quel giorno scrissi il primo articolo di "nera". Non avrei mai immaginato di scriverne migliaia e migliaia ancora nei giorni e nei mesi e negli anni successivi. In quelle prime settimane dell'estate 1979 ricostruimmo le ultime indagini e gli ultimi movimenti di Boris Giuliano. La valigia piena di dollari che aveva sequestrato a Punta Raisi. Il covo di via Pecori Giraldi dove si nascondeva Leoluca Bagarella, che poi era il sicario che tremava mentre colpiva alle spalle il commissario. I summit che certi mafiosi di Corleone tenevano sempre al night "Al Castello" di San Nicola l'Arena. Le rapine alle banche organizzate da un clan di mafiosi di Corso dei Mille. Il viaggio di un paio di boss siculo<\->americani che stavano preparando qualcosa in Sicilia. La latitanza di Michele Sindona a Palermo. I contatti che Boris Giuliano aveva con Tom Tripodi, il suo amico della "Drug Enforcement Agency" che seguiva i capimafia negli States. Droga che partiva da Palermo e dollari che arrivavano da New York. Boris Giuliano aveva trovato le prove che cercava da tempo. Furono tutti d'accordo a ucciderlo il poliziotto che aveva "studiato" a Quantico, i palermitani di Stefano Bontate e i corleonesi di Totò Riina. Fecero una riunione di Cupola e tutti dissero: "È lui che dà fastidio, gli altri fanno finta di non capire o sono nelle nostre mani". Era solo. E lo colpirono a morte. Così dopo il 21 luglio del 1979 - pur avendo vissuto per tanti in Sicilia - scoprii la mafia. All'improvviso.
Avevo l'archivio di Gianni Lo Monaco e avevo una rabbia che è la rabbia dei ragazzi che vedono da una parte solo il bene e dall'altra parte solo il male. Ma soprattutto in quei mesi (e poi negli anni successivi) risultò prezioso soprattutto ciò che non avevo a Palermo: non avevo amici, non avevo più riferimenti professionali (molti dei colleghi più esperti che c'erano a "L'Ora" se ne andarono fuori dalla Sicilia), non sapevo nulla di come erano andate certe cose anche nel passato più recente. Ero nelle condizioni migliori per immergermi completamente in una città che - come in molti mi avevano annunciato - stava cambiando. Nessuno sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare fino a quale punto Palermo stava cambiando. Tre mesi dopo il delitto al bar Lux uccisero il consigliere istruttore Cesare Terranova. Sei mesi dopo uccisero il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dieci mesi dopo uccisero il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Tredici mesi dopo uccisero il procuratore capo Gaetano Costa. E Palermo, avvolta in un silenzio di paura, non sembrava più Palermo. Ogni giorno uscivo dalla redazione e sotto i portici di piazzale Ungheria c'erano già gli strilloni che gridavano: "L'Ora... L'Ora morti e feriti... quanti ni cadiru... quanti ni muriru...".

10 agosto 2002 - IL DIARIO DI ATTILIO BOLZONI
"La Repubblica" edizione di Palermo
IL DIARIO
Gli anni della guerra di mafia
ATTILIO BOLZONI
Eravamo una cinquantina di giornalisti e forse anche di più quella mattina al Palazzo di giustizia. Aspettavamo fuori, sulla scalinata. Non sapevamo dove li stavano interrogando e non volevamo farceli scappare proprio quel giorno Nino e Ignazio Salvo, i signori di Salemi, due tra gli uomini più potenti della Sicilia. Di loro ne avevo sentito parlare tanto. Ma non li avevo mai visti. Qualche mese prima avevo scritto un breve articolo su "Repubblica" - da qualche tempo era finita la mia avventura a "L'Ora" ed ero diventato il corrispondente da Palermo del giornale di Scalfari - dove si parlava di una perquisizione nelle esattorie dei Salvo. I finanzieri erano a caccia di carte su un imbroglio alla Regione che poi trovarono, "Repubblica" titolò così: "Palermo trema, le Fiamme Gialle cercano eroina nelle esattorie dei Salvo". A tremare intanto fui solo io. La frettolosa e sbagliata titolazione mi rese molto inquieto. Quella inquietudine mi accompagnò per tanto tempo ancora. Mi accorsi infatti che fare il giornalista a Palermo paradossalmente era più facile che altrove, bastava vedere e sentire e poi scrivere. I misteri di Palermo erano tali - almeno così mi sembrava - perché nessuno li voleva svelare.
C'era un silenzio che soffocava tutta la città e tutti i suoi abitanti. Era facile fare anche gli scoop in quella Palermo, un territorio di caccia del tutto inesplorato. Non erano molti i colleghi che avevano voglia di vedere e di sentire e poi di raccontare. Ma quella mattina del giugno 1982 sembrava davvero speciale. C'era agitazione tra tutti i giornalisti accorsi al Palazzo di Giustizia. E per tanti motivi.
Finalmente uscirono dalla stanza del giudice istruttore Giovanni Falcone. Non era ancora mezzogiorno quando Nino e Ignazio Salvo, abbronzati e sorridenti - circondati da una schiera di cronisti che li seguivano come se fossero star dello spettacolo - si concessero ai microfoni e ai taccuini. Dissero che con il giudice istruttore Falcone avevano chiarito tutto ciò che c'era da chiarire, poi precisarono tra una risata e l'altra che non c'era proprio nulla da chiarire. Prima di sparire sulla loro Alfa blindata Nino Salvò mi lanciò un'occhiata sinistra. Subito dopo fece un ghigno. Si prese la confidenza di passare il suo braccio in mezzo al mio, mi portò qualche metro più lontano da tutti gli altri colleghi e dalla sua bocca uscì un sibilo: "Si ricordi una cosa, non la dimentichi mai...". Fece una pausa. E disse ancora: "Sa, i giornali per me sono come i jukebox... suonano la musica che vogliamo, suonano la musica di chi mette dentro le monetine, i soldi...". Fu l'unica volta che vidi Nino Salvo da vicino.
La prima pagina di "Repubblica" un paio di mesi dopo era dedicata tutta a lui e a suo cugino Ignazio che avevano appena ricevuto una comunicazione giudiziaria per associazione a delinquere. Colpo alla mafia, era il titolo principale. Forse fu proprio quello l'inizio della fine dei potenti esattori di Salemi.
Quell'estate mi comprai una motocicletta. Non ne avevo mai avuta una e non sapevo guidarla. Imparai. La motocicletta mi serviva, quel mezzo veloce e agile mi consentiva di lavorare. Il mio lavoro era quello di andare a vedere i morti "sul posto" e poi raccontare cosa era accaduto. Ce n'erano così tanti di omicidi a Palermo che con il taxi non ce la facevo mai ad attraversare la città da una parte all'altra prima che i becchini si portassero via quei disgraziati ammazzati per strada a Brancaccio, in via Oreto, in Corso dei Mille, a Maredolce, a Santa Maria del Gesù, in via Giafar, a Croceverde Giardina. Una mattanza. È durata quasi due anni. Alla fine della guerra di mafia ho rivenduto la motocicletta a un amico.
Ricordo l'odore dolce del sangue che si spandeva nell'aria, soprattutto con i primi caldi. Ricordo i capannelli che si formavano intorno al cadavere, i padri che prendevano in braccio i figli per far vedere loro l'uomo a terra. Ricordo anche le facce dei testimoni che sembravano statue di cera. Passai due estati così, a inseguire morti nelle borgate. La scena del delitto era sempre uguale. E poi il silenzio di chi aveva visto, il silenzio dei poliziotti che arrivavano, il silenzio di tutta Palermo. Dopo la ricognizione sul luogo dell'omicidio correvo in Questura. Bussavo sempre alla porta di un commissario che era sepolto tra i fascicoli, la sua scrivania era stracolma di carte, ogni scheda aveva disegnata sopra una croce. Erano i dossier sui morti di Palermo che il commissario Francesco Accordino accumulava sul suo tavolo: ogni croce era un morto. Il commissario sapeva bene che tutti quei delitti erano collegati, ma non c'era ancora una sola prova da portare in Tribunale. La guerra tra le "famiglie" infuriava, tutti i vecchi capi dell'aristocrazia mafiosa cadevano uno dopo l'altro sotto i colpi di lupara e di kalashnikov, in mezza Sicilia seminavano il terrore i Corleonesi di Totò Riina. Morti, morti e ancora morti. Era proprio cambiata Palermo. Era diventata cupa, era diventata una città cattiva.
Raccontare il delitto era esercizio semplice, raccontare tutto il resto complicava la vita. Non era solo bianca e nera quella Palermo dove vivevo da quasi tre anni, era grigia soprattutto. I miei più attenti lettori credo che siano stati certi avvocati che nei corridoi del Palazzo di giustizia mi rivolgevano a malapena il saluto. Ogni tanto però mostravano un'insolita gentilezza. Si avvicinavano, sorridevano, dispensavano consigli commentando magari l'ultima mia cronaca pubblicata. Era in quei momenti che l'inquietudine di cui parlavo prima montava sempre più forte, era in quei momenti che provavo un'angoscia ancora oggi difficile da descrivere. Un sorriso inaspettato e un caffè offerto con eccessiva gentilezza mi hanno sempre fatto più paura di una telefonata anonima o di una lettera minacciosa. C'erano avvocati che giocavano a carte scoperte e ce n'erano altri che si muovevano nell'ombra. Molti prendevano ordini da quei macellai che sparavano per le strade, alcuni per soldi e altri per paura. Poi c'erano quelli che si sentivano onnipotenti. Avevano molta confidenza con procuratori capi e procuratori generali, erano amici di tanti uomini politici, frequentavano questori e prefetti. Uno di loro - quando misero sotto inchiesta due suoi clienti importanti - arrivò a dire: "Basta con queste calunnie e con queste infamità, la mafia è un'invenzione dei giornali del Nord". Un altro Principe del Foro un giorno mi fermò per strada e dalla sua borsa di pelle tirò fuori vecchie carte ingiallite. Mi voleva convincere che tutte le disavventure di Michele Greco detto "Il papa" erano nate dall'errore di un maresciallo di polizia - a suo dire - semianalfabeta. Mi bisbigliò il famoso avvocato in preda a una sorta di delirio: "Non è il papa di Ciaculli, ma il papà di Ciaculli, in senso buono... così lo chiamavano Michele Greco in borgata per la sua bontà d'animo... il maresciallo ha sbagliato e poi hanno creato il mostro". Quasi tutti quegli avvocati che negli anni Ottanta erano considerati "amici degli amici" quindici anni dopo sarebbero finiti sotto inchiesta per le loro contiguità. E quasi tutti l'hanno fatta franca.
Ma non c'erano solo i penalisti a difendere l'"onore" della Sicilia e dei siciliani a quel tempo. C'erano anche molti magistrati. La prova non la trovavano mai, i loro cassetti erano pieni di rapporti polizieschi che lì dentro marcivano. Quando a volte qualche mafioso finiva a giudizio, poi veniva sempre assolto per insufficienza di prove. "La prova, signor presidente... la prova", tuonavano in aula gli avvocati. E i magistrati la prova non ce l'avevano mai nei loro cassetti. In quegli anni ricordo di avere dedicato qualche settimana a una ricerca sui grandi boss finiti in carcere o comunque condannati a qualche pena significativa. Mi accorsi che solo uno era ospite fisso delle patrie galere: Luciano Liggio. Era proprio l'eccezione che confermava la regola.
La guerra di mafia stava finendo e tutti i morti erano da una parte sola. Dall'altra parte quasi nessuna perdita. Dopo il rumore delle armi le prime grandi retate poliziesche, le prime grandi inchieste, i primi processi. I giornalisti di Palermo all'improvviso si spostarono dalle borgate alle aule di giustizia. Era ormai dentro il Tribunale il "motore" delle investigazioni sulla mafia. Era un motore che andava a due velocità. Ce ne accorgemmo tutti e subito. Al primo piano c'era una Procura della Repubblica che tra incertezze e prudenze era costretta ad affondare le investigazioni in una Palermo terrorizzata dai mafiosi. Erano quasi tutti magistrati della "vecchia scuola", legati a quelle Eccellentissime toghe che per almeno una ventina di anni non avevano visto né sentito nulla intorno a loro. Ma da qualche tempo, in un piccolo bunker quasi nascosto tra i polverosi archivi, erano apparsi come d'incanto alcuni giovani giudici istruttori che avevano un nuovo "metodo" d'indagine e una nuova cultura, tecnica e passione che nel volgere di qualche anno avrebbero portato a una vera e propria rivoluzione dentro e fuori i Palazzi di giustizia. Il giudice istruttore che aveva "inventato" quel nuovo modo di fare indagini antimafia era Giovanni Falcone. Cominciammo a raccontare le sue indagini. Cominciò un'altra grande guerra a Palermo. Fatta di depistaggi, di disinformazione, di manovre sotterranee, di ricatti, di campagne di stampa più o meno disinteressate. I giornali e i giornalisti furono al centro di tutto questo. E si divisero. Era nata l'antimafia a Palermo.
Ma era ancora l'inizio di quella guerra che si sarebbe combattuta per tanti anni ancora in nome della mafia e dell'antimafia. Era ancora troppo presto per parlare (e soprattutto scrivere) di uno scontro che era solo agli albori. La vecchia Palermo ancora resisteva. Resisteva anche dentro quel Palazzo di giustizia dove tutto - nonostante Falcone, nonostante il pool di giudici istruttori - sembrava immobile, dove tutto non cambiava mai. Ci fu un processo che più di altri mi sconvolse e mi fece capire come andavano le cose allora. Gli imputati erano tre.
Li vedevo ogni mattina seduti su una panca di legno mentre ridevano e scherzavano con i loro avvocati. Erano sempre ben vestiti e ben pettinati. Uno somigliava a un indio e si chiamava Armando Bonanno. Il più lungo e il più taciturno era Giuseppe Madonia. Il terzo era tozzo, aveva un collo taurino e una faccia da clown: era Vincenzo Puccio. Quei tre erano imputati di omicidio per avere ucciso un capitano dei carabinieri, il comandante della Compagnia di Monreale Emanuele Basile. Il capitano era in mezzo alla folla della processione del Santissimo Crocifisso con in braccio la sua bimba, i tre si avvicinarono e spararono. Era la notte del 5 maggio 1980. Li presero subito. Da quando furono trasportati in carcere le loro "famiglie" si adoperarono in mille modi per aggiustare il processo. Prima ci provarono con il medico legale, poi con il giudice istruttore Paolo Borsellino, poi ancora attraverso un avvocato. Non ci riuscirono e finirono a giudizio. Io seguii per mesi il loro primo processo. Mi accorsi fin dalle prime udienze che quello non era un vero processo. Era una farsa. Lo avrebbero rivelato molto tempo dopo alcuni pentiti, Gaspare Mutolo per primo. Ma già allora si capiva tutto: bastava assistere alle udienze e non tapparsi le orecchie. Il processo ai killer del capitano Basile un giorno fu improvvisamente azzerrato per un'incredibile perizia sul fango di un paio di stivali, ricominciò qualche mese dopo e finì come doveva finire. Assolti tutti e tre per insufficienza di prove. Scrisse testualmente nella motivazione della sentenza il giudice che li lasciò liberi: "...in presenza di un minore numero di indizi sarebbe stato più facile condannare gli imputati...". Dopo la liberazione i tre sicari del capitano furono inviati al soggiorno obbligato in tre paesi della Sardegna. Poi fuggirono. Il loro processo fu più volte manipolato, fino in Cassazione. Questa era la Palermo che stavo raccontando e che avrei raccontato per molti anni ancora.
Proprio nei mesi della celebrazione del processo Basile conobbi due poliziotti molto speciali. Uno era Beppe Montana, l'altro era Ninni Cassarà. Il primo dava la caccia ai latitanti e spesso si lamentava dei suoi rapporti che la Procura lasciava marcire negli armadi. Il secondo era un finissimo investigatore dai modi garbati. Si sentiva solo. Solo quando era testimone a un processo. Quando conduceva un'inchiesta sui boss. Quando provava a cercare un collegamento con qualche potente vicino a Cosa nostra. Era davvero solo Ninni Cassarà, solo con gli uomini della sua squadra. Prima ammazzarono Beppe Montana. Poi toccò a Ninni. Molti degli uomini che incontravo ogni giorno per il mio lavoro di cronista, non c'erano più. Li avevano uccisi.

10 agosto 2002 - BRUSCA SI SPOSA IN CARCERE
"Il Nuovo"
Per Brusca matrimonio in carcere
Il killer che ha azionato il telecomando della strage di Capaci, oggi pentito, ha voluto sposare in cella a Rebibbia la donna da cui aveva avuto un figlio quando era ancora in libertà.
ROMA - Nozze in cella per l'uomo che ha azionato il telecomando della strage di Capaci. Il killer di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta, ieri si è sposato in gran segreto, al riparo da occhi indiscreti, dentro il carcere di Rebibbia a Roma.
Giovanni Brusca, l'ex boss mafioso, oggi pentito, reo confesso del proprio ruolo nella strage del 23 maggio del '92 ha preferito il silenzio per impalmare la compagna Rosaria Cristiano, la madre del figlio Davide, che oggi ha 11 anni. A sposare la coppia, con il rito civile, perché la signora Brusca era già stata sposata con un concittadino del "Verru", come veniva chiamato il boss, è stato un funzionario del Campidoglio, che ha celebrato il rito in un luogo insolito come il carcere romano.
Alla cerimonia, secondo indiscrezioni, avrebbero partecipato pochissime persone: la madre di Brusca e i fratelli della sposa. E Davide, che all'epoca dell'arresto di Brusca ne aveva solo cinque: sarebbe stato proprio l'amore per il bambino a convincere il boss a parlare con i magistrati palermitani e a raccontare i retroscena di Cosa nostra.

12 agosto 2002 - MORTO CHARLES POLETTI
"Il Corriere della sera"
Avvocato, già governatore dello Stato di New York, fu scelto dagli Stati Uniti per la "contropropaganda"
Addio a Poletti, la voce dello sbarco alleato in Sicilia
Parlò per la prima volta alla radio clandestina il 27 dicembre 1942: "Amici, date retta, buttate via Hitler e Mussolini". Dal 1943 diventò di fatto il "governatore" dell'Italia liberata
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK - Chi in Italia lo ricorda ancora dev'essere coetaneo di Elvis Presley: almeno un settantenne. Eppure, senza un uomo dall'intraprendenza tutta americana di Charles Poletti, figlio di uno scalpellino piemontese e di madre bergamasca, emigrati in America all'inizio del '900 con la classica valigia di cartone, l'Italia oggi sarebbe diversa. Forse ancora più disarticolata e rissosa, e sicuramente con i problemi che affliggono ora le nazioni di quel blocco dove parecchi "progressisti" italiani del dopoguerra avrebbero voluto trascinarla di peso.
Charles Poletti, morto a 99 anni durante il fine settimana nella sua casa di Marco Island in Florida, in Italia divenne un nome famoso quasi da un giorno all'altro, con la radio clandestina. Si era nel 1942, e la guerra voluta da Hitler e Mussolini per le potenze dell'Asse incominciava ad andare di male in peggio. Il 27 dicembre, i milioni che ascoltavano di nascosto le trasmissioni "nemiche" sentirono per la prima volta una voce dall'accento vagamente padano ma condita da inflessioni un po' americane che li incitava: "Date retta, amici. Buttate fuori Hitler e Mussolini".
In quell'epoca in Europa non esisteva la Tv e la guerra della propaganda si combatteva quasi tutta con la radio a onde corte. In Inghilterra la Bbc mandava in onda Radio Londra con i celebri messaggi speciali del Colonnello Stevens. Sull'altra sponda dell'Atlantico invece c'era la Voce dell'America con il tenente colonnello dell'US Army Charles Poletti, i cui discorsi un po' prolissi negli italiani suscitavano a volte reazioni ironiche. "Colonnello Poletti, meno chiacchiere e più spaghetti", era infatti il commento di parecchi quando l'Italia, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia avvenuto il 10 luglio del '43, era divisa in due. Una battuta in realtà ingiusta perché, con Poletti insediato al Grand Hotel et Des Palmes di Palermo come capo dell'Amgot (Allied Military Government of Occupied Territory) e cioè in pratica governatore, all'Italia liberata era arrivato pane bianco, latte in polvere, chewing gum e Coca Cola. Ma la pasta effettivamente era scarsa.
In America invece già da tempo Charles Poletti era un personaggio affermato. Dopo un breve esordio come direttore di una panetteria, il futuro "governatore" dell'Italia postbellica riprese gli studi di avvocato, prima a Harvard e in seguito a Roma. Poi negli anni Trenta l'avvocatura gli aprì la strada alla politica. Nel 1938 Poletti scese in campo con il candidato dei democratici Lehman che, eletto governatore, lo chiamò come suo vice fino al 1942, quando dopo le dimissioni di Lehman, l'italoamericano per 29 giorni si ritrovò governatore dello Stato di New York.
In Sicilia, accanto ai successi, a Charles Poletti furono rimproverati anche alcuni notevoli errori. Come quello di accettare in sostituzione dei podestà rimossi i primi nomi proposti, con scelte che hanno finito per cadere a volte sul locale boss della mafia "in sonno" sotto il fascismo. Altre critiche alla gestione Poletti scoppiarono sul separatismo in Sicilia, proclamato il 10 luglio 1943. Queste però sono polemiche retrospettive. Ma non bisogna dimenticare che senza l'appoggio dell'America e di uomini come Charles Poletti (o come quell'altro americano naturalizzato, nato a Mosca ma italiano di cultura e di adozione, che fu Misha Kamenetzki, più noto ai lettori del Corriere con il nome di Ugo Stille) l'Italia di oggi non sarebbe cresciuta nella libertà.
Renzo Cianfanelli

13 aprile 2002 - IL DIARIO DI ATTILIO BOLZONI
"La Repubblica" edizione di Palermo
il diario
QUEI REPORTER PIÙ PERICOLOSI DELLA MAFIA
ATTILIO BOLZONI
La prima volta che lo incontrai mi colpì la sua cravatta. E il suo modo di parlare. La cravatta era molto vistosa, fiori verdi e rossi su uno sfondo giallo arancio. Una macchia di colore che contrastava con il grigio del suo vestito e soprattutto con quello della sua faccia. Lui era seduto su un divano. Non si alzò, mi porse mollemente la mano e poi fece un ghigno. La sua voce era rauca. Disse: "I giornalisti come lei sono un po' come gli sbirri...". Mi mancò all'improvviso il fiato. Non risposi. Per qualche minuto lo ascoltai incuriosito, poi cominciai a provare disagio. Quando mi accompagnò alla porta lo salutai: "Eccellenza, è stato un vero piacere conoscerla". Naturalmente mentivo e naturalmente si capiva. Eccome se si capiva. Ero già fuori dalla sua stanza quando dalla bocca del procuratore capo della Repubblica Salvatore Curti Giardina uscì un sibilo: "La prossima volta che pubblicherà qualcosa di riservato le farò passare tanti guai quanti non ne ha mai avuti in vita sua". La minaccia fu mantenuta. Due mesi dopo il procuratore capo in persona firmò un ordine di arresto per me e per il corrispondente siciliano de "l'Unità" Saverio Lodato. Per tre anni e mezzo Salvatore Curti Giardina ha fatto il capo dei procuratori di Palermo. E in tre anni e mezzo volle mettere la sua firma solo sotto quell'ordine di cattura. Quello contro Saverio e contro di me. Era la fine dell'inverno del 1988.
Era successo qualcosa a gennaio, qualcosa di molto grave. Una sera due sicari avevano ucciso Giuseppe Insalaco, ex sindaco di Palermo, ex segretario particolare del ministro dell'Interno Franco Restivo, uomo dal passato oscuro che da qualche anno però stava combattendo una sua battaglia per la trasparenza degli appalti pubblici. L'ex sindaco Insalaco lasciò un memoriale con una lista di "buoni" e di "cattivi", uomini politici e magistrati e superpoliziotti che cercavano di cambiare Palermo o che avevano le mani sporche. La "lista" fu stampata una domenica mattina in prima pagina da "Repubblica" e da "l'Unità": ci fu un terremoto.
I potenti di Palermo insorsero, minacciarono querele e minacciarono altro, la polemica diventò infuocata, lo scandalo fu grande. In quel clima incandescente il giudice istruttore Giovanni Falcone qualche settimana dopo chiuse una maxi istruttoria sulla mafia siciliana.
Era un'inchiesta nata dalle rivelazioni del pentito Antonino Calderone. Furono arrestati quasi duecento mafiosi, ma tra le pieghe dell'indagine affiorarono i nomi di molti boss della politica, primi tra tutti Salvo Lima e Aristide Gunnella. Anche le "carte" dell'inchiesta Falcone furono integralmente pubblicate da "l'Unità" e da "Repubblica" qualche giorno dopo gli arresti dei mafiosi. Fu allora che il procuratore capo Salvatore Curti Giardina firmò il suo unico ordine di cattura da dirigente dell'ufficio della pubblica accusa. Una mattina - era il 15 marzo del 1988 - preparò con il suo cancelliere l'ordine di arresto. E sotto il provvedimento giudiziario mise in fila tre nomi: uno era quello di Saverio Lodato, il secondo era il mio, il terzo quello di Francesco Vitale, un collega de "L'Ora" che si era limitato a riportare sul quotidiano del pomeriggio le cronache pubblicate la mattina da "Repubblica" e "Unità". Qualcuno convinse il procuratore capo a depennare dall'elenco quel terzo nome. Gli dissero: "Due giornalisti va bene, ma se ne arrestiamo tre fanno un'associazione per delinquere". L'accusa paranoica formulata in una stanza della Procura nei confronti di Saverio e miei era quella di "concorso in peculato con pubblico ufficiale". Le fotocopie delle rivelazioni del pentito Calderone - che mai trovarono nelle tante perquisizioni effettuate nelle nostre abitazioni e nei nostri uffici - vennero considerate "beni dello Stato". Il reato di peculato permetteva al procuratore capo di raggiungere due obiettivi. Il primo era quello di arrestarci (con la semplice violazione del segreto istruttorio o del segreto d'ufficio saremmo stati soltanto denunciati a piede libero), il secondo era quello di sputtanarci con un'accusa che portava l'opinione pubblica meno attenta a pensare a fatti di corruzione e soldi che coinvolgevano due giornalisti vicini a quella che con un certo disprezzo era definita l'"antimafia". Così la sera del 16 marzo 1988 passai la prima notte della mia vita in una cella di un carcere di massima sicurezza. Dieci metri più in fondo c'era un'altra cella con dentro Saverio.
Il corridoio della casa circondariale di Termini Imerese - una prigione dove fino a qualche anno prima rinchiudevano i più pericolosi terroristi delle Brigate rosse - era buio. All'improvviso accesero tutte le luci e aprirono la porta blindata delle nostre "stanze". Saranno state le 3 o le 4 del mattino. Una guardia armata si piazzò davanti alla mia cella, un'altra guardia armata si sistemò davanti a quella di Saverio. Eravamo già svegli. Saverio gridò: "Che stanno facendo secondo te?". Lo scoprimmo una settimana dopo, quando fummo liberati. Quello strano movimento notturno dentro il carcere era dovuto a una telefonata che il capo redattore di "Repubblica" Franco Magagnini fece all'allora direttore degli istituti di pena Nicolò Amato. Gli disse Magagnini minaccioso, senza tanti giri di parole: "State attenti che a quei due ragazzi non succeda nulla là dentro sennò...". Le guardie erano lì per proteggerci. Radio carcere naturalmente aveva saputo subito che due giornalisti erano stati appena rinchiusi nell'ultimo braccio della prigione, due giornalisti che ogni giorno scrivevano proprio delle cose per le quali loro erano finiti lì.
L'interrogatorio fu poco più che una formalità. Non venne il procuratore capo che nel frattempo fu sommerso da una tonnellata di feroci critiche da tutta la stampa italiana (uniche eccezioni: il "Giornale di Sicilia" e un fondo sul "Messaggero") ma il suo vice Piero Giammanco. Ci chiese il nome della "talpa" che ci aveva passato prima il memoriale Insalaco con la lista dei "buoni" e dei "cattivi" e poi le carte del pentito Calderone. Ci appellammo naturalmente al segreto professionale. Poi gli dissi sorridendo: "Quei nomi non li posso fare ma se vuole le faccio i nomi di tutti i miei informatori del palazzo di Giustizia... è pronto a riempire un libro alto come un elenco telefonico?". Il procuratore aggiunto Giammanco fece una smorfia, raccolse le sue cose e se ne andò. Per una settimana in Procura trafficarono con le carte e presero tempo mentre Salvatore Curti Giardina e i suoi tre o quattro fedelissimi collaboratori erano bersaglio di una campagna di stampa. Contro la Procura si schierarono anche i giudici di Magistratura democratica, manifestò il suo disappunto il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, rilasciò un'intervista a nostra difesa il giudice Falcone, ci venne a trovare in carcere il presidente della commissione parlamentare antimafia Gerardo Chiaromonte, ricevemmo in cella centinaia di telegrammi tra cui quello della presidente della Camera Nilde Iotti. Il Tribunale della libertà discusse il nostro caso e - con un colpo al cerchio per non smentire completamente la Procura e uno alla botte per non farsi trascinare nella polemica che stava diventando pesante - ci scarcerò. Il procuratore capo annunciò pubblicamente un ricorso in Cassazione contro Saverio e me che tornavamo liberi. Lo annunciò ma si guardò bene di inoltrarlo. Fece solo la parte. Un anno dopo il nostro arresto un giudice istruttore ci prosciolse definitivamente dall'accusa di peculato e - come vuole la legge - ci rinviò a giudizio per la violazione del segreto istruttorio. Fummo condannati (come altre cento volte in passato) a una pena pecuniaria di qualche decina di migliaia di lire. Un anno dopo ebbi la possibilità di leggere tutte le carte dell'inchiesta che portò al nostro arresto. Il procuratore sosteneva la necessità di toglierci la libertà "perché sono pericolosi". Quando lessi quel "pericolosi" mi venne un brivido, ma poi sorrisi. E pensai: ha ragione il procuratore capo Salvatore Curti Giardina, siamo davvero pericolosi. Per lui e per tutti quelli come lui. Mi ero dimenticato di dirvi: Salvatore Curti Giardina era stato il presidente di quella Corte di assise che processò i tre killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, quelli che fuggirono dopo l'assoluzione. Fu la sua Corte a scrivere nelle motivazioni della sentenza per insufficienza di prove "che in presenza di un minor numero di indizi sarebbe stato più facile condannare gli imputati...".
Dopo la scarcerazione mi presi una settimana di vacanza. Allora abitavo vicino a un mercato popolare. Di solito i rapporti con i commercianti si limitavano al saluto, ma in quei giorni mi accorsi che ero all'improvviso diventato molto popolare. Al bar c'erano sconosciuti che mi offrivano la colazione, il vinaio non mi fece pagare per due volte il bourbon, il pescivendolo mi trattò assai bene, perfino il barbiere non volle il suo onorario a lavoro finito. Tutti sorridevano e poi, con aria complice, mi dicevano: "Dottore, si è comportato bene... non ha parlato". Non avere rivelato la fonte delle mie informazioni riservate (il minimo per un giornalista) e avere fatto quel po' di carcere con "dignità" mi aveva - agli occhi della gente della borgata e del mercato - reso più vicino al loro modo di pensare e di vivere. Non avevo parlato. Questo contava. E niente altro. E questa era Palermo.
L'arresto di due giornalisti in quei mesi era un segnale che andava oltre i nostri scoop giornalistici e ben oltre il ruolo che ricoprivamo Saverio e io. Era un segnale diretto all'altra Palermo, a tutta quella città che si stava ribellando allo strapotere dei mafiosi e soprattutto all'arroganza degli amici dei mafiosi. Palermo stava cambiando ancora. Dopo le stragi e dopo la paura c'era voglia di tanta aria pulita, c'era voglia di fare di Palermo una città nuova. I primi segni di un risveglio c'erano stati molti anni prima, quando ancora si raccoglievano i morti per le strade e la capitale della Sicilia sembrava soffocata da una cappa di omertà e di paura. C'era un risveglio nei partiti e nei giornali, negli uffici giudiziari, tra i poliziotti, nella testa di tanti siciliani. Da qualche anno a Palermo si consumava anche la straordinaria esperienza della "primavera" con il sindaco ribelle Luca Orlando e le sue giunte "colorate". Orlando aveva dichiarato guerra alla sua Democrazia cristiana. "O io o Lima", diceva. Ma soprattutto aveva dichiarato guerra a un sistema fondato sui patti e sui ricatti. Lo intervistai una notte a Palazzo delle Aquile, era un fiume in piena. Il mio giornale titolò in prima pagina: "Il sindaco di Palermo: la mafia ha il volto delle istituzioni". Palermo era spaccata in due, l'Italia era spaccata in due su mafia e antimafia. Si trascinava da mesi la polemica sui "professionisti dell'antimafia" aperta da Leonardo Sciascia sul "Corriere", molti personaggi interessati si erano stretti intorno allo scrittore di Racalmuto che lanciava critiche su un certo modo di fare antimafia citando proprio Orlando e anche il procuratore Paolo Borsellino. In molti strumentalizzarono le riflessioni di Sciascia per attaccare l'antimafia e dimenticare la mafia. Ma un fermento senza precedenti attraversava anche le stanze dei Palazzi di Giustizia, in testa quello di Palermo. Da una parte c'erano Giovanni Falcone, il consigliere Antonino Caponnetto e il loro pool di giudice istruttori, dall'altra c'era una Procura che frenava sulle grandi inchieste. Quando Caponnetto lasciò il suo incarico, il Consiglio superiore della magistratura nominò Meli - un vecchio magistrato senza alcuna esperienza nelle vicende di mafia - al posto di Falcone. La scelta fu destabilizzante. Saverio Lodato e io un giorno andammo a Marsala a trovare Paolo Borsellino. Gli facemmo alcune domande, non si tirò indietro. Denunciò la fine del pool, Falcone minacciò di dimettersi, sulla rivolta dei giudici antimafia intervenne il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Per mesi e mesi raccontai "Il Palazzo dei veleni", il Palazzo di Giustizia di Palermo.
Erano cronache dal fronte, il fronte di una Palermo sospesa tra il passato e il futuro. Cominciarono a circolare le prime "polpette avvelenate" e i primi dossier falsi, mi arrivavano direttamente nella portineria di casa in busta chiusa e in forma anonima. Cominciarono ad arrivare pressioni da tutte le parti. Cominciarono certe manovre di depistaggio e di disinformazione. C'era qualcuno che metteva in giro voci infamanti per dividere anche il fronte giornalistico che teneva duro sull'antimafia. Mesi di inferno. Mesi di sospetti. Di amicizie incrinate. Di drammi pubblici che qui a Palermo riuscivano a trasformarsi anche in drammi privati. Non era più facile come una volta fare il cronista in Sicilia. Prima nessuno parlava di mafia, dopo dieci anni tutti parlavano di mafia. Ne parlavano troppo. Dal silenzio assordante al rumore assordante. Vedevo sindaci che erano amici degli amici che sfilavano alla testa dei cortei antimafia con la fascia tricolore addosso. Vedevo questori o prefetti che frequentavano certi salotti al di sotto di ogni sospetto e poi facevano i loro bei discorsetti pubblici sulle contiguità. Vedevo magistrati ossessionati ancora da quel pool dell'ufficio istruzione che ormai non esisteva quasi più. Era Palermo che cambiava ancora, Palermo che cercava di vivere o di sopravvivere, Palermo che resisteva da ogni parte. Raccontarla è stata un incubo.

14 agosto 2002 - MAFIA: OMICIDIO IMPASTATO, PROCESSO AD UN BOSS MORTO
ANSA:
Condannato a 30 anni per l'omicidio di Giuseppe Impastato, il boss Vito Palazzolo e' morto l'11 dicembre scorso ma, caso davvero raro, verra' riprocessato. La corte, infatti ha accolto l'appello presentato dal suo legale, avvocato Paolo Gullo, che ha impugnato la condanna, sostenendo di agire per tutelare gli interessi degli eredi, colpiti dagli effetti civili della pronuncia. La corte di assise di appello presieduta da Alfredo Laurino ha accolto l'istanza del legale ed ha fissato il nuovo processo per il 30 settembre prossimo. "Sono convinto che Palazzolo fosse innocente - ha detto Gullo - con il nuovo processo, male che ci vada, arrivera' una pronuncia di non doversi procedere per morte del reo. Ma se la corte terra' conto delle nostre argomentazioni, scopriremo che a volere la morte di Peppino Impastato, ammesso che sia stato davvero ucciso, non furono Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo". In un altro processo il boss Tano Badalamenti e' stato condannato all'ergastolo per l'omicidio del militante di Democrazia Proletaria di Cinisi.

15 agosto 2002 - SULL' UCCISIONE DI FILIPPO BASILE
"La Repubblica" edizione di Palermo
la memoria
quei buchi neri a sinistra
GIOVANNI ABBAGNATO
Qualche giorno fa su queste colonne Amelia Crisantino ricordava Filippo Basile, il quasi dimenticato dirigente dell'assessorato all'Agricoltura assassinato il 5 luglio del 1999 da un killer il cui mandante risulta essere Nino Velio Sprio, mandante anche nell'omicidio di Giovanni Bonsignore.
Gli interrogativi e le contraddizioni evidenziati da Amelia Crisantino rappresentano preziosi elementi di riflessione per ricostruire il contesto dell'amministrazione regionale e, soprattutto, per imporre "il dovere della memoria" contro l'attuale tendenza all'oblio. La memoria è un vizio scomodo, e viene in mente l'eccessiva fretta con cui nell'immediatezza del delitto si voleva, soprattutto all'interno dell'assessorato, ridimensionare la figura di Filippo Basile. Fu proprio questa fretta che insospettì un gruppo di sindacalisti della Cgil attivi all'interno della Regione, che avevano legato la possibilità del rilancio dell'ente Regione alla soluzione dei problemi legati alla trasparenza e alla legalità, lanciando negli anni Ottanta il movimento dei diritti e delle regole. Furono tempi duri per questi "strani" sindacalisti. Essi vissero lo scontro con il potente presidente della Regione il dc Nicolosi e con il suo entourage, culminato nelle denunce sulle distorsioni del cosiddetto "governoparallelo", il dossier "sulla programmazione negata", le denunce sui collaudi e sulle grandi opere idriche (è proprio vero, in Sicilia sembra che il tempo non passi) e la solitudine costruita da chi, anche dall'interno, riteneva che questo non era sindacato e che bisognava fare "l'interesse dei lavoratori regionali". Il che, tradotto, significava accettare il sistema della negazione dei diritti a fronte della conferma delle regalie, naturalmente proporzionate: una lobby ristretta di potenti con enormi retribuzioni e la massa dei dipendenti ricattata con i vantaggi economici sul resto del pubblico impiego.
Eppure la tesi di una possibile sottovalutazione del caso Basile aveva autorevoli sostenitori. Particolarmente significativo fu tra gli altri l'intervento del procuratore Gian Carlo Caselli, che collegava la figura di Filippo Basile con quella di Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Sindona, entrambi "rei" di avere fatto il proprio dovere e per questo assassinati.
Più modestamente, nel corso di un'iniziativa su Giovanni Bonsignore, il sottoscritto provava a delineare il percorso attraverso il quale un funzionario si poteva ritrovare all'interno di una sorta di "cono grigio" fatto di isolamento, "riprovazione sociale" e subdole resistenze burocratiche che poteva evolvere fino all'eliminazione fisica. Sulla base di questa analisi i sindacalisti della Cgil impegnati alla Regione decisero di contribuire a ricercare la verità sull'assassinio di un uomo integerrimo, probabilmente diverso da loro per temperamento e convinzioni ma, proprio per questo, ancor di più da preservare dall'ignobile rimozione dei significati più inquietanti del suo assassinio.
Non convincevano tante cose nella vicenda, anche nella storia del mandante. Sprio era un uomo potente, dotato di influenti amicizie e protezioni: dopo essere stato allontanato per gravi problemi giudiziari dall'assessorato Cooperazione veniva trasferito all'assessorato Agricoltura che, per la delicatezza delle competenze e il flusso enorme di risorse, non è esattamente il luogo più adatto ad un funzionario già condannato per reati contro la Pubblica amministrazione.
Prendendo spunto da una polemica pubblica tra l'allora assessore Cuffaro e la commissione disciplina, che evidenziava un considerevole ritardo degli uffici alle dirette dipendenze dell'assessore nel mandare avanti alcune delicate pratiche curate da Basile, la Cgil Funzione pubblica regionale chiedeva al presidente il diessino Capodicasa, con un comunicato reso pubblico, di dare disposizione per l'avvio di un atto ispettivo da parte del servizio competente, volto a fare piena luce su tutti i passaggi amministrativi della vicenda.
Non fu dato alcun seguito alla richiesta e ancora ce ne chiediamo il perché, data la semplicità dell'iniziativa.
Ma quelli erano tempi in cui l'assessore Cuffaro era considerato una grande risorsa del centrosinistra e si preparava la "naturale" espulsione di quei sindacalisti della Cgil che, dopo tanti fastidi dati, ebbero addirittura l'ardire di combattere il progetto di riforma dell'amministrazione regionale costruito dall'onorevole diessino Crisafulli nella pavida acquiescenza generale, con il concorso degli alti burocrati regionali e di tutte le altre organizzazioni sindacali. Quei sindacalisti della Cgil resistettero, ma quando i loro vertici regionali diedero il via libera al "governo amico" in verità non disturbato dall'opposizione di destra che non credeva ai suoi occhi non poterono che lasciare la loro organizzazione. Oggi tutti concordano sulla sostanziale ingovernabilità della "macchina regionale" a causa dei meccanismi, tutt'altro che di innovazione, imposti da quella finta riforma.
Intanto si procedeva alla "normalizzazione" del comparto regionali della Funzione pubblica, da parte dei vertici regionali della Cgil ancora oggi in sella. Sì, quelli che recentemente hanno respinto con la solita tracotanza l'ipotesi di rinnovamento voluta da Cofferati che, a conferma "dell'extraterritorialità" della Cgil siciliana, ha dovuto fare dietro front rispetto alla sua decisione d'inviare in Sicilia un dirigente della caratura di Claudio Sabattini. Dirigenti locali che sostengono le prerogative della Sicilia e dei siciliani: guarda caso, lo stesso linguaggio di Cuffaro e company.
Giovanni Abbagnato

17 agosto 2002 - MAFIA: GIUSEPPE BARRECA DAL CARCERE, MI DISSOCIO DA STRAGI
ANSA:
Condanna "con sconfinata forza" le stragi di mafia in cui persero la vita Falcone e Borsellino e si "dissocia" da quella barbarie sia a nome suo che dei fratelli Santo e Filippo: Giuseppe Barreca, boss della 'ndrangheta in carcere da dodici anni, scrive dal carcere di Viterbo. E, in una lettera inviata ai Radicali per raccontare "il dramma del 41 bis" (il regime di carcere duro al quale e' sottoposto dal 1992), coglie l'occasione per inviare un messaggio che non passera' inosservato agli inquirenti, anche perche' si parla di "dissociazione" ma contiene dure critiche ai pentiti. "E' mio dovere prima di affrontare qualsivoglia tematica - scrive Barreca - dare atto che quanto accaduto negli ultimi anni in Sicilia, mi riferisco alle stragi con cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino (il cui sottoscritto, unitamente ai propri fratelli, condanna con sconfinata forza e si dissocia da siffatta barbarie) sono stati episodi a cui lo Stato doveva dare necessariamente una risposta ferma, forte e decisa, e guai se non fosse cosi'. Ne andrebbe a rischio la democrazia del Paese...". Il fratello, Filippo Barreca, di fatto e' gia' uno dei pentiti piu' noti della 'ndrangheta: e' stato il primo ad avere cambiato identita' beneficiando del programma di protezione. E forse per una vendetta trasversale nei confronti di Filippo un altro fratello, Vincenzo Barreca, e' stato ucciso lo scorso marzo a Reggio Calabria, mentre era dal barbiere. Oggi Giuseppe Barreca invia un messaggio di condanna delle stragi usando la parola dissociazione, non senza pero' scagliarsi contro gli 'strapagati e impuniti pentititi" che - scrive - di fatto "gestiscono inquirenti e giudici" e non "il contrario come vuole darsi per intendere". "E' evidente e cio' e' sotto gli occhi di tutti - scrive ancora Barreca - che in questi anni si e' ecceduto in maniera esagerata utilizzando il pretesto 'emergenziale' e parecchi personaggi, e anche una certa politica, si sono costruite le proprie carriere cavalcando la tigre, per non parlare poi di quanto e' avvenuto ed avviene nei vari Tribunali che in taluni casi la giustizia e' stata amministrata calcando i metodi di tale Torquemada ai tempi della Santa Inquisizione Spagnola". Barreca lamenta la "frustrante privazione" di chi come lui, in regime di 41 bis, non ha mai "avuto la possibilita' di fare una carezza alla propria famiglia" e tutto cio' "in barba alle piu' elementari regole in materia umanitaria nonche' ai dettati costituzionali'...". E' a questo punto, facendo riferimento ai i metodi che definisce da "Santa Inquisizione", che Barreca lancia strali contro i pentiti: "E' necessario che qualcuno prenda coscienza degli abusi che in questi anni sono stati perpetrati nelle aule di giustizia, nei confronti di ignari cittadini rei solo di avere avuto in passato 'guai' con la giustizia oppure ancora un' amicizia poco chiara. Il resto - si legge ancora nella lettera - lo hanno fatto gli strapagati e impuniti pentiti che di fatto sono loro che gestiscono inquirenti e Giudici e no il contrario come vuole darsi per intendere. Mi auguro presto questa inaudita vergogna abbia una fine cosi' per rendere dignita' a giustizia ad un paese da sempre considerato la culla dei diritti".

21 agosto 2002 - MAFIA: BORSELLINO RICORDATO A CATANIA, PRESENTATO LIBRO
ANSA:
Il giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992, e' stato ricordato ieri sera a Catania in un incontro-dibattito promosso dall' associazione nazionale magistrati del distretto di Palermo. Presente il figlio Manfredi, funzionario di polizia a Palermo. L' incontro, svoltosi nella nella libreria "La cultura", e' stato organizzato per presentare il volume "Silenzi e voci", che raccoglie una serie di significative fotografie del procuratore aggiunto assassinato in via D' Amelio a Palermo con cinque poliziotti della scorta. Vi hanno preso parte anche il sostituto procuratore della Dda di Palermo Massimo Russo, responsabile della sezione distrettuale palermitana dell' Anm, il funzionario della Dia Rino Germana', scampato ad un agguato di mafia nel settembre del 1992 nel trapanese, e l' operatore culturale Carmelo Volpe. "Abbiamo voluto affidare alle emozioni delle immagini - ha detto Russo - il ricordo di un magistrato che ha lasciato una traccia indelebile nella lotta alla mafia. Oggi registriamo un calo di attenzione su questi temi, l' emozione seguita al dopo-stragi si e' via via affievolita e occorre l' impegno di tutti perche' si possa proseguire sulla stessa strada che, tra il '93 ed il '96, ci aveva consentito di inanellare numerosi successi sul versante della lotta alle cosche". Rino Germana', ferito dal "gruppo di fuoco" capeggiato da Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro sul litorale di Mazara del Vallo, ha detto che "si puo' fare antimafia anche dirigendo un commissariato di periferia, come quello di Mazara del Vallo. Basta crederci ed avere a disposizione un gruppo di uomini in gamba". Il procuratore aggiunto di Catania, Vincenzo D' Agata, ha sottolineato che "sarebbe necessario, in questo momento, che l' atmosfera si svelenisse e che lo scontro tra Istituzioni cessasse per riprendere il dialogo. Soltanto con la serenita' si puo' lavorare bene e si possono ottenere i risultati che tutti auspichiamo. La nostra non e' una battaglia per difendere i nostri interessi ma e' una battaglia tesa a difendere gli interessi della societa' e di tutti i cittadini".

22 agosto 2002 - MAFIA: RICCIO, COSI' ROS MI IMPEDI' CATTURA PROVENZANO
ANSA:
(di Lirio Abbate)
"Stavo per arrestare Provenzano ma il Ros non mi ha dato i mezzi e l' ordine per farlo". A sostenerlo, in un' aula di tribunale, e' stato il colonnello dei carabinieri Michele Riccio. L' ufficiale ha deposto il 6 aprile 2001, davanti ai giudici del tribunale di Palermo, nel processo 'Grande Oriente' in cui erano imputati i favoreggiatori di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra latitante da oltre 40 anni. Su questa vicenda adesso la Dda di Palermo ha avviato una inchiesta per accertare presunte omissioni ed eventuali responsabilita'. Il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, ha smentito l'iscrizione di persone nel registro degli indagati. Riccio a conclusione della sua testimonianza, aveva raccontato all' Ansa le tappe dell' indagine, nata dalle confidenze del boss Luigi Ilardo, che lo avrebbe portato il 31 ottobre 1995 ad un passo dal superboss ricercato. L' ufficiale, gia' in forza alla Dia e poi al Ros, si trova nella duplice veste di accusatore a Palermo e imputato a Genova, per avere utilizzato una partita di droga sequestrata "per fini non istituzionali". "Da Ilardo - racconta Riccio - appresi che Provenzano doveva incontrare alcuni mafiosi in una casa dei fratelli La Barbera (arrestati a gennaio 2001 per il favoreggiamento del boss Spera ndr) a Mezzojuso, di fronte a quella in cui e' stato arrestato alla fine del gennaio 2001 il latitante Benedetto Spera. Comunicai la notizia ai vertici del Ros informandoli che sarei stato in grado di procurarmi i mezzi tecnici necessari per effettuare il blitz, visto che mi avevano detto di non averli, pur assicurandomi un loro interessamento in tempi brevi. Mi dissero di aspettare, di fare soltanto un appostamento e di non intervenire". "Con alcuni colleghi di Caltanissetta mi piazzai al bivio di Mezzojuso - ricorda l' ufficiale - e controllai tutte le auto che si recavano in quella zona ed in quel casolare, annotandone i numeri di targa. Ma dal Ros non arrivo' mai l' ordine di fare irruzione nella casa. La sera stessa incontrai Ilardo, presente a quel summit, il quale mi confermo' che alla riunione aveva partecipato Provenzano. Di tutto cio' informai la sera stessa la procura della Repubblica nella persona del dottor Pignatone". Proseguendo nelle sue dichiarazioni, il colonnello afferma: "Bernardo Provenzano e' un confidente, in Cosa Nostra e' un colonnello, ma non si sa chi c' e' dietro e la sua truppa non e' quella che sembra". "Luigi Ilardo - aggiunge Riccio - mi diceva che Provenzano era dotato di un forte carisma e di un notevole ascendente sui boss mafiosi, sapeva gestire bene l' animo umano. E mi ripeteva: in Sicilia i capimafia o si ammazzano o si vendono". Riccio ha affermato di avere fornito al Ros le indicazioni per giungere al casolare di Mezzojuso "ma per tre volte i militari non riuscirono a trovarlo". "Non ho mai svelato a nessuno l' identita' del mio confidente Luigi Ilardo - spiega il colonnello - fino a quando non l' ho convinto a collaborare con le procure di Palermo e Caltanissetta. Non aveva paura di essere ucciso, ma di essere arrestato. Il 2 maggio 1996 venne interrogato a Roma e mi colpi' perche' mi apparve un fiume che rompe ogni argine in un interrogatorio durato cinque ore. E mai con me era stato cosi' ricco di dettagli, era come se volesse liberarsi delle cose che aveva dentro. Una settimana dopo fu ucciso a Catania". Negli otto mesi precedenti, in colloqui registrati da Riccio, Ilardo, oltre a fornire indicazioni per l' arresto di almeno quattro mafiosi latitanti e la mappa di alcune 'famiglie', parlo' degli omicidi politico mafiosi La Torre, Mattarella e Insalaco, dell' attentato dell'Addaura al giudice Falcone e di tre omicidi collegati. "Delitti - mi disse Ilardo - in cui la mafia c' entrava poco". Riccio ha precisato che tutte le notizie fornite dal confidente venivano da lui accuratamente riscontrate e in un' occasione, nel processo per l' omicidio Scopelliti, le indicazioni di Ilardo, pur contrastando con quanto avevano rivelato alcuni pentiti, vennero ritenute attendibili dai giudici. "Sono convinto - conclude il colonnello - che prima o poi saremo costretti a riscrivere la storia dell' antimafia di questi anni".

30 agosto 2002 - LA SPIA CHE PRANZO' CON PROVENZANO
"La Stampa"
La spia che pranzò con PROVENZANO
inviato ad AGRIGENTO
SEMBRA di vederlo, il mafioso-spia, che trascorre l'intera giornata in compagnia dell'uomo più ricercato d'Italia. L'arrivo al bivio di Mezzojuso, sulla superstrada per Agrigento, alle prime luci del mattino. Poi la comparsa della Ford Escort diesel con due uomini a bordo: quello seduto accanto all'autista è lui, Bernardo Provenzano. In quelle campagne tutti lo conoscono e sanno chi è, ma nessuno ha mai parlato. Due casolari, poco distanti uno dall'altro: non più di trecento metri di strada bianca, sovrastati da enormi silos per la conservazione del grano. Il proprietario che ospita il padrino si chiama Cono. Luigi Ilardo, la spia del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, ha tutto il tempo di imprimersi nella memoria la faccia di Provenzano che nessuno conosce. Di Binnu esiste solo una segnaletica che risale agli Anni Sessanta e da quel momento la ricostruzione del volto del capo di Cosa nostra è affidata alla memoria del mafioso-spia. Così lo descriverà Ilardo: "E' alto quasi uno e settanta, magro, il volto scarno che evidenzia due fosse e due avvallamenti vicino alle tempie, i capelli sono corti, brizzolati che danno sul bianco-rossiccio, l'attaccatura è alta e lascia scoperta la fronte". Dirà ancora, Gigino: "Sembrava un tranquillo uomo di campagna, con la polo sotto un maglione a V e i classici pantaloni di velluto a coste larghe parzialmente coperti da un giaccone pesante". Non stava benissimo, Provenzano. Salutando i presenti si lamentava per aver dovuto portare il catetere: "La camurria della prostata". Già, i presenti. Avrà visto una dozzina di persone, quel giorno. E tutte per incombenze legate quasi esclusivamente a problemi di ordinaria quotidianità di Cosa nostra, all'assegnazione delle competenze nell'ambito della riscossione del "pizzo" e della gestione degli appalti pubblici. A tavola si ritrovano in non più di dieci, Ilardo compreso. Binnu mangia una fetta di carne senza sale (per via della "camurria della prostata"), sapientemente arrostita alla carbonella dal buon Cono. L'incontro si svolge in due fasi. Una per affrontare i problemi di carattere generale dell'organizzazione, l'altra - pomeridiana - per "le situazioni di carattere privato e personale di Provenzano". Si parla dell'atteggiamento di Giovanni Brusca, irrequieto e alquanto "assoluto", nel senso della troppa autonomia. Ma Binnu è contrario alle maniere forti e rimanda ogni possibilità di intervento. Con Gigino è un idillio: gli raccomanda, il padrino, di evitare ogni scontro cruento con chicchessia perché conta di "rimettere in sesto il giocattolo (l'organizzazione mafiosa) in breve tempo". Le ore trascorrono tra un "vossìa che dice" e una previsione sui "tempi migliori che verranno". Ma i carabinieri non arrivano. In effetti la decisione investigativa che prevalse fu quella di preparare un lavoro accurato per un prossimo incontro, che certamente ci sarebbe stato. Però l'aggeggio elettronico - situato nella cintola dei pantaloni dell'ufficiale dei carabinieri - continuava a lanciare impulsi e ciò voleva dire che il "suo" uomo, la spia che aveva accettato di far da esca, era già a contatto con l'imprendibile Bernardo Provenzano. Già, "lo zio", il "ragioniere", "Binnu", l'uomo che - dopo la cattura di Totò Riina - era rimasto al vertice di Cosa nostra. Eserciti di poliziotti e carabinieri lo cercavano da tre decenni e lui, ora, stava in un ovile di Mezzojuso, campagna dell'entroterra palermitano, a parlare con Luigi Gigino Ilardo, ufficialmente capomafia di Catania ma da qualche tempo collaboratore del colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Spia e infiltrato: partecipava alla vita di Cosa nostra, era uno dei pochi ammesso al contatto diretto con Binnu e di tutto informava in tempo reale l'ufficiale che era diventato anche un amico, oltre che lo stratega dell'operazione che avrebbe potuto portare allo smantellamento definitivo della mafia. Già, avrebbe potuto portare. Perché invece il piano fallì miseramente non si sa bene per quale reale motivo. Riccio adesso dice che i carabinieri del Ros, organismo per cui allora lavorava, non vollero prendere il superlatitante e lascia intendere che il corleonese gode di protezione perché in passato ha fatto più d'un favore alla "Benemerita". Si tratti o no di un´esagerazione di ufficiale rampante e disinvolto, forse un po' guascone e con qualche vocazione all'iniziativa privata, come qualche volta accade tra gli investigatori votati alle operazioni un po' speciali. resterà un mistero. Uno dei tanti misteri che ruotano attorno alla figura contraddittoria di Michele Riccio. Dell'episodio l'Arma offre una visione, diciamo, tecnica e definisce un disguido quello avvenuto a Mezzojuso, attribuendo il ritardo dell'intervento alla "impossibilità di operare" perché non "v'erano le condizioni ottimali" per tentare il colpo grosso. Misteri, quelli di Riccio, che la Procura di Palermo sta cercando di dipanare non senza difficoltà, visto che la testimonianza del colonnello ha aperto una sorta di pozzo nero che è difficile prevedere dove porterà. L'ufficiale ha già avuto modo di offrire il proprio punto di vista nel corso di udienze pubbliche che, comunque, rappresentano soltanto una parte di quanto, invece, di strano sarebbe avvenuto attorno alla collaborazione di Luigi Ilardo e alle stesse indagini condotte da Riccio, sia mentre stava alla Dia, sia dopo, quando transitò nel Reparto operazione speciali dei carabinieri. Proprio su tali stranezze, il carabiniere (estromesso dall'Arma e poi riammesso) sembra disposto a fornire molte delucidazioni, ovviamente dalla sua ottica. La storia con Ilardo, invece, è da lui ritenuta la vera causa di tutte le successive disavventure. Ed è già eufemismo definire disavventure ciò che è capitato: Luigi Ilardo assassinato a Catania pochi giorni prima che riuscisse ad ufficializzare la propria collaborazione - anzi quando era già stata decisa la sua entrata nel programma di protezione - e la messa sott'accusa di Michele Riccio (che verrà arrestato) per una vecchia storia di Genova, quando investigava, sempre con l'utilizzazione degli infiltrati, sul traffico di stupefacenti. Porta davvero male, indagare sulle "cose siciliane".
Ma la morte violenta di Ilardo e la temporanea immobilizzazione di Riccio, non sono bastate a fermare l'onda lunga delle preziose informazioni che l'infiltrato fornì all'ufficiale, in presa diretta (senza cioè avere il tempo di metabolizzarle ed eventualmente orientarle) e per più di due anni. I carabinieri hanno in qualche modo recuperato quel patrimonio condensandolo in un "rapportone" denominato Grande Oriente. La stesura è stata affidata al colonnello Mario Obinu, uno degli ufficiali più attrezzati sulle "cose siciliane", che ha utilizzato il materiale raccolto dal collega nel frattempo "scivolato" sull'incidente giudiziario di Genova. Un lavoro che oggi occupa gli scaffali di numerose Procure e sembra suscettibile di ulteriori sviluppi. Le cose raccontate da Ilardo, infatti, hanno trovato ospitalità in altri processi e, in qualche occasione, hanno dato vita ad inchieste nuove e concluse con qualche condanna. A Palermo, Catania e Caltanissetta (territorio sul quale spaziava la spia) sono nati i procedimenti cosiddetti del Grande Oriente. Ma le propaggini si sono estese fino a Firenze, dove l'istruttoria sulle stragi del '93 si è arricchita di notizie fornite da Ilardo nel '94 e nel '95 (specialmente per l'aspetto della "motivazione politica" della scelta stragista di Totò Riina e Leoluca Bagarella). Un filone scivoloso, quello della "politica di Cosa nostra" che ha già portato alle prime polemiche per la decisione dei pm del processo Dell'Utri di chiedere l'acquisizione delle dichiarazioni del colonnello Riccio su una presunta riunione nello studio del prof. Carlo Taormina, un tempo difensore dell'ufficiale, nel tentativo - così sostiene Riccio - di alleggerire la posizione processuale del forzista. Nessuno dei nomi dei politici, secondo Ilardo compromessi con la mafia, tuttavia è stato iscritto nel registro degli indagati. Si erano conosciuti nel 1993, Riccio e Ilardo. Il mafioso era rinchiuso nel carcere di Lecce, quando - nel settembre di quell'anno - fece sapere a Gianni De Gennaro, allora direttore della Dia, di essere disposto a collaborare perché non condivideva la scelta stragista di Cosa nostra. Gigino non era l'ultimo arrivato, essendo figlio di un uomo d'onore che aveva avuto, in passato, la ventura di essere coinvolto in un processo per certe truffe nelle forniture militari (muli per le truppe da montagna), insieme con esponenti delle alte gerarchie dell'Arma. De Gennaro "consegna" Ilardo a Riccio, allora ufficiale della Dia. Nel gennaio del'94 il mafioso ottiene spiegabilmente la scarcerazione per motivi di salute e comincia l'avventura con Riccio, fatta di incontri notturni negli autogrill di Catania (spesso a Gelso Bianco), appuntamenti furtivi in campagna, nei casolari. E quando va a trovarlo nella sua azienda, è Riccio a falsificare la propria identità. La sua affidabilità, Ilardo la costruisce offrendo alcuni "colpi" e così fa arrestare: Vincenzo Aiello, sostituto di Nitto Santapaola; Mimmo Vaccaro, capomafia di Campofranco; Lucio Tusa, tramite di Provenzano a Caltanissetta e il "reggente" di Agrigento, Totò Fragapane. La spia batte la Sicilia in lungo e in largo, avvicina vecchi amici e si aggiorna sullo stato della mafia. Dice a Riccio che c'è malcontento, in Cosa nostra, contro Riina e Bagarella, ritenuti capi che hanno cunsumato tutti con la storia delle bombe. Racconta l'incredibile sapienza di Provenzano nella gestione degli appalti e della propria latitanza, svela il sistema della comunicazione: i famosi biglietti, i pizzini, recapitati attraverso una complicatissima rete di postini e di insospettabili "uffici postali" fatti di bar, ovili, auto lasciate al posteggio. Consente a Riccio di installare microspie ovunque e gli dà la prova che è in contatto con Provenzano esibendo i pizzini coi quali il capo impartiva disposizioni sulla risoluzione di problemi legati alla conduzione degli appalti. Contemporaneamente fa una ricostruzione della storia di Cosa nostra a Catania, Caltanissetta e Agrigento, quella "provincia" della quale ben poco si è sempre saputo. Elenca nomi e cognomi di investigatori collusi, svela l'identità di mafiosi "occulti" perché ben inseriti nella società civile e a cavallo tra mafia e massoneria. Parla di armi provenienti dalla Francia e tenute dalla mafia calabrese per conto dei "catanesi", riferisce di aver accompagnato un massone lungo un giro che procura alla mafia una quantità di "plastico color verde acqua" sottratto all'arsenale della base militare di August