Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - aprile |
4 aprile 2002 – PENTITI TORNATI A SPARARE: GIUDICI IN CAMERA DI CONSIGLIO
"Il Giornale di Sicilia"
Ex "pentiti" tornati a sparare
Giudici in camera di consiglio
PALERMO. I giudici della corte d'assise di Palermo davanti ai quali si celebra il processo agli ex collaboratori di giustizia Balduccio Di Maggio e Santino Di Matteo, sono entrati in camera di consiglio nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli.
Di Maggio è accusato di omicidi e di essere tornato in Sicilia, da pentito, per assassinare affiliati alla cosca mafiosa di Giovanni Brusca. Di Matteo, invece, è solo accusato di detenzione di armi.Quest'ultimo, dopo essere uscito dal programma di protezione è tornato nella sua abitazione di Altofonte.
La procura ha chiesto la condanna all'ergastolo per Di Maggio che ha confessato alcuni omicidi. Per Di Matteo sono stati chiesti invece tre anni e sei mesi.
Il sostituto procuratore Salvo De Luca ha chiesto inoltre la condanna a vent' anni di carcere per il figlio di Di Maggio, Andrea, e l'ergastolo per i nipoti, Mario Pecorella e Andrea Di Maggio. Tutti a vario titolo sono accusati di associazione mafiosa, di due omicidi, di un tentato omicidio, oltre ad una serie di danneggiamenti.
La condanna a nove anni di reclusione è stata chiesta per Baldassare Migliore, ex sindaco di San Giuseppe Jato e cinque anni per il figlio Andrea entrambi accusati di detenzione di armi. Gli omicidi trattati nel processo davanti ai giudici della corte d'assise presieduti da Renato Grillo, riguardano quelli di Giovanni Caffrì e Antonino Di Matteo, mentre il tentato omicidio si riferisce a Vincenzo Arato, indicato come vicino a Giovanni Brusca e avvenuto nell'estate del '97 fra Altofonte e San Giuseppe Jato. L' uscita dei giudici dalla camera di consiglio è prevista per sabato mattina.4 aprile 2002 - PROCESSO CHINNICI: REQUISITORIA PG
"La Gazzetta del Sud"
Strage Chinnici / La requisitoria del pg in Assise d'appello
Doccia fredda sui dissociati
CALTANISSETTA - "Non ci può essere spazio per le dissociazioni morbide. Chi è stato condannato per gravi fatti e intende fare parziali ammissioni per godere dei benefici si illude". Lo ha detto il pg di Caltanissetta Gianluigi Birritteri, durante la requisitoria del processo d' appello per la strage in cui morirono il consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso a Palermo il 28 luglio del 1983, il portiere del suo stabile, e due carabinieri di scorta. Il magistrato ha risposto alle dichiarazioni fatte dal boss mafioso Pippo Calò, imputato per la strage, in una precedente udienza. Calò aveva respinto ogni accusa sostenendo di essere estraneo ai fatti e facendo capire di essere pronto a dissociarsi. "Gli imputati - ha aggiunto Birritteri - se vogliono ottenere riduzioni di pene devono confessare pienamente i loro delitti e quelli degli altri, altrimenti le loro richieste non possono essere accolte". Il pg ha tenuto una requisitoria multimediale, con otto computer collegati in rete a disposizione dei difensori. Il magistrato proseguirà l' esposizione il 12 aprile illustrando le posizioni personali degli imputati per poi passare la parola al collega Dolcino Favi che si soffermerà sulla responsabilità della Commissione di Cosa nostra. Il processo di primo grado si è concluso il 16 febbraio 2000 con 15 ergastoli inflitti dalla Corte d'assise presieduta da Ottavio Sferlazza nei confronti di Antonino Madonia, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Matteo Motisi, Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, tutti accusati di essere i mandanti della strage di via Pipitone Federico, e Stefano Ganci, Vincenzo Galatolo, Salvatore e Giuseppe Montalto, ritenuti gli esecutori dell' agguato. A 18 anni di reclusione vennero condannati i pentiti Giovanni Brusca, Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Giovan Battista Ferrante, anch' essi ritenuti esecutori. Prima del rinvio a giudizio degli attuali imputati del dibattimento, avvenuto il 18 maggio del 1998, contro gli autori della strage Chinnici vennero celebrati altri sette procedimenti conclusi con l'assoluzione dei fratelli Michele e Salvatore Greco, accusati in un primo tempo di essere stati gli organizzatori della strage insieme al cugino Salvatore Greco, detto l'ingegnere, e di Pietro Scarpisi e Vincenzo Rabito, ritenuti esecutori.6 aprile 2002 - ERGASTOLO A PENTITO DI MAGGIO, FECE ARRESTARE RIINA
ANSA:
A conclusione di una camera di consiglio durata quasi quattro giorni i giudici della seconda sezione della corte di assise di Palermo presieduta da Renato Grillo hanno condannato questa sera all'ergastolo il pentito Baldassarre Di Maggio, che nel 1993 rivelo' il nascondiglio del boss Salvatore Riina. Era accusato di associazione mafiosa e omicidi. Alla massima pena e' stato condananto anche il presunto mafioso di San Giuseppe Jato Salvatore Genovese. Condannati anche gli altri 17 imputati per complessivi 170 anni di carcere. Condannati anche il figlio ed il nipote del pentito, entrambi Andrea Di Maggio, e i collaboratori Giuseppe La Rosa, Michelangelo Camarda, Giuseppe Maniscalco, Nicolo' Lazio, Angelo Pirrone (48). Per detenzione di armi sono stati condannati il pentito Santino Di Matteo ed il padre Giuseppe. Pene sono state inflitte anche all'ex sindaco di San Giuseppe Jato Baldassare Migliore ed al figlio Stefano. Contestualmente alla sentenza la corte ha disposto la trasmissione dei verbali di Di Maggio alla procura per procedere per concussione contro ignoti. Secondo un'ipotesi raccolta in ambienti giudiziari la trasmissione potrebbe essere legata alle pressioni che Di Maggio ha rivelato di avere subito da parte di investigatori che lo avrebbero indotto, a suo dire, a tornare in Sicilia per dare la caccia al boss Giovanni Brusca, allora latitante. Ai comuni di Altofonte e San Giuseppe Jato costituiti parte civile, infine, sono stati riconosciuti una provvisionale di 50 mila euro ciascuno e 30 mila alla provincia regionale. Complessivamente sono state riconosciute provvisionali per circa 300 mila euro per tutti i familiari delle parti civili costituite. Prima dell'uscita dalla corte dalla camera di consiglio i detenuti presenti nelle gabbie dell'aula bunker di Pagliarelli sono stati benedetti da un sacerdote giunto da San Giuseppe Jato. Il processo prende in esame i fatti delittuosi connessi al ritorno in armi dei pentiti Di Maggio, Di Matteo e La Barbera in Sicilia tra il '95 e il '97. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Di Maggio (nonostante fosse un pentito tra i piu' accreditati per il contributo offerto alla cattura del superboss Toto' Riina) e' stato il protagonista di una sanguinosa faida per il controllo di una parte della provincia palermitana che, nel periodo tra il '96 e il '97, costo' la vita a Antonino Di Matteo, Giovanni Caffri' e Vincenzo Arato, persone vicine al boss rivale Giovanni Brusca. Nello scontro tra le cosche, esploso tra San Giuseppe Jato, Altofonte e San Cipirello, riuscirono a sfuggire alla morte Francesco Costanza e Salvatore Fascellaro, entrambi vittime di agguati falliti. Di Maggio e' stato arrestato e da oltre un anno e' detenuto, Di Matteo e' stato costretto ad allontanarsi dalla Sicilia dopo avere subito, pochi giorni fa, la notifica di un divieto di soggiorno. Lazio, Camarda,Maniscalco, La Rosa, Angelo e Domenico La Barbera, pentiti dopo il loro arresto, sono considerati “collaboratori di fatto” e aspettano l' inserimento nel programma di protezione. Gli omicidi sono tre, commessi tra il 96 ed il 97.10 aprile 2002 - PROCESSO IMPASTATO, GIUDICI IN CAMERA DI CONSIGLIO
Processo Impastato: i giudici della seconda sezione della corte d' assise di Palermo entrano in camera di consiglio. La sentenza e' prevista per l' 11 aprile.11 aprile 2002 - PROCESSO IMPASTATO: ERGASTOLO PER BADALAMENTI
"Il Nuovo"
Omicidio Impastato: ergastolo per Badalamenti
Dopo 24 anni arriva la condanna per il boss, detenuto negli Stati Uniti. Il ragazzo, militante di Democrazia proletaria, come aveva raccontato il film "I cento passi", aveva denunciato le collusioni tra mafia e potere.
PALERMO - Ventiquattro anni dopo l'uccisione di Peppino Impastato, il militante di Democrazia proletaria ucciso da una bomba mafiosa l'8 maggio del 1978 a Cinisi arriva a Palermo la condanna per il mandante dell'omicidio Gaetano Badalamenti. Il boss, uniCo imputato, attualmente detenuto negli Stati Uniti, è stato condannato all'ergastolo dalla seconda Corte d'Assise di Palermo.
Il ragazzo (la storia è stata raccontata due anni fa anche nel film I cento passi) era stato ucciso per aver sollevato il pentolone delle convivenze fra mafia e potere politico siciliano. L'imputato era intervenuto durante il processO in videoconferenza dagli Stati Uniti per negare ogni responsabilità.
Badalamenti era il bersaglio della feroce ironia di Impastato, che dai microfoni di una radio libera lo definiva "Tano Seduto" e lo accusava di essere il capomafia del paese e il burattinaio dei traffici illeciti, a cominciare dalla droga.
Il delitto venne mascherato dai sicari mafiosi che allestirono una messinscena per depistare le indagini. Riuscendoci perfettamente: gli investigatori avevano inizialmente sostenuto una ricostruzione secondo cui Impastato sarebbe stato dilaniato da un ordigno che egli stesso stava collocando ai piedi di un traliccio lungo la linea ferrata, per compiere un attentato. Solo negli anni più recenti, e grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, è emerso che il giovane militante antimafia fu assassinato per ordine di Cosa Nostra.
Per l'omicidio è stato condannato a 30 anni in un altro processo il boss di Cinisi Vito Palazzolo, che ha evitato l'ergastolo optando per il rito abbreviato.
"A 24 anni dall'omicidio di Peppino mi sembra una vergogna giudiziaria per un Paese civile": Giovanni Impastato, fratello di Peppino, dopo la lettura del dispositivo con la quale i giudici hanno condannato Tano Badalamenti, non è del tutto soddifatto. "Non si dovrebbe attendere tutto questo tempo - prosegue - per avere giustizia. Non sono felice ma mi sento appagato del risultato". Per il pm "questa sentenza, che chiude una vicenda lunga e difficile, restituisce l'onore a una persona coraggiosa come Peppino Impastato e pone fine alla lunga impunità di Tano Badalamenti".
Soddisfazione per la sentenza anche dal legale della famiglia Impastato Vincenzo Gervasi: "Siamo contenti ma il caso non è chiuso. Ora la Procura dovrà rispondere agli interrogativi sui depistaggi dell'Arma dei carabinieri sollevati dalla Commissione Antimafia". Secondo uno degli avvocati del boss, Jimmi D'Azzò "se Impastato è stato ucciso dalla mafia, lo avrà fatto una cosca diversa da quella di Badalamenti".
Il procuratore capo di Palermo Piero Grasso sottolinea in particolare il ruolo svolto dai pentiti: "I collaboratori continuano a essere degli strumenti assolutamente ineludibili e imprescindibili per le indagini e per i processi di criminalità organizzata". La madre Felicia invece commossa ringrazia i giudici: "Finalmente giustizia è fatta".11 aprile 2002 - PROMOSSO IL GIUDICE DEL PROCESSO DELL' UTRI
"Il Corriere della sera"
Guarnotta promosso: processo Dell'Utri a rischio?
PALERMO - Leonardo Guarnotta, il magistrato che presiede il collegio giudicante nel processo a Marcello Dell'Utri, è stato nominato presidente del Tribunale di Termini Imerese dal Csm. Il trasferimento del giudice da Palermo potrebbe avere ripercussioni anche sul processo in cui il parlamentare di Forza Italia è imputato di concorso in associazione mafiosa. Secondo alcuni il dibattimento rischierebbe di essere annullato, ipotesi che Guarnotta esclude. "Conto di chiudere il processo entro l'anno - spiega -, lo proseguirò da applicato, lo sono già adesso. Ho chiesto di fissare due udienze alla settimana per accelerare". Oltre a quello a Dell'Utri, Guarnotta, in servizio alla Corte d'Assise, dovrà concludere anche altri due processi. "In cinque anni di attività alla seconda sezione del Tribunale - sottolinea - abbiamo emesso oltre mille sentenze. La sezione è stata gravata da processi importanti, come quello all'ex ministro Mannino. I ritardi per le sentenze non sono da addebitare a nessuno". Guarnotta, componente del pool antimafia di Palermo, insieme a Giovanni Falcone, a Termini Imerese cominciò la carriera più di 20 anni fa come pretore e come giudice.
E. M.11 aprile 2002 - CENTRO DOCUMENTAZIONE IMPASTATO, IGNOTI I DEPISTATORI
ANSA:
"La condanna di Badalamenti come mandante del delitto Impastato, a poco piu' di un anno dalla condanna di Vito Palazzolo, costituisce un importante passo in avanti sulla strada della verita' e della giustizia". E' il commento diffuso dal Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato, fondato dal sociologo Umberto Santino che, negli ultimi 24 anni, si e' attivato per disinnescare i depistaggi investigativi e far luce sull' omicidio del giovane militante di Dp. "L' impegno dei familiari, di alcuni compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione - si legge nella nota - e' riuscito ad ottenere risultati che fino a qualche anno fa erano insperati". "Subito dopo il delitto - prosegue il comunicato - siamo riusciti a smantellare la montatura che voleva Impastato terrorista e suicida, in seguito siamo riusciti a fare riaprire l' inchiesta, portando documenti ed elementi di prova, e solo negli ultimi anni abbiamo ottenuto la celebrazione dei processi a carico dei mafiosi incriminati dell' assassinio". Nella nota, Santino ricorda che "ora, dopo le condanne di Palazzolo e di Badalamenti, rimangono da fare altri passi. In base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, gli esecutori del macabro assassinio sono stati Nino Badalamenti, Francesco Di Trapani (nel frattempo deceduti) e Salvatore Palazzolo, detto Turiddu, che e' ancora vivo. Non abbiamo capito perche' quest' ultimo non sia stato coinvolto nel processo". "Sono rimasti fuori dal processo - conclude il comunicato - i responsabili del depistaggio delle indagini. Chiediamo che anche nei loro confronti venga fatta giustizia, in modo da far coincidere verita' storica, ormai definitivamente acclarata, e verita' giudiziaria".11 aprile 2002 - SENTENZA IMPASTATO; GRASSO, IMPORTANTI COLLABORATORI GIUSTIZIA
ANSA:
Mette in evidenza l' importanza dell' apporto probatorio dei collaboratori di giustizia il procuratore della Repubblica di Palermo, Piero Grasso, commentando questa sera a Spoleto la condanna di Gaetano Badalamenti per l' omicidio di Peppino Impastato. "I collaboratori - ha detto il magistrato - continuano a essere degli strumenti assolutamente ineludibili e imprescindibili per le indagini e per i processi di criminalita' organizzata". Grasso ha quindi sottolineato la collaborazione delle autorita' americane che hanno consentito le videoconferenze e quindi "una presenza telematica di Badalamenti al processo". "Quella di oggi - ha affermato il procuratore di Palermo - e' la prima condanna che Badalamenti riceve dal popolo italiano".11 aprile 2002 - SENTENZA IMPASTATO; LA MADRE, FINALMENTE GIUSTIZIA E' FATTA
ANSA:
(di Sandra Rizza) "Finalmente quell' assassino paga la sua colpa". Con la voce rotta dall' emozione, Felicia Bartolotta, 86 anni, l' anziana madre di Peppino Impastato, commenta dalla sua casa di Cinisi la condanna all' ergastolo di Tano Badalamenti, da lei indicato, fin dalle prime battute delle indagini, come l' unico possibile mandante della brutale esecuzione del figlio.
"Non ho mai provato sentimenti di vendetta - dice Felicia Bartolotta, in preda ad un turbamento che quasi le impedisce di parlare - mi sono sempre limitata a invocare giustizia per la morte di mio figlio. Confesso che, dopo tanti anni di attesa, avevo perso la fiducia, dubitavo che saremmo mai arrivati a questo punto, ma ora provo tanta contentezza, provo una grande soddisfazione".
Anche oggi, nell' attesa della sentenza, temendo un verdetto non conforme alle sue aspettative, la donna ha preferito non recarsi in aula e rimanere a casa nell' attesa di una telefonata del figlio Giovanni, presente al processo: "Volevo andare in aula, ma ero troppo emozionata, non ero sicura di come finiva: ho preferito restare a casa".
Convalescente dopo una caduta che le ha provocato la rottura di un femore, la donna che ha sempre puntato il dito contro la mafia di Cinisi e che ha puntualmente respinto i numerosi depistaggi delle indagini, ha dovuto aspettare 24 anni per arrivare a questo primo pronunciamento di giustizia contro Badalamenti. "Sono sempre stata sicura che e' stato lui - afferma - l' ho sempre saputo perche' io so come sono andate le cose: Badalamenti chiamava mio marito Luigi per lamentarsi di Peppino e mio marito lo implorava di non uccidere il ragazzo; Luigi gli diceva: uccidi me e lascia stare Peppino. Ma non e' servito a niente, lo ha ammazzato lo stesso".
Anche sull' incidente che ha provocato la morte di Luigi Impastato, il padre di Peppino, la donna oggi sente di dover esternare tutti i suoi dubbi: "La morte di mio marito e' sempre rimasta un mistero, dicono che fu un incidente, ma c' e' sempre stato un punto interrogativo su questo incidente, non c'e' mai stata chiarezza".
Quasi dieci anni dopo la morte del figlio, la donna ha raccontato la sua lacerante esperienza familiare ad Anna Puglisi e Umberto Santino, fondatori del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato, che nel 1986 hanno realizzato con lei il volume-intervista "La mafia in casa mia", pubblicato dalla casa editrice La Luna. Recentemente, ha fornito la sua collaborazione agli sceneggiatori del film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana, che racconta la storia di Peppino.
"Non ho mai perdonato Badalamenti - conclude Felicia Bartolotta - ne' lo perdonero' mai, come si fa a perdonare l' uomo che ti ha ammazzato un figlio? Pero' una cosa la posso dire: oggi per la prima volta posso affermare di credere nella giustizia italiana".11 aprile 2002 - SENTENZA IMPASTATO; OLTRE 20 ANNI DI RITARDI E DEPISTAGGI
ANSA:
(di Lirio Abbate) La sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti del boss Tano Badalamenti per l' uccisione di Peppino Impastato costituisce, dopo oltre vent' anni, un suggello giudiziario a un' inchiesta lunga e travagliata.
I depistaggi e le lacune investigative sono infatti i due perni attorno ai quali si e' snodato il processo - 27 udienze in due anni - per l' omicidio del militante della sinistra extraparlamentare, trovato morto la mattina del 9 marzo 1978 sui binari della ferrovia Palermo-Trapani.
Un delitto di mafia che Cosa nostra cerco' di mascherare come un attentato terroristico, grazie anche alla complicita' di numerose persone che hanno impedito l' accertamento della verita'. E' quanto scrivono i giudici della corte d' assise nella sentenza di condanna a 30 anni emessa il 5 marzo 2001 nei confronti del boss Vito Palazzolo, deceduto nei mesi scorsi, accusato di essere il mandante del delitto. Una tesi ribadita dal pm Franca Imbergamo durante la requisitoria che si e' conclusa con la richiesta della condanna all' ergastolo per un altro boss, Gaetano Badalamenti, detenuto nel carcere di Fairton, nel New Jersey, dove deve scontare una pena a 45 anni di carcere per traffico di stupefacenti.
Per l' uccisione di Impastato sono stati celebrati due processi, ognuno con un solo imputato. In entrambi e' emersa "una sconcertante sequela di omissioni, ritardi, negligenze e approssimazioni nella raccolta delle prove", ed ancora "un sistematico travisamento dei dati di fatto e delle informazioni raccolte durante i primi accertamenti investigativi".
Quello di Peppino Impastato doveva essere un "delitto perfetto": per coprire l' esecuzione mafiosa del militante della sinistra extraparlamentare, venne ideata la messinscena di un "incidente", con la vittima dilaniata dallo stesso ordigno che avrebbe maneggiato. Cosi' la mattina del 9 marzo 1978, lo stesso giorno della scoperta a Roma del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, il corpo di Impastato, dilaniato dall' esplosivo, fu trovato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, nei pressi di Cinisi. La tesi dell' "incidente" terroristico, accreditata in un primo momento dai carabinieri, fu poi smontata dal giudice istruttore Rocco Chinnici, che invece oriento' le indagini sulla cosca mafiosa di Tano Badalamenti.
Con comizi e interventi da un' emittente radiofonica, Radio Aut, Impastato aveva condotto una coraggiosa campagna di denuncia dei traffici della mafia di Cinisi. Badalamenti veniva chiamato ironicamente 'Tano seduto', e la giunta che amministrava allora il paese era definita 'mafiopoli' per via delle concessioni edilizie rilasciate a imprenditori collusi con la mafia.
Nel giugno 1984 l' inchiesta per la morte di Impastato venne archiviata per essere riaperta nel 1988. La famiglia fece sapere che il padre di Giuseppe Impastato, Luigi, uomo d' ordine della vecchia guardia di Cosa nostra, aveva cercato protezione per il figlio rivolgendosi ad amici americani. Tornato in Sicilia, mori' due mesi dopo in un incidente stradale. La sua fine avrebbe segnato anche il destino del figlio, rimasto ormai senza "protezione".
Le indagini sul delitto del militante di sinistra hanno avuto un notevole impulso dopo le dichiarazioni del pentito Salvatore Palazzolo che ha accusato Badalamenti di essere il mandante dell' uccisione di Impastato. Il giovane, secondo gli inquirenti, sarebbe stato assassinato in un casolare nelle campagne di Cinisi e il suo corpo trascinato poi sulla linea ferrata dove venne dilaniato da una bomba.
La vicenda di Peppino Impastato e' stata ricostruita dal regista Marco Tullio Giordana nel film "I cento passi", che ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica.12 aprile 2002 - SENTENZA IMPASTATO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Dalla vicenda venne tratta la pellicola "I cento passi", candidata all'Oscar nel 2000. "Don Tano" da 18 anni è detenuto nel New Jersey per traffico di droga
Delitto Impastato, ergastolo a Badalamenti
Il giovane siciliano ucciso dalla mafia nella primavera del '78. La mamma: ora posso credere nella giustizia
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Il giorno della giustizia per Peppino Impastato arriva dopo 24 anni di errori giudiziari e di depistaggi istituzionali. Con la condanna all'ergastolo del boss che quel giovane extraparlamentare di Democrazia proletaria, nato in una famiglia mafiosa, sbeffeggiava nel '78 dai microfoni di una radio privata chiamandolo "don Tano Seduto" e padrone di "Mafiopoli".
Un affronto per Tano Badalamenti, il primo capo della "cupola" di Cosa Nostra, il patriarca di Cinisi, il boss che nel '45 collaborò allo sbarco alleato come il suo amico Lucky Luciano e che ieri sera ha appreso la notizia del verdetto in America, nella cella del carcere di Fairton, nel New Jersey, dove sta scontando una pena di 45 anni inflitti per la cosiddetta "Pizza Connection".
C'è voluto quasi un quarto di secolo per smontare la messa in scena di una mafia che per tanti anni, con coperture in parte ancora da smascherare, era riuscita a far passare Impastato come "suicida e terrorista". Ma la tenacia della madre, Felicia Bartolotta, 86 anni, una canuta, esile e fortissima nonnina, del fratello Giovanni e dei responsabili del Centro Impastato, ha impedito la manovra riaprendo indagini soffocate, accendendo un interesse poi amplificato dal film di Marco Tullio Giordana sui "Cento passi", proprio i cento passi che separano sul corso principale di Cinisi la casa del "ribelle" dalla vecchia dimora del padrino.
Lo uccisero una sera di maggio, con una bomba incollata alla pancia, legato ai binari della ferrovia, in modo che si pensasse all'incidente di un incauto terrorista. E fecero trovare i poveri resti all'alba della stessa mattina in cui ricomparve in via Caetani, a Roma, il cadavere di Aldo Moro. Coincidenze perfette per quello che doveva essere un delitto perfetto. E infatti per anni passò la tesi alimentata dai vertici dei carabinieri che indicarono in Peppino Impastato un terrorista caduto per sua stessa mano.
Per questo l'avvocato della famiglia, Vincenzo Gervasi, dice che "il caso non è chiuso". E richiamando i dubbi espressi dalla Commissione antimafia si prepara a tallonare la Procura della Repubblica per il secondo atto di questa telenovela giudiziaria che il fratello di Peppino, Giovanni, definisce "una vergogna": "In un Paese civile non si dovrebbe attendere tutto questo tempo per avere giustizia. Non sono felice, ma soddisfatto dal risultato".
Strizzando i suoi occhi da saraceno, stretti come feritoie, le labbra affilate come lame, Badalamenti in videoconferenza da Oltreoceano ha provato fino a qualche giorno fa a negare una ricostruzione già avallata dalla sentenza di condanna, a 30 anni, del suo complice, Vito Palazzolo, processato separatamente col rito abbreviato e morto a piede libero nella sua casa di Cinisi un mese fa.
La sentenza di ieri nella storia di Cosa Nostra è una pietra miliare.
Anche perché si tratta della prima condanna emessa in Italia per il padrino che non avrebbe mai immaginato di trovare come sua accanita accusatrice la madre di Peppino, la signora Felicia, una donna che con Umberto Santino e Anna Puglisi, promotori del Centro Impastato, scrisse il libro "La mafia in casa mia". Proprio la storia del marito, Luigi, boss e amico di don Tano, morto in un incidente stradale che resta un mistero. E lei, implacabile, tira un sospiro di sollievo: "Per la prima volta posso affermare di credere nella giustizia italiana. Ma il boss ha avuto la faccia tosta di dire in aula che lui e Peppino la pensavano allo stesso modo. "Io ho sempre allontanato il traffico di droga da Cinisi, come voleva Peppino". Vigliacco. E poi ha lanciato un messaggio a Giovanni, parlando di mio marito: "Io ero amico di Luigi. E Luigi era triste perché Peppino non studiava. Al contrario di Giovanni che speriamo continui a fare il 'bravo ragazzo'".
Che vuole dire con quel "bravo ragazzo" rivolto al figlio che m'è rimasto?". Un quesito che mamma-Impastato pronuncia ricordando il dramma del marito: "a quel mafioso diceva "Uccidi me e lascia stare Peppino". Poi, lo strano incidente e infine l'esecuzione...".
La battaglia continua. E lo promette Santino, solo sugli spalti del pubblico nel grande bunker dell'Ucciardone al momento della sentenza: "Adesso Impastato è per tutti un eroe, ma 24 anni fa, quando abbiamo fondato il Centro, siamo stati isolati, perché in troppi credevano all'impostura del "terrorista suicida". Noi non abbiamo chiesto giustizia, ma stimolato indagini ferme, portato prove, anche senza trovare a volte interlocutori fra tanti magistrati, con alcune eccezioni, a cominciare da Rocco Chinnici".
Felice Cavallaro"La Repubblica" di Palermo
E la famiglia Impastato insiste: "Ora vogliamo il processo per i depistaggi" Badalamenti, che non aveva voluto essere collegato in videoconferenza, ha saputo per telefono della condanna per omicidio
Il primo ergastolo di Don Tano
SALVO PALAZZOLO
Si è alzato di buon'ora Gaetano Badalamenti. È rimasto in cella il vecchio padrino, a sfogliare giornali e qualche libro: a 78 anni, non ha mai avuto una condanna per omicidio, e neanche per associazione mafiosa. Quando in Italia erano le 17.18, e i giudici della corte d'assise uscivano dalla camera di consiglio per leggere il verdetto sull'omicidio Impastato, a Fairton, New Jersey, erano le 11.18. Gaetano Badalamenti aveva rinunciato a collegarsi in videoconferenza. Non ha sentito il presidente Claudio Dall'Acqua che leggeva: "Ergastolo". Che ribadiva: "Interdetto dai pubblici uffici". Che ordinava la pubblicazione della sentenza nell'albo pretorio del suo paese, Cinisi, oltreché in quello di Palermo. E lo condannava al pagamento di una provvisionale come primo risarcimento ai familiari di Impastato: 150.000 euro per la madre, 100.000 per il fratello; e il resto che il giudice vorrà stabilire per tutte le parti civili, anche il Comune di Cinisi e la Regione Siciliana. Poi, il pagamento delle spese legali: 35.000 euro per ognuno dei due familiari; 5.000 euro per gli enti costituiti in giudizio.
Quando poi in Italia erano le 17.30, in America le 11.30, il boss ha telefonato all'avvocato Paolo Gullo, che lo difende insieme a Jimmy D'Azzò. Ma Gullo non era tornato in studio. Badalamenti ha dovuto attendere ancora per sapere della sua prima condanna. "Si è sempre protestato innocente", ribadiscono i suoi legali: "Le sentenze non si criticano, si impugnano. Ed è quanto faremo".
Badalamenti ha posato la cornetta ed è tornato in cella. Adesso attende che i giudici americani decidano sull'ennesima richiesta di scarcerazione. È l'ultima speranza che gli rimane: "Voglio tornare in Italia", aveva ripetuto qualche tempo fa. Ma adesso che è stato condannato all'ergastolo, l'ipotesi si fa ancora più remota. E l'ultima volta che il Dipartimento della giustizia americano aveva scritto ai magistrati italiani ribadiva: "Ostano gravi motivi di salute dell'imputato e soprattutto di sicurezza".
Ma quanto conta ancora quest'uomo di 78 anni? A chi fa paura? "Di certo c'è che il caso Impastato non è chiuso", dice l'avvocato Vincenzo Gervasi, legale della famiglia dal 1978; nel processo, insieme al collega Fabio Lanfranca. "Bisogna dare una risposta agli interrogativi che da anni gli amici di Peppino, il centro di documentazione a lui intestato, tutti noi, abbiamo posto: chi ha depistato le indagini? La Procura dovrebbe aprire un nuovo procedimento: c'è da verificare se per davvero tutti gli eventuali reati commessi sono andati prescritti". E l'avvocato Gervasi lo aveva già detto nel suo intervento finale: "Si deve indagare sull'operato dei carabinieri. Si è detto che le eventuali accuse sono prescritte. Forse il favoreggiamento o l'omissione di atti d'ufficio. Ma non il concorso in omicidio. L'inchiesta deve proseguire". Lo ribadisce anche Umberto Santino, presidente del centro intitolato a Peppino Impastato: "Subito dopo il delitto, il 9 maggio del '78 - dice - eravamo riusciti a smantellare la montatura che voleva Impastato terrorista e suicida. In seguito, siamo riusciti a fare riaprire l'inchiesta, portando documenti ed elementi di prova, e solo negli ultimi anni abbiamo ottenuto la celebrazione dei processi a carico dei mafiosi incriminati dell'assassinio". Ce n'è voluto del tempo: "Tutto questo ritardo - accusa Santino - è dovuto al depistaggio nelle indagini, operato da rappresentanti delle forze dell'ordine e della magistratura, come ha inequivocabilmente riconosciuto la relazione della commissione parlamentare antimafia del dicembre 2000".
Il caso Impastato non è chiuso anche per un'altra ragione. Santino ricorda che le dichiarazioni dei pentiti hanno chiamato in causa tre killer: "Due sono morti, Nino Badalamenti e Francesco Di Trapani. Salvatore Palazzolo, detto Turiddu, è ancora vivo".
"Un atto di tardiva ma dovuta giustizia", rincara la dose Claudio Fava, sceneggiatore de "I cento passi", il film dedicato alla storia di Impastato: "L'ergastolo a Badalamenti, dopo 24 anni di attese e rimozioni, restituisce a Peppino e alla sua morte per mano mafiosa la dignità della verità". "Impastato - aggiunge l'ex presidente Giuseppe Lumia - era un giovane che lo Stato della "coabitazione" e della collusione tentò di far passare per terrorista e suicida. La mafia di Badalamenti è simile a quella di Provenzano. È una mafia insidiosa per la nostra democrazia. Impastato lo comprese bene e per questo si è battuto con intelligenza, coraggio e creatività".13 aprile 2002 - FALCONE: BOEMI, FU COSTRETTO A SUBIRE CALUNNIE ANCHE DA CSM
ANSA:
"Solo e soltanto dopo la sua morte e' stato riconosciuto a Giovanni Falcone quello che ha fatto da magistrato in tema di contrasto e lotta alla mafia". A dieci anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, e' stata questa una delle dichiarazioni fatte dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, ex responsabile della Dda reggina. Boemi, che ha partecipato stamani ad un incontro con gli studenti di Roccella sulla legalita', in memoria di Giovanni Falcone, al quale ha partecipato anche la sorella del magistrato ucciso, Maria, ha affermato che "in vita, Falcone fu costretto a subire, anche dalla magistratura e dal Csm, contrasti, provocazioni e calunnie. Proprio lui che ha creato un metodo rivoluzionario per aggredire la mafia. Prima di Giovanni Falcone - ha detto Boemi - a Palermo e in tutta la Sicilia la mafia non la si contrastava. Di piu' - ha precisato il magistrato - per un secolo la magistratura non ha saputo contrastare la mafia. Ecco perche' il lavoro di Falcone ha avuto e ha oggi un valore enorme". Analoghe posizioni sono state espresse anche da altri magistrati presenti all' incontro, secondo i quali la circolare organizzativa con la quale il Csm pose il limite di 8 anni per la permanenza di un magistrato del pubblico ministero nelle Dda uccide sostanzialmente Falcone una seconda volta. E in particolar modo nelle procure del Sud dove non viene assicurata la 'memoria storica' delle grandi indagini di mafia.14 aprile 2002 - INTERVISTA INGROIA ALL' UNITA': COSI' SI OLTRAGGIA MEMORIA FALCONE E BORSELLINO
"Rabbrividisco a pensare quello che un mafioso avrebbe potuto fare se la riforma dell'ordinamento giudiziario fosse stata approvata dieci anni fa: non ci sarebbe stato bisogno di tanto tritolo, perche' i mafiosi avrebbero avuto gli strumenti legislativi per liberarsi di giudici scomodi come Falcone e Borsellino". Antonio Ingroia, sostituto procuratore di Palermo, ricorda, a dieci anni dalle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, il lavoro dei due magistrati uccisi dalla mafia e critica i provvedimenti inseriti nel testo di riforma dell'ordinamento giudiziario elaborato dal governo. Alcune misure previste "mortificherebbero il ruolo dei magistrati - afferma Ingroia in un'intervista a L'UNITA' - e in ultima analisi anche il senso di giustizia dei cittadini". "Si sta profilando il concreto pericolo di un 'macchine indietro tutta' che porterebbe a situazioni ben piu' gravi di quelle gia' vissute", dice il sostituto procuratore. La possibilita' offerta all'imputato di ricusare il giudice sospettato di pensiero non imparziale rappresenta infatti nei casi di processi per mafia un potere inaudito. "Se una tale previsione di legge fosse stata vigente negli anni '80, tutti gli imputati del maxi-processo avrebbero ricusato Falcone e Borsellino. Quei magistrati - conclude - parlavano con tutti della necessita' della lotta alla mafia: sarebbe stato sufficiente che quelle interviste dimostravano un pregiudizio ostile nei confronti degli imputati di mafia".17 aprile 2002 - ANTIMAFIA: CENTARO, UN FRANCOBOLLO PER FALCONE E BORSELLINO
ANSA:
Un francobollo speciale, con le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, verra' emesso dalle Poste il 23 maggio prossimo, in occasione del decennale della strage di Capaci. L'iniziativa per ricordare i due magistrati uccisi dalla mafia nel 1992 e' stata annunciata dal presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Roberto Centaro. A proporre l'emissione di un francobollo permanente dedicato agli eroi della lotta alla mafia e' stato lo stesso Centaro. Ieri il ministro della Comunicazioni, Maurizio Gasparri, ha dato il via libera all' iniziativa. Dopo Falcone e Borsellino, dunque, il francobollo speciale verra' dedicato ogni anno ad altre persone che hanno pagato con la vita il loro impegno contro Cosa Nostra. "I loro volti – ha detto Centaro - devono accompagnare il percorso di legalita' indispensabile alla realizzazione di una democrazia compiuta e matura; dovranno ispirare la nuova generazione affinche' non ricada in tragici errori".17 aprile 2002 - UCCISIONE GIORNALISTA ALFANO, ASSOLTO IMPUTATO IN APPELLO
ANSA:
La corte d' assise d' appello di Reggio Calabria ha assolto per non aver commesso il fatto il carpentiere Antonino Merlino, 30 anni, accusato dell' omicidio del giornalista Beppe Alfano. La vittima venne freddata da tre colpi di pistola calibro 22 la sera dell' 8 gennaio '93 a Barcellona Pozzo di Gotto. Alfano era corrispondente da quella zona del quotidiano "La Sicilia". Merlino era stato indicato dal pentito Maurizio Bonaceto come l' uomo che la sera del delitto aveva discusso animatamente con Alfano. In primo grado l' imputato era stato condannato a 21 anni e 6 mesi, sentenza confermata in appello, ma la cassazione l' aveva annullata per difetto di motivazione disponendo un quarto processo a Reggio Calabria. L' unico verdetto definitivo per questo omicidio e' quello nei confronti di Giuseppe Gullotti, presunto boss di Barcellona condannato a 30 anni quale mandante del delitto. "Profondo sdegno" e' stato espresso dalla famiglia del giornalista Beppe Alfano nei confronti della sentenza emessa dalla corte d' assise d' appello di Reggio Calabria che ha assolto per non aver commesso il fatto il carpentiere Antonino Merlino, 30 anni, accusato dell' omicidio del cronista. "Ci sentiamo profondamente traditi da questa giustizia che si e' rivelata garantista nella ricerca dei colpevoli del delitto - afferma Sonia Alfano, figlia di Beppe -. Siamo anche rammaricati da chi ha detto che e' meglio un colpevole fuori che un innocente in carcere".
"E' giunto il momento che la Procura di Messina si decida a colpire il terzo livello della mafia barcellonese, arrestando i mandanti dell' omicidio di Beppe Alfano, a partire dalle rivelazioni fatte piu' di due anni addietro dal pentito catanese Maurizio Avola". Con queste parole l' avvocato Fabio Repici, patrocinatore di parte civile della famiglia Alfano, ha commentato la sentenza della Corte d' assise d' appello di Reggio Calabria che ha assolto il carpentiere Antonino Merlino, accusato di essere l' esecutore materiale del delitto. Il legale ha annunciato che proporra' ricorso per Cassazione, non appena saranno depositate le motivazioni dell' assoluzione. "Ritenevo raggiunta processualmente la prova che il killer di Alfano fosse Merlino - ha detto il patrocinatore dei familiari del giornalista ucciso a Barcellona l' 8 gennaio del 1993 – per questa ragione, dopo che verranno depositate le motivazioni della sentenza, proporremo immediatamente ricorso per Cassazione". Sulle rivelazioni del pentito Avola, che indicherebbero i mandanti del delitto Alfano, i cui nomi sono oggetto di indagine da parte della Procura di Messina, "oggi e' possibile - dice l' avvocato Repici - perseguire i responsabili del terzo livello, visto che la rete di protezione giudiziaria barcellonese nel distretto di Messina sta cadendo".17 aprile 2002 - PROCESSO APPELLO STRAGE CHINNICI, PROSEGUE REQUISITORIA
ANSA:
Il Pg Luigi Birritteri ha concluso stasera l' esposizione della parte introduttiva della requisitoria del processo d'appello per la strage di via Pipitone Federico, nella quale il 28 luglio dell' 83 persero la vita il consigliere istruttore Rocco Chinnici, i due carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e Stefano Li Sacchi, il portiere dello stabile in cui viveva il magistrato. Nella sua requisitoria multimediale, che si avvale dell' ausilio di otto pc collegati in rete con i difensori, e che ha impegnato il pg per tre udienze consecutive, Birritteri ha ripercorso le singole posizioni dei 19 imputati, tra mandanti ed esecutori, 15 dei quali sono stati condannati all'ergastolo in primo grado. Tra essi figurano Toto' Riina, Antonino Madonia, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella. Birritteri ha infine ceduto la parola al collega, il pg Dolcino Favi, che ha cominciato a illustrare in aula il ruolo della commissione di Cosa nostra nell' eccidio di via Pipitone Federico. I due pg hanno gia' anticipato che chiederanno la conferma integrale delle condanne di primo grado, invocando l' ergastolo per i componenti della commissione di Cosa nostra e per tutti gli esecutori materiali non collaboranti. Il processo riprendera' il 24 aprile con la prosecuzione della requisitoria.17 aprile 2002 - MAFIA; ARRESTATO GIUFFRE'
"Il Corriere della sera"
Palermo, all'alba il blitz dei carabinieri: un colpo al direttorio della mafia. Il "ras degli appalti" era in fuga dal '94
Preso il boss Giuffrè, l'erede di Provenzano
Nel rifugio trovati due biglietti del capo di Cosa Nostra. Era stato condannato per la morte di Falcone e Borsellino
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Era senza documenti, ma come da abituale e folkloristico copione aveva in tasca i santini della Madonna di Fatima, di Padre Pio, di Gesù Cristo e una pistola calibro 9 con matricola cancellata. L'hanno arrestato così il numero tre di Cosa Nostra, Antonino Giuffrè, il boss di Caccamo in fuga dal '94, il ras degli appalti sotto processo con un deputato di Forza Italia, il padrino più vicino a Bernardo Provenzano, componente di quel "direttorio" di latitanti che si assottiglia sempre di più.
Come i carabinieri ci siano arrivati non è chiaro. Forse una soffiata. O forse davvero il clamoroso risultato di un "censimento" di masserie e casolari messi sotto controllo da una task force all'opera da un anno. Il blitz è maturato all'alba, davanti a un ovile al confine fra le province di Palermo e Agrigento, seguendo due fratelli perseguiti in passato, Francesco e Placido Pravatà. Prima è arrivato un fuoristrada che ha controllato la zona senza accorgersi dei militari appostatisi nella notte. E mezz'ora dopo, alle 6, è giunta l'auto con a bordo uno dei Pravatà e Giuffrè.
Un bel colpo dell'Arma alla vigilia del decimo anniversario della strage di Capaci, visto che nel curriculum di questo capomafia trovato con 8.500 euro in contanti spicca sia la condanna all'ergastolo inflitta dai giudici d'appello dopo l'assoluzione di primo grado per il massacro di Giovanni Falcone, sia il verdetto a 20 anni di reclusione per l'altra strage del '92 contro il giudice Paolo Borsellino.
L'arresto blocca una carriera che, considerata l'età, 57 anni, avrebbe potuto portarlo addirittura alla successione dello stesso Provenzano, come spiega il procuratore della Repubblica di Palermo Piero Grasso. In fondo il boss, nonostante il suo peso specifico all'interno dell'organizzazione, ha finora riportato appena quattro condanne definitive per 13 anni e 4 mesi di reclusione. Niente per gente di quel calibro che spera sempre nei cavilli, nelle revisioni e nella Cassazione.
Nel rifugio gli investigatori hanno trovato due bigliettini scritti da un boss di Cosa Nostra, forse Provenzano, e sei lettere della moglie Rosalia Stanfa e del figlio. Il boss, intanto, veniva rinchiuso nel carcere di Termini Imerese, pronto ad essere trasferito da domani nelle aule dove è stato finora processato da latitante, a cominciare dal dibattimento che lo vede coimputato con l'onorevole Gaspare Giudice, uno dei primi a manifestare "grande soddisfazione" per l'arresto. Come hanno fatto numerosi esponenti politici di governo e di opposizione. Complimenti ai carabinieri da parte del ministro dell'Interno Claudio Scajola e del suo sottosegretario Antonio D'Alì, del ministro della Difesa Antonio Martino, del presidente dell'Antimafia Roberto Centaro, dell'ex capo del Viminale Enzo Bianco e così via.
Come si disse per la cattura di Benedetto Spera, anche questo colpo finisce per sottrarre appoggi a Provenzano perché il "direttorio" di Cosa Nostra, adesso fa leva solo su Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo, obiettivi della caccia grossa, che non a caso prosegue soprattutto nel territorio di Caccamo dove nell'86 fu preso Michele Greco, il "papa" della mafia. E lì Giuffrè estendeva i tentacoli, accusato per molto tempo di trovare appoggio nella famiglia della moglie, impiegata al Comune di Caccamo, in Biblioteca, dopo gli anni in cui si occupava dell'Ufficio aiuti ai bisognosi. Uno scandalo. Un licenziamento annunciato. Bloccato però da un'opposizione al Tar. Epilogo di polemiche registrate sullo sfondo dell'omicidio di un sindacalista della Uil, Mico Geraci, leader del centro sinistra e, quattro anni fa, possibile candidato a sindaco. Un progetto interrotto dai colpi di lupara. Poi, lo scioglimento del consiglio comunale per mafia. Tre anni di commissariamento e alle nuove elezioni la vittoria della vecchia guardia con il ritorno in sella del sindaco cacciato dopo il delitto.
Felice Cavallaro"La Repubblica" edizione di Palermo
L'ufficio in un ovile, Padre Pio e una pistola con il colpo in canna
Giuffrè tradito da una soffiata
SALVO PALAZZOLO
L'ufficio del padrino era una masseria, un ovile, con una sdraio e un banchetto che reggeva una candela. Un casolare, poco più di una stalla, senza alcun comfort, ottimo per spartire un pacco di seimila euro, ricevere la corrispondenza familiare, e consegnare dei messaggi in risposta a due biglietti di Bernardo Provenzano.
Il blitz che ha portato in carcere dopo otto anni di latitanza il boss di Caccamo Antonino Giuffrè, 57 anni, detto "Manuzza", per via di una malformazione al braccio destro, conseguenza di un incidente di caccia, è anche, come sempre più spesso accade, una fonte di ulteriori spunti investigativi. Il latitante è stato catturato non nel suo covo ma durante uno spostamento per un incontro di affari. Probabilmente in preparazione di un appuntamento.
Nel cuore della notte dal suo rifugio, che ora i carabinieri della compagnia di Termini e di Lercara stanno cercando, a bordo di una Fiat Punto, Giuffrè è stato portato nel casolare di Massariazza, in territorio di Vicari, ma più vicino a Roccapalumba. A occuparsi di lui, erano i fratelli Francesco e Placido Pravatà, di 51 e 54 anni. Il terzo favoreggiatore è Domenico Tatano, 72 anni di San Giovanni Gemini, il proprietario dell'ovile dove è avvenuto l'arresto.
Un paio di intercettazioni ambientali avevano convinto i carabinieri dell'opportunità di stringere i controlli sui Pravatà. Nell'inchiesta che ha portato in carcere il fiduciario di Bernardo Provenzano, Pino Lipari, uno dei presunti mafiosi della famiglia di Roccapalumba, Loreto Di Chiara, parlava esplicitamente di un ovile, di una visita del figlio di Giuffrè dal padre. E lodava il latitante per la sua capacità di adattarsi alle difficili condizioni del fuggiasco. Ma è stata una soffiata dell'ultimo minuto, una dritta decisiva e precisa, un'indicazione arrivata nella notte a consentire ai carabinieri di indirizzare uomini e mezzi a Massariazza, centrando un obiettivo inseguito da almeno un anno.
Nelle stesse ore in cui veniva preparato il blitz tra Vicari e Roccapalumba, un fedelissimo di Giuffrè, Rosolino Rizzo, mediatore di terreni di Cerda, è stato spedito in carcere per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale. Assolto per il duplice omicidio dei fratelli Sceusa, per la cui uccisione Giuffrè è stato condannato, Rizzo era libero. Un rapporto dei carabinieri di un anno fa segnalava che non aveva smesso di frequentare mafiosi. E in una intercettazione la Procura aveva rintracciato anche indizi giudicati sufficienti per rispedirlo in carcere. Il provvedimento è però scattato per quella che magistrati e investigatori definiscono "solo una coincidenza" proprio mentre si operava la cattura di Giuffrè.
Detenuto tra il 1992 e il 1993, l'anno successivo Antonino Giuffrè era già latitante. I collaboratori di giustizia, da Barbagallo, già nel 1995, ad Angelo Siino, da Salvatore Lanzalaco a Pietro La Chiusa, lo danno come reggente del mandamento di Caccamo, succeduto a Francesco Intile, suicidatosi in carcere nella seconda metà degli anni Ottanta. Corleonese di ferro, con una passione per appalti e opere pubbliche, ha giocato un ruolo da moderato nel gruppo di comando dell'organizzazione. Condannato in appello per la strage di Capaci, assolto per l'eccidio Borsellino, ha avuto inflitti 20 anni per associazione mafiosa. A suo carico, complessivamente, 15 provvedimenti giudiziari. Un sedicesimo fascicolo, aperto a Termini, riguarda invece il porto e la detenzione abusiva della pistola, trovatagli addosso con il colpo in canna al momento della cattura, insieme ai soldi, ai messaggi, a un flacone di antigastrici, e a un corredo di immagini sacre, Padre Pio, la Madonna e il cuore di Gesù."Il Corriere della sera"
L'INTERVISTA
Il deputato sotto accusa: ora la verità verrà fuori
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Un plauso per l'arresto di Antonino Giuffrè arriva anche da un coimputato eccellente del boss, l'onorevole Gaspare Giudice di Forza Italia scampato nel '98 all'arresto per mancata autorizzazione del parlamento.
Qualcuno ha pensato a uno scherzo, onorevole.
"Ma quale scherzo? La mia è una reale e grande soddisfazione. L'arresto potrà aiutare a far venire fuori la verità al processo".
Nutrono la speranza opposta i magistrati, forse pensando di trovare nuove prove contro di lei.
"Io non mi sono sottratto al giudizio, ma il 50% delle udienze sono inutili, perché la mia vicenda sta in un unico grande calderone per appalti che con me non hanno niente a che vedere. Sono sereno e mi auguro che presto si possa festeggiare anche la cattura di Bernardo Provenzano".
Ma l'hanno indicata come socio in affari del boss Giuseppe Panzeca per appalti voluti da Giuffrè.
"Un errore dei giornali perché questo non lo dice nemmeno il pentito Salvatore Barbagallo, la mia croce. Non sono imputato per appalti. Sono chiamato in causa solo perché ho venduto una società nautica a quel Panzeca e perché ero direttore di un'agenzia della Cassa di Risparmio dove quei signori erano clienti nel 1983. Io non sono in banca da quasi 10 anni".18 aprile 2002 - MAFIA: GIP CONVALIDA ARRESTO GIUFFRE'
ANSA:
Il gip del Tribunale di Termini Imerese, Paolo Pitarresi, ha convalidato stamane l' arresto del boss Antonino Giuffre', arrestato all' alba di martedi' in un casolare nelle campagne tra Vicari e Roccapalumba. Il latitante, nei cui confronti pendono 15 ordini di custodia cautelare, doveva rispondere della detenzione di una pistola. Giuffre', interrogato ieri nel carcere dei 'Cavallacci', aveva sostenuto di avere trovato l' arma in campagna, aggiungendo di averla tenuta con se' per “motivi di sicurezza” pur non potendola usare a causa della sua menomazione alla mano destra che gli e' valsa l' appellativo di 'manuzza'. Il gip ha convalidato anche l' arresto dei tre presunti favoreggiatori del boss: i fratelli Francesco e Placido Pravata', e il proprietario dell' ovile annesso al casolare, Domenico Tatano, di 71 anni. A quest' ultimo sono stati concessi gli arresti domiciliari, in considerazione dell' eta' avanzata. I magistrati della Dda di Palermo stanno intanto esaminando ancora la copiosa documentazione (centinaia di bigliettini e foglietti, alcuni dei quali scritti in codice) sequestrata nel covo-ufficio di Giuffre'. In particolare gli inquirenti hanno trovato le prove degli stretti legami con Bernardo Provenzano, che aveva affidato al suo luogotenente la gestione di appalti pubblici e affari per conto di Cosa Nostra. Rapporti che, come testimonia un biglietto di ringraziamento di Giuffre' per gli auguri pasquali e l' invio di una torta, sarebbero proseguiti fino a pochi giorni fa.18 aprile 2002 - MAFIA: SEQUESTRATI BENI A PENTITO BALDUCCIO DI MAGGIO
ANSA:
Un appezzamento di terreno ed una casa sono stati sequestrati su ordine dei giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale al pentito Balduccio Di Maggio. Il mafioso venne premiato con una grossa somma di denaro per aver contribuito a far arrestare il boss Salvatore Riina. Ora, dopo la condanna all' ergastolo per omicidio ed associaizone mafiosa, il collaboratore di giustizia che ha raccontato del presunto bacio tra Riina ed il senatore Giulio Andreotti entra nell' elenco dei mafiosi soggetti a misure di prevenzione. I giudici hanno ordinato il sequestro, su proposta del pm della Dda Fernando Asaro, di un appezzamento di terreno a Monreale e di un' abitazione a San Giuseppe Jato. Secondo i magistrati Di Maggio continuerebbe ad essere socialmente pericoloso. I due beni, inoltre, sarebbero di provenienza illecita. Di Maggio avrebbe riorganizzato la sua cosca ed ordinato omicidi durante la collaborazione: nel '97 gli venne revocato il programma di protezione e venne arrestato. Dopo una prima scarcerazione per motivi di salute Di Maggio venne nuovamemente portato in carcere. Intercettazioni telefoniche provarono che continuava a gestire affari illeciti dall'abitazione in cui scontava la carcerazione domiciliare.18 aprile 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: DIFESA, CON SALVO INCONTRO OCCASIONALE
ANSA:
Giulio Andreotti non aveva rapporti con i cugini Salvo, ma solo una “conoscenza occasionale”. E' la tesi sostenuta dall' avvocato Franco Coppi nell'intervento che ha aperto le arringhe difensive. La prova della “conoscenza occasionale” e' stata rintracciata da Coppi in uno degli episodi ricostruiti dall' accusa. Il 7 giugno 1979 Andreotti, dopo un comizio per la campagna elettorale europea, si reco' per un ricevimento nell' hotel Zagarella di proprieta' dei Salvo. Vari testimoni hanno detto che Nino Salvo fece gli onori di casa. Ma, ha spiegato il difensore, la natura formale del contatto e il breve lasso di tempo in cui il senatore e l'esattore sono rimasti insieme dimostrano che i due non erano frequentatori abituali. Vero e' che la sentenza di primo grado sostiene una tesi opposta ma, ha osservato Coppi, i giudici seguono una logicita' argomentativa nel senso il fatto non prova un comportamento illecito. Da qui una critica ai pubblici ministeri che, nei motivi di appello, “ricorrono a un sillogismo: Andreotti conosce i Salvo, i Salvo sono mafiosi, dunque Andreotti e' mafioso”. Sulla contestata conoscenza dei Salvo l'avvocato Coppi ha richiamato un altro episodio indicato dall'accusa: il regalo da parte di Andreotti di un vassoio d'argento per il matrimonio tra la figlia di Nino Salvo e il medico Gaetano Sangiorgi. Il senatore ha sempre negato di avere pensato al dono che, secondo l'accusa, sarebbe stato inviato tramite il notaio Salvatore Albano. La sentenza di primo grado ha stabilito che il tramite non fu il professionista ma non ha escluso che il regalo sia stato fatto. Anche questo episodio, nell'ottica della difesa, non puo' essere considerato una prova a carico di Andreotti. Anzi, ha osservato Coppi, “la sentenza, quando esclude l'intervento di Albano, sgretola l'ipotesi accusatoria”. Nella parte generale del suo intervento il legale ha accennato anche al contestato episodio dell' incontro fra il senatore e Toto' Riina di cui ha parlato il pentito Balduccio Di Maggio. Il riferimento al 'bacio' e' servito ad introdurre una critica alla gestione dei pentiti che sara' ripresa successivamente in modo piu' organico. Sulle strategie dell'accusa Coppi ha comunque fatto una distinzione tra le scelte della Procura e la condotta dei procuratori generali nel giudizio di appello. Il legale ha dato atto ai sostituti procuratori generali Daniela Giglio e Anna Maria Leone di avere avuto “uno stile, una correttezza e una misura pregevoli” pur nella diversa valutazione delle prove. Le arringhe difensive riprenderanno il 2 maggio.La difesa di Giulio Andreotti attacca la Procura e apre la serie delle arringhe con un intervento dai toni molto forti. L'avvocato Franco Coppi ha esordito definendo “infondate, ingiuste, perfino ingenerose al limite dell'insulto e dell' incivilta”' le critiche rivolte dall' accusa alla sentenza di primo grado che ha assolto il senatore a vita dall' accusa di associazione mafiosa. Andreotti non e' presente, ma ha fatto sapere che assistera' nella fase conclusiva del dibattimento. Coppi, che ha poi affrontato il tema del rapporto sempre negato tra il senatore e i cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, si alternera' negli interventi con gli altri difensori, Gioacchino Sbacchi e Giulia Bongiorno. Oggi il legale ha parlato in un' aula semideserta difendendo la “logicita' e la coerenza” della sentenza di primo grado. Ha invece sottoposto a una critica molto serrata le scelte strategiche e metodologiche dell' accusa che nell'udienza del 14 marzo aveva chiesto una condanna a 10 anni di reclusione “in considerazione dell'eta' avanzata dell'imputato”. Coppi ha contestato in particolare la tesi dei sostituti procuratori generali Daniela Giglio e Anna Maria Leone secondo cui la sentenza avrebbe “devastato” il materiale probatorio. “Ma chi da' - ha incalzato il legale - all' ufficio del pm il diritto di pensare di avere il monopolio della verita'? Chi permette a questa accusa che ha portato personaggi come il pentito Balduccio Di Maggio, che di giorno parlava con i magistrati e di sera uccideva, di poter criticare la sentenza?”. “A un certo punto dei motivi d'appello - ha osservato ancora Coppi - i pubblici ministeri hanno dato la sensazione di accusare i giudici di primo grado di una sorta di dissociazione schizofrenica, quando sostengono che le motivazioni della sentenza sembrano scritte da persone diverse: quelle che hanno esaminato i fatti e quelle che li hanno analizzato in diritto”. Il giudizio complessivo di Coppi e' stato tagliente: “La volgarita' delle parole generalmente nasconde un vuoto concettuale”. Le arringhe proseguiranno per almeno altre dieci udienze ma i difensori non escludono di presentare anche memorie scritte per accelerare i tempi del giudizio.
18 aprile 2002 – MAFIA: PROPOSTA AGLIERI PER TRATTATIVA CON LO STATO
"Il Corriere della sera"
Cosa Nostra scrive allo Stato "Basta con il carcere duro"
Le cosche vorrebbero un sostanziale riconoscimento Grasso: dateci informazioni
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Il "filosofo" della mafia Pietro Aglieri "'u signurinu" si improvvisa stavolta un po' giurista un po' sociologo e, vestendo i panni di ambasciatore dei boss detenuti col regime del carcere duro, lancia allo Stato la proposta di un sostanziale riconoscimento di Cosa Nostra.
Consentendo addirittura a capimafia come Totò Riina e Leoluca Bagarella "un ampio confronto" per "trovare qualche sbocco", come scrive in una lettera indirizzata al procuratore nazionale Pierluigi Vigna e per conoscenza al procuratore di Palermo Piero Grasso. Una lettera che fa esplodere uno spinoso caso politico-giudiziario provocando una serie di allarmati rifiuti da parte della magistratura e nei vertici dell'amministrazione penitenziaria, a cominciare dal direttore generale del settore "Detenuti e trattamento" Sebastiano Ardita, in sintonia con il capo dell'ufficio Gianni Tinebra. Tutti contrari all'idea di una vera e propria assemblea generale di chi è sottoposto alle misure del "41 bis", come prospetta Aglieri, "perché tutto il resto sarebbe solo un esercizio di retorica che porterebbe semplicemente ad un nulla di fatto".
Una osservazione passata ai raggi X perché lascia trapelare una minaccia. Quel "nulla" infatti potrebbe implicitamente evocare addirittura una nuova stagione stragista. Anche se Aglieri questo non lo scrive, limitandosi ad una chiusa comunque agghiacciante: "A meno che non si voglia proprio questo".
Un po' Richelieu un po' Machiavelli, gran tessitore e gran mediatore convinto che il fine giustifichi i mezzi, il boss considerato "un signorino" per quel suo approccio perbene e mistico che ostenta dal giorno dell'arresto, quando si scoprì che durante la latitanza un frate lo confessava celebrando messa nel suo rifugio segreto, va ben oltre l'ipotesi della dissociazione avanzata in passato dal "cassiere" della mafia Pippo Calò. E precisa che "soluzioni intelligenti e concrete" si potranno trovare solo evitando di ricorrere a "soluzioni individuali", appunto "delazione e dissociazione": "Queste sono infatti scorciatoie, a mio modesto avviso, deboli e opportunistiche, che vanno a scapito di una giustizia più ampia".
Il perno della lettera resta quindi l'eliminazione del 41 bis: "Non è demonizzando l'avversario, sempre se fosse tale, o umiliando la sua dignità solo per uno spirito di rivalsa... che si riuscirà a risolvere queste complesse questioni". Attenzione ad un inciso, quel "sempre se fosse tale", quasi dando per scontato che mafia e Stato non siano avversari.
Dalle prime indiscrezioni sembrava che Aglieri offrisse la possibilità di una resa di Cosa Nostra, ma per molti addetti ai lavori si arriverebbe piuttosto alla resa dello Stato, come spiega Ardita, successore di un altro magistrato contrario alla dissociazione, Alfonso Sabella: "Cadremmo nel gioco dei mafiosi. Loro sono in crisi, finalmente nell'impossibilità di dare ordini e ogni mano tesa sarebbe davvero una cambiale in bianco. Ammettono l'esistenza di Cosa Nostra? Ma lo fanno perché la realtà è ammessa dai processi".
Una posizione simile a quella del procuratore Grasso che replica di essere disponibile ad incontrare i boss detenuti "solo se si intravede uno spiraglio di collaborazione". Come dire: in cambio di informazioni, ammissioni e denunce. Né piace a Vigna il vocìo su una presunta trattativa avviata con Aglieri ed altri detenuti: "Trattative con i mafiosi non ne ho fatte, non ne faccio e non ne farò".
Felice Cavallaro"La Stampa"
LA STRATEGIA DI AGLIERI
Il grande comunicatore della mafia
di Francesco La Licata
Cosa nostra sembra aver trovato un genio della comunicazione: si chiama Pietro Aglieri, condannato all'ergastolo, ed è un mafioso molto particolare. Lesto di parola, brillante con la penna, a 43 anni "Pitrinu" neppure sembra un palermitano di antica tradizione nato e cresciuto alla Guadagna, borgata marchiata da atavica depressione culturale ed economica.
Da qualche tempo si è calato nell'interessato ruolo di portavoce di una comunità famosa nel mondo per essersi sempre espressa a gesti, a cenni ed affermando sempre il contrario di ciò che pensa. Eppure Aglieri, meglio conosciuto come "u signurinu", si muove perfettamente nell'inedita parte di grande comunicatore della svolta dialogante di una mafia che cerca l'autocritica, dopo la stagione delle stragi.
Non ne ha sbagliata una, finora, Pietro "u signurinu", il signorino, nomignolo ereditato dall'eleganza del nonno che alla Guadagna girava in calesse facendo bella mostra del lino bianco e del cappello tipo Panama. Intrattiene rapporti epistolari con monaci e preti, affronta col francescano frate Celestino lunghe disquisizioni sul perdono e sulla confessione che non deve essere delazione. Gli vengono riconosciuti dignità d'uomo ed auguri di santità.
Ora, cerca il confronto coi giudici che hanno disarticolato la mafia. Scrive al procuratore Grasso, a Vigna, parlando loro di "dignità dei detenuti", di pentiti "sicofanti prezzolati" e concedendosi preziosismi linguistici come il riferimento al "flatus vocis". Si permette una lettera al direttore delle carceri, Giovanni Tinebra, protestando col magistrato per certe sue affermazioni contenute in una intervista.
Già, è istruito Pietro. Studiava sodo al seminario di Monreale, dove prese la maturità. Il destino avrebbe dovuto portarlo sul solco della sua famiglia, cioè la coltivazione delle arance, le più buone della Conca d'Oro palermitana. Chissà perché il giovane Aglieri, che pure dimostrava di essere timorato di Dio e cattolico osservante, si è poi perso nella confusione tra l'altare della chiesa di San Ciro e il tetro mattatoio dove, con l'orribile rito della "punciuta", i ragazzi venivano destinati a ben altra fede.
Soldato della Folgore, paracadutista, Pietro non trovò più il tempo di concludere gli studi di agraria. Verrà scoperto killer quando il pentito Marino Mannoia racconterà la mattanza della guerra di mafia. Anche se "Pitrinu", ai magistrati ha sempre detto: "Non ho mai ucciso donne, né magistrati, né carabinieri".
Pietro Aglieri è mafioso, anche se lui si barcamena con la lingua italiana per sfuggire alla parola. Forse non la pensa come i corleonesi, a proposito del valore della vita e del rapporto con le Istituzioni. E ciò lo fa sembrare migliore degli altri. Capisce il tempo in cui vive e sa che l'emancipazione passa per l'immagine che riesci ad offrire agli altri: per questo si è iscritto a Lettere, indirizzo teologico, studia l'inglese e legge i libri di Claudio Magris, sognando la mitica "caponatina" della madre che può ricevere una volta al mese, come prescrive l'odiato "41 bis" che auspica venga "ammorbidito"."La Stampa"
I TIMORI DEI MAGISTRATI IN PRIMA LINEA "E´ un bluff di Cosa nostra Non abbassiamo la guardia" Il procuratore Grasso: si comincerà a parlare di svolta quando sparirà il racket, gli appalti saranno trasparenti e si consegneranno i latitanti
PALERMO
PIERO Grasso, procuratore della Repubblica, mette subito dei punti fermi: "Non si tratta di una resa, e neppure di dissociazione, nè tantomeno di una corsa alla collaborazione di massa degli uomini di Cosa nostra. So che il suo giornale è stato tra i più precisi nel riferire l´essenza della lettera di Pietro Aglieri, ma la precisazione è ugualmente d´obbligo".
Dottor Grasso, sappiamo - dunque - ciò che la lettera non è. Ma come la interpretate voi addetti ai lavori?
"La stessa missiva mi sembra chiara laddove Aglieri dice che si è deciso a scrivere `´perchè non vi siano equivoci´´. Questa lettera, dunque, serve a chiarire innanzitutto che non v´è nessuna intenzione, da parte della mafia, di arrendersi, nessuna ansia di confessioni o di resa. Il che è comprensibile dal momento che qualunque forma di dialogo con lo Stato presupporrebbe l´ammissione dell´esistenza di una organizzazione clandestina, il che è ancora inammissibile secondo le leggi della mafia".
Ma proprio il dialogo potrebbe essere il primo sintomo di un cambiamento, non crede?
"Già, ma chi può cambiare le regole? Solo una decisione univoca, dal vertice fino ai piani bassi. La storia di Cosa nostra ci dice, invece, che le regole non sono mai state cambiate. Qualche volta hanno sentito la necessità di adeguarsi ai tempi, ma senza mai incidere sulle leggi fondative che fanno riferimento ai loro valori portanti: l´omertà, un certo tipo di religiosità, l´amicizia, la solidarietà e tutto quello che sappiamo".
Dice che non c´è unità di intenti di tutta l´organizzazione?
"Mi sembra di esser di fronte ad un progetto lungimirante, di lenta, lentissima realizzazione che viene metabolizzato soprattutto dal popolo dei detenuti. Una posizione che potrebbe essere interpretata come una presa di distanza dalla linea stragista, un rinnegare il tentativo di opposizione armata contro lo Stato".
E non è, questa, una implicita negazione di Cosa nostra come soggetto politico e controparte sociale?
"Si potrà cominciare a parlare di resa della mafia quando i cittadini vedranno il cambiamento delle condizioni ambientali. Quando i commercianti non dovranno più essere salassati dal racket delle estorsioni, gli imprenditori potranno partecipare alle gare d´appalto senza subire le prevaricazioni di imprese più forti perchè protette dalla mafia, quando si consegneranno tutti i latitanti e verrano aperti gli arsenali pieni di esplosivi, quando scompariranno il contrabbando e le attività illegali come il totoscommesse e il traffico della droga che è ancora una piaga per le famiglie. Ecco, il segnale sarebbe più interessante se venisse da quelli che stanno fuori. Non si può credere di risolvere il problema promettendo di indicare ai giovani la strada del buon comportamento, oppure sognando il riscatto sociale. Non sono nè la mafia, nè la magistratura il soggetto preposto ad affrontare le problematiche sociali. E noi magistrati non siamo gli interlocutori adatti per iniziative del genere".
E la richiesta di ottenere più libertà in carcere per discutere?
"Se ho ben capito, chiedono di riunirsi per capire cosa vogliono. Siamo ben lontani dagli atti concreti. Ripeto, non siamo noi gli interlocutori. A noi spetta di segnalare il pericolo che un allentamento della sorveglianza in carcere possa pregiudicare quelle indagini, se ve ne sono, non ancora concluse".
Cosa teme, procuratore?
"Il tema della lotta alla mafia è attraversato da molti fermenti e credo che instaurare un clima di falso dialogo potrebbe creare le premesse per un certo sconvolgimento delle regole. Prendiamo per esempio il problema della revisione dei processi. E´ in discussione una legge che consente a persone condannate di rivolgersi alla Corte di Giustizia di Strasburgo per chiedere di pronunciarsi sulla legittimità della condanna loro inflitta con le regole antecedenti all´entrata in vigore della riforma cosiddetta del giusto processo. Tale proposta di legge ha già ricevuto il parere favorevole della commissione giustizia della camera. Non voglio fare esercitazioni da malpensante, ma non pensate che un clima di vogliamoci bene - al di là delle intenzioni del legislatore - agevolerebbe il percorso delle legge?"19 aprile 2002 – MAFIA: BADALAMENTI FORSE TORNERA’ IN LIBERTA’
"Il Nuovo"
Badalamenti forse tornerà libero
Basterebbe un semplice "decreto di espulsione" delle autorità statunitensi. All'ex boss 79enne di Cinisi potrebbe essere così abbuonata la pena per buona condotta e motivi di salute.
PALERMO- Gaetano Badalamenti potrebbe presto tornare in libertà. Il boss 79enne, detenuto nel carcere di Fairthon, negli Stati Uniti, sta scontando una condanna a quarant'anni per il processo denominato "Pizza connection". E', però, possibile che le autorità americane possano permettergli di scegliere un altro paese dove andare. Per far ciò basterebbe un semplice decreto di "espulsione". Gli avvocati di Badalamenti, tra i quali Charles F. Carnesi, che lo assiste oltreoceano, starebbero trattando la concessione della libertà per il vecchio capo di Cinisi.
"Anch'io ho sentito correre questa voce, ma non so nulla di preciso - ha detto l'avvocato palermitano del boss, Paolo Gullo - se fosse vero, ragionando per ipotesi, Badalamenti potrebbe andare in Spagna, paese dal quale è stato estradato a suo tempo. Già il figlio Vito, del resto, venne espulso dagli Usa dopo essere assolto nell'ambito dello stesso processo "Pizza Connection" e scelse di andare in Australia, dove tuttora vive".
Arrestato l'8 aprile 1984, Badalamenti ha già scontato 18 anni di carcere. E l'ultima recente condanna incassata è un ergastolo per l'omicidio di Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria. Le autorità degli Stati Uniti, dopo aver detto vari no alle richieste italiane di temporaneo trasferimento, per farlo deporre al processo di Perugia sull'omicidio del giornalista Pecorelli, a questo punto potrebbero decidere di abbonargli la pena per buona condotta e motivi di salute.
La legislazione statunitense prevede, diversamente da noi, una forma di liberazione anticipata basata su un conteggio in base al quale ogni giorno vale dodici ore a livello carcerario. Ma di questo beneficio Badalamenti non potrebbe usufruire perché nel suo caso il conteggio non venne fatto a monte come stabilisce la legge Usa.19 aprile 2002 - GIUFFRE' TRADITO? PROCURA CONVOCA RIUNIONE CON CARABINIERI
ANSA:
La Procura di Palermo convochera' una riunione con i carabinieri per conoscere nel dettaglio tutti i retroscena legati alla cattura del boss Nino Giuffre', arrestato martedi' scorso nelle campagne di Vicari. "Apprendo questa notizia dalla stampa - ha detto il procuratore aggiunto Sergio Lari, commentando l'articolo pubblicato stamane da Repubblica, secondo cui il boss sarebbe stato 'consegnato' ai carabinieri da una 'soffiata' telefonica - adesso cercheremo di capire che cosa c'e' di vero'. Secondo ambienti della Procura di Palermo se cio' fosse vero, se cioe' il boss fosse stato davvero 'tradito', si aprirebbero scenari definiti 'inquietanti'. Magistrati ed investigatori attribuiscono l'eventuale 'soffiata' esclusivamente agli ambienti mafiosi, gli unici in grado di conoscere nel dettaglio tutti i movimenti del boss e cio' verrebbe interpretato come un attacco molto eloquente ed aperto alla leadership del boss Bernardo Provenzano, latitante da 40 anni e capo indiscusso di Cosa Nostra. Un attacco, e' una delle interpretazioni che circolano in queste ore, probabilmente proveniente dall'ala piu' violenta, in stretto raccordo con qualche capomafia detenuto, che non si e' rassegnata a 'convivere' pacificamente, seguendo la strada degli affari sottotraccia, con le istituzioni.E' ancora un giallo l' arresto del boss Antonino Giuffre', avvenuto all' alba di martedi' in un casolare di campagna. La Procura smentisce l' esistenza di una 'talpa' che avrebbe avvisato gli investigatori, ma indiscrezioni raccolte in ambienti investigativi e giudiziari confermano che i carabinieri sarebbero stati messi sulle tracce del latitante da segnalazioni anonime. I retroscena dell' operazione sono stati al centro dell' incontro, svoltosi in Procura, tra militari dell' Arma e magistrati. Due sarebbero state le segnalazioni anonime ai carabinieri: la prima, in cui venivano indicati il giorno e l' ora in cui il capomafia si sarebbe recato nella masseria, tra le campagne di Vicari e Roccapalumba, in cui poi venne arrestato; la seconda in cui si avvertivano gli investigatori che l' appuntamento era anticipato. "Lo prendete coi pizzini" avrebbe aggiunto la 'talpa', riferendosi ai numerosi messaggi trovati addosso al boss al momento della cattura. Nell' ovile Giuffre' era solo, dopo essere stato forse accompagnato da altre persone che si erano poi allontanate. Aspettava Francesco e Placido Pravata', personaggi di spicco della famiglia mafiosa di Roccapalumba. I carabinieri avrebbero circondato l' ovile prima dell' arrivo dei due fratelli, giunti in due diversi momenti. La cattura sarebbe scattata all' arrivo di Francesco Pravata'. Il fratello Placido e' stato arrestato successivamente, prima che riuscisse ad avvicinarsi alla masseria.
19 aprile 2002 - UCCISIONE BORSELLINO: PANORAMA
"Panorama"
Perché su Borsellino ho la coscienza a posto
La ricostruzione della strage, la caccia ai colpevoli, i processi. Il procuratore aggiunto di Caltanissetta replica a Lino Jannuzzi. Punto su punto.
di FRANCESCO PAOLO GIORDANO
Panorama dedica al processo per la strage di via D'Amelio cinque "Tazebao", a firma di Lino Jannuzzi, sui numeri pubblicati il 14, il 21 e il 28 febbraio, il 21 marzo e il 5 aprile. Ritengo doveroso segnalare alcune inesattezze per ristabilire la corretta sequenza dei fatti.
Non c'è stato, dopo la prima sentenza definitiva della Cassazione, alcun colpo di scena sul blocco motore dell'autobomba, contrariamente a quanto affermato nell'articolo del 14 febbraio. Il blocco motore, appartenente a una Fiat 126 rubata alcuni giorni prima della strage, fu repertato nella mattinata del 20 luglio '92, nel corso del sopralluogo, durato a lungo perché l'area interessata era estesa e perché si svolgevano in parallelo le attività di soccorso e di bonifica del sito. Il 22 luglio fu anche ritrovata una targa accartocciata e annerita coi numeri leggibili, appartenente a un'altra Fiat 126, targa risultata anch'essa rubata. Sulla base di tali acquisizioni, furono disposte intercettazioni telefoniche. Durante l'ascolto, affiorò un episodio di violenza carnale, e uno degli indiziati, sentito dagli inquirenti in riferimento a quest'episodio, finì per confessare il proprio coinvolgimento nel furto della 126 usata come autobomba, ammettendo di essere stato richiesto da Vincenzo Scarantino, per incarico di Salvatore Profeta, definito in sentenza esponente della criminalità mafiosa facente capo a Pietro Aglieri.
Nell'articolo si riprende l'argomento, speso senza successo dalla difesa, che il blocco motore non sarebbe visibile in un filmato dei vigili del fuoco. Nessun filmato può documentare l'effettiva posizione degli oggetti sui luoghi al momento dell'esplosione e anzi può fuorviare se non si tiene conto della stessa dinamica della strage e delle operazioni di soccorso e bonifica.
Non è esatto, inoltre, quanto è scritto nel successivo articolo del 21 febbraio, che il pentito Ferrante avrebbe parlato della presenza di un bidone di calce come possibile contenitore dell'esplosivo sui luoghi del disastro al posto dell'autobomba. Ferrante non smentisce l'ipotesi dell'autobomba. Riporta solo un commento in carcere con un altro coimputato, risalente al '94, prima dell'inizio della sua collaborazione, sulla pretesa direzione sbagliata delle prime indagini, ma afferma anche che il telecomando era collegato a un cavo alimentato da una batteria di un'autovettura attraverso l'accendisigari e adombra l'interesse di Cosa nostra a smontare le accuse nel processo, elaborate su prove obiettive e non soltanto su dichiarazioni. Già da queste inesattezze, si comprende bene quanto sia improprio parlare di "pasticcio indescrivibile".
Nell'articolo del 28 febbraio, si citano i confronti del 13 gennaio '95, i cui verbali, secondo Jannuzzi, sarebbero stati "nascosti" o "dimenticati" nei cassetti, e "tirati fuori due anni dopo e solo a seguito di una minaccia di denuncia per falso da parte di alcuni difensori". Si tratta di affermazioni molto gravi, che respingo decisamente. Al momento della richiesta del rinvio a giudizio, al novembre '95, quei verbali non erano altro che materiali di lavoro e non avevano alcuna pertinenza col tema di prova di quel secondo troncone, dove nessuno dei pentiti posti a confronto era imputato.
Quindi, vi è stata solo una scelta dei tempi del deposito, nel più rigoroso rispetto delle norme processuali, e, particolare sfuggito all'autorevole opinionista, del dovere di fare chiarezza prima di affrontare qualsiasi dibattimento. La strategia della procura, ispirata alla tecnica del work in progress, ampiamente utilizzata nei processi di criminalità organizzata, ha dato i suoi frutti, sia pure a distanza. Se il Jannuzzi non li coglie, credo però che i lettori di un settimanale importante come Panorama abbiano diritto a un'informazione un po' più completa. Ed è questo il motivo che mi ha spinto a scrivere, non certo per fornire giustificazioni non richieste né dovute.
I dubbi degli inquirenti riguardavano l'esatta funzione della riunione a casa Calascibetta, il motivo per cui una persona di primo piano come Cancemi non aveva detto nulla del proprio coinvolgimento nella strage di via D'Amelio e, infine, il perché Di Matteo e La Barbera, che avevano avuto un ruolo importante nell'esecuzione della strage di Capaci, non erano poi stati impiegati anche nella successiva strage di via D'Amelio, stando alle loro stesse dichiarazioni. Dopo i confronti, Cancemi si deciderà ad ammettere la propria responsabilità nella fase deliberativa della strage di via D'Amelio, nel luglio del 1996, anche perché frattanto accusato da altri collaboratori. Di Matteo e La Barbera furono protagonisti e oggetto di episodi inquietanti: il primo subì il drammatico sequestro e l'omicidio per rappresaglia del figlio, al secondo fu revocato il programma di protezione perché arrestato per favoreggiamento.
L'autore degli articoli riduce la ritrattazione di Scarantino a un'altalena schizofrenica di dichiarazioni contraddittorie. Omette di riferire che nella sentenza di primo grado del Borsellino bis si allude a un piano, ispirato da Cosa nostra, e messo in atto da Scarantino attraverso varie fasi, prima con il mendacio, poi con la ritrattazione e le calunnie contro magistrati e investigatori, per scardinare l'impianto accusatorio. Nello scorso dicembre, Scarantino invia una lettera dal carcere, dove sta tuttora scontando la pena definitiva. Chiede scusa per il suo comportamento e ammette di aver calunniato i magistrati e i funzionari di polizia.
Nell'articolo del 21 febbraio, scritto tra le due sentenze, l'autore afferma che tanto il bis quanto il ter stavano... andando a pezzi, ma è stato clamorosamente smentito dalla sentenza di marzo, che rimette in sesto, più solida che mai, l'architettura delle indagini. Asserisce che è stata fatta confusione perché sono stati indagati i componenti della commissione provinciale assieme a quelli della commissione regionale di Cosa nostra, questi ultimi assolti solo nel Borsellino ter. L'unica impostazione accusatoria, finora condivisa dai giudici nel processo di appello per la strage di Capaci, ha consentito in quel processo la condanna all'ergastolo di 29 imputati, fra cui i 6 imputati assolti nel Borsellino ter in febbraio. Non mi pare che questi risultati possano essere qualificati come fallimenti. Al momento, a meno di dieci anni dai drammatici fatti, nei vari processi per la strage di via D'Amelio, sono stati inflitti 26 ergastoli, a soldati e generali della mafia siciliana. Nelle sentenze di primo grado, si parla anche dei moventi e della strategia stragista, su cui si è continuato a lavorare, col contributo di diversi magistrati, e si spera di poter far luce completamente anche sui cosiddetti "mandanti occulti", qualora ci siano stati effettivamente.20 aprile 2002 - MAFIA: BADALAMENTI, E' ANCORA IN CARCERE NEGLI STATI UNITI
ANSA:
(di Giuseppe Lo Bianco)
Una sentenza dell'Alta Corte spagnola (l'equivalente della nostra Cassazione) riaccende improvvisamente le speranze di liberta' di uno dei piu' potenti capimafia di Cosa Nostra, custode di mille segreti: don Tano Badalamenti, condannato all'ergastolo in Italia per l'omicidio di Peppino Impastato, a 45 anni di carcere negli Stati Uniti (30 per conspiration e 15 per traffico di droga) e detenuto ininterrottamente negli Usa dall'8 aprile 1984, quando fu arrestato in Spagna dai funzionari di polizia italiani guidati da Gianni De Gennaro. Dopo tre gradi di un giudizio avviato in gran segreto davanti la magistratura iberica un anno e mezzo fa, l'Alta Corte di Spagna ha dato ragione alle tesi dei difensori di Badalamenti, gli avvocati Carmelo Franco e Graziano Masselli, rappresentati in Spagna dal collega Sanz Arribas: una clausola del procedimento di estradizione di Badalamenti dalla Spagna agli Usa impediva che il boss potesse essere condannato a piu' di venti anni. Con il conteggio della pena previsto dall'ordinamento americano, dunque, Badalamenti potrebbe essere scarcerato immediatamente ed espulso dal territorio degli Stati Uniti. Tutto dipende dall'applicazione negli Usa delle tesi riconosciute dalla magistratura spagnola: per questa ragione gli avvocati Franco e Masselli stanno attendendo il deposito della sentenza spagnola che chiude il giudizio per trasmetterla al difensore americano di Badalamenti, Charles Carnesi che ieri ha confermato all'Ansa: 'Stiamo esplorando varie strade per ottenere che sia libero il piu' presto possibile". Sotto il profilo giuridico si tratta, cioe', di ottenere che gli Usa riconoscano la validita' del verdetto spagnolo e ne traggano le conseguenze, aprendo per il boss le porte del carcere di Fairton, nel New Jersey. Ma, ammesso che venga scarcerato ed espulso dagli Usa, Badalamenti e' comunque atteso in Italia per scontare una sentenza all'ergastolo, che i giudici gli hanno inflitto nel processo per l'uccisione di Peppino Impastato, il militante di Cinisi di Democrazia Proletaria assassinato il 9 maggio 1978. Ma anche per questa seconda vicenda i legali del boss, dopo avere passato ai raggi X norme, trattati e convenzioni internazionali, sostengono di avere un asso nella manica: secondo loro l'ergastolo del processo Impastato e' nullo, perche', per processare Badalamenti, la magistratura italiana avrebbe dovuto rivolgersi alla Spagna, paese dove il capomafia di Cinisi venne arrestato, e non agli Usa. La carta, in realta', e' stata gettata sul tavolo processuale a Palermo, ma e' stata bocciata dalla corte di assise presieduta da Claudio Dall'Acqua, che l'ha giudicata infondata. La corte, pero', non si e' pronunciata nel merito: si e' accontentata dell'autorizzazione Usa a consentire che Badalamenti apparisse in aula in video-conferenza, senza considerare l'estradizione indispensabile per processare il boss. Certi delle proprie tesi gli avvocati, tra cui il difensore storico di Badalamenti, Paolo Gullo, hanno valutato anche la possibilita' di ricorrere in Cassazione considerando 'abnorme' il provvedimento della corte, poi hanno preferito attendere l'appello. Tano Badalamenti fu bloccato in Spagna l'8 aprile del 1984 a conclusione delle indagini sulla cosidetta Pizza Connection, un colossale traffico di eroina e gli Stati Uniti organizzato da Cosa Nostra siciliana e americana e scoperto dagli uomini dell'Fbi e della polizia italiana. Subito dopo l'arresto arrivarono due richieste di estradizione, di Usa e Italia, i due Paesi teatro del traffico di droga. E al termine di una complessa questione giuridica, ma anche di opportunita', si preferi' trasferire il boss negli Stati Uniti. Con una clausola: che gli Usa non lo avrebbero mai dovuto consegnare all' Italia, per ragioni di sicurezza. Ma quella clausola, se il boss ha davvero finito di scontare la pena in New Jersey, ormai non ha piu' valore.Gaetano Badalamenti e' tuttora detenuto nel carcere di Fairton, nel New Jersey: sono state le stesse autorita' carcerarie americane a indicarlo, quando responsabili italiani, messi in allarme dal tamtam delle voci di scarcerazione che rimbalzavano da Palermo negli Stati Uniti, le hanno interpellate. Invece, i giornalisti che hanno telefonato al carcere per lo stesso motivo non hanno ottenuto nessuna risposta, perche' -e' stato loro detto- il portavoce era assente. Il dipartimento alla giustizia americano e l'Amministrazione carceraria federale (Federal Bureau of Prison) non hanno immediatamente risposto alle chiamate effettuate.
"Da alcuni giorni si rincorrono 'voci' circa l' avvenuta scarcerazione del mio assistito. Ma fino a questo momento io non ne sono stato informato". L' avvocato Paolo Gullo, difensore del boss Gaetano Badalamenti, commenta cosi' il tam-tam di indiscrezioni che circolano anche a Cinisi, paese d' origine del capomafia. "Se Badalamenti fosse tornato in liberta' - aggiunge il legale - ritengo che mi avrebbe chiamato, e fino ad ora non e' avvenuto". Il difensore spiega di avere sentito l' ultima volta per telefono il suo assistito, detenuto nel carcere di Fairton, nel New Jersey, il 12 aprile scorso: "E' stato il giorno successivo alla condanna all' ergastolo per l' omicidio Impastato - ricorda Gullo - era molto amareggiato per il verdetto, cosi' come del resto lo ero anch' io. In quell' occasione abbiamo concordato le iniziative da adottare per presentare appello e per un altro processo in cui Badalamenti e' accusato di alcuni omicidi". Secondo il legale il processo Impastato e' "illegittimo": "La legge consente di processare in video conferenza i boss detenuti in regime di 41 bis, ma questo non e' il caso di Badalamenti. E' stata compiuta una forzatura dei diritti della difesa, e non e' la sola". L' avvocato Gullo, infine, sostiene che le 'voci' riguardanti la presunta scarcerazione di Badalamenti sono successive al deposito della sentenza di condanna a trent' anni nei confronti di Vito Palazzolo, sempre per l' uccisione di Peppino Impastato.
22 aprile 2002 - MAFIA: GIUFFRE' IN VIDEOCONFERENZA A PROCESSO ON. GIUDICE
ANSA:
Il boss Antonino Giuffre', arrestato una settimana fa, ha fatto stamane la sua prima apparizione, chiedendo di assistere in videoconferenza dal carcere di Termini Imerese, dove e' detenuto, al processo all' on. Gaspare Giudice in cui anche lui figura come imputato. Il boss non e' intervenuto, limitandosi a seguire le fasi del dibattimento. L' on. Gaspare Giudice, di Forza Italia, e' stato rinviato a giudizio per associazione mafiosa, riciclaggio, bancarotta ed estorsione. Antonino Giuffre' deve invece rispondere di concorrenza illecita con violenza e minacce: secondo l' accusa avrebbe pilotato l' appalto per la realizzazione del parco urbano di Caccamo vinto dall' impresa del boss Giuseppe Panzeca, indicato dagli inquirenti come "vicino" al parlamentare. La difesa di Giudice, che si e' sempre protestato innocente, nei giorni scorsi ha chiesto di citare tra i testimoni a discolpa dell' imputato il sindaco di Palermo Diego Cammarata e l' ex parlamentare di Forza Italia, ora deputato regionale della Fiamma tricolore, Alberto Acierno.22 aprile 2002 - MAFIA: PROCESSO CANALE; DEPONE EX SINDACO DC CASTELVETRANO
ANSA:
"Non preoccuparti a Marsala abbiamo un amico comune: Carmelo Canale". Con queste parole Ignazio Salvo, potente esattore di Salemi, assassinato nel luglio del '92, avrebbe tentato di tranquillizzare Antonino Vaccarino, esponente democristiano di Castelvetrano, allarmato dalle voci che annunciavano un suo imminente arresto. Lo ha riferito lo stesso Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, deponendo al processo a Canale, il tenente dei Carabinieri accusato di associazione mafiosa. Il politico, poi finito sotto processo per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, era stato citato a testimoniare dall' accusa. Nel corso di un lungo esame Vaccarino ha ripercorso le sue vicende giudiziarie. Dall' arresto, avvenuto nel '93 sulla base delle dichirazioni del pentito Vincenzo Calcara, alla condanna in primo grado a 18 anni di carcere per mafia e droga, fino all' assoluzione dall' accusa di associazione mafiosa dei giudici d' appello, che lo riconobbero pero' colpevole di traffico di stupefacenti condannandolo a sei anni. L' ex sindaco ha raccontato di avere saputo da un coimputato del suo processo che Calcara sarebbe stato " imbeccato" da Canale. Il tenente dei carabinieri- secondo il teste- avrebbe indotto il pentito a fare il suo nome agli investigatori. Alle domande del pm Massimo Russo sui rapporti tra Canale e il politico Giuseppe Giammarinaro, accusato di concorso in associazione mafiosa, il testimone ha risposto di non essere al corrente direttamente di particolari legami tra i due. "Che si conoscessero - ha detto - l' ho saputo da Ignazio Salvo". Il processo a Canale e' stato rinviato al prossimo 13 maggio per il controesame di Vaccarino.23 aprile 2002 - MAFIA: PROVENZANO A GIUFFRE', BONIFICA IL MIO NUOVO COVO
ANSA:
'Delegittimare l' avversario' e' il messaggio contenuto in uno dei circa 200 bigliettini trovati al boss latitante Nino Giuffre', arrestato martedi' scorso in una masseria nelle campagne di Vicari. Oltre alle lettere di numerosi capimafia siciliani, il boss di Caccamo ha ricevuto pochi giorni prima del suo arresto una lettera di Bernardo Provenzano che rispondeva ad una serie di richieste che Giuffre' gli aveva fatto. Il capo di Cosa Nostra pero' sottolinea il fatto che deve trasferirsi in un nuovo covo e per questo motivo chiede a Giuffre', del quale ha stima e fiducia, tanto che gestisce per suo conto tutti gli appalti in Sicilia, che i suoi uomini provvedano a 'bonificare' il posto in cui dovra' andare. "Fai guardare intorno all' azienda - scrive Provenzano in uno stentato italiano - ci avessero potuto mettere una o piu' telecamere, vicino o distante, falli impegnare ad osservare bene e digli di non parlare, ne' dentro ne' vicino alle macchine". Alla masseria i carabinieri di Termini Imerese sono arrivati grazie ad una segnalazione anonima. Una spia che ha tradito Giuffre' e di conseguenza anche Provenzano. E' stato molto dettagliato e preciso nelle indicazioni, tanto da promettere ai militari una prossima 'spiata' per far arrestare qualche altro ricercato. Fra i bigliettini trovati c' e' anche quiello scritto da un altro latitante, Matteo Messina Denaro, boss di Trapani. Quest' ultimo si rivolge a Bernardo Provenzano e gli chiede spiegazioni sul fatto che un' impresa non ha pagato il pizzo. "Come mai - afferma Messina Denaro - una ditta di Favara che e' venuta a costruire due capannoni a Partanna per un lavoro da un miliardo e mezzo ha finito e non ha lasciato nulla?', Provenzano gira la richiesta a Giuffre'. "Carissimo - scrive lo zio Bino - me ne scuso se magari ti ho gia' chiesto prima e adesso torno a richiedertelo, ma quello che dice Matteo, ti prego se possiamo recuperare questi soldi".23 aprile 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: LA VERSIONE DI CIURO (DIA)
"La Provincia pavese"
Processo Dell'Utri, parla l'investigatore della Dia
"Versamenti miliardari sui conti Fininvest"
PALERMO. Operazioni bancarie fatte da Silvio Berlusconi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta in favore delle holding che formano la Fininvest sono state ricostruite ieri in aula dall'investigatore della Dia Giuseppe Ciuro, nell'ambito del processo al senatore di Fi Marcello Dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. Ciuro ha illustrato numerosi versamenti miliardari e passaggi finanziari "ordinati direttamente da Berlusconi, in gran parte dei quali non si è potuto ricostruire la provenienza degli assegni o delle somme che provenivano dalla Banca Rasini o dalla Popolare di Abbiategrasso.
Nessuna traccia è stata possibile ripercorrere per mancanza di documenti negli istituti bancari. Ogni operazione veniva ordinata alla Saf (la società fiduciaria della Bnl che si occupava dei movimenti economici del presidente del Consiglio) su richiesta personale di Berlusconi che firmava di volta in volta le lettere di incarico". L'investigatore della Dia si è occupato per conto della Procura di Palermo di ricostruire i flussi economici che sono transitati dalle holding della Fininvest, come riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dei testimoni che hanno affermato che alcuni boss mafiosi alla fine degli anni Settanta fecero arrivare a Milano, attraverso Dell'Utri, grosse somme di denaro proveniente dai traffici illeciti. Queste somme, sempre secondo l'accusa, sarebbero state utilizzate per acquistare pacchetti di film trasmessi dalle reti Fininvest. La deposizione del teste si è quindi conclusa, dopo otto udienze, e adesso proseguirà con il controesame. La difesa, rappresentata in aula dagli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, in relazione a queste presunte "anomalie" nei movimenti bancari, affermano: "Tutte le operazioni sono ricostruibili e giustificabili dal punto di vista fiscale e bancario, così come dimostrerà il nostro consulente tecnico, il professore Paolo Jovenitti, dell'università Bocconi di Milano". Il presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta, ha intanto stabilito che le udienze del processo saranno due alla settimana e non più una come fissate fino adesso, proprio per facilitare la chiusura del dibattimento entro l'anno. Il controesame dell'avvocato Pietro Federico si è basato su alcuni punti del rapporto giudiziario firmato dall'investigatore della Dia Giuseppe Ciuro.26 aprile 2002 - OMICIDIO CASSARA', PM CHIEDE ERGASTOLO PER DUE BOSS
ANSA:
Concludendo la sua requisitoria, il sostituto procuratore della Dda di Palermo Giuseppe Fici ha chiesto la condanna all' ergastolo dei boss Girolamo Biondino e Francesco Spina. I due sono sotto processo davanti ai giudici della corte d' assise per l' omicidio del vice-questore Ninni Cassara' e dell' agente Roberto Antiochia, uccisi dalla mafia il 6 agosto del 1985 nella strage di via Croce Rossa. Quello a carico dei due mafiosi e' l' ultimo dei tre processi per l' uccisione del vice-questore. Davanti ai giudici palermitani sono gia' stati celebrati i dibattimenti ai componenti della Cupola di Cosa nostra (tutti condannati all' ergastolo con sentenza ormai definitiva), agli esecutori materiali (il procedimento e' ancora pendente in Cassazione), e al pentito Francesco La Marca, condannato all' ergastolo in appello. Secondo le ricostruzioni dell' accusa, Cassara' sarebbe stato assassinato per le sue inchieste sulla mafia. Il vice questore era riuscito a delineare la struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra palermitana fornendo importanti elementi alle inchieste del giudice Falcone. Il processo a Spina e Biondino e' stato rinviato al prossimo 10 maggio per la sentenza.26 aprile 2002 - MAFIA E TRATTATIVA: BARBACETTO SU DIARIO
"Diario"
Cosa nostra, trattativa finale
Una lettera del boss Pietro Aglieri riapre
il patteggiamento tra mafia e Stato.
Dieci anni dopo le stragi in cui furono uccisi
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
di Gianni Barbacetto
PALERMO.
Questo testo. Nel biennio 1992-93 in Italia tutto cambia. Crolla il sistema dei partiti e scoppiano le bombe delle stragi. In sottofondo, una trattativa segreta tra Cosa nostra, apparati dello Stato, imprenditori del Nord. Dieci anni dopo, i nodi di quelle trattative stanno venendo al pettine. Quali impegni erano stati assunti? Quali promesse erano state fatte? E ora?
Si può vederla in due modi. Uno. Cosa nostra è sconfitta, la maggior parte dei suoi boss è in carcere e sta per essere seppellita dagli ergastoli, quelli rimasti liberi sono latitanti e braccati. Avviare una trattativa può servire allo Stato per chiudere una stagione, vedere riconosciuta la sua autorità, ottenere - dopo dieci anni di guerra - la vittoria finale: la resa, lo scioglimento dell'organizzazione criminale.
Due. Cosa nostra continua la sua attività, florida, sotterranea, sommersa. Ma ha un problema: decine di capi sono in carcere. Deve dare loro una via d'uscita, concludere una trattativa con lo Stato che permetta ai boss dentro di non essere sepolti a vita in una cella e all'organizzazione fuori di rifondarsi su basi nuove: affari, buoni rapporti con la politica, violenza ridotta al minimo. Una "Cosa nuova" ricca, silenziosa e invisibile.
Comunque la si guardi, in un modo o nell'altro il problema dei problemi, il nodo dei rapporti tra mafia e Stato oggi ha un solo nome: trattativa. Sono passati dieci anni dalle stragi di mafia che nel 1992 hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e hanno aperto una sfida allo Stato. Una guerra fatta a colpi di tritolo, con l'autostrada di Capaci sventrata, via D'Amelio come Beirut. E poi i kalashnikov contro i "pentiti" e le loro famiglie e, nel 1993, le bombe e i morti per la prima volta fuori dalla Sicilia, a Firenze, a Roma, a Milano. Oggi, dieci anni dopo, questa guerra è finita. Lo Stato ha reagito, ha varato leggi più severe, ha catturato molti dei grandi capi, li ha sottoposti in cella al regime duro, quello stabilito dall'articolo 41 bis del regolamento carcerario. Poi la stretta si è allentata, la memoria si è affievolita, le maglie della legge sono diventate più larghe. E ora, da una parte e dall'altra, c'è chi vuole trattare, scendere a patti, trovare una via d'uscita. Le grandi manovre sono già iniziate. Chi le conduce? Come reagisce la politica? E come andrà a finire?
Negli ultimi giorni la cronaca di cose mafiose ha registrato due avvenimenti rilevanti: la lettera scritta dal boss di Cosa nostra Pietro Aglieri e la cattura (grazie a una "soffiata") di un altro boss, Antonino Giuffrè. Molto probabilmente sono due episodi di un'unica storia: la storia della trattativa fra Stato e Cosa nostra.
LA LETTERA. Pietro Aglieri detto u signurinu al momento dell'arresto è stato trovato con libri di filosofia, di teologia e perfino un altare, dove pregava e ascoltava la messa. Ora ha ottenuto di iscriversi alla facoltà di lettere di Roma, indirizzo teologico. Il 28 marzo 2002 ha inviato una lettera al procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna e, per conoscenza, al procuratore di Palermo Piero Grasso ("in modo che non ci possano essere fraintendimenti di sorta", spiega nella missiva). È un segnale di trattativa, fatto arrivare contemporaneamente ai mafiosi e ai politici. Un'apertura di dialogo, una dimostrazione di disponibilità ad aprire un patteggiamento.
"Avendo più volte appreso nel recente passato dai mezzi di informazione notizie fuorvianti e non corrispondenti al vero relative a una mia ipotetica dissociazione in accordo con altri, mi sono deciso a scriverle". Aglieri ribadisce "il no deciso a soluzioni individuali come la delazione e la dissociazione", si scaglia contro "le propalazioni di certi pseudo collaboratori che hanno dichiarato tutto e il contrario di tutto pur di uscire dal carcere". E ci somministra una lezione di garantismo, proponendo invece la ricerca di "soluzioni intelligenti e concrete": "sicuramente i risultati sarebbero più duraturi, più profondi, più coerenti con la Costituzione di questo Paese". "Capisco che soluzioni alternative, che prescindano dalla collaborazione o dalla dissociazione, siano inevitabilmente più lunghe, più complesse e più articolate. Ma proprio per questo abbisognerebbero di un lavoro più attento e paziente, fatto e condotto da persone lungimiranti". Poi Aglieri lancia la sua proposta: "Solo se si prendesse in seria considerazione la possibilità di un ampio confronto fra detenuti si potrà trovare qualche sbocco". Attacca: "Non sarà con metodi o processi, che in certi casi vanno oltre quegli stessi metodi che si dice di volere combattere, che uno Stato laico e democratico riuscirà a dare più sicurezza ai suoi cittadini". Infine Aglieri si dice disponibile, nel caso non fosse riuscito a essere sufficientemente "esaustivo ed esplicativo", a "qualsiasi approfondimento con chiunque", in modo da evitare "fraintendimenti di sorta" e troncare ogni "flatus vocis tendenzioso".
Aglieri invia innanzitutto un messaggio all'interno di Cosa nostra, rivolto ai boss: ho accettato di parlare in carcere con i magistrati, fa capire, ma "tenendo sempre presente la mia identità"; dunque state tranquilli, rifiuto la collaborazione (anzi, la "delazione") e perfino la dissociazione, "intesa come metodo di accuse anche se indiretto". Però dobbiamo trovare una via d'uscita, dunque parliamone tra noi, boss in carcere. Questa è la vera richiesta che ora Aglieri rivolge all'esterno, allo Stato: lasciatemi parlare con i capi di Cosa nostra, quelli dell'ala di Bernardo Provenzano e dei palermitani, a cui appartengo, ma anche con quelli dell'ala degli "stragisti" di Totò Riina e dei corleonesi. Una bella riunione della Commissione di Cosa nostra in carcere, per decidere insieme le prossime mosse. Chiunque prenda decisioni individuali sbaglia, rischia di passare per traditore. Prendiamola insieme, la decisione migliore per Cosa nostra.
L'avvocato Carlo Taormina, ex sottosegretario del governo Berlusconi, ha subito commentato la lettera con toni entusiastici: "Lo Stato deve prendere immediatamente atto della volontà di dissociazione che imputati e condannati per mafia vogliono effettuare, perché questo significa inginocchiarsi davanti alle istituzioni". Di parere opposto il procuratore Piero Grasso: "Si potrà cominciare a parlare di resa della mafia quando i commercianti non dovranno più essere salassati dal racket, gli imprenditori potranno partecipare alle gare d'appalto senza subire le prevaricazioni di imprese più forti perché protette dalla mafia, quando si consegneranno tutti i latitanti e verranno aperti gli arsenali pieni di esplosivi, quando scompariranno il contrabbando e le attività illegali, il totoscommesse, il traffico di droga". Anche Roberto Centaro, presidente della Commissione parlamentare antimafia, rifiuta le proposte di Aglieri: "Lo Stato non avvia trattative con Cosa nostra. Non lo farebbe mai, per principio, figuriamoci in questo caso in cui siamo di fronte a un proclama svuotato di ogni contenuto".
LA "SOFFIATA". Antonino Giuffrè detto Nino Manuzza, boss vicinissimo a Bernardo Provenzano, è stato arrestato all'alba del 16 aprile in un ovile. Era pieno di "pizzini", nelle tasche e perfino nelle mutande. I "pizzini" sono i foglietti con cui i capimafia latitanti comunicano tra loro: gli sms di Cosa nostra. Questi messaggi riguardavano soprattutto gli appalti, gli affari, i soldi, i piccioli a cui si dedica ora a tempo pieno l'organizzazione, chiusa la stagione delle stragi e dei morti. Ma Giuffrè è stato bloccato dai carabinieri a colpo sicuro, per effetto di una "soffiata". E proprio nei giorni in cui diventava pubblica la lettera di Aglieri. Chi ha tradito Manuzza? L'ipotesi di un investigatore molto esperto è inquietante: è la Cosa nostra di "quelli dentro" che manda a dire a Provenzano e a "quelli fuori", ma anche allo Stato, che la pazienza è finita, che devono scordarsi di pensare ai piccioli e alla politica e dimenticare i boss in carcere, che una soluzione va trovata, e al più presto.
Una volta, nei primi anni Novanta, Cosa nostra si divideva tra i "corleonesi" di Totò Riina, che volevano fare guerra allo Stato per poi trattare la pace, e i "palermitani" che avevano seguito, ma senza entusiasmi, il progetto stragista di Riina. Ora la divisione è un'altra: "quelli dentro", corleonesi e palermitani, che vogliono una speranza di non passare la vita in cella; e "quelli fuori", che vogliono una Cosa nostra nuova, sommersa, invisibile, dentro la politica come il topo dentro il formaggio, che non fa guerra a nessuno ma tesse affari, accumula piccioli. La Commissione, la Cupola dell'organizzazione, non c'è più: i suoi membri sono quasi tutti in carcere. È sostituita da un ristretto direttorio di cui fanno parte i latitanti superstiti, Salvatore Lo Piccolo, Matteo Messina Denaro. E Binnu Provenzano, naturalmente: che governa provvisoriamente Cosa nostra non per la sua forza, per il suo esercito (Messina Denaro, per esempio, è più forte militarmente ed economicamente), ma perché è l'unico capo di Cosa nostra che in un momento delicato come quello seguito alla sconfitta della strategia corleonese delle stragi ha potuto mettere in campo l'esperienza, le conoscenze, i rapporti, l'autorità, il prestigio necessari a tenere insieme l'organizzazione, a evitare i conflitti, a traghettarla verso la ricostruzione su basi nuove. La deve riorganizzare "fuori", e questo obiettivo è raggiunto: il controllo del territorio, le estorsioni, le imposizioni dei subappalti - gli affari insomma - continuano a pieno regime, con nuovi capi e nuovi soldati. Ma deve anche garantire il collegamento tra "quelli fuori" e "quelli dentro". Non deve, non può dimenticare il popolo di Cosa nostra finito in cella, che dentro ha tanti segreti da far tremare molti uomini della mafia e forse anche dello Stato; e fuori ha ancora uomini capaci di uccidere, o di far arrestare con una "soffiata".
Questo è il compito più difficile di Provenzano: tenere insieme le due anime di Cosa nostra oggi. Se ci riesce, trovando una "soluzione politica" per la "mafia armata" in carcere, manterrà il comando e traghetterà l'organizzazione verso una nuova Cosa nostra, forte e invisibile. Se non ci riuscirà, allora si riapriranno i conflitti: "quelli fuori", i giovani leoni degli affari, potrebbero essere tentati di abbandonare al loro destino "quelli dentro", ma allora torneranno a cantare i kalashnikov.
C'è un altro protagonista in questa vicenda: gli uomini della politica e dello Stato. Dieci anni fa, Riina aveva scritto il suo "papello", la madre di tutte le trattative, l'elenco delle cose che chiedeva allo Stato per sospendere il suo attacco terroristico. È stato sconfitto, ma il "papello" ha ancora una sua validità. In parte è già stato attuato: la nuova legge sui pentiti ha bloccato le nuove collaborazioni; il 41 bis è molto ammorbidito... Ma resta il problema degli ergastoli: un sei, sette "anni di branda", ha detto una volta Riina, un uomo d'onore è sempre pronto a farli; ma l'ergastolo no, l'ergastolo è la fine. È proprio quando gli ergastoli del maxiprocesso di Falcone sono diventati definitivi, alla soglia degli anni Novanta, che Riina ha scatenato la guerra contro lo Stato. Ora siamo a una svolta simile: a quelli del maxiprocesso si sono aggiunti gli ergastoli per le stragi del 1992-1993 e per altro ancora. Se qualcuno, dentro lo Stato e dentro la politica, ha trattato dieci anni fa con gli uomini di Cosa nostra, questo è il momento che mantenga i suoi patti. Altrimenti è prevedibile che ci siano nuove vittime eccellenti. Oggi siamo ai messaggi, alle lettere; domani un nuovo Salvo Lima potrebbe restare sul marciapiede di una città della Sicilia o del Nord. Per questo riprende vigore lo spirito della trattativa.
LA DISSOCIAZIONE. Domanda: Aglieri è in grado di scrivere da solo la lettera che ha firmato? La risposta è no. Domanda successiva: ma allora chi ha scritto quella lettera? Chi è il regista dell'"operazione trattativa"? "Non l'ho scritta io", risponde sorridendo, ancor prima di aver ricevuto la domanda, Rosalba Di Gregorio, avvocato di Aglieri, ma anche molto vicina alla famiglia di Vittorio Mangano e a Marcello Dell'Utri. Certo la lettera è arrivata al momento giusto, per tentare di riaprire un dibattito sulla "dissociazione" che ha già una lunga storia. Eccola.
Nella primavera del 2000 Vigna, dopo aver avviato una serie di colloqui investigativi con capi mafiosi in carcere, scrive al ministro della Giustizia (allora Piero Fassino) che quattro detenuti rinchiusi a Rebibbia (Aglieri, Salvatore Buscemi, Giuseppe Piddu Madonia, Giuseppe Farinella) chiedono di poter incontrare altri quattro detenuti (Nitto Santapaola, Salvuccio Madonia, Carlo Greco, Pippo Calò) per decidere la dissociazione da Cosa nostra. Il ministro Fassino investe della questione il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), diretto in quel momento da Gian Carlo Caselli, che blocca l'operazione, d'accordo con Alfonso Sabella, già magistrato a Palermo con Caselli e poi da lui chiamato a dirigere l'ufficio centrale ispettivo del Dap.
In quelle settimane del 2000, però, l'avvocato Taormina dice al Giornale che lo Stato deve accettare la dissociazione da Cosa nostra. E una cronista del Giornale passa a due colleghi, della Stampa e del manifesto, lo scoop della trattativa avviata a Rebibbia attraverso Vigna. Chi è la fonte della cronista? L'avvocato Di Gregorio. La possibilità della dissociazione comincia così a entrare nel circuito dei media. E Giovanni Tinebra, allora procuratore di Caltanissetta, concede un'intervista a Felice Cavallaro sul Corriere della Sera titolata così: "Dissociazione? Ero contrario, ora non più".
Nel febbraio 2001 il quotidiano la Repubblica dà la notizia che Salvatore Biondino sarebbe stato incaricato dai boss di trattare la resa dei carcerati. Sarebbe una grande novità, perché Biondino vuol dire Riina, di cui è stato braccio destro e autista fino al giorno dell'arresto. Nel novembre successivo Sabella viene a conoscenza che proprio Biondino avrebbe fatto richiesta di diventare "scopino", per potersi muoversi più liberamente nel carcere di Rebibbia e avere contatti con gli altri boss di Cosa nostra. Il 29 novembre Sabella scrive una lettera in cui informa del fatto Tinebra, che nel frattempo ha sostituito Caselli al vertice del Dap. Tinebra legge la lettera il 3 dicembre 2001 e commenta: "Ma questo Sabella come l'ha saputa 'sta notizia?". Invece di premiare l'efficienza del suo funzionario, il giorno 5 dicembre sopprime l'ufficio centrale ispettivo diretto da Sabella. Ritenendo di essere stato punito per aver bloccato la trattativa sulla dissociazione, Sabella scrive al nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che gli risponde di tornare a fare il magistrato. Poi scrive anche al Consiglio superiore della magistratura, che lo assegna alla Procura di Firenze. Il 16 febbraio 2002, dopo una lettera di Tinebra al prefetto di Firenze Achille Serra, a Sabella (che a Palermo ha fatto arrestare Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Carlo Greco e il figlio di Riina) viene tolta la scorta. E pensare che gli era stata riconfermata solo pochi giorni prima, il 29 gennaio 2002, quando sulla base della circolare del ministro Claudio Scajola le scorte erano state tolte a decine di magistrati in tutta Italia.
IL DILUVIO UNIVERSALE. Il procuratore di Palermo Piero Grasso è uomo dai toni pacati. Mai una parola sopra le righe. Tanto che qualcuno dei suoi magistrati, rimpiangendo il suo predecessore Caselli, gli rimprovera di essere perfino troppo morbido. Ma questa volta Grasso non ha potuto evitare di alzare la voce. A un convegno organizzato all'inizio d'aprile dai magistrati di Spoleto ha lanciato un grido d'allarme pesantissimo: "Non può passare il principio per il quale una maggioranza decida di sovvertire le regole della Costituzione. Non c'è bisogno della sfera di cristallo per prevedere che anni di successi nella lotta contro Cosa nostra saranno presto azzerati. Dobbiamo salvare il salvabile prima del diluvio universale". Ha raccontato: "Un boss mafioso, benché avesse collezionato già diversi ergastoli, parlava del suo futuro come se fosse imminente il suo ritorno in libertà. Lo avevamo preso per pazzo, invece i fatti gli stanno dando ragione".
I "fatti" sono una serie di leggi che in silenzio stanno sottraendo ai magistrati gli strumenti d'indagine e stanno imponendo ai giudici soglie più alte di prova per arrivare a una sentenza di condanna. È diventato - ricorda Grasso - sempre più difficile celebrare i processi. E sarà sempre più arduo condannare gli imputati, specie se sono colletti bianchi, specie se sono vicini alla politica. Ma anche chi è già condannato ora spera di trovare una via d'uscita: la revisione del processo. Dopo l'approvazione delle regole del cosiddetto "giusto processo", infatti, i mafiosi in carcere con centinaia d'ergastoli erogati con le regole processuali precedenti, "vecchie e barbare", cominciano a chiedere un nuovo giudizio. In Parlamento è stata depositata una proposta di legge che concede il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo a chi è stato condannato prima dell'approvazione del "giusto processo". È una proposta bipartisan: firmata da Mario Pepe, Michele Saponara e altri nove deputati di Forza Italia, due dell'Udc, uno di An, uno della Lega, ma anche da deputati del centrosinistra, Giovanni Russo Spena ed Elettra Deiana di Rifondazione comunista, Franco Grillini e Franco Angioni dei Ds, Andrea Colasio della Margherita. "Se questa legge passasse", commenta Grasso, "andrebbero a revisione anche i processi sulle stragi Falcone e Borsellino e addirittura il maxiprocesso di Palermo. Finirà che i boss chiederanno e otterranno il risarcimento per essere stati in cella".
Non è la sola proposta di legge che preoccupa Grasso e i magistrati antimafia. La nuova disciplina del falso in bilancio rende più opache le società e più difficile indagare anche sull'area grigia della finanza, quella che ha contatti con i soldi mafiosi. Una legge proposta da Nino Mormino (di Forza Italia) vorrebbe togliere ai magistrati del pubblico ministero la guida della polizia giudiziaria, dunque delle indagini. Un'altra, proposta da Gian Franco Anedda (di An), prevede l'estensione dell'obbligo di concedere le attenuanti e dunque potrebbe finire per impedire che scattino le condanne all'ergastolo per i boss ancora incensurati; e poi regalerebbe ai mafiosi due armi formidabili: la possibilità di spostare i processi (Palermo è per definizione sede troppo "calda") e di ricusare i giudici (sarà sufficiente che abbiano parlato di "lotta alla mafia" in qualche scuola o, chissà, addirittura che tengano sulla scrivania la foto di Falcone e Borsellino). In Parlamento, dunque, la trattativa con Cosa nostra è già a buon punto.29 aprile 2002 - MAFIA: PROCESSO DELL' UTRI; CONCLUSO CONTROESAME AGENTE DIA
ANSA:
La difesa del senatore Marcello Dell' Utri, sotto processo a Palermo per concorso in associazione mafiosa, ha concluso nel pomeriggio il controesame dell' investigatore della Dia Giuseppe Ciuro, autore dell' informativa sulle holding che formano la Fininvest. Ciuro ha deposto in aula per sei udienze rispondendo prima alle domande dei pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo. Gli avvocati lo hanno interrogato solo per tre ore. Domani mattina i magistrati replicheranno l' esame del teste. "Abbiamo cercato di dimostrare - dice l' avvocato Giuseppe Di Peri, difensore di Dell' Utri - che gli elaborati presentati dalla procura sono parziali perche' sono stati redatti prendendo in esame solo una parte dei documenti sulla Fininvest". "Le relazioni che abbiamo portato in aula - afferma l' altro difensore dell' imputato, l' avvocato Pietro Federico - dimostrano la solidita' economica del gruppo Fininvest negli anni Ottanta".30 aprile 2002 – AGITAZIONE IN COSA NOSTRA IN ATTESA DELLE SENTENZE
"Il Corriere della sera"
Se Cosa nostra si agita in attesa delle sentenze
A proposito di mafia. Sembra ogni volta di ripercorrere vecchi tracciati. Anche se la mafia in questi anni ha mutato strategia, si è inabissata, i "pentiti" sono scomparsi, in Sicilia non si spara più o quasi e sono state abbandonate le azioni clamorose. Quel che conta, oggi, non è più soltanto il traffico della droga e delle armi, ma gli appalti. Battaglioni di commercialisti, di avvocati, di notai - la mafia strutturale, la mafia borghese - strabuzzano gli occhi sui 26 mila miliardi di vecchie lire stanziati nell'isola da Agenzia 2000 per i prossimi cinque anni. Ma tutto nell'universo mafia è provvisorio. Nell'ultimo mese sono accaduti alcuni fatti che meritano attenzione. Francesco La Licata, sulla "Stampa" del 15 aprile, ha rivelato i fervori di un frate francescano, fra' Celestino, che come un diplomatico di vaglia ha fatto da messaggero tra la cella del suo convento e le celle di alcune prigioni scambiando lettere con Totò Riina, il capo in aspettativa, suo figlio Giovanni, ergastolano anch'egli e un terzo ergastolano (per la strage di Capaci), Pietro Aglieri. Che cosa si dicono i corrispondenti, oltre a invocare il Signore e i santi? Discettano nel loro stile di qualcosa che potrebbe assomigliare a una forma di dissociazione.
Sono accaduti altri due fatti. In un ovile vicino a Palermo i carabinieri arrestano Antonino Giuffré, capo del mandamento di Caccamo, uno degli uomini più importanti di Cosa nostra. Si viene anche a sapere, quasi contemporaneamente, che Pietro Aglieri, uno degli interlocutori di fra' Celestino, ha inviato una lettera al procuratore nazionale antimafia Vigna e al procuratore capo di Palermo, Grasso.
Tutto quanto riguarda la mafia ha bisogno di decrittazione. I fatti accaduti non hanno alcun collegamento tra loro. L'arresto di Giuffré resta misterioso. Non si sa se è avvenuto per la soffiata di un confidente, per una telefonata anonima, perché qualcuno di Cosa nostra l'ha consegnato ai carabinieri. La cattura non c'entra in alcun modo con la lettera di Aglieri secretata dalla Commissione antimafia. Il mafioso autorevole manda due messaggi importanti. Da quel che si sa rassicura Cosa nostra, gli uomini in carcere e quelli in libertà: non sarà presa alcuna decisione individuale, ci si sta muovendo per una soluzione concordata con Provenzano e Riina. E nello stesso tempo fa sapere allo Stato che si rende garante di una tregua. Chiede in cambio l'abolizione o l'allentamento del 41 bis dell'Ordinamento penitenziario, il carcere duro, chiede favori nei processi, agevolazioni.
Perché questo improvviso agitarsi all'interno di Cosa nostra? I tempi sono propizi, la parola pacificazione è di moda. Il ministro Lunardi ha dichiarato che con la mafia occorre convivere, il suo disegno di legge sui grandi appalti e sulle opere pubbliche, in discussione in Parlamento, non si discosta molto da quelle parole divenute famose.
Esiste poi un'altra ragione. Molti dei processi in corso per le stragi e i delitti del passato prossimo stanno per arrivare in Cassazione. E allora, se esistono patti con uomini della società politica, si è giunti al dunque e si sta ripetendo quel che accadde dieci anni fa. Il 31 gennaio 1992 la Cassazione confermò le condanne del primo maxiprocesso di Palermo. Il 12 marzo di quell'anno fu assassinato Salvo Lima, il "referente politico" di Cosa nostra che non aveva rispettato gli impegni presi. Pochi mesi dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino.
Adesso potrebbe riproporsi quello schema micidiale. O vengono concessi, con una qualsiasi trattativa, quei favori richiesti, con la conseguente caduta dei principi di uno stato di diritto oppure potrebbe esplodere una carneficina secondo il vecchio stile dei corleonesi.
Per il resto tutto bene. Gli affari della mafia prosperano. Provenzano sembra riuscito a mantenere gli equilibri e governa con i due "traghettatori" fedeli a Riina, Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo.
Il processo al senatore Dell'Utri, imputato per mafia, è a buon punto. È quasi finita l'escussione dei testimoni d'accusa e tra non molto saranno di turno i testimoni della difesa. Prima dell'estate potrebbe toccare al presidente del Consiglio Berlusconi. Potrebbe anche avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande delicate e imbarazzanti dei pubblici ministeri che riguardano uno dei suoi più vicini collaboratori.30 aprile 2002 - UCCISIONE PIO LA TORRE: 20 ANNI DOPO
"Il Nuovo"
Delitto Pio La Torre, vent'anni dopo
Oggi è l'anninversario dell'uccisione del parlamentare comunista, assassinato a Palermo con Rosario Di Salvo il 30 aprile 1982. Parla il legale di parte civile incaricato dal Pci.
di Calogero Russo
PALERMO - Venti anni oggi, tanto è passato dall’omicidio di Pio La Torre: due decenni che non sono bastati a svelare i retroscena politici del delitto di mafia. Era il 30 aprile dell’82, quando una gragnuola di colpi uccise il segretario regionale del Pci Pio La Torre e il suo autista, Rosario Di Salvo. Furono trucidati, all’interno della Fiat "132" in un budello di periferia parallelo a Corso Calatafimi a Palermo, a pochi metri dalla federazione dell’allora Partito comunista. Tante le ombre non ancora dissipate: dall’inchiesta mai iniziata sul presunto coinvolgimento della Gladio, alle parole sibilline di tre pentiti passando per una controversa perizia per le armi e proiettili utilizzati dai killer per l’agguato. E per finire anche la beffa del processo a uno dei due assassini: il pentito, reo confesso, Salvatore Cucuzza (arrestato nella seconda metà degli anni ’90; l’altro sicario era Pino Greco "Scarpuzzedda" ucciso nell’85). Processo a cui le parti civili non parteciparono. Non furono mai avvisate come ha ricordato il legale di parte civile incaricato dal Pci, Armando Sorrentino.
"Vent’anni dopo - ricorda il legale - ci resta una sentenza passata in giudicato nel ’99, che ha condannato gli esponenti di maggior rilievo della Cupola mafiosa dell’epoca: Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò e Nenè Geraci". E ancora: "Tanti punti non chiariti e la consapevolezza della leggerezza con cui le istituzioni affrontarono il caso La Torre, respingendo le istanze che sollecitavano un’inchiesta per l’individuazione dei possibili mandanti occulti". Per Sorrentino, Dal suo studio nella centralissima via Marchese di Villabianca a Palermo, "Lui", militante comunista , ricorda Pio La Torre "un uomo a volte scorbutico con il piglio del comando. Che sapeva di convivere con la morte". A ritroso, a memoria, senza consultare appunti, ripercorre le tappe processuali iniziando dalla fine. Dal ’90, con "la delusione per la requisitoria del processo ( si svolge tutto con il vecchio codice di procedura penale,ndr) firmata, fra gli altri, dal giudice Giovanni Falcone prima di lasciare Palermo alla volta del Ministero di Grazia e Giustizia. La trovammo - spiega - povera, intrisa di sociologismi e che inseguiva privilegiandola la pista interna al partito. Quello che ci ha fatto storcere il naso in particolare - sottolinea - era il principio rivolto a disegnare Cosa nostra come associazione segreta, molto gelosa di questo, e che non aveva rapporto con altre strutture e centri di potere occulto. Una mafia che non si faceva utilizzare. Anzi usava. Eravamo di parere diverso - ricorda - e,fra l’altro, presentammo una memoria per provare che la pista interna al partito era ridicola. In quel modo - spiega - si mortificava la figura di La Torre. Non capivamo all’epoca - ricorda - perché Falcone avesse firmato quelle carte che enunciavano un giudizio su Cosa nostra totalmente diverso da quello che lo stesso giudice aveva messo nero su bianco in occasione della sentenza istruttoria del maxiprocesso dell’86"