Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2003: aprile 2003
1 aprile 2003 - MANNINO; RINVIATA L'APERTURA DEL PROCESSO D' APPELLO
ANSA:
E' stato rinviato al 5 aprile prossimo l'apertura del processo d'appello all'ex ministro Calogero Mannino, assolto in primo grado dall'accusa di concorso in associazione mafiosa.
L'avvio del dibattimento e' stato spostato a causa della mole di lavoro che grava sulla sezione in cui e' stato messo a ruolo il processo Mannino.

1 aprile 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: CONFALONIERI E GALLIANI
"La Sicilia"
Processo Dell'Utri - Confalonieri e Galliani "Mai pagato pizzo"
Milano. Il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, e il vicepresidente del Milan, Adriano Galliani, sono stati sentiti ieri come testimoni al processo che vede il senatore Marcello Dell'Utri accusato di concorso in associazione mafiosa. Confalonieri e Galliani sono stati ascoltati nell'aula bunker di Piazza Filangeri a Milano dai giudici del Tribunale di Palermo in trasferta. Le deposizioni hanno riguardato i rapporti tra Silvio Berlusconi e Vittorio Mangano, lo stalliere di Villa San Martino ad Arcore, e l'acquisizione delle frequenze tv in Sicilia da parte della Fininvest. Confalonieri ha negato che il gruppo abbia pagato "il pizzo per l'acquisizione delle frequenze tv in Sicilia". "In Sicilia - ha detto Galliani - acquisivamo piccole tv locali perchè a noi interessavano solo le frequenze". Anche Galliani ha negato che il gruppo abbia pagato il pizzo.

2 aprile 2003 - PROBLEMI PER PRESUNTO SOSIA PROVENZANO
"La Sicilia"
"Ecco Provenzano", ma era solo un sosia
Che faccia può avere uno che sta in latitanza da quarant'anni? E' ingrassato, oppure è dimagrito? Ha i capelli bianchi, o se li tinge, oppure li ha persi tutti? Per capire com'è Bernardo Provenzano, l'imprendibile capo di Cosa Nostra, gli investigatori sono ammattiti, hanno invecchiato al computer la sua foto da ragazzo quando sparacchiava a Corleone agli ordini di Liggio, hanno fatto fare l'identikit con le descrizioni riferite dai pentiti, l'ultimo il suo segretario-vivandiere Nino Giuffrè. Il risultato è che "Binnu" resta sempre più un fantasma, un'ombra, che pure mangia, dorme, scrive bigliettini dispensando consigli, mette il naso nelle opere pubbliche, ma di cui non si ha traccia. Un ectoplasma.
L'altro giorno la squadra mobile di Palermo ha fermato un uomo presso la stazione centrale, sembrava lui, stessa età presumibile, stessa corporatura presumibile, stessa andatura presumibile. Lo hanno controllato in Questura e per fortuna è stato scagionato dal confronto con le impronte digitali: e già, perché del grande latitante esistono solo le impronte rilevate in qualche covo ormai freddo. Quell'uomo era un incensurato di Ciminna che si è sentito preso dai turchi. Insomma, tutti possono sbagliare, come fecero quei G-men americani che fermarono all'aeroporto Kennedy il presidente della Regione Giuseppe Provenzano credendo di avere messo le mani sul superlatitante. Che sia stato un pesce d'aprile?

2 aprile 2003 - STRAGE PIZZOLUNGO: CERIMONIA PER 18° ANNIVERSARIO
"La Sicilia"
Oggi la commemorazione organizzata dal comune di erice
Pizzolungo, dopo 18 anni una strage ancora irrisolta
La commemorazione è fissata per oggi alle 11, nella piccola piazza in cui, a distanza di anni dalla strage, venne scoperto il busto, realizzato dal maestro Domenico Li Muli, che raffigura Barbara Rizzo ed i piccoli Giuseppe e Salvatore Asta, dilaniati da un'autobomba il 2 aprile del 1985. Furono le vittime di una strage voluta da Cosa Nostra, secondo le risultanze giudiziarie, per uccidere l'allora sostituto procuratore Carlo Palermo. Gli anni trascorsi, tra i silenzi ed i perché di una strage ancora poco chiara, nonostante i processi (uno definito con il rito abbreviato, l'altro ancora in corso a Caltanissetta), non sono riusciti a cancellare il ricordo.
La commemorazione è stata organizzata dall'amministrazione di Erice. Sono stati invitati i sindaci dei Comuni vicini, Trapani e Valderice, il prefetto, le autorità militari e religiose. Non si vuole dimenticare una delle tanti tragedie che ha colpito il territorio, non si vuole dimenticare che a Pizzolungo la mafia ha sferrato uno dei più forti attacchi allo Stato. Negli ultimi anni Margherita Asta, la figlia di Barbara, è stata particolarmente polemica proprio contro quelle istituzioni che oggi ricordano la strage e che, disse in una delle passate commemorazioni, hanno fatto ben poco, non dando nemmeno a quel luogo un minimo di decoro. Resta l'amarezza a distanza di 18 anni, perché gli affetti Margherita li aveva già persi quando era ancora bambina. Restano i numerosi interrogativi non risolti sul perché di una strage che ancora presenta punti oscuri. Carlo Palermo era giunto a Trapani a febbraio del 1985. Si portava dietro i clamori di un'inchiesta, svolta da giudice istruttore a Trento, che, dalla scoperta di un carico di morfina base, aveva portato al dispiegarsi di un mai chiarito traffico d'armi. A Trapani il giudice aveva ricostruito tasselli, aveva trovato nomi, anche di mafiosi, su cui si era imbattuto nell'inchiesta di Trento. Alla fine del mese di aprile, dopo l'attentato, venne scoperta in contrada Virgini ad Alcamo la più grande raffineria di eroina d'Europa.
Si disse che il giudice Palermo era sulle tracce di quella raffineria. Il primo processo per la strage vide alla sbarra esponenti mafiosi della zona di Castellammare che furono però tutti assolti. Il secondo processo si aprì in seguito alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. I boss Totò Riina e Vincenzo Virga sono stati già condannati con il rito abbreviato. Davanti ai giudici di Caltanissetta, è in corso il processo a carico di Antonino Madonia e Balduccio Di Maggio.
Cinzia Bizzi

2 aprile 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: FEDE, LIGUORI, FELTRI
"La Sicilia"
Fede e Liguori: "Dell'Utri non ha interferito mai" Feltri: "Mi bidonò sulla pubblicità"
"Non abbiamo mai ricevuto interferenze di alcun genere". Emilio Fede, Paolo Liguori e Vittorio Feltri, sentiti ieri come testi al processo che vede Marcello Dell'Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, hanno sostenuto di non aver subito pressioni sul modo di trattare gli argomenti di mafia, il ruolo dei pentiti o il processo a dell'Utri, nella loro qualità di direttori di testate legate al gruppo Finivest. "Non ho mai ricevuto inviti ad essere morbido - ha spiegato il direttore del Tg4, Fede, davanti ai giudici di Palermo ieri e oggi in trasferta a Milano - Sulla mafia ho fatto molti servizi ma posso assicurare che nessuno è stato condizionato". Dello stesso tenore le dichiarazioni di Paolo Liguori: "Mai subito interferenza da parte di Dell'Utri" e per quanto riguarda i pentiti "sono convinto che se ne sia abusato in passato e i fatti mi hanno dato ragione". "Dell'Utri è molto antipatico - ha sostenuto infine Feltri - ma non ho mai avuto interferenze. Ci siamo incontrati anni fa e gli chiesi pubblicità per il settimanale Il Borghese che allora dirigevo. Mi fissò un appuntamento ma sto aspettando ancora adesso".

3 aprile 2003 - LIPARI: DUE ANNI FA ULTIMO INCONTRO CON PROVENZANO
"La Gazzetta del sud"
Pino Lipari: due anni fa l'ultimo incontro con Binnu
PALERMO - "Ho incontrato Provenzano l' ultima volta a maggio del 2000 e in quell' occasione abbiamo parlato della giustizia". Pino Lipari, ex geometra dell' Anas accusato di associazione mafiosa, del quale la Procura ha rifiutato l' offerta di collaborazione, racconta al gip che lo processa in abbreviato il suo ultimo appuntamento col padrino di Cosa nostra latitante da 40 anni. "Parlammo a lungo - ha detto Lipari - del carcere duro e delle confische dei beni, misure che Provenzano riteneva pesanti per Cosa nostra". Lipari ed il padrino si sarebbero visti in un casolare di Mezzoiuso. Poi l'ex geometra si è soffermato sui suoi rapporti con Totò Riina. "Per anni - ha detto - mi sono occupato della gestione dei suoi beni". Lipari nei mesi scorsi aveva manifestato l' intenzione di collaborare con la giustizia ma il progetto è stato "bocciato" dalla Procura di Palermo che attraverso una serie di intercettazioni ha scoperto che l'aspirante pentito riferiva ai familiari il contenuto dei suoi interrogatori. Circostanza che avrebbe influito sulla genuinità della collaborazione. Il processo continua il 17 aprile.

4 aprile 2003 - DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA CONTRADA
"La Gazzetta del sud"
Depositate in Cassazione le motivazioni dell'annullamento del verdetto della Corte d'appello di Palermo che aveva scagionato l'ex numero tre del Sisde
La sentenza di assoluzione di Contrada priva di "struttura logica"
La seconda sezione penale della Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale, lo scorso 12 dicembre, ha annullato l' assoluzione di Bruno Contrada. L' ex numero tre del Sisde era stato assolto dalla Corte d'appello di Palermo dall' accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per aver dato informazioni riservate ad esponenti di Cosa Nostra. Ad avviso dei supremi giudici, la sentenza assolutoria, come spiegano in 327 pagine, era "illogica e contraddittoria" perchè negava l'addebito del concorso ma ventilava la possibilità che Contrada avesse, comunque, commesso il reato di favoreggiamento. Per la Cassazione si dovrà fare luce su queste due diverse ipotesi oppure restituire la piena onorabilità a Contrada. I giudici della seconda sezione penale bacchettano pesantemente la Corte di appello di Palermo per avere assolto Contrada con una sentenza caratterizzata dalla mancanza "totale di struttura logica", che formula "congetture neppure in astratto dotate di una base razionale". Soprattutto i giudici della Suprema corte rimproverano alla sentenza assolutoria di avere operato un "sistematico e pregiudiziale svilimento di qualsiasi elemento che possa ritenersi a carico dell'imputato". Proprio partendo dalla constatazione della frammentarietà del verdetto di appello la Cassazione dispone che la nuova sezione della Corte di appello di Palermo - chiamata a riaprire il processo a Contrada - operi un "completo ed esaustivo giudizio, che proceda ad una rinnovata ricostruzione e valutazione delle risultanze processuali, guardate sia singolarmente che nel loro complesso intrecciarsi. In poche parole, nel nuovo processo, i giudici di merito disporranno di "integri poteri di accertamento e valutazione" per "procedere ad una completa rivisitazione del materiale probatorio". Nel nuovo dibattimento potranno nuovamente essere sentiti i testi dell'accusa tra i quali il pentito Angelo Siino, come sottolinea l'ultima pagina della voluminosa sentenza depositata stamani da piazza Cavour. In particolare la Cassazione ritiene che i giudici che hanno assolto Contrada dall'accusa di avere dato informazioni utili ad alcuni boss mafiosi per prolungare la loro latitanza, abbiano svilito e non tenuto nella giusta considerazione le dichiarazioni in tal senso rese dai collaboratori di giustizia Gaspare Mutolo, Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Tommaso Buscetta, Rosario Spatola e lo stesso Siino. Per la Suprema Corte, ad esempio, è da rivalutare l'accusa rivolta a Contrada di avere favorito la fuga di John Gambino. Un'altra circostanza, che dovrà essere rivista in chiave accusatoria, è il rapporto del 7 agosto 1979 nel quale Contrada escludeva "con affermazione assolutamente categorica" che vi fosse stato un incontro tra il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, e l'avvocato Carlo Ambrosoli, nello studio milanese di quest'ultimo. In sintesi, Contrada negava "ogni ipotesi di collegamento tra le indagini svolte da Giuliano e l'affare Sindona". Invece la Suprema corte rileva come dalla sentenza di primo grado (che aveva condannato Contrada a dieci anni di reclusione) emerga dalle testimonianze che Contrada, proprio alla data del 7 agosto 1979, "era a conoscenza degli articoli di stampa che avevano divulgato la notizia dell'incontro tra Giuliano e Ambrosoli". Questi sono alcuni dei molteplici casi indicati dalla Cassazione come esempio di "violazione del principio della valutazione unitaria delle prove" nel quale sono incorsi i giudici della Corte di Appello di Palermo. Per non parlare del fatto di non avere preso in considerazione una testimonianza di Carla Dal Ponte e della vedova del commissario Giuliano. Una censura specifica è, inoltre, rivolta alla sentenza annullata nella parte in cui si "attarda" sulla presunta appartenenza del Contrada alla massoneria. Gli stessi giudici di primo grado avevano escluso l'esistenza di prove dell'affiliazione massonica dell'imputato, pertanto - dice Piazza Cavour - non si capisce perchè la Corte di Appello tratti con ampiezza questo punto se non per "pregiudizialmente contrastare singole valutazioni espresse dal giudice di primo grado". In poche parole con questo verdetto (sentenza 15756) i magistrati di legittimità hanno accolto pienamente il ricorso proposto dal procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo contro la sentenza assolutoria emessa il 4 maggio 2001 in totale riforma della sentenza emessa dal tribunale di Palermo il 5 aprile 1996.

4 aprile 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: DIFESA CONTESTA ACCUSE PUNTO PER PUNTO
ANSA:
Le tesi di una partecipazione di Giulio Andreotti a Cosa Nostra e perfino quella di una sua generica "disponibilita"' sono "inconsistenti" oppure fondate su fatti "inesistenti". Sono le battute conclusive della lunga memoria (1.272 pagine) depositata dalla difesa alla ripresa del processo d' appello.
Il dossier porta le firme dei tre legali del senatore - Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e Giulia Bongiorno - e contiene un indice molto articolato con i punti piu' controversi del dibattimento.
La scelta degli argomenti e la loro titolazione sono indicative della linea fortemente critica seguita dalla difesa. La posizione complessiva e' riassunta nelle battute finali della memoria, nelle quali si sottolinea che "di volta in volta i fatti indicati dall'accusa come prove della partecipazione non sono mai accaduti; le propalazioni accusatorie sono rimaste prive di qualsiasi riscontro; le asserzioni provenienti dai vari collaboranti sono frutto di congetture personali quando addirittura non sono pure invenzioni e falsita"'.
La difesa invece avrebbe in sostanza "dimostrato la insussistenza di qualsiasi fatto specifico e concreto che possa fornire prova della partecipazione di Andreotti a Cosa nostra". Anzi, in relazione alla pretesa "disponibilita"', si sostiene oltre ogni dubbio che quella di Andreotti "e' stata sempre una condotta di contrasto agli interessi e alle aspettative di Cosa Nostra. Non si e' trattato certamente - scrivono i legali - di una politica del 'doppio gioco' o del 'doppio binario' dal momento che il processo ha raccolto solo prove di interventi del sen. Andreotti contrari a Cosa Nostra e non ha potuto porre sull'altro piatto della bilancia interventi in favore dell'organizzazione criminale".
Il dossier affronta poi un altro punto dibattuto del processo: il presunto sostegno della mafia che, attraverso il gruppo di Salvo Lima, avrebbe consentito ad Andreotti di uscire dal "ghetto laziale" nel quale era confinata la sua corrente. La tesi viene giudicata una "eresia storica". L'ingresso di Lima nella corrente infatti da un lato non avrebbe avrebbe dato alla componente una proiezione nazionale che gia' aveva e dall' altro "non ha prodotto cio' che avrebbe consentito di considerare Andreotti a disposizione di Cosa nostra".
La memoria demolisce poi la credibilita' di tutti i collaboratori, ad eccezione di Giuseppe Lipari, e ribadisce che non c'era alcun legame di Andreotti con i cugini Nino e Ignazio Salvo. Negato anche il famoso "bacio" con Toto' Riina e qualsiasi tentativo di "aggiustare" i principali processi a Cosa nostra.
Un capitolo del documento si occupa del cosiddetto "piano Violante". Il capogruppo Ds alla Camera era stato chiamato in causa dall'avvocato Vito Ganci, difensore di Giovanni Brusca. Il legale aveva riferito una confidenza di Brusca, secondo cui Violante causalmente incontrato in aereo gli avrebbe "suggerito" di accusare il senatore. Lo stesso Brusca ha detto che l'episodio era del tutto inventato. E ora la difesa di Andreotti dice chiaramente che non crede all'esistenza di un "piano Violante". Giudica pero' misterioso il contesto in cui il caso e' maturato e il successivo tentativo, che vede coinvolto ancora l'avvocato Ganci, di indurre Di Maggio a ritrattare le sue accuse contro Andreotti.
Altri capitoli della memoria riguardano il delitto Pecorelli, per il quale il senatore e' stato condannato a 24 anni; il caso Sindona; l'affare Moro; il ruolo di Lima; i rapporti con Ciancimino. Per ogni tema processuale la difesa ripropone e mette a punto gli argomenti sostenuti nel corso del dibattimento.

5 aprile 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: TESI A CONFRONTO
"La Gazzetta del Sud"
Palermo
Mentre i sostituti procuratori generali puntano a demolire la testimonianza di Pino Lipari
La difesa del senatore Andreotti non crede all'esistenza di un "piano Violante"
PALERMO - "Minimizza il suo ruolo in Cosa nostra, poi si accredita come il consigliere politico di Riina e Provenzano; sostiene di essersi occupato solo di piccole cose, per conto dei corleonesi, poi si attribuisce il ruolo di mediatore tra le famiglie e Vito Ciancimino". Tutto ciò appare contraddittorio, confuso ed, in sostanza, inattendibile. Così i pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio, pubblica accusa al processo al senatore Giulio Andreotti, definiscono la testimonianza dell' ex geometra dell' Anas Pino Lipari, braccio destro del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. All' aspirante, ma rifiutato, pentito, dunque, i magistrati non contestano solo di avere riferito ai familiari, in violazione della legge sui pentiti,i contenuti degli interrogatori resi ma anche una "intrinseca inattendibilità ed il tentativo di minare l'impianto accusatorio di una serie di processi in corso". "Lipari è reticente sul proprio ruolo ricoperto in Cosa nostra - afferma il pg Anna Maria Leone - minimizza i suoi rapporti con Riina e Provenzano, poi però sostiene che il capo dei corleonesi non si sarebbe mai fatto accompagnare da Di Maggio, personaggio rozzo, ad un incontro con Andreotti, ma avrebbe portato lui". "Anche sulle date - dicono i pg - Lipari è confuso: il riferimento è all' incontro in cui l'ex geometra avrebbe parlato con Provenzano del senatore a vita: prima ha riferito che si svolse nel '96 poi lo ha posticipato di tre anni". Diverse, invece, le considerazioni sulla collaborazione di Nino Giuffrè. "Il pentito - dice il pg Leone - conferma pienamente quanto detto dagli altri collaboratori di giustizia soprattutto sul ruolo di cerniera svolto da Salvo Lima, i fratelli Salvo e Vito Ciancimino, mediatori tra i boss e la politica romana". Di diverso avviso la difesa del senatore. Le tesi di una partecipazione di Giulio Andreotti a Cosa Nostra e perfino quella di una sua generica "disponibilità" sono "inconsistenti" oppure fondate su fatti "inesistenti". Lo si può leggere nelle battute conclusive della lunga memoria (1.272 pagine) depositata dalla difesa alla ripresa del processo d' appello. Il dossier porta le firme dei tre legali del senatore - Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e Giulia Bongiorno - e contiene un indice molto articolato con i punti più controversi del dibattimento. La scelta degli argomenti e la loro titolazione sono indicative della linea fortemente critica seguita dalla difesa. La posizione complessiva è riassunta nelle battute finali della memoria, nelle quali si sottolinea che "di volta in volta i fatti indicati dall'accusa come prove della partecipazione non sono mai accaduti; le propalazioni accusatorie sono rimaste prive di qualsiasi riscontro; le asserzioni provenienti dai vari collaboranti sono frutto di congetture personali quando addirittura non sono pure invenzioni e falsità". La difesa invece avrebbe in sostanza "dimostrato la insussistenza di qualsiasi fatto specifico e concreto che possa fornire prova della partecipazione di Andreotti a Cosa nostra". Anzi, in relazione alla pretesa "disponibilità", si sostiene oltre ogni dubbio che quella di Andreotti "è stata sempre una condotta di contrasto agli interessi e alle aspettative di Cosa Nostra. Non si è trattato certamente - scrivono i legali - di una politica del "doppio gioco" o del "doppio binario" dal momento che il processo ha raccolto solo prove di interventi del sen. Andreotti contrari a Cosa Nostra e non ha potuto porre sull'altro piatto della bilancia interventi in favore dell'organizzazione criminale". Il dossier affronta poi un altro punto dibattuto del processo: il presunto sostegno della mafia che, attraverso il gruppo di Salvo Lima, avrebbe consentito ad Andreotti di uscire dal "ghetto laziale" nel quale era confinata la sua corrente. La tesi viene giudicata una "eresia storica". L'ingresso di Lima nella corrente infatti da un lato non avrebbe avrebbe dato alla componente una proiezione nazionale che già aveva e dall' altro "non ha prodotto ciò che avrebbe consentito di considerare Andreotti a disposizione di Cosa nostra". La memoria demolisce poi la credibilità di tutti i collaboratori, ad eccezione di Giuseppe Lipari, e ribadisce che non c'era alcun legame di Andreotti con i cugini Nino e Ignazio Salvo. Un capitolo del documento si occupa del cosiddetto "piano Violante". Il capogruppo Ds alla Camera era stato chiamato in causa dall'avvocato Vito Ganci, difensore di Giovanni Brusca. Il legale aveva riferito una confidenza di Brusca, secondo cui Violante causalmente incontrato in aereo gli avrebbe "suggerito" di accusare il senatore. Lo stesso Brusca ha detto che l'episodio era del tutto inventato. E ora la difesa di Andreotti dice chiaramente che non crede all'esistenza di un "piano Violante". Giudica però misterioso il contesto in cui il caso è maturato e il successivo tentativo, che vede coinvolto ancora l'avvocato Ganci, di indurre Di Maggio a ritrattare le sue accuse contro Andreotti. Altri capitoli della memoria riguardano il delitto Pecorelli, per il quale il senatore è stato condannato a 24 anni; il caso Sindona; l'affare Moro; il ruolo di Lima; i rapporti con Ciancimino. Per ogni tema processuale la difesa ripropone e mette a punto gli argomenti sostenuti nel corso del dibattimento.

5 aprile 2003 - MUORE SEBASTIANO PATANE', EX PROCURATORE CALTANISSETTA
ANSA:
E' morto a Caltanissetta il magistrato in pensione Sebastiano Patane'. Catanese, aveva 79 anni. Negli anni '80, alla guida della procura della Repubblica di Caltanissetta, si era occupato di alcune delle piu' delicate inchieste antimafia. Tra l' altro il magistrato condusse l'inchiesta, in istruzione sommaria, della strage contro il suo collega palermitano Rocco Chinnici, ucciso a Palermo con un'autobomba il 29 luglio 1983.
Imputati furono i fratelli Michele e Salvatore Greco, il libanese doppiogiochista Bou Chebel Ghassan e i palermitani Pietro Rabito e Vincenzo Scarpisi, che alla fine, dopo otto processi e due rinvii dalla Cassazione, vennero tutti assolti. In quel processo il boss Michele Greco venne condannato per la prima volta definitivamente per associazione mafiosa.
Carattere duro, spigoloso e determinato, Patane', divenuto poi procuratore generale della citta' nissena, avvio' all'atto del suo insediamento una nuova stagione giudiziaria antimafia nella citta', dove, fino ad allora, i processi di mafia erano stati pochi e dagli esiti incerti.
I funerali del magistrato si svolgeranno oggi alle 16 nella chiesa del Sacro Cuore a Caltanissetta.

8 aprile 2003 - RIPRENDE IL PROCESSO MANNINO
"La Gazzetta del sud"
Palermo Il processo d'appello a Mannino
Il "peso" di Giuffrè
PALERMO - Si apre oggi davanti ai giudici della Corte d' appello di Palermo, presieduti da Vincenzo Virga, il processo all' ex ministro dc, Calogero Mannino, assolto in primo grado dall' accusa di concorso in associazione mafiosa. Il verdetto era stato emesso dal tribunale il 5 luglio 2001 dopo dieci giorni di Camera di consiglio. I giudici avevano deciso l' assoluzione di Mannino perchè il fatto non sussiste, in attuazione del secondo comma dell' articolo 530 del codice di procedura penale, previsto nei casi in cui la prova della responsabilità è contraddittoria o insufficiente. I pm, a conclusione di una lunghissima requisitoria, avevano chiesto la condanna a 10 anni di reclusione di Mannino, i cui difensori ne avevano invece sollecitato l' assoluzione con la più ampia formula. L' uomo politico, più volte ministro e in passato anche componente della direzione politica e segretario siciliano della Dc, ha sempre respinto con fermezza le ipotesi accusatorie sulle quali invece i pm avevano insistito. La Procura aveva sostenuto che Mannino avrebbe ottenuto successi elettorali e incarichi di governo e di partito, avvantaggiato dall' appoggio di mafiosi. Dell' ex ministro ha parlato anche il pentito Nino Giuffrè, sottolineado in particolare che il politico doveva essere assassinato "per non aver mantenuto le promesse fatte a persone affiliate alle cosche di Agrigento". "Mannino - ha detto Giuffrè - ha fatto un passo indietro quando le forze dell' ordine e la magistratura si sono attrezzati a guardare quello che faceva. Ed è stato allora che abbiamo notato come l' ex ministro aveva paura e Provenzano mi diceva: "quello è più cornuto degli altri". E questi per me erano discorsi abbastanza chiari". Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia potrebbero essere prodotte dalla Procura generale. L' accusa sarà sostenuta in aula dal pg Vittorio Teresi, lo stesso che ha istruito il processo di primo grado.

9 aprile 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: SARANNO SENTITI ALTRI TESTIMONI
"La Gazzetta del Sud"
Dell'Utri, citati Costanzo e Mentana
PALERMO - I parlamentari Alfredo Biondi, Marco Pannella, Gianni Letta ed i giornalisti Maurizio Costanzo, Enrico Mentana e Giuliano Ferrara e Michele Santoro, saranno sentiti come testi il prossimo 14 aprile, nel processo che vede imputato il parlamentare di Forza Italia Marcello Dell' Utri. Lo hanno deciso i giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo davanti ai quali si celebra il dibattimento a carico del senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri accusato di concorso in associazione mafiosa. Lo stesso giorno sul banco dei testi nell' aula della Corte d' assise di Roma saliranno i magistrati Alessandro Capocci e Mario Patrono, il banchiere Cesare Geronzi, e l' ex dirigente Fininvest Ezio Cartotto.

9 aprile 2003 - STRAGE VIA D'AMELIO: ARRESTATO CUSTODE AUTOBOMBA
"Liberazione"
Palermo, magistrati alla ricerca della verità sulla tragica fine di Borsellino Quel buco nero su via D'Amelio Toni Baldi Arrestato l'uomo che custodì l'autobomba per la strage del luglio '92 Il nucleo operativo dei carabinieri di Palermo ha arrestato ieri mattina il pregiudicato Salvatore Tomaselli, condannato con sentenza passata in giudicato a undici anni di reclusione nell'ambito del processo per la strage di via D'Amelio del 19 luglio 1992. Secondo i giudici, Tomaselli ha custodito nel proprio magazzino la Fiat 126, imbottita di esplosivo, utilizzata dagli uomini di Cosa nostra per assassinare il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, e gli uomini della sua scorta.
Il pregiudicato, arrestato una prima volta nel luglio del 1995 e rimesso in libertà dopo un breve periodo di detenzione, era stato chiamato in causa dall'ex pentito Vincenzo Scarantino, il quale lo aveva indicato come uno degli affiliati al clan mafioso del quartiere palermitano della Guadagna che, su richiesta del boss Pietro Aglieri, era stato coinvolto nella strage di via D'Amelio.
La ricostruzione delle modalità relative alla realizzazione dell'agguato contro il giudice Borsellino, però, ha rappresentato uno degli aspetti più controversi dell'impianto accusatorio sostenuto dai magistrati della procura di Caltanissetta nel corso dei procedimenti di primo e secondo grado.
Nel corso delle sue prime rivelazioni, Vincenzo Scarantino (arrestato due mesi dopo la strage di via D'Amelio e pentitosi dopo due anni di detenzione) aveva raccontato infatti ai magistrati che, su incarico del cognato, Salvatore Profeta, capomafia del quartiere della Guadagna, aveva proceduto al furto di una Fiat 126 che aveva poi consegnato ad un carrozziere, Giuseppe Orofino, il quale si era premurato di imbottirla di tritolo. L'autobomba, sempre secondo la ricostruzione del pentito, sarebbe stata prelevata la mattina della strage dallo stesso Scarantino e parcheggiata di fronte all'abitazione della madre del giudice Borsellino.
In seguito, però, Scarantino ha più volte ritrattato e riconfermato le proprie dichiarazioni fino ad asserire di essere stato costretto a rivelare fatti e circostanze che gli sarebbero stati imposti.
Di certo c'è che il collaboratore di giustizia Giovan Battista Ferrante, ritenuto decisivo ai fini della condanna dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio dell'esponente della Dc siciliana Salvo Lima, ha rivelato che l'esplosivo utilizzato per la strage di via D'Amelio non venne caricato sulla Fiat 126 ma fu inserito, invece, in un bidone posto davanti all'ingresso del palazzo dove abitava la madre del giudice Borsellino.
Infine, è opportuno segnalare un altro particolare che non può non destare forti perplessità. Nel primo filmato girato dai vigili del fuoco immediatamente dopo l'esplosione non vi è alcuna traccia del blocco motore della Fiat 126 che, secondo l'accusa, avrebbe contenuto l'esplosivo. Il blocco motore comparirà, invece, in un filmato girato ventiquattro ore dopo l'attentato.
In buona sostanza, la verità giudiziaria relativa all'individuazione dei responsabili materiali della strage di via D'Amelio è stata accertata in via definitiva, ma molte ombre continuano ancora ad avvolgere il drammatico evento.

9 aprile 2003 - COMINCIA PROCESSO D' APPELLO A CALOGERO MANNINO
"La Gazzetta del Sud"
Palermo Iniziato il processo d'appello contro l'ex ministro Calogero Mannino
L'accusa gioca subito la "carta" Giuffrè
PALERMO - Il processo d' appello all' ex ministro Calogero Mannino, accusato di concorso in associazione mafiosa (accusa per la quale in primo grado è stato assolto il 5 luglio 2001 dal tribunale di Palermo), ha mantenuto le previsioni della vigilia. Ovvero l'entrata in scena di Antonino Giuffrè, il pentito legato ai corleonesi di Bernardo Provenzano che, secondo la pubblica accusa, può rivestire un ruolo chiave in questo processo d'appello. Processo, presieduto dal giudice Salvatore Virga. che è iniziato con una lunga relazione introduttiva fatta dal giudice a latere Luciana Razete. Il magistrato ha illustrato in grandi linee i criteri generali della sentenza di assoluzione dei giudici del tribunale ed ha poi analizzato i singoli episodi che vengono contestati a Mannino. La dottoressa Razete ha parlato dell' ascesa politica dell' imputato, che secondo l' accusa sarebbe stata favorita da Cosa nostra, ed ha poi analizzato i contatti con i cugini Nino ed Ignazio Salvo, i potenti esattori di Salemi, sulla gestione delle esattorie degli anni '70. La corte ha inoltre evidenziato che il procuratore generale, nell' impugnare la sentenza di primo grado ha chiesto la riapertura dell' istruttoria dibattimentale per risentire il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, in particolare su alcuni attentati subiti dalle sezioni politiche di Mannino. Quindi il pg Vittorio Teresi ha annunciato alla Corte la richiesta di citare in aula il pentito Antonino Giuffrè. Il pubblico ministero, lo stesso del processo di primo grado, ha prodotto tre verbali di interrogatorio in cui il collaboratore di giustizia parla dell' imputato. Per questo Teresi ha chiesto di sentirlo direttamente in modo "di dare conto in maniera esaustiva - dice Teresi - di quanto è sua conoscenza su Mannino". La Procura, ha inoltre sottolineato il pg, ha inoltrato il 5 aprile scorso cinque verbali: quattro dei quali riguardano l' ex ministro, il quinto riporta invece una omonimia. Si tratta infatti di Calogero Mannino, nato 50 anni fa a Torretta e riconosciuto in fotografia da Giuffrè. Per questo motivo il pg Teresi ha chiesto di non produrre questo verbale. L' udienza è stata rinviata al 19 maggio per le controdeduzioni della difesa. E l'imputato? "Mi devo difendere con serenità e pazienza. Ma i giudici di primo grado hanno emesso una sentenza molto puntuale e precisa", ha detto l' ex ministro Calogero Mannino. Mannino è assistito dagli avvocati Maria Grazia Volo e Salvo Riela, i due penalisti che lo hanno difeso nel processo di primo grado ottenendone l'assoluzione.

11 aprile 2003 - PROCESSO A DELL'UTRI PER CALUNNIA: GENCHI SARA' SENTITO
"La Gazzetta del sud"
Palermo Nel processo che vede Dell'Utri imputato di calunnia
Inutile tentativo della difesa di non far deporre consulente
PALERMO - La difesa del senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di calunnia insieme al pentito Cosimo Cirfeta, nel processo che si svolge a Palermo, ha chiesto inutilmente di rinviare l' esame del consulente Gioacchino Genchi, che deve riferire sui contatti telefonici tra il parlamentare ed alcuni collaboratori di giustizia, fino all' approvazione della legge sull' immunità parlamentare. "Un ramo del Parlamento -- ha detto ai giudici l' avvocato Giuseppe Di Peri, difensore di Dell' Utri - ha approvato una legge che rende inutilizzabili i dati su cui ha lavorato il teste Genchi. Sappiamo che in un paio di settimane arriverà anche il sì del Senato e per questo chiediamo un differimento dell' audizione". I giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo, però, dopo una camera di consiglio ha respinto l' istanza. La Procura, rappresentata in aula dai pm Domenico Gozzo ed Antonio Ingoria, si era ovviamente opposta, sostenendo che in questo momento "la proposta non è stata ancora approvata per cui è come discutere di una legge che non c' è". "Il pm è convinto - ha affermato Ingroia rivolgendosi ai giudici - visto che vogliamo dibattere sul nulla che gli effetti della legge sarebbero opposti a quanto sostenuto dalla difesa". Subito dopo che il tribunale ha rigettato la richiesta della difesa i legali del senatore Dell' Utri hanno proposto una nuova eccezione che riguarda sempre il differimento dell' esame del teste Genchi. Gli avvocati del parlamentare hanno motivato l' istanza con la necessità di analizzare il materiale, depositato 20 giorni fa dalla Procura, su una vecchia consulenza relativa ai contatti telefonici di Dell' Utri effettuata sempre da Genchi. "Non si capisce perchè - ha affermato il pm Ingroia - la difesa abbia alzato un fuoco di sbarramento contro l' audizione di Genchi, per la quale siamo fermi da due mesi". I magistrati dell' accusa hanno colto l' occasione per chiedere al tribunale di produrre i verbali di udienza dell' esame sostenuto da Genchi nell' altro processo in cui Dell' Utri è imputato di concorso in associazione mafiosa. Il tribunale, dopo essere entrato per tre volte in camera di consiglio, in seguito alle istanze presentate dai difensori, ha iniziato ad ascoltare il consulente della procura, che ha risposto alle domande del pm Antonio Ingroia. Genchi ha illustrato i contatti telefonici fra i collaboratori di giustizia Cosimo Cirfeta, Giuseppe Chiofalo e Dell'Utri. Il processo è stato avviato dopo l'inchiesta che la Dda di Palermo ha condotto sui pentiti Cirfeta e Chiofalo, accusati di avere tentato di destabilizzare, secondo l'accusa, insieme a Dell'Utri, alcuni dei collaboratori di giustizia che hanno reso dichiarazioni nell'altro dibattimento in cui il parlamentare è sotto processo per concorso in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, Chiofalo e Cirfeta avrebbero cercato di convincere altri ex boss a sostenere la tesi che i pentiti si sarebbero messi d' accordo per accusare Dell' Utri e Berlusconi. La deposizione di Genchi proseguirà il 17 aprile prossimo.

13 aprile 2003 - MAFIA: I BOSS PARLANO DI MILAN E CAPPELLA SISTINA
"La Gazzetta del Sud"
Palermo Dal carcere scambio di misteriose e allusive lettere tra i boss
Cappella Sistina e Milan nei messaggi cifrati
Michele Cimino
PALERMO - Il regime del 41 bis, che dovrebbe impedire ai boss della mafia di coordinarsi tra di loro e continuare ad operare dall'interno del carcere, gestendo l'attività delle rispettive cosche, a quanto pare non basta per mantenerli isolati. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, infatti, indagando sul celeberrimo proclama di Leoluca Bagarella che l'anno scorso minacciò alcuni politici che non avrebbero mantenuto le promesse ai boss, hanno scoperto l'esistenza di contatti fra i capimafia in carcere e lo scambio di messaggi cifrati con quelli reclusi in altri istituti di pena, in cui erano contenuti riferimenti al mondo del calcio e, in particolare, alla squadra del Milan. Messaggi e intercettazioni ambientali sono, ora, al vaglio degli inquirenti che, con l'aiuto di investigatori ed esperti stanno cercando di decifrarli. In particolare, quella che al momento sta più impegnando gli esperti è l'analisi della corrispondenza tra i boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, detenuti in un carcere di sicurezza a Spilimbergo, nell'alto Friuli, e il loro fedelissimo Fifetto Cannella, anche lui detenuto. In una lettera, i boss che fecero uccidere Padre Puglisi, chiedono a Cannella una valutazione sull'importanza della Cappella Sistina e, quindi, parlano di calcio, citando varie volte il Milan. Non sono, però, queste le sole comunicazioni tra boss di mafia intercettate negli ultimi mesi ai detenuti di mafia che gli investigatori definiscono di "contenuto anomalo". Da una intercettazione ambientale, ad esempio, emerge che Giovanni Riina, figlio di Totò Riina, discutendo in carcere con la madre, Ninetta Bagarella, durante un colloquio faceva diversi riferimenti al Milan. Gli investigatori, al momento, anche se serpeggia il timore che le frasi scritte dai Graviano e, in particolare, quelle che fanno riferimento alla Cappella Sistina, possano essere il segnale di un nuovo attacco allo Stato, come e avvenuto nel 1993 a Roma, Firenze e Milano. L'attenzione agli scambi allusivi tra i boss, comunque, resta altissima. Inoltre, la Procura della Repubblica di Palermo sta cercando di individuare i politici cui faceva riferimento, parlando "promesse non mantenute", il boss Leoluca Bagarella quando, nel luglio scorso, lanciò il proclama con cui chiedeva l'attenuazione dei rigori del 41 bis, l'abolizione dell'ergastolo e un "serio contenimento" delle collaborazioni con la giustizia. Agli atti dell'inchiesta sono state acquisite le dichiarazioni del pentito della camorra Luigi Giuliano, rese alla Dda di Napoli, che ha rivelato i dettagli del progetto, attribuito alla regia di Riina, Bagarella e dell'anziano boss di San Lorenzo Francesco Madonia. Giuliano, infatti, ha raccontato gli espedienti utilizzati dai detenuti sottoposti al 41 bis per eludere i controlli, inviare messaggi all'interno ed all'esterno, simulare malattie fino ad ottenere la revoca, in qualche caso, del carcere duro. Nell'ambito dell'indagine, pertanto, la Procura di Palermo ha disposto intercettazioni ambientali nelle celle di diversi istituti di pena nei quali sono rinchiusi boss mafiosi. Il pentito Giuliano ha, peraltro, informato gli inquirenti che i capimafia pensavano di attuare il loro progetto mettendo "in sonno" l'intera organizzazione criminale per evitare che "guerre di mafia intralciassero 1'attuazione del piano, suscitando allarme nell'opinione pubblica". Le dichiarazioni dell 'ex boss di Forcella, ora collaboratore di giustizia, hanno portato nelle scorse settimane ad una serie di perquisizioni nelle celle dì diversi boss di Cosa Nostra come Pietro Vernengo, Pietro Senapa e Francesco Madonia. "Nelle sezioni detentive differenziate - ha raccontato Giuliano - è in atto una lunga e complessa attività criminale che costituisce una prosecuzione delle attività di stampo mafioso che c'è all'esterno degli istituti di pena tesa, anche con 1'aiuto di referenti politici, ad attenuare i rigori del carcere duro". Ed ha reso noto agli inquirenti che il piano, ideato dai vertici di Cosa Nostra, è stato comunicato ad esponenti delle altre organizzazioni mafiose. Proprio alle fitte comunicazioni in carcere tra i detenuti sottoposti al 41 bis, infatti, è dedicato un lungo capitolo delle dichiarazioni di Giuliano, il quale ha anche raccontato che Totò Riina "faceva circolare i messaggi e direttive all'esterno attraverso il camorrista Salvatore Savarese" ed ha parlato di bigliettini inviati attraverso cordicelle calate dalle celle, di vere e proprie conversazioni dei detenuti con gli abitanti dei palazzi adiacenti al carcere. Non a caso, il boss di Romagnolo Pietro Vernengo avrebbe chiesto a Giuliano 1'uso di appartamenti ubicati nelle case vicine all'istituto di pena. Luigi Giuliano avrebbe "dissertato" a lungo, oltre che sul piano su boss come Salvatore Badalamenti, Pietro Senapa, Francesco Madonia e il da poco deceduto Vittorio Mangano.

14 aprile 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: INTERROGATI LETTA, FERRARA, PANNELLA
"Il Nuovo"
Processo a Dell'Utri: interrogati Letta, Ferrara e Pannella
Il sottosegretario alla presidenza del consiglio ha spiegato cosa indusse Berlusconi a intraprendere, nel dicembre del '93,la carriera politica.
ROMA - Continua, eccezionalmente a Roma, la sfilata dei testimoni al processo a carico di Marcello Dell'Utri, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi è stata la volta del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta che ha raccontato al Tribunale cosa spinse Silvio Berlusconi a decidere di iniziare, alla fine del 1993, la sua carriera in politica.
"Dell'ipotesi di scendere in campo - spiega - Berlusconi ci parlò nell'agosto del '93, dopo l'approvazione della legge maggioritaria a seguito del referendum voluto da Segni. Urbani ci portò allora uno studio, secondo il quale la sinistra con il 35% dei voti avrebbe potuto ottenere alle elezioni politiche più di 400 parlamentari.
Berlusconi, preoccupato dell'ipotesi di un governo della sinistra, cominciò ad incontrare una serie di personalità politiche tra cui Martinazzoli e Segni per formare un fronte unico di moderati e a tutti ripeteva che se non lo avessero fatto loro sarebbe stato costretto a farlo lui stesso". "Ma - prosegue - le risposte dei politici furono evasive. Nel Natale del '93, nel corso dell'usuale cena a casa sua, Berlusconi ci annunciò che aveva deciso di scendere in campo".
Sul banco dei testimoni anche il direttore del "Foglio", Giuliano Ferrara che ha ribadito di non aver "mai subito pressioni da chiunque, tanto meno da Dell'Utri sul modo di affrontare il tema della mafia". E infine è stata la volta di Marco Pannella, leader dei Radicali al quale il pm Ingroia ha fatto alcune domande sulle elezioni dell'87, nel corso delle quali, secondo alcuni pentiti, Cosa Nostra fece confluire alcuni voti su radicali e socialisti. "Bugie - ha detto Pannella -, a Trapani, come in alcuni quartieri di Palermo i radicali ha quelle elezioni hanno preso meno voti che in precedenza".

14 aprile 2003 - GIUFFRE' E COMPUTER PER IDENTIKIT PROVENZANO
"Il Nuovo"
Mafia, il computer ricostruisce il volto di Provenzano
A permettere un identikit aggiornato del boss, latitante da 40 anni, il pentito Nino Giuffrè. Sarebbe rossiccio, senza cicatrici e stempiato.
PALERMO - Latitante da quarant'anni, ma non è più un problema poterlo individuare: Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra, adesso ha un volto aggiornatissimo grazie alla meticolosa ricostruzione di un computer e alle indicazioni precise del pentito eccellente Nino Giuffrè. Ma a costruire l'identikit avrebbero contribuito anche i collaboratori Giovanni Brusca a Angelo Siino.
Il fototip, secondo indiscrezioni, sarebbe stato mostrato anche al dichiarato Pino Lipari, ritenuto non attendibile dalla Procura. Anche lui avrebbe confermato la sostanziale somiglianza con il volto di Provenzano.
Secondo l'identikit Provenzano ha i capelli castano chiari, quasi rossicci, gote rosse, è un poco stempiato, tarchiato, senza cicatrici visibili. E' alto un metro e sessanta circa. Il boss non avrebbe apparenti malattie e guiderebbe da solo l'auto, spostandosi per le strade della Provincia.
Giuffré è stato più volte interrogato su questo argomento dai magistrati palermitani. Al momento il fotofit è segretissimo: affidato dalla Procura al servizio centrale operativo della polizia, è stato poi trasmesso alla squadra mobile di Palermo ed al Ros dei carabinieri: il vero volto di Provenzano, in sostanza, è conosciuto soltanto dai gruppi speciali dei due corpi che da anni danno la caccia alla primula rossa di Corleone

15 aprile 2003 - DIRETTORE SISDE MORI INDAGATO A PALERMO
"Il Nuovo"
Capo del Sisde indagato a Palermo
Il capo del Sisde è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe ostacolato la cattura di Provenzano. La procura: "Un atto dovuto".
PALERMO - L'attuale capo del Sisde Mario Mori, è indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la procura, che definisce l'inchiesta "un atto dovuto", avrebbe ostacolato la cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano. Mori ha già controquerelato il suo principale accusatore, il colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

ANSA:
Accusato dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio di avere ostacolato l' arresto del boss latitante Bernardo Provenzano nel novembre 1995, il generale Mario Mori, capo del Sisde, e' indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. In procura si sottolinea che si tratta di un atto dovuto, Mori, attraverso il suo legale, Piero Milio, ha presentato una controquerela nei confronti dell'ufficiale, imputato a Genova per traffico di stupefacenti. La notizia e' pubblicata stamane da alcuni quotidiani.
Dopo avere chiesto di essere sentito per rendere spontanee dichiarazioni, l'ufficiale che guida il servizio segreto civile e' stato interrogato a Roma due settimane fa ed avrebbe respinto punto per punto, sostiene il suo legale, le accuse di Riccio mettendone in evidenza alcune contraddizioni.
La vicenda ruota attorno alla mancata cattura del capo di Cosa Nostra individuato in un casolare del palermitano nel 1995 grazie alla soffiata di un boss a lui vicino, Luigi Ilardo, che aveva iniziato a collaborare con Riccio.
In un interrogatorio ai pm della Dda di Palermo e poi durante la sua deposizione in aula nel processo a Marcello Dell' Utri, avvenuto lo scorso ottobre il colonnello Riccio disse, citando le confidenze di Ilardo, che "fu il generale Mario Mori a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Provenzano perche' non c'erano gli strumenti".
Mori ha sempre negato tutto, sostenendo che fu lo stesso Riccio a scrivere nel rapporto di aver voluto rinviare l'operazione per timore di un fallimento.

Il colonnello dei carabinieri Mauro Obinu, ex vice comandante del Ros, oggi al servizio segreto civile (Sisde), e' indagato dalla procura di Palermo nell' ambito dell' inchiesta sul mancato arresto del boss latitante Bernardo Provenzano, avviata dai pm dopo le dichiarazioni del colonnello Michele Riccio. Nell' ambito della stessa indagine e' iscritto nel registro degli indagati anche il generale Mario Mori, attuale direttore del Sisde.
La notizia ha trovato conferma in ambienti giudiziari. Obinu, secondo quanto raccontato da Riccio, sarebbe stato presente alla riunione a Roma, durante la quale lo stesso Riccio avrebbe informato i suoi superiori del Ros della possibilita' di arrestare Provenzano il 31 ottobre '95, in occasione di un summit di mafia fissato dai boss in un casolare di Mezzojuso, a 30 chilometri da Palermo.
In quell' occasione, secondo Riccio, Mori non si sarebbe adoperato per organizzare un blitz, motivando il rifiuto con la mancanza di mezzi tecnici necessari all' operazione.
Il colonnello Riccio, in un interrogatorio ai pm della Dda di Palermo, riporta le confidenze ricevute dal boss mafioso Luigi Ilardo, iniziate nel 1994 e durate fino al 10 maggio 1996, giorno in cui l' informatore venne assassinato a Catania. "Fu il generale Mario Mori - ha sostenuto Riccio - a dirmi che non si poteva intervenire per la cattura di Provenzano perche' non c' erano gli strumenti".
Rispondendo ai pm, l' ufficiale ripercorre le tappe della mancata cattura del capo di Cosa Nostra, quando Ilardo mise i carabinieri del Ros sulle tracce del boss corleonese. "Ilardo mi disse che due giorni dopo Provenzano avrebbe incontrato due mafiosi, Domenico Vaccaro e Salvatore Ferro, nei pressi del bivio di Mezzojuso - ha detto Riccio indicando la zona dove venne arrestato sei anni dopo il boss Benedetto Spera, uno dei fedelissimi del capomafia -; io parlai con Mori, mi disse che preferivano utilizzare i propri strumenti, dei quali, in quel momento, erano sprovvisti. La mia squadra era pronta, e non ci voleva una grande scienza per intervenire". Nonostante cio' la zona fu controllata dai carabinieri che due giorni dopo, in effetti, videro transitare Vaccaro e Ferro e li fotografarono. Dall' informativa del Ros risulta che gli investigatori avevano deciso di predisporre un servizio di osservazione, per documentare quanto sarebbe accaduto "senza rischiare, pero', di bruciare la fonte".
La conferma dell' incontro fra Ilardo e Provenzano e' arrivata agli inquirenti dalle dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, nell' interrogatorio del 30 novembre 1998. L'ex boss ha ricordato che in una delle ultime occasioni in cui aveva visto Provenzano, nell' autunno del '95, il padrino gli parlo' di una riunione con Ilardo. Quest' ultimo riferi' a Riccio che Provenzano aveva dettato direttive per le future attivita' dell' organizzazione mafiosa e la strategia da tenere nei rapporti con Giovanni Brusca. L' ufficiale del Ros ha inoltre ricordato alcuni episodi, in particolare il giorno in cui l' aspirante pentito incontro' per la prima volta a Roma il generale Mori. Riccio racconta: "Su certi fatti - avrebbe detto Ilardo a Mori - Cosa nostra non c' entra nulla. Molte cose vengono poste in essere dalle istituzioni e voi lo sapete". La conversazione avvenne a Roma nel maggio 1996, alla vigilia dell' ingresso ufficiale di Ilardo nel programma di protezione previsto per i pentiti. "Portai Ilardo a Roma - ha raccontato l' ufficiale - perche' doveva incontrare i procuratori Caselli e Tinebra ed il pm Principato. Prima di incontrarli feci parlare e conoscere Ilardo a Mori. Il boss quando vide Mori, improvvisamente, fece riferimento alle istituzioni, e io raggelai".

15 aprile 2003 - OMICIDIO LIGATO: PM VERZERA, APPROFONDIRE CAUSALE POLITICA
ANSA:
La causale politica dell' omicidio Ligato "e' tutta da approfondire". Lo ha detto oggi il pubblico ministero distrettuale Giuseppe Verzera nel corso della requisitoria, durata quasi quattro ore, nel processo 'Olimpia 3', celebrato davanti alla corte d' assise d' appello con rito abbreviato.
Il processo e' a carico di venti imputati che devono rispondere di decine di omicidi perpetrati durante la guerra di 'ndrangheta degli anni '80, esplosa tra il cartello dei De Stefano e quello delle famiglie Imerti, Condello, Serraino e Rosmini.
Verzera ha ricordato lo scenario della guerra di mafia sulla quale sono state raccolte numerose testimonianze dei collaboratori di giustizia, ultima e piu' importante quella di Paolo Ianno', capo del locale di Gallico ed ex braccio destro del boss latitante Pasquale Condello. Il pubblico ministero si e' soffermato in particolare sull' omicidio dell' ex parlamentare democristiano ed ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato, assassinato nella notte tra il 27 ed il 28 agosto del 1989 nella sua villa al mare di Bocale, nella periferia sud della citta'.
"Un omicidio - ha detto Verzera, ricordando proprio la testimonianza di Ianno' - che il boss Pasquale Condello aveva eseguito su richiesta del clan Araniti per fare un 'favore' ai politici. La causale politica riemerge dunque come filone di indagine sul quale e' necessario fare approfondimenti".

16 aprile 2003 - MAFIA: OMICIDIO PIAZZA, CONFERMATE CONDANNE
ANSA:
La corte d' assise d' appello, presieduta da Innocenzo La Mantia, ha confermato i tre ergastoli inflitti in primo grado per l' omicidio del collaboratore del Sisde Emanuele Piazza, eliminato a Palermo nel marzo 1990 con il metodo della lupara bianca.
Il carcere a vita e' stato inflitto ai boss mafiosi Salvatore Biondino, Antonino Troia e Giovanni Battaglia. I giudici hanno inoltre condannato a 30 anni di reclusione Antonino Erasmo Troia, Simone Scalici, Salvatore Biondo "Il lungo" di 47 anni, e Salvatore Biondo "il corto", di 46.
I giudici hanno riformato la sentenza solo per la posizione di Salvatore Graziano, assolto in primo grado e condannato adesso a 30 anni di carcere.
Secondo l' accusa alla base del delitto, ordinato ed eseguito dalla famiglia mafiosa di San Lorenzo, ci sarebbe stata l' attivita' di 'intelligence' del giovane agente che operava per i servizi segreti alla ricerca di latitanti di mafia.
Emanuele Piazza, 29 anni, ex agente di polizia, scomparve nel marzo del '90 dal suo villino nella borgata marinara di Sferracavallo. I familiari rivelarono che il giovane svolgeva servizio, sotto copertura, nella ricerca dei latitanti mafiosi per conto del Sisde. In un primo momento il servizio segreto civile smenti' qualsiasi rapporto con Piazza; successivamente, su richiesta della procura, ha ammesso di essersi servito della sua collaborazione.
I giudici del tribunale nella sentenza emessa due anni fa, avevano anche condannato a 12 anni i pentiti Giovambattista Ferrante e Francesco Paolo Onorato, che si erano autoaccusati del delitto e per questo motivo gli erano state riconosciute le attenuanti previste per i collaboratori. Confermata, infine, l' assoluzione di Vincenzo Troia.

16 aprile 2003 - DIFESA: COSSIGA, MANOVRE E CORDATE PER VERTICI SISDE E CC
ANSA:
Francesco Cossiga lancia il sospetto che sia all'opera una "cordata" di carabinieri per cambiare i vertici del Sisde e il comando generale dell'Arma. Cossiga ha presentato un'interpellanza al ministro della Giustizia Castelli e al ministro dell'Interno Pisanu in cui chiede chiarezza sulle voci al riguardo.
Cossiga afferma che l'attuale direttore del Sisde Mario Mori e' stato messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo, con l'accusa di non aver fatto arrestare il boss mafioso Bernardo Provenzano, nell'ambito di un intrigo che vedrebbe coinvolti vari generali dell'Arma dei Carabinieri. Il sospetto avanzato da Cossiga e' che l'interessamento della Procura palermitana verso Mori sia stato innescato da alcune indagini del Ros di Palermo, con l'obiettivo di mettere al suo posto Leonardo Gallitelli, ex sottocapo di Stato Maggiore dell'Arma. Questi, dice Cossiga, avrebbe recentemente aderito a una cordata "creatasi contro le legittime gerarchie dell'Arma e capeggiata dal generale di Corpo d'armata Vittorio Savino". Quest'ultimo, sottolinea Cossiga, e' un "noto amico del cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi". Obiettivo della cordata, dice Cossiga, sarebbe proprio quello di portare il generale Savino all'incarico di comandante generale dell'Arma.

16 aprile 2003 - OMICIDIO LA TORRE;TESTIMONE OCULARE RICOSTRUISCE SCENA
ANSA:
La scena dell' agguato al segretario regionale del Pci Pio La Torre e al suo autista Rosario Di Salvo, avvenuto il 30 aprile 1982, e' stata descritta oggi in aula da un testimone oculare, Alfio Silla, allora militare di leva in servizio nella caserma dell' Esercito davanti alla quale venne compiuto l' omicidio a Palermo.
Silla ha ricordato di aver visto i killer aprire il fuoco contro il politico e di aver chiesto al suo caporal maggiore di rispondere al fuoco, ma avrebbe ricevuto l' ordine di non reagire. Secondo l' ex militare, gli autori dell' agguato erano sotto tiro e potevano essere colpiti dal muro di cinta della caserma in cui si trovava.
Tra i killer che parteciparono all' omicidio c' era anche Pino Greco 'Scarpa'. Cosa nostra avrebbe fatto pagare al deputato il progetto di legge sulle confische dei beni ai mafiosi. A svelare i retroscena dell' agguato sono stati i pentiti Salvatore Cucuzza, Francesco Paolo Anselmo e Calogero Ganci. Per quell' agguato sono imputati davanti alla corte d' assise, come esecutori materiali, Giuseppe Lucchese e Nino Madonia.

16 aprile 2003 - OMICIDIO EMANUELE PIAZZA, CONFERMATE CONDANNE
ANSA:
La corte d' assise d' appello, presieduta da Innocenzo La Mantia, ha confermato i tre ergastoli inflitti in primo grado per l' omicidio del collaboratore del Sisde Emanuele Piazza, eliminato a Palermo nel marzo 1990 con il metodo della lupara bianca.
Il carcere a vita e' stato inflitto ai boss mafiosi Salvatore Biondino, Antonino Troia e Giovanni Battaglia. I giudici hanno inoltre condannato a 30 anni di reclusione Antonino Erasmo Troia, Simone Scalici, Salvatore Biondo "Il lungo" di 47 anni, e Salvatore Biondo "il corto", di 46.
I giudici hanno riformato la sentenza solo per la posizione di Salvatore Graziano, assolto in primo grado e condannato adesso a 30 anni di carcere.
Secondo l' accusa alla base del delitto, ordinato ed eseguito dalla famiglia mafiosa di San Lorenzo, ci sarebbe stata l' attivita' di 'intelligence' del giovane agente che operava per i servizi segreti alla ricerca di latitanti di mafia.
Emanuele Piazza, 29 anni, ex agente di polizia, scomparve nel marzo del '90 dal suo villino nella borgata marinara di Sferracavallo. I familiari rivelarono che il giovane svolgeva servizio, sotto copertura, nella ricerca dei latitanti mafiosi per conto del Sisde. In un primo momento il servizio segreto civile smenti' qualsiasi rapporto con Piazza; successivamente, su richiesta della procura, ha ammesso di essersi servito della sua collaborazione.
I giudici del tribunale nella sentenza emessa due anni fa, avevano anche condannato a 12 anni i pentiti Giovambattista Ferrante e Francesco Paolo Onorato, che si erano autoaccusati del delitto e per questo motivo gli erano state riconosciute le attenuanti previste per i collaboratori. Confermata, infine, l' assoluzione di Vincenzo Troia.

16 aprile 2003 - MAFIA: STRAGE DI CAPACI, DUE STELE PER RICORDARE FALCONE
ANSA:
Due 'stele della memoria' per ricordare il sacrificio di Giovanni Falcone della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta trucidati dalla mafia. Per iniziativa della Presidenza del Consiglio, le due stele verranno collocate ai bordi delle corsie dell' autostrada Palermo-Mazara del Vallo, nel luogo dove il 23 maggio del 1992, Cosa Nostra compi' l' attentato.
Il progetto, che sarebbe stato avviato personalmente dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prevede anche la sistemazione dell' intera area. Il casolare da cui il capomafia Giovanni Brusca e gli altri boss attesero il passaggio dell'auto di Falcone e azionarono il radiocomando che provoco' la terribile esplosione, sara' dipinto di rosso.
Sulle stele, sovrastate dal simbolo della Repubblica italiana, saranno incisi i nomi del giudice Falcone, del magistrato Francesca Morvillo e degli agenti di Polizia Rocco di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Il progetto esecutivo, che ha ottenuto il gradimento dei familiari di Giovanni Falcone, sara' curato dal Ministero delle Infrastrutture.
"Sino ad oggi - afferma Maria Falcone, sorella del magistrato e presidente della Fondazione intitolata a Giovanni e Francesca Falcone - solo una striscia rossa, verniciata sul guard rail, nel luogo della strage, ricorda il sacrificio di Capaci. Durante questi anni si e' cercato di risolvere il problema della sicurezza degli automobilisti, rispettando tutte le richieste dell' Anas".
"Le due stele non compromettono la visibilita' - prosegue Maria Falcone - quando mi hanno parlato del progetto ho solo chiesto al Ministero delle Infrastrutture di non realizzare un monumento come quello di piazza Tredici Vittime, a Palermo, dedicato ai caduti per mano mafiosa. Mi hanno assicurato che le due stele saranno realizzate con una lega particolare e non arrugginiranno".
"Ma cio' che conta di piu' - conclude - e' il segnale che arriva dalle istituzioni che intendono mantenere sempre viva la memoria di quanti hanno sacrificato le loro vite in una lotta senza quartiere contro la mafia".
Anche quest' anno, il 22 e 23 maggio prossimi, la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone ricordera' la strage di Capaci con un convegno sui temi "Europa e legalita'" e "Professionalita' nella magistratura", che si terra' nell' aula bunker di Palermo.
Alle due giornate di studio parteciperanno gli studenti di 48 scuole palermitane e di 20 provenienti da tutta Italia.
E' previsto anche un corteo che partira' dall' aula bunker e arrivera' all' albero Falcone, dove il 23 maggio sara' ricordato il momento dell' esplosione. Alle 19 una funzione religiosa concludera' le iniziative di commemorazione.

17 aprile 2003 - MORTO GABRIELE CHELAZZI, MAGISTRATO DNA
ANSA:
E' morto la scorsa notte a Firenze per un infarto Gabriele Chelazzi, di 59 anni, magistrato della Direzione nazionale antimafia distaccato nel capoluogo toscano per le indagini sulla mafia e sulle stragi mafiose del 1993.
Chelazzi aveva svolto gran parte della sua carriera in magistratura a Firenze, dove come sostituto procuratore si era occupato di tutte le piu' importanti indagini sul terrorismo in Toscana.
Si e' appreso successivamente che Chelazzi e morto a Roma e non a Firenze. La notizia ha suscitato profondo dolore al palazzo di giustizia del capoluogo toscano, dove era stimato ed apprezzato per le sue qualita' professionali ed umane.
Chelazzi, secondo quanto si e' appreso a Firenze, e' morto nella camera di una foresteria della Guardia di Finanza, a Roma, dove alloggiava quando era nella capitale. La morte e' stata scoperta stamani dagli uomini della sua scorta, che erano andati a prenderlo per accompagnarlo a Firenze, dove lavorava per alcuni giorni della settimana e dove vivono la moglie e la figlia ventunenne.
Fiorentino, 59 anni, Chelazzi era entrato in magistratura nel 1975 e, dopo circa tre anni di servizio alla procura di Milano, era stato trasferito alla procura di Firenze. Qui aveva lavorato come sostituto fino all' ottobre '98, quando era stato assegnato alla Direzione nazionale antimafia.

18 aprile 2003 - MORTE CHELAZZI: DAI GIORNALI
"La Stampa"
INDAGÒ SULLE BR E SULLE STRAGI DI COSA NOSTRA. I COLLEGHI: "PER NOI ERA UNA MEMORIA PREZIOSA"
Muore Chelazzi, "cervello" della guerra ai boss
ROMA
Se ne è andato nel cuore della notte, Gabriele Chelazzi, magistrato della Procura nazionale antimafia. A dare l'allarme, ieri mattina, il suo autista. Chelazzi, quand'era a Roma, dormiva presso la foresteria della Guardia di finanza. Un medico non ha potuto far altro che constatarne la morte per infarto. La salma, prima di essere trasferita nella sua Firenze, è stata portata all'obitorio di medicina legale, per alcuni esami. Gabriele Chelazzi era nato a Firenze, nel novembre del 1944. Negli Anni 80 si era occupato di terrorismo, di Prima linea e delle Brigate Rosse. Fino al 1986, fino all'omicidio del sindaco di Firenze Lando Conti. E' stata ed era una "memoria" preziosa per i suoi colleghi e per gli investigatori dell'Antiterrorismo, che in questi anni, a partire dall'omicidio del professore Massimo D'Antona, si sono trovati di nuovo a dover fare i conti con una realtà che sembrava sconfitta. E' stato un punto di riferimento e un pungolo per i colleghi di Firenze anche in questi giorni, anche dopo il conflitto a fuoco sul Roma-Firenze, con la cattura di Nadia Lioce e la morte del sovrintendente della Polfer Petri e del brigatista Mario Galesi. In questi mesi ha coltivato la "speranza" di poter dare ancora un contributo, lui che sollecitava un coordinamento nazionale antiterrorismo affidato alla Procura nazionale antimafia. Chelazzi, in realtà, da dieci anni si occupava di un'altra emergenza: la mafia stragista. "Era l'una di notte. Stavo andando a dormire. Un'esplosione, un boato in lontanza. Capisco che è accaduto qualcosa di terribile". Era la notte del 27 maggio di dieci anni fa, e un'autobomba era esplosa in via dei Georgofili. Chelazzi, allora pm di turno, raccontò quegli attimi in una intervista alla Stampa, in occasione dell'ottavo anniversario della strage. Da quel giorno insieme al "suo" procuratore, Pier Luigi Vigna - con il quale si è ritrovato poi alla Procura nazionale - ha lavorato per scoprire i mandanti e gli esecutori di quella stagione stragista, delle bombe sul Continente: l'attentato a Roma di via Fauro, mancato obiettivo Maurizio Costanzo (14 maggio 1993); la strage di via Georgofili (27 maggio 1993), quelle di Roma e Milano (22 e 23 luglio 1993). Anche la Cassazione ha premiato il suo lavoro, confermando gli ergastoli e le condanne per i mandanti e gli esecutori di Cosa nostra, riconoscendo agli imputati di aver agito con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico. Solo per un difetto di citazione del processo di stralcio in primo grado, in questi giorni sono di nuovo sul banco degli imputati Salvatore Riina e Giuseppe Graviano, per la (mancata) strage dell'Olimpico, avvenuta il 31 ottobre del 1993. Negli ultimi due anni Gabriele Chelazzi lavorava all'inchiesta sui cosiddetti mandanti "esterni" delle stragi. Una inchiesta delicatissima che stava portando a termine in questi giorni, con alcuni decisivi atti istruttori. Un'indagine non facile, spesso condotta in solitudine, rispetto ai suoi colleghi di Firenze, ma sempre con il sostegno del suo "capo", Pier Luigi Vigna.
Guido Ruotolo

18 aprile 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: ARRINGHE DIFENSIVE
"La Sicilia"
"Assolvete il senatore Andreotti"
Giorgio Petta
Palermo. La difesa insiste: "Il senatore a vita Giulio Andreotti va assolto dall'accusa per associazione mafiosa perché il fatto non sussiste".
Ultime battute per il processo che vede il sette volte Presidente del Consiglio imputato davanti ai giudici della prima sezione penale della Corte di Assise di Palermo, presieduta da Salvatore Scaduti. Conclusa, nell'udienza precedente, la requisitoria dei Pg Daniela Giglio e Anna Maria Leone, ieri è toccata alle arringhe difensive degli avvocati Giulia Bongiorno e Gioacchino Sbacchi, assenti il prof. Franco Coppi e il senatore Andreotti.
La sentenza è attesa entro i primi 15 giorni di maggio. Il 2 ci sarà l'ultima udienza. Alle parti sarà concessa una replica di 30 minuti ciascuna quindi la Corte entrerà in camera di consiglio.
Tornando alle arringhe, è toccato all'avvocato Giulia Bongiorno prendere la parola per prima. E per circa tre ore, tranne un break di una quindicina di minuti, con il puntiglio e la passione che la caratterizzano, ha cominciato a contestare, passo passo, i punti-forza dell'imputazione, parlando di "testimoni ignorati dall'accusa come Riccardo Sessa, ambasciatore italiano in Jugoslavia, la cui testimonianza - ha sottolineato - è una perla, specialmente quando ha riferito che per la carica di Presidente del Consiglio è raddoppiata la reperibilità con due notifiche, una al presidente del Senato e l'altra a quello della Camera, quando si sposta da Roma. Ditemi - ha chiesto, rivolta ai giudici - come si elude questa sorveglianza? E soprattutto, quale numero per la reperibilità ha lasciato Andreotti quando si è incontrato con Riina?".
Critiche anche alle indagini sugli spostamenti dell'imputato. "C'è - ha affermato la penalista - una documentazione completissima nell'Ufficio del cerimoniale. Inoltre, c'è il cosiddetto "foglio degli Interni", un documento con la registrazione di tutti i movimenti delle cariche istituzionali. Eppure non si è mai andato a verificare gli spostamenti di Giulio Andreotti nell'Ufficio del cerimoniale, il luogo più naturale per farlo".
L'imputato - sostiene l'accusa - avrebbe compiuto otto viaggi in Sicilia, dei quali non esiste alcuna traccia ufficiale e che già i pm contestarono nel processo di primo grado, per parlare con vari boss mafiosi. La difesa li ha definiti viaggi "fantasma", sostenendo che sono del tutto inesistenti, visto che ogni spostamento di Andreotti lasciava traccia, in particolare nel periodo in cui ha ricoperto l'incarico di Presidente del Consiglio. Ma i pm - ha sottolineato con veemenza l'avv. Bongiorno - "hanno distorto le dichiarazioni dei test e hanno posto domande da quiz sulla memoria agli uomini della scorta di Andreotti parlando di amnesia generalizzata e acquisendo una sfilza di "non ricordo"".
Ed è stato a questo punto che, con il sorriso sulle labbra, l'ha interrotta il presidente. "Il processo di appello - ha detto Scaduti - si svolge in un clima sereno grazie anche alle gentildonne che rappresentano l'accusa e che svolgono ciò con signorilità".
Alla ripresa dell'arringa, aspre critiche anche la gestione dei collaboratori di giustizia da parte della Procura di Palermo. Parlando dell'aspirante pentito Pino Lipari, ex geometra dell'Anas e "consigliori" del super boss Bernardo Provenzano, l'avv. Bongiorno l'ha definito "figlio di un Dio minore", spiegando che "è stato chiamato a testimoniare perché volevamo documentare che esiste un mondo di collaboratori che è sconosciuto alla difesa. Noi abbiamo saputo della sua esistenza da un giornale. Perché la Procura ha perdonato pentiti come Tommaso Buscetta, Angelo Siino e Balduccio Di Maggio che è tornato a delinquere?
Oggi vi dicono - ha aggiunto, rivolgendosi ai giudici - che Lipari è inattendibile perché a suo carico ci sono delle intercettazioni. Ma perché non sono stati intercettati anche gli altri pentiti e non vi offrono questi riscontri? Perché non è stato intercettato il pentito Balduccio Di Maggio che in aula ha detto, in primo grado, di voler ricattare i pm dell'accusa? La difesa vi chiede di valutare in egual modo tutti i collaboratori".
Infine, il "memoriale Moro", uno dei capisaldi dell'accusa presente sia nel processo d'appello in corso a Palermo sia nel processo di Perugia dove Andreotti è stato condannato per l'omicidio del giornalista Nino Pecorelli. Servendosi di alcune schede e di una piccola lavagna l'avvocato Bongiorno ha voluto dimostrare che il memoriale di Aldo Moro e in particolare la parte manoscritta trovata nel 1990 nel covo milanese di via Montenevoso fu manipolata dalle stesse Brigate Rosse a sfavore di Giulio Andreotti.
Quindi, a fine udienza, ha parlato l'avvocato Gioacchino Sbacchi il quale, prima di concludere l'arringa chiedendo l'assoluzione contro la richiesta dell'accusa a dieci anni di reclusione, ha sollecitato la Corte a "non screditare Pino Lipari. Mi chiedo - ha detto - che interesse aveva Lipari a parlare di Andreotti e sostenere che le accuse che gli sono state mosse non sono vere e che non c'è stato alcun bacio con Riina?". Secondo il difensore, l'aspirante pentito "dice le cose che sa" mentre le dichiarazioni di Nino Giuffrè "non danno nessun contributo nuovo e rilevante al processo".
Al termine dell'udienza Giulia Bongiorno ha telefonato ad Andreotti. "Com'è andata?", le ha chiesto il senatore a vita. "Credo bene", gli ha risposto la penalista.

19 aprile 2003 - NUOVO LIBRO DI LINO JANNUZZI
"L'Arena"
"Lettere di un condannato" raccoglie una serie di articoli del popolare appassionato giornalista
I sassi lanciati da Jannuzzi
Nella palude dell'ingiustizia e della disinformazione
Tra le firme del giornalismo italiano quella di Lino Jannuzzi è certamente una delle più libere, delle più polemiche, delle più amate da una parte politica e delle più avversate dall'altra. Giornalista professionista da più di quarant'anni, capo dei servizi politici dell' Espresso , direttore di Tempo illustrato , di Radio Radicale , del Giornale di Napoli , è stato anche sceneggiatore di film di Francesco Rosi, di Pasquale Squitieri, di Giorgio Ferrara e Giancarlo Giannini. Ha realizzato e diretto l'Agenzia di stampa Il Velino. E' ora collaboratore di Panorama , de Il Giornale e de Il Foglio . Nell'86 per Sugarco ha pubblicato Così parlò Buscetta e per Rusconi nell'87 Il profeta e i farisei . Ora, dopo Il processo del secolo , pubblica per i tipi di Mondadori Lettere di un condannato. Storie esemplari di ingiustizia italiana , (224 pp, 15,20 euro), prefato da Carlo Rossella. Fra i maggiori esperti del fenomeno mafioso, Jannuzzi denuncia gli intrecci fra magistratura e politica e descrive gli scontri fra magistratura e politica, parla di casi clamorosi ed anche del suo caso personale. Senatore della Repubblica è deputato al Consiglio d'Europa e all'Unione europea occidentale.
Pochi mesi fa è stato condannato dal tribunale di Napoli a due anni, cinque mesi e dieci giorni di carcere per diffamazione, senza la concessione del regime di semilibertà o gli arresti domiciliari, in ragione della "persistenza di un atteggiamento mentale giustificativo del proprio comportamento antidoveroso". Jannuzzi ha evitato la galera solo grazie alla sua appartenenza al Consiglio d'Europa. Il giornalista ha sostenuto battaglie famose ed ha difeso strenuamente Enzo Tortora, Giulio Andreotti, Bruno Contrada.
Ora esce questa sua raccolta d'articoli comparsi dall'agosto 2001 al gennaio 2003. Di lui Carlo Rossella ha scritto: dove tocca, Jannuzzi fa notizia. E leggendo quei pezzi si resta davvero imbarazzati nel fare una cernita fra quelli più importanti, perché ogni articolo è un sasso lanciato nella palude dell'ingiustizia, della disinformazione e del conformismo.
Già il prologo ci dà la misura della galleria che Jannuzzi ci mostrerà. Lo scrittore ci narra d'essere stato querelato dalla pm di Palermo Anna Maria Palma. Il magistrato, nel corso della sua requisitoria al terzo processo per la strage di via D'Amelio, dov'erano stati uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, aveva sostenuto che era stato "sufficientemente provato" che i mandanti della strage erano stati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
Naturalmente nell'occasione si scatenò un pandemonio. Antonio Martone, presidente dell'Associazione magistrati disse: "Questa vicenda conferma l'urgenza di una revisione della legge sui pentiti". La dichiarazione di quel pm venne concordemente stigmatizzata da destra e da sinistra. Ma l'unico ad essere stato querelato dalla dottoressa Palma e condannato è stato Lino Jannuzzi, che ricordò l'episodio due anni dopo in un suo articolo.
Il magistrato ha querelato il giornalista perché lei non disse che "è sufficientemente provato" che Berlusconi e Dell'Utri sono stati i mandanti della strage. Ma affermò che "è sufficientemente provato" quello che ci ha detto il pentito Salvatore Cancemi. E cos'altro aveva detto se non che Berlusconi e Dell'Utri erano i mandanti della strage? Eppure, per questo, Lino Jannuzzi è stato condannato.
Una vicenda particolarmente impressionante rievocata dalla penna di Jannuzzi è quella del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo. Per trent'anni il maresciallo dell'Arma ha comandato la stazione di Terrasini. Ha condotto contro la mafia una battaglia silente e fruttuosa ed ha ottenuto con i metodi tradizionali risultati sorprendenti. Fu lui a dare le coordinate al capitano "Ultimo" per la cattura di Totò Riina. Dopo le accuse di Buscetta a Giulio Andreotti ed il processo che ne era scaturito bisognava controllarne l'attendibilità.
Per questo il maresciallo Lombardo andò in America ad interrogare Badalamenti in carcere, visto che Buscetta sosteneva di aver saputo di Andreotti da Badalamenti. Lombardo tornò una seconda volta in America con i magistrati di Palermo e di Perugia. Venne messo a verbale che Badalamenti non solo smentiva Buscetta, ma era anche disposto a confrontarsi con lui in Italia.
Lombardo si appresta così a recarsi in America per la terza volta. La sera del 23 febbraio '95 si siede davanti al televisore. C'è "Tempo reale" di Santoro. Ospite della trasmissione è Leoluca Orlando che interviene dicendo: "L'ho sempre detto? la mafia ha il volto delle istituzioni. Il comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini è colluso con i mafiosi. "Il sindaco di Terrasini, Manlio Mele dà man forte ad Orlando. Il comandante generale dell'Arma cerca di mettersi in contatto con la trasmissione per difendere Lombardo, ma non lo fanno parlare".
La mafia uccide il confidente di Lombardo e ne trascina il cadavere vicino la casa del maresciallo. Poi uccide il cane del sottufficiale per lanciare un messaggio. Il capitano diretto superiore di Lombardo si reca a Palermo per chiedere una smentita, ma invece gli dicono che il maresciallo sta per essere arrestato. Il capitano avverte Lombardo, che scrive la sua ultima lettera, verte sui viaggi americani, e si esplode un colpo di pistola alla tempia.
Tre anni e mezzo dopo il colonnello Mario Obino, teste nel processo Andreotti ha confermato la validità della missione americana ed ha consegnato al tribunale la relazione di servizio redatta allora. Verrà alla luce tempo dopo che nel testo ufficiale della relazione mancava un capoverso. Esso diceva che siccome Badalamenti intendeva smentire le accuse di Buscetta e della procura di Palermo contro Andreotti, era meglio lasciarlo in America. Per questo Antonino Lombardo è stato diffamato e si è suicidato.
Sono passati otto anni e a lui e alla sua famiglia non è stato ancora restituito l'onore. Le denunce per diffamazione e istigazione al suicidio presentate dalla vedova a Palermo, a Caltanissetta e a Roma sono state sistematicamente archiviate. Orlando, Mele e i magistrati che li hanno imbeccati non sono mai comparsi dinnanzi a nessun tribunale.
Questa, una delle tante storie raccontate con stile impeccabile e forte passione civile da Lino Jannuzzi.
Giovanni Masciola

19 aprile 2003 - STRAGE CAPACI: MOTIVAZIONI SENTENZA CASSAZIONE
"La Provincia pavese"
LA CASSAZIONE
Strage di Capaci: il teorema Buscetta è insufficiente
ROMA. La morte di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e dei tre componenti della loro scorta, uccisi poco prima delle 6 di sera, il 23 maggio 1992 nella devastante strage di Capaci, non è stato un semplice, per quanto efferato, delitto di mafia. La morte di Falcone è stata qualcosa di più: si inserisce nel vasto progetto di aggressione allo Stato di Cosa Nostra con finalità punitive, preventive e dimostrative nei confronti delle Istituzioni. Ma per "inchiodare" i mandanti, coloro che hanno dato anche solo un "concorso morale" alla morte di Falcone, non basta basarsi sulla strategia della mafia e sul cosiddetto "teorema Buscetta". Il pentito "numero uno" di Cosa Nostra (deceduto 3 anni fa), infatti, pur essendo uscito dalla organizzazione criminale molti anni prima della strage di Capaci, aveva più volte sostenuto, nei processi di mafia, che le decisioni su particolari omicidi, non venivanio presi senza l'autorizzazione dei capi mandamento. Ci vogliono le prove che essi siano stati informati ed abbiano dato il consenso alla strage. Lo afferma la Cassazione che sulla strage di Capaci ha depositato ieri la motivazione di ben 273 pagine, della decisione con la quale il 31 maggio dello scorso anno, aveva annullato, con rinvio, le condanne inflitte a 13 boss.
La strage di Capaci, rientra nell'attacco alle istituzioni che ha portato all'uccisione di Salvo Lima, di Ignazio Salvo, all'attentato a Maurizio Costanzo, alle stragi di Firenze (via dei Georgofili), Roma (San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e Milano (in via Palestro). Quella di Capaci è una strage eseguita con l'impiego di un apparato imponente di strumenti, con il supporto di un'organizzazione capillare di tipo tattico militare, fatta di persone che hanno assunto funzioni ed incarichi diversi, ma non occasionali, nell'esecuzione stessa. La Cassazione, che si rifà più volte alla sentenza Lima, sembra aver seguito appieno le richieste avanzate dal sostituto procuratore generale Nino Abbate, annullando la sentenza di secondo grado per 13 boss, fra cui Pietro Aglieri, Giuseppe Calò, Antonino Giuffrè, confermando, invece, la condanna per Salvatore Riina, Benedetto Santapaolo, Leoluca Bagarella, Domenico Ganci, Filippo e Giuseppe Graviano. La decisione sulla strage di Capaci, spiega la Cassazione, non può trascurare che l'appartenenza ai vertici di un'associazione criminale non integra automaticamente la prova della colpevolezza di tutti i dirigenti dell'organizzazione in riferimento a tutti i delitti commessi da alcuni componenti per incarico di determinati esponenti, anche se i delitti servono ad attuare un programma che appartiene, come progetto, a tutto il gruppo. Nè la decisione può rimanere avulsa dalla nuova prassi che si verificava in Cosa Nostra di garantire un livello deliberativo ed informativo "protetto" in relazione alla programmazione di delitti strategici.

"La Gazzetta del sud"
Palermo Non convincono il procuratore le motivazioni della Cassazione che ha annullato la sentenza sulla strage di Capaci
Grasso: così è impossibile condannare boss e killer
La responsabilità di tutti i componenti della "cupola" per la strage di Capaci deve essere provata, e non è sufficiente il cosidetto teorema Buscetta per arrivare alla certezza della loro responsabilità e quindi alla loro condanna. È quanto osserva la quinta sezione penale della corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 31 maggio, aveva annullato con rinvio 13 condanne ai boss accusati di essere stati tra i mandanti della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. Nella stessa sentenza furono invece confermate le condanne per gli esecutori materiale della strage. Con questa sentenza, i giudici della quinta sezione penale hanno ribadito un orientamento già emerso in passato, come nel processo per l' omicidio Lima, e cioè che la semplice appartenenza alla "cupola" di Cosa Nostra non comporta automaticamente per tutti i boss, in mancanza di riscontri, l' adesione alle decisioni dell' organizzazione, sopratutto se non è provata la partecipazione diretta di ogni singolo capo mandamento. È insomma una sorta di sconfessione del teorema Buscetta, secondo il quale ogni decisione di alto livello di Cosa Nostra, come i delitti eccellenti, era decisa da tutti i partecipanti alla cupola, e quindi sono da considerare responsabili. Per i giudici della Cassazione invece, questo non basta a giustificare la condanna per i capo mandamenti se non si è provato la loro partecipazione alle riunione, la loro conoscenza della preparazione della strage e la loro adesione al progetto. Con questa sentenza sono state annullate le condanne, tra gli altri, anche per Pietro Aglieri, Antonino Giuffrè, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Giuseppe Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia. Confermate invece le condanne, tra gli altri, per Totò Riina, Leoluca Bagarella, Domenico e Raffaele Ganci. "Se veramente si dovesse richiedere la prova di un movente specifico, personale e individualizzato per ciascuno dei mandanti di un delitto deliberato per il raggiungimento dei fini generali di Cosa nostra, si tratterebbe di una "probatio diabolica", e quindi impossibile da dimostrare". È quanto dichiara il procuratore di Palermo Pietro Grasso, commentando le motivazioni della sentenza di Cassazione che il 31 maggio dello scorso anno aveva annullato, con rinvio, le condanne inflitte a 13 boss accusati di essere stati tra i mandanti della strage di Capaci. "Tutto ciò - prosegue Grasso - comporterebbe, come già succedeva un tempo, l' impossibilità di condannare i vertici dell' associazione mafiosa, così come spesso è impossibile condannare i killer che in quasi tutti gli omicidi non conoscono neppure il motivo per cui li eseguono". "I primi destinatari di queste motivazioni - conclude il procuratore di Palermo - sono adesso i giudici del rinvio, che dovranno rifare il processo alla luce dei principi enunciati".

20 aprile 2003 - AGENTE UCCISO CON BORSELLINO: NIENTE SOLDI ALLA FAMIGLIA
"Il Gazzettino"
IL CASO
Lo Stato non si è commosso: "Il denaro spetta solo alla moglie". Ma - dicono in famiglia - erano separati da anni. Un "eroe" dimenticato Morto con Borsellino, beffato dallo Stato La sconcertante vicenda di Eddie Cosina, agente della scorta ucciso dall'autobomba a Palermo: nessun indennizzo per sua madre Trieste
NOSTRO INVIATO
Alzi la mano chi si ricorda di Eddie Cosina. Eppure è stato protagonista, e vittima, di una delle vicende più drammatiche di questo Paese. Il pomeriggio del 20 luglio 1992 Eddie Cosina è morto con il giudice Borsellino e altri agenti della scorta, spazzati via dalla follia della mafia. Di lui resta la memoria nei cuori di sua madre Nella e delle sue sorelle Oriana e Edna, un paio di targhe e una piccola tomba nel cimitero di Muggia. È il destino degli eroi veri, di quelli che lavorano e magari muoiono nell'ombra e per questo a distanza di undici anni dal loro sacrificio vivono solo nella memoria di pochi. Edna Cosina riesce a parlare vincendo il dolore e la ritrosia di una famiglia che per educazione e convinzione ha scelto il silenzio e la compostezza. "Viviamo molto di ricordi, mia madre ogni giorno al cimitero di Muggia a trovare mio fratello. I miei genitori sono emigrati in Australia negli anni '50 e là siamo nati noi tre figli. Mia sorella Oriana, io e per ultimo Eddie. Siamo ritornati dall'Australia nel 1966 e mio padre Massimo è mancato nel 1983, a 51 anni. Mia madre dice sempre che se non fossimo ritornati in Italia Eddie sarebbe ancora qui. Ma se il destino ha voluto così... magari sarebbe successo un incidente".
Che ragazzo era l'agente Eddie Cosina?
"Mio padre era stato poliziotto prima di partire per l'Australia; e fin da bambino Eddie aveva in testa di fare il poliziotto. Era un ragazzone ben piazzato, alto un metro e 86, pesava più di 90 chili. Aveva cominciato alla Digos di Trieste, con il dottor Petrosino. Aveva fatto la scuola di specializzazione per le scorte, in Sardegna, veniva chiamato sempre quando c'erano da accompagnare personaggi importanti. Non ha mai lasciato Trieste: veniva allertato, partiva con l'elicottero e rientrava dopo qualche giorno".
Gli piaceva una vita movimentata?
"Tuttaltro, era legatissimo alla famiglia. Tant'è che a un certo punto ha chiesto di passare dalla Digos all'Anticrimine per seguire Petrosino ma anche per ridurre i servizi di scorta. Si era sposato nel 1988, ma il matrimonio era finito due anni dopo quando sua moglie, anche lei una poliziotta, si è trasferita a Milano. Eddie ha voluto una separazione consensuale perché in cuor suo sperava che un giorno sarebbero ritornati insieme, nonostante lei vivesse già con la persona con cui sta tuttora e dalla quale ha avuto due figli".
Avevate paura per il suo lavoro?
"Parlava pochissimo delle sue missioni, erano sempre riservate, perciò non avevamo modo di preoccuparci più di quanto non lo siano i famigliari di qualunque poliziotto. Ci dava l'impressione di fare un lavoro d'ufficio. Era molto affettuoso, c'era sempre la telefonata alla mamma, gli abbracci".
Da quanto durava la missione con Borsellino?
"Era la terza volta che andava a Palermo; aveva fatto servizio di scorta ai magistrati quando c'era il maxiprocesso. Erano missioni che di solito duravano un paio di settimane".
Il 23 maggio 1992 ci fu l'attentato a Falcone: suo fratello dov'era?
"Eravamo davanti alla tv, lui conosceva i ragazzi di quella scorta. Mi ricordo che disse: "Spero solo che non venga insabbiata anche questa strage". Un commento strano da parte sua: era sempre silenzioso, non commentava mai questioni legate al suo lavoro".
Era spaventato?
"No, non era spaventato. Altrimenti non sarebbe andato a fare la scorta a Borsellino. Dopo la strage di Falcone le scorte sono aumentate e dal ministero è arrivata la richiesta di disponibilità a far parte del servizio. A Trieste si sono offerti in cinque, tra questi c'era Eddie".
Quando è partito?
"Era già luglio, periodo di ferie: l'unico che si è fatto avanti era lui, perché non aveva moglie e figli, nè vacanze prenotate. C'erano mille motivi per rifiutare la missione. Ma lui era uno che non ha fatto un giorno di malattia in tredici anni di lavoro: aveva un senso del dovere fuori dal comune".
Ricorda l'ultima volta che lo vide?
"Sì, ci disse che andava a Palermo per questioni di ufficio. Non sapevamo assolutamente che andava a fare la scorta di Borsellino. Credevamo che fosse seduto a una scrivania. Il 2 luglio, era una domenica, con mia madre l'abbiamo accompagnato all'aeroporto; lui è sempre stato molto affettuoso, ma ricordo che quella volta non smetteva mai di abbracciare mia madre. È andato verso l'imbarco poi è ritornato indietro per abbracciarmi di nuovo. Noi non capivamo, ma evidentemente lui era consapevole della pesantezza della missione che stava andando a svolgere".
Quanto tempo doveva durare la missione?
"Un mese. Ma venerdì 17 luglio mi ha telefonato: "Guarda che ritorno prima, vieni a prendermi martedì; tra l'altro qua le cose non si mettono bene". Era la prima volta in vita sua che faceva un accenno al suo lavoro, ma poiché credevamo che fosse in un ufficio, abbiamo pensato che si riferisse a beghe interne".
Invece era lì, con Borsellino...
"Sì, anche se non avrebbe dovuto esserci, in quella domenica maledetta. La sera prima ci doveva essere il cambio del turno di scorta; ma il suo collega era appena arrivato, e Eddie si è offerto di fare due turni di fila per lasciarlo riposare".
Quando avete saputo quel che era successo?
"Mia madre era andata con due cugini a fare una gita in auto fuori porta, io ero al mare con amici. Alle sette di sera siamo andati in piazza Unità a telefonare a una nostra amica per chiederle di unirsi a noi. Lei era davanti alla tv, e ha sentito che tra le vittime c'era un agente di Trieste. Sono corsa in questura, mi hanno fatta entrare in un salottino, e dopo pochi minuti mi hanno dato la conferma: mio fratello era morto. Sono arrivata a casa proprio mentre rientrava mia mamma".
Sua sorella dov'era?
"Era in vacanza in Spagna, l'ha saputo da me al telefono, quella notte. All'alba siamo partite con un volo militare per Palermo. E ci siamo ritrovate in quel caos terribile, terribile...".
Cos'è successo?
"Disperazione, una confusione terrificante, la sensazione che lo Stato si fosse dissolto. C'era la netta sensazione che la situazione fosse fuori controllo. Sedie che volavano, urla, la ressa, pugni e schiaffi, una tensione inimmaginabile".
Che vi ha infastidito?
"C'erano le bare, lì per terra; non c'era il raccoglimento che avremmo voluto. In quel momento poteva succedere qualunque cosa. La gente inferocita, questo popolo siciliano disperato... È stato il punto più basso di questo Paese, eravamo a un passo dal caos. Per questo credo che il sacrificio di queste persone non sia stato vano: ci ha fatto toccare il fondo, da quel momento in poi non potevamo che risalire".
E quando siete rientrate a Trieste?
"Non abbiamo visto il corpo di Eddie, anche se il suo era rimasto quello più integro. Lui doveva stare nella macchina blindata, e forse si sarebbe salvato: ma per controllare la zona è sceso e ha fatto qualche passo proprio mentre esplodeva l'autobomba con i 100 chili di tritolo. Ci volevano rimandarci su in treno, poi hanno trovato un aereo fino a Venezia, e da lì la situazione è cambiata. A Trieste siamo arrivati alle 11 del mattino, con tantissima gente davanti alla questura fino alla notte".
La gente vi è stata vicina; e lo Stato?
"Eddie ci ha lasciato una grande eredità morale, perciò mi è difficile ammettere che in certi momento lo Stato è mancato. Non dovrebbe essere necessario strepitare e battere i pugni per far andare le cose in un certo modo".
Perché, cosa è successo?
Edna ha un sorriso amaro; non vorrebbe andare oltre, poi si sfoga: "Non abbiamo avuto alcun risarcimento dello Stato. Secondo la legge la sua ex moglie, essendo separata consensualmente e non per via giudiziaria, ha mantenuto tutti i diritti: indennità, pensione vitalizia, è andato tutto a lei, che da anni aveva un'altra famiglia. Un paio di mesi fa è arrivata l'ultima risposta a una vecchia domanda di chiarimenti. C'era scritto: "Nulla vi è dovuto in quanto tutto va alla moglie", e qualcuno si è preso la briga di sottolineare a penna questo passaggio, quasi a evidenziare il fatto che forse siamo testardi o fingiamo di non capire".
Come sarebbe a dire: la pensione di vostro fratello va a una famiglia che con lui non ha nulla a che fare, mentre a voi non spetta niente?
"La legge è legge, che possiamo fare? Mia madre avrebbe potuto avere una pensione di 9 milioni all'anno lordi. Ma poiché lavorava alla Soprintendenza dei beni culturali, non le è stata concessa. La prefettura ci disse di presentare una serie di domande, ma le richieste non furono accolte, non so bene se dal ministero dell'Interno o dal Tesoro".
Ma il ministero, la Polizia non hanno fatto niente?
"All'epoca parlai con l'allora capo della Polizia, Parisi, che sapeva tutto; ma non poteva farci niente. In una situazione simile si è trovata anche la famiglia di un altro caduto, a Palermo".
Com'è possibile che fino a oggi non si sia saputo nulla di questa situazione assurda?
"Che vuole... se servisse a ridarci mio fratello, farei fuoco e fiamme. Ma non c'è niente, non c'è nessun risarcimento sufficiente a compensare la sua perdita. Non abbiamo neanche la forza di protestare. C'è stato anche qualche politico che si è offerto di trovare una strada per aggirare l'assurdità della legge. Ma ci siamo rifiutati; tutto si può fare in questo Paese. Ma è una cosa che va contro i nostri principi. Inizialmente molti ci sono stati vicino, ma poi sa... la vita va avanti. Comunque noi siamo sempre stati abituati a non chiedere, ad andare avanti con le nostre forze; battere i pugni sul tavolo non fa parte del nostro carattere".
Così però al danno si è aggiunta la beffa...
"Ci siamo trovate noi tre donne, da sole; avrei dovuto dedicarmi a tempo pieno a fare il giro degli uffici e battere i pugni sul tavolo. No, non fa per noi. E non ho rimpianti, se non quello di non aver capito subito, quel venerdì, cosa voleva dirmi mio fratello al telefono. Forse avrei potuto metterlo in guardia, forse l'avrei convinto a essere più prudente, forse...".
Perché non avete mai reso pubblica questa situazione? Com'è possibile che la famiglia di un agente morto con Borsellino non abbia ricevuto nemmeno un risarcimento?
"Non siamo gente che va in piazza con gli striscioni. In quei giorni tutti erano ben disposti: "chiedete qualsiasi cosa", ripetevano. Ma solo oggi, a 11 anni di distanza, abbiamo la forza per valutare lucidamente la situazione. L'unica cosa che ci è stata regalata è il pezzo di terra nel cimitero di Muggia dove abbiamo costruito, a nostre spese, la tomba di Eddie".
Secondo lei è cambiato qualcosa in Italia? Cosa pensa quando sente che uccidono Marco Biagi, che ammazzano un poliziotto in un treno, che certi magistrati girano ancora con la scorta?
"Io credo che... anzi, io spero che sia cambiato qualcosa nella coscienza degli italiani. Penso ai giovani siciliani, un popolo meraviglioso costretto a vivere in un'altra dimensione. Mio fratello e gli altri della scorta in Sicilia sono ricordati come eroi. Qui è diverso, non è una cosa che ci tocca da vicino".
Avete contatti con la Sicilia?
"No, nessuno. Ci siamo sentiti qualche volta con la famiglia di Emanuela Loi; abbiamo ricevuto una lettera dalla madre e dalla sorella di Borsellino. Palermo è lontana... L'anno scorso c'è stato il decimo anniversario, a Trieste c'è stata una manifestazione molto, molto misera. Una messa di venti minuti, e via. Certe cose vanno fatte se sono sentite, non per dovere. D'altra parte, dieci anni fa sembrava dovessero intitolare a mio fratello strade, piazze e scuole; oggi è rimasta a suo nome la scuola di polizia di Duino e una piccola targa sul muro del commissariato di Muggia. Sul monumento ai poliziotti caduti, a Roma, hanno persino messo il nome sbagliato: si chiamava Eddie, non Walter".
Ario Gervasutti

23 aprile 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: DIFFIDATO FRATELLO ALBERTO
"La Gazzetta del sud"
Palermo Alberto Dell'Utri diffidato dal tribunale
PALERMO - I giudici del tribunale di Palermo che stanno processando il senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno diffidato il fratello, Alberto Dell' Utri, sollecitandolo a presenziare all' udienza di lunedì prossimo. I giudici lo hanno citato in altre due occasioni e Alberto Dell' Utri non si è presentato. Da qui la decisione del collegio di avvisare il testimone. L' udienza di ieri mattina è stata caratterizzata dalla testimonianza di un ispettore di Polizia che ha riferito sul verbale di interrogatorio all' ex senatore Vincenzo Garraffa, che ha denunciato un presunto tentativo di estorsione che avrebbe subito da parte di Dell' Utri. Il processo è stato rinviato a lunedì 28 aprile prossimo.

23 marzo 2003 - I RAPPORTI FBI SU BUSCETTA
"La Gazzetta del sud"
E qualcuno sospetta che don Masino fosse un informatore degli americani
Toh, l'Fbi s'interessava a Buscetta
La mattina del 30 agosto 1970 J. Edgar Hoover stava sfogliando i quotidiani, quando la sua attenzione fu catturata da un articolo sull'arresto a New York di "un alto esponente della mafia siciliana", un certo Tommaso Buscetta. Con la stilografica nera, il leggendario direttore dell'Fbi appuntò sul bordo del ritaglio una di quelle note che per decenni sono state l'incubo dei suoi uomini: "Dov'erano gli agenti dell'Fbi?". Cominciano da quella nota inedita due anni di attenzioni particolari dell'Fbi per Buscetta, testimoniate da rapporti investigativi che cercano di tenere il passo con i molteplici nomi falsi di un mafioso ancora lontano dal diventare il più importante pentito nella storia giudiziaria italiana. E dalle pagine dei primi anni '70 riemergono, senza trovare risposte definitive, gli interrogativi sulle zone grigie della vita di Buscetta, compresi i dubbi dell'Fbi sul trattamento in apparenza troppo "soft" riservatogli nel 1971 dall'Ins (l'agenzia federale per l'immigrazione americana), che spinse i segugi del Bureau a prendere in considerazione l'ipotesi "che il soggetto fosse diventato un informatore per le autorità degli Usa". A tre anni dalla morte di Buscetta in America, l'Ansa ha ottenuto l'accesso al corposo fascicolo che l'Fbi conserva su di lui. In base al Freedom of Information/Privacy Acts (Foipa), la legge che regola l'accesso agli atti ufficiali americani, l'Fbi ha consegnato all'Ansa un dossier di 302 pagine su Buscetta, ma ha mantenuto numerosi omissis su parti ritenute ancora non divulgabili, tra cui quelle relative ai nomi di informatori. I primi atti dell'Fbi dedicati a Buscetta sono del 1967, gli ultimi del 1985, quando ormai don Masino ha avviato da tempo la collaborazione con Giovanni Falcone e si appresta a sparire nel programma di protezione dei testimoni negli Usa, gestito dal corpo dei Marshals (richieste di informazioni a quest'ultima agenzia hanno ottenuto come risposta che lo U.S. Marshals Service "non può nè confermare, nè negare" di avere dati su Buscetta, che non sono comunque accessibili). Ma è tra il 1970 e il 1972 che l'archivio dell'Fbi raccoglie le pagine meno note sul passato americano di Buscetta. Il 25 agosto 1970 don Masino viene arrestato a New York mentre gira con il falso nome messicano di Manuel Lopez Cadena, una delle molte identità fittizie che lo hanno protetto in mezzo mondo per tutti gli anni '60. Buscetta è già un super-ricercato in Italia, solo un mese prima la polizia stradale lo aveva fermato a Milano in un'auto in compagnia di pezzi da novanta del mondo mafioso come Tano Badalamenti, Giuseppe Calderone, Gerlando Alberti e Totò Greco. Ma i passaporti falsi dei cinque uomini ingannano gli agenti, che li lasciano andare. La notizia dell'arresto di Buscetta finisce sui giornali di New York il 30 agosto e fa irritare Hoover: si parla di una operazione a cui hanno preso parte varie agenzie, ma l'Fbi non è tra queste. Il direttore chiede spiegazioni all'ufficio di New York e nell'archivio dell'Fbi sono conservate le intimorite risposte dei suoi agenti, secondo i quali "non ci sono atti su Tommaso Buscetta e non è conosciuto come persona collegata al crimine organizzato italiano negli Stati Uniti: per questo non c'era alcuna competenza dell'Fbi nel caso". In realtà Buscetta di legami con Cosa Nostra negli Usa ne ha molti e probabilmente sono quelli che lo aiutano nel giugno 1971 a trovare l'enorme cifra di 75.000 dollari per pagare una cauzione, versata dall'ex moglie Vera Girotti, e tornare in libertà condizionale, con il parere favorevole dell'Ins. Buscetta ne approfitta per sparire e rifugiarsi in Brasile (dove verrà arrestato alla fine del 1972, quando l'Fbi tenta senza successo di farlo estradare negli Usa invece che in Italia). Un anno dopo la fuga, nell'agosto 1972, l'Fbi torna ad occuparsi di Buscetta, stavolta a pieno ritmo. Masino è stato riconosciuto come l'autore di una rapina a mano armata avvenuta nel 1971 a Newark, nel corso della quale si è probabilmente rifatto delle spese della cauzione. Hoover nel frattempo è morto e l'Fbi è nelle mani di un incerto reggente, L. Patrick Gray, un ex comandante di sommergibili che sta per venir travolto con l'amministrazione Nixon dallo scandalo Watergate. Gray ordina "una vigorosa indagine e un' attenta supervisione" su Buscetta e dal riesame emergono alcune stranezze. Si scopre che nel 1971 Buscetta è stato interrogato dall' Ins, che gli ha concesso la libertà su cauzione - di cui Masino approfitta per fuggire - nonostante i mandati di cattura italiani. Nei rapporti dell'Fbi ci si interroga "sulla stranezza dell'operato dell'Ins" e sui ritardi nel tenere informate le altre agenzie. Il 18 novembre 1971 l'ufficio Fbi di New York invia al direttore una nota nella quale emerge che dall'analisi degli archivi Ins risulta che l'Immigrazione "era a conoscenza dei molti seri crimini di cui il soggetto è accusato dalla polizia italiana" e per questo la gestione della vicenda "appariva molto inusuale", al punto che "esisteva la possibilità che il soggetto fosse diventato un informatore per le autorità degli Usa". Negli anni scorsi, a più riprese, sono emerse presunte rivelazioni sulla possibilità che Buscetta avesse avviato una collaborazione con agenzie federali americane (si era parlato della Cia e della Dea, l'antidroga) molto prima di parlare a Falcone. Ma sono sempre rimaste voci senza conferme. L'Fbi, alla ricerca di chiarimenti sui propri dubbi, nel 1972 interrogò il magistrato che si era occupato del caso Buscetta, Michael Pollack. Ma le sue parole, così come gli atti dell'Ins su Buscetta, sono ancora coperte da omissis. Buscetta, tra l'altro, è morto negli Usa nel 2000 e l'ultima parte della sua vita è stata quella di un cittadino americano qualunque, ma il suo primo impatto con l' America era stato bizzarro: nel 1965 gli venne rifiutato un visto d'ingresso perchè fu ritenuto un comunista. Secondo quanto è stato possibile ricostruire dagli archivi dell'Fbi, il 15 novembre 1965 Buscetta fece domanda di un visto al consolato degli Usa ad Amburgo, in Germania, presentandosi con documenti che lo indicavano come Manuel Lopez Cadena, cittadino messicano, una delle identità che hanno protetto per anni la sua latitanza. Stando ad una lettera inviata il 4 aprile 1967 dal direttore dell'Fbi all'attachè legale americano a Roma, il visto fu negato in seguito a controlli eseguiti a Città del Messico, dove "una fonte affidabile" aveva riferito che una persona con lo stesso nome "aveva viaggiato dal Messico ad Amsterdam, Zurigo e Praga durante il periodo 28-31 gennaio 1955. Il viaggio coincide con il periodo in cui (omissis), un noto membro del Partito comunista messicano, visitava gli stessi luoghi". Secondo l'Fbi, era "possibile" che le informazioni non riguardassero Buscetta. Il direttore spiegava all'ufficio di Roma che "le informazioni possono essere comunicate alle autorità locali (italiane, ndr), con l'eccezione della parte che riguarda il viaggio del 28-31 gennaio 1955". Anche quando Buscetta parlava con il giudice Giovanni Falcone, l' Fbi seguiva gli sviluppi con interesse spasmodico. Dagli archivi del Bureau emergono decine di documenti, in gran parte ancora coperti da omissis, che testimoniano l'attenzione con cui nel 1984 gli investigatori americani seguivano la collaborazione tra Buscetta e Falcone. Sbarcato a Fiumicino il 15 luglio 1984 da un Dc 10 Alitalia che lo riportava in patria in manette dal Brasile, tre giorni dopo Buscetta si trovò di fronte il giudice Falcone ed esordì con le parole "Sono un mafioso", seguite da 45 giorni di confessioni sugli organigrammi della mafia siciliana. Il 3 agosto 1984 l'ufficio Fbi di Roma trasmetteva una prima nota urgente al direttore a Washington, nella quale si accennava a riunioni con la Dea (l'antidroga americana) e le autorità italiane per discutere le rivelazioni di Buscetta. Le note si susseguirono con cadenza quasi quotidiana nei giorni successivi. Il 23 agosto, l'Fbi di Roma chiedeva che al caso Buscetta fosse assegnato un nome in codice, "visti gli eventi di questi giorni e la necessità di riservatezza". Nei mesi successivi intensi scambi di corrispondenza tra Roma e Washington permisero di organizzare una prima trasferta di Buscetta negli Usa.

28 aprile 2003 - STRAGE PORTELLA DELLA GINESTRA A TEATRO
ANSA:
La strage di Portella della Ginestra non avra' come sfondo la Piana degli Albanesi dove 12 persone rimasero uccise il 1/o maggio del '47, ma il palcoscenico di una rappresentazione teatrale che di quell' eccidio vuole ricordare, 55 anni dopo, il dramma. L' appuntamento e' alle porte di Torino, allo Chalet del Parco Culturale Le Serre di Grugliasco.
E' una coproduzione di Casa degli Alfieri e Viartisti Teatro, compagnia questa che cura il cartellone 'Teatroimpegnocivile'. 'Ginestre a Portella' e' una creazione teatrale - dicono gli ideatori - sulla "prima strage impunita della repubblica italiana". Lo spettacolo, in scena dal 29 aprile, e' frutto di molteplici sinergie, che hanno coinvolto due compagnie piemontesi molto attive sul versante del teatro-cronaca e di denuncia, e l' Associazione siciliana Agite di San Giuseppe Jato.
Sono stati cosi' protagonisti del progetto 15 attori, il regista Luciano Nattino, la drammaturga Alessandra Rossi Ghiglione, la coreografa Alessandra Razzino, organizzatori e tecnici. Il lavoro che e' derivato da tante interazioni contamina la parola, in lingua e vernacolo siciliano, con la danza, il canto, l' azione corale. La piece, che intesse vicende personali, rituali contadini alla storia politica.

29 aprile 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: ASCOLTATO GERONZI
"La Gazzetta del Sud"
Dell'Utri Breve deposizione del presidente di Capitalia Geronzi
Nessuna cortesia a Rapisarda
PALERMO - I giudici del tribunale che stanno processando il sen. Marcello Dell' Utri (FI), accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno disposto la citazione in aula di Paolo Berlusconi, fratello del presidente del consiglio, del giornalista Michele Santoro e del'imprenditore catanese Aldo Papalia. Il tribunale ha inoltre riconvocato Alberto Dell' Utri, fratello dell' imputato, che ieri non si è presentato in aula a testimoniare perchè, hanno sostenuto i legali, non gli è stata notificata la citazione. Il presidente Leonardo Guarnotta ha confermato la diffida per Dell' Utri a comparire il 5 maggio prossimo in aula. Il fratello dell'imputato è stato già citato due volte. Sempre in mattinata è stato ascoltato Cesare Geronzi, Presidente di Capitalia, citato dalla difesa. Geronzi, la cui deposizione è durata pochi minuti, ha detto di avere conosciuto molti anni fa il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, di non ricordare chi glielo presentò : in quell'occasione, ha aggiunto Geronzi, Rapisarda gli chiese la cortesia di accelerare una pratica finanziaria ma il banchiere rispose che non era nella possibilità di farlo. Subito dopo la brevissima deposizione di Cesare Geronzi, la difesa ha comunicato al tribunale, presieduto dal giudice Leonardo Guarnotta, di aver rinunciato alla deposizione dell' on. Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia nel governo Andreotti. I giudici, infine, non hanno disposto la trascrizione della registrazione di una telefonata avvenuta fra Silvio Berlusconi e Bettino Craxi, così come aveva richiesto la pubblica accusa. L' udienza è stata quindi rinviata dal presidente Guarnotta a lunedì 5 maggio.

29 aprile 2003 - MAFIA: OMICIDIO LA TORRE,MANNOIA DEPORRA' IN VIDEOCONFERENZA
ANSA:
Il pentito Francesco Marino Mannoia sara' sentito come teste al processo per l' omicidio dell' ex segretario regionale del Pci Pio La Torre. Il collaboratore di giustizia deporra' in videoconferenza internazionale e la data non e' ancora stata fissata: e' esclusa quindi una trasferta negli Usa della corte d' assise che, per il delitto, processa i boss Nino Madonia e Giuseppe Lucchese.
La decisione di sentire Mannoia in video collegamento e' stata presa dai giudici questo pomeriggio.
Il pentito sara' chiamato a deporre sul gruppo di fuoco che assassino' il politico ed il suo autista Rosario Di Salvo il 30 aprile del 1982.
L' udienza e' stata rinviata al prossimo 8 maggio. Per l' omicidio La Torre sono stati gia' condannati con sentenza definitiva i boss della Cupola.

30 aprile 2003 - CONFERMATA IN APPELLO CONDANNA D'ANTONE, EX CAPO MOBILE PALERMO
ANSA:
I giudici della corte d' appello hanno confermato la condanna 10 anni di reclusione all' ex capo della squadra mobile di Palermo, Ignazio D' Antone, accusato di concorso in associazione mafiosa. La corte, presieduta da Salvatore Virga, e' rimasta in camera di consiglio per un' ora e mezza. I difensori del funzionario di polizia avevano chiesto l' assoluzione, mentre il pg Daniele Marraffa aveva chiesto la conferma della condanna a 10 anni di reclusione che era stata inflitta al funzionario di polizia nel giugno 2001.
Secondo gli inquirenti, D' Antone avrebbe agevolato Cosa Nostra "favorendo la latitanza di numerosi soggetti di primissimo piano nell' organigramma mafioso come Pietro Vernengo, Carlo Castronovo, Lorenzo e Gaetano Tinnirello, Vincenzo Spadaro e Vincenzo Buccafusca".
D' Antone, secondo l' accusa, avrebbe manifestato la "propria collusione anche frenando lo slancio investigativo dei propri colleghi, rendendo vani gli sforzi investigativi dei suoi collaboratori, intervenendo per vanificare operazioni volte alla cattura di latitanti. Tra queste sintomatiche sono la vicenda del blitz all' hotel Costa Verde e quella della sua provata interferenza nei confronti delle iniziative investigative della squadra mobile quando dirigeva il Centro interprovinciale della Criminalpol per la Sicilia occidentale".
 
 
 


@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"

Le notizie del 2000
Le notizie del 2001
Le notizie del 2002

Fontana
Agca
Pecorelli
Calabresi
Mafia
P2
Autobombe
Suicidi
Ustica
Bologna
Treni
Brescia
Questura
Gladio
Varie