Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - dicembre |
2 dicembre 2002 - MAFIA: PROCESSO A 007 SISDE, PG ATTENDE VERBALI GIUFFRE'
ANSA:
Le dichiarazioni del pentito Nino Giuffre' saranno probabilmente acquisite nel processo d'appello nei confronti dell'ex funzionario del Sisde Ignazio D'Antone, condannato a dieci anni per associazione mafiosa. Su presunte collusioni tra Cosa Nostra e ambienti investigativi il pentito sarebbe gia' stato interrogato dalla procura in procinto di trasmettere i relativi verbali alla procura generale. Stamane il sostituto procuratore generale Daniele Marraffa si e' riservato di chiedere la riapertura dell'istruzione dibattimentale senza motivare ulteriormente la richiesta. Ex capo della Mobile di Palermo e della Criminalpol della Sicilia occidentale D'Antone e' stato accusato da numerosi pentiti che lo hanno indicato come un funzionario di polizia disponibile nei confronti delle richieste dei mafiosi. La riapertura dell'istruzione dibattimentale, intanto, e' stata chiesta dalla difesa di D'Antone: il suo legale, avvocato Ninni Reina, ha sollecitato l'audizione di colleghi e superiori del suo cliente, dall'ex capo della Polizia Fernando Masone, all'ex capo della Mobile Guido Longo, ai pm Alberto Di Pisa e Vincenzo Geraci. Tutti sono chiamati a testimoniare l'impegno nella lotta alla mafia di D'Antone ed, in particolare, la sua amicizia con la mamma dell'agente Roberto Antiochia, ucciso in via Croce Rossa con il vicequestore Ninni Cassara'.3 dicembre 2002 - GIUFFRE', I RAPPORTI MAFIA-POLITICA: DAI GIORNALI
"Il Nuovo"
Nel mirino di Giuffrè c'è anche Berlusconi
L'ex numero due di Cosa Nostra, pentito di recente, attacca Dell'Utri: "La mafia ha fatto campagna elettorale per lui". "E'un millantatore" replica il senatore. Giuffrè coinvolge anche il premier.
PALERMO - E' un fiume in piena Antonino Giuffrè, il "vice" del capo di Cosa Nostra pentitosi recentemente. Le sue dichiarazioni sono un duro attacco a Forza Italia. Nel mirino delle sue accuse c'è soprattutto il senatore Marcello Dell'Utri. Ma le sue rivelazioni toccano perfino il premier. I Graviano, dice, erano il tramite tra la mafia e Berlusconi.
Le accuse al premier. "I boss Filippo e Giuseppe Graviano insieme all'imprenditore Gianni Ienna facevano da tramite direttamente fra Cosa Nostra e Berlusconi" sostiene Antonino Giuffrè nel verbale di un interrogatorio depositato dai pm nel processo per concorso in associazione mafiosa contro Marcello Dell'Utri. L'ex capomafia racconta che i boss della Cupola nel 1993 avevano deciso di appoggiare la nuova formazione politica "di cui facevano parte gli uomini della Fininvest".
Perché questa scelta, chiede il pm? "Signor procuratore - risponde il neopentito - Berlusconi era conosciuto come imprenditore e per le sue emittenti. E' una persona abbastanza capace di portare avanti un pochino le sorti dell'Italia". Il pm chiede allora se in passato "c'erano state altre occasioni in cui le dinamiche di Cosa nostra o le attività dell'organizzazione si erano incrociate con quella imprenditoriale di questo soggetto". "Sapevamo - sostiene Giuffrè - il discorso dello stalliere, sapevamo di Mangano che era alle dipendenze di Berlusconi, insomma sapevamo già da tempo che c'era un certo contatto tra Cosa nostra e Berlusconi, grazie alla persona che aveva direttamente in casa. Poi vi erano altre persone che aveva nei punti chiave della sua amministrazione, diciamo un'altra...". Il collaboratore, stando ai verbali, non aggiunge altro, e i magistrati non gli chiedono chi sia.
Giuffrè ricorda anche come un tentativo di imporre il pizzo alla Standa in Sicilia fu deciso dallo stesso Totò Riina, su suggerimento del boss catanese Nitto Santapaola, perché quest'ultimo "voleva intrattenere un rapporto diretto con Berlusconi".
Il caso Dell'Utri. Il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri avrebbe ricevuto invece, stando alle dichiarazioni di Giuffrè, un appoggio elettorale da parte di Cosa nostra nelle elezioni del '99.Immediata e dura è arrivata subito la reazione del senatore Dell'Utri: "Se nei giorni scorsi potevo avere solo dei dubbi circa il fatto che si trattasse di uno dei tanti millantatori in circolazione, oggi ne ho invece l'assoluta certezza". Le parole del numero due di Provenzano, secondo il senatore di Forza Italia, non sono altro che le "assolute falsità dell'ultimo (o penultimo?) dei tanti 'dichiaranti ad effetto' susseguitisi in tutti questi anni".
Le dichiarazioni su Dell'Utri non sono l'unica pesante rivelazione fatta oggi dal pentito. A quanto afferma Giuffrè l'esplosivo piazzato da Cosa Nostra il 31 ottobre del '93 davanti all'Olimpico di Roma "doveva servire a colpire i carabinieri". Era, secondo Giuffré, un segnale preciso lanciato agli uomini dell'Arma: "Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Bagarella. Oppure si mirava ad aprire eventuali contatti tra carabinieri e Cosa Nostra"
Secondo Giuffrè il boss latitante Bernardo Provenzano sarebbe riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano l'organizzazione: l'abolizione del regime carcerario del 41 bis, la revisione dei processi, la legge sui collaboratori di giustizia, la legge sul sequestro dei beni. Il pentito ha aggiunto che Provenzano voleva ottenere anche l'alleggerimento della pressione sulle cosche da parte della magistratura.
La ricerca di "referenti". Giuffrè sostiene di aver appreso queste notizie direttamente da Provenzano nel gennaio '93, in un incontro con i boss Pietro Aglieri e Carlo Greco. Il capo di Cosa Nostra gli avrebbe assicurato che "questi nuovi referenti politici nell'arco di dieci anni avrebbero fatto ottenere questi risultati". La ricerca di nuovi referenti politici si sarebbe resa necessaria dopo la rottura con la Dc a causa dell'omicidio di Salvo Lima.
Sul rapporto tra Cosa Nostra e quella che il pentito definisce "una nuova formazione politica", Giuffré dice: "Vi sono state due fasi. Quella dell'acquisizione delle 'garanzie' e quella della ricerca dei referenti 'giusti' sul territorio per le varie elezioni, e cioè candidati almeno apparentemente 'puliti', non dovevano essere sotto inchiesta della magistratura, e quindi non potevano avere alcun timore a portare avanti la politica che interessava a Cosa nostra".
Dell'Utri, insieme all'imprenditore Giovanni Ienna e ai boss Filippo e Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca,Vittorio Mangano, Filippo Maria Berruti e Salvatore Di Gangi, sarebbero stati gli uomini "giusti" per giungere ai vertici dei nuovi partiti. La garanzie politiche Cosa Nostra, afferma Giuffré, le avrebbe pagate, non proseguendo nella strategia stragista.
E il processo Dell'Utri, intanto, continua. Il senatore Dell'Utri ha fatto sapere che non si farà interrogare. "I risultati probatori - spiegano i suoi difensori - fino a oggi acquisiti dimostrano la totale infondatezza dell'ipotesi accusatoria. Il senatore Dell'Utri nel corso delle varie spontanee dichiarazioni già rese e di quelle che renderà, permetterà ai giudici di ottenere i necessari chiarimenti sulle accuse imbastite nei suoi confronti. Per tale ragione, e anche in considerazione del lunghissimo lasso di tempo oggetto della contestazione, 32 anni, non intendiamo permettere che taluno demonizzi fisiologici ricordi sbiaditi. Abbiamo assunto la decisione di non far sottoporre il nostro assistito all'esame dei pm".4 dicembre 2002 - GIUFFRE', I RAPPORTI MAFIA-POLITICA: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
DAL NOSTRO INVIATO PALERMO - Quel che bolliva in pentola da ...
PALERMO - Quel che bolliva in pentola da settimane è diventato ufficiale: l'ultimo vicerè dell'ala militare di Cosa Nostra, il pentito Antonino Giuffrè, alza il tiro e punta il dito direttamente contro Silvio Berlusconi. Assicurando che due boss come Filippo e Giuseppe Graviano insieme con l'imprenditore mafioso Giovanni Ienna "facevano da tramite direttamente fra Cosa Nostra e Berlusconi".
Con questo tuono il "vice" di Bernardo Provenzano arrestato in aprile e pentitosi in giugno irrompe nel processo palermitano contro Marcello Dell'Utri. Con 80 pagine sottoscritte l'8 novembre e depositate ieri dai sostituti Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, gli stessi magistrati da anni impegnati sulle "relazioni eccellenti", adesso per loro rilanciate dal pentito che sembra ridare fiato alla tesi ispiratrice di una inchiesta archiviata in assenza di prove, quella nota come "Sistemi criminali".
D'altronde, con questo verbale Giuffrè va ben oltre i racconti finora noti sui "referenti" datati 1984 e confluiti nel processo Andreotti. Preistoria al confronto con le ultime rivelazioni che attribuiscono una frase chiave allo stesso Provenzano, fiducioso nel '93 per la nascita di Forza Italia, sempre secondo le parole di Giuffrè: "Disse: "Nell'arco di 10 anni con questi nuovi referenti politici risolveremo i problemi... Dovremmo essere nelle mani giuste".
Informazioni interessanti, viziate solo da un limite, ricorrente nei pentiti: Giuffrè riferisce notizie apprese da altri, qualcosa dallo stesso Provenzano, il grosso dai fratelli Graviano, dall'imprenditore Ienna, dai boss Carlo Greco e Pietro Aglieri. Mancano invece episodi vissuti in prima persona. E dal vicerè di Cosa Nostra indicato come "numero due" del capo forse ci si aspettava di più. Ma non è detto che non dica o che non abbia detto di più. Inevitabile che in Procura si attribuisca gran peso al richiamo di Giuffrè su Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore: "Sapevamo che era alle dipendenze di Berlusconi, insomma sapevamo che c'era un certo contatto tra Cosa Nostra e Berlusconi, grazie alla persona che aveva direttamente in casa. Poi vi erano altre persone che aveva nei punti chiave della sua amministrazione, diciamo un'altra...".
Un riferimento lasciato sospeso, privo di esplicito approfondimento da parte di Ingroia e Gozzo che hanno chiesto di acquisire i verbali e di interrogare in udienza Giuffrè, liquidato da Dell'Utri come "un millantatore", pronto a negare di aver chiesto ai boss "un appoggio elettorale per le Europee del '99": "Certo dell'assoluta falsità delle sue dichiarazioni, posso tranquillamente affermare che si tratta solo dell'ultimo (o penultimo?) dei tanti dichiaranti ad effetto susseguitisi in questi anni".
Già, forse è il "penultimo". Perché intanto si redigono in località segreta altri verbali con il più importante dei pentiti, Pino Lipari, il geometra che per conto di Provenzano teneva i contatti con amministratori e politici. In attesa dei nuovi tuoni, l'attenzione si concentra su Giuffrè che non risparmia la Chiesa ("Un'entità molto scaltra"), parla di "persone del gruppo Fininvest..." e ricostruisce la genesi del (presunto) rapporto fra mafia e candidati "azzurri": "Non abbiamo mai ben visto sinistra e destra, comunisti e fascisti... Provenzano mi disse che non c'erano alternative e chiedendo aiuto a Dio ci siamo ufficialmente imbarcati sulla barca di Forza Italia".
E' singolare che la confidenza di Provenzano risalga al gennaio '93, quando per le strade italiane campeggiavano solo ermetiche gigantografie con un bebè ed un grido incomprensibile: "Forza Italia". Il sospetto di Ingroia e Gozzo è che Provenzano fosse informato sin dai primi passi della comparsa della "nuova forza". E su questo nodo si gioca non solo il destino giudiziario di Dell'Utri.
Bisognerebbe però trovare la prova concreta della "trattativa" di Provenzano con i vertici del partito. Una serie di richieste elencate da Giuffrè: abolizione del 41 bis, revisione dei processi, pentiti, sequestro dei beni, una minor pressione della magistratura. Il tutto in cambio di una scelta: porre fine alle stragi, rendendo meno visibile la presenza della mafia, facendola "inabissare". Come avevano detto altri pentiti. Ma Giuffrè allarga gli orizzonti e vola oltreoceano: "All'America la mafia non interessa più perché i comunisti sono finiti"."Liberazione"
Giuffrè: "Cosa nostra appoggiò Dell'Utri e Forza Italia" Le pesanti accuse del boss in un verbale dell'8 novembre Toni Baldi Le rivelazioni del pentito Antonino Giuffrè, ex boss di Caccamo (Pa) nonché braccio destro del boss superlatitante Bernardo Provenzano, stanno provocando un vero e proprio terremoto all'interno delle aule del Palazzo di Giustizia di Palermo dove sono in corso di svolgimento alcuni processi riguardanti i rapporti tra mafia e politica che vedono imputati personaggi eccellenti. Nel corso dell'udienza di ieri mattina, infatti, i sostituti procuratori Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, rappresentanti la pubblica accusa nel processo di primo grado contro il senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, hanno chiesto ai giudici della seconda sezione del Tribunale del capoluogo siciliano di ascoltare l'ex luogotenente della "primula rossa" di Corleone. Nel chiedere la deposizione di Giuffrè, i pm hanno fatto riferimento ad un verbale depositato nell'ufficio della procura l'8 novembre scorso contenente accuse da parte del pentito nei confronti dell'ex manager di Pubblitalia. Secondo Giuffrè, il senatore Dell'Utri avrebbe ricevuto appoggio elettorale da parte di Cosa nostra alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo dell'estate del 1999.
A detta sempre del collaboratore di giustizia, Bernardo Provenzano sarebbe riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano Cosa nostra. "Per non commettere l'errore del passato occorreva scegliere dei referenti che portassero avanti con determinazione la risoluzione dei problemi che affliggevano Cosa nostra da ormai lungo tempo - si legge nel verbale che raccoglie le dichiarazioni di Giuffrè - Provenzano era interessato alla revisione della legislazione antimafia e, in particolare, alla revisione dell'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario (il cosiddetto carcere duro per i mafiosi, ndr), alla revisione dei processi, alla revisione della legislazione sui collaboratori di giustizia, sul sequestro dei beni e, più in generale, all'alleggerimento della pressione della magistratura".
L'ex capomafia di Caccamo (Pa) sostiene di aver parlato di questi "referenti" direttamente con Bernardo Provenzano e con i boss Carlo Greco e Pietro Aglieri. "Provenzano - si legge ancora nel verbale - mi riferì nel '93 che grazie alla nascita di questo soggetto politico riteneva che i problemi di Cosa nostra si potessero risolvere nell'arco di una decina d'anni. Provenzano mi disse: "Dovremmo essere nelle mani giuste"".
Nel verbale, Giuffrè spiega inoltre come si è instaurato il rapporto con Forza Italia. "Vi sono state due fasi - dice l'ex braccio destro di Provenzano - Quella dell'acquisizione delle "garanzie" e quella della ricerca dei referenti "giusti" sul territorio per le varie elezioni, e cioè candidati almeno apparentemente "puliti", non dovevano essere sotto inchiesta della magistratura, e quindi non potevano avere alcun timore a portare avanti la politica che interessava a Cosa nostra".
Per giungere ai vertici del nuovo partito, Giuffrè afferma poi che l'organizzazione si è avvalsa dell'aiuto dell'imprenditore Giovanni Ienna, dei boss Filippo e Giuseppe Graviano, Salvatore Di Ganci, Giovanni Brusca e Vittorio Mangano nonché di Marcello Dell'Utri e Filippo Maria Berruti. "Sono queste le strade attraverso le quali sono arrivate a Cosa nostra le "garanzie" - sostiene Giuffrè nel verbale - A fronte di queste garanzie politiche, anche Cosa nostra doveva dare garanzie e in particolare venne chiesto all'organizzazione che si inabissasse e che non proseguisse la strategia stragista". A parere di Giuffrè, le reciproche garanzie avrebbero permesso a Provenzano di riorganizzare Cosa nostra e consentito ai nuovi referenti politici di potere lavorare in tranquillità.
A conclusione dell'udienza di ieri del processo a Dell'Utri, il Presidente della seconda sezione della Corte d'Assise di Palermo, Leonardo Guarnotta, si è riservato di decidere sia di acquisire agli atti le dichiarazioni di Giuffrè che di citarlo in aula a deporre.
Nei giorni scorsi la Procura generale del capoluogo siciliano, alla luce delle dichiarazioni rese negli ultimi cinque mesi sempre dal pentito Antonino Giuffrè, aveva chiesto ai giudici della Prima sezione della Corte d'Appello la riapertura dell'istruttoria dibattimentale nel processo contro il senatore a vita Giulio Andreotti, accusato di concorso in associazione mafiosa. Nel corso delle sue deposizioni, infatti, l'ex capomafia di Caccamo avrebbe riferito nuovi fatti a carico del già sette volte presidente del Consiglio. Secondo Giuffrè, ci sarebbero state diverse frequentazioni tra il boss Michele Greco (il cosiddetto "papa" di Cosa nostra) ed il senatore a vita senza la mediazione dell'on. Salvo Lima, ex capo della corrente andreottiana in Sicilia. Anche in questo caso i giudici si sono riservati di decidere sulla richiesta avanzata dall'accusa.
Ma c'è di più. Le dichiarazioni di Giuffrè, infatti, potrebbero far riaprire alla procura di Palermo le indagini sull'appoggio elettorale che boss mafiosi avrebbero dato nel 1987 al Partito socialista e che coinvolgerebbero direttamente l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. "Martelli e il partito socialista - ha dichiarato Giuffrè - secondo quanto ci diceva Riina davano garanzie in favore delle esigenze di Cosa nostra. Ci sono state delle persone di Palermo che hanno avuto dei contatti diretti con Martelli e che a sua volta ha dato delle garanzie, non vorrei sbagliarmi ma se ricordo bene dovrebbe esserci coinvolto qualcuno della zona di Brancaccio, vicino ai boss Graviano".
Insomma, gli effetti del terremoto provocato dalle dichiarazioni di Giuffrè sui rapporti tra mafia e politica sembrano destinati a procrastinarsi nel tempo. Tra non molto, infatti, l'ex braccio destro di Bernardo Provenzano potrebbe fare ulteriori rivelazioni anche al processo contro il deputato di Forza Italia, Gaspare Giudice, accusato di associazione mafiosa. Secondo i magistrati, il parlamentare azzurro avrebbe avuto in passato rapporti con la cosca mafiosa di Caccamo, il mandamento retto fino a pochi mesi fa proprio da Antonino Giuffrè.
Felice Cavallaro4 dicembre 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: DIFESA, GIUFFRE' NON AFFERMA APPOGGIO A SENATORE
ANSA:
"In nessuna parte del verbale di interrogatorio depositato dai pm il pentito Antonino Giuffre' ha mai affermato che Cosa nostra abbia appoggiato o fatto votare per il senatore Dell' Utri nelle elezioni del 1999". Lo affermano i difensori dell' esponente di Forza Italia, gli avvocati Roberto Tricoli e Francesco Bertorotta. Secondo i magistrati, l' ex capomafia di Caccamo avrebbe detto che Cosa nostra ha appoggiato Dell' Utri per il voto delle Europee di tre anni fa. Per la difesa, invece, questo appoggio "diretto" non sarebbe emerso. L' avvocato Tricoli afferma, inoltre, che Giuffre' "parla e dice le stesse cose che sono contenute - sottolinea il legale - nel libro di Luciano Violante, intitolato 'il ciclo mafioso' ed in particolare dalle pagine 53 a 58". Nella prossima udienza del processo a Dell' Utri i giudici potrebbero sciogliere la riserva sulla richiesta dei pm di sentire in aula il collaboratore di giustizia.5 dicembre 2002 - GIUFFRE': DAI GIORNALI
"La Stampa"
"Due fronti, politico e militare" Giuffrè svela: trattative anche con i carabinieri
corrispondente da PALERMO
Nel 1993, dopo le stragi di Firenze, Roma e Milano, i boss mafiosi avrebbero avviato due trattative: una politica e l'altra "militare". La conferma a queste notizie, che fino adesso erano ipotesi investigative, arriverebbe dall'ex capomafia di Caccamo, Antonino Giuffrè, il quale ha spiegato nei giorni scorsi ai magistrati delle procure di Firenze e Palermo, che il negoziato con la politica i boss lo avevano chiuso "decidendo di appoggiare Forza Italia", sostenendo candidati che erano "immuni" da problemi con la giustizia in modo da portare avanti proposte di leggi che avrebbero aiutato l'organizzazione mafiosa senza destare sospetti. E Bernardo Provenzano, che allora non aveva altre alternative politiche, disse ai sui gregari che "erano nelle mani giuste" e che aveva ricevuto buone garanzie. La seconda trattativa, afferma Giuffrè, sarebbe stata portata avanti con i carabinieri, e su questo punto il collaboratore di giustizia sottolinea che l'attentato fallito per un problema tecnico allo stadio Olimpico di Roma (31 ottobre 1993), era stato organizzato da Leoluca Bagarella, "per dare un segnale ben preciso alle forze dell'ordine". Il pentito spiega ai magistrati che l'accordo raggiunto con i politici di "sommersione della mafia", evitando altre stragi e omicidi eccellenti, in cambio di favori "istituzionali", avrebbe cozzato con l'attentato preparato davanti allo stadio romano. Un episodio dimostrativo voluto dal cognato di Totò Riina, "un colpo di testa" per rivalersi - dice Giuffrè - di episodi o "accordi non mantenuti". Il boss, dalla saletta del carcere in cui è detenuto, ricostruisce lo scenario politico-mafioso del 1993 e ai pm di Firenze che lo hanno sentito nell'ambito dell'inchiesta sui mandanti occulti delle stragi di nove anni fa, ha delineato alcuni episodi, sistemando vari tasselli del puzzle, ma senza fornire nuovi elementi investigativi o fatti inediti. Ai pm ha allargato la mente, li ha "confortati" sulle teorie giudiziarie portate avanti in questi anni tra la Toscana e la Sicilia, ma nuovi fatti non ne sono arrivati dalla bocca dell'ex capomafia di Caccamo, indicato come il braccio destro di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra. Una parte della vicenda fiorentina è entrata nei verbali di interrogatorio del pentito depositati nel processo al senatore Marcello Dell'Utri, accusato a Palermo di concorso in associazione mafiosa. Ieri i legali dell'esponente "azzurro" sono intervenuti ancora sulle dichiarazioni di Giuffrè, sostenendo: "In nessuna parte del verbale di interrogatorio depositato dai pm il pentito Giuffrè ha mai affermato che Cosa nostra abbia appoggiato o fatto votare per il senatore Dell'Utri nelle elezioni del 1999". Secondo i magistrati, l'ex capomafia avrebbe detto che Cosa nostra ha sostenuto il senatore per il voto delle Europee di tre anni fa. Per la difesa, invece, questo appoggio "diretto" non sarebbe emerso. L'avvocato Roberto Tricoli afferma, inoltre, che Giuffrè "parla e dice le stesse cose che sono contenute - sottolinea il legale - nel libro di Luciano Violante, intitolato "il ciclo mafioso" ed in particolare dalla pagina 59 e seguenti". Intanto nella prossima udienza (9 dicembre) i giudici del tribunale che stanno giudicando Dell'Utri potrebbero sciogliere la riserva sulla richiesta dei pm di sentire in aula Giuffrè.6 dicembre 2002 - MORTO A FIRENZE GIUDICE ANTONINO CAPONNETTO
ANSA:
E' morto stamani in un ospedale di Firenze il giudice Antonino Caponnetto, aveva 82 anni; era infatti nato a Caltannissetta nel 1920.
Un uomo gentile e solo all'apparenza fragile, divenuto un simbolo della lotta a Cosa nostra e per la legalita' dopo la morte degli amici fraterni Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: per loro fu una sorta di padre spirituale, guidandoli nel famoso pool antimafia di Palermo dove arrivo' per prendere il posto di Rocco Chinnici. Era il 1983, Antonino Caponnetto aveva 63 anni ed era sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Firenze. La morte di Chinnici, ucciso con la scorta dalla mafia il 29 luglio di quell'anno, spinse Caponnetto a fare domanda al Csm per sostituirlo nella carica di consigliere istruttore a Palermo. "La Sicilia ha pagato un alto tributo di sangue: spero che adesso ci lascino lavorare in pace" disse il giorno del suo insediamento. La Sicilia era anche la sua terra d'origine: era nato a Caltanissetta il 5 settembre del 1920. All' eta' di dieci anni il trasferimento in Toscana, prima a Pistoia poi a Firenze. Nel 1954 l'ingresso in magistratura, carriera svoltasi in gran parte in Toscana dove si concludera' a Firenze nel 1990, quando Caponnetto, va in pensione col titolo onorifico di presidente aggiunto della corte suprema di Cassazione. Ma nella sua storia professionale e anche umana rimarranno indimenticabili i quattro anni e quattro mesi trascorsi nel capoluogo siciliano, vivendo in una caserma e poi raccontati nel libro intervista scritto col giornalista Saverio Lodato "I miei giorni a Palermo". Da novembre 1983 a marzo 1988 Caponnetto sara' alla guida del pool antimafia da lui fondato sull' esperienza di quelli antiterrorismo di Torino con Giancarlo Caselli e di Roma con Ferdinando Imposimato. L'idea, spiego' lo stesso giudice, fu quella di creare un gruppo di lavoro che si occupasse a tempo pieno e in via esclusiva dei processi di mafia, frazionando cosi' i rischi e assicurando una visione organica e completa del fenomeno. Accanto a se' chiamo' Falcone e Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il lavoro di quel pool porto' al primo maxiprocesso contro Cosa nostra e agli atti, per la prima volta, finirono le dichiarazioni di pentiti come Tommaso Buscetta. Quando decise di lasciare Palermo per tornare a Firenze indico' in Falcone il suo successore. Il Csm gli preferi' Antonino Meli seguendo criteri di anzianita' e Caponnetto non nascose la sua amarezza per questa decisione. Le morti di Falcone e di Borsellino lo restituirono come testimone della lotta per la legalita'. In un momento di sconforto, ai funerali di Paolo Borsellino, disse che era "tutto finito", ma proprio il suo impegno dal 1992 ad oggi e' stato continuo, nonostante l'eta' e i problemi di salute. Lezioni ai ragazzi delle scuole sulla giustizia, l'impegno in politica con la Rete che lo porto' ad essere nel 1993 il candidato piu' votato alle amministrative di Palermo dove divenne presidente del consiglio comunale, le mille interviste, la partecipazione e la promozione di convegni, la creazione di una fondazione intitolata a Sandro Pertini, da ultimo il sostegno per i girotondi. Cittadino onorario di Palermo e Catania, presidente del consiglio comunale di Palermo per un breve periodo, per tre volte e' stato candidato a senatore a vita con raccolte di firme. A fargli gli auguri per i suoi 80 anni, anche il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Li festeggio' in famiglia, con la moglie, i tre figli, i cinque nipoti e nel cuore il ricordo di Falcone e Borsellino: "Li sento sempre vivi, piu' vivi che mai. Ho l' impressione che veglino dall' alto proprio su di me".
(di Francesco Nuccio)- "E' vero nella lotta contro la mafia registriamo qualche battuta a vuoto. Ma soprattutto non c' e' piu' la tensione di una volta, non solo a livello politico ma anche tra la societa' civile". Era una riflessione amara quella di Antonino Caponnetto in una delle sue ultime interviste, rilasciata all' Ansa nel maggio scorso, in occasione del decimo anniversario della strage di Capaci. Dalla sua casa di campagna sulle colline toscane, la voce stanca e affaticata di Antonino Caponnetto, il capo dello storico pool antimafia, tornava a incrinarsi nel ricordare il sacrificio del suo allievo prediletto, Giovanni Falcone. Lo stesso tono rotto dalla commozione che aveva il 20 luglio del '92, quando davanti a una telecamera si lascio' sfuggire una esclamazione che non lasciava spazio alla speranza: "E' finita!". Il giorno prima Cosa nostra, a meno di due mesi di distanza dalla strage di Capaci, aveva massacrato con una auto bomba anche Paolo Borsellino. L' ex consigliere istruttore, che per Falcone e Borsellino era stato un padre spirituale prima ancora che un collega, si penti' subito di avere pronunciato quella frase: "Furono i palermitani - spiego' nell' intervista - a farmi cambiare idea, con il loro sdegno, la loro reazione, la loro voglia di ribellarsi. Scesero in piazza per gridare a viso aperto 'basta'. Una rivolta di popolo che mi fece capire che non tutto era perduto". L' anziano magistrato, in pensione dal 14 marzo 1988, aveva ribadito anche in quell' occasione al telefono di volere evitare le polemiche, ma non era riuscito a frenare la sua rabbia di fronte alla notizia della riduzione dei servizi di tutela per alcuni giudici impegnati in inchieste antimafia: "Come si fa a togliere la scorta a chi, come Giovanni e Paolo, rischia la propria vita per combattere Cosa Nostra?". Caponnetto non aveva voluto aggiungere altro, sottolineando pero' di "condividere pienamente" l' analisi del procuratore di Palermo Pietro Grasso, che proprio in quei giorni aveva parlato di "strane coincidenze" a proposito della presentazione di alcuni disegni di legge in Parlamento dopo i segnali lanciati dai boss detenuti circa l' ipotesi di una "dissociazione". "Forse e' proprio questo che manca - aveva osservato l' ex consigliere istruttore - la volonta' politica. Mi sembra che ci sia un certo disinteresse dei partiti verso il tema della lotta alla mafia. Mi auguro che si rendano conto dell' importanza di affrontare questi problemi in modo serio e responsabile". Commentando l' esito delle inchieste su mafia e politica, Caponnetto aveva osservato che "la raccolta delle prove, soprattutto in questi casi, e' sempre piu' difficile". E aveva ribadito la sua convinzione sul cosidetto 'terzo livello': "Su questo argomento si e' fatta confusione: io sono dell' opinione che la mafia non abbia padroni e che la politica sia subordinata ad essa e non viceversa". Una tesi sostenuta anche da Giovanni Falcone. Proprio ricordando i giorni passati con Giovanni Falcone, la voce di Caponnetto torno' a essere dolce e affettuosa: "Due sono i momenti - disse - che mi sono rimasti impressi. Il primo risale al giorno del suo matrimonio con Francesca Morvillo. Ero arrivato a Palermo da poco e fui invitato alla cerimonia che si svolse in assoluta segretezza. Perfino Paolo Borsellino non ne sapeva nulla. Eravamo presenti solo io, il sindaco e i due testimoni. Ricordo lo sguardo sereno e felice di Giovanni, come non lo avrei mai piu' visto. L' altro ricordo che non potro' mai cancellare e' quello dei suoi occhi pieni di lacrime al momento del mio commiato dall'ufficio istruzione di Palermo". L' ultimo commento Caponnetto lo aveva riservato a Palermo, la citta' dove aveva concluso la sua carriera di magistrato. Le sue parole per un attimo si erano nuovamente venate di pessimismo e di incertezza parlando dell' impegno dei movimenti antimafia e della societa' civile: "Mah... io direi che e' cambiata in peggio. Aumentano le difficolta' per chi e' animato dal 'sacro furore', come lo definisco io. Sono sempre di meno e si trovano ad affrontare difficolta' sempre maggiori. A loro vorrei dire di non mollare, di non cancellare la memoria, di non rendere vano il sacrificio di Giovanni e Paolo".6 dicembre 2002 - CAMORRA: GIULIANO, PAX MAFIOSA PER LA GUERRA AL 41 BIS
ANSA:
Perquisizioni in nove istituti di pena, concentrate nelle celle dei detenuti in regime di massima sicurezza. E ventiquattro boss, il gotha delle principali organizzazioni criminali, indagati. Le rivelazioni del pentito Luigi Giuliano, ex "re" del rione Forcella e fondatore della Nuova Famiglia, hanno prodotto i primi clamorosi risultati. Le perquisizioni sono state eseguite nei giorni scorsi, ma solo ora e' trapelata la notizia, nei settori che ospitano i detenuti sottoposti al regime di 41 bis delle carceri di Secondigliano e Poggioreale (entrambe a Napoli), Spoleto, Parma, L'Aquila, Milano Opera, Novara, Rebibbia e Ascoli Piceno. Luigi Giuliano, oltre a svelare come nelle carceri si elude il regime speciale, ha sostenuto che da tempo nelle cosiddette sezioni "differenziate" e' in corso una frenetica attivita' criminale - da parte di Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta - con l' obiettivo di ottenere, se non la formale abrogazione, prima l' attenuazione e poi lo svuotamento sostanziale del 41 bis. Questo sarebbe il primo di un elenco di priorita' del programma malavitoso, seguito dalla campagna contro i pentiti e dalla abolizione dell'ergastolo. Questa linea - secondo Giuliano - e' stata elaborata da alcuni boss della mafia (Bagarella, Riina e Madonia) e poi condivisa dalle altre organizzazioni. Per raggiungere l' obiettivo, soprattutto i camorristi avrebbero portato all' esterno le nuove direttive, ovvero una sorta di pax mafiosa, realizzando una tregua delle guerre di mafia e camorra che provocherebbero allarme nell'opinione pubblica rendendo difficile l'attenuazione delle norme carcerarie piu' rigorose. Secondo il pentito - che dal 1996 e' detenuto in vari istituti, sempre in regime speciale -, i detenuti sottoposti al 41 bis riescono a comunicare sia all' interno sia all' esterno "in ogni modo" eludendo i rigorosi divieti. Ed ha indicato una serie di modalita'. Per il collaboratore, risulta agevole ai detenuti passarsi di mano i bigliettini oppure calare i messaggi scritti nelle celle utilizzando delle cordicelle. In altri casi, i messaggi sarebbero stati nascosti in punti strategici: a tale proposito ha accennato a un termosifone del settore docce del carcere di Parma. Un altro elemento che, a dire di Giuliano, consente la trasmissione di messaggi e' la partecipazione dei detenuti alle videoconferenze nello stesso sito. Il collaboratore ha parlato inoltre di una potente colla con la quale venivano chiuse le lettere, rendendole impossibile da aprire senza distruggerle, realizzata artigianalmente attraverso la manipolazione di un medicinale lassativo. Ma in altre circostanze i mafiosi avrebbero comunicato con segnali attraverso le celle con persone che si affacciavano dalle finestre di edifici prospicienti al carcere. Secondo Giuliano, cio' e' accaduto a Secondigliano dove un camorrista e' riuscito a in questo modo a trasmettere messaggi. Giuliano ha raccontato che a lui si rivolsero due boss della mafia, Vernengo ed Enea, che gli chiesero se era possibile utilizzare l'appartamento attraverso il quale comunicava il camorrista. Giuliano ha raccontato infine che egli stesso riusci' a conversare a Parma con il boss camorrista Luigi Vollaro, per discutere del programma di eliminazione dei pentiti, dei loro familiari e degli avvocati che li assistono. Ros e Dia hanno perquisito le celle di 24 detenuti, trovando, a quanto si e' appreso, alcuni riscontri alle rivelazioni di Giuliano. Tra i detenuti figurano esponenti di primo piano delle organizzazioni criminali: Luigi Vollaro, Pietro Vernengo, Francesco Madonia, Ferdinando Cesarano, Giuseppe Mallardo, Raffaele Stolder, Patrizio Bosti, Salvatore Foria, Valentino e Aldo Gionta, Giovanni Alfano, Salvatore Badalamenti, Gaetano Bocchetti, Antonio De Luca Bossa, Walter Schiavone, Pietro Senapa, Antonio Vollaro, Salvatore Enea, Vincenzo Zagaria, Antonio Marrazzo, Salvatore Biondo, Giuseppe La Tella, Antonio Mole' e Salvatore Buccarella.8 dicembre 2002 - I FUNERALI DI CAPONNETTO
ANSA:
"Ciao nonno Nino, uomo giusto come Mose' e Simeone, profeta dell'aurora", il cui impegno non sara' dimenticato. Anzi continuare nella promessa di lotta contro mafia e ingiustizia fatta da Caponnetto ai funerali di Borsellino sara' il "vero modo di dimostrare la nostra riconoscenza e affetto". Don Luigi Ciotti ha salutato cosi' nella sua lunga omelia il giudice Antonino Caponnetto, i cui funerali si sono tenuti oggi nella basilica di Ss. Annunziata a Firenze. Migliaia i partecipanti alle esequie, tantissimi i cittadini venuti anche da altre citta' per l'ultimo saluto al giudice. Tra le personalita' il vice presidente del Csm Virginio Rognoni, il capo della polizia Gianni De Gennaro, Pino Arlacchi, la vedova di Pertini, Carla Voltolina, Massimo Brutti, VanninoChiti, Nando Dalla Chiesa, il sindaco di Firenze Domenici, il presidente della Regione Martini e il prefetto Serra. Tanti i colleghi di Caponnetto, da Caselli a Colombo, da Ingroia a Silvia Della Monica, che toga addosso - come altri magistrati dell'Anm - portera' poi fuori il feretro a spalla insieme agli agenti della scorta del giudice che fondo' il pool antimafia di Palermo. Ancora Giovanni Salvi, Ayala, Imposimato. Assente, per problemi familiari, il procuratore Grasso. Presenti Rita e Salvatore Borsellino, mentre Maria Falcone non ce l'ha fatta ad arrivare. Tanti anche i gonfaloni delle citta', fra cui Firenze e Palermo. Numerosi gli interventi durante la messa e al rito di commiato. Silvia Della Monica ha giurato "che continueremo negli stessi valori e impegno. Per non dimenticare bisogna solo andare avanti e dare speranza ai giovani". La stessa promessa solenne l'ha fatta Rita Borsellino: "Non mi fermero'", ricordando l'impegno con Caponnetto nell'insegnamento della legalita' ai giovani. Caselli ha rivolto una preghiera al Signore perche' "ci conceda di riuscire ad essere almeno un poco simili a Nino" e ha rivolto un "immenso grazie ad un uomo che ha sempre dato, senza mai niente pretendere in cambio". Ingroia ha detto che Caponnetto e' stato un "faro nelle tenebre" dopo le morti di Falcone e Borsellino, la cui memoria e' stata richiamata piu' volte: "Oggi quel faro si e' spento e ci sentiamo piu' soli, pero' siamo anche piu' ricchi del patrimonio che Caponnetto ci ha lasciato e che abbiamo l'obbligo morale di non disperdere". Rognoni dice che bisogna "inchinarsi" alla memoria di Caponnetto , "cittadino esemplare" e magistrato tenace. "Grazie per cio' che ci hai insegnato e dato" dice un poliziotto a nome di tutti i ragazzi delle scorte. All' insegnamento e al patrimonio di Caponnetto che rimane si rifanno anche Brutti, Ayala e Colombo. Ma sono tanti anche ricordi della gente comune: l'insegnante di una scuola di Adria che viene a portare i saluti degli studenti a cui il giudice fece lezione, il sindacalista di Palermo che gli dice "grazie" come il sindaco di Ari, uno studente di giurisprudenza. L'ultimo saluto e' della figlia Antonella, a nome anche dei fratelli Riccardo e Massimo e della madre Betta: "Ciao babbo, buon viaggio e se puoi' cerca anche di divertirti e di dare leggerezza a questa tua nuova vita". Caponnetto, salutato all'uscita dalla chiesa da un lunghissimo applauso che lo aveva gia' accolto all'entrata, riposera' nella tomba di famiglia a Pistoia.11 dicembre 2002 - MAFIA: PROCESSO CONTRADA IN CASSAZIONE
ANSA:
"Sono sereno e attendo con fiducia la decisione della Suprema Corte". Lo dice l' ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, il cui processo sara' discusso domani davanti ai giudici della seconda sezione della Cassazione dopo che la procura generale aveva fatto ricorso contro la sentenza di assoluzione in appello. "La Cassazione - aggiunge Contrada - puo' annullare la sentenza qualora ricorra un vizio di legittimita', cioe' la mancanza di motivazione o l' illogicita' manifesta della stessa". Contrada, che e' difeso dagli avvocato Piero Milio e Gioacchino Sbacchi, venne arrestato il 24 dicembre '92 per concorso in associazione mafiosa e rimase in carcere 31 mesi e 7 giorni. Al momento dell' arresto era il numero tre del Sisde, ed aveva ricoperto le principali cariche di polizia e Criminalpol a Palermo e in Sicilia prima di andare all' Alto commissariato antimafia e quindi al Sisde. Il 5 aprile '96 il tribunale presieduto da Francesco Ingargiola lo condanno' a 10 anni di carcere. La sentenza venne ribaltata dalla Corte d' Appello presieduta da Gioacchino Agnello, che il 4 maggio 2001 assolse Contrada.12 dicembre 2002 - ROS: NEWSLETTER WWW.MISTERIDITALIA.IT
Newsletter "Misteri d' Italia"
CORPI DELLO STATO:
UN PROBLEMA CHIAMATO ROS
Ormai è diventato un problema. Anzi il problema. Sia per la maggioranza di governo che per l'opposizione.
Il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei carabinieri è ormai nell'occhio del ciclone: la sinistra periodicamente ne critica le indagini. La destra mal sopporta la sua autonomia. La figuraccia rimediata a Cosenza nell'inchiesta contro i NO Global della rete meridionale sembra essere diventata la goccia destinata a far traboccare il vaso.
La sofferenza verso questo speciale ed elitario reparto dei carabinieri viene da lontano. Primi nemici dei ROS furono i magistrati della procura di Palermo. Tutto cominciò con il famoso rapporto su mafia e appalti voluto - all'inizio degli anni Novanta - da Giovanni Falcone. Erano i tempi del colonnello Mario Mori (oggi a capo del SISDE, il servizio segreto civile) e dell'intraprendente capitano Giuseppe De Donno che in tempi più recenti è arrivato ad uno scontro frontale con il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, accusato dal militare di passare notizie riservate ai legali dei mafiosi.
L'allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli è sempre stato molto critico verso questo gruppo speciale di investigatori, specie quando furono proprio i ROS a scoprire le "ambiguità" del "superpentito" Balduccio Di Maggio, quello che aveva parlato del bacio di Andreotti a Riina, ma anche quello che - nonostante il "pentimento" - non aveva mai smesso di mafiare, rendendosi responsabile anche di diversi omicidi, proprio mentre era sottoposto al programma di protezione riservato ai "collaboratori di giustizia". I ROS - in questo caso - avevano rotto buona parte delle uova nel paniere di Caselli e le loro competenze finirono sotto la lente d'ingrandimento fino a quando, l'allora ministro dell'Interno, Giorgio Napolitano, (DS), cercò di ridurne i poteri di indagine e anche gli ambiti.
In precedenza sempre i ROS erano finiti sulla graticola - e in questo caso con mille ragioni - quando non avevano evitato che l'appartamento abitato a Palermo da Totò Riina, subito dopo la sua cattura, venisse letteralmente smantellato dai suoi "picciotti".
Non si è mai capito se quella cancellazione di prove sia avvenuta solo per negligenza del supereparto dei carabinieri o per altro.
Nonostante la circolare Napolitano, i ROS sono però sopravvissuti. Da due anni il ROS è tornato ad operare con la vecchia autonomia.
Ora lo scivolone di Cosenza e la fissazione del suo comandante, il generale Giampaolo Ganzer, per un reato di complessa dimostrazione processuale come quello di "associazione sovversiva" che per l'ufficiale che ha sostituito un investigatore di razza come Mario Mori sembra stoltamente essere la panacea di tutte le inchieste giudiziarie.
Il ROS avevano provato a delineare questa fattispecie di reato per quanto accaduto a Genova nel luglio del 2001. Il tutto a fronte di un'ipotesi di indagine delineata dai magistrati genovesi che invece procedeva per reati individuali. Fino alla sorpresa finale: i magistrati genovesi scoprivano che il monumentale dossier loro offerto dal ROS e da loro rifiutato era finito nell'inchiesta di Cosenza, del tutto campata in aria,. In altre parole atti svolti a Genova, su incarico della procura di Genova, erano finiti, pari pari, a Cosenza. Un pasticcio, quantomeno.
Ecco perché ora si parla di un imminente rimozione di Ganzer dal vertice del ROS.
E per la rimozione del ROS quanto dovremo ancora attendere?12 dicembre 2002 - COSSIGA, DIA PALERMO INDAGA SU ME, BERLUSCONI E MORI
ANSA:
"Apprendo che l' amico Beppe Pisanu sarebbe infuriato per il taglio dei fondi che il ministero dell' Economia avrebbe fatto al bilancio del Viminale. Ne ha ben ragione salvo che per un aspetto, il taglio dei fondi riguardanti la Dia". Lo ha detto l' ex capo dello Stato Francesco Cossiga secondo il quale Pisanu "dovrebbe essere contento dei tagli alla Dia perche' cio' gli puo' dare la scusa per sciogliere un servizio che e' ormai uscito dall' orbita del Viminale e si e' trasformato in un servizio non solo di polizia giudiziaria all' esclusiva dipendenza delle procure militanti e che nell' interesse di esse svolge anche illegittimi di polizia di sicurezza e con forme e modalita' proprie di un servizio segreto di polizia politica. Tra l' altro, a quanto mi viene detto da fonti credibili di altre forze di polizia ordinaria, la Dia di Palermo, pare sganciata dal prudente procuratore Grasso, abbia avviato di nuovo una raccolta di informazioni contro me, Berlusconi e perfino contro il generale Mori, direttore del Sisde ed alcuni suoi ex collaboratori del Ros, nell' ambito dell' indagine sui cosiddetti nuovi grandi sistemi criminali. Ma questa volta, quanto e' vero Dio, gliela faro' pagare".Nessuno, alla Procura di Palermo e negli uffici della Dia del capoluogo siciliano, vuole commentare le parole dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga secondo cui la Dia palermitana avrebbe avviato indagini su di lui, sul premier e sul generale Mori, a capo del Sisde. In ambienti investigativi si e' appreso informalmente che nessuna indagine su Cossiga, Berlusconi ed il generale Mori risulta avviata.
"Ho molto apprezzato la prudenza ed i silenzi, perche' di silenzi e non di vera e propria smentita si tratta, della procura della Repubblica di Palermo e dei suoi agenti speciali" della Dia palermitana. E' Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica a rispondere al sostanziale no comment venuto da Palermo dopo l'annuncio di una nuova raccolta di informazioni riguardanti l'ex presidente della Repubblica, il premier Berlusconi e il gen. Mori, direttore del Sisde, nell'ambito di un'indagine sui cosiddetti "nuovi grandi sistemi criminali". Cossiga replica cosi': "la procura della Repubblica di Palermo ha gia' preso in passate troppe tramvate da me in proposito. Non si tratta di indagini formali ma di quelle raccolte di informazioni al di fuori delle garanzie previste dalla Costituzione e perfino da questo straccio di codice di procedura penale. Indagini delle quali - chiosa Cossiga - sono stato sempre informato anche dei dettagli, con raccolta di carte e documenti di attivita' che spero la procura della Repubblica di Palermo abbia, secondo un mio messaggio inviatole, distrutto prima del deposito onde evitare spiacevoli conseguenze anche giudiziarie. Ero infatti pronto a denunciare i magistrati della procura della Repubblica di Palermo alla procura della repubblica di Caltanissetta ma sono stato trattenuto da appelli rivoltimi in nome della carita' di Patria. Non faccio altro che ripetere giudizi e commenti gia' riportati in interrogazioni, interventi e discussioni da me tenute in Parlamento con la raccolta di informazione si vuole costruire un castello fantasioso sui grandi sistemi criminali nella quale mi si delinea nelle vesti di un fantomatico capo di una nuova e legittima Gladio impegnata in un'opera di mediazione tra Cavalieri di Malta, mafia, massoni di Malta e grande criminalita'".
12 dicembre 2002 - MAFIA: DDL COSSIGA, SCIOGLIERE LA DIA
ANSA:
Francesco Cossiga chiede che il Direzione Investigativa Antimafia (Dia), istituita nel 1991, venga sciolta. Il presidente emerito ha presentato un disegno di legge che si compone di quattro articoli e che prevede che il personale impegnato nella Dia venga restituito alle amministrazioni di provenienza con una buonuscita. Il presidente emerito della Repubblica fa notare, nella premessa al ddl, che dopo i tragici assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino "si sono venute affermando diverse linee di politica giudiziaria che, nelle mani della cosiddetta 'magistratura militante', sono state utilizzate a fini preminentemente di lotta politica. In questo pericoloso quadro la Dia - prosegue - e', tra i servizi speciali di polizia 'accatastati' disordinatamente nella nostra organizzazione, con confuse e improvvide leggi, il servizio che piu' rapidamente si e' 'macchiato' di vere e proprie 'deviazioni', diventando presto - conclude Cossiga - un 'corpo separato' e percio' privilegiato, nella carriera e nella retribuzione dei suoi appartenenti". Secondo Cossiga, "un servizio assai presto totalmente uscito dall' orbita del ministero dell' Interno, politicamente responsabile verso il Parlamento".12 dicembre 2002 - MAFIA: GIUFFRE', NESSUNA PROROGA SU TEMPI DICHIARAZIONI
ANSA:
Nessuna proroga dei tempi previsti per raccogliere le deposizioni del collaboratore di giustizia Antonio Giuffre': "mi sembra che sei mesi siano un termine di tempo assolutamente ampio per rendere dichiarazioni". Cosi' il ministro della giustizia Castelli chiarisce il suo pensiero, e del Governo, sulla vicenda della proroga dei 180 giorni previsti dalla legge sui collaboratori di giustizia entro i quali il "pentito" deve raccontare ai magistrati quello che sa. Era stato il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, a sollevare il problema riferendosi alle dichiarazioni dell' ultimo grande pentito, quel Nino "Manuzza" Giuffre', gia' considerato come un secondo Buscetta, braccio destro del boss dei boss Bernardo Provenzano, e che potrebbe quindi svelare scenari finora inediti di Cosa Nostra e dei rapporti con il mondo economico e politico. "A Nino Giuffre' si dovra' chiedere ancora tanto e questi 180 giorni che la legge prevede per esaurire le dichiarazioni dei collaboratori ci sembrano davvero pochi per scandagliare la mente di un uomo che ha immagazzinato tanti dati" aveva detto il magistrato lo scorso 20 settembre, e subito il suo appello affinche' si potesse in qualche modo modificare i termini previsti, era stato raccolto da diversi esponenti politici, sia dell' opposizione che della maggioranza. Lo stesso ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, nel corso di una audizione all' antimafia, si era detto d'accordo per una proroga dei termini. Era stato poi il presidente della commissione, Roberto Centaro, a incaricare l' on. Giannicola Sinisi di preparare una proposta di legge per prorogare i termini. La prima ipotesi presa in considerazione indicava in una sorta di raddoppio dei termini, per passare da 1809 a 360 giorni in casi di particolare rilevanza, ma poi in seno all' organismo bicamerale di S. Macuto, era emersa l' ipotesi di non limitarsi ai casi particolari ma di introdurre una modifica valida per tutti i collaboratori di giustizia. Lo scorso 27 novembre veniva approvato all' unanimita' dalla commissione antimafia un documento con cui si ipotizzava di calcolare, per il computo dei 180 giorni, i giorni di legittimo impedimento delle parti, e quindi di prorogare dello stesso periodo il termine finale. E visto che si era nell' imminenza della scadenza per Giuffre', i cui termini scadono oggi alla mezzanotte, ci si aspettava un decreto legge in materia da parte del Governo. E ancora oggi, il procuratore nazionale antimafia, Vigna, ha ribadito la necessita' di una proroga del genere. Ma il guardasigilli, intervenendo oggi a Siracusa in un convegno sulla criminalita' internazionale, spiega che "su questo fatto il governo non ha inteso intervenire perche' riteniamo che sui piatti della bilancia i pro e i contro abbiano eguale importanza. Non ho ritenuto di intervenire perche' ritengo che 180 giorni siano un tempo sufficiente per qualsiasi pentito per rendere dichiarazioni e dall' altro per cercare i dovuti riscontri. Tuttavia su questa materia decide il parlamento e se lo vorra' fare ne prendero' atto". La replica dell' opposizione non si fa attendere. "Al di la' delle inspiegabili motivazioni che hanno determinato il mutamento di orientamento del governo espresso dal ministro dell'Interno nella sua audizione dello scorso ottobre, - afferma Sinisi - rimane in tutta la sua gravita' la lesione del rapporto di confronto collaborativo tra Commissione parlamentare Antimafia e governo". "Non si capisce cosa e' cambiato rispetto a due mesi fa quando il ministro dell' Interno disse esattamente il contrario", afferma' il capogruppo dei Ds in commissione antimafia, Giuseppe Lumia. "Stupisce e preoccupa che il Governo avendo presentato in questa legislatura ben 73 decreti legge, uno alla settimana vacanze incluse e praticamente su tutto lo scibile parlamentare, non intenda vararne uno per la proroga dei termini per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia": commenta il presidente dei deputati Ds, Luciano Violante. Risponde anche il presidente dell' antimafia, Centaro, il quale ricorda che "il documento approvato all' unanimita' dalla Commissione Antimafia continua a mantenere la sua funzione e la sua valenza di atto di indirizzo politico e legislativo. E' opportuno rilevare che in precedenza gli atti di indirizzo della Commissione hanno inciso su provvedimenti legislativi gia' all'esame del Parlamento. La Commissione ha espresso il proprio parere ed indicato una strada percorribile, ma Parlamento e Governo hanno ruoli e funzioni diversi".12 dicembre 2002 - CASSAZIONE: ANNULLATA SENTENZA ASSOLUZIONE CONTRADA
ANSA:
La corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione di Bruno Contrada, il funzionario del Sisde accusato di associazione mafiosa, emessa dalla corte d'appello di Palermo il 4 maggio 2001, ed impugnata dalla procura generale. Il processo di secondo grado dovra' quindi essere rifatto. In primo grado Contrada era stato condannato a 10 anni di reclusione.
Il processo d' appello-bis nei riguardi di Bruno Contrada si svolgera' a Palermo, presumibilmente entro la fine del prossimo anno, davanti ad un' altra sezione della Corte di appello. La decisione della Cassazione, investita della vicenda in seguito all' impugnazione da parte della Procura Generale di Palermo della sentenza di assoluzione, e' stata di segno opposto rispetto alle conclusioni non solo dei difensori dell' imputato, ma della stessa Procura Generale della Suprema Corte - che oggi, disattendendo le conclusioni della Procura generale palermitana - aveva chiesto la conferma dell' assoluzione di Contrada.Bruno Contrada, 72 anni, napoletano sposato, con due figli, uno avvocato l' altro poliziotto, ha percorso tutte le tappe dell' investigatore da dirigente di polizia ad alto funzionario dei servizi segreti nell' arco di un trentennio. Dopo la scuola di polizia ed aver girato alcuni commissariati nel Lazio Contrada giunge in Sicilia dove, nel 1973, diventa capo della squadra mobile di Palermo. Questo incarico s' interrompe nel '76 e viene ripreso dal 22 luglio '79 al 31 gennaio '80. Il funzionario e' anche per alcuni anni capo della Criminalpol in Sicilia occidentale. Sono anni duri quelli di Contrada ai vertici degli apparati investigativi siciliani. La mafia spara e uccide non solo esponenti delle cosche rivali ma uomini delle istituzioni, poliziotti, carabinieri, politici. Sono gli anni di piombo in cui cadono il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il giudice Cesare Terranova, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa. Non c'e' fascicolo investigativo in quegli anni terribili che non porti la firma di Contrada. Accanto a lui vi sono uomini come Boris Giuliano, capo della Mobile palermitana assassinato nel luglio '79, che lui definisce amico fraterno, e che invece nel processo per concorso in associazione mafiosa diventa una delle armi dell' accusa contro di lui. Testimoni dissero che Giuliano dubitava di Contrada. Capelli precocemnte bianchi, naso grosso, mascella scolpita, accento con una cadenza siculo-napoletana, appassionato di divise militari, di soldatini di piombo, accanito lettore, Bruno Contrada e' stato per tanti anni l' investigatore piu' in vista in Sicilia. Poi quando vene istituito l' alto commissariato per la lotta alla mafia gli viene dato il posto chiave di capo di gabinetto. Da li' il passaggio nei ruoli del Sisde e la scalata al vertice del servizio segreto fino a diventarne il numero tre. Al Sisde Contrada si occupa sempre di criminalita' organizzata. E' sua l' operazione nel cosiddetto "autoparco di Firenze" e sono sue molte operazioni contro trafficanti di droga e sequestratori. Riceve attestati di benemerenza da ministri e capi di polizia. La fama di donnaiolo, di uomo duro non lo lascera' mai. Cosi' come non lo lasceranno mai antipatie e invidie ma anche affetto e simpatia, soprattutto di tanti sottufficiali della polizia che hanno lavorato con lui e che lo hanno seguito in tutte le fasi del processo. Quando Contrada il 24 dicembre '92, l' anno delle stragi palermitane, viene arrestato e' considerato uno dei massimi esperti di criminalita' organizzata in Italia. All' inizio lo accusano quattro pentiti: Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo, Giuseppe Marchese. Via via se ne aggiungo altri. Nel suo processo sono stati ascoltati 237 testimoni. Rimane in carcere, prima a Forte Boccea poi a Palermo in corso Pisani, per 31 mesi e 7 giorni. Il 5 aprile '96 il tribunale presieduto da Francesco Ingargiola lo condanna a 10 anni di reclusione. Sentenza ribaltata dalla Corte d' Appello presieduta da Gioacchino Agnello che il 4 maggio 2001 lo assolve. La Cassazione ha stabilito che e' tutto da rifare.
Dieci anni di reclusione in primo grado per concorso in associazione mafiosa, assoluzione in secondo grado, cancellata dalla Corte di Cassazione: i rapporti tra Bruno Contrada, ex dirigente del Sisde, e Cosa Nostra restano ancora oggetto di una complessa vicenda giudiziaria, sulla quale oggi la Suprema Corte ha ritenuto di non poter scrivere la parola fine. Si dovra' fare un nuovo processo, dopo quelli che hanno fatto registrare conclusioni opposte in primo e in secondo grado.
PERCHE' CONTRADA E' STATO CONDANNATO IN TRIBUNALE
Bruno Contrada, secondo i giudici di primo grado, e' stata persona disponibile nei confronti di Cosa Nostra, ha intrattenuto rapporti con mafiosi, favorendoli e agevolando la loro latitanza. Il funzionario ha fornito notizie relative alle indagini, ha interferito nella conduzione di indagini giudiziarie in corso, ha fornito ai mafiosi notizie sulle indagini ed ha avuto incontri diretti con latitanti. In sostanza Bruno Contrada "essendo un qualificato canale istituzionale disponibile - e' scritto nella sentenza - in grado di depotenziare dall' interno dello Stato l' efficacia della sua azione di contrasto al sodalizio mafioso, ha continuato ad essere uno degli elementi piu' significativi del sistema di connivenza tra delinquenza mafiosa e settori inquinati degli apparati istituzionali dello Stato. Ha reso cosi' un prezioso e difficilmente sostituibile contributo all' organizzazione Cosa Nostra che proprio in virtu' di tale tipo di connivenze ha accresciuto nel tempo la sua potenza destabilizzante". Tale condotta sarebbe iniziata alla fine degli anni '70, quando Contrada venne minacciato da Cosa Nostra. "Nonostante l' imputato abbia voluto far credere di non aver nutrito particolari preoccupazioni, e' emerso che egli aveva avuto seri timori". Nonostante cio', e' scritto nella sentenza, aveva mantenuto i suoi incarichi in Sicilia, "funzionali all' esplicazione del suo contributo al sodalizio mafioso". Capire perche' Contrada ha tradito lo Stato, scrivono i magistrati, "per quanto possa apparire inquietante, da un punto di vista giuridico non e' rilevante". "Quel che e' certo - aggiungono - e' che a partire dalla seconda meta' degli anni '70 l' imputato ha iniziato ad avere un contatto con l' organizzazione mafiosa, e nel tempo questo rapporto si e' trasformato in un pieno asservimento ai voleri di Cosa Nostra".
PERCHE' E' STATO ASSOLTO DALLA CORTE DI APPELLO
La sola frequentazione di Contrada con i boss Rosario Riccobono e Stefano Bontade, secondo i giudici della corte d' appello che hanno assolto l' ex funzionario del Sisde, non proverebbe l'accusa di concorso in associazione mafiosa per la quale e' stato condannato in primo grado a 10 anni di reclusione. Per i giudici di appello il comportamento di Contrada 'mediante la sola frequentazione' con i boss mafiosi Riccobono e Bontate, "senza il corredo di ulteriori manifestazioni significative o indizianti" - scrive l' estensore della motivazione della sentenza di assoluzione - non costituisce prova "della sua volonta' di prestare sostegno all'associazione criminosa cui essa appartenevano". Nella sentenza i giudici sostengono che alcuni pentiti che hanno accusato il funzionario di polizia potevano essere portatori di 'sindrome rivendicatoria'. Le accuse dei collaboranti contro Contrada "difettano in linea di massima - scrivono i giudici nella sentenza - della necessaria specificita', riducendosi a mere affermazioni basate su apprezzamenti personali o considerazioni soggettive, mentre le circostanze esaminate dal collegio e considerate come elementi di riscontro si rivelano, sempre per la loro genericita' o ininfluenza, prive di valore probatorio". La corte definisce "non accettabili le generiche espressioni di Tommaso Buscetta, Salvatore Cancemi e Rosairo Spatola".13 dicembre 2002 - E' CREDIBILE GIUFFRE' ?
"Panorama"
Le troppe verità del pentito detto Manuzza
di Riccardo Arena
Lo hanno presentato come il nuovo Buscetta. Ma è davvero credibile Nino Giuffrè? Radiografia delle sue dichiarazioni. Che spesso si fermano ai sentito dire
Piero Grasso lo difende a spada tratta: il procuratore di Palermo non perde occasione per ribadire che Nino Giuffrè è attendibile e che il contributo del collaboratore di giustizia di Caccamo può essere determinante per molte inchieste.
Ma i dubbi, quando ormai sono scaduti i sei mesi entro cui il "pentito" deve dire tutto quel che sa, restano. E non solo a proposito delle sue dichiarazioni su mafia e politica. Anche se sono state queste ultime dichiarazioni che, nei giorni scorsi, hanno suscitato un vespaio di polemiche.
I 180 giorni
Giovedì 12 dicembre si è concluso il periodo previsto dalla nuova legge sui collaboratori per evitare le cosiddette "dichiarazioni a rate".
Quel che Giuffrè, detto Manuzza per via di un incidente di caccia che gli ha irrimediabilmente danneggiato la mano destra, aveva da dire, è stato cristallizzato nelle cosiddette "dichiarazioni di intenti", sottoscritte davanti alle quattro direzioni distrettuali antimafia siciliane (Palermo, Caltanissetta, Catania e Messina), alla procura di Firenze (che l'ha ascoltato sulle stragi del 1993) e a quella di Roma, che lo ha utilizzato nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio del banchiere Roberto Calvi.
Se, dopo la scadenza dei 180 giorni previsti dalla legge, Giuffrè dovesse ricordare e parlare di qualcos'altro, si porrà il problema dell'utilizzabilità delle nuove dichiarazioni.
I dubbi
Grasso avrebbe voluto prorogare questi 180 giorni, vista la portata della collaborazione di Manuzza, ma in Parlamento è arrivata solo una generica raccomandazione della commissione Antimafia sull'eventualità di aggiungere alcuni giorni a quelli già previsti per legge. Nessuno, né a destra né a sinistra, si è stracciato le vesti per la mancata proroga. Segno che ci sono timori o dubbi su quel che il pentito ha detto o potrebbe dire?
I dubbi sono legati soprattutto alle dichiarazioni riversate dagli inquirenti palermitani prima nel processo d'appello nei confronti di Giulio Andreotti e poi in quello che vede imputato, ancora in primo grado, Marcello Dell'Utri. Dubbi interessati, di parte, per la serie chi tocca i fili (della politica) muore? In realtà, qualche questione su Manuzza si pone anche per le sue dichiarazioni che non toccano la politica.
Nino il salvatore
A sentire lui, Giuffrè salva dalla condanna a morte mafiosa l'ex presidente diessino della commissione Antimafia, Beppe Lumia. Salva l'avvocato Nino Mormino, oggi deputato di Forza Italia.
Poi, con l'avallo di Bernardo Provenzano, Manuzza condanna il suo acerrimo nemico Diego Guzzino, ma gli dà una chance e, prima di far cantare i kalashnikov, gli chiede una replica alle accuse di "sbirritudine", di essere amico dei carabinieri.
L'ingrato Guzzino, per tutta riconoscenza, l'avrebbe fatto arrestare. Insomma, Giuffrè ammette di aver commesso manualmente solo una decina di omicidi, ma sostiene di averne evitati più o meno altrettanti.
L'omicidio Geraci
Un delitto, però, Manuzza non riesce a evitarlo. Ed è strano che non ce la faccia, perché il sindacalista Mico Geraci glielo uccidono l'8 ottobre 1998 praticamente in casa, a poche centinaia di metri dall'abitazione della propria famiglia, a Caccamo, creandogli non pochi grattacapi, visto che la vittima doveva essere il candidato sindaco del centrosinistra in paese.
Giuffrè ha raccontato ai pm che non solo lui non ne sapeva niente, ma che nemmeno, a cose fatte, aveva chiesto a Provenzano i motivi di quel delitto. Ai pm, l'ex boss è in grado di offrire solo le proprie deduzioni. Delle due l'una: o Manuzza, a dispetto delle sue dichiarazioni, ha un pessimo rapporto con "Bino" Provenzano o in Cosa nostra conta meno di quanto non voglia far credere.
Dove sono i soldi?
Interrogato dai giudici di Termini Imerese a Milano, in aula, il venerdì pomeriggio il pentito dice di essere nullatenente. Il sabato mattina, nel corso della stessa udienza, ci ripensa e sostiene di avere qualche bene.
E chi glielo terrebbe, chi sarebbero i prestanome? I suoi nemici. In questo modo, dal pressoché certo sequestro giudiziario, saranno colpiti i fratelli Puccio, nipoti dell'acerrimo nemico Diego Guzzino. Proprio uno dei Puccio, a sentire Giuffrè, lo avrebbe materialmente tradito, rivelando il suo nascondiglio ai carabinieri.
I riscontri
Normalmente un collaborante "offre qualcosa" agli inquirenti. L'aveva fatto anche Giovanni Brusca, che pure, all'inizio della sua carriera di pentito, era considerato un depistatore.
Sebbene il suo pentimento sia stato rigorosamente tenuto segreto per tre mesi, invece, Giuffrè non ha fatto trovare Provenzano, non ha fatto catturare altri latitanti, né ha fatto trovare armi (a parte un kalashnikov e una pistola).
I carabinieri hanno scavato invano nelle campagne dell'entroterra palermitano dove il pentito aveva indicato possibili nascondigli. Gli inquirenti dicono che Provenzano cambia continuamente i propri contatti. Quanto alle armi, c'erano segni che erano state portate altrove.
Mafia e politica
Ed ecco l'argomento chiave. Il pentito ha ripetuto cose già trite e ritrite, sulle collusioni fra democristiani e mafiosi, sospese nel 1987, poi riprese e definitivamente interrotte con l'avvento dei nuovi partiti, nei primi anni 90. Anche su Forza Italia, però, Giuffrè sembra prendere a prestito tesi esposte da altri collaboratori di giustizia e già archiviate.
In pillole, il discorso è questo: nel '92 la mafia, subita una batosta al maxiprocesso, si vendica uccidendo gli ex amici Salvo Lima e Ignazio Salvo e i suoi nemici storici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; nel '93, a Roma, Milano e Firenze, piazza le bombe per costringere lo Stato ad allentare la pressione e per cercare nuovi referenti politici.
Cosa nostra, che sa sempre tutto in anticipo, apprende da ambienti Fininvest che Silvio Berlusconi intende scendere in politica e, a partire da settembre-ottobre 1993, comincia l'operazione-aggancio.
Dichiarazioni contraddittorie
Però come si concilia, tutto questo, con quanto dichiarato dallo stesso Giuffrè agli stessi pm, ma nell'ambito del processo Andreotti? Il collaborante aveva detto infatti che, dopo l'omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992), Mario D'Acquisto, ex leader andreottiano siciliano, era stato scelto come nuovo referente, in quanto "persona seria, di cui ci si poteva fidare" e che nel 1996 proprio lui, D'Acquisto, "doveva contattare altre persone romane...".
Nel 1996? Ma in quell'anno, a detta dello stesso Giuffrè, Provenzano aveva già puntato da tempo sul cavallo di Forza Italia, "con l'aiuto di Dio...". E che dire di Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo recentemente scomparso, che avrebbe incontrato Giulio Andreotti su incarico del boss corleonese latitante, di cui don Vito sarebbe stato un'emanazione?
Giuffrè colloca questo incontro prima nel '90-91, poi, visto che i pm gli appaiono molto poco convinti, lo va retrodatando progressivamente, fino a quando uno dei magistrati deduce, dalle parole di Manuzza, che sarebbe avvenuto nel 1983, unico anno possibile per logica, quando cioè Ciancimino non era stato ancora arrestato. Vero che, secondo i pm di primo grado, Andreotti avrebbe baciato Totò Riina, ma sarebbe stato così audace da incontrare pure un Ciancimino già "rovinato" dalle mille inchieste a suo carico?
Gli obiettivi
Al di là della farraginosa ricostruzione del pentito, cosa voleva la mafia, dai nuovi referenti politici? Giuffrè elenca gli obiettivi dei boss: la revisione dei processi, l'allentamento del 41 bis, la diminuzione della pressione giudiziaria, l'abolizione dell'ergastolo.
Il rito abbreviato, per esempio, venne esteso ai delitti punibili con il carcere a vita e dunque anche i boss avevano cominciato a cavarsela con condanne a trent'anni per reati come omicidi e stragi. Centonovantadue giudici siciliani firmarono un appello e fecero tornare indietro il governo e la maggioranza dell'epoca. Ma quale governo, quale maggioranza? Era il gennaio 2000 e a Palazzo Chigi c'era Massimo D'Alema. E il 41 bis? "Ormai è annacquato" si sono lamentati più volte i magistrati.
E chi c'era al potere? Il centrosinistra. E le supercarceri di Pianosa e dell'Asinara? Chi le ha chiuse? Berlusconi? No, Romano Prodi.
Certo, magari il centrodestra sarà stato d'accordo con tutti questi provvedimenti, che rispondono a una logica che non può essere quella della perenne emergenza, ma la maggioranza l'aveva pur sempre il centrosinistra.
Non pochi magistrati, tra cui Gian Carlo Caselli, si sono sentiti "traditi". Suscitò polemiche un articolo che l'ex procuratore di Palermo scrisse sulla Repubblica: "La mafia abolita per legge". Che ora gli ex mafiosi dicano che era stato il centrodestra a fare e a mantenere determinate promesse, cozza contro la realtà storica.
L'aggancio, anzi gli agganci
I pentiti hanno detto che Riina aveva dato l'ordine di cercare tutti i canali possibili per riuscire a mettersi nelle mani Dell'Utri e Berlusconi. Vere o false che siano queste ricostruzioni, Giuffrè ammette di non conoscere i presunti trait-d'union Gaetano Cinà, coimputato del senatore di Forza Italia, e Vittorio Mangano, l'ex fattore di Arcore. Prima di arrendersi e di confessare di non sapere granché su entrambi, però, l'ex boss aveva provato a dire che Cinà "può essere che è medico, qualche cosa del genere...". Tanino Cinà è in realtà gestore di una lavanderia.
Manuzza non conosce neppure l'avvocato Massimo Maria Berruti e il costruttore Gianni Ienna, che egli stesso indica come altri contatti "diretti" con Berlusconi. Sa molte cose, Manuzza.
Ma quando si tratta di politica, parla solo per sentito dire.QUEL RICORDO IMBARAZZANTE
"Dottore, mi deve scusare, ma c'era la voce in Cosa nostra che lei e l'ex procuratore Pietro Giammanco vi eravate presi due miliardi per aver fatto uscire il rapporto del Ros del 1990 su mafia, appalti e politica".
A parlare così, con il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, è il geometra Pino Lipari, considerato il braccio destro di Bino Provenzano e oggi aspirante pentito, ritenuto poco attendibile. La dichiarazione di Lipari sarà trasmessa alla procura di Caltanissetta, città in cui il caso della presunta fuga di notizie era stato archiviato ben due volte.
Si chiedono gli inquirenti: perché Lipari sta cercando di rinverdire i vecchi veleni? A che gioco gioca e per conto di chi?13 dicembre 2002 - MAFIA: DELITTO FRANCESE; CONFERMATA IN APPELLO CONDANNA CUPOLA
ANSA:
La seconda sezione della corte di assise di appello di Palermo ha confermato la condanna all' ergastolo di otto componenti della cupola mafiosa per l'omicidio del giornalista palermitano Mario Francese, ucciso dalle cosche il 25 gennaio del 1979 a Palermo. Trent'anni (e non l'ergastolo) sono stati inflitti ai boss Antonino Geraci, Luca Bagarella, Pippo Calo', Francesco Madonia, Giuseppe Farinella, Michele Greco, Salvatore Riina. I giudici hanno confermato le assoluzioni di Matteo Motisi e di Giuseppe Madonia. E' stato confermato anche il risarcimento destinato alle parti civili: i familiari del giornalista, l'ordine dei giornalisti e l'associazione della stampa, Giornale di sicilia, provincia e comune di Palermo. Per l'omicidio di Mario Francese e' in corso un altro processo, sempre in appello contro un solo imputato: in primo grado il boss Bernardo Provenzano, superlatitante capo di Cosa Nostra, e' stato condannato all'ergastolo.Il Consiglio dell' Ordine dei Giornalisti di Sicilia, preso atto della sentenza che ha confermato le condanne per l' omicidio del collega Mario Francese, ribadisce la "propria vicinanza e solidarieta' ai familiari della vittima, al fianco dei quali il Consiglio si e' costituito parte civile in entrambi i gradi di giudizio". Proprio domani 14 dicembre, per una singolare coincidenza di date, sara' consegnato il Premio nazionale di giornalismo dedicato a Mario Francese e verra' presentato il volume in cui e' raccolta la sentenza di primo grado. "Si tratta di un tributo al cronista giudiziario del Giornale di Sicilia, - afferma una nota - un ritratto inedito di un uomo che seppe fare vero giornalismo d' inchiesta, in un periodo in cui, per fare bene il nostro mestiere, si rischiava e talvolta si perdeva la vita".
13 dicembre 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: DEPORRA' IL PENTITO GIUFFRE'
ANSA:
Il collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' deporra' nel processo a Giulio Andreotti, accusato di associazione mafiosa. Lo ha deciso la corte di appello di Palermo, presieduta da Salvatore Scaduti, che ha anche fissato l' interrogatorio per il 16 e 17 gennaio 2003. Giuffre' sara' ascoltato in un' aula di massima sicurezza che la corte indichera' successivamente. Per sentire Giuffre' la corte ha dovuto sospendere la discussione, giunta in una fase avanzata, e riaprire l' istruzione dibattimentale, come avevano chiesto i pg Patrizia Giglio e Anna Maria Leone. I giudici hanno deciso anche di acquisire il verbale di un interrogatorio di Giuffre' del 16 ottobre scorso nell' ambito di un processo per mafia che si svolge davanti al tribunale di Termini Imerese (Palermo). Anche la difesa del senatore aveva acconsentito all' acquisizione del documento. Il collegio non ha invece ritenuto di acquisire per ragioni procedurali (il codice parla di "assoluta necessita"') il verbale di un interrogatorio reso da Giuffre' il 7 novembre ai magistrati della procura distrettuale di Palermo. La corte si e' allineata in questo caso all' opposizione dei difensori. Ha accolto invece le altre richieste dell' accusa perche', a suo giudizio, "le questioni procedurali vengono superate dal consenso della difesa". L' audizione del pentito, secondo i giudici, non sarebbe "rilevante" e neppure "decisiva", tuttavia viene accolta per agevolare "la lodevole ricerca della verita'". La decisione della corte e' stata accolta favorevolmente dai difensori del senatore. "Sono state sostanzialmente accolte le nostre osservazioni", hanno commentato gli avvocati Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi".16 dicembre 2002 - CAPONNETTO: SU SITO INTERNET SUA INTERVISTA INEDITA
ANSA:
Per ricordare Antonino Caponnetto l'agenzia di stampa televisiva Telepress ha messo on line (http://telepress.diesis.it) alcuni minuti inediti di una intervista realizzata nel 1992 al padre spirituale dell'antimafia, Antonino Caponnetto, scomparso lo scorso 6 dicembre. L'estratto pubblicato sul web e' tratto da una lunga intervista realizzata nell'ambito di una serie di reportage sulla mafia. In questo stralcio Caponnetto racconta la collaborazione con il pool a Palermo e i suoi rapporti con i colleghi Falcone, Borsellino, Di Lello. Telepress vuole contribuire cosi' a ricordare uno dei simboli della lotta alla criminalità organizzata nel nostro Paese.17 dicembre 2002 - GIUFFRE', AGLIERI FECE ENTRARE IN POLITICA ON.GIUDICE
"La Stampa"
LA REPLICA DEL DEPUTATO: "LA VERITA´ VERRA´ FUORI" Giuffrè: un onorevole uomo fidato di Aglieri
corrispondente da PALERMO
Le accuse di collusioni mafiose questa volta il pentito Antonino Giuffrè le rivolge ad un altro deputato di Forza Italia, Gaspare Giudice, palermitano, sotto processo per associazione mafiosa e bancarotta. Per questi reati quattro anni fa il Parlamento ha rigettato la richiesta di arresto che era stata avanzata dai pm. Le rivelazioni del collaboratore di giustizia sembrano confermare l'impianto accusatorio sostenuto dal pm Gaetano Paci nei confronti di Gaspare Giudice, ex direttore di banca, eletto nelle ultime due legislature e componente della commissione parlamentare Bilancio. I giudici del tribunale che stanno processando il politico, interrogheranno il pentito il 23 gennaio. Giuffrè aggiunge qualcosa di nuovo alle accuse. Afferma che il boss Pietro Aglieri sarebbe stato l'artefice dell'ingresso in politica di Gaspare Giudice. "Negli anni Novanta - spiega l'ex capomafia di Caccamo - Giudice divenne una persona di fiducia di Pietro Aglieri. Quest'ultimo per premiarlo lo appoggiò per entrare in politica e venne eletto. Nelle ultime elezioni del 2001, in occasione dei contatti che avevo con la famiglia mafiosa di Villagrazia e Santa Maria del Gesù, avevo appreso che Giudice era stato elettoralmente sostenuto da Giulio Gambino, Salvatore Fileccia e Giuseppe Greco" (tutti e tre risultano affiliati a Cosa nostra e sono stati arrestati nelle scorse settimane, tranne Fileccia che è latitante, ndr). Il deputato legge il verbale di interrogatorio, non si perde d'animo e afferma: "Ho fiducia nella giustizia, so che prima o poi la verità verrà fuori". "Per fortuna - aggiunge Giudice - tra i tanti 'si dice', Giuffrè afferma una cosa vera, e cioè che non mi conosce". Dopo l'arresto avvenuto lo scorso aprile del capomafia di Caccamo, Giudice si era congratulato con le forze dell'ordine: "Ogni volta che viene messo a segno un colpo contro Cosa nostra - aggiunge il deputato di Forza Italia - spero che sia quello giusto per sconfiggere la mafia, poi vedo che in Sicilia tutto si confonde". "Ogni lunedì - conclude - vado in tribunale per assistere alle udienze, finora non ho mai parlato, ma arriverà il momento". Secondo il collaboratore di giustizia Giudice "si era conquistato la fiducia di molti esponenti mafiosi di Termini Imerese ed anche di Palermo". Giuffrè rispondendo l'11 novembre scorso alle domande del pm Gaetano Paci, spiega che molte informazioni le avrebbe avute parlando con Giulio Gambino, l'uomo incaricato dalle cosche di organizzare "l'appoggio al deputato". E il boss spiega ai magistrati che anche in questo caso ci sarebbero state promesse in cambio di appoggi elettorali. "Giudice - dice Giuffrè - aveva preso impegni per i problemi di Cosa nostra, al fine, in particolare, di alleggerire il regime del 41 bis, di far introdurre norme meno restrittive sul sequestro dei beni, nonché di consentire la revisione dei processi. Questo a me lo disse Giulio Gambino e si inseriva nel nostro programma come Cosa nostra. Erano discorsi che noi come organizzazione avevamo in mente già alla metà degli anni Ottanta. Il nostro pacchetto di richieste comprendeva anche l'allentamento della pressione delle forze dell'ordine sulle cosche". Per il pentito ieri è arrivata un'altra convocazione in aula. E' quella per il processo in cui è imputato il senatore "azzurro" Marcello Dell'Utri. Lo hanno stabilito i giudici della seconda sezione del tribunale. L'udienza è fissata per il 7 gennaio prossimo ed il collaboratore sarà presente in video collegamento. Lirio Abbate19 dicembre 2002 - SI' DEFINITIVO SENATO A 41 BIS
ANSA:
Il Senato ha dato il via libera definitivo all'art.41 bis del carcere duro. Il regime carcerario speciale per mafiosi e terroristi diventa definitivo. Il via libera e' arrivato dalla commissione giustizia in sede deliberante.19 dicembre 2002 - VIA D'AMELIO: INDAGARE SU SUPPORTI ESTERNI MAFIA
"Il Nuovo"
Via D'Amelio: "Indagare sui supporti esterni alla mafia"
Lo sostengono i magistrati della Corte d'appello di Caltanissetta nelle 1995 pagine di motivazione della sentenza Borsellino bis, che ha condannato tredici boss per la strage di Via d'Amelio.
di Nino Amadore
PALERMO - Riprendere le indagini, approfondire piste finora trascurate, fare luce sui "supporti esterni", spiegare il ruolo dei servizi segreti. Lo sostengono i magistrati della Corte d'appello di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza Borsellino bis che ha condannato tredici boss per la strage di Via d'Amelio in cui morì Paolo Borsellino. Un giudizio severo e un'analisi spietata quella di magistrati nisseni che nella parte centrale delle motivazioni (1995 pagine) riportano la testimonianza del consulente della Procura Gioacchino Genchi, il vice questore di polizia che partecipò sin da subito alle indagini sulla strage di Via d'Amelio e che da queste indagini si allontanò per contrasti con gli altri componenti del gruppo investigativo, non condividendo l'affrettato arresto di Pietro Scotto, ma soprattutto per la sua tenacia nel voler indagare sul cosiddetto terzo livello "esigenza - scrivono i magistrati della Corte d'appello nissena - ostacolata dai vertici dell'amministrazione e che portò anche all'inatteso trasferimento del dottor La Barbera (il questore morto qualche mese fa) al ministero nell'ottobre del 1992".
I magistrati nisseni non solo ritengono affidabile la testimonianza di Genchi, che si è occupato di analizzare i tabulati e ha scoperto che autore dell'intercettazione a casa della madre di Paolo Borsellino, era stato Pietro Scotto fratello del boss Gaetano, ma riconosce anche al vice questore di aver colmato un vuoto e definisce la sua testimonianza inquietante: "Attraverso essa - scrivono i magistrati - abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell'intera operazione che portò alla strage di via D'Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali.
Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l'intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente debba superare". Il che, detto in parole povere, significa che ci furono tentativi, riusciti almeno in parte, di depistaggi.
Proprio per superare queste lacune, sostengono i giudici, bisogna riprendere a indagare. Scrivono i magistrati: "Non si tratta di riprendere dall'inizio, perché il dato certo che emerge da una deposizione, dall'unica deposizione che in questo processo ha posto con estrema forza il tema delle connessioni fra le iniziative mafiose e "suggeritori" "mandanti" "coordinatori" "istigatori" "supporti" esterni, è che Cosa nostra è stata comunque il braccio esecutivo di un progetto, eventualmente più ampio, se a questo si vuole credere. Chi aveva interesse alla consumazione delle stragi fuori da Cosa nostra non aveva certamente da faticare molto per "indurre" "agevolare" "sollecitare" l'organizzazione a realizzare in fretta ciò che essa aveva già comunque deciso di realizzare o era propensa a realizzare, seguendo la propria perversa logica che la portava a commettere le stragi per potere trattare da posizioni di forza e comunque mantenere inalterato il proprio potere contrattuale nei confronti dello Stato".
Dalla testimonianza di Genchi, ma anche da quella di Rita Borsellino, i magistrati ricavano che l'aver attribuito alla commissione provinciale di Cosa nostra la strage "non impedisce di sostenere un concorso esterno di ignoti con funzione di istigazione e/o rafforzamento della volontà degli esponenti dell'organizzazione mafiosa e addirittura con funzioni di ausilio logistico del commando incaricato di premere il telecomando".
Un punto abbondantemente chiarito soprattutto da Genchi, il quale ha raccontato che "l'ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo". Molti gli episodi curiosi elencati da Genchi nel corso del processo: l'arresto intempestivo di Scotto, la presenza di una base del Sisde a castello Utveggio da dove si domina via D'Amelio (base smobilitata dopo la strage), gli strani numeri di un curioso professore palermitano, Alessandro Musco, che aveva una sede in quel castello, le telefonate fatte dai boss all'utenza Sisde prima della strage. Misteri, su cui i magistrati hanno una sola certezza: bisogna tornare a indagare.22 dicembre 2002 - CONTRADA, SPERO DI FARE IN TEMPO AD AVERE GIUSTIZIA
ANSA:
"La giustizia e' vecchia, procede lento pede, ha tempi lunghi. Ma la vita di un uomo corre veloce. Io non mi arrendo: spero di fare in tempo ad avere la giustizia di cui ho diritto. Lo faccio non solo per me, ma per mia moglie che ha tanto sofferto e per i miei figli". E' uno dei passaggi di una lettera che l'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, imputato di presunte collusioni con la mafia, ha scritto al quotidiano La Padania. "Al culmine della carriera e nel pieno della mia attivita' professionale, con legittime aspettative di incarichi di maggior prestigio e altrettanta responsabilita' - scrive Contrada alla Padania - sono stato investito e travolto dal furore giudiziario. Un branco di criminali mafiosi, autori alcuni di delitti efferati, altri di basse e ripugnanti azioni delinquenziali (molti di essi da me perseguiti), dopo aver indossato le vesti e le armature di cosiddetti 'collaboratori di giustizia', mi sono o mi sono stati avventati contro, spalleggiati da uno stormo di gracchianti avvoltoi. Giusto dieci anni fa, la vigilia di Natale 2002, accusato di avere aiutato la mafia (io che l'avevo combattuta per un quarto di secolo!), sono stato portato via dalla mia casa e rinchiuso per oltre trenta mesi in vetuste fortezze-carceri militari. Ho passato 16 mesi - prosegue Contrada - dietro le sbarre di Forte Boccea a Roma. Per il mio processo sono stato trasferito a Palermo, dove e' stata riaperta, appositamente per me solo, l'ex Casa Reale dei Matti, l'ex manicomio di Corso Pisani trasformato in carcere militare e da anni inutilizzato. Per la mia sorveglianza sono stati trasferiti da Roma a Palermo, per oltre un anno, due ufficiali (un maggiore e un tenente), quattro sottufficiali, 25 caporali vigilanti reduci dalla Scuola Opm (Organizzazione penitenziaria militare) di Sulmona. Senza contare le decine di soldati dell'operazione 'Vespri siciliani' addetti alla sorveglianza esterna del perimetro carcerario. Tutto questo spiegamento di mezzi (e di ingente spesa del denaro pubblico) solo per sorvegliare me... Sono arrivato vivo al processo - scrive ancora Contada - mi sono difeso, ho portato testimoni e prove non solo della mia innocenza, ma della mia assoluta estraneita' alle infamanti accuse, ho smascherato le contraddizioni, le falsita', le invenzioni dei miei criminali accusatori. Nonostante questo mi hanno condannato, distrutto fisicamente. Infine, dopo nove anni di tormento inenarrabile, il 4 maggio 2001 sono stato assolto 'perche' il fatto non sussiste'. Ma l'inquirente palermitano non ha desistito e ha proposto ricorso per Cassazione. Pochi giorni fa - conclude l' ex funzionario del Sisde - quando tutto faceva prevedere e sperare che il calvario fosse terminato (anche perche' il Procuratore Generale della Suprema Corte aveva chiesto la conferma dell'assoluzione) e' stato deciso che, per un vizio di legittimita', il processo si deve rifare...".23 dicembre 2002 - MAFIA: COVO RIINA; GIP ORDINA A PM DI INTERROGARE GEN. MORI
ANSA:
Il generale dei carabinieri Mario Mori dovra' essere interrogato dai magistrati della Dda di Palermo nell' ambito dell' inchiesta sulla mancata perquisizione al covo di Toto' Riina. Lo ha stabilito il gip Vincenzina Massa che ha rigettato nelle scorse settimane la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura. Tra i nuovi punti di indagine indicati dal giudice ai Pm, l' interrogatorio di tutti i carabinieri che hanno preso parte all' arresto del boss latitante. Oltre al generale Mori, attuale direttore del Sisde, i magistrati dovranno interrogare anche il capitano "Ultimo", il militare che guido' la squadra dei carabinieri del Ros che arresto' il 15 gennaio 1993 Riina. L' indagine sui misteri del covo del boss di Cosa nostra Toto' Riina non si chiude. Il gip di Palermo, Vincenzina Massa, ha dunque chiesto ai pm di approfondire alcuni aspetti dell' inchiesta. La decisione e' stata formalizzata e notificata alla Procura nelle scorse settimane ma si e' appreso solo adesso. Si tratta di una scelta in qualche modo imposta dal codice di procedura penale che prescrive al magistrato, nel caso di rigetto dell' istanza di archiviazione, l'indicazione dei temi da approfondire ed il termine di chiusura delle nuove indagini che e' stato fissato dal gip in sei mesi. Il fascicolo sui misteri del "covo di Riina" e' ancora iscritto a carico di ignoti. Secondo gli inquirenti, la casa di via Bernini in cui il capomafia avrebbe trascorso l' ultimo periodo della sua latitanza sarebbe stato ripulito immediatamente dopo la cattura del boss da una squadra di professionisti. Quando i militari dell' Arma - a distanza di 16 giorni dalla cattura del capo di Cosa nostra - decisero di perquisire la villetta di via Bernini, la trovarono vuota. La villa era gia' stata 'visitata': i mobili coperti di cellophan, le pareti tinteggiate di fresco. L' unico pezzetto di carta sfuggito alla squadra di "professionisti", una letterina di Maria Concetta Riina ad una sua amichetta. Dell' intervento di una squadra di mafiosi con compiti di 'pulizia' nel covo di Riina, subito dopo l' arresto del boss, aveva parlato il pentito Gioacchino La Barbera, ascoltato nel '94 dai magistrati di Palermo Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi. I due sostituti lo stavano interrogando sul contenuto di un' agendina, intestata alla Camera dei Deputati, recuperata tra gli effetti personali di Nino Gioe', il boss di Altofonte morto suicida in una cella di Rebibbia. Durante i riconoscimenti fotografici di mafiosi, La Barbera concentro' l' attenzione su di un volto: "E' uno di quelli che ha partecipato alla 'pulizia' della villa di via Bernini" - disse, a sorpresa, La Barbera, indicando Giovanni Grizzafi, parente di Riina. Poi racconto' nei dettagli l' operazione alla quale sostenne di avere partecipato. I mafiosi, appreso dell' arresto del capo, ritenevano scontata un' immediata irruzione a casa Riina e, sorpresi che cio' non fosse ancora accaduto, decisero di svuotare il covo; si diedero appuntamento al Motel Agip e si recarono in via Bernini in taxi. In quello stesso contesto, sempre in taxi, furono condotti a Corleone la moglie ed i figli di Riina. Secondo il pentito a guidare l' operazione di svuotamento del covo fu, oltre a Grizzafi, anche Giuseppe Sansone, genero del boss Salvatore Cancemi. Sette mesi dopo Cancemi si consegno' ai carabinieri cominciando a collaborare. Sui motivi che indussero i carabinieri del Ros a ritardare di 16 giorni l'irruzione nel covo del capo di Cosa Nostra si sviluppo' un fitto carteggio tra l' allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e il generale Mario Mori, allora vice capo del Ros.28 dicembre 2002 - IL CASO SALVATORE GIULIANO A 'BLU NOTTE'
ANSA:
Al 'Caso Salvatore Giuliano' e' dedicato 'Blu Notte - Misteri Italiani', condotto da Carlo Lucarelli, in onda domani alle 23.10 su Raitre. Chi era veramente Salvatore Giuliano? Un bandito, un capopopolo separatista, un uomo al soldo della mafia e dei servizi di sicurezza americani? Il suo nome rimane legato alla prima strage dell'Italia repubblicana: a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1 maggio 1947, la banda Giuliano spara su una manifestazione di contadini, uccidendo 11 persone tra cui due bambini. Il movente di quella strage a' rimasto oscuro, come la morte del bandito, avvenuta nel luglio 1950.29 dicembre 2002 - MAFIA: OMICIDIO GIUDICE SAETTA;CASSAZIONE CONFERMA ERGASTOLI
ANSA:
La Cassazione ha confermato le condanne all' ergastolo del boss Francesco Madonia, palermitano, e del mafioso Pietro Ribisi, di Palma di Montechiaro, accusati di aver ucciso il giudice Antonino Saetta, ed il figlio Stefano, a Canicatti', il 25 settembre '88. La posizione del boss Toto' Riina anch' egli imputato e condannato in primo grado - come scrive il Giornale di Sicilia - era stata stralciata.
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