Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2003: dicembre
 
1 dicembre 2003 - VIOLANTE, PROVENZANO COPERTO? RICORDO CASO VILLA RIINA
ANSA:
MAFIA: VIOLANTE, PROVENZANO COPERTO? RICORDO CASO VILLA RIINA
"Non so se ci sono coperture a livello istituzionale per favorire la latitanza di Bernardo Provenzano, ma sono rimasto sempre molto colpito dalla mancata perquisizione della villa di Riina, che nessuno ha mai spiegato". Cosi' il capogruppo Ds alla Camera, Luciano Violante, a Palermo per un' assemblea ha risposto a una domanda sul numero uno di Cosa nostra.
Violante ha aggiunto che "non serve costituire commissioni d' indagine sulla latitanza di Provenzano, di questo se ne dovrebbe occupare la commissione Antimafia". "E' un po' ridicolo - ha sottolineato - che la Commissione aspetti due anni per venire in Sicilia, nonostante che l' opposizione abbia chiesto piu' volte che si riunisca qui".
Secondo il parlamentare "sarebbe importante oggi mettere in campo tutte le energie disponibili per arrestare Provenzano", ma ha osservato che "la giustizia soffre di tanti problemi". "In molti uffici giudiziari - ha concluso - mancano i fondi per le intercettazioni, per la stenografia e solo il 10% dei beni confiscati sono destinati ad attivita' sociali, in alcuni casi rimangono nella disponibilita' delle famiglie mafiose".

1 dicembre 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: MICCICHE'
ANSA:
DELL'UTRI: MICCICHE', SUO RISULTATO AD EUROPEE '99 CI DELUSE
"Il risultato elettorale riportato da Dell' Utri alle europee del '99 ci deluse". Lo ha detto il viceministro dell' Economia Gianfranco Micciche' citato a deporre al processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.
La difesa del politico aveva deciso di chiamare Micciche' sul banco dei testi, perche' deponesse sui risultati delle elezioni europee del '99. Secondo la procura, infatti, proprio in quelle consultazioni elettorali Forza Italia avrebbe potuto contare sull' appoggio di Cosa nostra.
Il viceministro ha elencato le cifre relative alle preferenze riportate dal suo partito nel '99 a Palermo e provincia sostenendo che Dell' Utri ricevette un numero di consensi sensibilmente inferiore a quelli dei candidati di centrosinistra.
Micciche', in particolare, ha analizzato le cifre dei comuni delle Madonie, dimostrando la schiacciante vittoria di Leoluca Orlando e Luigi Cocilovo su Dell' Utri.
Sulle presunte tensioni poi tra Micciche' e Dell' Utri venute fuori nel corso di una conversazione tra il boss Giuseppe Guttadauro e Pino Conigliaro, depositate agli atti del processo, Micciche' ha detto: "Non conosco nessuno dei due ma se dicono queste cose posso dire che leggono troppo Repubblica in una delle sue azioni di disturbo nei confronti del nostro partito e delle nostre persone".
Sui suoi rapporti con Dell' Utri infine il viceministro ha detto: "L' ho sempre considerato un mio secondo padre. Anzi se col mio primo padre qualche lite c' e' stata col mio secondo no".
All' udienza di oggi avrebbe dovuto deporre anche l' eurodeputato Lino Iannuzzi ma per un suo impegno politico la citazione del giornalista e' stata rinviata al 15 dicembre.
Il processo a Dell' Utri prosegue il prossimo 2 dicembre data in cui il tribunale dovra' decidere se acquisire la rassegna stampa sul senatore dal '94 ad oggi come chiesto dalla difesa.
"E' proprio vero che ho cambiato la vita a Gianfranco Micciche'. Capii subito che era un giovane promettente e gli dissi 'lascia Palermo e vieni a Milano'". Lo ha detto il senatore Marcello Dell' Utri a margine del processo, dopo la testimonianza del viceministro Micciche'.
Il dibattimento e' stato rinviato al prossimo 9 dicembre (e non al 2 come detto in precedenza).

1 dicembre 2003 - DELL' UTRI, CASELLI M'INTERROGO' CON TRANELLO
ANSA:
DELL' UTRI, CASELLI M'INTERROGO' CON TRANELLO
"Sono stato interrogato a Palermo da Giancarlo Caselli. Mi ha detto 'grazie di essere venuto' con una gentilezza torinese che faceva schifo. Mi ha offerto i pasticcini poi mi ha interrogato per sedici ore con un tranello in cui non cadrei piu"'. Lo ha detto il senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri a margine della presentazione del libro "Processo al capomandamento" a Villa Igea.
"Do un consiglio agli imputati - ha aggiunto - di avvalersi sempre della facolta' di non rispondere. Mi hanno fatto parlare, mi hanno chiesto se Mangano quando era ad Arcore riceveva persone. Gli ho risposto 'capitava'. Lo sapete com' e' finita: che mi hanno contestato che ero a conoscenza che Mangano ricoverava latitanti ad Arcore".
" Dal banco degli imputati - ha proseguito - sono diventato oggetto di tutti di strali possibili. Mi hanno accusato di droga, traffico di armi e ci hanno infilato anche un' accusa di calunnia. Hanno detto che mi ero accordato con il pentito Cirfeta per screditare collaboratori di giustizia. Tutto falso".
"Manzoni diceva - ha concluso Dell' Utri - che il buon senso stava nascosto per paura del senso comune. Parole attuali anche ora. Noi stiamo zitti, non ci ribelliamo. Ne sa qualcosa il mio amico Francesco Musotto. Lui sa cosa di prova. Anche i giornali stanno zitti, quelli amici per lo meno. Quelli di sinistra invece fanno battaglie campali per demolire l' avversario. Basta guardare l' Unita' per sapere come sarebbe l' Italia se governasse la sinistra".

1 dicembre 2003 - PROCESSO MANNINO; BRUSCA,NON PARLAI DI ATTENTATI A EX MINISTRO
ANSA:
MAFIA: MANNINO; BRUSCA,NON PARLAI DI ATTENTATI A EX MINISTRO
"Non sono mai andato con Siino da Salvatore Di Gangi per parlare degli attentati subiti da Mannino". Lo ha detto il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, deponendo al processo d' appello all' ex ministro dc accusato di concorso in associazione mafiosa.
Brusca era stato citato dalla procura generale in merito alle dichiarazioni dell' altro pentito, Angelo Siino.
Quest' ultimo aveva detto ai giudici di primo grado di essersi rivolto, insieme a Brusca, al boss Salvatore Di Gangi per capire cosa ci fosse dietro agli attentati tra il '90 ed il '91, nella segreteria Dc di Sciacca e nel negozio della cognata di Mannino. Brusca ha negato la circostanza.
Il processo e' stato rinviato al prossimo 14 gennaio.

1 dicembre 2003 - PRESUNTE TALPE DDA; RESPINTA ISTANZA SCARCERAZIONE AIELLO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; RESPINTA ISTANZA SCARCERAZIONE AIELLO
Resta in carcere l' imprenditore di Bagheria Michele Aiello arrestato nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe in procura, con l' accusa di associazione mafiosa.
Il tribunale del riesame di Palermo ha infatti respinto l' istanza di scarcerazione presentata dal legale dell' indagato, Sergio Monaco.
Michele Aiello non e' uomo d' onore affiliato all' associazione ma "coopera attivamente e stabilmente agli interessi della consorteria, aderisce alle logiche di controllo del territorio di Cosa Nostra mantenendo un rapporto di solida e stabile amicizia con i suoi vertici".
E' un passo dell' ordinanza con cui i giudici del tribunale del riesame di Palermo hanno respinto l' istanza di scarcerazione presentata dal legale dell' imprenditore di Bagheria arrestato per associazione mafiosa.
In oltre 40 pagine i magistrati riportano le dichiarazioni di Nino Giuffre' e Salvatore Barbagallo, i due collaboratori di giustizia che hanno parlato dei presunti legami mafiosi di Aiello.
L' ex capomafia di Caccamo, tra l' altro, ha parlato di rapporti tra l' imprenditore ed il boss di Bagheria Nicolo' Eucaliptus. "Nicola Eucaliptus - si legge in un brano dell' interrogatorio reso da Giuffre' ai pm palermitani e riportato nel provvedimento del tribunale della liberta' - mi dice in confidenza che l' ingegnere si comporta bene...e mi confida che nell' avvicinarsi le feste natalizie prende 100 milioni e glieli da' per i bisogni della famiglia di Bagheria. Questo come ringraziamento per tutti i discorsi di cui lui ha bisogno nelle nostre zone. Qui a Caccamo aveva un sacco di lavori l' abbiamo messo a posto".
La circostanza - si legge nel provvedimento - viene confermata ai pm dal maresciallo del Ros Giorgio Riolo, arrestato insieme ad Aiello.
E' sempre Giuffre', poi, scrivono i giudici, a raccontare che nell' acquisto delle attrezzature del "Centro Diagnostica per immagini di proprieta' di Aiello tanto Provenzano quanto Giacinto Scianna e Enzo Giammanco avevano investito".
Infine i giudici del riesame citano le dichiarazioni del pentito sulle "messe a posto" dell' impresa di Aiello all' epoca in cui realizzava strade interpoderali.
"Anche Salvatore Barbagallo - scrivono - indica nell' Aiello il soggetto monopolista dei cantieri scuola di alcuni sacerdoti palermitani e nel settore delle strade interpoderali".
Ma la "caratura criminale dell' indagato - per il tribunale - puo' cogliersi dalla fitta e radicata trama di rapporti instaurati con persone a capo di settori vitali della pubblica amministrazione regionale".
I magistrati si riferiscono espressamente alla vicenda del "tariffario regionale per le prestazioni sanitarie". "Dalle indagini - si legge nell' ordinanza - emerge inequivocabilmente l' attivita' di avvicinamento posta in essere direttamente o indirettamente, tramite Roberto Rotondo, da Aiello e persone a lui riferibili verso organi istituzionali regionali che avrebbero dovuto da li' poco deliberare su tale questione includendo le voci che avrebbero consentito alle societa' del gruppo Aiello di fare rientrare tra le prestazioni inserite nel convenzionamento quelle erogate dalle societa' del gruppo".
I magistrati parlano di capacita' di Aiello di coltivare rapporti "di altissimo livello istituzionale".
Secondo i giudici, dunque, "tra l' imprenditore e Cosa Nostra vi sarebbe un' unita' di intenti, nel senso che attraverso i lavori edilizi svolti da Aiello per volonta' di Provenzano, uno dei capi indiscussi della mafia, l' organizzazione rafforzava il proprio potere nel territorio ed ottenere un contributo economico, mentre Aiello traeva lucro dall' attivita' imprenditoriale".
Tra i dati che dimostrerebbero la vicinanza dell' imprenditore della sanita' privata siciliana e Cosa Nostra il tribunale cita la "disponibilita' delle strutture sanitarie all' assunzione di personale indirizzato dalla mafia". Segue un elenco di soggetti assunti da Aiello al Centro Diagnostico: tra questi Paola Mesi, sorella di Francesco e Maria, condannati per il favoreggiamento del boss latitante Messina Denaro, Maria Rosaria Castello, sorella di Simone Castello, il cosiddetto "postino" di Provenzano, Antonino Spina, nipote del boss della famiglia di Partanna Mondello Giovanni Cusimano.

2 dicembre 2003 - DELL' UTRI ATTACCA I GIUDICI
"La Sicilia"
Il "j'accuse" di Dell'Utri
Palermo.
Il senatore attacca i giudici: "Non posso più uscire di casa senza essere additato"
Palermo. "Sono stato interrogato a Palermo da Giancarlo Caselli. Mi ha detto "grazie di essere venuto" con una gentilezza torinese che faceva schifo. Mi ha offerto i pasticcini, poi mi ha interrogato per sedici ore con un tranello in cui non cadrei più. Do un consiglio agli imputati, di avvalersi sempre della facoltà di non rispondere. Mi hanno fatto parlare, mi hanno chiesto se Mangano quando era ad Arcore riceveva persone. Gli ho risposto "capitava". Lo sapete com'è finita: che mi hanno contestato che ero a conoscenza che Mangano riceveva latitanti ad Arcore".
Non si è potuto equivocare quando il senatore Marcello Dell'Utri, ha preso a raccontare la genesi del procedimento penale che lo vede imputato, nella città in cui è nato, per concorso esterno in associazione mafiosa. L'occasione è stata l'inaugurazione del 91° Circolo, associazione vicina al centrodestra costituita in network con lo scopo di promuovere cultura e arginare le "pretese egemoniche della sinistra" in questo campo. Ma Dell'Utri non è riuscito a trattenersi, lasciando da parte l'entusiasmo per la nascita della nuova creatura. Dopo aver presentato l'ultimo libro di Mauro Mellini, esponente storico dei radicali e garantista di lungo corso, insieme con il giornalista Giancarlo Lehner, è così ritornato a parlare della sua vicenda nella sala liberty di un grande albergo davanti ad alcune centinaia di persone.
"Dal banco degli imputati - ha spiegato - sono diventato oggetto di tutti gli strali possibili. Mi hanno accusato di droga, traffico d'armi e ci hanno infilato anche un'accusa di calunnia. Hanno detto che mi ero accordato con il pentito Cirfeta per screditare collaboratori di giustizia. Tutto falso". Poi, senza rinunciare al gusto della citazione, ha detto la sua sulla stampa: "Manzoni diceva che il buon senso stava nascosto per paura del senso comune. Parole attuali. Ne sa qualcosa il mio amico Musotto. Lui sa cosa prova. Anche i giornali stanno zitti, quelli amici perlomeno. Quelli della sinistra invece fanno battaglie per demolire l'avversario. Basta guardare l'Unità per sapere come sarebbe l'Italia se governasse la sinistra".
E ancora: "Rispetto ai cittadini comuni che rimangono vittime dell'ingiustizia, ho lo svantaggio di non potere uscire più di casa senza essere additato come un obbrobrio. Ho si degli amici che mi tutelano ma non posso camminare senza essere riconosciuto. Ormai da anni vesto i panni dell' imputato professionista, ne soffro perché non sono fatto di legno. Mi hanno fatto venire anche una cardiopatia". Uno sfogo amaro ma anche ironico: "Fortunatamente mi sono fatto curare al San Raffaele a Milano e non nella clinica di Bagheria, altrimenti chissà cosa avrebbero detto". Chiaro il riferimento alla struttura di Michele Aiello, recentemente arrestato per mafia.
Sergio Scialabba

3 dicembre 2003 - UCCISIONE FRANCESE: CASSAZIONE ANNULLA TRE ERGASTOLI
"La Sicilia"
Delitto Francese
La Cassazione annulla tre ergastoli pena confermata soltanto per Riina
Leone Zingales
Palermo. Delitto Francese: annullato l'ergastolo per i boss mafiosi Antonino Geraci detto "il vecchio", Giuseppe Farinella e Giuseppe Calò, indicati come i componenti della Commissione regionale di Cosa Nostra sino agli anni inizi degli anni '90.
I giudici della prima sezione penale della Corte di Cassazione hanno annullato la condanna ai tre boss con la formula e li ha assolti "per non aver commesso il fatto". Geraci, già a capo del mandamento di Partinico, Farinella, ras del mandamento di San Mauro Castelverde, e Calò, soprannominato il cassiere della mafia, erano accusati di essere tra i mandanti del delitto del cronista Mario Francese, redattore del "Giornale di Sicilia", assassinato la sera del 26 gennaio 1979 a Palermo. I Supremi giudici hanno confermato la condanna all'ergastolo per Salvatore Riina. Nel corso dei loro interventi gli avvocati della difesa hanno posto l'accento sulla recente giurisprudenza di Cassazione che ha negato che il "consenso tacito" possa essere equiparato a un vero e proprio mandato omicidiario. Sulla base di questo presupposto, anche in occasione del procedimento per l'assassinio di Francese, i difensori si sono serviti del principio affermato dalla sentenza Lima, per cui il semplice requisito di capoclan mafioso non significa che ogni boss condivide la responsabilità per ogni "delitto eccellente". Tra l'altro, nel corso dell'udienza di ieri i legali dei tre imputati avevano allegato alle loro arringhe, la sentenza con la quale le sezioni unite penali dei giudici di piazza Cavour hanno assolto Giulio Andreotti dall'accusa di aver commissionato il delitto del giornalista Mino Pecorelli. Il collegio della prima sezione è stato presieduto dal presidente titolare Renato Teresi (a sua volta componente del collegio giudicante che ha assolto Andreotti qualche giorno fa). Geraci, Farinella, Calò e Riina erano stati condannati alla massima pena dai giudici della Corte di Assise di Appello di Palermo il 13 dicembre del 2002.
"I giudici di piazza Cavour - ha detto l'avvocato Valerio Vianello difensore di Giuseppe Farinella - hanno ritenuto di cancellare le condanne sulla scia della sentenza Andreotti laddove si affronta la problematica del concorso morale alla categoria del consenso tacito o passivo, costruita dalla giurisprudenza di legittimità (es. sentenza Lima)". Riina, dunque, è stato ritenuto il mandante dell'omicidio del cronista di giudiziaria. Secondo i magistrati che emisero la condanna, il giornalista siracusano era stato ucciso per il suo impegno professionale e perchè, è stato ribadito nella sentenza di condanna, la sua esecuzione servisse da "monito" ad altri giornalisti. Mario Francese negli ultimi anni della sua vita aveva pubblicato una lunga inchiesta sulla nuova mafia facendo i nomi dei boss di Corleone.

3 dicembre 2003 - FILM SU DON PUGLISI
"Il Messaggero"
SUL SET A PALERMO Don Puglisi, prete di frontiera Faenza: il "Colore dei sogni" è un'opera sulla speranza, non sulla mafia
dal nostro inviato
LEONARDO JATTARELLI
PALERMO - Bisogna cercare di seguire la nostra vocazione, il nostro progetto d'amore. Dobbiamo avere umiltà, la coscienza di aver accolto l'invito del Signore. Questo era Don Giuseppe Puglisi, il prete-contro, il sacerdote martire nato nella borgata palermitana di Brancaccio e ucciso proprio lì da due killer della mafia, a 56 anni, il 15 settembre del 93. Figlio di un calzolaio, don Treppa, come lo chiamavano i suoi ragazzi, ha lavorato per tre anni nella parrocchia di San Gaetano, recuperando gli adolescenti, i ragazzi tirati via dalle strade dove la mafia ne aveva già raccolti e cercava ogni giorno di reclutarne.
Nel cuore della sua Palermo, all'interno della chiesa di San Domenico, sul set il silenzio tragico di un funerale. Davanti all'altare, la bara del parroco martire, con una frotta di bambini che vi depongono sopra fiori, un pallone da calcio, biglietti. Si girano le ultime sequenze di Il colore dei sogni , film di Roberto Faenza con Luca Zingaretti nei panni del sacerdote, Alessia Goria e Corrado Fortuna, prodotto da Elda Ferri, nelle sale ad ottobre. I bambini protagonisti. Roberto Faenza per Il colore dei sogni punta l'obiettivo sui ragazzi di Brancaccio, gli angeli senza colpa troppo spesso tentati e assoldati da Cosa nostra. "Un film che nessuno ha voluto finanziare in Italia - dice la produttrice - perché poco appetibile per il pubblico di oggi. Così ce lo siamo pagati da soli, quattro milioni di euro, oltre all'appoggio del Fondo di Garanzia". Non un film sulla mafia, né un documentario sulla vita di padre Puglisi, quello spicchio di vita vissuto involontariamente sotto i riflettori: "Punto sul sogno - spiega Faenza in una pausa delle riprese - il sogno che don Puglisi voleva donare ai bambini attraverso una lettura che parte dall'anima".
Una frotta di ragazzini si accalca sul set, tutti bambini che non sono mai andati più in là della loro triste frontiera, quella del Brancaccio, ad esempio: "Se tu gli chiedi cosa pensano della mafia, tanti di loro ti rispondono Riina bravo e Falcone un delinquente. Parole terribili, ma ti accorgi che qui lo Stato è assente, non c'è ma forse tra queste case non mai esistito. E loro sognano qualcosa di diverso, qualcosa che li protegga e li faccia crescere. Solo le parrocchie sono riuscite nell'impresa. Dunque il sillogismo dei ragazzi triste ma concreto: la mafia contro di noi? No, ma lo Stato sì". Una visione laica, quella di Roberto Faenza e un approccio altrettanto laico alla figura di Don Puglisi: "Lui si formato, oltre che sulle Sacre Scritture, anche sui libri di Freud e Jung e credo - sottolinea il regista - che se non fosse vissuto nella povertà del Brancaccio, non avrebbe indossato neanche la tonaca. Ma i veri preti sono proprio questi".
E la Chiesa? Che rapporto ha avuto Don Puglisi con il Vaticano? "Non troppo cristallino. Basti ricordare l'udienza mancata con il cardinale Pappalardo. Su questo episodio - dice Faenza - io non prendo posizione ma era comunque importante raccontarlo". Luca Zingaretti che incarna Don Puglisi sul set, si sofferma sul coraggio del sacerdote: "Credeva in certe cose e andava avanti. Un passo indietro e avrebbe vanificato tutto il suo lavoro anche se sapeva di dover morire e non era nato per fare il martire. Mi sento inadeguato a dargli voce ed anima - continua l'attore. - Non l'ho mai visto come un prete ma come un essere umano". Un sacerdote scomodo, Puglisi. Anche dopo la morte, con un processo di beatificazione che si è fermato a Palermo, e che in tanti sperano possa essere preso a cuore dal Vaticano.

3 dicembre 2003 - STRAGI 1992: SUICIDIO GARDINI FORSE COLLEGATO A INDAGINI
ANSA:
MAFIA: STRAGI; SUICIDIO GARDINI FORSE COLLEGATO A INDAGINI
LO IPOTIZZANO I PM DELLA DDA DI CALTANISSETTA
Il suicidio di Raoul Gardini potrebbe avere avuto come movente, "oltre ad evitare il carcere per l'inchiesta su tangentopoli, anche il tentativo di non esporre il proprio nome a possibili collegamenti con l'orizzonte mafioso che proprio in quei frangenti stava in qualche misura emergendo".
Lo ipotizzano i pm della Dda di Caltanissetta, nell'ambito dell'indagine sui mandanti occulti delle stragi del '92 archiviata nei mesi scorsi dal Gip (la motivazione si e' saputa oggi). Secondo i magistrati sono state approfondite le circostanze che riguardano il suicidio dell'imprenditore, anche attraverso l'acquisizione di atti della procura di Milano.
"Non si e' raggiunta alcuna certezza probatoria - spiega il procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano - tuttavia, l'epoca del tragico gesto avvenuto nel luglio 1993, unitamente al coinvolgimento di un'importante azienda del suo gruppo (la Calcestruzzi spa) nelle indagini che il Ros dei carabinieri stava svolgendo, puo' far insorgere la congettura che il suicidio abbia potuto avere come movente, oltreche' l'elusione della carcerazione nei procedimenti di Tangentopoli, anche il tentativo di non esporre il proprio nome o pezzi delle aziende ad elementi che risultavano indagati di mafia o avevano gia' avuto condanne per associazione mafiosa".
L'ipotesi che il suicidio di Gardini possa essere collegato all'inchiesta su mafia e appalti avviata nel 1992 a Palermo dal Ros dei carabinieri, e' stata fatta dai pm della Dda nissena dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino.
Il pentito aveva parlato di presunti rapporti tra il Gruppo Ferruzzi e la mafia. La vicenda e' stata inserita nella seconda inchiesta sui mandanti occulti delle stragi Falcone e Borsellino e archiviata nei mesi scorsi. La procura, diretta da Francesco Messineo, ha aperto lo scorso maggio una terza inchiesta, ancora contro ignoti, in cui vengono esaminati i rapporti fra una societa' di copertura del Sisde che aveva sede nel Castello Utveggio e "soggetti direttamente o indirettamente implicati nella strage di Via D'Amelio".
Per i magistrati nisseni che avevano rivolto le indagini della seconda inchiesta verso l'ambiente dei grandi appalti pubblici degli anni Ottanta in Sicilia, sarebbe apparsa "non priva di fondamento razionale l'ipotesi investigativa che le stragi del '92 avrebbero costituito anche una rabbiosa reazione, organizzata ed eseguita in sinergica contestualita' con Cosa nostra, da parte di organizzazioni economiche espressione di poteri imprenditoriali e politici forti, disturbati nella loro attivita' dalle indagini di Falcone prima e di Borsellino poi o che Borsellino avrebbe potuto iniziare, proseguire o portare a termine".

3 dicembre 2003 - PRESUNTE TALPE DDA; PM INTERROGANO MARESCIALLI DIA E ROS
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM INTERROGANO MARESCIALLI DIA E ROS
Sono iniziati stamane nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere gli interrogatori dei marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, entrambi accusati di concorso in associazione mafiosa nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
Gli interrogatori vengono condotti dai pm Michele Prestipino, Maurizio de Lucia e Nino di Matteo. Si tratta del primo interrogatorio in cui gli indagati, indicati come gli informatori dell' imprenditore Michele Aiello, al quale avrebbero passato notizie riservate della Dda, vengono ascoltati dai pm titolari dell' inchiesta.

ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; CIURO, CHIEDEVANO NOTIZIE MA SAPEVANO GIA'
Il dato processuale che emerge dall'interrogatorio del maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, arrestato assieme al collega del Ros, Giorgio Riolo, con l'accusa di concorso in associazione mafiosa, e' che "gli interlocutori chiedevano informazioni ma sapevano gia' le risposte". E' quanto dice il difensore del sottufficiale, l'avvocato Vincenzo Giambruno, che oggi ha assistito Ciuro nelle 5 ore di interrogatorio davanti ai pm Michele Prestipino, Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia.
Il maresciallo e' coinvolto nell'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo, ed e' accusato di avere passato informazioni riservate all'imprenditore Michele Aiello, anche lui arrestato il 5 novembre scorso.
Rispondendo alle domande dei magistrati nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, il sottufficiale ha cercato di chiarire le contestazione che gli sono state mosse. I pm hanno mostrato nuove intercettazioni telefoniche e Ciuro, ancora una volta, ha detto che per lui Aiello "era un amico, un imprenditore che non ritenevo colluso con la criminalita' organizzata".

MAFIA: TALPE DDA; MARESCIALLO DIA REVOCA MANDATO AD AVVOCATI
CIURO HA NOMINATO UN NUOVO DIFENSORE DI FIDUCIA
Il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro ha revocato il mandato ai due difensori di fiducia, gli avvocati Fabrizio Biondo e Monica Genovese. Il sottufficiale, arrestato il 5 novembre scorso con l' accusa di concorso in associazione mafiosa e violazione del sistema informatico della procura di Palermo, ha nominato legale di fiducia l' avvocato Vincenzo Giambruno.
Della nuova nomina si e' appreso oggi prima dell' inizio dell' interrogatorio al quale Ciuro e' stato sottoposto dai pm Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo, nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
L' avvocato Giambruno e' il terzo penalista che il maresciallo della Dia ha cambiato dal giorno in cui e' stato arrestato. In precedenza era stato assistito da Sergio Monaco, il quale aveva rinunciato alla difesa perche' incompatibile con la posizione dell' imprenditore Michele Aiello (che difende in questo procedimento) e in seguito aveva indicato come legali gli avvocati Fabrizio Biondo e Monica Genovese. Venerdi' e' arrivata la revoca e la nomina del nuovo difensore.

MAFIA: TALPE DDA; MARESCIALLO ROS, MILLANTAVO PER NECESSITA'
MOGLIE E FRATELLO LAVORAVANO IN AZIENDE DELL'IMPRENDITORE AIELLO
E' durato circa due ore l' interrogatorio del maresciallo del Ros Giorgio Riolo, arrestato il 5 novembre scorso nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.
Il sottufficiale e' stato ascoltato dai pm nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Riolo ha sostenuto di aver detto "stupidagini" all' imprenditore Michele Aiello, arrestato con l' accusa di associazione mafiosa, e ha ribadito ai magistrati che "millantava per propri interessi", perche' aveva trovato la possibilita' di far lavorare nelle imprese di Aiello, oltre alla moglie, anche il fratello".
A Riolo sono state contestate nuove intercettazioni, che secondo il suo difensore, l' avvocato Sansone, "non portano ad alcuna prova che il maresciallo possa aver passato informazioni riservate".
Rispondendo alle domande dei pm, Riolo ha sostenuto di non aver passato notizie ad Aiello, ma avrebbe solo cercato di accreditarsi agli occhi dell' imprenditore come un investigatore che poteva verificare informazioni, "solo allo scopo di ottenere per i suoi familiari posti di lavoro", le risposte che avrebbe fornito sarebbero state "solo millanterie".

5 dicembre 2003 - MANNINO ERA NEL MIRINO DELLA MAFIA ?
"La Sicilia"
L'ex ministro era nel mirino, poi la mafia cambiò obiettivo
La strage Borsellino salvò Mannino
Caltanissetta. Dopo la strage di Capaci i boss di Cosa nostra progettarono di uccidere l'ex ministro Calogero Mannino, ma l'iniziativa venne accantonata e i vertici della Cupola decisero improvvisamente di assassinare Paolo Borsellino. Lo afferma il pentito Giovanni Brusca in un verbale del 27 aprile 2002, rimasto fino ad oggi inedito.
La decisione di uccidere Mannino era già stata rivelata in passato dallo stesso Brusca, che non l'aveva però collocata temporalmente. Adesso si apprende che il progetto doveva scattare subito dopo la strage di Capaci, anche se nel verbale, che contiene numerosi omissis, non viene spiegato il motivo del repentino cambiamento dell'obiettivo.
Il collaboratore precisa tuttavia ai pm della Dda di Caltanissetta, che indagano sui mandanti occulti delle stragi del '92, che la decisione di uccidere Borsellino fu segnata da una "accelerazione".
Il pentito ricorda inoltre che dopo aver letto nel 1993 un articolo su L'Espresso in cui si diceva che Borsellino stava indagando su Vittorio Mangano, il fattore della villa di Arcore, "Cosa Nostra - dice il collaboratore - avrebbe fatto arrivare un messaggio a Berlusconi in cui si diceva: "Guarda che la sinistra sapeva". Anche questo riferimento alla "sinistra che sapeva" non è nuovo, ma nel verbale Brusca spiega più dettagliatamente a cosa si riferisce. Ai magistrati il pentito precisa che "quando dice "la sinistra intende alludere in senso lato a posizioni di sinistra all'onorevole Mancino, all'epoca ministro degli Interni".
Sulla base di queste dichiarazioni, i Pm di Caltanissetta osservano nella richiesta di archiviazione: "Qualora il governo dell'epoca presieduto dall'onorevole Berlusconi avesse voluto o potuto fare qualche cosa a beneficio di Cosa nostra, non poteva essere ricattato in quanto appunto "la sinistra sapeva", cioè a dire aveva iniziato lei le trattative, nel senso di essere a conoscenza delle trattative fra l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e l'allora comandante del Ros, Mario Mori".
Questa ricostruzione è inserita nell'archiviazione fatta dal gip dell'inchiesta della Dda di Caltanissetta sul secondo filone di indagine che riguarda i mandanti occulti delle stragi.

5 dicembre 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA: PROCESSO PER DIFFAMAZIONE
"Liberazione"
Per non dimenticare Portella e Partinico
Oggi alle ore 9 inizia, presso la sezione distaccata del Tribunale di Partinico (Palermo) , il processo intentato dal generale dei carabinieri in pensione, Roberto Giallombardo, contro Giuseppe Casarrubea, accusato di diffamazione per avere scritto sul conflitto a fuoco tra i militari del Giallombardo e un gruppo di uomini composto da tre confidenti delle forze dell'ordine in Sicilia e due incensurati. I fatti avvennero ben 56 anni fa, e precisamente la notte tra il 26 e il 27 giugno 1947. Tra gli uccisi vi furono il famoso Fra Diavolo (Salvatore Ferreri) e i fratelli Pianello di Montelepre che parteciparono alle stragi di Portella della Ginestra (nell'immagine in basso) e di Partinico. Il conflitto a fuoco che li sterminò ha di fatto impedito che le loro testimonianze portassero un barlume di luce sui mandanti e persino sugli esecutori materiali di quelle stragi. "Non sono Portella", l'associazione dei familiari delle vittime della strage, invita tutti i cittadini che non vogliono dimenticare e quanti vogliono difendere il diritto sacrosanto della libertà della ricerca tutelato dall'artico1033 della Costituzione italiana, a seguire il processo. Ore 9 Sezione distaccata, Tribunale di Partinico

8 dicembre 2003 - PRESUNTE TALPE DDA; INDAGATA EX ASSISTENTE PROCURATORE LO FORTE
ANSA:
MAFIA:TALPE DDA; INDAGATA EX ASSISTENTE PROCURATORE LO FORTE
Margherita Pellerano, ex assistente giudiziaria del procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, e' indagata per false informazioni al pubblico ministero nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla dda che, nelle scorse settimane, ha portato in carcere l' imprenditore Michele Aiello, i marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo ed il radiologo palermitano Aldo Carcione.
Pellerano, sentita il 5 novembre dai pm come persona informata sui fatti, come pubblicato oggi dal quotidiano La Repubblica, sarebbe stata iscritta nel registro degli indagati solo di recente.
Il nome dell' ex assistente di Lo Forte era venuto fuori in una telefonata con Ciuro intercettata dai carabinieri. La donna aveva detto che il marito aveva bisogno di parlare col presidente della Regione Salvatore Cuffaro ma il sottufficiale le aveva consigliato di evitare di chiamarlo direttamente, non sapendo se i telefoni fossero sotto controllo, e di rivolgersi alla segreteria.
Pellerano aveva confermato la circostanza ai magistrati negando, pero', di avere chiesto se ci fossero utenze intercettate.
Oltre all' ex assistente di Lo Forte sono stati iscritti nel registro degli indagati Antonella Buttitta, collaboratrice del pm Domenico Gozzo, accusata di rivelazioni di segreto d' ufficio, e due poliziotti, Carmelo Marranca e Giacomo Venezia.
Sia Pellerano che Buttitta nelle scorse settimane hanno chiesto di essere trasferite ad altro incarico. Le due donne sono state destinate rispettivamente all' ufficio amministrativo della Procura e al contingente di Polizia Municipale.
Secondo gli investigatori, all' interno della dda ci sarebbe stata una vera e propria rete di informatori che avrebbero riferito in tempo reale ad Aiello notizie su indagini in corso. L' imprenditore della sanita' privata in Sicilia avrebbe potuto contare, oltre che su Ciuro e Riolo, detenuti per concorso in associazione mafiosa, violazione del sistema informatico della Procura e favoreggiamento, sul medico Aldo Carcione al corrente in tempo reale di particolari su inchieste della dda.
Il radiologo, pero', ha sostenuto di avere millantato informazioni riservate perche' pressato da Aiello.
La scorsa settimana il tribunale del riesame ha rigettato l' istanza di scarcerazione presentata dall' imprenditore sostenendo che, pur non essendo "uomo d' onore affiliato all' associazione, coopera attivamente e stabilmente agli interessi della consorteria mafiosa, aderisce alle logiche di controllo del territorio di Cosa Nostra mantenendo un rapporto di solida e stabile amicizia con i suoi vertici".
Nelle oltre 40 pagine scritte dal tribunale della liberta' si fa anche riferimento agli investimenti che la mafia avrebbe fatto nel centro diagnostico "Villa Santa Teresa" di Bagheria di proprieta' di Aiello.
Secondo i giudici l' acquisto delle attrezzature della struttura, all' avanguardia in Europa nella diagnostica oncologica, sarebbe stato finanziato dal numero uno di Cosa nostra Bernardo Provenzano e dai suoi fedelissimi di Bagheria Giacinto Scianna e Vincenzo Giammanco.
Il 12 settembre scorso Margherita Pellerano telefona al maresciallo Pippo Ciuro e gli chiede se il marito poteva chiamare "a quel numero" che gli aveva dato, per ottenere una raccomandazione da parte del presidente della Regione siciliana, Toto' Cuffaro.
Il sottufficiale arrestato per concorso in associazione mafiosa risponde sottolineando che quel numero di telefono "non dovrebbe essere sotto" (cioe' intercettato n.d.r.). E Ciuro, "per evitare spiacevoli inconvenienti", le suggerisce di far contattare il presidente tramite la segreteria, "cosi' - dice il maresciallo - si evita tutto il circuito. Ci siamo capiti".
Il comportamento di Pellerano aveva lasciato perplessi i magistrati ed i carabinieri del nucleo operativo che conducono le indagini. La donna e' stata fino a poche settimane fa l' assistente di Guido Lo Forte, il procuratore aggiunto che assieme al suo capo, Pietro Grasso, ha iscritto nel registro degli indagati il presidente Cuffaro per concorso in associazione mafiosa.
Gli inquirenti ipotizzano che la segretaria sapesse dei contatti fra Ciuro, l' imprenditore di Bagheria Michele Aiello - arrestato per associazione mafiosa il 5 novembre scorso - e Cuffaro. Il 10 giugno scorso, infatti, due settimane prima che al Governatore dell' isola fosse notificato l' invito a comparire in procura per essere interrogato, Ciuro aveva chiamato Aiello per raccomandare il marito della "segretaria di Guido" che era stato trasferito da un ufficio regionale ad un altro ritenuto scomodo.
Durante la telefonata registrata dai carabinieri, si sente in sottofondo la voce di una donna che suggerisce a Ciuro il nome dell' incarico a cui l' uomo avrebbe voluto essere destinato. Gli investigatori sospettano che la voce potesse essere di Margherita Pellerano.
L' assistente, sentita dai pm, aveva detto di essersi rivolta a Ciuro perche' credeva che il sottufficiale avesse contatti diretti con Cuffaro e non con Aiello. Dall' intercettazione, pero', secondo gli inquirenti, si capirebbe bene che il maresciallo si rivolge ad un' altra persona (che e' Aiello ndr), tanto che afferma: "Ci parli tu con il presidente". E poi, dopo aver riferimento alla raccomandazione, conclude: "Salutami il presidente".

ANSA:
MAFIA:TALPE DDA; GRASSO,CERCHIAMO CHI DA' NOTIZIE A GIORNALI
"Stiamo cercando nuove talpe in procura: sono quelle che danno le notizie riservate ai giornalisti e che impediscono al mio ufficio di lavorare con tranquillita' e serenita"'.
Lo afferma il procuratore Pietro Grasso, che fa riferimento alla notizia pubblicata oggi sull' iscrizione nel registro degli indagati di Margherita Pellerano, ex assistente giudiziario dell' aggiunto Guido Lo Forte.
Pellerano e' indagata per false dichiarazioni al pm, nell' ambito dell' inchiesta sulle talpe alla Dda.
Su questa vicenda, si apprende in ambienti giudiziari, sara' aperto domani un fascicolo per violazione del segreto istruttorio. L' inchiesta si aggiunge alle altre gia' avviate nelle scorse settimane su "notizie riservate pubblicate dai giornali" in merito all' inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo che ha portato fino adesso all' arresto di quattro persone: due marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, dell' imprenditore Michele Aiello e del medico Aldo Carcione.

ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; CONSIGLIERI FNSI, E' IL NOSTRO MESTIERE
"Spesso nei momenti difficili si cerca di bloccare il flusso delle informazioni: constatiamo, purtroppo, che e' una prassi alla quale non si sottrae neanche il procuratore di Palermo".
Lo hanno detto in una nota i consiglieri nazionali della Fnsi Giuseppe Lo Bianco e Giancarlo Macaluso per i quali "la ricerca di talpe della procura che danno notizie ai giornalisti non e' in alcun modo paragonabile, per la diversita' degli obiettivi perseguiti, alla caccia a quelle che danno notizie alla mafia e ai presunti mafiosi". "Ci dispiace che la pubblicazione di notizie tolga serenita' all' ufficio che il procuratore dirige - concludono i due consiglieri nazionali - ma fino a quando queste notizie sono vere i giornalisti, pubblicandole, non fanno altro che il proprio mestiere".

9 dicembre 2003 - PROCESSO DELL'UTRI PER ESTORSIONE: GERRY SCOTTI SENTITO COME TESTE
ANSA:
PROCESSO DELL'UTRI: GERRY SCOTTI SENTITO COME TESTE
Al processo che vede il parlamentare di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, accusato di tentata estorsione, la quarta sezione del tribunale penale ha raccolto oggi la testimonianza di Gerry Scotti.
Il popolare presentatore si e' presentato in aula dando la sua disponibilita' a rispondere alle varie domande, ma le sue dichiarazioni non hanno fornito un apporto probatorio decisivo alla causa. A Scotti e' stato chiesto se, nel periodo a cavallo degli anni '90, in cui egli fu presidente della Lega femminile di basket, abbia avuto incontri con Vincenzo Garraffa, all'epoca presidente della Pallacanestro Trapani. Il presentatore ha detto di non ricordare, ma non ha escluso di avere incontrato Garraffa in una puntata della trasmissione televisiva 'Pressing'. Al riguardo, il presidente Edoardo D'Avossa ha invitato il teste ad accertare se sia possibile rinvenire la cassetta con la registrazione di quella trasmissione. Scotti ha garantito che si interessera'.
Il tribunale e' quindi entrato in camera di consiglio per valutare l' ammissione di una serie di prove chieste dalla difesa in base all'art. 507 del codice di procedura penale. La causa, che vede coimputato Vincenzo Virga, detenuto per altri fatti, riguarda la sponsorizzazione da parte di Publitalia, di cui Dell'Utri era presidente, della Pallacanestro Trapani, a quell'epoca partecipante al campionato femminile di serie A.
Oltre a Gerry Scotti, la difesa aveva chiesto la citazione come testimone anche di Maurizio Costanzo, che pero' non sara' sentito. Il tribunale ha accolto invece le istanze difensive riguardanti la citazione di altri testi oltre alla acquisizione di nuove prove.
In aula si tornera' il 20 gennaio per ascoltare i testimoni ammessi, mentre se non ci saranno contrattempi, la discussione dovrebbe cominciare il 10 febbraio con la requisitoria del pubblico ministero e gli interventi della parte civile.

9 dicembre 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: GIUDICI APPLICANO LODO SCHIFANI, NO AI TABULATI
ANSA:
DELL' UTRI: GIUDICI APPLICANO LODO SCHIFANI, NO AI TABULATI
I giudici della seconda sezione del tribunale che stanno processando il senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno applicato il "lodo Schifani" ed hanno cosi' dichiarato inutilizzabili i tabulati delle comunicazioni del parlamentare.
"I tabulati - scrivono i giudici nell' ordinanza - riguardanti l' imputato Dell' Utri, essendo stati acquisiti dopo l' assunzione da parte sua del mandato parlamentare, avvenuta nel maggio 1996, non possono essere utilizzati".
Il difensore del deputato, l' avvocato Roberto Tricoli, aveva sollevato l' eccezione relativa proprio all' utilizzabilita' dei tabulati delle comunicazioni telefoniche che erano stati oggetto della consulenza tecnica fatta dal vice questore Gioacchino Genchi, gia' sentito in aula nei mesi scorsi. L' accusa aveva voluto sostenere i contatti che Dell' Utri avrebbe avuto in passato con persone indagate di associazione mafiosa.
Anche in questo caso il collegio del tribunale ha disposto la "inutilizzabilita' della deposizione di Genchi" nelle parti che rientrano nel periodo in cui Dell' Utri ha ricoperto incarichi parlamentari.
"La questione sollevata dalla difesa segue all' entrata in vigore della legge 20 giugno 2003 n.140 (chiamata legge sull'immunita' e il cui art. 1 e' meglio conosciuto come 'lodo Schifani', ndr), con la quale, agli articoli 4, 6 e 7, e' stata estesa la necessita', anche per l' acquisizione dei tabulati di comunicazione telefoniche, dell' autorizzazione a procedere nel caso in cui detta acquisizione possa riguardare, anche indirettamente, un parlamentare della Repubblica, con la conseguente inutilizzabilita' della prova".
Lo scrivono i giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, nell' ordinanza in cui oggi hanno dichiarato inutilizzabili i tabulati che fanno riferimento a Dell' Utri dopo che e' diventato parlamentare.
I giudici hanno inoltre dichiarato inutilizzabili anche le dichiarazioni del consulente tecnico Gioacchino Genchi, che aveva deposto in aula sviluppando il traffico telefonico che faceva anche riferimento al senatore di Forza Italia.
"La conseguente immediata refluenza della nuova normativa comporta - scrivono i giudici - per i tabulati riguardanti comunicazioni telefoniche direttamente attinenti all' imputato Dell' Utri (regolarmente acquisiti nel vigore della previgente normativa che non estendeva il regime dell' autorizzazione a procedere anche ai tabulati), la loro sopravvenuta inutilizzabilita', non essendosi prevista, da parte del legislatore, alcuna disciplina transitoria che consenta di mantenere integri gli atti che sono stati gia' acquisiti nei procedimenti in corso ed in relazione ai quali non puo', per ovvie ragioni, trovare applicazione la previsione di un' autorizzazione preventiva quale e' quella introdotta dal legislatore nel citato articolo 4".
Il collegio non ritiene di acquisire neanche i flussi telefonici indiretti. "La stessa conseguenza - si legge nell' ordinanza - deve riconnettersi, nel caso che si occupa, anche ai tabulati di comunicazioni che riguardino indirettamente la persona del predetto imputato. Avendo il legislatore previsto una limitata possibilita' di utilizzazione delle sole intercettazioni gia' acquisite, nell' unico caso in cui queste siano state gia' utilizzate in giudizio, nulla prevedendo espressamente per cio' che concerne i tabulati".

11 dicembre 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: DETENUTO, CIRFETA MI CHIESE DI CONFERMARE ACCUSE
ANSA:
DELL' UTRI: DETENUTO, CIRFETA MI CHIESE DI CONFERMARE ACCUSE
DONATO NATALI DEPONE SU PIANO PER SCREDITARE I PENTITI
"Cirfeta mi chiese di confermare le sue accuse contro Di Carlo, Onorato e Guglielmini. Io rifiutai e tentai di convincerlo a raccontare la verita' ai magistrati. Lui, dopo qualche titubanza, rispose che non poteva farlo e che se la cosa fosse venuta fuori avrebbe ammazzato me ed i miei familiari". Lo ha detto rispondendo alle domande del pm Antonio Ingroia, Donato Natali, teste al processo al senatore di Fi Marcello Dell' Utri che in questo dibattimento risponde di calunnia.
Natali, ritenuto appartenente alla Sacra Corona Unita, era in carcere insieme a Cosimo Cirfeta, coimputato del parlamentare azzurro. Il testimone ha parlato dei presunti tentativi di Cirfeta di coinvolgerlo nel piano organizzato per screditare i pentiti Francesco Di Carlo, Francesco Paolo Onorato e Salvatore Gugliemini che dovevano deporre nel processo in cui il senatore e' imputato di concorso in associazione mafiosa.
Al dibattimento, in corso davanti alla quinta sezione del tribunale di Palermo, Di Carlo e' costituito parte civile.
Alla prossima udienza, che si terra' giovedi' 18 dicembre nell' aula bunker dell' Ucciardone, sara' sentito il collaboratore di giustizia catanese Antonio Cariolo.

12 dicembre 2003 - CONTRADA: SECONDO PROCESSO D' APPELLO
"La Padania"
Riprende l'odissea di Contrada
Prima udienza del secondo processo d'appello per l'ex funzionario Sisde accusato di mafia PALERMO - Il procuratore generale di Palermo Antonino Gatto, pubblica accusa al secondo processo d'appello all'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, ha chiesto la citazione dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Nino Giuffrè e Maurizio Pirrone. Sull'istanza la corte d'appello di Palermo che processa Contrada per concorso in associazione mafiosa deciderà il 15 gennaio.
Secondo la Procura Generale, Giuffrè, avendo ricoperto un ruolo di vertice nell'organizzazione mafiosa, potrebbe essere al corrente di notizie sui rapporti tra l'imputato e i boss. Pirrone, invece, dovrebbe essere interrogato sul contenuto di una conversazione avuta alla fine dagli anni settanta con Salvatore Micalizzi, vice del capomafia Saro Riccobono. Micalizzi avrebbe avvertito Pirrone sull' imminente retata della polizia. La circostanza è già stata riferito dal pentito dal processo di primo grado ma, secondo il procuratore generale, sarebbero necessari ulteriori chiarimenti. Pirrone non ha mai indicato Contrada come la "talpa" che forniva informazioni a cosa nostra. Siino, salito già due volte sul banco degli imputati al processo d'appello, dovrebbe deporre sull'appartenenza di Contrada alla massoneria e sulla presunta partecipazione al simulato sequestro del faccendiere Michele Sindona e sull'interessamento dell'imputato al rilascio di un porto d'armi ad un amico del boss Stefano Bontade.
Gli avvocati di Contrada, Piero Milio e Gioacchino Sbacchi, si sono opposti all'esame di Giuffrè sostenendo che non risulta che l'ex boss abbia parlato di Contrada. Irrilevante, secondo Sbacchi, la testimonianza di Siino sull'appartenza dell'imputato alla massoneria "capitolo su cui sono state scritte centinaia di pagine nella sentenza di primo grado". Infine secondo i penalisti sarebbe del tutto superfluo sentire Pirrone in quanto il collaboratore non ha mai fatto ai magistrati il nome di Contrada.
La difesa ha invece chiesto una parziale rinnovazione del dipartimento e la citazione dell'avvocato Cristoforo Fileccia. Il pentito Gaspare Mutolo raccontò infatti che Fileccia, informato da Contrada, avrebbe riferito ai boss notizie su indagini in corso. Il processo è stato rinviato al 15 gennaio.
Il dibattimento, iniziato ieri a Palermo, segue l'annullamento da parte della Cassazione del primo verdetto d'appello. In primo grado Contrada era stato condannato a 10 anni per concorso in associazione mafiosa, la Corte d'appello lo aveva invece assolto.

12 dicembre 2003 - MAFIA: STRAGI; GIUFFRE', FALCONE PREOCCUPAVA COSA NOSTRA USA
ANSA:
MAFIA: STRAGI; GIUFFRE', FALCONE PREOCCUPAVA COSA NOSTRA USA
"John Gambino era molto preoccupato dell'azione del dottor Falcone, che mirava al cuore, e cioe' al denaro, di Cosa Nostra". Lo ha detto il pentito Nino Giuffre', interrogato stamane a Catania dal pubblico ministero Sebastiano Patane' nel processo d'appello della strage di Capaci. Giuffre' ha riproposto la pista americana parlando dell'avvio della stagione stragista, decisa in una riunione. "Ora siamo arrivati alla resa dei conti", avrebbe detto Toto' Riina durante la riunione della commissione provinciale di Cosa Nostra convocata alle sei del pomeriggio di un giorno di "fine novembre inizio dicembre 1991 nella casa di Guddo o di Priolo". 'Per capire il senso di questa riunione - ha detto Giuffre' - bisogna andare a quando Gambino era preoccupato, perche' il giudice Falcone aveva iniziato a collaborare con le autorita' Usa nella persona di Rudolph Giuliani con le inchieste Pizza Connection e Iron Tower". "Questo preoccupa la mafia americana - ha aggiunto Giuffre' - e, avvertito dal mio parente Stanfa, io mi incontro nel 1988 a Mondello con un avvocato americano venuto a prendere notizie sull'evoluzione della situazione e anche per predisporre le difese dalle dichiarazioni di Buscetta".
'Prima di incontrarlo - ha concluso il pentito - chiedo l'autorizzazione a Provenzano che mi dice di parlarle con Riina. E Riina mi autorizza: 'va e tranquillizzali, che qui stiamo facendo tutto il possibile".
Il processo riprende il 16 gennaio prossimo.
"Nella riunione della commissione provinciale della fine del 1991 - ha aggiunto Giuffre' - parlo' solo Toto' Riina e disse chiaramente che ognuno doveva assumersi le proprie responsabilita"'. "Fu - ha ricordato il collaboratore - una riunione 'gelida': parlo' solo Riina e disse che si dovevano regolare i 'conti con i nemici storici' facendo riferimento a Giovanni Falcone che era andato sino al cuore di Cosa nostra creando dei problemi alla mafia americana alla quale lo stesso Riina aveva dato assicurazioni di risolvere la questione in Sicilia. Alla fine non ci fu nessun commento".
Giuffre' all'inzio della deposizione ha ribadito le motivazioni per le quali ha deciso di accettare la collaborazione con la giustizia, perche' ha spiegato, "in Cosa nostra non c'erano piu' i valori di una volta".

12 dicembre 2003 - PRESUNTE TALPE DDA; PM INTERROGANO SOCIO AIELLO
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; PM INTERROGANO SOCIO AIELLO
I magistrati di Palermo titolari dell' inchiesta sulle talpe alla dda interrogheranno questo pomeriggio Francesco Giuffre', il cognato dell' imprenditore di Bagheria Michele Aiello arrestato il 5 novembre per associazione mafiosa. Giuffre', socio del Centro di diagnosi per immagini di Bagheria di proprieta' di Aiello, e' indagato per riciclaggio.
Davanti ai pm Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo comparira' oggi anche l' ex assistente giudiziaria Antonella Buttitta, accusata di rivelazione del segreto d' ufficio. Per la Buttitta, difesa dall' avvocato Monica Genovese, e' il terzo interrogatorio.
Secondo gli inquirenti a Giuffre' sarebbero state intestate somme di denaro di fatto riconducibili all' imprenditore arrestato. Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza, su ordine della Procura, aveva sequestrato ad Aiello conti bancari per oltre 40 milioni di euro.
La Buttitta, invece, e' accusata di avere passato informazioni riservate su indagini in corso al maresciallo della dia Giuseppe Ciuro, arrestato insieme ad Aiello ed al sottufficiale del Ros Giorgio Riolo. Secondo l' accusa, Ciuro e Riolo avrebbero poi "girato" le notizie apprese dall' ex assistente all' imprenditore.
Buttitta agente municipale, per anni a fianco del pm Nico Gozzo, e' stata trasferita al contingente di Polizia municipale.

13 dicembre 2003 - EREDI FALCONE E BORSELLINO QUERELANO SCHIFANI
"Il Gazzettino"
Eredi di Falcone e Borsellino querelano il senatore Schifani Riesplode la polemica sulle dichiarazioni del premier Berlusconi sui magistrati "mentalmente disturbati". Maria Falcone e Rita Borsellino, sorelle dei magistrati uccisi nel 1992, hanno querelato per diffamazione il capogruppo dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani. Nella querela vengono richiamate le dichiarazioni rilasciate dal senatore il 5 settembre al culmine delle polemiche suscitate da un'intervista di Berlusconi al giornale inglese "The Spectator".
Maria Falcone e Rita Borsellino avevano subito criticato le affermazioni del presidente del Consiglio. La fondazione Falcone aveva emesso un comunicato per esprimere "indignazione". Rita Borsellino aveva detto: "Sono disgustata quando sento questi termini sui magistrati". E in una intervista alla Rai aveva aggiunto: "Qui in via D'Amelio insieme ad altre 5 persone è stato ucciso un matto". Il giorno dopo Schifani aveva respinto le critiche esprimendo disgusto: "Le signore Falcone e Borsellino, con le loro dichiarazioni, hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli. Entrambe militanti a sinistra, non solo hanno finto di non aver capito che Berlusconi si è chiaramente riferito ad una ristrettissima cerchia di magistrati ma, con una disinvoltura che non commento, hanno strumentalizzato due eroi che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività". Le dichiarazioni di Schifani sono ora giudicate diffamatorie. "Pur di negare la realtà - sostengono Falcone e Borsellino - il sen. Schifani ha scelto di diffamarci, tentando di contrabbandare il nostro atteggiamento come disinvolto, là dove invece è stato per noi un acuto dolore il gravissimo sberleffo che il premier ha rivolto a un intero ordine di servitori dello Stato".

14 dicembre 2003 - PINO LIPARI CONDANNATO A 16 ANNI
"La Sicilia"
Sedici anni di carcere al "consigliere economico" di Provenzano
Mafia e pizzo: colpevoli l'ex geometra Pino Lipari e i figli
Leone Zingales
Palermo. Condannato per mafia Giuseppe "Pino" Lipari, ex geometra dell'Anas e ritenuto il "consigliere economico" del boss latitante Bernardo Provenzano.
Il giudice per le udienze preliminari, Roberto Binenti, oltre a Lipari ha condannato ad oltre 88 anni di carcere altre 14 delle 17 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione ed intestazione fittizia di beni di provenienza illecita. Lipari è stato condannato a 16 anni e 4 mesi. Condannati anche i figli Arturo, a 6 anni e 8 mesi, Cinzia, a 6 anni, ed il genero Giuseppe Lampiasi, a 5 anni. Il gup ha deciso di stralciare la posizione di Marianna Impastato, moglie di Lipari, che era stata arrestata assieme ai familiari. La donna ha chiesto di patteggiare la pena ma l'istanza è stata rigettata dal giudice. Nell'ambito del procedimento sono stati assolti Andrea Impastato e Pietro Pastoia. Il processo è scaturito da un indagine della Squadra mobile di Palermo che, qualche anno fa, è sfociata nell'arresto di 27 persone e nel sequestro di partecipazioni azionarie in società, conti correnti e immobili per milioni di euro. Nel quadro dell'inchiesta, che è stata coordinata dai sostituti della dda Michele Prestipino e Marzia Sabella, è stata individuata quell'area di protezione e complicità che circonda la latitanza di Provenzano. Lipari era stato già condannato al maxi processo per mafia e nel 2002 a dieci anni per corruzione. Nei mesi scorsi ha tentato di accreditarsi come collaboratore di giustizia. La Procura di Palermo lo ha però ritenuto inattendibile sostenendo che dietro al tentativo di collaborazione dell'ex geometra si nascondeva un piano di depistaggio.
Gli stretti rapporti tra Lipari e Provenzano sono stati confermati dal contenuto di uno dei floppy disk sequestrati a casa del geometra. Gli inquirenti hanno scoperto le ultime lettere che sarebbero state inviate al latitante.

15 dicembre 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: JANNUZZI, COMMISSIONE SU GESTIONE PENTITI
ANSA:
DELL' UTRI: JANNUZZI, UNA COMMISSIONE SU GESTIONE PENTITI
La proposta di istituire una commissione che indaghi sulla gestione dei collaboratori di giustizia e la stabilizzazione del 41 bis sono stati alcuni dei punti sui quali ha deposto il senatore Lino Jannuzzi nel processo a Marcello Dell' Utri, il parlamentare di Forza Italia accusato di concorso in associazione mafiosa. Jannuzzi e' stato citato dalla difesa in seguito al deposito agli atti del processo delle trascrizioni di alcune intercettazioni. Il medico Salvatore Aragona, arrestato lo scorso giugno per concorso in associazione mafiosa, parlando con il boss Giuseppe Guttadauro si vanta di avere numerose amicizie, come quella col senatore Dell' Utri, sostenendo di poter contattare il giornalista Lino Jannuzzi per "offrirgli" spunti di riflessione sulla legislazione antimafia. Il senatore, rispondendo alle domande dell' avvocato Roberto Tricoli, ha detto di non aver mai conosciuto Aragona. L' intercettazione e' del 9 aprile 2001 e Aragona commenta con Guttadauro l' elezione di Dell' Utri al Parlamento europeo. Entrambi sostenevano che dopo il voto "non si e' piu' fatto vedere". Sempre nella stessa conversazione Aragona spiega a Guttadauro che il segretario di Dell' Utri si sarebbe offerto come tramite per fargli ottenere, quando lui lo avesse voluto, un appuntamento con Lino Jannuzzi. Aragona parla di "imbeccate", "spunti di riflessione" che potevano essere offerti al giornalista, "perche' lui sa cosa fare". Il pm Antonio Ingroia ha ricordato al teste che in un articolo pubblicato da "Il Velino" il 12 luglio 2001, veniva riportata la notizia che Jannuzzi stava proponendo l' istituzione di una commissione parlamentare sulla gestione dei pentiti. Il magistrato fa notare ai giudici che la data e' vicina a quella in cui i carabinieri registrano il dialogo fra Aragona e Guttadauro.
"La proposta di una commissione sui pentiti - ha detto il teste - nasce sullo scetticismo e l' inefficienza della Commissione antimafia, la quale non ha mai concluso i suoi lavori con un rapporto su cui si e' poi discusso in Parlamento". Jannuzzi ha poi aggiunto che in aula al Senato era stato uno dei cinque parlamentari che si era opposto alla stabilizzazione del 41 bis, "ma non ho mai pensato di scrivere un libro su questo argomento" La deposizione di Jannuzzi doveva concludere l' acquisizione delle prove di accusa e difesa. Il dibattimento, che dura da sei anni, oggi si sarebbe potuto chiudere se i pm non avessero fatto richiesta di rinvio dell' udienza per preparare l' istanza di eccezione di incostituzionalita' agli articoli del lodo Schifani a cui i giudici la scorsa settimana hanno fatto riferimento per dichiarare inutilizzabili i tabulati telefonici e le dichiarazioni - su questo punto - del consulente della procura, Gioacchino Genchi.
L' udienza e' stata rinviata al 22 dicembre.

16 dicembre 2003 - PROCESSO DELL'UTRI PER DIFFAMAZIONE: ATTI A CORTE COSTITUZIONALE
ANSA:
DELL'UTRI: PROCESSO DIFFAMAZIONE;ATTI A CORTE COSTITUZIONALE
Sara' la Corte Costituzionale a dirimere il conflitto di attribuzione dei poteri dello Stato sollevato dal giudice Gaetano Brusa, dell'ottava sezione del tribunale penale, nell'ambito del processo a carico del parlamentare di Forza Italia Marcello Dell'Utri, accusato di diffamazione nei confronti del giudice della Corte di Cassazione Pierluigi Onorato.
Onorato si era ritenuto offeso da dichiarazioni rese dal senatore Dell'Utri a commento di una decisione su una causa riguardante Publitalia. "Sono stato vittima di un giudizio speciale di matrice politica - aveva detto tra l'altro Dell'Utri - siamo davanti all'ennesima dimostrazione del fatto che nel nostro paese una parte della magistratura usa il suo potere per colpire gli avversari politici".
Sulla vicenda il Senato della Repubblica aveva sostenuto l'insindacabilita' a procedere nei confronti del suo componente, riconoscendogli il diritto di critica. Da qui la richiesta dell'avvocato Antonio Rodontini, difensore dell'esponente di Forza Italia, di applicare l'articolo 68 con chiusura del procedimento. Il pubblico ministero Claudio Gittardi ha invece osservato come in quella circostanza Dell'Utri non avrebbe parlato come parlamentare, ma come indagato in un processo per fatti anteriori alla sua nomina a senatore. Una memoria e' stata presentata dalla parte civile rappresentata dall'avvocato Andrea Antonelli il quale ha sottolineato la mancanza di ogni nesso di funzionalita' fra la dichiarazione fatta da Dell'Utri e la sua carica di parlamentare.
Il giudice, dopo due ore di camera di consiglio, ha definito estensiva l'interpretazione dei fatti data dal Senato e ha affidato alla Corte Costituzionale l'incarico di stabilire se sia corretta la valutazione fatta dal ramo del Parlamento. Da qui la sospensione del processo in attesa della pronuncia da parte della consulta.

17 dicembre 2003 - PRESUNTE TALPE DDA; AIELLO AVEVA CHIESTO NULLAOSTA SICUREZZA
ANSA:
MAFIA: TALPE DDA; AIELLO AVEVA CHIESTO NULLAOSTA SICUREZZA
L' IMPRENDITORE AVEVA CHIESTO 'NOS' PER APPALTI RISERVATI
Stava per avere accesso a informazioni e notizie coperte dal segreto l' imprenditore Michele Aiello, arrestato per associazione mafiosa il 5 novembre scorso e accusato anche di avere creato una rete "personale" di infiltrati in Procura che lo avrebbe informato sullo stato delle inchieste della Dda.
Il particolare, fino adesso inedito, definito molto importante dagli inquirenti, e' stato scoperto dal pool di Pm coordinato dal procuratore Pietro Grasso e dal suo aggiunto Giuseppe Pignatone.
Aiello - che i pentiti definiscono persona di fiducia del boss latitante Bernardo Provenzano - e' uno degli uomini piu' ricchi della Sicilia, in testa alla classifica dei contribuenti grazie alle sue attivita' imprenditoriali nel campo della Sanita' privata e in quella edile. L' imprenditore aveva ottenuto il primo livello del certificato Nos (Nulla osta sicurezza), una autorizzazione provvisoria per partecipare a gare di appalto in cui e' posto il segreto, in attesa di completare gli accertamenti per il rilascio definitivo del certificato.
Il Nos autorizza una persona a trattare informazioni o notizie coperte da segreto e viene rilasciato dall' agenzia ANS (Autorita' nazionale sicurezza) che usufruisce del lavoro dell' Ucsi (che e' l' ufficio del Sismi, il servizio segreto militare) per valutare le richieste. L' Ucsi ha il potere di farsi consegnare dati dalla Questura, dai carabinieri e dalla Guardia di Finanza ai fini di valutare se esistano le condizioni per rilasciare il nulla osta. Questo esame comprende un "background check" completo delle persone che lo richiedono.
Il rilascio - fanno notare gli inquirenti - e' a discrezione dell' Ucsi. Un ottimo prerequisito per il Nos dovrebbe essere il certificato Cpfd (chiara e provata fede democratica).
Per Aiello l' Ucsi aveva chiesto informazioni alle forze di polizia di Palermo che avevano fornito il loro parere. Non si conosce il contenuto delle risposte e per questo la Procura ha avviato accertamenti. I Pm hanno delegato agli investigatori di verificare in base a quali requisiti la Ans e l' Ucsi avevano fornito l' autorizzazione provvisoria.
Michele Aiello e' stato arrestato assieme a due marescialli della Dia e del Ros, Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo, accusati di essere stati i suoi informatori; avvisi di garanzia sono stati notificati ad un funzionario della Polizia di Stato, il vice questore Giacomo Venezia, ex dirigente della sezione anticrimine della Questura di Palermo; e ancora ad un poliziotto e a due assistenti giudiziari di Pm che fanno parte della Dda.

23 dicembre 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: ECCEZIONE COSTITUZIONALITA' LODO SCHIFANI
"La Sicilia"
Lodo Schifani "irregolare" nel processo dell'Utri
PALERMO - I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno proposto eccezione di incostituzionalità per tre articoli del lodo Schifani, utilizzati dai giudici che stanno processando il senatore Marcello Dell' Utri (Fi) accusato di concorso in associazione mafiosa. I due pm hanno sollevato la questione in apertura dell' udienza del processo al parlamentare, che si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo.
Il collegio, utilizzando quest' appendice del lodo Schifani, ha ritenuto nelle scorse settimane di non acquisire agli atti del processo i tabulati telefonici che fanno riferimento al parlamentare di Forza Italia. I giudici, inoltre, hanno dichiarato l'inutilizzabilità delle dichiarazioni in aula del consulente della procura, Gioacchino Genchi, che aveva analizzato il traffico telefonico di alcune utenze utilizzate da presunti boss mafiosi e collaboratori di giustizia. Genchi aveva evidenziato che c'erano punti di contatto con Dell'Utri.
Il processo è arrivato alla fase conclusiva. Le parti hanno ascoltato tutti i testi e il presidente, Leonardo Guarnotta, deve decidere la data di inizio della requisitoria.
Il senatore Marcello Dell'Utri non è presente in aula. I giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo si sono riservati di decidere sulla richiesta di eccezione di legittimità costituzionale fatta dai Pm. Il collegio deciderà il 12 gennaio prossimo.
L'avvocato Ennio Tinaglia, parte civile per la Provincia di Palermo ha chiesto al tribunale di revocare l'ordinanza delle scorse settimane con la quale si dichiaravano inutilizzabili i tabulati telefonici che fanno riferimento a Dell'Utri. E proprio su questa decisione del giudice i Pm oggi hanno sollevato l'eccezione. Secondo il legale si potrebbe evitare di far ricorso alla Corte Costituzionale e di conseguenza bloccare il processo accogliendo la dichiarazione dell'imputato fatta la scorsa udienza con la quale dava il consenso per far entrare nel processo i tabulati - che Dell'Utri definisce carta straccia - e quindi proseguire il dibattimento.
La difesa del parlamentare si è rimessa alla valutazione dei giudici sottolineando che concorda con la richiesta di Dell'Utri.

23 dicembre 2003 - LIBRO SU INCHIESTA CALTANISSETTA SU AUTOBOMBE
"Liberazione"
L'inchiesta Alfa e Beta "Cosa c'entrano Berlusconi e Dell'Utri con la stagione delle bombe 1992-93?". E' quello che si chiede l'autore del libro "Alfa e Beta" (Fratelli Frilli Editore, pp. 225, euro 13). Simone Falanca, giovane giornalista - è nato nel 1979 - collaboratore di diversi "new media" indipendenti italiani e realizzatore di numerose inchieste, ha ricostruito la storia dell'inchiesta aperta dalla procura di Caltanissetta a carico del Presidente del Consiglio e del suo compagno di partito, accusati di "reato di concorso in strage per finalità terroristiche e di eversione dell'ordine democratico". In altre parole di essere i mandanti esterni della strage di Capaci, dove morì il giudice Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta, e di via D'Amelio, dove furono il giudice Borsellino e i suoi uomini a perdere la vita. La successiva archiviazione dell'inchiesta, come racconta Falanca, non fece altro che aumentare i dubbi sui retroscena di quei terribili episodi. Il giovane scrittore ha già pubblicato sempre per Frilli, il volume "Banche Armate alla Guerra".

23 dicembre 2003 - FRANCESCO BONANNO ABBANDONATO MORTO IN OSPEDALE
ANSA:
MAFIA: BOSS MUORE,ABBANDONATO DA VIVANDIERI IN OSPEDALE/ANSA
Il pizzetto e le unghie curate, i capelli ordinatamente pettinati, il pigiama Nazareno Gabrielli, le mutande Versace, addosso ancora l'odore di un costoso profumo: cosi' ha concluso la sua vita a 32 anni, per un arresto cardio-circolatorio, il boss di Resuttana Francesco Bonanno, rampollo di una delle 'famiglie' della periferia occidentale, figlio di Armando, killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, latitante dal 20 ottobre 2001, abbandonato dal suo vivandiere e dal suo autista stamane alle 5 al pronto soccorso dell' ospedale Buccheri La Ferla di Palermo.
Sul corpo nessun segno d'arma da fuoco o di violenza: sara' l'autopsia, prevista domani alle 11, a stabilire le cause della morte.
Si rinnova un rituale mafioso gia' sperimentato, cinque anni fa, nelle campagne di Trapani, quando gli 'addetti' alla latitanza del boss Francesco Messina Denaro, padre del latitante stragista Matteo, ne lasciarono il corpo, vestito con un elegante completo scuro, la cravatta e le scarpe nere lucide, appoggiato ad un cancello, in modo che il primo automobilista di passaggio avvertisse la polizia. Un rituale quasi obbligato, spiegano gli investigatori, dalla necessita' di non coinvolgere la famiglia nelle vicende del latitante, fino al momento estremo della morte.
"In macchina c' e' un amico, si e' sentito male" hanno detto i due accompagnatori agli infermieri che quando hanno tentato di rianimarlo, si sono subito accorti che era morto. E non da poco: il medico di guardia ha stabilito che il decesso era avvenuto almeno un' ora prima. Ma quando hanno cercato di saperne di piu' chiedendo notizie ai suoi amici, si sono accorti che i due si erano dileguati sulla stessa auto, una seicento azzurra.
Quell'uomo senza documenti e' rimasto un mistero per qualche ora: poi gli agenti di polizia hanno creduto di vedere in lui una forte somiglianza con una delle segnaletiche del boss Francesco Bonanno. Il cadavere era piu' stempiato, aveva il pizzetto, ma i tratti del volto sembravano quelli. Non c' erano impronte digitali, perche' Bonanno, colpito due anni fa da un mandato di cattura per estorsione e associazione mafiosa non era mai stato catturato. Cosi' il pubblico ministero Salvatore De Luca ha spedito due agenti al distretto militare, nel tentativo di trovare le impronte digitali prelevate alla visita di leva. Ma non ce n' e' stato bisogno: a riconoscere il corpo e' stato il fratello Giovanni, condannato a quattro anni per estorsione e associazione mafiosa, ma scarcerato da qualche mese, che si e' presentato di mattina al pronto soccorso chiedendo del 'signor Bonanno'. L' hanno subito avvicinato due agenti della catturandi in borghese accompagnandolo a medicina legale dove e' avvenuto il riconoscimento. Domani l'autopsia dira' le cause della morte, per ora limitate ad un laconico arresto cardio-circolatorio.
Condannato dal gip con il rito abbreviato, Bonanno aveva preso in mano le redini della famiglia sotto l' ala protettiva di Totuccio Lo Piccolo, latitante da anni, gia' componente del gruppo di fuoco corleonese, ultimo della 'vecchia guardia' mafiosa rimasto a presidiare il territorio ovest di Palermo.
I due accompagnatori dell' alba rischiano un'accusa per favoreggiamento: sono fortemente sospettati dagli investigatori di essere stati l'autista ed il vivandiere del boss. E che sia stato scelto un ospedale della costa orientale palermitana, invece che della periferia occidentale, dove Bonanno 'regnava', lascia pensare, sostiene chi indaga, che Bonanno si nascondesse in un covo di quella zona. Un covo a quest' ora gia' smantellato.

MAFIA:ARMANDO BONANNO,LEGATO A OMICIDIO CAPITANO BASILE
ASSOLTO DALLO STATO, CONDANNATO DA COSA NOSTRA
Francesco Bonanno, il boss il cui cadavere e' stato abbandonato in ospedale a Palermo, apparteneva a una famiglia di mafia che controlla con il clan Madonia la borgata di Resuttana, alla periferia occidentale di Palermo. Una cosca che ha legato il proprio nome a uno dei processi di mafia piu' emblematici nella storia giudiziaria palermitana: quello per l' uccisione del capitano dei carabinieri di Monreale Emanuele Basile.
Il personaggio piu' noto del clan, Armando Bonanno, padre di Francesco, nella notte tra il 4 e 5 il maggio 1980 fu fermato subito dopo l' agguato all' ufficiale negli agrumeti della Conca d' Oro, alle pendici di Monreale. Bonanno venne intercettato dagli investigatori mentre cercava di fuggire con altri due boss, Giuseppe Madonia e Vincenzo Puccio. Tutti e tre furono indicati come presunti esecutori materiali del delitto ma per accertare la loro responsabilita' e' stato necessario celebrare ben otto processi.
La lunga e tormentata vicenda giudiziaria era cominciata con un colpo di scena. A conclusione del processo di primo grado, la corte riunita per la sentenza aveva emesso un' ordinanza con la quale disponeva una perizia geologica sul terriccio trovato nelle scarpe dei tre imputati. Il secondo processo si era poi concluso con l' assoluzione per insufficienza di prove, la scarcerazione dei tre imputati e la loro assegnazione al soggiorno obbligato in tre piccoli paesi della Sardegna.
Nessuno pero' arrivo' mai a destinazione. Dopo la scarcerazione tutti e tre fuggirono. Solo due, Madonia e Puccio, furono ripresi. Armando Bonanno rimase ufficialmente latitante ma secondo gli investigatori sarebbe rimasto vittima della lupara bianca. Assolto dallo Stato, condannato dal 'tribunale' di Cosa Nostra. Dal delitto Basile, infatti, comincio' l' inizio del declino della sua famiglia.
Puccio fu invece ucciso in carcere nel 1989 da alcuni suoi compagni di cella, che lo massacrarono colpendolo alla testa con una bistecchiera, quando ancora il corso della giustizia non si era concluso. Per due volte la Cassazione aveva annullato le condanne all' ergastolo che intanto erano state emesse nei giudizi di appello. E alla fine la massima pena fu confermata solo per Madonia, unico sopravvissuto e unico detenuto del gruppo di fuoco spedito a Monreale per eliminare un ufficiale entrato, con le sue inchieste, nel mirino dell' ala corleonese di Cosa nostra. Per gli uomini della cupola e per Michele Greco, che nel 1980 era il capo del vertice mafioso, si sono invece celebrati altri processi.

MAFIA: I BONANNO, FAMIGLIA STORICA DI 'COSA NOSTRA'
Era il rampollo di una famiglia storica della mafia palermitana detta "dei giardini", perche' residente nella borgata di Resuttana in cui si estendevano vaste coltivazioni di agrumi. Padre mafioso, fratello mafioso, e naturalmente mafioso anche lui. Francesco Bonanno, 32 anni, latitante dall' estate di un anno fa, figlio di Armando, uno dei killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, aveva il destino segnato.
Fin da bambino aveva respirato l' aria di Cosa Nostra. Cosi' era stato del tutto naturale per lui, figlio di boss, prendere il posto del papa'. Un' investitura tacita, visto che la morte del genitore era stata 'certificata' dalla mafia, ma non dallo Stato. Armando Bonanno fu infatti ucciso nel 1987, mentre era latitante, con il metodo 'silenzioso' della lupara bianca: di lui si erano perse le tracce dopo che nei primi anni ottanta era scappato dal soggiorno obbligato in Sardegna.
Il ruolo di vertice di Francesco (detto Franco) Bonanno, il cui cadavere e' stato abbandonato all' alba di stamane davanti al Pronto Soccorso dell' ospedale Buccheri La Ferla, viene scoperto dalla polizia solo nel 1998. Un' indagine basata sulle intercettazioni ambientali effettuate nell' ambito di una inchiesta sulle estorsioni di cui erano vittime i commercianti della zona di San Lorenzo e Mondello e sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Bonanno, secondo gli inquirenti, avrebbe ricoperto il ruolo di "collettore" del pizzo, l' uomo che indicava i negozi e le imprese da taglieggiare attraverso una rete di esattori che rispondevano solo a lui. Per queste accuse il gup lo aveva condannato nel dicembre del 2002.
All' arresto disposto due anni fa dalla Direzione Distrettuale Antimafia, Franco Bonanno era pero' riuscito a sfuggire dandosi alla macchia. In precedenza era finito in carcere, con l' accusa di estorsione e associazione mafiosa, anche suo fratello, Giovanni Bonanno, condannato a quattro anni di detenzione. L' uomo e' tornato libero da poche settimane, dopo aver finito di scontare la pena.
Francesco Bonanno, sostengono gli investigatori, avrebbe assunto formalmente l' incarico di guidare la cosca di Resuttana, proprio in occasione dell' arresto del fratello Giovanni. Dal suo rifugio avrebbe continuato a gestire gli affari di 'famiglia' e le estorsioni nella zona di sua influenza. Fino alla notte scorsa, quando ha accusato un malore che gli e' stato fatale.

23 dicembre 2003 - STRAGE GEORGOFILI: FAMILIARI, ANCORA LATITANTI CAPI MAFIA
ANSA:
STRAGE GEORGOFILI: FAMILIARI, ANCORA LATITANTI CAPI MAFIA
"Non ci si puo' che complimentare con i successi riportati dalle procure, tra cui quella fiorentina, sul fronte Brigate Rosse, tuttavia, non si puo' non tenere in considerazione il fatto che per le stragi del 1993 ben due capi di una delle piu' sanguinarie cosche mafiose, seppur condannati all'ergastolo, sono ancora latitanti".
E' quanto affermato in una nota diffusa da Giovanna Maggiani Chelli, vicepresidente dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. "Non si puo' non tenere in considerazione - continua la nota -, che nessuna certezza c'e' ancora sul fatto che la mafia fosse sola la notte del 27 Maggio 1993 in via dei Georgofili". "Spesso - scrive ancora Giovanna Maggiani Chelli - e' stato richiesto un costante impegno da parte della procura fiorentina nella ricerca della verita' completa. La mancanza di approfondite indagini sui cosi' detti mandanti a volto coperto, porta, oltre a non fare completa luce sui fatti di stragi che ci riguardano, anche alla nostra impossibilita' di vittime a orientare le richieste di giusti risarcimenti verso i reali responsabili della nostra rovina di vita".
Nella nota viene evidenziata una critica "allo Stato", considerato "piu' pronto a rispondere alle esigenze di chi abbia riportato invalidita' in operazioni belliche, piuttosto che verso inermi cittadini vittime del tritolo stragista, e non ha saputo fino ad ora predisporre vitalizi atti a sopperire dignitosamente a tutte le esigenze di ragazzi ai quali e' stata negata la gioventu' in tempo di pace".

24 dicembre 2003 - FRANCESCO BONANNO MORTO PER CAUSE NATURALI
ANSA:
MAFIA: BOSS FRANCESCO BONANNO MORTO PER CAUSE NATURALI
L'AUTOPSIA ESEGUITA STAMANE, FORSE STRONCATO DA UN INFARTO
Non e' stato assassinato il boss di Resuttana Francesco Bonanno, figlio di Armando, killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, latitante dal 20 ottobre 2001, abbandonato da due uomini all' alba di ieri al pronto soccorso dell'ospedale Buccheri La Ferla di Palermo. Ad escludere l'omicidio e' stata l'autopsia eseguita oggi dal professore Livio Milone dell'istituto di Medicina legale.
Per avere risposte certe sulle cause della morte del capomafia occorrera' pero' attendere gli esiti delle analisi disposte dagli anatomopatologi anche se e' estremamente probabile - fanno sapere dall'istituto - che Bonanno sia stato stroncato da un infarto.
Intanto in Procura si indaga per identificare i due uomini che hanno portato il boss in ospedale. Dopo avere parlato con gli infermieri i due si sono allontanati a bordo di una Fiat 600 di colore azzurro. "In macchina c'e' un amico, si e' sentito male" hanno detto. Ma quando i sanitari hanno tentato di rianimarlo, si sono accorti che era morto. Il medico di guardia ha stabilito che il decesso era avvenuto almeno un'ora prima, intorno alle 4.
Quel corpo, senza documenti, con ancora indosso il pigiama, e' rimasto un mistero per qualche ora: poi gli agenti di polizia hanno creduto di vedere in lui una forte somiglianza con una delle foto segnaletiche del boss Francesco Bonanno. Il cadavere era piu' stempiato, aveva il pizzetto, ma i tratti del volto sembravano quelli. Non c'erano impronte digitali, perche' Bonanno, colpito due anni fa da un mandato di cattura per estorsione e associazione mafiosa non era mai stato arrestato.
A riconoscere il corpo e' stato il fratello della vittima, Giovanni, condannato a quattro anni per estorsione e associazione mafiosa, ma scarcerato da qualche mese, che si e' presentato di mattina al pronto soccorso chiedendo del "signor Bonanno". L'hanno subito avvicinato due agenti della catturandi in borghese accompagnandolo a medicina legale dove e' avvenuto il riconoscimento.
Condannato dal gip con il rito abbreviato, Bonanno aveva preso in mano le redini della famiglia. Secondo gli inquirenti sarebbe stato uno dei fedelissimi di Totuccio Lo Piccolo, latitante da anni, gia' componente del gruppo di fuoco corleonese.
I due accompagnatori dell'alba rischiano un'accusa per favoreggiamento: secondo gli investigatori potrebbero essere l'autista ed il vivandiere del boss.

28 dicembre 2003 - MAFIA: PARENTI VITTIME GEORGOFILI SU BENI CONFISCATI
ANSA:
MAFIA: PARENTI VITTIME GEORGOFILI SU BENI CONFISCATI
Voler mettere all'asta i beni confiscati alla mafia puo' comportare il pericolo che siano gli stessi mafiosi o loro prestanome a ricomprarli. Il sistema sui beni confiscati non ha comunque funzionato fino ad oggi: "Al di la' delle buone intenzioni affinche' fossero usati per scopi giusti, non si sono avuti grandissimi riscontri oggettivi, se non per pochi noti casi". E' quanto afferma in una nota l'Associazione fra i familiari delle vittime di via dei Georgofili.
L'intervento dell'Associazione e' motivato dalle difficolta' delle vittime degli attentati di 10 anni fa ad avere i risarcimenti: "Le vittime delle stragi terroristiche mafiose del 1993, per le quali i veri mandanti non si sono mai trovati, sono ancora oggi costrette a intentare cause civili contro la mafia stessa, per ottenere risarcimenti adeguati al danno subito, con i tempi biblici e i risultati incerti che ne derivano. Non si puo' minimamente pensare - conclude l'Associazione - che non esistano istituzionalmente parlando, menti atte a comprendere come fare a pareggiare la partita fra la mafia, i terroristi e le loro vittime".

28 dicembre 2003 - RIINA TRASFERITO DA ASCOLI A OPERA
"La Sicilia"
Riina trasferito a "Opera"
Motivi di salute.
Il boss riceverà così cure più adeguate
Opera. La prima richiesta di Totò Riina al direttore del carcere di Opera - sua nuova destinazione dal 24 dicembre scorso - è stata di "avere, se possibile, la Gazzetta dello Sport" perchè, gli ha spiegato, è tifoso del Milan di vecchia data. La seconda di poter disporre di una cyclette per fare movimento necessario al suo cuore malato. E' stato accontentato. Anzi, il direttore Alberto Fragomeni gli ha fatto avere anche il calendario 2004 della squadra di calcio del carcere, la "FreeOpera", l'unica che partecipa ad un regolare campionato, quello di terza categoria. Ma Riina, per quanto grande appassionato di calcio, non potrà assistere alle gare della "FreeOpera", il regime di 41 bis al quale è sottoposto non lo consente.
Il boss dei boss non è nel centro clinico del carcere, anche se il suo trasferimento è stato determinato dalle precarie condizioni di salute e dalla necessità di avere a disposizione una struttura - quale è appunto quella di Opera - specializzata in malattie cardiache.
Riina è stato sistemato nel repartino destinato ai detenuti in regime di 41 bis: ce ne sono altri due. Ciascuno ha una cella, con servizio, letto, tavolo fissato al muro e tv color: più o meno come tutte le altre, con in più il monitoraggio 24 ore su 24. I tre reclusi del repartino possono avere un colloquio al mese con i familiari e hanno diritto ad una telefonata (i detenuti normali hanno la possibilità di 6 colloqui e quattro telefonate). In più dispongono di due ore di socializzazione al giorno, fra di loro, in una saletta, dove c'è anche la cyclette.
Riina è arrivato, sotto nutrita scorta, alla vigilia di Natale. Nei due giorni successivi ha avuto due incontri con il direttore del carcere (1.400 detenuti, un migliaio dei quali con pene definitive), al quale ha manifestato i problemi dei colloqui attraverso il vetro con moglie e figlie e ha detto di voler essere trattato "come tutti gli altri detenuti".

30 dicembre 2003 - QUESTORE PALERMO: PRENDEREMO PROVENZANO
"La Sicilia"
"Bernardo Provenzano? Lo prenderemo"
"Non faccio pronostici ma sono sicuro che prima o poi Bernardo Provenzano verrà assicurato alla giustizia. Spero che venga preso durante la mia permanenza a Palermo". Lo ha detto il questore di Palermo, Francesco Cirillo. "Ogni giorno - ha proseguito Cirillo - i miei collaboratori mi tengono informato sullo stato delle indagini. Vi posso assicurare che stiamo spendendo parecchie energie per scovare questo anziano latitante. Catturare Provenzano non è semplice. Preferisco parlare con i fatti". Parlando delle dichiarazioni rese qualche tempo fa dal ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, secondo il quale si sarebbe "vicini" alla cattura del boss mafioso latitante da quarant'anni, Cirillo ha detto: "Credo che fosse un auspicio...", quindi, ha sottolineato la "collaborazione tra la polizia e i carabinieri di Palermo nella ricerca del boss Provenzano". "Nell'ultimo anno - ha detto - il coordinamento tra le forze dell'ordine ha funzionato molto bene. Ma catturarlo è davvero difficile".

30 dicembre 2003 - RADICALI, RIINA NON E' AD OPERA; DIRETTORE, E' QUI
ANSA:
MAFIA: RADICALI, RIINA NON E' AD OPERA; DIRETTORE, E' QUI
DIRETTORE ISTITUTO PENA, 'GARANTISCO CHE E' QUI'
L' europarlamentare radicale Maurizio Turco, dopo una visita al carcere di Opera, ha detto ai giornalisti che Toto' Riina non si trova recluso in quell' istituto. Secca la replica del direttore del carcere, Alberto Fragomeni, raggiunto al telefono dall'Ansa: "Riina e' ad Opera, lo garantisco".
Oggi una delegazione di radicali si e' recata prima ad Opera e poi a San Vittore. Dopo la seconda visita, Turco, parlando con i giornalisti, ha spiegato di avere incontrato, a Opera, "il responsabile della polizia giudiziaria di piu' alto grado in quel momento ad Opera" e di avergli "espressamente chiesto di Riina. A quel punto ci e' stato detto che non si trova ad Opera".
"La cosa strana - ha proseguito Turco - e' che anche il suo stesso legale dichiara che Riina si trova nella prigione milanese. Mi pare una situazione non tollerabile ne' per quanto riguarda il legale ne' per quanto riguarda l' amministrazione carceraria che ha lasciato correre queste voci. Non si sa dove Riina si trovi e in quali condizioni di salute sia".
Anche su questo punto, pero', Fragomeni ha risposto senza dubbi: "Riina e' in buone condizioni di salute, compatibilmente con l'eta' e con la patologia di cui soffre".

31 dicembre 2003 - RADICALI, GRAVE SE RIINA C'ERA E NON FATTO VEDERE
ANSA:
MAFIA: RADICALI, GRAVE SE RIINA C'ERA E NON FATTO VEDERE
"A seguito delle dichiarazioni del direttore non possiamo che prendere atto del fatto che ci e' stato negato di vedere Riina". E' quanto sostengono i deputati radicali al Parlamento Europeo Maurizio Turco e Marco Cappato, che ieri avevano detto che Toto' Riina non si trovava nel carcere di Opera (Milano), secondo quanto era stato riferito loro da personale del penitenziario. Piu' tardi il direttore del carcere aveva confermato la presenza del boss mafioso.
"La visita al carcere di Opera era effettuata in ambito delle nostre prerogative parlamentari" sottolineano i due eurodeputati radicali, secondo i quali quello che e' accaduto "e' di una gravita' inaudita".
"Ribadiamo di avere chiesto di vedere Riina - spiegano ancora Turco e Cappato -, ci e' stato risposto dal responsabile della polizia penitenziaria, incaricato dalla direttrice facente funzione, di fronte ad altri agenti della polizia penitenziaria, che Toto' Riina non era ad Opera; richiesta espressamente ribadita, facendo anche presente che avevamo riconosciuto un membro del gruppo operativo mobile impegnato nella custodia dei detenuti in regime di 41 bis".
 
 

 


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