Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2002 - febbraio
1 febbraio 2002 - BORSELLINO BIS; SCARANTINO, RITRATTAI DOPO MINACCE
Davanti alla Corte d'assise d'appello di Caltanissetta, che per ragioni di sicurezza lo ha ascoltato in un'aula del tribunale di Roma per il processo Borsellino bis, Vincenzo Scarantino dice:"Ho ritrattato perche' mi hanno minacciato, la verita' e' quella che ho detto nel processo di primo grado". La ritrattazione, secondo Scarantino, fu determinata dapprima da una serie di segnali e successivamente da precise indicazioni di un tale Antonio (nipote di Pietro Scotto, il presunto telefonista dell'agguato, assolto nel processo di primo grado) che conobbe a Padova quando era in regime di protezione con la sua famiglia. "Conobbi Antonio, detto Tonino, in un bar dove andavo a giocare la schedina e parlavamo di pallone. Lui diceva che era catanese, io che ero messinese, ma in realta' eravamo tutti e due di Palermo - ha detto Scarantino -. Lui, tra una chiacchiera e l'altra, parlava dei pentiti e diceva, 'sono morti che camminano'. Quella frase mi colpi' tanto". E ha continuato:"Ho chiesto di essere trasferito anche perche' una cosa simile mi era gia' successa quando stavo sotto protezione a Roma dove  incontrai un certo Franchino, fratello di Salvatore Tomaselli proprio a pochi metri da casa mia, dove abitavo con mia moglie e i miei figli". "A un certo punto a Padova incominciai a vedere Tonino anche davanti alla scuola dei bambini e davanti casa, spesso mi chiedeva come stavano, come crescevano. Cosi' un giorno andai a Modena da mio fratello e gli dissi che volevo ritrattare, lui doveva diffondere la voce a Palermo. E cosi' fece". Quindi Scarantino ha raccontato del giorno in cui Tonino gli svelo' che lui sapeva tutto: "Ancora non l'hai capito - mi disse - io lo so che tu sei Scarantino, so tutto quello che fai. Cerca di ritrattare, devi dire che sono stati la polizia e i magistrati che ti hanno fatto fare quelle dichiarazioni. Tu puoi uscirne fuori, ti facciamo dare l'infermita' mentale, c'e' una nuova legge, ti fissiamo un appuntamento con gli avvocati Petronio e Scozzola. Era il maggio 1998". Scarantino ha riferito che in luglio ando' a Palermo per fare vedere che era sua volonta' ritrattare tutto: "Intanto mia moglie con me era spenta e i miei bambini erano diventati tristi. Nell'ultimo colloquio di gennaio mia moglie mi ha chiesto il divorzio e mi ha restituito la fede". Il pentito ha spiegato che precedentemente la moglie con i figli erano andati a vivere in Germania dove abitano altri parenti della famiglia. "Io invece ho sempre detto che volevo stare in carcere - ha spiegato - per motivi di sicurezza". A Scarantino il sostituto procuratore generale ha chiesto se il fratello Rosario avesse avuto una parte nella ritrattazione: "Si' - ha risposto - Rosario mi disse di rimangiarmi tutto. In cambio della ritrattazione ottenni che mi liquidassero le mie proprieta' che erano state sottratte dalla mafia in seguito alle mie dichiarazioni nel processo di primo grado. I miei parenti erano contenti della mia scelta, ma ormai anche con mia madre e i miei fratelli i rapporti si sono raffreddati e ognuno va per la sua strada".

2 febbraio 2002 - BORSELLINO BIS; CONTINUA TESTIMONIANZA SCARANTINO
Vincenzo Scarantino, sentito come testimone dalla Corte d'Assise d'appello di Caltanissetta in un'aula del tribunale di Roma per ragioni di sicurezza dichiara:"La polizia e i pubblici ministeri non mi diedero nessun suggerimento, fui io a decidere quando dovevo parlare e che cosa dovevo dire; fui io a chiedere di leggere i verbali e non la polizia ad offrirmeli". Nel corso dell'udienza Scarantino ha risposto a decine di domande, sia degli avvocati degli imputati, che dei procuratori generali e del presidente della Corte. Ha ricordato tra l'altro che il fratello Rosario per convincerlo a ritrattare gli disse: "Non giocare con la mia vita", e che la moglie gli riferi' che l'avvocato Petronio, il cui nome emerse nelle indagini sulla ritrattazione, avrebbe potuto contattare per la sua difesa un grande avvocato, l'allora (1994) ministro Alfredo  Biondi, il quale avrebbe potuto far nominare proprio suo figlio ed "era la stessa cosa". Il pentito ha poi riferito sui beni immobili del fratello Rosario e della sua attivita' nel traffico di droga e di sigarette. Un confronto tra Vincenzo Scarantino e Giovanni Brusca e' stato chiesto dagli avvocati degli imputati affinche' venga chiarito l'episodio  relativo alla presunta riunione che si sarebbe tenuta nel 1992 a casa di Giuseppe Calascibetta, anch' egli imputato. La riunione, stando a quello che ha riferito Scarantino, sarebbe stata decisiva in relazione alla strage di via D'Amelio e vi avrebbe preso parte anche Giovanni Brusca, il quale tuttavia in altra sede ha negato la circostanza.

5 febbraio 2002 – PROCESSO DELL’UTRI: GENCHI SU TELEFONATE
"La Stampa"
LA TESTIMONIANZA AL PROCESSO DI PALERMO "Dell´Utri, un piano anti-pentiti" Vicequestore: telefonò anche dallo studio Previti
PALERMO
Per chiamare i collaboratori di giustizia con i quali avrebbe progettato un piano per screditare i pentiti che lo accusano di collusioni con Cosa nostra, il deputato di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, li avrebbe contattati anche attraverso i telefoni dello studio legale di Cesare Previti. L'episodio, fino ad ora inedito, è stato raccontato in aula dal vice questore di polizia, Gioacchino Genchi, consulente della procura distrettuale antimafia, chiamato ad analizzare i traffici telefonici dei cellulari usati dai collaboratori Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo nel periodo compreso fra il 1997 ed il 1998. Genchi ha ricostruito passo dopo passo i contatti dei due collaboratori, mentre si è fermato ad analizzare il traffico telefonico di Dell'Utri a maggio del 1994, prima che venisse eletto parlamentare. Marcello Dell'Utri, che ieri era presente in aula, è accusato di concorso in associazione mafiosa ed il processo si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo presieduta da Leonardo Guarnotta. Rispondendo alle domande dei pm Nico Gozzo e Antonio Ingroia, Genchi ha sottolineato che oltre all'utenza intestata a Previti, Dell'Utri si sarebbe servito, per chiamare Chiofalo e Cirfeta, di cellulari e apparecchi della Fininvest. Insomma, fra il parlamentare azzurro e i due pentiti ci sarebbe stata una fitta corrispondenza. Il consulente ha sottolineato che il politico avrebbe utilizzato diverse volte anche un cellulare intestato a un novantenne di Roma, Salvatore Bevilacqua. E proprio da questa utenza telefonica il 9 ottobre del 1997 Marcello Dell'Utri, secondo Genchi, avrebbe chiamato il magistrato Giuseppe Prinzivalli, allora sotto processo a Caltanissetta per concorso in associazione mafiosa, reato per cui è stato condannato a dieci anni di reclusione. Il vice questore ha messo in relazione la telefonata fra i due con la deposizione fatta in aula quel giorno da Prinzivalli. Il magistrato, ha fatto notare Genchi attraverso articoli di giornali, si era difeso dalle dichiarazioni dei pentiti, attaccandoli, e inoltre aveva cercato di smentire quanto sostenuto da altri colleghi che lo avevano accusato di irregolarità. I collaboratori di giustizia Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo sono stati accusati in concorso con Marcello Dell'Utri di calunnia nei confronti dei pentiti Francesco Di Carlo, Domenico Guglielmini e Francesco Onorato, tutti testi d'accusa nel processo al senatore di Forza Italia. La procura nel '98 avviò una indagine su un progetto che secondo i magistrati della Dda era stato pensato da Dell'Utri per screditare i pentiti. Anche per questa vicenda la procura di Palermo chiese alla Camera l'autorizzazione all'arresto che venne respinta. Complici del parlamentare, sostengono i pm, sarebbero stati Chiofalo e Cirfeta. Per questa vicenda è in corso un processo davanti ai giudici del tribunale di Palermo per il quale i pm Gozzo e Ingroia ne avevano chiesto la riunificazione con il dibattimento principale quello che vede imputato Dell'Utri di concorso in associazione mafiosa. Richiesta respinta.

7 febbraio 2002 - PROCESSO BORSELLINO TER, UNDICI ERGASTOLI
Processo Borsellino ter: la corte d' assise d' appello di Caltanissetta, presieduta da Giacomo Bodero Maccabeo, emette la sentenza che prevede undici condanne all' ergastolo, nove confermate e altri due nuove. Confermate le condanne a vita per Bernardo Provenzano, Pippo Calo', Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Domenico Ganci, Giuseppe Montalto, Filippo Graviano, Cristoforo Cannella, Salvatore Biondo 47 anni. Nuove le condanne all' ergastolo per Francesco Madonia e Salvatore Biondo di 45 anni, omonimo dell' altro imputato quarantasettenne. La Corte ha inflitto pero' cinque ergastoli in meno rispetto alla sentenza di primo grado dove furono 16 le condanne al carcere a vita. Sono stati poi condannati a 30 anni Stefano Ganci (ergastolo in primo grado), a 20 anni Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre', Salvatore Montalto, Matteo Motisi (tutti condannati al carcere a vita in primo grado). Confermati 16 anni di reclusione per Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Ganci, Benedetto Spera, Giuseppe Lucchese. Irrogati, poi, 13 anni e 10 mesi a Giovanni Brusca (16 anni in primo grado), 18 anni e 10 mesi a Salvatore Cancemi (26 anni in primo grado), e 16 anni e 10 mesi a Giovambattista Ferrante (23 anni in primo grado), tutti e tre pentiti. La Corte ha disposto di non dovere procedere a carico di Bernardo Brusca, deceduto da alcuni mesi e condannato precedentemente all' ergastolo. In primo grado la Corte d'assise di Caltanissetta aveva inflitto 12 anni a Salvatore Biondo (di 45 anni d'eta') e 18 anni a Francesco Madonia, mentre in appello sono stati condannati all'ergastolo. I sostituti pg Giovanna Romeo e Dolcino Favi avevano sollecitato 22 ergastoli. La Corte era entrata in camera di consiglio il 21 gennaio. Con questa sentenza, sono sei i processi conclusi in primo e secondo grado per la strage di via D'Amelio del 19 luglio del 1992 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Emanuela Loi, Eddie Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano. Ne resta un altro, il settimo, in appello e cioe' il Borsellino bis, dove e' stata riaperta l' istruttoria dibattimentale dopo le dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino a Roma, che hanno indotto la Corte d'assise d'appello a fissare un' altra trasferta nella capitale per il 16 febbraio perr un confronto incrociato tra lo stesso Scarantino, Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi. Con il primo processo "storico" il 26 gennaio 1996 furono condannati all' ergastolo Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto mentre 18 anni furono inflitti a Vincenzo Scarantino. In appello fu confermato il carcere a vita solo a Profeta, mentre fu condannato a 9 anni per favoreggiamento Orofino e assolto Scotto. Per Scarantino la sentenza non fu appellata e passo' in giudicato. Con il processo Borsellino bis a carico di 18 imputati il 13 febbraio del 1999 furono condannati all' ergastolo Toto' Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Salvatore Biondino e Gaetano Scotto. Per associazione mafiosa furono condannati a 10 anni Giuseppe Calascibetta, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso, a 8 anni Antonino Gambino, Gaetano Murana. Tutti erano stati rinviati a giudizio per strage. Per associazione mafiosa, infine, furono condannati a 8 anni e 6 mesi, Salvatore Tomaselli, e a 10 anni Salvatore Vitale. Il processo d'appello Borsellino bis, e' ancora in corso. La sentenza di primo grado del Borsellino ter fu invece emessa il 9 dicembre del 1999. L'accusa per il Bis e il Ter era rappresentata dai pm Antonino Di Matteo e Anna Maria Palma. Sulla strage di via D'Amelio la Procura di Caltanissetta ha avviato un quarto troncone d' indagine, quello sui mandanti occulti e che riguarda gli intrecci tra mafia, imprenditoria e uomini politici.

10 febbraio 2002 - TESTIMONIANZA INEDITA SULLA CATTURA DI PISCIOTTA
"La Stampa"
AVVELENATO IN CARCERE 48 ANNI FA: UNA TESTIMONIANZA INEDITA SULLA CATTURA DEL CUGINO E ASSASSINO DI SALVATORE GIULIANO Pisciotta, il bandito nell´armadio Svelato il trucco che lo incastrò
PALERMO IL 9 febbraio 1954, 48 anni fa, Gaspare Pisciotta veniva avvelenato in carcere col famigerato sistema che resterà famoso come "il metodo Ucciardone". Il veleno in cella, radicato nel nostro immaginario collettivo da un secondo scandalo di 32 anni dopo: la morte di Michele Sindona, il banchiere mafioso ucciso anche lui, con un caffè avvelenato. In entrambi i casi, non si può dire che le numerose inchieste abbiano sciolto dubbi e sospetti su come siano andati i fatti. La morte di Asparinu Pisciotta, luogotenente, cugino, traditore ed assassino del bandito Salvatore Giuliano, è rimasta avvolta nelle nebbie di migliaia di carte processuali ormai dimenticate. Neppure la recente "liberazione" di numerosi fascicoli custoditi negli scaffali della Commissione Antimafia (resi pubblici dall´ex presidente Ottaviano Del Turco) ha contribuito alla verità. E non è solo l´epilogo tragico di Pisciotta - che finì per essere una sorta di pietra tombale di una Giuliano story caratterizzata da congiure, gelosie tra apparati dello Stato, segreti e inconfessabili contaminazioni istituzionali - il buco nero di quei sette anni cruciali che vanno dalla strage di Portella delle Ginestre (1° maggio 1947) all´avvelenamento dell´uomo che, quattro anni prima, aveva avuto un ruolo da protagonista nell´eliminazione di "Turiddu" Giuliano. Era stato Pisciotta, infatti, a sparare i tre colpi di pistola contro il suo ex condottiero che dormiva in casa dell´avvocato Di Maria, a Castelvetrano. C´è una vasta aneddotica su quegli anni. Esistono ancora persino testimoni di primo piano. E´ ancora vivo, per esempio, il maresciallo Giovanni Lo Bianco, ideatore dell´"operazione speciale" che avrebbe dovuto portare alla cattura del bandito Giuliano e che invece si risolse (per fatalità?) nell´omicidio dell´ex "re di Montelepre". E c´è chi ancora ricorda molti particolari di quelle vicende, per essersene occupato come cronista. E´ il caso di Aurelio Bruno, classe `29, memoria storica della cronaca siciliana, giornalista prima a L´Ora di Sebastiano Lo Verde e poi alla Rai. Bruno vive ancora a Palermo e ricostruisce per noi l´arresto di Gaspare Pisciotta, che - dopo aver assassinato Giuliano - era riuscito a far perdere le tracce. "Asparino - racconta Bruno - fu preso a Montelepre, in casa della madre, il 5 dicembre 1950, esattamente cinque mesi dopo la famosa "notte di Castelvetrano". Allora era riuscito a fuggire da cortile Mannone, dopo aver sparato a Giuliano. I carabinieri incaricati di quella "operazione speciale" furono presi alla sprovvista: Pisciotta, infatti, lasciata casa Di Maria sommariamente vestito e con le scarpe in mano, puntò la pistola alla tempia di un militare, si chiamava Terzo, e si impossessò della "1100" dell´Arma. Si fece accompagnare a Giardinello e sicuramente trovò rifugio nella casa natale". Come tutti i latitanti che si rispettino, dunque, Pisciotta se ne stava nascosto in famiglia, precisamente in una botola occultata sotto la canna fumaria della cucina dove la madre, Rosalia Lombardo, trascorreva la sua vita. "Madre e figlio - ricorda Bruno - avevano inventato un sistema di comunicazione originale: una sorta di alfabeto morse battuto con mestoli e cucchiai sulle tubature metalliche. Quando c´era pericolo donna Rosalia ticchettava in modo da consigliargli di non muoversi". Ovviamente c´è chi, invece, sostiene che Pisciotta aveva "avuto assicurazioni che non sarebbe stato mai disturbato". Così la racconta il maresciallo Lo Bianco che, nel suo libro sul bandito Giuliano, parla di accordo tra Pisciotta e il colonnello Luca, l´ufficiale che lo aveva "arruolato" per la "notte di Castelvetrano". La ricostruzione di Aurelio Bruno è diversa e coinvolge due personaggi mai entrati nella Giuliano story: il prefetto Angelo Vicari (successivamente diventato Capo della Polizia) e uno stimato medico di Partinico, Letterio Maggiore, autori di uno stratagemma che permise alla polizia di mettere le mani sul bandito ricercato. "Era diventata - ricorda il vecchio giornalista - una questione di immagine, come si direbbe oggi. La fuga di Pisciotta dopo l´uccisione di Giuliano aveva creato parecchio disagio istituzionale e, dunque, si doveva fare qualcosa. Per entrare in ogni casa e così stanare Pisciotta, Vicari e Maggiore, che erano amici tanto da trascorrere le vacanze nell´isola di Ustica, si inventarono una sorta di bonifica sanitaria per combattere una brucellosi che non esisteva. Anzi credo che proprio a Ustica furono contattati dai vertici del Viminale perché si ponesse fine a una latitanza che arrecava non pochi problemi politici". La falsa disinfestazione fu annunciata con gran clamore: furono assunti persino i banditori, paese per paese, e venne "costruito" e diffuso un pubblico "bando e cumannamento" affisso sui muri. Montelepre e i paesini vicini furono invasi da uomini in tuta e scafandro incaricati della disinfestazione. "Se li ricorda - dice Bruno - l´allora legale di Pisciotta, Aldo De Lisi, che li descrive paragonandoli a dei "marziani"". Pisciotta fu avvertito a colpi di mestolo dell´arrivo dei "bonificatori", tanto che non si sentì più sicuro e scelse di trasferirsi in un armadio. Decisione fatale. Racconta Bruno: "Fu beccato dal commissario Michele Gambino. Il ricercato indossava una camicia bianca, vestito scuro e cappotto marrone. Così lo vedemmo noi cronisti. Successivamente appurai che nel collo della camicia, dentro le fettuccine dove si mettevano le stecche per far stare ritti gli angoli, Pisciotta aveva nascosto alcuni brillanti che poi fece avere alla famiglia attraverso il pacco della biancheria sporca". Non si era mai saputo del ruolo di Vicari e del medico. Eppure è possibile che proprio il "professore emerito Maggiore" avesse avuto un qualche ruolo nell´affaire Giuliano-Pisciotta. Subito dopo la cattura, Asparinu accusò una tubercolosi dubbia. Molti hanno sospettato che la malattia fosse un espediente per assicurare al detenuto un trattamento di favore per via degli antichi "scambi di favori", compresa ovviamente la "notte di Castelvetrano", coi carabinieri del "Gruppo repressione banditismo". "Lo stesso avvocato De Lisi - ammette Aurelio Bruno - ha fatto intendere che c´era una specie di patto coi carabinieri. Facevano ingoiare a Pisciotta, per esempio, delle strisce di carta stagnola in modo che ai raggi X risultassero delle "ombre" che sembrassero sintomi di malattie. La stessa tubercolosi non è mai stata accertata". Eppure Asparinu veniva curato in carcere con una medicina, Vidalin, "che - sottolinea Bruno - arrivava da Roma". E nel Vidalin sembra sia stato mischiato il veleno servito per chiudere la bocca ad un testimone che minacciava un pentimento ante litteram. Francesco La Licata

10 febbraio 2002 - RAI: TORNA 'L'ELMO DI SCIPIO' DI DEAGLIO CON CICLO STORIA '92
Alle 23, torna in tv, con altre tre puntate, "L' elmo di Scipio", di Enrico Deaglio in collaborazione con Beppe Cremagnani sul clima, le passioni, la storia del 1992, un anno drammatico, carico di eventi che hanno cambiato l'Italia. Tema della prima puntata: la violenza. Il 1992 fu l'anno degli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, dell'attacco frontale di Cosa Nostra contro lo Stato. Oscar Luigi Scalfaro, eletto presidente il giorno dopo l' uccisione di Falcone, ricorda quei giorni tremendi. Così l' onorevole Giuseppe Ayala, pm al maxiprocesso contro la mafia, il primo a vedere Falcone ucciso. Antonio Di Pietro, inoltre, rivela una circostanza: il giorno prima dell' attentato a Borsellino, un pentito di mafia rivelò: "Uccideremo Borsellino e Di Pietro". Di Pietro fu avvisato e subito scortato, di Borsellino non si sa.

12 febbraio 2002 - PM DI MATTEO: ERAVAMO A UN PASSO DA CATTURA PROVENZANO
Nel primo giorno della requisitoria al processo a sette presunti favoreggiatori di Provenzano, il pm della Dda Nino Di Matteo ha ripercorso le tappe principali della collaborazione di Luigi Ilardo. Quest' ultimo, ex vice rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta, divenuto poi confidente dei carabinieri, fu assassinato nel 1996 a Catania. "Una collaborazione - ha detto Di Matteo - che avrebbe potuto avere effetti dirompenti non solo in Cosa nostra". "Dopo avere fatto catturare molti latitanti - ha aggiunto il pm - Ilardo offri', senza successo, allo Stato la testa di Provenzano". La notte del 31 ottobre del 1995, durante un summit di mafia, i carabinieri, avvertiti proprio dal confidente, intercettarono il boss di Corleone  che pero' non venne arrestato. Di Matteo si e' poi soffermato sul ruolo dei favoreggiatori bagheresi di Provenzano. "Un gruppo di mafiosi - li ha definiti Di Matteo - che hanno costituito l' ossatura, l' anima del vero potere di Cosa nostra, quello appunto incarnato dal superlatitante". Bagheria, paese dell' hinterland palermitano, e' stata per il pm "il principale centro degli interessi economici del capomafia". " Li' si e' consolidato - ha concluso il Pm - il gruppo di fedelissimi del boss che, attraverso il condizionamento mafioso degli appalti ed il riciclaggio ha reso la Primula Rossa di Corleone il capo assoluto di Cosa nostra".

12 febbraio 2002 - MORTO MICHELE PANTALEONE, STORICO DELLA MAFIA
Muore nella sua abitazione palermitana lo scrittore Michele Pantaleone, 90 anni. Sara' sepolto nella cappella di famiglia a Villalba (Caltanissetta). Autore di numerosi volumi sulla mafia e' stato uno dei primi scrittori a parlare di criminalita' organizzata siciliana e dei rapporti tra il sistema mafioso e la politica. Ha fatto conoscere la mafia siciliana al grande pubblico italiano scrivendo anche su quotidiani e periodici. E' stato per anni punto di riferimento per giornalisti italiani e stranieri che lo consultavano come fosse un enorme archivio vivente.
ANSA:
(di Franco Nicastro) - Il primo articolo e' del 1944. E parla di mafia e delle sue relazioni con il fascismo e il separatismo. Da allora e per oltre mezzo secolo Michele Pantaleone, classe 1911, ha firmato libri, dossier, saggi che lo hanno consacrato come cantore dell' antimafia scomoda.
   I suoi interventi, comunque interpretati, rappresentano un patrimonio di analisi e di conoscenza sulle collusioni tra i boss di Cosa Nostra e il potere. Significativo e' il titolo del suo volume piu' noto, "Mafia e politica" (Einaudi, 1962) considerato un classico della storia civile della Sicilia con la prefazione di Carlo Levi. "Tutta la vita di Michele Pantaleone - scrive Levi - e' costruita e determinata, dal momento della sua nascita, attorno a questo problema fondamentale, al rapporto con questo mondo arcaico, col rituale, col suo costume, con le sue leggi".
   Pantaleone aveva conosciuto la mafia sin da ragazzo: la sua casa fronteggiava, nella piazza di Villalba, quella di "don" Calo' Vizzini, il boss piu' celebrato e piu' compromesso. Il giovane Michele stava dall'altra parte, come ha raccontato nel suo "A cavallo della tigre" (Flaccovio, 1984): "L'odio contro la mafia mi e' stato inoculato nel sangue fin dall'infanzia dalle persone che mi furono piu' care. Ne parlava con disprezzo mio padre, Gennaro Pantaleone, avvocato, repubblicano, nell'accusare il prefetto e la Curia di Caltanissetta di aver favorito, per motivi elettorali...l'insorgere della mafia a Villalba...".
   L'odio verso la mafia e' stato pagato caro da Pantaleone con denunce, processi e anche attentati. Il primo nell' infuocato dopoguerra. Era il 16 settembre 1944. Michele Pantaleone, segretario della locale sezione socialista, accolse per un comizio a Villalba Girolamo Li Causi, leader del Pci siciliano. In piazza c'erano don Calo' Vizzini e i suoi uomini. Quando Li Causi accenno' alle pesanti condizioni dei contadini, il boss grido': "Non e' vero". Era un segnale. Contro il palco furono sparati colpi di pistola e lanciate bombe a mano. Li Causi, ferito, venne soccorso da Pantaleone che poi ricostruira' l'episodio e il lungo iter giudiziario (concluso nel 1958 con lievi condanne) in "Mafia e politica".
   Da allora Pantaleone alternera' l'attivita' politica con l' impegno di scrittore, diventando, anche per via di un carattere difficile un personaggio scomodo, come spesso dira', sia per la mafia sia per l'antimafia. E' eletto come indipendente nelle liste del Pci deputato regionale nella prima legislatura (1947-1951) e nella sesta (1967-1971). Non viene ricandidato per contrasti con la sinistra, che maturano proprio mentre produce un libro dopo l'altro ("Mafia e droga" nel 1966, "Antimafia occasione mancata nel 1969, "L'industria del potere" nel 1972, "Il sasso in bocca" nel 1984).
   I suoi scritti, che sono sempre denunce violente, provocano anche querele a raffica tra cui quelle di due ex ministri dc, Bernardo Mattarella e Giovanni Gioia. Condannato per quella di Mattarella e assolto invece per quella di Gioia, Pantaleone si sente inseguito anche dalle "maldicenze". Una, rovente, che gli attribuisce un rapporto molto stretto proprio con Calogero Vizzini del quale fu vicesindaco nominato dagli alleati dopo lo sbarco in Sicilia nel 1943, finisce nelle schede dell'Antimafia. Pantaleone reagisce con amarezza mentre quasi tutti i processi per diffamazione si concludono con l'assoluzione. Anche quello (in primo grado gli era costato la condanna a quattro anni) in cui era accusato di calunnia nei confronti del sindaco comunista di Villalba, Luigi Lumia.
   Gli ultimi anni della sua battagliera esistenza Pantaleone li ha trascorsi in una solitudine in parte cercata e in parte subita a proposito della quale ripeteva "Cosi' cercano di liberarsi di me".

14 febbraio 2002 - PROCESSO APPELLO ANDREOTTI: PM SU PRESUNTO INCONTRO CON RIINA
ANSA:
Al presunto incontro  tra il senatore Andreotti e il capo di Cosa nostra Toto' Riina assistette un testimone ancora vivo, Paolo Rabito, ed il suo atteggiamento processuale, il suo interesse per un servizio giornalistico sul racconto del pentito Di Maggio "e' una prova autonoma ed un riscontro logico, individualizzante, definitivo che Di Maggio ha riferito la verita". Lo ha detto stamane in aula il pubblico ministero Daniela Giglio alla ripresa della requisitoria del processo d' appello al senatore Giulio Andreotti, assolto in primo grado dall' accusa di associazione mafiosa.
   In aula, ad ascoltare le parole del pm erano presenti i difensori di Andreotti, gli avvocati Franco Coppi e Giulia Bongiorno. Al centro dell' udienza la ricostruzione del presunto incontro che l' accusa colloca nella giornata del 20 settembre '87, nell' attico dell' esattore Ignazio Salvo, in piazza Vittorio Veneto a Palermo. All' incontro,  disse Di Maggio, assistette Paolo Rabito, uomo d' onore di Salemi e persona di fiducia di Salvo. Il pentito di San Giuseppe Jato, e' la tesi del pm, non l' avrebbe mai chiamato in causa falsamente per non correre il rischio di essere smentito, pregiudicando la propria attendibilita', se Rabito a sua volta avesse deciso di collaborare con la giustizia, "fenomeno allora frequente" , ha chiosato la dottoressa Giglio.  Ma, secondo il pm, c' e' di piu'. Rabito, infatti, ha risposto in modo ambiguo a Giovanni Brusca che gli chiedeva conferma della sua presenza a casa di Salvo e, soprattutto, ha negato con ostinazione il proprio interesse, che invece traspare da una telefonata con la madre intercettata dagli investigatori, per un servizio giornalistico che sarebbe andato in onda su un tg Rai proprio sul presunto incontro tra Andreotti e il boss Riina, trasmesso nell' aprile del '93, quando vennero rese note le dichiarazioni di Di Maggio. "Perche' negare quell' interesse? - si e' chiesto il pm - Rabito era gia' condannato con sentenza definitiva e non avrebbe rischiato nulla. E' la prova, invece, che era coinvolto nell' episodio, e da vero mafioso, non poteva parlare". L' udienza e' poi proseguita con l' analisi minuziosa dei movimenti del senatore Andreotti che il pomeriggio del 20 settembre '87 era a Palermo per partecipare alla festa dell' Amicizia; una ricostruzione compiuta attraverso le testimonianze, definite dal pm "contraddittorie e lacunose", di alcuni testi che hanno raccontato i movimenti dell' imputato comparandoli con i propri e accreditandone la presenza, senza spostamenti, a Villa Igiea. Secondo il pm, invece, la ricostruzione di quella giornata rende compatibile la presenza di Andreotti nel salotto di casa Salvo, nel primo pomeriggio di quel 20 settembre 1987. L' udienza riprendera' il 28 febbraio prossimo.

14 febbraio 2002 - MAFIA: VICE QUESTORE, PENTITO MI PARLO' DI CANALE
ANSA:
"Un collaboratore di giustizia mi racconto' di avere visto il maresciallo Canale in compagnia di Matteo Messina Denaro". A parlare del presunto incontro tra l' ufficiale dei carabinieri sotto processo per concorso in associazione mafiosa e il boss latitante e' il vice questore Franco Misiti.
   Il funzionario, che ha deposto oggi al processo, ha raccontato di avere saputo della circostanza da Giovanni Ingrasciotta, uno degli uomini del clan Messina Denaro, ora collaboratore di giustizia. Il pentito gli rivelo' di avere assistito all' incontro che si sarebbe tenuto al "Vigneto" un ristorante di Menfi. All' epoca, pero', Messina Denaro non era ancora latitante.
   Canale e' accusato da undici pentiti. L' ufficiale, per anni braccio destro del giudice Paolo Borsellino, e' definito dai collaboratori  "corrotto", "disponibile nei confronti dei boss", pronto a rivelare notizie sulle indagini, a coprire responsabilita', a fornire testimonianze false, persino a scortare 'con le auto di servizio' le autobotti di 'acqua e zucchero' che, negli anni '80, solcavano le strade di Partinico per rifornire i sofisticatori di vino. Il nome di Matteo Messina Denaro ricorre anche in un altro capitolo delle accuse rivolte all' imputato. Brusca sostiene di avere appreso proprio dal boss latitante che in cambio delle  sue informazioni riservate l' ufficiale intascava "dieci milioni alla volta". Tre collaboratori hanno accusato il carabiniere di avere ricevuto persino in dono la costruzione della sua villa di Marsala: "Canale non pago' i lavori ne' i materiali utilizzati" ha detto il pentito Antonino Patti. Il processo a Canale prosegue il prossimo 28 febbraio.

18 febbraio 2002 - RAI: CON 'PADRINI' TORNA 'GRANDE STORIA',NOVITA' SU GIULIANO
ANSA:
Vito Genovese, in divisa americana, e Salvatore Giuliano ritratti insieme in una foto scattata nel '46. E' una delle immagini di grande importanza per ripensare la storia di alcuni protagonisti della mafia, proposta da Roberto Olla nel film documentario 'Padrini', evento speciale della nuova serie de 'La grande storia', in prima serata al via il 18 febbraio su Raitre. Catalogata nell'archivio dell'Fbi nel modo giusto, ma circolata in una o piu' copie con didascalie diverse che hanno fatto credere per lungo tempo che l'uomo accanto a Giuliano non fosse Genovese ma il il giornalista americano Stern, la foto "che grazie a controlli incrociati - ha speiegato Olla - di Fbi, Dia e Polizia ritrae certamente i due boss, e' una testimonianza del rapporto diretto tra Giuliano e i padrini americani".
   "Si e' sempre pensato - continua Olla - al boss mafioso come a un personaggio isolato, mentre si muoveva su uno scenario internazionale diverso. La vicenda di Giuliano va dunque riscritta, speriamo di poterlo fare presto".
   In 'Padrini', seconda puntata della serie con la consulenza storica di Alberto Carlo Marino, in onda il 25 febbraio, dopo 'Emigranti', viene toccata anche la questione dei pentiti con in primo piano la vicenda di Leonardo Vitale. "E' stato uno dei primi pentiti. Alla fine degli anni '70 - ha spiegato Olla - aveva detto che 'Cosa nostra' e' un corpo unico' e il tribunale lo ha preso per pazzo, e' stato dieci anni in manicomio. E' uscito, ha fatto due passi e gli hanno sparato". Il colonnello Angiolo Pellegrini, capo delle operazioni in Sicilia della Dia, ha sottolineato che "nel momento in cui arrivano i primi pentiti, nell' '84, esisteva gia' un rapporto giudiziario di carabinieri e polizia, elaborato da Cassara' e lo stesso Pellegrini, in cui si ripercorreva la storia di Cosa Nostra".
   Nel documentario, prodotto da Raitre in collaborazione con la rete americana The History Channel che lo trasmettera' negli Usa e in Canada con il titolo 'Godfathers', c'e' anche un'intervista all'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, in cui parla per la prima volta dopo l'11 settembre, ripercorrendo i suoi anni di lotta alla mafia. Ci sono anche gli interventi dell'ex governatore Mario Cuomo e del capo della polizia di New York Rudolph Giuliani. E viene proposto un filmato del 1903 che mostra una delle prime forme di sfruttamento femminile in una lavanderia di Siracusa.
   Da fine '800 a oggi, passando per le storie di personaggi come Don Vito Cascio Ferro, che dominava il mercato dello zolfo durante la prima guerra mondiale, ad Albert Anastasia che blocco' il porto di New York negli anni della seconda guerra mondiale, a Lucky Luciano, fino agli arresti di mafiosi alla Borsa di New York nel 2000 e ai furti di materiali provenienti dal crollo delle Twin Towers, "abbiamo cercato di ricostruire - ha detto Olla - il Dna di Cosa Nostra e come questo fenomeno criminale sia potuto arrivare a dimensioni planetarie".
   Venti gli archivi consultati dal Giappone agli Stati Uniti passando per l'Italia e l'Europa grazie alla collaborazione della Dia, dell'Arma dei carabinieri, della Polizia di Stato, dell'Fbi e della polizia di New York.

22 febbraio 2002 - EX SINDACO SAN GIUSEPPE JATO, BRUSCA SI OFFRI' DI CONTATTARE ANDREOTTI
ANSA:
Nel 1990 Giovanni Brusca si sarebbe offerto per mettere in contatto l'ex sindaco di San Giuseppe Jato Baldassarre Migliore con il senatore Andreotti per consentire a Migliore ad inserirsi nel giro degli appalti della Telecom. Lo ha rivelato lo stesso Migliore, interrogato in aula dai giudici nel processo in cui e' imputato di concorso in associazione mafiosa e detenzione di armi insieme con alcuni familiari del pentito Balduccio Di Maggio, l'uomo che ha detto di avere visto Riina insieme con il senatore a vita. "Non mi rivolsi a Lima perche' ancora non lo conoscevo - ha detto Migliore, rispondendo alle domande del pm Salvo De Luca - Giovanni Brusca promise un suo interessamento ma non si fece piu' sentire". In occasione dell'arresto di Migliore la Dia trovo' alcuni biglietti di auguri da lui indirizzati a varie cariche istituzionali ed egli stesso ammise che durante le feste natalizie o pasquali aveva l'abitudine di inviare cassate e dolci a vari uomini politici, tra cui Androtti e Luciano Violante. Assolto dall'accusa di truffa e appropriazione indebita nei confronti della 'Telecom', Migliore ha militato nella Democrazia Cristiana, ed era ritenuto vicino a Salvo Lima, del quale era amico personale.

22 febbraio 2002 - OMICIDIO FRANCESE; PM CHIEDE ERGASTOLO PER PROVENZANO
Il pm Laura Vaccaro chiede alla Corte di assise di Palermo la condanna all' ergastolo per il boss latitante Bernardo Provenzano al termine della requisitoria nel processo per l'assassinio del giornalista Mario Francese, ucciso il 26 gennaio 1979 a Palermo. Questo troncone del processo vede imputato solo il boss corleonese accusato di essere uno dei mandanti dell' omicidio del giornalista. Un' altro processo si e' concluso nell' aprile dell' anno scorso con condanne di altri presunti mandanti ed esecutori. "La chiave di lettura del delitto - ha detto il pm Vaccaro nel corso della requisitoria - andava cercata nel suo impegno professionale, nella sua tenacia nel ricercare la verita' e comunicarla attraverso le pagine di un giornale all'epoca non coraggioso come il suo cronista". "Ce lo dicevano questi fatti che la morte di Mario Francese era stata opera di quelli che, sul finire degli anni '70, erano i veri padroni delle nostre citta', della nostra terra, di questa citta'. Il servizio alla verita' svolto da Francese ne fa un patrimonio caro a tutti noi. Perche', per Mario Francese, la verita' non e' mai stata un dato addomesticabile, perche' si e' rifiutato di assecondare il coro dei pavidi, molto folto in quel periodo, che spingeva per un giornalismo prudente, fatto di meze verita', a volte sussurrate, per lo piu' nascoste, per quieto vivere, per paura di esporsi alla vendetta di una mafia che, con prepotenza ed arroganza spadroneggiava in tutta l'isola. Egli, cioe', non si accomodo' in quell'area grigia in cui non c'e' ne' bene ne' male, ma sicuramente in cui non c'e' coraggio. Mario Francese fu libero come deve essere il giornalista, come libero deve essere il giornalismo, come libero deve essere ciascuno nel suo lavoro, come libero deve essere ogni uomo".

23 febbraio 2002 - MAFIA: DON CIOTTI; QUALCUNO SE N'E' DIMENTICATO, MA ESISTE
ANSA:
La mafia esiste, e' "meno aggressiva e sanguinaria, ma altrettanto pericolosa". E il rischio maggiore e' "dimenticarsi della mafia", come fanno certe aree "di tutti gli schieramenti" che vorrebbero dare ad intendere "che la mafia non e' piu' un problema". Don Ciotti ha aperto l'assemblea di Libera con un' appassionata relazione, spiegando il senso dello slogan che dara' il titolo al manifesto che verra' consegnato l'8 marzo a Ciampi: "L'Italia esiste, ma anche le mafie", perche', ha detto, "qualcuno si e' dimenticato della mafia". "L' abbandono della strategia stragista - ha spiegato - ha corrisposto ad una ricerca di nuove alleanze che hanno fatto  diventare la mafia meno aggressiva, ma altrettanto pericolosa". Contro questa mafia e' piu' che mai necessaria "una strategia di contrasto fondata su valori forti: dobbiamo esserci - ha detto Don Ciotti - non solo nella denuncia, ma anche nelle proposte e nei progetti". Le mafie sono associazioni "che mantengono profondi legami con la societa"' avverte il presidente di Libera e alcune leggi approvate non hanno certo dato segnali forti per contrastarle. "Le leggi sul falso in bilancio - ha detto -, l' indebolimento della cooperazione internazionale in materia penale realizzata con la legge sulle rogatorie non rappresentano problemi tecnici, ma l'indice di una strategia. E ancora: il rientro di capitali esteri, la grave perdita di Tano Grasso che, per tempi e forma, non e' stata un normale avvicendamento sono segnali che si danno". E il movimento per la legalita' appena nato e' "importante e necessario", ma "la legalita' dovrebbe essere una precondizione, la base della convivenza e non un obiettivo da raggiungere". Don Ciotti ha quindi ricordato che l'8 marzo il manifesto di Libera per rilanciare il grido di allarme su "un potere criminale ormai ben piu' che in fase di riorganizzazione" verra' presentato al Capo dello Stato e che lunedi' prossimo partira' la carovana antimafia, per la prima volta al livello nazionale, che tocchera' dieci regioni italiane. Una serie di iniziative per diffondere una cultura della legalita' da difendere con forza. "Dobbiamo fare di piu' tutti - ha concluso -, non bastano le grandi manifestazioni" ed ha ricordato come spesso "i giovani si sentono deboli e indifesi". E lo dimostrano i risultati "preoccupanti" di un sondaggio fatto dall' Associazione studenti contro la camorra in collaborazione con il Comune di Napoli su un campione di 3 mila studenti. Il 97% dei ragazzi ritiene che non valga la pena di denunciare i furti perche' gli organismi statali sono inefficienti e che sia meglio rivolgersi al boss del quartiere per recuperare gli oggetti rubati; il 24% ammette di conoscere malavitosi; il 25% sostiene che sconfiggere la malavita e' impossibile. Don Ciotti aprendo la VII assemblea nazionale dell'associazione, annuncia che il ministero, dopo aver esaminato la documentazione inviata da 'Libera' per entrare a far parte delle associazioni alle quali viene riconosciuta la possibilita' di fare formazione ai docenti nelle scuole, prevalentemente sui temi della legalita' e della lotta alla mafia, ha dato parere negativo ritenendo "non chiare" le finalita' dell' associazione.
Contro la decisione sono intervenuti l'ex capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e l'ex presidente della Camera Luciano Violante che hanno partecipato stamane all'assemblea dell'associazione. Il primo ad intervenire, dopo il presidente di Libera, e' stato Scalfaro. "Il ministero - ha detto - si dice incerto sugli scopi di Libera. Mi guardo bene dal fare commenti o contrapposizioni inesistenti, ma io sono qui e sono legato a Libera da quando la conosco proprio perche' ne condivido fino in fondo gli scopi". Ed ha aggiunto: "Avrei preferito che il funzionario che ha scritto quella lettera avesse detto 'non condividiamo' gli scopi o 'non condividiamo il modo con il quale volete giungere a quegli scopi'". Contro il ministero si e' schierato anche Luciano Violante, secondo il quale se non vi sara' un ripensamento, vorra' dire che "c'e' un clima di delegittimazione e di attacco alle forze che lottano contro la mafia. Raccoglieremo sottoscrizioni da tutti i parlamentari, di tutte le parti politiche perche' il ministro Moratti riveda queste posizioni". L'ex presidente della Camera ha aggiunto che sembra "davvero strano" che "si dica che non sono utili gli scopi di Libera: un'associazione che raccoglie altre 800 associazioni e lotta da anni contro la mafia". Ma l'attacco piu' forte e' arrivato proprio da un esponente della maggioranza, Roberto Centaro, di Forza Italia, presidente della commissione antimafia. Intervendo all'assemblea ha dedicato solo poche parole, molto dure, a questa vicenda: "Mi vergogno -ha detto- per la risposta del ministero che e' una risposta burocratica nell'accezione piu' deteriore del termine". E almeno un cenno alla vicenda del 'no' del ministero a 'Libera' e' arrivato, nel corso dell'assemblea, da quasi tutti gli interventi. Cosi' ha fatto il capo della procura di Palermo Pietro Grasso che, parlando della lotta alla mafia, ha spiegato che "la repressione da sola non basta" ma "servono proprio quelle finalita' di 'Libera' che il ministero dell'istruzione ha definito poco chiare. Serve un recupero del valore della legalita"'. Cosi' e' tornato a fare anche Violante che ha chiuso con queste parole il suo intervento: "non so se ci sono troppi funzionari ipocriti o ministri ciechi, sara' nostro impegno cancellare le ipocrisie e aprire gli occhi a questi ministri". E ha ricordato anche la precedente decisione del ministero del Welfare di disdire la convenzione con la banca dati on-line sulle tossicodipendenze del Gruppo Abele, guidato sempre da Don Ciotti, precisando pero' che Maroni "si e' impegnato personalmente a rivedere questa situazione". "Non voglio fare polemiche -ha commentato al termine dell'assemblea Don Ciotti- voglio solo ricordare che 'Libera' in questi anni ha realizzato un coordinamento con ottomila insegnanti, coinvolto un milione di studenti e che lo scorso anno ha organizzato una grande manifestazione a Napoli proprio con il dicastero della Pubblica Istruzione e gli insegnanti". Ed ha concluso: La verita' e' che 'Libera' "disturba un pochino per la sua connotazione di grande trasversalita' e metterla in un cassetto e' una ferita un po' per tutti".

25 febbraio 2002 - LIBERA; MINISTERO,PARERE NEGATIVO DA COMITATO TECNICO
Un comunicato del ministerodel' Istruzione precisa che il Comitato tecnico nazionale del ministero dell'istruzione che si e' espresso sulla richiesta di accreditamento dell'associazione Libera ad ente formatore ha dato parere negativo per documentazione "inadeguata". Il comunicato precisa che su questa decisione "il ministro non esercita alcun potere di intervento" e che e' in corso con Libera un protocollo d'intesa per iniziative finalizzate alla formazione alla cittadinanza, alla democrazia e alla legalita', anche attraverso attivita' permenenti che coinvolgono insegnanti e studenti. "Tale protocollo - sottolinea il comunicato - non ha alcuna attinenza con la domanda di accreditamento presentata dall' associazione Libera il 19 settembre 2001 ai fini dell'attivita' formativa. Il protocollo infatti si riferisce ad attivita' legate sostanzialmente alle politiche giovanili e agli interventi a sostegno della legalita', mentre l'accreditamento si riferisce al possesso di competenze tecniche necessarie per l'esercizio di attivita' formative ad alto profilo destiinate al personale docente". Per quanto riguarda Libera - rileva il ministero - il Comitato "si e' pronunciato negativamente per l'inclusione con le seguenti motivazioni: 'l'associazione, pur dichiarando di possedere tutti i requisiti, evidenzia nei dati forniti carenze riguardo all'innovazione metodologica e all'utilizzo delle tecnologie; la documentazione delle attivita' svolte e' inadeguata perche' non vengono fornite indicazioni riguardo alle finalita', ai materiali utilizzati, al tipo e al numero dei corsisti, alle verifiche effettuate e agli esiti raggiunti"'. Per il ministero, "il parere negativo del comitato non preclude che l'associazione Libera riproponga la richiesta con la documentazione necessaria".    Per quanto riguarda la procedura di accreditamento, "la domanda di Libera, come tutte le altre, e' stata esaminata dal Comitato tencico nazionale, nominato il 27 ottobre 2000 e composto da esperti indipendenti. Il Comitato include l'ente o l'associazione in un elenco provvisorio, dopo aver verificato la completezza della documentazione presentata. Successivamente il Comitato predispone, con riferimento ad iniziative previste dai piani di attivita' dei singoli enti, specifici interventi di analisi e verifica volti ad accertare il possesso dei requisiti e la qualita' delle azioni di formazione svolte". Tutte queste condizioni "sono necessarie per la formulazione della successiva proposta di accoglimento della domanda e per l'inclusione definitiva nell'elenco degli enti accredita. Il Comitato e' pienamente autonomo nelle sue valutazioni". Il ministero sottolinea che "l'inclusione nell'elenco definitivo e' finalizzata a garantire il possesso di specifici e documentati requisiti di qualita' per la formazione del personale scolstico. Alla data odierna sono pervenute 473 domande di accreditamente o qualificazione. Risultano accreditati o qualificati provvisoriamente 142 enti o associazioni; risultano esclusi dagli elenchi provvisori 192 enti o associazioni mentre 139 pratiche sono in attesa di istruttoria".

25 febbraio 2002 - OMICIDIO DALLA CHIESA: PM CHIEDE ERGASTOLO PER BOSS MADONIA E GALATOLO
ANSA:
A quasi vent'anni dall' omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell' agente di scorta Domenico Russo, il pm Nico Gozzo ha chiesto la condanna all'ergastolo per i boss Nino Madonia e Vincenzo Galatolo, detenuti, giudicati con il rito abbreviato e ritenuti killer dell'agguato di via Carini. Il nuovo troncone di indagini e' nato dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, che si sono accusati di aver partecipato all'eccidio, per i quali sono stati chiesti 15 anni. Con il rito ordinario e' tuttora in corso il processo ad altri due capimafia accusati dell'omicidio Dalla Chiesa, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, anch'essi detenuti. "Carlo  Alberto Dalla Chiesa e' stato catapultato in 'terra di Sicilia' nelle  condizioni meno idonee per apparire l' espressione di una effettiva e corale volonta' statuale di porre fine al fenomeno mafioso, quindi Cosa Nostra ha ritenuto di poterlo colpire impunemente perche' impersonava soltanto se' stesso e non  gia', come avrebbe dovuto essere, l' autorita' dello Stato". E' uno dei brani della requisitoria del pm Nico Gozzo, pubblica accusa al processo per l' omicidio del generale Dalla Chiesa. "Dalla Chiesa - ha aggiunto il pm che esaminando i risultati di una complessa consulenza ha ricostruito in aula la dinamica dell' eccidio - era perfettamente consapevole di essere stato destinato in Sicilia nelle peggiori condizioni per potere assolvere il compito affidatogli, ma cio' non lo aveva indotto a tirarsi indietro". Il generale, dunque, secondo il pm, era consapevole delle difficolta' che avrebbe incontrato e " sapeva benissimo che, per rimuovere le cause profonde del potere mafioso, occorreva recidere i legami fra la mafia ed alcuni membri di partiti politici che in Palermo convivevano con l' espressione peggiore del suo attivismo mafioso". Nel corso della sua lunga requisitoria il magistrato ha poi citato brani del diario in cui dalla Chiesa in un colloquio immaginario con la moglie, morta, esprimeva tutti i dubbi e le pereplessita' sull' incarico affidatogli. "La morte del generale - ha concluso Gozzo - venne deliberata dai vertici di Cosa nostra nel corso di una riunione. Tutte le famiglie misero a disposizione del commando le armi".

26 febbraio 2002 - DIFFAMAZIONE AL PROCESSO PECORELLI: IL FRATELLO DI BRUSCA PATTEGGIA LA PENA
"Il Messaggero"
Diffamazione al processo Pecorelli
Il fratello di Brusca patteggia la pena
PERUGIA - Emanuele Brusca, fratello del più noto boss mafioso Giovanni, ha patteggiato ieri davanti al giudice unico di Perugia una condanna a due milioni di multa con l'accusa di aver diffamato, testimoniando al processo per l'omicidio Pecorelli, il presidente della Corte d'Assise di Palermo Alfonso Giordano. In particolare Brusca che ieri si è presentato in aula insieme al suo legale, l'avvocato Leda Galletti, aveva detto all'udienza del 2 giugno '99 di essere a "conoscenza di un colloquio, risalente all'epoca della trattazione del maxi-processo di Palermo" nel corso del quale "il magistrato, all'epoca presidente del collegio giudicante, aveva rappresentato - è scritto nel capo d'imputazione - la sua disponibilità a favorire gli imputati di quel processo medesimo...". Il dottor Giordano si era costituito parte civile tramite l'avvocato Francesco Crisi.

27 febbraio 2002 - MARESCIALLO DIA: NIPOTE BUSCETTA SOCIO CANALE 5
"Il Corriere della sera"
Un maresciallo della Dia: nipote di Buscetta socio di "Canale 5"
Il nipote di Tommaso Buscetta (morto nel 2000), Antonio Inzaranto, sarebbe stato per 5 anni socio di Canale 5 in un'emittente locale siciliana. Lo ha detto il maresciallo Giuseppe Ciuro, della Dia, deponendo a Palermo nel processo al senatore , Marcello Dell'Utri (FI), accusato di concorso in associazione mafiosa. Secondo Ciuro, Inzaranto avrebbe avuto quote di "Retesicilia", cedute poi a Canale 5, che il 2 dicembre dell'85 è rimasto socio unico.

28 febbraio 2002 - PG DI PALERMO: UCCISERO FALCONE PER PUNIRE ANDREOTTI
"Il Nuovo"
Il pg di Palermo: "Uccisero Falcone per punire Andreotti"
Il pg di Palermo: "Cosa nostra ottenne l'eliminazione fisica del giudice Falcone e gettò una grave ombra sull'immagine di Andreotti".
PALERMO - Cosa nostra impedì al senatore Giulio Andreotti l'ascesa al Quirinale "offuscandone l'immagine" con la morte di Giovanni Falcone. E' questa la tesi sostenuta dal sostituto procuratore generale della Repubblica di Palermo, Anna Maria Leone davanti ai giudici della prima sezione d'Appello del Tribunale nel processo di secondo grado a carico di Andreotti. Il senatore a vita è accusato di associazione mafiosa, dopo l'assoluzione di primo grado. Il magistrato ha ripercorso le tappe più importanti del primo maxiprocesso di mafia, iniziato nell'86 e terminato nel gennaio del '92 con dure condanne in Cassazione per tutta la Cupola di Cosa nostra.
Secondo la requisitoria del procuratore generale Leone i boss mafiosi avrebbero avuto "assicurazioni" sia "da parte dell'esattore Ignazio Salvo", sia "dall'europarlamentare democristiano Salvo Lima" sul fatto che, "con l'avallo di Andreotti", il processo sarebbe andato "a buon fine".
"Fino a poco prima della sentenza di Cassazione - ha spiegato il pg - il boss Riina cantava vittoria perché aveva saputo che poteva contare sull'appoggio di Andreotti e del giudice Carnevale ", ex presidente in Cassazione.
Dopo la sentenza però "ci fu la dura reazione di Riina", che considerava Andreotti e Lima "due traditori". Così "venne decisa in una riunione l'uccisione di Lima". In quest'ottica il pg continua a leggere i fatti: dopo Lima anche Andreotti doveva essere "punito" per "non avere mantenuto fede ai suoi impegni con i boss di Cosa nostra". Si decise così di uccidere il giudice Giovanni Falcone. "Come racconta il collaboratore Giovanni Brusca - ha aggiunto Anna Maria Leone - con la morte di Falcone, Cosa nostra 'prese due piccioni con una fava'".
In primo luogo l'eliminazione stessa di Falcone, e in seconda battuta il grave offuscamento dell'immagione di Giulio Andreotti che, continua il pg, voleva diventare presidente della Repubblica. Andreotti, sempre dalle testimonianze di Brusca, voleva riconquistare una "verginità antimafia" e occultare gli "scheletri che aveva nell'armadio".
Il sostituto procuratore generale Leone ha continuato criticando alcuni passi della sentenza di primo grado, sentenza con la quale Andreotti fu assolto dall'accusa di associazione mafiosa nell'ottobre del '99. "Le asserite divergenze indicate dal Tribunale sul pentito Francesco Marino Mannoia - ha detto il magistrato - in realtà non esistono". Francesco Marino Mannoia non aveva indicato Andreotti come "canale per avvicinare il giudice Carnevale. Questa è solo una parziale disinformazione giustificabile. Non sorprende che il pentito non sapesse nulla dei canali di intervento in Cassazione, considerato che dopo l'89 si era trasferito negli Stati Uniti".
Poi ha ricordato le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia nel corso del processo di primo grado a proposito del presunto interessamento del senatore Andreotti all'esito del maxi-processo. "All'inizio dell'86, in concomitanza con l'avvio del processo - ha spiegato - i capi di Cosa nostra erano stati invitati a non avere aspettative perché c'era "troppa attenzione da parte dell'opinione pubblica".
La mafia tentò inutilmente di allungare i tempi del processo: "non ci riuscirono - spiega il pg - perché glielo impedì la legge Mancino -Violante. E Cosa nostra, alle politiche dell'87, per tutta risposta decise di trasferire tutti i voti mafiosi dalla Dc al Psi, per dare una lezione ai democristiani". E ancora dopo la sentenza d'appello, "Giovanni Brusca andò a parlare con l'esattore Ignazio Salvo per intervenire sul giudice Carnevale, tramite Andreotti e il senatore Claudio Vitalone. Allora, Salvo fece presente che Carnevale era già sotto tiro, ma il suo posto sarebbe stato preso da un collega compiacente".
Riina si arrabbiò moltissimo dopo la sentenza definitiva di condanna - ha ancora detto la Leone - per le promesse non mantenute e decise di uccidere Lima e offuscare l'immagine pubblica di Andreotti, considerato un 'traditore': la strage di Capaci doveva impedire ad Andreotti di diventare presidente della Repubblica.
 


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