Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: febbraio 2003 |
1 febbraio 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: LIPARI DEPORRA'
"La Stampa"
DEPOSIZIONE IL 14 MARZO A PALERMO
Lipari sarà ascoltato nel processo Andreotti
Il pentito che fa tanto discutere infiamma improvvisamente il processo Andreotti. Accusa e difesa si danno battaglia in aula su Pino Lipari, consulente economico di Bernardo Provenzano, bollato come un depistatore inattendibile. La difesa chiede di sentirlo, la Procura generale si oppone fermamente. Alla fine la corte decide, con tutte le riserve del caso, di interrogarlo. Lo farà il 14 marzo, nell´aula bunker di Pagliarelli a Palermo, dove Lipari sarà condotto senza "particolari cautele". La precisazione, riportata anche nell´ordinanza della corte, descrive in modo molto esplicito la diffidenza con cui viene sentito l´aspirante pentito che con i suoi "reiterati e scorretti comportamenti" avrebbe violato le regole della collaborazione. E tuttavia l´audizione viene ammessa perchè la corte "è alla ricerca della verità, per quanto possibile". È la stessa difesa a mettere le mani avanti. "Non è il teste chiave che ci risolva il processo, non è il nostro cavallo di battaglia", puntualizza l'avv. Giulia Bongiorno che aggiunge: "È una delle tante voci del processo. Dice cose che altri pentiti dicono. Evidentemente c´è una circolazione mediatica di informazioni per cui tutti sanno tutto di tutti". Con le sue dichiarazioni Lipari ha riempito cinque verbali tra il 5 novembre e il 18 dicembre 2002. Ma è in quello del 15 gennaio di quest´anno che la sua collaborazione viene assimilata dalla Procura generale a un "castello di bugie". Quel giorno i magistrati della Procura contestano a Lipari un comportamento non leale. Lo rivelano le intercettazioni ambientali in carcere. Nei colloqui con i familiari l' aspirante pentito anticipa dichiarazioni depistanti sul conto di Andreotti.1 febbraio 2003 - MAFIA: ARRESTATI LATITANTI MANGIARACINA E BONAFEDE
"Il Mattino"
IL PROCURATORE GRASSO: È IL NOSTRO REGALO DI COMPLEANNO A PROVENZANO
Preso il duro dei corleonesi, latitante da 12 anni
Mangiaracina aveva appena presieduto un summit di mafia in una villa di Marsala
"È il nostro regalo di compleanno a Provenzano, che proprio oggi compie 70 anni". Così il procuratore di Palermo Pietro Grasso commenta l'arresto di Andrea Manciaracina e Natale Bonafede, due fra i più temibili latitanti di mafia, bloccati all'alba di venerdì in una villetta alla periferia di Marsala. Manciaracina, 41 anni e ricercato da 12, è accusato di numerosi omicidi, ed è indicato da decine di collaboratori di giustizia come un esponente dell'ala dura dei corleonesi di Totò Riina, con diverse "amicizie" in politica. Bonafede, 34 anni, è considerato il reggente della cosca di Marsala. Arrestata anche una donna, Rosa Maria Alagna, 42 anni, proprietaria del "villino Sara", che aveva messo a disposizione dei boss. Una villa lussuosa, arredata con mobili in radica, marmi alle pareti e i rubinetti bagnati nell'oro. In questa stessa villa, giovedì sera, si era tenuto un summit mafioso, seguito a distanza dagli agenti con speciali apparecchiature a raggi infrarossi. La donna è vedova da più di un anno, e viveva nella villa-covo insieme ai due figli di 16 e 14 anni, ora affidati ai nonni. "Quest'uomo si è presentato qualche giorno fa, mi ha detto che era amico di mio marito e mi ha chiesto ospitalità", si è giustificata.
La soddisfazione degli inquirenti per l'esito dell'operazione è evidente. Manciarina, ricorda il procuratore Grasso, "è un boss di primo piano in Cosa nostra, cresciuto all'ombra di Riina. Negli ultimi anni aveva aumentato la sua forza criminale e insieme all'altro boss latitante Matteo Messina Denaro hanno rafforzato la roccaforte mafiosa a Trapani". Massimo Russo, pm della Dda di Palermo, sottolinea che l'arresto di Manciaracina, "capo del madamento di Mazara del Vallo, uomo di fiducia di Totò Riina, uno dei capisaldi del potere mafioso della Sicilia occidentale" è destinato a incidere "profondamente sugli equilibri dell'intera Cosa nostra". Peraltro il boss è stato al centro di uno degli episodi più controversi dell'inchiesta sul senatore Giulio Andreotti: è accertato, infatti, che Manciaracina incontrò Andreotti, il 18 agosto 1985, in un hotel di Mazara del Vallo. Per l'accusa, in quell'occasione il boss era "probabilmente" il portavoce di Riina; l'avvocato Gioacchino Sbacchi, difensore di Andreotti, ha invece sempre sostenuto che "Manciaracina al tempo dei fatti aveva vent'anni, Andreotti si recò in paese, strinse centinaia di mani; Manciaracina volle parlargli di pescherecci in ostaggio in un paese africano e lui lo ascoltò".
L'operazione che ha portato ai tre arresti si è sviluppata sfruttando i sistemi elettronici di visualizzazione notturna e con l'aiuto di alcuni esperti di serrature: gli agenti hanno avuto la possibilità di entrare nel giardino della villa aprendo il cancello con una chiave realizzata in pochi minuti. I "cacciatori" di latitanti hanno quindi aperto la porta d'ingresso, sempre con una chiave realizzata sul posto, ed hanno fatto irruzione nella stanza in cui dormivano Manciaracina e Bonafede senza fare alcun rumore. I due boss si sono svegliati di soprassalto e si sono trovati davanti un gruppo di persone incappucciate e con le armi in pugno. Manciaracina ha tentato di infilare la mano sotto il cuscino dove nascondeva un revolver calibro 38, ma un poliziotto lo ha subito bloccato, puntandogli la pistola alla testa. "Stiamo su due poli diversi", ha detto quindi all'agente che lo ammanettava. Bonafede, invece, non ha mosso un dito. Sul comodino c'era il libro che Manciaracina stava leggendo: "Le siciliane", scritto da Giacomo Pilati, che racconta quindici storie di donne. La prima è quella della madre di Peppino Impastato."Il Corriere della sera"
Incontrò Andreotti a porte chiuse: "Ma parlammo solo di squadre di calcio"
Il colloquio nel 1985 segnalato da un agente: il capocosca era già sorvegliato speciale. E Riina si nascondeva in quella zona
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Non c'è ormai un nuovo grande arrestato, pentito o boss tutto d'un pezzo, collaboratore vero o falso, si tratti di un luogotenente di Provenzano o di un fidatissimo di Riina, che non riporti al processo, anzi, ai processi Andreotti. E puntualmente, dopo attese e ansie legate a verbali e deposizioni di Nino Giuffrè o Pino Lipari, un aggancio immediato con la estenuante vicenda giudiziaria del senatore a vita lo offre anche il corpulento boss catturato ieri dopo 11 anni di latitanza, a 18 da un suo incontro privato, ma non troppo, proprio con Giulio Andreotti.
Già, perché Andrea Manciaracina, figlio d'arte (visto che il vegliardo padre si divide fra cella e arresti ospedalieri), indicato come il numero due di Cosa Nostra nel trapanese, oggi quarantunenne, fu notato a colloquio nel 1985 con l'allora ministro degli Esteri in trasferta governativa a Mazara del Vallo.
Manciaracina aveva solo 23 anni, ma stando ai sospetti dell'accusa, sarebbe stato spedito all'Hopps Hotel della città, in quei giorni schierata contro i tunisini per il sequestro di diversi pescherecci, nientedimenoché dal gran capo di Cosa Nostra, Totò Riina in persona, con il compito di consegnare un suo messaggio allo "zio Giulio" durante l'annunciato e pubblico passaggio dall'albergo sul lungomare. Ipotesi respinta con sdegno al processo, ai processi, dell'ex presidente del Consiglio che, però, quell'incontro non ha potuto negare.
A differenza dei dubbi che esistono per esempio sui presunti rapporti con gli esattori Nino e Ignazio Salvo, sarebbe stato infatti impossibile smentire il colloquio privatissimo, a faccia a faccia, in una sala riservata e a porte chiuse fra ministro e boss allora non ancora "famoso". Per via di un sovrintendente di polizia. Un agente frattanto deceduto, Francesco Stramandino. Uno dei segugi del commissario allora alla guida della polizia a Mazara, Rino Germanà, un altro funzionario "pericoloso" per Cosa Nostra, poi rimasto vivo per miracolo nonostante le raffiche di kalashnikov e le ferite riportate durante un fallito agguato proprio su quel lungomare.
L'agente Stramandino vide ed annotò ogni particolare in una relazione di servizio datata 19 agosto e ripescata dagli archivi di quella stessa estate in cui furono uccisi il vicequestore Ninni Cassarà e il commissario Beppe Montana, lo stesso mese segnato dalla "fuga" all'Asinara per sicurezza di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, una stagione rovente perché il primo maxi processo sarebbe cominciato sei mesi dopo.
E' questo lo scenario di un faccia a faccia ammesso da Andreotti durante il dibattimento di primo grado, a Palermo, con una motivazione riduttiva, parlando di una questione di calcio, di squadre locali, di sponsorizzazioni... E in effetti Manciaracina all'epoca si occupava del Mazara-calcio appena retrocesso fra polemiche. Dunque, si trattò solo di una raccomandazione per giudici sportivi e Lega calcio? O, stando a uno dei legali di Andreotti, l'avvocato Gioacchino Sbacchi, la raccomandazione riguardava i pescherecci sequestrati? Uno degli accusatori, il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, preferisce ricordare quanto scritto dal tribunale di primo grado nella sentenza (di assoluzione): "Forse Andreotti non ha potuto raccontare che cosa davvero si disse con Manciaracina per non compromettere la sua stessa immagine".
Una pagina incerta. Ma resta fra le righe di quella pagina e della sua relazione di servizio la sorpresa dell'agente Stramandino, il testimone che Andreotti e il boss potè dire di averli "visti da vicino".
Ma non troppo. Lui non entrò in quella sala dove la porta si chiuse per più di dieci minuti lasciando pietrificato perfino il sindaco di Mazara, Rino Zaccaria, che per educazione e rispetto non si sognò di interrompere il colloquio.
E Stramandino pure questo scrisse, un po' turbato dall'incontro tanto ravvicinato fra una delle più alte personalità dello Stato come Andreotti e un personaggio già allora chiacchierato come Manciaracina.
Perché in Commissariato l'avevano sottoposto a sorveglianza speciale sospettando meno, molto meno di quel che accadeva nelle campagne a due passi dalla casbah e dal porto di Mazara. Come si sarebbe scoperto solo molti anni dopo, infatti, Totò Riina in quella stagione abitava in una villa fra le vigne, avendo eletto Mazara a sua residenza temporanea, in vista di un "maxi" da aggiustare, secondo progetti poi svaniti fino al verdetto della Cassazione.
Allora né Stramandino, né il suo capo, Germanà, potevano essere certi dei legami diretti fra Riina e Manciaracina. Figurarsi Andreotti. Ma non si capacitò dell'udienza a porte chiuse l'agente che quel rampollo con quattro quarti di mafiosità alle spalle s'era ritrovato a perseguire scoprendone il soprannome, "Aladino", perché nella mafia ogni problema risolveva, quasi possedesse una lampada e un suo "Genio".
E pose a se stesso, l'agente, domande senza risposta, senza mai immaginare di ritrovarsi dieci anni dopo sul banco dei testi a riproporle insieme con i pubblici ministeri, zittiti dai lapidari ricordi dello "zio Giulio".
Felice Cavallaro4 febbraio 2003 - 'NDRANGHETA: OLIMPIA 3; PENTITO, LIGATO FU UCCISO PER AFFARI
ANSA:
Lodovico Ligato, l' ex presidente delle Ferrovie dello Stato assassinato nel reggino la notte tra il 27 e il 28 agosto 1989 dalla 'ndrangheta, venne ucciso a causa "di alcuni contrasti in materia di affari". Lo ha sostenuto il collaboratore di giustizia Paolo Ianno', ascoltato oggi dai giudici della Corte d' assise d' appello nel dibattimento con il rito abbreviato denominato "Olimpia 3", in cui sono imputati una quarantina di boss e gregari del raggruppamento Condello - Serraino - Rosmini. Paolo Ianno', nella sua deposizione, ha fornito elementi nuovi sulla preparazione dell' omicidio Ligato, affermando di avere personalmente accompagnato, in piu' occasioni il boss Paolo Condello, detto "il Supremo", a Sambatello, una frazione a nord di Reggio Calabria dominata dalla potente cosca Araniti, dove si sarebbero tenute almeno due riunioni del vertice antidestefaniano per stabilire le modalita' dell' agguato all' ex esponente democristiano. Paolo Ianno' ha affermato di avere appreso dallo stesso Paolo Condello dei contenuti dei summit a Sambatello solo dopo il pentimento di Filippo Barreca, capo della 'ndrina di Pellaro e Bocale, territorio in cui venne portato a termine l' agguato a Ligato, eseguito da Giuseppe Lombardo, anche questi collaboratore di giustizia, e da Natale Rosmini. Oltre ai particolari dell' omicidio Ligato, Ianno' ha fornito un quadro dettagliato dell' organigramma delle cosche nel territorio compreso tra Cannitello di Villa San Giovanni, sulle pendici preaspromontane, fino all' immediata periferia della citta' di Reggio Calabria. Il collaboratore si e' poi soffermato sul permanere dei riti di affiliazione alla 'ndrangheta. L' udienza e' stata aggiornata a venerdi' prossimo.5 febbraio 2003 - ATTENTATO ADDAURA: ANCHE LA DEL PONTE TRA GLI OBIETTIVI
"Il Nuovo"
Anche la Del Ponte bersaglio dell'attentato dell'Addaura
I 58 candelotti ritrovati nel giugno del 1989 nella villa di Falcone erano destinati anche al magistrato svizzero, "condannata" perché indagava sulle operazioni bancarie della mafia in Svizzera.
CALTANISSETTA - "Con una fava due piccioni": un unico attentato per far fuori due magistrati troppo scomodi. Il giudice Giovanni Falcone non era l'unico destinatario del fallito attentato dell'Addaura. Quei 58 candelotti di gelatina che qualcuno dal mare lasciò sugli scogli della villa estiva del giudice nel giugno del 1989, non dovevano esplodere solo per Falcone, ma anche per il magistrato svizzero Carla Del Ponte, l'attuale Presidente del Tribunale internazionale per i crimini di guerra.
E' l'ultima rivelazione del super-pentito Antonino Giuffrè, rilasciata il 4 dicembre scorso al procuratore di Palermo Pietro Grasso e ai pm di Roma Luca Tescaroli e Maria Monteleone. Parti del verbale di interrogatorio, coperti da omissis, sono stati depositati agli atti del processo di appello per il fallito attentato dell'Addaura in corso a Caltanissetta.
Se le ragioni per cui Falcone era inviso alla mafia sono evidenti, meno note sono quelle per cui Cosa Nostra sentisse di avere un conto in sospeso con il magistrato svizzero. La Svizzera, come racconta "Manuzza", era il porto dove approdava il denaro sporco frutto del traffico di stupefacenti per esser pulito. "La Svizzera era praticamente un posto sicuro, in modo particolare all'inizio degli anni '80", spiega Giuffrè. I canali con la Svizzera erano stati attivati dai boss Pippo Calò e Nino Rotolo. Calò finì in carcere nel 1985: ben prima dell'attentato dell'Addaura. Ma - spiega Giuffrè - "non è che con l'arresto di Calò si sono interrotti (i giri di denaro, ndr), è stata fatta una nuova linea, altre persone e il mondo continua". A rovinare tutto ci si mette però proprio la Del Ponte. "Era troppo curiosa, investigativamente curiosa", dichiara ancora Giuffrè.
Ma era anche legata a Falcone. E perché allora, nella cinica economia di Cosa Nostra, non pensare a farli fuori insieme. Ovvero prendere "con una fava due piccioni"? Che quei candelotti fossero destinati anche al magistrato svizzero Giuffrè lo ha saputo da Lorenzo Di Gesù, un uomo legato a Calò proprio nell'attività di riciclaggio.5 febbraio 2003 - UN UOMO PEDINAVA INVESTIGATORE SU DELL'UTRI
"La Sicilia"
Caso Dell'Utri
Pedinava investigatore "Incaricato da un legale"
Caltanissetta. Un uomo, sorpreso un anno fa dalla Digos di Caltanissetta mentre pedinava un investigatore della Dia, ha sostenuto di essere stato incaricato da uno dei difensori del senatore Marcello Dell' Utri (Fi). Sulla vicenda, resa nota solo ieri, la Procura di Caltanissetta ha aperto un' indagine, tuttora in corso.
L'episodio risale al periodo in cui l'investigatore doveva deporre in aula nel processo a Dell'Utri per spiegare le indagini che aveva svolto sulle antenne tv della Fininvest e sulle holding. La polizia di Caltanissetta aveva avviato accertamenti in seguito ad alcune minacce rivolte al pm Antonio Ingroia, rappresentante dell'accusa al processo, e al sottufficiale che ha svolto indagini. Gli investigatori, controllando a distanza il collega della Dia, si sono accorti che era seguito e hanno bloccato l'uomo che lo pedinava. Quest'ultimo avrebbe ammesso di aver ricevuto l'incarico da un legale di cui ha fatto il nome. Sulla identità della persona fermata dagli investigatori viene mantenuto uno stretto riserbo, ma si è appreso che era stato indagato alcuni anni fa dalla Procura di Palermo nell' ambito di inchieste sulla cosca mafiosa di San Lorenzo.6 febbraio 2003 - MAFIA: BADALAMENTI; TRASFERTA A PERUGIA PER CORTE PALERMO
ANSA:
Trasferta a Perugia, da oggi a sabato, per la Corte d' assise di Palermo che sta processando Gaetano Badalamenti come mandante dell' omicidio di Antonino Taormina, ucciso nel capoluogo siciliano nel 1974. Procedimento per il quale stanno testimoniando davanti ai giudici alcuni pentiti di mafia. L' udienza e' cominciata stamani nell'aula bunker del non ancora completato carcere di Capanne. Si tratta della stessa struttura dove si sono svolti tra l'altro i procedimenti di primo e secondo grado per l' omicidio di Mino Pecorelli. Processi nell' ambito dei quali Badalamenti e Giulio Andreotti sono stati condannati, in appello, a 24 anni di reclusione perche' considerati i mandanti del delitto. Le udienze del processo palermitano si svolgono a Perugia - secondo indiscrezioni - per esigenze logistiche. In mattinata i giudici hanno sentito il pentito Francesco Di Carlo. Tra oggi pomeriggio e sabato e' prevista la deposizione di altri testimoni. Tra loro anche i collaboratori Gaspare Mutolo e Totuccio Contorno. Badalamenti - difeso dall' avvocato Silvia Egidi - non e' comunque collegato in videoconferenza dal carcere di Fairton, nel New Jersey, dove e' stato recentemente di nuovo trasferito. Per l' occasione l' aula bunker e' sorvegliata da un imponente dispositivo di sicurezza proprio per la presenza dei pentiti. Nel pomeriggio a Capanne e' giunto anche Giovanni Brusca che deve essere sentito come testimone dalla quarta sezione del tribunale di Palermo nell' ambito di un processo a carico di Antonino Geraci.9 febbraio 2003 - GIUFFRE' ANCORA SU MORMINO
"Il Corriere della sera"
Il pentito Giuffrè ribadisce che l'elezione dell'avvocato fu decisa dalle cosche: "Doveva fare allentare la pressione su Cosa Nostra"
Mafia, Mormino interrogato per quattro ore
Palermo, il deputato di FI dal pm Grasso: "Questo colloquio è durato anche troppo"
PALERMO - La candidatura alle elezioni politiche di due anni fa dell'avvocato Nino Mormino nella lista di Forza Italia sarebbe stata proposta al boss Bernardo Provenzano da Pino Lipari, "grand commiss" degli appalti e "consigliori" del padrino corleonese. Un suggerimento accettato di buon grado perché il penalista, avvocato di grido, una volta conquistato il seggio a Montecitorio, avrebbe dovuto trovare la scorciatoia parlamentare che portasse benefici ai mafiosi, "delusi e contrariati per le mancate promesse fatte ai vertici di Cosa Nostra su un probabile ammorbidimento della pressione della magistratura e delle forze dell'ordine". Lo sostiene Nino Giuffrè, il pentito che con le sue rivelazioni promette di scatenare un vero terremoto anche negli ambienti istituzionali. L'ultima indiscrezione filtra dal riserbo degli inquirenti giusto nel giorno del primo interrogatorio di Mormino, iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa sull'onda delle dichiarazioni dell'ex capo mandamento di Caccamo, Giuffrè appunto, che di Mormino è stato cliente per parecchi anni.
Il deputato e penalista è stato sentito ieri dal procuratore Pietro Grasso, un faccia a faccia di 4 ore. Mormino era accompagnato dal figlio Sal, anch'egli avvocato. Quando è uscito, intorno alle 18, ha evitato ogni contatto con i cronisti che lo attendevano fuori dal bunker del Palazzo di Giustizia. Una sola battuta, lapidaria: "L'interrogatorio si è concluso, anzi è durato anche troppo". Quindi si è infilato nella macchina e si è allontanato.
Resta il macigno Giuffrè, le parole sul presunto gradimento di Provenzano alla candidatura di Mormino, personaggio carismatico e di spessore sul quale Cosa Nostra avrebbe fatto affidamento per un adeguato ritocco della legislazione antimafia a vantaggio dei boss.
Proprio la decisione di puntare su Mormino avrebbe salvato la vita al penalista, finito nella lista dei cattivi dopo i diffusi malumori dei mafiosi e condannato a morte. La sentenza, ha detto Giuffrè, venne sospesa poiché si decise di affidare al legale il delicato compito di tutelare gli interessi dell'organizzazione in sede parlamentare.
Fin dal giorno in cui sono maturati i primi sospetti, Mormino ha respinto con sdegno ogni accusa. Ma agli atti dell'inchiesta c'è una lettera scritta da Provenzano e indirizzata a Pino Lipari, dopo le elezioni del 2001, un biglietto tramite il quale il capo mafia chiede al suo "consigliori" di intervenire, attraverso Mormino, perché il Parlamento vari provvedimenti utili a Cosa Nostra. Provenzano avrebbe raccomandato a Lipari di fare in modo che Mormino si adoperasse "istituzionalmente".
Quando Mormino presentò ufficialmente la sua candidatura alla Camera, il coordinatore di Forza Italia, Gianfranco Miccichè (attuale vice ministro dell'Economia), non fece salti di gioia. L'avvocato fu inserito in un primo momento tra i candidati del Collegio di Palermo-Libertà, poi venne escluso e infine ripescato e collocato nel Collegio Cefalù-Madonìe, dove fu eletto con 29 mila preferenze.
Enzo Mignosi10 febbraio 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA: L'OMBRA USA DIETRO LA STRAGE ?
"La Repubblica"
Le carte segrete sulla strage
L' ombra Usa a Portella della Ginestra
dossier
ATTILIO BOLZONI E TANO GULLO
GLI agenti speciali hanno lasciato le loro impronte a Portella della Ginestra. L' ombra della strage che non ha avuto mai mandanti si allunga fino all' Office of Strategic Services, il servizio segreto americano che in quegli anni era comandato in Italia dal capitano James Jesus Angleton. Una pattuglia di quegli uomini che lui aveva reclutato tra le file della Decima Mas e nella sbirraglia fascista, sbarca a Palermo in anticipo su quel Primo Maggio. La missione siciliana e le altre incursioni contro i "rossi" in varie città d' Italia erano state programmate da quattordici mesi. Lo testimonia un cablogramma datato 12 febbraio 1946 indirizzato al War Department e firmato da Angleton in persona: "Ho bisogno immediatamante di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti ad un addestramento intensivo... Servono per operazioni militari". C' è aria di festa quella mattina di primavera del 1947 sulle colline intorno a Piana degli Albanesi, all' improvviso partono le sventagliate di mitraglia e il fuoco lascia per terra undici contadini. Ma non è solo Salvatore Giuliano a sparare. E non sono soltanto le armi dei suoi disgraziati banditi a far fuoco dalle rocce della montagna. Negli schedari degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti d' America, gli atti desecretati dalla Cia svelano fatti e personaggi che raccontano le vicende di Portella prima e dopo il bagno di sangue. Ecco cosa è custodito nel labirinto di carte sepolte per oltre mezzo secolo alla Central Intelligence Agency. Ci sono indizi che portano ancora alle "squadre" del principe Junio Valerio Borghese addestrate dall' Oss e spedite in Sicilia. Ci sono banditi che incontrano spie travestite da giornalisti. Ci sono monaci ed ex funzionari dell' Ovra che trattano con il "re" di Montelepre. Ci sono mafiosi del calibro di Lucky Luciano che a sorpresa tornano nell' isola. E, a Palermo, c' è anche un covo antibolscevico collegato con le milizie di tutta Italia. Ogni foglio del "servizio" Usa emana odore di intrigo. Ma lì dentro c' è soprattutto la storia di certe armi di cui nessuno si era mai curato. La prima traccia di Portella che conduce agli agenti di Angleton è ancora oggi conficcata nei corpi dei sopravvissuti: schegge di metallo di ignota provenienza. Non sono frammenti di proiettili, non sono bombe a mano andate in frantumi. Non sono niente, ufficialmente: solo "qualcosa" che il Primo Maggio ha colpito decine di contadini, donne e bambini. Quasi tutti i testimoni avevano allora raccontato "di aver sentito, prima degli spari, un sibilo e il tipico rumore dei mortaretti". Alcuni avevano addirittura pensato ai giochi di fuoco allestiti per il giorno di festa. Nei documenti di College Park si trova quel "qualcosa" che fa un sibilo. Quel "qualcosa" è dentro il manuale di "Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti" redatto dall' Oss nel febbraio del 1945. Nell' opuscolo c' è la foto della "Special Weapon", bomba aerea simulata in dotazione solo agli uomini del servizio segreto. Un testo ne spiega le caratteristiche tecniche e l' uso: "Obiettivo: simulare il fischio e l' esplosione di una bomba. Descrizione: è un congegno pirotecnico che produce un fischio dopo di che esplode come un grosso petardo...". In molti, a Portella, vengono raggiunti da quei frammenti. In quasi tutti i primi referti se ne parla, poi le schegge scompaiono per sempre dai rapporti medico-legali. E le uniche armi che risultano agli atti sono quelle imbracciate dai banditi di Giuliano. Eppure, già all' alba di quella mattina del Primo Maggio, i contadini che si incamminano verso il pianoro di Portella sentono le voci e le paure che si rincorrono per i paesi vicini. Tra le pieghe del processo per la strage c' è una testimonianza. Quella di Maria Baio che riferisce cosa le sussurra la vicina di casa Antonia Partelli: "Mi disse : "I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?"". Questo avviene poche ore prima della sparatoria. Ma vediamo - attraverso la documentazione dell' Oss - cosa è accaduto nei mesi precedenti. In un dossier "secret" del 20 febbraio 1946 si legge: "Molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia". Un altro dossier, stavolta a firma Angleton informa: "L' ex federale di Firenze Polvani ha promosso un incontro tra i principali gruppi neofascisti italiani... Polvani è arrivato per l' occasione dal Centro Nazionale neo fascista di Palermo...". Questo Polvani ricorre spesso negli archivi dell' Oss. Il capitano Angleton non ne riporta mai il nome di battesimo ma negli schedari di College Park si trova il fascicolo (scritto in italiano) di un agente del Servizio Informazioni Difesa della Repubblica di Salò che si chiama proprio Massimo Polvani. A Palermo, come abbiamo visto, è attivo il Fronte antibolscevico.Lo sponsorizza in un' "informativa" all' Oss anche Nino Buttazzoni, ex capitano della Decima Mas, un luogotenente del principe Borghese, che comincia a collaborare con i servizi Usa. Il Fronte antibloscevico di Palermo ha sede nel centro storico, in via dell' Orologio. Proprio qui, dopo la strage di Portella e dopo gli assalti del 22 giugno del 1947 alle Camere del Lavoro di mezza Sicilia, vengono ritrovati gli stessi volantini lanciati dai commandos che con bombe e mitra avevano seminato morte e terrore. Ma non ci sono solo i fascisti che fanno scorribande in Sicilia. A Palermo, soggiorna un boss che tutti davano ormai residente negli Stati Uniti. E' Lucky Luciano. Si aggira per i paesi di mafia intorno a Portella a bordo di una Dodge rossa carrozzata Torpedo. Sul boss circolano tante leggende. Una - sempre smentita dagli storici - lo voleva a Gela durante lo sbarco Alleato. Ma questa volta la "prova" della sua presenza sull' isola la forniscono gli stessi americani, catalogando nei loro archivi un "promemoria" che ricevono da Napoli il 27 agosto 1947: "Lucky Luciano giunse in Palermo proveniente da Genova il 2 gennaio ultimo scorso... dal 15 gennaio prese alloggio all' Excelsior e il 30 maggio passò alle Palme. Il 22 giugno lasciò Palermo per Capri. Durante la sua dimora in Palermo non risulta abbia svolto attività di sorta". L' appunto poliziesco è vero solo in parte. Nei mesi trascorsi a Palermo il mafioso non sta proprio con le mani in mano. Lo avvistano a Carini con una ciurma "di otto eleganti giovanotti" due ore prima dell' attacco alla Camera del Lavoro. Lo avvistano a San Giuseppe Jato quando da una Dodge rossa sparano contro la sezione comunista. Per conto di chi agisce Lucky Luciano? Perché torna in Sicilia libero mentre dovrebbe trovarsi in un pentitenziario americano per scontare una pena per traffico di droga? E' lo stesso boss che confiderà in seguito allo scrittore Tom Mangold: "Spero che non accada mai niente a James Angleton perché verrebbero sicuramente a cercare me". E' sempre in quel periodo che in Sicilia vengono paracadutati altre pedine fondamentali della "rete" di Angleton. Uno è il monaco benedettino scomunicato Giuseppe Cornelio Biondi, catturato dall' Oss (rapporto 4 aprile 1945) come "agente nemico" e poi internato in un campo di concentramento. All' improvviso viene misteriosamente liberato, qualche mese dopo ce lo troviamo in Sicilia. E' a Monreale insieme a Gaspare Pisciotta, il braccio destro di Giuliano. Poi c' è Ciro Verdiani, ex agente dell' Ovra che diventerà Ispettore Capo della polizia nell' isola. Anche lui è catturato come "agente nemico" (rapporto Oss 9 luglio 1945), anche lui scende a Sud, da super poliziotto al servizio di Angleton, per banchettare con il "re" di Montelepre. E infine c' è il giornalista Mike Stern che fa scoop a ripetizione intervistando il bandito. Più che giornalista Stern è una spia, ha il grado di capitano dell' Office Strategic Services. Manda le sue corrispondenze alle riviste "Life" e "True" fino agli ultimi assalti alle Camere del Lavoro del palermitano. Poi sparisce per sempre dall' isola. Nell' orbita dell' esercito di Angleton intanto entrano altri personaggi. Già siamo nel 1951 quando l' Oss è ormai Cia. Il documento ha la data del 30 novembre: "Dovrebbe aver luogo la nascita di un Fronte nazionale che raggruppa neofascisti come Valerio Borghese e i fondatori del Fronte nazionale monarchico, deputati Giovanni Francesco Alliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano". Quei due saranno accusati di essere tra i mandanti del massacro. A fare i loro nomi è Gaspare Pisciotta, prima di bere quel famoso caffè all' Ucciardone. Questa è la storia di Portella della Ginestra "riletta" con i documenti del servizio segreto americano. Questa è la storia di una strage che volevano in tanti.Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage
C' era un commando che sparò dall' alto
l' intervista 'Dietro quel massacro mafiosi e fascisti. E la probabile regìa occulta degli americani'
Giuseppe Casarrubea, 56 anni, storico, ha passato l' ultimo decennio a studiare la strage di Portella della Ginestra. All' avvenimento ha dedicato cinque volumi. Proprio per uno di questi libri, paradossalmente, Casarrubea è l' unico imputato per quei fatti del 1947. Lo ha querelato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. L' ufficiale si è sentito diffamato per la ricostruzione della misteriosa morte in una caserma di Alcamo di Salvatore Ferreri, uno dei banditi di Giuliano conosciuto come frà Diavolo. Il generale sostiene di avere sparato per legittima difesa durante una colluttazione; lo storico ritiene che si sia trattato di un' eliminazione per chiudere la bocca a un testimone che poteva "parlare" dei mandanti di Portella. Professore, lei da tempo scrive che Giuliano fu solo uno strumento usato da altri per fini eversivi. Vuole spiegare la sua tesi? "Negli atti del processo di Viterbo sulla strage ci sono numerose circostanze che fanno pensare a una manipolazione per coprire i veri responsabili. Le centinaia di documenti dell' Oss rinvenuti nel 2002 dal ricercatore Mario J. Cereghino all' Archivio nazionale degli Stati Uniti di College Park, dove ha trascorso sei settimane, ci forniscono nuovi elementi che porterebbero a una regia occulta americana". Cosa accadde veramente quel Primo maggio a Portella? "Secondo la versione ufficiale Giuliano fu l' unico esecutore della strage, invece fu solo un parafulmine. In realtà quella mattina interagirono diversi soggetti. Innanzitutto i mafiosi: tre giorni prima avevano tenuto un summit in una masseria vicina, ebbero loro il compito di controllare il territorio. Poi elementi fascisti si mossero dietro le quinte: per manovrare la banda Giuliano e per preparare militarmente il massacro. A Salvatore Ferreri, confidente numero uno del capo della polizia isolana Ettore Messana, fu ordinato di caricare i mitra e uccidere. Tanti soggetti interessati all' "affare politico" di Portella ma una sola mente". Giuliano ha sparato o no? "Si, ma in aria. I proiettili trovati sui corpi dei morti sono quelli del mitra Beretta calibro 9 che aveva Salvatore Ferreri, mentre il re di Montelepre era dotato di altre armi. Della presenza di frà Diavolo, documentata dai testi, non c' è traccia negli atti investigativi. Giuliano cadde in una trappola: la mente della strage gli fece credere che quel giorno si sarebbe solo dovuto assassinare il capo dei comunisti Girolamo Li Causi. Oggi si può legittimamente ritenere che sul pizzo di fronte al pianoro, a lanciare quelle bombe-petardo non potevano che essere uomini di un commando militare. Poi c' è un' altra inquietante coincidenza nei sei mesi precedenti: si muovono con sincronia in Sicilia tre personaggi chiave: Lucky Luciano, Mike Stern e Salvatore Ferreri. E proprio in quei mesi le tante mafie diventano un' unica potente mafia".il caso
Fu il primo eccidio nell' Italia del dopoguerra
Quella di Portella della Ginestra è la prima strage del dopoguerra italiano. Il Primo Maggio del 1947 migliaia di contadini provenienti da San Giuseppe Jato e da Piana degli Albanesi, scesero nel pianoro per la festa dei lavoratori. I primi colpi di mitraglia partirono alle dieci, i morti furono 11 e i feriti 57. Il processo per la strage si aprì a Viterbo nell' aprile del 1950 e si concluse con la condanna di vari membri della banda Giuliano. Tra questi anche Gaspare Pisciotta che, nel 1954, morirà avvelenato all' Ucciardone. Il bandito Giuliano fu ucciso nel luglio del '50.10 febbraio 2003 - CASO MATTEI: INTERVISTA CON GRAZIANO VERZOTTO
"La Sicilia"
Intervista con Graziano Verzotto, il superstite "Tensione tra Mattei e le Sette sorelle, ma fu disgrazia"
Tony Zermo
L'unico rimasto in vita dei protagonisti di quel tempo è l'uomo dei misteri, l'ex senatore Graziano Verzotto, 80 anni. Ora si trova al "Gemelli" di Milano per curare il Parkinson. "E' inarrestabile - dice scherzando - ho chiamato i carabinieri, ma nemmeno loro ce la fanno". Però è lucido e la voce forte. Verzotto, nato a San Giustino in Colle (Padova), è stato uno dei vicerè di Sicilia: potente presidente dell'Ente minerario siciliano, segretario regionale della Dc, eletto senatore nel collegio di Noto, amico personale di Mattei e rappresentante dell'Eni in Sicilia. Suo il progetto del gasdotto algerino poi rilevato dall'Eni. Quando cercarono di incastrarlo perché aveva messo i fondi dell'Ems nella banca Privata di Michele Sindona - l'accusa era di avere lucrato interessi extra sottobanco - fuggì a Beirut dove lo intervistammo. Da quella storia uscì poi assolto. Mai chiarito invece il tentato sequestro ai suoi danni da parte di un gruppo scombiccherato di balordi capeggiato dal presunto brigatista Berardino Andreola. Verzotto venne bloccato nell'ascensore di casa a Siracusa, gli spararono (il proiettile bucò il cappotto), ma riuscì a divincolarsi. Poi i mancati sequestratori furono tutti arrestati, compreso un ambiguo avvocato agrigentino.
Qualche sospetto Verzotto se lo trascina, perché se è vero, come dice Buscetta, che l'aereo di Mattei fu sabotato da mafiosi mandati dal boss di Riesi Beppe Di Cristina, proprio Di Cristina era stato assunto da Verzotto alla "Sochimisi", società satellite dell'Ems. Ormai è acqua passata e lui uscito indenne da tutto accetta di parlare di Mattei.
"Lui era del 1906 - ricorda - e oggi avrebbe 97 anni. Io ero più giovane di una quindicina d'anni. Ci conoscevamo indirettamente perché lui era il comandante dei partigiani cattolici e operava in Lombardia e io comandavo una brigata di partigiani cattolici nell'alto padovano. Mattei faceva parte del comando generale assieme a Longo, Pertini e Parri. Mattei al principio del '46 promosse un convegno a Roma e mi sono trovato a fare da segretario del congresso. Avevo 23 anni. Facevamo tutti parte dell'Anpi, l'associazione nazionale dei partigiani italiani, ma avevamo voglia di rompere perché non sopportavamo più la prevaricazione che facevano i comunisti all'interno dell'associazione, e così abbiamo costituito la corrente dei partigiani cristiani, di cui Mattei è stato presidente".
Com'è che poi siete approdati nel campo degli idrocarburi?
"Mattei era già all'Agip, allora l'Eni non esisteva. Mi chiamarono a Milano promettendomi un posto. Per la verità avevo pensato di andare alla Rasiom di Augusta, ma il 15 maggio del '50 vado a Milano ed entro in Agip, nell'ufficio vendite metano che era stato appena creato e aveva sede in piazza Cordusio. Dovevamo convincere gli industriali lombardi a usare il metano al posto dell'olio combustibile o del carbone".
Quando venne in Sicilia?
"Mi ci mandò Mattei nel '55 sia perché la Dc mi voleva dare, come poi mi ha dato, l'incarico di commissario del partito a Siracusa, e sia perché l'interesse dell'Eni per la Sicilia cresceva e bisognava creare un ufficio per le relazioni dell'Eni con la Regione".
Ma alla luce dei problemi ambientali, complessivamente abbiamo fatto un buon investimento in Sicilia, oppure era meglio non realizzare industrie pesanti?
"Alcune località sono state scelte male. Ma allora non era facile, perché tutti gli esponenti politici delle varie Regioni cercavano di attirare un investimento programmato dell'Eni, la Sicilia fu particolarmente favorita dalla scoperta del metano a Gagliano Castelferrato e soprattutto del petrolio di Gela, scoperta che venne dopo quella del petrolio di Ragusa da parte della Gulf".
Perché dice che alcune località scelte sono state sbagliate?
"Lo dico da un punto di vista ambientale. Per la verità la Regione all'epoca non aveva maturato una coscienza ambientale. Il tasto delle disoccupazione era quello che suonava più forte e i governi Milazzo e D'Angelo pressavano per l'industrializzazione".
Sulla fine di Mattei che opinione s'è fatto?
"Ogni volta che mi fanno questa domanda vorrei astenermi. In un primo momento fui convinto come tutti gli italiani che si trattava di sabotaggio, poi la commissione governativa di indagine disse che si trattava di una disgrazia e anche la Procura di Pavia che ha riaperto le indagini non mi pare che abbia trovato molto. La verità è che avere prove di un sabotaggio non è che sia tanto facile".
All'epoca chi aveva interesse a eliminare Mattei?
"Le "sette sorelle" hanno avuto scontri notevoli con Mattei, perché la politica petrolifera dell'Eni all'estero mirava a rompere le uova nel paniere delle grandi Compagnie. Lei ricorderà la politica di Mattei del fifty-fifty (l'Eni faceva la ricerca, estraeva petrolio e dava ai Paesi la metà dei guadagni, mentre le "sette sorelle" erano abituate a concedere molto meno, ndr). L'offerta dell'Eni era pesante e provocatoria nei confronti delle "sette sorelle". Però sembrerebbe anche dai documenti che alla fine si fosse trovata un'intesa per cui se prima c'era interesse a dare fastidio a Mattei per le sue intemperanze, dopo l'intesa il motivo di colpire Mattei non c'era più".
Lei fu fortunato, nel senso che declinò l'offerta di Mattei di accompagnarlo nel volo verso Milano.
"Non c'ero solo io, ma anche il presidente D'Angelo, anche il professor Falestrini, assistente di Mattei, anche l'ing. Fornara che era il direttore dell'Eni. Mattei aveva in aereo un posto libero e voleva che qualcuno lo accompagnasse per chiacchierare. Era un privilegio viaggiare con Mattei, la gente faceva la coda. Io sono stato praticamente salvato da un convegno che avevo alla Dc di Siracusa per preparare le elezioni amministrative che ci sarebbero state da lì a poco. Falestrini aveva un impegno alla Facoltà di Economia a Milano e quindi si era già accaparrato l'altro aereo dell'Eni che stava a Gela. Lui sapeva che Mattei portava sempre ritardo e quindi preferiva andare con l'altro aereo, che era un bimotore De Havilland".
Ma perché, a Gela c'è un'altra pista?
"C'è una pista militare quasi coperta dall'erba - chiamarla pista è un po' esagerato - dove può atterrare solo un pilota molto bravo. Per l'occasione i carabinieri di Gela furono avvertiti per fornire assistenza".
Il pentito Masino Buscetta disse: "L'aereo di Mattei fu sabotato da una "squadra" mandata a Fontanarossa dal boss di Riesi Beppe Di Cristina". Ma Verzotto non ci sta a questa ricostruzione del pentito e al giudice di Pavia, Calìa, dice: "La nascita del Petrolchimico era un'idea avviata da Cefis quale direttore generale dell'Eni e dall'avv. Vito Guarrasi come responsabile del piano di sviluppo industriale della Regione siciliana. Per spiegare la morte di Mattei bisogna chiedersi a chi serviva. Non serviva più alle "sette sorelle" che avevano raggiunto con Mattei una tregua, non serviva nemmeno all'Oas e ai servizi segreti francesi perché la questione degli aiuti dell'Eni agli insorti algerini e il metanodotto Algeria-Sicilia si era risolta da sola con l'indipendenza dell'Algeria. Cefis invece si avvantaggiò della morte di Mattei perché era stato allontanato dagli incarichi che ricopriva".
Il "giallo" diventa più fumoso. Ne resta aperto un altro, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che cercava notizie sull'ultimo giorno di Mattei in Sicilia. "Gli feci la cronistoria della giornata - ricorda Verzotto - e gli suggerii di andare dall'avvocato Guarrasi, che però non lo volle ricevere". Che c'entra Guarrasi? "C'è una registrazione telefonica. Guarrasi da Parigi parla al telefono con il vecchio commercialista Nino Buttafuoco e gli dice di parlare di meno, di stare più cauto. Come ricorderà, Buttafuoco era andato in casa De Mauro per chiedere se lui, prima del rapimento, stesse lavorando su delle carte, gli interessavano soprattutto eventuali carte sull'Eni. Non voglio accusare nessuno, ma ci sono delle ombre nel comportamento di Buttafuoco e di Guarrasi". Anche loro defunti. I grandi "gialli" di Sicilia non si spiegano mai.11 febbraio 2003 - CORSIVO SATIRICO SU MORMINO; FORZA ITALIA E LA MAFIA
"Liberazione"
Don Pancrazio
La mafia - e per essa il boss dei boss Bernardo Provenzano - l'aveva pensata bella. Prendere l'avvocato penalista Nino Mormino, "personaggio carismatico e di spessore" e difensore di fiducia di svariati ed eminenti uomini d'onore (compreso l'attuale "collaboratore" Nino Giuffrè, che ha autorevolmente svelato l'episodio), farlo presentare alle elezioni con Forza Italia, farlo eleggere con 28.960 voti nel collegio Cefalù-Madonie, farlo imporre dal Cavaliere a vice-presidente della Commissione Giustizia della Camera e da quella posizione consentirgli di operare efficacemente per il varo di "provvedimenti utili a Cosa Nostra". Ma, a parte il certamente ignaro Mormino, Provenzano non aveva fatto i conti con l'integrità del Cavaliere e con il suo rispetto per la sacralità delle istituzioni e per l'autonomia del processo legislativo. Mai e poi mai il partito del Cavaliere e di Dell'Utri avrebbe potuto anche solo prendere in considerazione una pressione moralmente così irricevibile. E infatti l'avvocato di Giuffrè l'hanno messo in lista e fatto votare, ma direttamente loro, non Provenzano! E Giuffrè è stato eletto nella presidenza della Commissione Giustizia ovviamente dalla maggioranza democratica della Camera e non certo da Provenzano, dai suoi sicari e dai suoi "colletti bianchi"!
donpancrazio@email.it11 febbraio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: LA DIFESA CHIAMA PERSONAGGI FAMOSI
"La Sicilia"
Processo Dell'Utri
La difesa chiama a deporre decine di vip da Galliani a Fede
Palermo. Saranno decine i vip che nei prossimi mesi deporranno a Palermo dove si svolge il processo a carico di Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La difesa del parlamentare azzurro ha ribadito la necessità di ascoltare personaggi famosi come Maurizio Costanzo, Enrico Mentana, Emilio Fede, Paolo Liguori, Giuliano Ferrara, Vittorio Feltri. E ancora la difesa Adriano Galliani e Fedele Confalonieri. Nutrita anche la lista dei politici fra cui Gianni Letta, Marco Pannella e Alfredo Biondi. Le date delle udienze in cui verranno ascoltati i vip non sono state ancora decise. Molto probabilmente teatro delle udienze saranno i palazzi di giustizia di Roma e Milano. Non è esclusa, infatti, la trasferta del collegio giudicante.12 febbraio 2003 - PORTELLA DELLA GINESTRA: INTERVISTA A CASARRUBEA
Liberazione"
Intervista allo storico Giuseppe Casarrubea, autore di numerosi testi sull'eccidio A Portella della Ginestra la prima strage di stato Vittorio Bonanni Il professor Giuseppe Casarrubea, storico, è senz'altro il maggior conoscitore di quel terribile massacro perpetrato nel 1947 a Portella della Ginestra contro il movimento contadino siciliano, durante il quale morirono 11 persone e 27 rimasero ferite. Su quell'episodio ha pubblicato ben cinque volumi (tre monografie uscite per la Franco Angeli e due raccolte di documenti della casa editrice Sciascia di Caltanissetta), uno sforzo intellettuale che gli è costata anche una denuncia da parte di un ex capitano dei carabinieri che, secondo il professore, ebbe un ruolo chiave nell'eliminazione di uno dei testimoni della strage. Una mole di studio enorme che ha avuto il merito di rompere il velo di omertà sulla reale matrice di quell'eccidio, organizzato da settori dello Stato con la collaborazione degli Stati Uniti.
"Da parecchi anni mi dedico alla storia di questa vicenda - dice Casarrubea - e dopo una prima ricognizione sulle carte relative al processo di Viterbo e ad un secondo che si celebrò poi a Roma venni a conoscenza di piste abbastanza significative che conducevano oltre il territorio della Sicilia occidentale. Per cui mi premurai di approfondire e di trovare una serie di riferimenti utili a capire bene il quadro, cioè la cornice generale al cui interno si era verificata la strage. E questa pista portò a precisi indizi. Per esempio, alla presenza di Stern - il capitano delle Oss (Office Strategic Services, i servizi segreti americani prima della Cia ndr), presente già nel '47 a Palermo e in tutta la Sicilia e in contatto con il bandito Giuliano (considerato per lungo tempo l'unico esecutore della strage ndr) - e ad altri soggetti che provenivano dagli Stati Uniti, come quel Giliotti, capo della massoneria californiana. Era dunque ben strano che personaggi come quelli che ho citato si spostassero da così lontano solo per incontrare un bandito. La cosa dunque mi aveva molto insospettito. Questo fu l'inizio di un approfondimento che adesso ha portato fino alle carte dell'università del Maryland, dove fino a poco tempo fa sono stati tenuti segreti centinaia di documenti dell'Oss.
Come si è arrivati a far luce su questo terribile capitolo della storia italiana?
Si è costituito un team di lavoro di cui fa parte un gruppo di storici e di ricercatori che si è recato negli Stati Uniti per fare degli approfondimenti e acquisire della documentazione che ha condotto agli esiti che ormai già conosciamo e cioè alla presenza di personaggi della X Mas che si muovevano all'interno dello scenario stragista. Sappiamo di certo che questi personaggi erano molto interessati a costituire in Sicilia una roccaforte per le loro operazioni.
A che punto è ora la ricerca della verità?
Noi siamo così interessati alla vicenda e siamo così convinti che dietro le quinte si nascondano i veri protagonisti, che abbiamo chiesto la riapertura delle indagini su quella strage e gli avvocati Gervasi, Botta e Sorrentino si stanno adoperando perché ci sia una riapertura del processo presso la procura di Palermo. Questo è un primo dato. Poi so che già da ieri (lunedì per chi legge ndr) c'è stata un'iniziativa da parte di Giuseppe Lumia, esponente Ds della Commissione antimafia, finalizzata alla riapertura delle indagini. Insomma questa ricerca non può essere affidata esclusivamente ai privati. Noi ci siamo mossi come familiari, come studiosi, appunto come soggetti privati. Però sarebbe bene che le istituzioni facessero la loro parte, a cominciare appunto dalla Commissione antimafia e dalla magistratura che dovrebbero lavorare per la riapertura dell'inchiesta, affinché su questa prima strage di stato ci sia un'attenzione pubblica che finora purtroppo non c'è stata.
Non crede che tutto questo possa aiutare a ristabilire una verità storica visto che, soprattutto in questi ultimi anni, la sinistra è stata colpevolizzata per crimini commessi al di fuori dei nostri confini, quando poi in Italia succedevano episodi come quello, appunto, di Portella della Ginestra?
Può servire anche a capire meglio il presente perché io credo che siamo in una situazione molto analoga a quella che si verificò in Sicilia e in Italia negli anni '46-47. Una situazione veramente pericolosa, nel senso che in nome dell'anticomunismo allora e adesso, in nome anche di una certa iniziativa internazionale contro non meglio definiti terroristi, si cerca di dominare il mondo. La logica è sempre la stessa. Angleton (capo dei servizi segreti americani in Italia dopo la guerra ndr) allora, Bush adesso.
Professore, in questi giorni di vigilia di una guerra che sembra inevitabile, spesso a chi contesta il ruolo destabilizzante che gli Stati Uniti hanno avuto fin dal dopoguerra in Italia e in altre parti del mondo, come per esempio l'America latina, si risponde ricordando l'aiuto fondamentale che Washington ha dato all'Europa nella lotta contro i nazi-fascisti. Come risponde a questa considerazione?
In realtà agli americani furono i primi a liberare gruppi di facinorosi e criminali per metterli a disposizione dell'anticomunismo. Utilizzarono, come è ormai assodato, la peggiore canaglia della X Mas per operazioni di tipo criminale, come risulta dagli atti che abbiamo rinvenuto. Purtroppo i mezzi di informazione di massa non aiutano il processo della consapevolezza di ciò che storicamente è avvenuto e di ciò che sta avvenendo ancora oggi. E questo è molto pericoloso, perché la disinformazione crea mostri.
Squarciare le nebbie del passato "Siamo come il padre, il figlio e lo Spirito Santo", gridava Gaspare Pisciotta - luogotenente di Salvatore Giuliano - dalle gabbie del processo di Viterbo per dire alla corte che lo processava e all'opinione pubblica che tra certa politica, certe forze dell'ordine e la loro banda si era realizzata una compenetrazione totale. Alla luce delle novità provenienti dalla desecretazione di taluni atti del 1945-50 della statunitense organizzazione di spionaggio Oss (poi Cia), sembra di poter affermare che, nella strage di Portella della Ginestra, c'era un convitato eccellente, quel "qualcos'altro" invisibile presenza nel filo rosso che lega quella strage sino all'ultima di via D'Amelio, passando per i momenti più tragici della storia repubblicana. Da questi documenti si possono ricostruire le reti di spionaggio, i reclutamenti di fascisti repubblichini, i ripescaggi di funzionari di polizia allegramente transitati dal vecchio regime alla democrazia, in un contesto siciliano segnato dalla grande battaglia per le terre e dalla eccezionale vittoria elettorale del blocco del popolo (comunisti e socialisti uniti) che si affermò come prima forza politica. Questa "infezione" politica in terra di Sicilia doveva essere fermata con ogni mezzo, perché poteva intaccare equilibri geopolitici che andavano ben al di là dello stretto e delle Alpi. Nel pianoro e sui monti di Portella, sui corpi delle vittime e degli scampati non fu mai condotta una indagine degna di questo nome, il processo giudicò su di un massacro rimasto (anche quello: basti solo pensare ai 60 sindacalisti uccisi) senza mandanti. L'ostinata fede nella democrazia, intesa come irrinunciabile ricerca della verità per un possibile mondo diverso, reclama la riapertura delle indagini, e ciò non soltanto per le nuove emergenze d'oltre Atlantico ma pure per l'insieme di ricerche, conoscenze, analisi, ipotesi raggiunto da chi non ha ceduto alla rassegnazione. Senza coltivare illusioni, un processo potrebbe squarciare le nebbie di quel passato sempre presente consentendo di riprendere i fili di un discorso brutalmente interrotto già alla nascita della Repubblica.12 febbraio 2003 - GIUFFRE', ATTENTATO ADDAURA VOLUTO DA RIINA CONTRO DEL PONTE
ANSA:
Il fallito attentato dell' Addaura a Palermo sventato il 19 giugno 1989 contro il giudice Giovanni Falcone era stato deciso da Toto' Riina "con un ristretto gruppo di uomini d' onore". Lo ha rivelato il collaboratore di giustizia Antonino Giuffre', deponendo in videoconferenza nel processo d' appello che si svolge a Caltanissetta. Il pentito ha confermato che gli obiettivi di Riina erano il giudice Falcone e l'allora Procuratore elvetico Carla Del Ponte, oggi presidente del tribunale internazionale che giudica i crimini di guerra. Giuffre' ha detto di aver appreso dell' attentato da vari boss mafiosi con i quali avrebbe commentato le fasi dell' operazione. Secondo l' ex capomafia di Caccamo, a piazzare la borsa con l' esplosivo sulle rocce dell' Addaura, a poca distanza dalla villa in cui Falcone viveva, sarebbero stati Salvatore Biondino e Antonino Madonia, entrambi imputati in questo processo. Il pentito ha appreso le modalita' con le quali e' stato portato avanti il piano criminale, conversando con Bernardo Provenzano, Raffaele e Calogero Ganci e Gioacchino La Barbera. Rispondendo alle domande del procuratore generale, Giuffre' ha escluso la responsabilita' della commissione di Cosa nostra ed ha affermato che l' attentato era stato deciso da Riina durante una riunione alla quale avrebbero preso parte Giovanni Brusca, La Barbera e Raffaele Ganci. Per il collaboratore questa decisione "non era una cosa insolita per Riina - dice Giuffre' - perche' quando c' era qualcosa che lo interessava personalmente non diceva nulla a nessuno e andava avanti senza ascoltare il parere degli altri capimafia". L' attentato venne sventato la mattina del 19 giugno 1989 grazie ai controlli effettuati dalla scorta di Falcone. I poliziotti trovarono nascosti in una borsa da sub 58 candelotti di gelatina collegati ad un timer e depositata nella piazzola vicino al mare in cui il giudice era solito tuffarsi per fare il bagno. Antonino Giuffre' nella deposizione di oggi e' andato oltre le dichiarazioni rese il 4 dicembre scorso ai pm, durante la fase preliminare, interrogato sull' attentato all' Addaura. Il pentito ha spiegato i motivi che avrebbero spinto Riina a decidere l' eliminazione del procuratore elvetico Carla del Ponte e di Giovanni Falcone. Secondo il collaboratore sarebbero stati entrambi di intralcio agli affari di Cosa nostra, in particolare per il riciclaggio del denaro sporco attraverso le banche svizzere. Giuffre' ha ricordato che Pippo Calo' e Nino Rotolo erano i boss che avevano stabilito i canali in Svizzera per ripulire il denaro proveniente dal traffico di droga. Il collaboratore ha spiegato che i soldi che arrivavano dall' America, dal traffico di droga, si dovevano cambiare da dollari in lire. "Molti di questi passaggi - dice Giuffre' - avvenivano anche in Svizzera e Pippo Calo' era la persona che curava questi depositi, questo giro di denaro. Tutte le volte che Calo' tornava in Sicilia la prima cosa che faceva si metteva in contatto con Toto' Riina"'. Ma Calo' viene arrestato nel 1985: 'non e' che con l'arresto di Calo' si sono interrotti - aggiunge l' ex capomafia - e' stata fatta una nuova linea, altre persone e il mondo continua. E questo, certamente, perche' la Del Ponte era troppo curiosa, investigativamente curiosa. Cosi' la magistratura comincia ad indagare su queste persone che sono in contatto con la Svizzera e tra le persone appositamente legate a Pippo Calo'. Poi hanno appurato che c'era un legame tra Falcone e la Del Ponte, e hanno giurato di eliminarla". Secondo il collaboratore di giustizia, nel giugno 1989, cogliendo al volo l' occasione che la Del Ponte era in Sicilia insieme a Falcone, sarebbe stato preperato l' attentato all' Addaura. "In questo modo - spiega Giuffre' - si sarebbero presi due piccioni con una fava".12 febbraio 2003 - RIINA,MAI CONOSCIUTO GIUFFRE'. PROVENZANO? NO COMMENT
ANSA:
"Non ho mai conosciuto Nino Giuffre'. Su Bernardo Provenzano preferisco non rispondere". "I pentiti?. Dicono solo bugie perche' sono istruiti". Il Toto' Riina-pensiero va in scena nell'aula di giustizia di Termini Imerese in cui si celebra il processo ad otto imputati di mafia. L'esame del boss di Corleone viene chiesto dall' avvocato Pino Scozzola. E il capomafia accetta di rispondere. L'unico no comment arriva quando il pm Marcello Musso gli chiede quali siano stati i suoi rapporti con Bernardo Provanzano. "Mi avvalgo della facolta' di non rispondere" dice in videoconferenza dal carcere di Ascoli Piceno in cui e' detenuto al regime del 41 bis. Ma se Giuffre' Riina non l' ha mai visto, Giovanni Brusca lo conosce perche' proprietario di un terreno che confinava con il suo e Luca Bagarella perche' suo cognato. "Giuffre' dice che vi siete incontrati in diverse occasioni" replica il pm. "I pentiti dicono solo bugie - risponde il boss - perche' sono istruiti. Li istruisce chi cammina a braccetto con loro, chi li ha in consegna". Sul presunto condizionamento dei collaboratori Riina non vuole aggiungere altro. "Lo sa lei chi ci cammina con loro - replica al magistrato - io non lo so". Dopo l' esame del capomafia si e' svolto il confronto tra i pentiti Nino Giuffre' e Salvatore Barbagallo. I due erano stati citati per alcuni contrasti nelle dichiarazioni rese sull' affiliazione a Cosa nostra di Barbagallo.13 febbraio 2003 - ANTIMAFIA: COMITATI SU PORTELLA GINESTRA E OMICIDIO ALFANO
ANSA:
Saranno istituiti all' interno della commissione antimafia due comitati interni che dovranno indagare su Portella della Ginestra, e sull' omicidio del giornalista Alfano, ucciso dalla mafia dieci anni fa. Lo ha deciso oggi l' ufficio di presidenza dell' organismo di S.Macuto. "Siamo molto soddisfatti che sia stata accettata la nostra proposta - ha commentato il capogruppo Ds in commissione, Giuseppe Lumia - perche' la storia di Portella della Ginestra e' una storia che ha inciso moltissimo sulla storia della Sicilia, e sullo sviluppo politico e democratico della Sicilia e del nostro Paese. La possiamo considerare la prima strage di Stato del nostro Paese. Ecco perche' e' importante che la commissione antimafia riprenda la scelta che fece la commissiona della scorsa legislatura quando si fece il gesto di rottura della desecretazione di tutti gli atti della commissione. Adesso, anche alla luce delle notizie pubblicate in questi giorni provenienti dagli atti dei servizi americani, e' giusto che ci si ritorni in modo sistematico". Per quanto riguarda Peppe Alfano, ricorda ancora Lumia "si tratta di un giornalista ucciso dalla mafia dieci anni fa a Barcellona Pozzo di Gotto. Vorremmo utilizzare per questo caso l' esperienza fatta sul caso Impastato nella scorsa legislatura. Anche su Alfano bisogna fare verita' e giustizia"."E' sicuramente un segnale importante che ci auguriamo possa portare finalmente a individuare gli ispiratori politici di questo delitto e che possa accendere i riflettori sugli intrecci politico - mafiosi di Barcellona". Cosi' la figlia del giornalista Beppe Alfano, Sonia, commenta la decisione della commissione antimafia di istituire due comitati interni che dovranno indagare sull' uccisione del padre e sulla strage di Portella della Ginestra. "Non possiamo che manifestare gratitudine - aggiunge Sonia Alfano a nome della famiglia - all' on. Lumia, all' on. Vendola e all' on. Napoli che si sono fatti promotori di questa iniziativa". La figlia di Beppe Alfano definisce l' iniziativa della commissione antimafia "un segnale importante, che fa seguito alla decisione del procuratore di Messina Luigi Croce di riaprire nel gennaio scorso le indagini sul delitto". "Siamo fiduciosi - conclude Sonia Alfano - e convinti che la giustizia fara' il suo corso senza guardare in faccia nessuno, nemmeno esponenti politici di rango".
13 febbraio 2003 - PECORELLI: DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA APPELLO
"Il Nuovo"
"Andreotti fu l'ideatore del delitto Pecorelli"
Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato il senatore a vita a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista. "Aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie".
PERUGIA - "E' stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli". E' per questo motivo che i giudici della Corte d'Appello di Perugia hanno condannato, a 24 anni di carcere il senatore a vita Giulio Andreotti. Lo hanno spiegato il presidente Gabriele Verrina e il giudice relatore Maurizio Muscato nelle motivazioni della sentenza, depositate alla cancelleria penale della Corte.
I giudici ritengono che il movente del delitto sia da collegare all'attività del giornalista. "Andreotti - si legge ancora nelle motivazioni - aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita".
La corte spiega di aver dato una "insuperabile valenza probatoria" alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che ha detto di aver ricevuto da Badalamenti e Bontate "confidenze" in merito al delitto. "L'omicidio - ha detto Buscetta ed hanno ripetuto i giudici - era stato organizzato da Bontate e Badalamenti". "Il movente - sempre secondo Buscetta - era individuabile nell'attività di giornalista che Carmine Pecorelli svolgeva in collaborazione con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che era riferibile a documenti segreti provenienti da Aldo Moro o, comunque, riguardanti il caso Moro".
"Se Bontate e Badalamenti - sostengono i giudici - hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista in uno scenario politico alquanto torbido, lo hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti". "Ciò - continuano - appare evidente, se si considera che il sistema mafioso è un sistema complesso, esteso, resistente, che ha i suoi referenti anche e soprattutto nei partiti". "L'omicidio Pecorelli - concludono - è stato un delitto che ha avuto come movente il mandante politico, che è stato solo organizzato ed eseguito da esponenti della mafia, perchè intorno all'eliminazione di Pecorelli confluivano, per modo diretto, interessi politici e criminali legati da un comune filo conduttore".
La Corte d'assise d'Appello di Perugia condannò il 17 novembre scorso Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli, direttore di Op. Il delitto avvenne il 20 marzo del 1979. La sentenza ha in parte ribaltato quella di primo grado, che assolse tutti gli imputati: il senatore Andreotti, i mafiosi Badalamenti, Calò e La Barbera e l'estremista neo fascista Carminati.17 febbraio 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: PM EMILIANO SU CONTATTI CON PENTITO
ANSA:
Il sostituto procuratore di Bari, Michele Emiliano, e' stato interrogato oggi in aula nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. Il magistrato, citato dalla difesa, ha risposto alle domande che riguardavano i suoi contatti professionali con il pentito Cosimo Cirfeta, il collaboratore di giustizia coimputato insieme a Dell' Utri per calunnia, in un altro processo che si svolge a Palermo. Emiliano ha ricordato i processi in cui sono state utilizzate le dichiarazioni rese dal pentito e ha sottolineato che una corte di Bari non le ha ritenute attendibili. Cirfeta e Dell' Utri, secondo l' accusa, avrebbero progettato un piano per incrinare l' attendibilita' di quei pentiti che avevano rilasciato dichiarazioni contro il parlamentare di Fi nel processo in corso a Palermo. Nell' udienza di domani e' prevista la deposizione di Cirfeta; i legali di Dell' Utri hanno annunciato che il senatore sara' presente in aula.17 febbraio 2003 - MAFIA: BOSS A CC, DELITTI POLITICI DANNEGGIARONO COSA NOSTRA
ANSA:
"Molti misteri siciliani, tra cui i delitti Mattarella, Insalaco e La Torre, hanno danneggiato la mafia, avvantaggiando solo alcuni esponenti politici", ha confidato il boss Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio. "Sia nel caso dell'omicidio Reina che, indirettamente, in quello Mattarella, Cosa nostra aveva agito nell' interesse di Vito Ciancimino", ha detto il pentito Giovanni Brusca. I misteri legati ai delitti politici degli anni '80 in Sicilia sono tornati nell'aula del processo La Torre nella deposizione di Brusca e nelle trascrizioni delle registrazioni dei colloqui tra l'ufficiale dell'Arma ed il suo confidente ucciso da Cosa Nostra, depositate stamane. "Non so attraverso quali canali i politici potevano ordinare i delitti - confido' Ilardo a Riccio - ma dalle usanze siciliane, quando un onorevole dava una battuta ad un uomo d'onore con cui aveva confidenza e diceva 'quello rompe le scatole' gia' significava che era pericoloso e, quindi, o si faceva stare zitto, o si toglieva dalla scena". A portare alla mafia le istanze dell'ex sindaco democristiano, morto a Roma in dicembre, secondo Brusca, sarebbe stato l' ex geometra dell' Anas Pino Lipari, del quale la Procura ha recentemente 'rifiutato' l'offerta di collaborazione, ritenendolo inattendibile. "Mediatore tra Riina e Provenzano e Ciancimino - ha detto il teste - Lipari faceva capire a Cosa nostra che certe persone erano di ostacolo all' azione di Ciancimino e Cosa nostra le eliminava". La circostanza sarebbe stata rivelata al collaboratore, nel '93, dal boss Leoluca Bagarella, cognato di Riina. Giovanni Brusca ha poi indicato nella normativa patrimoniale antimafia promossa da La Torre la causa del suo assassinio e uno dei moventi della stagione stragista del '92. "Ora gliela faccio fare io la legge sulle confische dei beni", avrebbe esclamato beffardamente Salvatore Riina, ha riferito Brusca, dopo la morte di Pio la Torre. "Alla mafia le misure di prevenzione facevano paura - ha aggiunto Brusca - tanto che indirettamente sono state anche alla base delle stragi del 1992". Secondo il collaboratore, l' abrogazione del sequestro e delle confische dei patrimoni dei boss sarebbe stata tra gli obiettivi che i capimafia si proponevano con la strategia stragista. A portare alla mafia le istanze dell'ex sindaco democristiano, secondo Brusca, era l' ex geometra dell' Anas Pino Lipari, mediatore tra Riina e Provenzano e Ciancimino. "Lipari - ha detto il teste - faceva capire a Cosa nostra che certe persone erano di ostacolo all' azione di Ciancimino e Cosa nostra li eliminava". La circostanza sarebbe stata rivelata al collaboratore, nel '93, dal boss Leoluca Bagarella.17 febbraio 2003 - MAFIA: D'ANTONE, CON CASSARA' SOLO PICCOLE DIVERGENZE
ANSA:
"Con Ninni Cassara' e Beppe Montana ho avuto solo piccole divergenze amministrative". Lo ha detto l' ex capo della Squadra Mobile di Palermo Ignazio D' Antone, sotto processo per concorso in associazione mafiosa, prendendo la parola davanti alla corte d' appello di Palermo per fare alcune dichiarazioni spontanee, una delle quali riferita ai due funzionari di Polizia assassinati dalla mafia nell' estate del 1985. "Sul mancato blitz dell' hotel Costa Verde - ha aggiunto D' Antone - non feci intervenire i miei uomini perche' temevo per le persone presenti al banchetto". In tre ore di dichiarazioni spontanee, D' Antone ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera. "Non ho mai avuto seri contrasti con i miei colleghi - ha detto -. Tra noi ci sono state solo inevitabili divergenze sulla gestione dell' ufficio". Una lunga parte dell' intervento dell' imputato e' stata poi riservata ai "mancati blitz" del Costa verde e della Magione. Secondo l' accusa, nel dicembre del 1983, il funzionario avrebbe impedito la cattura del boss latitante Pietro Vernengo fermando i suoi uomini che stavano facendo irruzione nella chiesa della Magione durante il battesimo del nipote del boss capomafia. "Non sono mai stato in quella chiesa", ha detto il poliziotto ai giudici. Solo un mese piu' tardi, a gennaio del 1984, secondo gli inquirenti, D' Antone avrebbe impedito a decine di agenti sulle tracce di latitanti di entrare all' hotel Costa Verde durante un banchetto di nozze dei familiari del boss Masino Spadaro. "Temevo per le persone presenti", la spiegazione data alla Corte. La linea difensiva e' la stessa seguita al processo di primo grado, conclusosi con la condanna a 10 anni di D' Antone. Lunedi' prossimo comincera' l' arringa del legale del funzionario, l' avvocato Ninni Reina. A fine marzo e' attesa la sentenza.17 febbraio 2003 - MAFIA: OMICIDIO FRANCESE, MOTIVAZIONI SENTENZA
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"Il movente dell' omicidio Francese e' sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle piu' complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70". Nelle motivazioni del processo d'appello i giudici confermano le conclusioni cui sono giunti quelli di primo grado: il cronista giudiziario del Giornale di Sicilia Mario Francese venne assassinato nel '79 a Palermo dalla mafia perche' "aveva raccolto un eccezionale patrimonio conoscitivo sulla struttura e sulle attivita' dell'associazione ed aveva fornito all'opinione pubblica ed agli organi investigativi importanti strumenti di analisi dei mutamenti all'interno di Cosa nostra". E' per il suo impegno professionale che muore Francese, scrivono in sostanza i magistrati, che per il delitto hanno condannato i boss della Cupola, ma la sua morte doveva servire da monito per altri giornalisti 'dalla schiena dritta': "Dietro l' assassinio - si legge nella motivazione - c' era un interesse strategico di Cosa Nostra che sperava di fare tacere per sempre un giornalista scomodo, ma anche di dissuadere gli altri cronisti dal lanciare attacchi contro l' organizzazione". I corleonesi di Toto' Riina insomma, secondo la Corte, speravano di "produrre un pesante effetto intimidatorio al fine di condizionare incisivamente l' atteggiamento degli organi di informazione sui temi che riguardavano la mafia". Il delitto Francese, inoltre, sostengono i giudici, e' solo il punto piu' alto di una strategia cominciata con gli attentati compiuti ai danni di un altro quotidiano palermitano, L' Ora, e del direttore e del capo cronista del Giornale di Sicilia, Lino Rizzi e Lucio Galluzzo. Attentati che non dissuasero pero' Francese, che continuo' con caparbieta' a lavorare ad un dossier "bomba", come lo aveva lui stesso definito, sugli ultimi fatti di sangue legati alla criminalita' organizzata "effettuando una rilettura organica e cogliendo le dinamiche interne a Cosa nostra". Ma il dossier, fino a quando Francese fu in vita non venne pubblicato: cirostanza di cui il cronista si lamento' con diversi colleghi. La vittima pero' non si scoraggio' e, un mese prima di essere ucciso, penso' di dare alla stampa il suo lavoro anche sotto forma di libro. Contemporaneamente la Commissione di Cosa nostra ne decise la morte. I due episodi vengono messi in correlazione dai magistrati che scrivono: "E' stato riportato quanto affermato dai collaboratori circa la fuga di notizie che avveniva all' interno del Giornale di Sicilia in favore di alcuni esponenti di Cosa nostra". "Con la morte di Francese - si legge ancora nelle motivazioni della sentenza - la mafia elimina l' unico cronista scomodo del quotidiano, evita la pubblicazione del dossier e provoca l' allontanamento volontario di Rizzi e Galluzzo". "Costituisce un dato storico - sostengono i giudici - che da quel momento la linea editoriale del Giornale di Sicilia muta radicalmente sino a divenire, negli anni dei pentimenti di Buscetta e Contorno e del primo maxiprocesso uno dei piu' feroci oppositori e critici dell' attivita' dei giudici del pool antimafia definiti sceriffi e professionisti dell' antimafia ed attaccati quotidianamente con incisivi e dotti corsivi".La direzione del Giornale di Sicilia, in una nota che sara' pubblicata domani sul quotidiano, scrive: "Rispettiamo per principio ogni decisione del Giudice. Con questo stesso spirito di liberta' sentiamo di dover fare qualche puntualizzazione sulla sentenza che condanna gli assassini del nostro Mario Francese". La direzione aggiunge che "i punti di vista di testimoni e collaboranti (perche' di questo si tratta) non possono oscurare fatti innegabili. Mario Francese e' stato cronista giudiziario di questo giornale per sedici anni. Fino alla sua morte. Lo e' stato per scelta dei direttori nominati, sempre, dagli editori. Da tutti gli editori. Che non sono stati mai influenzati dalle pressioni mafiose come si riconosce esplicitamente nelle motivazioni della sentenza di primo grado e come risulta dalla lettura di quella d'appello". "Non e' vero - puntualizza inoltre la nota - che a Lino Rizzi, volontariamente dimessosi, sia succeduto nell' incarico l' attuale direttore. Dopo Rizzi fu nominato al vertice del giornale Fausto De Luca. Sia Rizzi che De Luca, poi, la cui linea politica questa sentenza riconosce altamente sensibile all' azione di contrasto della mafia, hanno ricevuto mandato in tal senso, come sempre avviene, dagli editori, il maggiore dei quali sarebbe poi divenuto direttore del quotidiano". "L'attuale direzione - si legge ancora - ha scelto una linea garantista, la stessa che oggi fanno propria quanti ieri la criticavano. Ma ha tenuto sempre la barra dritta contro la mafia. Termini come 'giudici-sceriffo' o 'professionisti dell' antimafia' (quest'ultimo coniato da Leonardo Sciascia) erano correnti nel dibattito rovente di quegli anni e comparivano in tutti i giornali". "Per arrivare ai nostri giorni - osserva la direzione - quando sollecitiamo, quasi quotidianamente con editoriali, reportage e servizi, in Sicilia e nel Paese una maggiore attenzione su una emergenza mafiosa ancora viva. Avvertendo che proprio perche' meno visibile di prima la mafia e' oggi più insidiosa". "Questi i fatti - conclude la nota -. Non ci sembra di essere davanti a intepretazioni che li rispettino. Non possiamo che dispiacercene. Ma crediamo nelle nostre scelte. Per questo le manteniamo ferme potendo sempre dimostrare che sono frutto di una libertà alla quale non abbiamo rinunciato anche quando questo ci ha esposto a critiche aspre e qualche volta a maldicenze".
19 febbraio 2003 - MAFIA: INIZIANO INTERROGATORI PM PALERMO A PENTITO VARA
ANSA:
Un calendario di interrogatori a cui sottoporre il neopentito Ciro Vara, boss mafioso della provincia di Caltanissetta, e' stato concordato oggi dal procuratore di Palermo, Pietro Grasso, insieme al collega di Caltanissetta, Francesco Messineo, che sta gestendo da alcuni mesi la collaborazione del "padrino". L' incontro fra i due procuratori e' avvenuto stamane a Palermo ed e' durato oltre due ore. In precedenza Grasso si era fermato a parlare a lungo con il Procuratore generale Salvatore Celesti. Le dichiarazioni di Vara, se confermate anche ai pm di Palermo, potrebbero essere prodotte in alcuni processi di imputati di mafia i cui dibattimenti sono gia' avviati in primo e secondo grado. Ciro Vara, 53 anni, e' indicato come il rappresentante della famiglia mafiosa di Cosa nostra a Vallelunga Pratameno e cugino del boss Giuseppe "Piddu" Madonia, arrestato nel settembre 1992 dopo nove anni di latitanza. Vara era titolare di una impresa di costruzioni a Vallelunga Pratameno, un paese di cinquemila abitanti al confine col territorio della provincia di Palermo. E' lo stesso paese di origine dei Madonia: il padre di "Piddu", Francesco, fu per molti anni il capo della cosca della zona, prima di trasferirsi a Gela, dove venne assassinato nel 1976 e dove il figlio gli succedette nel controllo del racket dei subappalti e di altre attivita' criminali. Il pentito Leonardo Messina e' stato il primo ad accusare Vara, indicandolo come un personaggio molto importante del gotha mafioso nisseno. Secondo il collaboratore, Vara avrebbe partecipato ad una riunione svoltasi nel 1989 a San Cataldo (Caltanissetta) a cui avrebbero preso parte alcuni boss, e durante la quale si sarebbe parlato dell' aggiustamento in Cassazione del maxiprocesso a Cosa nostra, "grazie all' intervento di alcuni politici e magistrati". Messina ha sempre aggiunto di avere appreso da Ciro Vara che anche alcuni avvocati palermitani, insieme con altri "addetti ai lavori" non meglio specificati, "dicevano che il maxiprocesso sarebbe stato 'aggiustato' a Roma".20 febbraio 2003 - MAFIA: COVI DI PROVENZANO NEL NISSENO
"La Sicilia"
caccia al boss. Da un processo la conferma della presenza del capo di Cosa Nostra nel Nisseno
"Provenzano era a Trabona"
Il superlatitante corleonese Bernardo Provenzano ha trascorso periodi della sua lunga latitanza (ormai è ricercato da 41 anni) alle porte di Caltanissetta e in altri covi della provincia. Ci sono delle date e indicazioni precise, che datano questa presenza tra il 1999 e il 2000. Alle voci circolate in questi anni sulla latitanza nel Nisseno del capo di Cosa Nostra, adesso arrivano i primi riscontri giudiziari. Gli inquirenti, finora, sono stati molto abbottonati e non hanno mai fornito particolari sulla presenza del nuovo capo di Cosa Nostra in provincia di Caltanissetta, anche se negli ultimi anni nel Nisseno sono stati arrestati diversi suoi fedelissimi, tra cui alcuni "postini" che hanno provveduto a smistare gli ormai famosi "pizzini" con i messaggi di Provenzano. In realtà le ricerche non si sono mai fermate e anche la Procura di Caltanissetta ha un pool di magistrati che coordinano l'attività di un gruppo di investigatori che lavorano alla cattura del nuovo capo di Cosa Nostra.
La conferma è arrivata ieri mattina dalla deposizione resa in tribunale dal capitano Bottini del Ros dei carabinieri. L'ufficiale è stato uno di quelli che per mesi ha pedinato e tenuto sotto osservazioni alcuni "fedelissimi" di Provenzano e ieri ha deposto al processo che vede imputato di associazione mafiosa Giuseppe Palazzolo, un imprenditore agricolo di Cinisi che anni fa acquistò un grosso feudo in contrada Trabona, tra Caltanissetta e Marianopoli e stabilì il suo domicilio alla periferia di San Cataldo. "Binnu il ragioniere" era in contrada Trabona, a pochi chilometri da Caltanissetta. La certezza, ha detto ieri l'ufficiale del Ros, è arrivata da una intercettazione datata 28 giugno 1999. Quella mattina due indiziati mafiosi di Cinisi, parlando in macchina mentre si avviavano a Trabona, facevano riferimento a Provenzano e al suo rifugio nel Nisseno. "E' proprio lì - diceva uno - e gli porta da mangiare uno del Mezzagno". Questo il contenuto della intercettazione che fece scattare una grossa mobilitazione: il Ros e il Gico della Finanza intensificarono i controlli, ma non arrivarono alla cattura di Provenzano. Nella zona ci sono decine di vecchie masserie e gli spostamenti sono facili per chi conosce quei posti.
Fu quella una delle poche intercettazioni che gli inquirenti riuscirono a captare: ieri mattina il cap. Bottini ha spiegato perché è difficilissima la cattura del boss corleonese. I suoi uomini adottano tutte le precauzioni per non farsi intercettare, non parlano mai in ambienti chiusi, raramente lo fanno all'interno di autovetture. Anzi, quando si incontrano passeggiano e si muovono appositamente per evitare spiacevoli sorprese.
Giuseppe Palazzolo, che gli inquirenti hanno indicato come un presunto prestanome di Provenzano, ha sempre respinto le accuse. Si diede alla latitanza nel gennaio del 2000, quando intuì che poteva finire in carcere nell'ambito di una operazione che portò in carcere presunti mafiosi di Cinisi, tra cui suoi parenti. Due mesi dopo, preferì costituirsi e una mattina si presentò alla caserma dei carabinieri di San Cataldo.
Sempre ieri nel corso dell'udienza del processo a Palazzolo, è emerso di alcuni incontri a Caltanissetta e nella zona di Scillato, tra soggetti ritenuti vicini a Provenzano. Ma qualcosa di più potrebbe dire nelle prossime udienze il pentito di Caccamo Antonino Giuffrè, in contatto con il boss corleonese per anni. Proprio Giuffrè sarà chiamato a deporre nel processo contro Palazzolo.
A.A.25 febbraio 2003 - CALO' E' NEL SUPERCARCERE DI ASCOLI
"Il Resto del Carlino"
Anche Calò al supercarcere di Marino
ASCOLI - C' un nuovo 'ospite' di tutto riguardo al super-carcere di Marino del Tronto: si tratta di Giuseppe Calò, un personaggio al centro di numerose inchieste e che è stato coimputato del senatore Andreotti nell'intricata vicenda legata all'omicidio Pecorelli. In questi giorni è al centro di un altro mistero, quello dell'omicidio Calvi. E proprio questa circostanza ha permesso di scoprire che da qualche tempo era stato trasferito ad Ascoli (in una segretezza assoluta visto che la notizia non era ancora trapelata): ha partecipato, infatti, all'udienza di ieri di fronte al Gip di Roma in video-conferenza proprio dal supercarcere di Ascoli dove c'è un locale attrezzato per questo tipo di necessità e già utilizzato anche da Reina.
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