Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - gennaio |
5 gennaio - RICORDATA UCCISIONE GIUSEPPE FAVA
Il giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1984 a Catania, e' stato commemorato con la deposizione di una corona di fiori sul luogo dell' assassinio, ricordato da una lapide. Alla cerimonia erano presenti un centinaio di persone, tra cui il figlio della vittima, l'europarlamentare Claudio Fava. Successivamente nel centro culturale Zo si e' svolto un incontro-dibattito sul tema: "La memoria maggiorenne", cui ha preso parte, tra gli altri, lo stesso Claudio Fava.6 gennaio - COMMEMORATO PIERSANTI MATTARELLA
Ricordato a Palermo Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione e membro della direzione della Dc ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980, 22 anni fa. Sono stati deposti fiori in via Liberta' nel luogo dell' omicidio. La vittima della mafia e' stata ricordata anche in una messa nella chiesa di santa Lucia, presenti fra gli altri la vedova Irma, i figli e il fratello di Piersanti Mattarella, Sergio.8 gennaio 2002 - BORSELLINO BIS; DEPOSITATO NUOVO VERBALE SCARANTINO
Un nuovo verbale di interrogatorio dell' ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino e' depositato agli atti del processo d' appello bis per la strage di via D' Amelio. L' avviso di deposito del verbale e' stato notificato dalla Procura generale ai difensori degli imputati. E' stato lo stesso Scarantino a chiedere di essere sentito al Procuratore della Repubblica di Caltanissetta. L' interrogatorio, che si e' svolto due giorni fa, trascritto in un verbale di poche righe, e' stato condotto dal reggente capo della Procura nissena Paolo Giordano e dal sostituto Renato Di Natale. Il sostituto procuratore generale Maria Giovanna Romeo, che ha sostenuto l' accusa in appello, ha anticipato che il suo ufficio alla prossima udienza rendera' note le proprie valutazioni sull' atto. Scarantino, ex collaboratore di giustizia nell' inchiesta per la strage di via D' Amelio, dice nel verbale di voler riprendere la sua collaborazione con i magistrati, si dice preoccupato per l' incolumita' della moglie e del figlio ed annuncia che spieghera' i motivi della ritrattazione.8 gennaio 2002 - PROVENZANO SUL PUNTO DI COSTITUIRSI? SMENTITE
ANSA:
In ambienti investigativi non ha trovato alcuna conferma l' ipotesi, circolata in serata, di una possibile imminente costituzione del boss mafioso latitante Bernardo Provenzano, ricercato da oltre 35 anni. Anche fonti vicine alla famiglia Provenzano, contattate dai giornalisti, hanno detto di non sapere nulla di tale ipotesi, ed hanno ribadito ancora una volta di non essere in contatto con il latitante. La difesa di Provenzano e' stata abbandonata nei mesi scorsi dall' avvocato Salvatore Traina, che era stato nominato dal boss dieci anni fa in un processo che si svolgeva in corte d' assise, da allora il professionista e' stato indicato come il legale del latitante. Adesso, per motivi di salute, l' avvocato Traina ha scritto alle varie corti d' assise e ai tribunali dove sono in corso processi in cui e' imputato Provenzano, ed ha revocato eventuali sue nomine di fiducia o d' ufficio. Sono impegnati nella ricerca del boss polizia, carabinieri e guardia di finanza e ultimamente anche il Sisde ha formato una squadra di "cacciatori" messa sulle tracce della primula rossa di Corleone.11 gennaio 2002 - BORSELLINO BIS: SCARANTINO SENTITO A ROMA L' 1 FEBBRAIO
Nel processo Borsellino bis di appello, la corte di assise di appello di Caltanissetta accoglie la richiesta di ascoltare di nuovo l' ex pentito Vincenzo Scarantino a Roma il pomeriggio dell' 1 febbraio nel tribunale di piazzale Clodio. La riapertura e' stata disposta sulle "cause e sulle influenze esterne della sua retromarcia e su eventuali distorsioni e falsita' del suo racconto da collaboratore".11 gennaio 2002 - OMICIDIO FRANCESE, DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA
I giudici della quarta sezione della corte d'assise di Palermo depositano le motivazioni della sentenza per l' omicidio del giornalista palermitano Mario Francese, ucciso dalla mafia nel 1979. Sotto processo per il delitto erano finiti i membri della Commissione di Cosa nostra e come esecutori materiali il boss Leoluca Bagarella e Nino Madonia, tutti condannati all' ergastolo nell' aprile del 2001. "Il movente del delitto Francese - e' scritto - va ricercato nella sua attivita' professionale, nello straordinario impegno civile con cui egli ha compiuto una approfondita ricostruzione delle piu' complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni '70". "In un periodo nel quale, per la mancanza di collaboratori di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull'attività dell'organizzazione mafiosa erano assai limitate - scrivono i giudici nel quarto capitolo della sentenza in cui si ricostruisce il movente del delitto - Mario Francese aveva raccolto un eccezionale patrimonio conoscitivo, di estrema attualita' ed importanza". Francese - secondo i magistrati - intui' prima di ogni altro la scalata al potere mafioso intrapresa dallo schieramento corleonese di Toto' Riina e Luciano Liggio, destinato in seguito a divenire protagonista della strategia terroristico-eversiva manifestatasi sul finire degli anni '70" e denuncio' nei suoi articoli "le fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo dell'economia e degli appalti pubblici nella Sicilia Occidentale", facendo nomi e cognomi di personaggi che sarebbero finiti negli atti giudiziari solo venti anni dopo come quello di Giuseppe Mandalari, definito da Francese specialista nell'amministrare societa' costituite da mafiosi". I giudici si soffermano anche sulle denunce del giornalista nei confronti di personaggi come don Agostino Coppola, il sacerdote che celebro' le nozze di Riina, che secondo Francese avrebbe avuto rapporti con l'anonima sequestri e sarebbe stato coinvolto nei rapimenti di Emilio Baroni, Luigi Rossi e dell' ingegnere Luciano Cassina. Ma la parte piu' ampia del capitolo dedicato al movente del delitto e' riservata all' inchiesta condotta da Francese sulla costruzione della diga Garcia. " Dopo l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, avvenuto a Ficuzza il 20 agosto 1977- scrivono i giudici- Mario Francese continuo' a concentrare il suo coraggioso ed intelligente impegno di ricerca, sugli interessi mafiosi connessi alla diga Garcia evidenziando "il connubio tra mafia e politica nella prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza connessa ai lavori di costruzione della diga, i vantaggi economici conseguiti dal boss di Monreale, Giuseppe Garda, mediante la percezione dell' indennità di esproprio per i terreni da lui acquistati a Roccamena, le manovre speculative da parte dei cugini di Salemi Nino e Ignazio Salvo, la catena di omicidi, legati agli appalti, verificatasi tra Corleone, Roccamena, Mezzojuso, Ficuzza, ed altri centri vicini, la tendenza di 'Cosa Nostra' a creare condizioni particolarmente favorevoli all'impresa milanese Lodigiani" e la possibile connessione tra l'omicidio del colonnello Russo e gli interessi di 'Cosa Nostra' per i lavori relativi alla diga.14 gennaio 2002 - FALLITO ATTENTATO ADDAURA: COMINCIA PROCESSO D' APPELLO
Comincia a Caltanissetta il processo di secondo grado per il fallito attentato dell' Addaura al giudice Giovanni Falcone. Il dibattimento e' cominciato davanti alla Corte d' assise d' appello, presieduta da Giacomo Bodero Maccabeo, con la relazione del consigliere Michele Barillaro. Sono imputati Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Antonino Madonia (tutti condannati in primo grado a 26 anni ciascuno), i pentiti Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante (condannati a 10 anni), Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote, che sono stati invece assolti. Tutti sono accusati di associazione mafiosa e tentativo di strage. La Corte ha disposto la sospensione dei termini di custodia cautelare per gli imputati e ha aggiornato il processo al 25 marzo. L' inchiesta sul fallito attentato dell' Addaura va avanti, con alterne vicende, da 12 anni. Il 20 giugno del 1989 alcuni agenti di scorta trovarono una borsa con 58 candelotti di dinamite sulla scogliera davanti al villino che Giovanni Falcone aveva affittato per il periodo estivo. L'indagine, archiviata nel 1994 a carico di ignoti, fu riaperta nel 1996 dopo le dichiarazioni di Ferrante. Il collaboratore, assieme ad altri pentiti come Angelo Siino, rivelo' che Cosa nostra voleva uccidere oltre a Falcone anche i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehman, ospiti a Palermo per un' indagine riservatissima sul riciclaggio in Svizzera di denaro sporco della mafia siciliana. Durante una cena a Mondello, Falcone invito' i due colleghi svizzeri a raggiungerlo il giorno successivo nella sua villetta per fare il bagno. Appreso dell' invito da un infiltrato, presente alla cena, alcuni uomini di Cosa nostra di notte collocarono la dinamite sugli scogli per farla esplodere il giorno successivo con un congegno a distanza. Per un cambiamento improvviso di programma dei tre magistrati, l'ordigno non fu pero' azionato. Il processo di primo grado e' cominciato nel 1998 ed e' terminato ad ottobre del 2000 dopo 50 udienze.15 gennaio 2002 - PROCESSO CHINNICI: CALO' RIPROPONE DISSOCIAZIONE
"Il Corriere della sera"
La dichiarazione al processo di secondo grado per l'attentato al giudice Rocco Chinnici
Mafia, Pippo Calò: mi dissocio. Decisione fra 4 mesi
CALTANISSETTA - Pippo Calò, il padrino più volte condannato all'ergastolo e ritenuto il "cassiere" di Cosa Nostra, torna alla carica e ripropone la propria dissociazione dalla mafia, già avanzata l'anno scorso. Lo fa con una lettera inviata ai giudici di Caltanissetta che lo processano per il "Borsellino-ter", sulla strage di via D'Amelio. Stavolta presenta copia della stessa lettera, sempre a Caltanissetta, ai giudici di un altro processo, quello di 2° grado contro gli assassini del giudice Rocco Chinnici, dilaniato a Palermo nel 1983. Molti magistrati guardano con profondo scetticismo a questa posizione, ritenuta poco produttiva perché il mafioso dissociato è pronto ad ammettere la sua partecipazione all'organizzazione, ma non a collaborare per rivelare nuove responsabilità. Calò insiste, pronto a deporre in aula, come avrebbe voluto già fare nel processo Borsellino, sperando in un confronto con il pentito Salvatore Cangemi. Lo scetticismo diffuso negli ambienti giudiziari si specchia nella richiesta della Procura generale di esaminare dichiarazioni e posizione processuale del Calò entro 4 mesi. Ma la corte d'assise d'appello, deciderà il 23 gennaio se ammettere la testimonianza del boss che insiste sulla sua estraneità alle stragi. Leit motiv della lettera di Calò: "Non ho mai deciso alcuna strage, non sono un sanguinario. Per me è una questione morale". La tesi di Calò continua a suscitare perplessità perché, stando alla lettera, dopo il 1981 Cosa Nostra avrebbe abolito la cosiddetta "cupola" come governo unico: "La commissione non decise mai omicidi, specialmente quelli eccellenti". Come dire che bisognerebbe riscrivere vent'anni di processi e cancellare le conoscenze acquisite da Buscetta in poi sulla struttura piramidale della mafia.15 gennaio 2002 - PROCESSO IMPASTATO: COMINCIA REQUISITORIA
Nell' aula bunker dell' Ucciardone di Palermo comincia la requisitoria del Pm Franca Maria Imbergamo nel processo per l' omicidio di Peppino Impastato. Il Pm Imbergamo chiede l' ergastolo per Gaetano Badalamenti quale mandante dell' omicidio. La requisitoria si sofferma sulle indagini lacunose svolte subito dopo la scoperta del corpo di Impastato e ricostruisce le denunce fatte dal militante di Democrazia Proletaria contro gli affari e le speculazioni che interessavano le cosche mafiose e i motivi che avrebbero spinto Badalamenti ad ordinare l' uccisione. La ricostruzione ha riguardato anche il lavoro svolto dai compagni di Impastato, nei giorni successivi al delitto. "Per quattro giorni questi ragazzi sono andati alla ricerca della verita' - ha detto il pm -, raccogliendo frammenti umani lasciati attorno al cratere in cui e' esploso l' ordigno e pietre macchiate di sangue dentro un casolare abbandonato vicino ala ferrovia". I reperti furono consegnati ad un consulente il quale accerto' che il sangue era quello di Impastato. L' accusa sostiene dunque che il militante venne prima assassinato e poi adagiato sull' ordigno che e' stato fatto esplodere.16 gennaio 2002 - PROCURA PALERMO, ALLARME SU IPOTESI NUOVE STRAGI
Sergio Lari, procuratore aggiunto di Palermo, condivide l' allarme sul rischio di nuovi attentati mafiosi lanciato nei giorni scorsi dal pg di Palermo Salvatore Celesti. Alla cerimonia di inaugurazione dell' anno giudiziario, Celesti aveva parlato di fattori di instabilita' che rendono imprevedibili gli esiti futuri dello scontro tra la mafia e lo Stato, paventando apertamente la possibilita' di una ripresa degli azioni violente contro le istituzioni. Analisi che il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, in una intervista pubblicata su "l' Unita', definisce corretta spiegando che "a tutt' oggi Cosa nostra persegue un disegno di restaurazione che punta alla pax mafiosa", ma sottolineando che "quando non ha raggiunto i suoi scopi con la trattativa pacifica, l' organizzazione criminale ha sempre fatto ricorso alle stragi". Lari rilancia l' allarme ipotizzando una possibile e radicale inversione dell' attuale pacifica strategia mafiosa "qualora i futuri equilibri interni a Cosa nostra dovessero mutare improvvisamente". Le voci che attribuirebbero al superboss latitante Bernardo Provenzano, considerato il garante della linea "morbida", la volonta' di costituirsi trattando la sua resa con lo Stato, non fanno che concretizzare il pericolo di mutamenti radicali. "Non voglio accreditare l' ipotesi, finora solo giornalistica, della consegna di Provenzano - dice Lari - ma non posso neppure sottovalutare l' ipotesi che qualora il ruolo di vertice di Provenzano venisse meno, gli equilibri futuri di Cosa nostra diverrebbero davvero imprevedibili. Per quanto ne sappiamo si deve alla linea di Provenzano la strategia di 'sommersione' di Cosa nostra che nell' ultimo decennio ha rinunciato allo scontro frontale con lo Stato. Qualora il boss si costituisse, come si vocifera, si creerebbe un vuoto di potere rispetto al quale il rischio di emersione di nuovi capi promotori della linea dura e dello stragismo non puo' essere ignorato". Secondo Lo Forte, "a Cosa nostra non interessa per nulla l' attuale dibattito sulla giustizia, i mafiosi vogliono fatti concreti". Gli obiettivi perseguiti dai boss sarebbero quelli di politica giudiziaria non ancora raggiunti, nonostante le stragi degli anni Novanta. Lo Forte li elenca: "Vogliono la revisione dei processi, la fine del 41 bis, una legge sulla dissociazione che consentirebbe loro di continuare a comandare indisturbati conservando i patrimoni accumulati col crimine". Il rischio e' che lo scontro attuale sulla giustizia alimenti il nervosismo di un' organizzazione criminale gia' infastidita dalla persistente difficolta' nel risolvere a proprio vantaggio le questioni della legislazione penale e processuale: "La mafia puo' pensare - dice apertamente Lo Forte - che contro magistrati indeboliti e progressivamente isolati sia piu' facile ricorrere alla soluzione finale".17 gennaio 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: PG SUI 'VIAGGI SEGRETI' DEL SENATORE
ANSA:
I viaggi "segreti" compiuti dal senatore Giulio Andreotti in Sicilia, i presunti incontri con il boss Stefano Bontade e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia sono stati i punti trattati oggi dal sostituto procuratore generale Daniela Giglio nel processo d' appello a Giulio Andreotti che si svolge a Palermo. L' accusa ha sottolineato che il senatore a vita avrebbe viaggiato su aerei privati noleggiati in alcuni casi dai cugini Nino e Ignazio Salvo per raggiungere Palermo. I voli non sarebbero stati segnati dalla polizia aeroportuale. Il pg ha inoltre ricostruito le dichiarazioni, che ritiene attendibili, di Marino Mannoia, il quale parla di due viaggi, uno dell' estate del '79 a Catania e l' altro nella primavera dell' 80 a Palermo, in cui il politico avrebbe incontrato il boss Bontade. Il pentito ha detto che Andreotti fu fatto atterrare con l' aereo dei Salvo all' aeroporto di Trapani Birgi e il suo arrivo non venne segnato dai militari. A riscontro di questo episodio vi sarebbero i tabulati acquisiti al processo in cui si afferma che nell' aprile dell' 80 su due aerei civili atterrati a Trapani viaggiava una personalita' di cui non e' stata segnata l' identita'. Il rappresentante dell' accusa ha poi sottolineato la straordinaria capacita' del senatore a spostarsi nell' arco della stessa giornata da una citta' all' altra, passando anche per capitali estere. Sul fatto che i viaggi aerei di Andreotti non venivano segnati, il pg Giglio ha detto che capitava sovente, anche per spostamenti ufficiali. La procura ne avrebbe trovati almeno 70, soprattutto nel periodo in cui il senatore ricopriva la carica di presidente del Consiglio e poi di ministro degli Esteri. Il processo si svolge davanti ai giudici della corte d' appello presieduti da Salvatore Scaduti. La conclusione della requisitoria e' prevista per marzo.20 gennaio 2002 - INTERVISTA CENTARO AL MESSAGGERO: QUEST'ANNO CATTUREREMO PROVENZANO
In un'intervista al "Messaggero" Roberto Centaro, presidente della Commissione antimafia, dice:"Credo che il 2002 potra' portare alla cattura di Provenzano e di altri importanti latitanti". "Ma il problema - osserva il parlamentare di Forza Italia - non e' solo catturare lui e gli altri, sebbene questo significhi dimostrare a tutti che costoro non sono imprendibili e invincibili. Il problema e' eliminare l'esercito dei picciotti dal territorio, perche' ogni volta che viene catturato un generale ne viene fatto un altro. Il generale senza esercito, invece, non puo' fare nulla".21 gennaio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: LA COGNATA, RAPISARDA VOLEVA RITRATTARE
ANSA:
"Rapisarda era sconvolto, diceva che non ce la faceva piu' e che voleva ritrattare le accuse a Marcello Dell' Utri e Silvio Berlusconi. Affermava che era stato costretto ad inventarsi tutto per sfuggire all' arresto". Lo ha detto oggi Maria Pia La Malfa, cognata di Marcello Dell' Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa. La donna, sposata con Alberto Dell' Utri, e' stata sentita come testimone dai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo che nell' occasione si sono trasferiti a Roma per l' impossibilita' della teste, a causa di una malattia, di viaggiare in aereo. Gia' dipendente del Pri e della Fininvest, Maria Pia La Malfa ha parlato di un incontro che ebbe in un ristorante della capitale con l' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda il 24 giugno 1998 nel corso del quale, e in presenza di altre persone - ha sottolineato la teste - disse che "era stato costretto ad accusare Marcello Dell' Utri altrimenti lo avrebbero incastrato". Al riguardo, la cognata del senatore di Forza Italia ha precisato che in quel momento erano presenti i deputati Amedeo Matacena e Nicola Rivelli (FI), l' avvocato Paola Cantile, il professor Demetrio De Luca e Maria Scicolone (sorella di Sophia Loren). Non era la prima volta - ha aggiunto la testimone - che Rapisarda faceva quelle dichiarazioni: "gia' nel '96 aveva detto le stesse cose e fino ad un mese fa ha continuato a chiamare me e mio marito ribadendo la volonta' di ritrattare e chiedendo di parlare con mio cognato. Marcello Dell' Utri, pero', non intende ne' vederlo ne' sentirlo". I pm Domenico Gozzo e Antonio Ingroia hanno quindi contestato a La Malfa di non aver parlato con loro dello sfogo di Rapisarda nel '98, durante un interrogatorio avvenuto all' indomani dell' incontro nel ristorante, ma di aver fatto cenno solo a quello del '96. Nel corso della stessa udienza e' stato sentito, sempre come teste, Armando Corona, per otto anni Gran Maestro della Massoneria di Palazzo Giustiniani nonche' ex presidente del consiglio regionale della Sardegna all' inizio degli anni ottanta. E proprio con riferimento a quest' ultima carica, Corona ha parlato di un incontro nel corso del quale l' imprenditore Flavio Carboni gli avrebbe prospettato la possibilita' di presentargli Silvio Berlusconi, il quale era interessato alla costruzione di un centro denominato Olbia 2. Progetto che non ando' in porto - ha concluso il testimone - per l' insussistenza dei presupposti di legge. Il processo riprendera' a Palermo il 28 gennaio prossimo.21 gennaio 2002 - MAFIA: VIOLANTE, C'E' LO STESSO CLIMA DEL '92
Il capogruppo dei Ds Luciano Violante, in un filo diretto a Radio Radicale, lancia l'allarme:"Ora c'e' lo stesso clima dell'82 e del '92 quello delle stragi in cui morirono La Torre e Dalla Chiesa prima e Falcone e Borsellino poi..." e parla di un documento "pubblico, depositato alle Camere" nel quale si parla di una riunione mafiosa del '95 nella quale l'allora capo di Cosa Nostra Provenzano disse che entro 7 anni le cose si sarebbero sistemate. "E i sette anni - osserva Violante scadono proprio adesso...". "Parlo di un clima - dichiara Violante - caratterizzato dall'affievolimento forte dell'esigenza istituzionale e politica della lotta alla mafia e nel dire questo penso alle recenti dichiarazioni del ministro Lunardi. In questo clima c'era un attacco permanente alla magistratura. E poi c'e' una coincidenza che mi preoccupa molto e che emerge da un documento del Viminale pubblico e presentato alle Camere. In questo documento si parla di una riunione riservata di Cosa Nostra avvenuta nel '95 durante la quale il boss mafioso Provenzano disse che nell'arco di 7 anni avrebbero sistemato tutto. E i 7 anni cadono proprio quest'anno nel 2002". Alla domanda se allora il presidente del Consiglio possa aver contribuito in qualche modo alla realizzazione di questa 'profezia' di Provenzano, Violante afferma: "Non lo so, per questo ci sono gli specialisti di queste cose, ma certamente i 7 anni scadono adesso...". Violante dichiara che adesso come allora "c'e' una campagna contro la magistratura e una sorta di esaltazione della convivenza e del rapporto mafia-Stato e mafia-politica". "Basti pensare - sottolinea - all'atteggiamento di Carlo Taormina e a quello del governo sul mandato di cattura europeo. O alle interferenze del ministro della Giustizia Castelli sul processo di Milano. Bisogna stare attenti: se passa la linea Castelli saltano anche alcuni processi alla criminalita' organizzata nel Mezzogiorno...". "Bisogna stare attenti - ripete Violante - non tanto per una stupida denuncia, ma perche' si capisca che il sistema politico nel suo insieme non deve creare le condizioni per l'isolamento di chi fa il proprio dovere perche' se questi vengono isolati poi sono uccisi...". Il Presidente della Commissione Antimafia, sen. Roberto Centaro (Forza Italia), commenta:"E' la solita tattica del centrosinistra. La lotta alla mafia non si e' affatto affievolita e il clima non puo' assolutamente essere paragonato a quello delle stragi contro La Torre e Dalla Chiesa e tantomeno a quello del '92 quando vennero uccisi Falcone e Borsellino. Violante, nonostante sia divenuto Presidente dell'Antimafia pochi mesi dopo Capaci e Via D'Amelio, evidentemente non tiene conto di tutti i successi ottenuti dalle forze dell'ordine e dalla magistratura che hanno inferto colpi durissimi al fenomeno". "Violante - continua Centaro - dovrebbe riflettere sul fatto che il fenomeno mafioso , rispetto a dieci anni fa, e' ben piu' conosciuto grazie alle indagini svolte ed a quelle in corso. La sua analisi contrasta clamorosamente con quella dei procuratori di Palermo e di altri uffici di prima linea, che parlano di inabissamento e non di ripresa del confronto stragista. La guardia e la tensione vanno tenute comunque alte e vanno assicurati ai magistrati ed alle forze di polizia mezzi e serenita' per lavorare, evitando polveroni inutili".22 gennaio 2002 - DIBATTITO IN COMMISSIONE ANTIMAFIA
Durante la discussione sul programma di lavoro della Commissione antimafia, Massimo Brutti e Giuseppe Lumia (Ds) dichiarano che la commissione deve approfondire e capire cosa successe nel periodo "stragista" di Cosa Nostra nel 92-93. "Bisogna avviare - ha detto Brutti - una indagine sulle stragi mafiose, per capire il significato di quell'attacco e che cosa ne sappiamo oggi. E per capire anche se e' possibile che quelle condiz>
Trasferimento interrotto.
si e' sviluppato dopo le stragi del 92-93 - ha detto Lumia - . Quasi dieci anni dopo la politica deve avere il coraggio e la determinazione per capire cosa e' avvenuto in quegli anni, i collegamenti e le eventuali coperture. Bisogna poi capire la vicenda di Bernardo Provenzano, e come sia possibile che un personaggio del genere sia ancora latitante, e anche in questo caso capire le coperture di cui ha goduto, indagando a 360 gradi". I due esponenti dell'opposizione si sono poi detti nettamente contrari a qualsiasi ipotesi di dissociazione da parte dei boss mafiosi. "Sarebbe rovinoso - ha spiegato Lumia - e sarebbe un tentativo di mettere una pietra tombale sulle stragi e sui patrimoni mafiosi. E sarebbe un tentativo di recuperare l'idea di una possibile convivenza con la mafia. Deve essere assolutamente chiaro che l'unica via e' la collaborazione". Brutti dice anche che la mafia "non ha avuto i vantaggi che si aspettava da certe previsioni garantiste, soprattutto per i detenuti, e questo puo' dare spazio ad una ripresa dell' ala piu' militare". Lumia ha sottolineato che "sotto la guida di Bernardo Provenzano, Cosa Nostra si e' ristrutturata, ha attraversato uno dei periodi peggiori della sua storia, si e' reinserita nel giro degli affari. E questi sono i vantaggi ottenuti dalla gestione di Provenzano. Ma tra gli svantaggi bisogna senz'altro inserire il fatto che non ha ottenuto un miglioramento nelle condizioni carcerarie per i boss mafiosi. E questo potrebbe provocare ulteriori problemi". I deputati di An Enzo Fragala' e Nino Lo Presti dichiarano di essere favorevoli ad un' indagine di questo tipo sulle stragi mafiose degli anni 90. "E' arrivato il momento infatti - affermano - di capire quale fosse l'ultima indagine portata avanti da Falcone poco prima di morire nella strage di Capaci. Un'indagine che lo porto' in Russia e che lo convinse della necessita' di richiedere valigie di documenti dell'ex Pcus riconducibili al Pci che in Italia non giunsero mai per la sua prematura e tragica scomparsa". "E' questo - sottolineano Fragala' e Lo Presti - un retroscena mai approfondito di cui parlo' solo Giulio Andreotti". I deputati di An chiedono quindi di fare chiarezza anche sulla strage di via D'Amelio e sul clima "di forte instabilita' politica" che porto' all'elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro. "La mafia - aggiungono - reagisce quando e' colpita frontalmente e snidata dal territorio e non quando la si colpisce per anni con processi che non la riguardano come quelli contro Andreotti, Contrada, Dell' Utri, Musotto e Mannino".24 gennaio 2002 - RICHIESTA RIUNIFICAZIONE 2 PROCESSI DELL' UTRI
Il sostituto procuratore Antonio Ingroia chiede ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo, davanti ai quali si svolge il processo al senatore Marcello Dell' Utri per calunnia a pentiti, di riunire questo dibattimento con quello principale in cui il parlamentare e' accusato di concorso in associazione mafiosa. Il processo riguarda la calunnia nei confronti dei collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo, Domenico Guglielmini e Francesco Onorato, in concorso con altri due pentiti, Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo. Secondo la Procura di Palermo il parlamentare con l' aiuto di Cirfeta e Chiofalo avrebbe cercato di screditare i collaboratori che lo accusano nel processo in cui e' imputato per concorso in associazione mafiosa.24 gennaio 2002 - MAFIA: LIPARI, NON C'E' INTERESSE AD ARRESTARE PROVENZANO
ANSA:
"Se non dicono loro dove si trova Provenzano non lo prenderanno mai. Loro non hanno alcun interesse ad arrestarlo". E' quanto sosteneva il geometra Pino Lipari, arrestato oggi per associazione mafiosa, durante una conversazione con il figlio Arturo, anche lui arrestato, intercettata dalle microspie il 5 gennaio del 1999. "Non hanno interesse a prenderlo - dice Pino Lipari parlando di Provenzano - perche' la mafia... non e' accaduto piu' nulla dopo che l' ala stragista e' finita in carcere, queste cose allentano le situazioni, non solo, non pagano. Mettere una bomba in una chiesa cosa vuole essere?". Nelle lettere che Lipari invia a Provenzano e intercettate dalla polizia di Stato, viene scritto anche cio' che accade in carcere. Nell' ottobre del '98 Lipari ritiene di informare il boss latitante delle voci che circolano su un possibile pentimento di Vito Vitale, il boss di Partinico arrestato quattro anni fa, "una notizia da prendere con le dovute cautele - dice Lipari - mi corre l' obbligo di avvisarla pur consapevole che lei non l' ha mai incontrato".25 gennaio 2002 - MAFIA; I BIGLIETTINI DI LIPARI E PROVENZANO
"Il Piccolo"
Con l'aiuto dei familiari Pino Lipari, il cassiere, gestì il patrimonio del boss anche dal carcere con un invisibile via vai di bigliettini
L'Antimafia a un passo da Provenzano
In alcune intercettazioni del '99 indicazioni di voto a favore di Dell'Utri
PALERMO È una caccia senza sosta quella all'uomo misterioso che da 40 anni tiene in scacco polizia, carabinieri, magistrati e i suoi stessi compari. Bernardo Provenzano è un nome senza un volto, un vecchio di 69 anni, malato ma che regge le redini del potere mafioso dal '93, dall'arresto di Totò Riina. Ieri mattina all'alba, polizia e carabinieri hanno smantellato un'organizzazione che oltre a favorire la latitanza di Provenzano ne avrebbe amministrato i beni. Ben 28 le ordinanze di custodia cautelare eseguite e numerosi i sequestri d'immobili, conti correnti e partecipazioni in società dal valore di svariati milioni di euro, tutti riconducibili al latitante. Indagini lunghe e complesse: hanno consentito di fare luce sul "sistema Provenzano". Grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali è stato ricostruito il quadro di potere facente capo al latitante, incentrato su un sistema d'appalti e su una pax mafiosa. Reso noto il contenuto di alcune intercettazioni telefoniche: si parla anche d'indicazioni di voto che, nello specifico, avrebbero dovuto favorire Marcello Dell'Utri alle europee del '99. Così è emerso anche il fatto che l'ala moderata della mafia recrimina ancora sulla stagione delle stragi, definendola un errore. Risulta anche il fatto che gli arresti sono scattati per Paolo Palazzolo, 65 anni, cognato di Bernardo Provenzano, e per personaggi già noti agli inquirenti negli anni '80, come Pino Lipari, arrestato e condannato per associazione mafiosa, e Tommaso Cannella, capofamiglia dei Prizzi, nome storico della mafia, già condannato al maxi processo e sottoposto a misure di prevenzione che però non gli hanno impedito di continuare le sue attività illecite. Entrambi sono sempre rimasti dei punti di riferimento fondamentali per Provenzano. Lipari, con l'ausilio dei suoi familiari tutti arrestati nel blitz di ieri, sarebbe stato il cassiere del vecchio boss, e più in generale dei Corleonesi, quello che avrebbe amministrato il patrimonio, gestito gli appalti anche nel periodo in cui era in carcere, grazie a un intenso scambio di messaggi, i "pizzini", foglietti di carta con poche annotazioni, sempre arrivati a destinazione, entrati e usciti dal carcere senza problemi. Per lo scambio di bigliettini sono stati utilizzati svariati posti, anche la cappella e l'ascensore di una nota clinica palermitana utilizzata dal nipote del vecchio boss, Vito Alfano, infermiere. Per evitare che gli inquirenti potessero arrivare a individuare la grafia di Provenzano, il figlio di Lipari ricopiava a casa il contenuto dei biglietti. Provenzano poteva contare anche sull'appoggio di persone sconosciute alle forze dell'ordine, come imprenditori e persino un insegnante. Il centro di smistamento di messaggi e ordini era un'autoscuola di Palermo gestita dall'incensurato Carmelo Amato.25 gennaio 2002 - MAFIA; UN ERRORE L' UCCISIONE DI FALCONE
"La Nazione"
"Un errore uccidere Falcone"
PALERMO - Uccidere il giudice Giovanni Falcone è stato un "grave errore". L'analisi non è degli investigatori, ma di due mafiosi che non sanno di essere ascoltati dalle forze dell'ordine. Un "errore" la morte dei Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta che ha portato Cosa nostra allo sbando. Il dialogo tra Giuseppe Vaglica e Carmelo Amato, due degli indagati dell'operazione antimafia che ha portato in carcere 28 persone, è stato registrato nei mesi scorsi.
Vaglica, parlando con Amato, dice: "Uno degli sbagli che si fanno nella vita è stata la strage di Capaci. Se a Falcone non gli finiva così non era meglio per noi?". Amato ribatte: "Ricordati che lo Stato non si tocca... Prenditela con chiunque, ma lo Stato non si tocca, perché se vuole sa come fartela pagare".
Le intercettazioni disposte negli ultimi due anni dalla Dda nell'ambito delle indagini per la cattura di Bernardo Provenzano forniscono una "fotografia" aggiornata di Cosa nostra. Le conseguenze negative delle scelte stragiste del passato sono avvertite dai fedelissimi del boss e, sia pure a fatica, tra le componenti dello schieramento guidato da Provenzano comincia a farsi strada l'autocritica. Per la prima volta. Forse anche i picciotti iniziano a cambiare pelle.
a. c.26 gennaio 2002 - BORSELLINO TER; CALO',CUPOLA NON ESISTE PIU' DAL 1981
ANSA:
"La Commissione di Cosa Nostra non esiste piu' dal 1981". Lo ha sostenuto il cassiere della mafia Pippo Calo', in dichiarazioni spontanee pronunciate oggi davanti alla Corte d' assise d'appello di Caltanissetta, poco prima che i giudici entrasero in Camera di consiglio per pronunciare la sentenza del cosidetto processo Borsellino ter. Calo' da due mesi chiede di poter rendere dichiarazioni non da pentito, ma solo per chiarire la sua posizione. Una posizione interpretata come una sorta di "dissociazione" da Cosa Nostra. L' imputato, accusato della strage di via D' Amelio insieme ad altri 26 tra boss e gregari, ha lanciato accuse contro i pentiti affermando di aver "graziato" Tommaso Buscetta nel 1980: "dovevo ucciderlo, cosi' l'ho mandato via da Palermo obbligandolo a non tornare piu'. Per questo lui mi odiava ma fino ad ora non mi sono mai potuto difendere". Calo' si e' presentato in aula tenendo tra le mani numerosi verbali d' udienza con le dichiarazioni di Francesco Di Carlo, Tommaso Buscetta e Salvatore Cancemi che ha contestato punto per punto. "La commissione - ha detto - non esiste piu' dal 1981; da allora non ha deciso piu' delitti eccellenti. A mio avviso chi ha organizzato le stragi del '92 non fa parte di Cosa nostra, perche' così ha voluto la morte stessa dell' organizzazione". Calo' ha anche sostenuto che il vecchio boss Bernardo Brusca, durante una traduzione dal carcere, avrebbe commentato con stupore il fatto che suo figlio Giovanni era stato accusato di aver premuto il pulsante del telecomando nella strage di Capaci. "Brusca mi disse: 'non ci credo che e' stato mio figlio perche' altrimenti non ha pensato a suo padre'. Lo stesso concetto mi fu ripetuto dal padre di Gambino, Giuseppe, con il quale sentii la notizia della strage di Capaci mentre eravamo nella saletta di un carcere: 'dalle stragi abbiamo guadagnato solo guai, compreso l'isolamento a Pianosa'". L' imputato ha concluso le sue dichiarazioni sollecitando al presidente della Corte il confronto con Salvatore Cancemi. Subito dopo il collegio giudicante si e' ritirato in camera di consiglio, la sentenza e' prevista fra due settimane.27 gennaio 2002 – DELL’ UTRI; MI HANNO VOTATO PERCHE' PERSEGUITATO
"Il Corriere della sera"
"Forse i mafiosi mi hanno votato perché sono perseguitato"
ROMA - "Finirà che mi dovrò tutelare. Ne parlerò coi miei avvocati". Tutelarsi da chi, senatore Dell'Utri?
"Da questi presunti mafiosi che parlano di me nell'intercettazione ambientale. Io non so nemmeno chi siano, non li conosco".
Quello che dice "dobbiamo dare aiuto a Dell'Utri... sennò lo fottono... c'è un impegno" e via di seguito, è Carmelo Amato, accusato di associazione mafiosa e presunto favoreggiatore di Provenzano. Secondo alcuni pentiti è amico di Gaetano Cinà, che invece lei conosce bene.
"Sì, ma di questa storia del voto e dell'impegno in mio favore io non so niente. E secondo me, il fatto che due signori dicano "votiamo per questo o per quell'altro" non prova niente. Come faccio a difendermi in una simile situazione? Piuttosto, è grave e tendenzioso che la Procura sbandieri questa intercettazione in un provvedimento di cattura e dichiari che il presunto "impegno profuso in mio favore" sia sintomatico dell'appartenenza di chi parla a Cosa Nostra".
Invece secondo lei di che cosa è sintomatico?
"Di niente. Le racconto una curiosità: durante la campagna elettorale io sono andato nell'ex manicomio di Milo, in provincia di Catania, dove c'erano circa 200 ricoverati; bene, lì dentro ho preso 180 voti. Vuol dire che i pazzi votano per Dell'Utri? O che Dell'Utri è un pazzo?".
V eramente lei era sotto processo per concorso in associazione mafiosa prima di queste intercettazioni, sulla base di altri elementi.
"Certo, perciò questa vicenda mi danneggia e io devo fare delle contromosse, capire perché quei signori parlano in quel modo. Forse hanno creduto che io sia un perseguitato, come ho detto tante volte e confermo. Dichiarai che mi candidavo anche per legittima difesa, e questi potrebbero aver deciso di votare uno che gli faceva pena. Oppure possono aver creduto che io sono un garantista, altra cosa vera".
Quindi secondo lei non c'è niente di male ad essere votati anche da mafiosi o presunti tali?
"La mafia vota per chi crede, ma io non ho preso alcun impegno. Che io sia un perseguitato l'ha creduto tanta gente che mi ha votato, anche al Nord, e forse anche queste persone. Come posso difendermi se delle parole in libertà diventano prova a mio carico? Allora facciamo una legge per vietare il voto ai mafiosi e ai loro parenti, altrimenti non c'è difesa! Che cosa può fare un candidato più di ripetere in ogni comizio che vuole combattere la mafia?".
Per esempio far seguire dei fatti alle parole. Ritiene che in tema di lotta alla mafia il centro-destra lo stia facendo?
"Certo. Proprio gli arresti di questi giorni dimostrano che l'impegno non è mutato. Se si riuscisse ad arrestare Provenzano dopo quarant'anni di latitanza, e c'è da chiedersi come mai uno possa rimanere latitante per tanto tempo, sarebbe un altro segnale".
La riduzione delle scorte ai magistrati antimafia, invece, non le sembra un cattivo segnale?
"No. Se è stata presa quella decisione, vuol dire che era giusta".
E' giusto anche aver rimosso l'onorevole Tano Grasso da commissario antiracket?
"Credo si sia trattato di un normale avvicendamento, e Grasso è stato sostituito da un fior di prefetto".
Dunque lei rivendica la bontà dell'ultima operazione antimafia di polizia, carabinieri e magistratura, tranne che per l'intercettazione che la riguarda?
"Dico che quell'intercettazione non prova niente, e mi reca solo danno. Io sono parte lesa in questa storia. Sono stato tirato in ballo, guarda caso, da quando sono entrato in politica con la fondazione di Forza Italia. Per questo combatto anche con le armi della politica. La mia vicenda fa parte dell'aggressione giudiziaria contro Berlusconi e Forza Italia".
Siamo di nuovo alla teoria del complotto?
"Non voglio usare termini così forti. Dico solo che l'inizio delle indagini nei miei confronti coincide con l'entrata in politica".
Pure lei, come il suo collega parlamentare Previti, ritiene di essere vittima di un processo ingiusto?
"Di un'accusa ingiusta. La mia situazione processuale è diversa da quella di Previti. Io non posso dire che il mio processo sia condotto in maniera ingiusta o non imparziale, anche se in generale non è vero che accusa e difesa siano sullo stesso piano: l'accusa sovrasta la difesa".
Anche nel caso di un imputato eccellente come lei?
"Guardi che l'essere imputato eccellente per me è uno svantaggio; fossi stato un signor nessuno probabilmente non mi avrebbero neppure inquisito. L'unico vantaggio che ho avuto in quanto politico e parlamentare è stato quello di evitare un'ingiusta detenzione preventiva".
Ammetterà che non è cosa da poco.
"Mi serviva per potermi difendere. Se fossi andato in galera non avrei potuto raccogliere prove a mio discarico, come invece ho fatto e sto facendo. Ricordo comunque che dopo la sentenza definitiva anche un parlamentare deve scontare l'eventuale pena".
Al di là delle accuse giudiziarie, sulle quali si pronuncerà il tribunale, non crede che le sue passate frequentazioni con personaggi accusati di mafia, e adesso queste intercettazioni, offuschino la sua immagine sul piano politico e personale?
"Non lo so, ma certamente un danno me lo arrecano. Mi consola però il fatto che c'è un testimone, il più importante, a scagionarmi da tutto: la mia coscienza".
Vuol dire che si sente tranquillo?
"Non sono tranquillo per come vanno le cose, nella mia vicenda personale e in quella generale. E' lo stato complessivo della giustizia che non funziona e va modificato. Anche per questo faccio il politico, e mi batterò per la realizzazione del programma della Casa delle Libertà. A cominciare dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. E poi l'appello sui quotidiani di oggi dell'Associazione magistrati è un fatto inquietante. Ma dove siamo? I magistrati non dovrebbero fare appelli né interviste, ma limitarsi ad applicare la legge".
Lei e il suo partito, però, siete pronti a gridare allo scandalo se solo la applicano in maniera diversa da come vorreste voi.
"Non siamo noi a volere un'applicazione diversa, ma la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, le cui voci sembra che a Milano non arrivino neppure. Non ci possono essere interpretazioni delle leggi che ne stravolgono il significato. Altrimenti dovremo fare leggi più chiare per restringere il campo delle interpretazioni".
Giovanni Bianconi28 gennaio 2002 – GRIMALDI; BLOCCATO IL MIO FILM SU SALVO LIMA
"Il Nuovo"
Grimaldi: bloccato il mio film su Salvo Lima
Esce nelle sale il film Iris, girato interamente ad Ustica ed interpretato dalla figlia del regista Arancia. La storia di Lima? Si potrà realizzare solo cambiando nome al personaggio.
ROMA- La critica ha accostato il piccolo film indipendente Iris al realismo dei grandi Kiarostami e Truffait. Addirittura si è fatto il paragone con I pugni in tasca. Inoltre, la pellicola ha ricevuto diversi riconoscimenti ai festival internazionali, fra cui quello di Montepellier (Francia) e quello coreano. L'ultimo lavoro di Aurelio Grimaldi, regista contradditorio, che ha realizzatato opere d'autore, così come lavori mediocri, narra la vita quotidiana ad Ustica. Girato interamente sull'isola, è un piccolo gesto d'amore per la poesia dell' infanzia e per la terra siciliana.
Scritto dallo stesso regista e dalla moglie Anna Maria e interpretato dalla figlia Arancia, la distribuzione avverrà in poche sale. "Tutti mi chiedono però - commenta lui, presentando il film, di un altro lavoro, che avrei voluto girare sulla complessa storia di Salvo Lima.
"Posso solo ripetere che è attualmente bloccato - spiega - e che il giudice ritiene non si possa fare nulla se non cambiando nome e riconoscibilità del personaggio. Nel frattempo- conclude- non mi rimane che andare avanti per la mia strada: ho girato e sto montando un'altra opera indipendente in bianco e nero ispirata a Pier Paolo Pasolini, intitolata Un mondo d'amore e presto ci sarà il primo ciak di Rosa Fonseca. La protagonista sarà Ida Di Benedetto e il film sarà ambientato a Napoli".
"Iris - racconta il regista - è una storia semplice semplice" Il titolo prende spunto dai fiori che la piccola Maria vorrebbe regalare alla mamma nel giorno del suo compleanno. Ma a Ustica gli iris arrivano dalla terra ferma e sono quindi troppo cari per una povera bambina. Maria, allora, comincia un viaggio (che assume connotazioni epiche) attraverso l'isola per raggiungere il padre che forse potrebbe comprarli. Alla fine della giornata avrà incontrato uomini e storie tanto più grandi di lei e, senza volerlo, avrà dato luogo a un piccolo, poetico miracolo.28 gennaio 2002 - MAFIA: PROVENZANO; BOSS E' MALATO, MA LA FUGA CONTINUA
ANSA:
(di Giuseppe Lo Bianco) - Il blitz scatto' la vigilia di Ferragosto del 1998: decine di agenti di polizia piombarono a sorpresa in tutte le cliniche di Palermo allertati da una frase captata da una microspia: 'iddu e' ricoverato'. A pronunciarla erano stati gli uomini del medico Francesco Barbaccia, ritenuto molto vicino al boss corleonese. Ma di Bernardo Provenzano, primula rossa di Cosa Nostra da 37 anni, tra flebo e camici bianchi non c'era traccia. Fu quella l' unica volta che gli investigatori, coordinati in quell'occasione dal pm di Palermo Alfonso Sabella, cercarono il boss in un luogo di cura. La procura di Palermo ha una sola certezza: Provenzano e' malato e per questa ragione la notizia pubblicata stamane dalla stampa e' stata attentamente verificata dai magistrati prima di essere smentita con decisione dal procuratore Grasso. Fonogrammi urgenti, diretti a tutte le forze dell'ordine, sono partiti immediatamente dagli uffici del pool che coordina le indagini sulla cattura del capo di Cosa Nostra. Polizia, carabinieri, guardia di finanza hanno risposto a stretto giro di non avere avviato alcuna attivita' negli ospedali. Due anni fa vennero setacciati alcuni centri di dialisi, nella convinzione che il boss soffrisse di problemi renali: ma anche in quell'occasione i risultati furono pressocche' nulli. Eppure, Provenzano e' malato: lo confermano i frammenti di conversazione captati piu' volte dalle microspie piazzate nei luoghi di ritrovo dei suoi amici, mai, pero', abbastanza stretti da determinarne la cattura, e lo sostengono anche i pochissimi pentiti che lo hanno visto 'personalmente', descrivendo il suo elegante foulard stretto attorno al collo per mascherare i segni di una fastidiosa tracheotomia. Problemi ai bronchi, alla prostata, perfino voci incontrollate di diagnosi senza speranza: tra i pentiti c'e' chi lo descrisse quasi completamente calvo, a causa, dissero, della chemioterapia cui si sottoponeva tenacemente da mesi. Ma Giovanni Brusca, l'ultimo dei collaboratori ad averlo incontrato nel gennaio del 1996, smenti' questa descrizione: "i capelli - disse - sono tutti al loro posto". Voci di cure e check up presunti di un uomo braccato che la leggenda, alimentata da una latitanza che dura da quarant'anni, collocava, di volta, in volta, in visita nello studio di questo o quel luminare palermitano, o ricoverato nel letto di una esclusiva clinica affidato alle cure di primari aiutati da generosi versamenti ad anteporre il giuramento di Ippocrate ai doveri civici della denuncia penale. E di fronte ad un medico, addirittura un ex primario, si imbatterono gli agenti della squadra mobile di Palermo che la mattina del 30 gennaio 2001 circondarono un casolare di campagna vicino Misilmeri, a venti chilometri dal capoluogo siciliano. Erano andati li' sicuri di fare il colpo che vale una carriera, e cioe' stringere le manette attorno ai polsi di don Binu: la pista era giusta, ma Provenzano, dentro quel casolare, non ci mise piede. Assistette al blitz, probabilmente, da una collinetta poco lontano. Dentro, gli agenti bloccarono uno dei suoi collaboratori piu' fidati, Benedetto Spera, capo del mandamento di Belmonte Mezzagno, sorpreso in compagnia del dottor Vincenzo Di Noto, 69 anni, ex primario in pensione di medicina interna dell'ospedale Ingrassia di Palermo. Egli stesso ammise subito di essere andato li' per curare i fastidi alla prostata del boss Spera, che, pero', godeva di ottima salute. E allora? Fratello di un uomo d'onore ucciso negli anni '80, accusato di avere curato il boss Bernardo Brusca, gia' indagato di associazione per delinquere il dottor Di Noto era una vecchia conoscenza delle forze dell'ordine. Che sospettarono subito che il dottore fosse in visita di cura non a Spera, ma proprio all'inafferrabile primula rossa di Cosa Nostra.28 gennaio 2002 - GRASSO, PROVENZANO RICERCATO IN OSPEDALI? NON RISULTA
Il procuratore di Palermo Piero Grasso, dopo la notizia pubblicata da alcuni giornali che parlavano della ricerca di Provenzano negli ospedali, commenta:"L' unica spiegazione possibile alla notizia pubblicata oggi sulla ricerca di Provenzano negli ospedali e' che qualcuno puo' aver scambiato i militari impegnati nella campagna antifumo per quelli che si occupano della ricerca del boss latitante. Se una iniziativa del genere fosse stata presa dalle forze di polizia ne saremmo stati informati, in ogni caso sarebbe stato necessaria l' autorizzazione per un 'uso dinamico dei pentiti' che non e' assolutamente in atto". Il Procuratore Grasso definisce dunque, "destituita di fondamento la notizia. Rimane da spiegarsi come possono uscire notizie del genere".30 gennaio 2002 - DIA SEQUESTRA BENI BOSS MADONIA IN SICILIA E ROMANIA
ANSA:
La Dia di Caltanissetta sta eseguendo in queste ore il sequestro di beni per un valore complessivo di oltre 100 miliardi, riconducibili al boss mafioso Giuseppe 'Piddu' Madonia, condannato all' ergastolo per diversi omicidi e per le stragi del 1992. L'operazione si svolge in diverse citta' della Sicilia e a Modena, Pesaro, e in Romania. A Bucarest gli investigatori, in collaborazione con l'Interpol, hanno individuato 18 imprese che sarebbero collegate al boss mafioso siciliano, attraverso le quali Cosa Nostra avrebbe riciclato denaro. L'indagine coinvolge 50 persone, tutte indagate, ritenute prestanome di Madonia, coinvolge in reati di riciclaggio, impiego di denaro, beni o altra utilita' di provenienza illecita e di trasferimento illegale di valori. Fra i beni sequestrati, 110 appartamenti e complessi industriali, e una decina di societa' che operano nel campo immobiliare, del trasporto e in quello edile. I particolari dell' operazione saranno resi noti durante una conferenza stampa, convocata alle ore 10 al centro operativo della Dia di Caltanissetta, alla quale partecipera' il procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano, che ha coordinato le indagini. Il decreto di sequestro preventivo e' stato firmato dal gip di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, su richiesta della procura distrettuale antimafia. La Dia di Caltanissetta sta operando in collaborazione con il Gico della Guardia di Finanza e la polizia rumena. L' operazione, denominata «Property», trae spunto dalle rivelazioni del dichiarante Calogero Pulci, favoreggiatore e uomo di fiducia di Giuseppe 'Piddu' Madonia. La Dia ha ricostruito in questo modo una rete di prestanomi attraverso i quali il boss avrebbe realizzato un impero economico, adesso posto sotto sequestro, per un valore complessivo di oltre un milione e mezzo di euro. Per la prima volta gli inquirenti hanno scoperto gli investimenti all' estero di un boss legato ai corleonesi. Fra gli indagati di maggiore rilievo vi e' anche il capomafia latitante Bernardo Provenzano, e poi ancora i nipoti di Madonia, i fratelli Lucio e Francesco Tusa, entrambi condannati per associazione mafiosa; Giovanni Reitano, considerato uomo di fiducia del boss nissenno; Giuseppe Lombardo ed i fratelli Gianfranco e Grazia Santoro, tutti e tre cognati di 'Piddu' Madonia; Antonio Rinzivillo, indicato come il capo della cosca di Gela; Salvatore La Placa, collegato alle famiglie mafiose di Enna e infine gli imprenditori Giacinto Scianna di Bagheria (Palermo) e Rocco Alabiso di Gela. Secondo gli investigatori, Scianna avrebbe svolto un ruolo di interfaccia nel settore imprenditoriale per conto di Cosa nostra e sarebbe stato prestanome di Provenzano e Madonia. Gli uomini della Dia di Caltanissetta hanno individuato a Bagheria un complesso immobiliare composto da 104 appartamenti, realizzati da Scianna, tramite l' Immobiliare La pineta srl, in cui sarebbero confluiti interessi delle cosche. Le attivita' imprenditoriali avviate da Rocco Alabiso in Romania, per conto, secondo gli inquirenti, del capomafia Madonia, sono state indicate dal dichiarante Calogero Pulci. Quest' ultimo ha spiegato che il boss nisseno aveva deciso di diversificare i reinvestimenti dei capitali illeciti, in Romania e in queste ore la polizia di Bucarest stanno perquisendo e «congelando» 18 imprese immobiliari, di trasporto e commerciali, amministrate da siciliani e rumeni, tutte riconducibili, secondo la Dia, al sistema di riciclaggio.
Il 'tesoro' del boss Giuseppe 'Piddu' Madonia, 55 anni, in carcere dal '92, fino adesso non era stato scalfito dalle procure antimafia. Il patrimonio accumulato e' stato gestito da prestanomi e da alcuni familiari del capomafia. Da alcuni anni il suo nome e' indicato fra quelli dei boss detenuti disposti alla dissociazione.
Madonia, originario di Vallelunga Pratameno, un paese di 5.000 abitanti al confine tra le province di Caltanissetta e Palermo, e' indicato come il capo della cosca mafiosa vincente del comprensorio di Gela e come tale facente parte della «cupola» mafiosa che avrebbe deciso le stragi nelle quali sono stati uccisi i giudici Falcone e Borsellino per i quali e' stato condannato in primo grado all' ergastolo. Alla guerra tra il clan Madonia e la cosca contrapposta degli Iocolano-Janni, sono attribuiti gli oltre cento omicidi avvenuti a Gela alla fine degli anni Ottanta per assicurarsi il controllo del territorio e del racket degli appalti. In particolare il contrasto tra i due clan sarebbe sorto per il controllo dei lavori per la costruzione della diga Disueri. Il boss venne arrestato il 6 settembre del 1992 dopo otto anni di latitanza iniziata a seguito dell' istruttoria per il maxi processo a Cosa nostra, in cui era imputato. In questi anni e' stato condannato piu' volte per associazione mafiosa e all' ergastolo dalle corti d' assise di Palermo e Caltanissetta. Madonia era titolare di un' impresa di scavo e movimento terra ed il suo ruolo all' interno di «Cosa nostra» sarebbe cresciuto gradatamente fino a conquistare la fiducia di Toto' Riina e Bernardo Provenzano.31 gennaio 2002 - LIMA; CANCEMI DICE CHE RIINA AVVISO' TUTTA LA CUPOLA
Il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, deponendo in video collegamento nel processo d'appello per l' uccisione di Salvo Lima, dice:"Toto' Riina ha avvisato uno per uno tutti i capi mandamento informandoli della decisione di uccidere Salvo Lima". Cancemi, inquadrato di spalle, indossava una coppola ed ha deposto come testimone, perche' e' gia' stato condannato con sentenza definitiva per l' omicidio Lima.
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
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