Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: gennaio 2003 |
3 gennaio 2003 - IL PANORAMA GIUDIZIARIO DEL 2003
"Panorama"
Attualita italiana
12 processi per 12 mesi
di Maurizio Tortorella
Il delitto di Cogne. Il caso Marta Russo. Ma anche "Toghe sporche" e i verdetti dopo le inchieste su mafia e politica. Casi controversi, alcuni ancora lontani da una sentenza definitiva.
Non illudetevi, non la scamperete: il 2003 è ancora un anno di grandi processi. I principali sono una dozzina: 12 processi per 12 mesi. Politici alla sbarra, fatti di sangue e stragi impunite torneranno, puntuali, ad affollare le cronache. Certo sono una goccia nel mare dei 3 milioni di procedimenti penali pendenti. Però basta uno solo di questi processi per accendere animi e polemiche: è stato così finora, sarà così anche domani. Ecco, quindi, una guida ai grandi casi giudiziari che, anche nel 2003, terranno banco.
I DUE ANDREOTTI
Non illudetevi, non la scamperete: il 2003 è ancora un anno di grandi processi. I principali sono una dozzina: 12 processi per 12 mesi. Politici alla sbarra, fatti di sangue e stragi impunite torneranno, puntuali, ad affollare le cronache.
Certo sono una goccia nel mare dei 3 milioni di procedimenti penali pendenti. Però basta uno solo di questi processi per accendere animi e polemiche: è stato così finora, sarà così anche domani. Ecco, quindi, una guida ai grandi casi giudiziari che, anche nel 2003, terranno banco.
A Palermo, la conclusione del processo d'appello contro Giulio Andreotti per l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa è attesa per il gennaio. In primo grado, il processo si era concluso con l'assoluzione dell'imputato. L'appello è cominciato un anno fa. Il 16 e 17 gennaio la procura generale di Palermo porterà in aula il nuovo collaboratore di giustizia, Antonino Giuffré.
L'altro grande processo in corso contro il senatore a vita, quello per l'omicidio del giornalista romano Mino Pecorelli (morto il 20 marzo 1979), si è concluso a Perugia il 17 novembre 2002 con una condanna a 24 anni di reclusione: Andreotti avrebbe chiesto la morte di Pecorelli al boss Gaetano Badalamenti, anch'egli condannato a 24 anni. Le motivazioni della sentenza dovrebbero essere depositate in febbraio. Subito dopo partirà il ricorso in Corte di cassazione.
IL DELITTO DI COGNE
Il 31 gennaio la Corte di cassazione deciderà definitivamente se Annamaria Franzoni dovrà o meno tornare in carcere. Quel giorno sarà trascorso quasi esattamente un anno dal delitto: il 30 gennaio 2002, a Montroz, frazione di Cogne (Aosta), Samuele Lorenzi, un bambino di tre anni, fu trovato cadavere nel lettone dei genitori, ucciso con 14 colpi alla testa da un'arma che non è mai stata trovata.
Indipendentemente dalla decisione sulla libertà della signora Franzoni, è probabile comunque che la procura di Aosta ne chieda entro breve il rinvio a giudizio. La madre di Samuele, che venne arrestata il 13 marzo con l'accusa di omicidio volontario e poi fu scarcerata il 30 di quello stesso mese, resta infatti l'unica indagata. Desta qualche curiosità, oggi, il suo stato: a metà luglio era stata annunciata clamorosamente una gravidanza, che dovrebbe concludersi entro questo mese.
Intanto la polemica tra accusa e difesa è destinata a crescere: il colonnello Luciano Garofano, comandante del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri a Parma, è stato denunciato dall'avvocato dei Lorenzi, Carlo Taormina, per diffamazione, oltre che per presunti abusi e omissioni.
ANCORA "TOGHE SPORCHE"
Il 27 e 28 gennaio la Cassazione analizzerà l'istanza di rimessione presentata dagli imputati del processo Imi-Sir/lodo Mondadori. Se i magistrati delle sezioni unite decideranno che esiste un "legittimo sospetto" sui giudici milanesi della Quarta sezione penale, il processo per corruzione (che all'inizio di dicembre è stato sospeso) verrà trasferito a Brescia.
In caso contrario, resterà a Milano. Alla fine di ottobre, il pm Ilda Boccassini ha chiesto condanne per quasi 80 anni di reclusione contro gli otto imputati: i giudici Vittorio Metta, Renato Squillante e Filippo Verde, il deputato Cesare Previti, gli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acampora, Felice Rovelli e Primarosa Battistella.
Su questo processo sta per scatenarsi l'ennesima polemica.
Gli avvocati, infatti, hanno appena scoperto che un'indagine sulla vicenda Imi-Sir era già stata aperta a Perugia nel 1994, sulla base di un esposto presentato dal presidente dell'Imi, Luigi Arcuti. L'indagine contro ignoti, accusati di violazione del segreto investigativo, era stata poi inopinatamente trasferita a Roma e da qui era infine traslocata a Milano, poco prima degli arresti che nel marzo 1996 avrebbero aperto l'inchiesta di "Toghe sporche". Ma di questa strana strada seguita dal procedimento Imi-Sir, accusano oggi i difensori, nulla era emerso finora: le carte non sono mai state depositate dai pm. Alessandro Sammarco, difensore di Previti, sostiene che questa sequenza di spostamenti è "la dimostrazione più concreta dell'incongruità della scelta di Milano come sede per processi che avrebbero dovuto, invece, essere correttamente celebrati a Perugia".
L'altro procedimento milanese di "Toghe sporche", quello che ipotizza la corruzione di magistrati romani che si occuparono del caso Sme, è sospeso dal 14 novembre in attesa della testimonianza di David Mills, un avvocato citato dalla difesa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, imputato con Previti. Anche per questo processo le difese hanno chiesto alla Cassazione la rimessione a Brescia. E anche in questo caso si deciderà il 27 e 28 gennaio.
I due processi milanesi si legano a doppio filo con l'indagine che, a Perugia, il procuratore aggiunto Silvia Della Monica sta conducendo dal 30 agosto 1999 per falso contro i due ispettori di polizia Dario Vardeu e Stefano Ragone.
Gli ispettori, su mandato del pm Ilda Boccassini, avevano intercettato l'ex capo dei gip romani, Renato Squillante. La bobina dell'intercettazione, registrata il 2 marzo 1996 all'interno del bar Mandara, a Roma, è stata alla base dell'inchiesta "Toghe sporche"; oggi è al centro di un mistero e di una guerra tra la Procura di Perugia e quella di Milano. I periti del tribunale hanno accertato in maggio che la registrazione è stata manipolata: l'11 gennaio 2003 si svolgerà l'udienza per dare una risposta definitiva anche sul macchinario che è stato usato per la manipolazione.
E, forse, anche sui suoi possibili autori.
IL CASO MARTA RUSSO
A Roma si prepara un nuovo ricorso in Cassazione per il processo sull'omicidio della studentessa romana Marta Russo, uccisa con un colpo di pistola la mattina del 9 maggio 1997 mentre camminava per un viale dell'università La Sapienza di Roma.
Il 3 dicembre 2002, la Seconda corte d'assise d'appello di Roma ha condannato a sei anni di reclusione Giovanni Scattone per omicidio colposo, a quattro anni e sei mesi Salvatore Ferraro per favoreggiamento e porto abusivo d'arma.
La stessa accusa per l'usciere Francesco Liparota, con una condanna a due anni e due mesi.
È la terza sentenza, dopo che la Cassazione, il 6 dicembre 2001, aveva annullato la precedente condanna in secondo grado. Per le motivazioni, bisognerà aspettare febbraio. Poi partiranno i ricorsi.
L'ALTALENA DI CONTRADA
L'ultima polemica giudiziaria del 2002 è stata quella sul processo che da dieci anni riguarda Bruno Contrada.
L'ex funzionario del Sisde, oggi 71 anni, venne arrestato a Palermo il 24 dicembre 1992 per concorso in associazione mafiosa e rimase in carcere 31 mesi e 7 giorni, fino al 31 luglio 1995. Il processo di primo grado si è concluso il 5 aprile 1996 con la condanna dell'imputato a 10 anni di reclusione.
Il verdetto è stato ribaltato il 4 maggio 2001: la Corte di appello di Palermo ha assolto l'ex 007.
A suo carico c'erano le dichiarazioni di dieci collaboratori di giustizia, che lo accusavano di collusioni con Cosa nostra. Il 12 dicembre 2002 la Cassazione ha di nuovo ribaltato la situazione, annullando l'assoluzione e ordinando un nuovo processo d'appello. Che partirà, a quanto pare, nella seconda metà del 2003.
LE GRANDI STRAGI
I processi per le stragi di Milano (17 morti il 12 dicembre 1969) e di Brescia (8 morti il 28 maggio 1974) hanno recentemente subito un colpo dalla fuga di uno dei principali testi d'accusa: Martino Siciliano, 56 anni, ex neofascista mestrino. A Milano, in primo grado, nel luglio del 2001 è stato riconosciuto colpevole della strage Delfo Zorzi, ex neofascista di Mestre e dal 1989 cittadino giapponese con il nome di Roi Hagen, ed è stato condannato all'ergastolo. Il processo d'appello comincerà a primavera inoltrata.
A Brescia, invece, è in corso l'ennesima inchiesta sulla strage di piazza della Loggia, affidata ai pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni. Nel marzo 2002, Siciliano aveva ritrattato le accuse contro Zorzi. Poi, in giugno, Siciliano era stato arrestato per favoreggiamento: i pm credono che abbia accettato la ritrattazione solo perché convinto dal denaro di Zorzi. Ma il 30 ottobre 2002 Siciliano è stato scarcerato e costretto all'obbligo di dimora a Porretta (Bologna). Poi è fuggito in Francia il 21 novembre.
IL CRAC DELLA FIORENTINA
Per Vittorio Cecchi Gori, arrestato nell'ottobre 2002 e attualmente indagato a piede libero per l'ipotesi della bancarotta fraudolenta della Fiorentina Calcio, la procura di Firenze (che ne aveva già chiesto il rinvio a giudizio per falso in bilancio e infedeltà patrimoniale) in dicembre ha ottenuto un rinvio dell'udienza preliminare anche per l'accusa di crac fraudolento della società: l'udienza, nella quale verrà verificato lo stato passivo della Fiorentina, è stata fissata per il 27 marzo 2003 dal giudice Francesco Carvisiglia.
Cecchi Gori, accusato di un presunto buco da 671 milioni di euro, rischia da tre a dieci anni di reclusione.
DELL'UTRI E LA MAFIA
Marcello Dell'Utri, senatore di Forza Italia ed ex presidente della Publitalia, è sotto processo a Palermo dall'ottobre 1997. L'accusa: concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo ha analizzato per ora quasi tutti i testi dell'accusa.
I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo sostengono che alla fine degli anni Settanta la mafia iniettò versamenti miliardari nel patrimonio della Fininvest, ma la difesa risponde di aver dimostrato attraverso i suoi periti l'assoluta trasparenza di quei versamenti, tutti riconducibili a Silvio Berlusconi. Il premier, peraltro, fu indagato per gli stessi reati e poi prosciolto da ogni accusa nel dicembre 1999.
Anche in questo processo verrà sentito il pentito Giuffré, che interrogato dai pm palermitani ha parlato di Dell'Utri come tramite fra Cosa nostra e Forza Italia. L'interrogatorio avverrà in videoconferenza, il 7 gennaio.
Poi comincerà l'analisi dei testimoni della difesa, una settantina. La sentenza è prevista per la fine dell'anno.
LA MORTE DI DESIREE
Il 28 settembre 2002 la studentessa Desirée Piovanelli venne violentata e uccisa in un casolare di Leno (Brescia).
Gli inquirenti, attraverso una serie di confronti, stanno definendo le responsabilità dei quattro arrestati: Giovanni Erra, accusato di essere il regista del delitto, e i tre compagni minorenni Nicola (16 anni), Mattia (14), Nico (16). Nicola è reo confesso.
Su tutti sono state disposte perizie psichiatriche.
Quasi certa la premeditazione: nella cascina sono state trovate varie paia di guanti di lattice, destinati a coprire le impronte digitali. Nella prima metà del 2003 arriverà il rinvio a giudizio.
LE VIOLENZE DI GENOVA
Le tre inchieste parallele sulle violenze a Genova per il G8 del luglio 2001 stanno per arrivare al dunque. I pm Ranieri Miniati ed Enrico Zucca stanno valutando la situazione di circa 200 agenti, attualmente indagati per le presunte violenze alla caserma di Bolzaneto e alla scuola Diaz. I reati, nel primo caso, vanno dall'abuso d'ufficio alle percosse, nel secondo dalle lesioni al falso ideologico, alla calunnia. Le udienze preliminari sono previste per la primavera.
La terza indagine, invece, riguarda le violenze dei no global. In questi giorni il tribunale sta valutando sulle misure restrittive chieste a suo tempo dai due pm Anna Canepa e Andrea Canciani nei confronti di 25 giovani italiani, accusati di violenza e saccheggio: in parte restano in prigione, in parte sono agli arresti domiciliari, in parte in libertà con obbligo di firma. Un'altra cinquantina sono oggi gli indagati. Per loro l'udienza preliminare si terrà forse in marzo.
TANGENTOPOLI A POTENZA
Il 28 maggio 2002, il pm Henry John Woodcock e il gip Gerardina Romaniello avevano mandato in prigione 22 persone per reati che vanno dall'associazione per delinquere alla corruzione, dalla rivelazione di segreti d'ufficio al favoreggiamento. Nel gruppo, una serie di imprenditori e di politici locali, un generale del Sisde, vari amministratori pubblici. Era stato chiesto l'arresto anche per due parlamentari, Angelo Sanza (FI) e Antonio Luongo (Ds), ma la Camera aveva respinto la domanda.
Poi l'inchiesta si è allargata: in luglio è stato arrestato il direttore generale dell'Inail, Alberigo Ricciotti. In settembre l'inchiesta si è estesa ai lavori per un oleodotto Eni-Agip e sono state arrestate altre 17 persone. L'indagine dovrebbe concludersi entro la metà del 2003.
L' INCENDIO DEL PETRUZZELLI
Il processo per l'incendio doloso del teatro Petruzzelli di Bari deve ripartire da zero: così ha deciso il 30 maggio 2002 la Quinta sezione penale della Cassazione dopo circa due ore di camera di consiglio, annullando la sentenza con cui la Corte d'appello di Bari il 6 aprile dell'anno scorso aveva condannato l'ex gestore Ferdinando Pinto e altri quattro imputati.
A Pinto erano stati inflitti cinque anni e otto mesi di reclusione: era stato giudicato l'ideatore di un progetto criminale realizzato insieme con la criminalità organizzata, per lucrare sulle ceneri del teatro e per estinguere un debito contratto con gli usurai del clan Capriati, uno dei più potenti del centro storico di Bari. Così, 12 anni dopo il rogo, si riparte da zero.
L'altro processo per il rogo del teatro La Fenice di Venezia è arrivato alla sentenza d'appello. Per il rogo del teatro, avvenuto nella notte del 29 gennaio 1996, lo scorso 5 novembre sono stati condannati per incendio doloso Enrico Carella (sette anni) e Massimiliano Marchetti (sei anni), i due elettricisti veneziani che lavoravano alla ristrutturazione del teatro. Con loro è stato condannato anche a una multa di appena 500 euro l'ingegnere che avrebbe dovuto provvedere a proteggere la Fenice, e non lo fece.
Il costo della ricostruzione, che (forse) terminerà nel novembre 2003, è di 55 milioni di euro.5 gennaio 2003 - ANM PALERMO PUBBLICA LIBRO PER RICORDARE BORSELLINO
ANSA:
"Paolo Borsellino, silenzi e voci" e' il volume pubblicato dalla Sezione distrettuale di Palermo dell' Associazione nazionale magistrati per ricordare il giudice assassinato dieci anni fa in via D'Amelio, gli uomini della scorta e tutte le vittime della mafia. Il libro sara' presentato mercoledi' pomeriggio alle 18 alla libreria Flaccovio di via Ruggero Settimo a Palermo, alla presenza dello scrittore Vincenzo Consolo, del presidente dell' Anm di Palermo, Massimo Russo e di Vincenzo Barone, amico d' infanzia di Borsellino. La pubblicazione rappresenta un percorso emozionante di immagini, che raccontano frammenti della vita del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Si tratta di momenti che appartengono alla storia dei siciliani, tracciati da alcuni testi di Consolo e dalle fotografie scattate dai reporter Giuseppe Gerbasi, Francesco Pedone, Mike Palazzotto, Alessandro Fucarini, Michele Naccari, Franco Lannino e dall' agenzia Publifoto. Acquistando il libro (120 pagine, 15 euro) si aderisce al "Progetto legalita' in memoria di Paolo Borsellino". L' iniziativa, deliberata dalla giunta dell' Anm di Palermo, e' rivolta a contribuire, attraverso interventi nelle scuole e nel sociale, alla crescita della cultura alla legalita'.5 gennaio 2003 - 23 ANNI FA UCCISIONE MATTARELLA; LUMIA
ANSA:
'Piersanti Mattarella fu un coraggioso e intelligente innovatore che avvio', soprattutto negli anni della sua presidenza della Regione siciliana, un' esperienza di grande rinnovamento e di rottura nella prassi politica del suo tempo'. Lo ha dichiarato il capogruppo Ds in Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, ricordando la figura dell' ex presidente democristiano della Regione Sicilia, ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980. 'Mattarella - ha detto Lumia - inauguro' un nuovo modo di governare le istituzioni dell' Isola e di interpretare l' autonomia siciliana. La Regione doveva per lui trasformarsi, da centro di sprechi e di clientele, in luogo dove progettare lo sviluppo della nostra terra in modo trasparente e moderno". ' Ma - ha aggiunto il parlamentare - ebbe anche il grande merito di comprendere quale livello di permeabilita' la Dc dei suoi tempi aveva raggiunto rispetto al fenomeno mafioso. Fu un uomo rigorosissimo nella lotta contro Cosa nostra, incapace di alcun compromesso o ammiccamento". " Infine - ha concluso Lumia - credo che il suo maggior contributo lo abbiamo ricevuto nell' ambito della cultura politica. Diede, infatti, al ruolo dei cattolici democratici non la funzione di taciti guardiani e custodi dello status quo attraverso la Dc, ma quello di innovatori e di apripista. Intuendo che il luogo a loro piu' naturale sarebbe stato nel centrosinistra'.5 gennaio 2003 - ANNIVERSARIO UCCISIONE GIUSEPPE FAVA A CATANIA
ANSA:
Un mazzo fiori deposti da due nipoti accanto alla lapide che ricorda la sua scomparsa. Cosi' oggi pomeriggio a Catania e' stato ricordato, sul luogo dell' agguato, davanti il Teatro Stabile, il 19/mo anniversario dell' uccisione del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, assassinato dalla mafia il 5 gennaio del 1984. Alla commemorazione hanno partecipato un centinaio di persone assieme ai due figli della vittima, Claudio ed Elena Fava. "In un tempo in cui vorrebbero farci seppellire le memorie persino piu' semplici e piu' care - ha detto Claudio Fava - i catanesi continuano a ricordare Giuseppe Fava. Lo ricordano qui, ma anche altrove. E questo mi sembra l' aspetto maggiormente positivo di 19 anni, che non sono passati invano. Anche perche' ci sono tanti giovani che il 5 gennaio del 1984 non erano ancora nati e che sono qui a ricordare una persona morta che non hanno conosciuto ma della quale hanno pure un ricordo". Due altre manifestazioni per la scomparsa del giornalista e scrittore si sono svolte nelle chiese di San Nicolo', organizzata dalla Fondazione Fava, e dei Santi Pietro e Paolo.6 gennaio 2003 - AVV. LI GOTTI DA AN A ITALIA DEI VALORI
"La Gazzetta del Sud"
Intervista Per 35 anni prima al Msi e poi ad An, il noto avvocato dei pentiti entra nell'"Italia dei Valori"
Li Gotti: "Perché dico addio a questa destra"
Virgilio Squillace
CROTONE - Forse un po' scontata, la battutaccia è inevitabile. Si è pentito l'avvocato dei pentiti. Dopo una militanza a destra più che trentennale, passa sull'altro fronte e aderisce a "L'Italia dei Valori". Fuor di metafora: è cambiato Luigi Li Gotti, o è cambiata la destra? "La destra, la destra... ", risponde più che convinto il penalista, conosciuto per essere stato difensore di pentiti deflagranti quali Buscetta, Contorno, Brusca. Luigi Li Gotti, 55 anni, è stato avvocato di parte civile nel processo per la strage di Piazza Fontana, ha rappresentato i familiari del maresciallo Leonardi nel processo Moro, ha tutelato la famiglia del commissario Calabresi in un lungo iter processuale. Ha visto da vicino l'Italia più oscura, insomma, dove la politica incrocia il crimine e diventa perciò essa stessa un'altra cosa. Crotonese, Luigi Li Gotti vive e lavora a Roma, con la sua famiglia. A Crotone ha cominciato a fare politica alla fine degli anni sessanta nelle organizzazioni giovanili del Msi, partito del quale è diventato successivamente segretario di federazione e che ha rappresentato in Consiglio comunale dal 1972 al 1977. In un cassetto, l'avvocato Li Gotti custodisce le sue 35 tessere d'iscrizione annuale al Msi e poi ad An.
Non è stato Li Gotti, dunque, a cambiare? "No. Avevamo principi, valori. Certo, c'era anche della zavorra. Ma alcune cose erano molto ferme: i temi della giustizia, la solidarietà. Ha contato molto per me l'essere cresciuto a Crotone. Noi eravamo ispirati da Filosa, un cosentino, un personaggio particolare. Faceva parte della corrente vicina a Stanis Ruinas, che aveva creato con la rivista "Pensiero nazionale" un'area considerata la sinistra del Msi. C'è un bel libro pubblicato da Mondadori una quindicina di anni fa: si chiama "I fascisti rossi" e parla degli eventi successivi alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, del dialogo segreto, sotterraneo, fra la destra e la sinistra. Filosa, che fu anche deputato, significava per noi far parte di questa sinistra all'interno del Msi. Almirante ci era più vicino di Michelini, uomo della grande destra che dialogava con i liberali. Invece per noi vivere a Crotone, città operaia, significava avere accanto anche dei sindacati, volere o volare dovevi parlare di questo. I nostri iscritti erano operai. E noi sentivamo questa parte della nostra storia. Eravamo orgogliosi del fatto che uno dei caduti dell'eccidio di Melissa, Nigro, era il segretario di sezione Msi di Melissa. Quella di Melissa era una sezione che aveva una grande importanza, per noi era un punto di riferimento".
Quando è avvenuta la rottura? "Sentimentalmente non c'è stata una rottura. La rottura politica con i vertici di An è venuta con l'esperienza di questo governo, in questo ultimo anno e mezzo. I punti sono due: i problemi della giustizia e la questione morale. Nella destra ci sono uomini che non puoi spendere, se sei un partito che alla questione morale ci tiene sul serio. Questo mi ha fatto capire che nella destra la questione morale ha fatto passi indietro. In altri tempi non sarebbe stato possibile. E poi, il tema della giustizia. C'è un appiattimento totale sulle scelte di Berlusconi".
Perchè ritiene così decisiva la questione della giustizia? "È una anomalia italiana. Il tema della giustizia qui è centrale. In altri paesi è come altre cose, un problema fra i tanti, che deve camminare per la sua strada. Non è come da noi: occasione di contrasto, di conflitto. Questo accade perchè abbiamo un presidente del Consiglio che sostiene d'essere perseguitato dalla magistratura. Può un presidente del Consiglio andare in televisione per un'ora e sostenere: sono un perseguitato? Dà un segnale estremamente negativo. Un ministro di questo governo ha dichiarato che la sentenza Andreotti è una sentenza contro il popolo italiano. Ha diritto di dire questo, ma non di fare nello stesso tempo il ministro. Su questi temi An non è riuscita ad arginare. Poteva averne la forza. Invece si è appiattita. Queste cose, ed altre ancora, hanno rappresentato per me un momento di distacco".
E nell'Italia dei Valori, in Di Pietro? "Ho cominciato a parlare con quelli che parlano il mio stesso linguaggio. Sento parlare una lingua che mi è familiare. Ho fatto delle riunioni con loro. Vedo la stessa carica, la stessa ansia. A un collega romano iscritto ai Ds, che vive nel quartiere dove vivo anch'io, avevo chiesto di invitarmi nella sua sezione quando si discutevano certi problemi, che più mi stanno a cuore. Ma non mi hanno invitato. Invece un giornalista mi ha chiesto giorni fa chi avessi alle spalle, in questa mia scelta per l'Italia dei Valori. Non ho nessuno dietro alle spalle. Anzi, ho alle spalle mia figlia, che molto prima di me, portandosi dietro la famiglia, ha fatto la scelta per Di Pietro con grande anticipo su di me".
Si è dispiaciuto qualcuno? Ha avuto segnali dalla sua parte politica d'un tempo? "No. E da parte di chi, poi? Guardi che anche prima non avevo avuto nessun contatto con i gruppi dirigenti in carica".
Diciamola tutta. Ormai appiattita, a suo avviso la destra non c'è più? "Il maggioritario ha portato questo. Non c'è più spazio per una differenziazione. È difficile che ci sia il laboratorio politico, con il maggioritario. Se cominci a discutere sulle cose che dividono, l coalizione non regge più. Il maggioritario ha cambiato la politica. Certo, aiuta la governabilità, ma distrugge la fantasia".
Ma la forza viene pur sempre all'esecutivo da una democratica consultazione... "Attraverso i numeri questo governo cambia le regole. Invece le regole si rispettano. La "Cirami" è uno schiaffo al Parlamento, attraverso i numeri".
Tuttavia sull'indulto la destra è spaccata, discute. "I piccoli reati, una volta, venivano affrontati e risolti dall'amnistia. L'indulto estingue una parte della pena. Oggi si parla di questo indultino, che è uno sconto per chi ha già scontato un certo numero di anni. In Inghilterra c'è la parole , una norma che dall'inizio dice: questa è la tua pena, ma se ti comporti bene esci prima. Un tipo di riforma in questa direzione si può fare. L'indultino non entra nel sistema, mentre c'è spazio per lavorare in campo strutturale. In realtà qui la questione è soprattutto elettorale. Del resto, c'è una proposta d'un deputato di An che abbatte il tetto della pena per la bancarotta fraudolenta. Questo, mentre il ministro Castelli ha bloccato i concorsi in magistratura. Nel momento in cui la gente chiede giustizia, arriva questo provvedimento. Ecco quale sensibilità c'è da parte del governo".
Cosa pensa della protesta annunciata dai magistrati che all'apertura dell'anno giudiziario si presenteranno con una copia della Costituzione? "Dico solo che ci sarà un motivo, se 8.000 magistrati ricorrono a questo gesto clamoroso. Il fatto stesso che i magistrati abbiano deciso di manifestare richiamando i principi della costituzione, vuol dire che c'è un problema serio, e che lo vogliono porre all'attenzione".7 gennaio 2003 - SCRITTORE CONSOLO SU MISTERI D'ITALIA
"La Citta'" (quotidiano di Salerno)
Golpe e mutismi da Andreotti a Berlusconi
Lo scrittore Vincenzo Consolo analizza la storia del Belpaese tra rivoluzioni e revanscismi
intervista di Fabiola Paterniti
"Se c'è stata una condanna nei confronti di Andreotti, vuol dire che i magistrati di Perugia hanno individuato, attraverso le carte, i motivi di colpevolezza". Chi parla è Vincenzo Consolo, scrittore di origine siciliana che vive a Milano. Dunque non un politico, ma un uomo di cultura. In tutti i suoi libri, da "La ferita dell'Aprile" a "Il sorriso dell'ignoto marinaio", da "Nottetempo, casa per casa" a "L'olivo e l'olivastro", la memoria storica viene utilizzata per rianalizzare il presente. Romanzi ed opere teatrali che conservano ricordi, dialetti e termini arcaici, volti a recuperare piccole vicende individuali ma anche collettive del passato. Quelle storie che, spesso, diventano metafore del mondo in cui viviamo e servono ad esternare un atto d'accusa nei confronti dell'attualità. Quindi Consolo, sin dal suo primo romanzo del 1963, si è distinto come scrittore impegnato a indagare e a interpretare vicende ed eventi storici. Un uomo che ha deciso di incidere la realtà tramite lo strumento scrittorio, ha "scelto di farlo -sostiene - in difesa della verità e della giustizia". Cosa ne pensa della sentenza di Perugia, dei ventiquattro anni inflitti a Giulio Andreotti e a Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli? "Ho molto rispetto per la magistratura. Se quest'istituzione viene demolita il Paese rischia di cadere in situazioni politiche molto oscure e inquietanti. Purtroppo, non ho letto la sentenza, ma il fatto che manchi l'anello di congiunzione fra mandanti ed esecutori è un vuoto che lascia perplessi. Bisognerebbe capire la congiunzione fra quello che si chiamava il terzo livello e il livello del manovale del delitto". The Economist ha scritto che in caso di condanna soffrirebbe "la sinistra reputazione dell'Italia di Paese che ha avuto (o ha) o leader corrotti o un sistema giudiziario prevenuto". Cosa ne pensa? "Credo che abbia ragione. Questo Paese, dal secondo dopoguerra, è stato spesso politicamente amministrato da governanti senza scrupoli, anche criminali. Non consideriamo solo il latrocinio, ma anche i tentativi orrendi di golpe. La situazione dell'Italia era quella di un Paese di frontiera, in un contesto europeo, con il partito comunista più forte dell'Occidente. Con la paura da parte della Cia, dei servizi segreti americani, che qui potesse succedere la rivoluzione bolscevica e che i confini dell'impero sovietico si sarebbero potuti estendere fino al Tirreno. Credo che questo sia stato un errore madornale. Perchè se non era stato fatto nell'immediato dopoguerra, quando c'erano ancora i partigiani con le armi in mano, e poi con Togliatti, Ministro della giustizia, che aveva condonato tutto... - addirittura l'amministrazione dello Stato era rimasta in mano a quella che era la struttura portante del fascismo - Insomma, tutto era rimasto come prima, quindi sono state solo le paure dei servizi segreti americani. Ci sono stati tentativi di golpe e forme di revanscismo di tipo fascistico che affioravano di tempo in tempo. E quindi i nostri governanti, dal secondo dopoguerra in poi, sono stati al servizio dei servizi segreti americani, fino all'enormità dell'assassinio di Moro. C'è un fiume di sangue che attraversa la storia italiana dal secondo dopoguerra per almeno sessant'anni: parte dalla strage di Portella della Ginestra e arriva alla strage di Piazza Fontana, Brescia e al delitto Moro. E' una storia tragica" Ed oggi? "Credo che dopo Mani Pulite e il disfacimento di questo potere per corruzione interna e per altro, siamo arrivati ad una situazione peggiore. Non sappiamo le origini della classe dirigente di oggi. La magistratura sta ancora indagando per saperci dire da dove vengono e chi sono. Noi lo intuiamo. Viene da pensare a quel saggio di Karl Marx intitolato "Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte", dove si riprende un'affermazione di Engels che dice: "le vicende storiche si presentano due volte: una volta in forma di tragedia e la seconda volta sotto forma di farsa". Ecco, questi politici, che oggi ci governano, sembrano la riesumazione in forma comica, grottesca di quello che era stato il fascismo degli anni Venti. Sono inquietanti. Quello che hanno fatto fino ad oggi sono l'insegna della sopraffazione, dell'impudenza, della crisi delle regole della democrazia: dalle leggi che hanno votato in Parlamento, con questa maggioranza assoluta, fino ad arrivare alla scena muta del nostro Presidente del Consiglio davanti a magistrati. Giudici che si muovono da Palermo per sapere se Marcello Dell'Utri, uno dei fondatori della Casa della Libertà, abbia avuto o meno rapporti mafiosi. Insomma, è la prima volta che un Presidente del Consiglio si rifiuti di rispondere a dei magistrati". Nino Giuffrè, Pino Lipari e tanti altri boss hanno deciso di parlare. Perchè oggi? "Questi signori in campagna elettorale hanno fatto tante promesse, evidentemente non le hanno mantenute, e così questi pentiti cominciano a vuotare il sacco". Lei, come tanti altri scrittori siciliani, ha lasciato la Sicilia per trasferirsi a Milano. Ha conosciuto il Nord e il Sud. Crede che la devolution sia un progetto valido? "E' un orrore. Si demolisce la democrazia. Ed è ancora il segno di una regressione culturale, politica, etica. Di uno che in nome della piccola patria, di una Vandea ricca, si vuole separare dal resto d'Italia. Già la parola devolution mi preoccupa. C'è stato un linguista in Germania, al momento dell'avvento del nazismo, Victor Klemperer, insegnava all'università di Dresda , fu cacciato via per ragioni razziali e ridotto a fare il manovale. Questo scienziato ha scritto un saggio sulla mutazione linguistica in Germania prima dell'avvento e con l'avvento del nazismo. Lo chiamò "Lingua terzii imperii", lingua del terzo Reich. Adesso avverto la stessa mutazione linguistica di tipo utilitaristica, mercantile e aziendale. Avviene con la parola devolution e con il fatto che intendono chiamare impunemente "governatori" i presidenti delle Regioni, come se fossimo in America. Qui siamo in un Paese unito che ha radici nobili che partono da lontano e una storia comune che passa anche attraverso la cultura, la poesia e la letteratura. Il Nord ricco vuole separarsi e lasciare al loro destino le regioni meno ricche.Non sanno a che cosa vanno incontro Le vandee sono cieche e sono sempre state cieche. Queste forme vandeane sono forme speculari. Il loro nazionalismo della piccola patria è speculare all'altro nazionalismo di tipo fascistico. Non capisco come i due nazionalismi possano andare d'accordo. Forse prima o poi si scontreranno. E' un progetto che può allontanare l'Italia dall'Europa? "C'è il rischio di uscire dall'Europa sia per ragioni di disunità nazionale sia per ragioni economiche. Il rischio di rimanere ai margini di una cultura e di una civiltà europea per riferirci agli americani. Ma abbiamo una cultura e una civiltà diversa rispetto agli Stati Uniti. L'Italia è un paese cristiano, illuminista, socialista e umanitario.Un paese che non ha la pena di morte. La nostra civiltà ha altre origini, altri modi di pensare, di concepire la vita, ha il senso della solidarietà". Ultimamente stanno emergendo prepotentemente diverse forme di separatismo. Possono essere pericolose? "Già, questa Lega Nord che si vuole staccare, vuole fare la deregulation, nascondendo la parola secessione che diventa xenofoba razzista. Questo è diventato il Paese dove si arrestano i No Global perchè manifestano pacificamente contro la guerra preventiva, che è un obbrobrio. E contemporaneamente nessuna polizia interviene in una piazza di Roma, dove un signore, che si chiama Borghezio, fa un discorso di tipo fascista, circondato da ragazzi che gridano "ai forni ai forni", "Heil Hitler" e "boia chi molla". E l'apologia del vetero fascismo, è un momento di reale rischio per la democrazia".7 gennaio 2003 - IL DENARO DELLA MAFIA CONTRO L' URSS ?
"La Sicilia"
L'oro della mafia contro Mosca?
Sindona e Calvi.
I due banchieri (poi uccisi dai boss) diedero soldi allo Ior che finanziava la rivolta in Polonia
Tony Zermo
Ecco come la mafia siciliana contribuì, inconsapevolmente, alla caduta del regime comunista. Sembra il titolo di un "giallo" di fantasia, ma approfondendo si vedrà che ci sono molti punti di contatto con la realtà. Il fatto è che tutti noi abbiamo sotto gli occhi gli eventi, ma li vediamo in maniera spezzettata, contingente, senza avere la capacità di legarli insieme in un contesto, anche perché si tratta di episodi apparentemente senza relazione tra loro. La mafia sembra troppo distante dalla grande finanza, dal Vaticano e dai conflitti internazionali: e invece non è così.
Diciamo che la storia comincia all'incirca negli anni '70 quando Cosa Nostra prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via Messina Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro dev'essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un'altra ancora in Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un'altra parte viene affidata al banchiere di Patti Michele Sindona. Quando fa bancarotta nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato e poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all'arsenico: come anni addietro all'Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l'uccisore di Salvatore Giuliano.
Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice "ragiunatt" era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano.
Calvi, il "banchiere dagli occhi di ghiaccio", sembrava l'uomo giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all'Ambrosiano. Del resto "pecunia non olet" e nessuno potrà mai provare con certezza che quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra.
Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano, ed esattamente allo Ior, l'istituto bancario della Santa Sede gestito da mons. Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere protezione dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia di miliardi passarono dall'Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro c'era anche quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò "Solidarnosc" di Walesa che alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia. Dopo la democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi degli altri Paesi satelliti dell'Urss.
Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne sapesse niente: aveva affidato i suoi "risparmi" a Calvi perché li facesse fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a "Solidarnosc". E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e venne trovato penzolante da una corda sotto il ponte dei "Frati neri" sul Tamigi. A distanza di venti anni s'è capito che quello non era suicidio, bensì un delitto di mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana alla camorra, e in particolare a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria con la sua auto a Roma. Meglio togliere di mezzo testimoni pericolosi.
Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della mafia c'era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. Che Papa Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici. E fu allora che il Kgb decise di ucciderlo. Per non agire direttamente chiese l'intervento dei servizi segreti bulgari, i quali fecero pressione sui colleghi turchi affinché si trovasse un killer disposto a sparare al Papa. Era Alì Agca, condannato a morte, un mistico fanatico dalla mira infallibile. Agca venne fatto evadere da un carcere di massima sicurezza, venne aiutato dai "lupi grigi" di Oral Celik, nelle sue peregrinazioni passò anche da una locanda di Palermo e il 13 maggio 1981, festa della Madonna di Fatima, si presentò con la pistola in pugno davanti al Papa. Il killer turco stavolta sbagliò mira, forse veramente la Madonna volle salvare Wojtyla per consentirgli di completare la sua missione in Terra.
In questo grandioso scenario politico, accorgersi che la mafia fu gabbata e che i soldi del diavolo finirono non in crusca, ma forse servirono per operazioni contro i nemici della Cristianità fa un certo effetto a volerci pensare. In fondo i mafiosi senza saperlo sono stati anche in questo caso anticomunisti come volevano essere. Curiosa la vita.7 gennaio 2003 - FIGLIA BEPPE ALFANO: GRAVI DEPISTAGGI
"La Gazzetta del Sud"
GRAVE DENUNCIA DELLA FIGLIA DEL GIORNALISTA UCCISO DALLA MAFIA 10 ANNI FA E CHE DOMANI SARà RICORDATO A MESSINA E BARCELLONA
Sonia Alfano: "Gravi depistaggi hanno impedito di svelare i mandanti dell'omicidio di mio padre"
Domani la Provincia regionale e la città di Barcellona ricorderanno la figura di Beppe Alfano, il giornalista corrispondente del quotidiano "La Sicilia", ucciso l'8 gennaio di dieci anni fa in un agguato mafioso a Barcellona. Tre gli appuntamenti previsti: a Barcellona la manifestazione intitolata "8 gennaio 1993-8 gennaio 2003, Beppe Alfano 10 anni dopo, una vita per la verità", avrà inizio alle 9.30 nella Basilica di S. Sebastiano con la Santa Messa; poi continuerà alle 10.30 nell'aula magna del liceo classico "L. Valli", dove la vedova Alfano, Mimma Barbaro e la figlia Sonia, introdurranno i lavori del dibattito "Mafia e legalità a 10 anni dalla morte di Beppe". All'incontro interverranno tra gli altri il presidente della Provincia regionale Giuseppe Buzzanca, il sindaco di Barcellona Candeloro Nania, il presidente dell'Ars Guido Lo Porto, il capogruppo di An al Senato Domenico Nania, il presidente della Commissione regionale antimafia Carmelo Incardona, i componenti della Commissione nazionale antimafia, politici, magistrati, avvocati, giornalisti. Nel pomeriggio, alle 17, nel Salone degli Specchi di Palazzo dei Leoni, a Messina, la Provincia renderà omaggio alla figura del giornalista ucciso con un convegno dal tema "Il giornalismo di frontiera dieci anni dopo, Beppe Alfano una vita per la professione". Un incontro che è organizzato dall'Ordine dei giornalisti di Sicilia e dall'Associazione siciliana della stampa. Ai lavori, introdotti dal presidente Buzzanca, parteciperanno anche i presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, della Federazione della stampa, Franco Siddi, e dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia, Bent Parodi. E da Palermo in una lunga intervista rilasciata all'Ansa la figlia di Alfano, Sonia, lancia accuse pesanti: "gravissimi depistaggi hanno impedito fino ad ora di svelare il volto dei mandanti dell'assassinio di mio padre: in carcere, condannato a 30 anni, c'è solo chi avallò il delitto, non chi lo commissionò e chi lo eseguì. Il vero movente non è ancora stato scoperto: mio padre aveva raccolto una serie di dati su un traffico di armi e di uranio con i paesi dell'Est, quegli appunti sono spariti da casa la sera stessa dell'omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell'ordine". Oggi è funzionario della Protezione Civile regionale. Sonia Alfano da dieci anni va a caccia dei motivi che hanno indotto un killer solitario, con il quale Beppe Alfano aveva probabilmente un appuntamento, a scaricare cinque colpi di calibro 22 contro il padre, giornalista coraggioso, autore di quotidiane denunce contro gli intrecci affaristico-politico-mafiosi di una zona dove, in quegli anni, si nascondeva il capomafia catanese Nitto Santapaola. Ora Sonia rivela: "La cattura di Santapaola nel 1993 si deve probabilmente anche alle confidenze che mio padre aveva girato ad un magistrato suo amico, il boss catanese abitava nella stessa strada di casa nostra, a Barcellona". Ora la figlia di Beppe Alfano chiede la riapertura delle indagini sull'omicidio e l'intervento della commissione antimafia, "così come è accaduto per l'omicidio di Peppino Impastato, dove un raggio di luce è arrivato, quantomeno sui depistaggi compiuti". Depistaggi messi in atto, secondo Sonia, anche nelle indagini sull'omicidio del padre: "alle 22.45 dell'8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi - rivela la figlia del giornalista -, portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate". Depistaggi in alcuni casi offensivi per la memoria del giornalista: "alcuni avvocati, in aula - dice ora Sonia -, hanno parlato di pista passionale, di debiti di gioco, lo hanno perfino indicato come pedofilo, accusandolo di avere girato film porno con i suoi alunni e di avere avuto un rapporto particolare anche con me. Ma io auguro a tutti di avere con il proprio padre lo stesso rapporto che ho avuto io con il mio. Per uccidere mio padre si è scomodato il terzo livello - aggiunge Sonia Alfano -, e la mafia ne era al corrente ai più alti vertici. Santino Di Matteo (il pentito della strage di Capaci) ha rivelato che Giuseppe Gullotti (il boss di Barcellona, unico condannato a 30 anni come mandante) chiese a Giovanni Brusca oltre al consenso anche un killer "in prestito" per uccidere "un giornalista". E doveva essere proprio lui, Di Matteo.7 gennaio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: NUOVI VERBALI GIUFFRE'
ANSA:
I giudici del tribunale hanno rinviato l' udienza del processo al senatore Marcello Dell'Utri al pomeriggio. Lo spostamento e' dovuto al fatto che la procura di Palermo ha depositato nell' ambito del processo tre nuovi verbali del pentito Antonino Giuffre'. I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo ne hanno dato avviso ai difensori pochi minuti prima dell' inizio dell' udienza di oggi in cui e' prevista la deposizione in videoconferenza del collaboratore di giustizia. Si tratta di interrogatori resi il 25 settembre, il 18 ottobre e l'11 dicembre scorsi in complessive 36 pagine di trascrizione. I pm hanno spiegato che in questi verbali non e' citato il nome di Dell' Utri, ma solo 'le garanzie ricevute da Provenzano rispetto ad un dato movimento politico per l' appoggio elettorale'. I magistrati hanno spiegato ai giudici del tribunale che sono entrati in possesso dei verbali solo pochi minuti prima di entrare in aula. I difensori del parlamentare si sono opposti, ed hanno chiesto ed ottenuto di rinviare l' interrogatorio di Giuffre' in modo da esaminare le nuove dichiarazioni del pentito."Dai verbali di Giuffre' non emerge nulla contro di me e per questo posso dire che potrebbe essere un teste a mia discolpa". Lo ha detto il senatore Marcello Dell' Utri, entrando nell' aula del Palazzo di giustizia di Palermo in cui e' attesa la deposizione in video-conferenza del pentito Nino Giuffre'. Dell' Utri ritorna a Palermo per partecipare al processo che lo vede imputato di concorso in associazione mafiosa dopo diversi mesi di assenza. Rispondendo alle domande dei giornalisti sui motivi che lo hanno indotto oggi ad intervenire ha detto: "E' il mio processo e per questo sono venuto". Nell' aula gremita di giornalisti e' atteso l' ingresso del tribunale per l' avvio dell' udienza. E' iniziato l' interrogatorio del pentito Antonino Giuffre' nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. Il collaboratore di giustizia risponde alle domande del pm Antonio Ingroia ed e' collegato in videoconferenza. Ad apertura dell' udienza i giudici del tribunale, presieduti da Leonardo Guarnotta, hanno acquisito i tre verbali di interrogatorio depositati oggi dai pm.
"Marcello Dell' Utri era persona molto vicina a Cosa nostra e nello stesso tempo ottimo referente per Berlusconi, ed era stato reputato come persona seria e affidabile". Lo ha detto il pentito Antonino Giuffre', rispondendo in teleconferenza alle domande del pm Antonio Ingroia nel corso di una udienza del processo al senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il collaboratore ha ricostruito gli incontri a cui lui stesso aveva partecipato con i boss Bernardo Provenzano, Carlo Greco e Pietro Aglieri, nella primavera del 1993, quando Cosa nostra era alla ricerca di "nuovi referenti politici che - ha detto - potevano aiutare l' associazione mafiosa". Giuffre' ha ricordato i riferimenti al "nuovo movimento politico che stava nascendo" ed il pentito ha affermato che si trattava di Forza Italia. Secondo il collaboratore, Provenzano aveva ricevuto "garanzie" per aiutare Cosa nostra "e cosi' - ha detto Giuffre' - ci siamo dati da fare per appoggiare la nuova formazione politica". Il pm Ingroia, ritornando a parlare di Dell' Utri, ha chiesto di spiegare meglio cosa intendeva, quando ha parlato del senatore, definendolo "persona seria e affidabile". "Significa - ha detto Giuffre' - mantenere gli impegni che si prendono prima delle elezioni e portarli avanti". I difensori di Dell' Utri hanno sollevato eccezioni, sottolineando che il pentito in precedenza, e cioe' durante i 180 giorni di interrogatorio a cui e' stato sottoposto, non avrebbe mai parlato del parlamentare come persona "vicino a Cosa nostra".
Il pentito Antonino Giuffre', rispondendo in teleconferenza alle domande del pm Domenico Gozzo, ha riferito di un falso sequestro di persona che sarebbe stato organizzato da Cosa nostra davanti all' ingresso della villa di Arcore di Berlusconi. "Un episodio - ha detto il pentito - che e' stato organizzato per mettere paura a Berlusconi, in modo da esercitare una pressione indiretta per far assumere Vittorio Mangano", il fattore palermitano che lavoro' nella villa dell' allora imprenditore milanese, successivamente accusato di essere un boss mafioso. Giuffre' riferisce di una conversazione avvenuta nel 1993 con il boss Carlo Greco: "Mi fece un nome per la zona di Brancaccio, che era Giovanni Ienna, un costruttore in contatto diretto con Berlusconi e che era considerato molto affidabile. Tramite Ienna - aggiunge Giuffre' - Carlo Greco e Pietro Aglieri avevano ricevuto garanzie che il nuovo movimento politico che si sarebbe formato avrebbe aiutato Cosa nostra". Il controesame degli avvocati e' stato rinviato a martedi' 14 gennaio, nell' aula bunker del carcere di Pagliarelli.
"Quando Vittorio Mangano venne assunto nella villa di Arcore, il boss Stefano Bontade e altre persone a lui vicine, con la scusa di andare da Mangano, si incontravano con Berlusconi". Lo ha detto il pentito Antonino Giuffre' rispondendo alle domande del pm Domenico Gozzo nel processo al senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. La vicenda, finora inedita, e' stata rivelata in aula da Giuffre', che ha detto di aver saputo di questi incontri da Michele Greco, negli anni Ottanta, periodo in cui gestiva la latitanza del 'papa' di Cosa nostra'. Il pentito ha ricostruito la vicenda dell' assunzione di Mangano come fattore della villa di Berlusconi. "Berlusconi - ha detto Giuffre' - aveva paura dei sequestri di persona e allora Dell' Utri gli presento' Mangano".
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha mai avuto "alcun contatto, diretto o indiretto, tramite il senatore Dell'Utri, nei confronti del quale vengono mosse accuse del tutto infondate, con soggetti mafiosi per la costituzione di Forza Italia o per voti a favore di Forza Italia". E' uno dei passaggi di una dichiarazione di Niccolo' Ghedini, deputato di Forza Italia e legale di Berlusconi, diffusa dopo la deposizione resa oggi dal pentito Antonino Giuffre' nel processo, in corso a Palermo, al senatore Marcello Dell' Utri. "Ancora una volta - dice Ghedini - si assiste ad un processo, a dichiarazioni senza alcun senso logico, ne' alcuna correlazione con i fatti realmente accaduti. Si consente a personaggi la cui credibilita', per una vita dedita al delitto, dovrebbe essere gia' di per se' fortemente compromessa, di gettare discredito su persone e formazioni politiche che hanno sempre avversato la mafia. Forza Italia, in questi anni, ha sempre dato la prova, con fatti concreti, di combattere efficacemente il fenomeno mafioso con assai maggior convinzione dei governi precedenti". "L'on. Berlusconi non ha mai ne' conosciuto ne' sentito ne' incontrato il costruttore Ienna, che, peraltro - continua Ghedini - ha gia' smentito le dichiarazioni di Giuffre', ne' ha avuto alcun contatto diretto o indiretto tramite il senatore Dell'Utri, nei confronti del quale vengono mosse accuse del tutto infondate, con soggetti mafiosi per la costituzione di Forza Italia o per voti a favore di Forza Italia. Anche per evitare queste storture la riforma della giustizia deve trovare pronta e immediata attuazione".
"Da interrogatori precedenti che ho letto, non emergeva nulla che mi riguardava cosi' personalmente come e' emerso oggi". Lo dice il senatore Marcello Dell' Utri, a conclusione dell' udienza nel corso della quale il pentito Antonino Giuffre' e' stato interrogato dai magistrati di Palermo in videoconferenza. "C' e' un mutamento - dice il parlamentare - che mi lascia inquieto. Giuffre' non aveva neppure dichiarato il mio nome. Ho assistito a qualcosa di molto strano, le sue ricostruzioni possono essere fatte da chiunque". Il parlamentare azzurro sottolinea alcune stranezze nelle parole del collaboratore di giustizia: "parla - prosegue Dell' Utri - di garanzie e affidabilita' che Forza Italia avrebbe potuto offrire, ricordando pero' che nel 1994 il governo dispose il decreto per la confisca dei beni ai mafiosi e istitui' i 'Vespri Siciliani'. Non capisco di quali garanzie si puo' parlare, visto che il 41 bis e' stato confermato, mentre l' ergastolo e' stato abolito da un governo di centro-sinistra. Forza Italia con tutto quello che dice Giuffre' non c' entra nulla". "Alle elezioni europee del 2001 - sottolinea il senatore - si dice che sarei stato aiutato dai mafiosi, ma vorrei ricordare che io ho vinto al Nord, mentre in Sicilia ho preso pochi voti. A Caccamo, paese di Giuffre', ho avuto solo 30 preferenze". "In Sicilia - ha concluso il senatore - Leoluca Orlando ha avuto 80 mila voti ed Enzo Bianco 100 mila, entrambi hanno ottenuto piu' preferenze di me. Spero di non ritrovarmi a Pasqua con altre nuove dichiarazioni di Giuffre'".
7 gennaio 2003 - GRASSO, LIPARI? UN SEMPLICE DICHIARANTE
ANSA:
Le rivelazioni di Pino Lipari, consigliori ed economo di Bernardo Provenzano, sui rapporti tra mafia e politica mirano "molto in alto", ma la procura di Palermo considera Lipari "alla stregua - dice il procuratore Pietro Grasso - di un semplice dichiarante e non certamente un collaboratore di giustizia alla luce dei requisiti che la nuova legge espressamente richiede e cioe' genuinita' e completezza, novita' e rilevanza". Secondo Grasso, infatti, "dopo un primo giro di interrogatori le iniziali perplessita' non sono state rimosse". Perplessita' legate anche, dicono in procura, ad un possibile uso strumentale delle sue scottanti rivelazioni. Tra i pm, infatti, c'e' chi ipotizza un nuovo "caso Pellegriti", il falso pentito catanese che accuso' Salvo Lima di essere il mandante dell'omicidio Mattarella indicando pero' il nome di un killer in carcere il giorno del delitto. Pellegriti venne smascherato da Giovanni Falcone che non esito' a firmare un mandato di cattura per calunnia. Secondo quanto appreso in ambienti giudiziari, i temi spontaneamente trattati da Lipari sui rapporti tra mafia e politica, come contenuto dalla sua offerta di collaborazione, sono delicatissimi e riguardano anche importanti processi tuttora in corso di trattazione nelle sedi dibattimentali di primo e secondo grado. Pino Lipari avrebbe parlato anche di magistrati (per i quali la competenza passerebbe alla procura di Caltanissetta), di avvocati, investigatori, politici sia della prima Repubblica che della seconda Repubblica, con prospettazioni, sostengono in ambienti giudiziari, in alcuni casi verosimili, in altri suggestive, in assonanza con l' accusa per taluni processi ed in dissonanza per altri. La procura di Palermo, diretta da Grasso, sembra essere molto prudente, nutrendo il dubbio che talune ricostruzioni del passato, ma soprattutto le piu' attuali, possano essere funzionali alle esigenze ed alle nuove e piu' recenti strategie di Cosa nostra. Lipari, per ora, non e' stato ammesso ad alcuna forma di protezione, ne' per lui, ne' per i suoi familiari. L' economo di Provenzano ha inoltre chiesto al gup, davanti al quale e' imputato di associazione mafiosa, di accedere al rito abbreviato e non al patteggiamento come e' uso ai pentiti. Fino a qualche settimana fa Lipari era difeso dall'avvocato milanese Stellari, che pero' adesso ha rinunciato all'incarico.8 gennaio 2003 - RIVELAZIONI GIUFFRE' E LIPARI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Deposizione in videoconferenza al processo Dell'Utri. Polemiche e smentite sulle dichiarazioni "fuori termine"
Il pentito Giuffrè: il boss Bontade ad Arcore
"Il capomafia incontrò Berlusconi". L'avvocato Ghedini: falso, vuole solo screditare Forza Italia e il premier
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PALERMO - Il processo a Marcello Dell'Utri sembra sempre di più un processo a Forza Italia e al suo leader Silvio Berlusconi. Con la prima apparizione del pentito Antonino Giuffrè in videoconferenza a Palermo le sue rivelazioni hanno infatti indicato il partito nato nel '93, tanti esponenti di vertice e tanti candidati come una coalizione di amici di Cosa nostra "seri e affidabili". E sul gran capo, proprio il Cavaliere, è stata lanciata una nuova ombra. Proiettata indietro di venticinque anni. Quando, con la scusa di andare a trovare il fattore di Arcore, il boss deceduto Vittorio Mangano, si sarebbero incontrati con l'allora attivo imprenditore i numeri uno della mafia, compreso Stefano Bontade. Questo dice Giuffrè, provocando una secca smentita dei legali di Berlusconi. Anche se a quanto pare il pentito non lo avrebbe né detto né sottoscritto durante i 180 giorni imposti dalla legge ai collaboratori per elencare quanto sanno.
La polemica sul metodo e sulla sostanza è inevitabile. Le sdegnate smentite si sono susseguite fino a notte, strascico di dichiarazioni concluse alle 19,30 dopo una estenuante giornata di interruzioni tecniche e di argomenti affrontati dal pentito andando ben oltre le striminzite sintesi contenute su Dell'Utri nei verbali sottoscritti fino al 16 dicembre scorso, la scadenza di quei 180 giorni. Ed è su questo termine, anzi sull'interpretazione della legge, che scatta adesso una polemica destinata a rimbalzare su altri dibattimenti, a cominciare da quello contro il senatore a vita Giulio Andreotti. A Giuffrè piacciono le immagini forti, capace com'è di agevolare la comunicazione mass mediatica. Paragona, infatti, i mafiosi ai pesci e la politica all'acqua per dire quanto essenziale sia per Cosa Nostra il rapporto con il potere. Anzi, parla di "simbiosi mutualistica". E, rifacendo la storia degli ultimi decenni, non può non cominciare dai dc, indicando come "candidati" della mafia potenti morti e vivi: "Mattarella, Ruffini, Gioia, D'Acquisto e ora fino ad arrivare ai discorsi di Forza Italia o di Alleanza nazionale e il resto...".
Ecco un passo delle 36 pagine depositate ieri dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo su pressione della difesa che, avendo appreso di nuovi verbali sottoscritti da Giuffrè con riferimento a Dell'Utri e Forza Italia, ne hanno chiesto l'acquisizione. Pagine con molti omissis che in effetti meritano una lettura attenta perché Giuffrè parla dell'"errore" di aver chiesto ai siciliani di votare per i socialisti nell'87. L'obiettivo era di punire la Dc, ritenuta incapace di appoggiare fino in fondo la mafia. E lui questa storia la racconta a modo suo, ammettendo che il controllo mafioso del voto "non sempre è riuscito".
Ecco l'osservazione da analizzare: "Noi abbiamo avuto sempre l'astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ci mettiamo con i socialisti, già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l'abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Dc, degli uomini politici, u 'nni putiva 'cchiù e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un'ancora... E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua".
Vero è che per Giuffrè "Forza Italia era vista allora come la nuova Dc, come l'ancora di salvezza di noi mafiosi (...) in cambio di favori, dell'eliminazione dell'ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni...", ma su chi avrebbe dovuto fare tutto questo nei verbali il pentito resta generico. Non un virgolettato per descrivere il Dell'Utri "vicino a Cosa Nostra", come ha svelato ieri. Solo una stringata sintesi dei magistrati su quel che avrebbe riferito in dibattimento. E gli avvocati dicono che non basta.
Felice CavallaroLA REAZIONE
Il senatore: noi siamo contro Cosa nostra, perché parla di me solo ora?
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PALERMO - Scatta a fine udienza Marcello Dell'Utri chiedendo la parola al presidente Leonardo Guarnotta. Sgancia i suoi strali contro il pentito che in mattinata aveva definito "forse utile alla difesa", sfogliandone i verbali. E li riprende in quest'ultimo atto per leggere che un mese fa Giuffrè ai magistrati diceva di ignorare i nomi di quanti avrebbero dato "garanzie" al gran capo di Cosa Nostra: "No, su queste cose Provenzano restava abbottonato".
Parole di Giuffrè ben diverse da quelle rovesciate ieri sera sul senatore di Forza Italia adesso convinto che si sia realizzato "un ribaltamento del tavolo": "Non aveva nemmeno citato il mio nome a dicembre, il pentito. Che cosa è successo adesso? Quale "simbiosi mutualistica" si è verificata, per usare una sua immagine? Debbo pensare alle "vacanze di Natale" concesse come premio fuori dal carcere con la famiglia? Ma allora debbo aspettarmi altro per le vacanze di Pasqua?".
Il tono è risentito perché a Dell'Utri non va di passare per amico dei mafiosi ("serio e affidabile"), come lo avrebbe descritto Provenzano parlando con Giuffrè, con Pietro Aglieri e Carlo Greco. Attraverso questi ultimi due, il pentito apprende e memorizza altri nomi come "canali" della mafia "anche per arrivare a Berlusconi". E nel gruppetto inserisce il costruttore Giovanni Ienna, addirittura in "rapporti diretti con Berlusconi". Cosa che provoca a sera la dura smentita di Niccolò Ghedini, deputato azzurro e legale del Cavaliere: "Dichiarazioni false, vuole solo gettare discredito sul premier e su Forza Italia". Smentita preceduta dalle puntualizzazioni dell'avvocato Enzo Trantino, uno dei leader di An, pronto a richiamare quanto già detto dal vice ministro Gianfranco Miccichè che, da coordinatore siciliano, sciolse il club di Forza Italia aperto dallo stesso Ienna: "Accadde dopo la prima riunione perché trovammo gente che non ci piacque".
Giuffrè va giù duro richiamando però i rapporti fra Dell'Utri e Vittorio Mangano, lo stalliere che si sarebbe avvicinato sempre di più a Berlusconi dopo la messa in scena di un sequestro organizzato davanti alla villa di Arcore proprio per spaventare il Cavaliere. "Anche questo Giuffrè lo apprende perché glielo dice qualcuno, "de relato"", sbotta Dell'Utri cercando di non perdere la calma ostentata sin dall'arrivo al palazzo, pronto al fuoco di fila dei cronisti.
Il "41 bis"? "Sono contrario, se è una tortura, come dicono che sia stato in qualche caso. A cominciare da Vittorio Mangano che hanno fatto morire così in carcere".
L'anno giudiziario? "Forse Pecorella ha ragione a volere abolire questo tipo di anno giudiziario. E anziché presentarsi con la Costituzione in mano, i magistrati alla prossima inaugurazione farebbero bene a prendere fra le loro dita Beccaria, "Dei delitti e delle pene". Sarebbe meglio, più ecumenico".
Sarà duro smentire le affermazioni di un pentito indicato come il numero due di Cosa Nostra? "Se Giuffrè è il numero due, io sono il Papa".
E sulla storia delle "garanzie" offerte alla mafia dal partito appena costituito la replica finisce a verbale, gli occhi sul presidente Guarnotta: "La storia di Forza Italia è tutta contro Cosa Nostra: dal decreto che confisca i beni dei mafiosi all'inasprimento del controllo del territorio, al "41 bis" definitivo".
Sul presunto appoggio elettorale di Giuffrè al "candidato" Dell'Utri per le europee, il contrattacco è facilitato da un conteggio elementare: "Bell'aiuto... A Caccamo, nel paese di Giuffrè, presi solo 30 voti. Mentre nel resto della Sicilia ne ebbi appena 60 mila, tanto che fui eletto nei collegi del Nord con 120 mila voti. Chissà quanti mafiosi si sono trasferiti al Nord...".
E torna a lanciare sospetti sulle "vacanze di Natale" di Giuffrè.
Finché un cronista gli fa notare che, a quanto pare, quelle vacanze sono saltate per ragioni di opportunità, dopo le prime critiche: "Allora, sarà arrabbiato per non averle fatte, e spera in quelle di Pasqua".
F. C."Il Corriere della sera"
Il cassiere dei boss ha riferito una confidenza di Provenzano su un presunto complotto coordinato da Violante e Caselli per accusare Andreotti. E Grasso prende le distanze
Lipari un depistatore? La Procura teme una nuova stagione di veleni
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PALERMO - Un fantasma si aggira per i corridoi della Procura antimafia di Palermo; il fantasma del falso pentito, mandato da Cosa nostra per inquinare inchieste e processi attraverso dichiarazioni apparentemente credibili che riescano a scompaginare le accuse costruite sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Per esempio quelle sui rapporti tra mafia e politica nella prima e nella seconda Repubblica, con ambigue rivelazioni su politici, magistrati, avvocati e investigatori.
Il falso pentito - secondo sospetti che per qualche inquilino del palazzo di giustizia sono ancora tali, mentre per altri sono già certezze - si chiamerebbe Pino Lipari, l'ex-geometra dell'Anas considerato il "cassiere" di Totò Riina e Bernardo Provenzano, oltre che uno dei più ascoltati "consiglieri politici" del boss latitante da quarant'anni. Da due mesi Lipari - arrestato un anno fa assieme a moglie, figlio, figlia e due generi, e da allora in carcere - sta mettendo a verbale dichiarazioni spontanee. E ieri il procuratore Piero Grasso ha voluto fare alcune precisazioni che trovano, forse, giustificazione nelle indiscrezioni sempre più insistenti sulle ultime "rivelazioni" dell'aspirante pentito.
"Per noi resta un semplice dichiarante - ha spiegato Grasso -, e non certamente un collaboratore di giustizia alla luce dei requisiti di genuinità, completezza, novità e rilevanza delle dichiarazioni. Dopo un primo giro di interrogatori, le iniziali perplessità non sono state rimosse". Lo stesso magistrato che ha dato una patente di attendibilità all'ex-numero 2 di Cosa Nostra Antonino Giuffrè, detto "Manuzza", fin dall'inizio della sua collaborazione, decide dunque di dare un colpo di freno al "pentimento" del geometra della mafia. Perché?
Lipari ha chiesto di incontrare i pubblici ministeri antimafia due mesi dopo la notizia della collaborazione di Giuffrè, facendo però aumentare via via i sospetti anziché la propria credibilità. Se infatti mentre parlava "Manuzza" i riscontri alle sue rivelazioni erano già nei cassetti della Procura attraverso alcune intercettazioni che l'ex-mafioso non poteva conoscere, Lipari ha riferito cose che agli atti di inchieste ancora segrete trovano smentite, o comunque la prova che l'aspirante pentito non dice tutto ciò che sa. Sulla base di questa premessa, i presunti assi calati dal "cassiere" dei boss sul tavolo delle inchieste su mafia e politica sono stati accolti con scetticismo e un po' di allarme.
Nei processi in corso contro Giulio Andreotti e Marcello Dell'Utri, imputati di associazione mafiosa, saranno presto depositati i verbali sottoscritti da Lipari. Il quale, stando alle indiscrezioni sul loro contenuto, avrebbe fatto rivelazioni a favore della difesa nel primo caso e dell'accusa nel secondo.
Sul caso Andreotti, Lipari negherebbe le relazioni tra il senatore a vita e Cosa Nostra, riferendo una supposta confidenza ricevuta nel 1999 da Provenzano che gli avrebbe parlato di un complotto politico-giudiziario coordinato dall'ex-procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e dall'ex-presidente della commissione parlamentare antimafia Luciano Violante alla base delle accuse contro il leader democristiano. Lipari aggiungerebbe la convinzione che l'incontro "con bacio" tra Andreotti e Riina raccontato dal pentito Balduccio Di Maggio non è credibile perché in una circostanza simile il capo della mafia avrebbe portato lui e non il "picciotto" di San Giuseppe Jato.
Sul senatore Dell'Utri, invece, le dichiarazioni di Lipari sarebbero in linea con quelle di Giuffrè, confermando l'interesse di Cosa Nostra per la "nuova forza politica" messa in campo da Berlusconi e retrodatando (così come vuole l'ipotesi accusatoria) i progetti della nascita del nuovo partito all'inizio degli anni Novanta. E riferendo anche ciò che gli avrebbe detto il boss Mimmo Teresi, ucciso nei primi anni Ottanta, sulla provenienza mafiosa dei capitali investiti nella costruzione di Milano 2.
Di fronte a simili rivelazioni di un aspirante pentito sul quale ci sarebbero già riscontri negativi su alcune circostanze riguardanti altre inchieste sugli affari di Cosa Nostra, in Procura c'è chi avrebbe voluto subito un'incriminazione per calunnia, sul modello di ciò che fece Giovanni Falcone quando il catanese Giuseppe Pellegriti accusò Salvo Lima di essere il mandante dell'omicidio di Piersanti Mattarella. Altri invece sono dell'idea di proseguire con ulteriori verifiche e interrogatori di Lipari, per tentare di individuare eventuali "mandanti" del sospetto falso pentimento. Il ricordo va al '96, quando all'inizio delle dichiarazioni di Giovanni Brusca venne alla luce il progetto dell'ex-mafioso di accusare proprio Violante di avergli offerto protezione e denaro in cambio di accuse contro Andreotti. Progetto ideato e svelato dallo stesso Brusca, poi ritenuto attendibile dai magistrati.
Nel palazzo dell'Antimafia giudiziaria si respira un clima di preoccupazione ma anche di sotterranee frizioni tra i pubblici ministeri sul modo di procedere nei confronti del geometra, che potrebbero riaprire lo scontro di settembre sulla gestione di Giuffrè, quando i procuratori aggiunti Scarpinato e Lo Forte (spalleggiati da molti sostituti) contestarono l'operato di Grasso presentando le proprie dimissioni, rientrate all'indomani di un'accesa assemblea "di chiarimento". Le parole del procuratore alla vigilia del deposito di verbali che si preannunciano "scottanti" sembrano anticipare che se il sospetto del falso pentimento dovesse confermarsi la Procura è pronta a "scaricare" Lipari, anche al prezzo di rinunciare alle dichiarazioni apparentemente favorevoli al proprio lavoro. Ma lasciano pure intuire il tentativo di evitare nuove spaccature in un ufficio che di tanto in tanto torna ad essere dipinto come il "palazzo dei veleni".
Giovanni Bianconi"La Stampa"
Francesco La Licata
inviato a PALERMO IN un Palazzo che, sfuggendo alla stanca routine dei processi interminabili, rivitalizza il dibattimento contro Marcello Dell'Utri proponendo il remake del pentito Giuffrè, detto "Manuzza", la prima giornata postfestiva fa registrare uno strano clima di sospetto. E' vero che il Tribunale di Palermo ci ha abituato a tutto o quasi, ma una così accentuata sindrome del falso collaboratore non si era mai vista. C'è in giro un gran timore di polpette avvelenate, c'è il ragionevole sospetto che l'ultima spiaggia degli strateghi di Cosa nostra sia la congiura dei depistaggi. Un timore avvertito sin dalla scorsa estate, quando una nota riservata del servizio segreto civile avanzò l'ipotesi che la mafia potesse tentare di invelenire il paese con le false rivelazioni, su mafia e politica, di collaboratori "mandati". Ecco, la Procura di Palermo si trova alle prese con un personaggio mafioso, quel Pino Lipari consacrato come consigliori di Totò Riina e Bernardo Provenzano, che - offertosi per temi delicati - non convince per nulla. Anzi, appare talmente sospetto da aver indotto il procuratore Grasso a prenderne ufficialmente le distanze, fino a bloccare qualunque procedura di protezione per lui e i suoi familiari. Secondo Grasso, a Lipari mancano "genuinità e completezza, novità e rilevanza", tanto da non escludere che il "dichiarante" possa incappare negli stessi rigori in cui incorse un altro falso pentito: quel Pellegriti che indicò a Falcone il nome di Salvo Lima come mandante dell'omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella e finì incriminato per calunnia essendosi rivelate, le sue "rivelazioni", immediatamente fasulle. Cosa dice, Lipari, su mafia e politica? Le dichiarazioni di Grasso parlano genericamente di argomenti che riguardano "anche importanti processi tuttora in corso di trattazione in primo e secondo grado". E aggiunge, il procuratore, che sono stati tirati in ballo "magistrati, investigatori, avvocati" e "politici della prima e della seconda Repubblica". Alcune di queste "rivelazioni", secondo un incontrollabile mix, potrebbero avere conseguenze, per così dire, positive rispetto agli interessi processuali della pubblica accusa, altri andrebbero a cozzare con quanto finora consolidato. Il dato incontrovertibile, però, sarebbe la quasi impossibilità di operare riscontri alle dichiarazioni di Lipari e la certezza che - in altre occasioni che riguardano vicende non di primo piano - il "dichiarante" ha mentito per cercare di orientare i processi nella direzione favorevole a lui e ai suoi amici. Sono principalmente il processo Andreotti e il processo Dell'Utri, le vicende sulle quali Lipari interviene pesantemente. Le indiscrezioni parlano di rivelazioni su una presunta "congiura", con tanto di incontri ed accordi, ordita in danno del senatore a vita da un team istituzionale formato dall'ex presidente della Camera, Luciano Violante, e dall'ex procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli. Notizie che il "dichiarante" avrebbe appreso dalla fonte privilegiata Bernardo Provenzano. Una tesi avanzata a suo tempo dallo stesso Totò Riina, già detenuto, quando parlò di una "congiura dei comunisti" e fece i nomi di Violante, Caselli e Arlacchi. Oggi apprendiamo che a divulgarla sarebbe stato nientemeno che "Binnu u tratturi", e torna alla mente il percorso iniziale del "pentimento" di Giovanni Brusca, cominciato - era il 1996 - proprio con un tentativo di depistaggio che cercava di coinvolgere Violante, chiamato in causa come protagonista di un accordo con la mafia in cambio della testa di Andreotti. Il castello si sbriciolò in poche ore. Ma Lipari andrebbe anche oltre, fino a escludere qualsiasi legame tra Andreotti e Cosa nostra. A questo punto si potrebbe obiettare che è comprensibile l'avversione dei magistrati di Palermo per un "collaborante" che va ad impattare pesantemente sul processo contro l'ex presidente del Consiglio mentre ci si avvia alla sentenza d'appello, dopo un'assoluzione in primo grado. Ma una simile obiezione non terrebbe conto delle altre "rivelazioni" di Lipari - relative a Dell'Utri, Berlusconi e Forza Italia - favorevoli, invece, alle tesi dell'accusa. Il "geometra" di Cosa nostra avrebbe parlato della permaneza ad Arcore del boss Vittorio Mangano, si sarebbe dilungato sulla "nascita" di "Milano 2", costruita, secondo Lipari che l'avrebbe appreso direttamente dal mafioso Mimmo Teresi (morto durante la guerra di mafia), "coi soldi della mafia del gruppo Bontade" e "con gli operai portati da Palermo". Ed avrebbe, anche, confermato una data di nascita di Forza Italia, movimento gradito a Cosa nostra (con un "ideologo" e "un impresario che metteva i soldi"), più utile alle tesi dell'accusa che l'ha sempre posta in un periodo antecedente al 1993. Insomma, un Lipari a tutto campo ma altamente velenoso e a rischio. Ora, tra i magistrati c'è chi vorrebbe "liquidarlo" per sempre e chi, invece, è tentato di insistere, nel tentativo di indurlo al "ravvedimento", che offre una sola strada: notizie attendibili e, soprattutto, riscontrabili. Finora non sembra esser cambiato granché, se è vero che al processo che lo riguarda ha chiesto il rito abbreviato e non il patteggiamento, com'è uso dei pentiti.8 gennaio 2003 - MAFIA: 10 ANNI FA ALFANO; COMMEMORAZIONE TRA POLEMICHE
ANSA:
Verra' depositata domattina dal deputato Giuseppe Lumia (Ds) all' ufficio di presidenza della Commissione Antimafia la proposta di apertura di un' indagine sull' uccisione di Beppe Alfano, giornalista assassinato dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto. La proposta e' stata accolta dal presidente dei senatori di An, Domenico Nania, durante il dibattito organizzato a Barcellona in occasione del decimo anniversario dell' uccisione di Alfano. "Sono favorevole all' apertura di un' indagine - ha detto Nania - cosi' vedremo chi gestiva il potere sul territorio, chi erano i componenti dei comitati di gestione dell' Usl, delle commissioni edilizie e gli incaricati dei piani regolatori. Spero che vengano fuori i nomi dei parlamentari che per la vicenda dell' Aias hanno ricevuto avvisi di garanzia e dei quali non si e' saputo piu' nulla". La commemorazione di Beppe Alfano e' stata pero' segnata dalle polemiche fra l' avvocato della famiglia, Fabio Repici, e gli esponenti di An, che hanno duramente contestato un' affermazione del legale, secondo cui il mandante dell' omicidio, Giuseppe Gullotti, sarebbe stato candidato del Movimento sociale italiano al consiglio comunale del paese. "E' stato lo stesso legale a dire che Gullotti, dieci anni prima, era considerato un persona per bene", ha detto Nania. "Il partito con Gullotti non ha nulla a che vedere", gli ha fatto eco Fabio Granata, assessore regionale ai beni culturali. Durante lo scambio di battute sul palco, nell' aula magna del liceo Valli di Barcellona, si e' accesa anche una parte della platea ed e' dovuta intervenire Sonia Alfano, la figlia del giornalista ucciso, per riportare la calma. Repici ha poi indicato una nuova pista investigativa aperta dalle rivelazioni del pentito Maurizio Avola. A ricordare Beppe Alfano, giornalista coraggioso assassinato per le sue denunce contro gli intrecci fra affari e politica nel barcellonese, sono intervenuti i presidenti dell'ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca e della Fnsi Franco Siddi, i parlamentari Giuseppe Lumia, Niki Vendola, Nino Lo Presti, Domenico Nania e l' eurodeputato Nello Musumeci, e poi il presidente dell'associazione 'Libera' don Luigi Ciotti, l' assessore regionale Fabio Granata, che nel suo intervento ha citato il senatore a vita Giulio Andreotti: "Sara' innocente giudiziariamente, ma e' colpevole politicamente. La sua stagione ha prodotto i Lima e i Ciancimino. Adesso si e' voltato pagina anche se non si deve abbassare la guardia". La Commemorazione e' stata segnata anche dalle denunce della figlia del giornalista, Sonia, funzionario della protezione civile regionale: "Mio padre non era un eroe - ha detto - ed e' stato lasciato solo. Oggi a distanza di dieci anni dalla sua morte, fa ancora paura. Perche' dopo dieci mesi non vengono depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione del presunto killer Antonino Merlino?". Sonia Alfano ha poi accusato il pm che ha condotto una delle inchieste sull' omicidio del padre, senza farne il nome: "prima ha fatto arrestate gli imputati, poi ne ha chiesto l' assoluzione. Non e' stato un processo serio". Ed anche secondo il senatore Nania "bisogna capire che cosa e' successo, non e' possibile che un pm conduca cosi' un' indagine". Numerose infine le iniziative per ricordare Beppe Alfano. Il caporedattore della Sicilia Domenico Tempio ha annunciato l' istituzione di un premio alla memoria di Alfano destinato al piu' bravo corrispondente di provincia; Siddi e Del Boca hanno anticipato che proporranno alla giuria del premio 'Saint Vincent' di assegnare ad Alfano un riconoscimento alla memoria. Il consiglio regionale dell' Ordine dei giornalisti ha deciso di riunirsi oggi e domani a Messina. Per programmare altre iniziative in ricordo del giornalista ucciso.8 gennaio 2003 - MAFIA: UCCISIONE GIUDICE, INAMMISSIBILE APPELLO BOSS RIINA
ANSA:
La corte d'assise d'appello di Caltanissetta, presieduta da Antonio Maffa, ha dichiarato inammissibile l' appello presentato dai legali del boss Toto' Riina, confermando la condanna all'ergastolo inflitta al capomafia di Corleone per l'omicidio del giudice Antonino Saetta e del figlio Stefano, assassinati dalla mafia sull' autostrada Palermo- Agrigento nel settembre del 1988. Secondo i giudici, l' impugnazione del verdetto di primo grado, emesso dalla corte d'assise di Caltanissetta il 5 agosto del 98, sarebbe generica. Per il delitto Saetta e' gia' stato celebrato un processo a carico dei boss Francesco Madonia e Pietro Ribisi, giudicati con rito abbreviato e condannati all'ergastolo con sentenza divenuta definitiva nel 2002. La corte d'appello ha confermato le condanne al risarcimento danni nei confronti della famiglia Saetta e del comune di Canicatti', difesi dagli avvocati Pietro Sorce e Francesco Crescimanno, della Provincia di Palermo, assistita da Adolfo Wolleb, della Regione Siciliana, la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il ministero della Giustizia, rappresentati dall'avvocatura dello Stato, e del comune di Palermo.8 gennaio 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: DIFESA VALUTA RICHIESTA VERBALI LIPARI
ANSA:
Dopo aver letto la notizia sui quotidiani, i difensori del senatore Giulio Andreotti stanno valutando se chiedere di acquisire i verbali del dichiarante Giuseppe Lipari in cui afferma che il sette volte presidente del consiglio sarebbe estraneo alle collusioni mafiose. L' avvocato Gioacchino Sbacchi si trincera dietro uno stretto riserbo e non lascia trapelare nulla di quelle che possono essere le future mosse del collegio di difesa. Secondo Lipari, su cui la procura di Palermo nutre molti dubbi di attendibilita', il senatore a vita sarebbe stato vittima di un complotto. Il dichiarante parla anche di altri politici della prima Repubblica che hanno anche ricoperto cariche istituzionali. Lipari ricostruisce lo scenario mafioso-politico del 1987, quando Toto' Riina ordino' ai boss di dirottare i voti sui socialisti, anziche' sui democristiani. L' aspirante collaboratore di giustizia torna a parlare di presunti contatti avuti con Claudio Martelli e Bettino Craxi e di appalti miliardari pilotati per favorire imprenditori vicini ai partiti di governo di allora.9 gennaio 2003 - BERLUSCONI E I RAPPORTI CON LA MAFIA
"La Stampa"
TUTTO QUELLO CHE IL PREMIER HA DETTO NEGLI INTERROGATORI SULLE ACCUSE DEI PENTITI
Berlusconi: io, la mafia e lo stalliere Mangano "Scoprii che era pregiudicato quando lavorava già, e lui se ne andò" "Dopo le minacce ricevute dai boss portai la mia famiglia all´estero"
ROMA IL fallito sequestro del principe D´Angerio nella residenza di Silvio Berlusconi ad Arcore, l´assunzione dello "stalliere" Vittorio Mangano, gli attentati alla Standa di Catania. Episodi vecchi, alcuni riproposti dalla pubblica accusa al processo che vede imputato, a Palermo, Marcello Dell´Utri, per collusione con Cosa nostra e raccontati anche dal pentito Nino Giuffré. In questi anni, Berlusconi ha avuto diverse occasioni per respingere le accuse e difendersi davanti ai magistrati, alle forze di polizia, in interviste ai giornali.
I RAPPORTI CON VITTORIO MANGANO
E´ il tema più scottante, che ritorna d´attualità. 26 giugno 1987, Berlusconi viene sentito dal giudice istruttore di Milano Giorgio Della Lucia nell´ambito del procedimento penale per bancarotta fraudolenta continuata e aggravata (fallimento della Bresciano spa) a carico di Francesco Paolo Alamia, e, tra gli altri, di Dell´Utri. Giudice istruttore: "Quali rapporti aveva, se li aveva, Marcello Dell´Utri con Vittorio Mangano?" Berlusconi: "Avendo io bisogno ad Arcore di un fattore - più precisamente di un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli animali, avendo in animo di impostare un´attività di allevamento di cavalli, attività poi non realizzata - avendo bisogno di una responsabile per la cura della suddetta attività, dicevo, chiesi a Dell´Utri di interessarsi anch´egli di trovare una persona adatta ed egli mi aveva appunto presentato il signor Antonio (Vittorio, ndr) Mangano come persona a lui conosciuta, più precisamente conosciuta da un suo amico con cui si davano del tu (Tanino Cinà, ndr), che da tempo conosceva, che aveva conosciuto sui campi di calcio nella squadra della Baccicalupo di Palermo. Ciò che mi determinò a non portare avanti detta attività fu la difficoltà di reperire uomini fidati specialmente dopo una, per me preoccupante scoperta circa il fatto che Mangano Vittorio si fosse poi rivelato un pregiudicato. Mangano si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore e cioé nella mia villa, e ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella villa, uno degli invitati, il signor Luigi D´Angerio era stato vittima di un sequestro di persona, casualmente sventato dall´arrivo di una pattuglia di carabinieri. Nell´ambito delle indagini seguite a questo sequestro emerse che Mangano era un pregiudicato. Non ricordo come il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se ciò accadde per il suo prelevamento da parte delle forze dell´ordine o per suo spontaneo allontanamento. Ricordo comunque che dopo qualche tempo finì in carcere. Non conoscevo Mangano prima che lo presentasse Marcello Dell´Utri. Tengo a precisare che la sua assunzione fu una mia scelta, perché mi diede l´impressione di una persona a posto e competente". Sempre sui rapporti con Vittorio Mangano, in una intervista al Giornale, Silvio Berlusconi precisò alcuni anni dopo: "Nei primi anni Settanta, Vittorio Mangano fu veramente il fattore di casa mia ad Arcore. Mi era stato consigliato da Dell´Utri, arrivò con la madre, la moglie e i figli che divennero compagni di gioco dei miei. Riscosse la mia fiducia, per me era una persona ineccepibile: portava a scuola le mie bambine. E lei pensa che avrei messo i miei figli nelle mani di un mafioso, sapendo che lo fosse?". I pentiti dicono che c´era un piano per rapire suo padre e che il tentativo fallì. "L´occasione descritta - risponde Berlusconi - è reale: nel dicembre del 1974, durante una festa ad Arcore, un mio ospite subì un tentativo di rapimento. E´ il principe Luigi D´Angerio di Sant´Agata, che il giorno dopo a San Siro scherzava mostrando i giornali: vedete il rapito? Sono io. Io sono stato nel mirino della mafia, altro che amico di Cosa nostra". In quegli anni la sua famiglia ebbe numerose minacce di rapimento o di morte? Risponde Berlusconi: "Sì, tanto che la questura di Milano mi consigliò di portare all´estero la mia famiglia. Fui costretto a farlo. E per andare a trovare mia moglie e i ragazzi salivo e scendevo dagli aerei, facevo percorsi tortuosi. Via Stoccolma, via Oslo, nel timore di essere seguito. Quando decidemmo di tornare a vivere a casa, fummo costretti ad alzare delle difese nella villa di Arcore: guardie del corpo, auto speciali. Per stare insieme ci blindammo la vita".
L´INCENDIO ALLA STANDA DI CATANIA
30 gennaio `96, Berlusconi viene sentito al processo catanese contro il clan di Nitto Santapaola, ritenuto responsabile, tra l´altro, dell´incendio dei magazzini Standa di via Etnea a Catania, avvenuto agli inizi del 1990. Berlusconi ha sempre negato che il suo gruppo imprenditoriale abbia mai pagato il "pizzo" a Cosa Nostra. Nel corso del suo esame testimominiale, il presidente Berlusconi viene sollecitato dalle domande dei pm Bortone e Marino, e dagli avvocati difensori. Pubblico ministero: "Onorevole, voi avete mai ricevuto richieste di natura estorsiva prima, contestualmente o in epoca immediamente successiva alla distruzione della filiale di via Etnea?" Berlusconi: "Non posso che confermarle quanto ebbi a riferirle nell´interrogatorio del 17 febbraio dell´anno scorso: non ne ho mai avuto notizie. Ho interrogato a riguardo tutti i dirigenti Standa, che a loro volta hanno sentito i loro collaboratori: nessuno ha mai avuto richieste estorsive né prima né dopo l´incendio della filiale". Pm: "Se fossero state inoltrate richieste di natura estorsiva in occasione della vicenda di via Etnea, lei ne sarebbe venuto a conoscenza in ogni caso?". Berlusconi: "Non è mai accaduto che io venissi interpellato su una vicenda di questo tipo". Avvocato: "Lei ha subito ancora prima di acquistare Standa attentati a cose di sua proprietà, alla sua abitazione, alla sua persona?". Berlusconi: "Sì, ho subito un attentato realizzato attraverso il posizionamento di una bomba presso la mia abitazione, sede anche degli uffici centrali dell´amministrazione Fininvest, in via Rovani 2 a Milano (gli attentati a via Rovani furono due: il 26 maggio 1975 e il 28 novembre 1986, ndr)". Avvocato: "Il suo collaboratore Marcello Dell´Utri le ha mai parlato di nuovi investimenti in Sicilia?". Berlusconi: "Mai. Questa mattina ho letto il verbale di quel pentito. Non ci sono affari che il gruppo Fininvest può offrire a chiunque. Al massimo, può offrire a dei partner la partecipazione nelle sue aziende. Il gruppo Fininvest è un gruppo trasparente, totalmente trasparente, non ha una contabilità parallela e non l´ha mai avuta, non ha organismi tesi a produrre fondi neri in modo organico, non ha segreti da custodire gelosamente". Avvocato: "Dell´Utri le ha mai riferito di aver conosciuto il signor Santapaola Benedetto?". Berlusconi: "Ne ho parlato qualche giorno fa e lui ha escluso nella maniera più assoluta di aver mai incontrato questo signore".
SEQUESTRO D´ANGERIO
E´ il 7 dicembre del 1974, Berlusconi va dai carabinieri ad Arcore: la sera prima è fallito il sequestro del principe Luigi D´Angerio, che aveva appena lasciato la residenza di Arcore dopo una cena. Racconta l´episodio, che ripeterà anche tre giorni dopo, il 10 dicembre del 1974, alla Procura di Monza. "Alla cena parteciparono Dell´Utri che non può considerarsi un invitato perché abitualmente mangia con noi dato che abita anche nella villa; Fedele Confalonieri, dipendente dell´Edilnord e mio amico, che invitai lo stesso venerdì sera; un mio amico inglese di nome Bill, che è ospite nostro da circa un mese ed insegna l´inglese presso la Regent Scool di Milano. Naturalmente c´ero anch´io e mia moglie.... Dopo la cena ci spostammo in salotto per prendere il caffé. Confalonieri si mise al pianoforte ed il principe cantò qualche canzone napoletana. Dopo un quarto d´ora da quando avevano lasciato la villa, venne a chiamarci il cameriere Adriano, dicendoci che i nostri amici erano tornati indietro perché avevano avuto un incidente. Incontrai Capra il quale mi disse che avevano rapito il principe, che avevano sparato e può darsi che vi fossero morti nell´autovettura. Dissi a Dell´Utri di telefonare al 113 e contemporaneamente con la macchina del fattore ci incamminammo sul posto. Vedemmo subito la macchina del principe fuori strada e i carabinieri. Il figlio del principe mi venne subito incontro sconvolto dicendomi che avevano rapito il padre. Dopo una ventina di minuti o poco più uscimmo per andare in caserma dai carabinieri e vedemmo il principe che compariva dalla nebbia con in mano il passamontagna...".9 gennaio 2003 - DURANTE VACANZE NATALE PROVENZANO SFUGGITO A CATTURA ?
ANSA:
Polizia e carabinieri non hanno voluto in alcun modo commentare la notizia secondo cui il boss Bernardo Provenzano, localizzato in un casolare tra le province di Palermo, Caltanissetta e Agrigento, e' sfuggito clamorosamente alla cattura delle forze dell'ordine che adesso ne hanno perso le tracce. A pubblicare stamane la notizia e' stato il quotidiano L'Unita'. Nessuno commento anche da parte dei pm che coordinano le indagini sulla cattura del boss, i sostituti Michele Prestipino e Lia Sava. Secondo il giornale Provenzano da almeno due anni 'se ne stava rintanato nello stesso posto. Almeno da fine gennaio 2001, da quando venne catturato il suo luogotenente Benedetto Spera'. Provenzano sarebbe stato localizzato grazie ad una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali.9 gennaio 2003 - MISTERI COVO RIINA; INTERROGATI PROPRIETARI VILLA
ANSA:
I fratelli Giuseppe e Gaetano Sansone, proprietari della villa di via Bernini in cui Toto' Riina trascorse dieci anni di latitanza, sono stati convocati in procura per essere interrogati nell' ambito dell' inchiesta sul covo del capomafia. I due imprenditori sono indagati assieme ai mafiosi accusati di aver ripulito la villa subito dopo l' arresto di Riina. I fratelli Sansone si sono avvalsi della facolta' di non rispondere. Sul covo sono in corso due inchieste giudiziarie: la prima riguarda i proprietari della villa e i boss; la seconda e' contro ignoti e punta ad accertare i motivi che hanno ritardato di quindici giorni la perquisizione all' abitazione di Riina, per la quale il gip Vincenzina Massa ha respinto nelle scorse settimane la richiesta di archiviazione avanzata dai pm. Il giudice ha ordinato inoltre nuove indagini, chiedendo tra l' altro di interrogare tutti i carabinieri coinvolti nell' operazione che porto' all' arresto del latitante, fra i quali anche il generale Mario Mori, attuale direttore del Sisde.9 gennaio 2003 - MAFIA: OMICIDIO ALFANO, DDA MESSINA RIAPRE INDAGINE
ANSA:
Le indagini sull'omicidio di Beppe Alfano, giornalista ucciso dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto dieci anni fa, ripartono dalle rivelazioni della figlia Sonia. La Direzione distrettuale antimafia di Messina ascoltera' Sonia Alfano, che nei giorni scorsi ha rivelato che il padre aveva raccolto appunti su un traffico di armi e di uranio con i Paesi dell'Est, attivita' che potrebbe essergli costata la vita. Lo ha confermato il procuratore Luigi Croce: "comprendiamo l' atteggiamento della figlia del giornalista ucciso - ha detto -, approfondiremo i temi investigativi cercando intanto di capire su quali elementi poggiano le sue indicazioni'. Intanto stamane il deputato Beppe Lumia (ds) ha depositato all' ufficio di Presidenza della commissione antimafia la richiesta di apertura di un'indagine sul caso Alfano, cosi' come avvenne per l'omicidio di Peppino Impastato, richiesta fatta propria dal presidente dei senatori di Alleanza Nazionale Domenico Nania. In una nota, intanto, l'avvocato della famiglia Alfano, Fabio Repici, ha precisato che Giuseppe Gullotti, il mandante dell' omicidio condannato a trent'anni, "venne candidato nelle liste del Movimento sociale quando aveva 25 anni" e ha "alcuni precedenti penali per emissione di assegni a vuoto". "Non ho mai detto - ha osservato il legale - che era conosciuto come una persona per bene come qualcuno degli esponenti di An ha voluto far intendere durante la commemorazione" del giornalista ucciso.10 gennaio 2003 - NUOVI VELENI DIETRO CASO LIPARI ?
"La Gazzetta del sud"
Palermo
Dietro il caso Lipari l'ombra di nuovi veleni
Alessandra Campo
PALERMO - Il caso Lipari finisce anche alla Direzione nazionale antimafia. L'aspirante pentito Giuseppe Lipari, che divide i magistrati della Procura di Palermo sulla sua gestione, sarebbe stato infatti al centro dell'incontro, tenuto top secret fino a tarda sera, che si è tenuto ieri mattina nella sede della Dna di Roma tra il Procuratore nazionale Pier Luigi Vigna e il capo del pool di Palermo, Pietro Grasso. Quest'ultimo, all'uscita dell'incontro, si precipita a dichiarare che "la riunione era già prevista da tempo". E, secondo le scarne informazioni, sarebbe stata dedicata anche al coordinamento delle inchieste di mafia su tutto il territorio nazionale. Ma il caso Lipari continua a tenere banco negli ambienti giudiziari siciliani e solleva anche qualche polemica. A scatenare l'ultima bufera giudiziaria palermitana sono state le parole, poche a dire il vero, dello stesso Grasso che, qualche giorno fa, aveva parlato di "cautela" nella gestione dell'aspirante pentito, proprio perchè ritenuto poco credibile. La paura dei magistrati palermitani è che Lipari, fino a poco tempo fa il "ragioniere" preferito dal boss mafioso Bernardo Provenzano, possa essere un depistatore nelle indagini antimafia. Un rischio che la Procura di Palermo non ha nessuna intenzione di correre. Per queste parole, Grasso è stato chiamato dopo appena 24 ore dal Procuratore generale di Palermo, Salvatore Celesti, e un giorno dopo anche dalla Direzione nazionale antimafia. Insomma, un vero e proprio garbuglio da cui sembra difficile uscirne. Il caso Lipari si sposta adesso anche nella vicina Caltanissetta, dove i magistrati "cugini" della Procura di Palermo hanno aperto un fascicolo sulle accuse di Giuseppe Lipari. L'aspirante pentito accusa, infatti, nelle sue dichiarazioni "di fuoco" anche alcuni magistrati di Palermo, ma apre anche nuovi scenari sui mandanti delle stragi di mafia del '92. Centinaia di pagine, di parole, che adesso sono al vaglio dei magistrati di Caltanissetta. Secondo Lipari, alcuni magistrati del capoluogo siciliano avrebbero fatto dei "favori" a Cosa nostra. Una frecciata tirata direttamente a uno dei pm che lo hanno interrogato, Guido Lo Forte, oggi braccio destro di Grasso. "Signor Lo Forte - ha detto Lipari - mi deve scusare, ma c'era la voce che in Cosa nostra lei e il dottor Giammanco (ex Procuratore capo di Palermo ndr), vi eravate presi 2 miliardi di lire per avere fatto uscire il rapporto dei Ros del '90 su mafia, appalti e politica". Una vera e propria bomba che pesa come un macigno sulla Procura di Palermo. Da qui, tutte le cautele possibili e immaginabili. Lipari aveva chiesto di incontrare i magistrati palermitani dopo avere appreso che l'ex boss Antonino Giuffrè aveva iniziato a fare rivelazioni sui retroscena di Cosa nostra. E, infatti, le polemiche sui pentiti, o aspiranti tali, non finiscono con Giuseppe Lipari. Tiene ancora banco proprio l'ultimo pentito di mafia, l'ex braccio destro del boss Bernardo Provenzano. Quell'Antonino Giuffrè che è entrato come un tornado nei processi più importanti che si stanno celebrando a Palermo, da Andreotti a Dell'Utri. Sempre a Palermo, è in corso un vero e proprio scontro tra alcuni magistrati. Questa volta, ad accendere la miccia sono stati i verbali degli interrogatori di Giuffrè che parla su Dell'Utri. I pm Nico Gozzo e Antonio Ingroia, titolari del processo al senatore di Forza Italia, hanno ricevuto i documenti soltanto ad udienza già iniziata. Eppure, si trattava di tre verbali resi negli ultimi tre mesi. Ma i due pm non ne sapevano niente. Un vero e proprio incidente "diplomatico" che per poco non ha fatto saltare l'audizione del pentito in videoconferenza, su richiesta della difesa, che ha parlato di "scorrettezza" dell'ufficio del pm, quando invece gli stessi magistrati avevano ricevuto i verbali quella stessa mattina. Insomma, a Palermo, con i pentiti di mafia sembra essere iniziata una nuova stagione dei veleni.10 gennaio 2003 - CAMORRA: GIULIANO SI PENTE E PARLA DI FORZA ITALIA
"Panorama"
Il pentito fotocopia
di Paolo Chiariello
Luigi Giuliano, boss di Forcella (Napoli): il 17 novembre scorso, in aula, ha deciso di "pentirsi".
Dopo Giuffrè, un'altra gola profonda. L'obiettivo? Sempre quello: Forza Italia
"Quando leggo che Berlusconi interviene sui giornali per salvaguardare la dignità dei tanti detenuti ordinari, interpreto questa cosa come se fosse l'evoluzione politica di quanto è stato promesso due anni fa". Parola di Luigi Giuliano, 'o re di Forcella, Napoli.
Professione: ex boss della camorra, ufficialmente pentito dal 17 novembre. È un fiume in piena don "Loiggino", come lo chiamano nel suo rione. E dopo le "verità" del mafioso Nino Giuffrè, sulla scena spunta ora una gola profonda quasi fotocopia, che punta il dito contro l'ormai famoso, presunto patto tra Forza Italia e le cosche. Un patto per svuotare di contenuti e rendere inefficace il 41 bis, il carcere duro.
"Ai nostri referenti politici" racconta Giuliano ai magistrati napoletani "abbiamo chiesto valide garanzie e un piano per controllare il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e insediare conoscenze nei tribunali di sorveglianza": siamo a Forcella, dove i Giuliano sono nati e cresciuti e dove il boss e molti suoi familiari hanno deciso di "pentirsi" dopo avere ordinato decine e decine di esecuzioni.
"Mafiosi e camorristi" spiega oggi Luigi Giuliano "hanno aderito a un progetto teso a garantire appoggi politici ed elettorali a Forza Italia e al Polo. Posso inoltre confermare che la vittoria schiacciante in Sicilia è frutto di questo tipo di accordo".
Una tesi suggestiva: Berlusconi e compagni che si accordano con i boss. Giuliano ne parla proprio durante i giorni in cui si discute di indultino. Ma poi il governo del Polo vara una modifica al 41 bis estendendolo anche a terroristi e trafficanti di uomini e rendendo il carcere duro ancora più restrittivo. Eppure, Loiggino insiste: tutta una finta, dice.
Ecco perché: "Dopo le elezioni non chiedevamo il superamento immediato del 41 bis, proprio per non suscitare uno scandalo, ma uno svuotamento totale di questo regime carcerario, che doveva rimanere come un fantoccio vuoto, privo di ogni altro contenuto". Qualcosa che, di fatto, già funzionava così.
Giuliano racconta infatti che, nonostante il regime di isolamento, i boss riuscivano a comunicare in molti modi. Per esempio attraverso messaggi lasciati dietro a un termosifone nelle docce del carcere di Parma. Con questo sistema lui stesso ha potuto parlare con il boss della camorra Luigi Vollaro. Anche Totò Riina, naturalmente, si era organizzato. Secondo Giuliano, ha utilizzato Salvatore Savarese, noto esponente della camorra, per lasciare messaggi in giro. Savarese era stato il suo compagno di cella durante un periodo di "socializzazione".
Dopo i racconti di Giuliano ai magistrati Giuseppe Narducci e Aldo Policastro, gli uomini di Ros e Dia hanno fatto un blitz in nove istituti di pena in tutta Italia, perquisendo le celle di 23 boss: da Salvatore Badalamenti, un parente del padrino detenuto negli Usa, a Francesco Schiavone, detto Sandokan, a Totò Riina e via via tutti gli altri con i quali Giuliano avrebbe avuto contatti, soprattutto nelle carceri di Secondigliano, Parma e L'Aquila. "Lo svuotamento" del 41 bis passava, sempre secondo il pentito, anche dalle malattie immaginarie.
Il boss ha confessato di essere stato un grande attore, di aver simulato più volte diverse patologie, anche grazie a qualche medico compiacente, ora sotto inchiesta. Secondo i sanitari del Gemelli di Roma, Giuliano "è capace a suo piacimento di far salire la pressione, di simulare ischemia cerebrale, di fingere infarti, anoressie, problemi psichici e persino la cecità".
Insomma, un grande attore, come si è autodefinito il boss, che con la sua ultima esibizione ha dato il via a una lunga serie di accertamenti incrociati. Giuliano ha indicato i personaggi che hanno siglato il famigerato patto? C'era anche lui o qualcuno glielo ha riferito?
In attesa di riscontri, l'unica cosa certa, per ora, è che l'avvocato del pentito, Civita Di Russo, è sotto scorta e che ogni giorno decine di carabinieri e poliziotti vegliano sull'incolumità dei parenti di Giuliano. Quelli che non si sono pentiti.
MARADONA, AMICO MIO
Luigi Giuliano ha 53 anni, è il secondogenito di una temutissima famiglia di contrabbandieri di Forcella che faceva affari con le sigarette già nel primo dopoguerra.
Don Loiggino, come lo chiamano a Napoli, alla fine degli anni Ottanta fondò la Nuova famiglia, un cartello di clan che si opponeva allo strapotere di Raffaele Cutolo. La famiglia Giuliano finisce sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo perché, in un rapporto della squadra mobile di Napoli del 1986, ci sono anche delle fotografie che ritraggono Diego Armando Maradona in compagnia di esponenti della famiglia Giuliano.
Scrittore, poeta e autore di canzoni, l'ex boss sta scrivendo in carcere, dove si trova dal 9 luglio 1992, le sue memorie.10 gennaio 2003 - GIUFFRE', NON SO NULLA DI EX VICEQUESTORE D'ANTONE
ANSA:
"Di presunti rapporti tra D' Antone e Cosa nostra non so nulla". Il collaboratore di giustizia Nino Giuffre' ha negato di avere mai saputo di "presunte frequentazioni mafiose dell'ex vice questore Ignazio D' Antone", condannato in primo grado a dieci anni per associazione mafiosa dai giudici di Palermo. Il verbale con le dichiarazioni del pentito, interrogato dai pm il 2 dicembre, e' stato acquisito oggi al dibattimento d' appello a carico del funzionario in corso davanti ai giudici della corte d' appello. Su istanza del difensore dell' imputato, l'avvocato Ninni Reina e del sostituto procuratore generale Antonio Marraffa i giudici hanno disposto che Giuffre' non venga sentito come teste. In un verbale di una pagina l' ex braccio destro di Bernardo Provenzano ha dichiarato di non avere mai saputo nulla su presunti appoggi del poliziotto a Cosa nostra. Anche sul mancato blitz dell' Hotel Costa Verde in cui - secondo l' accusa - D' Antone avrebbe avuto un ruolo fondamentale avendo consentito a due latitanti di allontanarsi indisturbati dall' albergo in cui si trovavano per assistere ad un matrimonio, il pentito dice di non avere alcuna informazione. "In Cosa nostra tutti sapevamo del fuggi fuggi che si era verificato al Costa Verde - dice Giuffre' - ma non so chi avverti' i boss dell' imminente arrivo della Polizia". L'ex capomafia di Caccamo ha anche negato di sapere dei rapporti tra D' Antone e il boss bagherese Carlo Castronovo. Il processo d'appello all'ex vice questore e' stato rinviato al prossimo 31 gennaio, giorno in cui avra' inizio la requisitoria dell'accusa.10 gennaio 2003 - IN CARCERE MONTALBANO, EX PADRONE DI CASA DI RIINA
ANSA:
L' imprenditore Giuseppe Montalbano e' sotto processo davanti ai giudici del tribunale di Sciacca per associazione mafiosa. Il dibattimento e' iniziato nell' ottobre scorso. Montalbano e' l' ex padrone di casa del boss Toto' Riina, la villa in cui il capomafia ha trascorso gran parte della latitanza fino al giorno del suo arresto. Nel settembre 2001 i giudici del tribunale di Agrigento hanno ordinato la confisca dei beni dell' imprenditore. Fra gli immobili diventati di proprieta' dello Stato vi sono sei grandi appartamenti, ben rifiniti, in via Marchese Ugo, al centro di Palermo e la villa di Mondello in cui vive la figlia di Montalbano. Secondo gli inquirenti l' imprenditore non avrebbe dimostrato ai giudici la provenienza lecita del denaro con il quale e' stato costituito il gruppo di societa' che ha dato vita a tante imprese alberghiere e edili. Secondo i magistrati di Palermo, l' imprenditore, ex socio di maggioranza di Torre Macauda, e' da anni al centro di un reticolo di rapporti societari con i boss corleonesi, a partire dagli anni '70. Figlio di una 'antica bandiera' del Pci siciliano (suo padre fu anche sindaco di Santa Margherita Belice) ha coniugato da sempre frequentazioni di salotti buoni di Palermo e rapporti 'border line' con societa' in odore di mafia. Arrestato nel gennaio 1999 per favoreggiamento del boss Salvatore Di Gangi, venne scarcerato per decorrenza dei termini. Per il pentito Balduccio Di Maggio Montalbano e' 'figlioccio' di Giuseppe Lipari, l' economo di Provenzano, oggi dichiarante e sul quale sono stati sollevati molti dubbi sulla sua attendibilita' da parte dei magistrati della procura di Palermo. Nell' indagine che ha portato alla confisca dei beni i pm di Sciacca hanno sottolineato che imprenditore nel 1984 ha rilevato le quote di Saveria Palazzolo, moglie del latitante Provenzano, nella societa' Arezzo Costruzioni. La titolarita' della coop Torre Makauda (un villaggio turistico, che ospito' il latitante Di Gangi) passa invece attraverso le quote di "Villa Antica spa", proprietaria della villa dove si e' pure rifugiato Riina. Interrogato dieci anni fa, l' imprenditore si difese sostenendo che aveva affittato la villa a 'tale Bellomo', un prestanome poi condannato con il patteggiamento della pena, per il favoreggiamento di Riina.11 gennaio 2003 - I MISTERI DEL COVO RIINA; BRUSCA, RIPULIMMO VILLA
ANSA:
"Dopo l' arresto di Toto' Riina Leoluca Bagarella mi disse di ripulire in fretta la villa di via Bernini in cui aveva trascorso la latitanza il capomafia". Lo ha detto il pentito Giovanni Brusca durante l' interrogatorio a cui e' stato sottoposto dal pm Antonio Ingroia nell' ambito dell' inchiesta sui misteri del covo di Riina. Brusca e' stato sentito nel procedimento in cui sono indagati altri boss mafiosi e insieme a loro anche i fratelli Gaetano e Giuseppe Sansone, interrogati nei giorni scorsi. Sulla casa di via Bernini la Procura di Palermo ha avviato due inchieste. La prima e' quella che riguarda i mafiosi che hanno provveduto a spostare i mobili, a traslocare ogni cosa in una nuova destinazione e a ritinteggiare le pareti in modo da cancellare ogni traccia del passaggio di Riina e della sua famiglia. La seconda, contro ignoti, riguarda la mancata perquisizione da parte delle forze dell' ordine del covo, effettuata soltanto 15 giorni dopo l' arresto di Riina. Per quest' ultima inchiesta la Procura aveva chiesto al Gip l' archiviazione, ma e' stata rigettata ed il giudice, Vincenzina Massa, ha disposto nuovi accertamenti, in particolare l' interrogatorio di tutti i carabinieri che erano coinvolti nell' operazione e tra questi il generale Mario Mori, attuale direttore del Sisde.14 gennaio 2003 - ON. GIUDICE (FI), NON SONO ESPRESSIONE DI PROVENZANO
ANSA:
"Non sono l' espressione politica del boss Bernardo Provenzano". Lo afferma Gaspare Giudice, deputato di Forza Italia, sotto processo a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Il parlamentare fa riferimento ad una intercettazione telefonica registrata dalla polizia fra Giacinto Scianna (condannato per mafia, n.d.r.) e Giuseppe D'Amato (medico coinvolto in indagini antimafia). Le trascrizioni, citate ieri durante il dibattimento, erano state depositate dal pm Gaetano Paci nel marzo 1999 agli atti dell' inchiesta che ha portato a giudizio il parlamentare 'azzurro'. "La mia amarezza - dice Giudice - ed il mio disappunto e' frutto della lettura dell' unica intercettazione relativa a tale Scianna, il cui contenuto non puo' certo portare alla devastante conclusione che l' onorevole Giudice e' l'espressione politica del boss Provenzano". Quando le intercettazioni furono rese note, l' on. Giudice ribadi' questa tesi anche in una lettera inviata all' allora procuratore Gian Carlo Caselli. "Io continuero' serenamente e con correttezza - si legge nella missiva anche questa agli atti del processo - ad esercitare il mio diritto alla difesa, ma sentivo il bisogno di scaricare la tensione e il mio disappunto attraverso questo sincero sfogo; io desidero essere giudicato in un' aula di tribunale e non attraverso il giudizio sommario degli organi di stampa".15 gennaio 2003 - PROCESSO LA TORRE: PER UN TESTE AVEVA DOSSIER SU SINDONA
"La Sicilia"
Teste rivela i "segreti" di Pio La Torre
dossier su Sindona, lettera a Spadolini
Palermo. Un dossier di trenta pagine su Michele Sindona redatto da Pio La Torre e trovato pochi giorni dopo la sua morte, un carteggio con Giovanni Spadolini, allora presidente del Consiglio, a cui chiedeva l'interruzione dei finanziamenti alla Sicilia, perchè preda dei mafiosi, i sospetti all'interno del suo partito, che lo aveva di fatto isolato.
Al processo per l'omicidio di Pio La Torre, segretario regionale del Pci, ucciso nel 1982, imputati i presunti killer Giuseppe Lucchese e Nino Madonia, ieri c'è stata la deposizione di Maria Fais, compagna di partito ed amica di famiglia dell'esponente comunista assassinato: la donna ha portato in aula i sospetti, i timori, le angosce ma anche le lucide analisi di un dirigente politico che la mafia aveva condannato a morte. Condanna della quale, ha detto la Fais, La Torre era consapevole, al punto da cambiare improvvisamente appartamento e dotarsi di un fucile che teneva sempre a portata di mano.
"Andai a casa di La Torre due settimane dopo il delitto - ha detto la teste - trovai un dossier su Michele Sindona. "Fare pulizia in Sicilia ovunque, nella Dc, nel Pri, nel Psi e anche più a sinistra" scriveva La Torre secondo cui l'arrivo di Sindona in Sicilia serviva a ricompattare la cosca di Bontade, quella privilegiata dal bancarottiere per i suoi rapporti con i partiti politici, in particolare con la Dc e dell'area governativa ma anche della sinistra".
Un dossier di 30 fogli che lei lesse solo in parte, così come fugacemente l'occhio cadde su un carteggio tra il segretario del Pci e l'allora presidente del Consiglio, Spadolini: "C'è una piccola imprenditoria che non decolla per colpa della mafia, scriveva La Torre a Spadolini, interrompete i flussi finanziari perchè finiscono in mano alle cosche". "Non tutti i siciliani la pensano come te", aveva risposto Spadolini, allegando una lettera del presidente della Regione, Mario D'Acquisto, che chiedeva soldi per la Sicilia.
Infine l'isolamento dentro il Pci. "Non mi vogliono e ti faccio tre esempi, mi confidò Pio - ha detto in aula Maria Fais - La commissione di controllo del partito non aveva mai preso provvedimenti contro le coop rosse di Bagheria, Ficarazzi e Villabate per le truffe all'Aima; lui aveva esortato, senza esito, il partito ad interrompere i rapporti con i cavalieri del lavoro Costanzo; e infine mi disse che, dopo avere stabilito l'ordine del giorno nelle riunioni del gruppo parlamentare all'Ars, Michelangelo Russo non faceva niente di quello che era stato deciso".16 gennaio 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: GIUFFRE'
ANSA:
(dall'inviato Giuseppe Lo Bianco)
Il vice di Provenzano, ora pentito, accusa: "Grazie all'interessamento di Andreotti Cosa Nostra ha goduto di un periodo di impunita' di almeno un decennio". "Prendo nota che non gli risulta alcun fatto specifico e concreto', replica alla fine dell'udienza Andreotti, che rilancia la tesi del complotto: "e' una parola grossa, ma in questa vicenda uno zampino estraneo c'e' stato sicuramente". Chi, senatore, un uomo politico? "Omissis", e' la risposta. Nell' aula bunker di San Vittore, a Milano, il pentito Nino Giuffre' ribadisce le sue accuse al sette volte presidente del Consiglio, portando sul pretorio del processo di appello il peso del suo ruolo, un episodio vissuto direttamente e le confidenze dei capimafia raccolte in oltre 15 anni di 'onorata carriera' criminale: "non ero un enfant prodige, sono venuto a conoscenza dei discorsi piano piano, nel tempo. In Cosa Nostra era noto a tutti i livelli, anche quelli medi e bassi, che il senatore Andreotti era il referente romano, contattato attraverso Lima, i cugini Salvo, il fratello del ministro Gioia, e Ciancimino". Poi, abbandonando per un attimo il terreno dei rapporti mafia-politica, rivela, con un giro di sottintesi:"Riina voleva uccidere Provenzano". Ma quando l'avvocato Coppi lo ha incalzato chiedendogli, a raffica, quante indagini gli risulta siano state bloccate, quali i magistrati e gli investigatori corrotti, quali gli assassini impuniti e i killer mafiosi assolti, Giuffre' ha dovuto ammettere: "non ho ricordato e non ricordo nemmeno ora fatti specifici". Dall' alto del suo ruolo di vertice il pentito, giunto in aula incappucciato, scortato da otto agenti e protetto da un paravento sanitario, ha raccontato di quando Michele Greco gli rivelo' di avere incaricato Nino Salvo di andare a Roma a parlare con Andreotti per "alleggerire la pressione di magistrati e investigatori" (quando arrivo' la risposta era 'soddisfatto'), dei canali utilizzati dalle cosche per contattare il senatore a vita (Provenzano aveva Ciancimino), di quando il sette volte presidente del consiglio dovette, in piu' d' una occasione, fare da paciere tra Lima e Ciancimino, divisi da accesi contrasti politici in una Dc, "o meglio, una parte di essa, che aveva con la mafia assoluta serenita' di rapporti". Si incrinarono, ha aggiunto, quando si guastarono i rapporti "con questi referenti: Lima, Salvo e Andreotti". Referenti "ereditati" dai vecchi boss perdenti, eliminati dai corleonesi. In questo contesto Giuffre' ha riportato in aula un episodio cui ha detto di avere assistito il pentito Marino Mannoia, l'incontro, presunto, tra Andreotti ed il boss Stefano Bontade: "non so se fosse una leggenda - ha detto Giuffre' – ma si diceva in Cosa Nostra che Bontade aveva alzato la voce per ricordare che in Sicilia comandava la mafia". Dopo Bontade arriva Riina, spiega Giuffre' ma il quadro non cambia. Almeno fino all'87, quando il capomafia corleonese decide di abbandonare la Dc per salire sul carro socialista. Una scelta non condivisa da Provenzano, che da quel momento iniziera' a percorrere una strada diversa. Fino alla sconvolgente rivelazione: "Riina mi chiese delle abitudini di Provenzano, mi domando' quando usciva di casa - ha detto - e lo fece con intenzioni non proprio amichevoli". "Una deposizione precisa e coerente', commentano i due pm, Daniela Giglio e Anna Maria Leone. "Non sono piu' chiamato gobbo e non mi dispiace – scherza alla fine Andreotti - Giuffre' non racconta fatti specifici, la leggenda e' un vecchio episodio ampiamente smentito, e Riina non gli ha mai detto di avere ricevuto assicurazioni da me". "Cercavamo un teste a discolpa, lo abbiamo trovato. Siamo soddisfatti", gli fa eco l'avvocato Coppi. Chiuso il capitolo Giuffre' il processo d'appello al senatore a vita si appresta ad affrontare le rivelazioni di Pino Lipari, front-man di Provenzano, uomo di assoluta fiducia del capomafia, anche per ammissione di Giuffre', del quale avrebbe curato gli affari piu' segreti. La corte vuole conoscere le rivelazioni di Lipari, per ora semplice dichiarante che non convince la procura (secondo lui il senatore sarebbe vittima di un complotto), "per valutare - ha detto il presidente Scaduti - se acquisirle agli atti, ascoltare il dichiarante e disporre eventualmente un confronto con Giuffre". "Siamo molto interessati – ha confermato alla fine dell' udienza Andreotti - ad ascoltare Lipari, considerato anche che Giuffre' lo indica tra le persone sempre vicine a Provenzano"."I cugini Salvo e il loro rapporto con Lima sono rimasti il principale anello di congiunzione di Cosa Nostra con la politica, anche dopo la guerra di mafia che ha cambiato gli assetti di potere all' in