Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2002 - giugno
 
1 giugno 2002 - SENTENZA CASSAZIONE SU STRAGE CAPACI: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
UNA SENTENZA ANNUNCIATA
di ROBERTO MARTINELLI
ERA UNA sentenza annunciata. La bocciatura del "teorema Buscetta" sulla responsabilità collettiva della Cupola nei delitti eccellenti di mafia era stata consacrata esattamente un anno fa dagli stessi giudici che ieri hanno annullato tredici degli ergastoli inflitti ai presunti mandanti della strage di Capaci. La medesima sezione della Corte di Cassazione aveva ammonito che l'appartenenza virtuale di un imputato alla Commissione non dimostra nulla, meno che mai che si tratti di una prova di colpevolezza. Dieci anni dopo, lo scenario nel quale si mossero i sicari di Giovanni Falcone va riscritto e meditato di nuovo. Le sole certezze che si salvano dal verdetto di ieri sono, fino a prova contraria, le modalità di esecuzione dell'attentato e le responsabilità di chi quel crimine ha confessato.
Sentenza annunciata e sulla quale gli uomini dell'antistato facevano forte affidamento. Così almeno sostiene Gioacchino La Barbera, l'uomo che dette il segnale agli artificieri della morte appostati sulla collina di Capaci. In una clamorosa intervista concessa dieci giorni fa al Corriere della Sera, l'uomo ha detto: " I segnali non sono buoni. Hanno già annullato le condanne per l'omicidio Lima. Cosa nostra si aspetta che per la strage di Capaci accada altrettanto e allora non accadrà niente. Se invece le condanne venissero confermate potrebbero decidere una reazione...". Stupida spavalderia, messaggio mafioso, o soltanto il bluff di un collaboratore di giustizia? O cos'altro? Ad altri il compito di rispondere ad un interrogativo che oggi più che mai è diventato sconcertante e drammatico. Anche perché ieri è successo dell'altro: ai tredici ergastoli annullati dalla Corte Suprema si sono sommate sette scarcerazioni concesse ad altrettanti condannati al carcere a vita nel cosiddetto processo Omega, il primo maxidibattimento contro la mafia trapanese. Il provvedimento è stato disposto dal Tribunale del riesame per un errore nel calcolo della custodia cautelare.
L'uscita di scena dalla strage di Capaci dei tredici uomini della Cupola non cambia la posizione di Totò Riina, ma comporta una lettura diversa da quella data dai giudici di Caltanissetta. Nella sentenza, oggi in parte annullata, Cosa nostra era stata definita una "organizzazione monolitica di tipo unitario e verticistico". La stessa che Tommaso Buscetta aveva raffigurato tanti anni prima nei suoi interrogatori resi a Giovanni Falcone. Della quale i mandamenti erano il gradino più basso, le commissioni provinciali quello intermedio, fino ad arrivare al vertice della Commissione centrale. Ma già nel processo Lima la Corte di Cassazione aveva messo in dubbio l'esistenza della regola inconfutabile secondo la quale i delitti eccellenti venivano decisi esclusivamente ed in ogni tempo dalla "Commissione". In particolare per quanto riguarda la strage di Capaci, i pentiti più autorevoli (da Brusca a Cancemi, da Anzelmo a Ganci) avevano escluso che ci fosse stata una riunione collegiale per decidere l'uccisione di Giovanni Falcone. Non solo ma hanno addirittura manifestato il dubbio che a quell'epoca la cosiddetta "cupola" si riunisse ancora.
E sempre Giovanni Brusca spiega, racconta, illustra quella che, secondo la sua verità, fu in quegli anni la strategia di Totò Riina. La strategia di un uomo che decide, da solo, di eliminare prima i rami secchi e poi i magistrati più impegnati contro la mafia. Una gestione autocratica che il boss inaugura ordinando prima l'uccisione di Salvo Lima e poi quella di Giovanni Falcone. A questa "verità" ha creduto la Corte di Cassazione l'anno scorso annullando le condanne ai presunti mandanti di un politico che consideravano ormai uno dei "rami secchi" da eliminare. A questa "verità" ha creduto ieri la stessa sezione nel momento in cui ha deciso di ordinare un nuovo processo per i tredici presunti componenti della Cupola.
La motivazione della sentenza spiegherà i motivi che hanno i giudici a confermare la loro linea e forse aiuterà a leggere in controluce la pagina ancora buia di una strage di cui si era convinti di sapere tutto e sulla quale forse c'è tanto ancora da scoprire. A sentire Gioacchino La Barbera, ci furono altri mandanti esterni e Totò Riina riuscì ad entrare in contatto con loro. Parola di pentito, il quale dice che dietro tutta la strategia del terrore mafioso di quegli anni non c'era solo la mafia. Ma non aggiunge altro, forse non sa, forse non vuole dire. Se Giovanni Falcone fosse vivo una cosa è certa: nessun collaboratore di giustizia sarebbe legittimato ad azzardare simili scenari in tale, assoluta libertà di parola. E senza fornire uno straccio di prova.

"La Stampa"
LA REAZIONE DEL PM TESCAROLI "In discussione il teorema Buscetta" "Sentenza storica, non hanno retto le dichiarazioni dei pentiti"
ROMA IL suo primo commento a caldo è positivo: "E´ una sentenza che farà storia giudiziaria. Per la prima volta, viene condannata gran parte della commissione regionale di Cosa nostra per aver condiviso e pianificato un omicidio eccellente, in questo caso la strage Falcone. Ma la sentenza lascia anche perplessi perché sembra mettere in discussione il cosiddetto teorema Buscetta sul quale Giovanni Falcone puntò per le condanne al primo maxiprocesso". Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato il pm del processo per la strage di Capaci, a Caltanissetta. La sentenza della Cassazione, che ha annullato tredici condanne (confermandone altre ventuno), più che mettere in discussione sembra voler chiudere la pagina del cosiddetto teorema Buscetta. Tescaroli, però, non è d´accordo con questa interpretazione: "Non parlerei di archiviazione, ma di messa in discussione del "teorema Buscetta". Si tratta di leggere le motivazioni della Cassazione per capire fino a che punto non ha retto la cosiddetta "prova logica" alla base del teorema. La decisione della Cassazione su Capaci, comunque, avrà probabilmente delle conseguenze anche per il processo sulla strage Borsellino".
Dottor Tescaroli, perché è una sentenza che farà storia?
"Il primo dato che colpisce è la conferma delle condanne per Mariano Agate e Nitto Santapaola, ovvero per esponenti della Commissione regionale di Cosa nostra. Naturalmente, ci sono poi gli annullamenti delle condanne che riguardano sostanzialmente i capimandamento, sia detenuti che liberi, della Commissione provinciale che, per la Cassazione, non hanno avuto un ruolo operativo nella strage. Mi chiedo: come reagiranno i capimandamento detenuti? Quali saranno le conseguenze della sentenza sulle strategie che Cosa nostra sta portando avanti nelle carceri e fuori?".
Torniamo al "teorema Buscetta". Se non è stato definitivamente archiviato almeno, questa volta, è stato bocciato?
"Bisogna capire fino a che punto il principio del coinvolgimento a livello deliberativo della Commissione provinciale ha retto alla prova logica. Probabilmente, visto l´annullamento delle condanne il "teorema Buscetta" non sembra aver retto fino in fondo. Non sono state ritenute sufficienti le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori, Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi che avevano espressamente parlato di riunioni specifiche di sottogruppi della Commissione provinciale con all´ordine del giorno la pianificazione dell´omicidio di Giovanni Falcone e della più ampia strategia criminale in cui lo stesso si inseriva. E, dunque, se i diversi collaboratori di giustizia hanno riferito di alcune riunioni, la regola doveva essere applicata anche con riferimento a tutti gli altri capimandamento, in carcere o liberi".
Di quali riunioni hanno parlato i pentiti?
"Sinacori ha raccontato di una riunione, tra l´ottobre e il novembre del `91, in cui parteciparono Giuseppe e Filippo Graviano, Matteo Messina Denaro, Mariano Agate e altri, dove Totò Riina raccolse le adesioni della provincia di Trapani e del mandamento di Brancaccio. Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, hanno fatto riferimento, invece, a un incontro nella casa di Girolamo Guddo, nei pressi di Villa Serena, a Palermo, alla quale parteciparono Raffaele Ganci, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera, gli stessi Brusca e Cancemi e, naturalmente, Totò Riina. Queste due riunioni davano forza al cosiddetto teorema Buscetta e la prova logica del coinvolgimento degli altri capimandamento".
Evidentemente, la Cassazione ha messo in discussione questa tesi. Se la condanna per un boss come Pippo Calò, in carcere, è stata annullata, vuol dire che l´automatismo del teorema Buscetta è andato in soffitta?
"Brusca, Cancemi e Anzelmo avevano raccontato che Riina avrebbe informato i capimandamento detenuti mentre Salvatore Biondino, secondo Cancemi, si sarebbe occupato di consultare quelli in libertà".
L´attendibilità dei collaboratori di giustizia Brusca e Cancemi esce incrinata dalla sentenza?
"E´ prematuro affermarlo, senza aver letto prima le motivazioni della Cassazione".
La decisione su Capaci arriva dopo quella sull´omicidio Lima. In quell´occasione, con gli annullamenti, abbiamo assistito ai primi scricchiolii del teorema Buscetta. Non è così?
"Per Lima, gli elementi di prova erano minori rispetto a quelli raccolti per Capaci. Soltanto Brusca e Cancemi hanno parlato di una riunione di sottogruppo della Commissione provinciale per deliberare l´omicidio di Salvo Lima. Per Capaci, invece, ripeto, le riunioni sono state almeno due".
Cosa accadrà adesso dei collaboratori di giustizia condannati?
"C´è la possibilità che debbano scontare una quota della condanna in carcere, per poi accedere ai benefici"

2 giugno 2002 - SENTENZA CASSAZIONE SU STRAGE CAPACI: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Capaci, la Cassazione annulla 13 condanne
Processo da rifare per una parte della Cupola. La sorella di Falcone: una sentenza contro le idee di Giovanni
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO -- Con una sentenza che farà discutere, gli ergastoli inflitti alla "Cupola" di Cosa Nostra per la strage di Capaci sono stati in parte annullati ieri sera dalla Cassazione. Annullati con rinvio. Significa che per 13 imputati, fra i quali alcuni "padrini" di spicco come Pietro Aglieri o il "cassiere" della mafia Pippo Calò, bisognerà rifare il processo a Catania, dopo quelli svolti a Caltanissetta.
L'amarezza e la rabbia permeano i primi commenti all'interno del variegato pianeta antimafia, ma la quinta sezione della Suprema Corte ha anche confermato le condanne per 21 boss, sia per esecutori materiali della strage come Salvatore Biondino o il pentito Nino Cangemi, sia per il capo dei capi Totò Riina, il cognato Leoluca Bagarella, "colonnelli" di primo piano come Domenico e Raffaele Ganci.
Insomma, non siamo alla cancellazione delle certezze accumulate in questi duri anni di lotta alla mafia. Ma probabilmente da ieri nei tribunali e nelle corti rimbalza un segnale, quello di accrescere l'attenzione sulla cosiddetta acquisizione della prova. D'altronde era stato anche il procuratore generale, Nino Abate, il rappresentante dell'accusa, a chiedere ai giudici di annullare con rinvio le condanne per Giuseppe e Salvatore Montalto, Benedetto Spera, Matteo Motisi, Pippo Calò e Francesco Madonia.
Una scelta ponderata da un uomo a lungo impegnato come presidente dell'Associazione nazionale magistrati, evidentemente non convinto da alcune parti della sentenza d'appello. E la quinta sezione, a Roma, dopo un esame rapidissimo, perché questo processo di terzo grado era cominciato giovedì e s'è concluso in poco più di 24 ore, ha esteso i dubbi alle posizioni di Salvatore Buscemi, un capo mandamento di Palermo, del boss delle Madonie Giuseppe Farinella, del padrino di Caccamo Antonino Giuffrè, arrestato due mesi fa dopo una lunga latitanza, di Antonio Geraci, l'uomo chiave di Partinico, del palermitano Carlo Creco, per finire con Pietro Aglieri, "'u signurinu" e "don" Calò.
Bisognerà attendere le motivazioni per capire meglio cosa è successo. Ma intanto prova a darsi una spiegazione il procuratore aggiunto di Caltanissetta Paolo Giordano, il pubblico ministero che aveva invocato le condanne: "La Corte Suprema evidentemente ha dato peso a un dato: quei boss erano assenti o detenuti al momento della riunione in cui la Cupola mafiosa decise l'esecuzione della strage. E questa decisione ha qualche recente precedente...".
Riferimento esplicito al verdetto emesso l'anno scorso proprio dalla quinta sezione della Cassazione per annullare le condanne dei boss accusati dell'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima. Anche in quel caso si decise che non si poteva ritenere certa la prova di un coinvolgimento di boss in carcere al momento dell'agguato. Stavolta si va oltre. Perché Aglieri, per esempio, il 23 maggio del '92 era libero.
Dovrà essere certamente considerata una coincidenza, ma nella geografia mafiosa fra quei 13 boss molti sono vicini a Bernardo Provenzano, il superpadrino fautore di una presunta e non provata "trattativa" con pezzi di istituzioni. E fra loro spiccano personaggi come Aglieri o lo stesso Calò, autori di lettere aperte ai magistrati, pronti a parlare di dissociazione, fino al punto da auspicare una "assemblea" di boss a Rebibbia.
Sarà anche per questo, ma Maria Falcone è netta: "Sono sconcertata. Mi sembra una sentenza contro le idee di Giovanni. Una decisione clamorosa come quella strage non poteva non essere a conoscenza di tutti i boss". E il sopravvissuto di Capaci, l'autista Giuseppe Costanza: "Li premino pure questi mafiosi. Come si fa a non dare la galera a chi uccide?". Sembrano comprendere lo sconforto in tanti. A cominciare dal presidente dell'Antimafia Roberto Centaro, pronto a ricordare come sia stato provato che "in Sicilia non si muove foglia che la Cupola non voglia". Ma è meno cupo il giudizio dell'ex procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra: "Non è una sconfessione del Teorema Buscetta e le condanne per i grandi capi, per la "commissione" regionale di Cosa Nostra, sono confermate".
Felice Cavallaro

"Il Corriere della sera"
L'INTERVISTA
Lo Forte: su Capaci una sottovalutazione da parte della Cassazione
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Con il verdetto della Cassazione che annulla 13 condanne per la strage di Capaci, si cambia e si sottovaluta "la storia" secondo molti magistrati della trincea antimafia. L'amarezza s'aggira nei corridoi della Procura della Repubblica. E ci ragiona su Guido Lo Forte, procuratore aggiunto, naturalmente preoccupato dall'errore che, nello stesso giorno, provoca la scarcerazione di otto ergastolani.
Considera un "errore" anche la sentenza della Cassazione?
"Non un errore giuridico, ma una sottovalutazione di una realtà sostanziale".
Sembra che a Roma non abbiano ritenuto "prove" le accuse contro alcuni mafiosi non presenti al momento della decisione. Come accadde per il delitto dell'eurodeputato Salvo Lima.
"Intanto, come magistrato, so che in tutte le sentenze della Cassazione bisogna leggere e studiare la motivazione. E c'è sempre qualcosa da imparare. Ma in questo caso la Suprema Corte ha trascurato una realtà storica di fondo: il fatto che, soprattutto negli anni '92 e '93, la mafia, a livello dei suoi massimi vertici, ha concepito e attuato un progetto di aggressione allo Stato".
Dovrebbero quindi pagare tutti i mafiosi di vertice, i capi della "cupola", anche senza quelle "prove"?
"Stiamo parlando di massacri che non possiamo valutare come qualsiasi delitto. Non sono comuni omicidi le stragi di Capaci e di via D'Amelio, ma atti di guerra deliberati da una organizzazione. E questo vale per Lima, per gli orrori di Palermo, per la strage di Firenze, per gli attentati di Roma e Milano... Tutti frutto di una decisione della struttura di comando".
Siamo invece alla negazione del "teorema Buscetta" per cui il "vertice" di Cosa Nostra è comunque responsabile?
"Si parla sempre di questo "teorema", ma l'esistenza della struttura verticistica di Cosa Nostra non è affatto basata solo sulle parole di Buscetta e altri pentiti. Già le intercettazioni ambientali eseguite in Canada nel '76 confermavano l'esistenza di una struttura con "famiglie", "mandamenti" e un vertice competente per i delitti eccellenti".
Ci sono dubbi su questo?
"Non dovrebbero essercene. Chinnici, Caponnetto e poi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno dedicato la loro attività professionale, e in tre casi la vita, all'obiettivo di dimostrare sul piano giuridico la strutturazione piramidale di Cosa Nostra. Lo scopo del loro lavoro era di fare un salto di qualità: non limitarsi più nelle indagini di mafia a reprimere le attività della manovalanza, bensì l'organizzazione criminale nel suo cuore, nel suo cervello".
Quei 13 annullamenti si muovono in senso opposto?
"Siamo davanti a una giurisprudenza diversa da quella adottata dalla stessa Cassazione il 30 gennaio del '92, quando confermò il maxi processo. Allora, prendendo le mosse dalla struttura gerarchica, venne riconosciuto il principio della responsabilità della "Commissione" per i delitti più gravi. Oggi siamo ad una evidente revisione".
Eppure, poco tempo fa, la Cassazione ha confermato le condanne dei grandi capi di Cosa Nostra per la strage di Firenze del '93. E' una contraddizione?
"Si capì pure in quel caso, ragionando sulla natura e sulle finalità di una strage come quella di Firenze, che era frutto di una decisione del cosiddetto "Stato Maggiore di Cosa Nostra". Così lo definirono i giudici d'appello di Firenze. Per dire che non si trattava di delitti commessi solo da alcuni singoli mafiosi, bensì di uno scontro frontale della mafia con lo Stato. Ecco il riferimento allo "Stato Maggiore". Oggi, invece, scatta la revisione".
Revisione, o "restaurazione"?
"La restaurazione non riguarda l'attività giurisdizionale. Ma c'è. Diciamo che oggi, innanzitutto, c'è una politica perseguita da Cosa Nostra. E, poi, si respira un clima generale in cui sembra essere calato il silenzio sulla mafia, non più considerata un'emergenza".
E l'errore che ha provocato il liberi tutti per otto ergastolani?
"Sarà valutato nelle sedi competenti. Io posso dire che esiste un problema generale: le riforme degli ultimi anni hanno prodotto una dilatazione patologica dei tempi del processo, ormai trasformato in un percorso a ostacoli, pieno di insidie e trabocchetti".
Felice Cavallaro

"Il Mattino"
IL RETROSCENA
Così furono incastrati i vertici della Cupola
Da 10 anni l'obiettivo di Cosa nostra è azzerare le sentenze dei due maxi-processi
FILIPPO D'ARPA
Quando Tommaso Buscetta cominciò a spiegare come stavano davvero le cose dentro la mafia, i magistrati a mala pena sapevano che il suo vero nome era quello di Cosa nostra. A Giovanni Falcone, don Masino, boss dei due Mondi braccato dai vincenti di Riina, spiegò che nulla si muove se la Cupola non vuole. In realtà, dentro la mafia si chiama "commissione", un direttorio che regola la vita delle cosche e decide le strategie. È questo il teorema Buscetta: ogni decisione importante viene presa dalla Cupola. Quindi, se è stato ammazzato un politico o un magistrato, l'ordine è partito da lì. Ad eseguire poi, sono le famiglie mafiose in cui ricade la strada dove deve avvenire l'agguato. Semplice ma da sempre funzionale, il teorema Buscetta ha consentito di far fioccare centinaia di ergastoli per boss e picciotti. Perché, in mancanza della prova certa, vale la regola che se quel fatto è accaduto ha seguito quelle linee gerarchiche. Seguendo il teorema Buscetta, i giudici hanno potuto condannare Riina al maxi processo: era il capo e lui decise i delitti. La mafia ha tentato qualsiasi cosa per distruggere quel teorema. Ed ecco perché - hanno raccontato i pentiti - Cosa Nostra cercò agganci politici e con magistrati considerati "consenzienti", come Salvo Lima o Corrado Carnevale. Obiettivo era quello di fare annullare il teorema e quindi le prime due sentenze del maxi. Così non andò, quel teorema fu confermato a gennaio del '92 dalle sezioni unite della Cassazione dopo l'estromissione di Carnevale fortissimamente voluta da Falcone. A marzo fu ucciso Lima, a maggio Falcone, a luglio Borsellino, a settembre l'esattore Ignazio Salvo. La mafia siciliana presentò il conto a chi non garantì il risultato e chi si adoperò per arrivarci. Ma ancora oggi il teorema Buscetta è utilizzato per condannare boss e picciotti. Solo che adesso, si fa strada un'altra ipotesi: ammesso che quel tale boss faccia parte della Cupola, non è detto che quando sia stata presa la decisione di un delitto eccellente egli fosse presente alla riunione. Ad esempio, come nel caso della sentenza sui mandanti della strage Falcone, alcuni di loro erano in carcere. Ma, dall'altra parte si replica che, se uno fa parte della Cupola, è sempre e comunque d'accordo con le scelte che fanno gli altri. Il teorema Buscetta ora ha subito un colpo decisivo: venendo meno, molti boss potrebbero evitare l'ergastolo.

2 giugno 2002 - IN UN LIBRO LE LETTERE DEI BOSS CONTRO IL 41 BIS
"La Stampa"
IL VOLTO NASCOSTO DEL CARCERE DURO Lo sfogo dei boss: "Il 41 bis, la nostra ossessione" In un libro le lettere alla camera penale di Roma: "Solitudine e umiliazioni"
ROMA VIVONO con l´incubo dell´"articolo 41 bis comma secondo". Si capisce dalle lettere che hanno inviato alla Camera Penale di Roma, scritti da poco diventati una sorta di "sfogatoio" dei detenuti sottoposti al carcere differenziato. Quelle lettere sono ora un libro ("Barriere di vetro, voci dalla detenzione speciale in Italia", Palombi Editori) pensato, fatto e distribuito nell´ottica di "fare qualcosa" per modificare il cosiddetto "carcere duro" riservato agli affiliati delle varie mafie e ai terroristi. Già, il "41 bis", la detenzione: l´unico vero grande argomento di divisione - attualmente - all´interno di Cosa nostra, data per scontata l´autocritica, più volte celebrata, sulla scelta stragista della direzione "corleonese" uscita sconfitta dall´evolversi degli avvenimenti. E´ tanto sentito, il dibattito sul carcere, che persino la recente decisione della Cassazione (l´annullamento di 13 condanne per la strage di Capaci) ha suscitato dietrologiche interpretazioni nella direzione della presunta esistenza di un "colloquio aperto" tra Stato e mafiosi detenuti. Ed anche gli atti vandalici compiuti in alcune chiese di Palermo, nel "mandamento" che fu di competenza dei fratelli Graviano e di Pietro Aglieri, ormai identificati come le due anime di Cosa nostra (oltranzisti i primi, moderato il secondo), vengono visti come elementi di un dibattito sotterraneo che tiene al centro il futuro dei boss detenuti. Situazione non facile, dal momento che proprio sul "41 bis" il governo ha intrapreso la strada della reiterazione. Sono terribili, i racconti dei boss. Messe una accanto all´altra, quelle lettere prendono forma di macigni, anche di fronte all´altra faccia della storia, cioè la necessità di isolare sul serio gente che, in passato, dal carcere ha continuato ad esercitare il proprio ruolo di capo dell´organizzazione criminale. Ciò non toglie che faccia impressione leggere quelle frasi, spesso incerte nella grammatica e nell´ortografia, che descrivono una vita di solitudine. Tutti, ma proprio tutti, ce l´hanno col "vetro divisorio" che costringe ad un colloquio asettico, all´impossibilità di "toccare i propri cari". Sentiamo Gianfranco Bruni, dalla Casa circondariale di Parma: "Faccio 50 minuti di colloquio con mia moglie e mio figlio di 7 anni, poi gli ultimi 10 minuti li faccio soltanto con mio figlio senza vetro, ma sempre registrato, ma è difficile farlo perchè il bambino non vuole stare lì solo e vedere che la madre non c´è. Stiamo parlando di un bambino di 7 anni adesso, quindi si mette a piangere e cerca la mamma e se ne vuole andare; quando è insieme alla mamma infatti per due mesi di fila non è voluto venire a trovarmi, perchè era sconvolto e scosso per come lo avevano staccato dalla madre e lasciato solo con me". I più fortunati riescono a fare due colloqui al mese, cosa impossibile per quelli che non possono permettersi le spese di viaggio. L´elenco completo delle doglianze, lo fa G.A.: "Una telefonata al mese di 10 minuti se non viene effettuato il colloquio visivo durante il mese"; "due pacchi mensili che non superino i 5 chili ciascuno"; "negata la possibilità di acquistare cibi che necessitano di cottura"; "possiamo usare il fornellino solo per il latte o per il caffè"; "non si può studiare nè lavorare". Aggiunge Augusto La Torre che "non si possono tenere in cella più di 10 libri per quelli regolarmente iscritti a scuola, cinque per quelli che non seguono nessun corso" e gli "analfabeti non possono chiedere aiuto ai compagni di cella". E´ ovvio che la scuola possa essere vista anche come strumento per vincere la solitudine, tanto che ne sente la mancanza persino don Piddu Madonia, boss di Vallelunga: "Vorrei studiare ma non me ne viene data la possibilità". Don Piddu, tuttavia, non sembra aver perso la sua proverbiale attitudine all´ironia (la sua battuta preferita risale ad una risposta data ai giornalisti che gli chiedevano se esiste la mafia: "Esiste l´Antimafia - disse - e dunque devo dedurre che esiste la mafia". E così, ad un magistrato che tentava di spiegargli come il "41 bis" fosse una garanzia per la dicurezza dello Stato, ha replicato: "Mi spiegate cosa c´entra l´igiene personale con la sicurezza? Che non possa cambiarmi le mutande ogni giorno, vi fa stare più tranquilli"? Anche Salvatore Biondino, luogotenente di Totò Riina, sceglie l´ironia: "Ho letto che un giudice ha dovuto occuparsi di un cane caduto in depressione per la detenzione del suo padrone. Forse i nostri familiari per alcuni organi dello Stato sono classificati peggio delle bestie". Una critica "elegante" al carcere duro giunge da Rebbibia, da una sigla (P.A.) che molti identificano in Pietro Aglieri, il boss del colloquio con lo Stato: "La grandezza della civiltà e della democrazia consiste nel trattare "i barbari" con rispetto e soprattutto combatterli mantenendo le regole della civilità stessa... non mi sembra che trattare i carcerati come dei vuoti a perdere possa essere la soluzione dei problemi in atto". Tanti altri hanno scritto, anche due donne sottoposte anch´esse al "41 bis". Per chiudere una frase di Nicolò Di Trapani, da Rebibbia: "...per aver scaldato le melenzane della sera precedente e aggiungendo solo due spicchi d´aglio, sono stato rapportato con sanzione disciplinare e isolato per 5 giorni...".

3 giugno 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: DIFESA PRODUCE DOCUMENTI SU CONTI FININVEST
ANSA:
Gli avvocati del senatore Marcello Dell' Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, hanno prodotto oggi al tribunale documenti sui conti della Fininvest di cui ha parlato il professore Paolo Iovenitti, consulente della difesa. I legali, alla fine del loro esame a Iovenitti, si sono soffermati sul fatto che la Fininvest ha presentato nel 1999 tutti i documenti che la procura e la Dia avevano chiesto. Il controesame del consulente e' stato rinviato a data da destinarsi. Nella prossima udienza i giudici saranno impegnati in trasferta il 10 giugno a Roma per sentire i collaboratori di giustizia Giuseppe Gugliemini e Gioacchino Pennino e la signora Cantile, in merito ad un pranzo al ristorante "Il Bolognese" di Roma a cui partecipo' l' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda. Il giorno dopo il tribunale si trasferira' a Milano per il confronto fra l' avvocato Antonio Gamberale e il magistrato Giorgio Della Lucia.

4 giugno 2002 - DOPO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLA STRAGE DI CAPACI
"La Stampa"
L´ANTIMAFIA: CASTELLI PUNISCA I RESPONSABILI DELLE SCARCERAZIONI I pentiti di Capaci tornano in cella
corrispondente da PALERMO
Mentre nel Trapanese otto boss mafiosi ergastolani lasciano il carcere per una svista giudiziaria, i magistrati della procura generale di Caltanissetta stanno ultimando i conteggi delle pene inflitte ai collaboratori di giustizia imputati per la strage di Capaci, per poi emettere gli ordini di carcerazione. La quinta sezione della Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per 13 boss di Cosa nostra, confermando quella ai pentiti. I magistrati nisseni stanno, dunque, verificando entro quali limiti i pentiti sono soggetti alla detenzione. Le vicende dei collaboratori da arrestare e i boss da scarcerare si intrecciano e formano un caso giudiziario-politico in cui il presidente della Commissione antimafia, Roberto Centaro, invita il ministro della Giustizia ad avviare procedimenti disciplinari nei confronti di "chi ha sbagliato" nel provocare le scarcerazioni, mentre il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sta facendo ultimare al suo ufficio i conteggi delle pene per ordinare l'arresto dei pentiti. Si tratta dei collaboratori che hanno contribuito all'inchiesta sulla morte del giudice Giovanni Falcone e della moglie Francesca Morvillo, la cui condanna è stata confermata in Cassazione. "Abbiamo preferito prendere qualche ora in più rispetto ai tempi normali - dice il procuratore Barcellona - visto che i provvedimenti non richiedono la massima urgenza. Tutti gli imputati, infatti, sono soggetti a vigilanza continua e, la natura della loro collaborazione non lascia pensare ad un pericolo di fuga". "Per tutti gli altri casi - ha concluso il Pg - la reazione del mio ufficio è immediata, e per questo siamo sempre in contatto con la Cassazione". In cella dovrebbero tornare (e qualcuno entrare per la prima volta) Giovambattista Ferrante, Antonio Galliano, Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Calogero Ganci e Salvatore Cancemi. Dalla Commissione antimafia Centaro tuona contro i magistrati e plaude all'iniziativa del Guardasigilli d´inviare gli ispettori in Sicilia. "Bene ha fatto il ministro della Giustizia - dice Centaro - su mio invito, a inviare gli ispettori dopo la scarcerazione degli otto esponenti della cosca trapanese". "Qualora venga accertata la colpa grave da parte dei magistrati coinvolti - prosegue - sarà giusto prendere provvedimenti disciplinari". Il presidente sottolinea: "Mi attendo che in quel caso anche dall'Associazione nazionale magistrati arrivi una forte stigmatizzazione". Centaro ha reso noto che gli ispettori visiteranno gli uffici giudiziari a Trapani e Palermo "per verificare nel complesso la vicenda. Mi auguro - ha concluso - sia comunque possibile controllare coloro che sono usciti dalle carceri e che presto sia trovato un modo per rimetterli dentro". Lirio Abbate

6 giugno 2002 - MESSINEO (DDA) ASCOLTATO IN COMMISSIONE ANTIMAFIA SU IPOTESI REGIA POLITICA STRAGI MAFIOSE DEL 1992
ANSA:
Mancano le prove per concludere che dietro le stragi di Capaci e di Via D'Amelio di dieci anni fa vi sia stata una "regia politica", anche perche' "nel contesto politico dell'epoca nessuna forza politica aveva interesse ad essere mandante di una strage". Il procuratore capo di Caltanissetta, Francesco Messineo, ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia, prende le mosse dall' archiviazione dell'inchiesta nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri per concorso in strage disposta dal gip nisseno Tona lo scorso mese. E fa sapere che la procura ha aperti filoni di indagine che "senza preconcetti o preclusioni" vogliono far luce sulle collusioni tra mafia e politica: "Cosa Nostra - spiega Messineo - cerca e ha sempre cercato referenti politici perche' vuole vivere dentro lo Stato". Ma "ben diverso" e' sostenere che dietro gli omicidi di Falcone e Borsellino ci siano stati mandanti politici occulti: in genere - spiega il magistrato, ascoltato assieme al suo aggiunto, Paolo Giordano, e all'ex procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra - "la strage ha lo scopo di sottomettere la popolazione a un determinato potere politico. Ma all'epoca il vecchio ordine stava cadendo sotto i colpi di Tangentopoli. E dunque creare terrore attraverso le stragi non poteva aiutare" nessuno. "'Altro e' dire che la mafia cerca referenti politici", ma "allo stato attuale non ci sono elementi probatori" per sostenere che dietro alle stragi del 1992 ci sia stata una "regia politica". Lo scetticismo manifestato su questo punto da Messineo si basa essenzialmente sul fatto che alla domanda "cui prodest?" (a chi giova?), la risposta "da investigatore" e' che all'epoca "nessuna forza politica aveva interesse ad essere mandante di una strage". E ancora: "E' un modo strano quello di cercare contatti con la politica attraverso le stragi: se voglio invitare qualcuno a cena, non vado a mettergli le bombe". Non a caso Messineo - sempre nel corso dell'audizione, in massima parte secretata - non manca di citare alcune frasi, lette sui giornali, delle intercettazioni di Salvo Riina: "Il figlio di Riina dice 'rompere le corna' allo Stato. Non e' certo un'espressione che significa allearsi. Detto questo - precisa Messineo - non si deve escludere una ricerca di contatti della mafia con la politica". Su questo aspetto il capo della procura di Caltanissetta, rispondendo a una domanda del capogruppo dei Ds in Antimafia, Giuseppe Lumia, assicura che le indagini andranno avanti "senza alcun timore reverenziale e senza preconcetti". Quanto allo "scenario piu' probabile" che spieghi il perche' delle uccisioni di Falcone e Borsellino, il magistrato ritiene che sia quello della spartizione degli appalti: "La mafia - afferma Messineo - ha voluto difendere il famoso 'tavolino' che nel '92 si stava facendo sempre piu' affollato e su cui Borsellino stava indagando".
L'esclusione di una "regia politica" dietro le stragi di Capaci e Via D'Amelio "fa giustizia di tante, troppe speculazioni politiche sulla vicenda, mentre e' utile la massima cautela". Cosi' Roberto Centaro (Fi), presidente della Commissione parlamentare Antimafia, commenta quanto sostenuto dal procuratore capo di Caltanissetta, Francesco Messineo, nel corso dell'audizione di stamani a S. Macuto. "Cio' non toglie - aggiunge Centaro - che nelle stragi vi sia la convergenza di interessi di mafiosi e di altri soggetti. E su questo le indagini vanno condotte senza riserva". Il presidente dell'Antimafia ritiene inoltre che vada "approfondito" quanto dichiarato in videoconferenza da Giovanni Brusca, lo scorso 24 settembre, davanti alla seconda sezione del tribunale di Palermo che sta processando il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa. In quella sede- e' stato ricordato nel corso della seduta di stamani in commissione - Brusca affermo' che "di quanto accadeva nel '92 con le stragi di Capaci e Via D'Amelio e nel '93 con gli attentati a Roma, Firenze e Milano la sinistra era a conoscenza". "I magistrati di Caltanissetta - ha aggiunto il presidente dell'Antimafia - hanno riferito oggi che queste dichiarazioni non sono state trasmesse loro da Palermo". Centaro - a conclusione dell'audizione - ha inoltre concordato con l'ex procuratore capo di Caltanissetta, Tinebra, sul fatto che dopo l'annullamento con rinvio di 13 sentenze di condanna per la strage di Capaci non si possa parlare di sconfessione del teorema Buscetta: "Ad alcuni dei componenti della commissione regionale, infatti, e' stato confermato l'ergastolo. Per gli altri bisognera' leggere le motivazioni della sentenza della Cassazione. Forse c'e' stata un' insufficienza di motivazione: anche nella sentenza della Suprema Corte sul processo per l'omicidio di Salvo Lima il teorema Buscetta e' venuto meno quando si e' trattato di alcuni componenti della commissione che si trovavano in carcere al momento della decisione del delitto".
"E' improprio cercare una sorta di 'grande vecchio', una regia politica nelle stragi Falcone e Borsellino. Quando Cosa Nostra fa queste stragi mira non solo a punire ma anche a cercare nuovi rapporti e collegamenti con il sistema politico ed economico". Cosi' il capogruppo Ds in commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, commenta l'audizione del capo della procura di Caltanissetta Francesco Messineo. "Apprezzo molto - sottolinea Lumia - che la procura di Caltanissetta non ha chiuso il filone d'indagine sul rapporto mafia e politica. Bisogna continuare a scavare perche' le stragi sono state fatte, come sostiene la Corte di Appello di Caltanissetta nel Borsellino ter, per interferire sull'azione repressiva dello Stato sul piano giudiziario e legislativo e per creare collegamenti con nuovi referenti politici". "L'anniversario dell'uccisione di Falcone e' stato da poco celebrato e tra poco - ricorda il deputato diessino - si avvicina quello della strage di Via D'Alema. Evitiamo lo sterile esercizio di retorica: va data una lettura di quello che avvenne che sia adeguata al valore di Falcone e Borsellino e al pericolo che Cosa Nostra continua a rappresentare per la democrazia".

7 giugno 2002 - DIARIO: UN DECENNALE TRADITO, COME SI UCCIDE IL 'METODO FALCONE'
"Diario"
Diario di un Decennale Tradito
Il rigore annullato
Come si uccide il "metodo Falcone"
di Gian Carlo Caselli
I magistrati della Procura di Palermo che hanno provato, dopo le stragi del 1992, a raccogliere la scomoda eredità di Falcone e Borsellino avrebbero perso tempo e sprecato denaro. Sbagliato, in particolare, sarebbe stato il metodo investigativo-giudiziario da essi praticato, ben diverso da quello in uso ai tempi del pool di Falcone e Borsellino. Si tratta di "bufale" evidenti, che però una "cavalleria" di giornali, radio e tv, ripetendole ossessivamente da anni, ha trasformato in luoghi comuni.
In verità, i risultati ottenuti dopo le stragi del '92 sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli. La mafia ha dovuto subire un'efficace reazione dello Stato (interminabile l'elenco dei latitanti arrestati; di decine di miliardi il valore dei beni mafiosi sequestrati; imponenti gli arsenali di armi requisiti). Dunque, parlare di metodo sbagliato è un insulto all'intelligenza. La mafia ha anche subìto la stagione dei processi, che per i suoi affiliati si sono quasi sempre conclusi con pesantissime condanne. Un dato significativo (che tocca ripetere ancora una volta, perché "cancellato" dai professionisti della denigrazione) è rappresentato dalle 251 condanne alla pena dell'ergastolo confermate o inflitte in appello nel distretto della Corte d'appello di Palermo nel biennio 2000-2001. Con che metodo sono state condotte le indagini? Accusare la Procura di Palermo di aver sbagliato metodo equivale a dire che sono sbagliati i 251 ergastoli. Un bel regalo per la mafia! Certo, a fronte dei 251 ergastoli stanno le zero (o quasi) condanne nei processi contro imputati "eccellenti". È giusto chiedere conto e ragione degli errori eventualmente commessi. Prima di tutto, però, è necessario spiegare lo scarto abissale di 251 a zero! Studiando le sentenze si potrebbe rilevare l'anomalia di provvedimenti che assolvono - con lo schema tipico dell'insufficienza di prove - pur in presenza di realtà sconvolgenti nelle quali l'intreccio fra politici, imprenditori e mafiosi è costante (e ritenuto sussistente nelle stesse sentenze assolutorie). Anomalie che, se conosciute, da un lato impedirebbero di criminalizzare i pm accusandoli di uso politico della giustizia; dall'altro non consentirebbero la beatificazione (funzionale a un più ampio disegno di impunità degli interessi "forti") di soggetti sommersi da pesanti responsabilità politiche e morali, ancorché ritenute non sufficienti per una condanna penale. Conoscendole, le sentenze, ci si potrebbe anche chiedere - con il massimo rispetto a tutti dovuto - se i criteri di valutazione della prova siano sempre gli stessi. O non riaffiori quell'oscillazione degli indirizzi interpretativi che ciclicamente appare nella storia dei processi di mafia, a seconda degli orientamenti politico-culturali dominanti in un dato momento. Oscillazione che potrebbe ricollegarsi a un limite culturale, che porta a percepire la pericolosità della mafia soltanto in situazioni di emergenza dovute a strategie sanguinarie, trascurando invece i rischi di sottovalutazione della mafia quando essa adotta strategie attendiste. Oscillazione che rende comunque evidente un fatto: anche se il metodo rimane sempre il medesimo, gli esiti possono sensibilmente mutare di fase in fase. Fino alla recentissima sentenza con la quale la Corte di cassazione - stando alle interpretazioni giornalistiche del dispositivo - ha cancellato il "teorema Buscetta" e il "metodo Falcone", annullando 13 dei 29 ergastoli inflitti dalla Corte d'appello di Caltanissetta a boss mafiosi accusati di concorso nella strage di Capaci.
Secondo un diffuso luogo comune, la Procura di Palermo del "dopo stragi" avrebbe smarrito il "rigore della prova", tipico invece del pool di Falcone, abusando dei pentiti. Ma anche qui: leggere i provvedimenti relativi ai vari maxiprocessi equivale a rendersi conto che gli elementi probatori raccolti appaiono, a un'analisi tecnica sgombra da pregiudizi, consistenti tanto quanto quelli che - in questi ultimi tempi - sono spesso risultati insufficienti per considerare responsabili vari imputati "eccellenti". Un esempio concreto si può fare ricordando il mandato di cattura emesso nel 1984 dal pool di Falcone nei confronti di Nino e Ignazio Salvo in seguito alle dichiarazioni del pentito Buscetta. Questi aveva rivelato che i Salvo erano "uomini d'onore" e che egli era stato nella loro villa di Santa Flavia. Buscetta ne aveva descritto gli ambienti e i riscontri consistettero nella verifica della corrispondenza di tale descrizione con lo stato dei luoghi. Ora, chiunque abbia seguito, anche distrattamente, le cronache giudiziarie palermitane di questi ultimi anni non può non concludere che perfettamente identico è stato il metodo seguito per riscontrare le dichiarazioni di vari pentiti relative a incontri fra mafiosi e imputati "eccellenti". Per cui, se a metodo identico corrispondono - in casi identici - esiti diversi, si può essere sicuri che è qualcos'altro - certo non il metodo investigativo - che è cambiato.
Due giustizie? Un'altra polemica scagliata contro la Procura di Palermo del "dopo stragi" si nutre di frasi fatte tipo "quando si tratta di mafia e politica non si rinvia a giudizio se le prove non sono blindate; così faceva Falcone". Ragionamento stupido, che scopre l'acqua calda. Impossibile non essere d'accordo. Il magistrato che operasse diversamente sarebbe un suicida e dovrebbe cambiar mestiere. Ma la frase fatta è anche pericolosa. E si risolve in un'offesa a Falcone. Nel senso che finisce per accettare la logica dei due pesi e delle due misure. Quasi che il problema delle prove sicure si ponesse solo per certi processi (in particolare quelli di mafia e politica) e non per tutti. Offende la giustizia (oltre alla memoria di Falcone) chi anche solo sottintende la possibilità di una differenziazione a seconda del tipo di imputato o di processo. Spesso si sostiene che Falcone certi processi non li avrebbe mai avviati. Ma si dimentica, per esempio, che Buscetta non aveva voluto parlare a Falcone di mafia e politica perché temeva che Falcone, dovendo sviluppare certi temi, sarebbe stato preso per pazzo o ammazzato (quel che non disse a Falcone, però, Buscetta l'aveva detto - ben prima delle stragi - a un magistrato americano, che ha testimoniato in tal senso a Palermo). Soltanto dopo la morte di Falcone, costretto dalla violenza dell'attacco mafioso e dalla necessità di onorare la memoria del giudice scomparso, Buscetta si indurrà a rivelare anche ai magistrati italiani quel che sapeva di mafia e politica. Di qui elementi nuovi, che il pool di Falcone non conosceva. E Falcone non avrebbe fatto nulla di diverso da quel che si è fatto dopo la sua morte e anzi - per certi versi - proprio a seguito della sua morte. Grazie all'abilità di Falcone le cose sarebbero forse andate meglio, per l'accusa. Certo lui era più bravo, ma il metodo non c'entra. E in ogni caso occorre chiedersi se a discostarsi dal metodo Falcone non sia (invece della vituperata Procura) chi finisce per frantumare i singoli elementi di prova, invece di darne quella lettura unitaria, mirata sulla specifica realtà dell'organizzazione, che il pool di Falcone ha posto costantemente a base del suo metodo di lavoro.
In conclusione, a ben vedere, il vero obiettivo di questa speciosa e inconsistente contrapposizione tra "metodo Falcone" e metodo del periodo "dopo stragi" sostanzialmente è proprio il metodo Falcone. Un metodo di lavoro che le stragi del 1992 volevano cancellare per sempre con il sangue e che invece è stato ripreso anche dopo (sia pure con la consapevolezza che la professionalità e l'intelligenza di Falcone sono ineguagliabili), suscitando aggressioni che si infittiscono proprio quando l'azione dei giudici fa finalmente sperare in un'effettiva volontà dello Stato di spezzare i legami fra politica e malaffare. Strano Paese, allora, quello in cui si esaltano i magistrati morti, soprattutto per poter parlar male dei magistrati vivi, considerati scomodi. Certo non è per un Paese come questo che è morto Falcone.

7 giugno 2002 - TINEBRA: IL TEOREMA BUSCETTA FUNZIONA ANCORA
"Il Mattino"
MAFIA E POLEMICHE
"Il teorema Buscetta funziona ancora"
L'ex procuratore Tinebra: gli ergastoli lo confermano, ma il problema è la prova
"Il teorema Buscetta funziona ancora", anche dopo il recente annullamento con rinvio da parte della Cassazione di 13 condanne ai boss accusati di essere stati tra i mandanti della strage di Capaci". Giovanni Tinebra, ex procuratore capo di Caltanisetta e attuale capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria rompe il silenzio seguito alla sentenza emessa dalla Cassazione nei giorni scorsi. E si dice convinto della validità della tesi del pentito che rivelò a Falcone l'organigramma di Cosa nostra (per i delitti eccellenti sono da considerarsi mandanti tutti i componenti della Cupola). "Il fatto che tra le 21 condanne confermate dalla Cassazione vi siano alcuni componenti della commissione provinciale e regionale di Cosa nostra condannati all'ergastolo - afferma - significa che non è vero che il teorema Buscetta è stato sconfessato". Tinebra ha comunque aggiunto di attendere il dispositivo della sentenza, anche perché - ha fatto notare rispondendo a una domanda del presidente dell'Antimafia, Roberto Centaro - non è escluso che l'annullamento con rinvio possa essere stato disposto per difetto di motivazione o per altri motivi. Tinebra tiene a fare una distinzione tra il "teorema Buscetta" e l'applicazione che ne ha fatto la procura di Caltanissetta in questi anni. "Va bene il teorema Buscetta - ha spiegato l'attuale capo del Dap - ma poi bisogna vedere se ci sono le prove dell'effettivo coinvolgimento a livello decisionale dei componenti della commissione. La questione, perciò, diventa un problema di prova, non di validità o meno del teorema".
Intanto ieri a Perugia, per la prima volta Gaetano Badalamenti ha fatto sentire la sua voce nel processo per l'omicidio di Mino Pecorelli nel quale è imputato, assolto in primo grado, come uno dei mandanti. Il boss ha partecipato all'udienza del procedimento d'appello collegato in teleconferenza da Fairton, nel New Jersey, dove sta scontando una condanna ad oltre 30 anni di reclusione per il processo "Pizza Connection". Badalamenti è apparso dietro a una scrivania di legno chiaro, vestito con una maglia verde camicia bianca. Ha accettato la difesa d'ufficio sostenendo di non potersi permettere un avvocato, perché in difficoltà economiche.

7 giugno 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: PANORAMA
"Panorama"
Il mistero buffo delle holding Fininvest
Non arrivavano dalla mafia i capitali entrati nella società del Cavaliere tra il '78 e l'85. Lo certifica uno tra i massimi esperti di finanza aziendale. Che spiega: "Erano soldi di Berlusconi".
di MAURIZIO TORTORELLA
L'uomo giusto al posto giusto. Paolo Iovenitti, docente alla Bocconi e tra i massimi esperti italiani di finanza aziendale, è uno di quegli uomini che hanno il dono di spiegare facilmente le cose più complicate. E da anni, al tribunale di Palermo, si svolge il più complicato dei processi.
A dire il vero ormai quasi nessuno sa più quanti e quali siano i procedimenti per mafia e riciclaggio di denaro sporco che in Sicilia, dal 1994 a oggi, si sono stratificati contro Silvio Berlusconi e i suoi collaboratori.
Resta il fatto che nell'ultimo di quei processi, che a Palermo ha come imputato per concorso esterno in associazione mafiosa Marcello Dell'Utri, ex presidente della Publitalia e oggi senatore di Forza Italia, il centro dei misteri e delle complicazioni è nelle 23 holding che dal 1978 controllano la Fininvest. Da tre anni le "misteriose holding" berlusconiane complicano gli atti giudiziari e avvelenano le cronache.
Oggi Iovenitti, che Dell'Utri ha nominato suo consulente, spiega, semplicemente, che quel mistero non esiste: "Fino al 1977 in Italia non si faceva ampio uso delle holding perché non conveniva: sarebbe servito esclusivamente a pagare due volte le tasse. Solo nel dicembre '77 la legge Pandolfi ha abolito la doppia tassazione sugli utili d'impresa".
Così le "holding del mistero", secondo Iovenitti, hanno un preciso senso e rispondono a una logica aziendale: non sono un paravento per nascondere denaro, ma una struttura per ripartire patrimonio e attività, dividere logicamente le partecipazioni in aree e in settori e accrescere la flessibilità di gestione.
Con la stessa semplicità Iovenitti ha ribaltato, a una a una, le tante accuse innescate nel 1999 dal consulente tecnico della procura, Francesco Giuffrida, funzionario palermitano della Banca d'Italia. Ha cominciato a farlo in aula, alla fine di maggio, nel processo Dell'Utri. E lo ha fatto soprattutto in una controperizia: 100 pagine esatte (scritte insieme a Paolo Rossi e Andrea Scarpellini della società di revisione contabile Ernst & Young), contro le 119 che Giuffrida aveva consegnato ai magistrati della procura palermitana nell'aprile del 1999.
Per tre anni, la relazione Giuffrida (o meglio la "Prima nota informativa", perché il documento avrebbe dovuto essere ampliato, ma questo non è mai accaduto) ha tenuto banco come unica, inquietante descrizione degli inizi delle fortune berlusconiane. Ha suggerito ai pm una possibile complicità mafiosa. Ha seminato mille sospetti gravissimi: da dove venivano i miliardi (un totale di 93) alla base di 11 grandi operazioni finanziarie del gruppo Fininvest tra 1978 e 1985? Perché in quelle operazioni si faceva un uso così frequente di contanti? Come giustificare i vorticosi giri di denaro, spesso nello stesso giorno, tra soggetti tutti interni alla Fininvest? E come mai apparivano tanti "prestanome"?
Iovenitti sembra avere una spiegazione per tutto. "In quegli anni Berlusconi ha riorganizzato il gruppo utilizzando meglio capitali già esistenti e nelle sue disponibilità, come dimostra la corretta ricostruzione delle operazioni" attacca lo studioso. "Invece l'accusa non si preoccupa mai di capire la logica e il contesto nel quale accadevano. In realtà non c'è nessun illecito, nessuna illogicità, nessun mistero".
Premessa fondamentale del ragionamento del perito della difesa sono le dimensioni del business. Nel periodo sotto la lente, i 93 miliardi analizzati da Giuffrida rappresentano una cifra esigua per il gruppo Fininvest. "La fase immobiliare era già alle spalle, la crescita era stata impetuosa" ricorda Iovenitti.
"Nell'85 Publitalia da sola raccoglieva oltre mille miliardi". Questo basterebbe, secondo la difesa, a smontare l'accusa: "Operazioni da alcuni miliardi non avrebbero certo tenuto in piedi un gruppo che registrava bilanci per centinaia di miliardi alla fine degli anni Settanta e fatturava migliaia di miliardi alla metà del decennio successivo".
E il contante? Un equivoco, contesta Iovenitti, impiegato a effetto dall'accusa: non si è mai trattato di banconote fruscianti, versate con valigette sospette (c'è anche chi, maliziosamente, ha scritto di Tir carichi di denaro): "Per contanti si intendono anche bonifici, assegni circolari o bancari" spiega il perito di Dell'Utri "e la legge dice che certe operazioni finanziarie possono essere fatte attraverso quel tipo di contanti".
Di più: sempre sui contanti, secondo la difesa, Giuffrida ha anche commesso errori di ricostruzione. Nell'aprile 1977, per esempio, parla di un aumento di capitale da 8 miliardi eseguito in contanti: "Ma i documenti" afferma Iovenitti "dimostrano che quell'operazione è stata poi revocata nel novembre 1978, senza versamenti di denaro. E il perito dell'accusa sembra non accorgersene".
Le "vorticose operazioni" spiega poi Iovenitti, hanno tutte una giustificazione aziendale: alcune sono, in gergo tecnico, "giri finanziari chiusi" utilizzati per finanziare aumenti di capitale, quindi accrescere la possibilità di una società di emettere obbligazioni, per poi acquisire altre società o partecipazioni, o trasferire aziende all'interno del gruppo: nulla di illecito né sospetto, insomma. Solo concreta ingegneria aziendale.
"Soprattutto" aggiunge Iovenitti "non c'è operazione nella quale risulti dai documenti bancari che i capitali immessi non siano riconducibili direttamente a Silvio Berlusconi".
E a riprova produce assegni bancari, estratti conto, carte firmate da Berlusconi. Tutto questo, all'opposto di quello che aveva dichiarato lo stesso Giuffrida, il quale più volte ha scritto di non poter descrivere l'origine dei versamenti per indisponibilità dei documenti.
Quanto ai prestanome, Iovenitti ricorda che negli anni Settanta "l'uso di persone fisiche come fiduciari era uno strumento molto diffuso". Addirittura, molti commercialisti per velocizzare le pratiche creavano società vuote, intestandole a fiduciari, e le usavano poi per conto dei clienti. "Fino al 1993 le società a responsabilità limitata dovevano essere costituite almeno da due soci" spiega Iovenitti: "Per questo spesso si trovano come soci e fiduciari i collaboratori dei commercialisti e i loro coniugi".
Una prassi comune. Eppure, sui nomi dei prestanome, sulle casalinghe e sui pensionati che in quegli anni agivano per conto della Fininvest si sono esercitate ironie e dubbi. È vero anche che, per scatenare i più inquietanti sospetti, è bastato un numero. È stato un 982, registrato per errore dalla Banca Rasini (uno dei tanti istituti di credito che hanno operato con la Fininvest) al posto del 981: anche per quell'unità in meno, dall'aprile 1999, la Fininvest è al centro delle accuse della procura palermitana. Perché le holding del mistero negli archivi erano censite al codice 982: "Servizi di parrucchieri e istituti di bellezza".
Avrebbero dovuto essere classificate al 981: "Gestione finanziaria di imprese". Un errore. "Ma quella numerazione sbagliata" dicono i difensori di Dell'Utri, Pietro Federico e Giuseppe Di Peri "è bastata per insinuare un tentativo di depistaggio. Al contrario, malgrado l'errore, fin dall'81 la Finanza è riuscita in pochi giorni a risalire a Berlusconi come titolare delle holding". Così, senza troppe complicazioni.

10 giugno 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: PENNINO ESCLUDE AFFARI BERLUSCONI CON MAFIA
ANSA:
"Escludo la compartecipazione di Silvio Berlusconi negli interessi imprenditoriali dei mafiosi. Ricordo che Stefano Bontade, prima di essere ucciso nel 1981, me ne parlo' come di una persona inavvicinabile". Lo ha detto Gioacchino Pennino, il medico collaboratore di giustizia, davanti alla II sezione del Tribunale di Palermo che oggi si trova in trasferta a piazzale Clodio, presso il Tribunale della capitale per ragioni logistiche, nel corso del processo per concorso esterno in associazione mafiosa in cui sono imputati Marcello Dell'Utri e Gaetano Cina'. A Pennino i pm Domenico Gozzo e Antonino Ingroia hanno anche rivolto domande su Marcello Dell' Utri. "Dell'Utri e' un 'parrinaro' (un uomo di chiesa, ndr), anche lui un soggetto inavvicinabile e lontano da frequentazioni mafiose", ha detto il pentito Pennino. Il collaboratore di giustizia ha riferito che un altro uomo d' onore gli aveva detto che Mangano (il boss che lavoro' nella villa di Arcore, ndr) era stato assunto e poi cacciato dalla residenza lombarda di Silvio Berlusconi perche' dall' abitazione erano state sottratte delle suppellettili. In aula sono presenti gli avvocati di Dell'Utri - Roberto Tricoli, Enrico Trantino, Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorotta - mentre per Gaetano Cina' c' e' un avvocato d' ufficio. La II sezione del Tribunale di Palermo ascolta adesso il pentito Guglielmini. Pennino ha riferito, in particolare, di due fonti, due persone che parlarono in diverse occasioni negli anni '80 con lui facendo riferimento a Silvio Berlusconi e al suo gruppo imprenditoriale. Una di queste fonti e' Zarconi, un uomo d' onore, il quale gli riferi' che Bontade e Teresi gestivano gli interessi del gruppo Berlusconi in Sicilia. E ne parlo' in maniera abbastanza generica senza specificare. Pennino ha poi detto che invece parlando con Giacomo Vitale, cognato di Bontade, questi ebbe a dire che Berlusconi non c' entrava niente. In particolare parlarono di investimenti in Sicilia e Vitale disse che per quello che sapeva lui Berlusconi non c'entrava nulla. Al pentito Guglielmini sono state poste delle domande su presunti pranzi fatti nel carcere di Rebibbia con altri uomini d' onore, in particolare Onorato e Di Carlo. Guglielmini ha risposto di non ricordare di aver mai mangiato insieme con tutti e due, bensi' separatamente o con l'uno o con l'altro.
L'imprenditore Filippo Rapisarda indagato a Roma per calunnia e falsa testimonianza nei confronti di Berlusconi; il presidente del Consiglio a sua volta indagato a Caltanissetta per diffamazione e calunnia nei confronti di Rapisarda. La vicenda e' emersa oggi a margine dell' udienza del processo Dell'Utri a Roma, dove sono stati sentiti i collaboratori Giuseppe Guglielmini e Gioacchino Pennino. L' indagine nei confronti del Presidente del Consiglio e di Dell'Utri e' scaturita dalla querela presentata dall' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda. Si tratta di una contro-denuncia depositata dopo che i magistrati nisseni avevano indagato lo stesso Rapisarda su querela del premier per calunnia e falsa testimonianza. Berlusconi aveva denunciato l' imprenditore per le sue dichiarazioni, ritenute false dal leader di Forza Italia, fatte ai magistrati di Palermo nell' ambito del processo a Marcello Dell' Utri. Oggetto di querela e controquerela presentate a Caltanissetta sono le vicende legate ad un pranzo al ristorante 'Il bolognese' di Roma nel corso del quale Rapisarda, secondo l' accusa, si sarebbe giustificato con i suoi commensali, affermando di essere stato costretto ad accusare Dell' Utri e Berlusconi. La procura nissena ha quindi stralciato la parte in cui sarebbero emerse responsabilita' dell' imprenditore, commesse nella capitale, e l'ha trasmessa alla procura di Roma per competenza. Per questa vicenda, come sostiene Enrico Trantino, legale di Berlusconi, il pm ha chiesto al gip l' archiviazione. E' rimasta a Caltanissetta la parte che riguarda le dichiarazioni fatte a Palermo da Rapisarda e la denuncia di quest' ultimo che vede indagati Berlusconi, Dell' Utri, Rivelli, Cantile e l'on. Amedeo Matacena, di Forza Italia.

12 giugno 2002 - MAFIA: PROTESTA TESTE STRAGE VIA D'AMELIO IN PROCURA A PALERMO
ANSA:
Uno dei testimoni dell'accusa nel processo per la strage di Via D'Amelio, Salvatore Candura, 42 anni, sottoposto fino all'aprile scorso al programma di protezione, ha inscenato stamane una protesta al Palazzo di Giustizia di Palermo sollecitando un intervento della Procura per riprendere il suo lavoro in una cooperativa sociale. Candura ha chiesto di parlare con il procuratore Grasso o con uno dei suoi sostituti per illustrare i motivi della sua iniziativa: "Da due mesi - ha spiegato ai giornalisti - sono stato costretto a rientrare a Palermo perche' dal ministero mi era stato promesso che in caso di uscita volontaria dal programma di protezione potevo ottenere un lavoro. Non e' stato cosi', sono stato ingannato. Ho dovuto lasciare Milano, citta' in cui vivevo, perche' non avevo alcun mezzo di sostentamento per me e la mia famiglia". Candura, che non e' un 'pentito' di mafia ma un testimone, e' sposato e padre di due figli, una delle quali ha 15 anni ed e' in attesa di un bambino. I suoi parenti lo hanno ripudiato dopo la decisione di collaborare con gli inquirenti nel '92, fornendo i nomi delle persone alle quali aveva consegnato una Fiat 126 rubata utilizzata poi da Cosa Nostra per l'attentato al giudice Paolo Borsellino. Attraverso le due indicazioni gli investigatori riuscirono a risalire a Vincenzo Scarantino, il teste chiave del processo. "Non voglio assistenza - ha concluso Candura - chiedo solo di potere riprendere il mio vecchio lavoro per sostenere economicamente mia moglie e i miei figli. Non ho paura di morire, voglio pero' che almeno la mia famiglia possa vivere".

13 giugno 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: PENTITO, INCONTRI, MA NON CONCORDAMMO NULLA
ANSA:
Ha ammesso di avere incontrato gli altri collaboratori di Giustizia nei momenti di socialita' a Rebibbia nel '97, ma ha escluso di avere mai concordato con loro dichiarazioni accusatorie. Per circa due ore il pentito Franco Di Carlo ha risposto alle domande degli avvocati nel processo contro l'on. Marcello Dell'Utri, accusato di calunnia nei confronti di alcuni collaboratori di giustizia che lo accusano. Dopo avere confermato le sue accuse contro Silvio Berlusconi (l'ho incontrato nell'81), Di Carlo ha ammesso di essere stato detenuto con Onorato e Guglielmini in una sezione di Rebibbia, nel '97, ma ha escluso di avere concordato con loro accuse. "Non riuscivo neanche a capire - ha detto - cio' che diceva Guglielmini". "Per noi e' importante - ha dichiarato l'avvocato Giuseppe Di Peri - avere accertato che i tre collaboratori socializzavano in carcere in un periodo in cui rendevano dichiarazioni all' autorita' giudiziaria". Il processo riprendera' il 28 giugno.

13 giugno 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: DIFESA, TESI DELL'ACCUSA 'RACCAPRICCIANTI'
ANSA:
Alcune tesi dell' accusa nei confronti di Giulio Andreotti sono "raccapriccianti". Il giudizio e' stato espresso, alla ripresa del processo d'appello, da uno dei difensori del senatore, l' avvocato Franco Coppi. Le tesi sottoposte alla dura critica del legale sono quelle sostenute da dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, secondo cui Andreotti avrebbe avuto con Cosa nostra un "rapporto di scambio di favori costellato da omicidi". Di quali omicidi si tratta? "Brusca naturalmente - ha osservato Coppi - non e' stato in grado di indicare episodi specifici e ha indicato solo a titolo di esempio il caso del sindaco di un piccolo centro, Altofonte, il quale avrebbe preso ordini da un altro politico collegato a Cosa nostra. L' esempio di Altofonte, e qui consiste l' operazione aberrante, viene trasferito al ruolo di Andreotti con un sillogismo avallato e fatto proprio dalla Procura". Si tratta, ha aggiunto Coppi, di "parole di una gravita' pazzesca". Il legale si e' quindi chiesto se sia lecito portare in dibattimento tesi "tanto assurde" secondo le quali bisognerebbe ammettere che per molti anni il paese e' stato governato con l' ombra di delitti frutto di un patto scellerato. L'altro tema affrontato nell' arringa della difesa riguarda il rapporto tra Andreotti e Salvo Lima, l'eurodeputato dc ucciso nel 1992. Coppi e' tornato a contestare la tesi dell'accusa che attribuisce all'apporto di Lima la crescita della corrente andreottiana e la sua uscita dal "ghetto laziale". "Andreotti - ha ribattuto il legale - non aveva bisogno di quell'apporto perche' godeva gia' di grande notorieta' e di prestigio personale. Non solo, ma Andreotti non voleva guidare una corrente consistente: sarebbe stata solo fonte di guai e non di benefici. Neppure l'adesione di Lima ha cambiato le cose. In Sicilia, come hanno confermato molte testimonianze autorevoli, la corrente non e' stata mai maggioritaria. Molti, a cominciare da Sergio Mattarella, riferiscono che il gruppo andreottiano ha assunto un peso maggiore solo a partire dal 1980 mentre l' adesione di Lima viene fatta risalire al 1968". L'intervento di Coppi ha poi toccato il tema del rapporto tra il senatore e Vito Ciancimino. E' stato, e' la tesi difensiva, un rapporto "contrastato e discontinuo". Ciancimino e' "entrato e uscito" nel gruppo andreottiano senza avviare alcun rapporto stabile che, casomai, serviva a Ciancimino per fronteggiare le accuse di collusioni con ambienti mafiosi rivoltegli da sinistra negli anni '70. Secondo il calendario, il processo riprendera' il 27 giugno per la prosecuzione delle arringhe. La difesa ha comunque annunciato che sui temi principali del processo presentera' una memoria conclusiva.

14 giugno 2002 - NUOVO LIBRO: "LA TRATTATIVA" - DI MAURIZIO TORREALTA
ANSA:
LA TRATTATIVA - DI MAURIZIO TORREALTA - EDITORI RIUNITI - 358 PAGINE - 16 EURO -
Non c'e' alcuna rivelazione, nessun inedito, sono tutti atti pubblici:sentenze giudiziarie, verbali di pentiti, dispacci d' agenzia e dichiarazioni di politici. Ma il pezzo di storia d'Italia che il giornalista di Samarcanda e del Tg3 racconta, nella sua interezza, lo conoscono solo un pugno di magistrati, investigatori e giornalisti. Eppure e' una storia che riguarda tutti, che pesa sul presente e sul futuro, quella iniziata dieci anni con la strage di Capaci. Tanto per cominciare, la storia non inizio' il 23 maggio 1992, ma qualche mese prima, il 6 marzo, quando ad un magistrato arrivo' la lettera di un detenuto, tal Ciolini, che preannunciava una "nuova strategia della tensione in Italia - periodo: marzo-luglio 1992". Oltre ad esplosioni dinamitarde e al sequestro o uccisione del futuro presidente della repubblica, Ciolini prevedeva "l'omicidio di un esponente politico Dc, Psi, Pci". Il 12 marzo, sei giorni dopo, il luogotenente di Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, fu ucciso. Il detenuto Ciolini era il primo di una serie di preveggenti. Dopo di lui, arrivarono dei servizi sulla piccola e quasi sconosciuta Agenzia Repubblica: era il 21 e il 22 maggio, qualche decina di ore prima della strage di Capaci. Si ipotizzava che per far cadere la candidatura Andreotti e far passare Spadolini o Scalfaro al Quirinale poteva essere realizzato "un bel botto esterno, come ai tempi di Moro". Quando, nei mesi ed anni successivi, i pentiti siciliani, calabresi e pugliesi inziarono a parlare, misero a verbale di riunioni dentro e fuori le carceri, di confidenze, raccolte persino negli Usa ed in Croazia, nelle quali, con mesi d'anticipo, si era discusso di un ritorno della strategia della tensione, di sconvolgimenti politici. I pentiti parlavano anche di tutto un lavorio per creare leghe meridionali separatiste. E chi cercava riscontri alle loro affermazioni, trovo' che c'erano state riunioni pubbliche, manifesti politici e liste elettorali, nei quali riemergevano i soliti noti: Licio Gelli e la P2, Franco Freda e i neofascisti, mafia, camorra e 'ndrangheta, con l'abituale contorno di spie e faccendieri. Ma non e' Tom Clancy, non e' un thriller. Il giornalista Torrealta virgoletta, indica date, luoghi e firme di ogni documento. Li collega l'uno all'altro, li accosta sottolineando coincidenze e contraddizioni. Lascia al lettore (ed al giudice per quei procedimenti penali ancora in pieno svolgimento) trarre le conclusioni. Reale, anzi giudiziariamente accertata (sentenza per la strage di via dei Georgofili) e' anche la trattativa che avvenne in quegli anni tra rappresentanti autorevoli dello stato (come Mario Mori, allora al Ros dei carabinieri, oggi direttore del Sisde) e Cosa Nostra. Anzi, le trattative furono due. Una attraverso tal Bellini (informatore dei carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio artistico) con Nino Gioe' (uno dei killer di Capaci morto suicida in carcere) ed una seconda, condotta personalmente da Mori, con Vito Ciancimino. Trattative che non avrebbero dato frutto. Lavoro sporco che a qualcuno tocca fare nell'interesse della giustizia e della sicurezza. O pezzi fondamentali del puzzle, ancora da ricomporre, per spiegare il sangue versato nel passaggio dalla cosidetta prima alla seconda repubblica. Per allontanare lo spettro di quella chiusa da romanzetto d'appendice della lettera di Ciolini: "ogni 15 anni l'araba fenice ritorna".

14 giugno 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: IL CONSULENTE DELLA DIFESA
"L' Espresso"
FININVEST / IL PROCESSO DELL'UTRI
Un mistero da 17 miliardi
Neanche il consulente della difesa spiega l'origine dei contanti
Il suo intervento al processo di Pa-lermo era stato annunciato dal "Giornale" come la spiegazione definitiva di quelli che anche la stampa internazionale si ostina a considerare i misteri sull'origine della Fininvest. O meglio sull'origine del suo capitale sociale. E invece, sul punto cruciale, il professor Paolo Iovenitti, docente di Finanza aziendale alla Bocconi, scelto da Marcello Dell'Utri come consulente nel processo che lo vede imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, ha glissato.
Il punto cruciale è costituito dalla cosiddetta "lista Dal Santo". Si tratta di un elenco di 25 versamenti per un totale di 16 miliardi e 940 milioni di lire effettuati, tra il 25 febbraio del 1977 e il 2 agosto del 1978, da Giovanni Dal Santo, commercialista di Silvio Berlusconi, nelle casse della Fininvest Spa. Gli uomini della Dia (Direzione investigativa antimafia) hanno scoperto la lista negli archivi della Saf, una delle due fiduciarie della Bnl che, per conto del Cavaliere, controllavano le 22 Holding alle quali fa capo il capitale sociale della Fininvest. La Dia e il vicedirettore della sede palermitana della Banca d'Italia, Francesco Giuffrida, che su ordine della magistratura siciliana ha esaminato i flussi finanziari in casa Fininvest, ritengono "che la provvista provenga da fondi diversificati anche per contanti".
Il versamento in contanti di una cifra che, ai valori d'oggi, equivale a 91 miliardi di lire, non presuppone di per sé un reato, ma dà comunque nell'occhio. Perché tutto quel contante? Berlusconi non possedeva ancora supermercati con i cassetti da svuotare ogni sera. Di qui l'attesa per l'intervento di Iovenitti, un testo di 100 pagine sulla storia del gruppo Fininvest e sulle 22 Holding che lo controllano.
Ma Iovenitti, che divenne celebre per la perizia sull'affare Enimont, al dunque sorvola. Spiega di aver svolto la sua ricerca consultando anche molti documenti che non erano stati acquisiti (o trovati) dalla procura di Palermo. Anche per Iovenitti a pompare i 16,9 miliardi nelle casse di Fininvest erano state le due fiduciarie Bnl, Servizio Italia e Saf, ma da dove queste avessero preso i soldi l'esperto della difesa non lo dice. E si giustifica sostenendo che questi conferimenti "non rientrano nelle fattispecie esaminate dettagliatamente dal consulente tecnico (dell'accusa, ndr.), in quanto non relativi ad operazioni avvenute nelle Holding (all'epoca non ancora esistenti)". Di quei movimenti di soldi di origine sconosciuta, invece, sia la Dia che Giuffrida si erano ampiamente occupati. Senza successo.
Iovenitti accredita l'idea di un Berlusconi scettico verso la Capitale. "I suoi collaboratori", scrive il docente, "ricordano ancora le "resistenze" del dottor Berlusconi alla costituzione di Fininvest Roma srl". Ma nemmeno Iovenitti svela la stranezza per cui Berlusconi viene meno al detto che il primo miliardo, come il primo amore, non si scorda mai.
Peter Gomez

17 giugno 2002 - DIFESA DELL'UTRI RICUSA GIP PROCESSO PER CALUNNIA PRESENTATA CONTRO PENTITO CANCEMI
ANSA:
Il difensore del senatore Marcello Dell' Utri (FI), l' avvocato Pietro Federico, ha presentato questa mattina alla corte d' appello di Caltanissetta istanza di ricusazione nei confronti del gip Giovanbattista Tona, che aveva disposto l' archiviazione della querela per diffamazione e calunnia presentata da Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri nei confronti del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi. Il gip Tona e' lo stesso giudice che ha archiviato la posizione di Berlusconi e Dell' Utri nell' ambito dell' inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del '92. Secondo la difesa di Dell' Utri proprio in questo provvedimento ci sarebbero passaggi che 'tradiscono pregiudizi' sul procedimento oggi in discussione. Proprio stamane era prevista l' udienza di opposizione, fissata due mesi fa, che i difensori avevano chiesto dopo aver appreso dell'archiviazione. Il gip Giovanbattista Tona, dopo aver appreso che e' stata presentata la ricusazione nei suoi confronti, ha presentato al presidente del tribunale una dichiarazione di astensione da questo procedimento che vede il pentito Salvatore Cancemi contrapposto al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al senatore Marcello Dell' Utri. I difensori dei due parlamentari si erano opposti alla decisione di archiviazione del gip e per questo motivo lo scorso aprile era stata fissata per oggi l' udienza in cui i legali delle parti offese dovevano proporre al giudice i punti di approfondimento di indagine. L' udienza e' stata rinviata al 20 luglio prossimo. L' avvocato Pietro Federico, difensore del senatore Marcello Dell' Utri (Fi), sostiene che l' istanza di ricusazione presentata oggi nei confronti del gip Giovanbattista Tona, "e' una ipotesi - dice Federico - meramente tecnica di incompatibilita' oggettiva del giudice". Secondo il legale, la ricusazione del giudice sarebbe determinata "dall' aver gia' preso in esame - afferma il difensore di Dell' Utri - in altro procedimento penale, la credibilita' del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi". "Peraltro - aggiunge - la dichiarazione di astensione formulata a verbale dal giudice stesso, se accolta dal presidente del tribunale, potrebbe ovviare al problema tecnico sollevato dalla difesa".

19 giugno 2002 - STRAGE CAPACI; PENTITI, DECISIONE PASSA A TRIBUNALE ROMA
ANSA:
"La decisione sui pentiti della strage di Capaci spetta ora al tribunale di sorveglianza di Roma; i collaboratori sono affidati al servizio centrale di protezione che ha sede a Roma, quindi per legge abbiamo trasmesso gli atti ai colleghi della capitale". Lo ha detto il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, commentando la sospensione dell'ordine di esecuzione della carcerazione stabilita dalla procura nissena nei confronti dei killer pentiti della strage di Capaci che, nonostante le rispettive condanne definitive, non torneranno in carcere. Come pubblicato stamane da alcuni quotidiani, il pm di Caltanissetta Luigi Birritteri ha sospeso l'esecuzione della pena per i collaboratori Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanbattista Ferrante e Antonino Galliano, le cui pene (da 13 a 18 anni di reclusione) sono state confermate dalla clamorosa sentenza della Cassazione che il 31 maggio scorso ha annullato 13 condanne per altrettanti boss di Cosa nostra. Il pentito Calogero Ganci, il sesto beneficiato dalla sospensione della pena, sta gia' scontando la sua condanna ai domiciliari: il suo status di detenuto, dunque, non cambiera'. I collaboratori sconteranno le rispettive condanne beneficiando di misure alternative, come la carcerazione domiciliare, fino a quando non si pronuncera' il tribunale di sorveglianza di Roma, al quale i magistrati nisseni hanno inoltrato il decreto di sospensione della pena, cosi' come previsto dalla 'vecchia' legge per i collaboratori di giustizia che prevedeva benefici piu' ampi rispetto alla 'nuova' legge entrata in vigore nel marzo dello scorso anno. "Gli imputati in questione - ha spiegato il pm Birritteri, che ha accolto un'istanza presentata dai legali Luigi Li Gotti, Lucia Falzone e Monica Genovese - nel momento in cui hanno deciso di collaborare con la giustizia, hanno stipulato una sorta di 'patto' con lo Stato che garantiva loro certi benefici in base alla 'vecchia' legge, e' quindi a quella legge che bisogna richiamarsi; non si possono cambiare le regole in corso d' opera". Il pm sostiene, in pratica, che non si puo' applicare a questi collaboratori la nuova legge sui pentiti del marzo 2001 che prevede di scontare un quarto della condanna o 10 anni in carcere. "Questa nuova legge - sostiene Birritteri - puo' essere applicata solo a quei soggetti che hanno deciso di collaborare con la giustizia soltanto dopo la data della sua applicazione".

24 giugno 2002 - PROCESSO CANALE; TESTE, PARTECIPO' A CENA CON BOSS
ANSA:
"Nel '91 seppi che, in occasione delle elezioni regionali, a Kartibubbo (un villaggio turistico della zona, ndr) si organizzo' una cena per la campagna elettorale dell' on. Dc Pino Giammarinaro. All' incontro a cui partecipo' Canale c' erano imprenditori, commercianti ma anche esponenti delle famiglie mafiose del trapanese". Lo ha detto l' ex commissario di Castelvetrano Michele Messineo, deponendo a Palermo nel processo a Carmelo Canale, l' ufficiale dell' Arma imputato di concorso in associazione mafiosa. Rispondendo alle domande dell' avvocato di Canale, il funzionario di polizia ha pero' detto di non ricordare chi gli avesse raccontato della cena. Messineo ha anche negato di avere saputo che sull' incontro di Kartibubbo la polizia avesse stilato una relazione di servizio. Il processo, che si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, e' stato rinviato al prossimo 15 luglio.

24 giugno 2002 - RICICLAGGIO: RINVIATO A GIUDIZIO PAOLO RABITO, EX AUTISTA IGNAZIO SALVO
ANSA:
L' ex autista di Ignazio Salvo, Paolo Rabito, accusato da numerosi collaboratori di giustizia di essere un uomo d' onore di Salemi, e' stato rinviato a giudizio dal gip del Tribunale di Milano con l' accusa di aver riciclato tre miliardi e settecento milioni di vecchie lire. Con lui sono stati rinviati a giudizio il fratello Leonardo e il nipote Mariano, tutti e tre detenuti. Secondo l'accusa riciclavano somme di denaro provenienti da traffici internazionali di droga. Paolo Rabito e' stato citato dal collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio che lo aveva indicato come uno dei testimoni del presunto colloquio tra il senatore a vita Giulio Andreotti e Toto' Riina. Nel novembre del '94 Rabito era stato condannato con il rito abbreviato a cinque anni e quattro mesi per associazione mafiosa. Gli inquirenti lo indicano come l' autista dell' esattore Ignazio Salvo legato alla cosca mafiosa di Salemi, della quale avrebbe fatto parte anche Salvo. Secondo l' accusa sostenuta dai Pm sulla base delle dichiarazioni di Di Maggio, Rabito avrebbe aperto il cancello della casa dell' esattore all' arrivo della Golf guidata da Di Maggio con Riina seduto accanto. Lo stesso Rabito avrebbe poi accompagnato il boss nella sala in cui lo attendevano il padrone di casa, Andreotti e il leader siciliano della corrente del senatore, l' eurodeputato Salvo Lima, ucciso in un agguato il 12 marzo 1992. Sei mesi dopo anche Ignazio Salvo fu assassinato nella sua villa a Santa Flavia, vicino a Bagheria. Paolo Rabito era coinvolto in un' inchiesta su 29 delitti di mafia compiuti tra Palermo, Alcamo e Mazara del Vallo tra la meta' degli anni '80 e il 1992.

25 giugno 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: FORSE SLITTA DEPOSIZIONE BERLUSCONI
"Il Piccolo"
Al procedimento contro il senatore di Fi si protrae l'audizione del consulente tecnico della difesa incaricato di ricostruire i passaggi finanziari delle holding da cui nacque la Fininvest
Processo Dell'Utri, forse slitta la deposizione di Berlusconi
PALERMO - Al processo di Palermo contro il senatore di Forza Italia ed ex manager di Publitalia Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, è tornato ieri mattina sul banco dei testimoni il professore Paolo Iovenitti, consulente tecnico della difesa incaricato di ricostruire i passaggi finanziari delle holding da cui nacque la Fininvest. Il docente ha risposto alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, che ha chiesto preliminarmente se Iovenitti avesse mai svolto lavori per altre società, per verificare eventuali ipotesi di incompatibilità nel processo Dell'Utri. I difensori si erano opposti a questa domanda, che è stata però ammessa dal presidente del Tribunale, Leonardo Guarnotta.
Iovenitti ha chiarito al pm che la consulenza per Dell'Utri gli è stata affidata "tra il dicembre del 2001 e gennaio. Ho avuto - ha aggiunto - contatti con Dell'Utri. Per il mio lavoro ho esaminato tutti documenti contabili che sono stati presentati e tra questi la documentazione della Dia". Il processo è stato poi aggiornato a oggi, quando continuerà l'audizione di Iovenitti. Il protrarsi della deposizione del consulente, secondo i legali di Dell'Utri, potrebbe causare un rinvio della testimonianza di Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio, citato sia dall'accusa sia dalla difesa, dovrebbe essere sentito a Roma l'11 luglio prossimo, ma gli avvocati ritengono probabile uno slittamento. La questione, comunque, non è stata trattata in udienza e nulla il Tribunale ha disposto al riguardo.
Il tribunale non ha invece ancora sciolto la riserva circa la possibilità di ascoltare Berlusconi anche in merito alla consulenza presentata dal condirettore della Banca d'Italia Francesco Giuffrida sui flussi finanziari delle holding che formano la Fininvest, così come richiesto dall'accusa.
Sempre in tema Giustizia, il ministro Roberto Castelli ha affermato "Pecorella sa che tutti i passaggi fatti sono stati concordati anche con lui. Se dice queste cose è in malafede, mi ha deluso", riferendosi alle affermazioni del presidente della Commissione giustizia della Camera, per il quale in sostanza il Guardasigilli si farebbe condizionare dall'Associazione nazionale magistrati. "Pecorella - ha aggiunto Castelli - dovrebbe cercare di portare avanti molte leggi che giacciono nella sua commissione".

25 giugno 2002 - PROCESSO PALAZZOLO: OSPITO' PILLITTERI ?
"La Stampa"
PALERMO, I SOSPETTI EMERSI DURANTE IL PROCESSO AL PADRINO LATITANTE. L´EX SINDACO: "NON L´HO MAI SENTITO NOMINARE" "Pillitteri fu ospitato da un boss mafioso in Sud Africa"
corrispondente da PALERMO
In Sud Africa è considerato un imprenditore miliardario con vari interessi nel business internazionale. In Italia, invece, Vito Roberto Palazzolo è indicato come un boss mafioso latitante, ricercato da più di un decennio, incriminato per la prima volta negli Anni `80 dal giudice Giovanni Falcone per un traffico di stupefacenti che faceva il giro del mondo. Adesso è sotto processo a Palermo per associazione mafiosa. Palazzolo ha la sua sede d'"affari" a Cape Town e qui, nel febbraio del `96, avrebbe ricevuto due visite particolari: quella dell'ex sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, e della moglie, Rosilde Craxi, sorella di Bettino. L'episodio, fino adesso inedito, emerge da un rapporto investigativo della polizia sudafricana, inviato nel marzo `98 al servizio centrale operativo della polizia, che lo ha trasmesso ai pm della procura di Palermo che indagano sul latitante. Si tratta di una nota dettagliata, che si basa sulle dichiarazioni di una donna, Elizabetta Walzl, che ricostruisce alcuni affari illegali di Palazzolo, le sue amicizie e in particolare l'incontro con i coniugi Pillitteri, avvenuto nello stesso periodo in cui l'inchiesta "Mani Pulite" era nelle fasi dibattimentali a Milano e l'ex segretario del Psi, Bettino Craxi, aveva trovato rifugio in Tunisia. L'informativa contiene un ulteriore colpo di scena, quello dell´interrogatorio di Vito Roberto Palazzolo, fatto in carcere dal giudice Falcone tra l´85 e il `88, mentre il boss era detenuto a Lugano. In questa occasione, scrive la polizia sudafricana, il magistrato palermitano avrebbe rivolto all'imprenditore domande su un riciclaggio di denaro sporco effettuato per conto di Craxi. Nessuno sa se Falcone indagava sull'allora segretario del Psi. La nota sottolinea che Palazzolo avrebbe avuto un attacco d'ira e avrebbe minacciato il giudice: "Deve stare attento a quello che fa". Di questa minaccia l'imprenditore, secondo la signora Walzl, si sarebbe vantato con i suoi amici, tanto da farle sostenere che Palazzolo "poteva sapere chi erano i killer di Falcone". L'ex sindaco di Milano, Pillitteri, afferma di non conoscere Palazzolo, nè di averlo "mai sentito nominare". "E' vero che sono stato in Sud Africa ospite di amici italiani, ma non si chiamano Palazzolo - afferma il cognato di Craxi -. Ci sono andato per preparare un documentario su Mandela. In quella occasione ho avuto problemi al cuore e sono stato ricoverato nella clinica di Barnard. Mia moglie è venuta a trovarmi solo per questo motivo". L'autore del rapporto è il generale Andre E. Lincoln, sotto inchiesta a Cape Town per corruzione. I pm siciliani l´hanno citato nel processo a Palazzolo che si è aperto a Palermo "in relazione di quanto a sua conoscenza su Palazzolo". Non è la prima volta che il nome di Vito Roberto Palazzolo compare in relazione a vicende politico-giudiziarie, in particolare in Sud Africa. Nell´88, secondo fonti di stampa sudafricane, avrebbe finanziato la campagna elettorale di un deputato di Cape Town. Commercialista negli Anni `80, oggi imprenditore delle acque minerali con interessi in altri settori, Palazzolo, più che un mafioso organico alle cosche, è considerato un "consigliori" esperto di riciclaggio. Gli investigatori lo indicano come il "cervello" finanziario del capomafia di Cinisi, Gaetano Badalamenti, condannato a 30 anni di reclusione negli Usa nel processo alla cosiddetta "Pizza connection" e all'ergastolo per l'uccisione di Peppino Impastato. Originario di Terrasini (Palermo), Palazzolo è stato condannato in appello a cinque anni e sei mesi dai giudici svizzeri nell'ambito dell'inchiesta sulla "ramificazione elvetica" della stessa organizzazione. Secondo l'accusa, avrebbe riciclato, attraverso complesse transazioni bancarie, cinque miliardi di narcodollari. Il suo passato giudiziario è burrascoso: nell`86 riuscì a fuggire dalla Svizzera, in seguito ad un permesso accordatogli dalla direzione del cercere. Nel febbraio dell´88 venne arrestato in Sud Africa e poi estradato in Svizzera, da dove, una volta scaduta la detenzione, si trasferì in Sud Africa. In Italia pende contro di lui un mandato di cattura legato alle vicende della "Pizza connection". Lirio Abbate

25 giugno 2002 - BERLUSCONI CHIEDE A TRAVAGLIO E VELTRI 10 MILIONI DI EURO
ANSA:
Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha denunciato al tribunale civile di Roma il giornalista di Repubblica Marco Travaglio, l'ex deputato dell'Ulivo Elio Veltri e gli Editori Riuniti per il libro "L'odore dei soldi", chiedendo 10 milioni di euro di risarcimento. L'opera, pubblicata nel febbraio del 2001, ebbe un boom di diffusione (fino a diventare il libro italiano piu' venduto dell'anno e ad essere tradotto anche in Francia e in Spagna) soprattutto dopo l'intervista di Travaglio al Satyricon di Daniele Luttazzi. Per quel programma Luttazzi e Travaglio, insieme al direttore di Rai2 Carlo Freccero, furono denunciati da Berlusconi (allora candidato a Palazzo Chigi), dalla Fininvest, da Mediaset e dal gruppo parlamentare di Forza Italia, sempre in sede civile, con richieste di danni per un totale di svariate decine di miliardi. Il libro, invece, non fu denunciato dal Cavaliere, ma soltanto da Mediaset, da Fininvest, da Forza Italia e da Giulio Tremonti. Ora, 16 mesi dopo, gli autori hanno ricevuto una citazione anche da Berlusconi, nel frattempo salito a Palazzo Chigi. E' la sua prima denuncia in assoluto di cui si abbia notizia nelle vesti di presidente del Consiglio. "Il libro - scrive l'avvocato Fabio Lepri, legale del premier che ha firmato l'atto datato 16 maggio 2002 - e' un riepilogo di falsita' e deliranti illazioni gia' in circolazione da tempo, che i due autori - in vista delle elezioni del 2001 - hanno pensato di riciclare e combinare ad arte con evidente finalità denigratoria in danno dell'allora candidato premier della Casa delle liberta', presentato agli italiani in chiave delinquenziale". Di qui la richiesta di 10 milioni di euro a titolo di "risarcimento dei danni morali e non patrimoniali", più una "pena pecuniaria" affidata alla discrezione del giudice. Il premier chiede anche al giudice di "ordinare a Travaglio e Veltri l'esibizione delle rispettive dichiarazioni dei redditi, onde accertare il rispettivo arricchimento". "E' la nona denuncia che ricevo per 'L'odore dei soldi', fra libro e Satyricon", commenta Travaglio. "Le richieste di danni del Cavaliere e dei suoi cari, ormai, sfiorano i cento miliardi. Un tempo i presidenti del Consiglio, appena assunta la carica, rimettevano le denunce e chiudevano ogni pendenza con i privati cittadini, proprio perche' andavano a rappresentare la collettivita'. Berlusconi, invece, ci denuncia con 15 mesi di ritardo, e proprio da capo del governo. Spero che tutti coloro che giustamente insorsero quando D'Alema chiese 5 miliardi a Forattini vogliano fare altrettanto ora per i 20 miliardi di lire pretesi dal Cavaliere. Non credo che saremo condannati: abbiamo pubblicato soltanto documenti ufficiali, di cui tuttoggi si parla al processo palermitano contro Dell'Utri, piu' l'intervista censurata a Paolo Borsellino. Ma se Berlusconi dovesse riuscire a portarci via qualche milione (miliardi non ne possediamo), sarebbe comunque un passo avanti: almeno di quei quattrini, si conoscerebbe finalmente la provenienza". "Il presidente del Consiglio - aggiunge Veltri - e' animato da un inestinguibile spirito di vendetta: lui che e' l'uomo piu' potente e piu' ricco d'Italia, continua a perseguitare due normali cittadini, colpevoli di dire la verita' e di non farsi comperare ne' mettere la mordacchia".

25 giugno 2002 - MAFIA: STRAGE CHINNICI; PROCESSO D' APPELLO, 12 ERGASTOLI
ANSA:
Dodici ergastoli ai vertici di Cosa nostra, 4 condanne per complessivi 67 anni di reclusioni e due assoluzioni. Si e' concluso cosi', davanti alla Corte d' Assise d' appello di Caltanissetta, il processo per la strage del 29 luglio del 1983 a Palermo che provoco' la morte del consigliere istruttore Rocco Chinnici. I giudici hanno letto ieri sera il dispositivo della sentenza (del quale riferisce oggi il Giornale di Sicilia) che conferma gli ergastoli a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calo', Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo. La Corte d' assise d' appello ha assolto invece Matteo Motisi e Giuseppe Farinella, che in primo grado avevano avuto comminato il carcere a vita, ridotto da 18 a 15 e 16 gli anni di reclusione inflitti, rispettivamente, ai collaboratori Francesco Paolo Anzelmo e Giovanni Brusca, ed ha confermato invece 18 anni di carcere ciascuno per Giovambattista Ferrante e Calogero Ganci. Nella strage causata da un ordigno ad alto potenziale, oltre a Chinnici, morirono anche i due carabinieri di scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere dello stabile dove abitava il magistrato , Stefano Li Sacchi. Durante il processo il boss ergastolano 'Pippo' Calo' ha letto una missiva con la quale ha reso nota la propria intenzione di dissociarsi da Cosa nostra, ma non di collaborare con la giustizia. Il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, ha commentato la sentenza affermando che "e' la conferma di un criterio della prova ancora rigoroso che speriamo tenga in Cassazione", ed ha ricordato di "avere sostenuto con convinzione l' accusa e di avere chiesto la conferma della sentenza di primo grado". "Le assoluzioni Motisi e Farinella - ha aggiunto il Pg - non ci lasciano del tutto convinti: leggeremo le motivazioni per decidere se impugnarle in Cassazione".

26 giugno 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: PER CONSULENTE DI PARTE NON TRASPARENTI ALCUNE OPERAZIONI FININVEST
"La Gazzetta del Sud"
Palermo / Il consulente di parte: alcune operazioni della Fininvest non trasparenti
Sorpresi i difensori di Dell'Utri
PALERMO - "Alcune operazioni di franco valuta compiute dalle holding che formano la Fininvest sono documentalmente non trasparenti". Lo ha detto ieri in aula il professore Paolo Iovenitti, consulente della difesa, rispondendo alle domande del pm Antonio Ingroia, nel processo a Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. Il professore Iovenitti ha specificato che la sua consulenza contiene "quote di congetture", l' analisi di una parte della documentazione messa a disposizione dalla procura e la ricostruzione fatta in base alla sua esperienza professionale. Rispondendo alle domande del pm Ingroia sul contratto fiduciario, Iovenitti si è soffermato sulla definizione giuridica del "prestanome" ed ha ammesso che "nessuna distinzione vi è fra il fiduciario ed il prestanome", che può dunque, secondo il docente, essere ammesso in questi casi. "Intestare partecipazioni societarie - ha aggiunto Iovenitti - a meccanici, vittime di ictus o a disabili, è una questione di opportunità, perchè costano meno". Sull' origine della provvista finanziaria, di cui è stata oggetto gran parte della relazione presentata da Francesco Giuffrida, consulente della procura, Iovenitti ha sostenuto che non ha approfondito questo aspetto perchè non era oggetto della sua consulenza visto che si trattava di operazioni finanziarie antecedenti alla costituzioni delle holding. Per questo motivo il consulente ha ritenuto necessario, ha spiegato ai giudici, non andare a ritroso. Il controesame di Iovenitti è stato quindi sospeso e rinviato al 1 luglio. L' udienza è invece proseguita con la deposizione in aula di Giulia Cantile, una delle partecipanti al pranzo che si è svolto al ristorante "il bolognese" di Roma, dove l' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda avrebbe detto all' ex deputato Amedeo Matacena, di essere stato costretto a denunciare Dell' Utri. La donna, citata in passato più volte dal tribunale, è stata accompagnata in aula dai carabinieri. Cantile, indagata di reato collegato, si è quindi avvalsa della facoltà di non rispondere. In serata gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, difensori del senatore Marcello Dell' Utri, in una nota sostengono che "l' affermazione del professore Iovenitti in merito alla potenziale mancata trasparenza di alcune operazioni va interpretata nel senso corretto che per le operazioni franco valuta avvenute con sola comunicazione del fiduciante esiste potenzialmente una non trasparenza "documentale" presso la fiduciaria. Ciò in linea puramente teorica, nel caso specifico tuttavia la trasparenza è garantita dal fatto che il professore Iovenitti ha allegato alla sua consulenza i documenti esistenti presso il fiduciante o la società partecipata, documenti che attestano così la veridicità delle operazioni". I legali di Dell' Utri sottolineano che il consulente "non ha affatto parlato di "congetture" nella ricostruzione delle operazioni, ma ha affrontato la materia sulla base dell' oggettività documentale, della tecnica e dell' esperienza professionale". La nota prosegue spiegando che "Iovenitti ha compiutamente spiegato la natura giuridica del mandato fiduciario e l' utilizzabilità di tale istituto sia tramite persona giuridica (le società fiduciarie) sia tramite persone fisiche (mandatari, fiduciari o, come volgarmente vengono chiamati dall' accusa, prestanome)". Secondo i legali del parlamentare "le operazioni di finanziamento o aumento di capitale sociale di Fininvest precedenti alla costituzione delle Holding si collocano al di fuori dell' arco temporale oggetto di indagine da parte del dott. Giuffrida e, contrariamente a quanto oggi si vuole far intendere, non solo non sono state esaminate con attenzione da parte dello stesso, ma anche la scarsa e informale documentazione da lui allegata in merito a queste operazioni è stata in più punti ampiamente contraddetta dal prof. Iovenitti, tramite la produzione della documentazione originaria". Il consulente Iovenitti, dal canto suo, in una nota "smentisce categoricamente di avere mai pronunciato le fasi a lui attribuite come risulta dai verbali di udienza tenutasi in data odierna".

26 giugno 2002 - CGIL COMMEMORA NEL PALERMITANO VITTIME DELLA BANDA GIULIANO
ANSA:
Tra il 21 e il 22 giugno di 55 anni fa la banda Giuliano, ad appena un mese e mezzo dalla strage di Portella della Ginestra, organizzo' in meno di 24 ore cinque assalti alle Camere del Lavoro di Borgetto, Carini, Cinisi, Monreale, Partinico e San Giuseppe Iato. L' assalto a Partinico fu il piu' cruento: era capeggiato dal fratello del "Boia" Salvatore Passatempo, e fece due morti, Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono, sindacalisti e tesserati del Pci, e diversi feriti. Per ricordare l' evento, la Cgil di Palermo, lo Spi-Cgil e la Camera del Lavoro di Partinico organizzano domani alle ore 17, al palazzo dei Carmelitani di Partinico, un dibattito dal titolo "La nostra memoria per il nostro futuro", al quale partecipera' il segretario nazionale Cgil Carlo Ghezzi. "Una partecipazione ad alto livello - spiega Pino Gagliano, segretario provinciale Spi-Cgil - che dimostra il risalto che la Cgil vuole dare al riconoscimento di due persone morte per la battaglia nel nome dei diritti e perche' questi fatti 50 giorni dopo Portella rappresentano la continuazione della strategia terroristica di quel periodo". L' incontro, alla presenza dei familiari delle vittime, sara' coordinato da Giuseppe Romancini, segretario generale Spi-Cgil Palermo. Dopo i saluti del sindaco di Partinico Giuseppe Giordano interverranno: Giuseppe Casarrubea, presidente associazione delle vittime "Non solo Portella", Gerry Vergara, segretario della Camera del Lavoro di Partinico, Pino Gagliano, Francesco Cantafia, segretario generale Camera del Lavoro di Palermo, Enzo Campo, segretario regionale Fillea-Cgil. Concludera' il dibattito Carlo Ghezzi. "Le vittime - ha ricostruito lo storico Giuseppe Cassarubea, figlio di una delle vittime, nel suo libro "Portella della Ginestra" edito da Franco Angeli - cercarono riparo all' interno della sezione del Pci. Ma, chiuse dentro una morsa, furono ripetutamente colpite da cinque-sei raffiche di mitra e dal lancio di bombe esplosive del tipo Scrm e Breda nonche' da due bottiglie incendiarie".

27 giugno 2002 - ESPRESSO SU POTERE MICCICHE' IN SICILIA
"L' Espresso"
Sicilia/ Dietro il potere di Gianfranco Micciché
Il Viceré
Dal ministero dell'Economia gestisce 50 miliardi di euro per il Sud. Nove sono destinati alla sua isola, dove comanda per Forza Italia. Circondato da molti amici. Chiacchierati
di Peter Gomez, Marco Lillo e Stefano Livadiotti
Sono le 15 e 33 minuti del 14 giugno 2001 quando il cellulare numero 335/5682... inizia a trillare. A comporre il numero è Mario Fecarotta, detto "l'ingegnere", arrestato il 5 giugno scorso con l'accusa di avere costituito una società occulta con Salvo Riina, figlio del grande capo della mafia Totò. A rispondere è un avvocato non ancora identificato, che usa un cellulare intestato alla Cisco Italia, azienda di facchinaggio proprietaria di alcuni bar a Roma. Il legale fa scivolare la conversazione sul progetto di un porto a Terracina. "Posso aiutarvi", afferma per tre volte Fecarotta. "Io vi posso dare una grandissima mano per tutto quello che comporta anche un eventuale parziale finanziamento pubblico...", garantisce. E aggiunge: "Perché ora, insomma Gianfranco Micciché è proprio messo a queste...".
Quando parla del potentissimo viceministro dell'Economia, "l'ingegnere" non millanta. Leggendo le carte dell'inchiesta sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per il porto di Palermo, si trovano ben 38 contatti telefonici (compresi diversi tentativi di chiamata non andati a buon fine) tra Micciché e Fecarotta, che chiede ad esempio aiuto per risolvere un problema bancario, e saluta l'amico chiamandolo affettuosamente Gianfrancuccio.
Quarantott'anni, tarchiato e riccioluto, i modi spicci e una parlantina siculo-milanese, Giovanni Micciché detto Gianfranco è il coordinatore di Forza Italia in Sicilia, dove alle ultime elezioni politiche ha sgominato i concorrenti conquistando per il Polo 61 seggi su 61. Un trionfo che l'ex ragazzo di Lotta Continua al liceo classico Garibaldi di Palermo ha usato come trampolino per conquistare, da viceministro dell'Economia, la delega per il Sud. E quindi il controllo del dipartimento per le politiche di coesione e sviluppo di via XX Settembre, l'organismo incaricato di gestire i fondi strutturali europei destinati alle aree disagiate: oltre 40 mila miliardi abbondanti di vecchie lire entro il 2006, ai quali vanno sommati i finanziamenti nazionali. In tutto fa qualcosa come 98 mila miliardi di lire, 18 mila per la sola Sicilia.
Un'occasione irripetibile. Ma anche una partita delicata. Micciché lo sa. E adotta le cautele del caso. Un esempio per tutti. Quando l'altro viceministro Mario Baldassarri ("Quel nano di An", lo chiama lui), d'accordo con Giulio Tremonti, ha tentato di imporre alla testa del dipartimento un uomo di Confindustria come Carlo Artusi, Micciché s'è infuriato con Berlusconi ottenendo la nomina del tecnico Fabrizio Barca, già in carica col centro-sinistra.
Seduto su un simile tesoro, il viceré Gianfranco è diventato una potenza. Oggi è l'unico a potersi permettere di apostrofare perfino il premier Berlusconi. È successo ancora poche settimane fa in un vertice a porte chiuse, quando è sbottato lasciando tutti di stucco: "Ma che minchia, Silvio, guarda che io me ne vado e fondo Forza Sicilia". Solo davanti a Marcello Dell'Utri, che chiama con deferenza "dottore", Micciché abbassa lo sguardo ("Non prendo una decisione senza parlarne con lui", ha ammesso). Qualche tempo fa il coordinatore siciliano di Forza Italia è arrivato in maniche di camicia nell'albergo palermitano dove era in programma un convegno. Dell'Utri non gli ha risparmiato una pubblica lavata di testa: "Ti sembra il modo di presentarsi?".
Del resto, all'ideatore di Publitalia e poi della stessa Forza Italia Micciché deve tutto. A presentarglielo, tanti anni fa, quando sbarcava il lunario lavorando in banca, è stato Ferruccio Barbera, amico di Fecarotta. Dell'Utri se ne invaghì e lo nominò responsabile siciliano di Publitalia. Il fatturato passò da due a 14 miliardi. Così, venne messo alla prova a Brescia. E fece il bis. A quel punto si accorse di lui Berlusconi, che lo spedì a creare Forza Italia in Sicilia.
Da allora sono passati otto anni. Micciché non ha perso le abitudini di quand'era ragazzo. Adora tirar tardi la sera, e se passa una bella donna non risparmia i complimenti (una volta, al ristorante romano Camponeschi, rischiò la rissa con un cantante). Ora però si può fregiare dell'incarico di docente all'Università di Reggio Calabria, lui che ha collezionato due bocciature al liceo e non si è mai laureato. Ma soprattutto è riuscito a stendere una rete di rapporti che gli consente di tenere sotto un ferreo controllo l'intera isola. Ogni volta che cala nella casa-quartier generale di fronte al teatro Politeama, inizia la processione dei suoi uomini di fiducia. Sfila il braccio destro per gli affari, l'avvocato Gaetano Armao, ex allievo di Pintacuda che oggi può permettersi di parlare a nome di Micciché, e che così ha collezionato un'infinità di incarichi. Chiede udienza il consigliori per le questioni edilize, Nino Bevilacqua, sul cui yacht Micciché trascorre le vacanze. Va a rendere omaggio la longa manus nella gestione politica locale, Pippo Fallica, ex commerciante di biancheria che ora siede in Parlamento, e che ha curato la campagna elettorale nel quartiere ad alta densità mafiosa di Brancaccio. Si affaccia il sindaco Diego Cammarata, uno che ha scalato il municipio dopo essersi visto rifiutare la presidenza del Circolo tennis Palermo.
Ma chi è davvero l'uomo che in pochi anni è riuscito a conquistare un pezzo d'Italia? Micciché è stato costretto a ripercorrere il suo esordio come luogotenente di Berlusconi in Sicilia di recente, quando ha testimoniato a Palermo nel processo che vede Dell'Utri imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. In quell'occasione ha preso le distanze da una serie di mafiosi che, dopo aver fondato liste locali su ordine di Leoluca Bagarella (all'epoca capo di Cosa Nostra), fecero confluire i loro voti su Forza Italia. Così è tornato a fare capolino il nome di Tullio Cannella, factotum di Bagarella e oggi pentito. Micciché ha detto di aver saputo che era mafioso e di averlo perciò evitato. Risulta però a "L'Espresso" che proprio Cannella, nel luglio del 1997, parlò con gli inquirenti di Micciché. In particolare, dei presunti "rapporti tra il fratello del Micciché e i Graviano, in relazione a una movimentazione di capitali consentita dal Micciché, capitali destinati a finanziare l'organizzazione delle stragi del '93", si legge nel verbale secretato. E ancora: " In relazione a tale episodio", continua Cannella, "Bagarella mi disse che Gianfranco Micciché era persona da rispettare". Le indagini sui rapporti dei fratelli Micciché non hanno mai portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati. Però hanno messo in luce una serie di contatti con gli organizzatori delle stragi.
La storia è questa. Tutto parte dal tentativo del gruppo di fuoco di assicurarsi una base logistica a Viareggio. L'incarico di reperirla viene affidato all'industriale milanese Enrico Tosonotti (il quale, secondo il settimanale "Sette", ha presentato a Dell'Utri la futura moglie Miranda Ratti; lui ha però smentito). Intanto però servono assegni circolari per pagare l'affitto. Cercano di procurarseli Giuseppe Vasile, fantino e figlio di un uomo d'onore di Brancaccio, e Agostino Imperatore, proprietario di un'agenzia di scommesse ippiche. I due si rivolgono alla filiale 27 del Banco di Sicilia di Palermo, diretta da Guglielmo Micciché, fratello di Gianfranco (e neoconsigliere del Palermo Calcio). L'operazione va rapidamente in porto. Guglielmo, driver dilettante, è infatti in buoni rapporti coi due. Li chiama gli amici del trotto. Ma Vasile non è uno qualunque: nel suo villino a Santa Flavia, vicino a Palermo, si tenne il summit per pianificare gli attentati, presenti Bagarella, l'allora capo della mafia trapanese Matteo Messina Denaro (condannato per quattro dozzine di omicidi) e i fratelli Graviano, ufficiali di collegamento tra Cosa Nostra e il Nord d'Italia.
Il terzetto Vasile-Imperatore-Tosonotti non è solo una frequentazione del fratello del viceré. Lo stesso Gianfranco ammetterà di conoscere "abbastanza bene" Imperatore, e di averlo incontrato (lui dice forse accompagnato da Tosonotti) nel 1994, quand'era sottosegretario ai Trasporti. Il viceministro ha spiegato il singolare raduno con la richiesta di una raccomandazione. Anche se, interrogato lo scorso gennaio, aveva assicurato: " Non incontravo nessuno se prima non era stata fatta un'indagine per sapere chi fosse".
Le liaison tra la famiglia del viceministro e personaggi in odore di mafia rappresenta una sorta di fiume carsico che ogni tanto riemerge. Qualche volta solo nelle chiacchiere di imprenditori indagati per mafia come Giuseppe Leone, che così descrive il rapporto tra Gianfranco Micciché e il boss di Terrasini Salvatore D'Anna: "Salvatori è amicu i Micciché... minchia avissi potutu cuntari... ma chiddu chi è quotatu chi porta a Micciché, ma poi cu stu burdellu chi c'è chi fa nnd porta nt Micciché". Leone, secondo i magistrati, sta informando l'interlocutore della possibilità del boss di incontrare il politico, ma non in quel momento perché sono in corso indagini.
Un altro imprenditore siciliano, Lorenzo Rossano, metterà a verbale: "Circa il Micciché, ricordo che Pino Mandalari (massone e commercialista di fiducia dei corleonesi, condannato per mafia, ndr) non lo considerava granché e diceva testualmente: "È stato voluto da personaggi importanti, ma non vale niente". Quando parlo di personaggi importanti", specifica Rossano, "mi riferisco a personaggi di spessore mafioso". E ancora: "Ricordo di aver capito il peso di Micciché dalla deferenza con cui veniva trattato da persone del calibro di Franco Madonia, Onofrio Greco e Bino Catania". Vale la pena ricordare che lo stesso Micciché ha ammesso di essere stato portato dal fratello Guglielmo a pranzo con un Madonia, in seguito arrestato.
Qualche volta i punti di contatto con gli ambienti mafiosi sono più diretti, anche se mai riconducibili in prima persona al viceministro. Come nella vicenda del complesso alberghiero siciliano di Torre Makauda. La quota di maggioranza era intestata all'imprenditore Giuseppe Montalbano, figlio di un esponente di spicco dell'allora Pci. Secondo i magistrati, di fatto era nella piena di-sponibilità della mafia, che ci nascondeva i suoi latitanti (Salvatore Di Gangi, per esempio). Così, è scattato il sequestro. Ed è venuto fuori che un pacchetto di minoranza era all'epoca nelle mani di quella che sarebbe diventata la seconda signora Micciché e del di lei padre Roberto Merra.

27 giugno 2002 - AD ASTI SPETTACOLO SU PORTELLA DELLA GINESTRA
"La Stampa"
ASTI TEATRO Quella strage di 55 anni fa in Sicilia
Lunghi applausi hanno accolto martedì sera al Collegio il debutto di "Ginestre a Portella" (nella foto) di Luciano Nattino, spettacolo dedicato alla strage del 1° maggio 1947 e portato in scena da 12 attori della compagnia Viartisti. Una rappresentazione corale, di forte impatto emotivo, che punta a ricordare una tragedia senza dimenticare il carattere solare dei siciliani. Dello spettacolo si è parlato anche ieri pomeriggio in sala Pastrone nel convegno "La memoria del teatro" cui hanno partecipato lo stesso Nattino, il docente universitario Roberto Alonge, l´attore Bob Marchese, il critico Gianfranco Capitta e il regista Nuccio Messina, del gruppo di lavoro di Asti Teatro. Oggi nessuno spettacolo del cartellone ufficiale. Per il "dopofestival": "Dieci dita, dieci lucertole" a palazzo Ottolenghi dalle 23. Per "Merenda a teatro" al Centro giovani dalle 17 "Ladri di carrozzine".

27 giugno 2002 - MAFIA: SINDACATI NON RIEMPIONO TEATRO A 10 DA STRAGI
ANSA:
(di Ruggero Farkas)
I grandi numeri non esistono piu' nella lotta alla mafia. I lunghi cortei, le piazze piene di bandiere e striscioni, i cori e gli slogan, sono un ricordo legato ai mesi e agli anni immediatamente successivi alle stragi di Capaci, via D' Amelio e alle altre in Italia quando la lotta a boss e collusi era uno dei temi centrali della politica e nella societa'. Oggi i sindacati confederali dieci anni dopo il 27 giugno 1992, quando raccolsero fuori dal teatro Politeama centomila persone, non sono riusciti a riempire quello stesso teatro. Non c' era la gente comune, non c' erano le migliaia di giovani che un tempo organizzavano il fronte antimafia nelle strade e piazze. Una spiegazione tenta di darla il procuratore della Repubblica Piero Grasso: "E' possibile che tanti di quei giovani che affollavano le manifestazioni e i cortei contro la mafia e l' illegalita' oggi siano delusi. Forse non hanno visto realizzate molte delle loro aspettative". E anche se i leader nazionali dei sindacati confederali sostengono che la lotta alla criminalita' organizzata rimane collante tra Cgil, Cisl e Uil, davanti al monumento che ricorda i caduti alla mafia Sergio Cofferati e Savino Pezzotta non si stringono al mano, non scambiano una parola, perche' evidentemente le idee sui temi sindacali d' attualita' non consentono un allentamento della tensione. E la stessa freddezza si mostrano sul palco del teatro dove si svolge la manifestazione "L' Italia Parte civile" a dieci anni dalle stragi di Capaci e via D' Amelio in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesco Morvillo, Paolo Borsellino e i loro agenti di scorta. Il segretario generale della Cisl lancia una sasso nell' acqua calma del contrasto con la Cgil e dice: "Continuo a sperare che passato questo momento di contrasto si possano ritessere i fili. Certo dipende dalle parole che diciamo, dai comportamenti che consumiamo anche nelle differenze". E poi Savino Pezzota fa il richiamo all' unita' dei sindacati sulla mafia: "Siamo uniti, cosi' come lo siamo quando c'e' da difendere la democrazia contro il terrorismo". Stesso discorso fa poco dopo il leader della Cgil: "La lotta alla mafia e' alla base dell' iniziativa del sindacato confederale. Tante altre cose vedono le organizzazioni sindacali schierate diversamente, in modo difforme, ma la lotta alla criminalita' organizzata no. Noi siamo in prima fila nella lotta alla criminalita' e al terrorismo". Poi attacchi al governo da parte dei sindacalisti. Il segretario organizzativo della Uil, Carmelo Barbagallo, dopo aver sostenuto che "la Uil non predica l' autonomia dalla politica, ma la pratica" dice di aver visto "questo governo impegnato piu' nella lotta contro l' antimafia che contro la mafia". Va giu' duro Sergio Cofferati che prima difende l' indipendenza della magistratura : "Quando i magistrati lottano per la loro indipendenza vanno apprezzati, la loro lotta e' la nostra. Bisogna sostenere il loro lavoro e la loro funzione perche' garantiscono a noi un diritto di cittadinanza". E poi aggiunge: "Dobbiamo avere la fermezza nel giudizio e non avere timore di dire che sono gravi gli atti prodotti dal governo e destinati a ridurre i vincoli e i controlli nelle procedure d' appalto". Anche Pezzotta ha difeso "l' autonomia della magistratura che e' un bene prezioso" e ha ribadito che "il sindacato e i lavoratori sono impegnati ancor piu' di ieri per sollecitare una mobilitazione straordinaria di risorse per sostenere l' espansione economica ed infrastrutturale del Mezzogiorno". Dopo aver ricevuto il caloroso applauso della platea del teatro Politeama il procuratore Piero Grasso ha invece puntato il dito alle modifiche del codice di procedura penale. "Che c'e' di garantista - ha detto - nell' accusare, inquisire, arrestare una persona e poi vedere dissolversi tutto perche' un testimone resta muto al controesame e fa venire meno gli elementi a carico dell' imputato. Sarebbe questo il giusto processo?".

28 giugno 2002 - SPETTACOLO SU TESTI PROCESSO DELL'UTRI
"Il Messaggero"
"Le carte dei processi", Dell'Utri e Berlusconi interrogati in scena
Domenica nei Giardini di Castel Sant'Angelo lo spazio-teatro di Invito alla lettura è dedicato alla rassegna "Teatro civile in tempo di guerra", già collaudata con successo al Vascello. La compagnia Teatro Civile (Raffaella Battaglini, Edoardo Erba, Fortunato Cerlino, Filomena Iavarone, Marcello Isidori, Giuseppe Manfridi, Paola Ponti, Gian Piero Stefanoni e Alessandro Trigona Occhipinti) mette in scena Le carte dei processi, una lettura di estratti dagli interrogatori di Berlusconi e Dell'Utri a cura di Edoardo Erba e Paola Ponti, con la regia di Valerio Binasco. Lo scopo è quello di "fare spettacolo informando", poiché - nelle intenzioni della compagnia - conoscere le carte processuali può aprire la strada a nuove interpretazioni dei personaggi coinvolti. Seguirà un dibattito condotto da Maria Cuffaro a cui parteciperanno Curzio Maltese, Marco Travaglio ed Elio Veltri, e verrà presentato il libro Toghe rosse di Elio Veltri. (P. Pol.)

28 giugno 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: PER LA DIFESA SCOMPARSE PROVE CARDINE DELL' ACCUSA
"Il Mattino"
L'ARRINGA DELLA DIFESA
"Scomparse le prove cardine contro Andreotti"
Una "caccia" a tre dei presunti incontri tra il senatore Giulio Andreotti e alcuni boss di Cosa Nostra, che costituivano altrettanti punti-cardine dell'accusa e risultano misteriosamente "scomparsi" dalle carte del processo di secondo grado, è stata scatenata ieri mattina in aula dall'avvocato Giulia Bongiorno, durante la prosecuzione della sua arringa davanti alla Corte d'appello.
La difesa di Andreotti ha chiesto dove siano finite le dichiarazioni di quei collaboratori di giustizia, come Angelo Siino, Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta e il testimone Vito Di Maggio, che avevano parlato degli incontri tra Andreotti e gli esponenti mafiosi. L'avvocato Bongiorno ha sostenuto che nell'appello della Procura le numerose dichiarazioni dei collaboranti riferite a tre incontri, uno dei quali sarebbe avvenuto a Roma nel '79 con Gaetano Badalamenti, sono del tutto "scomparse".
"L'incontro avvenuto a Roma con Badalamenti - ha detto l'avvocato Bongiorno - era considerato dai pm la "prova regina", tanto che, all'inizio, il processo Andreotti era considerato quello dell'incontro tra i due; adesso ci si chiede che fine abbia fatto nell'appello questo incontro".
"Nell'atto di impugnazione firmato dalla procura - ha concluso il legale - quest'episodio è letteralmente sparito: mi chiedo il perché; forse i collaboratori non avevano detto la verità?".
L'avvocato Giulia Bongiorno ha sottolineato la "metamorfosi dell'accusa". Secondo il legale, i pm hanno ridimensionato nel ricorso in appello contro la sentenza di assoluzione molti episodi che ritenevano importanti durante il dibattimento di primo grado. Il riferimento del difensore è all'omicidio Pecorelli "sul quale la procura ha prodotto centinaia di verbali, acquisito atti da Perugia, e adesso, inspiegabilmente ce lo ritroviamo come una "fettina", una appendice ad un capitolo".
"Molte cose sono state miniaturizzate - dice l'avvocato Bongiorno - e quegli episodi che sono stati smontati dalla sentenza di assoluzione del tribunale, sui quali si basava l'asse portante dell'accusa, adesso sono stati eliminati perchè considerati zavorra".
Per la difesa non è stata dimostrata, anche in appello, alcuna collusione di Andreotti con Cosa nostra. "Solo dichiarazioni - dice l' avvocato - molte delle quali non riscontrate o inesatte".

28 giugno 2002 - COL. FERRAZZANO NUOVO CAPO DIA PALERMO
"La Sicilia"
Col. Ferrazzano nuovo capo Dia
Il colonnello Luigi Ferrazzano, 46 anni, originario di Novi Ligure (Alessandria), è il nuovo responsabile della Direzione investigativa antimafia di Palermo. Ferrazzano, figlio di un ufficiale dell'Arma dei carabinieri, subentra al colonnello Angiolo Pellegrini che dirige l'ufficio palermitano dall'ottobre del 2000 e che è stato destinato ad altro incarico. Ferrazzano ha lavorato alla Dia di Roma e ha diretto il Comando provinciale dell'Arma dei carabinieri di Aosta. Negli anni '80 ha prestato servizio in Sicilia: ha guidato la compagnia di Cefalù e, per qualche tempo, ha lavorato al Gruppo di Monreale.

30 GIU - MAFIA: ANNIVERSARIO STRAGE CIACULLI, CERIMONIA A PALERMO
ANSA:
La strage di Ciaculli, il primo eccidio di mafia che costo' la vita a sette esponenti delle forze dell' ordine tra carabinieri, poliziotti e soldati, uccisi dall' esplosione di una 'Giulietta' imbottita di tritolo, e' stata ricordata oggi a quasi quarant' anni di distanza. L' attentato, compiuto il 30 giugno del 1963, segno' la fine della cosidetta prima ''guerra'' tra le cosche mafiose del palermitano. Alla cerimonia, svoltasi questa mattina a Palermo in via Ciaculli, sono intervenuti il responsabile del Comando militare autonomo della Sicilia, maggiore gen. Franco Ganguzza, il prefetto Renato Profili, il questore Francesco Cirillo, il comandante provinciale dei carabinieri Riccardo Amato. Nell' attentato rimasero uccisi il tenente dei carabinieri Mario Malausa, il maresciallo di polizia Silvio Corrao, i carabinieri Calogero Vaccaro, Marino Fardella ed Eugenio Altomare, il maresciallo dell' Esercito Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci. Nel 1999, per iniziativa del generale Bruno Loi, il Comando militare autonomo della Sicilia decise di commemorare i rappresentanti dell' Esercito e gli altri rappresentanti delle forze dell' ordine trucidati nella strage.
 
 
 
 


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