Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: giugno |
1 giugno 2003 - DOPO UCCISIONE CUGINO SCARANTINO
"La Sicilia"
Palermo. Tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994 gli investigatori che si occupavano delle indagini per risalire agli autori della strage di via Mariano D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino, e cinque agenti di polizia, individuarono un giovane muratore del quartiere della "Guadagna", piccolo di statura ma dai grandi occhi azzurri. Quell'omino si chiamava Vincenzo Scarantino (oggi 35 anni), con precedenti penali per furto e spaccio. Quell'uomo fu il primo a raccontare alcuni aspetti della strage del 19 luglio 1992. Scarantino, infatti, ammise di avere di avere commissionato il furto della Fiat 126 che fu imbottita di tritolo e che saltò in aria la domenica dell'attentato a Borsellino. Scarantino, detto "'u jssaru", aveva confessato la sua partecipazione alla preparazione della strage al questore Arnaldo La Barbera, il poliziotto che guidava il "pool Falcone e Borsellino". La sua collaborazione fu tormentata ed altalenante. A La Barbera, e al pm Ilda Boccassini, disse di avere dapprima commissionato il furto e poi trasferito la Fiat 126 dall'officina di via Messina marine fino a piazza Leoni, la mattina dell'attentato per conto dei boss della Guadagna. Scarantino, nel luglio del 1995, ritrattò ogni accusa con una telefonata ad una tv privata nazionale.
Palermo. Tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994 gli investigatori che si occupavano delle indagini per risalire agli autori della strage di via Mariano D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino, e cinque agenti di polizia, individuarono un giovane muratore del quartiere della "Guadagna", piccolo di statura ma dai grandi occhi azzurri. Quell'omino si chiamava Vincenzo Scarantino (oggi 35 anni), con precedenti penali per furto e spaccio. Quell'uomo fu il primo a raccontare alcuni aspetti della strage del 19 luglio 1992. Scarantino, infatti, ammise di avere di avere commissionato il furto della Fiat 126 che fu imbottita di tritolo e che saltò in aria la domenica dell'attentato a Borsellino. Scarantino, detto "'u jssaru", aveva confessato la sua partecipazione alla preparazione della strage al questore Arnaldo La Barbera, il poliziotto che guidava il "pool Falcone e Borsellino". La sua collaborazione fu tormentata ed altalenante. A La Barbera, e al pm Ilda Boccassini, disse di avere dapprima commissionato il furto e poi trasferito la Fiat 126 dall'officina di via Messina marine fino a piazza Leoni, la mattina dell'attentato per conto dei boss della Guadagna. Scarantino, nel luglio del 1995, ritrattò ogni accusa con una telefonata ad una tv privata nazionale.
Non fu creduto dai pm di Caltanissetta che attribuirono la decisione del collaboratore di ritrattare alle pressioni esercitate dalla sua famiglia. Ad ogni modo gli stessi pm continuarono ad utilizzare le sue dichiarazioni. Scarantino decise di pentirsi un'altra volta, ritrattando la ritrattazione, e confermando tutte le accuse mosse ai suoi presunti complici, dopo che altri collaboratori di giustizia parlarono delle stragi. Nel 1997 al termine di un confronto con il fratello Rosario, in un'aula di giustizia di Como, decise di abbandonare definitivamente la strada della collaborazione con la giustizia, sostenendo di essersi inventato tutto. Condannato ad otto anni, fu espulso dal programma di protezione; oggi Scarantino è detenuto in un carcere del nord Italia. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate parzialmente dai giudici dei tre processi fin qui celebrati per la strage di via D'Amelio.
Una nuova valutazione definitiva delle dichiarazioni di Scarantino si attende, adesso, dalla Suprema corte chiamata a giudicare, a partire dal 3 luglio prossimo, gli imputati condannati del Borsellino bis. Sposato, tre figli, è finito in carcere nel settembre del 1992 con l'accusa di avere commissionato il furto della fiat 126. A compiere il furto dell'auto, furono Salvatore Candura e Roberto e Luciano Valenti, arrestati per violenza carnale.
L. Z.3 giugno 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: GIUDICI CITANO GIORNALISTI
ANSA:
I giudici del Tribunale di Palermo che sta processando il senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno citato per la prossima udienza i giornalisti Federico Orlando e Giuseppe Montaperto.
La deposizione di Orlando e' stata disposta in relazione alla nascita di Forza Italia. Il giornalista ha infatti scritto un libro che ricorda l'origine del partito di Berlusconi, datandone i tempi e le iniziative. Montaperto, invece, e' stato citato dopo che, nelle scorse settimane e' stato interrogato dai Pm (nel corso di attivita' integrative di indagini), ha raccontato dei contatti che avrebbe avuto Dell' Utri con Gaetano Cina', quest' ultimo coimputato in questo processo che si svolge a Palermo.
I giudici hanno inoltre disposto l' audizione dell' ex sindaco di Lecco Giuseppe Resinelli in merito ad alcuni contatti che avrebbe avuto con Ezio Cartotto sulla nascita di Forza Italia.
La Corte ha invece respinto la richiesta di acquisire gli atti che riguardano l' imprenditore catanese Sebastiano Scuto, per quanto riguarda il versamento di somme di denaro a Dell' Utri e a Luigi Cocilovo per la loro campagna elettorale delle elezioni europee.
Il processo e' stato rinviato al 9 giugno per sentire i due giornalisti e l' ex sindaco di Lecco.4 giugno 2003 - MAFIA: IN LIBERTA' GIOVANNI DRAGO
"Il Corriere della sera"
Giovanni Drago, 43 anni, era libero. La sentenza definitiva non lo porterà in carcere
Un nuovo "caso Brusca": arresti domiciliari a un pentito condannato per quaranta omicidi
Confidò ai magistrati: "Eravamo i killer più pazzi". Le sue dichiarazioni furono acquisite nell'inchiesta sulla Fininvest
PALERMO - È stato condannato a 15 anni di reclusione per avere compiuto quaranta omicidi, ma non sconterà neanche un giorno in carcere. Il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso la detenzione domiciliare a uno dei sicari più spietati di Cosa Nostra: Giovanni Drago, 43 anni, per il quale sono scattati i benefici previsti dalla legge sui collaboratori di giustizia. Dopo il caso di Enzo Salvatore Brusca, il boss condannato a trent'anni per l'assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo e al quale sono stati concessi gli arresti domiciliari, ecco un'altra decisione, presa sempre dallo stesso tribunale, destinata a rinfocolare le polemiche sui pentiti. A differenza di Brusca, tuttavia, Drago non era in carcere, ma a piede libero. Ed ha atteso che la condanna per associazione mafiosa e omicidi, inflittagli dai giudici della Corte d'Assise di Palermo, diventasse definitiva senza tentare di darsi alla macchia. Forse anche per questo motivo i giudici hanno deciso di applicare la misura alternativa, accogliendo l'istanza presentata dal suo legale, l'avvocato Fernando Catanzaro.
Cugino del primo pentito corleonese Giuseppe Marchese, Giovanni Drago faceva parte del gruppo di fuoco a disposizione della Cupola mafiosa. Un commando composto da killer scelti di diverse famiglie, che aveva l'ordine di portare a termine le missioni più difficili e sanguinose. Come la vendetta trasversale contro il pentito Francesco Marino Mannoia, al quale nel 1989 sterminarono la famiglia con un agguato a Bagheria: a colpi di kalashnikov furono uccise la madre, la sorella e la zia del collaboratore di giustizia.
Uomo di fiducia dei boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano, Drago è stato arrestato nel marzo del '90 ed ha iniziato a collaborare nel dicembre dello stesso anno. "Eravamo i killer più pazzi e lo stesso Pietro Aglieri, che pure non scherzava con gli omicidi, ci diceva "fermatevi un pochino, datevi un'inquadrata"". Questa la testimonianza resa da Drago davanti ai giudici della Corte d'Assise. Ed è sempre Drago a definire Giuseppe Lucchese, il boss a cui era legato da una fraterna amicizia, "la persona più sanguinaria che c'era in Cosa nostra". "L'omicidio - racconta Drago - era utilizzato come strumento estremo di tutela di ordine sociale garantito da Cosa nostra, i cui killer non esitavano ad assassinare ladri e rapinatori, qualora questi avessero colpito obiettivi protetti dalla mafia".
Dopo l'inizio della collaborazione, Drago era stato condannato a morte dal boss Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina. Un altro pentito, Tullio Cannella, racconta che il padrino di Corleone aveva istituito un "fondo cassa" per finanziare la caccia ai "traditori". In cima alla lista nera di Cosa nostra, c'erano Totuccio Contorno, Balduccio Di Maggio e Salvatore Cancemi. Drago, oltre che della strategia di sangue di Cosa nostra, ha parlato nelle sue deposizioni anche dell'appoggio elettorale al Psi deciso dalle famiglie nel '87, ed è stato sul banco dei testimoni nel processo a Giulio Andreotti. Le sue dichiarazioni sono state acquisite inoltre nell'inchiesta della procura di Palermo, poi archiviata, nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Giovanni Drago, Salvatore Cancemi e Gaspare Mutolo avevano indicato la Fininvest come società terminale di un'attività di riciclaggio del denaro di Cosa nostra. Ma le accuse dei pentiti furono archiviate dal Gip, su richiesta degli stessi pm.
E. M.4 giugno 2003 - NUOVO PENTITO FACELLA SU STATUTO SCRITTO DELLA MAFIA
"La Gazzetta del sud"
Neo collaboratore di giustizia favoleggia che Cosa Nostra da 70 anni ha uno statuto scritto
PALERMO - Cosa nostra avrebbe un vero e proprio statuto scritto. Come tutte le associazioni le sue regole sarebbero state stilate dai fondatori, tra la prima e la seconda guerra mondiale. Sono le rivelazioni del pentito Salvatore Facella che i magistrati della Dda stanno esaminando attentamente dopo che il collaboratore è stato interrogato nell' ambito del processo per una serie di omicidi compiuti negli anni Ottanta a Palermo. Interrogato dal sostituto Gioacchino Natoli il collaboratore ha sostenuto: "Lo statuto è stato scritto dall' avvocato Panzeca, morto da tantissimi anni, cugino di Peppino Panzeca ex capomafia di Caccamo. Fino all' 81 lo statuto è stato custodito da Ciccio Intile a Caccamo. Lo statuto prevedeva, fra le altre cose, che un uomo d' onore potesse denunciare chi non onorava un assegno o una cambiale. Stefano Bontade, nell' 81, voleva cambiare quest' articolo e portò la proposta nella commissione di Cosa nostra. Riina chiese a Intile lo statuto e fece sapere a Bontade che il "regolamento" era nelle sue mani". La variazione di un articolo dello statuto di Cosa nostra, secondo Facella, potrebbe essere stata una delle cause che ha fatto scoppiare la guerra di mafia negli anni Ottanta, in cui morirono un migliaio di persone ( Tesi azzardata, se non infondata. Le vere cause della "guerra di mafia" era la lotta per il controllo di tutto il business dell'illegalità). Il boss Stefano Bontade voleva cambiare alcune regole, ma Totò Riina, secondo quanto sostiene Facella, che riporta le confidenze ricevute dal boss Ciccio Intile di Caccamo, non era d' accordo. Per il pentito, dal 1981 lo statuto sarebbe rimasto nella mani di Riina. Gli inquirenti ipotizzano che il documento sarebbe stato custodito dal capo di Cosa nostra fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993 a Palermo. È possibile, aggiungono, che il documento potesse trovarsi nella villa di via Bernini, in cui Riina ha vissuto con la famiglia per circa dieci anni e che non fu perquisita subito dopo il suo arresto. Proprio sulla mancata perquisizione la procura ha aperto una inchiesta contro ignoti, che si è conclusa con una richiesta di archiviazione, poi respinta dal gip.4 giugno 2003 - MAFIA: DELITTO COSTA SECONDO RIVELAZIONI PENTITO FACELLA
ANSA
"Allo stato attuale il mio ufficio non e' a conoscenza di fatti nuovi riguardo l' omicidio del procuratore Gaetano Costa". Lo ha detto il procuratore di Catania Mario Busacca, in relazione alle dichiarazioni del pentito Salvatore Facella, secondo cui Gaetano Costa venne assassinato da Salvatore Inzerillo e da un suo zio. Il capo della procura di Catania ha anche tenuto a precisare che nel caso in cui vi fossero "nuovi elementi sara' riaperta l' istruttoria".
L' omicidio del procuratore di Palermo, Gaetano Costa, avvenuto il 6 agosto 1980, non sarebbe stato deciso dalla Commissione di Cosa nostra, ma su ordine di due uomini d' onore, zio e nipote. A svelare questo retroscena, fino ad ora inedito, e' il pentito Salvatore Facella interrogato dai pm di Palermo Gioacchino Natoli e Costantino De Robbio, nell' ambito dell' inchiesta su omicidi compiuti negli anni '80.
Secondo il collaboratore di giustizia il procuratore venne assassinato "da Inzerillo e da suo zio Di Maggio".
"Ciccio Intile - dice Facella - mi ha raccontato che Di Maggio, durante una riunione fra boss, si vantava che il nipote (Inzerillo) si era allontanato perche' doveva commettere un fatto, che si era comportato da malandrino, cioe' vantava che il nipote aveva ucciso il procuratore Costa".
Per l' omicidio del magistrato non ci sono fino adesso colpevoli. Il processo, celebrato a Catania per legittima suspicione nei primi anni Novanta, si e' concluso nel maggio '92 con l' assoluzione, poi diventata definitiva, nei confronti di un solo imputato: Salvatore Inzerillo, accusato di essere stato il palo del commando.
Inzerillo venne arrestato negli Stati Uniti alla fine del 1988 per immigrazione clandestina e poi venne incriminato per traffico di stupefacenti nell' mabito dell' inchiesta "Iron Tower".
Dall' indagine sulla morte di Costa e' emerso che il procuratore venne assassinato per le inchieste che aveva avviato sul mondo degli appalti palermitani. Il magistrato voleva dare una svolta nelle indagini e per questo decise di firmare personalmente, dopo il rifiuto di alcuni sostituti procuratori, i provvedimenti di convalida degli arresti di 55 presunti appartenenti al cosca mafiosa degli Spatola-Inzerillo. Il pentito Salvatore Facella rivela inoltre che la Commissione di Cosa nostra venne costituita fra il 1978 e il 1979 su disposizione di Toto' Riina e aveva anche il compito di decidere i delitti eccellenti.
"Con l' appoggio di altri capimafia - dice il collaboratore - Riina riusci' a ottenere e instaurare la Commissione e da quel momento tutte le accuse agli uomini d' onore, dovevano essere vagliate da questa Commissione, che decideva sulla eventuale pena (espulsione o sospensione da Cosa nostra) o condanna a morte".
Facella parla anche delle altre competenze che ha avuto questa Commissione mafiosa. "Nel caso in cui Cosa nostra - dice Facella - decide un omicidio eccellente come quello di un magistrato, di un uomo politico, dovrebbe in teoria riunirsi e decidere. Un delitto eccellente - spiega ancora il collaboratore - si ripercuote su tutta l' organizzazione, su tutta Cosa nostra, ed e' ovvio che si deve decidere in collaborazione con gli altri (boss, ndr), anche se ci sono stati in passato alcuni casi che sono stati decisi a titolo personale. Mi riferisco all' omicidio del procuratore Gaetano Costa, deciso da Di Maggio ed eseguito da suo nipote Inzerillo".
Facella va indietro nel tempo e ricorda ai pm la storia di Cosa nostra, quando subito dopo la Seconda guerra mondiale il capomafia di Cosa nostra era Peppino Panzeca, di Caccamo, che comandava su tutti i capi delle famiglie siciliane. A quell' epoca esisteva un triunvirato formato dai boss Peppino Panzeca, Luciano Leggio e Paolino Bontate. Poi, con il tempo, i componenti cambiarono e si trovarono a guidare Cosa nostra Stefano Bontate, Luciano Leggio e Tano Badalamenti. Questo triunvirato fu in carica fino a quando Riina decise di istituire la Commissione.5 giugno 2003 - OMICIDIO LIMA; PENTITO CANCEMI SCONTERA' PENA IN CASA
ANSA
Il pentito Salvatore Cancemi, autore di numerosi omicidi e delle stragi del 1992, scontera' in casa la condanna definitiva a 20 anni di carcere per l' uccisione dell' eurodeputato Salvo Lima.
Il collaboratore, che dal giorno in cui si e' costituto ai carabinieri (22 luglio 1993) e' rimasto in liberta', adesso - come riporta oggi il Giornale di Sicilia - e' stato posto in detenzione domiciliare per scontare la pena. Anche questo provvedimento, come quello adottato nelle scorse settimane per gli altri pentiti Enzo Brusca e Giovanni Drago, e' stato emesso dal tribunale di sorveglianza di Roma.
"I giudici - spiega il procuratore di Palermo Pietro Grasso - hanno applicato ancora una volta la legge per i vecchi collaboratori di giustizia".
Della stessa opinione e' anche il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Paolo Giordano. "Mi rendo conto - dice il Pm che ha istruito i processi per le stragi del '92 - che il provvedimento del tribunale di sorveglianza puo' suscitare perplessita'. Ma tutto cio' fa parte di una legge, di un diritto premiale del collaboratore di giustizia che non siamo noi, comunque, ad affermare quanto puo' aver contribuito alla giustizia, ma le varie corti e tribunali davanti ai quali ha testimoniato, svelando i misteri e gli intrighi di Cosa nostra".Il boss Salvatore Cancemi, 61 anni, e' stato fino al luglio 1993, componente della cupola mafiosa in qualita' di sostituto del boss Pippo Calo', capo mandamento di Porta Nuova a Palermo.
Il padrino si consegno' ai carabinieri il 22 luglio 1993 e da allora e' stato sempre libero, senza mai conoscere il carcere. Cancemi si e' accusato di una decina di omicidi ed e' reo confesso delle stragi del 1992 e dell' agguato all' eurodeputato Salvo Lima e del vicequestore Ninni Cassara'.
La collaborazione del boss e' stata una delle piu' controverse: aveva inizialmente omesso di riferire le proprie responsabilita', come componente della commissione di Cosa nostra, per le stragi in cui furono uccisi i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli agenti delle scorte. In alcune sentenze emesse dai giudici del tribunale di Palermo, inoltre, non e' stato ritenuto attendibile.
Alcune dichiarazioni che Cancemi fece nel 1994 ai pm di Caltanissetta, trasmesse ai colleghi di Palermo, portarono all' apertura dell' inchiesta in cui furono indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri per associazione mafiosa, che si concluse con l' archiviazione da parte del Gip. A Caltanissetta, proprio in seguito alle rivelazioni di Cancemi, la Procura avvio' invece l' inchiesta sui mandanti occulti delle stragi, in cui venne indagato il presidente del Consiglio, la cui posizione e' stata archiviata due anni fa.5 giugno 2003 - PENTITO VARA COMPLETA DICHIARAZIONI A PM CALTANISSETTA
ANSA
Il collaboratore di giustizia Ciro Vara, per tanti anni uomo di fiducia del boss mafioso 'Piddu' Madonia, ha completato il verbale illustrativo delle sue dichiarazioni rese in 180 giorni ai pm della Dda di Caltanissetta.
Il padrino di Vallelunga, un piccolo centro in provincia di Caltanissetta, si e' autoaccusato di numerosi omicidi ed ha tracciato un quadro dei componenti delle famiglie mafiose del nisseno. Vara ha parlato anche degli interessi dei boss nel settore degli appalti.
Le rivelazioni saranno ora oggetto di approfondimento investigativo da parte dei magistrati delle procure competenti.
Vara avrebbe parlato anche di imprenditori e politici e poi ancora omicidi compiuti nelle province di Caltanissetta, Palermo, Agrigento, Enna, Catania, Trapani, Milano, Torino, Alessandria e Genova.
Il pentito ha spiegato ai magistrati che la sua dissociazione nasce "per la necessita' di tornare a respirare aria pulita". "Voglio collaborare - dice Vara - per estirpare questo male che affligge la Sicilia per dare un futuro migliore a mia moglie, impiegata comunale e ai miei figli", e ancora "perche' sono stato usato e sfruttato dal signor Madonia che agli altri lasciava solo le briciole".
Il mafioso di Vallelunga ha detto di essere figlio di un possidente e di aver ricevuto in eredita' dal padre una stazione di benzina e un ristorante-pizzeria, oltre a tante proprieta' che ha poi affittato. Beni che Vara sostiene essere di provenienza lecita. Il pentito ha anche spiegato che aveva una condanna definitiva a nove anni per il processo denominato "Leopardo" e una a nove anni, in primo grado, per traffico di stupefacenti a Genova. Vara e' detenuto, in isolamento.7 giugno 2003 - PENTITO CALCARA SU CALVI, MARCINKUS E ANDREOTTI
"La Sicilia"
Il pentito Calcara rilancia
"Posso dirvi la verità sui rapporti
fra Andreotti, Marcinkus e Calvi"
Roma. "Conosco tutta la verità su Andreotti. So tutto sul vassoio regalato alla figlia di Nino Salvo per il suo matrimonio. So dei rapporti tra Andreotti e il notaio Albano che gestiva i soldi del primo, così come buona parte di quelli di Cosa Nostra di cui curava gli interessi. Roberto Calvi aveva il compito di ''ripulire'' il denaro sporco come si deve. E' una verità genuina e pura la mia che avrei voluto raccontare ai giudici di Palermo". Dice di sapere tante cose il pentito di mafia Vincenzo Calcara, che ieri a Roma è stato assolto dai giudici della nona sezione del tribunale, "perchè il fatto non sussiste", dall'accusa di calunnia nei confronti di un maresciallo dei carabinieri, Giorgio Donato, indicato tra i partecipanti al cosiddetto viaggio dei dieci miliardi di lire, conclusosi a Roma a casa del notaio Albano alla presenza, tra gli altri, a detta dello stesso Calcara, del cardinale Marcinkus e di Roberto Calvi, e avvenuto alcuni mesi prima dell'attentato al Papa del 13 maggio 1981.
"Io so se Andreotti era a conoscenza che i suoi soldi erano investiti illecitamente tramite Calvi oppure no - prosegue Calcara euforico per l'assoluzione che gli riconosce una patente di attendibilità - io so se era Albano che sfruttava la potenza di Andreotti così come manipolava Marcinkus o se Andreotti era consapevole delle operazioni losche, ma non poteva agire in prima persona. Aspetto di essere convocato per dire come stanno le cose".
Era stato lo stesso pm d'udienza, Laura Vaccaro, a sollecitare l'assoluzione dell'imputato ritenendo che le sue dichiarazioni fossero dettagliate e connotate da sviluppo logico nel tempo, nello spazio e in merito ai fatti narrati. Aveva fatto eco al pm, il difensore di Calcara, l'avvocato Sante Foresta, secondo cui il racconto del suo assistito sul viaggio "ha avuto riscontri micidiali". Il penalista aveva chiesto al tribunale, alla fine del suo intervento, "un piccolo atto di coraggio" e cioè la trasmissione degli atti alla procura. E così ha fatto il collegio, presieduto da Mario Almerighi, lo stesso magistrato che, nella veste di giudice istruttore, firmò l'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Flavio Carboni e Pippo Calò per l'omicidio dell'ex presidente del vecchio Banco Ambrosiano. Gli atti finiranno probabilmente ai pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone, titolari dell'inchiesta sull'omicidio di Calvi.10 giugno 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: CINA' SI VANTAVA DI AVERLO MANDATO A MILANO
"La Gazzetta del Sud"
Lunga deposizione del giornalista Montaperto
«Cinà vantava influenze su Dell'Utri»
Il senatore: falsa ricostruzione
PALERMO – «Dell'Utri? Cinà si vantava di averlo mandato a Milano a lavorare: se non fosse stato per lui, diceva, non avrebbe mai spiccato il volo». Lo ha detto il giornalista Giuseppe Montaperto, cronista del Giornale di Sicilia in pensione, deponendo al processo per concorso in associazione mafiosa al senatore Marcello Dell' Utri. Montaperto ha detto di avere saputo dei rapporti tra Gaetano Cinà e Dell' Utri dallo stesso Cinà conosciuto a casa del boss Mimmo Teresi. Cinà è coimputato di Dell' Utri in questo processo. «Incontravo Cinà spesso presso la sua lavanderia - ha detto il teste – e ci fermavamo a chiacchierare. Quando si cominciò a parlare di Fi, Cinà raccontò i suoi legami con Dell' Utri parlandomi in modo entusiastico di lui e dicendomi che a Milano era riuscito a fare cose portentose. «Lui – ha proseguito Montaperto – si vantava di avere conosciuto Marcello Dell' Utri da ragazzo ed addirittura andava ripetendo che era stato lui a mandarlo a lavorare da un suo amico siciliano che si era trasferito a Milano e che se non fosse stato per questa intercessione Dell' Utri non sarebbe mai riuscito a dimostrare le sue capacità manageriali. Quando io ed un mio collega andammo in pensione ci rivolgemmo a Cinà per sapere se ci poteva mettere in contatto, visti i suoi rapporti con Dell' Utri, con qualcuno che lavorava alle Pagine Utili di Mediaset. Cinà si mise a disposizione e, al telefono, dopo 15 giorni, ci disse che aveva già fissato un appuntamento con un funzionario di Mediaset. Nel corso dell' incontro, però, scoprimmo che l' unica occasione di lavoro, in quel settore per noi, sarebbe state la raccolta pubblicitaria. La cosa non ci interessava e il discorso si chiuse lì». Pronta la replica di Dell'Utri che ha fatto delle dichiarazioni spontanee: «Mi sono trasferito a Milano a fine '73 inizi '74 e tutti sanno che sono andato a lavorare dal mio amico Silvio Berlusconi che conoscevo dai tempi dell' università. Se il riferimento era Rapisarda lo conobbi negli uffici della Edilnord più tardi». Ed ancora: «Pagine Utili nasce nel '98 e la costruzione di una rete di venditori sul territorio risale ad una anno prima. Nel '96 a Palermo non esistevano uffici di Pagine Utili». Nel corso della sua deposizione Montaperto ha affermato che «in certi anni era impossibile comprendere chi fosse mafioso. I mafiosi veri sono un' altra razza, sono persone in apparenza squisitissime; escono, vanno a fare quello che devono fare, tornano a casa e sorridono, non si fanno scoprire da nessuno». Rispondendo alle domande del pm Gozzo sui suoi rapporti con alcuni boss, il cronista ha aggiunto: «Mimmo Teresi era mio compare di nozze, con Bontade giocavamo insieme a pallone, Cinà l' avevo conosciuto da Teresi ma di nessuno di loro conoscevo le reali attività. Che fossero mafiosi lo seppi dopo i loro arresti». E al pm che gli chiedeva spiegazioni sulle sue frequentazioni Montaperto ha risposto: «In quegli anni la migliore aristocrazia palermitana faceva a gara per avere nei suoi salotti certi personaggi. Solo di fronte al tam tam giornalistico e al lavoro dei magistrati si è scoperto chi fossero».10 giugno 2003 - STRAGI MAFIOSE E TRATTATIVE CON LO STATO
"www.clorofilla.it"
A Palermo Cosa Nostra torna a colpire avendo in mente un unico obiettivo: far ripartire il dialogo con le istituzioni. Una nuova inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiosi del ‘93. Nel mirino delle indagini “nuovi referenti” che appoggerebbero le richieste dei boss
La mafia ritorna a sparare e propone trattative. E lo Stato?
di Nicola Biondo
Roma - Se la mafia comunica anche attraverso i simboli, i messaggi di queste ultime settimane sembrano chiari. Cosa Nostra non ha abbandonato l’idea di una trattativa con le Istituzioni e riparte da dove si era fermata, dall’annus horribilis, il 1993, l’anno delle bombe. Entrambi i messaggi partono da uno dei quartieri palermitani a più alta densità mafiosa, quello di Branacaccio, Corso dei Mille. In pochi giorni, tra i palazzi fatiscenti frutto del sacco edilizio firmato Lima-Ciancimino, a pochi chilometri di distanza, Cosa Nostra è tornata a colpire. Due simboli appunto; il primo è un parente di un ex-pentito, quel Vincenzo Scarantino che si è autoaccusato di aver partecipato alla strage di via D’Amelio, in cui morì il giudice Borsellino e 5 agenti di scorta. Il secondo obiettivo-simbolo è il Centro Padre Nostro, voluto da don Pino Pugliesi ucciso il 15 settembre 1993 da Cosa Nostra, che ha subito il 2 giugno l’ennesimo attentato.
Ma i due simboli hanno qualcosa in più in comune a parte il luogo. A Brancaccio, infatti, comanda la famiglia Graviano, l’ala più dura della Cupola insieme con i corleonesi Riina e Bagarella. Sono i Graviano ad aver avuto l’onere di organizzare la strage di via D’Amelio, loro, secondo alcuni collaboratori di giustizia, ad avere intrapreso la politica della trattativa con settori istituzionali, loro, secondo Salvatore Cancemi, ad aver avuto stretti rapporti con Marcello Dell’Utri, sempre loro ad aver proposto alla cupola lo scontro frontale con la Chiesa, con gli attentati a Roma e l’omicidio di padre Puglisi, loro, infine, ad organizzare la strage allo stadio olimpico di Roma, poi fatta rientrare.
A dieci anni esatti da quella notte della repubblica, molti nodi di quella strategia terroristica rimangono irrisolti. Le inchieste hanno portato a condanne definitive per la cupola mafiosa, ma secondo gli inquirenti rimane da scoprire il livello occulto, i mandanti esterni che sostennero la svolta stragista della mafia e la indirizzarono verso il suo epilogo, verso una trattativa. E’ infatti dalla strage di via D’Amelio che qualcosa continua a non essere chiara nella strategia terroristico-mafiosa. «Le indagini sui cosiddetti mandanti occulti - ha dichiarato alla stampa il procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo - non sono ancora completate. Per questo la Procura ha aperto un altro fascicolo. Lo abbiamo fatto in base a diversi spunti di indagine che debbono essere approfonditi e riscontrati. Queste nuove indagini vengono portate avanti verso un'altra visuale. Il tempo che è trascorso dal giorno delle stragi - ha concluso Messineo - purtroppo non è dalla nostra parte. Dopo undici anni è difficile ricostruire molte cose, ma ci stiamo provando».
Perché – ci si è sempre chiesti – dopo solo 57 giorni da Capaci, la Cupola colpisce ancora, con la strage di via D’Amelio, esponendosi alla risposta più dura che lo Stato abbia mai messo in campo, con il carcere duro, la militarizzazione della Sicilia e valanghe di ergastoli. E’ possibile che il calcolo fatto dai Corleonesi sia stato sbagliato? Secondo i magistrati no, il rischio era stato calcolato: l’obiettivo era un nuovo patto tra lo Stato e la mafia tale da riportare indietro le lancette dell’orologio agli anni 50-60, quando la sola parola «mafia» era tabù.
Il chiodo fisso dei boss, raccontano decine di pentiti, tra il ’92 e il ’93, era «trattare», con le buone o con le cattive. Con la politica o con le bombe. La nuova mafia si “inabissa”, dalla metà degli anni Novanta smette di sparare ma conquista l’economia legale di Palermo: secondo i dati della Camera di Commercio del capoluogo siciliano, mai come adesso Cosa Nostra impone la sua “protezione” e gestisce gli appalti. Ma da almeno un anno i boss, fuori e dentro il carcere, sono inquieti. Gli uomini di Provenzano non intendono, almeno per ora, riprendere la politica delle bombe mentre gli stragisti di Riina escono allo scoperto con proclami e proteste dalle carceri di tutto il paese, ancora oggi. Una strategia che viene da lontano figlia delle stragi e del “papello” di richieste avanzate da Riina.
Era il 12 luglio 2002, quando Leoluca Bagarella si rivolgeva dal carcere di Ascoli Pieno allo Stato, «…agli avvocati delle regioni Meridionali (…) che ora siedono negli scranni parlamentari a nome di tutti i detenuti (…) stanchi di essere strumentalizzati, vessati, umiliati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche». Secondo Giovanni Falcone, Cosa Nostra senza complicità politiche non sarebbe altro che un’organizzazione criminale come tante. E’ questo rapporto mafia-politica, secondo i pentiti dell’ultima ora vicinissimi al boss Bernardo Provenzano, è croce e delizia per la mafia. Secondo Nino Giuffré «una cosa non bella perché il politico è viscido ma di cui non si può fare a meno».
Tre mesi prima della sua morte, avvenuta nell’aprile scorso, Gabriele Chelazzi, il magistrato fiorentino che conduceva le indagini sui mandanti occulti delle stragi di Firenze, aveva dichiarato: «Cosa Nostra, tra il ’92 e il ’93, era in attesa dei frutti della <<spallata>>. Credo che allo stato delle conoscenze si rendono conto che il tritolo non paga. Ci sono risposte ulteriori? Questo fa parte di un approfondimento ancora da fare». Le aspettative dei boss, quindi, sono state tradite. E questo non fa presagire nulla di buono. La mafia spara quando la vendetta è utile e può produrre un nuovo periodo di “pace”.
Da quasi cinque anni a Palermo non si sparava. Il recente omicidio di Rosario Scarantino, “messaggio numero uno”, secondo gli analisti porta con sé un diktat molto chiaro, significa una sola cosa: cambiare, e presto, la legge sui collaboratori di giustizia e sul trattamento carcerario. E che questa volta la Chiesa, “messaggio numero due” con il raid contro il centro di Pino Pugliesi, come ha fatto, invece, in tempi recenti, non si frapponga ad ostacolo. La domanda allora rimane: chi è in grado di portare avanti la trattativa e su quali basi ?
Negli ultimi mesi, l’attenzione si sarebbe spostata su un gruppo di avvocati palermitani, deputati di Forza Italia e Alleanza Nazionale; alcuni di loro, secondo gli apparati di sicurezza, potrebbero essere gli obiettivi di una vendetta mafiosa per «non avere rispettato i patti» come ha detto Bagarella e prima di lui Pietro Aglieri. E’ un’indagine nuova, diversa da quelle che vede coinvolto l’ex-senatore Dc Vincenzo Inzerillo, reo, secondo la procura di Palermo, di aver mediato con Cosa Nostra per far cessare le stragi. Questa sarebbe la “preistoria” della trattativa, oggi si cercano i nuovi referenti, i nuovi potenti che trattano.
Voci insistenti, infatti, si susseguono su un paio di nomi di avvocati parlamentari che, da qui a poco, potrebbero finire nel registro degli indagati come mediatori e insieme protagonisti di una nuova trattativa. Le richieste avanzate dai boss riguardano alcune “riforme” dell’ordinamento penale, vale a dire la possibilità di una “dissociazione dolce” che non comporterebbe la confessione, proposta da tempo presentata in Parlamento, alla Commissione giustizia della Camera, modifiche al codice di procedura penale in materia di valutazione della prova fino alla possibilità di chiedere la misura del patteggiamento anche per i reati di mafia.
Nel dicembre scorso, allo stadio di Palermo è comparso uno striscione che recitava: «Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia».E’ di pochi giorni fa l’annuncio del Presidente del Consiglio di volere mettere mano ai codici e alle leggi costituzionali che regolano l’amministrazione della giustizia. Certo è che sarebbe davvero arduo spiegare ai cittadini, che, in buona fede, lamentano l’uso della carcerazione domiciliare a carico di pentiti pluriomicidi, l’utilità nel dare legittimazione politica a chi ha fatto la guerra allo stato, fosse anche per seppellire definitivamente la strategia terroristico-mafiosa e non parlarne più. Che i tanti messaggi, allora, siano stati ricevuti ?11 giugno 2003 - UCCISIONE LA TORRE; BOSS INGUAIATO DA SENTENZA PER PATENTE
ANSA:
Potrebbe essere una sentenza di assoluzione a smontare l' alibi del capomafia Antonino Madonia, imputato insieme al boss Giuseppe Lucchese, dell' omicidio dell' ex segretario regionale del Pci Pio La Torre. L' acquisizione del verdetto che proscioglie Madonia dal reato di guida senza patente e' stata acquisita agli atti del processo su richiesta del pm Nino Di Matteo.
Il boss venne fermato il 4 aprile in Via Roma a Palermo e denunciato perche' non aveva la patente di guida. La sentenza, che assolve l' imputato ritenendo che la patente tedesca di cui era in possesso gli consentiva di circolare in Italia, prova che Madonia si trovava a Palermo il 4 aprile del 1982, ventisei giorni prima della strage in cui perse la vita il politico comunista, smentendo cosi' la tesi del suo legale che ha sempre sostenuto che Madonia dal 1981 al 1984 si trovava in Germania.
Agli atti del processo ai due boss sara' acquisito anche il verbale con la deposizione di un teste che vide Madonia all' interno del palazzo dell' ex consigliere istruttore Rocco Chinnici, assassinato dalla mafia a luglio del 1983, sei mesi prima dell' eccidio. Le testimonianza proverebbe che il boss, che in quegli anni viveva in Germania, trascorreva comunque in Sicilia lunghissimi periodi.
All' udienza di oggi avrebbe dovuto deporre in videoconferenza dagli Usa il pentito Francesco Marino Mannoia, ma il collegamento e' stato rinviato al prossimo 20 giugno per problemi tecnici.12 giugno 2003 - PENTITO VARA SCAGIONA DELL'UTRI
"La Sicilia"
parla il pentito. "Nel '94 votai Forza Italia perché garantista"
Ciro Vara scagiona Dell'Utri
"Nel 1994 per iniziativa personale ho deciso di appoggiare Forza Italia perché c'erano politici che si distinguevano per il loro garantismo, mi riferisco a Biondi, Maiolo e Taradash". Lo dice il pentito Ciro Vara (nella foto) che per molti anni è stato l'uomo di fiducia del boss mafioso Giuseppe "Piddu" Madonia. Le dichiarazioni del collaboratore sono contenute in due verbali di interrogatorio reso ai pubblici ministeri di Caltanissetta, il 5 dicembre scorso, e a quelli di Palermo, il 30 maggio, che sono stati depositati, come attività integrativa di indagine, agli atti del processo che si svolge a Palermo al senatore Marcello Dell'Utri (Forza Italia), accusato di concorso in associazione mafiosa.
Vara sostiene di non aver conosciuto Dell'Utri, "né di aver mai sentito parlare di lui nel contesto di Cosa Nostra". "Da informazioni che ho preso - spiega Vara ai Pm - mi risulta essere la stessa persona che dirigeva una società di calcio a Palermo".
Il collaboratore di giustizia sottolinea ai magistrati "di non aver mai partecipato ad alcuna riunione di Cosa nostra in cui si sarebbe deciso l'appoggio a Forza Italia".
Intanto ieri davanti ai giudici della Corte d'appello di Caltanissetta si è celebrata una nuova udienza del processo per l'operazione antimafia "Leopardo" a carico di 13 imputati, la cui sentenza di condanna venne annullata dalla Cassazione. Ieri ha deposto il pentito gelese Emanuele Celona che ha parlato di presunti contatti tra soggetti della cosca di Cosa Nostra (alla quale apparteneva) e l'ex deputato Gianfranco Occhipinti. Il processo proseguirà la prossima settimana.12 giugno 2003 - 20 ANNI DA UCCISIONE CAPITANO D'ALEO
ANSA:
Manifestazioni sono in programma domani per il ventennale dell' uccisione del capitano dei carabinieri Mario D' Aleo, dell' appuntato Giuseppe Bommarito e del carabiniere Pietro Morici.
D' Aleo, 29 anni, era comandante della compagnia di Monreale e venne assassinato da sicari di Cosa nostra, in via Scobar, sotto la sua abitazione. Aveva sostituito nel ruolo di comandante della compagnia, il capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima, e da lui non eredito' soltanto la poltrona. D' Aleo volle proseguire le indagini che aveva avviato il suo predecessore.
Il primo segnale il giovane capitano lo ricevette il 7 gennaio 1982, quando oso' arrestare Giovanni Brusca, rampollo della famiglia di San Giuseppe Jato, allora agli inizi della sua carriera criminale e oggi collaboratore di giustizia. Il capitano aveva arrestato Giovanni Brusca perche' accusato di alcuni attentati intimidatori. Il nonno del boss, Emanuele Brusca, si presento' allora in caserma per "rimproverare" il giovane capitano che aveva arrestato il nipote che definiva "un bravo ragazzo".
I colleghi ricordano l' ufficiale per le inchieste sulle cosche mafiose ma anche per il suo sorriso che lo contraddistingue in ogni foto scattatagli durante la permanenza in Sicilia: velato dalla malinconia di chi presagisce la sua sorte.
Domani il ventennale sara' celebrato alle 10,30 in via Scobar, il luogo dell' agguato, con una deposizione di corone, alla quale partecipera' anche il presidente dell' Assemblea regionale siciliana, Guido Lo Porto. La cerimonia si ripetera' alle 11,30 a Monreale, nella caserma in cui le tre vittime prestavano servizio.
Sempre a Monreale, alle 11,45, l' arcivescovo Cataldo Naro celebrera' una messa nella chiesa di San Castrense, ed alle 12,30, il sindaco Salvino Caputo presiedera' una breve cerimonia nel palazzo municipale.12 giugno 2003 - AUTOBOMBE 1993: PROCURA APRE NUOVO FASCICOLO SU MANDANTI
ANSA:
La procura della Repubblica di Firenze ha aperto un nuovo fascicolo, contro ignoti, per le indagini sui presunti mandanti a volto coperto delle stragi mafiose del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Prosegue cosi' l'inchiesta sugli attentati con autobombe avvenuti 10 anni, dopo la scadenza dei termini, il 5 giugno scorso, per le indagini preliminari relative al precedente procedimento sui presunti ispiratori occulti di quelle stragi.
In quest' ultima inchiesta era stato indagato l'ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, la cui posizione dovra' ora essere definita, essendo scaduti i termini delle indagini.
Nel nuovo fascicolo contro ignoti potranno comunque confluire gli spunti di indagine gia' emersi nella vecchia inchiesta e sui quali aveva lavorato il pm della direzione nazionale antimafia Gabriele Chelazzi, morto il 17 aprile scorso per infarto.13 giugno 2003 - FALCONE: AUTO ATTENTATO ESPOSTA IN "CIRCOLO DEI BOSS"
"Il Corriere della sera"
Falcone, l'auto della strage esposta nel "circolo del boss"
Sonia Alfano, figlia del cronista ucciso: una vergogna, si appropriano di un simbolo Il presidente replica: abbiamo espulso quella persona, ci battiamo contro la mafia
DAL NOSTRO INVIATO
BARCELLONA POZZO DI GOTTO (Messina) - E' diventata un pezzo da museo la macchina di scorta a Giovanni Falcone, la Croma ridotta ad un impasto di lamiere con il volante schiacciato sulle sagome bruciate delle poltrone, le stesse su cui viaggiavano e morirono gli agenti Antonino Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Non è più un polveroso ferro vecchio dimenticato in un angolo buio dell'autoparco della polizia. L'hanno incastonato in un grande cubo di vetro, con tanto di carrello e luci interne.
Ma, a 11 anni dalla strage di Capaci, alla prima uscita da un garage di Messina dove erano finiti i resti dell'auto blindata, esplode la polemica. Perché hanno trascinato questo simulacro dell'orrore mafioso in un museo, a Barcellona, di fronte alle isole Eolie, per un'esposizione ed un convegno organizzati, con l'assenso del municipio e di un sindacato di polizia, dalla Corda Fratres . Una sorta di circolo dei nobili. Con qualche socio, almeno in passato, poco nobile. Nel '92, infatti, frequentava la sede di fronte al Duomo e figurava fra gli iscritti anche il boss di questo grande centro vicino a Messina: proprio Giuseppe Gullotti, il capofamiglia di Cosa Nostra che fornì a Giovanni Brusca il telecomando usato per uccidere Falcone e per distruggere quella Croma.
Coincidenze da brivido, per qualcuno. Qui sono in pochi, pochissimi, a stupirsi. E tanti, tantissimi, non capiscono dove sia (se c'è) lo scandalo. Ma a tuonare contro non è solo Sonia Alfano, l'agguerrita figlia di Giuseppe, il giornalista ucciso in paese da un killer in libertà e da un mandante condannato in Cassazione a 30 anni di carcere, appunto lo stesso Gullotti. E lei non ci sta: "E' una vergogna che quel circolo, il "circolo dei potenti", si appropri della macchina di Capaci e sventoli la bandiera antimafia...". Parole che fanno venire l'orticaria ai capi dell'associazione dove espulsero Gullotti nel '93. "Appena si seppe che era mafioso", come ricorda il magistrato che della Corda Fratres è animatore e mattatore, Franco Cassata, sostituto procuratore generale a Messina, pronto a precisare come si seppe: "Venne a raccontarlo in paese l'allora presidente dell'Antimafia, Luciano Violante. E noi subito...". Adesso la prima tappa di quest'urna agghiacciante uscita dall'autoparco con le autorizzazioni del Viminale è il cortile esterno del museo etnostorico intitolato al padre di Cassata, una ricca collezione di aratri e botti, arnesi d'ogni mestiere, fra botteghe ricostruite con gli oggetti d'un tempo. E al centro ecco l'auto voluta lì dal magistrato che due avvocati trascinarono davanti al Csm e perfino in Procura, a Reggio Calabria, per presunte e smentite frequentazioni proprio con Gullotti. Menzogne, tuona lui indignato, forte di archiviazioni citate col sorriso fra le labbra, stanco di attacchi "ingiusti", mentre apre le porte della Corda Fratres . Ed invita a salire al secondo piano, col presidente del club, Santino Lombardo, insegnante all'Industriale, con Nino Sottile, direttore del museo, e con uno stuolo di amici, tutti iscritti. Un labirinto di sale e stanzette con biblioteca, biliardo e manifesti che ricordano i convegni con Dacia Maraini, Mario Luzi, esponenti di ogni partito, compresa Rifondazione comunista. C'è chi suona il piano, chi legge i giornali e chi prepara il convegno del 21 giugno, compreso Giorgio Guglielmo, il segretario del Sap, senza imbarazzi, come altri poliziotti del sindacato: "Conoscevamo i nostri compagni caduti a Capaci. E ci muoviamo perché tutti ricordino...". Qualche diniego arriva. E' il caso di Maria Falcone che non ci sarà, incerta: "Mi hanno invitata all'università di Brescia, per quel giorno. Comunque, non amo questo genere di "trofei"... e non vorrei che l'iniziativa fosse strumentalizzata per altri fini". Delusa e provocatoria Tina Montinaro, la vedova del caposcorta di Falcone: "Non serve e non conviene più fare polemiche. Portateci Brusca al museo. Tanto è diventato perbene, a quanto pare. Ma capite quel che sta succedendo in questo Paese?".
Dubbi sul club? Nelle frecciate all'Antimafia di Ottaviano Del Turco, quando si indagò sul "verminaio" di Messina, qualcuno lo definì con disprezzo solo una bisca piazzata sullo stesso marciapiede con due negozi di abbigliamenti aperti da Gullotti a destra e a sinistra del portone d'ingresso. E il giudice Cassata li mostra quei due esercizi, proprio per dire che entrando ed uscendo non si poteva fare a meno di passarci davanti: "Ma sul nostro giornale abbiamo scritto che bisognava catturare quel boss, abbiamo pubblicato gli atti dell'Antimafia, ci siamo battuti per la legalità".
Le copie del '94 stanno lì a dimostrarlo. Un dato che deve aver convinto Csm e magistrati di Reggio ad ignorare le "carte del sospetto" fornite anche da Fabio Repici, uno dei due avvocati in aperta frizione con Cassata, adesso difensore della famiglia Alfano un tempo vicina ad An, perché era missino il giornalista ucciso nel '93. Un gran moralizzatore, Alfano. Un nome considerato per anni bandiera di An. Ma l'idillio è finito. E Sonia Alfano due settimane fa è salita sul palco accanto a Violante. Con disappunto dell'uomo al quale Fini ha affidato il settore Giustizia del partito, Domenico Nania, presidente dei senatori di An con radici proprio a Barcellona dove il cugino è sindaco: "Non condivido le lamentele..., fermi nel rinnovo continuo dello spirito di lotta contro la mafia. Le manifestazioni? Ne ha titolo un'associazione di cui è socio onorario il rettore di Messina, per anni nel Csm in quota Pci". Non piacciono le generalizzazioni nemmeno al procuratore di Messina Luigi Croce che, però, quell'auto a Barcellona non l'avrebbe portata: "Stranezze messinesi". E dal palazzo per anni nella tempesta, consegna tutta la sua amarezza: "Povera Sonia, non ha torto. Qui non muta nulla. Città sott'acqua, Messina. Sono bravi i siciliani. E chi li ha capiti meglio resta Pirandello: uno, nessuno, centomila".
Felice Cavallaro13 giugno 2003 - ARRESTATO VICE DI PROVENZANO
"Liberazione"
Arresto eccellente a Palermo: preso il "vice" di Provenzano E' Agostino Badalamenti, boss emergente del mandamento di Porta Nuova Nel corso dei diciotto anni trascorsi in carcere, sarebbe stato svezzato dagli uomini di Cosa nostra per diventare uno dei più potenti boss di Palermo. Un "percorso di studi", seguito con dedizione presso la più rinomata "università del crimine", che gli è valso il titolo di capo indiscusso della famiglia mafiosa di Palermo centro e di reggente del mandamento di Porta nuova.
E' il ritratto del boss emergente Agostino Badalamenti, arrestato ieri mattina nel capoluogo siciliano dai carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) con l'accusa di associazione mafiosa ed estorsione. Il provvedimento è stato firmato dal Gip Pasqua Seminara, su richiesta del procuratore aggiunto Guido Lo Forte e del sostituto procuratore della Dda Maurizio De Lucia. Un arresto, quello operato ieri mattina, che potrà servire agli inquirenti per risalire ai nuovi assetti determinatisi all'interno di Cosa nostra.
"Il boss Agostino Badalamenti - ha dichiarato il procuratore capo di Palermo, Piero Grasso - è stato nominato reggente direttamente da Provenzano perché era l'unica persona affidabile e aveva buoni rapporti con gli ambienti carcerari".
L'indagine, durata oltre tre mesi e condotta attraverso intercettazioni ambientali, ha consentito di identificare in Agostino Badalamenti l'uomo che da tempo compariva in numerosissime intercettazioni con il solo nome di battesimo. Il "nuovo" boss, il quale aveva lasciato da pochi anni il carcere dopo aver scontato una pena detentiva a diciotto anni per l'assassinio di un commerciante palermitano, avrebbe gestito da quando era tornato in libertà le famiglie mafiose di Palermo centro e Porta nuova e avrebbe imposto numerose estorsioni ad imprese che hanno svolto lavori pubblici a Palermo. A detta degli inquirenti, Agostino Badalamenti sarebbe stato alquanto intransigente nel chiedere il "pizzo" alle imprese. Il boss, infatti, avrebbe negato uno sconto, chiesto tramite il figlio del boss di Villagrazia (Pa), a un impresa di Messina che operava a Palermo.
Intanto, sempre ieri mattina a Palermo, si è registrato un colpo di scena al processo per l'assassinio dell'ex segretario regionale del Pci, Pio La Torre. Il pm Antonino Di Matteo ha chiesto l'acquisizione agli atti del verdetto che ha recentemente prosciolto il capomafia Antonino Madonia, imputato insieme al boss Giuseppe Lucchese al processo per l'omicidio di La Torre, dal reato di guida senza patente contestatogli a Palermo il 4 aprile del 1982. La sentenza di assoluzione in questione, infatti, dimostrerebbe che, appena venticinque giorni prima dell'assassinio dell'ex segretario regionale del Pci, Antonino Madonia si trovava a Palermo smentendo così la tesi del legale di quest'ultimo il quale ha sempre sostenuto che il capomafia, dal 1981 al 1984, si trovava in Germania.
Con il crollo dell'alibi di Antonino Madonia, acquisterebbero ulteriore rilevanza le dichiarazioni rese dal pentito Salvatore Cocuzza il quale, oltre a rivelare i nomi dei componenti del gruppo di fuoco che parteciparono all'assassinio di Pio La Torre e del suo autista, ha fatto preciso riferimento a possibili mandanti occulti. "Al delitto abbiamo preso parte io, Gaetano Carollo della famiglia di Resuttana, Nino Madonia, Pino Greco "Scarpuzzedda", Antonio Lucchese ed almeno uno dei Galatolo - ha riferito Cocuzza ai magistrati palermitani - Non posso escludere che con funzioni di copertura vi fosse altra gente, della cui presenza io però non sono a conoscenza. Madonia mi disse che avremmo dovuto attendere in piazza Turba e quando ha visto arrivare la macchina con a bordo La Torre ha messo in moto l'auto tagliando la strada alla vettura del politico e bloccandola. Sono sceso dall'auto e mi sono piazzato davanti a La Torre sparandogli con la mia Colt 45: un solo colpo al segretario del Pci e tutti gli altri all'autista, che avevo notato avere un arma". Salvatore Cocuzza ha affermato anche di avere sentito che qualcuno si era infastidito dell'impegno antimafia di La Torre. "Posso dire che la persona che fece questi discorsi ad uomini di Cosa nostra doveva essere un politico - ha raccontato ancora Cocuzza - poiché Pino Greco "Scarpuzzedda", che finì La Torre con un colpo di grazia, mi fece espresso riferimento all'attività di La Torre, il quale prese per il bavero della giacca altri esponenti politici. A rivelarlo a Greco doveva essere stato un testimone".
Toni Baldi13 giugno 2003 - CASSAZIONE: ACCOLTO RICORSO RIINA CONTRO ISOLAMENTO
"La Gazzetta del Sud"
L'ha decretato la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso del difensore
Finito l'isolamento di Riina
L'ex "capo dei capi" sarà però sempre solo in cella
PALERMO - La VI sezione penale della Cassazione ha annullato il provvedimento di ripristino dell' isolamento diurno e notturno che era stato imposto il mese scorso a Totò Riina dalla Corte d'assise di Appello di Caltanissetta. Al boss era stato applicato nuovamente il divieto di incontrare durante l' ora d' aria altri detenuti, dopo che la sentenza di condanna all' ergastolo per la strage di Capaci era divenuta definitiva. I giudici della Suprema Corte hanno accolto la tesi dell' avvocato Cristoforo Fileccia, il quale ha sostenuto che Riina ha già espiato il tetto massimo di tre anni. Riina è rinchiuso da solo in una cella del carcere di Ascoli Piceno e solo da un anno a questa parte ha potuto incontrare, durante la passeggiata nel cortile del carcere, altri detenuti. Riina, in carcere dal giorno della sua cattura, il 15 gennaio 1993, sino ad oggi "ha ininterrottamente scontato la pena dell'ergastolo con isolamento diurno per tre anni", subendo tale isolamento per un tempo quasi tre volte superiore a quello consentito. Riina, ha detto il difensore, è in isolamento ormai da 8 anni e mezzo; il che è abnorme. Riina sconta l'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, dal gennaio 93, così come aveva stabilito la procura generale presso la corte d'appello di Palermo a seguito di due sentenze di condanna divenute irrevocabili il 30 gennaio ed il 14 novembre 1992.13 giugno 2003 - AUTOBOMBE 1993: COMPROMESSO CON LA MAFIA ?
"L'Espresso"
COMPROMESSO MAFIOSO
Nelle carte del pm Chelazzi la prova: fu tolto all' improvviso il carcere duro a 140 boss detenuti. Per questo furono fermati gli attentati. Anche quelli gia' pronti
Di Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco
Adesso c'è la prova. La prova della trattativa tra Stato e mafia iniziata nei primi anni Novanta. E a trovarla, nascosta nei documenti della Direzione amministrativa penitenziaria (Dap), è stato Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino morto d'infarto il 17 aprile scorso, appena due mesi prima che scadessero i termini della sua quarta indagine sui mandanti a volto coperto delle bombe di Cosa Nostra dell'estate 1993.
Secondo quanto "L'espresso" è in grado di rivelare, Chelazzi aveva acquisito al Dap la copia dei fascicoli relativi a 140 detenuti del carcere palermitano dell'Ucciardone ai quali, tra il 4 e il 6 novembre di dieci anni fa, il ministero di Grazia e Giustizia revocò improvvisamente e imprevedibilmente il regime - del carcere duro, cosiddetto 41 bis.
Chelazzi si era reso conto dell'importanza di quei documenti non appena era riuscito a stendere una cronologia completa di tutti gli attentati (falliti e portati a termine) da Cosa Nostra. La svolta nell'inchiesta, che vede indagato solo l'ex senatore Dc Salvatore Inzerillo, era arrivata ragionando sulla storia di un'autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993.
Quel giorno un commando di sole quattro persone posteggiò in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L'obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplose, e la Thema rimase lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa. Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l'attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia.
Poi, con la scoperta della revoca del 41 bis ai mafiosi dell'Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno cominciato a capire. Non per niente tutti gli ultimi atti d'indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, dimissionario nel febbraio del '93, perché coinvolto da Silvano Larini e Licio Gelli nello scandalo del conto Protezione; l'ex direttore del Dap Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno '93 ); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese che nell'estate '93 era diventato vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l'attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.
Punto di partenza degli interrogatori, un assunto ormai diventato verità processuale: le stragi del '93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, introdotto da Martelli il 19 luglio del 1992, subito dopo l'attentato a Paolo Borsellino.
In quei giorni Cosa Nostra, di fronte agli uomini d'onore costretti nelle supercarceri è come una belva ferita. Non sa che pesci pigliare. Poi, durante l'estate, l'idea. Un informatore del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, Paolo Bellini, spiega ai mafiosi che tradizionalmente lo Stato, quando si devono recuperare opere d'arte rubate, è disposto a trattare con la malavita e a concedere sconti di pena. Così nel novembre del '92 un gruppo di mafiosi catanesi (uno dei quali, Salvatore Facella, recentemente pentito) lascia un proiettile di artiglieria inesploso nel giardino di Boboli a Firenze. Poi, come raccontano i collaboratori, sulla strada del ritorno uno di loro telefona all'Ansa per rivendicare l'azione. Per telefono protesta per le condizioni dei carcerati a Pianosa e all'Asinara. Ma lo fa in modo concitato, e la rivendicazione non viene ripresa.
Nelle carceri intanto cresce il malumore. Cosa Nostra progetta di uccidere un agente di custodia per ogni paese siciliano. Ma i detenuti, per timore di ritorsioni, dicono no. Il 27 aprile, oltretutto, un blitz fa saltare anche il progetto di attentato contro 12 agenti di Pianosa. L'8 maggio il Papa arriva in visita in Sicilia. E, fatto senza precedenti, tuona contro Cosa Nostra lanciando un anatema agli uomini d'onore. La mafia la prende malissimo. Vuole reagire. Comincia ad accarezzare l'idea di colpire le chiese. Intanto però il 14 maggio a Roma un'autobomba esplode al passaggio della macchina di Maurizio Costanzo, che in televisione aveva osato augurare il cancro ai boss responsabili degli omicidi Falcone e Borsellino.
Il 27 maggio viene fatta esplodere un'autobomba a Firenze (cinque morti) in via dei Georgofili. È un segnale per aprire uno spiraglio di trattativa sui detenuti di Pianosa (in Toscana). Nelle carceri la tensione è sempre più alta. E i primi ad accorgersene sono i cappellani, in difficoltà per la dura presa di posizione del Papa. Monsignor Caniato, come "L'espresso" è in grado di rivelare, racconterà a Chelazzi che da loro arriva ufficiosamente la richiesta di sostituire Nicolò Amato, il direttore del Dap. Amato, che pure è un garantista doc e che già a marzo aveva chiesto al ministro Giovanni Conso di sostituire il 41 bis con forme di registrazione dei colloqui tra famigliari e detenuti, salta il 4 giugno. A Cosa Nostra non basta: Di Maggio, il nuovo vicedirettore, ha il pugno di ferro.
Il 20 luglio, oltretutto, il 41 bis viene prorogato e, fatto scoperto casualmente da Chelazzi, il Sisde (che ha buone fonti) lancia un nuovo allarme bombe. Due giorni dopo a Palermo si consegna ai carabinieri il boss Salvatore Cancemi. II capofamiglia di Porta Nuova, almeno ufficialmente, non parla di nuove stragi. Spiega solo che Provenzano ha in progetto di rapire Ultimo, l'ufficiale che il 15 gennaio ha arrestato Totò Riina. Il 27 luglio, comunque, il vicecapo del Ros Mario Mori si incontra con Di Maggio: sulla sua agenda, acquisita da Chelazzi, compare un appunto: "Di Maggio x 41 bis". Mori, interrogato l'11 aprile 2003, ha sostenuto di essere stato convocato da Di Maggio. Fatto sta che la sera del 27 esplodono un'auto a Milano (cinque morti) e due a Roma, nelle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.
L'auto di Milano, come scopre Chelazzi, non ha come obiettivo il Padiglione di arte contemporanea, dove esplode, ma il vicino Palazzo dei giornali. Solo un problema alla miccia ha costretto il commando ad abbandonarla davanti al Pac in via Palestro. E in una lettera anonima allora inviata ai quotidiani la mafia scrive: "La prossima volta faremo centinaia di vittime".
Siamo ormai sul finire dell'estate. li 12 settembre '93 un parlamentare Dc, Alberto Alessi, che da lì a tre mesi organizzerà le prime cellule del partito di Berlusconi in Sicilia, entra all'Ucciardone e minaccia di non uscirne più fino all'abrogazione del 41 bis. Poi, dopo cinque ore, ottenuta la garanzia che il ministero esaminerà la materia, molla la presa. Quattro giorni dopo Cosa Nostra uccide padre Pino Puglisi. È un nuovo segnale alla Chiesa, al quale dovrebbe seguire, il 31 ottobre, quello ai carabinieri. Ma all'Olimpico l'automobile non esplode. Oggi, grazie a Gabriele Chelazzi e all'inchiesta su quei 41 bis revocati all'improvviso, si comincia a capire perché.13 giugno 2003 - ESCE UNA BIOGRAFIA DI MAURO DE MAURO
"L' Espresso"
Biografie - Mistero De Mauro
Una vita misteriosa, una morte misteriosa. Sono quelle di un personaggio, Mauro De Mauro, di cui fa il ritratto approfondito Massimiliano Griner nel volume "Nell' ingranaggio" (Vallecchi). Racconta del passato repubblichino di De Mauro, prima con le SS italiane a fianco di Kappler, poi con la X Mas di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Ne era tanto entusiasta da dare alle sue due figlie il nome di Junia e di Valeria. Nell' immediato dopoguerra "Il Popolo", quotidiano della Dc, scrisse di lui che aveva partecipato come esecutore al massacro delle Ardeatine. Un altro fervente nazifascista, il torturatore Pietro Koch, capo dell' omonima banda, smenti' prima di essere giustiziato. Ma lo stesso De Mauro confido' ad un' amica di avere sulla coscienza perlomeno due romani che fece arrestare e che finirono alle Ardeatine. Al processo, che si tenne a Bologna, fu assolto per insufficienza di prove. Fu poi imprigionato, ma riusci' ad evadere finche' non ricomparve come giornalista all' "Ora" di Palermo, finanziato dal Pci. Poi la sua sparizione nel settembre '70. Era forse arrivato, con le sue indubbie capacita' di cronista, a svelare uno dei tanti misteri italiani: la morte del presidente dell' Eni, Enrico Mattei, il mancato golpe di Borghese, qualche delitto eccellente di mafia ? Non c'e' risposta.14 giugno 2003 - UCCISIONE LIMA: CASSAZIONE ANNULLA ALCUNE CONDANNE
"La Gazzetta del Sud"
Palermo Annullato l'ergastolo ai boss Pietro Aglieri, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano e Benedetto Spera
"Teorema Buscetta" in soffitta
Confermato il carcere a vita a Salvatore Scalici e Salvatore Biondino
PALERMO - La Corte di Cassazione ha annullato le condanne all' ergastolo per i boss Pietro Aglieri, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano e Benedetto Spera, accusati dell' omicidio dell' eurodeputato Salvo Lima, assassinato a Palermo il 9 marzo 1992. L' annullamento è senza rinvio per quanto riguarda il delitto, mentre la posizione dei quattro imputati dovrà essere riesaminata dalla Corte d' appello in relazione alla rideterminazione della pena per il reato di associazione mafiosa. I giudici della suprema Corte hanno rigettato il ricorso per Salvatore Buscemi, Giovanni Cusimano (condannati solo per associazione mafiosa e assolti in appello dall' omicidio), Salvatore Scalici e Salvatore Biondo a cui è stato confermato l' ergastolo perchè ritenuti gli esecutori materiali dell' agguato. Negli ultimi tre anni la Cassazione si è dovuta esprimere due volte sull' omicidio dell' eurodeputato della Dc Salvo Lima, assassinato a Palermo il 12 marzo 1992. Del delitto sono colpevoli Totò Riina, Raffaele Ganci, Michelangelo La Barbera e Nenè Geraci, condannti definitivamente all' ergastolo come mandanti. Esecutori materiali - secondo la Corte - oltre Salvatore Biondo e Simone Scalici, i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Onorato e Giovan Battista Ferrante, giudicati con procedimenti separati. Non è la prima volta che la Corte in tema di mafia ritiene che la responsabilità dei componenti della Commissione vada circoscritta ai soli delitti per i quali hanno effettivamente partecipato alla fase decisionale. L' omicidio di Salvo Lima, che era il capo della corrente andreottiania in Sicilia, secondo i collaboratori di giustizia venne assassinato dopo la conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso a Cosa nostra, perchè i boss che speravano in un "aggiustament" della sentenza si sentirono traditi. La decisione di ieri potrebbe rappresentare anche la fine del "teorema Buscetta", sostiene l' avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore di Pietro Aglieri. "Con l' esclusione dalla responsabilità dell' omicidio di Salvo Lima dei quattro capi mandamento liberi - dice l' avvocato Di Gregorio - si segna definitivamente la fine di un teorema chiamato Buscetta, cioè di una regola che era stata ricavata dalla sentenza del maxi processo a Cosa nostra. Nessun motivo di diritto o di ordine logico, però imponeva ai giudici di ritenerla eterna e applicabile in qualunque periodo storico".16 giugno 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: SI DISCUTE DATA NASCITA FORZA ITALIA
ANSA:
La data della nascita di Forza Italia e il periodo in cui il progetto del nuovo partito di Silvio Berlusconi inizio' a circolare a Milano e' stato il centro oggi dell' udienza del processo al senatore Marcello Dell' Utri (FI), accusato di concorso in associazione mafiosa.
Sul banco dei testimoni e' salito il giornalista Federico Orlando, ex vice direttore de "Il Giornale", nel periodo in cui e' stato diretto da Indro Montanelli. Orlando ha parlato delle riunioni che si sono svolte nel '93 nella villa di Arcore di Berlusconi a cui partecipavano i responsabili e i direttori di tutte le testate giornalistiche del gruppo Fininvest. Secondo il giornalista, Berlusconi chiedeva consulenze su come poteva essere visto un suo coinvolgimento in politica e chiedeva, secondo Orlando, anche una valutazione per sondare l' opinione dei media del gruppo. Orlando ha ricordato che si e' iniziato a parlare del partito dopo l' approvazione delle legge elettorale, chiamata Mattarellum. E di Forza Italia gli parlo' Giuliano Urbani. Rispondendo alle domande dell' avv. Roberto Tricoli, Orlando ha confermato quanto e' riportato nel libro "L' Italia di Berlusconi" scritto da Montanelli e Cervi, nel quale si afferma che Urbani il 22 giugno '93 chiese ad Agnelli di appoggiare una nuova formazione politica, ma quest' ultimo, secondo quanto e' emerso nell' udienza, lo avrebbe dirottato a Silvio Berlusconi. Ed il 30 giugno '93 Urbani incontro' l' imprenditore milanese ad Arcore per esporgli il progetto politico.
Il tribunale ha poi ascoltato l' ex sindaco di Lecco, Giuseppe Resinelli, che venne incaricato da Publitalia nel '93 per effettuare dei sondaggi fra tutte le categorie commerciali ed imprenditoriali per accertare se vi era la possibilita' dell' ingresso di un nuovo soggetto politico che si poteva contrapporre alla sinistra.
Dell' Utri, durante le spontanee dichiarazioni rese a conclusione dell' udienza, ha sottolineato che della nascita di Forza Italia si parlo' nell' ottobre '93 e che Berlusconi ufficializzo' la sua discesa in campo il 21 gennaio del '94.
L' accusa, sostenuta dai Pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo, ha cercato di individuare il periodo in cui il gruppo di Berlusconi decise di varare un nuovo partito. Gli inquirenti vogliono riscontrare le dichiarazioni fatte da diversi collaboratori di giustizia i quali affermano che in Cosa nostra si parlava della nascita di un nuovo partito gia' alla fine del '92. Il pentito Antonino Giuffre', infatti, rivela che il boss Bernardo Provenzano dopo l' arresto di Riina, avvenuto il 15 gennaio '93, comunico' agli affiliati di Cosa nostra di "stare tranquilli" perche' erano stati stipulati nuovi accordi in seguito alla cattura del capomafia.
I giudici hanno sciolto la riserva e hanno deciso di non convocare in aula l' ex presidente della repubblica Francesco Cossiga, che era stato citato dalle parti. Sara' invece interrogato il pentito Ciro Vara, le cui dichiarazioni sono state depositate la scorsa settimana dai pm. L' udienza e' rinviata a domani.16 giugno 2003 - SVIZZERA: MAFIA, FRANCESCO MORETTI CONDANNATO A 14 ANNI
ANSA:
Francesco Moretti - un ex avvocato nato in Calabria ma cittadino svizzero, accusato di essere il 'cassiere della mafia' - e' stato condannato oggi a 14 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Lugano per appartenenza a organizzazione criminale.
E' la prima volta dalla sua introduzione nel codice penale svizzero, nel 1994, che l'articolo sull'appartenenza a un' organizzazione criminale viene applicato in una sentenza.
"Non e' stato un piacere per la nostra Corte essere stati i pionieri nell'applicazione di quest'articolo", ha dichiarato la presidente della Corte, Agnese Balestra-Bianchi.
Dopo sette ore di camera di consiglio, la Corte d'Assise di Lugano ha deliberato che Moretti, 62 anni, fa parte di un' organizzazione criminale. Egli e' stato riconosciuto colpevole di aver riciclato, dal 1993 al 2000, 63 milioni di franchi svizzeri (circa 42 milioni di euro) provenienti dal traffico di droga e da altre attivita' illecite della criminalita' organizzata, per conto di clan mafiosi in Italia e in Venezuela.
Il processo contro Moretti, che ha la cittadinanza svizzera dalla fine degli anni '60, era cominciato il 2 giugno scorso.
L'ex avvocato e' anche accusato di aver assicurato, nel 1993, il finanziamento di un vasto traffico di 5,4 tonnellate di cocaina messo in piedi in Venezuela dal clan Caruana, con destinazione Italia, attraverso Brasile e Canada.
I 12 milioni di franchi svizzeri trovati nell'agosto 2000 dalla polizia nella cassaforte dello studio di Moretti a Lugano sono stati sequestrati, al pari di diversi conti bancari.
L'imputato ha ammesso di aver cambiato e depositato in Svizzera le somme in questione, ma ha detto di non sapere che provenissero da attivita' illegali della mafia. Pensava - ha assicurato - che fossero frutto di attivita' turistiche in Sudamerica.17 giugno 2003 - NATA FONDAZIONE CAPONNETTO
"La Nazione"
Da ieri è nata la "Fondazione
Da ieri è nata la "Fondazione Antonino Caponnetto". In nome del grande magistrato scomparso il 6 dicembre scorso, che è stata una delle voci più alte, con i giudici Falcone e Borsellino, dell'impegno contro la mafia e per la cultura della legalità, l'hanno voluta e fondata i suoi familiari, i suoi più stretti collaboratori e quanti si sono impegnati e si sentono impegnati ancor oggi perchè la sua lezione non vada perduta. La presentazione è avvenuta nella stessa casa di Caponnetto, in via Baldasseroni 25, che sarà anche la sede della Fondazione. Soci fondatori, oltre alla vedova Elisabetta Baldi Caponnetto (che è anche presidente ad honorem) sono stati: Salvatore Calleri, braccio destro del magistrato; la sezione distrettuale di Palermo dell'Associazione nazionale magistrati, col suo presidente Massimo Russo; l'associazione professionale Galasso, rappresentata dal professor Alfredo Galasso e l'associazione "Riferimenti", voluta da Caponnetto in Calabria, come baluardo contro lo strapotere mafioso, e presieduta da Adriana Musella. "Era naturale che il lavoro di Caponnetto dovesse continuare tra quelli che gli sono stati vicini - ha detto fra l'altro Alfredo Galasso - Credo che l'impegno sia semplice ma non facile come il lavoro di Caponnetto. Dobbiamo intanto seguire la formazione e l'informazione delle giovani generazioni e tenere viva la memoria. E non stancarsi mai di alzare la voce quando è necessario". "La Fondazione - ha detto il giudice Massimo Russo - non è solo l'occasione per rendere un sentito e doveroso omaggio alla memoria di un grande magistrato e di un grande siciliano. Serve per tentare di recuperare dall'oblio imposto a una società che ha smarrito i propri ideali, la straordinaria forza etica del suo impegno, in un momento particolarmente difficle per la Magistratura, per la Giustizia e per il Paese". Nel consiglio direttivo, presieduto da Salvatore Calleri, ci sono: Alfredo Galasso; Adriano Chini, sindaco di Campi; Massimo Russo; Francesca Maurri; Ornella Esposito; Pietro Pierri. Tante e prestigiose le adesione al comitato scientifico. Fra queste: Rita Borsellino; Nando Dalla Chiesa; i giudici Caselli e Borrelli; Furio Colombo; Antonio Padellaro; Pietro e Tano Grasso. Tra le prime iniziative, a ottobre, un seminario sulla Giustizia e l'impegno, già annunciato, perchè si conoscano fino in fondo le verità ancora nascoste sulle stragi di mafia, da via dei Georgofili, alla Sicilia.
Nella foto: Antonino Caponnetto
di Ennio Macconi17 giugno 2003 - DELL'UTRI: GIUDICI DECIDONO DI ASCOLTARE PENTITO VARA
ANSA
Il collaboratore di giustizia Ciro Vara, per diversi anni uomo di fiducia del boss mafioso Giuseppe "Piddu" Madonia, sara' interrogato nell' ambito del processo al sen. Marcello Dell' Utri (FI) accusato di concorso in associazione mafiosa.
L' interrogatorio e' stato fissato per il 30 giugno prossimo a Palermo. Nelle scorse settimane i pm avevano depositato l' attivita' di indagine integrativa che riguardava tre verbali resi dal pentito ai magistrati di Caltanissetta e Palermo. Vara sostiene di non aver mai sentito il nome di Dell' Utri nell' ambito di Cosa nostra.19 giugno 2003 - CSM SU CONTRASTO PM PALEMO PER CASO GIUFFRE'
"La Gazzetta del sud"
PALERMO, NESSUNA FRATTURA IN PROCURA DOPO IL CASO GIUFFRè
Contrasti Grasso-pm, il Csm archivia
Il plenum del Csm ha archiviato a larga maggioranza con 17 voti a favore (dei togati e dei laici di sinistra), quattro contrari e due astensioni il fascicolo che era stato aperto sul contrasto tra i pm palermitani, Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte e il Procuratore del capoluogo siciliano, Piero Grasso sulla gestione del pentito Antonino Giuffrè. La vicenda è quella delle dimissioni presentate dai due aggiunti di Grasso per essere stati esclusi dai colloqui investigativi con il boss di Caccamo. Dimissioni rientrate dopo una riunione e l'impegno del procuratore di stabilire una lista di priorità per permettere a tutti i pm di interrogare il pentito. Contro l'archiviazione hanno votato i laici del Polo che avevano fatto aprire la pratica, ritenendo che vi fossero gli estremi per un trasferimento di ufficio dei due pm, che con il loro comportamento avrebbero dimostrato "un' aspirazione al protagonismo" e avrebbero messo in discussione la stessa "efficienza e credibilità della Procura". Accuse che non hanno trovato riscontro nell'istruttoria svolta dalla Prima Commissione del Csm, davanti alla quale nei mesi scorsi lo stesso Grasso aveva sostenuto che i rapporti con i due colleghi erano tornati "assolutamente normali, anzi vivificati e accresciuti da questa dialettica". Sulla base di questi accertamenti il plenum ha pertanto escluso ieri che dalle iniziative di Lo Forte e Scarpinato "sia derivato pregiudizio all'immagine dell'ufficio o un'effettiva frattura nei rapporti tale da incidere negativamente sull'ambiente interno e sulla funzionalità". "Non solo infatti le divergenze sono state superate in un brevissimo lasso di tempo ma i temi sollevati sono stati occasione per un franco confronto" all'interno della procura. Oltretutto le ragioni sostenute dai due pm - fa notare l'assemblea di Palazzo dei marescialli - sono "espressione del loro impegno professionale e della loro volontà di contribuire all'enorme impegno investigativo connesso alle dichiarazioni di Giuffrè e non sembrano dettate quindi da finalità di mero prestigio professionale o, ancor meno, da protagonismo".20 giugno 2003 - "CORDA FRATRES": PROF. SILVESTRI SMENTISCE CORSERA
"La Gazzetta del sud"
"Corda Fratres", il prof. Silvestri smentisce il "Corriere della Sera"
MESSINA - "Mai stato socio della "Corda Fratres" di Barcellona". È categorico il rettore dell'Università di Messina professor Gaetano Silvestri, che ha smentito un articolo pubblicato dal "Corriere della Sera" nei giorni scorsi in cui si accostava il suo nome a quello dell'Associazione Barcellonese. Il prof. Silvestri, ha inviato a tal proposito una lettera al direttore del "Corriere della Sera" Stefano Folli, affermando che "in relazione all'articolo, a firma Felice Cavallaro, dal titolo "Falcone, l'auto della strage esposta nel circolo del boss", apparso sul "Corriere della Sera" di venerdì 13 giugno, per debito di verità smentisco in modo categorico di essere o essere stato mai socio o di essere stato membro a qualunque titolo della associazione "Corda Fratres" di Barcellona Pozzo di Gotto ". La lettera non è stata pubblicata fino a ieri dal "Corriere della Sera".21 giugno 2003 - FILM SU STRAGE VIA D'AMELIO
"La Stampa"
"SCORTA QS 21, L'ULTIMA ESTATE" DI ROCCO CESAREO CON TONI GARRANI
Anno di morte 1992
ecco il film su Borsellino
Fulvia Caprara
ROMA
Solo 57 giorni separano, nell'anno di morte 1992, la strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo più tre uomini della scorta, da quella di via D'Amelio che fece saltare in aria il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. Con lui, uniti da un destino che sembrava già scritto, morirono i cinque agenti incaricati di vegliare sulla sua sicurezza. Tra questi, unica donna, bersaglio mobile, come i suoi compagni, dell'offensiva della mafia contro la Stato, c'era una ragazza sarda di 25 anni, Emanuela Loi, arrivata a Palermo solo da pochi mesi. A lei, e ai suoi compagni della scorta che, in codice, si chiamava "Quarto Savona 21", è dedicato il film che il regista Rocco Cesareo sta girando in queste settimane tra Roma e Palermo: "Abbiamo scelto di privilegiare la vicenda umana rispetto a quella politica e sociale, per altro già affrontata in altri film. C'interessava raccontare il percorso esistenziale della Loi e dei suoi compagni, persone consapevolmente votate alla morte, carne da macello come vengono definite in una battuta fulminante del film". Accanto a loro, interpretato da Toni Garrani, si muove il giudice Paolo Borsellino, un morto che cammina, come ebbe a dire qualcuno all'indomani dell'attentato di Capaci: "Lo vedremo nei colloqui con un pentito, daremo l'idea di quello che avveniva nei Palazzi, ma senza mai prendere un tono epico, lasciando in primo piano i sentimenti, le storie, i timori dei giovani della scorta".
Con gli stessi nomi dei veri protagonisti dei fatti, recitano nel film, oltre a Brigitta Boccoli, scelta dal regista per il ruolo principale dopo quattro mesi di provini, Alessandro Prete, Cristiano Morroni, Vincenzo Ferrera, Francesco Guzzo e Pino Insegno nel ruolo di Agostino Catalano, il caposcorta che "è rimasto al suo posto, anche quando avrebbe avuto l'occasione di fare carriera". Cesareo, che ha 46 anni e una lunga militanza teatrale alle spalle, spiega: "Il loro è un viaggio senza ritorno, sono come i guerrieri che si battono contro Alien mentre il mostro già li possiede. La denuncia contenuta nel film non riguarda le istituzioni, ma, più in generale, un disagio sociale e generazionale. I giovani di "QS21" potevano trovarsi anche in un contesto diverso, davanti a una prova comunque più grande e forte di loro". Nelle vesti dell'Ispettore Capo del nucleo scorte "il cattivo che manda la gente allo sbaraglio" recita Sebastiano Lo Monaco; Ernesto Mahieux, il protagonista dell'"Imbalsamatore", è il pentito che dialoga con Borsellino, sullo schermo Palmara, nella realtà Gaspare Mutolo; Selvaggia Quattrini è Francesca, la migliore amica della protagonista. Le immagini della strage, seguite da una specie di testamento di vita di Emanuela Loi e dalla sequenza delle foto delle vittime, chiudono il film che non poteva essere realizzato senza il pieno appoggio dei familiari degli scomparsi: "Abbiamo avuto rapporti molto stretti e cordiali con le famiglie dei ragazzi della scorta e con i parenti di Borsellino. Ci hanno dato consigli e pareri importanti". Attraverso i racconti della madre e dalla sorella della Loi, regista e sceneggiatori hanno ricostruito "il suo modo di affrontare le cose della vita, soprattutto da un punto di vista etico". E Boccoli, secondo Cesareo, riesce a rendere al meglio "l'itinerario di maturazione, da Cagliari a Palermo, compiuto troppo in fretta da una ragazza coraggiosa che non si tira indietro davanti alla minaccia della fine". Nell'attrice il regista dice di aver trovato le necessarie caratteristiche "di dolcezza e di serenità, i toni sommessi, ma anche la grinta giusta per affrontare i momenti chiave della vicenda".
Alla base della pellicola c'è il libro di Francesco Massaro "La ragazza poliziotto" (Edizioni Arbor); la sceneggiatura porta le firme di Ugo Barbàra, Mirco Da Lio, Massimo Di Martino e Paolo Zucca e il film, realizzato con il Fondo di garanzia destinato dal Ministero dei Beni culturali alle opere cinematografiche giudicate di interesse culturale nazionale, è costato complessivamente 2 milioni e 200mila euro. L'uscita nelle sale è prevista per il prossimo autunno, con il marchio della Cdi di Gianni Di Clemente.22 giugno 2003 - PRESENTATO LIBRO JANNUZZI
"La Gazzetta di Mantova"
Al "Circolo" il libro di Jannuzzi
CASTIGLIONE. Saletta strapiena ieri mattina al Club Aloisiano per l'incontro, organizzato dal Circolo di Mantova, nel corso del quale è stato presentato il libro di Lino Jannuzzi Lettere di un condannato. L'autore, senatore di Forza Italia che ha rischiato il carcere per una condanna risalente ai tempi del caso Enzo Tortora, è partito proprio dalla vicenda del presentatore televisivo - incarcerato per le accuse di un pentito e poi assolto -, per attaccare l'utilizzo massiccio dei collaboratori di giustizia. "Alcuni magistrati - è la tesi di Jannuzzi - hanno usato i pentiti per togliere di mezzo politici, poliziotti e colleghi scomodi. Andreotti, Mannino, Contrada e Carnevale sono stati poi assolti - ha evidenziato il senatore -, ma mai nessun pentito è stato condannato per aver raccontato il falso. Anzi, uno solo su 1.150, e lo fece Giovanni Falcone". In chiusura, il senatore ha comunque chiarito che "la stragrande maggioranza dei magistrati italiani compie con correttezza il proprio dovere".
Prima di Jannuzzi, sono intervenuti la vice presidente del Circolo, Stefania Concordati, il senatore Domenico Contestabile, avvocato milanese e presidente della Commissione difesa di Palazzo Madama, e l'onorevole Daniela Santanchè.25 giugno 2003 - LO STATO PAGA AVVOCATO DI PROVENZANO, NULLATENENTE
"La Gazzetta del Mezzogiorno"
MAFIA / Versati 17mila euro
Lo Stato paga la parcella all'avvocato difensore del "padrino" Provenzano
PALERMO Diciassette mila euro lordi: ammonta a questa cifra la parcella che lo Stato ha liquidato al difensore d'ufficio di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra, condannato all'ergastolo nel processo per l'omicidio di Mario Francese, il giornalista palermitano ucciso nel gennaio 1979 dalla mafia.
La notizia è pubblicata ieri dal "Giornale di Sicilia".
Non è la prima volta che ad un boss viene riconosciuto l'accesso al gratuito patrocinio, previsto per gli imputati nullatenenti, ma è la prima volta che questo riconoscimento viene attribuito al capo dei capi di Cosa Nostra, ufficialmente povero in canna, anche se la realtà è sicuramente diversa.
Il fisco, comunque, ha la possibilità di rivalersi sui beni confiscati al padrino corleonese latitante da una quarantina di anni e ormai padrone incontrastato della mafia siciliana.27 giugno 2003 - CHI SVUOTÒ L'APPARTAMENTO DI RIINA?
Dalla Newsletter di www.misteriditalia.com
I MISTERI DI PALERMO: CHI SVUOTÒ L'APPARTAMENTO DI RIINA?
Conclusa a Palermo la seconda parte delle indagini sull'appartamento in cui viveva Salvatore Riina.
Sul contenuto d questa inchiesta, ora nelle mani del GIP Vincenzina Massa, poco è dato sapere. Si sa solo che l'indagine, condotta dal sostituto Antonino Ingroia, si compone di due fascicoli. Il primo riguarda l'ex vicecomandante del ROS dei carabinieri, Mario Mori, attuale direttore del SISDE, il servizio segreto civile, indagato perché ritenuto responsabile del ritardo con il quale si arrivò alla perquisizione dell'appartamento di Totò Riina, dopo che il presunto capo di Cosa Nostra era stato arrestato in una strada di Palermo, quasi certamente grazie ad una soffiata.
Il secondo fascicolo si riferisce, invece, alle rivelazioni fatte da uno o più "pentiti" di mafia. Secondo questi "collaboratori di giustizia", la casa di Riina fu "pulita" da alcuni uomini di Cosa Nostra che fecero sparire tutto, forse anche il famoso "papello", ossia il documento che conterrebbe le proposte fatte da Cosa Nostra ai politici per sospendere la fase delle stragi.
Questi uomini - secondo quanto scrive il sito Internet Il Velino (www.ilvelino.it) avrebbero un nome e un volto e darebbero a tutta l'inchiesta che Ingroia segue da anni una svolta inaspettata e confermerebbero, secondo la procura, che una sorta di accordo ci fu fra settori di Cosa Nostra, forse quelli più vicini a Bernardo Provenzano, e una parte degli investigatori, affinché la mafia potesse mettere le mani su alcune carte molto compromettenti.27 giugno 2003 - MAFIA: INCHIESTA E INTERCETTAZIONI
"Il Gazzettino"
INTERCETTAZIONI Il medico al boss: "Posso imbeccare Dell'Utri e Jannuzzi" Palermo
NOSTRO SERVIZIO
Il medico Salvatore Aragona, arrestato ieri per concorso in associazione mafiosa, parlando con il boss Giuseppe Guttadauro si vanta di avere numerose amicizie, come quella con il senatore siciliano Marcello Dell'Utri (Fi), e sostiene di poter contattare il giornalista Lino Jannuzzi per "offrirgli" spunti di riflessione sulla legislazione antimafia. Le conversazioni sono state registrate dalle microspie dei carabinieri e sono contenute nel provvedimento di custodia cautelare che ha portato all'arresto dell'ex assessore comunale dell'Udc, di due medici e un imprenditore.
Il 9 aprile 2001 Aragona e Guttadauro commentano l'elezione di Dell'Utri al Parlamento europeo e sostengono che dopo il voto "non si è più fatto vedere".Sempre nella stessa conversazione Aragona spiega a Guttadauro che il segretario di Dell'Utri si sarebbe offerto come tramite per fargli ottenere, quando lui lo avrebbe voluto, un appuntamento con Lino Jannuzzi. Aragona parla di "imbeccate", "spunti di riflessione" che potevano essere offerti al giornalista, "perché lui sa bene cosa deve fare"."Il Corriere della sera"
"Loro ci devono risolvere i problemi di chi sta dentro"
PALERMO - Un dossier di 340 pagine, ricco di intercettazioni telefoniche e ambientali. Parlano a ruota libera, mafiosi, aspiranti consiglieri, professionisti. Enzo Cascino, presunto boss arrestato un paio di mesi fa, si sfoga nel salotto di casa con il medico di Cosa Nostra Giuseppe Guttadauro per il comportamento di Berlusconi in tema di giustizia. È l'11 maggio del 2001. Dice Cascino: "Non può pensare solo a lui, ai suoi processi, deve risolvere anche i nostri problemi".
Guttadauro: "Noi qualche problema dobbiamo vedere di risolverlo in una certa maniera, speriamo che sale la destra... La destra, non è che io gli dia tanto più fiducia, per carità, perché c'è un'ala della destra che è più... dei comunisti. Berlusconi se vuole risolvere i suoi problemi ci deve risolvere pure quelli nostri quanto meno, i processi farceli fare...".
Cascino: "Non è che può pensare solo per lui... Anche se penserà per lui... è normale...".
Guttadauro: "Berlusconi, nel momento in cui toglie la tassa di successione, è buono che toglie la tassa di successione, tutta l'Italia gli sarà grata. E' giusto, perché se io lascio un laccio a mio figlio, mio figlio non si deve andare a pagare la tassa, ma tu lo sai quanto risparmierà lui... Prima o poi morirà pure lui...".
Cascino: "Certo, pure lui deve morire".
Guttadauro: "Loro ci devono risolvere il problema carcerario di un po' di amici che abbiamo dentro...".
In una telefonata precedente, del 1° febbraio 2001, Guttadauro apprende dal dottor Salvatore Miceli che Totò Cuffaro sarebbe stato il candidato del centrodestra alla Regione. Sapendo del legame tra Miceli e Cuffaro, gli chiede se con lui "ci si poteva parlare". Risposta affermativa.
Guttadauro: "Se lui ti ha detto va bene, se io gli devo dire una cosa gliela chiedo... non gliela faccio chiedere da nessuno, perché mi posso pure informare, chi è che è capace di andarci a parlare meglio di me o meglio di te e glielo faccio dire... non è questo il problema... se lui ti dà delle risposte con delle garanzie, il rapporto si chiude qua". Dal colloquio risulterebbe anche una conoscenza tra Cuffaro e il fratello di Guttadauro, Carlo, cognato del capomafia di Trapani Matteo Messina Denaro. Elementi che inducono gli investigatori a sostenere che "il candidato a favore del quale Carlo Guttadauro si è attivato per la campagna elettorale è Totò Cuffaro".
Le intercettazioni rivelano anche la partecipazione di Cuffaro, nel 1991, a una cena elettorale in suo onore al circolo tennis di Alcamo. Allora Cuffaro era candidato all'Assemblea regionale e tra gli invitati c'era anche il boss Simone Beninati, ricercato dall'antimafia. Circostanza ignorata da Cuffaro. Il medico Salvatore Aragona parla al telefono con Guttadauro di quella cena: "L'indomani Totò mi chiama e mi dice, senti ma chi c'era là, perché c'era un commissario di polizia che è venuto e mi ha detto che c'era un latitante di Alcamo. Può essere mai? Sì, gli ho detto. È perché non lo ha arrestato se era latitante? Io gli ho detto non so chi era... mi ha detto, Salvo mi raccomando... per te lo dico... io... a me lo vengono a dire... quindi io non ho problemi, ma stai attento tu... Questo nel '91, ai tempi in cui abbiamo fatto la prima campagna elettorale a Totò".
Enzo MignosiMafia e politica, indagato Cuffaro
Palermo, avviso di garanzia per concorso esterno al presidente della Regione che si difende: coscienza a posto
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Le candidature alle Regionali sostenute con i voti dei mafiosi. Le nomine di medici ed amministratori negli ospedali come merce di scambio elettorale. La variante al Piano regolatore ideata per costruire un megastore nei terreni dei boss ed assumere trenta "picciotti". Mafiosi e politici che parlano di affari a ruota libera, tappandosi la bocca quando scoprono le microspie grazie ad una talpa dell'apparato investigativo.
Il copione è vecchio, ma la storia è attualissima. Come l'inchiesta giudiziaria che fa scattare quattro arresti e s'abbatte senza riguardi sul vertice della politica siciliana. Anche su Salvatore Cuffaro, il presidente della Regione che gli amici chiamano Totò e chi lo prende in giro "Vasa vasa" perché lui bacia tutti, appunto "vasa" tutti, a convegni e battesimi, comizi ed inaugurazioni. Ma il prossimo appuntamento è al Palazzo di Giustizia.
Il procuratore Piero Grasso e i suoi sostituti gli hanno inviato un avviso a comparire per il primo luglio con un bollo che scatena un terremoto politico: indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Lo sa che in tanti già ne chiedono le dimissioni. Anche facendo leva su una pesantissima sintesi di Grasso: "La mafia sta nel sistema di potere". Ma lui rilancia irritato, convinto di subire l'onta di un attacco ingiusto: "Se avessi tradito la fiducia dei siciliani meriterei di finire in carcere per il resto dei miei giorni. Se però l'inganno, come sono convinto, viene da qualcun altro pretendo che sia questo a risponderne al più presto davanti ai siciliani". Non dice a chi si riferisce. Coscienza a posto? "A posto, come sa la Madonna che continuo ad invocare".
Intanto nelle pieghe dell'inchiesta finiscono un altro deputato vicinissimo al "governatore", Saverio Romano, pure lui Udc, e il penalista Salvatore Priola, ex capogruppo di Forza Italia alla Provincia di Palermo a metà anni '90. Tutti raggiunti da "informazioni di garanzia" nell'ambito di un'indagine avviata durante le elezioni politiche e regionali del 2001, quando appunto Cuffaro conquista la poltrona di Palazzo d'Orleans, e sfociata ieri in quattro arresti eccellenti.
Compreso uno dei giovani pupilli del presidente, Domenico Miceli, sempre Udc, fino a qualche mese fa assessore alla Salute a Palermo. Sarebbe stato proprio Miceli a mettere nei guai i suoi amici altolocati nella nomenklatura politica parlando a ruota libera in casa del "padrino" di Brancaccio, il medico mafioso Salvatore Guttadauro, con il boss Vincenzo Greco, con Francesco Buscemi, ex segretario di "don" Vito Ciancimino, e con un secondo medico dalla doppia vita, Salvatore Aragona, 41 anni, eminenza grigia del gruppo, titolare di una finanziaria con uffici a Milano, la Global Commerce.
Il ruolo di questo affarista sempre in movimento sull'asse Palermo-Milano-Lugano sembra fondamentale nelle scelte economiche della "famiglia" di Brancaccio e l'accusa pare volere insistere sui colloqui con Cuffaro, che respinge ogni addebito: "L'ho incontrato perché stava con Miceli in campagna elettorale. Non ho mai parlato di affari né con lui né con altri".
Saranno i sostituti Gaetano Paci e Nino Di Matteo ad approfondire la materia di questa presunta "contiguità" che sta per produrre altri quaranta provvedimenti. Andando oltre la figura di Miceli indicato come "intermediario" tra Guttadauro e Cuffaro. Testualmente: "Al fine del soddisfacimento d'interessi diversi, compresi quelli volti ad influenzare lo svolgimento di concorsi pubblici per l'assegnazione di incarichi nell'ambito della sanità pubblica".
Se tutto si riducesse alla spintarella per un paio di medici, forse l'eco sarebbe eccessiva. Ma i mafiosi sono loquaci. E parlano di tutti. Anche di Berlusconi, come faceva Guttadauro: "Non è che per i processi può pensare solo a lui...". L'obiettivo dei boss di Cosa Nostra resta l'abolizione di ergastolo e 41 bis. E per questo avrebbero voluto contattare anche "qualche giornalista amico...". Ma per loro "amico" equivale a "garantista". Ed ecco saltare fuori pure i nomi di Lino Jannuzzi, Giuliano Ferrara e qualche altro. Pure loro in un calderone dove bisognerà distinguere filo da filo.
Felice Cavallaro27 giugno 2003 - MAFIA: CUFFARO E ROMANO ACCUSATI ANCHE DI CORRUZIONE
ANSA:
Per una presunta tangente che avrebbe ricevuto da un imprenditore all' epoca in cui era ancora deputato regionale, il Governatore dell' Isola, Salvatore Cuffaro, e' accusato anche di corruzione oltre che di concorso in associazione mafiosa.
Il terremoto giudiziario che ha colpito Palazzo d'Orleans, sede del governo regionale, non si placa. Ulteriori scossoni arrivano dagli interrogatori che si sono svolti oggi in carcere, in particolare dopo quello del medico ed ex assessore comunale Domenico Miceli (Udc), arrestato per concorso in associazione mafiosa.
Il politico, sostenuto da Cuffaro alle elezioni regionali, non nega di sapere chi era il boss Giuseppe Guttadauro, condannato con sentenza definitiva per mafia. Miceli nel momento in cui andava nella sua casa sapeva chi aveva davanti. Rispondendo alle domande del gip, il medico non ha escluso che Guttadauro parlasse con lui di affari e politica perche' sapeva che le sue parole sarebbero state riferite al presidente della Regione. L' ex amministratore ha sottolineato che non vi era alcun collegamento diretto fra il boss e il governatore ed ha poi spiegato che in realta' ci sono state occasioni in cui dopo aver discusso con Guttadauro ha parlato con Cuffaro, da cui era legato da una forte amicizia.
Dopo l' interrogatorio che si svolgera' in procura martedi', Cuffaro si dice pronto per presentarsi davanti al parlamento siciliano e per questo ha chiesto al presidente dell' Asssemblea regionale siciliana, Guido Lo Porto di convocare una seduta per comunicare le sue decisioni ai deputati.
L' accusa di corruzione coinvolge anche il parlamentare nazionale Saverio Romano (Udc), anche lui indagato per concorso in associazione mafiosa. Romano e Cuffaro avrebbero ricevuto, secondo gli inquirenti, una tangente da un imprenditore per 'oleare' la macchina burocratica regionale. Fatti che si riferiscono al periodo in cui Cuffaro era deputato regionale e Romano il suo collaboratore.
Per ora solo Rifondazione comunista e Udeur chiedono le dimissioni di Cuffaro. Il segretario regionale dei Democratici di Sinistra della Sicilia, Antonello Cracolici, dice: "Le prime indiscrezioni sugli interrogatori degli arrestati sembrano confermare un inquietante e strutturato intreccio fra la mafia e pezzi dell' attuale sistema politico-istituzionale".
Il Governatore intanto continua a ricevere attestati di stima e solidarieta'. Il ministro per gli Affari Regionali, Enrico La Loggia, ha espresso "solidarieta' personale e politica", cosi' ha fatto il presidente dei senatori dell' Udc, Francesco D' Onofrio. Il vice ministro dell' Economia Gianfranco Micciche' gli augura "che questa brutta vicenda finisca presto e che Toto' abbia il coraggio di affrontarla con serenita' e con la certezza che gli siamo tutti vicini. Sulla giustizia italiana - conclude - non faccio piu' commenti: ne ho assoluto rispetto come istituzione, ma ne temo fortemente l'utilizzo che se ne fa".
Per il sottosegretario all' Interno, Alfredo Mantovano, "bisogna sempre evitare di mettere in piedi processi paralleli quando c' e' soltanto un avviso di garanzia". "Piena e incondizionata solidarieta'" arriva anche dal senatore Melchiorre Cirami (Udc). E la segreteria dell' Udc "ancora una volta, desidera esprimere a Toto' Cuffaro e Saverio Romano la la solidarieta' affettuosa e convinta di tutto il partito, a partire dal segretario".29 giugno 2003 - MAFIA: INCHIESTA DOPO NUOVE INTERCETTAZIONI
"La Sicilia"
Nelle intercettazioni i patti politici segreti
Palermo. Politici, avvocati, imprenditori, medici e liberi professionisti in genere. Il boss-pentito Antonino Giuffrè ha riempito centinaia di pagine su "mafia e politica", "mafia e imprenditoria", "mafia e alta finanza". Rivelazioni raccolte tra il giugno ed il dicembre del 2002 che il procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, non esitò a definirle da "terremoto giudiziario".
Sino ad oggi, però, il "terremoto" annunciato non si è mai tramutato in realtà. Adesso, dopo gli arresti di due medici, un ex assessore comunale ed un burocrate, si parla di nuova "tempesta giudiziaria" a carico di una quarantina tra politici, imprenditori e liberi professionisti. Le intercettazioni ambientali e telefoniche dei carabinieri del Ros e le rivelazioni di collaboratori di giustizia potrebbero innescare un qualcosa di imprevedibile. Nelle quasi 320 pagine dell'ordinanza del gip Giacomo Montalbano vi sono parecchi "omissis", ovviamente, ma anche tante, tantissime trascrizioni di telefonate ed intercettazioni ambientali. Tra queste c'è il testo di una conversazione datata 11 maggio 2001 alla quale partecipano Gisella Greco, moglie del dottor Guttadauro, ed il figlio Filippo Marco, dalla quale "si desume agevolmente - scrive il gip - il coinvolgimento nella campagna elettorale del cognato del Guttadauro, Greco Vincenzo, che aveva presentato all'avvocato Priola il loro candidato, ossia il Miceli, e che per tale motivo diceva al Guttadauro - scherzando - di rischiare di essere arrestato". "A tale battuta - prosegue il gip - il cognato lo rassicurava perchè a suo avviso l'onorevole Cuffaro si era tutelato inserendo fra i candidati un maresciallo della Dia, sia facendo accordi di mutua assistenza con l'onorevole Orlando (Leoluca, ndr), con il quale si incontrava segretamente in un feudo di Prizzi (Palermo) e/o in alcune campagne delle Madonie".
Leone Zingales"La Sicilia"
Jannuzzi: "Quando parlai con un super boss a Giarre"
Come definire Lino Jannuzzi? Un giornalista rompiscatole che ha rischiato di finire al fresco per diffamazione, un senatore di Forza Italia indipendente e controcorrente? Di certo è un epicureo, antico "tombeur del femmes" che però lavora come un negro e ha attraversato mezzo secolo di storia italiana scrivendo sugli argomenti più scottanti e disparati, dal Piano Solo del generale De Lorenzo al caso Andreotti.
Perché la mafia ti ha contattato?
"Ero stato avvicinato tempo fa da alcuni personaggi i quali dicevano di avere apprezzato la mia campagna contro i pentiti e per il miglioramento della situazione carceraria, con riguardo al 41 bis. Sono stato uno dei cinque che ha votato contro il carcere duro. Mi hanno fatto un sacco di discorsi, mi hanno detto che i pentiti sono imbeccati dai giudici. Ho risposto di essere disposto a incontrare solo i loro capi".
Com'è andata dopo?
"Il mese scorso sono stato a Giarre per la presentazione di un mio libro. Ed è venuto un grosso personaggio di Cosa Nostra, di cui non ti posso fare il nome. Posso solo dirti che non era catanese. Lui mi ha prospettato la situazione da un punto di vista umanitario perché la condizione del 41 bis è disumana e mi ha detto che se volevo poteva farmi avere documentazioni e altro materiale".
Che tipo di risposta gli hai dato?
"Gli ho detto di mandarmi questo materiale al Senato e che lo avrei letto con attenzione".
Andando all'argomento di attualità, che opinione ti sei fatta del caso Palermo?
"Da quel che ho letto dell'ordinanza mi pare che tutto si basi sulle intercettazioni in casa di quel tale Guttadauro. Ma sono registrazioni che risalgono a più di due anni fa. Come mai allora non venne emesso l'avviso di reato? Evidentemente perché quelle registrazioni allora non furono ritenute sufficienti. Quindi i pm avranno chiesto approfondimenti, ma non mi risulta che dopo due anni di indagine, di intercettazioni e di pedinamenti siano stati trovati elementi nuovi. Ecco perché mi pare tutta una stronzata".
T. Z."Liberazione"
Cosa succede davvero in Sicilia?... Cosa succede davvero in Sicilia? Ritorna la stagione dei rapporti tra mafia e politica? Rinascono i teoremi della procura palermitana? Qualcuno pensa di distruggere in tribunale la forza politica e sociale della Casa delle libertà? La vicenda giudiziaria che ha colpito il presidente della regione, Totò Cuffaro, ripropone questi interrogativi e riporta all'attenzione nazionale il rapporto tra mafia politica e istituzioni.
Non era mai successo che un presidente fosse indagato per rapporti con le cosche. Neanche negli anni bui della politica siciliana, quando i governi non si eleggevano senza l'accordo con i boss e il consenso della borghesia mafiosa isolana o quando presidenti come Piersanti Mattarella venivano prima isolati nel loro stesso partito, la Democrazia cristiana, e poi uccisi da Cosa nostra.
L'indagine su Cuffaro è un fatto grave e straordinario, soprattutto per una procura che in questi mesi ha spiccato per moderatismo e prudenza verso classi dirigenti più che disinvolte nell'azione di trasparenza e legalità. Non si tratta di criminalizzare né di lanciare una campagna giustizialista contro Cuffaro, il quale ha diritto, come ogni altro cittadino, alla presunzione d'innocenza e al quale va riconosciuto, finora, di aver reagito correttamente, rispettando l'azione della magistratura. Merce rara di questi tempi! Forse è più utile, fuori dalle vicende giudiziarie, ragionare su cosa sta avvenendo in Sicilia, nella sfera della politica e del potere come nella società.
Folla al centro
Le ultime elezioni provinciali hanno lanciato più di un segnale di allarme. C'è un riemergere di voto centrista che non riguarda solo l'Udc di Cuffaro che, con il suo 20% di voti circa, sfiora l'aggancio a Forza Italia. Altre formazioni politiche fai da te hanno avuto un vero e proprio boom di voti, nonstante la discussa caratura morale dei loro leader: "Nuova Sicilia", dell'ex assessore regionale Bartolo Pellegrino, costretto alle dimissioni pochi mesi fa per i suoi rapporti con il boss mafioso di Monreale e "Patto per la Sicilia", nata due mesi fa per iniziativa del deputato nazionale e sindaco di Corleone, Nicolò Nicolosi, quello che nominò suo assessore -a Corleone! - l'avvocato di famiglia di Totò Riina. Due formazioni che, assieme, sfiorano il 10% dei voti, raccogliendo ovunque candidati chiacchierati, se non palesemente esposti verso interessi illegali. Ma questo riguarda anche Forza Italia. Avanzano le seconde e terze file di assessori, consiglieri comunali, burocrati regionali. Questo tessuto connettivo del vecchio sistema di potere, radicato in tutto il territorio siciliano e inabissatosi dopo le grandi inchieste degli anni '90, ha ritrovato ruolo e rappresentanza. La fine del processo Andreotti ne ha segnato la svolta.
Parliamo di una Regione che ha circa 20mila dipendenti, un precariato pubblico di oltre 50mila persone, enti e sub-enti regionali in tutti i settori della vita sociale, centinaia di Opere Pie con patrimoni e bilanci da milioni di euro e centinaia di posti di commissari o nei consigli di amministrazione. Una burocrazia da sempre collante tra la politica, le imprese e la mafia. E quando qualche funzionario onesto vi si è ribellato - è il caso di Basile e Bonsignore - l'omicidio è partito dall'interno degli stessi uffici.
Come collante una pioggia di soldi
In Sicilia si stanno ridefinendo gli assetti del potere. Il collante è quello di sempre: dai 20mila miliardi di vecchie lire di Agenda duemila ai 14mila miliardi previsti per il ponte sullo Stretto, alle diverse migliaia di miliardi in arrivo, in forme diverse - contratti d'area, patti territoriali, completamento autostrade dallo stato. Ai quali si aggiungono quelli, in parte già spesi o appaltati, per l'ormai "ordinaria" emergenza idrica e per l'emergenza rifiuti. Per ogni emergenza è previsto un commissario, ma in Sicilia, per tutte, è Cuffaro, commissario di se stesso su nomina del presidente Berlusconi.
In tutta l'Isola c'è un proliferare di società finanziarie, studi professionali di progettazione e pianificazione economica, agenzie interinali e, in parallelo, società miste per la gestione delle privatizzazioni - dall'acqua alla sanità - o per dare sfogo ad un precariato che continua ad espandersi e ad essere un poderoso bacino sociale e di consenso. Per ognuna di queste c'è un politico di riferimento.
Negli ultimi anni, con Cuffaro, è entrata prepotente sulla scena del potere anche la Compagnia delle opere e le sue ramificazioni economiche. A garanzia, rientra in Sicilia, come capo di gabinetto del presidente, Salvatore Taormina, grande burocrate ciellino, per anni consulente del governo Formigoni in Lombardia. Le società miste che gestiscono il precariato sono state consegnate da Italia Lavoro e dal suo amministratore Forlani, a uomini di Forza Italia e di Cuffaro, come il resuscitato ex presidente della regione Mario D'Acquisto, neo-presidente di Italia lavoro-Sicilia. E sulla gestione del precariato sono avviate diverse inchieste in tutta la Sicilia. Lo stesso Miceli, arrestato con l'accusa di essere uomo del boss Guttadauro, oltre ad assessore alla sanità di Palermo, fino a poco tempo fa, era anche presidente della società regionale Multiservizi, che gestisce più di mille lavoratori ex Gepi e precari, distribiuti tra ospedali e strutture sociali. Così, nei quartieri popolari di Palermo e Catania il voto, anche alle ultime elezioni è stato monocolore, con capipopolo e leader di precari ed lsu schierati e candidati tutti con il centro-destra. Inutile parlare della riorganizzazione del sistema bancario regionale e della sua mappa del potere, dopo la svendita della Sicilcassa e del Banco di Sicilia alla Banca di Roma e di gran parte delle piccole e medie banche siciliane incorporate in istituti settentrionali, dal Credito Emiliano alla Cariplo a Banca Nuova.
Il rapporto con le istituzioni
In questo contesto Cosa nostra si sta ricollocando e ricontrattando il suo rapporto con le isitituzioni, spesso assumendo una rappresentanza politica diretta. Siamo di fronte ad un blocco sociale e ad un blocco di potere dominante che trova nella nuova borghesia mafiosa e in settori larghi del sistema di imprese il punto di incontro. E' questo, oggi, il cuore del rapporto tra mafia e politica. Cuffaro, avrà il diritto-dovere di difendersi da ogni accusa e i magistrati hanno l'obbligo, sancito dalla Costituzione, di non fermare l'azione penale davanti al potere, liberando le Istituzioni da ogni ipoteca di ordine morale. Per questo sarebbe utile, come ha chiesto Rifondazione comunista, che Cuffaro si dimettesse.
Ma quanto sta avvenendo non è un problema giudiziario. E' il nocciolo duro della natura del potere e dei processi di modernizzazione capitalistica in atto in Sicilia e nel Mezzogiorno.
Francesco Forgione30 giugno 2003 - BORSELLINO TER E CAPACI, FORSE UNICO PROCESSO
ANSA:
Lo stralcio del Borsellino Ter e l' intero procedimento della strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla seconda corte d' assise d' appello di Catania, potrebbero essere riuniti in un unico processo. E' quanto stanno valutando i giudici che si sono riuniti in camera di consiglio e che renderanno nota la decisione il 9 luglio.
La proposta di riunificazione e' stata avanzata dal presidente della corte, Paolo Lucchesi. D' accordo con l' iniziativa si sono detti alcuni difensori degli imputati del Borsellino Ter, contrari altri legali della strage di Capaci e il Pg di quest' ultimo processo, Francesco Bua, e le parti civili, tra le quali gli avvocati del Consiglio dei ministri,dei ministeri dell' Interno e della Giustizia e del Comune e della Provincia di Palermo.
Secondo il Pg Bua "ci sarebbero dati oggettivi per la riunificazione dei procedimenti, ma anche soggettivi che ne sconsigliano la riunificazione".
I due processi sono stati trattati stamattina, con due diverse udienze, nell' aula bunker del carcere di massima sicurezza di Bicocca a Catania.L' ultimo rinvio risale al 18 gennaio 2003 quando la VI sezione della Cassazione annullo' parte della sentenza della Corte d' Assise d' appello di Caltanissetta trasferendo il fascicolo a Catania. I giudici della suprema corte cassarono, disponendo un nuovo processo, le assoluzioni dal reato di strage dei boss Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benedetto Santapaola. Nel nuovo processo sono imputati anche il boss Giuseppe 'Piddu' Madonia e Giuseppe Lucchese soltanto per associazione mafiosa, mentre devono rispondere dell' accusa di strage Stefano Gangi, Francesco Madonia e Giuseppe Montalto.
Nel maggio del 2002 la V sezione penale della Cassazione aveva gia' annullato con rinvio 13 condanne ai boss accusati di essere stati alcuni dei mandanti della strage di Capaci nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta. Davanti alla seconda Corte di Assise di Appello di Catania - alla quale e' stato rinviato il processo proveniente anche questo da Caltanissetta - sono imputati Pietro Aglieri, Salvatore Buscemi, Pippo Calo', Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre', Antonino Geraci, Greco, Francesco Madonia, Giuseppe Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Benedetto Spera e Giuseppe Madonia. Inoltre i giudici dovranno ricalcolare di nuovo la pena per il boss Mariano Agate.
I due verdetti della Cassazione hanno di fatto affermato che la sola appartenenza alla Cupola di Cosa Nostra non comporta automaticamente per tutti i boss, in mancanza di riscontri, l' adesione alle decisioni della Commissione per le quali non e' dimostrata la partecipazione diretta di ogni singolo capo mandamento. In questo modo e' stato sconfessato il "teorema Buscetta" in base al quale per i delitti eccellenti sono da considerarsi mandanti tutti i componenti della Cupola.30 giugno 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: DEPOSITATE INTERCETTAZIONI BOSS GUTTADAURO
ANSA:
Stralci delle intercettazioni effettuate nell' abitazione del medico Giuseppe Guttadauro, indicato come il boss di Brancaccio, sono stati depositati nel fascicolo del pm nel processo al sen. Marcello Dell' Utri (FI) accusato di concorso in associazione mafiosa.
Le trascrizioni riguardano dialoghi fra il capo mafia ed alcuni esponenti di Cosa Nostra che fanno riferimento a Dell' Utri. Si parla del politico come di una persona molto "vicina" ad uno dei boss che incontrava Guttadauro.
Una parte delle intercettazioni e' stata utilizzata nell' inchiesta che la scorsa settimana ha portato all' arresto dell' ex assessore comunale di Palermo Domenico Miceli, di due medici e di un imprenditore, questi ultimi tre accusati di associazione mafiosa. Nell' ambito della stessa inchiesta e' indagato per corruzione concorso in associazione mafiosa, il presidente della regione Salvatore Cuffaro.
L' udienza del processo a Marcello dell' Utri si aprira' nel pomeriggio con l' interrogatorio, in videoconferenza, del collaboratore di giustizia Ciro Vara."A Micciche' non ci si puo' parlare, mentre Dell' Utri...". E' quanto afferma in un' intercettazione ambientale che risale al maggio 2001 il boss Giuseppe Guttadauro, coinvolto nell' inchiesta "Ghiaccio" che la scorsa settimana ha portato all' arresto dell' ex assessore comunale Domenico Miceli, di due medici e un imprenditore.
Alcuni passaggi di queste intercettazioni sono state prodotte oggi dal pm Nico Gozzo nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa.
Secondo quanto ha riferito oggi in aula il Pm, Giuseppe Guttadauro sosteneva che Dell' Utri "aveva preso degli impegni con l' associazione mafiosa nel 1999. Dopo, sebbene eletto, non aveva mantenuto fede agli impegni presi durante la campagna elettorale delle consultazioni Europee".
Durante una conversazione il boss spiega ai suoi interlocutori il motivo per il quale intende portare avanti i rapporti con i politici: migliorare le condizioni dei carcerati. Uno scopo, ritenuto da Guttadauro, "un dovere morale".
In un' intercettazione del 21 maggio, il medico afferma che "c' e' la possibilita' di parlare con il senatore Dell' Utri e con altri politici" attraverso il boss Gioacchino Capizzi. Poi il padrino di Brancaccio rivolge il suo pensiero, oltre che ai politici, anche ai giornalisti "che considera - afferma il pm Gozzo - utile strumento allo scopo di migliorare le condizioni dei detenuti". In particolare Guttadauro chiedeva ad Aragona di ottenere una "visita" di