Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - luglio |
1 luglio 2002 - DELL'UTRI: CONSULENTE DIFESA, ESAME FLUSSI FININVEST DAL '78
ANSA:
Il professor Paolo Iovenitti, consulente della difesa del senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, rispondendo alle domande del pm Nico Gozzo, ha sostenuto che non gli e' stata messa a disposizione la documentazione relativa al periodo antecedente al 1978 con la quale avrebbe potuto ricostruire l' origine della 'provvista', cioe' le somme iniziali che hanno formato le holding della Fininvest. Il consulente ha ricordato, durante il controesame condotto dai magistrati, che "il perimetro" dell' incarico che gli era stato affidato dal senatore Dell' Utri "non comprendeva la ricostruzione dell' origine della provvista", ma riguardava l' esame dei flussi finanziari dal 1978 in poi. Iovenitti ha affermato che la consulenza del condirettore della Banca d' Italia, Francesco Giuffrida, presentata dall' accusa, partiva dal 1978, ma il pm ha precisato ai giudici che l' analisi del funzionario comprende anche operazioni del 1975. Durante l' udienza di oggi i pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo hanno inoltre depositato al tribunale una lettera firmata da Silvio Berlusconi, inviata alla fiduciaria 'Servizio Italia', in cui ha chiesto ed ottenuto la copia di tutta la documentazione riguardante la Fininvest a partire dal 1975 in poi. Il professor Iovenitti, rispondendo alle domande del pm, ha detto di non avere avuto una ulteriore estensione del mandato ed ha affermato che la sua ricostruzione e' parziale perche' non ha riguardato l' origine delle somme.
Gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, difensori del senatore Marcello Dell' Utri, rilevano in una nota che il prof. Paolo lovenitti ha ribadito in sede di controesame che il proprio lavoro di consulenza "ha ampiamente ricostruito dal punto di vista sia contabile che finanziario tutte le operazioni relative ai flussi finanziari alle holding, dimostrando documentalmente l' assoluta liceita' e trasparenza della provenienza dei fondi e la razionalita' economica delle operazioni stesse". Il consulente tecnico della difesa, prosegue la nota, "ha inoltre dimostrato come alcune operazioni avrebbero potuto essere ricostruite anche dal consulente dell' accusa, se semplicemente questi avesse utilizzato la documentazione in suo possesso". Per quanto riguarda il perimetro dell' indagine, che va dal 1978 al 1985, "Iovenitti ha chiarito che l' ambito della consulenza era stato determinato dalla stessa accusa che incarico' il dott. Giuffrida in altro procedimento ed e' stato altresi' confermato dal Collegio Giudicante, sulla scorta delle affermazioni rilasciate dai collaboratori di giustizia che hanno fatto riferimento esclusivamente a tale periodo". "Per le stesse ragioni - sostengono sempre i legali della difesa - il prof. Iovenitti ha dimostrato che la lettera del dott. Silvio Berlusconi risulta essere estranea all' oggetto delle indagini, in quanto fa riferimento a mandati fiduciari conferiti a Servizio Italia per la gestione del capitale sociale della Fininvest in un periodo anteriore alla costituzione delle holding". I legali di Dell' Utri osservano inoltre che Iovenitti, a seguito delle domande del pm, "ha escluso che i riferimenti di Giuffrida relativi ad alcune operazioni del periodo 1975 -77 potessero essere considerati tecnicamente delle vere e proprie ricostruzioni contabili, trattandosi invece di semplici spunti riferibili ad appunti informali non riscontrati documentalmente dall' accusa e rilevatisi gia' inattendibili in sede di esame". Al termine dell' udienza, infine, i difensori hanno depositato la copia autentica di un decreto di acquisizione atti presso la Fininvest, "dal quale si rileva che lo stesso non e' mai stato eseguito, nonostante le contrarie affermazioni rese nelle scorse udienze dal pubblico ministero e dal dott. Giuffrida, tendenti a dimostrare una presunta, ed in realta' inesistente, mancata collaborazione della Fininvest durante le indagini".I legali del sen. Marcello Dell' Utri, avv. Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, sostengono in una nota che il Collegio giudicante "non ha accolto l' estensione temporale della prova testimoniale richiesta dalla Procura in ordine ai flussi finanziari risalenti al periodo anteriore al 1978 (anno di costituzione delle holding)". "La difesa - e' la tesi dei legali - aveva obiettato piu' radicalmente l' assoluta irrilevanza dell' accertamento, reso superfluo dalla pronuncia di archiviazione (avvenuta nel 1999) del procedimento sugli stessi fatti". "Il Collegio - proseguono gli avvocati di Dell' Utri - ha ritenuto di superare tale eccezione con il singolare argomento secondo cui i chiarimenti richiesti non sarebbero 'in astratto considerabili superflui prima dell' audizione': argomento che suscita perplessita', ove si consideri che la rilevanza della prova deve essere valutata a priori e non secondo l' esito dell' audizione, e in concreto, con riferimento alle esigenze processuali (e non in astratto)". "Lascia ancor piu' perplessi - conclude la nota delle difesa - la circostanza che il Tribunale abbia esteso l' articolato senza neppure pretendere dai pubblici ministeri l' esatta specificazione dei fatti oggetto della prova". I sostituti procuratori Nico Gozzo e Antonio Ingroia non intendono commentare la nota dei difensori del senatore Marcello Dell' Utri perche' sostengono che "per questioni di stile le nostre valutazioni sul processo preferiamo farle in aula nel contradditorio delle parti e non mediante note diffuse agli organi di stampa". "Tuttavia - aggiungono i due pm che sostengono l' accusa nel processo al parlamentare - per correttezza d' informazione non si puo' non rilevare che il chiaro testo dell' ordinanza emessa oggi dal tribunale fa a pugni con la curiosa interpretazione dei difensori, essendo evidente che la nostra richiesta e' stata integralmente accolta dal collegio". I pm concludono affermando: "talune affermazioni contenute nella nota dei difensori, con valutazioni critiche di alcuni passaggi dell' ordinanza del tribunale, appaiono una evidente caduta di stile, forse determinata dalla delusione".
2 luglio 2002 - PROCESSO DELL'UTRI: BERLUSCONI SENTITO A PALAZZO CHIGI L' 11 LUGLIO
ANSA:
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sara' ascoltato come testimone nel processo al senatore Marcello Dell' Utri, Forza Italia, accusato di concorso in associazione mafiosa. L' audizione, fissata per l' 11 luglio alle ore 16 a Palazzo Chigi, e' stata decisa dal Tribunale di Palermo. Il presidente del consiglio viene sentito nella qualita' di indagato in un procedimento collegato e archiviato. La notifica del decreto di citazione e' stata resa nota in aula dal pm Antonio Ingroia in apertura dell' udienza del processo al senatore di FI che si svolge davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Leonardo Guarnotta. Il pm ha chiesto l' allargamento del capitolato di prova, per l quale era gia' stato ammesso Silvio Berlusconi come teste dai giudici all' inizio del dibattimento. Secondo l' accusa il presidente del Consiglio deve essere sentito anche in ordine alla ricostruzione dei flussi finanziari relativi a societa' della Fininvest, "in senso stretto e in senso lato - ha affermato il pm Ingroia - in epoca antecedente e successiva alla costituzione delle holding nel periodo compreso fra il 1975 e il 1985". Secondo la procura sarebbe necessario sentire Berlusconi anche su questi temi dopo quello che e' emerso dalle scorse udienze in cui sono stati sentiti il condirettore della Banca d' Italia, Francesco Giuffrida, e l' investigatore della Dia, Giuseppe Ciuro, che hanno presentato e illustrato relazioni tecniche sui flussi finanziari delle holding che formano il gruppo Berlusconi. "Solo Berlusconi - ha detto Ingroia - dispone di quella documentazione antecedente il 1978, inerente la Fininvest, che non e' stata messa a disposizione del professore Paolo Iovenitti (consulente della difesa ndr) e per questo motivo non ha potuto spiegare l' origine della provvista". Per questi fatti, sostiene il magistrato, "ci sarebbero motivi ulteriori rispetto a quando - ha affermato ancora il pm - avevamo chiesto nei mesi scorsi l' allargamento del capitolato di prova". Il difensore di Marcello Dell' Utri, l' avvocato Pietro Federico, richiamando le numerose eccezioni fatte in passato, si e' opposto alla richiesta dell' estensione fatta dall' accusa e ha chiesto che il Presidente del consiglio venga sentito solo sul capitolato di prova stabilito all' inizio del dibattimento: "Si va verso un soggetto - ha detto l' avvocato Federico - diverso dall' imputato. Le indagini nei confronti di un terzo sono irrilevanti, questo era il senso della lettera inviata al tribunale da Marcello Dell' Utri". Si tratta della missiva inviata al collegio prima che iniziasse la deposizione di Francesco Giuffrida, nella quale Dell' Utri precisava che i fatti facevano riferimento ad un "imputato di pietra".I giudici del tribunale di Palermo hanno accolto la richiesta dei Pm di allargare il capitolato di prova e sentiranno il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l' 11 luglio prossimo a Palazzo Chigi anche sui flussi finanziari che hanno formato dal 1975 in poi le societa' della Fininvest. Il presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta, ha inoltre disposto che l' udienza potra' essere seguita dai giornalisti.
Chiamato come testimone nel processo Dell'Utri, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si avvarra', durante l'interrogatorio, a differenza dei testi, di un difensore di fiducia: Berlusconi, infatti, viene ascoltato tecnicamente come indagato di reato collegato e archiviato. Il riferimento e' all'indagine nei suoi confronti per concorso in associazione mafiosa conclusa con un'archiviazione, nel febbraio del 1997, dal gip di Palermo Giacchino Scaduto. L' inchiesta venne avviata sulla base di una serie di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che accusarono il presidente del Consiglio di avere stretto rapporti con esponenti mafiosi sin dalla meta' degli anni '70. Alcuni di essi sostennero che in quel periodo esponenti di Cosa Nostra consegnarono decine di miliardi all'allora imprenditore Berlusconi, da lui investiti nell'emittenza televisiva. Accuse definite sempre 'fantasie' dall' on. Berlusconi. L'inchiesta giudiziaria non riusci' a fare luce sulla vicenda. Nel decreto di archiviazione il gip scrisse che la Procura non aveva potuto approfondire la valutazione degli "elementi indiziari contenuti nell' enorme mole di materiale raccolto" per la scadenza dei termini delle indagini (alcune dichiarazioni di pentiti vennero raccolte proprio a ridosso del termine ultimo fissato dalla legge). Al gip l' inchiesta apparve, dunque, incompleta e incompiuta e meritevole di ulteriori approfondimenti che pero' non poterono essere piu' chiesti all' ufficio del pubblico ministero: una sentenza della Corte Costituzionale concede al gip questa facolta' solo in caso di "inerzia" del pm, che, invece, in quest' indagine, ha sostenuto Scaduto, ha profuso il massimo impegno. I faldoni dell'inchiesta su Silvio Berlusconi vennero trasmessi al gip dalla Procura nel novembre del 1996; "pur essendo emersi elementi di reita' - scrisse la Procura nella richiesta di archiviazione - questi non sono sufficienti a sostenere un dibattimento'.
I giudici hanno ammesso la testimonianza del presidente del Consiglio "tenuto conto del ruolo non secondario - si legge nell'ordinanza del Tribunale - assunto dallo stesso presidente Berlusconi in relazione ai fatti oggetto di accertamento, idoneo a fornire ulteriori chiarimenti nell' intera vicenda". Secondo i giudici, inoltre, la deposizione del presidente del Consiglio sui conti della Fininvest nell' arco temporale che va dal 1975 al 1985, e' "idonea a fornire ulteriori chiarimenti nell' intera vicenda - prosegue l' ordinanza - in astratto non considerabili superflui prima della sua audizione, anche tenuto conto della complessita' e vastita' del tema di prova". "Deve rivelarsi che la stessa estensione del capitolato - scrivono i giudici - deve essere consentita, avuto riguardo alla gia' ritenuta rilevanza dell' argomento di prova ai fini della decisione". I giudici, ai fini di salvaguardare la sicurezza del Presidente del Consiglio, hanno disposto che l' udienza si svolga a porte chiuse (ex art 472 comma terzo del codice di procedura penale) ed hanno consentito la sola presenza dei giornalisti e quella degli operatori televisivi gia' autorizzati dal tribunale ad eseguire le riprese del processo. I difensori di Marcello Dell' Utri non condividono la decisione del tribunale, che comunque considerano 'equilibrata', e sostengono che i giudici possono aver accolto la richiesta dei pm 'per non lasciare spazi vuoti nel processo', la cui "chiarezza dei flussi finanziari e' stata spiegata in aula dal consulente della difesa".
3 luglio 2002 - CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO MAGISTRATO TORINO
"La Gazzetta di Parma"
"Quelle sentenze pilotate"
Torino, chiesto il rinvio a giudizio di un magistrato
TORINO - Scandalo negli ambienti della giustizia torinese: un miliardo per ottenere una sentenza favorevole.
La Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio di un magistrato, Giorgio Della Lucia, all'epoca dei fatti giudice istruttore a Milano, e di tre altre persone, fra le quali il finanziere Filippo Alberto Rapisarda.
L'udienza preliminare comincerà il primo ottobre. Il procedimento si innesta sul crac della "Bresciano sas", una società immobiliare di Mondovì (Cuneo), e riguarda la decisione, presa da Della Lucia, di prosciogliere Rapisarda, titolare della società, dall'accusa di bancarotta fraudolenta.
In seguito, per questo reato, vennero incriminati, proprio da Della Lucia, gli amministratori della Cassa di Risparmio di Asti, che successivamente furono assolti nel 1994.
Secondo l'accusa, per emettere quella sentenza il giudice Della Lucia prese un miliardo di lire, prelevate dalle casse della società di Rapisarda nel 1988. L'indagine su questo episodio sfociò in un processo a Brescia (competente per i magistrati milanesi), ma in seguito, per una questione di procedura, gli atti furono trasmessi a Torino. Gli inquirenti subalpini decisero di svolgere nuovi accertamenti. Tra questi, una trasferta a Palermo per acquisire degli atti e un'audizione - nella veste di testimone - di Marcello Dell'Utri, che era stato amministratore della Bresciano e che nel corso di un processo a Palermo disse di essere a conoscenza della vicenda. Adesso tra le ipotesi di reato contestate vi è la corruzione in atti giudiziari.
Oltre a Della Lucia e a Rapisarda l'udienza preliminare riguarderà la moglie del finanziere, Paola Mora, e il perito Paolo Brecciaroli. Proprio in relazione all'inchiesta sulla Bresciano, Della Lucia subì nel '98 una sospensione da parte del Consiglio superiore della magistratura.9 luglio 2002 - MAFIA: SI ALLARGA PROTESTA DEI BOSS CONTRO 41 BIS
ANSA:
Per ora rifiutano il cibo distribuito in cella e battono i pentolini contro le sbarre. Ma nei prossimi giorni potrebbero scegliere anche altre forme di protesta i 300 boss della criminalita' organizzata sottoposti al regime del carcere duro che in quattro penitenziari contestano proprio le regole previste dal 41 bis. E la contestazione si allarga: proprio oggi hanno aderito anche alcuni detenuti rinchiusi a Rebibbia e nei penitenziari di Parma e Tolmezzo. Nei prossimi giorni potrebbe iniziare anche Terni e Secondigliano. La protesta, che coincide con l'avvio dell'esame da parte del Parlamento dei progetti di riforma in materia, e' partita dal supercarcere di San Marino del Tronto, vicino ad Ascoli Piceno, e si e' poi estesa a Cuneo, Novara e L'Aquila. Nel penitenziario marchigiano, dove e' rinchiuso anche Toto' Riina, l' iniziativa era stata comunicata il 3 luglio scorso all'avvocato Roberta Alessandrini, che tutela alcuni dei 'super reclusi', con una lettera firmata a nome dei circa 60 interessati da Giovanni Avarello, 11 ergastoli sulle spalle, coinvolto tra l' altro nell' omicidio del giudice Rosario Livatino. Domani, il legale incontrera' i detenuti. Al 'Cerialdo' di Cuneo aderisce una parte degli 83 detenuti sottoposti al 41 bis. Anche in questo caso la protesta consiste nel rifiuto del cibo fornito dal penitenziario. I detenuti lamentano soprattutto il fatto di poter avere colloqui solo due volte al mese con i familiari. La protesta non ha portato finora a particolari tensioni all' interno del carcere, che e' attrezzato per ospitare una novantina di detenuti sottoposti al 41 bis. A Novara, invece, oltre a rifiutare il cibo, i detenuti battono i pentolini contro le sbarre. La sezione speciale ospita circa una cinquantina di persone. Nel carcere dell'Aquila sono 40 i detenuti sottoposti al regime della 41-bis che rifiutano, da circa una settimana, il vitto offerto dall'amministrazione penitenziaria. Molti dei detenuti hanno coinvolto nella protesta le rispettive famiglie, che li riforniscono di ogni genere alimentare e, a volte, di pasti completi; altri hanno provveduto ad organizzarsi per cucinare in proprio, chiedendo solo di essere approvvigionati da famiglie e amici. Il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Roberto Centaro, invita a non enfatizzare: "Non e' un vero sciopero della fame - ha detto - perche' i detenuti rifiutano il cibo che viene fornito loro dall'amministrazione, ma comunque possono acquistarlo e soprattutto cucinarlo nelle proprie celle. E poi proteste del genere ci sono state anche in passato, e si sono sempre verificate in concomitanza con la proroga del 41 bis o con ipotesi di amnistia o di indulto. Ma simili proteste sino ad ora non salite agli onori delle cronache". Secondo il suo predecessore, Giuseppe Lumia, la protesta "e' la dimostrazione che il 41 bis non funziona bene" anche se "i capi mafia in carcere lo temano". Secondo Lumia, i capi di Cosa Nostra sottoposti a 41 bis "vogliono tornare alle carceri grandi hotel, quelle che denuncio' Falcone". L'ex presidente della commissione antimafia ritiene che questo sia il momento di "dare un segnale forte" perseguendo due strade: la stabilizzazione del 41 bis nell'ordinamento penitenziario, "senza lasciare alcuno spiraglio aperto a ipotesi di trattative" prospettate dalla lettera di qualche mese fa del boss Pietro Aglieri; rendere il 41 bis "piu' efficace e piu' severo" in modo da impedire contatti con l'esterno". Ma di carceri non si parla solo per la protesta contro il 41 bis: Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, chiede "l'intervento urgente" del ministro della Giustizia per "decongestionare" la situazione nei penitenziari italiani. E chiede anche di dotare gli agenti di polizia penitenziaria di bombolette spray antiaggressione, cosi' un provvedimento di legge che consenta di di trasferire nelle carceri dei loro Paesi d'origine i detenuti extracomunitari condannati con sentenza passata in giudicato.9 luglio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: SALTA DEPOSIZIONE BERLUSCONI
"La Stampa"
IL PREMIER: L´11 HO IMPEGNI ISTITUZIONALI Processo a Dell´Utri, slitta la deposizione di Berlusconi
corrispondente da PALERMO
Deposizione rinviata per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel processo al senatore Marcello Dell'Utri. Il capo del governo a causa di un "improrogabile impegno istituzionale" ha fatto sapere al tribunale di Palermo, tramite il capo della sua segreteria tecnica, che l'11 luglio (giorno che lui stesso aveva scelto per deporre), non ci sarà. L'attività istituzionale terrà Berlusconi lontano dalle domande dei magistrati di Palermo che lo hanno citato come imputato di reato collegato archiviato. I pm Ingroia e Gozzo vogliono chiarimenti sui suoi contatti con il parlamentare "azzurro" (oggi accusato di concorso in associazione mafiosa) e con Vittorio Mangano (deceduto tre anni fa), indicato come il capomafia di Porta Nuova e per alcuni anni impiegato come fattore nella villa di Arcore. Berlusconi dunque non si siederà davanti al tribunale di Palermo e la sua deposizione slitterà in autunno, con la ripresa dell'attività giudiziaria. I giudici del tribunale ed i pm avevano chiesto agli avvocati di Dell'Utri di indicare il giorno in cui citare il presidente del Consiglio. Con lui si chiudono i testi dell'accusa, la lista dei pm è già stata esaurita. Il capo dell'esecutivo aveva fatto sapere che l'11 luglio era la data migliore, quella in cui si sarebbe messo a disposizione della giustizia. L'appuntamento era stato fissato dal tribunale per il pomeriggio di giovedì a Palazzo Chigi, dopo che il collegio presieduto da Leonardo Guarnotta aveva allargato le domande che i pm avrebbero potuto porre, anche sui flussi finanziari che hanno formato le holding della Fininvest. Berlusconi si potrà avvalere, per l'interrogatorio, a differenza dei testi, di un difensore di fiducia perché viene ascoltato tecnicamente come indagato di reato collegato e archiviato. Il riferimento è all'indagine nei suoi confronti per associazione mafiosa conclusa con un'archiviazione, nel febbraio del 1997, dal gip di Palermo Gioacchino Scaduto. L'inchiesta venne avviata sulla base di una serie di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che accusarono il presidente del Consiglio di avere stretto rapporti con esponenti mafiosi sin dalla metà degli Anni 70. Nel decreto di archiviazione il gip scrisse che la Procura non aveva potuto approfondire la valutazione degli "elementi indiziari contenuti nell'enorme mole di materiale raccolto" per la scadenza dei termini. Lirio Abbate10 luglio 2002 - FALLITA LA SIGMA DI LIBERO GRASSI
"La Repubblica" edizione di Palermo
L'amarezza di Pina Grassi per la fine dell'azienda creata dal marito assassinato dal racket
Fallita la vecchia Sigma "È la morte di un simbolo"
LUIGI LUZZIO
La notizia salta fuori poco dopo le 10, sorprendendo tutti. Pina Maisano, vedova di Libero Grassi, e sua figlia Alice ieri mattina erano nello studio dell'avvocato Pietro Di Miceli quando una telefonata li ha avvisati che la sezione fallimentare del tribunale di Palermo aveva decretato la fine della vecchia Sigma, l'azienda specializzata nella produzione di pigiami e vestaglie che Grassi aveva fondato e difeso dalla mano della mafia fino a pagare con la vita la sua ribellione al racket. Un fallimento che suona come una sconfitta morale "perché l'azienda era un simbolo per tutti quelli che vogliono lottare contro la criminalità e con questa decisione è come se mio marito sia stato ucciso una seconda volta", dice Pina Maisano che non nasconde di essere frustrata dal rallentamento dei lavori del parlamento regionale che hanno impedito lo stanziamento dei fondi necessari per pagare i debiti ed evitare così il fallimento dell'azienda, ma anche perché "sicuramente questa città non farà sentire la sua voce su questa vicenda. Si lascerà scivolare addosso tutto perché è meglio non parlare, non ribellarsi e continuare a pagare".
I guai finanziari per l'azienda sono iniziati subito dopo quel 29 agosto del '91 quando Salvuccio Madonia sparò due colpi alla nuca di Libero Grassi uccidendolo in via Alfieri, a pochi metri da casa. Da quel momento i debiti si accumularono fino a raggiungere 1.250 mila euro, soldi che la Regione si era impegnata a stanziare e che mai sono stati sborsati. Nel '92 la Gepi si fece avanti per aiutare l'azienda, ma si trattò di una breve parentesi di sole. Nel '96 fu la volta del gruppo tessile palermitano "Miraglia" che propose di rilevare fabbrica e dipendenti, ma l'offerta finì in fumo. Ultima spiaggia: l'intervento della Regione che a maggio scorso sembrò concretizzarsi con la presentazione di un disegno di legge per il finanziamento. Poi ancora ritardi politici che sembrano annullarsi quando, nei giorni scorsi, la commissione Bilancio mette in calendario un incontro con i legali della Sigma per discutere come attivare le procedure per stanziare la somma. A fermare il treno, però, è arrivata la sentenza.
Con la legge per le vittime del racket e dell'usura gli eredi Grassi hanno ricevuto un paio di miliardi con cui Davide Grassi ha riaperto una fabbrica, la "Nuova Sigma". Che funziona.10 luglio 2002 - MARIA FALCONE, 'LA LOTTA ALLA MAFIA NON E' FINITA'
ANSA:
"La lotta alla mafia non e' finita": parola di Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dieci anni fa, come il collega Paolo Borsellino. Lo ha detto oggi nell' Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Torino, edificio dedicato a un altro magistrato assassinato dalla criminalita' organizzata, il torinese Bruno Caccia. Quasi univoco il senso dei numerosi interventi: la lotta alla mafia sta conoscendo una fase di stallo, c' e' una tendenza generalizzata di abbassare la guardia. "Dopo dieci anni - ha detto Antonino Ingroia, pubblico ministero a Palermo - non tutte le verita' sono state scoperte. Ci sono stati tradimenti e dispersioni, viviamo in un clima ostile, con i mafiosi che si lamentano delle condizioni di detenzione. Dobbiamo vigilare". In un clima commosso, nel ricordo delle tragiche morti di Falcone e Borsellino, erano presenti in molti. "Queste iniziative sono utili, perche' - come ha detto don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele - quando si perde la memoria viene meno l' impegno". "Torino - ha spiegato Maria Falcone, sorella di Giovanni - ha dimostrato di aver capito che la lotta alla mafia non e' ancora finita". Maurizio Laudi, presidente piemontese dell' Anm, ha ricordato Falcone e Borsellino come gli artefici della "stagione del miracolo" non solo per Palermo, ma per l' Italia intera, l' ex procuratore palermitano Giancarlo Caselli "un esempio di lotta senza risparmio contro la mafia e le ambiguita";eppure, per il procuratore capo di Torino Marcello Maddalena, i due "sono morti invano", perche' "il loro sacrificio e' stato sommerso da una retorica contraddetta dai fatti". Alla cerimonia hanno preso parte anche il sindaco Sergio Chiamparino e il presidente dell' Ordine degli avvocati Antonio Rossomando. Ampio spazio e' stato dedicato ai ricordi personali. In molti, fra i relatori, hanno spiegato che i due magistrati avevano trascorso i loro ultimi giorni rendendosi conto che presto sarebbe successo qualcosa di grave. Una sorta di premonizione di cui ha parlato Liana Ferraro, assessore comunale a Roma e gia' collaboratrice di Falcone al dipartimento affari penali del ministeri di grazia e giustizia: "Il 22 maggio del '92 Giovanni mi saluto' con queste parole: ricordati che per me non c' e' scampo. Non me la perdoneranno mai". Laudi, dal canto, ha rivelato che Borsellino, al funerale del collega, gli aveva detto: "La prossima volta a Palermo ci verrete per me". Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati ricordati in un incontro promosso dall' Amministrazione comunale nell'ambito dell' inaugurazione ufficiale delle vie intitolate ai due magistrati. A prendere il nome di Giovanni Falcone e' stato il tratto di via Principi d' Acaja compreso tra via Cavalli e corso Vittorio Emanuele II, mentre il ricordo di Paolo Borsellino e' stato perpetuato nel tratto di via Boggio compreso tra via F.lli Bandiera e corso Vittorio Emanuele II. Don Ciotti ha voluto sottolineare che "a Corleone, nei 173 ettari di terra confiscati a Riina, Provenzano e Riggio e seminati in base alla legge sull' uso sociale dei beni mafiosi, e' stata fatta la mietitura. Le prime spighe - ha concluso - le porteremo sulle tombe dei nostri due amici".11 luglio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: NIENTE AUDIZIONE PER BERLUSCONI
"La Stampa"
NON SARA´ TESTIMONE PER "IMPROROGABILI IMPEGNI ISTITUZIONALI" Imi-Sir, niente audizione per Silvio Berlusconi
MILANO
Niente trasferta romana per i giudici della Quarta sezione penale del Tribunale di Milano. L´audizione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in qualità di testimone nel processo Imi-Sir/Lodo Mondadori non si farà, né il 15 luglio, come era previsto, né mai. Motivo: "improrogabili impegni istituzionali", esattamente come nel caso dell´interrogatorio previsto per oggi per il processo a carico di Marcello Dell´Utri. La notizia è stata data ieri in apertura d´udienza dal presidente Paolo Carfì, che ha comunicato di aver ricevuto una lettera dai difensori di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, che hanno comunicato al Tribunale l´indisponibilità del premier all´interrogatorio, per impegni "sopravvenuti". Non solo: "Per non far ritardare il corso del procedimento, a causa dei suoi molti impegni di natura istituzionale", Silvio Berlusconi ha deciso di comunicare ai giudici la sua intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. Un diritto che gli spetta, in quanto imputato in procedimento connesso (Sme-Ariosto). Berlusconi era stato citato come testimone dalla difesa del giudice Metta. La data del 15 luglio era stata scelta da lui stesso, su sollecitazione del Tribunale, che aveva anche accettato di sentire il premier "a domicilio", vale a dire a Palazzo Chigi, sempre a causa dei suoi impegni istituzionali. Il premier, dunque, che era uscito da imputato dalla vicenda Imi-Sir/Lodo, ne esce anche da testimone. Ma in vista ci sono altre deposizioni eccellenti. Dal 20 luglio, infatti, esaurito l´esame dei testimoni, cominceranno gli interrogatori degli imputati. E sia Cesare Previti che Renato Squillante, a detta dei loro legali, intendono presentarsi davanti ai giudici milanesi. Ieri ha deposto il professor Claudio Bianchi, docente di Ragioneria alla Sapienza di Roma e consulente di Previti, che ha illustrato ai giudici le entrate e le uscite registrate nel '94 sul conto Mercier del parlamentare di Forza Italia. "Da quello che ho trovato - ha detto il consulente fuori dall'aula - i soldi non sono andati a magistrati"
sil. rub.11 luglio 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: IMPEDIMENTO DIFENSORE, UDIENZA RINVIATA
ANSA:
La corte d'appello di Palermo presieduta da Salvatore Scaduti ha rinviato al 3 ottobre l'udienza del processo Andreotti, che oggi non si e' potuta svolgere per un impedimento del difensore del senatore, l'avvocato Gioacchino Sbacchi. Dopo la richiesta di condanna a dieci anni per Andreotti, formulata dai pm Daniela Giglio e Anna Maria Leone, oggi l'avvocato Sbacchi avrebbe dovuto concludere l'ultima parte della sua arringa.12 luglio 2002 - NEL 1994 BAGARELLA FILMATO MA NON RICONOSCIUTO
"La Gazzetta del Sud"
Rivelazione in aula: nel 1994 Bagarella fu filmato ma non riconosciuto da un Cc
CATANIA - Leoluca Bagarella poteva essere già arrestato nel 1994, quando ancora latitante si recò in compagnia di due persone in una villetta di Finale di Pollina, nel Palermitano, in uso alla famiglia Musotto. Il boss fu filmato dai carabinieri che sorvegliavano l'abitazione ma non fu riconosciuto dal militare in servizio. La vicenda è stata ricostruita, ieri, davanti al Tribunale di Catania, dall'avvocato Ugo Colonna mentre deponeva come indagato di reato connesso nel processo a magistrati e presunti mafiosi messinesi sulla "gestione" del "pentito" Luigi Sparacio. A segnalare la casa agli investigatori, ha rivelato il penalista, era stato un suo assistito: il collaboratore di giustizia messinese Salvatore Giorgianni, che affermò di avervi "trascorso un periodo della latitanza" tra il 1989 e il 1990. La segnalazione fu inoltrata al sostituto procuratore di Palermo, Alfonso Sabella, che chiese ed ottenne di effettuare intercettazioni ambientali nella villetta, dove furono nascoste delle "cimici" ed avviate delle riprese filmate. "Un giorno - ha affermato l'avv. Ugo Colonna - nella villetta arrivarono Leloluca Bagarella e due persone. Il carabiniere di turno non lo riconobbe. L'identificazione fu fatta da altri militari mentre visionavano la ripresa, tra lo sconcerto e la sorpresa". Uno dei carabinieri avrebbe esclamato "ma quello è Bagarella" mentre l'investigatore che aveva compiuto la ripresa si discolpava replicando di "non averlo riconosciuto". "Mi spiace - ha spiegato poi Colonna - per quell'episodio che ho dovuto ricostruire, ma tengo a sottolineare la stima per i carabinieri che svolgono un eccellente lavoro".12 luglio 2002 - COSSIGA A FAMIGLIA LIVATINO SU 'GIUDICI RAGAZZINI'
"Il Tempo"
"Giudici ragazzini: non era riferito al vostro figliolo che ammiro" Lettera di Francesco Cossiga ai genitori del pm Livatino
DODICI anni fa aveva definito "giudici ragazzini" i magistrati di prima nomina, trasferiti dal Csm in posti "caldi" come la Sicilia. Oggi, l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, scrive una lettera aperta ai genitori di Rosario Livatino, il pm appena trentenne ucciso dalla mafia il 21 settembre del '90 nell'agrigentino. L'anziana madre del giudice, sorpresa, non commenta la missiva: "Quale sarebbe la novità, visto che ci aveva già scritto subito dopo l'omicidio di Rosario".
"Cari signori Vincenzo e Rosalia Livatino, e, permettetemi di chiamarvi così, Cari Amici, - scrive l'ex Capo dello Stato nella sua lettera aperta apparsa ieri sul "Giornale di Sicilia" - Non ho mai risposto prima all'ingiusta accusa di avere formulato nei confronti della nobilissima figura del vostro amato figliolo Rosario, giudice coraggioso e - continua Cossiga - integerrimo, esemplare servitore dello Stato, martire civile e, io credo, santo nel senso cristiano del termine: per la sua fede e per lo spirito con il quale ha affrontato la morte, il giudizio in senso dispregiativo di "giudice ragazzino", accusa che mi è stata mossa più volte e che ha dato perfino occasione di titolare in questo modo un film, che io ritengo del tutto inadeguato alla sua vita e al suo sacrificio. Non ho mai reagito".
"Lo faccio ora - spiega Cossiga nella lettera aperta - perché questa accusa mi è stata nuovamente rivolta. Io ho usato evvero!, questo termine: "giudici ragazzini"; ma mai l'ho fatto rivolgendomi a vostro figlio; bensì in senso affettuoso e comprensivo nei confronti di giovanissimi giudici che l'insipienza del Csm mandò allo sbando destinandoli a prestare servizio, quasi appena terminato l'uditorato, nel nuovo tribunale di Gela".
"È solo il giudizio della mia coscienza e il vostro che mi interessa - dice ancora Cossiga - Le ingiuste accuse, anche di recente rivoltemi da alcuni magistrati e da parte di volgari pennaioli, non mi riguardano. In coscienza io mi sento tranquillo".
"E - conclude il presidente emerito - lo sarei ancora di più se, come spero, pur nel silenzi, voi mi giudicaste nella vostra coscienza quale ammiratore del vostro figliolo e vostro fedele e riconoscente amico".12 luglio 2002 - 10 ANNI UCCISIONE BORSELLINO: IL FIGLIO E LA SORELLA
ANSA:
Io e i miei familiari non abbiamo alcuna intenzione di rilasciare interviste. Anche in considerazione delle condizioni di salute di mia madre, chiediamo di essere 'risparmiati' dalle continue sollecitazioni dei mass-media legate al decimo anniversario della morte di nostro padre'. Dopo dieci anni di silenzio Manfredi Borsellino, 30 anni, commissario capo della Polizia, figlio di Paolo, il magistrato assassinato dalla mafia in via D'Amelio, scrive all'Ansa chiedendo, sostanzialmente, di essere lasciato in pace dai giornalisti. E all'agenzia affida un ricordo del padre, 'uomo buono, umile e di eccezionale umanita". 'L' unico contributo che posso fornire - scrive Manfredi - e' quello di ricordare mio padre per la sua grande bonta' d' animo ed eccezionale umanita'. Malgrado fosse un uomo innamorato del proprio lavoro ci e' stato sempre vicino, non negandoci mai nemmeno un istante del suo tempo. Il patrimonio morale che ci ha lasciato si puo' sintetizzare con una sola parola: l' umilta". 'Si considerava ironicamente un 'bluff' - continua la lettera - sostenendo che i meriti acquisiti sul campo non erano i suoi; io non ho mai assistito ad una sua auto esaltazione, eravamo semmai noi a ricordargli le sue qualita'. Mio padre non frequentava alcun tipo di 'salotto' non legando con 'uomini di potere' e sfuggendo a qualsiasi ambizione professionale. Mio padre era un 'buono': spesso aiutava amici, parenti ed anche collaboratori di giustizia senza che questi sapessero che era stato lui ad interessarsi dei loro problemi'. 'Nel testimoniare la sua bonta' d' animo - conclude Manfredi Borsellino - mi basta citare il fatto che egli seguiva i sette figli della sorella piu' grande come fossero i suoi'. Tra sette giorni ricorre l' anniversario della strage in cui morirono, dilaniati da un' autobomba, il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina."Iniziative nate per scandire i minuti della vita, in contrapposizione all'immobilita' della morte". Con queste parole Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso dalla mafia, ha presentato il programma che celebra il decennale della morte del fratello Paolo, assassinato con cinque agenti di scorta dieci anni fa in via D'Amelio. La presentazione e' avvenuta questo pomeriggio a Palermo, presso la sede dell' associazione Libera. "Si tratta di un programma - dicono i responsabili dell' associazione - assolutamente in linea con quelli che sono i canoni di Libera: senza patrocini, ne' passerelle, ma con momenti di spettacolo, sport e cultura perche' la mafia si puo' combattere anche cosi"'. Molte delle iniziative si svolgeranno proprio in via D'Amelio, luogo della strage, "per far in modo che da quell' asfalto, teatro di morte possa risorgere la vita". Qui, il 19 luglio verranno allestite delle mostre e proposti spettacoli di danza e musica etnica. In serata, poi, si svolgera', presso il Fly Tennis, un torneo di calcetto, al quale parteciperanno diverse rappresentative di societa' civile. Momento importante delle iniziative di commemorazione sara' la presentazione del libro curato da Alex Corlazzoli: "I ragazzi di Paolo - Parole di resistenza civile", alla quale parteciperanno, tra gli altri, anche Giancarlo Caselli e Luca Zingaretti, "una persona prima che un personaggio, che mi ricorda molto Paolo" ha detto di lui Rita Borsellino. Iniziative analoghe si svolgeranno anche in altre parti di Italia. A Milano sara' celebrata una messa e verra' giocata una partita di calcio; a Marsala sara' presentato un libro di foto e, infine, a Cecina ci sara' la chiusura della carovana antimafia, partita lo scorso febbraio dalla Sicilia.
12 luglio 2002 - BAGARELLA IN AULA, PROMESSE NON SONO STATE MANTENUTE
ANSA:
Il boss Leoluca Bagarella ha letto in aula questo pomeriggio un "proclama" a nome di tutti i detenuti del carcere dell' Aquila sottoposti al regime del 41 bis. Il capomafia ha sostenuto che i detenuti sarebbero stati 'presi in giro', e che "le promesse non sono state mantenute". Bagarella e' intervenuto in video collegamento durante l' udienza ad un processo che si e' svolto davanti ai giudici della corte d'assise di Trapani, dove e' imputato per omicidi commessi nel trapanese fra il 1989 ed il 1992. Il pm Roberto Piscitello, della Dda di Palermo, presente in aula a Trapani, ha avvertito immediatamente il procuratore Pietro Grasso. Il boss ha chiesto ed ottenuto di fare spontanee dichiarazioni ed ha quindi iniziato a leggere una lettera citando diverse sentenze della corte costituzionale sull'applicabilita' del regime di proroga del carcere duro. Il pm della dda Roberto Piscitello ha cercato piu' volte di interrompere Bagarella, il quale ha proseguito senza esitazione. Solo dopo pochi minuti, quando sull'aula e' calato il silenzio piu' assoluto per le frasi pronunciate dal capomafia, la corte gli ha tolto la parola. Bagarella ha inoltre affermato di avere iniziato insieme agli altri detenuti la protesta il primo di luglio, riducendosi le ore d' aria e sbattendo contro le sbarre oggetti. "Una protesta - ha affermato Bagarella - che proseguiremo fino a quando non otterremo precisi segnali". Leoluca Bagarella ha inoltre detto: "Siamo stanchi di essere strumentalizzati dalle forze politiche". La lettera che ha letto "a nome di tutti i detenuti sottoposti al 41 bis", il boss l'ha definita una "petizione" e alla fine il pm della Dda di Palermo Roberto Piscitello ha chiesto alla corte la trasmissione degli atti al suo ufficio. Il capomafia ha inoltre precisato che la loro e' "una protesta civile e pacifica". A conclusione della lettura della "petizione" Bagarella ha aggiunto: "I giornali hanno scritto su Toto' Riina..." ma alla voce del boss si e' sovrapposta quella del pm che ha chiesto ed ottenuto ai giudici di interrompere le dichiarazioni dell' imputato.12 luglio 2002 - ORLANDO A QUOTIDIANO TEDESCO, RISCHIO RITORNO STRAGI
ANSA:
Con un articolo che sara' pubblicato domani dal quotidiano tedesco "Tagesspiegel", l' ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando traccia una sintesi del percorso compiuto in Sicilia negli ultimi dieci anni e analizza l' attuale situazione politica italiana. Per Orlando vi e' stato in questi anni "un percorso virtuoso che ha portato dalla stagione delle stragi all' affermarsi della cultura della legalita': un percorso che aveva posto l' Italia all' avanguardia e come modello internazionale in materia di contrasto alla criminalita' organizzata". Questo percorso sembra pero' essersi invertito, tanto da far parlare Orlando del rischio di un "ritorno alla stagione delle stragi". "Negli ultimi mesi si ha pero' la conferma chiara - scrive l' ex sindaco - che le istituzioni del Governo tendono a chiudersi, quasi a rinnegare le positive ricadute che quelle posizioni di avanguardia hanno prodotto e producono in Europa anche in materia legislativa e giudiziaria". "Le posizioni assunte con l' opposizione al cosiddetto mandato di cattura europeo - prosegue l' ex sindaco di Palermo - il rifiuto di sottoscrivere una importante convenzione con la Svizzera in materia di controllo sui traffici illeciti, la proposta di riforma della giustizia con preoccupanti tentativi di indebolire l' indipendenza e l' autonomia della Magistratura, sono tutti aspetti negativi che rischiano di determinare degrado culturale, perdita di leadership ed isolamento internazionale". Orlando non dimentica di citare due esempi ritenuti negativi di comportamenti "anomali" da parte di esponenti di Governo che hanno fatto molto discutere nei mesi scorsi. "Negli ultimi mesi - ricorda l' ex sindaco oggi deputato al Parlamento regionale siciliano - un autorevole membro del governo nazionale ha dichiarato che puo' essere necessario convivere con la mafia (in nome degli affari??); negli ultimi mesi un membro del governo regionale siciliano (l' assessore al territorio competente per tutte le scelte di governo del territorio) ha definito in modo dispregiativo 'sbirri' i poliziotti e i carabinieri, ripetendo proprio una espressione tipica dei mafiosi". "Con questo agire - conclude quindi Leoluca Orlando - non solo si perde quel patrimonio, tutto italiano, di valori di legalita', ma si rischia di determinare condizioni di capitalismo senza regole, di affarismo selvaggio che e' terreno di coltura per tutte le mafie e che in Sicilia puo' significare il terribile ritorno alla stagione delle stragi".13 luglio 2002 - da "Namaste"
Palermo 1992-2002 Dalle stragi di mafia alla cultura della legalità ... e ritorno?
di Leoluca Orlando
10 anni dalla terribile stagione delle stragi. 10 anni da quei terribili 23 maggio e 19 luglio 1992, quando vennero uccisi Giovanni Falcone, con la moglie e tre uomini di scorta a Capaci, e Paolo Borsellino, con cinque agenti in via D'Amelio a Palermo.
Cosa resta del sacrificio di quelle e di tante, tante altre vite umane?
Soltanto il nome dato a qualche strada, a qualche piazza o all'aeroporto di Palermo, intitolato proprio a Falcone e Borsellino?!
Resta certamente un ricordo struggente, carico di paura e di dolore, resta un patrimonio di valori, resta un esempio che talora non è sbagliato ritenere essere più rispettato lontano e fuori piuttosto che in Italia.
Resta per tutti la consapevolezza che esiste, può esistere, può essere promossa (ed è anche conveniente promuovere) la cultura della legalità.
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Cultura della legalità sembra un gioco di parole, di parole che esprimono realtà diverse: tonda e calda la prima, fredda e squadrata la seconda. Un gioco di parole che stupisce.
E' la scelta prioritaria nel 2002 dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in materia di prevenzione del crimine nel mondo per il prossimo quadriennio.
Ma lo stupore deve continuare. L'ONU indica il rinascimento di Palermo come modello e simbolo per la promozione della cultura della legalità nei cinque continenti.
Per anni la Sicilia ha esportato la malattia (occorre ricordare che si chiama Mafia la nostra malattia!?) adesso Palermo esporta la cura.
Che cosa è avvenuto a Palermo e più in generale in Sicilia negli ultimi anni del passato secolo e millennio?
I cittadini si sono sforzati di contrastare un fenomeno violento ed incivile come la mafia, senza diventare essi stessi violenti ed incivili.
Il NO alla pena di morte sino al conferimento della cittadinanza onoraria ai condannati a morte (di qualunque paese e per qualunque motivo: nessuno può uccidere, neanche uno Stato!) e la cittadinanza onoraria al XIV Datai Lama, il concerto di solidarietà al popolo curdo oppresso e la cittadinanza onoraria a David Trimble e John Hume, entrambi Nobel per la pace, ma anche la riapertura del Teatro Massimo e la costruzione di decine di edifici scolastici così come il risanamento dell'immenso, bellissimo e per molti anni abbandonato centro storico... lungi dall'essere episodi di protagonismo di una amministrazione periferica, rispondevano - come tessere di un mosaico - ad un preciso, armonico progetto culturale.
La nostra esperienza si è rivelata una teoria ed un modello, e non soltanto un'esperienza vitalistica e precaria fatta di disoccupati che chiedono lavoro protestando sui tetti dei palazzi del potere e di cassonetti dei rifiuti rovesciati da dimostranti, fatta di traffico automobilistico bloccato e di continua esortazione a farcela (io speriamo che me la cavo; ovvero... "agghiurnò... ora speriamo ca scura", come diciamo in lingua siciliana... "abbiamo visto il giorno, speriamo di arrivare alla sera").
Quella esperienza oggi gira per il mondo; su di essa è nata una Fondazione - The Sicilian Renaissance Institute - che promuove leadership positiva sulla coppia democrazia-legalità.
Se è vero che vi è un rapporto fra democrazia e pace, è anche vero che la pace è troppo importante per affidarla soltanto ai militari. Palermo ricorda che vi è un rapporto tra democrazia e legalità, ma la legalità è troppo importante per affidarla soltanto ai poliziotti e ai procuratori.
E' il modello del carro siciliano, il tradizionale carro siciliano con due ruote, quella della cultura e quella della legalità.
Due ruote che devono andare alla stessa velocità, altrimenti il carro non va avanti, gira su sé stesso.
Se cammina soltanto la ruota della legalità senza che giri la ruota della cultura vi è il rischio che i cittadini dicano che "si stava meglio ... quando si stava peggio".
Se cammina soltanto la ruota della cultura senza che giri la ruota della legalità vi è il rischio che si organizzi un bel concerto di musica siciliana in onore... di qualche boss mafioso.
All'inizio della mia attività di sindaco (nella seconda metà degli anni '80) io sembravo - e come me molti sindaci di città siciliane - un poliziotto, un procuratore: parlavo quasi sempre di reati e processi... il carro era fermo, le due ruote erano entrambe ferme ed immerse nella palude della paura e della complicità... bisognava comunque cominciare, far muovere il carro.
Grazie all'impegno di coraggiosi poliziotti e magistrati, la ruota della legalità alla fine è partita ed io ho potuto occuparmi dell'altra ruota, controllando con i due occhi che le due ruote procedessero alla stessa velocità.
E così è stato - le due ruote hanno girato alla stessa velocità - e Palermo da handicap si è fatta risorsa, da vergogna si è fatta modello.
Nella metà degli anni '80 a Palermo si contavano 240/250 omicidi di mafia, ogni anno e soltanto a Palermo. Nel 2000 a Palermo si sono contati 8 omicidi, nessuno in collegamento con la mafia.
Nella metà degli anni '80 a Palermo si diceva che vi era democrazia e libero mercato. Ma quale democrazia, quale libero mercato se l'intera economia era controllata dai mafiosi ed ogni palermitano aveva un parente o un amico ucciso dalla mafia perché era contro o perché era dentro l'organizzazione criminale?!
Nel 2000 a Palermo si può parlare di democrazia e di libero mercato: la democrazia a Palermo vive le speranze e i mali - che non sono purtroppo pochi - della complessiva politica italiana ed è possibile a Palermo vivere, lavorare, fare affari senza incontrare la mafia.
All'inizio della mia attività di sindaco, nella metà degli anni '80, l'Amministrazione comunale non aveva un regolare bilancio né un inventario dei beni di proprietà pubblica; nel 2000 l'Amministrazione comunale di Palermo ha ottenuto da Moody's il rating - il giudizio di affidabilità sui mercati finanziari internazionali - Aa3, come le Amministrazioni di Stoccolma, Boston, San Francisco, migliore di quello di città come New York, Chicago, per non parlare di Roma, Milano, Torino.
Sto dicendo che la mafia non esiste più a Palermo? No!!!
La mafia esiste, anche a Palermo.
La mafia però non controlla più come in passato la testa ed il portafoglio dei palermitani. Ma la mafia esiste.
La mafia, quella nuova e vincente, cerca sempre di controllare testa e portafoglio non più invocando e distorcendo valori tradizionali della cultura come onore e famiglia, ma invocando e distorcendo libertà e successo, valori emergenti della cultura italiana. E così a Palermo convivono una vecchia mafia, ormai indebolita, ed una mafia emergente, nuova.
Vi è il rischio che alla vecchia mafia, quella legata alla politica della cosiddetta "prima Repubblica" - che avrebbe dovuto essere spazzata via dall'esplodere della questione morale negli anni '90 - si aggiunga oggi una nuova mafia, quella che tenta di collegarsi alla politica della cosiddetta "seconda Repubblica".
Nonostante le tante preoccupazioni per il futuro dell'Italia, l'esperienza degli anni '90 a Palermo si fa modello e supera i confini della realtà condizionata dalla mafia.
La mafia in passato era un "genus"; e questo genus coincideva con la mafia siciliana. La mafia era la mafia siciliana - la mafia era la Sicilia, la Sicilia era la mafia.
Nel tempo si è diffusa la consapevolezza che la mafia siciliana è una "species"; quella russa un'altra, quella cinese un'altra ancora, quella colombiana ancora un'altra...
Oggi, riflettendo sulle diverse mafie nel mondo, possiamo affermare che il genus non è mafia ma quella che si chiama "illegalità identitaria"; una illegalità che si collega ad identità.
Se veniamo aggrediti da un rapinatore che vuole toglierci del denaro basta chiamare la polizia, il procuratore. Ma se veniamo aggrediti da un rapinatore che vuole toglierci del denaro invocando l'orgoglio corso, l'identità basca, l'insegnamento del profeta Maometto o le parole di Cristo o di Javhe... non basta chiamare la polizia, la Procura... occorre la seconda ruota del carro siciliano, la ruota della cultura.
Cioè la scuola, il mondo dell'informazione, gli uomini di religione, la società civile.
E torna - con riferimento ad ogni violazione di diritti umani ad opera di banditi e terroristi di ogni identità culturale - la ruota della cultura, quella ruota che a Palermo ha contribuito a liberare la testa dei cittadini dall'egemonia della mafia.
Cultura - è chiaro ormai - è musica, è danza, è però in primo luogo consapevolezza dell'identità individuale e comunitaria e suo collegamento al rispetto della persona umana, di ogni persona umana.
Ogni identità culturale è esposta al rischio di mortificare la persona umana, i diritti fondamentali di ogni persona. E' il fenomeno, la teoria che, partendo dal celebre libro di Salman Rushdie e dall'esperienza del Rinascimento di Palermo, chiamo "dei versi satanici".
Quando un valore, un segno culturale viene usato per mortificare diritti umani esso valore, esso segno, si fa verso satanico. Così l'onore e la famiglia sono stati dalla mafia usati come versi satanici, per uccidere, per rubare... in nome dell'onore, in nome della famiglia.
Così l'orgoglio basco, cattolico-irlandese, corso, sono stati dal terrorismo basco, cattolico-irlandese, corso, come versi satanici per uccidere, per rubare... in nome di quello stesso orgoglio.
Così il rispetto della legge da parte del popolo tedesco, è stato dal nazismo usato per ottenere obbedienza verso le leggi razziali ... in nome proprio di quel tradizionale tedesco rispetto della legge. Così la libertà, la sicurezza, il benessere possono essere usati come versi satanici quando vengono invocati per uccidere, per rubare, per violare diritti delle persone umane.
E' l'esperienza di Palermo che dice tutto questo.
E noi siciliani abbiamo una grande esperienza della quale non possiamo vantarci... George Bernard Shaw ci ricordava, infatti, che l'esperienza è il nome che diamo ai nostri errori...e noi siciliani abbiamo una grande esperienza perché abbiamo commesso grandi e molti errori.
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10 anni dalla terribile stagione delle stragi.
E l'Italia dove è oggi, dove va, come ricorda quella terribile stagione e come promuove i valori di quanti hanno creduto e credono possibile e necessario coniugare democrazia e libertà?
Sottoposta alla terribile sfida dell'illegalità, fatta del micidiale impasto di mafia e corruzione al sud e di corruzione e mafia al nord, l'Italia si è data un sistema normativo che è divenuto normativa europea. Abbiamo vissuto la ricchezza di espressioni della società civile che si è manifestata nelle tante marce, fiaccolate, catene umane organizzate dai cittadini tedeschi e francesi, spagnoli e danesi per riaffermare il rispetto dei diritti della persona umana di fronte agli attacchi alla civile convivenza provenienti dalle più svariate parti.
Negli ultimi tempi in Italia si ha la conferma ogni giorno più chiara che le istituzioni di governo tendono a chiudersi, quasi a rinnegare le positive ricadute che quelle posizioni in materia legislativa e giudiziaria sempre più producono in Europa.
La resistenza opposta al cosiddetto mandato di cattura europeo (voluto da tutti i quattordici partner europei e rifiutato soltanto dall'Italia) ed il rifiuto di sottoscrivere una importante convenzione con la Svizzera (sempre più simbolo di capitalismo che si fa etico) in materia di cooperazione giudiziaria internazionale, la sanatoria per il rientro di capitali illegittimamente detenuti all'estero e la proposta di riforma della giustizia, con preoccupanti tentativi di indebolire l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, sono tutti aspetti negativi che rischiano di determinare degrado culturale, perdita di leadership, isolamento internazionale.
Così mentre la cultura della legalità, nata in Sicilia dal dolore e dalle paure, dalla rabbia e dalle speranze si è affermata come scelta strategica per la prevenzione dei crimine nel mondo, le istituzioni di governo italiane rischiano di rinnegare e mortificare quel patrimonio, tutto orgogliosamente italiano, di valori e di credibilità. Negli ultimi mesi, un autorevole membro del Governo nazionale italiano (il Ministro per le infrastrutture, competente per quasi tutte le grandi opere pubbliche dei Paese) ha dichiarato che può essere necessario convivere con la mafia (in nome degli affari?!); negli ultimi mesi un membro dei Governo regionale siciliano (l'Assessore al territorio, competente per tutte le scelte di governo dei territorio siciliano) che ha definito in modo dispregiativo "sbirri" i poliziotti e i carabinieri, ripetendo proprio una espressione tipica dei mafiosi.
Con questo agire, non solo si perde quel patrimonio, tutto italiano, di valori di legalità, ma si rischia di determinare condizioni di capitalismo senza regole, di affarismo selvaggio che terreno di coltura per tutte le mafie e che in Sicilia può significare il terribile ritorno alla stagione delle stragi.
di Leoluca Orlando
Presidente dell'Istituto per il Rinascimento Siciliano ed ex sindaco di Palermo13 luglio 2002 - MAFIA: ECCO PROCLAMA BAGARELLA, DDA PALERMO NE CHIEDE COPIA
ANSA:
"Parlo a nome di tutti di detenuti ristretti a L' Aquila sottoposti al regime del 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche". E' la premessa del proclama di Leoluca Bagarella, documento che l' Ansa e' in grado di anticipare, letto ieri pomeriggio in aula dal boss durante l' udienza del processo per gli omicidi della guerra di mafia nel trapanese. Il documento, del quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ha gia' chiesto copia per valutare le iniziative da adottare e che non e' stato ancora acquisito agli atti del processo, prosegue: "intendiamo informare - ha detto Bagarella - anche questa corte che dal primo luglio abbiamo avviato una protesta civile e pacifica che comprende la riduzione dell' ora d' aria e del vitto". "La protesta cessera' - ha proseguito il capomafia - nel momento in cui le autorita' preposte in modo attento e serio dedicheranno una piu' approfondita attenzione alle problematiche che questo regime carcerario impone e che piu' volte sono state esposte e che affliggono i familiari da una parte, che colpe non hanno e noi sottoposti a tale regime". Il documento viene definito una 'petizione' da Bagarella, che lo ha letto chiedendo l' autorizzazione per fare spontanee dichiarazioni al presidente della corte. Il pm della Dda Roberto Piscitello lo ha poi interrotto quando alla fine il boss corleonese stava per aggiungere affermazioni su Toto' Riina, a proposito dello sciopero dei detenuti. I giudici hanno dunque disposto la trascrizione che sara' depositata lunedi'.Dopo i lunghi silenzi ai quali aveva abituato gli inquirenti, Leoluca Bagarella parla. Parla in aula e legge un autentico "proclama" che implicitamente suona come un atto di accusa verso "varie forze politiche" che non avrebbero mantenuto le loro "promesse" ai boss. Parole che infiammano il dibattito su mafia e articolo 41 bis, quello sul carcere duro per i mafiosi, e gettano ancora una volta l' ombra di una "trattativa" nei rapporti tra Stato e Cosa nostra. "Parlo a nome di tutti di detenuti ristretti a L' Aquila sottoposti al regime del 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche", recita il proclama di Bagarella, del cui testo la Dda palermitana ha chiesto l' acquisizione. E, mentre ci si interroga sulla veridicita' o meno di quanto sostenuto dal boss, e, in caso positivo, quali siano le "varie forze politiche" menzionate dal boss, il presidente della Commissione antimafia, Roberto Centaro, rassicura che "ne' lo sciopero dei detenuti, ne' il proclama di Bagarella possono condizionare l'iter del 41 bis"'. Lo stesso Centaro afferma di non avere "la piu' pallida idea" di chi possa avere fatto tali promesse, "dal momento - spiega - che nessuno, ne' la maggioranza, ne' l'opposizione, ha mai pensato di abolire il 41 bis, ma, semmai, di stabilizzarlo". In effetti dal centrodestra e dal centrosinistra giungono inviti, seppure con diverse sfumature, a rendere permanente il regime del 41 bis, che e' ancora temporaneo. Chiede la "stabilizzazione definitiva del 41 bis ed un' accurata indagine della commissione antimafia e del Dap sul funzionamento di 'Radio Carcere' anche per i detenuti sottoposti al carcere duro viste le sinergie che si sono sviluppate in questi giorni tra i vari istituti penitenziari" il senatore Carlo Vizzini (Forza Italia). E Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Antimafia, propone che nella commissione si apra un dibattito "per fare assolutamente chiarezza sul termine 'mancata promessa' utilizzato da Bagarella nel suo proclama". "E' un termine inquietante, che va chiarito. Il tema delle presunte trattative con lo Stato va affrontato - aggiunge Lumia - per verificare se esistano responsabilita'. Se cosi' fosse, queste vanno colpite con estrema determinazione". Del fatto che quello di Bagarella non sia un bluff sembra convinto il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna: "Mi sembra improbabile che un mafioso come Bagarella bluffi su questo punto". E se le sua parole fossero vere "sarebbero allarmanti e preoccupanti" perche', spiega Vigna, qualcuno avrebbe fatto delle promesse a Cosa Nostra, evidentemente per orientarne le azioni". Anche Vigna ha escluso categoricamente che le istituzioni abbiano "trattato con i boss". Ma "se persone che non considero parti delle istituzioni" possono avere fatto queste promesse, ha aggiunto, cio' "aprirebbe degli scenari estremamente preoccupanti". Di "messaggio inquietante" parla il presidente distrettuale dell' Anm di Palermo Massimo Russo, il quale ricorda che "il 41 bis e' stato un tema centrale nei rapporti tra Cosa Nostra e lo Stato ed e' anche per il 41 bis che i mafiosi hanno usato il tritolo nel '93. Tutto questo e' molto preoccupante". Non si dice sorpreso, infine, un altro magistrato, Alfonso Sabella, ex pm della procura di Palermo, che arresto' il boss nel 1995: "Quelli che stanno dentro si aspettano tanto da chi sta fuori. E sono convinti che ci sia lo spazio per trattare". E lancia un monito: "Attenzione al disegno di legge sul 41 bis, cosi' com' e' concepito rischia di diventare incostituzionale al primo ricorso. E' un progetto che ricalca i vecchi decreti legge di proroga, e quindi mancano, i criteri della specificita' e della temporaneita' da sempre richiesti dalla Consulta".
Il sigaro tra le dita, l'aria arrogante di sfida, chiuso in una gabbia dell'aula della Dozza, a Bologna, Leoluca Bagarella sfido' il presidente della Corte di assise di Palermo Salvatore Scaduti che gli intimava di smettere di fumare. Lo guardava fisso, continuando ad aspirare avidamente le boccate e ignorando i richiami, fino a quando un gruppo di carabinieri lo porto' di peso fuori dall'aula. Lui saluto' i coimputati con un 'buongiorno a tutti', gli risposero dalle gabbie cinquanta voci fuse in un solo, militare e scattante, 'buongiorno'. Era il gennaio del 1996, e quel giorno si ebbe la prima, visibile, consacrazione del ruolo di capo assunto dal cognato di Riina ora portavoce di Cosa Nostra detenuta che sollecita, inviando oscuri messaggi, condizioni di vita carceraria piu' morbide. Un lungo passato di killer corleonese (al suo attivo numerosi omicidi 'eccellenti tra cui quello del commissario Boris Giuliano), un presente di capo stragista, ostinato nel cercare la via piu' violenta nello scontro con lo Stato. Fino al punto da rimproverare al boss piu' 'moderato', Bernardo Provenzano, la decisione di non compiere piu' stragi: 'si appenda un cartello al collo - avrebbe detto Bagarella ai suoi fidatissimi - dove c'e' scritto: io Bernardo Provenzano, con le stragi del nord non c'entro niente'. Era il 1994 e dopo le stragi Bagarella trascorreva lunghi periodi di vacanza, da latitante, nel villaggio turistico di Tullio Cannella, a Campofelice di Roccella. Il pentito lo descrive impegnato a disegnare foschi scenari politici, nuovi assetti di potere davanti a generosi bicchieri di vodka, fino al punto da coltivare il sogno della creazione di una nuova formazione politica, Sicilia Libera, di vocazione autonomista ai confini con il separatismo. Un sogno che stava per diventare realta'. Affido' l'organizzazione del nuovo partito a Tullio Cannella, che ne curo' le adesioni, i finanziamenti, la formazione delle liste: poi improvvisamente fece marcia indietro. Era l'inizio del 1994: altre formazioni politiche, hanno raccontato i pentiti, si affacciavano all'orizzonte politico italiano.
Negli ultimi mesi, dalla strana 'discesa in campo' di Pietro Aglieri, il 'seminarista' della mafia che ha prospettao una sorta di 'dialogo' con lo Stato, il dibattito sul 41 bis, il regime di carcere duro per i mafiosi, e' ripreso con vigore. Ecco alcuni dei momenti principali:
- 17 aprile: il boss detenuto Pietro Aglieri, in una lettera al procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e al Procuratore di Palermo Pietro Grasso, parla di una "terza via" e di una disponibilita' a un nuovo 'dialogo' tra Cosa Nostra e lo Stato.
- 21 maggio: il giorno dell'anniversario della strage di Capaci, i Ds presentano due proposte di legge contro la mafia, il cui scopo e' anche quello di riformare il 41 bis rendendolo definitivo.
- 24 maggio: il Consiglio dei ministri approva un disegno di legge che estende la durata in vigore dell'articolo per tutta la legislatura. Il carcere duro dovrebbe essere applicato anche ai terroristi.
- 5 giugno: presentato "Barriere di Vetro", un libro curato dalla Camera Penale di Roma, che racconta, attraverso la voce di chi la vive, la condizione carceraria prevista per i detenuti a regime speciale.
- 3 luglio: circa 60 detenuti sottoposti al regime del 41 bis del carcere di massima sicurezza di Marino del Tronto, dove e' rinchiuso anche Toto' Riina, protestando con uno sciopero della fame. E' l' inizio di una protesta che si allarga e coinvolgera' 4 carceri e circa 300 detenuti.
- 8 luglio: in commissione antimafia emerge la possibilita' di un orientamento per una posizione 'bipartisan' a favore di una messa a regime del 41 bis attraverso una modifica al ddl del governo che limita il carcere duro al 2006. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli commenta:"Se dal Parlamento esce una soluzione unanime, bene".
- 9 luglio: un appello dell' Unione delle Camere penali a Governo e Parlamento chiede di abrogare il 41 bis. Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni ucciso dalla mafia, invita lo Stato a non cedere sul carcere duro.
- 10 luglio: contro il 41 bis, intervengono l' ex sottosegretario Carlo Taormina, di Forza Italia, e Sergio D' Elia, segretario dell' associazione 'Nessuno tocchi Caino'.13 luglio 2002 - LA7: IN MEMORIA DI BORSELLINO
ANSA:
Nel decimo anniversario della strage di Via D'Amelio, La7 propone, lunedi' alle 21,30, il reportage "L'uomo che doveva morire - Paolo Borsellino 10 anni dopo", curato da Carmine Fotia, con la regia di Furio Moretti e i servizi di Silvia Resta. Tra le testimonianze sul giudice siciliano caduto nella lotta alla mafia, quella della moglie, Agnese Borsellino, dello scrittore Andrea Camilleri e di Luca Tescaroli, Pubblico Ministero che ha seguito i processi per le stragi di Capaci e di Via D'Amelio. All'interno della trasmissione anche un'intervista a Emilia Catalano, la madre di uno degli agenti della scorsa uccisi insieme a Borsellino.15 luglio 2002 - CASSAZIONE: MAFIA; OMICIDIO DI MATTEO, ERGASTOLO A BAGARELLA
ANSA:
La Cassazione ha confermato la condanna all' ergastolo per Leoluca Bagarella accusato del sequestro e dell' omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, tenuto a lungo in prigionia da Cosa nostra e poi ucciso e sciolto nel' acido. La Cassazione ha confermato anche la maggior parte delle condanne agli imputati di questo delitto, tra i quali i due boss Agrigento, Cataldo e La Rosa. Confermate anche le pene per i collaboranti Giovanni Brusca e Enzo Salvatore Brusca e per gli altri pentiti Chiodo e Monticciolo. Ha quindi sostanzialmente retto l' impianto accusatorio che ha ritenuto responsabili di sequestro di persona e di omicidio tutti i mafiosi che hanno partecipato alle diverse fasi del sequestro, della custodia e dell' uccisione del bambino. Con questo omicidio si voleva punire il padre, Santino Di Matteo, che collaborava con gli inquirenti. La seconda sezione penale della Cassazione ha emesso solo qualche piccolo annullamento limitatamente alla concessione delle attenuanti. Invano gli avvocati difensori hanno cercato di "spezzettare" le responsabilita' degli imputati per alleggerirne la singola responsabilita': in pratica chiedevano che solo agli esecutori materiali del delitto fosse addebitato l' omicidio, mentre agli altri chiedevano fosse addebitato il solo sequestro di persona.15 luglio 2002 - MAFIA: AL SUMMIT CON I BOSS PROFESSIONISTI E POLITICI
ANSA:
Fra i boss che dovevano decidere la nomina del capomafia della provincia di Agrigento vi sono anche politici, ex consiglieri comunali e professionisti insospettabili. La polizia di Palermo e Agrigento ha arrestato 15 persone mentre discutevano del futuro della cupola mafiosa all' ombra della Valle dei templi. L' operazione e' stata definita "storica" dal procuratore della Dda Pietro Grasso. "Riteniamo che la nomina per l' elezione del capomafia provinciale - spiega Grasso - non e' avvenuta proprio per la brevita' dell' incontro e per la mancanza di qualcuno che non e' arrivato. L' investitura formale, che riteniamo ci sia gia' stata, ha ricevuto la benedizione dei boss palermitani, che sono capeggiati dal latitante Bernardo Provenzano, il quale sovrintende alla nomina di ogni capo della cupola provinciale". Fra gli arrestati spicca il nome di Giuseppe Nobile, 52 anni, consigliere di Forza Italia alla Provincia di Agrigento, un medico analista con il pallino per la politica. Il capogruppo di Fi alla Provincia di Agrigento Alfonso Lazzara ha comunicato stamane che il partito ha sospeso da ogni incarico Nobile, in attesa degli sviluppi della sua vicenda giudiziaria. Il medico analista era gia' stato coinvolto in passato in un' inchiesta antimafia scaturita dall' uccisione di un bambino di 12 anni, Stefano Pompeo, assassinato per sbaglio nell' aprile del 1999 a Favara nell' ambito di una faida tra cosche. Per eleggere il capomafia, i boss dei sette mandamenti (Canicatti', Favara, Burgio, Casteltermini, Sambuca, Cianciana e Siculiana-Agrigento) si erano riuniti una prima volta il 16 giugno scorso in un casolare di Cianciana, di proprieta' di Ciro Tornatore fermato nel pomeriggio, cognato di Andrea Montalbano, arrestato ieri mattina nel blitz della polizia. In quella prima riunione, monitorata e filmata dagli investigatori, non si era trovato un accordo a causa della mancanza di alcuni rappresentanti delle famiglie. L' appuntamento era stato fissato per ieri mattina. Gli investigatori delle squadre mobili di Palermo e Agrigento attraverso indagini e pedinamenti "ben curati" sono arrivati al casolare di Santa Margherita Belice. Secondo il sostituto procuratore Giovanni Di Leo, che ha coordinato le indagini, "la nomina del capomafia provinciale sarebbe stata necessaria per risolvere i problemi nei rapporti con le altre province". "Lo possiamo affermare - dice Di Leo - grazie alle intercettazioni ambientali registrate nei mesi precedenti in cui emerge una frizione con altre famiglie siciliane". Gli investigatori sottolineano che i meccanismi di funzionamento di Cosa nostra, la sua struttura in 'mandamenti' comprendenti le famiglie di piu' paesi, la loro aggregazione in una sorta di 'commissione' provinciale, che ha l' incarico di nominare un rappresentante in grado di tenere i contatti con analoghi componenti di altre province, non sono mai venuti meno, e forte viene sentita dagli appartenenti all' organizzazione "l' esigenza che siano perpetuati e che funzionino". "Le difficolta' delle indagini - dice il procuratore aggiunto Anna Maria Palma - sul territorio di Agrigento sono date essenzialmente, come gia' detto altre volte, dalla impermeabilita' del tessuto criminale di questa provincia, dove la mafia ha un radicamento sociale e gode di un livello di accettazione di gran lunga superiore a quello palermitano". Nella rete tesa ieri dagli agenti delle squadre mobili di Agrigento e Palermo sono finiti pure Giovanni Maniscalco, 68 anni, ex consigliere comunale di Burgio e il suo guardaspalle, Alberto Provenzano, 38 anni, originario di Burgio ma residente a Palermo, finito in cella nei mesi scorsi per vicende legate ad irregolarita' di assunzioni da parte dell' ufficio di collocamento. Il presidente della Commissione antimafia Roberto Centaro (Forza Italia) esprime soddisfazione per gli arresti. "Mi congratulo con la procura di Palermo e con la Polizia di Stato - dichiara Centaro - per la brillante operazione: essa e' di straordinaria importanza perche' rompe l' impermeabilita' della struttura mafiosa agrigentina, che non ha registrato collaboratori di giustizia, e perche' si inserisce in un momento organizzativo del vertice mafioso agrigentino. E' la dimostrazione che la criminalita' organizzata ad Agrigento, come altrove, e' pericolosissima". Il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu si e' complimentato con il capo della Polizia Gianni De Gennaro per l'operazione mentre il sottosegretario D' Ali' ha affermato: "Un duro colpo per la mafia agrigentina che arriva a pochi giorni dal decimo anniversario dell'assassinio di Paolo Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta". Per il presidente dei senatori Azzurri, Renato Schifani "Quella di queste ultime ore e' l' ennesima operazione di intelligence andata in porto in meno di un anno contro Cosa Nostra e cio' ci riempie di orgoglio e riconoscenza".16 luglio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: BERLUSCONI FORSE SENTITO IL 16 O 23 OTTOBRE
"Il Nuovo"
Dell'Utri,il premier deporrà il 16 o il 23 ottobre
Processo Dell'Utri, Silvio Berlusconi ha comunicato la sua disponibilità a essere sentito a Palazzo Chigi nel pomeriggio del 16 o del 23 ottobre prossimo.
PALERMO - Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha comunicato la sua disponibilità ai giudici del tribunale di Palermo, davanti ai quali si celebra il processo a Marcello Dell' Utri, ad essere sentito a Palazzo Chigi nel pomeriggio del 16 o del 23 ottobre prossimo. La comunicazione, inoltrata via fax dall' avvocato Filippo Dinacci, è pervenuta stamane al presidente della seconda sezione del tribunale, Leonardo Guarnotta. Berlusconi, che dovrà deporre sui conti Finivest, verrà sentito come indagato di reato connesso archiviato, in relazione
all' inchiesta per la quale era stato iscritto nel registro degli indagati per associazione mafiosa, inchiesta poi
archiviata dal Gip nel '97
Per stamane è fissata un' udienza "tecnica" del processo al parlamentare di Forza Italia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.17 luglio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: COL.RICCIO, CONFIDENTE MI DISSE, C'E' UN PATTO CON FORZA ITALIA
"La Stampa"
DEPOSITATI I VERBALI DEL PROCESSO AL SENATORE AZZURRO
La Procura accusa: "Dell´Utri cercò di procurarsi false prove" Incontro segreto sarebbe avvenuto nel marzo del 2001 nello studio legale dell'ex sottosegretario Taormina
corrispondente da PALERMO
Per "procurarsi false prove" da produrre nel processo che si svolge a Palermo, il senatore Marcello Dell'Utri avrebbe preso parte ad una riunione nello studio dell'avvocato Carlo Taormina, con il tenente Carmelo Canale, sotto processo per concorso in associazione mafiosa. Lo sostiene la procura che ieri ha depositato nel processo in cui è imputato il parlamentare "azzurro" una serie di verbali, molti dei quali firmati dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio, protagonista in Sicilia nei primi anni Novanta di una serie di indagini antimafia, e adesso accusato a Genova di reati legati allo spaccio di droga. Riccio è testimone oculare dell'incontro fra Dell'Utri e Canale. Quest'ultimo si sarebbe offerto di contattare una persona che avrebbe potuto rendere dichiarazioni a favore del senatore. In cambio aveva chiesto un posto di lavoro per il nipote, Fabio Lombardo, figlio del maresciallo Antonino Lombardo morto suicida. L'ex sottosegretario Taormina ha detto ai pm che un incontro si è svolto nel suo studio, ma ha detto di non aver sentito alcuna conversazione fra Canale e Dell´Utri. Per i pm non è l'unico incontro del senatore. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Calogero Pulci, Dell'Utri avrebbe incontrato alla fine del 1991 a Milano il boss mafioso Giuseppe "Piddu" Madonia. In questa occasione Pulci avrebbe accompagnato il capomafia di Caltanissetta in un bar per parlare con l'imprenditore palermitano che il pentito definisce "nelle mani di Cosa nostra". I due avrebbero affrontato argomenti legati ad una vicenda che riguardava la lottizzazione di terreni. Le dichiarazioni del colonnello Riccio sono molto pesanti e fanno parte di una inchiesta ancora segreta condotta dal pm della Dda Nino Di Matteo. In questa indagine è emerso che: "E' stato stretto un patto elettorale tra Forza Italia e la mafia. Si è arrivati a questo accordo grazie all'intervento di un esponente insospettabile di alto livello appartenente all´entourage di Berlusconi, in contatto con i vertici palermitani di Cosa nostra". L'ufficiale riferisce le confidenze che gli erano state fatte da Luigi Ilardo, che ha già dichiarato il 26 novembre ed il 21 dicembre 1998 ai sostituti Nicolosi e Crimi della procura di Firenze, nell'ambito dell'inchiesta sulle stragi del 1993. Secondo Riccio, Ilardo sosteneva che questo accordo fra mafia e politica era avvenuto alla vigilia delle elezioni del 1994. Ilardo venne assassinato a Catania nel 1995, alla vigilia della sua collaborazione ufficiale con i magistrati delle procure di Palermo e Caltanissetta, dopo che aveva confidato quasi tutti i segreti di Cosa nostra a Riccio, consegnandogli anche alcuni bigliettini scritti da Bernardo Provenzano con il quale era solito incontrarsi durante le riunioni di mafia. Ilardo, con le sue dichiarazioni aveva fatto arrestare numerosi latitanti ed aveva consentito agli investigatori di arrivare ad un passo dalla cattura di Provenzano. Riccio ha sostenuto davanti ai magistrati di Palermo, che venne bloccato dal Ros, in particolare alla vigilia di un summit di mafia al quale avrebbe partecipato anche Provenzano. Era il 1995 e all'ufficiale vennero negati i mezzi per effettuare il blitz, per questo non riuscì ad intervenire nel casolare di Mezzojuso in cui si svolgeva la riunione e dove era presente il boss latitante. Lirio Abbate"Liberazione"
Il colonnello Riccio: "Si incontrava con il boss Madonia Dell'Utri, quel summit per falsificare le prove Toni Baldi Piovono nuove accuse sul senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, sotto processo a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel corso dell'udienza di ieri mattina, infatti, i pm Ingroia e Gozzo hanno annunciato di aver depositato ulteriori atti a carico dell'ex manager di "Pubblitalia" e chiesto al Tribunale di ammettere nuovi testi nonché la cassetta dell'intervista che il giudice Borsellino aveva rilasciato ad una televisione francese il 21 maggio del 1992, due giorni prima della strage di Capaci.
Sulla scorta dei nuovi atti, i magistrati della Dda di Palermo accusano il senatore di Forza Italia di aver partecipato, nel marzo del 2001, ad un incontro "segreto" avvenuto nello studio legale romano dell'ex sottosegretario agli Interni, Carlo Taormina, "per procurarsi prove false da utilizzare a suo favore" nel processo in corso nei suoi confronti presso il Tribunale del capoluogo siciliano. "Nello studio dell'avvocato Taormina - ha spiegato ieri il pm Antonio Ingroia - c'erano, oltre allo stesso Taormina, Marcello Dell'Utri, Carmelo Canale (maresciallo dei carabinieri stretto collaboratore di Borsellino ed attualmente imputato per associazione mafiosa, ndr), Fabio Lombardo (figlio del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo suicidatosi in circostanze misteriose il 4 marzo del 1995, ndr) e il colonnello dei carabinieri Michele Riccio (già capo della Dia di Genova e finito sotto processo nell'ambito di un'inchiesta su un traffico di stupefacenti, ndr). Dell'Utri, in quell'occasione, chiese a Riccio di dire ai magistrati di non avere mai ricevuto dichiarazioni contro lo stesso Dell'Utri. A Canale aveva chiesto, invece, la disponibilità a procurare fonti di prova che potessero scagionare Dell'Utri e Canale in cambio gli avrebbe chiesto un favore".
Era stato il colonnello Riccio a raccontare, con una lettera "riservata" al sostituto procuratore della Dda di Palermo Di Matteo, di aver partecipato all'incontro capitolino qualche giorno dopo la trasmissione di Santoro, "Il Raggio Verde", durante la quale era stata mandata in onda l'ultima intervista a Borsellino. "In quella riunione - ha in seguito dichiarato a verbale il colonnello Riccio - il maresciallo Canale e gli altri furono invitati a dare una mano all'onorevole Dell'Utri".
Pochi giorni dopo quella riunione, e precisamente il 24 marzo del 2001, il maresciallo Canale rilasciò un'intervista al settimanale del Tg5 "Terra". "Quell'intervista al giudice Borsellino - aveva affermato Canale nel corso della trasmissione - l'ho vista anni fa e non riportai tutta questa impressione, non so se quella che ho visto oggi è la stessa di allora e se qualche magistrato è disposto a sentirmi sono ben disponibile a rendere la mia testimonianza. Borsellino - aveva aggiunto Canale - in quell'intervista era molto impreparato ed imbarazzato e sono convinto che non conoscesse Berlusconi, forse conosceva Dell'Utri ma il magistrato non mi mai parlato di presunti collegamenti tra Dell'Utri e Cosa nostra e se qualcuno è in condizione di smentirmi, accetto anche un confronto pubblico".
Ascoltato dai magistrati il 5 giugno e l'8 luglio scorsi, Carlo Taormina ha confermato che l'incontro nel suo studio romano c'è stato ma ha negato che i contenuti fossero quelli riferiti dal colonnello Riccio: si sarebbe parlato solo "di un lavoro da trovare a Fabio Lombardo".
Sull'incontro avvenuto nello studio legale dell'avvocato Taormina, i pm hanno chiesto al Tribunale di ascoltare in aula il colonnello Michele Riccio. L'ufficiale dei carabinieri dovrà raccontare ai magistrati anche le confidenze ricevute da Luigi Ilardo, l'esponente di Cosa nostra ucciso nel '95 cinque giorni dopo aver deciso di collaborare con la giustizia e che aveva portato Riccio vicinissimo alla cattura del boss Bernardo Provenzano. Era stato proprio Ilardo a parlare a Riccio di un "esponente insospettabile di alto livello appartenente all'entourage di Berlusconi" in contatto con i vertici palermitani di Cosa nostra. Per i magistrati la persona indicata da Ilardo era Marcello Dell'Utri, "come ebbe a confermare lo stesso Ilardo a Riccio".
Ieri mattina, i pm Ingroia e Gozzo hanno depositato agli atti anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Calogero Pulci, il quale avrebbe parlato di un presunto incontro avvenuto "tra la fine del '91 e l'inizio del '92 tra il boss Piddu Madonia e Marcello Dell'Utri nei locali di un bar ristorante nei pressi della stazione ferroviaria di Milano, chiamato "Binario 15"". Sarebbe stato lo stesso Madonia a raccontare a pulci dell'incontro e del fatto che "fosse un imprenditore palermitano nelle mani di Cosa nostra palermitana".
Intanto, il presidente del Consiglio Berlusconi ha comunicato la sua disponibilità ai giudici del Tribunale di Palermo ad essere sentito nel processo a Dell'Utri per il 16 o 23 ottobre a Palazzo Chigi. Berlusconi, che dovrà deporre sui conti Fininvest, verrà sentito come indagato di reato connesso archiviato, in relazione all'inchiesta, poi archiviata dal Gip nel '97, per associazione mafiosa.17 luglio 2002 - LA RAI NON MANIPOLO' INTERVISTA A BORSELLINO
"La Gazzetta del sud"
"La Rai non manipolò l'intervista a Borsellino"
PALERMO - La procura ha prodotto nel processo a Marcello Dell' Utri la videocassetta integrale dell' intervista resa da Paolo Borsellino al giornalista Jean Claude Zagdoun poche settimane prima della strage di via D'Amelio. I pm hanno prodotto una perizia comparativa del contenuto dell' intervista mandata in onda lo scorso anno dal canale satellitare "Rai News 24" e quella integrale che è stata consegnata ai magistrati il 23 marzo 2001 dalla giornalista Chiara Beria D' Argentine. Quest' ultima, sentita dai pm, ha ricostruito la vicenda delle due cassette. Il sostituto Ingroia, rivolgendosi ai giudici del tribunale ha detto che "la Rai non manipolò la registrazione perchè si limitò a mandare in onda integralmente la registrazione che venne consegnata dalla famiglia Borsellino ai giornalisti che hanno curato la trasmissione".17 luglio 2002 - 10 ANNI DALL' UCCISIONE BORSELLINO: DAI GIORNALI
"La Stampa"
Morte di BORSELLINO Un "affaire" di Stato
PALERMO
NON sono bastati dieci anni di indagini, non sembrano sufficienti tre processi, sette sentenze (seppure una definitiva ma solo per due imputati) e una montagna di carte per strappare la tragica vicenda del procuratore Paolo Borsellino alla cortina fumogena che l´avvolge e che non si riesce a diradare. Il 19 luglio del 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci, il giudice saltò in aria insieme coi cinque agenti della scorta. Era sul portone di casa della madre, in via Mariano D´Amelio, e attendeva che la donna gli rispondesse al citofono. Una carica di tritolo, centinaia di chili, travolse ed annientò uomini e cose: i resti delle vittime furono sparsi per metri e metri, fino ai piani alti. Impossibile ricomporre quei cadaveri: erano Paolo Borsellino, Walter Eddie Cusina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano ed Emanuela Loi, una delle prime donne poliziotto adibite al servizio scorte. La strage, quasi per riflesso condizionato, fu messa in relazione con la precedente: come se l´amicizia tra Falcone e Borsellino, nati e cresciuti nella Palermo popolare della Magione, fosse il filo che univa due storie accomunate dallo stesso crudele destino. E invece il corso delle inchieste non pare aver preso lo stesso approccio fortunato. E´ trascorso abbastanza tempo, sono stati raccolti tanti di quegli indizi, da poter far concludere che - mentre la strage di Capaci è stata vivisezionata fino a raggiungere più d´una certezza (almeno per quel che riguarda il ruolo di Totò Riina e Leoluca Bagarella, la fase esecutiva e i macellai che vi presero parte) - la storia della morte di Paolo Borsellino, invece, si va "avvitando" sempre più e si sposta più sul terreno dell´affaire di Stato che su quello della "bassa macelleria". Forse l´inchiesta di via D´Amelio risulta inficiata dalla presenza contraddittoria di Enzo Scarantino, un pentito che soffre troppo di sbalzi d´umore ed ha tradito una qualche vocazione alla facile influenzabilità. Ma forse l´indagine contiene in sè il virus che genera incomprensioni, quando non addirittura veri e propri depistaggi. Per afferrare il filo della morte di Paolo Borsellino bisogna inseguire più rivoli di uno stesso fiume, rivoli dispersi su fascicoli disseminati nei tribunali di mezza Italia (Palermo, Caltanissetta e Firenze soprattutto) ed anche negli archivi della Commissione parlamentare antimafia. Dov´è individuabile il virus? Prendiamo la "svolta" recente del "processo bis": la deposizione di Gioacchino Genchi, esperto informatico della Polizia di Stato, chiamato a spiegare come il telefono della mamma di Borsellino potesse essere stato messo sotto controllo. Il funzionario si è detto dubbioso sull´avvenuta intercettazione attraverso l´infedeltà di qualche tecnico Telecom ed ha spostato l´attenzione su una struttura del servizio segreto civile che vanta una sede di copertura sul Castello Utveggio, in una posizione ideale per azionare il telecomando senza doverne subire il contraccolpo. Così, a prima vista, può sembrare la solita, inconcludente boutade sui "cattivi" agenti segreti. Ma la presenza di qualche agente esterno alla mafia, nell´affaire Borsellino si è sempre avvertita, anche se nessuno ha mai approfondito. Ed è una presenza che si ritrova ripercorrendo gli avvenimenti tragici che vanno dal 1992 alla fine del 1994: una catena che ha camminato parallela all´azzardo di Cosa Nostra di tentare il condizionamento dello Stato italiano attraverso lo stragismo. Fantasie? Non esattamente, se è vero che di questi accadimenti si occupa il Parlamento, che ha già avviato le audizioni dei magistrati della Procura Nazionale, dei pm di Caltanissetta e di Palermo. Ecco, se si potesse dare un movente alla fine di Borsellino, si dovrebbe trovare spiegazione alla definizione che della morte del giudice è stata offerta dai magistrati che si occupano delle stragi: da Vigna a Gabriele Chelazzi, a Luca Tescaroli, a Paolo Giordano, allo stesso Tinebra. Secondo una ricostruzione conclamata, la strage Borsellino è stata una "accelerazione" alla strategia di Cosa Nostra che, già dal 1991, pensava a come uscire dalla trappola degli ergastoli del primo maxiprocesso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, appunto. Accelerazione? Già, proprio così. Ma cosa si doveva accelerare nel 1992, a meno di due mesi dal disastro di Capaci, proprio mentre Cosa Nostra si vedeva già confinata al carcere duro di Pianosa e dell´Asinara (il decreto esisteva già) e cominciava a prendere coscienza del "pessimo affare" concluso col tritolo? Forse Totò Riina e i suoi fedelissimi - costretti all´isolamento dall´opposizione dell´ala meno oltranzista della "cupola" (Provenzano, Aglieri e praticamente la vecchia mafia palermitana) - si sentivano al centro dell´attenzione, dopo Capaci. Perché, mentre da un lato lo Stato mostrava la faccia dura della repressione agitando lo spettro del doppio regime processuale e "inventando" il "41 bis", che sarebbe poi diventato il ritornello degli anni cosiddetti della "trattativa", dall´altro mandava i carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno - due dei migliori ufficiali della più prestigiosa istituzione militare - a cercare un modo per far cessare le stragi ricorrendo alla mediazione di personaggi come l´ex sindaco Vito Ciancimino e i suoi tramiti col vertice "corleonese". La storia la conosciamo, il papello descritto dal pentito Giovanni Brusca con le richieste allo Stato: in testa ci stavano il problema dell´ergastolo e la revoca del carcere duro. Prima ancora Riina e soci ci avevano provato offrendo il recupero di qualche opera d´arte in cambio di scarcerazioni, magari per motivi di salute, per un gruppo della "cupola". A che si riferiva, Borsellino, quando disse che aveva deciso di andare a Caltanissetta per farsi interrogare dai colleghi che indagavano sulla strage di Capaci? Già, il "41 bis": un tormentone che non è ancora finito. Un tormentone che sembra aver condizionato le scelte cruente di Cosa Nostra, quasi costretta - dopo la famosa "accelerazione" - a buttarsi a capofitto in una guerra senza quartiere: via Fauro, Firenze, San Giovanni e il Velabro con l´inquietante black-out di palazzo Chigi del 28 luglio 1993, Milano, il tentativo di uccidere col tritolo il pentito Salvatore Contorno, fino alla mancata strage dell´Olimpico che, il 31 ottobre 1993, avrebbe dovuto mietere vittime tra i carabinieri del servizio d´ordine allo stadio. Se bisogna dar credito a quanto emerge dalle prime audizioni della Commissione antimafia (il 2 luglio sono stati sentiti Vigna e Chelazzi) c´è un movente politico a tutto ciò. Una sorta di colloquio a distanza tra mafiosi e vari soggetti politici, quasi una vera e propria "trattativa" che si è via via modificata. Dall´accelerazione, si è passati ai discorsi più diretti. Con chi? Non sembra che la magistratura - e questo il senso delle archiviazioni eccellenti (Berlusconi e Dell´Utri) di Firenze e Caltanissetta - abbia trovato il bandolo "giudiziario". Di sicuro c´è l´aspirazione dei giudici inquirenti, sottolineata ai membri del Parlamento, di consegnare ai "rappresentanti del popolo" - ha detto il pm Gabriele Chelazzi - il quadro di una situazione che, al di là delle rigide e forse improvabili esigenze processuali, va chiarita, rispondendo a domande fondamentali: Perché le stragi? A chi erano rivolti i messaggi a colpi di tritolo? E soprattutto: perché cessarono senza che Cosa Nostra avesse ottenuto quanto chiedeva? Perché gli obiettivi cambiano nel corso della "campagna"? Il discorso sembra ruotare tutto attorno al problema del carcere. D´altra parte già Falcone, mentre era agli Affari penali, aveva fatto intendere che "bisognava far in modo che anche dal carcere i boss non continuassero a comandare". Poi, dopo Capaci, stanno per spalancarsi le porte di Pianosa e dell´Asinara. L´avvertimento non aveva sortito l´effetto desiderato. Quindi l´altro "colpetto": Borsellino, per alzare il prezzo e prevenire ulteriori inasprimenti del carcere, già duro. E quando parte, la "campagna" del `93, viene anticipata da una rivendicazione che fa esplicito riferimento a Pianosa e all´Asinara. Per sottolineare la rivendicazione la mafia lascia un proiettile nel giardino di Boboli. A Firenze, capoluogo della regione nella quale ricade Pianosa. Un vero chiodo fisso di Cosa Nostra, questo maledetto "41 bis".18 luglio 2002 - BERLUSCONI E DELL' UTRI DI NUOVO INDAGATI PER AUTOBOMBE DEL 1993 ?
"Il Foglio"
Berlusconi e Dell'Utri indagati per strage mafiosa (Firenze, maggio '93) secondo l'agenzia di stampa "il VeLino". Il fascicolo aperto dalla direzione antimafia di Firenze."L' Unita'"
Sui "mandanti di alto livello" delle bombe un'inchiesta della Procura di Firenze: un patto con i boss ?
MAFIA, TRE PENTITI ACCUSANO IL PREMIER
Rivelazione del "velino": Berlusconi e Dell'Utri indagati per le stragi del '93.
(di Gianni Cipriani)
Sono rispettivamente l'Autore 1 e l'Autore 2 delle stragi del 1993 e responsabili delle bombe mafiose di quella triste stagione, dall'attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo, alle bombe di Formello, agli ordigni di Roma, Firenze e Milano che provocarono morte e distruzione. Di chi si tratta? Di Silvio Berlusconi e del suo fido Marcello Dell'Utri, attualmente sotto processo a Palermo con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
La notizia (o forse la non-notizia, dal momento che di Berlusconi e Dell'Utri si parla almeno fin dal 1996) e' stata data ieri dal "Velino" di Lino Jannuzzi, il quale ha sostenuto che presso la Procura di Firenze e' da tempo aperto un fascicolo contro i due big di Forza Italia e che un magistrato della superprocura distaccato presso il capoluogo toscano, Gabriele Chelazzi, ha provveduto all'iscrizione nel registro degli indagati con l'ipotesi di reato per strage, a seguito di importanti rivelazioni di tre pentiti, ritenuti "attendibili".
Ma come sarebbero andati i fatti, secondo il "Velino" ? La competenza sulle "autobombe del 1993" e' della Procura di Firenze, che a suo tempo ottenne la riunificazione dei vari procedimenti in un'unica indagine, proprio perche' si evidenzio' l'unitarieta' del disegno criminale di Cosa Nostra, che con le bombe voleva ricattare lo Stato, chiedendo l'abolizione del 41 bis e la revisione dei processi che condannavano i boss all'ergastolo. Gli esecutori materiali degli attentati sono stati gia' individuati e condannati con sentenze recentemente diventate definitive. E' sempre rimasto irrisolto, pero', il "nodo" dei mandanti.
Dei' cosiddetti "insospettabili a volto coperto", come si e' sempre sussurrato negli ambienti investigativi.
E non e' mai stato un mistero che, anche a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti, gli inquirenti si erano imbattuti nelle figure di Berlusconi e Dell'Utri, anche perche' si disse che le bombe del 1993 avrebbero preceduto un accordo politico-criminale tra Cosa Nostra e Forza Italia.
Ma tutti i filoni d'indagine, proprio per l'estrema genericita' di alcuni racconti, ovvero la mancanza di riscontri attendibili; avevano portato gli inquirenti ad accantonare l'ipotesi che - va ricordato - riguarda anche le stragi di Capaci e di Via D'Amelio contro Falcone e Borsellino.
Ora, secondo il "Velino", l'ipotesi avrebbe ripreso forza, anche a seguito di nuove testimonianze di "tre nuovi" pentiti: Pietro Romeo, Gioacchino Pennino, e Giovanni Giammaritano che avrebbero chiamato in causa Berlusconi. Un quarto, Giovanni Ferro, avrebbe fatto nuove rivelazioni sul conto di Dell' Utri. Inoltre secondo l'agenzia' di Jannuzzi, nel fascicolo sarebbero state acquisite le testimonianze dei 42 pentiti che accusano l'ex big di Publitalia al Processo di Palermo.
Ora, tutto si puo' dire fuorche' questi pentiti siano "nuovi". Basti ricordare che Pennino, definito il "Buscetta della politica" e' un collaboratore ormai storico, il cui utilizzo processuale e' stato di volta in volta incerto.
Fin qui il "Velino". Che ha rispolverato la vicenda giudiziaria che da circa cinque anni aleggia intorno alla politica e al dibattito sul (presunto) ruolo politico della giustizia.
C'e' da ritenere che se la notizia e' uscita proprio adesso, una ragione ci sara'. Chissa' se e' collegata al processo palermitano a Dell'Utri e alle ultime acquisizioni, trasmesse proprio dalla Procura di Firenze.
Certo e' che su una materia cosi' delicata e - giochi di parole a parte - esplosiva, gli inquirenti si sono mossi sempre con estrema cautela. Del resto da un po' di tempo esiste il sospetto di rivelazioni pilotate, destinate ad essere smentite alla prima seria verifica processuale, con il risultato di trasformarsi in strumento di delegittimazione delle procure e di "indignazione" da parte dei poveri, innocenti calunniati. La vicenda tirata fuori dal "Velino", secondo alcuni, proprio per questo dovrebbe essere valutata con estrema prudenza.18 luglio 2002 - 10 ANNI UCCISIONE BORSELLINO: DAI GIORNALI
"Liberazione"
Quel giudice di destra morto da "comunista" Paolo Borsellino, dieci anni fa la strage di via D'Amelio "In memoria di un giudice di destra", titolava alcuni anni fa Liberazione un ricordo di Paolo Borsellino e della strage di via D'Amelio. Adesso, a dieci anni da quella strage, quel titolo acquista un nuovo valore.
Paolo Borsellino, che come Falcone è ora omaggiato da quanti oggi dal governo e dalla sua maggioranza colpiscono quotidianamente l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, in vita non fu amato dai palazzi della politica e dagli uomini del vecchio sistema.
Ha lasciato un esempio forte di intransigenza e rigore morale, instancabilmente impegnato nella lotta contro la mafia e nella ricerca delle sue collusioni politiche e istituzionali. Legatissimo a Falcone ma orgogliosamente autonomo nella difesa delle sue posizioni che, proprio in quegli anni, erano diverse da quelle del suo amico e collega: favorevole alla separazione delle carriere e all'istituzione di una superprocura antimafia Falcone, nettamente contrario Borsellino. Così, in questi giorni, i pasdaran del Polo non potranno trovare in Borsellino il "padre" del loro disegno sulla giustizia, così come volgarmente hanno tentato di fare con Falcone.
Per difendere queste posizioni, respingendo la campagna che parte della Dc e del Psi di Craxi portavano avanti contro i settori della magistratura più esposti sul fronte antimafia, lui, già militante del Fuan e poi sempre orgogliosamente di destra, muore da giudice "comunista". Perché tali si diventava per una certa stampa e per determinati settori del sistema politico se si osava portare l'azione di legalità oltre le soglie di un potere che, in Sicilia, era un pezzo organico del sistema di relazioni e di interessi di Cosa Nostra. Borsellino era un uomo di quella borghesia orgogliosa e sana che mal sopportava quell'altra borghesia, fatta di imprenditori, burocrati, politici, professionisti, massoni, che ha sempre rappresentato e continua a rappresentare in Sicilia il tessuto connettivo del potere: una borghesia mafiosa, appunto.
Forse bisognerebbe cercare in questa zona grigia della società siciliana quei mandanti occulti delle stragi che, nella transizione politico-istituzionale dei primi anni '90, hanno non solo interloquito ma saldato un patto con le grandi organizzazioni criminali.
E andrebbe riletta la famosa intervista che pochi mesi prima di morire Paolo Borsellino rilasciò alla televisione francese e pubblicata dall'Espresso, dove lui parla dei rapporti tra il boss mafioso Mangano, "stalliere" palermitano di Arcore, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi. Parlava di imprenditori, allora, non del capo del governo e del suo braccio destro.
Cosa aveva capito Borsellino? E perché - lui così schivo e riservato - aveva sentito l'esigenza di parlarne pubblicamente? E cosa aveva scoperto in relazione alla strage di Capaci per essere subito fermato col tritolo?
Continuiamo a sentire magistrati che denunciano il ruolo di altre "entità" nella progettazione delle stragi del '92 e del '93. Ma non abbiamo grande fiducia nella volontà dello Stato di fare luce sulle sue zone d'ombra. Del resto, da Portella della Ginestra ad oggi, nessuna strage ha ancora avuto verità e giustizia e neanche i governi di centrosinistra sono stati in grado di abolire il segreto di stato. Perché dovremmo averne ora? Con Pasolini continueremo ad affermare "noi sappiamo di chi è la colpa". Non ci accontenteremo degli ergastoli agli esecutori materiali. Lo dobbiamo al futuro della democrazia del nostro paese.
La mafia sta riassumendo il totale controllo del territorio e dell'economia. Non ha bisogno di sparare, anche se le dichiarazioni di Bagarella mandano un segnale preciso sia ai mafiosi liberi che non possono abbandonare il "fronte" del carcere duro, che alla politica e a quei settori istituzionali che continuano ad interloquire con la criminalità organizzata. Torna, quindi, il nocciolo duro del ruolo della politica.
Che ci fa un esponente di Forza Italia, presidente della commissione sviluppo della provincia di Agrigento, alla riunione della cupola provinciale se non svolgere la sua "missione" politica e il suo dovere mafioso?
E perché il generale Jucci, commissario per l'acqua in Sicilia, è stato spodestato dal presidente della Regione che da commissariato è diventato egli stesso commissario, se non per gestire uno dei più grandi affari dell'isola: la siccità? L'acqua e la mafia, un binomio antico e sempre modernissimo. E già c'è chi denuncia la penetrazione della mafia negli affari dell'emergenza idrica.
E perché, ancora, scompare dal sistema di valutazione dell'impatto del Ponte dello Stretto sul territorio, la valutazione di impatto criminale, come previsto dai precedenti governi? Certo un ministro ai Lavori pubblici come Lunardi, che è convinto che con la mafia bisogna convivere, non si preoccuperà di questo! Ma il segnale è inequivoco. Come inequivoco era il disegno di legge iniziale sulla riforma degli appalti che solo grazie alla battaglia delle opposizioni non trasforma la Sicilia nel più grande cantiere di Cosa Nostra. E' una linea coerente, magari contraddittoria, ma tesa al dialogo ed alla ricerca del consenso ad una destra che al sud ha riciclato e rilegittimato i pezzi più eversivi delle vecchie classi dirigenti. Anche per questo ora hanno bisogno dell'immunità parlamentare per tutelare la loro rappresentanza.
Altro che scontro sul 41 bis! Ci batteremo perché non venga messo in discussione e, probabilmente, così sarà, con Berlusconi che avrà dimostrato la sua fermezza su tutti gli schermi d'Italia. Ma il neo sindaco di Corleone, deputato nazionale del Polo, non ha avuto alcuno scrupolo e alcun richiamo a nominare assessore l'avvocato difensore della famiglia Riina, in carica un solo giorno per l'indignazione generale. E che dire delle relazioni pericolose degli uomini di Fi e del Polo in Sicilia e al Sud, dove ormai pare che fuori dalla legalità sia rimasto solo un manipolo di magistrati al servizio del residuo potere comunista di questo paese.
Questa destra va fermata: ha un'idea proprietaria della cosa pubblica e dello Stato, vive la democrazia come un impaccio, usa la condizione sociale del sud come strumento per rialimentare la dipendenza dei bisogni dal loro potere clientelare. E in tutto questo la mafia è un soggetto organico di questa modernità e la borghesia mafiosa, il cuore del nuovo blocco dominante.
Difenderemo l'autonomia della magistratura dal potere, difenderemo gli strumenti di contrasto giudiziario alla forza delle cosche, insisteremo nel colpire i capitali e i patrimoni mafiosi, ma potremo vincere solo fuori dalle aule dei tribunali.
Rilanciamo la nostra antimafia sociale e la battaglia per l'alternativa anche per questo, contro ogni rassegnazione politica e contro ogni omologazione culturale. E' il nostro modo, da comunisti, per ricordare un giudice di destra che, a differenza di tanti altri magistrati servili al potere e alla mafia, è stato dalla nostra parte.
Proprio Borsellino lo diceva poco prima della sua morte, commemorando Falcone: la mafia si può sconfiggere solo nella società. In questo, testardi, continueremo ad avere fiducia."Il Nuovo"
Via D'Amelio, dieci anni dopo
Paolo Borsellino lottò fino all'ultimo contro Cosa nostra, anche quando ebbe la certezza che, dopo l'amico Falcone, toccava a lui finire nel mirino della mafia. La vita, la morte e l'eredità di un giudice coraggioso.
di Giuseppe Marino
PALERMO - Si dice che Paolo Borsellino, qualche tempo dopo l'attentato all'amico Giovanni Falcone, abbia saputo che a Palermo era già arrivato il tritolo destinato a lui. L'atteggiamento di fronte a questa consapevolezza dice molto sul suo temperamento: non scappò, come chiunque altro avrebbe fatto. Del resto lui stesso diceva: "La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, limportante è che ci sia anche il coraggio". Continuò perciò a indagare sulla strage di Capaci e intanto cercò freneticamente di sistemare tutte le cose personali che aveva in sospeso, come a prepararsi all'inevitabile. Che avvenne in una domenica di sole di dieci anni fa, il 19 luglio 1992, in via Mariano D'Amelio: un'autobomba era stata piazzata sotto casa della madre.
Borsellino, che aveva invano chiesto di mettere un divieto di sosta davanti al portone, era passato per prendere la madre e accompagnarla dal medico. Pochi giorni prima un gruppo di agenti della questura di Palermo era piombato a casa del giudice per offrirsi come volontari per il servizio di scorta. Tra loro c'era anche una donna, Emanuela Loi. Borsellino cercò di dissuaderla, ma non ci fu nulla da fare. E la ragazza saltò in aria in via D'Amelio insieme al magistrato e agli altri cinque colleghi della scorta: Antonio Vullo, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano.
Morì a Palermo, nella città dov'era nato, il 19 gennaio del 1940, e che aveva amato. Con Falcone condivise l'infanzia, nella stessa zona di Palermo (la Kalsa), la vocazione alla lotta alla mafia, e alla fine anche la morte. Ma ai boss non ha giovato, perché la morte di questi due amici, irriducibili avversari di Cosa Nostra, è diventata un simbolo capace di risvegliare le coscienze. Entrambi dovettero far fronte a numerosi tentativi di strumentalizzazione politica, ma provenivano da esperienze diverse: di sinistra per Falcone, di destra per Borsellino, che da giovane fu iscritto al Fuan. Ma così come il giudice morto a Capaci trovò spesso ostacoli a tra i politici di sinistra, Borsellino ebbe a che dire con quelli di destra, come quando polemizzò con Pino Rauti perché i deputati dell'Msi scrivevano il suo nome sulle schede della votazione per il presidente della Repubblica.
In magistratura dal '63, Borsellino ebbe il primo incarico direttivo come pretore a Mazara del Vallo nel '67. L'anno successivo si sposò con Agnese Piraino Leto, dalla quale ebbe tre figli: Lucia, Fiammetta e Manfredi. All'ufficio istruzione di Palermo approdò nel 1975. Qui si trovò a lavorare a fianco del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del giudice Rocco Chinnici, entrambi in seguito periti in attentati mafiosi. Con Falcone, Borsellino, Barrile e Chinnici a capo, nacque lo storico pool antimafia che diede i primi duri colpi a Cosa nostra. Con il giudice Angelo Caponnetto, che sostituì Chinnici, maturò la svolta: nel 1984 viene arrestato l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, e nello stesso anno arriva il pentimento di Tommaso Buscetta. Borsellino cercò sempre il contatto con la gente, partecipò alle iniziative educative nelle scuole, cercò l'appoggio della gente per la sua battaglia.
Ma non mancarono le delusioni, gli ostacoli, i momenti in cui il pool venne messo in cattiva luce davanti all'opinione pubblica. Come quando Borsellino venne nominato procuratore capo di Marsala dal Consiglio superiore della magistratura, che nel suo caso, per la prima volta, derogò al criterio dell'anzianità, a favore dei meriti professionali e dell'esperienza. Intanto a Palermo nell'87 Caponnetto, per problemi di salute, è costretto a lasciare l'incarico. In un clima difficile, Borsellino avvia una battaglia perché l'incarico passi a Giovanni Falcone, ma il Csm gli preferisce Antonino Meli, con maggiore anzianità di servizio. Gli attacchi ai due giudici simbolo del pool si intensificano, e Borsellino decide di tornare a Palermo per ricostituire una squadra di magistrati impegnati sul fronte della lotta alla mafia. Ci riesce nel '91, come Procuratore aggiunto. Il Procuratore Giammanco però gli toglie la delega per le indagini su Palermo, e gli assegna Agrigento e Trapani.
La battaglia per non essere fermati riprende con il tentativo di far scegliere Falcone per il posto di superprocuratore Antimafia. Ma quando la battaglia sembra vinta Cosa nostra entra in azione a Capaci. Il posto viene offerto a lui, che risponde così: "La scomparsa di Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento". Morirà, ma dopo l'attentato esploderà definitivamente quella mobilitazione popolare che ha portato alla più grande sconfitta nella storia di Cosa nostra: la perdita della connivenza omertosa della gente."Il Nuovo"
Rita Borsellino: "Aspetto la verità"
Non crede a una strage voluta dalla mafia e non ha paura di aspettare per conoscere la verità sulla strage di via D'Amelio. Che le ha cambiato la vita e l'ha avvicinata a Palermo.
di Calogero Russo
PALERMO - IL futuro? "E' imprevedibile in una città capace di grande silenzio e rassegnazione ma anche di rivolte corali. Avverto nonostante tutto un certo risveglio e ciò nutre la mia speranza di continuare a lottare e di conservare la memoria". Lotta portando con sé un canestro di parole, parlando di legalità da una città all'altra, Rita Borsellino, sorella del procuratore aggiunto Paolo, ucciso insieme alla sua scorta da un'autobomba in via D'Amelio, intorno alle 17 del 19 luglio del '92.
Lotta e aspetta di conoscere la verità sulla strage. "Perché dire che Paolo è stato ucciso solo dalla mafia è troppo semplice. Sono disposta ad aspettare ancora anni e anni per sapere chi ha dato l'ordine a Cosa nostra di effettuare l'eccidio".
Dieci anni dopo l'appartamento sventrato dall'esplosione è sempre lo stesso, e Rita Borsellino vi abita ancora. E da lì fa la spola fino alla farmacia di famiglia in via Gustavo Roccella. Farmacia che esisteva già 100 anni fa nel cuore della città vecchia, alla Magione, il quartiere dove era cresciuto anche Giovanni Falcone. "Il 19 luglio era una domenica. E io con la famiglia - ricorda Rita Borsellino - eravamo al mare. A casa era rimasta solo mia madre e Paolo era venuto a trovarla. Lo avevo visto appena ventiquattr'ore prima. Alle 17 eravamo al mare e non sapevamo ancora quello che era accaduto. Ci hanno informati - dice - alcuni amici in spiaggia. Avevo visto Paolo sabato - racconta ripescando i ricordi a ritroso - e stava bene. Anche se dopo la morte di Giovanni Falcone non riusciva più ad essere sereno.
Non ci riusciva più a Palermo, una città che non gli piaceva ma che proprio per questo aveva imparato ad amare. La strage - aggiunge Rita Borsellino - mi ha cambiato profondamente, così come il mio rapporto con Palermo. Perchè in quei giorni terribili, in cui anch'io rimasi senza una casa, ebbi modo di conoscere la parte migliore della città che si ribella al giogo mafioso. Da sette anni insieme all'associazione Libera di don Luigi Ciotti cerco di far conservare la memoria alle nuove generazioni. Per non dimenticare. Cosa nostra ha ucciso mio fratello Paolo e il suo sorriso. E ha ucciso nella mia mente uno dei luoghi più belli di Palermo: Castello Utvegio, se come è stato detto nel corso del processo, da lì fu azionato il telecomando che diede il via alla strage".18 luglio 2002 - 10 ANNI UCCISIONE BORSELLINO: DAI GIORNALI
ANSA:
Il primo lancio d' agenzia parla genericamente di un attentato, compiuto a Palermo nei pressi della Fiera del Mediterraneo, che ha provocato la morte di almeno quattro persone, ferendone numerose altre. E' il 19 luglio del 1992, il pomeriggio di una domenica afosa e sonnolenta, che da quel momento diventa convulsa, frenetica, e soprattutto indimenticabile. Alle 17:47 l' Ansa batte la notizia che getta l' intero paese nel dramma di una nuova, violentissima sfida alle istituzioni democratiche: nell' esplosione di un' automobile imbottita di tritolo e' rimasto coinvolto il giudice Paolo Borsellino, procuratore aggiunto di Palermo. L' esplosione e' avvenuta in via D' Amelio, dove abitano la madre e la sorella del magistrato. Lo scenario che si presenta agli investigatori, ai giornalisti e ai curiosi e' uno scorcio di Beirut: il manto stradale e' sconvolto per duecento metri. L' edificio e' 'sventrato': muri lesionati, infissi di balconi e finestre divelti fino al quinto piano. A Palermo e' il caos: sul luogo dell' esplosione confluiscono tutte le pattuglie volanti della polizia e dei carabinieri e decine di ambulanze. Sono passati solo ventisei giorni dalla strage di Capaci dove sono morti Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Alle 18:18 la tragica conferma: Borsellino e' rimasto ucciso nell' attentato insieme con cinque agenti di scorta, tra cui una donna, la giovanissima poliziotta sarda Emanuela Loi. Il lancio di agenzia spiega che il corpo del magistrato, completamente carbonizzato, con il braccio destro troncato di netto, giace nel cortile del palazzo. La salma non e' stata ancora riconosciuta ufficialmente, ma alcuni colleghi, fra i primi ad accorrere sul luogo dell' attentato, asseriscono che e' "certamente" lui. "Siamo in guerra", commenta il sindaco di Palermo Aldo Rizzo "dobbiamo prepararci a resistere, non possiamo illuderci che questa sia la fine". Vengono ricostruite le ultime ore di vita di Borsellino: prima di recarsi a salutare la madre, in via D'Amelio, il magistrato aveva trascorso il pomeriggio con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia (mentre l' altra figlia Fiammetta era in viaggio in Indonesia), ospiti a Villagrazia di Carini del leader siciliano del Msi, avvocato Giuseppe Tricoli, amico del magistrato dagli anni universitari. Alle 19:59, con due telefonate alle redazioni di Torino e di Roma dell' Ansa, arrivano anche le prime rivendicazioni: una persona che dice di parlare a nome della 'Falange Armata' rivendica la strage di Palermo. In serata, sfilano in via D' Amelio il ministro dell' Interno Nicola Mancino, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il cardinale Salvatore Pappalardo. Poi i vertici delle istituzioni si riuniscono in Prefettura per ricostruire il puzzle di una giornata convulsa: con il ministro della giustizia Claudio Martelli, oltre a Mancino, ci sono i responsabili della polizia e dei carabinieri e il capo della Dia Giuseppe Tavormina. Si decide di adottare misure straordinare e urgenti con le quali affrontare l' emergenza antimafia.ANSA:
Nel lavoro come nella vita privata Paolo Borsellino, il giudice "buono", era sempre se stesso. Il parroco, gli amici piu' cari, i collaboratori piu' stretti, lo ricordano tutti nell' identico modo: "Un uomo semplice, schietto, dotato di una grande carica umana e spirituale". Fino all' ultimo era rimasto il ragazzo della Kalsa, il quartiere dove era nato e dove aveva stretto un intenso rapporto di amicizia con Giovanni Falcone, suo compagno di giochi. Un rapporto che proseguira' negli anni successivi anche sul versante professionale. Una vita 'parallela' quella di Paolo e Giovanni, accomunati dallo stesso tragico destino a distanza di meno di due mesi. Due magistrati che lavorando con intelligenza e caparbieta' avevano inferto colpi durissimi a Cosa Nostra, due servitori dello Stato dilaniati dal tritolo mafioso. Nonostante si integrassero perfettamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano caratteri completamente diversi: chiuso e taciturno il primo, espansivo e aperto il secondo, anche se entrambi dotati di un senso dell' humour che spesso sconfinava nel macabro. Come quando scherzavano sulla loro morte e sui necrologi che l' uno avrebbe dedicato all' altro. Il loro sodalizio umano e professionale non conobbe mai momenti di crisi, e fu anzi rinsaldato dalle difficolta' e dalle polemiche che contrassegnarono il loro impegno giudiziario. Borsellino comincia la sua carriera in magistratura nel 1967 come pretore prima a Mazara del Vallo, poi a Palermo. Nella seconda meta' degli anni '70 il consigliere istruttore Rocco Chinnici, anche lui trucidato dalla mafia nel 1983 con una autobomba, lo chiama a far parte del pool antimafia dell' ufficio istruzione insieme a Falcone. I due ex compagni di giochi sono affiatati, si intendono a meraviglia, diventano ben presto la punta di diamante dell' ufficio. Dopo l' uccisione di Chinnici l' ufficio passa sotto la direzione di Antonino Caponnetto, con il quale i due 'gemelli' dell' ufficio istruzione instaurano un rapporto di stima e collaborazione. Nel 1984 Tommaso Buscetta si pente: Falcone raccoglie le sue "confessioni" e comincia a lavorare con il collega al primo maxiprocesso a Cosa Nostra. La mafia reagisce uccidendo i commissari Montana e Cassara': nell' estate del 1985 Falcone e Borsellino vengono trasferiti per motivi di sicurezza con le loro famiglie all' Asinara per ultimare la stesura della monumentale ordinanza (8 mila pagine) di rinvio a giudizio per 475 imputati. Lo Stato li ripaga presentando il "conto" di alcune spese non previste. Nel 1986 Borsellino diventa Procuratore di Marsala per meriti, scavalcando un magistrato che ha maggiore anzianita'. Leonardo Sciascia, dalle colonne del Corriere del Sera, critica