Almanacco dei misteri d' Italia
|
le notizie del 2003: luglio-agosto |
1 luglio 2003 - PENTITO VARA SU DELL' UTRI
"La Sicilia"
"I boss non parlavano di Dell'Utri"
Vara: "Lo conoscevo solo come dirigente di calcio". Il processo Mannino
Palermo. I giudici della terza sezione della Corte di Appello di Palermo decideranno lunedì prossimo se riaprire o no l'istruttoria dibattimentale nell'ambito del processo di secondo grado a carico dell'ex ministro democristiano, Calogero Mannino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Lo ha stabilito il presidente della Corte, Salvatore Virga, che ieri ha ascoltato i legali difensori dell'imputato, avvocati Grazia Volo e Salvo Riela. Entrambi si sono opposti alla richiesta della Procura generale, rappresentata da Vittorio Teresi, di assunzione di nuove prove.
La richiesta di riapertura dell'istruttoria avanzata dall'accusa per ascoltare i pentiti Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè era relativa a degli attentati subiti da Calogero Mannino negli anni '90, in particolare quello subito dalla sua segreteria politica di Sciacca. La difesa si è opposta sottolineando ai giudici il fatto che Brusca era già stato ampiamente sentito e che le accuse di Giuffrè sono generiche e che il collaboratore parla per sentito dire (de relato). Sempre la difesa di Mannino, invece, ha dato parere favorevole all'acquisizione dei verbali con le dichiarazioni di Antonino Giuffrè.
Il 7 luglio la Corte scioglierà la riserva anche su due richieste della difesa per l'acquisizione di due sentenze già definitive, una relativa all'assoluzione di Mannino dai reati di corruzione e illecito finanziamento dei partiti nell'ambito della "tangentopoli" siciliana, e l'altra che ha scagionato un professionista accusato dalla Procura di aver fatto da tramite tra l'ex ministro e ambienti mafiosi.
Intanto, stralci delle intercettazioni effettuate nell'abitazione del medico Giuseppe Guttadauro, indicato come il boss di Brancaccio, sono stati depositati nel fascicolo del pm nel processo al senatore Marcello Dell'Utri (FI) accusato di concorso in associazione mafiosa. Proprio ieri, interrogato in videoconferenza, il pentito Ciro Vara, ex braccio destro del boss di Caltanissetta Giuseppe "Piddù Madonia" ha dichiarato: "Non ho mai sentito parlare del senatore Dell'Utri. Lo conoscevo solo come un dirigente di calcio, e non ho mai sentito parlare di lui in seno a Cosa Nostra". Vara ha riferito di una riunione con il boss di Caccamo, oggi anch'egli pentito, Nino Giuffrè e con altri mafiosi a Palermo nel 1994: "Con Giuffrè mi incontrai nella sede sociale di Antonino Priolo... Parlavano di elezioni e di un certo Battaglia. Giuffrè mi chiese cosa facevamo noi, e io risposi che votavo Forza Italia. Giuffrè mi disse "va bene"... Ma io mi sentivo libero di votare per chi volevo".1 luglio 2003 - BORSELLINO TER E CAPACI; PG, NO A RIUNIFICAZIONE
ANSA:
"Non esiste nessun presupposto giuridico, di alcun genere". Cosi' il sostituto procuratore generale di Catania, Francesco Bua, boccia l' ipotesi avanzata ieri di riunire lo stralcio del Borsellino Ter e l' intero procedimento della strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla seconda corte d' assise d' appello etnea.
Il Pg sottolinea la sua "netta contrarieta" alla proposta del presidente della Corte di riunire i due procedimenti per le stragi di mafia del 1992 in Sicilia. "Sono due processi diversi - spiega il magistrato - quello di Capaci si puo' definire concluso mentre il Borsellino Ter e' soltanto uno spezzone della vicenda giudiziaria legata alla strage di via D' Amelio". Inoltre il 3 luglio la Cassazione si pronuncera' su un altro troncone dell' inchiesta, il cosidetto Borsellino bis. "Tutte ragioni - rileva il Pg Francesco Bua - che rendono inopportuna la riunificazione, che tra l' altro non renderebbe il processo piu' spedito". La decisione della seconda corte d' assise d' appello di Catania sulla riunificazione e' attesa per il prossimo 9 luglio.2 luglio 2003 - INCHIESTA CUFFARO: DAI GIORNALI
"Il Corriere della sera"
Rivelazioni da un altro pentito Cuffaro interrogato per 6 ore "Tutto chiarito, sono sereno"
Secretato il verbale per verificare le risposte del governatore della Regione
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - E' stato sei ore sotto torchio, ma è uscito fresco come una rosa dall'interrogatorio che lui preferisce chiamare "colloquio". Sfatti dalla calura, alle quattro del pomeriggio i cronisti si sono ritrovati così davanti ad un impeccabile presidente della Regione, gioviale come Totò Cuffaro è sempre, pronto perfino alla battuta quando una signora gli ha teso la mano dicendo di avere pregato per lui: "Grazie, sto scoprendo che la Sicilia tutta prega per me".
L'indagine sul concorso alla mafia pesa. Come l'arresto di un ex assessore comunale ritenuto un suo pupillo, Domenico Miceli. Ma non hanno fiaccato il morale di Cuffaro le sei ore dedicate, prima, all'esame delle intercettazioni ambientali fra i boss arrestati la scorsa settimana, poi alla discussa assunzione di qualche medico al Civico di Palermo, quindi ad una presunta mazzetta da 50 mila euro per un acquedotto costruito in provincia, a Marineo, un appalto del '93 citato dal pentito Salvatore Lanzalaco. Sì, ci sono pure le sue dichiarazioni nell'inchiesta. Ma, pare, non quelle del collaboratore Nino Giuffrè, contrariamente a indiscrezioni circolate e smentite in serata da una fonte autorevole: "Un errore parlare di Giuffrè". Questi gli argomenti di un "colloquio" registrato e secretato da Piero Grasso, il procuratore che accanto aveva l'aggiunto Guido Lo Forte e due sostituti, Nino Di Matteo e Gaetano Paci. Argomenti che non preoccuperebbero Cuffaro: "Sapevo di avere la coscienza a posto, ma non sapevo che cosa mi avrebbero contestato. Anche se non posso parlarne adesso sono ancora più sereno... E grande serenità ho trovato nei pm...". E' con questa tranquillità - che i magistrati non commentano - che Cuffaro è passato ieri sera dal tribunale a Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea siciliana, dove è stato accolto da abbracci e baci di deputati di ogni colore: "Sono felice di queste testimonianze di affetto, da parte di maggioranza e opposizione. E felice di avere chiarito tutto ai magistrati. Per me, e soprattutto per la mia famiglia, sono stati momenti molto difficili...". Era come se fossero tutti pronti a stappare bottiglie di champagne a palazzo. Come se l'inchiesta non muovesse adesso i primi passi. Come se la secretazione non fosse legata anche alla necessità di coprire ogni risposta di Cuffaro in vista dei riscontri da cercare con gli interrogatori degli arrestati e con quello di un deputato del Cdu indagato per gli stessi reati, Saverio Romano.
Ma sul piano politico l'andamento delle sei ore di faccia a faccia fra Cuffaro e i magistrati sta per sfociare in una sorta di via libera, di conferma al governo. Qualcuno ha sollecitato le dimissioni, ma Cuffaro, come ha annunciato sin dal primo momento, invoca un dibattito e un voto in Assemblea. E il presidente dell'Assemblea, Guido Lo Porto, abbracciando Cuffaro, ha programmato la seduta per venerdì. D'altronde, se Cuffaro presentasse le dimissioni la Sicilia sarebbe chiamata a nuove elezioni. Un "tutti a casa". Un passaggio difficoltoso per deputati eletti due anni fa. Un dato temporale che ha pure il suo peso. Duro rinunciare a tre anni di stipendi parificati a quelli del Senato. Anche per ragioni meno effimere, tutto lascia comunque pensare che nella seduta di venerdì si andrà a quel voto. Con tutta probabilità di ampia solidarietà.
Felice Cavallaro2 luglio 2003 - LA MAFIA CHE TORNA A SPARARE
www.clorofilla.it
A Palermo Cosa Nostra torna a colpire avendo in mente un unico obiettivo: far ripartire il dialogo con le istituzioni. Una nuova inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiosi del '93. Nel mirino delle indagini "nuovi referenti" che appoggerebbero le richieste dei boss
La mafia ritorna a sparare e propone trattative. E lo Stato?
di Nicola Biondo
Roma - Se la mafia comunica anche attraverso i simboli, i messaggi di queste ultime settimane sembrano chiari. Cosa Nostra non ha abbandonato l'idea di una trattativa con le Istituzioni e riparte da dove si era fermata, dall'annus horribilis, il 1993, l'anno delle bombe. Entrambi i messaggi partono da uno dei quartieri palermitani a più alta densità mafiosa, quello di Branacaccio, Corso dei Mille. In pochi giorni, tra i palazzi fatiscenti frutto del sacco edilizio firmato Lima-Ciancimino, a pochi chilometri di distanza, Cosa Nostra è tornata a colpire. Due simboli appunto; il primo è un parente di un ex-pentito, quel Vincenzo Scarantino che si è autoaccusato di aver partecipato alla strage di via D'Amelio, in cui morì il giudice Borsellino e 5 agenti di scorta. Il secondo obiettivo-simbolo è il Centro Padre Nostro, voluto da don Pino Pugliesi ucciso il 15 settembre 1993 da Cosa Nostra, che ha subito il 2 giugno l'ennesimo attentato.
Ma i due simboli hanno qualcosa in più in comune a parte il luogo. A Brancaccio, infatti, comanda la famiglia Graviano, l'ala più dura della Cupola insieme con i corleonesi Riina e Bagarella. Sono i Graviano ad aver avuto l'onere di organizzare la strage di via D'Amelio, loro, secondo alcuni collaboratori di giustizia, ad avere intrapreso la politica della trattativa con settori istituzionali, loro, secondo Salvatore Cancemi, ad aver avuto stretti rapporti con Marcello Dell'Utri, sempre loro ad aver proposto alla cupola lo scontro frontale con la Chiesa, con gli attentati a Roma e l'omicidio di padre Puglisi, loro, infine, ad organizzare la strage allo stadio olimpico di Roma, poi fatta rientrare.
A dieci anni esatti da quella notte della repubblica, molti nodi di quella strategia terroristica rimangono irrisolti. Le inchieste hanno portato a condanne definitive per la cupola mafiosa, ma secondo gli inquirenti rimane da scoprire il livello occulto, i mandanti esterni che sostennero la svolta stragista della mafia e la indirizzarono verso il suo epilogo, verso una trattativa. E' infatti dalla strage di via D'Amelio che qualcosa continua a non essere chiara nella strategia terroristico-mafiosa. "Le indagini sui cosiddetti mandanti occulti - ha dichiarato alla stampa il procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo - non sono ancora completate. Per questo la Procura ha aperto un altro fascicolo. Lo abbiamo fatto in base a diversi spunti di indagine che debbono essere approfonditi e riscontrati. Queste nuove indagini vengono portate avanti verso un'altra visuale. Il tempo che è trascorso dal giorno delle stragi - ha concluso Messineo - purtroppo non è dalla nostra parte. Dopo undici anni è difficile ricostruire molte cose, ma ci stiamo provando".
Perché - ci si è sempre chiesti - dopo solo 57 giorni da Capaci, la Cupola colpisce ancora, con la strage di via D'Amelio, esponendosi alla risposta più dura che lo Stato abbia mai messo in campo, con il carcere duro, la militarizzazione della Sicilia e valanghe di ergastoli. E' possibile che il calcolo fatto dai Corleonesi sia stato sbagliato? Secondo i magistrati no, il rischio era stato calcolato: l'obiettivo era un nuovo patto tra lo Stato e la mafia tale da riportare indietro le lancette dell'orologio agli anni 50-60, quando la sola parola "mafia" era tabù.
Il chiodo fisso dei boss, raccontano decine di pentiti, tra il '92 e il '93, era "trattare", con le buone o con le cattive. Con la politica o con le bombe. La nuova mafia si "inabissa", dalla metà degli anni Novanta smette di sparare ma conquista l'economia legale di Palermo: secondo i dati della Camera di Commercio del capoluogo siciliano, mai come adesso Cosa Nostra impone la sua "protezione" e gestisce gli appalti. Ma da almeno un anno i boss, fuori e dentro il carcere, sono inquieti. Gli uomini di Provenzano non intendono, almeno per ora, riprendere la politica delle bombe mentre gli stragisti di Riina escono allo scoperto con proclami e proteste dalle carceri di tutto il paese, ancora oggi. Una strategia che viene da lontano figlia delle stragi e del "papello" di richieste avanzate da Riina.
Era il 12 luglio 2002, quando Leoluca Bagarella si rivolgeva dal carcere di Ascoli Pieno allo Stato, "...agli avvocati delle regioni Meridionali (...) che ora siedono negli scranni parlamentari a nome di tutti i detenuti (...) stanchi di essere strumentalizzati, vessati, umiliati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche". Secondo Giovanni Falcone, Cosa Nostra senza complicità politiche non sarebbe altro che un'organizzazione criminale come tante. E' questo rapporto mafia-politica, secondo i pentiti dell'ultima ora vicinissimi al boss Bernardo Provenzano, è croce e delizia per la mafia. Secondo Nino Giuffré "una cosa non bella perché il politico è viscido ma di cui non si può fare a meno".
Tre mesi prima della sua morte, avvenuta nell'aprile scorso, Gabriele Chelazzi, il magistrato fiorentino che conduceva le indagini sui mandanti occulti delle stragi di Firenze, aveva dichiarato: "Cosa Nostra, tra il '92 e il '93, era in attesa dei frutti della <<spallata>>. Credo che allo stato delle conoscenze si rendono conto che il tritolo non paga. Ci sono risposte ulteriori? Questo fa parte di un approfondimento ancora da fare". Le aspettative dei boss, quindi, sono state tradite. E questo non fa presagire nulla di buono. La mafia spara quando la vendetta è utile e può produrre un nuovo periodo di "pace".
Da quasi cinque anni a Palermo non si sparava. Il recente omicidio di Rosario Scarantino, "messaggio numero uno", secondo gli analisti porta con sé un diktat molto chiaro, significa una sola cosa: cambiare, e presto, la legge sui collaboratori di giustizia e sul trattamento carcerario. E che questa volta la Chiesa, "messaggio numero due" con il raid contro il centro di Pino Pugliesi, come ha fatto, invece, in tempi recenti, non si frapponga ad ostacolo. La domanda allora rimane: chi è in grado di portare avanti la trattativa e su quali basi ?
Negli ultimi mesi, l'attenzione si sarebbe spostata su un gruppo di avvocati palermitani, deputati di Forza Italia e Alleanza Nazionale; alcuni di loro, secondo gli apparati di sicurezza, potrebbero essere gli obiettivi di una vendetta mafiosa per "non avere rispettato i patti" come ha detto Bagarella e prima di lui Pietro Aglieri. E' un'indagine nuova, diversa da quelle che vede coinvolto l'ex-senatore Dc Vincenzo Inzerillo, reo, secondo la procura di Palermo, di aver mediato con Cosa Nostra per far cessare le stragi. Questa sarebbe la "preistoria" della trattativa, oggi si cercano i nuovi referenti, i nuovi potenti che trattano.
Voci insistenti, infatti, si susseguono su un paio di nomi di avvocati parlamentari che, da qui a poco, potrebbero finire nel registro degli indagati come mediatori e insieme protagonisti di una nuova trattativa. Le richieste avanzate dai boss riguardano alcune "riforme" dell'ordinamento penale, vale a dire la possibilità di una "dissociazione dolce" che non comporterebbe la confessione, proposta da tempo presentata in Parlamento, alla Commissione giustizia della Camera, modifiche al codice di procedura penale in materia di valutazione della prova fino alla possibilità di chiedere la misura del patteggiamento anche per i reati di mafia.
Nel dicembre scorso, allo stadio di Palermo è comparso uno striscione che recitava: "Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia".E' di pochi giorni fa l'annuncio del Presidente del Consiglio di volere mettere mano ai codici e alle leggi costituzionali che regolano l'amministrazione della giustizia. Certo è che sarebbe davvero arduo spiegare ai cittadini, che, in buona fede, lamentano l'uso della carcerazione domiciliare a carico di pentiti pluriomicidi, l'utilità nel dare legittimazione politica a chi ha fatto la guerra allo stato, fosse anche per seppellire definitivamente la strategia terroristico-mafiosa e non parlarne più. Che i tanti messaggi, allora, siano stati ricevuti ?3 luglio 2003 - STRAGE VIA D'AMELIO: CASSAZIONE CONFERMA ERGASTOLI
"Il Nuovo"
Strage di via D'amelio, confermati gli ergastoli
La Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per i mandanti della strage in cui morirono il giudice Borsellino e ciqnue agenti della scorta.
ROMA - La Cassazione conferma le condanne all' ergastolo per i mandanti della strage di via D'Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta.
La Suprema Corte ha reso definitive le condanne per Totò Riina, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Calascibetta, Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Salvatore Biondino, Cosimo Vernengo, Natale e Antonino Gambino, Lorenzo Tinnirello, Gaetano Scotto, Gaetano Murano e Gaetano Urso.
Il verdetto di colpevolezza fu pronunciato il 18 marzo del 2002 dalla Corte di assise di appello di Caltanissetta. Con questa sentenza la Cassazione conferma le richieste del sostituto procuratore generale Nino Abate che aveva chiesto la conferma degli ergastoli. Unica eccezione per Scotto per il quale aveva chiesto al sola conferma della condanna per associazione mafiosa.4 luglio 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: CONTORNO
"La Gazzetta del sud"
Dell'Utri
Lo ha affermato in un verbale Totuccio Contorno
Mai stato ad Arcore
PALERMO - "Non sono mai stato nella tenuta di Berlusconi, conoscevo personalmente lui". Lo afferma l' ex collaboratore di giustizia, Salvatore Contorno, in un verbale di interrogatorio depositato dalla procura nel fascicolo del pm del processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. L' audizione dell' ex boss palermitano è stata disposta dai giudici del tribunale per lunedì, dopo che la difesa ne aveva fatto richiesta. Gli avvocati del parlamentare avevano prodotto al collegio un interrogatorio di Contorno in cui smentiva le dichiarazioni di un altro pentito, Salvatore Cancemi, il quale affermava che il boss aveva trascorso negli anni Settanta un periodo della sua latitanza nella via di Arcore di Silvio Berlusconi. I magistrati avevano ribattuto sostenendo che si trattava di omonimia e che la persona indicata dal collaboratore era Peppuccio Contorno e non Salvatore. Da qui la richiesta dei legali di sentirlo in aula. Nell' interrogatorio depositato dalla procura, Contorno sostiene che in passato non ha mai voluto parlare ai magistrati di Berlusconi e Andreotti, "perchè - dice l' ex pentito - a quest' ora avrei fatto la morte di Sindona". Il verbale di interrogatorio di Salvatore Contorno è del 21 gennaio 2000: Si tratta di una audizione davanti ai giudici del tribunale di Palermo che lo hanno ascoltato nell'ambito del processo al funzionario di polizia Ignazio d'Antone. Per la difesa del senatore Marcello Dell'Utri la dichiarazione dell'ex pentito potrebbe essere interpretata diversamente. "Il signor Contorno - afferma l'avvocato Roberto Tricoli, difensore del parlamentare - quando parla non si esprime come Manzoni, in questo verbale dibattimentale, recuperato in zona Cesarini dai pm, riconferma e quindi smentisce Cancemi in relazione alla circostanza di essersi recato nella tenuta di Arcore e riconferma soltanto che sapeva che Vittorio Mangano per un periodo svolgeva attività lavorativa nella tenuta. Dal tenore della contorta frase del pentito riteniamo che la sua conoscenza era rivolta a Mangano e non a Berlusconi". "E' una interpretazione -- aggiunge il penalista Tricoli - che conferma quanto già Contorno aveva dichiarato sul punto il 7 marzo 1994 al pm Boccasini e il successivo 15 marzo 1994 al dottor Caselli. Tutto il resto sono chiacchiere e comunque interpretazioni surrettizie e di comodo".4 luglio 2003 - LEGALE PROVENZANO CHIEDE REVISIONE IN UN LIBRO
ANSA:
Non sara' un documento giuridico, ma un dossier rivolto all' opinione pubblica, attraverso le pagine di un libro di prossima pubblicazione. Si tratta dell' istanza di revisione di tutte le condanne inflitte al boss latitante Bernardo Provenzano, stilata dal suo legale, l' avvocato Salvatore Traina del Foro di Palermo, con un' unica motivazione: Binnu non e' Toto' Riina, i due sono ben distanti l' uno dall' altro, spesso addirittura in contrasto e in disaccordo, e dunque nessuna delle decisioni criminali attribuite a Riina puo' essere automaticamente estesa anche a Provenzano.
Secondo il legale, questa "difformita' di comportamenti" tra i due, emerge chiaramente dalle risultanze processuali successive a quella sentenza e a quelle condanne che adesso, Traina chiede di modificare radicalmente.
Ma perche' l' istanza viene affidata ad un volume e non alla corte d' appello di Palermo, l' organismo cui sarebbe naturalmente destinata? "La persistente sommarieta' con la quale Provenzano continua ad essere incriminato prima e condannato dopo - spiega Traina - non mi fa ritenere ancora maturi i tempi per rivolgermi alla giustizia ordinaria, e cioe' a chi dovrebbe pronunciarsi in nome del popolo italiano". Il penalista che dai tempi del maxiprocesso e' l' unico legale che assiste Provenzano, sostiene che tutte le condanne inflitte al boss si basano, in realta', "esclusivamente su un unico assioma, affermato per la prima volta nella sentenza della corte d' appello, su rinvio della Cassazione, nel primo maxiprocesso: secondo quest' assioma, Toto' Riina e Bernardo Provenzano sono due persone cosi' strettamente legate da non assumere decisioni criminali senza consultarsi, e dunque sono entrambi penalmente responsabili, nonostante il rappresentante della commissione sia il solo Riina".
Il legale, che sta freneticamente raccogliendo materiale per il suo libro-documento, non ha ancora un editore, ma promette un volume rigoroso che potrebbe, sostiene, "riscrivere la storia dell' antimafia degli ultimi anni".6 luglio 2003 - STRAGE VIA D'AMELIO: ARRESTATO ANTONIO GAMBINO
"Il Nuovo"
Partecipò all'agguato di via D'Amelio, in manette
L'uomo, Antonio Gambino, avebbe aiutato i boss a organizzare la strage di via d'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.
PALERMO - Finisce in manette Antonino Gambino. Avrebbe partecipato alla strage di via D'Amelio in cui morirono il 19 luglio del 1992 il giudice Borsellino e cinque agenti della scorta. Gambino avrebbe aiutato i boss nell'organizzazione dell'agguato, per questo risponderà del reato di associazione mafiosa.
Il provvedimento arriva in seguito alla sentenza definitiva stabilita il 3 luglio scorso dalla Cassazione che ha confermato le condanne all' ergastolo per i mandanti della strage e per chi aiutò i boss ad organizzarla. A Gambino è stata confermata la condanna ad otto anni di carcere inflittagli dai giudici della corte d'assise d'appello il 18 marzo 2002 per mafia.
L'uomo venne arrestato per la prima volta il 15 luglio 1994 e poi scarcerato dalla Corte d' assise di Caltanissetta il 13 febbraio 1999. Da allora era diventato sorvegliato speciale. Antonino Gambino, che è fratello di Natale (anche lui condannato per la strage) è indicato dal collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino come uno dei boss che prese parte ad una riunione in cui la cupola mafiosa decise la morte di Borsellino.7 luglio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: CONTORNO
ANSA:
"Avendo paura non ho mai fatto alcuna dichiarazione su Andreotti e Berlusconi. La vita me la guardo io perche' non mi protegge nessuno". Lo ha detto l' ex collaboratore di giustizia, Salvatore Contorno, deponendo nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (FI) accusato di concorso in associazione mafiosa.
Contorno, citato dalla difesa, ha detto di non avere mai conosciuto Dell' Utri, ma di averne sentito parlare negli anni '70, dai boss Vittorio Mangano, Pietro Vernengo, Ignazio e Giovanni Pullara'. "Ne sentivo parlare ogni giorno da Mangano - dice Contorno - perche' lui lavorava nella villa di Arcore di Berlusconi, pero' non l' ho mai conosciuto. Mangano era uomo di fiducia di Berlusconi".
Rispondendo alle domande dell' avvocato Ennio Tinaglia, difensore di parte civile, Contorno non ha saputo spiegare perche' Mangano " era diventato uomo di fiducia di Dell' Utri e Berlusconi".
Il presidente del collegio Leonardo Guarnotta, non ha infine ammesso una domanda dell' avvocato Tinaglia che chiedeva a Contorno informazioni circa eventuali investimenti di somme di denaro da parte del boss Stefano Bontade.
Contorno e' attualmente agli arresti domiciliari in espiazione di pena, ed e' fuori dal programma di protezione da cinque anni, da quando e' stato arrestato per traffico di droga.7 luglio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: CONTORNO, MANGANO ASSUNTO PER SICUREZZA BERLUSCONI
ANSA:
"Berlusconi aveva paura dei sequestri di persona e per questo motivo nella sua villa venne messo Vittorio Mangano a protezione". Lo ha detto l' ex pentito Salvatore Contorno deponendo in videoconferenza nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa.
Mangano, uomo d' onore della famiglia di Porta nuova, deceduto quattro anni fa, secondo Contorno lascio' la villa San Martino di Arcore dopo il fallito sequestro del principe Luigi D' Angerio, avvenuto il 7 dicembre 1974 a poca distanza dalla residenza di Berlusconi.
Il pentito, ricordando gli anni trascorsi a Milano, ha inoltre indicato Vittorio Mangano come uno dei soci del boss Antonino Grado in un traffico di droga.
Rispondendo alle domande del pm Nico Gozzo, Contorno ha poi parlato degli incontri fra boss che venivano effettuate a Palermo a cui partecipava a che il capomafia Stefano Bontade. "In queste riunioni - afferma il collaboratore - ho anche incontrato il giornalista Pippo Montaperto che ci portava le notizie, su diversi fatti, e ricordo che allora si discuteva anche di un giornalista assassinato".
La difesa ha quindi chiesto ai pm di depositare il verbale illustrativo di Salvatore Contorno, e fra le eccezioni formulate c' e' anche l' inutilizzabilita' delle intercettazioni ambientali, depositate nelle scorse settimane dall' accusa, delle conversazioni del boss Giuseppe Guttadauro che parla di Dell' Utri. Il processo e' stato rinviato a domani.7 luglio 2003 - MAFIA: MEDICO ARAGONA INTERROGATO PER QUATTRO ORE
ANSA:
Il medico Salvatore Aragona, arrestato il 26 giugno nell' ambito dell' inchiesta sui rapporti mafia e politica, in cui e' indagato anche il Presidente della Regione Salvatore Cuffaro, e' stato interrogato per la seconda volta in carcere dai Pm titolari dell' inchiesta.
Aragona, accusato di associazione mafiosa, e' indacato come il tramite tra il boss Giuseppe Guttadauro e la politica regionale, in particolare con Salvatore Cuffaro. Aragona e' inoltre accusato di avere rivelato la presenza di microspie nell' appartamento di Guttadauro. Il medico avrebbe appresa l' indiscrezione da un tale "Toto"'.
L' interrogatorio di oggi e' stato secretato e nulla trapela di quanto ha dichiarato.
Questo interrogatorio e' stato deciso dai magistrati dopo che il presidente Cuffaro e' stato ascoltato in procura per l' indagine che lo vede indagato di concorso in associazione mafiosa. Sempre in seguito alle dichiarazioni di Cuffaro i Pm sono tornati in carcere per interrogare l' ex assessore comunale Domenico Miceli, anche in questo caso il politico ha risposto per circa tre ore e le sue dichiarazioni sono state secretate.9 luglio 2003 - MAFIA: BADALAMENTI CONDANNATO ALL' ERGASTOLO
ANSA:
Il boss Gaetano Badalamenti e' stato condannato a due ergastoli dai giudici della corte d' assise di Palermo per tre omicidi compiuti fra il 1973 e il 1981 a Palermo e provincia.
Le vittime erano Giovanni Gallina, Salvatore Mazzola e Saverio Munaco'.
I giudici hanno accolto le richieste del pm Egidio La Neve.10 luglio 2003 - UNIFICATI PROCESSI STRAGE CAPACI E BORSELLINO TER
"La Gazzetta del sud"
Catania Il presidente della Corte d'assise d'appello Lucchesi ha parlato nella motivazione di una "stessa matrice criminosa"
Diventano un unico processo la strage di Capaci e il Borsellino ter
CATANIA - Lo stralcio del Borsellino Ter e l' intero procedimento della strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla seconda corte d' assise d' appello di Catania, sono stati riuniti in un unico processo. Lo ha deciso il presidente della corte, Paolo Lucchesi, leggendo la motivazione dell' ordinanza nell' aula bunker del carcere di Bicocca Secondo Lucchesi nelle stragi del '92 "ci sono peculiari connotati di identicita, la stessa matrice criminosa, le medesime responsabilità concorsuali degli associati nella realizzazione degli attentati ed identiche valutazioni probatorie". D' accordo con l' iniziativa erano alcuni difensori degli imputati del Borsellino Ter, contrari altri legali della strage di Capaci e il Pg di quest' ultimo processo, Francesco Bua, che ha lasciato l' aula. E' rimasto presente il Pg del Borsellino Ter, Michelangelo Patanè, che nell' udienza del 30 maggio si era rimesso alla decisione della corte. La corte ha aggiornato il processo al prossimo 17 settembre. Nel corso dell' udienza il sostituto procuratore generale, Michelangelo Patanè, ha chiesto la riapertura dell' istruttoria dibattimentale in relazione alle testimonianze rese dai collaboratori di Giustizia Ciro Vara e Antonino Giuffrè. La corte, prima di aggiornare l' udienza, ha disposto la sospensione dei termini della custodia cautelare nei confronti degli imputati vista l' eccezionalità del procedimento penale, sospensione che era stata chiesta dall' ufficio del pubblico ministero e alla quale si erano opposti tutti i difensori degli imputati. Nel corso dell' udienza Pippo Calò, collegato in videoconferenza, ha chiesto un confronto con il collaboratore Salvatore Cancemi. Il presidente si è riservato di decidere.11 luglio 2003 - TV: LA STORIA DI BORSELLINO, UNA VITA CONTRO LA MAFIA
ANSA:
(di Alessandra Magliaro) - La vicenda umana di Paolo Borsellino, la sua dedizione alla magistratura, la sua lotta alla mafia fino al tragico epilogo in Via D'Amelio il 19 luglio 1992 rivivra' in due puntate televisive che si annunciano tra gli eventi della prossima stagione di Canale 5.
Dopo aver letto le sceneggiature, in fase di ultima stesura, a Mediaset hanno rotto gli indugi sull'operazione proposta dal produttore Pietro Valsecchi che con la Taodue lavora in esclusiva con loro, realizzando fiction spesso ispirate alla cronaca e di forte impatto emotivo come 'Ultimo', 'Uno Bianca' e 'Soffiantini'.
Le riprese sono previste per ottobre - annuncia Valsecchi - il cast non e' stato ancora definito e soprattutto e' ancora top secret, "ma sara' una grande sorpresa" l'attore italiano che interpretera' Borsellino. Sicuro invece e' il regista: Gianluca Maria Tavarelli, torinese, al debutto nella fiction televisiva dopo tre film 'Portami via', 'Un amore' e l'ultimo 'Qui non e' il paradiso' con Fabrizio Gifuni.
Le due puntate di fiction racconteranno la vita di Borsellino, la sua famiglia, il suo lavoro concentrandosi sugli ultimi dieci anni della sua vita, dilaniata dal tritolo a 52 anni insieme alla sua scorta, poco meno di due mesi dalla strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta. Il film raccontera' gli anni della formazione del pool antimafia, del primo maxiprocesso fino alla reazione stragista della cupola diretta da Toto' Riina, per il quale proprio una settimana fa la Cassazione ha confermato l'ergastolo come mandante della strage. Stanno scrivendo la sceneggiatura di 'Paolo Borsellino' Leonardo Fasoli, il giornalista Attilio Bolzoni, Mimmo Rafele, il magistrato e ora anche scrittore di successo Giancarlo De Cataldo.
La famiglia Borsellino ha dato parere favorevole alla realizzazione delle due puntate televisive, secondo quanto ha riferito il produttore Valsecchi. "Ci siamo incontrati, hanno conosciuto il mio lavoro, hanno dato l'assenso", ha spiegato. La storia del magistrato simbolo della lotta alla mafia ha gia' interessato il cinema e la tv: si sta finendo di girare per le sale 'Scorta QS 21' dal nome Quarto Savona 21 del gruppo di agenti assegnato alla scorta del magistrato Borsellino e massacrato insieme a lui, diretto da Rocco Cesareo, tratto da libro di Francesco Massaro, 'La ragazza poliziotto', dedicato in particolare alla figura dell'unica donna degli 'angeli di Borsellino': Emanuela Loi, interpretata da Brigitta Boccoli. Giancarlo Giannini qualche anno fa aveva interpretato Borsellino nel film di Giuseppe Ferrara 'Giovanni Falcone', poi il televisivo 'Attentatuni' di Claudio Bonivento sulla strage di Capaci e 'Giudici' di Ricky Tognazzi (Borsellino era Andy Luotto).14 luglio 2003 - RITA BORSELLINO, SCOPRIRE CHI HA VOLUTO MORTE PAOLO
ANSA
"Finora l' azione giudiziaria ha portato risultati importanti, sappiamo chi ha eseguito al strage ma adesso dobbiamo arrivare alla verita': bisogna scoprire chi ha voluto l' omicidio di mio fratello e degli agenti della scorta". Lo ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso il 19 luglio del '92 in via D' Amelio, intervenendo alla presentazione delle manifestazioni per l' undicesimo anniversario della strage di via D' Amelio.
"Con il terzo processo comincia la parte piu' difficile - ha aggiunto - incentrata sulla ricerca delle verita' piu' scottanti, che puo' aprire scenari inquietanti. Se e' facile accusare e indagare boss come Riina, Provenzano e Bagarella, quando si tratta di personaggi meno noti e' possibile che nascano degli intoppi, per questo la societa' civile deve vigilare e resistere, schierandosi dalla parte della giustizia".
Per Rita Borsellino, "siamo in una fase in cui la giustizia appare come una creatura fragile e indifesa, attorno a essa si stanno facendo discorsi gravi". "Ero all' estero - ha continuato - quando ho letto della volonta' di alcuni politici di separare le carriere dei magistrati. Noi dobbiamo vigilare, con la nostra presenza, perche' la giustizia sia preservata da attacchi strumentali". "Se si fosse continuato sulla scia dei maxiprocessi - ha concluso la sorella di Paolo Borsellino - forse mio fratello e Giovanni Falcone sarebbero ancora vivi"15 luglio 2003 - BORSELLINO SU FALCONE
"Avvenire"
ATTUALITÀ E CULTURA
"Io, Falcone e la mafia"
"Insieme abbiamo dato tutte le nostre forze per rendere migliore Palermo e la nostra patria. Che gioia quando vedemmo che la gente faceva il tifo per noi"
Di Paolo Borsellino
Percorso da dove è nato Falcone (piazza Magione) a dove ha concluso con l'ultimo saluto la sua esistenza terrena (S. Domenico). Percorso che attraversa parte significativa di questa città degradata e disperata che tanto non gli piaceva, che gli cagionava sentimenti di ripulsa e avversione per lo stato in cui era ridotta e si andava riducendo. Città che proprio per questo, perché tanto non gli piaceva, egli amava e amava profondamente, proprio come nel famoso detto di José Antonio Primo de Rivera "nos queremos Espana porque no nos gusta" (amiamo la Spagna perché non ci piace). Sì, egli amava profondamente Palermo proprio perché non gli piaceva.
Perché se l'amore è soprattutto "dare" per lui e per noi che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo ha avuto ed ha il significato di dare ad essa qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene.
Lavorare a Palermo, da magistrato, con questo intento, fu sempre, sin dall'inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell'est e nell'ovest della Sicilia. Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa. Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo, dopo lungo esilio provinciale, proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua più terrificante potenza [morti ogni giorno, Basile, Costa, Chinnici, Dalla Chiesa].
Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni. Ricordo la felicità di Falcone e di tutti noi che lo affiancavamo quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dir ompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta egli mi disse: "La gente fa il tifo per noi". E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice (simile affermazione è anche di Di Pietro). Significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la forza di essa.
Questa stagione del "tifo per noi" sembrò durare poco perché ben presto sembrò sopravvenire il fastidio e l'insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini. Insofferenza legittimante il garantismo di ritorno che ha finito per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia (nuovo codice) o hanno fornito un alibi a chi, dolosamente o colposamente di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsene.
In questa situazione Falcone va via da Palermo. Non fugge ma cerca di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro. Viene accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. Lavora incessantemente per rientrare in condizioni ottimali in magistratura per fare il magistrato indipendente come lo è sempre stato.
Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto a parlare. Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere sacrosanto di continuare questa lotta. La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora. Molti cittadini (ed è la prima volta) collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, a lmeno in parte. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.
(Palermo, 20 giugno 1992 appunti per l'ultimo saluto a Giovanni Falcone)18 luglio 2003 - CHIESTI 14 ANNI PER LIPARI
"La Gazzetta del sud"
PALERMO: è RITENUTO IL CONSIGLIERE DEL BOSS LATITANTE PROVENZANO
Chiesti 14 anni per Pino Lipari
PALERMO - I pm Michele Prestipino e Marzia Sabella hanno chiesto la condanna a 14 anni di carcere dell' geometra Pino Lipari, accusato di associazione mafiosa. Oltre 150 anni di reclusione le pene chieste per gli altri 16 imputati. Al processo, che si svolge davanti al gip di Palermo Roberto Binenti, sono imputati, tra gli altri, anche il genero, la figlia ed il figlio di Lipari, ritenuto dagli investigatori il consigliere del boss latitante Bernardo Provenzano. Per loro i magistrati hanno chiesto 8 anni ciascuno di reclusione. Lipari, arrestato nell' ambito di un' inchiesta condotta dalla dda di Palermo a gennaio del 2001, aveva manifestato l' intenzione di collaborare con la giustizia. Il braccio destro di Provenzano, però è stato ritenuto inattendibile dalla procura. Secondo i magistrati il pentimento dell' imputato avrebbe nascosto un tentativo di depistaggio. L' udienza continua martedì 22 con le arringhe dei difensori. A proposito di Provenzano. Beni per un valore complessivo di sette milioni di euro sono stati sequestrati dalla polizia agli imprenditori palermitani Carmelo Pastorelli e Giuseppe Mirabile, indicati come prestanomi del boss, arrestati nel gennaio dello scorso anno. I provvedimenti sono stati emessi dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Pastorelli e Mirabile, secondo gli investigatori, avrebbero gestito il patrimonio che sarebbe nella disponibilità di Provenzano e di altri esponenti del gruppo dei Corleonesi, trasferendovi quote dei proventi derivanti dalla gestione di appalti pubblici che sono stati aggiudicati grazie alla complicità di Lipari. I due indagati, nell'ultimo ventennio, per gli inquirenti hanno gestito il patrimonio che la procura ritiene essere nella disponibilità dei mafiosi, mimetizzandolo in attività economiche che erano formalmente intestate a loro. La capillare attività d'indagine effettuata dalla sezione specializzata della questura di Palermo, ha inoltre messo in luce una fitta rete di interessi economici mafiosi. E' emerso un substrato economico, fortemente inserito a Palermo, "integrato - sostengono gli investigatori - e parallelo all'imprenditoria sana fortemente danneggiata dallo stravolgimento delle regole di mercato derivanti dall'imprenditoria mafiosa". Vediamo il dettaglio. Sono state sequestrate tre imprese edili, nove appartamenti (in via del Carabiniere, via Emilia, via San Lorenzo, via P. Di Scordia), sei box, un magazzino e tre appartamenti a San Vito Lo Capo, uno terreno agricolo a Montelepre, e altri beni aziendali.19 luglio 2003 - RICORDATO A TRIESTE AGENTE COSINA MORTO IN ATTENTATO A BORSELLINO
ANSA:
Con una Messa di suffragio nella chiesa della Beata Vergine del Rosario, nei pressi della Questura, e' stato ricordato oggi a Trieste Eddie Walter Cosina, uno degli agenti di scorta del giudice Paolo Borsellino, morto all' eta' di 30 anni il 19 luglio 1992 nell' attentato di via D'Amelio, a Palermo, che costo' la vita anche al magistrato e ad altri quattro poliziotti.
Dopo il rito, al quale ha preso parte anche il questore Natale Argiro', una corona e' stata deposta nel cimitero di Muggia, alla periferia di Trieste, proprio a ridosso del confine sloveno, dove la salma di Cosina e' stata tumulata.
Alle manifestazioni commemorative ha partecipato anche una delegazione del Sindacato autonomo di Polizia (Sap) che, in una nota, ha voluto esprimere ai familiari dell' agente morto "tutta la propria vicinanza, consapevole che il ricordo di Eddie Walter, cosi' come di tutti i colleghi caduti nell' espletamento del dovere, rafforza negli operatori del comparto sicurezza la determinazione nello svolgere quotidianamente il proprio servizio a difesa del cittadino e delle istituzioni democratiche".19 luglio 2003 - SI' DELLA FAMIGLIA A FILM SU BORSELLINO
"Il Corriere della sera"
La famiglia ha dato l'assenso alla produzione per la tv: "E' giusto che tutti sappiano come è vissuto e come è morto, anche coloro che non l'hanno conosciuto"
"Sì al film su papà, eroe borghese"
Il figlio di Borsellino: ora è il momento di raccontare il giudice ma anche l'uomo
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Adesso si può, dice. "Sono passati undici anni, alcune cose sono più chiare e forse s'è raggiunto il giusto distacco per raccontare in un film la vita di mio padre, il giudice Paolo Borsellino", spiega il figlio del magistrato antimafia ucciso il 19 luglio 1992 assieme ai cinque agenti di scorta che avrebbero dovuto proteggerlo. Adesso si può, e allora Manfredi Borsellino, con il resto della famiglia, ha dato il proprio assenso alla realizzazione del film per la tv che Pietro Valsecchi ha affidato al regista Gianluca Tavarelli. Manfredi - che oggi ha 31 anni ed è commissario di polizia - ha letto la sceneggiatura, ha dato qualche consiglio, e ora aspetta fiducioso.
"Nonostante la riservatezza che contraddistingue me e la mia famiglia - continua il figlio del giudice -, credo che sia giusto raccontare a un pubblico vasto come quello televisivo chi era Paolo Borsellino. Non solo il magistrato che combatteva la mafia, ma l'uomo. Soprattutto ai più giovani, a chi nel 1992 era un bambino o poco più, al quale si può oggi restituire la figura di un uomo che è morto semplicemente perché svolgeva il proprio lavoro, innamorato del suo lavoro, ma anche della sua famiglia, dei suoi hobby, della vita". Oggi si può - "non si deve, non c'è alcuna richiesta né pretesa" -, insiste Manfredi Borsellino, che ha fatto lo sforzo di vincere timidezze, ritrosie e un carattere schivo per dare fiducia al regista, al produttore, agli sceneggiatori: "Condivido l'approccio di raccontare soprattutto la parte privata della figura di mio padre, anche se rimango perplesso e imbarazzato ad immaginare un attore che interpreta me, o le attrici che faranno le parti di mia madre e delle mie sorelle. Ma credo sia la maniera migliore, diversa da altri tentativi che non mi sono piaciuti; per esempio "Giovanni Falcone", di Giuseppe Ferrara, nel quale mio padre era interpretato da Giancarlo Giannini, anche bene, devo dire. Ma era un instant-film, un'operazione che non condivisi e per la quale la nostra famiglia non fu nemmeno interpellata".
Per la parte di Paolo Borsellino, il produttore Valsecchi e il regista Tavarelli hanno scelto l'attore Giorgio Tirabassi, noto al pubblico televisivo per la sua presenza in "Distretto di polizia" e altre fiction. Un "giovane" di 43 anni che sta già lavorando e studiando per calarsi nel ruolo (le riprese dovrebbero iniziare a ottobre) e dice: "E' un'impresa che mi spaventa, perché è una grande responsabilità, ma mi emoziona e riempie di orgoglio: non credo che per ricordare uomini come Borsellino e Falcone sia sufficiente dedicare loro un aeroporto o una piazza. Allora se col mio lavoro riuscirò a contribuire a diffondere la vicenda di un uomo che ha scelto di andare consapevolmente incontro alla propria morte pur di continuare a svolgere il proprio dovere, sarà un buon risultato".
L'idea di svelare le speranze e le angosce di quei 57 giorni che separano la strage di Capaci, dove morì Giovanni Falcone, da quella di via D'Amelio in cui fu ucciso Borsellino, è comune a tutti i protagonisti del progetto. La storia di una corsa contro il tempo per individuare e fermare gli assassini del suo amico Falcone, con quale aveva condiviso successi e amarezze di una stagione storica per l'antimafia, interrotta dal tritolo stipato nell'autobomba che ha dilaniato lui e la sua scorta. "Cinquantasette giorni nei quali Borsellino aveva la certezza di morire - spiega Tavarelli -, ma non s'è fermato. Ha accettato il suo destino lavorando con grande generosità nei confronti di un Paese che non gli stava dando niente, se non ostacoli da superare in continuazione. Ma più che per le istituzioni, credo l'abbia fatto per gli italiani; gli interessava la gente comune più che i riconoscimenti del Csm o di un ministro, che per altro non ci sono stati".
Tra gli sceneggiatori c'è il giudice-scrittore Giancarlo De Cataldo, che confessa: "Questo film dovrebbe essere anche un risarcimento per lo scetticismo, la solitudine e quel po' d'ignavia con la quale molti di noi magistrati, seppure in buona fede, abbiamo accompagnato il lavoro di colleghi come Falcone e Borsellino quando erano in vita. Abbiamo sbagliato, dobbiamo riconoscerlo".
Le polemiche all'interno della magistratura, sui professionisti dell'antimafia e sul lavoro prima osannato e poi disconosciuto del pool di Palermo faranno solo da sfondo al film in due puntate che andrà in onda sulle reti Mediaset. La chiave di lettura, infatti, rimarrà quella "della vita di un uomo normale diventato eroe suo malgrado - spiega Valsecchi -. Non un film politico, a tesi, per rilanciare polemiche, ma il tentativo di raccontare gli aspetti meno noti dell'esistenza di un conservatore che si è trovato a vivere un'esperienza che oggi è un esempio civile per tutti gli italiani". Un altro "eroe borghese", insomma, come Giorgio Ambrosoli e come Carlo Alberto dalla Chiesa (uccisi anch'essi dal piombo mafioso): definizione che piace a Manfredi Borsellino. "Perché è giusta - dice -, ed è giusto che possano rendersene conto tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Anche attraverso un film in televisione. Adesso si può".
Giovanni Bianconi19 luglio 2003 - FILM SULL' AGENTE LOI
"La Gazzetta del sud"
E UN FILM RACCONTERA' LA STORIA DELL'AGENTE LOI
L'attentato a Borsellino ricostruito in una fiction
Per non dimenticare il 19 luglio di undici anni fa, quando a Palermo, via D'Amelio, furono massacrati Paolo Borsellino e la sua scorta, su Canale5 la prossima stagione ci sarà una fiction sulla storia del magistrato simbolo della lotta alla mafia: la regia è di Gianluca Tavarelli, per il protagonista il nome più accreditato è quello di Giorgio Tirabassi. Intanto è agli ultimi ciak "Scorta QS21", diretto da Rocco Cesareo, ispirato alla storia di Emanuela Loi, unica donna della scorta del giudice: distribuito dalla Cdi, il film sarà nelle sale il 21 novembre. Dopo gli inizi da attore brillante nei teatri off, nove anni nella compagnia di Gigi Proietti e soprattutto il grande successo in tv nei panni di Ardenzi, l'ispettore capo tutto d'un pezzo della fortunata serie "Distretto di polizia", Tirabassi si prepara a far rivivere sul piccolo schermo la vicenda umana di Borsellino, la sua dedizione alla magistratura, la lotta alla mafia fino alla tragedia. Un ruolo in cui l'attore romano - nonostante la differenza di età rispetto al magistrato, morto a 52 anni - potrà confermare quella sensibilità dimostrata anche in "Coatto unico", lo spettacolo realizzato l'anno scorso nel carcere di Rebibbia con alcuni detenuti. Le due puntate - sulla cui realizzazione c'è il parere favorevole della famiglia di Borsellino - racconteranno l'umanità del giudice, la sua famiglia, il suo lavoro concentrandosi sugli ultimi dieci anni della vita, dilaniata dal tritolo nel '92, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta. La fiction sarà incentrata, in particolare, sugli anni della formazione del pool antimafia, del primo maxiprocesso fino alla reazione stragista della cupola diretta da Totò Riina, per il quale due settimane fa la Cassazione ha confermato l'ergastolo come mandante. La sceneggiatura della miniserie - che si annuncia come uno degli eventi della prossima stagione di Canale 5 - è firmata da Leonardo Fasoli, dal giornalista Attilio Bolzoni, da Mimmo Rafele e dal magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo. Il regista è Gianluca Tavarelli, all'esordio nella fiction dopo i film "Portami via", "Un amore" e "Qui non è il paradiso". La produzione è della Taodue di Pietro Valsecchi, che ha realizzato spesso per Mediaset fiction ispirate alla cronaca e di forte impatto emotivo come "Ultimo", "Uno Bianca" e "Soffiantini". Le riprese sono previste per ottobre. Intanto, dopo Giancarlo Giannini nel film di Giuseppe Ferrara "Giovanni Falcone" e Andy Luotto in "Giudici" di Ricky Tognazzi, a dare il volto a Borsellino è anche Toni Garrani nel film "Scorta QS 21", da "Quarto Savona 21", il nome del gruppo di agenti assegnato alla scorta di Borsellino e massacrato insieme a lui. Diretto da Rocco Cesareo, il film è tratto dal libro di Francesco Massaro "La ragazza poliziotto", dedicato alla figura dell'unica donna degli "angeli" di Borsellino: Emanuela Loi, giovane di Sestu in provincia di Cagliari che neanche sognava di indossare la divisa. Con lei (interpretata da Brigitta Boccoli), gli altri cinque agenti (Pino Insegno, Alessandro Prete, Cristiano Morroni, Vincenzo Ferrera e Francesco Guzzo) che sapevano di essere cadaveri ambulanti: le prossime vittime dell'offensiva della mafia contro lo stato. In occasione dell'undicesimo anniversario, anche "Unomattina estate" ricorderà oggi su Raiuno la strage di via D'Amelio: interverranno la madre e il fratello di Agostino Catalano, il caposcorta di Borsellino.22 luglio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: IMPEDIMENTO SENATORE, RINVIATA UDIENZA
ANSA
L' udienza del processo al senatore Marcello Dell' Utri (FI), accusato di concorso in associazione mafiosa, e' stata rinviata perche' il parlamentare ha sollevato "legittimo impedimento" perche' impegnato nei lavori d' aula del Senato.
Il presidente del collegio, Leonardo Guarnotta, ha accolto l' istanza presentata dai difensori, ed ha rinviato l' udienza al 28 luglio.
I giudici oggi dovevano sciogliere alcune riserve, tra le quali l' ammissione o meno dei tabulati telefonici di Dell' Utri.
Il collegio difensivo ha fatto notare al presidente che Dell' Utri e' impegnato in aula dove oggi si dovrebbe votare il ddl Gasparri.23 luglio 2003 - I VELENI DELLA PROCURA DI PALERMO
"La Sicilia"
Alcuni Pm incompatibili? Dopo lo sfogo del procuratore Grasso ("Mi infangano")
Tony Zermo
Il Csm ha aperto un'inchiesta sui veleni al Palazzo di Giustizia di Palermo. L'hanno chiesta i cinque laici del Centrodestra (Buccico, Di Federico, Marotta, Spangher e Ventura-Sarni) che puntano il dito contro alcuni pm i quali sarebbero entrati in rotta di collisione con il capo della Procura, Pietro Grasso. Il procuratore nelle scorse settimane era stato accusato di "mancata circolazione" delle informazioni sulle inchieste in corso, soprattutto quella su mafia e politica, e di un certo "tiepidismo", per cui in un'intervista a Francesco La Licata della "Stampa" era sbottato: "Mi infangano", riferendosi "ai pochi abitanti di questo Palazzo identificabili in una determinata area culturale e politica che si è sempre distinta per l'aggressività e il cinismo con cui ha attaccato e attacca chi non condivide una certa visione della Giustizia".
L'ultima protesta contro Grasso riguardava un vertice alla Procura nazionale antimafia (argomento le stragi) presenti Grasso e giudici di Firenze e Caltanissetta di cui i pm palermitani non erano stati informati (per inciso diciamo che il procuratore aggiunto di Caltanissetta Francesco Paolo Giordano, tra i principali protagonisti delle inchieste sulle stragi del '92, ha chiesto di far parte della Dna).
Ora i laici della Casa delle libertà chiedono che "si verifichi la compatibilità funzionale e ambientale dei sostituti chiamati in causa dal procuratore perché non è ipotizzabile far galleggiare situazioni di conflittualità palese e strisciante". E' uno scontro anche politico, perché i cinque consiglieri di Centrodestra che hanno richiesto l'inchiesta scendono in campo contro i pm legati alla precedente gestione Caselli in difesa del procuratore di Palermo. C'è da chiedersi se Grasso, magistrato di grande esperienza e senza propensioni politiche, gradisca questo intervento. Sta gestendo con equilibrio la delicatissima indagine su mafia e politica in cui anche il presidente della Regione Cuffaro ha ricevuto un avviso di reato e avrebbe fatto certamente a meno di queste turbolenze di Palazzo.
C'è qualcosa di più. Alla Direzione nazionale antimafia, visto che Vigna lascerà presto, i candidati sono essenzialmente tre, Grasso, Tinebra e Caselli. I primi due hanno detto che non concorreranno all'incarico, per cui sarebbe aperta la strada per la nomina di Caselli, attualmente procuratore generale di Torino. Che succederà in Csm quando arriverà sul tavolo la sua candidatura?
A complicare le cose in settimana a Palermo dovrebbero essere depositati i motivi dell'assoluzione in appello di Giulio Andreotti e qualcuno fa circolare l'indiscrezione, tutta da verificare, secondo cui alcuni fatti reato attribuiti al senatore a vita sarebbero stati considerati prescritti perché precedenti alla legge antimafia dell'83. Questo di conseguenza consentirebbe agli ex pm del processo, Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli di sostenere la "legittimità" del procedimento che venne instaurato a carico di Andreotti e di "irrobustire" le proprie critiche al procuratore Grasso, che l'altro giorno, ricevuto l'assenso del Csm, ha firmato una circolare urgente sul nuovo assetto della Dda della quale non fanno più parte né Scarpinato e né Lo Forte. Dunque il caso Andreotti diventa anch'esso strumento di contesa tra toghe guelfe e ghibelline.
Per capire quel che sta succedendo converrà fare anche una breve storia del giornalismo palermitano, che è stato grande e tormentato e che ha avuto un ruolo non piccolo nei travagli del Palazzo di Giustizia. I cronisti hanno sempre avuto un rapporto diretto con il Palazzo di Giustizia più esposto d'Italia, perché è lì che si macinano inchieste e processi, è stato in quelle stanze che è maturato il maxiprocesso ai 500 boss di Cosa Nostra, sono stati i giudici di quel Palazzo che sono stati massacrati da Cosa Nostra: sette (Scaglione, Terranova, Chinnici, Costa, Saetta, Falcone, Borsellino).
Negli lunghi anni di piombo siciliani i cronisti palermitani sono stati parte attiva del contesto, allacciando rapporti, trovando notizie, erano graditi ad alcuni e sgraditi ad altri. Due finirono in carcere ai Cavallacci di Termini Imerese, Attilio Bolzoni di "Repubblica" e Saverio Lodato dell' "Unità" con l'accusa risibile di avere sottratto fotocopie di "proprietà dello Stato". Erano i tempi di Vincenzo Pajno procuratore generale e di Curti Giardina, procuratore della Repubblica.
I cronisti facevano il proprio lavoro e le notizie gliele passavano dall'interno del Palazzo. In genere le indiscrezioni erano filtrate ad arte perché servivano a fare grancassa e i cronisti ci andavano a nozze, anche se ogni tanto formalmente veniva aperta un'inchiesta sulla fuga di notizie. Tutto questo è servito a dare materiale da prima pagina ai giornali, ma anche a formare una coscienza civile di rifiuto nei confronti di Cosa Nostra che prima aveva un notevole consenso sociale. Il rapporto stretto tra alcuni cronisti e alcuni uffici del Palazzo di Giustizia durò a lungo, almeno sino a quando Caselli resse la Procura. Con la gestione di Pietro Grasso il sistema è cambiato perché il nuovo procuratore ha blindato interrogatori e notizie per evitare, come scrive "Il Foglio", che dall'interno le informazione arrivassero all'esterno.
Ed è a causa di questa "mancata circolazione" delle notizie che sono ripartiti i veleni al Palazzo di Giustizia. Del resto sono inchieste delicatissime che riguardano i rapporti tra mafia e politica e che si presterebbero a strumentalizzazioni se trovassero eco sui giornali. E' ovvio che il procuratore Grasso fa bene ad andarci cauto se prima non trova riscontri inoppugnabili di connivenze. Le assoluzioni di Andreotti, di Carnevale e di Mannino sono state delle sconfitte per la Procura di Palermo e sono troppo recenti per non suggerire il massimo dello scrupolo nella ricerca delle "pezze d'appoggio" da portare in dibattimento. Certo i giornali sono un po' più poveri di notizie di mafia, è un filone che è andato man mano esaurendosi, ma il nuovo corso era diventato obiettivamente necessario. Non dimentichiamo che un magistrato come Domenico Signorino - pm con Ayala al maxiprocesso - si uccise dopo che il suo nome era stato sbattuto in prima pagina per un "avviso di garanzia".23 luglio 2003 - ANDREOTTI: APPELLO,VENERDI' DEPOSITO MOTIVAZIONI A PALERMO
ANSA
Le motivazioni della sentenza di appello che ha assolto Giulio Andreotti dall'accusa di associazione mafiosa saranno depositate a Palermo venerdi prossimo. La notizia e' stata confermata in ambienti giudiziari.
Il termine per il deposito della sentenza sarebbe scaduto il 30 luglio prossimo.25 luglio 2003 - MOTIVAZIONI SENTENZA APPELLO ANDREOTTI
"Il Nuovo"
"Andreotti favorì i boss fino agli anni '80"
Depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione in Appello. "Andreotti disponibile verso i boss". "Nessun bacio con Riina". I Pm: "Il senatore risponderà alla storia".
ROMA - Giulio Andreotti avrebbe dimostrato "un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi" fino alla primavera del 1980. Lo scrivono nelle conclusioni della sentenza, i giudici della corte d'appello di Palermo i quali, invece, escludono che dopo il 1980 il senatore abbia "concretamente agito per agevolare il sodalizio criminale". Il giudizio del 2 maggio scorso l'aveva assolto dall'accusa di associazione mafiosa. Andreotti, in quell'occasione commentò: "Io so benissimo che non c'entro niente con la mafia, ma dopo la singolare sentenza di Perugia (riguardo la condanna in secondo grado per il delitto Pecorelli) qualche preoccupazione poteva anche esserci". E poi aggiunse, con la consueta ironia: "Il tempo è galantuomo, magari se andasse un po' più veloce sarebbe meglio...".
Nel documento presentato dai magistrati Andreotti nella primavera dell'80 avrebbe incontrato il boss Stefano Bontade, ucciso a Palermo nell'aprile del 1981, come ha rivelato Marino Mannoia, sedicente testimone oculare dell'incontro, e come hanno ripetuto Nino Giuffré e Pino Lipari, ma non il capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina, come ha detto il pentito Baldassarre Di Maggio. "Appare legittimo considerare le indicazioni del Giuffré e del Lipari alla stregua di, sia pure indiretti, elementi di prova convergenti, idonei a confermare i personali contatti fra il Bontate ed Andreotti di cui ha parlato il Marino Mannoia". Secondo i giudici, invece, "può dirsi che le risultanze acquisite non consentono di ritenere processualmente provato l'incontro fra Andreotti e Riina in casa di Ignazio Salvò, quello del bacio, descritto da Baldassarre Di Maggio.
Il commento degli avvocati del senatore a vita, Giulia Bongiorno, Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi, riporta di fatto le cose a un'ottica storica, di "gestione delle necessità". "La sentenza riconosce che a partire dal 1980 il senatore Andreotti - affermano in una nota - ha condotto una dura battaglia contro la mafia ponendo a repentaglio la sua stessa vita e quella dei suoi familiari". "Fino a quella data l'impegno suo e di gran parte degli uomini di governo fu dedicato alla lotta contro il terrorismo, considerata prioritaria rispetto al fenomeno mafioso. Superata l'emergenza del terrorismo l'impegno contro la mafia fu totale".
In ogni caso il quadro delineato dai giudici attribuisce all'ex presidente del Consiglio un "interesse personale a mantenere buone relazioni" con la mafia e una "effettiva sottovalutazione del fenomeno mafioso". Solo in un secondo momento Andreotti si sarebbe reso conto della reale pericolosità di Cosa nostra per le istituzioni. E questo sarebbe accaduto dopo un incontro con Bontade che Andreotti avrebbe accettato nel tentativo di evitare l'uccisione del presidente della Regione, Piersanti Mattarella. L'incontro dunque si sarebbe effettivamente svolto ma le buone intenzioni di Andreotti non solo non salvarono la vita a Mattarella ma vengono giudicate negativamente dalla corte. Come uomo delle istituzioni, è scritto, il senatore avrebbe dovuto denunciare i boss e fornire poi tutti gli elementi di cui era a conoscenza. Ma di questi fatti, osservano i giudici, "il senatore Andreotti risponde, in ogni caso, dinanzi alla storia, così come la storia gli dovrà riconoscere il successivo, progressivo ed autentico impegno nella lotta contro la mafia".
Per i tre pm Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli che istruirono il processo a carico di Andreotti si conferma una linea dell'accusa. Per questo dicono all'Ansa: "E' la prima sentenza che afferma l'esistenza di rapporti ad altissimo livello fra un ex Presidente del Consiglio ed alcuni capi di Cosa nostra. La Corte scrive che i fatti indicano una vera e propria partecipazione del senatore Andreotti all'associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo. E ci ha colpito leggere ancora che secondo la Corte di questi fatti il senatore Andreotti risponde in ogni caso dinanzi alla storia".
Nello specifico la corte ha giudicato "sussistenti" la gran parte degli elementi prodotti dall'accusa sui rapporti tra Andreotti ed esponenti di Cosa nostra nel periodo precedente alla primavera del 1980. La sentenza parla di "amichevoli ed anche dirette relazioni" con l'ala moderata di Cosa Nostra e in particolare con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Questi rapporti sarebbero stati propiziati dal legame che lo stesso Andreotti aveva con Salvo Lima e con i cugini Nino ed Ignazio Salvo. Proprio con questa componente di Cosa nostra il senatore avrebbe avuto "rapporti di scambio" dai quali avrebbe ricavato un "generico appoggio elettorale" e un solerte impegno dei boss a soddisfare le sue esigenze e quelle dei suoi amici."www.diario.it"
Andreotti aiutò Cosa nostra
Le motivazioni della sentenza del 2 maggio (che pubblichiamo integralmente): altro che "assoluzione". Il reato è prescritto, ma il senatore, almeno fino al 1980, "ha coltivato amichevoli relazioni con i boss, ha loro chiesto favori, li ha incontrati"
di Gianni Barbacetto
Giulio Andreotti è stato vicino alla mafia. Ha avuto rapporti stretti con i capi di Cosa nostra. Almeno fino alla primavera del 1980. Lo affermano le motivazioni, giunte il 25 luglio, della sentenza del 2 maggio, allora salutata da molti politici come "un'assoluzione". Invece Andreotti (come anticipato già a maggio da "Diario") ha dimostrato "un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi", dicono le motivazioni, 1.520 pagine suddivise in sei volumi. "Il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi, ha, quindi, a sua volta coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss, ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ha loro chiesto favori, li ha incontrati".
Le motivazioni sostengono che sono provati i rapporti tra Andreotti e i capi di Cosa nostra Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Sull'omicidio del presidente della Regione siciliana, il dc Piersanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio del 1980, i giudici scrivono che Andreotti avrebbe indicato agli esponenti di Cosa nostra "il comportamento" da tenere, li avrebbe indotti "a fidarsi di lui" e a parlargli anche "di fatti gravissimi nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati". Di fronte all'intransigenza di Bontate, che voleva punire Mattarella per il rinnovamento della Dc che aveva avviato, Andreotti non riuscì a "mettere sotto il suo controllo l'azione dei suoi interlocutori".
Poiché però è passato troppo tempo, i rapporti con la mafia antecedenti al 1980 (contenuti nel capo A delle imputazioni ) non sono più punibili, perché ormai prescritti. Ma di essi, dicono i giudici, Andreotti risponderà "dinanzi alla storia, comunque si opini sulla configurabilità del reato".
I giudici non ritengono invece sufficienti le prove di rapporti con la mafia dopo il 1980 (contestati nel capo B). Per questi assolvono Andreotti, ritenendo che "una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi non si sia protratta oltre la primavera del 1980". Secondo la Corte, "manifestazioni di disponibilità personale di Andreotti successive a tale periodo sono state semplicemente strumentali e fittizie, comunque non assistite dalla effettiva volontà di interagire con i mafiosi anche a tutela degli interessi della organizzazione criminale: anzi, in termini oggettivi è emerso un, sempre più incisivo, impegno antimafia, condotto dall'imputato nella sede sua propria della attività politica".(Nota dell' Almanacco dei misteri d' Italia: Diario.it pubblica anche il testo delle motivazioni della sentenza della Corte d' appello)
ANSA:
I giudici di Palermo non escludono che il senatore Andreotti possa avere, in ipotesi, tentato di liberare Aldo Moro rivolgendosi alla mafia.
L'indicazione era stata data da Tommaso Buscetta e ora la corte la riprende nelle motivazioni della sentenza rafforzandola con la testimonianza di Francesco Cossiga, all' epoca ministro dell'Interno. Rievocando quei giorni drammatici, Cossiga ha detto che si parlo' anche di "avvalersi della mafia". Dell'idea, che era stata da lui decisamente bocciata, aveva parlato con Andreotti. "Lo stesso sen. Cossiga - scrivono i giudici - ha escluso che quest' ultimo avesse fatto alcun commento al riguardo".
Tuttavia, aggiungono, se le indicazioni di Cossiga "si mettono in relazione con gli amichevoli rapporti" che all' epoca Andreotti aveva con Cosa nostra, le affermazioni di Buscetta diventano plausibili, anche se dovessero essere semplici deduzioni del pentito. Ci si troverebbe in presenza di quello che i giudici definiscono un "ricorso a forme di intervento para-legale".C' e' "piena compatibilita"' tra la motivazione della sentenza di Palermo su Giulio Andreotti e la tesi sostenuta dall' accusa nel processo per l' omicidio di Mino Pecorelli: lo ha affermato Alessandro Cannevale, il magistrato che ha prima coordinato l' inchiesta sulla morte del direttore di Op e poi svolto il ruolo di pm nei processi di primo e secondo grado.
"L' omicidio di Pecorelli - ha affermato Cannevale, parlando con l' Ansa - e' del 1979 e nella sentenza dei giudici palermitani si sostiene che Andreotti ha avuto rapporti con la mafia fino al 1980. E' una tesi compatibile con la nostra ricostruzione dei fatti e con la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia".
Il magistrato non si mostra sorpreso per le motivazioni depositate oggi: "Il contenuto - ha detto - era chiaro e prevedibile fin dal dispositivo".26 luglio 2003 - MOTIVAZIONI SENTENZA ANDREOTTI: DAI GIORNALI
"L' Unita'"
"Assolto, assolto, assolto!", strillava giuliva l'avvocatessa Giulia Bongiorno un minuto dopo la sentenza d'appello Andreotti. Ma era una balla, tre volte una balla. "Ora bisogna processare Caselli e i suoi pm che hanno istruito un processo fondato sul nulla", tuonavano gli esagitati della Casa della Libertà Provvisoria.
Ma ora è chiaro a tutti su quale "nulla" si fondava quel processo: se l'appello fosse finito sei mesi prima, Andreotti sarebbe stato condannato per associazione per delinquere.
Ma guai a chi osava dirlo, fino a ieri mattina.
"Diffamatore, diffamatore!", urlavano a una sola voce il mese scorso il ministro Giovanardi e gli onorevoli Saponara e Fragalà negli studi di TeleLombardia, contro un giornalista che tentava di spiegare loro la differenza fra prescrizione e assoluzione. Ora è chiaro a tutti che i diffamatori sono loro.
Eppure bastava leggere il dispositivo della sentenza d'appello, il 2 maggio scorso, per rendersene conto: "Prescrizione" per il "reato commesso fino alla primavera 1980". Chi voleva capire, capiva. Eppure, quando i pm Caselli, Lo Forte, Scarpinato e Natoli si permisero di sottolineare quelle paroline - "prescrizione" e "commesso" - furono sepolti sotto una grandinata di insulti. E ci fu chi chiese di cacciarli dalla magistatura. Altri ribadirono -sul Foglio e sul Giornale - la solita bufala del "fallimento del processo Andreotti".
"Non si capisce in quale veste parli Natoli, farebbe bene a tacere", tuonava l'avvocato Sbacchi, uno dei legali di Andreotti, mentre la Bongiorno si faceva intervistare dal Corriere e da Sette per svelare i "segreti" di cotanti successi processuali (24 anni in appello per l'omocidio Pecorelli, mezza prescrizione in appello per mafia). Il record della faccia di bronzo lo stabilì il noto giureconsulto Sandro Bondi, il Pallore Gonfiato di Arcore: "Invece di inchinarsi alla sentenza che assolve dopo dieci anni il presidente Andreotti da accuse tanto infamanti quanto inverosimili, Lo Forte e Scarpinato intervengono pubblicamente non per riconoscere di avere sbagliato, ma per sostenere con protervia che Andreotti è stato sì assolto, ma che non sarebbe stata provata la sua innocenza. Affermazioni di una gravità senza precedenti che provano una volta di più il deragliamento di una parte della magistratura dai binari del diritto e del buon senso".
Ora c'è da sperare che Bondi consulti un dizionario, scopra il significato delle parole "prescrizione", "associazione per delinquere", e "mafia"; si faccia spiegare da qualche ex dc chi era Piersanti Mattarella; si inchini alla sentenza di Palermo che dopo dieci anni riconosce che Andreotti fu a lungo organico a Cosa Nostra. Poi, se gli resta tempo, potrebbe pure riconoscere di avere sbagliato con la sua protervia e le sue accuse infamanti e inverosimili alla Procura, dimostrando una volta di più il deragliamento di una parte della politica dai binari del diritto e del buon senso.
Un po' come ha fatto il Tg1 ieri sera, nascondendo la notizia dietro le solite cortine fumogene: "Luci e ombre", "assoluzione confermata in Appello" e immancabile intervista all'avvocatessa Bongiorno, che - restando seria - riduceva il tutto a una lieve "sottovalutazione del fenomeno mafioso" da parte dell'ingenuo Andreotti. Tutto secondo la regola del giornalismo alla Mimun: i fatti separati dalle opinioni. Per non disturbarle troppo.
Marco Travaglio"Il Foglio"
Dopo averlo assolto, in quattrocentottantasette pagine i giudici della Corte d'appello di Palermo hanno spiegato al mondo perché Giulio Andreotti è in realtà colpevole, anche se non condannabile a causa della prescrizione dei fatti più antichi. Di più. I giudici spiegano pure perché, anche se a sua insaputa, il senatore a vita è il primo, vero e forse unico pentito della storia. Anzi, "di fronte alla storia".
Non bisogna pensare che si tratti di una presa per i fondelli. E' - detta in soldoni - la tesi della Corte palermitana. Rimasto vittima dei pentiti, che in questi anni gli si sono buttati addosso a decine, Andreotti, secondo la motivazione depositata ieri mattina nella cancelleria della prima sezione pena-e, ha prima mafiato (ma soltanto fino al 1980) e (dal 1980 in poi), si è riscattato, colpendo i mafiosi con inaudita durezza. Più pentito di così... Dopo averli blanditi, trattati, incontrati (ma tuttavia non baciati), nel corso degli anni Sessanta e Settanta, il sette volte presidente del Consiglio cambiò atteggiamento dopo l'omicidio del presidente democristiano della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Fu, quello, il momento in cui il buon Giulio capì con chi aveva a che fare: non con dei gentiluomini con cui si poteva discutere e dai quali si potevano ottenere vantaggi, ma pericolosi criminali capaci anche di spararti addosso.
Andreotti scese allora in Sicilia e cazziò il boss Stefano Bontate, il quale a sua volta rispose con una controcazziata ("Vi leviamo i voti in Sicilia e anche in Calabria"). Era il marzo del 1980: quello, secondo la sentenza, è l'ultimo episodio penalmente rilevante attribuito all'imputato. Ma è un fatto anch'esso coperto dalla prescrizione, e pertanto non punibile. E poi, da quel momento, comincia il "percorso di riscatto".
Letta in questa maniera forse un pochino semplicistica, ma molto probabilmente più comprensibile di tante dotte disquisizioni, la sentenza di Palermo assume un senso tutto particolare: le tante e confuse idee dei pubblici ministeri Roberto Scarpinato, Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte, i teoremi fondati sui baci e sulle balle raccontate da Balduccio Di Maggio, messi in mano ai giudici di Appello, sono diventati un apprezzabile pamphlet, una costruzione che potrebbe diventare verità giudiziaria assoluta, se nessuno, entro l'8 settembre, impugnerà la sentenza.
I giudici partono da alcuni dati di fatto: pentiti tra loro diversi come Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca, Nino Giuffrè e il dichiarante Pino Lipari, hanno contribuito a delineare fatti che si incastonano l'uno nell'altro e che contribuiscono a creare un quadro armonico.
Così, dato per scontato che nessuno di questi personaggi abbia voluto far carriera, come pentito, o guadagnarsi la libertà e altri benefici sulla pelle del senatore a vita, i fatti che raccontano (incontri, amichevoli rapporti, scambi di voti) sono dati per assodati e realmente avvenuti.
La Corte, però, rimprovera a Scarpinato e agli altri inquirenti di aver affastellato fatti del tutto diversi tra loro, di aver considerato la situazione unica nel tempo: dal 1980 in poi, invece, Andreotti cambiò registro, cominciò a combattere la mafia, specialmente i corleonesi di Totò Riina, sanguinari e violenti. Quando vide cadere, uno dopo l'altro, giudici, poliziotti, uomini delle istituzioni, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, l'imputato proseguì la sua operazione di restyling, diretta a garantire un "progressivo e autentico impegno nella lotta contro la mafia".
Tant'è vero che - proseguono i giudici - vengono uccisi suoi amici, come Salvo Lima e Ignazio Salvo, e che Cosa Nostra si spinge fino a minacciare di uccidere lui stesso e i suoi congiunti. Peccato e riscatto, dunque, delitto e castigo evitato grazie alla prescrizione, che per il senatore a vita è benedetta e maledetta al tempo stesso.
Che farà, adesso, Andreotti? Posto che l'accusa non impugnerà mai una sentenza del genere, l'imputato si terrà, da buon democristiano, questa assoluzione che per lui è peggio di una condanna ma che è pur sempre un'assoluzione? Oppure la impugnerà comunque, per salvare il suo onore e per evitare riflessi sulla decisione con la quale le sezioni unite della Cassazione, in ottobre, decideranno se confermare o annullare la condanna a ventiquattro anni inflitta all'ex presidente del Consiglio per l'omicidio di Mino Pecorelli, a Perugia? In procura, a Palermo, è intanto comunque festa, nelle stanze di Scarpinato, Natoli e Lo Forte: nei giorni delle polemiche e dello scontro con il procuratore capo Piero Grasso, che li vuole allontanare dalla Direzione distrettuale antimafia, per i tre pubblici ministeri la sentenza di ieri è un'iniezione di fiducia, un grande successo, un modo per riconquistare credibilità. Per gli altri imputati assolti in primo grado e oggi in appello, primo fra tutti Calogero Mannino, è invece un monito terribile."La Sicilia"
"Visto? Non erano soltanto teoremi"
Palermo. "Non c'è stato nessun teorema ma un'attività di ricerca della verità", dice Guido Lo Forte. "Sono stati provati fatti che sgombrano definitivamente il campo da tutte le illazioni di chi in questi anni ha presentato all'opinione pubblica una Procura che costruiva processi di questo rilievo basandosi solo su teoremi", gli fa eco Roberto Scarpinato.
Con Gioacchino Natoli, chiusi nella stanza dell'aggiunto Scarpinato, leggono insieme, per dovere di ufficio, forse l'ultimo atto giudiziario che parla di mafia, dopo la loro estromissione dalla Dda di Palermo: i tre pm di primo grado del processo Andreotti leggono attentamente le 1520 pagine delle motivazioni della sentenza e sottolineando i passaggi più importanti non riescono a nascondere la propria soddisfazione.
"Non voglio entrare nel merito della sentenza - dice Scarpinato - che è molto complessa. Quello mi sembra possa desumersi con assoluta certezza è che la Corte ha ritenuto provati fatti che sgombrano il campo da tutte le illazioni di chi ha presentato all'opinione pubblica una Procura che costruiva processi di questo rilievo basandosi solo su teoremi".
E Lo Forte aggiunge: "Nelle conclusioni della sentenza della Corte d'appello è scritto che i fatti indicano "una vera e propria partecipazione del senatore Andreotti all'associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo". E' scritto - continua Lo Forte - che Andreotti ha intrattenuto relazioni amichevoli con esponenti di Cosa nostra fino al 1980, che ha incontrato personalmente, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che ha discusso con loro della delicatissima "questione Mattarella" con i capi dell'organizzazione".
"In sintesi - spiega Lo Forte - la Corte ha scritto che ritiene provato il reato di associazione per delinquere fino al 1980. Quindi una conferma di punti fondamentali dell'impianto accusatorio, un riconoscimento della credibilità di collaboratori come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia e della validità dei riscontri acquisiti".
Si parla dell'omicidio di Mattarella, ma in che modo i giudici lo mettono in collegamento con il senatore Andreotti? "Sulla questione Mattarella - spiega il pm Gioacchino Natoli - mi è sembrata importante e grave la notazione della Corte, secondo cui nell'occasione Andreotti non si è mosso secondo logiche istituzionali: non si è rivolto agli organi dello Stato per tutelare il presidente della Regione, ma ha invece agito per assumere il controllo della situazione, dialogando parallelamente con i mafiosi".
Lirio Abbate"Il Nuovo"
Andreotti: "Importante l'assoluzione. Il resto? Amen"
Il senatore a vita assolto in appello dall'accusa di associazione mafiosa perché collaborò coi boss solo fino al 1980. "Mi concentro sui lati positivi della sentenza". Il procuratore Grasso: "Il processo andava fatto"
ROMA - Non si scompone il senatore Giulio Andreotti, assolto in appello dall'accusa di associazione mafiosa perché collaborò con Cosa Nostra ma solo fino al 1980 , e quindi il reato è prescritto. Dopo la sentenza, la prima battuta a caldo, raccolta da Repubblica, è questa: "In un processo a me interessano i risultati finali. E questi risultati sono positivi. Il giudizio della storia? Amen".
Secondo i giudici del tribunale di Palermo , l'ex premier fu "disponibile" verso i boss fino al 1980. "Questa - commenta Andreotti - è la parte brutta di quel documento. Ma io vedo nella motivazione anche molti lati positivi e mi concentro soprattutto su quelli. Però è giusto leggere tutto il documento, lo sto facendo. Per questo non voglio ancora fare un commento approfondito". Andreotti conclude con un auspicio: "Speriamo che non si debba finire in Cassazione anche stavolta".
Il documento con le motivazioni dei giudici, dimostra, secondo il parere di Piero Grasso, procuratore della Repubblica di Palermo, che comunque "il processo andava fatto e che l'ipotesi accusatoria poggiava su fatti concreti che andavano approfonditi". E così, continua Grasso, "sembra di poter dire che i giudici non tradiscano alcun dubbio sul fatto che il reato, la partecipazione all'associazione per delinquere, sia stato compiuto e prescritto solo per il gran tempo trascorso.
Il procuratore ricorda infine che "Cosa nostra non è solo un fenomeno criminale. Lo strapotere della mafia è in massima parte dovuto alla sua particolare abilità nel penetrare ambienti economici, politici e istituzionali. Sarebbe un grave errore trascurare gli intrecci dei piani più alti, che esistono e non li hanno inventati i magistrati. Cosa dovremmo fare - conclude Grasso - chiudere gli occhi ogni volta che ci imbattiamo in un nome eccellente?".27 luglio 2003 - MOTIVAZIONE SENTENZA ANDREOTTI: DAI GIORNALI
"La Gazzetta del sud"
L'ex procuratore di Palermo dopo le motivazioni della sentenza su Andreotti
Caselli: ci chiedano scusa
Al senatore a vita interessano solo i punti a favore
Michele Cimino
PALERMO - "In un processo, a me interessano i risultati finali. E questi risultati - ha dichiarato il senatore a vita Giulio Andreotti, commentando le motivazioni della sentenza del processo d'appello di Palermo che lo ha mandato assolto dall'infamante accusa di associazione mafiosa - sono positivi. Per il resto, amen". "Il resto", quello che fa storcere le labbra all'ex sette volte presidente del Consiglio, lasciando intuire quanto profonda sia la sua amarezza, è "la parte brutta di quel documento", quella in cui si afferma che Andreotti fu "disponibile fino alla primavera del 1980 con i boss moderati di Cosa Nostra, che avevano consentito alla sua corrente di divenire la maggiore realtà della Democrazia cristiana. Ed è la stessa parte della sentenza salutata dall'accusa con maggior favore di una condanna. Assolto per prescrizione del reato. A "far rinsavire" il senatore a vita, portandolo a schierarsi sul fronte dei nemici di Cosa Nostra, avendone intuito la pericolosità per le stesse istituzioni, sarebbe stato, infatti, secondo i giudici della Corte d'Appello di Palermo, l'assassinio del presidente della Regione Piersanti Mattarella, che egli avrebbe tentato di evitare in tutti i modi. Ed è suo il decreto che ha costretto i boss di Cosa Nostra, condannati al primo maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone, a restare in carcere nel momento in cui le sbarre delle loro prigioni stavano per riaprirsi per la imminente scadenza dei termini di carcerazione preventiva. Il che, dai tempi dell'unità d'Italia, non era mai accaduto. E' stato proprio questo decreto, unitamente all'istruzione del processo, da parte di Giovanni Falcone, in modo che non si concludesse con le tradizionali assoluzioni per insufficienza di prove, ad assestare il primo duro colpo alla credibilità, oltre che all'impunità, di Cosa Nostra, provocando l'ira di Totò Riina che, per la prima volta nella storia della mafia, ha dichiarato guerra allo Stato. Prima del maxiprocesso e del decreto Andreotti che li ha tenuti in carcere fino a quando le sentenze non sono divenute esecutive, i boss, se non venivano uccisi dall'interno, da chi voleva scalzarli per prenderne il posto, morivano nel loro letto, mai in carcere. Ora accade. Per cui in quella "brutta motivazione", Andreotti ci ha visto "anche molti lati positivi". "Speriamo - ha concluso - che non si debba finire in Cassazione anche stavolta". Ma questa sentenza sembra avere convinto tutti. "Sembra di poter dire che i giudici non tradiscano alcun dubbio sul fatto che il reato, la partecipazione all'associazione per delinquere - ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Palermo Piero Grasso - sia stato compiuto e prescritto solo per il gran tempo trascorso". Secondo Grasso, infatti, nonostante l'assoluzione del senatore a vita, il documento epositato venerdì dai giudici della Corte d'Appello con le motivazioni della sentenza "dimostra che, quanto meno, il processo andava fatto e che l'ipotesi accusatoria poggiava su fatti concreti che andavano approfonditi e non, come sostenevano gli scomposti attacchi del mondo della politica, su teoremi di parte elaborati da pubblici ministeri militanti". Grasso ha, quindi, ricordato che "Cosa Nostra non è solo un fenomeno criminale. Lo strapotere della mafia - ha detto - è in massima parte dovuto alla sua particolare abilità nel penetrare ambienti economici, politici e istituzionali. Sarebbe un grave errore - ha avvertito - trascurare gli intrecci dei piani più alti, che esistono e non li hanno inventati i magistrati. Cosa dovremmo fare - ha concluso il procuratore che ha ereditato il processo a carico di Andreotti dal suo predecessore Giancarlo Caselli - chiudere gli occhi ogni volta che ci imbattiamo in un nome eccellente?". Le motivazioni della sentenza sembrano avere convinto anche Caselli che ha rilevato: "Adesso mi aspetterei che qualcuno, fra quanti in questi anni ci hanno insultato, chiedesse scusa".28 luglio 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: NOTIFICATA PROPOSTA TRASFERIMENTO AI PM
ANSA:
I sostituti Nico Gozzo e Antonio Ingroia, pm del processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), potrebbero lasciare la procura per essere trasferiti in corte d' appello. Ai due magistrati e' stata notificata oggi la proposta di trasferimento fatta dalla commissione competente del Csm, in concomitanza con l' ultima udienza del processo al parlamentare prima della sospensione feriale.
Ingroia e Gozzo avevano presentato nei mesi scorsi domanda di trasferimento e adesso il Consiglio superiore della magistratura ha accolto la loro istanza. I pm hanno tre giorni di tempo per revocare l' istanza e impedire cosi' che la proposta arrivi al plenum per essere deliberata definitivamente.
Nel caso in cui i sostituti verranno trasferiti in corte d' appello, l' accusa al processo a Dell' Utri dovra' essere sostenuta da altri pm.28 luglio 2003 - VENT'ANNI FA LA STRAGE CHINNICI
ANSA:
Vent'anni fa, in via Pipitone Federico, la mafia inaugurava la stagione "libanese" di attacco alle istituzioni: un'autobomba esplosa davanti lo stabile di Rocco Chinnici, nella zona residenziale della citta', uccideva il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, due agenti della scorta, ed il portiere del palazzo.
Stamane il sacrificio di Rocco Chinnici, l'ideatore del pool antimafia, e' stato ricordato con la posa di alcune corone di fiori nel luogo dell'eccidio, da parte del presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, del presidente della Provincia Francesco Musotto e del sindaco Diego Cammarata.
Schivi, riservati, i figli del giudice non amano le cerimonie ufficiali e, anche quest' anno, ricorderanno il padre con una messa che si terra' oggi nella chiesa di san Michele Arcangelo alle 9,30. Le manifestazioni continueranno nel pomeriggio, alle 17 nella chiesa Madre di Misilmeri, il paese natale del giudice.
Per ricordare il congiunto i familiari hanno costituito recentemente una fondazione: "La lotta alla mafia passa attraverso il dialogo con gli studenti. Bisogna andare nelle scuole, come faceva mio padre, e parlare di legalita"', dice Giovanni Chinnici, figlio di Rocco.
Assieme alla sorella, magistrato al tribunale dei minorenni di Caltanissetta, e' tra i promotori della fondazione, intestata al padre e presentata la settimana scorsa al palazzo di giustizia.
Approfondire l' analisi dei fenomeni mafiosi, favorire la formazione di una sana cultura economica e imprenditoriale, promuovere contatti tra il mondo della giustizia, la realta' economica e il pianeta-scuola sono alcuni degli obiettivi fissati nello statuto dell' ente.Rocco Chinnici venne assassinato da un' autobomba davanti alla sua abitazione. Nell' esplosione morirono il maresciallo Mario Trapassi, l' appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere del palazzo Stefano Li Sacchi.
La prima sentenza per la strage di via Pipitone Federico, del 1984, condannava all' ergastolo i boss Michele e Salvatore Greco, come mandanti, ma assolveva i presunti esecutori materiali Vincenzo Rabito e Pietro Scarpisi, condannati a 15 anni per traffico di droga e associazione mafiosa.
Teste-chiave dell' accusa era il libanese Bou Chebel Ghassan, trafficante di droga, assolto. Ghassan, morto alcuni anni fa, uomo al soldo di vari "servizi", ad un investigatore del quale era confidente aveva preannunciato genericamente una strage di mafia a Palermo, indicandone presunti mandanti (i Greco) ed esecutori: Scarpisi e Rabbito. In appello gli ergastoli ai Greco furono confermati e la pena ai presunti complici (sempre per il vincolo associativo) fu elevata a 22 anni. La Cassazione annullo' il verdetto e rimise gli atti a Catania. I nuovi giudici ricalcarono le precedenti decisioni.
La Cassazione torno' ad annullare per "difetto di motivazione", trasferendo gli atti a Messina, dove il 21 dicembre 1988 la corte d' assise d' appello assolse tutti per insufficienza di prove. La Suprema corte confermo' il verdetto.
Sulla strage torno' ad indagare la procura di Caltanissetta in seguito alle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo, Giovambattista Ferrante e Calogero Ganci. Dell' assassinio del magistrato parlo anche Giovanni Brusca che ammise di aver partecipato all' omicidio.
L' uccisione di Chinnici, il magistrato che per primo attuo' un pool antimafia, era stata decisa per bloccare le indagini sui collegamenti tra mafia, politica e potentati economici. Il movente "politico" della strage e' stato indicato da Brusca: gli esattori mafiosi Nino e Ignazio Salvo erano preoccupati per l' "accanimento giudiziario" di Chinnici, che aveva puntato i riflettori sulla Sogesi, l' esattoria dei cugini di Salemi. Nel febbraio del '98 la procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di venti persone accusate, a vario titolo, della strage. Tra i mandanti e' indicato anche il boss Michele Greco, detenuto, non piu' giudicabile perche' assolto dalla strage con sentenza definitiva.
L' ultima sentenza sull' eccidio di via Pipitone Federico e' dell' anno scorso: la corte d' assise d' appello di Caltanissetta ha condannato all' ergastolo i vertici della Cupola mafiosa. A volere la morte del giudice - secondo la corte - furono Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Antonio Geraci, Pippo Calo', Francesco Madonia Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo.
Sul verdetto dei giudici nisseni, nei prossimi mesi, dovra' pronunciarsi la Cassazione.29 luglio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: HO INCONTRATO ARAGONA, NON CONOSCO GUTTADAURO
"La Gazzetta del sud"
Palermo Promessa di Dell'Utri nel corso delle sue dichiarazioni spontanee
Una difesa a tutto campo
"Ho incontrato Aragona, non conosco Guttadauro"
PALERMO - "Ho accettato il processo e mi voglio difendere nel processo". Ha esordito così, nelle sue dichiarazioni spontanee rese ieri il senatore Marcello Dell' Utri (Fi), sotto processo per concorso in associazione mafiosa, sostenendo che svolgerà "una difesa a tutto campo". Dell'Utri ha ammesso di aver incontrato due volte il medico Salvatore Aragona, arrestato il 26 giugno scorso per associazione mafiosa nell' ambito dell' inchiesta sui rapporti fra Cosa nostra e politica, in cui è indagato anche il presidente dell' Isola, Salvatore Cuffaro. Il parlamentare ha ammesso questa conoscenza ai giudici del tribunale di Palermo, spiegando che Aragona lo aveva contattato a Milano per motivi professionali. I giudici hanno disposto una perizia sulle intercettazioni ambientali registrate nell' abitazione del boss Giuseppe Guttadauro, in cui si fa riferimento al senatore Dell' Utri, depositate nelle scorse settimane. L'esponente politico "azzurro", sempre nella sua dichiarazione spontanea, ha negato di conoscere Guttadauro e Gioacchino Capizzi, il boss che da quanto è emerso dalle intercettazioni avrebbe avuto il compito di raggiungere un accordo con Dell'Utri - secondo gli inquirenti - per "aiutare i detenuti". La richiesta di una perizia sulle registrazioni era stata avanzata dai difensori dopo che i pm avevano depositato le trascrizioni. I giudici non hanno invece sciolto la riserva su un' altra richiesta degli avvocati che riguarda l' esclusione dal fascicolo del processo dei tabulati telefonici di Dell' Utri e l' analisi del traffico compiuta dal consulente della procura, Gioacchino Genchi. Secondo i legali rientrerebbero nelle disposizioni del "lodo Maccanico". I legali avrebbero inoltre dimostrato che Vittorio Mangano, nel periodo in cui è stato assunto da Silvio Berlusconi, nel 1974, come fattore della sua villa di Arcore, non era ancora stato affiliato a Cosa nostra. I difensori fanno riferimento alle dichiarazioni rese da Salvatore Contorno nelle scorse udienze, che colloca l' ingresso in Cosa nostra di Mangano nello stesso periodo in cui venne effettuato un attentato agli uffici dell' impresa Lodigiani. Dalle copie dei giornali prodotte emerge che l' intimidazione venne compiuta nell' ottobre 1976. Intanto, i sostituti Nico Gozzo e Antonio Ingroia, pm del processo, potrebbero lasciare la procura per essere trasferiti in corte d' appello. Ai due magistrati è stata notificata la proposta di trasferimento fatta dalla commissione competente del Csm, in concomitanza con l' ultima udienza del processo al parlamentare prima della sospensione feriale. Ingroia e Gozzo avevano presentato nei mesi scorsi domanda di trasferimento e adesso il Consiglio superiore della magistratura ha accolto la loro istanza.30 luglio 2003 - ANTIMAFIA: COMMISSIONE APPROVA RELAZIONE ANNUALE
ANSA:
La Commissione Antimafia ha approvato a maggioranza la relazione annuale sullo stato della criminalita' organizzata in Italia.
L'opposizione ha votato contro definendo la relazione, un documento di 600 pagine, "un'occasione mancata" , e il comportamento della maggioranza di essere viziato "da partigianeria e faziosita' istituzionale".
In particolare lo scontro tra maggioranza e opposizione e' scaturito dalla parte della relazione che affronta il capitolo sulle stragi di mafia.Non ci sono prove giudiziarie che dietro le stragi di mafia del '92 e del '93 vi sia un terzo livello, dei "mandanti a volto coperto" che abbiano tirato le fila. Quindi occorre lasciare da parte gli "stereotipi" e i "teoremi precostituiti" dell' analisi politica e affidarsi solo ed esclusivamente all'analisi giudiziaria, l'unica appunto in grado di fornire "asserzioni provate".
E' tutto in questa frase lo scontro che si e' consumato oggi in commissione Antimafia tra la maggioranza e l'opposizione chiamate ad approvare la Relazione annuale sullo stato della criminalita' organizzata. Uno spaccatura evidente che ha portato dopo tanti anni all'impossibilita' di arrivare ad un voto unanime: ed infatti la maggioranza ha approvato da sola la relazione mentre l'opposizione ha votato compatta contro. E anche nelle successive dichiarazioni dei protagonisti e' emerso uno scontro tutt'altro che sopito dal voto di oggi, con il centrosinistra che ha accusato la maggioranza di aver voluto mettere una "pietra tombale sulla stagione delle stragi e sulla morte di Borsellino e Falcone" e con il centrodestra pronto a ribattere che dall'opposizione e' arrivato "l'ennesimo torbido tentativo di strumentalizzare" i lavori e a confermare, tramite le parole del presidente Roberto Centaro, di Forza Italia, che sulla stagione delle stragi "la porta non verra' chiusa" ma che da ora in poi si continuera' ad indagare con "un'etica che non deve partire da un teorema precostituito".
Parole che non hanno certo soddisfatto il centrosinistra. "La Commissione - ha detto il capogruppo dei Ds Giuseppe Lumia - ha soltanto sfiorato il rapporto tra mafia e politica, che doveva invece diventare il punto focale della stessa commissione". Lumia ha poi definito "strumentale e meschino" l'utilizzo nella relazione delle parole che il giudice ucciso a Capaci pronuncio' nel '91 davanti al Csm sull'esistenza di un eventuale terzo livello. Utilizzo "indegno", hanno aggiunto gli altri esponenti dell'opposizione, "per dire che non c'e' coinvolgimento esterno". Piu' sibillino l'affondo di Sinisi, della Margherita: "La maggioranza conosce bene dov'e' il fuoco e lo evita con accuratezza con un comportamento viziato di partigianeria e faziosita' istituzionale".
In realta' lo scontro che si e' consumato oggi e' stato covato per mesi e le avvisaglie si erano gia' avute qualche mese fa quando Centaro aveva presentato una bozza di relazione molto breve che era stata duramente contestata dall'opposizione. Relazione che e' stata poi rivista fino ad arrivare alla stesura definitiva di oggi. Al di la' di questo, hanno comunque sottolineato i membri del centrosinistra, esiste una "divergenza netta ed inconciliabile" tra i due schieramenti per quella che e' la visione dei rapporti tra mafia e politica. Insomma, contrasti chiari e concernenti piu' punti - non ultime le leggi Cirami, rogatorie e ritorno dei capitali dall'estero definite "leggi vergogna" - che non consentivano alcun compromesso. Il centrosinistra ha annunciato che per ora non presentera' una relazione di minoranza, ma e' pronto a farlo - "perche' non permetteremo che si metta una pietra tombale sulle stragi" - se la maggioranza non cambiera' indirizzo.
A difendere l'operato della maggioranza e' lo stesso presidente Centaro, convinto che l'operato del centrodestra abbia fruttato un lavoro positivo. "Abbiamo tenuto - ha detto - un approccio laico svincolato dai condizionamenti dell'analisi politica" e fatto, in pratica, "una politica antimafia e non una politica dell'antimafia". Fondamentalmente, e' la tesi di Centaro e della maggioranza, "si e' cercato di eliminare un vizio pericoloso: l'analisi politica che si sovrappone o si sostituisce all'analisi giudiziaria". Il presidente ha anche difeso le leggi approvate dal Parlamento - "che vanno monitorate ma non hanno creato alcun problema alla lotta alla mafia" - e ribadito che non si tratta certo di "conclusioni definitive" quelle a cui e' arrivata la commissione. Centaro e la maggioranza, infine, nella relazione hanno riservato una 'stilettata' ai giudici palermitani in merito ai processi al senatore Andreotti: le accuse nei suoi confronti, e' scritto, frutto di un "dibattito mediatico che ha sostituito il processo" sono si' state "sbugiardate" dalle sentenze ma "malamente". Affermazioni definite "gravi" da Lumia. Chiuso uno scontro se ne apre un altro.Il quadro generale e' piuttosto inquietante vista la situazione in Calabria e Campania, il radicarsi della criminalita' straniera e la trasformazione della mafia da 'politica' ad 'economica', che rende piu' difficile il contrasto. Ma nonostante cio' i successi delle forze dell'ordine sono stati evidenti e lo Stato ha i mezzi per vincere la guerra alla mafia. Per farlo pero' serve il contributo di tutti. L' annuale relazione della Commissione Antimafia sulla stato della criminalita' organizzata fotografa una situazione, come e' scritto nelle conclusioni, "sotto alcuni profili preoccupante e sotto altri soddisfacente". Ecco in sintesi i punti principali.
ATTIVITA' FORZE DELL'ORDINE E MAGISTRATURA: Prosegue senza flessioni ne' qualitative ne' quantitative. C'e' un ritorno alle indagini tradizionali ed e' venuto meno quell'appiattimento degli inquirenti sulle dichiarazioni dei pentiti, considerate ormai da tutti spunto o inizio di indagine e non punto d'arrivo. Si registra, inoltre un ritorno di fiducia nelle istituzioni, un aumento delle denunce e una costante mobilitazione sociale.
'NDRANGHETA PRIMA ORGANIZZAZIONE CRIMINALE: E' in Calabria la situazione piu' preoccupante, con la 'Ndrangheta che ormai e' diventata la prima mafia italiana. Preoccupa anche la situazione di alcune zone di Napoli, Caserta e dell'agro nocerino-sarnese mentre migliora il quadro in Sicilia e Puglia.
MAFIA STRANIERA SEMPRE PIU' SPECIALIZZATA: Le organizzazioni sono sempre piu' specializzate e radicate sul territorio. Le maggiori preoccupazioni arrivano dalla mafia russa e da quella cinese, dedite al traffico di esseri umani e armi. Gli albanesi, invece, hanno una struttura simile alla 'Ndrangheta, con la quale hanno una fitta collaborazione e hanno stabilito accordi con i colombiani per il traffico di sostanze stupefacenti.
SCIOLTI 132 CONSIGLI COMUNALI IN 12 ANNI: Forte e' l'infiltrazione della mafia nelle amministrazioni locali del sud. La maggior parte dei provvedimenti riguardano la Campania, seguita da Sicilia, Calabria, Puglia. Unico caso al nord e' quello del comune di Bardonecchia, in provincia di Torino.
MAFIA SI EVOLVE E DIVENTA 'ECONOMICA': le tradizionali organizzazioni mafiose, pur mantenendo la caratteristica originaria, si evolvono verso modelli propri della criminalita' organizzata ordinaria con una visione piu' economica che politica, appaltando ad organizzazioni straniere o a clan criminali minori le attivita' piu' esposte.
LEGISLAZIONE MAFIOSA ANCHE PER CRIMINALITA' ORDINARIA: La mafia sta subendo una mutazione genetica che ha come effetto che la disciplina stabilita dal 416 bis non trovi applicazione. E' necessario dunque estendere alla criminalita' organizzata ordinaria la normativa prevista per quella di stampo mafioso, in tema di indagini, misure di prevenzione patrimoniale e in tema di collaboratori di giustizia.
RAPPORTI MAFIA-POLITICA: ogni mafia per vivere e proliferare non puo' non collegarsi alle istituzioni. L'impegno maggiore per la rottura di questi rapporti va richiesto alla politica ma nessuno puo' ritenersi estraneo. La lotta alla mafia, in quanto lotta per la democrazia, deve essere condotta da tutti, anche all'interno del rispettivo partito poiche' non vi sono isole felici in nessuna forza politica. Il potere di indirizzo politico della mafia e' diminuito grazie all'impegno dello Stato e del mutamento del sistema elettorale. La mafia non e' piu' in grado di indirizzare un numero di voti adeguato all'elezione di un deputato o consigliere regionale ma riesce ancora a far eleggere componenti dei consigli comunali o provinciali.
STRAGI E TERZO LIVELLO: Non ci sono prove giudiziarie che vi siano dietro alle stragi del '92-'93 dei mandanti a volto coperto che costituiscano un terzo livello. Per questo e' necessario attenersi alle risultanze processuali e abbandonare l'analisi politica fatta su teoremi precostituiti.
ANDREOTTI: Le sentenze dei processi palermitani ad Andreotti hanno malamente sbugiardato le accuse di mafia rivoltegli e scaturite fondamentalmente da un dibattito mediatico che ha sostituito il processo.
SFIDA ALLA MAFIA COINVOLGE EUROPA: si deve arrivare ad una omogeneita' del diritto penale in tutti gli stati dell'Ue, con particolare riferimento almeno alle ipotesi delittuose piu' gravi e a quelle tipiche della criminalita' organizzata. Vanno incrementati il coordinamento delle forze di polizia e i momenti comuni di indagine tra le magistrature. Ci si augura che il semestre italiano possa accrescere le sensibilita' e l'attenzione politica e legislativa grazie all'esperienza acquisita sul campo.La relazione annuale sulla criminalita' organizzata approvata oggi dalla maggioranza in Commissione Antimafia, "pone una pietra tombale sulle stragi di Falcone e Borsellino" utilizzando in "modo ignobile" proprio le parole del giudice assassinato da Cosa Nostra a Capaci.
E' duro il giudizio dell'opposizione alla relazione presentata oggi a San Macuto dal presidente Centaro e votata soltanto dalla maggioranza (22 i favorevoli e 16 i voti contrari). Una spaccatura che arriva dopo diversi anni durante i quali si era sempre raggiunta' l'unanimita' e che si e' concretizzata proprio sul capitolo riguardante le stragi del '92 e del '93 anche se, hanno sottolineato gli esponenti del centro sinistra, diversi sono i punti di contrasto tra i due schieramenti. Contrasto che, tra l'altro, "rispecchia le divisioni che ci sono nel paese e in Parlamento".
"Ma come potevano pensare di avere l'unita' - ha commentato in coro il centro sinistra - quando in Commissione ci sono personaggi come Taormina e Cirami che hanno scritto delle leggi vergogna". "La Commissione - ha aggiunto il capogruppo dei Ds Giuseppe Lumia - ha soltanto sfiorato il rapporto tra mafia e politica, che doveva invece diventare il punto focale della stessa commissione". Lumia ha definito un'operazione "strumentale e meschina" quella di utilizzare nella relazione le parole che Giovanni Falcone pronuncio' davanti al Csm nel '91 sull' esistenza di un ipotetico 'terzo livello'.
"Dicono - hanno spiegato i rappresentanti del centro sinistra - che non c'e' un coinvolgimento esterno utilizzando in modo indegno le frasi di Falcone. Noi non abbiamo mai parlato di terzo livello, ma di collusioni" tra la mafia e la politica. "La maggioranza - ha aggiunto Sinisi della Margherita - conosce bene dove sta il fuoco e lo evita con accuratezza con un comportamento viziato di partigianeria e faziosita' istituzionale". "Questo - hanno concluso - e' un metodo ignobile per mettere una pietra tombale sulle stragi di Falcone e Borsellino e noi impediremmo che cio' accada".
L'opposizione ha annunciato che se la maggioranza "continuera' su questa linea" presentera' una relazione di minoranza, perche' attualmente c'e' "una divergenza netta e inconciliabile sulla visione dei rapporti tra mafia e politica".31 luglio 2003 - RELAZIONE COMMISSIONE ANTIMAFIA
"Il Corriere della sera"
La relazione esclude l'esistenza di mandanti occulti. "Sbugiardate le accuse al senatore"
Stragi e caso Andreotti spaccano l'Antimafia
Il centrosinistra vota contro il documento: "Coprono il fallimento della strategia del governo, occultata l'ultima sentenza di Palermo"
ROMA - Il caso Andreotti e i mandanti delle stragi. Due punti che hanno trasformato anche la relazione della Commissione parlamentare antimafia in un'occasione di scontro tra maggioranza e opposizione, che si è rifiutata di votarla: è stata approvata con 22 voti favorevoli e 16 contrari, determinando una spaccatura senza precedenti. Nel documento consegnato ieri ai presidenti di Camera e Senato, che hanno espresso apprezzamento per il lavoro svolto dalla Commissione, infatti si sostiene che non ci sono "prove giudiziarie" dell'esistenza di mandati a volto coperto dietro le stragi del 1992-1993: "Per questo è necessario attenersi alle risultanze processuali e abbandonare l'analisi politica fatta su teoremi precostituiti". E vengono citate le parole di Giovanni Falcone, che aveva escluso l'esistenza di un terzo livello in grado di manovrare Cosa nostra. Affermazioni che - secondo il centrosinistra - costituiscono "una pietra tombale" sul massacro di Falcone e di Paolo Borsellino, utilizzando in "modo ignobile" proprio le frasi del magistrato assassinato.
Un altro fronte di contrasto si è aperto intorno al caso Andreotti. La relazione sostiene che "le sentenze dei processi palermitani hanno malamente sbugiardato le accuse di mafia e scaturite fondamentalmente da un dibattito mediatico che ha sostituito il processo". "La sentenza della Corte d'Appello - ha detto il presidente Roberto Centaro - è contraddittoria perché quando si dice che fino ad un certo punto sono credibili le parole dei pentiti e dopo una certa data non lo sono più, è evidente che c'è una contraddizione. Forse si è voluto dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma così dov'è la credibilità?". Secondo Centaro il dibattito mediatico sulla vicenda Andreotti "si è sovrapposto ed ha sostituito il processo, seguendo i ritmi dell'"analisi politica e pervenendo ad un tentativo di condanna, o di attribuzione di mafiosità malamente sbugiardato dalle pronunce giurisdizionali". Ciò, è scritto nella relazione, ha comportato "l'insinuarsi di ombre e veleni e l'unico risultato è stata una crescente confusione nei cittadini ed un senso di sfiducia nelle istituzioni, a fronte di affermazioni perentorie poi rivelatesi infondate in corso d'opera".
Nelle motivazioni del processo d'appello, i giudici ritengono provati ma prescritti i rapporti del senatore a vita con Cosa nostra fino al 1980, assolvendolo invece dalle contestazioni per il periodo successivo. "C'è una sentenza - dichiara il diessino Giuseppe Lumia - che ha ribadito che vi furono rapporti tra i boss e Andreotti ed è grave che si tenti di occultare questo dato". Per Lumia, la Commissione cerca solo di "nascondere il fallimento della strategia antimafia" del governo."Il Resto del Carlino"
"Dietro le bombe della mafia non c'è un grande vecchio"
ROMA - Non ci sono prove giudiziarie che dietro le stragi di mafia del '92 e del '93 vi sia un terzo livello, dei "mandanti a volto coperto" che abbiano tirato le fila. Quindi occorre lasciare da parte "stereotipi" e "teoremi precostituiti" e affidarsi solo all'analisi giudiziaria, l'unica in grado di fornire "asserzioni provate".
E' tutto in questa frase lo scontro che si è consumato in commissione Antimafia tra la maggioranza e l'opposizione chiamate ad approvare la relazione annuale sullo stato della criminalità organizzata. Una spaccatura che ha portato, dopo tanti anni, all'impossibilità di arrivare a un voto unanime: la maggioranza ha approvato da sola la relazione, mentre l'opposizione ha votato compatta contro.
E anche nelle successive dichiarazioni dei protagonisti è emerso uno scontro tutt'altro che sopito dal voto, con il centrosinistra che ha accusato la maggioranza di aver voluto mettere una "pietra tombale sulla stagione delle stragi e sulla morte di Borsellino e Falcone" e il centrodestra pronto a ribattere che dall'opposizione è arrivato "l'ennesimo torbido tentativo di strumentalizzare" i lavori.
Il presidente Roberto Centaro (nella foto), di Forza Italia, ha sintetizzato le conclusioni del documento chiosando che sulla stagione delle stragi "la porta non verrà chiusa, ma da ora in poi si continuerà a indagare con un'etica che non deve partire da un teorema precostituito".
Le sue parole non hanno certo soddisfatto il centrosinistra. "La Commissione - ha detto il capogruppo ds Giuseppe Lumia - ha solo sfiorato il rapporto tra mafia e politica, che doveva invece diventare il punto focale della stessa commissione". Lumia ha poi definito "strumentale e meschino" l'utilizzo nella relazione delle parole che il giudice ucciso a Capaci pronunciò nel '91, davanti al Csm, sull'esistenza di un eventuale terzo livello.
Un capitolo della relazione è dedicato anche alla valutazione delle forze criminali in campo. E, a sorpresa, la 'ndrangheta calabrese sarebbe diventata più forte anche della Piovra. "Se Cosa nostra è in fase di regresso, colpita dalla risposta dello Stato e dalla reazione delle associazioni antiracket e di volontariato - ha spiegato Centaro - la malavita calabrese è allo stato attuale più pericolosa". Negli ultimi vent'anni si sarebbe specializzata nel redditizio traffico di sostanze stupefacenti.1 agosto 2003 - GIUDICE SCADUTI SU ANTIMAFIA
"La Gazzetta del sud"
Andreotti Il presidente Scaduti replica alle considerazioni dell'Antimafia
Incredulo e amareggiato
"Le sentenze non si commentano ma s'impugnano"
PALERMO - "Rimango sinceramente incredulo ed amareggiato nel leggere taluni commenti espressi dalla relazione annuale della Commissione Antimafia a proposito della recente sentenza sul sen. Andreotti, come pure nel prendere visione di talune dichiarazioni rese in sede di intervista dal suo Presidente on. Roberto Centaro". Salvatore Scaduti, il presidente della prima sezione della Corte di Appello di Palermo che ha giudicato il sen. Giulio Andreotti, ha rotto un silenzio che per la verità tutti i giucidi del distretto palermitano osservano rigorosamente per non farsi trascinare in polemiche più di schieramento che poltiche sui processi. Ma evidentemente le critiche alla motivazione della sentenza in cui si spiega la prescrizione e l'assoluzione di Andreotti hanno colpito profondamente il presidente Scaduti. In una nota, il magistrato prende atto che secondo la maggioranza della Commissione antimafia "le sentenze dei processi palermitani a Giulio Andreotti hanno malamente sbugiardato le accuse di mafiosità rivolte al Senatore e scaturite fondamentalmente da un dibattito mediatico che ha sostituito il processo". In base a questa considerazione, "senza volere minimamente entrare in polemica con l'estensore di tale brano - scrive Scaduti - risulta di tutta evidenza che costui non ha letto le motivazioni delle sentenza d'appello sul sen. Andreotti (d'altra parte lo stesso on. Centaro afferma candidamente che copia della sentenza non è stata ancora acquisita dalla Commissione e che anzi essa dovrà essere ponderatamente esaminata con la dovuta cautela); altrimenti non si comprenderebbe proprio come si sarebbe potuto affermare che la sentenza ha "sbugiardato" le accuse di mafiosità e le connivenze mafiose tra Cosa Nostra (fino alla primavera dell'anno 1980) ed il sen. Andreotti, accuse di mafiosità e connivenze, che, a torto o a ragione, la sentenza si è data carico di dimostrare puntualmente nel rispetto delle risultanze processuali e nella scrupolosa osservanza delle regole imposte dall'art. 192 del codice di procedura penale". "Non meno incredulo ed amareggiato - prosegue il presidente Scaduti - mi lasciano le dichiarazioni del Presidente della stessa Commissione Antimafia on. Roberto Centaro, il quale, benchè mio buon amico, non ha sentito il