Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2002 - maggio
1 maggio 2002 – PORTELLA DELLA GINESTRA: I RICORDI DELLO STORICO FRANCESCO RENDA
"Il Giornale di Sicilia"
"Giuliano, quella strage per fermare i contadini"
Quel Primo Maggio del '47, Francesco Renda era l'oratore ufficiale della manifestazione "rossa" a Portella delle Ginestre. Gli si sgonfiò una ruota, mentre era in strada in motocicletta: "Arrivai - ricorda lo storico palermitano - mentre sparavano. Poi, restai lì dieci giorni per le inchieste. Quello fu il primo delitto terroristico della storia d'Italia e lo commise Salvatore Giuliano. Si voleva bloccare, spezzare, il movimento contadino che, però, andò avanti. Si fece la riforma agraria. La grande proprietà terriera fu sconfitta, con la distribuzione dei fondi". In libreria, arriva proprio in questi giorni "Il bandito Giuliano" di Francesco Renda (Sellerio, I 6,50, pp. 120). Una biografia, nata da un saggio scritto anni fa a richiesta di Francesco Rosi in occasione del restauro del suo film su Giuliano. Ora, quel saggio diventa libro: "Ho contato trentacinque biografie, la mia dovrebbe essere la trentaseiesima - afferma Renda -. E' la cosa che più mi ha impressionato. Giuliano è un personaggio tra i più biografati del secondo dopoguerra".
Nel suo libro, lei distingue tre momenti della "vita pubblica" di Salvatore Giuliano.
"Ho cercato di fare una ricostruzione storica, distinguendo tre momenti. Il primo è quello che lo rende famoso. Il bandito che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Lui davvero rapiva un barone, si faceva dare un milione e, poi, consegnava qualche diecimila lire ai contadini . E' la fase che va dal '43 al '45 quando, poi, lui passa coi separatisti e diventa ufficiale superiore dell'Evis. E lui questa funzione la svolge".
Qual era l'effettivo radicamento del sentimento, dell'idea separatista in Sicilia ?
"Nessun radicamento. Tentarono di fare la guerra civile, la cominciarono nell'ottobre '45 ma già nel febbraio andava alla conclusione".
Quindi, la terza fase...
"La vicenda separatista, Giuliano la conclude in seguito all'accordo col Governo, per cui rinuncia all'indipendentismo, scioglie l'Evis e accetta l'autonomia. Il Governo s'impegnò a concedere l'amnistia. Questa fu valida per tutti quelli che avevano commesso delitti in quanto separatisti ma escluse Giuliano, che aveva ammazzato carabinieri, soldati, poliziotti. Dopo questa vicenda, tenta di sciogliere la sua banda ma la banda non si scioglie. E qui si sprofonda nella parte più misteriosa che io chiamo del terrorismo e dell'area mafiosa".
I misteri alimentano le ipotesi, le dicerie. Come quella dell'accordo tra il Pci e Giuliano, perch‚ sostenesse Varvaro alle elezioni.
"Queste sono sciocchezze, che hanno messo in giro ma non hanno nessun fondamento. Guardi, il mio libro è fondato tutto sui documenti. Non è fatto su quel che si pensa, si suppone, si ipotizza".
Dai documenti, dunque, quale verità emerge sulla strage di Portella ?
"C'è la sentenza del processo di Viterbo. E' Giuliano che ha sparato ma il perch‚ è un mistero. Si suppone che sia stato per reazione alle elezioni del 20 aprile, in cui il Blocco del Popolo ebbe successo. Ma non abbiamo certezze".
E il patto coi monarchici...?
"Questa dichiarazione la fece Gaspare Pisciotta nel processo ma su ciò, poi, non v'è stato alcun accertamento. Tra i documenti, invece, vi sono cose molto interessanti sulla morte di Giuliano e su chi l'abbia ucciso".
Altro buco nero...
"Si fece un'inchiesta. Il colonnello Luca (Ugo Luca, colonnello dei carabinieri a capo dello speciale Comando forze di repressione del banditismo , n.d.r.) in effetti, non era a conoscenza di come le cose fossero andate realmente, perch‚ il capitano Perenze (che si attribuì il merito di aver ucciso Giuliano, n.d.r.) gli aveva fornito una versione falsa.Poi, accertò che la versione era falsa ma non diede più notizie ufficiali. Quest'inchiesta era del '54 e lasciò deluso Scelba, che l'aveva chiesta. Su di lui pesava l'accusa mossa dalla sinistra, per la quale lui era complice del modo in cui Giuliano era stato liquidato. Quindi, fece sì che la Commissione antimafia avesse quella relazione ma la Commissione non la rese nota. E' stata pubblicata solo tre anni fa. Da questa, viene fuori che nessuno sapesse come fosse stato ucciso Giuliano. Secondo me non lo sapeva neppure il capitano Perenzi. Esistono ben sedici versioni, diverse l'una dall'altra, su chi l'abbia ucciso".
Gerardo Marrone

3 maggio 2002 – PROCESSO ANDREOTTI: ARRINGA DELL’ AVVOCATO DIFENSORE COPPI
"La Repubblica" edizione di Palermo
L'arringa dell'avvocato Coppi per l'ex presidente del Consiglio Il processo
"Andreotti e i Salvo rapporto inesistente"
Giulio Andreotti e i cugini Salvo non si sono mai conosciuti. L'avvocato Franco Coppi, uno dei difensori dell'ex presidente del Consiglio, è tornato a contestare ieri davanti alla Corte d'appello di Palermo uno dei punti chiave del processo in cui Andreotti è accusato di associazione mafiosa. "Non ci sono prove della conoscenza tra Andreotti e i cugini Salvo", ha sostenuto l'avvocato che ha sottolineato che la difesa "non ha potuto ammettere questa conoscenza perchè non c'è mai stata. L'accusa dice che Andreotti ha mentito - ha proseguito l'avvocato - sostengono che mente sempre. Andreotti non è un mentitore e questa è una accusa che lo ha colpito profondamente".
"L'accusa in primo grado - ha detto Coppi - non ha dimostrato cosa Andreotti avrebbe fatto per i Salvo e per Cosa nostra, perchè nulla è stato fatto da Andreotti per i Salvo e per Cosa nostra". Il legale del senatore a vita ha poi parlato dei rapporti tra Giulio Andreotti e l'eurodeputato della Dc, Salvo Lima, ucciso in un agguato di mafia il 12 marzo del '92. "Non ci sono prove che Andreotti abbia fatto qualcosa per Cosa nostra su richiesta di Lima", ha detto ancora Coppi. L'avvocato ha contestato le tesi della Procura secondo cui "l'incontro con Lima aveva rappresentato una svolta politica importante per il senatore. Andreotti - ha proseguito il legale - secondo l'accusa sarebbe uscito dal "ghetto" laziale grazie a Lima e Cosa nostra. Questa - ha detto Coppi - è una tesi ridicola e risibile condannata dalla storia". Franco Coppi ha poi tirato in ballo Giovanni Falcone. "Il giudice Falcone si recò dal senatore Andreotti in compagnia dell'europarlamentare Salvo Lima. Come può, quindi, Lima essere accusato di mafiosità?". Il legale del senatore a vita ha ricordato alla Corte d'appello, presieduta da Salvatore Scaduto, che "quest'episodio non è mai stato raccontato dallo stesso Andreotti, e neppure dalla difesa", "ma dall'ex ministro, Paolo Cirino Pomicino, durante la sua testimonianza in aula. Cirino Pomicino - ha detto Coppi - aveva incontrato Falcone a Roma proprio davanti all'ufficio di Andreotti, mentre era in compagnia di Lima. Vi si era recato per chiedere un aiuto per lasciare Palermo. Quale maggiore garanzia sulla non mafiosità di Salvo Lima?". "Falcone - ha aggiunto il difensore - ribadì che non era assolutamente credibile il collaboratore Giuseppe Pellegriti il quale aveva accusato Lima di essere il mandante dell'uccisione del presidente della Regione, Piersanti Mattarella". Pellegriti fu infatti incriminato per calunnia e condannato. L'episodio dimostra, a giudizio della difesa, che fino a quel momento il rapporto con Lima non poteva essere considerato imbarazzante da Andreotti.
Il processo è poi stato rinviato all'udienza del 16 maggio prossimo, giorno in cui i difensori di Andreotti proseguiranno nella loro arringa.

4 maggio 2002 - STRAGI CAPACI E VIA D'AMELIO: ARCHIVIAZIONE PER BERLUSCONI E DELL'UTRI
"Il Nuovo"
Stragi del '92: archiviazione per Berlusconi e Dell'Utri
Il gip accoglie la richiesta della procura: nessun riscontro per le accuse di concorso esterno negli attentati contro i giudici Falcone e Brorsellino. Ma incarica il pm di una nuova indagine
CALTANISSETTA - Archiviata a Caltanissetta l'inchiesta contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri per l'accusa di concorso esterno negli attentati contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma con lo stesso proveddimento il giudice Giovanbattista Tona a incaricato il pubblico ministero a una nuova indagine.
"E' la vittoria della verità". Così l'avvocato Enrico Trantino, legale di Silvio Berlusconi, commenta la decisione del gip. L'accusa era di concosrso esterno in strage per finalità terroristica e di eversione dell'ordine democratico. "La tesi del presunto coinvolgimento, come mandanti occulti, di Berlusconi e Dell'Utri nelle stragi mafiose del 1992, prosegue l'avvocato Trantino "è stata riconosciuta totalmente infondata sia dalla Procura sia dall'ufficio del gip".
Tuttavia il provvedimento del gip Tona precisa: "tali accertati rapporti di societa' facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all' organizzazione Cosa nostra, costituiscono dati oggettivi che rendono quantomeno non del tutto implausibili ne' pererine le ricostruzioni offerte dai diversi collaboratori di giustizia,
esaminate nel presente procedimento, in base alle dichiarazioni dei quali si è ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale".
E ancora: "Gli atti al hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli indagati. Ciò di per sé legittima l' ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell' Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell'organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori".
Sulle constatazione del gip, interviene l'avvocato Trantino, che commenta: "Non capisco quali siano questi presunti elementi oggettivi cui si riferisce il Gip per trarre una sua certezza di rapporti con Berlusconi e Dell' Utri da parte di esponenti di Cosa Nostra". "Quelle del gip - aggiunge il penalista - sono affermazioni ultronee".
Un commento arriva anche da Giuseppe Lumia, capogruppo dei Democratici di sinistra nella commissione parlamentare antimafia. "Ben venga per Berlusconi il fatto che il gip di Caltanissetta non abbia ritenuto sufficienti le dichiarazioni dei pentiti. Resta inquietante l'ipotesi del collegamento avanzata dal gip Tona tra il sistema societario Fininvest ed esponenti di Cosa Nostra".
"Cosa Nostra, senza i rapporti con la politica e con l'economia non sarebbe esistita e ancora oggi non esisterebbe", aggiunge Lumia: "Ecco perché è necessario scavare e avere il coraggio di andare avanti fino in fondo". Conclude l'ex presidente della Comissione Antimafia: "Resta il problema del rapporto mafia politica nelle stragi, perché una tale sfida di Cosa Nostra alle istituzioni non può non avere risvolti politici. E' una questione che ci trasciniamo da anni e che va chiarita, visto anche il rapporto mafia-economia, l'altro punto di forza che la mafia ha nel nostro Paese".

ANSA:
Le indagini preliminari nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri in relazione al reato di concorso in strage (110-422 c.p.), con l' aggravante della finalita' mafiosa, archiviate ieri dal Gip, sono state avviate quasi quattro anni fa sulla base di risultanze investigative emerse in altre indagini contro ignoti relative agli attentati del 1992 in cui vennero uccisi i giudici Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.
   - 22 luglio 1998, il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Gianni Tinebra, dispone con un articolato provvedimento l' iscrizione nel registro degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello dell' Utri che per ragioni di segretezza vengono indicati con le sigle 'alfa' e 'beta', in base ad una serie di risultanze che delineano una notizia di reato a loro carico, quali mandanti delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. I dati che hanno legittimato questa decisione del procuratore si ricavano dai verbali di interrogatorio del pentito Salvatore Cancemi che parla di "persone importanti" che avrebbero concorso a decidere l' eliminazione dei due magistrati;
   - 26 agosto 1999, viene concessa dal gip la proroga di sei mesi del termine per la conclusione delle indagini preliminari;
   - 29 febbraio 2000, il gip concede un' altra proroga delle indagini per completare le indagini;
   - 23 luglio 2000, scade il termine per le investigazioni;
   - 2 marzo 2001, la procura richiede al gip l'archiviazione del procedimento e contestualmente trasmette i 21 faldoni che contengono gli atti di indagini;
   - 22 marzo 2001, il difensore di Silvio Berlusconi chiede al gip il rilascio di copia della richiesta di archiviazione;
   - 23 marzo 2001, il gip accoglie l' istanza del difensore di Berlusconi e ne rilascia una copia, dando atto che sulla base del parere fornito dal pm, le esigenze di riservatezza che lo hanno indotto a secretare i nomi degli indagati sono superate;
   - 3 maggio 2002, il gip acoglie la richiesta di archiviazione e deposita il relativo decreto.

4 maggio 2002 - AUTOBOMBE 1993; PER BERLUSCONI ARCHIVIAZIONE NEL 1998 A FIRENZE
ANSA:
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il senatore Marcello Dell' Utri erano stati indagati 5 anni fa dalla Procura di Firenze nell' ambito delle stragi del '93. La loro posizione era stata archiviata il 14 novembre 1998 perche' gli investigatori non erano riusciti, nel termine massimo di durata delle indagini, a riscontrare tutte le accuse. La notizia, che solo adesso trova una conferma ufficiale, e' contenuta nel provvedimento di archiviazione disposto dal gip di Caltanissetta. I pm della procura di Firenze avevano disposto l' iscrizione di Berlusconi e Dell' Utri sotto le sigle 'Autore 1' e 'Autore 2', nell' ambito del procedimento sulle stragi commesse a Roma, Firenze e Milano dal maggio 1993 all' aprile 1994. I pm di Firenze il 7 agosto 1998 avevano chiesto al gip l' archiviazione dell' inchiesta, concludendo, a seguito di complesse indagini, che erano stati acquisiti elementi certi in ordine al fatto che l' interlocutore politico di Cosa Nostra in quel periodo avesse partecipato all' "accordo", intervenuto all' interno dell' organizzazione, al fine di attuare la grave offensiva militare degli anni 1992-1994. Il gip di Firenze aveva accolto la richiesta il 14 novembre 1998, rilevando che "le indagini svolte hanno consentito l' acquisizione di risultati significativi solo in ordine all' avere Cosa nostra agito a seguito di inputs esterni, a conferma di quanto gia' valutato sul piano strettamente logico". "Berlusconi e Dell' Utri - scrive il gip di Firenze – avrebbero intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui e' riferibile il programma stragista realizzato, all' essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto". Il giudice toscano concludeva che, sebbene "l' ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilita"', gli inquirenti non hanno "potuto trovare – nel termine massimo di durata delle indagini preliminari – la conferma delle chiamate de relato e delle intuizioni logiche basate sulle suddette omogeneita’". Secondo gli inquirenti l' indagine archiviata su Berlusconi e Dell' Utri rientrerebbe in un unico disegno che avrebbe previsto una "campagna stragista continentale - si legge nel provvedimento - avente come obiettivo strategico (anche) quello di ottenere una revisione normativa che invertisse la tendenza delle scelte dello Stato in tema di contrasto della criminalita'
mafiosa". Durante le indagini coordinate dai pm fiorentini, erano stati acquisiti diversi elementi che "avvaloravano l' ipotesi di un' unitaria strategia dell' organizzazione mafiosa - e' scritto nel decreto del gip di Firenze - finalizzata a condizionare le scelte di politica criminale dello Stato e a verificare nuovi interlocutori da appoggiare nelle competizioni elettorali".

4 maggio 2002 - DON CIOTTI, 70 INQUISITI IN COMMISSIONI PARLAMENTO
ANSA:
La legge sulle rogatorie e quella sul rientro dei capitali che erano usciti illecitamente dall' Italia sono, per don Luigi Ciotti, "un fatto inquietante", cosi' come "inquitante" e' la circostanza che "circa 70 parlamentari che hanno problemi con la giustizia siedono nella commissione giustizia e nella commissione antimafia". Il sacerdote torinese fondatore del gruppo Abele e dell' associazione Libera ha lanciato la sua accusa in occasione della presentazione della veglia in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, organizzata a Civitas, il salone del volontariato in corso a Padova. Secondo don Ciotti "non si puo' costruire giustizia senza verita' e senza cultura. Ma che cosa dobbiamo pensare quando vediamo che ci sono 70 parlamentari che hanno problemi con la giustizia e che siedono nella commissione giustizia e nella commissione antimafia? Non sappiamo quali risposte dare ai ragazzi, ai quali cerchiamo di trasmettere e insegnare una cultura della legalita' e poi ci interrogano sul perche' si fanno leggi inquietanti come quella sulle rogatorie e quella sui capitali illeciti, anche mafiosi, che si fanno rientrare in Italia. Dov'e' la cultura della legalita'?". Don Ciotti - annunciando che Libera proporra' di estendere ai beni dei corrotti la legge per l'utilizzo sociale delle ricchezze confiscate ai mafiosi - ha chiesto "a tutti, parlamento, governo, istituzioni varie, chiesa, scuola, a noi stessi, di dare forza, soprattutto di dare continuita' all' impegno per la giustizia e la verita', di essere coerenti, di essere credibili". "La lotta al crimine e alle mafie - ha proseguito don Ciotti - passa per un impegno di cultura, di formazione, di promozione sociale sul territorio, fra le persone, fra i giovani. La mafia non e' un problema di legalita', ma di giustizia. Bisogna avere occhi aperti sulla giustizia. Due anni fa lanciammo una campagna sul tema 'la mafia esiste ma anche l'Italia'. Quest'anno il tema e' diventato: 'l'Italia esiste, ma anche le mafie'. In molti contesti si sta perdendo il senso della legalita', nella mafia ma anche in tanti altri campi, nel doping, nell'usura, nella prostituzione, nella corruzione. C'e' tanto disorientamento in giro, servono coerenza e credibilita' soprattutto da parte delle istituzioni e di chi conta".

4 maggio 2002 - 10° ANNIVERSARIO STRAGI CAPACI E VIA D'AMELIO: LIBERA PRESENTA INIZIATIVE
ANSA:
"Insieme per la giustizia e per la democrazia: Palermo chiama contro le mafie". Con questo slogan l' associazione Libera ha presentato stamattina le iniziative per il decimo anniversario delle stragi di Capaci e via d' Amelio nelle quali furono uccisi i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte. "Il decennale delle stragi - afferma un documento - non deve essere soltanto una data celebrativa, ma puo' rappresentare un' occasione utile per riflettere sullo stato della lotta contro il fenomeno mafioso e per rilanciare il movimento antimafia". Secondo Libera "Dopo le stragi del '92 e del '93 si sono certamente raggiunti dei risultati importanti, con nuove leggi, gli arresti e le condanne di capi e gregari, le inchieste sui rapporti tra mafiosi e politici. La societa' civile ha risposto con grandi manifestazioni, la rete di comitati e associazioni si e' infoltita e diffusa, si sono costituite le associazioni antiracket e si sono moltiplicate le iniziative nelle scuole e nei quartieri e finalmente ha cominciato a prendere corpo l' uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi". "Eppure vi e' stato un clima complessivo di grave delegittimazione dei protagonisti e dei simboli del movimento antimafia, - prosegue il documento - che induce a considerare la lotta alla criminalita' organizzata e alla corruzione politica e finanziaria una stagione ormai superata". Le iniziative prenderanno il via il 9 maggio (anniversario dell' assassinio di Peppino Impastato) e si concluderanno il 26 luglio (anniversario della morte di Rita Atria). Momento culminante una grande manifestazione nazionale per il pomeriggio del 23 maggio davanti all' albero Falcone.

6 maggio 2002 - MAFIA: STRAGI; PM GIORDANO, ARCHIVAZIONE ACCOGLIE NOSTRA TESI
ANSA:
"Vorrei sottolineare un dato che forse non e' stato evidenziato a sufficienza: il Gip ha accolto in pieno le richieste della Procura". Il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Francesco Paolo Giordano, uno dei Pm che hanno condotto l' inchiesta sui cosiddetti "mandanti occulti" delle stragi mafiose del '92, commenta cosi' l' archiviazione disposta dal Gip Giovambattista Tona nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri. Giordano tiene a puntualizzare che alcune "letture" del provvedimento del giudice non sono aderenti alla realta': "Non e' vero - dice - che il Gip ha trasmesso gli atti al Pm per sollecitare un approfondimento di indagine. In questo caso il giudice avrebbe dovuto disporre un' udienza in camera di consiglio e, nel contraddittorio delle parti, avrebbe potuto richiedere nuovi elementi di prova al Pm. Ma cio' non e' avvenuto: siamo solo di fronte a un' archiviazione che, oltre ad accogliere in pieno le tesi del nostro ufficio, chiude definitivamente l' indagine". Il Pm conferma che la Procura di Caltanissetta ha in corso "nuove e diverse indagini" sui "mandanti occulti" delle stragi di Capaci e via D' Amelio che non riguardano tuttavia le societa' Fininvest, citate nel provvedimento del Gip. Il filone e' quello relativo allo snodo "mafia e appalti" nel quale sarebbero coinvolte importanti imprese siciliane e nazionali, che gia' in passato sono state inquisite. "Il Gip - spiega Francesco Paolo Giordano - nel suo provvedimento faceva riferimento proprio a queste indagini, sulle quali devo mantenere un ovvio e comprensibile riserbo". Secondo alcune indiscrezioni nell' inchiesta "bis" della Procura di Caltanissetta vi sarebbero gia' alcuni indagati.

6 maggio 2002 - STRAGE CAPACI: FIACCOLA A NEW YORK
ANSA:
Il decimo anniversario della strage di Capaci, in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta, Rocco di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, sara' ricordato quest' anno da Fervicredo (Associazione Feriti e Vittime della Criminalita' e del Dovere), Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) e dal Municipio di Mestre con una serie di iniziative che prenderanno avvio con l'accensione contemporanea di due fiaccole a New York e a Capaci. La fiaccola di New York sara' accesa alle 8,46 di sabato 11 maggio la' dove sorgevano le Torri Gemelle, "nel luogo che e' stato teatro del piu' terribile ed eclatante episodio criminale mai accaduto", a otto mesi esatti dall'attentato, dalle autorita' della citta' statunitense e dai rappresentanti della comunita' italo-americana. Contemporaneamente, secondo il programma reso noto oggi, alle 16,46 italiane un'altra fiaccola sara' accesa a Capaci. Due gruppi di ciclisti-tedofori appartenenti alla Polizia di Stato trasporteranno quindi le due fiaccole attraverso itinerari e luoghi particolarmente significativi in tutta la penisola italiana. Il loro tragitto disegnera' "23 Percorsi della Memoria" articolati in piu' tappe per trasmettere ovunque, hanno ricordato i promotori, il profondo messaggio di speranza e di gratitudine che la manifestazione si prefigge. In tutte le citta' sono programmate cerimonie con delegazioni ed autorita'. Meta finale, come nelle scorse edizioni del Memorial Day, sara' la citta' di Mestre, dove il 23 maggio, giorno della strage di Capaci, i ciclisti - Massimo Denanier, Maurizio Ferrero, Paolo Pramotton, Paolo Venturini, accompagnati dagli autisti dei mezzi di supporto Sergio Grange e Alessandro Costantini - arriveranno per le cerimonie conclusive. Nella stessa giornata, a Venezia e Mestre si svolgeranno cortei commemorativi specificamente dedicati. Tra questi, in particolare, un corteo, con la partecipazione delle societa' remiere e dei gondolieri, si snodera' lungo il Canal Grande. Previsto inoltre il coinvolgimento degli alunni delle scuole, che assisteranno nel "Teatro del Parco" Albanese di Mestre (che prende nome dal dirigente Digos Alfredo Albanese, assassinato nel 1980 dalle Brigate Rosse a Mestre) alla rappresentazione della "Cantata per la festa dei bambini morti di mafia". Alle 17,58, ora della strage di Capaci, con la benedizione del Patriarca di Venezia Cardinale Angelo Scola, le due fiaccole giunte a destinazione accenderanno nella piazza di Mestre il braciere commemorativo, "simbolo dell'impegno assunto da parte della comunita' e delle istituzioni di non dimenticare tutti i servitori dello Stato e le vittime di ogni forma di criminalita' e del dovere". Le cerimonie si concluderanno con il "Concerto per la pace".

7 maggio 2002 - DIECI ANNI DA STRAGE CAPACI; CARDINALE PAPPALARDO, E' MUTATO POCO
ANSA:
(di Giovanni Franco)
"Non possiamo ancora dire che il sacrificio di Falcone e Borsellino e degli agenti di scorta, abbia di molto mutato quel certo distacco con cui gli episodi mafiosi sono considerati dalla pubblica opinione". E' una riflessione amara quella del cardinale Salvatore Pappalardo, 83 anni, dal 1970 al 1996 arcivescovo di Palermo, testimone di una stagione sanguinosa e nello stesso tempo protagonista di coraggiose denunce contro Cosa Nostra. A dieci anni dalle stragi mafiose di Capaci e via D' Amelio, in un' intervista all' Ansa il presule rompe un silenzio che durava da tempo. E dal suo 'eremo' in un convento di Baida, una collina che domina la citta', dove si e' ritirato dopo avere lasciato la guida della diocesi, Pappalardo traccia un bilancio in chiaroscuro di questi dieci anni. "Certamente - dice - quegli orrendi delitti misero in luce l' arroganza di una mafia eversiva delle istituzioni statali provocandone la vigorosa reazione, ma e' anche vero che il senso dello Stato dovrebbe essere non di alcune persone soltanto, ma di tutto il popolo". Proprio nell' omelia tenuta in occasione dei funerali di Giovanni Falcone, l' arcivescovo aveva spronato i fedeli "a una salutare reazione liberatrice da ogni potere criminale o mafioso da parte di tutti". Ma oggi, a dieci anni di distanza, quell' appello sembra essere rimasto parzialmente inascoltato: "Mi sembra - osserva Pappalardo - che, pur essendovi notevoli segni di positiva reazione da parte dei giovani, stimolata dalla scuola, dalla stampa, dai successi delle forze dell' ordine e della magistratura, dall' attivita' di tante agenzie educative, tra le quali la chiesa, non si puo' affermare che l' impegno di isolare e vincere le organizzazioni malefiche, tuttora presenti ed attive, abbia conseguito pienamente i successi sperati". L' analisi del cardinale che venti anni fa dal pulpito della Cattedrale, davanti alle bare di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie, lancio' un grido d' allarme perche' Palermo come Sagunto veniva 'espugnata' dalla mafia, sembra ancora venata di pessimismo. Anche se il giudizio sulla citta' e' cambiato: "Palermo non e' piu' Sagunto - sostiene - c' e' una crescita civile, manca pero' una vera sterzata nella ripresa economica". Pappalardo e' stato uno dei vescovi che con maggiore vigore hanno denunciato l' incompatibilita' tra il messaggio cristiano e la mafia. Una battaglia, quella tra la chiesa e le cosche, che ha conosciuto anche dei martiri, come Don Pino Puglisi. "L' opposizione della Chiesa alla mafia - spiega il cardinale - non puo' intendersi come un' attivita' specifica nei suoi riguardi. Essa consiste nel ripetere che qualunque proposito ed azione di contrasto con i precetti fondamentali del Cristianesimo, le esigenze evangeliche della giustizia, dell' onesta', del rispetto della persona umana, della solidarieta', dell' amore verso Dio e verso il prossimo, contraddice alla Fede e pone fuori dalla comunita"'. Insomma, chi e' mafioso si pone da solo fuori dalla chiesa visto che, sottolinea Pappalardo, "non basta per dirsi cristiano imbottirsi le tasche di santini". "Questo - aggiunge il cardinale - faceva intendere Don Puglisi e fu proprio tale catechesi, proposta particolarmente ai giovani, a non essere gradita e a provocare la sua barbara eliminazione. L' ho considerato e mi appare sempre un modello di sacerdote che adempiva in maniera esemplare i doveri del suo ministero". Un' esperienza, quella della chiesa siciliana, suggellata dall' anatema contro la mafia che il Papa lancio' dalla Valle dei Templi nel '93. Pappalardo era accanto a lui: "Fui contento e grato - ricorda - quando la voce del Santo Padre si levo' a confermare e rafforzare quanto i vescovi di Sicilia, da tempo, dicevano e scrivevano, sull' irriducibile contrasto tra le azioni dei mafiosi e il dettato della Fede e della prassi cristiana, richiamandoli non a un pentimento strumentale ma a una vera "conversione". Ma oggi cosa e' cambiato? C' e' davvero - come ripetono da tempo gli esponenti della societa' civile - un calo di tensione nella lotta alla mafia? "Se per 'tensione' si intende una continuata serie di manifestazioni - risponde Pappalardo - credo che l' impressione di un certo calo possa essere fondata, ma a me sembra piu' importante che non diminuisca tra la gente un giudizio nettamente negativo e una chiara emarginazione morale e sociale delle mafia che ne demoliscano quel senso di prestigio e di 'onorabilita' di cui ha preteso circondarsi".

7 maggio 2002 - VERSO L' ARCHIVIAZIONE QUERELA BERLUSCONI A PENTITO CANCEMI
"Il Messaggero Veneto"
Querele di Berlusconi contro un pentito
CALTANISSETTA - I difensori del presidente del consiglio Silvio Berlusconi e del senatore Marcello Dell'Utri si sono opposti alla decisione del gip Giovanbattista Tona di archiviare il procedimento a carico di Salvatore Cancemi, scaturito dalle querele avanzate dai due parlamentari per le accuse che il pentito aveva mosso nei loro confronti durante alcuni interrogatori davanti ai pm di Caltanissetta e Firenze. Per questa vicenda lo stesso giudice, che ha archiviato la scorsa settimana l'indagine su Berlusconi e Dell'Utri per concorso in strage definendo "anguillose" le dichiarazioni di Cancemi, dovrà adesso fissare un'udienza durante la quale i difensori illustreranno la loro opposizione indicando al gip le ulteriori indagini o approfondimenti da fare. In questo caso il gip valuterà se siano ammissibili o meno.
Intanto, il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Francesco Paolo Giordano, uno dei Pm che hanno condotto l'inchiesta sui cosiddetti "mandanti occulti" delle stragi mafiose del '92, commenta così l'archiviazione disposta da Tona nei confronti di Berlusconi e Marcello Dell'Utri: "Vorrei sottolineare un dato che forse non è stato evidenziato a sufficienza: il Gip ha accolto in pieno le richieste della Procura". Giordano tiene a puntualizzare che alcune "letture" del provvedimento del giudice non sono aderenti alla realtà, e aggiunge: "Siamo solo di fronte a un'archiviazione che, oltre ad accogliere in pieno le tesi del nostro ufficio, chiude definitivamente l'indagine".

7 maggio 2002 - PROCESSO DELL'UTRI, PARLA UN FUNZIONARIO DI BANKITALIA
"Il Mattino"
PROCESSO DELL'UTRI, PARLA UN FUNZIONARIO DI BANKITALIA
"Questi gli affari Fininvest negli anni 70"
Ha ricostruito in aula, a Palermo, i flussi finanziari della Fininvest alla fine degli anni '70: Francesco Giuffrida, condirettore della Banca d'Italia a Palermo, ha illustrato al processo al senatore di FI Marcello Dell'Utri per concorso in associazione mafiosa, i primi introiti finanziari affluiti nelle 23 holding del gruppo milanese. Giuffrida ha citato la società "Palina" che, per alcune "atipicità" (i prestanome a cui è intestata e la "durata di solo pochi mesi della società") sembra "essere stata avviata solo per effettuare operazioni miliardarie e giri conto per 27 miliardi di lire". "Non vi era immissione di denaro fresco - ha aggiunto Giuffrida - ma effettuavano operazioni bancarie fra diverse società". La "Palina", ha sostenuto il consulente, realizzava plusvalenze nell'acquisto di azioni (per 2 miliardi di lire) da una immobiliare tanto che, nel giro di pochi giorni, rivendeva le stesse azioni all'immobiliare per 27 miliardi. Giuffrida ha evidenziato le "incoerenze su alcune operazioni di franco valuta per diversi miliardi di lire" di cui era mandatario Silvio Berlusconi. Ha spiegato che nel marzo 1979 un'immobiliare riconducibile alla Fininvest avrebbe tramutato in assegni circolari, "in un solo giorno" 2 miliardi in contanti. Il pm Domenico Gozzo ha chiesto di alcune operazioni "particolari": una per un importo da 16 miliardi di lire e un'altra di 17 miliardi e 980 milioni di lire. Per quest'ultima cifra, Giuffrida ha spiegato che ci sarebbe stata una "capitalizzazione della Fininvest" attraverso un giro conto che partiva da Silvio Berlusconi e, dopo aver attraversato le casse della fiduciaria Saff, delle holding e di Fininvest Roma, "ritornavano allo stesso gruppo". "In contemporanea a questa operazione da 17 miliardi di lire - ha aggiunto Giuffrida - veniva effettuato un bonifico con lo stesso importo a una persona giuridica". Secondo i difensori di Dell'Utri, quella di Giuffrida è "una lettura parziale e imprecisa della documentazione societaria".

ANSA:
Le anomalie dei flussi finanziari alla fine degli anni Settanta, la costituzione di prestanomi alla guida di societa' che avrebbero girato somme miliardarie a quelle del Gruppo Berlusconi, sono alcuni dei punti sui quali si e' soffermato Francesco Giuffrida, condirettore della Banca d'Italia, consulente della procura, deponendo nel processo a Marcello Dell' Utri accusato di concorso in associazione mafiosa. Il funzionario di Bankitalia ha ricostruito in particolare le "operazioni Ponte", tramite la fiduciaria Padana. Giuffrida ha sottolineato "un flusso finanziario anomalo" che vi sarebbe stato nel 1979 per complessivi sei miliardi di lire, dei quali un miliardo e 200 milioni sarebbero stati girati da Riccardo Maltempo ("e' da considersi - ha detto Giuffrida - prestanome di Berlusconi"), mentre per gli altri quattro miliardi e 800 milioni di lire non vi sarebbero documenti che ne dimostrino la provenienza. La consulenza di Giuffrida, che e' stato designato dal Governatore della Banca d' Italia per svolgere questo esame sulla Fininvest, e' stata richiesta dalla procura di Palermo per riscontrare le dichiarazioni di pentiti e testimoni che hanno affermato che i boss mafiosi, fra i quali Stefano Bontade, avrebbero fatto arrivare a Milano grosse somme di denaro, dell' ordine di miliardi di lire, alla fine degli anni Settanta. Questo investimento di Cosa nostra, hanno detto i pentiti, sarebbe stato fatto tramite Marcello Dell' Utri che avrebbe utilizzato il denaro per l' acquisto di pacchetti di film per conto della Fininvest. "Non si sa con quale provvista di denaro Silvio Berlusconi abbia ottenuto assegni circolari che sono stati versati nelle casse delle holding". Lo ha detto in aula il condirettore della Banca d' Italia, Francesco Giuffrida, rispondendo alle domande dell' avvocato Ennio Tinaglia, parte civile nel processo a Marcello Dell' Utri. Spiegando le operazioni franco valuta, e cioe' versamenti diretti fra Silvio Berlusconi e le Holding della Fininvest senza passare dalla fiduciaria Saf, Giuffrida ha detto che "teoricamente queste operazioni potevano servire a ripulire denaro sporco".  Molte operazioni di franco valuta non sarebbero state ricostruibili, secondo il consulente della Procura, perche' non sono stati trovati nelle varie filiali delle banche i documenti contabili. Giuffrida ha parlato anche di operazioni "celate" e di prestanomi, sostenendo che non si conosce l' origine di 16 miliardi e mezzo di lire versati in contanti nel 1977 alla Fininvest. I versamenti sono stati effettuati frazionati in vari giorni successivi. Dalla contabilita' ufficiale della finanziaria, risultava invece che l' operazione era stata effettuata franco valuta "in modo da renderne impossibile la ricostruzione". Rispondendo alle domande del pm Antonio Ingroia, il consulente ha specificato che "questa operazione era simulata per celare il versamento frazionato in contanti". Il dirigente di Bankitalia ha poi definito operazioni bancarie "illogiche" i giroconti contabili che venivano effettuati nello stesso giorno senza spostare nulla. Il riferimento e' alla societa' Palina, che secondo il consulente sarebbe stata creata solo per effettuare investimenti "coperti" e creare un giro di denaro fra le societa' del gruppo Berlusconi. La Palina pochi giorni dopo la sua nascita acquista azioni per due miliardi di lire dei Cantieri riuniti milanesi, che poi rivende qualche giorno dopo, sempre ai cantieri (societa' di cui e' stato presidente Marcello Dell' Utri), a 27 miliardi di lire. L' operazione viene definita attraverso un giro fra varie societa' dello stesso gruppo, ma Giuffrida ha accertato che si sarebbe trattato di un giroconto fittizio di denaro. Gli inquirenti hanno cercato di scoprire la provenienza dei due miliardi di lire, "visto che la Palina - sostiene l' accusa - era un paravento di Berlusconi". Prima di concludere, Giuffrida ha detto che le holding erano inserite dagli istituti bancari come "servizi di parruccheria", per "sfuggire ai controlli e alle ispezioni della Banca d' Italia o di altri istituti i quali - ha aggiunto il consulente - non vengono mai attenzionati perche' non ritenuti di rilevanza economica".

"Il consulente dell' accusa batte sempre sul medesimo tasto, semina dubbi e offre deduzioni gratuite di vario genere da un lato senza aver correttamente interpretato i documenti contabili in suo possesso e dall' altro pretendendo di ricostruire operazioni finanziarie senza aver acquisito la necessaria documentazione a supporto: documentazione che peraltro esiste". E' quanto affermano, in una nota, i difensori di Marcello Dell' Utri dopo la deposizione in aula del consulente Francesco Giuffrida. I legali spiegano che "nell' operazione del 29 giugno 1979, dell' importo complessivo di 6 miliardi di lire e per la quale Giuffrida lamenta l' impossibilita' di risalire al flusso finanziario di 4 miliardi e 800 milioni per carenza documentale - secondo la difesa -, la documentazione a disposizione anche del consulente tecnico consente di individuare con certezza nella stessa Fininvest l' origine della provvista e che l' operazione, al pari di altre individuate da Giuffrida, non ha comportato alcuna immissione di fondi dall' esterno". Il collegio di difesa, composto dagli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, precisa che "le operazioni franco valuta, contrariamente a quanto affermato dal consulente tecnico, non comportano l' impossibilita' di ricostruzione delle operazioni stesse". "Anche nei casi - aggiungono i legali - in cui le fiduciarie non avessero avuto cio' che Giuffrida definisce la 'copia dei mezzi di pagamento', le operazioni si sarebbero potute ricostruire semplicemente reperendo l' esistente documentazione originale". I difensori di Dell' Utri intervengono anche sulle presunte operazioni "illogiche", tra cui la Palina. "L' articolazione di tali operazioni - affermano - in piu' fasi e' finalizzata al raggiungimento contestuale di una pluralita' di obiettivi tutti legittimi, tra cui l' esecuzione di aumenti di capitale sociale e l' emissione di prestiti obbligazionari: tutte operazioni che non contengono, come invece si lascia intendere, alcun elemento di illogicita' o di elusione della normativa vigente". Infine gli avvocati sottolineano che "le domande poste dal difensore della parte civile rispondono a criteri di suggestivita' e di platealita' in quanto altri procedimenti penali si sono gia' conclusi per l' inesistenza di qualsiasi ipotesi di riciclaggio". "Non va infatti dimenticato - concludono gli avvocati - che la consulenza del dottor Giuffrida e' stata disposta e depositata nell' ambito del procedimento n. 6.031 che, come noto, e' stato archiviato su richiesta della stessa Procura di Palermo nel dicembre 1999".

7 maggio 2002 - AUTOBOMBE 1993: LA CASSAZIONE CONFERMA 15 ERGASTOLI
"Il Nuovo"
Autobombe '93, confermati 15 ergastoli
La Cassazione ha confermato 15 condanne, tra cui quelle per Totò Riina e i latitanti Messina Denaro e Provenzano, mandanti ed esecutori delle stragi di Roma, Firenze e Milano del '93 (nella foto).
ROMA - Arriva il sigillo della Cassazione sulle condanne decise in appello per le stragi mafiose che sconvolsero Roma, Firenze e Milano nella primavera-estate del 1993. La Suprema Corte conferma quindici condanne all'ergastolo e i nomi dei mandanti delle autobombe: Totò Riina e i boss latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, ovvero il vertice di Cosa Nostra, che guidata all'epoca dai Corleonesi, sfidò apertamente lo Stato affinché attenuasse la repressione sulla mafia.
In aula ad ascoltare il verdetto - arrivato dopo più di otto ore di camera di consiglio - la vicepresidente dell'Associazione dei familiari delle vittime Giovanna Maggiani Chelli che ha stretto la mano al procuratore generale: "Adesso però bisogna che cerchino i veri mandanti di queste stragi: la mafia ha fornito solo la manovalanza".
Tra gli ergastoli confermati dalla prima sezione penale della Cassazione, quelli a Totò Riina, Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, già condannati in appello. Sono loro i principali responsabili delle stragi di via dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano, di Roma (piazza San Giovanni e San Giorgio al Velabro), e del fallito attentato di via Fauro, ai Parioli, sempre nella capitale (23 feriti, danni a un centinaio di appartamenti). Le stragi costarono la vita a dieci persone e ne ferirono altre 106 con gravi danni al patrimonio artistico dello Stato.
L'ATTACCO ALLO STATO. La strategia della tensione della mafia inizia la notte del 27 maggio del '93, quando a Firenze un furgoncino con 100 chili di esplosivo salta in aria tra via dei Georgofili e via Lambertesca, vicino alla Galleria degli Uffizi. Tragico il bilancio: cinque morti, 29 feriti dal crollo della Torre dei Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili, danni al corridoio vasariano degli Uffizi. Due mesi dopo, esattamente il 27-28 luglio, un'altra autobomba esplode a Milano, in via Palestro. Muoiono tre vigili del fuoco, un vigile urbano accorso sul posto, e un giovane marocchino che dormiva su una panchina. Contemporaneamente, a Roma due potenti ordigni esplodono, uno a piazza San Giovanni in Laterano, l'altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Una decina feriti.
LE INDAGINI. Per gli inquirenti appare subito chiaro che le autobombe sono frutto di un unico progetto. E' la strategia della tensione - ipotizzano i magistrati - orchestrata da Cosa Nostra per allentare la tensione con uno Stato ormai troppo "invadente" negli affari mafiosi. La sfida alla Repubblica è stata decisa dalla cupola mafiosa. A dare l'ordine di piazzare le bombe nei luoghi simbolo dell'arte e della cultura italiana il boss dei boss Totò Riina, che dal carcere e con l'assenso dei capimafia Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, incarica delle stragi il gruppo di fuoco guidato dal boss Leoluca Bagarella. Nel piano d'attacco rientrano anche i falliti attentati contro Maurizio Costanzo (via Fauro, 14 aprile 1994) e quello contro il collaboratore di giustizia Totuccio Contorno (Formello, 14 aprile 1994). Gli investigatori battono anche la pista dei "mandanti a volto coperto", ovvero l'ipotesi, sostenuta da alcuni pentiti, che insieme alla mafia qualcuno "molto in alto" voleva creare la destabilizzazione.
Le indagini vengono riunite in un unico procedimento che si tiene davanti alla Corte d'Assise di Firenze. Il 9 aprile del 1998 i pubblici ministeri Gabriele Chelazzi e Giuseppe Nicolosi al termine della requisitoria chiedono, oltre a una decina di condanne alla reclusione, quattordici ergastoli. Il carcere a vita riguarda, fra gli altri, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano. Dicono in aula i pm: "La stagione stragista voluta direttamente da Cosa Nostra ai massimi livelli, dava voce a una strategia con finalità di eversione che in Italia non ha precedenti per sistematicità e accanimento".
LE CONDANNE. La Corte d'Assise di Firenze il 6 giugno del '98 accoglie le richieste dell'accusa, condannando quattordici dei ventisei imputati all'ergastolo. Il carcere a vita riguarda: Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Giovacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo. Si tratta di alcuni esponenti di vertice di Cosa Nostra e di una serie di killer che gravitavano intorno alla famiglia di Brancaccio di Palermo. La posizione di Totò Riina e Giuseppe Graviano viene invece stralciata, e per loro la condanna all'ergastolo arriva nel dicembre del '99. Per tutti l'ergastolo viene confermato nella sentenza di appello del 13 febbraio del 2001 (tranne nel caso di Cristoforo Cannella: pena ridotta a trent'anni).
"I MANDANTI A VOLTO COPERTO". I processi vengono portato a termine grazie anche alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali Giovanni Brusca. Ma rimane senza risposta l'ipotesi se dietro le stragi ci siano dei mandanti occulti. A questo proposito si possono ricordare le parole del procuratore generale antimafia Pier Luigi Vigna: "La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 si verificò una circostanza allarmante: un black-out che colpì tutti i telefoni di Palazzo Chigi". E poi: "C'è un parallelismo in quel periodo tra due fenomeni che stavano accadendo. Tangentopoli azzera un certo assetto politico e contemporaneamente Cosa Nostra vuole azzerare i suoi referenti di un tempo. Vedo questi due aspetti paralleli, che meritano riflessione".

ANSA:
"Il fatto che a solo nove anni di distanza dalle stragi di mafia del 1993 ci sia una sentenza passata in giudicato e' un risultato straordinario, una vittoria non solo della procura antimafia ma di tutta la societa' civile italiana". E' il commento che, a nome di tutta la Dda fiorentina, il pm Giuseppe Nicolosi da' della conferma di ieri sera della Cassazione della sentenza con cui il 13 febbraio dell' anno scorso la corte d' appello di Firenze aveva inflitto 15 condanne all' ergastolo per la strategia di terrorismo mafioso che Cosa Nostra aveva realizzato nella primavera-estate del 1993 con le autobombe di Roma, Firenze e Milano e che aveva provocato dieci morti e 106 feriti. "Mancano pochi giorni al nono anniversario della strage di Via dei Georgofili, a Firenze - spiega il pm Nicolosi - e il fatto che, nonostante i tempi della giustizia italiana, si sia gia' arrivati a una sentenza passata in giudicato e' un fatto molto importante, non solo per noi inquirenti ma per tutto il paese. Soprattutto tenendo conto del fatto - aggiunge il magistrato - che al centro del procedimento c' erano sette episodi particolarmente complessi, come sono sempre state in Italia le vicende di strage". Un altro magistrato della Dda fiorentina, Alessandro Crini, ha sottolineato come la conferma dell' ergastolo anche per Toto' Riina sia "un elemento chiave", perche', ha spiegato, "sancisce in maniera definitiva la presenza del vertice di Cosa Nostra nel progetto di attacco stragista ai beni culturali del paese". Riina, infatti, era stato arrestato nel gennaio del 1993, alcuni mesi prima che partissero gli attentati, ma il procedimento fiorentino ha accertato in maniera definitiva che quella strategia era stata ispirata direttamente da lui e da altri boss di spicco della mafia, come Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Si e' appreso intanto che la Dda fiorentina continua a indagare sulla vicenda, anche dopo l' archiviazione - che risale alla fine del 1998, ma di cui si e' saputo l' altro giorno a Caltanissetta - di un procedimento parallelo aperto a Firenze su presunti mandanti esterni a Cosa Nostra. Il pm Nicolosi ha confermato oggi che "anche dopo quella archiviazione le indagini su quei fatti continuano per accertare eventuali altri profili di responsabilita'".

8 maggio 2002 - DIECI ANNI FA LA STRAGE DI CAPACI; 2 GIORNI DI DIBATTITI A PALERMO
ANSA: «La memoria del grande apporto che Giovanni Falcone ha dato alla lotta alla mafia e' un patrimonio che non puo' e non deve essere disperso». E' quanto sostiene Maria Falcone, sorella del giudice assassinato, a dieci anni dalla strage di Capaci. Per non dimenticare Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, assassinati con i tre uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, la Fondazione Falcone ha programmato due giorni di incontri e dibattiti che si svolgeranno nell' aula bunker di Palermo dove, nel 1986, fu celebrato il primo maxiprocesso alle cosche mafiose istruito da Giovanni Falcone e dallo storico pool antimafia. Ai giovani sara' dedicata la giornata del 22 maggio con la presentazione del progetto di educazione alla legalita' che coinvolge 20 scuole palermitane, gemellate con altrettante scuole dislocate su tutto il territorio nazionale. Il progetto, avviato in collaborazione con il Dipartimento dei Processi di Sviluppo e Socializzazione della Facolta' di Psicologia dell' Universita' di Roma La Sapienza, e' finalizzato all' individuazione dei valori fondanti della nostra democrazia: senso delle istituzioni, giustizia e rispetto delle regole. Sara' dedicata alla memoria la seconda giornata delle celebrazioni, quella del 23 maggio. Personalita' italiane e straniere che lavorarono al fianco di Giovanni Falcone durante gli anni difficili di Palermo e di Roma, saranno testimoni dei momenti piu' significativi del suo lavoro. Nella stessa giornata, alle 15,30 sara' presentato il francobollo commemorativo dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alla presenza del ministro delle comunicazioni Franco Gasparri. Alle 18,30 raduno attorno all' albero Falcone, in via Notarbartolo, per ricordare le vittime nell' ora dell' eccidio. La giornata si concludera' alle 19 nella chiesa di San Michele con la celebrazione della Santa Messa. «La memoria non si e' perduta - conclude Maria Falcone, organizzatrice delle manifestazioni della Fondazione - nonostante la voglia di dimenticare, il nome di Giovanni continua a camminare e ad essere il simbolo della lotta alla mafia, non solo in Italia ma in tutto il mondo».

8 maggio 2002 - OMICIDIO CASSARA': CASSAZIONE CONFERMA 15 ERGASTOLI
ANSA:
La prima sezione penale della Cassazione ha confermato la pena dell'ergastolo per 15 boss di Cosa nostra responsabili dell'uccisione del commissario Antonino Cassara', del capo della sezione catturandi della squadra mobile di Palermo Giuseppe Montana e dell'agente Roberto Antiochia. Montana, ucciso nel luglio dell'85, il cui cadavere fu bruciato e buttato a mare mentre Cassara', insieme ad Antiochia fu ucciso nell'agosto dello stesso anno. Ecco i nomi dei responsabili - ma il processo si era diviso in piu' filoni che vedono anche altri imputati - condannati dalla Suprema Corte al carcere a vita: Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Giuseppe Calo', Antonino Geraci, Salvatore Montalto, Giuseppe Farinelle, Raffaele e Domenica Ganci, Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Ferrante, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero Ganci, Salvatore Biondo, Nicolo' Di Trapani e Giuseppe Motisi. In pratica piazza Cavour ha confermato il verdetto emesso nel marzo del 2000 dalla Corte di Assise di Appello di Palermo e ha rigettato i ricorsi di tutti gli imputati condannandoli anche al pagamento delle spese. Beppe Montana, il 28 luglio '85, venne affrontato da un killer sul molo di Porticello (Bagheria) che gli sparo' alcuni colpi di pistola uccidendolo (il suo cadavere non venne bruciato e buttato a mare come detto in precedenza). Il commando di sicari fuggi' facendo perdere le proprie tracce. Dopo qualche giorno le indagini, coordinate dal commissario capo della sezione investigativa Ninni Cassara' portarono al fermo di Salvatore Marino, un giovane del quartiere Sperone, accusato di essere il presunto palo del commando. Dopo una notte di interrogatori nella questura palermitana Marino mori' e il suo corpo venne gettato sull' arenile di Sant' Erasmo dove venne ritrovato. Per il suo volto tumefatto all' inizio si disse che era un immigrato tunisino morto durante una rissa. Ma la verita' venne subito fuori. Quattro giorni dopo il ritrovamento del cadavere, il 6 agosto '85, un commando di sicari mafiosi uccise Ninni Cassara' e l' agente Roberto Antiochia scaricando sulle vittime oltre 100 proiettili di tre kalashnikov in via Croce Rossa, dove il vicequestore abitava.

8 maggio 2002 - UCCISIONE IMPASTATO: LEGALE BOSS A PM, INDAGATE SU DEPISTAGGI
ANSA:
Il difensore di Vito Palazzolo, condannato a 30 anni per la morte di Giuseppe Impastato, cui e' seguita la condanna di Gaetano Badalamenti alla pena dell' ergastolo, ha sollecitato la Procura della Repubblica di Palermo a verificare se vi furono depistaggi nell'accertamento della morte di Impastato. «Ho sollecitato la Procura - ha dichiarato l'avvocato Paolo Gullo - a seguito di una dichiarazione del sen. Russo Spena, secondo cui «ci fu chi nelle forze dell'ordine e nella magistratura non volle che si scoprisse, nonostante i chiari indizi, che Impastato era stato ucciso dalla mafia». Secondo Gullo la voce del depistaggio potrebbe essere stata messa in giro per coprire le modalita' della morte dell' Impastato, rimaste effettivamente misteriose. Gia' nei motivi di appello, depositati in favore di Vito Palazzolo, deceduto prima del deposito della sentenza, Gullo aveva scritto che «e' triste leggere che qualcuno possa parlare di depistaggi. Tra chi si occupo' del 'caso Impastato' e che partecipo' ai sopralluoghi ed alle indagini c'e' qualcuno che ha pagato con il proprio sangue la guerra alla mafia, e su questo sangue, che ancora chiede giustizia, viene gettato fango». Il difensore ha aggiunto che si rendera' promotore di altre iniziative giudiziarie a sostegno della sua tesi: «se verra' fuori la verita' - ha concluso Gullo - per cui non vi fu alcuna forma di depistaggio, si tornera' finalmente a focalizzare il problema sulle modalita' dell'esplosione, compatibili soltanto con l'attentato, dato che non vennero mai rinvenute, malgrado le ricerche, ne' tracce di miccia combusta, ne' timer».

9 maggio 2002 – DIECI ANNI DA STRAGE CAPACI: UN LIBRO DI LA LICATA
"Il Messaggero Veneto"
Il giornalista ripropone il suo libro aggiornato con preoccupate considerazioni
Falcone, dieci anni dopo
Esce domani la biografia scritta da La Licata sul magistrato ucciso dalla mafia
di GIANPAOLO CARBONETTO
Sono passati quasi dieci anni da quel 23 maggio 1992, quando è stata fatta esplodere strada di Capaci mentre sopra vi passava la macchina di Giovanni Falcone: vi morirono, oltre a lui, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Non soltanto per ricordare, ma soprattutto per fare il punto sulla situazione della lotta contro la mafia, uscirà domani una riedizione aggiornata del libro Storia di Giovanni Falcone, scritto da Francesco La Licata, che è anche nostro collaboratore, il quale ha vi aggiunto il capitolo "Dieci anni dopo" e ha ottenuto da Giancarlo Caselli il contributo "L'eredità di Falcone" che pubblichiamo qui accanto.
Accalorato e appassionato, anche perché siciliano, Lalicata è un fiume in piena quando parla della lotta alla mafia e dei grandi timori che nutre di fronte a una malavita che sta riacquistando sempre più spazio grazie al comportamento dello Stato.
- Leggendo la biografia di Giovanni Falcone, si ha una sensazione già provata altre volte: quella di vivere in un Paese dalla memoria estremamente labile...
"È vero: ci si dimentica delle emergenze. Finita l'ondata emozionale sollevata dai fatti, l'argomento esce dall'attenzione generale. È successo con la Resistenza, con innumerevoli disgrazie naturali. È successo soprattutto con il terrorismo: dopo quello che è accaduto tra gli anni Settanta e Ottanta, gli omicidi di D'Antona e di Biagi non soltanto hanno colto questo Paese di sorpresa, ma hanno addirittura messo in luce un gap di conoscenze che si è creato negli anni in cui il problema terrorismo è stato completamente accantonato. Ma con la mafia le colpe sono ancora maggiori perché non si vuole capire che costantemente ci sono quattro regioni che sfuggono al controllo dello stato. Non tutti se ne rendono conto, ma sotto Roma il grado di illegalità è terribile".
- Questo influenza l'intera società?
"Anche il caso di Napoli può collegarsi a questa situazione perché forse anche le forze di polizia risentono del condizionamento ambientale. Se non c'è una cultura della legalità, la cosa rischia di diventare contagiosa".
- Una situazione molto grave, dunque?
"Se anche il procuratore di Palermo, Piero Grasso - che non è né Caselli, né Che Guevara e che è considerato un moderato anche dagli esponenti di Forza Italia - dice che l'allarme è massimo e che c'è un problema di legalità che investe i soldi pubblici e gli appalti, allora vuol dire che la situazione è davvero drammatuca. Del resto, vediamo che i boss in carcere dominano ancora gli appalti con un elementare sistema di bigliettini. Poi, se le organizzazioni antiracket affermano che i commercianti che pagano il pizzo sono quasi la totalità, se non si vedono più commercianti esporsi né come parte civile nei processi, né denunciando ciò che succede, allora vuol proprio dire che siamo tornati all'antico".
- È un problema politico?
"La lotta politica fa male alla lotta contro la mafia. Falcone diceva che la lotta alla mafia deve essere sottratta alle guerre di religione che infiammano la politica perché è una guerra che deve riguardare tutti; perché la mafia è nemica dello stato e della democrazia. Checché ne dicano i ministri Lunardi e Tremonti".
- Nel libro si parla di garantismo...
"Anche il garantismo ha provocato danni terribili. E non mi sto riferendo soltanto a questo governo perché anche nel periodo a maggioranza ulivista sono state fatte cose incredibili. Il fatto è che su questi argomenti esiste una maggioranza trasversale".
- Un problema è quello del giusto processo...
"È è un esempio emblematico perché il garantismo è giusto, ma deve anche tenere conto del bene generale. Anni fa per battere il terrorismo abbiamo rinunciato tutti temporaneamente a un po' di libertà e siamo riusciti a batterlo con sacrifici e con grande coesione di intenti tra tutte le forze politiche. Avessimo fatto così anche con Cosa Nostra, la mafia ora sarebbe ridotta a com'è nel resto del mondo: a una forma di malavita organizzata. Qui, invece, è parte integrante della società".
- Quali sono le maggiori difficoltà nel combattere la mafia?
"La grande difficoltà è costituita dal fatto che la mafia ha frequentazione con le istituzioni. Non dimentichiamo che tra il '92 e il '93 Cosa nostra ha tentato di sottomettere lo stato con le bombe, ha tentato di costringere lo stato a scendere a patti. Mi viene la pelle d'oca se penso che si parla di abolire l'ergastolo e che attualmente c'è un progetto di legge per allargare il patteggiamento ai reati di mafia".
- Da chi è stato presentato?
"Da esponenti del Polo, ma ha raccolto le firme anche di alcuni ulivisti: un'ulteriore prova di quella trasversalità di cui parlavo prima".
- Avrebbe effetti disastrosi...
"Basta pensare che se si allarga il patteggiamento ai reati di mafia, in pratica si elimina l'ergastolo, perché 29 anni non sono l'ergastolo. Alla gente può sembrare una differenza non sostanziale, ma lo è. Poiché il mafioso è sempre un detenuto modello, può chiedere di godere delle leggi per lo sconto di pena e così dopo 16 anni può uscire, magari quando ha tra i 40 e i 50 anni, nel pieno della maturità per l'organizzazione".
- Altro discorso spinoso è quello dei collaboratori di giustizia...
"Da due anni non se ne trova più uno: non conviene più. Io posso capire che faccia schifo pensare che un assassino sia libero e protetto, ma non dobbiamo pensare ai pentiti dando a questa parola il significato cattolico del termine. Dobbiamo pensare loro come a collaboratori di giustizia. Se l'assassino di Falcone oggi è libero è perché c'è una legge che lo stesso Falcone ha voluto e che oggi riproporrebbe ancora. Perché senza collaboratori di giustizia oggi saremmo ancora a discutere se la mafia esiste, oppure no".
- Nel libro si parla di morte del metodo Falcone. Si può tornare indietro?
"Tornare indietro è molto difficile. La giustizia è una cosa che va di pari passo con il clima di un paese e infatti i codici cambiano con il cambiamento della società. Un esempio tipico è il delitto d'onore che è scomparso dai codici perché ormai anacronistico. Oggi, con un clima di garantismo esasperato è difficile far considerare reato il fatto che uno sia "semplicemente" affiliato alla mafia, o che si renda responsabile di concorso esterno. Eppure questo era l'unico sistema per far andare sotto processo i politici che facevano cose che oggettivamente aiutavano la mafia".
- Eppure alcuni sostengono che la mafia sia scomparsa...
"La mafia era visibile per tutti quando scoppiavano le bombe di Capaci, di via D'Amelio, dell'accademia dei Georgofili a Firenze. Ora non muore più nessuno solo perché la mafia ha deciso di agire sotto traccia. Nel nostro dialetto c'è un motto che dice "Abbassati giunco, finché non passa la piena". Così è la mafia: lo stato non si muove più con la stessa determinazione di anni fa e Cosa nostra ne approfitta per riorganizzarsi".
- La mafia si diffonde anche in altre zone?
"Esiste un oggettivo contagio. Nel Veneto c'è stata la mafia del Brenta con Felice Maniero e c'erano i clan dei siciliani a Castelfranco, a Conegliano, a Padova dove c'era Salvatore Contorno, poi pentitosi. A Milano ci sono clan siciliani e calabresi che fanno paura: pensiamo ai sequestri di persona fatti in Lombardia, a Luciano Liggio e a quanti soldi sono stati estorti. Nel 1970, quando la mafia si è riunita per decidere se aderire o meno al golpe Borghese, i boss si sono incontrati prima a Zurigo e poi a Milano. Non certo a Corleone".
- Queste regioni sono attrezzate per resistere alla penetrazione mafiosa?
"Questo zone sono le più esposte perché la gente non è abituata ad avvistare il pericolo. Infatti, quando i siciliani mandati al confino se ne vanno, di solito gli abitanti del paese organizzano feste per salutarli degnamente: sono sempre bravi, ricchi, squisiti, non hanno alcun interesse a mettersi in mostra".
- Il ministro Lunardi aveva detto che con mafia ci si deve rassegnare a convivere...
"Se non ci si spiega bene, ognuno può interpretare le parole come vuole e così si assottiglia la linea della moralità perché chiunque può pensare che se è giusto conviverci, si può anche proteggerli. È stato capito male? È stata comunque una mazzata. E se vedono che i partiti mollano, capiscono che stanno per recuperare".
- La preoccupazione, quindi, aumenta...
"Se la mafia risolve il problema dei suoi carcerati, ha vinto. Questo è l'unico problema di Provenzano, perché quelli che non hanno speranza di uscire creano attrito nell'organizzazione. E adesso sono molti i detenuti che tentano di trattare, o almeno di discutere con lo Stato per vedere se è possibile una sorta di pacificazione in cambio di sconti di pena che li facciano uscire. Dicono che ammetteranno di avere sbagliato e che la mafia non ha più motivo di esistere; lasciateci uscire e noi porteremo i giovani sulla strada della legalità. Ma a nome di chi parlano? È davvero la volontà generale? E poi, chi si fida della loro parola?".

9 maggio 2002 - UCCISIONE IMPASTATO: AL VIA MOBILITAZIONE ANTIMAFIA NAZIONALE
ANSA:
Con l' apertura di una mostra fotografica sulla vita di Peppino Impastato, e' cominciata oggi la "Mobilitazione nazionale antimafia": un programma di manifestazioni per ricordare l' esponente di Democrazia proletaria ucciso dalla mafia il 9 maggio di 24 anni fa. Le iniziative a cui hanno aderito Ds e Prc sono state promosse dal "Forum sociale antimafia" intitolato a Impastato. Domani si svolgera' un incontro sui "Crimini della globalizzazione", in piazza Municipio a Capaci. Intanto proprio nel 24/o anniversario dell' uccisione di Impastato, esplode l' ennesima polemica contro il legale Paolo Gullo, che nei giorni scorsi ha chiesto alla Procura di Palermo una verifica sull' esistenza di eventuali depistaggi nelle indagini che seguirono il delitto del giovane militante. "E' vero che la voce del depistaggio - sostiene in una nota l' associazione culturale Impastato - potrebbe essere stata messa in giro per coprire le modalita' della morte di Impastato, ma sostenere, come ha fatto l' avvocato Gullo, che i depistaggi siano stati orchestrati da persone diverse da quelle che si occuparono delle indagini, e' affermazione assolutamente provocatoria, dettata da malafede e da una deviata ostinazione a credere nell' ipotesi dell' attentato". L' associazione culturale Impastato ricorda che gia' nella prima sentenza di archiviazione dell' inchiesta sull' uccisione del battagliero fondatore di Radio Aut, firmata nell' 84 dal giudice Antonino Caponnetto, l' ipotesi dell' attentato era definita "al di fuori di ogni logica". "Dopo decenni di silenzio, finalmente, la magistratura ha ricostruito quella verita' cercata invano e in solitudine dai familiari e dai compagni di Peppino - dicono Francesco Forgione, presidente del gruppo parlamentare di Prc all' Ars, e Antonio Marotta, presidente provinciale del partito - Quella verita' e', finalmente, anche la verita' della giustizia italiana e, dopo 24 anni, a Cinisi, sara' davvero diverso". "C' e' voluto un quarto di secolo - dice il segretario provinciale dei Ds, Attilio Licciardi - per squarciare un muro di gomma, fatto di silenzi, complicita' e depistaggi, che ha avvolto per decenni un omicidio politico-mafioso".

9 maggio 2002 - DELL'UTRI: FISSATA UDIENZA PER AMMISSIONE A SERVIZI SOCIALI
ANSA:
E' stata fissata per il 14 maggio prossimo l'udienza del tribunale di sorveglianza per valutare la domanda di ammissione ai servizi sociali, presentata da Marcello Dell'Utri, dopo che la terza sezione penale del tribunale di Milano ha ricalcolato la pena per le condanne subite, fissandola a due anni e un mese di reclusione, trenta giorni in piu' rispetto al limite della condizionale. Nel fissare il cumulo relativo a condanne subite a Milano e a Torino per violazioni di carattere fiscale, i giudici avevano considerato nella somma anche un mese che in sede di sentenza era stato convertito in pena pecuniaria.

10 maggio 2002 - MAFIA: OMICIDI CASSARA' E ANTIOCHIA, ASSOLTI DUE IMPUTATI
ANSA:
I giudici della seconda sezione della corte d' assise di Palermo hanno assolto Francesco Spina e Girolamo Biondino dall' accusa di aver partecipato all' organizzazione dell' omicidio delvice questore Ninni Cassara' e dell' agente Roberto Antiochia, assassinati nell' agosto del 1985. Spina era accusato di aver preso contatti con il portiere dello stabile in cui il gruppo di fuoco si e' appostato per fare fuoco sui poliziotti; Biondino di aver procurato le armi avendo anche il compiuto di coprire i killer nel caso in cui le forze dell' ordine fossero intervenute sul posto.

10 maggio 2002 - MAFIA: OMICIDIO LIMA, ASSOLTO PIPPO CALO'
ANSA:
I giudici della terza sezione della corte d' assise d' appello hanno assolto per l' omicidio dell' eurodeputato Salvo Lima i boss Pippo Calo', Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto e Giovanni Cusimano. La loro assoluzione era stata chiesta dal sostituto procuratore Dino Cerami, sostenendo che il giorno dell' agguato erano detenuti e non avrebbero potuto partecipare alla riunione della commissione mafiosa che decise l' omicidio. La condanna all' ergastolo e' stata inflitta a Giuseppe Farinella, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Giuseppe Graviano, Gioacchino La Barbera e Nene' Geraci. Il pg, pur sostenendo il teorema Buscetta, secondo cui gli omicidi eccellenti vengono deliberati dalla commissione di Cosa nostra, aveva chiesto ai giudici l' assoluzione per i boss detenuti. Il processo e' tornato a Palermo nei mesi scorsi dopo che la Cassazione aveva annullato la sentenza della corte d' assise d' appello emessa il 15 luglio '98. La condanna all' ergastolo era stata chiesta per i componenti della commissione, indicati come mandanti, si tratta di: Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Giuseppe Montalto, Giuseppe Farinella, Benedetto Spera, Gioacchino La Barbera e Nene' Geraci. Condannati anche Salvatore Biondo e Simone Scalici come esecutori materiali dell' agguato. Durante la requisitoria il pg aveva indicato l' uccisione di Lima come un "omicidio strategico", sostenendo che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Onorato e Ferrante sono attendibili e riscontrate. I componenti della commissione di Cosa nostra che, secondo l' accusa, sarebbero stati presenti fino al marzo del '92 alle riunioni ristrette, sarebbero responsabili dell' omicidio dell' eurodeputato Salvo Lima. Pur restando libero il latitante Bernardo Provenzano, che avrebbe fatto parte della commissione mafiosa, non risponde del delitto Lima. Le divergenze indicate dalla Cassazione, che aveva annullato con rinvio il processo, secondo il rappresentante dell' accusa "riguardano solo aspetti marginali della vicenda che non intaccano le dichiarazioni rese dai collaboratori Onorato e Ferrante".

10 maggio 2002 - DELL'UTRI: CALUNNIA A PENTITI, CITATO IN AULA DIRETTORE SISDE
ANSA:
Il direttore del Sisde (il servizio segreto civile) Mario Mori e il maggiore dei carabinieri Giuseppe De Donno (adesso in servizio al Sisde), saranno citati nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi) in cui e' accusato di calunnia insieme all' ex pentito Cosimo Cirfeta. La citazione dei due testi e' stata chiesta dalla difesa del parlamentare ed e' stata accolta dai giudici della quinta sezione del tribunale, davanti ai quali si svolge il processo. I giudici hanno rigettato la richiesta degli avvocati di sentire il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna, l' ex rappresentante italiano a Eurojust, Gian Carlo Caselli e poi tutti i componenti della commissione parlamentare antimafia nel periodo in cui e' stata presieduta da Ottaviano Del Turco. Accolta, invece, la lista testi presentata dalla Procura e inoltre la trascrizione di alcune intercettazioni telefoniche, in particolare quelle in cui i pentiti Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo parlano con Marcello Dell' Utri. Secondo l' accusa il senatore Marcello Dell' Utri avrebbe cercato di "creare un corto circuito nel sistema dei collaboratori di giustizia in modo da screditare i pentiti palermitani" che lo accusano nel processo in cui e' imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il parlamentare - sostiene la procura - con la complicita' del pentito Cosimo Cirfeta avrebbe fatto affermare che i collaboratori che lo accusavano nel processo che si svolge davanti ad altra sezione del tribunale avrebbero concordato le dichiarazioni. L' udienza e' stata rinviata al pomeriggio del 30 maggio con la deposizione di Francesco Di Carlo, che e' parte offesa in questo processo e per questo motivo si e' costituito parte civile.
Gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, difensori del senatore Marcello Dell' Utri nel processo in cui e' imputato di calunnia, sottolineano che tra i testi ammessi dai giudici vi sono anche quelli legati al caso di Mario Masecchia, collaboratore di giustizia, che in passato ha rivelato passaggi di "bigliettini tra pentiti per concertare dichiarazioni da rendere nei vari procedimenti". Dell' Utri, secondo la difesa, "dopo aver saputo da un collaboratore di giustizia che altri pentiti stavano organizzando false dichiarazioni da rendere nell' ambito di procedimenti penali", ha tempestivamente informato il tribunale di Palermo davanti al quale si celebra il processo per concorso in associazione mafiosa. "Risulta pertanto, estremamente semplicistico - dicono gli avvocati - sostenere che quanto correttamente denunziato dal senatore Dell' Utri in ordine a cio' che ebbe a riferirgli altro collaboratore di giustizia e, in particolare, Cosimo Cirfeta, sia stato artificiosamente creato per destabilizzare il sistema dei collaboratori di giustizia".

10 maggio 2002 - MAFIA: PENTITO,SUMMIT INTERNAZIONALE PER DECIDERE STRAGI '92
ANSA:
Le dichiarazioni di un pentito su un summit per pianificare le stragi mafiose del '92-'92, a cui parteciparono i boss delle diverse organizzazioni criminali meridionali e di Cosa Nostra americana, e alcune telefonate misteriose che gettano ombre sul ruolo dei servizi segreti, nell' ambito dell' inchiesta sull' attentato di via D' Amelio. Sono alcune delle rivelazioni contenute nel libro "Falcone Borsellino. Mistero di Stato" (Edizioni della Battaglia), scritto da due giornalisti di "Repubblica", Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, che hanno ripercorso l' itinerario dei misteri attorno alle stragi del '92. La prima 'novita' riguarda il summit in cui sarebbero state decise le stragi, con l' obiettivo di individuare nuovi referenti politico-istituzionali dopo la fase di scontro con lo Stato. Era il settembre del '91, al santuario di Polsi, a San Luca, in Calabria, cosi' ha raccontato il pentito della 'ndrangheta Pasquale Nucera, gia' capo della famiglia di Iamonte, ai magistrati di Palermo. Dieci anni dopo, i mafiosi che hanno deciso ed eseguito quegli eccidi sono in galera, condannati all 'ergastolo come mandanti ed esecutori, ma le sentenze dicono che non e' tutta la verita'. Le tracce dei mandanti occulti e dei loro misteriosi fiancheggiatori, emerse nel corso di indagini e processi, vengono raccolte per la prima volta nel libro, che le documenta attraverso atti giudiziari e materiali inediti. Fra questi, anche i retroscena di un misterioso viaggio che segui' il summit in Calabria. Il pentito Antonio Galliano ha raccontato che Domenico Ganci, rampollo del capomandamento della Noce, ando' "fuori dalla Sicilia, ad una riunione in cui aveva incontrato ministri in carica. Si parlava di mettere in atto qualcosa che dovesse destabilizzare lo Stato". Il libro "Falcone Borsellino. Mistero di Stato" rilancia anche il giallo sulle inquietanti tracce di servizi segreti dietro la strage Borsellino. Le ultime indagini della Procura di Caltanissetta su Bruno Contrada e i mandanti occulti del '92 hanno infatti individuato nuovi particolari sulla postazione di 007, mai confermata ufficialmente, che avrebbe avuto sede al castello Utveggio, sul Montepellegrino che sovrasta via d'Amelio. L' accusa di concorso in strage per l' ex numero tre dei Servizi e' stata archiviata a gennaio, ma agli atti dell' indagine sono rimasti gli inediti tabulati delle telefonate intercorse fra il castello e alcune societa' di copertura del Sisde, nonche' due contatti, il 6 febbraio '92, fra funzionari del Cerisdi, la scuola per manager ospitata a Montepellegrino e Gaetano Scotto, il mafioso dell' Arenella condannato all' ergastolo per la strage del 19 luglio.

10 maggio 2002 - MAFIA: STRAGE PIZZOLUNGO, FISSATA NUOVA UDIENZA PRELIMINARE
ANSA:
E' stata fissata per il prossimo 25 maggio davanti al gup di Caltanissetta Leopoldo De Gregorio l' udienza preliminare per la strage di Pizzolungo. Imputati dell' attentato al giudice Carlo Palermo, in cui morirono il 2 aprile del 1985 Barbara Asta e i suoi due gemellini Giuseppe e Salvatore, sono i boss Toto' Riina, Antonino Madonia, Vincenzo Virga e Balduccio Di Maggio, il collaboratore che parlo' del presunto bacio tra il boss corleonese e Giulio Andreotti. Le nuove ordinanze di custodia cautelare a carico dei 4 imputati furono firmate a giugno dello scorso anno dallo stesso gip De Gregorio. Il giudice Palermo fu tra le prime vittime del terrorismo mafioso "alla libanese". L' auto imbottita di esplosivo su parcheggiata nottetempo sulla strada di Pizzolungo di Valderice (Trapani) e fu fatta esplodere proprio mentre l' auto blindata del magistrato passava, correndo sul lungomare, per accompagnarlo nel suo ufficio di Trapani. Per l' attentato, pero', non vennero calcolati bene i tempi: l' autobomba si disintegro', l' "Alfa" del giudice non fu sfiorata, mentre fu investita in pieno dall' onda d' urto la "Volkswagen Golf" sulla quale viaggiava Barbara Asta con i suoi gemellini di 6 anni. Tutti e tre furono uccisi dall' esplosione. Il primo processo per la strage di Pizzolungo si concluse nel 1988 con 3 ergastoli inflitti ai presunti attentatori Gioacchino Calabro', Vincenzo Milazzo e Fillipo Melodia. I tre pero' furono assolti in secondo grado e in Cassazione. Nel 1993 Nunzio Asta, marito di Barbara e padre dei due gemellini, mori' all' ospedale "Cervello' di Palermo per arresto cardiaco. Quello stesso anno vennero riaperte le indagini sulla strage, mentre Carlo Palermo scriveva il libro "L' attentato" ripercorrendo la tragica vicenda. Da una consulenza tecnica, depositata agli atti del processo sul fallito attentato all' Addaura, emerse che l' esplosivo adoperato per Pizzolungo era simile a quello trovato il 21 giugno dell' 89 sulla scogliera davanti alla villa che Giovanni Falcone aveva affittato tra Mondello e Palermo.

11 maggio 2002 - 10 ANNI DA STRAGE CAPACI; PER MARIA FALCONE IGNOTI 'MANDANTI OCCULTI'
ANSA:
(di Sandra Rizza)
"Fare un bilancio di questi dieci anni e' davvero difficile. La lunga stagione dell' antimafia, dalle stragi ad oggi, e' stata costellata da tanti successi, ma purtroppo anche da tante battute d' arresto. Io, pero', penso sempre positivo e mi auguro che i punti fermi di questi anni di lavoro investigativo non vengano toccati". Divisa tra l' emozione degli affetti e la lucidita' dell' analisi, Maria Falcone, sorella di Giovanni e presidente della Fondazione intitolata al magistrato assassinato dieci anni fa nella strage di Capaci, fa il punto di un decennio di esaltanti successi e speranze tradite. "La cosa piu' importante - dice Maria Falcone - quella che ogni giorno mi auguro non accada e' che vengano stravolti i capisaldi legislativi che hanno permesso l' arresto di tanti latitanti, le confische di tanti patrimoni mafiosi, la collaborazione con la giustizia italiana di tanti uomini d' onore". Impegnata nei preparativi per le celebrazioni del decennale della strage di Capaci, la sorella di Giovanni Falcone confessa senza remore la sua delusione per l' esito "parziale" delle indagini sulla stagione del terrorismo mafioso. "E' vero - dice - gli unici responsabili delle stragi del '92 processati in Italia sono gli 'storici' componenti della Cupola mafiosa, piu' qualche esecutore, e' anche vero che la pista dei cosiddetti mandanti occulti, quella che ipotizzava scenari di 'cointeressenza' tra mafia e politica non e' mai approdata in un' aula giudiziaria...ma il perche' di tutto questo non posso essere io a dirlo, non lo so". "Ho sempre sostenuto - prosegue Maria Falcone - che per me fare giustizia significa scoprire i mandanti occulti delle stragi, ma questo non e' accaduto. Mi auguro soltanto che la magistratura continui le indagini, perche' la societa' italiana aspetta di conoscere la vera storia della morte di Falcone". Mafia e politica, un patto scellerato che spesso gli inquirenti hanno creduto di individuare, ma che non sono riusciti poi a provare nelle aule di giustizia. Tutti gli esponenti politici processati per mafia - da Andreotti a Mannino fino a Musotto - sono stati infatti assolti. Vuol dire che la teoria del terzo livello, enunciata da Giovanni Falcone, era sbagliata? "Non era sbagliata. Ma dopo aver conosciuto Tommaso Buscetta - prosegue Maria Falcone - Giovanni ha piu' volte ripetuto che non esisteva un 'potere estraneo' a Cosa nostra a cui la stessa organizzazione ubbidiva. Secondo la sua teoria del terzo livello, il comando di Cosa nostra e' sempre rimasto nelle mani della Cupola dell' organizzazione, formata solo da mafiosi. Questo, pero', vuol dire solo che la situazione e' ancora piu' tragica, perche' non e' la mafia ad essere nelle mani della politica, ma la politica e' nelle mani della mafia". C'e' pero' chi, partendo proprio da quelle assoluzioni "politiche", accusa la magistratura inquirente di un eccesso di giustizialismo e chi definisce ipergarantista la magistratura giudicante, quando deve sentenziare sui vip della politica. Qual e' la verita'? "Niente di tutto questo - risponde Maria Falcone - quelle assoluzioni significano semplicemente che determinate prove non hanno retto al dibattimento". Sull' allarme lanciato circa un presunto calo della guardia nella strategia complessiva di contrasto a Cosa nostra, Maria Falcone ha le idee chiare: "Spero solo che non si faccia l' errore di pensare di aver vinto la battaglia contro la mafia e che la societa' civile non si adagi vanificando una stagione di grande mobilitazione sociale. C' e' ancora una storia tutta da scrivere: ed e' la storia della scoperta delle profonde collusioni tra i poteri istituzionali e Cosa nostra". In tempi di 'revisionismo', personalita' del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino riusciranno a sottrarsi a pericolose riscritture della loro azione antimafia? "Il rischio di fare confusione - conclude Maria Falcone - in un clima politico cosi' conflittuale, esiste ed e' elevato. La storia della mafia, scolpita nelle tante sentenze di condanna che rappresentano oggi l' eredita' del lavoro di Giovanni e Paolo, e' chiara e fa parte delle memorie dei vari processi. Credo che dovra' essere la societa' civile in futuro a fare da sentinella cosi' come l' attento studio degli storici dovra' svolgere un ruolo di controllo, affinche' non avvengano travisamenti e mistificazioni che possano cancellare la memoria di due servitori dello Stato come Falcone e Borsellino, rendendo inutile e vano il loro sacrificio".

11 maggio 2002 - STRAGI: ACCESE FIACCOLE DELLA MEMORIA A CAPACI E GROUND ZERO
ANSA:
Sono partite contemporaneamente, a Capaci e a New York, le due coppie di ciclisti tedofori con la "fiaccola della memoria": alle 8.46 americane e alle 14.46 italiane, esattamente quando, otto mesi fa, avveniva l'attacco alle torri gemelle. Ed hanno unito cosi', nel ricordo e nel dolore, le vittime del World Trade Center a quelle della strage di Capaci che 10 anni fa costo' la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie e agli uomini della scorta. E' stata questa una delle cerimonie piu' emblematiche del 'Memorial Day', dedicato a tutte le vittime del terrorismo, della mafia e di ogni forma di criminalita' e organizzato dal Municipio di Mestre, dal Sindacato autonomo di polizia (Sap), dall'associazione Fer.Vi.Cr e Do. e dal comune di Capaci, che hanno voluto accomunare, quest'anno, nello stesso dolore e nello stesso rimpianto le vittime dell'attentato terroristico alle torri gemelle. Scortati da un'auto staffetta e dai motociclisti del Dipartimento di Polizia di New York, gli assistenti di Polizia Paolo Promotton e Paolo Venturini sono stati autorizzati ad entrare nella zona interdetta di Ground Zero, dove la vedova di un agente di polizia italo-americano, morto nell'attentato, ha acceso la fiaccola. Lo stesso rito, nello stesso momento, si e' ripetuto a Capaci, proprio nel luogo dove e' avvenuto l'attentato e dove la fiaccola e' stata portata dai ciclisti-poliziotti Massimo Denarier e Maurizio Ferrero. Le fiaccole, attraverso due differenti itinerari, si riuniranno il 23 maggio a Mestre, per le cerimonie conclusive del 'Memorial Day'. La fiaccola di New York sara' domani a Bologna: partira' alle 10.30 dal luogo in cui fu ucciso Marco Biagi e proseguira' fino a Firenze. La fiamma accesa a Capaci, trasferita sulla cima dell'Etna, raggiungera' poi, sempre domani, Catania.

13 maggio 2002 - SEGNALAZIONI NUOVI LIBRI
Sono usciti in libreria alcuni nuovi libri che si occupano degli argomenti oggetto del nostro sito:
"Segreto di Stato" di Gianni Flamini e Claudio Nunziata, edito da Editori Riuniti, 192 pagine, 10 euro. Nella controcopertina, il libro annuncia che "Il segreto di Stato spesso e' stato usato come paravento agli scandali e agli irriferibili intrighi dei governi e dei servizi segreti. Perciò possiamo leggere la storia del segreto di Stato anche come la storia di quell' arroganza che ha limitato la realizzazione dei principi della democrazia parlamentare e dello Stato di diritto. La ricostruzione di episodi noti e meno noti, nei quali l' accertamento della verita' si e' scontrato con l' opposizione del segreto di Stato, si inserisce in un inquadramento giuridico della materia, compresa la sua evoluzione nel tempo". In appendice un breve compendio di sentenze, leggi e progetti di legge.
"La disinformazione in Commissione stragi", di Fabrizio Cicchitto, Gianluigi Da Rold e Francesco Gironda, edito da Bietti, 492 pagine, 19 euro. La casa editrice presenta il libro come "una straordinaria denuncia all'opinione pubblica del "grande inganno" che è stato realizzato attraverso l'impressionante attività di disinformazione sviluppata dei Commissari del PCI , nella ricostruzione della storia d'Italia in Commissione Stragi . Durante gli anni della presidenza Gualtieri e fino alla clamorosa rottura del Presidente Pellegrino che ,con il suo libro "Segreto di Stato", ha recentemente preso le distanze dalla "vulgata" comunista -diessina. Si è tentato di accreditare presso l'opinione pubblica Italiana una falsa memoria collettiva in cui i comunisti italiani sono stati per cinquanta anni i veri campioni della democrazia e i partiti democratici occidentali i nemici della libertà e dell'indipendenza nazionale. · Un libro durissimo che analizza e mette a confronto tutti gli interventi e i documenti dell'attuale dibattito sulla storia della Repubblica . Una ricostruzione che valuta ,senza sconti, le responsabilità personali e collettive di chi ,nelle varie funzioni ricoperte, ha consentito che una così grave ferita alla verità storica venisse inferta".
Il libro contiene tra l' altro il testo delle relazioni di Forza Italia ("Il terrorismo e le stragi impunite in Italia")e dei Ds ("Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974") in commissione stragi e la sentenza di assoluzione di Fulvio Martini, Paolo Inzerilli e Gianantonio Invernizzi per la vicenda di Gladio.
"Riina mi fece i nomi di..." di Salvatore Cancemi, a cura di Giorgio Bongiovanni, direttore di "Antimafia duemila", edito da Massari editore, 208 pagine, 12 euro. Il libro contiene una lunga intervista con il pentito Salvatore Cancemi e il testo delle dichiarazioni da lui rese in vari dibattimenti.

13 maggio 2002 - PROCESSO DELL' UTRI: DIFESA DEPOSITA RELAZIONE DOCENTE BOCCONI
ANSA:
Una consulenza del prof. Paolo Jovenitti, docente della Bocconi di Milano, in cui si ricostruiscono i flussi finanziari della Fininvest escludendo ogni ipotesi di riciclaggio, e' stata depositata dalla difesa del sen. Marcello Dell'Utri, imputato a Palermo di concorso in associazione mafiosa. La difesa ha prodotto anche nuovi documenti contabili per provare la legittimita' e la regolarita' di ogni operazione contabile, ed il pm si e' riservato di esprimere il proprio parere. Stamane e' proseguito il controesame del funzionario di Bankitalia Francesco Giuffrida, consulente del pm, che ha illustrato i contenuti della sua relazione secondo la quale sarebbe impossibile stabilire la provenienza di circa 30 miliardi trovati nei bilanci Fininvest. Durante il controesame condotto dalla difesa di Dell' Utri del funzionario di Bankitalia Francesco Giuffrida, consulente della procura, e' emerso che la Guardia di Finanza di Milano nel 1981 aveva eseguito controlli sui beni di Silvio Berlusconi, in particolare sulle 23 holding che formano la Fininvest, catalogate come "servizi di parruccheria". Gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri hanno rilevato che il censimento delle societa' era stato effettuato dal personale della Banca Rasini che gli aveva attribuito il codice 982 che si riferisce proprio ai "servizi di parruccheria". Secondo la difesa ci sarebbe stato un errore dell' istituto di credito che invece "avrebbe dovuto corrispondere - dicono gli avvocati di Dell' Utri - il 981 che si riferisce a 'coordinamento e gestione finanziaria di imprese'". L' udienza di oggi e' stata caratterizzata anche dal continuo intervento del presidente del collegio, Leonardo Guarnotta, che ha richiamato piu' volte sia l' accusa che la difesa. Il presidente e' intervenuto in particolare sull' esame dell' avvocato Federico che insisteva nel chiedere al teste il motivo per il quale aveva firmato la consulenza affiancando il suo nome con il titolo di "funzionario Banca d' Italia". Giuffrida ha ricordato che l' autorizzazione a svolgere questo lavoro per conto della Procura gli era stata data dal Governatore ed il presidente Guarnotta, rivolgendosi al difensore, ha sottolineato che e' un diritto del consulente, scrivere la sua qualifica, visto che e' condirettore di Bankitalia. Sulle operazioni di finanziamento dei soci alle holding avvenute il 26 marzo 1984 e il 16 maggio 1984, tramite emissione di assegni circolari da parte di Silvio Berlusconi, la difesa ha mostrato al tribunale che "la provvista per l' emissione di tali assegni - spiegano i legali - proviene direttamente dal conto corrente di Berlusconi, escludendo pertanto ogni possibilita' di ignota provenienza dei fondi". Rispondendo alle domande dell' avvocato Federico sulla disamina dei conti correnti di Silvio Berlusconi, il consulente della Procura ha sostenuto che Paolo Berlusconi "aveva disponibilita' a operare sui conti del fratello". L' udienza proseguira' domani con la decisione del tribunale di acquisire o meno i documenti prodotti dagli avvocati, mentre la continuazione del controesame di Giuffrida e' stato rinviato al 21 maggio prossimo.

13 maggio 2002 - DELL'UTRI; CHIESTA RIDETERMINAZIONE PENA
ANSA:
I difensori dell'on. Marcello Dell'Utri hanno chiesto una nuova determinazione del cumulo di pena per l'ex presidente di Publitalia. In febbraio, la terza sezione del tribunale penale di Milano aveva quantificato in due anni e dieci giorni di reclusione la pena complessiva sulla base di condanne subite a Milano e a Torino per frode fiscale e falso in bilancio. Ora, alla luce della nuova normativa in materia di falso in bilancio, gli avvocati Paolo Siniscalchi e Alberto Mittone hanno fatto istanza di rideterminazione in modo da stare al di sotto dei due anni complessivi, misura che non escluderebbe il riconoscimento della condizionale. Gli stessi legali, alla luce della decisione presa dai giudici alcuni mesi fa, avevano chiesto per il parlamentare l'ammissione ai servizi sociali. In questa direzione e' prevista per domani un' udienza del tribunale di sorveglianza, la cui decisione potrebbe rendersi inutile qualora la terza sezione del tribunale penale, riunitasi stamane, con parere contrario del pubblico ministero decidesse di accogliere l' istanza difensiva e di fissare una pena complessiva al di sotto dei due anni.

13 maggio 2002 - PROCESSO CANALE: TESTE; BORSELLINO MI DISSE, CALCARA PENTITO MANOVRATO
ANSA:
"Pochi giorni prima della strage il giudice Paolo Borsellino venne da me in carcere e mi disse: ho capito che tu sei innocente, chi ha manovrato il pentito Calcara verra' arrestato". Lo ha detto stamane l'ex sindaco dc di Castelvetrano Tonino Vaccarino, assolto dall'accusa di mafia ma condannato definitivamente a sei anni per traffico di droga, durante il controesame della difesa nel processo all'ufficiale dei carabinieri Carmelo Canale, ex collaboratore di Borsellino, accusato di concorso in associazione mafiosa. Nell'udienza precedente Vaccarino aveva accusato Canale di avere 'gestito' il collaboratore di giustizia. Subito dopo le dichiarazioni del teste, Canale ha chiesto la parola per respingere ogni accusa: "Ho interrogato Calcara solo due volte", ha detto. Ricostruendo la visita del magistrato, Vaccarino ha raccontato che Borsellino, dicendogli di credere alla sua innocenza, volle pero' sapere come mai al momento del suo arresto l'ex sindaco conservava in tasca un biglietto con annotati i nomi dei giudici di un collegio della Cassazione. "Gli risposi - ha aggiunto il teste - che non erano quelli della sezione che avrebbe dovuto giudicare un mio processo, ma di un altro collegio". E del periodo in carcere, a Pianosa, Vaccarino ha ricordato anche un colloquio con i boss della Cupola Nitto Santapaola, Giuseppe Madonia e Michele Greco, che gli avrebbero detto di stare tranquillo, 'perche' innocente, accusato da un falso pentito'. Il Tribunale, inoltre, ha disposto oggi un confronto tra i collaboratori di Giustizia Balduccio Di Maggio e Gioacchino La Barbera. Quest'ultimo ha rivelato che Di Maggio, durante una trasmissione televisiva, gli disse che Canale era vicino ai boss, ma Di Maggio ha negato. Nella prossima udienza saranno sentiti l'on. Massimo Grillo e altri collaboratori di giustizia. L'imputato, infine, e' stato assistito in aula dal sostituto processuale del suo difensore, l'avvocato Salvatore Traina, oggi assente per un'indisposizione. L'altro difensore, il prof. Carlo Taormina, ha lasciato la difesa dell'ufficiale.

14 maggio 2002 - INTERPOL SU POSSIBILE LIBERTA' PER BADALAMENTI
"La Repubblica" edizione di Palermo
L'Interpol chiarisce alla Procura di Palermo il giallo sulla sorte di Badalamenti
Don Tano in carcere fino al 2011 ma forse godrà della semilibertà
SALVO PALAZZOLO
Il tam tam di voci che arrivava da Cinisi sulla scarcerazione in America di Gaetano Badalamenti non era poi del tutto infondato. Il padrino è ancora nella sua cella del carcere di Fairton, New Jersey, ma la giustizia statunitense gli concederà presto dei benefici. Lo ha confermato l'Interpol alla Procura di Palermo, che nei giorni scorsi aveva chiesto chiarimenti sulle indiscrezioni che davano per imminente la scarcerazione del boss. E il giallo continua: di quali benefici si tratta? Forse la semilibertà? I magistrati palermitani hanno subito inviato una nuova richiesta di chiarimenti alle autorità americane tramite la Procura nazionale antimafia.
Le indicazioni dell'Interpol sin qui arrivate ripercorrono la storia giudiziaria di Gaetano Badalamenti. E mettono un punto fermo nell'ingarbugliata vicenda che passa da estradizioni negate e ricorsi: il boss sarà scarcerato dagli americani nel 2011, quando avrà 88 anni. Dei 45 anni di carcere a cui è stato condannato per la Pizza Connection ne sconterà dunque soltanto 28.
Badalamenti venne arrestato in Spagna l'8 aprile del 1984, fu estradato negli Stati Uniti il 15 novembre successivo. Nell'89 è stato condannato dalla giustizia americana per traffico internazionale di stupefacenti. Di recente, la giustizia spagnola si è pronunciata sulla sentenza, ribadendo che l'estradizione prevedeva il massimo di pena in 30 anni.
"In l'Italia - ribadisce il pubblico ministero Franca Imbergamo - continua a pendere su Badalamenti l'ordine di arresto per l'omicidio Impastato".
Intanto, il boss è tornato ad essere citato in un'aula di giustizia italiana. Ieri, si è aperto a Perugia il processo d'appello per l'omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma il 20 marzo del 1979. Imputati, insieme a Badalamenti, sono Giulio Andreotti, Claudio Vitalone e Giuseppe Calò, indicati come i presunti mandanti; Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati sono accusati di essere stati gli esecutori materiali. Tutti sono stati assolti in primo grado, il 24 settembre del 1999, "per non avere commesso il fatto". Ieri Badalamenti ha chiesto di poter presenziare al processo, lo aveva fatto anche all'inizio del caso Impastato, opponendosi al collegamento in videoconferenza dall'America e denunciando "una lesione del diritto di difesa". Ma poi il collegamento fra Fairton e Palermo si era fatto. E si farà probabilmente anche con Perugia.

14 maggio 2002 - PROCESSO D' APPELLO PECORELLI APERTO E SUBITO RINVIATO
"Il Piccolo"
L'imputato è detenuto nel carcere friulano
Pecorelli, appello rinviato
Calò collegato da Tolmezzo:
"Voglio il faccia a faccia"
PERUGIA - Aperto e subito rinviato, ieri mattina, il processo davanti alla Corte d'assise d'appello di Perugia il processo per l'omicidio di Mino Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo del 1979. La decisione è stata presa perchè non sono state completate le pratiche per garantire la presenza in teleconferenza di uno degli imputati, Gaetano Badalamenti, detenuto negli Usa, e che ha chiesto di essere presente al giudizio.
Dell'omicidio sono stati accusati Badalamenti, Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Giuseppe Calò, i presunti mandanti, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, che devono rispondere di essere stati i killer. Tutti sono stati assolti in primo grado, il 24 settembre del 1999, "per non avere commesso il fatto". Unico imputato presente ieri in aula è stato Vitalone. Calò e La Barbera, entrambi detenuti per altre vicende, erano invece collegati in teleconferenza. Il processo è stato rinviato al 6 giugno prossimo alle 16.
Chi ha alzato la voce è stato proprio Giuseppe Calò, detenuto nel carcere di Tolmezzo, e collegato in teleconferenza. Calò ha detto di voler assistere di persona al processo Pecorelli - dove è accusato, assolto in primo grado, di essere uno dei mandanti - per confrontarsi con chi l'accusa faccia a faccia e non in teleconferenza, come previsto per i detenuti in regime di "41 bis" al quale il presunto boss è sottoposto per altre vicende.
Lo ha detto lui stesso al presidente del collegio giudicante.. Calò è apparso su un monitor dell'aula bunker di Capanne collegato da Tolmezzo. All'inizio ha evidenziato di "non avere ricevuto nei tempi di legge l'avviso di fissazione dell'udienza" della quale ha per questo chiesto la nullità. "Ho il diritto di essere presente in aula - ha poi affermato - e di poter guardare in faccia chi mi accusa". Una richiesta affidata anche ai suo difensori. "Il nostro cliente - ha spiegato l'avvocato Walter Biscotti che difende Calò insieme ai colleghi Corrado Oliviero e Rosa Conti - ci ha detto che intende insistere perchè gli venga concesso di poter essere presente alle udienze, come ha fatto nel processo di primo grado quando mancò a pochissimi appuntamenti".
Situazione analoga per un altro degli imputati, Michelangelo La Barbera, processato e assolto come presunto killer. Il presidente della Corte ha fatto rilevare agli imputati che la legge impone ora la teleconferenza per chi è sottoposto al cosiddetto "carcere duro". Si è invece riservato di verificare i termini di consegna degli avvisi.

15 maggio 2002 - 10 ANNI DA STRAGE CAPACI: GRASSO A FAMIGLIA CRISTIANA
MAFIA
FALCONE INGOMBRANTE PER IL POTERE?
Dieci anni fa veniva ucciso a Capaci il magistrato simbolo della lotta contro Cosa nostra. Oggi il procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Grasso, che era suo amico, illustra le strategie di allora e quelle di oggi, che, dice, «si sono un po’ logorate». E spiega a chi dava fastidio il suo collega.
«Mi piace pensare che se Giovanni Falcone oggi fosse qui si compiacerebbe per tutto quello che è stato fatto e darebbe atto dei successi ottenuti». Sono passati 10 anni dalla strage di Capaci e dal massacro di via D’Amelio, nei quali morirono i giudici Falcone e Borsellino: quelle stragi di mafia restano nella memoria collettiva come il più micidiale e sconvolgente degli attacchi dell’anti-Stato agli uomini dello Stato.
Il procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, che di Giovanni Falcone era amico intimo, al ricordo antepone la forza dei risultati ottenuti nella lotta alla mafia. «Da Riina in poi», dice, «sono stati arrestati moltissimi latitanti, come Bagarella e Brusca; le indagini hanno permesso di scoprire arsenali di armi e di esplosivi; i collaboratori di giustizia ci hanno consentito di colpire livelli sempre più alti dell’organizzazione criminale; si sono celebrati i processi e sono state irrogate condanne per centinaia di secoli di carcere. Diciamo che c’è stato un efficace contrasto, usando tutti i mezzi di quella strategia che proprio lo stesso Falcone aveva contribuito a elaborare, ma che però è stata attuata, purtroppo, solo dopo la sua morte».
Qual era la strategia di Falcone?
«Si basava su un meccanismo molto semplice: inasprimento delle pene, nessun beneficio per i mafiosi, carcere duro; per chi collabora, benefìci e possibilmente anche la libertà, o la possibilità di scontare la pena presso la propria abitazione. Questa strategia per lungo tempo è stata vincente, poi alcuni strumenti si sono logorati e Cosa nostra ha adottato misure che hanno attenuato la forza dell’azione repressiva».
Per esempio?
«Per esempio non reagire con la violenza nei confronti dei familiari dei collaboratori di giustizia. La strategia successiva è stata quella che definiamo del "figliol prodigo", nel senso che tutte le volte che un mafioso entra in carcere viene avvicinato da qualcuno che gli dice di non preoccuparsi, perché la sua famiglia verrà assistita, riceverà i mezzi adeguati per la sussistenza, le spese legali, eccetera. Questo costituisce da un lato un deterrente, e dall’altro induce quelli che hanno già fatto dichiarazioni a fermarsi, anziché continuare e coinvolgere altri che, secondo il gergo mafioso, non sono ancora "consumati", cioè colpiti da più dichiarazioni convergenti. In carcere, poi, il famoso 41 bis è diventato meno duro. Mentre prima i detenuti sottoposti a questo regime carcerario erano completamente soli, adesso condividono la cella con qualcuno, magari un extracomunitario o un delinquente comune, ma certamente non stanno più soli. Anche i colloqui ora sono più frequenti, sono stati eliminati i vetri divisori e i citofoni e abbiamo visto che i detenuti usano i bambini per mettergli nelle tasche lettere con le quali comunicano all’esterno».
C’è una sorta di stanchezza, o anche peggio, nella lotta alla mafia?
«Sostanzialmente si sono logorati degli strumenti: oggi i collaboratori di giustizia per definizione sono inattendibili, si tratta di dimostrare il contrario; mentre ai tempi di Buscetta, Contorno, Marino Mannoia, Calderone, era diverso, si andavano a cercare molti riscontri, però si partiva da un principio di attendibilità intrinseca. Allora si diceva che se il tale per l’80-90 per cento aveva detto cose che erano state riscontrate, anche per il restante 10 o 20 per cento si poteva ritenere che avesse una certa attendibilità. Oggi ogni cosa, anche con una forma di garantismo ulteriore che non guasta, deve essere riscontrata. Questa stanchezza è fisiologica, anche perché c’è una strategia e Cosa nostra ha la specificità, come organizzazione criminale, che quando il suo vertice decide una linea di azione riesce a farla rispettare da tutti. In questo momento, quello che percepiamo chiaramente dalle indagini è che la strategia mafiosa è proprio quella del silenzio, di non usare la violenza per fatti eclatanti, di evitare ogni giustificazione per una forte repressione da parte dello Stato».
Una mafia silenziosa, e quindi più pericolosa...
«Più pericolosa perché meno visibile, che si rivolge più al mondo degli affari, piuttosto che ad altre attività, diciamo che è una sorta di mafia, tra virgolette, "legale", che ha necessità di contiguità con altre categorie sociali, perché per poter andare avanti ha bisogno di consulenti, di imprenditori, di amministratori, anche di politici. Tutto dipende da come si affronterà questo problema».
Sappiamo tutto della dinamica delle stragi?
«Della dinamica penso di sì, sappiamo dei mandanti interni, di quelli che sono stati processati a Caltanissetta e a Firenze, mentre non sappiamo nulla di eventuali mandanti esterni. E per me, non sapere significa che non siamo riusciti a provare nulla».
Perché Provenzano è imprendibile?
«Per tanti anni nessuno se ne è occupato. Poi, da quando si è incominciato a cercarlo, sono emerse molte difficoltà. Prima di tutto non ne conosciamo il volto; poi vive nel suo territorio, dove è protetto dalla sua gente, che non è assolutamente disposta a tradirlo. Vi sono delle zone all’interno della Sicilia dove la persona estranea è immediatamente visibile, per cui qualsiasi indagine fatta con l’osservazione, col pedinamento, è destinata a fallire».
E la tecnologia?
«È di difficile utilità nei confronti di chi usa mezzi antidiluviani come le trasmissioni attraverso foglietti, i cosiddetti "pizzini"; per di più in certe zone dell’interno dobbiamo prima mettere i ponti radio se vogliamo creare le possibilità di impiegare le moderne tecnologie. Ma noi, comunque, non disperiamo di catturarlo».
È sempre lui il capo dei capi?
«Ne siamo sicuri. Però è un capo diverso. Riina era un operativo, Provenzano è un capo che lascia fare, che non entra nei problemi delle "famiglie", dei mandamenti, ma che assieme a pochi altri vertici dà le direttive strategiche del momento e poi, attraverso quello che abbiamo trovato tramite i vari bigliettini, si interessa di affari, di appalti, dà le sue indicazioni».
Cosa rappresentano l’arresto di Benedetto Spera e poi quello del boss di Càccamo, Giuffrè?
«Certamente la perdita di due persone molto vicine a Provenzano, che lo aiutavano a rendere operativa la sua direzione strategica. Ora Bernardo Provenzano è più solo».
Dopo l’11 settembre molti paradisi fiscali si sono dovuti arrendere alle indagini antiterrorismo: si può approfittare anche di questo, per la lotta ai patrimoni mafiosi?
«Quando si è voluto, si è trovato immediatamente il modo per essere d’accordo sulla ricerca dei patrimoni dei terroristi. Quindi, se si vuole, allo stesso modo si potrebbero cercare i patrimoni della criminalità organizzata. Il problema, però, è sempre stato un altro, e cioè che con i patrimoni mafiosi si mischiano, attraverso i canali del riciclaggio, anche tanti altri patrimoni che provengono dall’evasione fiscale, dalla corruzione, dai fallimenti, da quelle attività non proprio criminali in senso stretto, ma sempre illegali, una specie di mercato grigio del denaro semi-sporco, che però interessa una moltitudine di persone che non sono criminali, ma che hanno potere, e quindi non sono favorevoli a che si vada a vedere dappertutto».
Perché Falcone venne ucciso in quel modo e in quel momento?
«Falcone era diventato il simbolo di una stabile e concreta iniziativa antimafia; inoltre, era un magistrato scomodo, non poteva essere accettato certamente dai mafiosi, ma anche dall’Italia degli affaristi, degli intrallazzisti, dei corrotti, dei collusi, non si sarebbe mai accontentato del ridimensionamento dell’organizzazione mafiosa, il suo obiettivo era aggredire quella specificità che faceva di Cosa nostra un soggetto criminale che partecipava a un sistema di potere, quello allora dominante. La sua presenza era ingombrante proprio per il potere. Non furono solo i mafiosi a sentirsi insidiati dalla sua azione, e soprattutto per quello che avrebbe potuto fare».
E l’omicidio Borsellino?
«Sul caso di Paolo Borsellino ci sono ancora tante indagini in corso proprio per capire il perché dell’accelerazione negli attentati, quell’uno-due così vicino che ha messo in ginocchio l’Italia, le coscienze, tutti quanti. Ho delle idee in proposito, ma le tengo per me».
Come si batte la mafia silente?
«Con le indagini, non concedendo alcuno spazio, con le istituzioni che funzionano, con tutti i sensori all’erta per cercare di percepire le infiltrazioni. Ogni tanto mi vengono delle idee strane. Se venisse Provenzano a dire: "Da domani basta fare i mafiosi", quante famiglie finirebbero sul lastrico? Quante persone si aggiungerebbero agli 8.000 precari senza lavoro?».
Cosa vede nel futuro e cosa le dà più ansia?
«Io cerco di allontanare le ansie, di guardare con pragmaticità al futuro vedendo tutto quello che si può fare con i mezzi a disposizione. Mi pare il metodo migliore. Se poi avremo altri mezzi, ben vengano. Anche se ogni tanto vediamo morire qualche amico, noi siamo sempre qui, non scappiamo. Magari qualcuno ci dirà che siamo idealisti e sognatori, ma siamo fatti così. Penso che costituiamo comunque un punto di riferimento visibile, presente, per quei cittadini che credono nella giustizia come a un valore generale, assoluto».
Guglielmo Sasinini

15 maggio 2002 - FALSO IN BILANCIO: RIDOTTA PENA PER DELL'UTRI
ANSA:
Sconto di pena per l'onorevole Marcello Dell'Utri. La terza sezione del Tribunale penale, incaricata di rideterminare il cumulo di pena per le condanne ricevute a Milano e Torino dall'ex presidente di Publitalia, ha accolto l'istanza di revisione della rideterminazione di pena stabilita alcuni mesi fa in 2 anni 10 giorni di reclusione, alla luce del contenuto della nuova normativa in materia di reati societari e in special modo per il falso in bilancio. In sostanza i difensori tendevano ad ottenere una diminuzione della condanna per scendere sotto il limite dei due anni e farsi riconoscere la sospensione condizionale. Il collegio del Tribunale, presieduto da Italo Ghitti, ha riesaminato le sentenze e ha fissato il cumulo in un anno 10 mesi e 4 giorni di reclusione, dichiarando anche il parlamentare di Forza Italia non socialmente pericoloso. E in relazione alla precedente determinazione di pena complessiva, la difesa aveva anche chiesto l'affidamento dell'onorevole Dell'Utri ai servizi sociali. Ieri il Tribunale di sorveglianza, in attesa della decisione della terza sezione del Tribunale penale, aveva rinviato a nuovo ruolo l'udienza. Ora il caso si e' risolto senza attendere l'intervento del Tribunale di sorveglianza. "Siamo davanti ad una decisione di grande spessore giuridico". Cosi' l'avvocato Paolo Siniscalchi ha commentato la decisione presa dalla terza sezione del Tribunale Penale che ha abbassato, nei limiti che consentono il riconoscimento della condizionale, il cumulo di pena rideterminata per Marcello dell'Utri. A questo punto sono ancora due le pendenze giudiziarie per il parlamentare di Forza Italia: il processo di Palermo e una causa in corso davanti al Tribunale di Milano per un reato, il falso in bilancio, che potrebbe non risultare perseguibile.

15 maggio 2002 - ARCHIVIATA INCHIESTA 'SISTEMI CRIMINALI'
"La Gazzetta del Sud"
Palermo, archiviati "sistemi criminali"
PALERMO - Archiviata l'inchiesta della Procura di Palermo sui "sistemi criminali" dal gip Bruno Fasciana, che ha accolto la richiesta della stessa Procura, avanzata il 10 giugno dello scorso anno. L'indagine era relativa ad un presunto accordo tra mafia, massoneria e ambienti dell'eversione nera per organizzare, tra il 1991 e il 1993, il periodo delle stragi mafiose, un golpe che avrebbe dovuto dividere l' Italia in tre, con il Sud designato a dominio esclusivo di Cosa Nostra. Erano stati gli stessi Pm, peraltro a chiedere l'archiviazione perché, pur ritenendosi convinti della bontà della pista imboccata, il poco tempo a disposizione non avrebbe consentito loro di ottenere "prove certe" nei confronti dei 14 indagati: Licio Gelli, Stefano Menicacci, Stefano Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Totò Rima, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Per gli inquirenti, comunque, in quel periodo Cosa Nostra "voleva farsi Stato" e avrebbe tentato di dar luogo ad "un golpe separatista". A pronunciarsi per il golpe sarebbero stati i capimafia Totò Rima, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia e Nitto Santapaola che nel '91 avrebbero dato il via ad una "strategia della tensione" (omicidio di Salvo Lima, stragi di Capaci e via D'Amelio, gli attentati a Roma, Firenze e Milano), che sarebbe poi stata affiancata da un piano, proposto da Licio Gelli, Gran Maestro venerabile della loggia massonica coperta P2 e protagonista delle cronache politico-giudiziarie della seconda metà degli anni '70, Stefano Delle Chiaie, detto "il caccola", e Stefano Menicacci, animatori di formazioni para-fasciste dell'estrema destra derivate dal movimento Ordine Nuovo. Il piano di Gelli e degli estremisti di destra, secondo Gozzo, Ingroia e Scarpinato, avrebbe previsto un nuovo "progetto politico": la creazione di un movimento meridionalista e la nascita delle Leghe meridionali. Il progetto, però, alla fine del '93 si interruppe perché la mafia avrebbe sostituito i propri collegamenti con il mondo della politica e "furono dirottate tutte le risorse - hanno scritto i Pm - nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale apparsa sulla scena". Il nome della "formazione politica nazionale apparsa sulla scena" non è stato indicato. Nel provvedimento di richiesta di archiviazione, il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e i sostituti Domenico Cozzo e Antonio Ingroia facevano riferimento anche ad un mandante occulto. Contro questa inchiesta insorse l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che venne espressamente a Palermo per incontrare il procuratore Grasso e affermò che nell'ambito dell'inchiesta "sistemi criminali" sarebbero state avviate indagini anche sul suo conto. La tesi dei pm sarebbe stata sostenuta anche dall'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, agli arresti domiciliari a Roma, secondo cui "è possibile che un autorevole esponente politico abbia potuto architettare quell'uccisione spettacolare (strage di Capaci), per bloccare l'elezione a presidente della Repubblica di Giulio Andreotti. Il primo tentativo, secondo Ciancimino, di impedire questa nomina al Quirinale, sarebbe stato fatto con l'uccisione di Salvo Lima. Dall'inchiesta "sistemi criminali", comunque, è stata stralciata la parte inerente la "trattativa" fra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni, in relazione al famoso "papello": ovvero l'elenco di richieste fatte da Riina, attraverso Ciancimino, agli ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno. (m.c.)

16 maggio 2002 - PROCESSO ANDREOTTI: UDIENZA RINVIATA PER ASSENZA GIUDICE
ANSA:
Il processo d' appello al senatore Giulio Andreotti e' stato rinviato al prossimo mese a causa dell' assenza di uno dei giudici a latere che aveva chiesto e ottenuto un periodo di ferie. Nell' udienza di oggi era prevista la prosecuzione dell' arringa dei difensori, gli avvocati Franco Coppi e Gioacchino Sbacchi.

16 maggio 2002 - MARIA FALCONE RICORDA IL FRATELLO
"La Repubblica" edizione di Palermo
Giovanni Falcone, un uomo "Ecco chi era mio fratello"
LUCIO LUCA
A un anno nel balcone di casa in piazza Magione. La prima visita allo zoo di Roma. In divisa da marinaretto durante il servizio militare. E ancora il giorno della laurea, mentre guarda da lontano Rio de Janeiro dopo aver raccolto le confessioni di Tommaso Buscetta, oppure mentre fa le piroette sulla spiaggia di Mondello e si tuffa in perfetto stile nella piscina del cognato Alfredo Morvillo.
C'era una volta un uomo. Quell'uomo si chiamava Giovanni Falcone. Dieci anni fa la mafia lo ha ucciso facendo saltare in aria un pezzo di autostrada. Con lui c'erano la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo.
Per la prima volta, dopo dieci anni, la sorella Maria Falcone ha accettato di sfogliare in pubblico l'album privato del giudice più odiato dai boss. È la storia di copertina del prossimo numero del "Venerdì", domani in edicola assieme a "Repubblica". Un servizio struggente per ricordare "l'altro Falcone", quello che in pochi hanno avuto la fortuna di conoscere e che sembra lontano anni luce dal magistrato rigoroso e imperturbabile celebrato da centinaia di inchieste in tutto il mondo.
"Io lo voglio ricordare così - spiega Maria Falcone nel salotto di casa -perché Giovanni, in famiglia, era un'altra persona. Era il fratello maggiore dei miei figli, lo zio meraviglioso che faceva tanto ridere i nipotini facendo il verso dell'oca, il ciclone che si presentava all'improvviso a cena portando il pesce e una bottiglia di bianco. Lo diceva spesso Giovanni: "Qui da voi, assieme alle persone che mi vogliono bene, apprezzo finalmente il valore della vita". E lo diceva sapendo di essere un "condannato a morte". Per questo ho deciso di far conoscere l'altro volto di mio fratello. Un uomo, semplicemente un uomo che ha servito le istituzioni fino all'estremo sacrificio".
La signora Falcone ci ha pensato a lungo prima di fare un grande regalo ai nostri lettori. Ci ha pensato perché quel Giovanni assolutamente inedito, così sereno e gioioso, voleva tenerselo tutto per sé. Voleva sfogliare l'album e commuoversi davanti al ragazzino di undici anni che gioca a ping pong nell'oratorio di padre Giacinto, alla Kalsa. Oppure ricordare assieme ai suoi figli quel fratello felice per un bagno nelle acque azzurre delle Eolie o in viaggio di nozze con Francesca. "Nell'estate del 1989, qualche giorno dopo il fallito attentato dell'Addaura - rivela la signora Falcone - Giovanni era davvero preoccupato. Era la seconda volta che lo vedevo in questo stato: la prima, quattro anni prima, dopo l'uccisione del commissario Ninni Cassarà. Aveva capito tutto. Sapeva quale era il suo destino. Non dimenticherò mai le sue parole: "So cosa mi aspetta, non voglio che Francesca dorma qui con me. Ho paura per lei". Tentai di rassicurarlo ma avevo di fronte un uomo lucido, determinato: "Loro - mi disse - devono sempre sapere che io non mi arrendo. Fino all'ultimo"".
In quell'album ci sono anche due foto di quei giorni. Un pranzo con gli amici Giuseppe Ayala, Fernanda Contri, il presidente della Corte d'appello Carmelo Conti e alcune signore. C'è anche un'altra immagine che ritrae Giovanni Falcone a capotavola: alla sua destra Paolo Borsellino, alla sinistra l'attuale procuratore di Palermo Pietro Grasso, quasi irriconoscibile per la folta barba.
Appena rientrata da Roma per uno dei tanti incontri nelle scuole sul tema della legalità, la signora Falcone continua a tirare fuori dagli scaffali le immagini del fratello. Eravamo andati a casa sua con l'idea di trovare, al massimo, una decina di foto. Alla fine ne abbiamo preso almeno il triplo. Ogni scatto un'emozione, ogni scatto un uomo tanto lontano dall'ufficialità. C'è Falcone in Russia con il colbacco, oppure in Trentino per un weekend di riposo. La cena conviviale a Villa Igiea e poi in motoscafo, in costume da bagno. Impossibile fare una selezione, impossibile escludere una foto piuttosto che un'altra. Anche Massimo Sestini, uno dei più grandi reporter italiani inviato dal "Venerdì", resta "stordito" da quelle istantanee. "Giuro - ci racconta a notte fonda dopo aver lasciato casa Falcone - io di servizi fotografici ne ho fatti tanti. Ormai non mi commuovo più davanti a niente. Ma oggi sono rimasto senza parole, ho un groppo in gola che proprio non va giù".
Intanto in tutta la Sicilia si preparano le manifestazioni per ricordare il decimo anniversario della strage di Capaci. Il Centro regionale del catalogo, con il coordinamento di Alessandro Rais e Manuel Giliberti, ha curato un videoclip sulla vita di Giovanni Falcone che coinvolgerà anche la giornalista Marcelle Padovani, Maria Falcone, Leoluca Orlando e il sindaco di Palermo Diego Cammarata. "Il video su Falcone - ha annunciato l'assessore regionale ai Beni culturali Fabio Granata - sarà inviato a tutte le scuole insieme all'altro video, già realizzato dall'assessorato, sulla vita di Paolo Borsellino per ribadire l'impegno delle istituzioni nella lotta a Cosa nostra".
Domani Palermo anno uno e l'associazione Libera inaugureranno al centro Santa Chiara la mostra "19922002. Memoria: presenza di un impegno". Alle 21 si svolgerà un dibattito su "Mafia e giustizia, ieri e oggi" al quale parteciperanno i giudici Vittorio Teresi, Franca Imbergamo e Massimo Russo, i professori Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo e il giornalista Claudio Fava. Il 23 maggio, poi, incontro nelle scuole di don Luigi Ciotti e lo spettacolo teatrale "Colapesce e la Sicilia, ovvero come una leggenda possa giovare alla realtà". Manifestazioni commemorative si svolgeranno anche alla facoltà di Medicina e nei comuni della valle dello Jato. Il circolo didattico "Alcide De Gasperi" di Capaci ha indetto il "Maggio della legalità", mentre la fondazione Giovanni e Francesca Falcone ricorderà le vittime del 23 maggio nell'aula bunker dell'Ucciardone. Una sceltasimbolo, così come il titolo della giornata: "Il suo lavoro, il nostro presente. I suoi sogni, il nostro futuro". Nel corso della giornata, Enzo Biagi racconterà il "suo" Giovanni Falcone.

16 maggio 2002 - FALSO IN BILANCIO: DELL'UTRI; MOTIVAZIONI GIUDICE GHITTI
ANSA:
Tra le precedenti norme sui reati societari e quelle in vigore con il nuovo decreto legislativo esiste un rapporto di «abrogazione-sostituzione» e non di continuita'; e questo determina la «cancellazione» di alcune fattispecie di reato. E' in base a questa considerazione che il presidente della terza sezione del tribunale di Milano, Italo Ghitti, ha disposto la revoca per uno dei capi d'imputazione della sentenza definitiva con cui Marcello Dell' Utri era stato condannato a due anni e tre mesi per falso in bilancio, ridefinendo cosi' la pena complessiva a un anno otto mesi e un giorno, con la sospensione condizionale. Una conclusione, quella di Ghitti, che contrasta, peraltro, con quella dai giudici di un'altra sezione del tribunale milanese, impegnati nel processo Santavaleria (sempre per reati societari), che nello scorso aprile stabilirono che tra vecchia e nuova normativa esiste «continuita»', negando cosi' il proscioglimento chiesto dagli imputati. Per Ghitti, ex gip ai tempi di Mani Pulite, il nuovo decreto legge presenta invece «elementi radicali di novita’» e abolisce il reato precedente, introducendone uno nuovo. Ed e' questa «abolitio criminis» (che va applicata con «retroattivita' piena e incondizionata») che comporta la revoca della sentenza, anche se definitiva. Il giudice, infatti, spiega che, secondo l'orientamento della Corte Costituzionale, «e' proprio l'ordinamento stesso che e' tutto decisamente orientato a non tener conto del giudicato e quindi a non mitizzarne l'intangibilita', ogniqualvolta resterebbe sacrificato il buon diritto del cittadino. «Non sarebbe ragionevole punire, o continuare a punire un soggetto - osserva Ghitti, ragionando sulla concessione della condizionale - per un fatto che chiunque altro puo' impunemente commettere nel momento stesso in cui il primo subisce la condanna o i suoi effetti: uno dei quali sarebbe quello della permanente ostativita' alla concessione della sospensione condizionale della pena».

17 maggio 2002 - DIARIO SU ARCHIVIAZIONE INCHIESTE SU MANDANTI STRAGI
"Diario"
Il Nostro Inviato sul Confine tra Mafia e Politica
Il gioco grande
Dieci anni dopo la morte di Giovanni Falcone. Le inchieste che archiviano le accuse a Berlusconi e Dell'Utri, indagati per strage, lasciano aperte molte domande. Inquietanti
di Gianni Barbacetto
PALERMO.
"Si muore generalmente perché si è soli
o perché si è entrati in un gioco troppo grande".
Giovanni Falcone
Maria Falcone, nell'attesa, aveva cucinato una torta alle fragole. Lo stesso dolce che sua madre era solita preparare, anni prima, a lei e a suo fratello Giovanni. Ma alle ore 17, 56 minuti e 48 secondi di sabato 23 maggio 1992 gli strumenti della stazione di rilevamento dell'Istituto nazionale di geofisica di Monte Cammarata, in provincia di Agrigento, registrano una scossa, localizzata a Capaci, nei pressi di Palermo. Non è un terremoto, ma un'esplosione avvenuta al chilometro 4 dell'autostrada che unisce l'aeroporto di Punta Raisi alla città. Una carica di oltre 500 chili di esplosivo scoppia sotto l'asfalto mentre stanno transitando tre auto blindate. Si apre un cratere profondo tre metri e mezzo, il piano stradale è squarciato e sollevato e divelto per centinaia di metri.