Almanacco dei misteri d' Italia


Delitti 'politici' di mafia
le notizie del 2003: maggio
1 maggio 2003 - ALLO STABILE DI CATANIA 20 ANNI DI LOTTA ALLA MAFIA
"La Stampa"
"QUESTA TERRA DIVENTERÀ BELLISSIMA" IL TESTO DI FELICE CAVALLARI
Le vedove di mafia non dimenticano
Vent'anni di lotta a Cosa Nostra in scena allo Stabile di Catania
ROMA
Alle donne siciliane aggredite dalla violenza della mafia, da Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente di scorta massacrato nella strage di Capaci, alla moglie del procuratore di Palermo Gaetano Costa ucciso nell'estate dell'80, a Rita Atria, morta suicida dopo l'attentato al giudice Borsellino, annientata dall'insopportabile solitudine in cui l'aveva relegata la scelta di denunciare parenti stretti legati a Cosa Nostra, è affidato l'esercizio fondamentale della memoria. Ricordare, spiegare il dolore e descriverne le cause, in modo da restituire alle giovani generazioni il quadro di una terra, la Sicilia, segnata dalla tragedia, ma non per questo chiusa alla speranza. Da ieri sera, nella sala Musco dello Stabile di Catania, è in scena "Questa terra diventerà bellissima", la pièce in cui l'inviato del "Corriere della Sera" Felice Cavallaro, partendo dalla rievocazione dell'estate del '92, quella delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, ripercorre vent'anni di mafia e di anti-mafia seguendo il filo dei ricordi delle donne superstiti, le vedova di Pio La Torre e di Piersanti Mattarella, la madre dell'agente Antiochia. Dice l'autore: "Dopo tutte le bombe, i depistaggi, i morti, le lacrime, il dolore di una Sicilia tragica, questo testo suona come un civile richiamo per superare luoghi comuni e imposture, per capire che non c'è giustizia senza verità, e che non c'è verità senza verità sugli errori commessi". Nel titolo, un po' presagio, un po' speranza, proprio come la frase che Paolo Borsellino aveva rivolto alla vedova Schifani appena colpita dal terribile lutto, c'è il senso dello spettacolo che, andando avanti per quadri, rievoca le figure di chi si oppose a Cosa Nostra: "Rosaria - dice Cavallaro che con la Schifani ha scritto due libri, "Vi perdono, ma inginocchiatevi" e poi "Oltre il buio" - , è una ragazza di vent'anni che, all'improvviso, si ritrova schiaffeggiata da un mostro chiamato mafia. L'unica maniera per cercare di capire quello che è accaduto è parlare con altre donne che hanno sofferto come lei". Prodotto dallo Stabile di Catania, nella scia del "Teatro cronaca" che ha avuto tra i suoi pionieri Leonardo Sciascia e il giornalista Giuseppe Fava, interpretato da un folto gruppo di attori, rta cui Debora Bernardi, Elisabetta Carta, Enzo Campailla, Santo Santonocito, lo spettacolo ha la regia di Giovanni Anfuso che affida al racconto la funzione più importante: "Raccontare per ricordare, ecco la vera speranza. Ricordare questa terra per raccontare del nostro impegno di consegnarla ai nostri figli migliore di come l'abbiamo trovata". Per questo l'interprete principale della storia, sulla scena che somiglia a un anfiteatro, è proprio la memoria incarnata dall'attrice Carla Cassola che tiene insieme il filo delle tante storie personali. Fino ad arrivare all'ultimo passaggio, quando, nella Schifani, il dolore per la perdita del marito si è trasformato in qualcosa di nuovo: "Le ultime parole - dice Cavallaro - sono quelle contenute nella lettera indirizzata al figlio". Senza retorica, sottolinea il giornalista, s'intuisce che la profezia del titolo può, anzi deve, avverarsi.
Fulvia Caprara

1 maggio 2003 - STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA: QUALCHE PENTITO PARLA
"La Gazzetta del Sud"
LO FORTE PERO' FRENA: ALLO STATO LE DICHIARAZIONI NON SONO UTILIZZABILI
Strage di Portella, qualche pentito parla
PALERMO - Alcuni collaboratori di giustizia hanno ricostruito ai magistrati della Dda di Palermo gli scenari e i contatti che i boss mafiosi avrebbero avuto in occasione della strage di Portella delle Ginestre del primo maggio 1947, dove gli uomini della banda Giuliano spararono sui contadini che partecipavano alla festa del lavoro provocando 11 morti e decine di feriti. "Si tratta di dichiarazioni- afferma Guido Lo Forte, procuratore aggiunto di Palermo - che allo stato non sono utilizzabili in concreto. Ciò non significa che questi verbali sono pubblici". I pentiti che hanno fatto rivelazioni, anche se de relato, sono ex boss mafiosi che conoscono "vecchi fatti di mafia". Gli ex padrini hanno fornito ai magistrati una versione dei fatti su cui vige il massimo riserbo. In questo modo avrebbero contestualizzato la strage con il periodo storico di allora e i personaggi mafiosi che possono avere avuto un ruolo nella vicenda. Altro capitolo. La mafia torna a minacciare la sinistra e i candidati progressisti alle elezioni amministrative. "C'è di nuovo un clima molto pesante", ha detto il segretario dei Ds di Palermo, Attilio Licciardi, durante la commemorazione di Pio La Torre, il segretario del Pci siciliano ucciso nel 1982 con il suo collaboratore Rosario Di Salvo. La cerimonia si è svolta, come ogni anno, in via Turba davanti alla lapide che ricorda le due vittime del "terrorismo politico mafioso". C' erano molti dirigenti ds, l'ex presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia, il presidente della provincia Francesco Musotto e il candidato del centrosinistra Luigi Cocilovo, il procuratore Pietro Grasso. In rappresentanza del Comune è intervenuto l'assessore Michele Costa. Licciardi ha denunciato le intimidazioni contro esponenti del centrosinistra in alcuni centri delle province di Agrigento e Caltanissetta e contro il candidato sindaco dell'Ulivo a Roccamena. "Il caso più grave - ha detto il segretario ds - è proprio quello di Roccamena dove si è creata una situazione insostenibile". Ricordando le iniziative di La Torre per la pace e contro la mafia, il segretario regionale dei Ds Antonello Cracolici ha rivolto dure critiche a esponenti della Casa delle libertà, tra cui il sindaco di Piana degli Albanesi, che hanno lanciato il tema della "riconciliazione" in occasione dell' anniversario per la strage di Portella delle Ginestre del primo maggio 1947: gli uomini della banda Giuliano spararono sui contadini che partecipavano alla festa del lavoro provocando 11 morti e decine di feriti. "Non può esservi riconciliazione - ha detto Cracolici - con chi ha ordinato e organizzato quel crimine odioso. E poi con chi, con gli eredi degli assassini?". L'avvocato Costa ha infine portato un personale ricordo dell'impegno di La Torre contro i missili a Comiso e contro il potere mafioso.

1 maggio 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: VERSO LA CAMERA DI CONSIGLIO
"La Gazzetta del sud"
Palermo I giudici della Corte d'appello sembrano intenzionati a emettere il verdetto in tempi brevi
Andreotti, sentenza già domani sera?
Le verità contrapposte di Pino Lipari e Nino Giuffrè hanno movimentato il dibattimento
PALERMO - Il processo d'appello a Giulio Andreotti è giunto alla tappa finale. Domani la corte, presieduta da Salvatore Scaduti, si riunirà in camera di consiglio per la sentenza. La decisione potrebbe essere resa nota in serata: i giudici non hanno impegnato la struttura di Pagliarelli, l'unica attrezzata per lunghe sedute, e resteranno al palazzo di giustizia. Prevedono evidentemente di non trascorrervi la notte. Andreotti non interverrà nell'ultima udienza che si esaurirà in pochi minuti non essendo previste repliche di accusa e difesa. Il senatore a vita ha già reso le sue dichiarazioni spontanee il 28 novembre dell'anno scorso quando per oltre mezz'ora ha proclamato la sua innocenza. "Per tante cose lassù - ha detto - dovrò fare affidamento sulla Misericordia. Quaggiù chiedo soltanto giustizia". In primo grado Andreotti è stato assolto il 23 ottobre 1999 con una formula (secondo comma dell'art. 530 del codice di procedura penale) che ha lasciato spazio alle interpretazioni più controverse. Le prove a suo carico sono state infatti giudicate dal tribunale "insufficienti, contraddittorie e in alcuni casi del tutto mancanti". L'accusa ha riproposto nel dibattimento di secondo grado, cominciato il 19 aprile 2001, tutte le sue argomentazioni a sostegno della tesi di fondo che attribuisce ad Andreotti un patto scellerato con Cosa nostra: un rapporto di scambio tra sostegno elettorale e favori all' organizzazione. A giudizio dei pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio, che hanno parlato per otto udienze, il patto aveva trasformato in Sicilia la corrente andreottiana in una "struttura di servizio" della mafia. Sono "tesi raccapriccianti", ha ribattuto la difesa che ha impegnato undici udienze e una memoria di oltre 1200 pagine per ribattere punto per punto alle contestazioni rivolte al senatore. Lo scontro più forte, in un clima tutto sommato composto, si è sviluppato attorno al contributo dei pentiti. Fino al 28 novembre 2002 erano 27 quelli che avevano parlato dei presunti rapporti tra Andreotti e la mafia: da Tommaso Buscetta, che si decise a parlare del senatore solo a partire dal 1993, a Balduccio Di Maggio, l'uomo che ha descritto la scena di un incontro suggellato da un "bacio" tra Andreotti e Totò Riina. Quando la discussione stava per concludersi, sono arrivati altri due collaboratori: uno ritenuto affidabile, Antonino Giuffrè, braccio economico di Bernardo Provenzano; e un altro accusato di essere un depistatore, Pino Lipari, consulente economico di Totò Riina. Hanno portato in aula due verità contrapposte. Giuffrè ha confermato il ruolo di Andreotti quale "referente politico" di Cosa nostra. Lipari ha sostenuto invece che il senatore "non voleva neppure sentire parlare di mafia". Ma quelle di Lipari sono state giudicate dall'accusa costruzioni divaganti e depistanti provocando la reazione della difesa che ha sostenuto che è stato ritenuto inattendibile l'unico collaboratore che "non ha accusato Andreotti". Per sentire Giuffrè e Lipari è stato necessario sospendere la discussione e riaprire l'istruzione dibattimentale, ultimo colpo di scena di una vicenda giudiziaria cominciata nel marzo di 10 anni fa con la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dalla Procura.

2 maggio 2003 - ANDREOTTI ASSOLTO IN APPELLO A PALERMO
ANSA:
La Corte di Appello di Palermo ha confermato l' assoluzione del senatore Giulio Andreotti dal reato di associazione mafiosa.
I giudici hanno diviso il capo d' imputazione in due parti: per i fatti precedenti al 1982, per il quale il senatore a vita era accusato di associazione per delinquere, e quello per il quale e' stato accusato di associazione mafiosa.
Per la prima imputazione i giudici hanno dichiarato prescritto il reato, mentre per l' accusa di associazione mafiosa hanno confermato l' assoluzione.
Il presidente Salvatore Scaduti, durante la lettura dei dispositivo, non ha mai citato la parola assoluzione. Per questo motivo, l' avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Andreotti, ha subito gridato in aula "assolto, assolto".

Ecco il dispositivo della sentenza della Corte di Appello di Palermo, sezione prima, con la quale e' stata confermata l' assoluzione del senatore a vita Giulio Andreotti.
"La Corte, visti gli articoli 416, 416-bis, 157 e seguenti, codice penale; 531 e 605 codice di procedura penale; in parziale riforma della sentenza resa il 23 ottobre 1999 dal Tribunale di Palermo nei confronti di Andreotti Giulio e appellata dal procuratore della Repubblica e dal procuratore generale, dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A della rubrica, commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza. Visto l' articolo 544, comma 3, codice di procedura penale; indica in giorni 90 il termine entro il quale verranno depositate le motivazioni della sentenza".

LA STORIA DI 10 ANNI
Fu una telefonata di Giovanni Spadolini nel pomeriggio del 27 marzo 1993 a informare Giulio Andreotti che la Procura di Palermo aveva chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Era la prima tappa di una vicenda giudiziaria che dopo dieci anni giunge all' epilogo del processo d' appello.
Lo stesso Andreotti diede notizia dell' accusa e forni' un' anticipazione della sua linea difensiva: "Accusare me di mafia e' paradossale. Come governo, e anche in prima persona, ho adottato contro i mafiosi duri provvedimenti e proposto leggi severissime ed efficaci. Dovevo attendermi la loro vendetta e, in un certo senso, e' meglio cosi' che con la lupara".
L' autorizzazione a procedere, che Andreotti stesso sollecito', venne concessa il 30 giugno 1993. Furono esclusi gli "intenti persecutori". La fase preliminare dell'inchiesta si concluse il 2 marzo 1995 con il rinvio a giudizio per associazione mafiosa: l'imputazione originaria di concorso fu nel frattempo modificata.
Il "processo del secolo", come venne definito, comincio' nell' aula bunker dell'Ucciardone il 26 settembre 1995. Prima di entrare in aula Andreotti fece sapere: "Sono sereno, la fede mi aiuta. Spero che finisca presto". Ma il dibattimento ebbe poi tempi lunghi. Dopo oltre quattro anni e 250 udienze, durante le quali furono sentiti 360 testimoni e 35 pentiti, il 19 gennaio 1999 comincio' la requisitoria dei pubblici ministeri Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte. Si concluse dopo 23 udienze, l' 8 aprile 1999, con la richiesta di condanna a 15 anni.
La difesa entro' in scena il 18 maggio 1999, impiegando 24 udienze per chiedere l'assoluzione. Il tribunale, presieduto da Francesco Ingargiola, si riuni' per 11 giorni in camera di consiglio per emettere il 23 ottobre 1999 la sentenza: assoluzione perche' il fatto non sussiste.
Era solo il primo atto. Il 16 maggio 2000 furono depositate le motivazioni (oltre 4 mila pagine) che suscitarono forti polemiche tra la Procura e uno dei componenti del collegio: Salvatore Barresi, estensore della sentenza, si e' pure dimesso dall' Associazione magistrati. Ma le polemiche sono poi rientrate e con esse anche le dimissioni.
In un clima molto piu' disteso, come ha detto il presidente Salvatore Scaduti prima di entrare in camera di consiglio, il giudizio d'appello e' cominciato il 19 aprile 2001, ma l' udienza e' stata subito rinviata all' 11 ottobre 2001. Andreotti, che partecipava alla campagna elettorale per le politiche, ha scritto una lettera per motivare la sua assenza: "Il particolare momento politico darebbe lo spunto per attirare attorno alla mia persona un interesse diverso da quel che negli passati sono sempre riuscito a evitare venendo a Palermo in punta di piedi e senza creare confusione".
In appello si e' riaperta, su richiesta di accusa e difesa, l'istruzione dibattimentale. Il 25 ottobre 2001 e' cominciata la requisitoria dei pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio. E' proseguita per otto udienze e si e' conclusa il 14 marzo 2002 con una richiesta di condanna a 10 anni: cinque in meno rispetto alla richiesta di primo grado "per rispetto all'eta' dell' imputato".
Le arringhe, cominciate il 18 aprile 2002, sono proseguite per undici udienze. Intanto il 16 gennaio 2003 la corte, presieduta da Salvatore Scaduti, ha dovuto sospendere la discusione per sentire il collaboratore Antonino Giuffre'. Il 14 marzo 2003 e' toccato all'aspirante collaboratore Pino Lipari.
Ripresa la discussione, il 4 aprile 2003 la difesa ha chiesto l' assoluzione di Andreotti perche' il fatto non sussiste. Non e' detto pero' che, dopo dieci anni, oggi il "processo del secolo" si possa considerare definitivamente concluso.

L'ACCUSA, PATTO SCELLERATO CON BOSS
Pur di accrescere il proprio consenso elettorale Giulio Andreotti avrebbe stretto con la mafia un patto scellerato. Parte da questo punto fermo la costruzione dell' accusa che da dieci anni viene rivolta dalla magistratura palermitana al senatore a vita.
La necessita' di estendere l' influenza della sua corrente fino al 1970 confinata nel "ghetto laziale", e di riflesso il suo potere, avrebbe indotto Andreotti a sviluppare un organico sistema di relazioni con i vertici mafiosi basato sullo scambio tra voti e favori. "Rapporto sinallagmatico" lo hanno definito i pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio nel corso della requisitoria conclusa con la richiesta di condanna a 10 anni per associazione mafiosa.
Strumento di queste presunte relazioni pericolose tra lo statista e Cosa Nostra sarebbe stata la corrente andreottiana che da componente importante della Dc sarebbe stata ridotta a "struttura di servizio" per i capi della mafia siciliana. E Andreotti avrebbe assunto il ruolo di "referente politico" dell' organizzazione, pronto ad assecondarne i disegni criminali e a spendere la sua autorevolezza per garantirne l' impunita'.
La tesi di fondo dell'accusa, alimentata dalle dichiarazioni di 37 pentiti, da Tommaso Buscetta a Nino Giuffre', individua come figure centrali del rapporto tra Andreotti e la mafia l'eurodeputato Salvo Lima, capo della corrente in Sicilia ucciso nel 1992, e gli esattori Nino e Ignazio Salvo. Nel ruolo di mediatori, Lima e i Salvo si sarebbero adoperati da un lato per organizzare il consenso e dall'altro per rappresentare al grande "referente" le richieste e le "necessita'" della mafia. In alcune occasioni Andreotti avrebbe perfino incontrato personalmente i boss Stefano Bontade nel 1979 e Toto' Riina nel 1987.
L' episodio piu' controverso, ritenuto comunque attendibile dall' accusa, e' quello raccontato da Balduccio Di Maggio: un faccia a faccia tra Andreotti e Riina che sarebbe stato suggellato da un bacio. L' incontro viene considerato come il momento culminante dello "scambio". Sarebbe stato sollecitato per chiedere al senatore il "favore" piu' grande: l' "aggiustamento" del maxi processo. La mafia giungeva all' appuntamento in posizione di forza. Aveva gia' mandato alla Dc un "avvertimento" dirottando sul Psi e sui radicali un consistente pacchetto di voti. E poteva fare quella richiesta, sostiene ancora l'accusa, perche' Andreotti aveva buoni rapporti con il giudice Corrado Carnevale. Ma l'aspettativa di una "positiva conclusione" del processo sarebbe stata frustrata dal fatto che, cambiato il presidente della corte, Carnevale non avrebbe piu' avuto il controllo del processo.
Confermate le condanne per la "cupola", Cosa nostra avrebbe inviato ad Andreotti un altro terrificante messaggio con l'uccisione prima di Salvo Lima e poi di Ignazio Salvo. Il "patto" con la mafia sarebbe stato, dice ancora l' accusa, mascherato da una "antimafia di facciata". La legislazione antimafia degli anni '80 non sarebbe opera sua. Andreotti si sarebbe limitato a "non ostacolare" l' introduzione di nuove misure contro i boss assumendo una "posizione neutra". E tanto bastava a tenere a bada i boss disposti a sopportare il "sacrificio" di una compressione della liberta' personale in vista di obiettivi strategici piu' importanti.

LA DIFESA, NESSUN DOPPIO GIOCO
Con una coerenza che non concede
nulla all' accusa, la difesa di Andreotti si e' impegnata in una demolizione sistematica dell' impianto del processo. I punti focali della sua linea sono riepilogati in una memoria di 1272 pagine depositata un mese fa. Nel dossier tutti temi della vicenda giudiziaria sono rivisitati nell'ottica di una radicale contestazione delle tesi accusatorie giudicate "inconsistenti" oppure basate su "fatti inesistenti".
Alla base di tutto viene rimarcato l'impegno di Andreotti contro le cosche. Le iniziative legislative antimafia adottate dai suoi governi non sarebbero il frutto di una politica del "doppio gioco" o del "doppio binario" ma di una scelta "contraria agli interessi di Cosa Nostra". La contestazione piu' radicale viene rivolta al racconto del "bacio" che il senatore avrebbe scambiato con Toto' Riina, stando al racconto di Balduccio Di Maggio. L' incontro non poteva materialmente avvenire, sottolinea la difesa che con una minuziosa ricostruzione dei movimenti del senatore si e' impegnata a dimostrare che quel giorno l'agenda di Andreotti era gia' molto fitta di impegni pubblici. In ogni caso non ci sarebbe stato alcuno "scambio" da concludere ne' promesse da fare.
La difesa nega anche che possano esserci "buchi neri" nella ricostruzione dei viaggi del senatore la cui notorieta' non gli avrebbe consentito di organizzare incontri riservati con i boss aggirando il controllo del servizio di sicurezza. In sostanza, scrivono gli avvocati Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e Giulia Buongiorno, "di volta in volta i fatti indicati dall'accusa come prove della partecipazione non sono mai accaduti; le propalazioni accusatorie sono rimaste prive di qualsiasi riscontro; le asserzioni provenienti dai vari collaboranti sono frutto di congetture personali quando addirittura non sono pure invenzioni e falsita'".
La conoscenza con gli esattori Nino e Ignazio Salvo, negata sin dall'inizio, viene esclusa anche sul piano poli tico: appartenevano alla corrente dorotea e da Andreotti non hanno mai avuto attenzioni legislative. Salvo Lima invece era si' un esponente di rilievo della corrente andreottiana, ma la sua adesione non ne accrebbe l'influenza e non contribui' a darle una proiezione nazionale. Andreotti era gia' un uomo di Stato e semmai fu proprio Lima a ricavarne autorevolezza e prestigio. La tesi contraria dell'accusa viene bollata come una pura "eresia storica". E comunque, sottolineano i difensori nella memoria, "l' ingresso di Lima nella corrente non ha prodotto cio' che avrebbe consentito di considerare Andreotti a disposizione di Cosa Nostra".
L'attacco ai numerosi pentiti che hanno parlato del senatore e' radicale e severo. Tutti avrebbero affastellato bugie e mezze verita', molti hanno riferito testimonianze di seconda mano, nessuno sarebbe riuscito a raccontare fatti concreti. Anche Tommaso Buscetta viene bersagliato dalle critiche. In aula la difesa ha anche accusato la Procura di avere "suggerito" al pentito storico il modo di risolvere una contraddizione nella ricostruzione di un presunto incontro di Andreotti con il boss Gaetano Badalamenti. Doveva servire ad "aggiustare" un processo al cognato del boss.
Dopo avere protestato la sua "indisponibilita'" nei confronti della mafia, nella sua ultima autodifesa in aula il senatore non ha rinunciato alla sua consueta ironia: "Per tante cose lassu' dovro' fare affidamento sulla Misericordia. Quaggiu' chiedo solo giustizia".

TAPPE VICENDA GIUDIZIARIA
Sono trascorsi piu' di dieci anni dal giorno in cui la Procura di Palermo ha inviato a Giulio Andreotti un avviso di garanzia per associazione mafiosa e chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere. Ecco una cronologia essenziale della vicenda giudiziaria.
27 marzo 1993: la Procura di Palermo invia ad Andreotti un avviso di garanzia per associazione per delinquere e concorso in associazione mafiosa.
30 giugno 1993: la Giunta del Senato concede, su richiesta dello stesso Andreotti, l'autorizzazione a procedere.
21 maggio 1994: la Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio del senatore.
2 marzo 1995: cambiata l'imputazione originaria, Andreotti e' rinviato a giudizio per associazione mafiosa.
26 settembre 1995: nell'aula bunker dell'Ucciardone, a Palermo, comincia il processo di primo grado.
8 aprile 1999: il pm Roberto Scarpinato chiede la condanna di Andreotti a 15 anni.
23 ottobre 1999: dopo 11 giorni di camera di consiglio, la quinta sezione del tribunale di Palermo presieduta da Francesco Ingargiola assolve Andreotti perche' il fatto non sussiste.
16 maggio 2000: il tribunale rende note le motivazioni della sentenza.
19 aprile 2001: comincia il processo d'appello ma l'udienza viene subito rinviata all' 11 ottobre 2001.
25 ottobre 2001: comincia la requisitoria; proseguira' per otto udienze.
14 marzo 2002: il pg Anna Maria Leone chiede la condanna diAndreotti a 10 anni.
18 aprile 2002: cominciano le arringhe difensive; proseguiranno per undici udienze.
16 gennaio 2003: la corte presieduta da Salvatore Scaduti sospende la discusione per sentire il collaboratore Antonino Giuffre'.
14 marzo 2003: audizione dell' aspirante collaboratore Pino Lipari, descritto dall' accusa come un "depistatore".
4 aprile 2003: la difesa chiede l'assoluzione di Andreotti perche' il fatto non sussiste e deposita una memoria di oltre 1200 pagine.

ANDREOTTI: COME FUNZIONA LA PRESCRIZIONE / SCHEDA
L' istituto della prescrizione, e cioe' l' estinzione del reato a causa del lungo periodo di tempo passato dal fatto al momento del processo, e' regolato dagli articoli 157 e seguenti del codice penale, che indica anche i diversi periodi di tempo a secondo del tipo di reato in questione.
"La prescrizione estingue il reato - si legge nell' art.157 cp - 1) in venti anni se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a 24 anni; 2)in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena non inferiore a dieci anni; 3)in dieci anni se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a cinque anni; 4) in cinque anni se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni o la pena della multa".
Nel caso del processo Andreotti, il periodo oltre il quale ci sarebbe stata la prescrizione per il reato di associazione a delinquere semplice, sarebbe di 22 anni e sei mesi, che quindi sarebbe scattata nel dicembre dello scorso anno.

ANDREOTTI: LA DIFFERENZA TRA LE DUE SENTENZE
La sentenza di appello emessa questa sera nei riguardi del senatore Giulio Andreotti modifica dal punto di vista tecnico le conclusioni dei giudici di primo grado.
Nel processo, Andreotti e' sostanzialmente accusato di avere messo a disposizione di Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali dell' organizzazione, "l'influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica". L' accusa, tuttavia, e' articolata in due capi di imputazione:associazione per delinquere "semplice", reato commesso "da epoca imprecisata e fino al 28 settembre 1982"; e associazione per delinquere "di tipo mafioso", reato commesso "a partire dal 29 settembre 1982": cio' in conseguenza dell' introduzione nel codice penale del nuovo reato di "associazione per delinquere di tipo mafioso, art. 416 bis.
Il 23 ottobre 1999 il Tribunale di Palermo aveva assolto Andreotti da entrambi i reati ascrittigli con la formula "perche' il fatto non sussiste", in base al secondo comma dell' articolo 530 del codice di procedura penale, che dice:"Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, e' insufficiente o e' contraddittoria la prova ...".
Oggi la Corte di Appello di Palermo ha compiuto un' ulteriore separazione temporale: ha distinto i fatti commessi fino alla primavera del 1980 da quelli successivi. Per l' associazione per delinquere "semplice" commessa fino alla primavera del 1980 - i giudici di secondo grado hanno dichiarato di non doversi procedere per estinzione del reato per prescrizione (in primo grado anche per tali fatti era stata pronunciata assoluzione); per il resto delle imputazioni e' stata confermata l' assoluzione gia' decisa dal Tribunale.

ANDREOTTI: PM NATOLI, SENTENZA PEGGIORATIVA PER IMPUTATO
La sentenza d' appello e', allo stato "una sentenza in peius per il senatore Andreotti, rispetto al primo grado".
Lo sottolinea l'ex pubblico ministero del primo processo al senatore a vita, Gioacchino Natoli.
"Allo stato, la Corte ha modificato i capi di imputazione - spiega il magistrato - visto che in primo grado il capo A, e cioe' l' accusa di associazione semplice, arrivava fino al settembre del 1982. Invece la corte oggi ha distinto il periodo fino alla primavera del 1980, che coincide con il racconto, fatto dal pentito Marino Mannoia, del secondo incontro tra il senatore Andreotti e i boss Bontade e Inzerillo dopo l' omicidio di Mattarella. La corte sembra quindi dare credito a questa ricostruzione e a questi riferimenti fatti dal collaboratore di giustizia, dal quale pero' l' imputato viene prosciolto per intervenuta prescrizione, che sarebbe maturata nel dicembre 2002. E per quanto riguarda la seconda imputazione, si conferma la sentenza di primo grado, e cioe' il secondo comma dell' art. 530".
"E' quindi una riforma in peggio per Andreotti - conclude Natoli - rispetto al dispositivo di primo grado, che aveva coperto l' intero periodo con una sostanziale insufficienza di prove".

ANDREOTTI: UN'ASSOLUZIONE CON L'AMARO IN BOCCA
Giulia Bongiorno esulta urlando 'grande, Presidente, grande', il suo maestro Franco Coppi e' piu' cauto: 'per capire la prescrizione aspettiamo le motivazioni', il legale palermitano Gioacchino Sbacchi parla di 'soddisfazione, ma con l'amaro in bocca': la gioia del collegio di difesa per la nuova vittoria professionale e' macchiata da una prescrizione che nessuno prevedeva. Dopo dieci anni il senatore Giulio Andreotti ha avuto confermata l'assoluzione per l'associazione mafiosa, ma e' stato dichiarato prescritto il reato di associazione a delinquere semplice, commesso, secondo la procura di Palermo, ha sottolineato il presidente Scaduti nel dispositivo, sino alla primavera del 1980. Che vuol dire? Secondo i pg Daniela Giglio ed Anna Maria Leone la corte non ha escluso 'la sussistenza del reato fino, appunto, al 1980'. Gioacchino Natoli, pm in primo grado, ex membro del Csm e sostituto della Procura di Grasso e' ancora piu' esplicito: "Allo stato, la Corte ha modificato i capi di imputazione - ha detto il magistrato - visto che in primo grado il capo A, e cioe' l' accusa di associazione semplice, arrivava fino al settembre del 1982. Invece la corte oggi ha distinto il periodo fino alla primavera del 1980, che coincide con il racconto, fatto dal pentito Marino Mannoia, del secondo incontro tra il senatore Andreotti e i boss Bontade e Inzerillo dopo l' omicidio di Mattarella. La corte sembra quindi dare credito a questa ricostruzione e a questi riferimenti fatti dal collaboratore di giustizia, dalla quale pero' l' imputato viene prosciolto per intervenuta prescrizione, che sarebbe maturata nel dicembre 2002. E per quanto riguarda la seconda imputazione, si conferma la sentenza di primo grado, e cioe' il secondo comma dell'art.530". Parole forti, che, se confermate dalle motivazioni, dividerebbero il verdetto nei confronti del senatore a vita in due tronconi, offrendo un'immagine bifronte dell'imputato: legato a Cosa Nostra sino al '80, la mafia perdente di Stefano Bontade, quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa introdotto con la legge Rognoni La Torre nel 1982; svincolato ed, anzi, strenuo avversario della ferocia corleonese di Riina, vincitore della guerra di mafia dopo l'assassinio di Bontade, contro il quale il suo governo fu promotore di un'efficace azione antimafia a causa della quale, per reazione, il boss corleonese aveva addirittura progettato il rapimento di uno dei figli di Andreotti.
In Procura, a Palermo, in molti sottoscrivono questa lettura del verdetto, pur senza rilasciare dichiarazioni ufficiali. Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, pm di primo grado, che per l'imputato avevano chiesto la condanna a quindici anni di reclusione, non parlano. E non parlano neanche il procuratore Pietro Grasso, che presenzio' alla lettura del verdetto di primo grado, quattro anni fa, ed il procuratore generale Salvatore Celesti, a capo dell'ufficio che ha sostenuto in appello l'accusa contro il senatore a vita. Negli ambienti giudiziari sottolineano, anzi, condividendo la posizione del pm Natoli, che la prescrizione, fermata dalla corte all'80 e non estesa, come prevede il capo d'imputazione, sino al 29 settembre del 1982, data di entrata in vigore della legge Rognoni La Torre (e cioe' quando il reato di mafia entro' a pieno titolo nel codice penale) sottolinea una difformita' di giudizio rispetto ad uno degli episodi centrali dell'accusa, i due presunti incontri dell'imputato con il boss Stefano Bontade, avvenuti a Palermo e nel messinese a cavallo dell'uccisione del Presidente della Regione Santi Mattarella, avvenuta nel 1980 raccontati dal pentito Francesco Marino Mannoia, in un caso testimone oculare. In primo grado, pur senza demolire l'attendibilita' di Mannoia, il Tribunale presieduto da Francesco Ingargiola aveva ritenuto non sufficientemente provati i due incontri. La decisione della corte, che ha fermato la prescrizione proprio alla primavera del 1980, fanno notare in Procura, fa ritenere che i giudici non la pensino allo stesso modo. Gli avvocati, ovviamente, respingono questa interpretazione, sostenendo che bisogna attendere le motivazioni per comprendere i motivi della prescrizione, che puo' essere legata, sostengono, anche ad un fatto tecnico. Per decidere la corte presieduta da Salvatore Scaduti, soprannominato dagli avvocati 'Toto' il rosso', per il colore fulvo dei suoi capelli, ha impiegato poco piu' di otto ore: i giudici sono entrati in camera di consiglio alle 9.45 e ne sono usciti alle 18. Prima di ritirarsi Scaduti ha dato atto, con una dichiarazione inusuale, alle parti, all'accusa e alla difesa, ma anche ai giornalisti che hanno seguito il dibattimento, di avere svolto con civilta' e stile il proprio compito. Parole, ha detto l'avvocato Coppi, rivolte ad altri dibattimenti.

"Il Nuovo"
Andreotti, sentenza di assoluzione
Si è concluso il processo palermitano al senatore a vita, in primo grado ci fu l'assoluzione per "insufficienza di prove".
PALERMO - Il processo d'appello a Giulio Andreotti è giunto alla tappa finale. La corte, presieduta da Salvatore Scaduti, si è riunita in camera di consiglio per la sentenza. Il senatore a vita è stato assolto, confermata così la sentenza di primo grado. La decisione è stata resa nota alle sei del pomeriggio.
Prima di ritirarsi in camera di consiglio, il presidente Scaduti si è rivolto ai rappresentanti dell'accusa e della difesa: "In questo doloroso e sanguinoso momento del contrasto tra potere politico e giudiziario voi avete dato al Paese, durante lo svolgimento di questo processo, un esempio di serena e auspicabile dialettica processuale". Il giudice, in modo poco rituale, ha letto anche una dichiarazione della Corte scritta in precedenza, e ha sottolineato che il giudizio viene a conclusione di un dibattimento che si è svolto sotto "un alto e dotto profilo del comportamento di accusa e difesa".
I giudici hanno diviso il capo d' imputazione in due parti: per i fatti precedenti al 1982, per il quale il senatore a vita era accusato di associazione per delinquere, e quello per il quale è stato accusato di associazione mafiosa. Per la prima imputazione i giudici hanno dichiarato prescritto il reato, mentre per l' accusa di associazione mafiosa hanno confermato l' assoluzione.
Andreotti non era in aula ma attraverso i suoi legali, si è scusato con una missiva. "Pensavo di essere presente oggi in udienza - ha scritto il senatore a vita - ma i miei avvocati mi hanno rappresentato e consigliato, dato il momento e la previsione di un notevole afflusso di giornalisti che sarebbero stati di disturbo, di non venire. Mi scuso per l' assenza" . Giulio Andreotti ha già reso le sue dichiarazioni spontanee il 28 novembre dell'anno scorso quando per oltre mezz'ora ha proclamato la sua innocenza. "Per tante cose lassù - ha detto - dovrò fare affidamento sulla Misericordia. Quaggiù chiedo soltanto giustizia". In primo grado Andreotti è stato assolto il 23 ottobre 1999 con una formula (secondo comma dell'art. 530 del codice di procedura penale) che ha lasciato spazio alle interpretazioni più controverse. Le prove a suo carico sono state infatti giudicate dal tribunale "insufficienti, contraddittorie e in alcuni casi del tutto mancanti".
L'accusa ha riproposto nel dibattimento di secondo grado, cominciato il 19 aprile 2001, tutte le sue argomentazioni a sostegno della tesi di fondo che attribuisce ad Andreotti un patto scellerato con Cosa nostra: un rapporto di scambio tra sostegno elettorale e favori all' organizzazione. A giudizio dei pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio, che hanno parlato per otto udienze, il patto aveva trasformato in Sicilia la corrente andreottiana in una "struttura di servizio" della mafia. Sono "tesi raccapriccianti", ha ribattuto la difesa che ha impegnato undici udienze e una memoria di oltre 1200 pagine per ribattere punto per punto alle contestazioni rivolte al senatore. Lo scontro più forte, in un clima tutto sommato composto, si è sviluppato attorno al contributo dei pentiti. Fino al 28 novembre 2002 erano 27 quelli che avevano parlato dei presunti rapporti tra Andreotti e la mafia: da Tommaso Buscetta, che si decise a parlare del senatore solo a partire dal 1993, a Balduccio Di Maggio, l'uomo che ha descritto la scena di un incontro suggellato da un "bacio" tra Andreotti e Totò Riina. Quando la discussione stava per concludersi, sono arrivati altri due collaboratori: uno ritenuto affidabile, Antonino Giuffré, braccio economico di Bernardo Provenzano; e un altro accusato di essere un depistatore, Pino Lipari, consulente economico di Totò Riina. Hanno portato in aula due verità contrapposte. Giuffré ha confermato il ruolo di Andreotti quale "referente politico" di Cosa nostra. Lipari ha sostenuto invece che il senatore "non voleva neppure sentire parlare di mafia". Ma quelle di Lipari sono state giudicate dall'accusa costruzioni divaganti e depistanti provocando la reazione della difesa che ha sostenuto che è stato ritenuto inattendibile l'unico collaboratore che "non ha accusato Andreotti". Per sentire Giuffré e Lipari è stato necessario sospendere la discussione e riaprire l'istruzione dibattimentale, ultimo colpo di scena di una vicenda giudiziaria cominciata nel marzo di 10 anni fa con la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dalla Procura.

3 maggio 2003 - SENTENZA ANDREOTTI: DAI GIORNALI
"Brescia Oggi"
A Perugia una condanna in attesa della Cassazione
Perugia. Assolto in appello ieri a Palermo, Andreotti ha ancora però una posizione "aperta" nel processo Pecorelli di Perugia. Qui il senatore a vita è stato assolto con formula piena in primo grado, il 24 settembre del 1999, e poi condannato a 24 anni in appello insieme a Gaetano Badalamenti, il 17 novembre scorso, perchè considerato l'ideatore dell'omicidio. Un percorso che però non è ancora terminato. Il 26 marzo, infatti, i suoi difensori hanno presentato ricorso in Cassazione chiedendo l'annullamento senza rinvio dell'ultima sentenza, cioè la sua assoluzione definitiva (lo stesso hanno fatto i legali di Badalamenti). La decisione dei Supremi giudici - ai quali è ricorso anche il pm contro il proscioglimento in primo e secondo grado degli altri quattro imputati - è attesa nei prossimi mesi. Secondo la Corte d'assise d'appello di Perugia l'omicidio di Mino Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo del 1979, venne commesso nell' interesse di Andreotti. Il senatore - hanno sostenuto i giudici - "aveva un forte interesse" a che il direttore di "Op " "non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita".

"Il Corriere della sera"
E quel dubbio finale accontenta la Procura
di GIOVANNI BIANCONI
PALERMO - La partita tra Giulio Andreotti e chi l'ha accusato di aver servito gli interessi della mafia si chiude dopo dieci anni e un mese dal primo avviso di garanzia inviato al senatore a vita. Manca il timbro della Cassazione, ma a meno di clamorosi "tempi supplementari" i processi di merito sono finiti. E il vincitore sembra lui, il sette volte presidente del Consiglio. Nel corridoio del primo piano del Palazzo di giustizia palermitano i suoi avvocati esultano. Ma due rampe di scale più su, negli uffici della Procura, non si respira aria di sconfitta. Anzi. Un po' a sorpresa, i pochi pubblici ministeri ancora al lavoro in un venerdì pomeriggio quasi estivo sono tutt'altro che abbattuti: la "parziale riforma" del verdetto del tribunale viene vissuta come una mezza vittoria. A giudizio dei pm, alcune prove esibite davanti alla Corte d'Appello sono state valutate fondate e forse sufficientemente riscontrate, ma il reato - a venti e più anni di distanza - è ormai prescritto.
Il groviglio di numeri e formule del dispositivo letto in aula dal presidente della Corte d'Appello dà spazio a diverse interpretazioni, ma per adesso - in attesa delle motivazioni previste per fine luglio e poi del timbro della Cassazione - sembra che i giudici d'Appello abbiano apposto il timbro del dubbio sull'assoluzione dell'imputato di mafia Giulio Andreotti. Perché a differenza dei giudici di primo grado, non hanno assolto il senatore tout court , bensì hanno voluto distinguere i due reati di cui era accusato l'ex presidente del Consiglio: quello di associazione per delinquere di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale) in vigore dal 29 settembre 1982, quando fu approvata la legge che ha introdotto questo nuovo reato, e l'associazione per delinquere "semplice" (articolo 416), per il periodo precedente.
Per il 416 bis l'imputato è stato assolto come in primo grado, a causa di prove contraddittorie o insufficienti, mentre per il 416 "non si deve procedere" a causa della prescrizione.
Attenzione, però: non fino al settembre '82, quando il reato è cambiato, bensì fino "alla primavera del 1980".
Il particolare è importante, perché la "primavera del 1980" è il periodo in cui uno dei principali pentiti accusatori di Andreotti, Francesco Marino Mannoia, fissa il secondo presunto incontro tra il senatore e l'ex boss mafioso Stefano Bontade al quale avrebbe assistito personalmente. Per i magistrati della Procura questo vuol dire che le prove raccolte fino a quel momento (non solo le dichiarazioni di Marino Mannoia, ma pure quelle di Buscetta su un presunto faccia a faccia tra Andreotti e il boss Badalamenti) esistono, ma non sono più utilizzabili. "E' la stessa cosa accaduta a Berlusconi nel processo Previti", dice un magistrato che preferisce non comparire ufficialmente, mentre ufficialmente il sostituto procuratore Gioacchino Natoli (tra i pm d'udienza nel primo processo) dichiara: "E' una sentenza in peius per Andreotti, rispetto al primo grado". E questa interpretazione ben si "incastra" con le valutazioni della Corte d'Assise d'Appello di Perugia che per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli (marzo 1979) ha condannato Andreotti e Badalamenti.
Naturalmente i difensori del senatore a vita sostengono tutt'altra tesi: la prescrizione prevale, secondo loro, sull'insufficienza di prove e solo per questo i giudici hanno fatto la distinzione. "A me interessa il risultato finale", taglia corto l'avvocato Franco Coppi.
Ma il risultato finale, al di là delle interpretazioni di parte, è che Andreotti non è stato condannato. E per adesso resta il dubbio (che solo le motivazioni della sentenza potranno sciogliere) sulla sua condotta, almeno fino alla primavera del 1980.
Particolare di non poco conto, in un processo che s'è intrecciato con la storia d'Italia dell'ultimo mezzo secolo. Come non è di poco conto che con il processo Andreotti si chiude forse definitivamente una stagione dell'Antimafia che ha introdotto polemiche e tossine non solo nel Paese, ma pure nella Procura di Palermo.
Il procuratore Grasso, successore di Caselli che firmò l'avviso di garanzia per Andreotti, volle essere presente alla lettura del primo verdetto, ma poi non firmò il ricorso in appello. E a differenza che in altri dibattimenti complessi (da quelli sulle stragi del '92 al processo Pecorelli) in secondo grado gli accusatori non sono stati affiancati da magistrati della Procura. E' stato solo un caso oppure una presa di distanza della nuova gestione dalla vecchia? E' un altro dubbio lasciato in eredità, dopo dieci anni e un mese, da una vicenda giudiziaria che ha comunque segnato la storia d'Italia.
Giovanni Bianconi

"Il Messaggero"
"Con la mafia fu solo un patto politico"
Macaluso: giusto assolverlo dalle responsabilità penali, che non sono provate
di GIANNI GIOVANNETTI
ROMA - Allora, onorevole Macaluso, nessun "patto scellerato" di Andreotti con la mafia: come commenta?
"Io penso che un patto politico con la mafia l'abbiano stretto tutti i governi, dall'unità d'Italia ad oggi, quindi anche la Dc, quindi anche Andreotti. Ma l'accusa secondo la quale questo patto si configurasse come associazione a delinquere mafiosa, era sbagliata. Per questo è giusta l'assoluzione di Andreotti".
Ma 10 anni di processo e 37 pentiti a carico, non sono poca cosa...
"Certo che no. Ma se penso a quei pentiti che si sono screditati da sè, tipo quel Di Maggio che commetteva delitti mentre godeva della libertà di pentito, bèh c'è di che riflettere. In ogni caso quello che è mancato nel processo ad Andreotti è stato il rapporto tra le cose che raccontavano i pentiti e i riscontri fattuali: cioè, non ce n'erano. Dunque la sentenza rispetta un principio cardine di civiltà giuridica, secondo il quale un'accusa senza riscontri non ha valore".
Berlusconi dice che è stato "liquidato" un altro teorema giustizialista, condivide?
"No, per niente. In quanto il processo Andreotti non è stato costruito sul nulla. Il problema è che il filo che separa le responsabilità politiche da quelle penali è sottile e, in questo caso, quel filo non è dimostrato che sia stato travalicato. Si può considerare un azzardo l'aver iniziato quell'azione penale, ma non che fosse un teorema".
Insomma, Andreotti assolto e Caselli condannato?
"Anche qui, io resto convinto del valore della dialettica processuale ed ho sempre creduto nella buona fede di Caselli, che è un ottimo magistrato. Forse ha commesso l'errore di avviare il processo. Un mio libro si concludeva con un ammonimento: attenzione - scrivevo -, se Andreotti viene assolto, verrà santificato anche politicamente. E così è stato".
Gli ex democristiani esultano: la Dc non era mafiosa
"Era ed è una sciocchezza quel luogo comune che identifica la Dc con la mafia. C'è stato tuttavia un momento in cui la Dc ha inquinato se stessa pensando che, per mantenere il proprio blocco politico e sociale, si potesse usare per questo anche la mafia. Ma non l'ha pensato solo Andreotti. L'hanno pensato Fanfani, Moro e tutti quei governi democristiani che hanno fatto ricorso all'antica logica del potere. E' su questa equivoca duplicità, politica-mafia, che fonda la responsabilità della Dc".
Deve ricredersi oggi quella sinistra che ha considerato Andreotti un Belzebù?
"La sinistra ha fatto bene a dare battaglia politica su questo terreno della tolleranza alla mafia, anche nei confronti di Andreotti. Ha fatto male a pensare di poter risolvere il nodo politico, battendo le mani all'azione giudiziaria".
La pensa come Berlusconi che vi accusa di voler usare la via giudiziaria per liberarvi del suo governo?
"Non la penso ovviamente come lui, ma se nella sinistra c'è ancora qualcuno che crede di poter risolvere il nodo-Berlusconi per via giudiziaria, sbaglia di grosso. Berlusconi va battuto politicamente".
La vicenda giudiziaria Berlusconi-Previti e quella Andreotti: nota anche lei una certa differenza di stile nelle reazioni al pronunciamento dei giudici?
"Qui non è questione di stile, ma di concezione dello Stato che manca completamente al presidente del Consiglio e ai suoi colleghi. Non si può dare valenza politica a una vicenda giudiziaria squisitamente privata: chi lo fa, rivestendo una carica pubblica così rilevante, commette un abuso inaudito".

5 maggio 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: ASSENTI GIUSTIFICATI SANTORO E PAOLO BERLUSCONI
ANSA:
Alberto Dell' Utri, fratello del senatore Marcello (FI), si e' avvalso della facolta' di non rispondere, perche' "prossimo congiunto", davanti ai giudici del tribunale che stanno processando il parlamentare accusato di concorso in associazione mafiosa.
Il fratello del senatore era stato citato dalla difesa di Gaetano Cina', coimputato di Dell' Utri, ed e' comparso oggi dopo che il presidente Leonardo Guarnotta lo aveva citato in aula per due volte. E' presente all' udienza Marcello Dell' Utri.
Il giornalista Michele Santoro e l' imprenditore Paolo Berlusconi, fratello del presidente del Consiglio, citati per oggi come testi, non si sono presentati all' udienza del processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa. Entrambi hanno giustificato la loro assenza.
L' avvocato Enrico Trantino, uno dei difensori del senatore, ha annunciato al tribunale che Paolo Berlusconi potrebbe avvalersi della facolta' di non rispondere perche' "fratello dell' ex indagato di reato collegato archiviato". Il riferimento e' a Silvio Berlusconi che era stato iscritto nel registro degli indagati della Dda di Palermo, ma la sua posizione venne poi archiviata dal gip. I giudici si sono riservati di dare una risposta alla prossima udienza, quella del 12 maggio, in cui e' stato nuovamente citato l' imprenditore milanese.
Il tribunale ha ascoltato il senatore Romano Comincioli (Fi), che ha risposto alle domande dei difensori e dei pm Nico Gozzo e Antonio Ingroia, sui suoi rapporti d'affari con Silvio Berlusconi e con Marcello Dell' Utri. In particolare e' stato trattato un investimento immobiliare fatto in Sardegna piu' di vent'anni fa.
Dell' Utri ha quindi chiesto ed ottenuto di fare spontanee dichiarazioni, ed ha spiegato ai giudici il motivo per il quale l' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda avrebbe "iniziato ad odiarlo". Il senatore ha ricordato la falsa vendita di una filiale della 'Bresciano costruzioni' che stava realizzando in Siria nel 1978 l' autostrada che collegava Aleppo a Damasco, che sarebbe stata fatta da Rapisarda e che Dell' Utri avrebbe scoperto e denunciato. "Gli atti di questo affare - ha detto il parlamentare - saranno depositati nel processo. Si tratta di un falso che Rapisarda ha fatto per consegnare l' impresa ad un gruppo di imprenditori venezuelani. Dimostrare tutto cio' ai giudici puo' servire a far comprendere chi e' veramente Rapisarda".
Il processo e' stato rinviato al 12 maggio prossimo.

7 maggio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: PENTITO CIRFETA
"La Gazzetta del sud"
Processo Dell'Utri Pentito depone in favore del senatore, per la diffamazione ai giudici di Palermo
"Mi proposero di accusare anche Berlusconi"
"Alcuni collaboratori di giustizia mi proposero di accusare falsamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri". Lo ha dichiarato il pentito Cosimo Cirfeta ascoltato come imputato di reato connesso nell'ambito del processo in corso davanti al giudice Enrico Gallucci del Tribunale di Roma che vede l'attuale senatore di Forza Italia a giudizio per diffamazione nei confronti dei magistrati Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Mauro Terranova, Lia Sava e Ulberto De Giuglio che in un'intervista del '99 erano sati definiti da Dell'Utri "pazzi come Milosevic" all'indomani della richiesta di custodia cautelare formulata nei suoi confronti dalla Procura di Palermo. Cirfeta, convocato su iniziativa della difesa, ha spiegato di essere "entrato in familiarità", durante la sua detenzione nel carcere di Rebibbia nel giugno del '97, con Francesco Onorato e Giuseppe Guglielmini "che stavano concordando false dichiarazioni assieme a Francesco Di Carlo. In carcere era possibile socializzare: tutte le celle erano aperte dalle 8 alle 11 e tutte le attività, tranne il pranzo, potevano essere fatte in comune. Io rifiutai quella proposta - ha precisato Cirfeta -. E appena uscii dal carcere, nel luglio del '97, la prima cosa che feci fu avvisare il magistrato Giuseppe Capoccia della Dda di Lecce per tutelare la mia scelta collaborativa e la nuova vita lavorativa e sentimentale che mi ero costruito. Lo contattai telefonicamente raccontandogli quanto accaduto. Lui mi disse che appena possibile sarebbe venuto a Roma per verbalizzare le mie dichiarazioni - cosa che non si è mai verificata - e nel frattempo avrei dovuto scrivere e inviargli una lettera dove raccontare per sommi capi quanto successo. La consegnai il 23-24 agosto a un brigadiere del Nop. In seguito a questa lettera fui arrestato senza essere mai sentito". Cirfeta ha anche detto di aver cercato, una volta uscito da Rebibbia, di parlare con Dell'Utri: "A fine agosto rintracciai sulle Pagine Gialle un numero di Publitalia e a una centralinista comunicai che ero un collaboratore di giustizia e che avevo cose importanti da dire a Dell'Utri. Richiamai e riuscii a parlargli. Dell'Utri mi rispose di rivolgermi ai magistrati. Mi disse 'La ringrazio, ma faccia tutto quanto con l'autorità giudiziarià. Successivamente mi sentii con lui che mi chiese se avrebbe potuto parlare della vicenda con i suoi difensori e se avrebbe potuto inserirmi nella lista testi del processo per concorso esterno in associazione mafiosa in corso a Palermo. Gli dissi di sì". Cirfeta ha escluso di essersi incontrato con dell'Utri, ma ha ammesso che, dopo essere stato arrestato di nuovo, fece conoscere al senatore, tra la fine del '97 e l'inizio del '98, tramite un altro collaboratore di giustizia che poteva uscire dal carcere usufruendo di permessi premio, il suo stato di disagio: "Dopo questa vicenda ebbi molti problemi all'interno del carcere. Quindi lo avvisai della persecuzione che subivo sia all'interno che all'esterno con conseguenze per la mia famiglia". "L'esame di Cirfeta - ha commentato l'avvocato Angelo Alessandro Sammarco, ieri in aula assieme al collega Giuseppe Di Peri -, ha dimostrato in pieno la tesi difensiva e cioè che il sentatore Dell'Utri ha reagito con le proprie dichiarazioni rese alla stampa nel momento in cui ha appreso dal medesimo Cirfeta dell'esistenza di un complotto ai suoi danni che sarebbe stato organizzato per coinvolgerlo ingiustamente nelle accuse attualmente oggetto di processo presso il tribunale di Palermo". "Nessuno si è mai preoccupato che i collaboratori di giustizia, che facevano dichiarazioni negli stessi processi siciliani, erano detenuti insieme e potevano parlare tra di loro tranquillamente", ha aggiunto Di Peri. Da parte sua, l'avvocato Paola Parise, che assiste i magistrati costituitisi parte civile, ha sottolineato che "oggi è stata ascoltata una persona imputata di calunnia la cui attendibilità è stata smentita da innumerevoli collaboratori di giustizia e le cui dichiarazioni non hanno alcun valore in relazione alle affermazioni rese dal senatore Dell'Utri e che sono l'oggetto del procedimento".

8 maggio 2003 - BORSELLINO TER; NUOVO PROCESSO AL VIA A CATANIA IL 15 MAGGIO
ANSA:
Comincera' il 15 maggio davanti alla seconda Corte d' Assise d' appello di Catania il nuovo processo a 18 degli imputati del processo Borsellino Ter per i quali il 18 gennaio scorso la VI sezione della Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d' Assise d' appello di Caltanissetta.
I giudici della suprema corte, tra l' altro, hanno annullato con rinvio le assoluzioni dal reato di strage dei boss Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benedetto Santapaola. Nel nuovo processo il boss Giuseppe 'Piddu' Madonia e Giuseppe Lucchese sono imputati soltanto per associazione mafiosa, mentre per strage sono imputati anche Stefano Ganci e Francesco Madonia.
La sentenza della Cassazione si discosto' dai principi affermati dalla sentenza di legittimita' sull' omicidio Lima, che aveva escluso ogni automatismo tra l' appartenenza a Cosa Nostra e la responsabilita' per i delitti eccellenti di ogni capo mandamento, indipendentemente dal fatto che avesse partecipato o meno alle riunioni nelle quali venivano prese le decisioni. In sostanza ha ripreso quota il 'teorema Buscetta' (ogni capomandamento, per il solo fatto di essere tale, e' responsabile di ogni delitto eccellente), come dimostra l' accoglimento del ricorso del Pm per quattro boss, assolti in secondo grado dal delitto di strage (Buscemi, Farinella, Giuffre' e Santapaola), in quanto non si ritenne provata la loro automatica responsabilita' nelle decisioni della 'linea stragista' di Cosa Nostra.

9 maggio 2003 - PROVENZANO: QUATTRO DECENNI DA PRIMULA ROSSA
"Avvenire"
LA LOTTA ALLA MAFIA
Per l'avvocato Traina il ruolo del boss corleonese è praticamente una invenzione. Ma i giudici citano prove che dimostrano il contrario
Bernardo Provenzano, quattro decenni da "primula rossa"
L'uomo ritenuto il capo dei capi di "Cosa nostra" ha fatto perdere le sue tracce fin dal 9 maggio del 1963, esattamente 40 anni fa. Adesso l'imprendibile capobastone ha 70 anni e molti dei suoi uomini di fiducia sono stati arrestati. Parla il suo legale: "Stanno cercando la persona sbagliata"
Da Milano Nello Scavo
Era il nove maggio del 1963 quando Bernardo Provenzano da Corleone si diede alla macchia. Aveva trent'anni, oggi ne ha 70 e di lui c'è solo qualche traccia; "l'odore", dice chi gli è arrivato a un passo. Ma resta imprendibile da 40 anni: un record che sa di smacco e di sfida.
"È singolare che una persona riesca a rimanere latitante per un tempo così lungo. Provenzano è l'unico, che mi risulti". Le risulta anche che, oltre ad essere vivo, goda di buona salute? "Provenzano non è morto! E un dubbio che non ho, i familiari me lo avrebbero comunicato, anche per non continuare a essere perseguitati da tutti questi processi penali". A parlare è Salvatore Traina, l'avvocato storico del patriarca di Corleone. Quanto alla salute "io sono il suo legale, non il suo medico; quello che so è che alcuni collaboratori hanno detto che stava male, poi altri hanno invece dichiarato che Provenzano non ha problemi di salute". Per Traina, Binnu (che è il dominutivo di Bernardo) "è un uomo che avrà il suo "passato", risalente molto in là nel tempo, ma secondo me da diversi decenni non ha alcun rapporto con l'ambiente criminale mafioso. Anzi non è mai stato, e non è, il capo di Cosa nostra".
Magistrati e investigatori la pensano assai diversamente. E per supportare il suo convincimento il legale enumera una serie di fatti. Innanzitutto quella che lui definisce "incertezza giudiziaria" del presupposto che ha motivato le condanne finora comminate, e cioè che Provenzano sia stato ritenuto co-componente della cosiddetta Cupola, "pur non essendo il rappresentante della famiglia di Corleone in seno alla Commissione (secondo il teorema Buscetta i capimandamento, uno per famiglia, siedono nella Commissione che prende collegialmente le decisioni più importanti e il rappresentante dei Corleonesi, da quanto risulta "dalle dichiarazioni di molti collaboratori", era Riina e non Provenzano)". Una volta considerato valido, "seppure illogico e incongruente", questo presupposto è stato "utilizzato per co ndannare Provenzano".
Il vecchio boss è irreperibile da quella mattina di maggio del 1963. In quei mesi tre picciotti di Corleone avevano dichiarato guerra alla vecchia guardia del medico-capomafia Michele Navarra. I loro nomi faranno piegare tante ginocchia: Luciano Liggio, Toto Riina "u curtu" (il corto); e Bernardo Provenzano, "Binnu u tratturi". Era "la trinità di Corleone". Di Bernardo, Liggio diceva che "spara come un dio, però ha il cervello di una gallina". Ma Binnu ha avuto il tempo per prendersi la sua rivincita.
Da allora è un fantasma che ha compiuto 70 anni lo scorso 31 gennaio. Una volpe vissuta a lungo nell'ombra, che ha saputo prendersi un bel vantaggio su chi lo insegue. Nella "Scheda n.16" della Direzione centrale della Polizia criminale, si legge che "è ricercato dal 1992, per associazione di tipo mafioso, la strage di Capaci (Pa), l'attentato di via Fauro (Rm), strage, detenzione e porto di materie esplodenti, furto; concorso in omicidio ed altro". L'avvocato Traina parla e pensa con rapidità, e a sostegno delle sue tesi muove altri aspetti. A cominciare "dall'indigenza economica del Provenzano, tanto da non poter sostenere le spese legali a cui si assomma la modesta posizione nella quale vivono i suoi familiari: è difficile immaginare, come è accaduto, che per mettersi a lavorare e guadagnare qualcosa il figlio di un uomo definito così potente debba invece rinunciare all'università". Gli facciamo notare che quella del boss in apparenza "povero" è un'antica specialità dei capibastone. L'avvocato continua a citare fatti su fatti, e insiste: "Provenzano inteso come il capo della mafia, lo dico sulla base della mia esperienza di difensore, è una balla giornalistica e giudiziaria. Stanno cercando la persona sbagliata".
Messa così Binnu sarebbe un perseguitato. Capace però di nascondersi per quattro decenni, sfuggendo alle trappole che gli investigatori gli disseminano intorno. La grande caccia alla volpe è ancora aperta.

9 maggio 2003 - CINISI RICORDA PEPPINO IMPASTATO
"Il Manifesto"
Cinisi ricorda Impastato
25 anni fa la mafia uccideva Peppino. Il caso è chiuso, ma le minacce continuano
Il forum e Santa Fara No global e i compagni hanno organizzato un social forum antimafia, al quale il vescovo ha tentato di contrapporre la festa patronale
ANGELO MASTRANDREA
Ventiquattro anni di battaglia politico-giudiziaria per ottenere giustizia, due sentenze di condanna, la prima nei confronti del boss Vito Palazzolo, l'ultima per l'ex capo di Cosa nostra Tano Badalamenti, "Tano seduto"; l'ammissione della commissione parlamentare antimafia sulla responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini; un film ("I cento passi" di Marco Tullio Giordana) che ha fatto commuovere milioni di persone. Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell'uccisione di Peppino Impastato, potrebbe bastare quanto sopra per archiviare la fase della denuncia e lasciare che a mantenere viva la memoria siano, accanto ai compagni di allora, al fratello Giovanni e alla mamma Felicia, i militanti di oggi che hanno costituito un Forum sociale antimafia intitolato proprio a lui e che hanno deciso di riaprire la storica Radio Aut di Terrasini, la cui libertà è stata pagata con il sangue di Peppino e dalla quale, sia pur chiusa e abbandonata dal lontano 1981, non è mai stata ammainata la bandiera rossa. Eppure non è ancora così. Ne avevamo avuto sentore già un anno fa, quando dalla commemorazione dell'assassinio si erano tenute lontane ancora una volta le autorità del paese (un esempio per tutti: a Peppino, anche dopo la risoluzione del caso e il successo internazionale del film, non è stata intitolata che una strada di periferia), e le finestre del corso e della piazza erano rimaste serrate esattamente come il 10 maggio del 1978, quando si svolsero i funerali. "Se queste finestre non si apriranno l'attività di Peppino Impastato sarà stata inutile", aveva detto durante l'omelia funebre Umberto Santino, che oggi dirige un centro di documentazione antimafia intitolato all'ex militante di Lotta continua e Dp che nel `72 aveva partecipato anche alla campagna elettorale con il manifesto. Ma le lancette dell'orologio paiono seguire un corso tutto particolare a Cinisi, paesone di poco più di 10 mila abitanti alle porte di Palermo, se è possibile che ancora oggi, 25 anni dopo, la famiglia Impastato è vittima di ostracismi e intimidazioni come quella che ha portato, nella notte tra il 20 e il 21 novembre scorsi, a imbrattare con vernice rosso sangue il muro esterno del negozio di Giovanni, fratello di Peppino, convertito all'impegno politico militante proprio dall'uccisione del fratello; e se il vescovo Antonino La Versa, vittima di un'improvvisa quanto sospetta amnesia, decide di far svolgere i festeggiamenti di Santa Fara, patrona della città, proprio in coincidenza con la commemorazione dell'assassinio e nei giorni del Forum sociale antimafia. E quando sempre Giovanni ha fatto notare come "in paese c'è chi sta lavorando per oscurare la memoria di mio fratello", rivolto senza far nomi anche all'arciprete, prontamente una mano anonima ha lasciato un cartellone appeso a un albero di fronte al municipio con su scritto "Cinisi onorata da Peppino, disonorata da Giovanni Impastato". La festa patronale sarà poi revocata di fronte alle polemiche e alla volontà della famiglia di svolgere comunque "le manifestazioni in ricordo di Peppino". "Non ci faremo intimidire da chi intende alimentare un clima di tensione, da chi vuole impedire che si ricordi la memoria di un giovane morto per mano mafiosa", aveva detto ancora Giovanni, supportato dalla madre Felicia che aveva accusato il vescovo di essere "in malafede" e di non avere "rispetto per la figura e la morte di mio figlio". Eppure, ora che la tenacia dei compagni è riuscita a dimostrare che quello che era stato frettolosamente archiviato, anche per via dei depistaggi dei carabinieri, come il caso di un terrorista morto mentre stava preparando un attentato ai binari era invece un brutale omicidio di mafia, e a smascherarne i mandanti (il 5 marzo del 2001 è stato condannato Vito Palazzolo e l'11 aprile del 2002 Tano Badalamenti), non dovrebbe sussistere alcuna difficoltà a far diventare la vicenda Impastato patrimonio comune dei siciliani.
Ma ancora una volta questa sera dietro lo striscione ormai ingiallito "con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo", sempre lo stesso da 25 anni, sfileranno da Radio Aut alla piazza di Cinisi i compagni e familiari di Peppino e i militanti no global in arrivo da tutta la Sicilia per ricordare un fratello maggiore che non hanno mai conosciuto e che pure sentono vicino come pochi altri. Mentre per domani e domenica sono previsti forum tematici, spettacoli e manifestazioni.

9 maggio 2003 - IMPASTATO: 25 ANNI DOPO VERITA' ANCORA INCOMPLETA
"www.clorofilla.it"
Il diessino Lumia: "Ancora troppi punti oscuri sul contesto di collusioni mafia-politica". Santino: "Giudiziariamente hanno assolto Andreotti, ma le responsabilità etico-politiche sono un'altra faccenda"
Omicidio Impastato, 25 anni per una verità ancora incompleta
di Ulisse Spinnato Vega
Roma - Venticinque anni fa come oggi, nelle campagne di Cinisi, in quella porzione della provincia di Palermo che si affaccia sul Golfo di Castellammare, Peppino Impastato fu dilaniato dal tritolo sulle rotaie della linea ferroviaria per Trapani. Era lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma. In tanti credettero e qualcuno fece credere che Impastato fosse un terrorista imbranato o addirittura un suicida. La mafia di "Don Tano" Badalamenti provò in ogni modo a tenersi fuori dalla vicenda. Molti si convinsero che fosse così, non la famiglia di Peppino. E solo poco tempo fa i processi le hanno dato ragione.
"E' bello vedere come la figura di un giovane straordinario come Peppino Impastato sia sempre più conosciuta e amata in Sicilia e nel nostro Paese. E questo grazie soprattutto al lavoro svolto in questi anni dal fratello Giovanni, dalla mamma Felicia, dagli amici di Peppino che ne hanno conservato e resa feconda la memoria, ma anche grazie al lavoro della magistratura e della Commissione parlamentare Antimafia che,nella passata legislatura, ricostruì i depistaggi seguiti al suo omicidio". Parola di Giuseppe Lumia, capogruppo dei Ds in Commissione Antimafia. "Ormai - aggiunge Lumia - nessuno può più negare che Peppino fu ucciso da Cosa nostra. Ma ciò che ancora deve emergere è il contesto di collusioni fra la mafia, la politica e pezzi delle istituzioni in cui maturò l'omicidio di Impastato".
La Piovra di allora non era ancora quella dei corleonesi. Comandavano ancora "Tanuzzo" Badalmenti, appunto, Bontate e Inzerillo. Ma era già quella che trafficava droga a livello internazionale pure grazie a uno scalo aeroportuale dalla genesi non certo immacolata come Punta Raisi. Adesso molto è cambiato. E soprattutto è mutato il clima attorno alla figura di Impastato.
"Indubbiamente molto è cambiato rispetto alla solitudine in cui lavoravamo molti anni fa - conferma a Clorofilla Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione "Peppino Impastato" - e anche per effetto del film (I cento passi, ndr). Peppino adesso è molto più conosciuto". "Il rischio però adesso è un altro - spiega Santino - cioè che diventi semplicemente un'icona di martire del santuario mafiologico. La figura di Impastato non va spogliata della sua caratteristica di radicalità nell'opporsi alla mafia a partire dalla rottura col padre. E non va nemmeno dimenticata la sua complessità nell'analizzare il fenomeno mafioso".
Santino tiene poi a puntualizzare il perché di un'intestazione: "Il Centro lo abbiamo dedicato a Peppino per diverse ragioni. Intanto va detto che lui rappresenta un caso unico di oppositore della mafia che proviene da una famiglia mafiosa. Peppino ha iniziato a combattere la mafia da se stesso, avendo come primi nemici il padre e gli zii. Un'altra ragione è invece legata alla complessità della mafia di allora, che aveva un peso economico internazionale e importanti agganci politico-istituzionali. Impastato è un caso unico proprio per il suo modo complesso di praticare l'antimafia contro una malavita così strutturata. Da una parte era erede della tradizione di lotta del movimento contadino, non a caso praticava l'occupazione delle terre, ma era anche un pioniere della comunicazione contro la mafia, basti pensare alla attività radiofonica e al circolo di musica e cultura".
Non può mancare un riferimento all'attualità dell'assoluzione in appello per Andreotti al processo di Palermo. "Bisogna distinguere tra responsabilità etico-politiche e traducibilità delle stesse a livello giudiziario - precisa Santino - Aspettiamo di leggere le motivazioni e vedere se dietro la prescrizione c'è quello che alcuni commentatori hanno visto: cioè un accertamento di responsabilità che però sono finite prescritte. Oppure se la prescrizione ha cancellato ogni responsabilità. In ogni caso è come se si tentasse di negare l'esistenza di rapporti mafia-politica, come se stesse agendo una sorta di pialla sia sul piano storico che istituzionale".

10 maggio 2003 - IN AUTUNNO PROCESSO A PADOVA PER BASE MAFIA AD ABANO
"Il Mattino di Padova"
Il processo a Padova in autunno
Stragi, ad Abano una base sospetta
Un appartamento di Abano sarebbe servito come base logistica per i fratelli Graviano, mandanti delle stragi Falcone e Borsellino del 1993. Il proprietario dell'abitazione, Antonino Avallone, 62 anni, di Palermo, è stato rinviato a giudizio dal gup di Venezia Vincenzo Santoro, con l'accusa di favoreggiamento aggravato dalla finalità mafiosa. Gli investigatori erano risaliti all'appartamento sulle tracce dei pagamenti dei Graviano - Giuseppe, Filippo e Benedetto - che all'epoca delle stragi si erano rifugiati prima a Forte dei Marmi, poi ad Abano. Il fascicolo d'indagine, avviato a Palermo, era stato trasferito alla Direzione distrettuale antimafia veneziana. Il processo si terrà in autunno davanti al tribunale di Padova, che ha la competenza territoriale.

12 maggio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: SANTORO, VIA DALLA RAI PER COLPA SUA
"Il Nuovo"
Santoro: via dalla Rai per colpa di Dell'Utri
Affermazioni choc del popolare conduttore presente al processo palermitano al senatore di Forza Italia.
Santoro "cacciato" dalla Rai per colpa di Dell'Utri. L'affermazione da prima pagina viene dallo stesso giornalista salernitano, in aula a Palermo per deporre nel processo al senatore di Forza Italia, accusato di concorso in associazione mafiosa. Secondo Santoro all'origine del suo allontanamento dall tv di stato ci sarebbe stata la trasmissione televisiva Sciuscià andata in onda nel marzo 2001. Argomento clou del programma era un'inchiesta sulla figura di Marcello Dell' Utri.
"Quella trasmissione - ha riferito Santoro - ha stabilito il mio allontanamento dalla Rai. Era la vigilia della campagna elettorale, e Silvio Berlusconi presentò cinque esposti a sua firma all' authority, che stabilì delle sanzioni, una delle quali proprio per questa puntata su Dell' Utri. L' editore di allora mi difese, impugnando il provvedimento, ma i suoi successori nominati dal nuovo governo hanno invece preso questa sanzione per tenermi lontano dalle conduzioni televisive".
Ma non è tutto, il conduttore ha ricordato anche la sua attività professionale svolta per 3 stagioni televisive a Mediaset, a iniziare dal '96. Anche in questo contesto, sempre secondo il giornalista, vi sarebbero stati dei problemi dopo una intervista a Dell' Utri durante la trasmissione Moby Dick . Rispondendo alle domande dell' avv. Enrico Trantino, Santoro inoltre ha aggiunto un particolare importante: "ricordo che per la trasmissione fatta con Previti non scattarono quei meccanismi che ci sono stati con Dell' Utri. Ritengo che con il senatore si è toccato qualche argomento sensibile, forse perché immagino che Dell' Utri è stato al centro della nascita di Mediaset e di Forza Italia".

12 maggio 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: PAOLO BERLUSCONI
ANSA:
"E' stato ipotizzato che ci fosse l' interesse di Berlusconi nella ricostruzione del centro storico di Palermo; questo avrebbe sostenuto un pentito. Quando si pensa alla ricostruzione di un centro storico, solitamente si procede con l' atto preliminare di un sopralluogo approfondito nei luoghi da ricostruire. Ma questo non c' e' mai stato, per me questa e' la seconda volta che vengo in Sicilia". Lo dice Paolo Berlusconi, sentito oggi dai giudici del tribunale di Palermo come teste nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi) accusato di concorso in associazione mafiosa.
Paolo Berlusconi, che ha chiesto ed ottenuto dal tribunale di non essere ripreso dalle telecamere, ha risposto in aula alle domande che gli sono state poste dal Pm Nico Gozzo. Il teste ha rifiutato di rispondere ad una sua domanda che riguardava la valutazione di alcuni beni immobiliari che sarebbero stati acquistati o ceduti dalla Edilnord.
"Se ci fosse stato il nostro intervento nel centro storico di Palermo - ha detto il fratello del premier all' uscita dall' aula - probabilmente oggi in queste zone antiche di Palermo, bellissime nelle loro fattezze, ma fatiscenti nelle loro strutture, si vedrebbero i segni del nostro passaggio. Passaggio che non c' e' stato e non e' stato neppure ipotizzato".
"Sono quindi tutte fantasie - ha aggiunto Paolo Berlusconi - da cui poi nascono tutte le costruzioni di cui voi stessi (rivolgendosi ai giornalisti, ndr) siete testimoni".
Il Pm ha inoltre chiesto notizie sulla societa' Coge spa, di cui l' imprenditore milanese e' stato socio. "La Coge e' una partecipazione finanziaria di una societa' immobiliare che lavora in tutta Italia e non so perche' sia stata tirata dentro questo processo".
Ai giornalisti che gli facevano notare come questa impresa fosse stata citata nell' inchiesta della Procura di Caltanissetta sui mandanti delle stragi del 1992, Paolo Berlusconi ha risposto scuotendo la testa e dicendo: "Non so
dire nulla".

12 maggio 2003 - MAFIA: PROCESSO EX SEN SCALONE, PG CHIEDE 10 ANNI CARCERE
ANSA:
La procura generale ha chiesto la condanna a 10 anni di carcere per l' ex senatore di AN Filiberto Scalone, imputato, davanti alla corte d' appello, per concorso in associazione mafiosa e bancarotta fraudolenta. In primo grado Scalone era stato condannato a 9 anni di reclusione.
Secondo l' accusa l' ex senatore sarebbe stato vicino alla famiglia mafiosa di Brancaccio. A fare da intermediario tra l' imputato e il boss sarebbe stato Tullio Cannella ex uomo d' onore ora collaboratore di giustizia.
Al termine della requisitoria Scalone ha reso dichiarazioni spontanee ribadendo la propria innocenza ed ha rivolto un appello alla corte. "Sono gravemente malato - ha detto l' ex politico di An - vi chiedo soltanto di definire presto questo processo che dura da 8 anni. Questa vicenda mi ha distrutto come politico e come professionista ed ho paura che le mie condizioni di salute non mi consentiranno di vederne la conclusione. Fate presto qualunque sia la vostra decisione".

13 maggio 2003 - MEMORIALE DI ANDREOTTI AI GIUDICI DI PALERMO
"Dagospia"
DOCUMENTI - MEMORIALE INEDITO DI GIULIO ANDREOTTI
IL TESTO INTEGRALE INVIATO AI GIUDICI DI PALERMO IL 28 NOVEMBRE 2002
DALLA MAFIA AL DELITTO PECORELLI, PASSANDO PER IL CASO MORO...
Sarà in edicola dal 15 maggio prossimo il bimestrale giuridico-politico "Il Giusto Processo" diretto da Giancarlo Lehner, editore Simone Chiarella. Tra le 258 pagina, è racchiuso il memoriale inedito di Giulio Andreotti.
Sen. Giulio Andreotti
Palermo, 28 novembre 2002
In un momento personale di doloroso stupore per quanto abbattutosi su di me il 17 novembre ho ritenuto mio dovere chiedere a Lei Signor Presidente e alla Corte di poter esprimere qualche considerazione, a corredo della documentata memoria presentata dai miei difensori.
La mia vita che ben al di là dei miei meriti era stata contrassegnata da una serie di eccezionali momenti positivi anche internazionali, mutò improvvisamente quando nel marzo 1993 arrivò in Senato (il Presidente Spadolini me lo comunico emozionatissimo) la richiesta della Procura di Palermo di autorizzazione a procedere nei miei confronti.
Con una procedura insolita, a questa richiesta datata 27 marzo, si aggiunse, man mano che altri collaboranti facevano dichiarazioni, una prima integrazione il 14 ed una seconda il 20 aprile.
Poche settimane dopo, questa volta dalla Procura di Roma, arrivava un'altra richiesta per indagare se e come io fossi coinvolto nell'omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, avvenuto nel marzo 1979.
La nuova richiesta, come ho detto, proveniva dalla Procura di Roma ma agli atti del mio processo palermitano risulta, datata 5 aprile 1993, una lettera del Presidente della Commissione antimafia indirizzata al dottor Scarpinato nella quale si comunicava che da una telefonata anonima ricevuta sarebbe risultato che: "un tale Patrizio, braccio destro del Pecorelli possederebbe la copertina del numero di O.P. che non fu mai stampata a causa dell'omicidio. Nella copertina stessa sarebbero indicati sei nomi leggendo i quali si comprenderebbe chi possiede oggi i documenti di Pecorelli".
Singolare consecutio temporum: il 5 aprile la comunicazione sulla telefonata anonima, il 6 aprile Tommaso Buscetta fa le sue dichiarazioni (con quel "su richiesta" che in seguito smentirà regolarmente), l' 8 aprile Palermo trasmette a Roma il verbale Buscetta; e il 14 aprile io vengo iscritto tra gli indagati. Il 9 giugno la Procura di Roma chiedeva al Senato l'autorizzazione a procedere per l'omicidio Pecorelli.
Agli inizi dell'anno 1993 il senatore Gerardo Chiaromonte mi aveva messo sull'avviso che qualcosa si stava muovendo quaggiù in Sicilia, suggerendomi di chiedere un giurì d'onore nei confronti dell'On. Leoluca Orlando che, definendomi garante della mafia, aveva dichiarato che io avrei fatto la fine di Lima o sarei finito in galera. La richiesta del giurì non poté essere accolta dal Presidente della Camera On. Napolitano, perché l'On. Orlando ed io appartenevamo a due rami diversi del Parlamento. Nel prendere atto scrissi al Presidente Napolitano: "Fino ad ora dinanzi alle assurdità dell'On. Orlando (ultima quella di attribuirmi la comproprietà di una banca in Romania) non ho ritenuto di adire la magistratura. Ma se le smentite pubbliche non bastassero dovrò pensarci. Non ti nascondo che faccio fatica a ritrovarmi con un certo tipo di lotta politica, abituato come sono a polemiche anche dure ma non scorrette,
petulanti e sleali".
Molto preso dal mio lavoro politico-parlamentare, anche con impegni all'estero, non avevo più pensato a questa situazione siciliana. La richiesta di autorizzazione a procedere mi colpì come un fulmine.
Secondo la Procura io avrei così, sia pure per gli ultimi quattordici anni della mia ben più lunga vita politica, contribuito attivamente e consapevolmente alla realizzazione della attività e degli scopi dell'associazione mafiosa. II "complessivo sistema di relazioni" che doveva essere indagato si fondava: "su una logica di scambio e di alleanze, comportanti reciproci vantaggi per Cosa nostra e il referente romano dell'On. Salvo Lima e della sua corrente politica. Per tale ragione, questo sistema comprende in sé quell'amplissimo ventaglio di interessi, che, con linguaggio espressivo e sintetico, i collaboranti hanno definito LE NECESSITA' DELLA MAFIA SICILIANA (Messina), ovvero TUTTE LE ESIGENZE DI COSA NOSTRA CHE COMPORTANO DECISIONI DA ADOTTARE A ROMA (Mutolo)".
La Procura concludeva: "Si tratta dunque, intuitivamente, di interessi multiformi - DI TIPO AMMINISTRATIVO, ECONOMICO, FINANZIARIO E PERFINO LEGISLATIVO - il cui segno unificante era quello di richiedere COMUNQUE E NECESSARIAMENTE UN INTERVENTO POLITICO-ISTITUZIONALE DI VERTICE".
Successivamente tale enfasi accusatoria veniva ridimensionata e nell'udienza del 26 settembre 1995 il procuratore, dottor Lo Forte, ha detto che "per organizzazione mafiosa Cosa nostra che si addebita all'imputato, è un contributo CHE NON E' E NON PUO' ESSERE NE' POTEVA MAI ESSERE IN NESSUN MODO RICOLLEGABILE ALL'ESERCIZIO DELLE FUNZIONI DI GOVERNO".
Orbene, essendo io stato al governo quaranta anni su cinquanta e in Parlamento dal 1946 ininterrottamente, non mi riesce, nonostante tutti gli sforzi possibili, di comprendere dove e come avrei potuto aiutare, come capocorrente, la mafia.
E credo che sarebbe stato un dovere anche logico una volta asserito uno scambio di favori tra me e la mafia, indicare almeno un favore sia pur minimo che io avrei fatto a questa gente, mentre da parte loro i favori sarebbero stati di appoggi elettorali o (qui si è toccato il ridicolo) del dono di un quadro per il quale sarei impazzito. A procurarmelo sarebbe stato quel Calò, che io ho conosciuto soltanto in occasione del processo di Perugia dove ha avuto un trattamento migliore del mio.
Ho ricordato prima Chiaromonte. Come Presidente della Commissione Antimafia era rimasto amareggiato perché i suoi compagni di partito avevano impedito alla Commissione stessa di votare un documento di sostegno al decreto legge che allungava i termini di carcerazione preventiva per i processati del Maxi-processo di cui si stavano faticosamente svolgendo le udienze in Appello. L'opposizione in aula dell'estrema sinistra (salvo l'On. Aldo Rizzo che, in dissenso con i suoi, ci appoggiò) non credo fosse ispirata da sostegno ai mafiosi, ma temevano che si creasse il precedente di modifica per decreto di diritti fondamentali dei cittadini. Lo stesso Presidente della Repubblica Cossiga - che lo ha ripetuto anche qui a Palermo deponendo in Tribunale - era perplesso, ma a me, Vassalli e agli altri ministri sembrò necessario impedire lo scandalo di vedere svuotate le gabbie dei processati, dove già pesava l'assenza di molti latitanti.
Non pretendo davvero certificati di benemerenza per questo e per altri momenti di coraggioso intervento governativo. Tra questi ancora più provocatorio per i grossi criminali fu il decreto legge con il quale, riunendoci nella notte, riparammo alla scarcerazione di alcuni pesanti personaggi mafiosi - disposta inopinatamente la sera prima con una sentenza che io definii pubblicamente scandalosa.
Non sto ad annoiarvi con l'elenco di tutti i provvedimenti che sono stati adottati durante l'ultimo mio triennio di presidenza del Consiglio con un rafforzato vigore da quando avemmo in Roma la collaborazione del dottor Giovanni Falcone. Allego qui un elenco. Non potendoli contestare, i procuratori hanno cercato di attribuirli all'impulso personale dei ministri, ma è uno strano concetto riduttivo del ruolo di chi dirige un governo sul quale non occorre che mi indugi. Sostenere poi che io avrei adottato questa linea per compensare e far dimenticare condiscendenze e favori non solo non è basato su un fatto concessivo o permissivo magari minimo, ma è mostruoso. Io sapevo e so bene il rischio di una posizione attiva di contrasto ai mafiosi. Ma non mi ha mai fatto mutare comportamento né allora né dopo. Circa un mese fa - seduta del Senato, 17 ottobre 2002 - sono intervenuto nella discussione sulla trasformazione in permanente del 41 bis.
Ecco lo stenografico della mia dichiarazione: " Ho chiesto la parola non solo per esprimere il voto favorevole del piccolo Gruppo al quale appartengo sul disegno di legge in esame, ma per
constatare con soddisfazione l'approccio, diverso rispetto al passato, del Parlamento su questi problemi. Citerò soltanto uno dei momenti più crudi della mia esperienza governativa, quando nel 1989 con decreto-legge evitammo che uscisse, per superamento dei termini di detenzione preventiva, la metà degli imputati del maxi-processo, essendo l'altra metà già uscita per conto suo perché latitante. E' stato uno dei pochissimi casi - o forse l'unico - in cui un decreto-legge venne esaminato in Commissione ed uscì battuto, con la relatrice di minoranza che divenne relatrice di maggioranza e si recò in Aula per far bocciare il decreto-legge. Per fortuna non c 'era ancora - per il resto é bene che sia intervenuta - la pronuncia della Corte Costituzionale sulla non possibilità di reiterare dopo 60 giorni i decreti-legge. Quel decreto-legge fu quindi da noi rinnovato ed infine approvato.
Io ho sentito spesso molti fare, nei discorsi e nelle marce, dell'antimafia un appassionato motivo della propria vita; però credo che ciò che conti siano i provvedimenti. II disegno di legge al nostro esame lo reputo giusto e se anche servisse come elemento di dissuasione per non far aderire una sola persona a questa terribile consorteria, credo che ne dovremmo essere soddisfatti".
Fin qui lo stenografico del Senato.
Per il resto anche tutti i provvedimenti contro il crimine organizzato datati prima del 1989-92 furono da me condivisi come partecipe del Consiglio dei Ministri; e alcuni adottati come ministro; ad esempio, la procedura speciale per consentire al dottor Falcone di andare ad interrogare Buscetta in Brasile, senza attendere il lungo iter della estradizione. Senza dire del mio personale impegno nella posizione internazionale di avanguardia nel campo della lotta internazionale al narcotraffico, settore in cui la mafia è largamente intricata.
L'ampia documentazione che la difesa ha presentato oggi alla Vostra attenzione si apre con un documento eloquente.
Nell'aprile 1992 ricevetti un rapporto del Prefetto Angelo Finocchiaro, Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, con i dati sulle attività del Gruppo di Lavoro Permanente Interforze per la ricerca dei latitanti istituito nel 1990 proprio su mia direttiva. Nel rapporto il Prefetto Finocchiaro dava notizie circa la cattura di alcuni latitanti.
In data 1° maggio gli risposi con questa lettera manoscritta: "La lettura del rapporto 8 aprile sul Gruppo ricerca latitanti mi evoca quanto ho ascoltato più volte in Sicilia e da siciliani. Fino a che non si assicurano alla Giustizia i numeri uno (Riina, Provenzano e uno o due altri) la mafia resterà vincente. Sono sicuro che voi già fate il possibile, ma é ipotizzabile la concentrazione degli sforzi per riuscirvi? Parisi mi disse che loro e i CC sono in azione. Scusi... l'interferenza......"
Non potevo davvero immaginare che pochi mesi dopo sarei stato accusato io del reato di mafia.
In un momento di contestazione verso tutto o quasi il mondo politico la mia incriminazione contribuì ad appesantire ulteriormente il clima generale con un amaro intrecciarsi di azioni politiche e azioni giudiziarie. Venivano fornite alla stampa - anche a quella estera - informazioni volte a creare verso di me un clima negativo o almeno di sospetto. Anche i rotocalchi entravano nel giro, raccogliendo e amplificando ad esempio la voce di una mia presenza su una imbarcazione dei signori Salvo. Soltanto molti mesi dopo vennero interrogati capitano e marinai che dichiararono di non avermi mai visto. E che dire dell'intento mafioso che mi avrebbe portato una sera a Mazara del Vallo dove invece io avevo fatto sosta - in viaggio verso il Convegno scientifico di Erice - per rasserenare gli animi dei cittadini sconvolti per l'affondamento qualche giorno prima di un peschereccio nelle acque tunisine? Non parlo poi del presunto incontro con il Riina in casa del signor Salvo e in compagnia dell'On. Lima. Dopo che la storiella del bacio ha fatto il giro del mondo ispirando anche spunti di varietà è troppo comodo dire come il dottor Caselli nel libro di irrituale commento alla mia sentenza di assoluzione, che è un errore concentrare su questo episodio tutta l'attenzione.
La saggezza del Presidente Ingargiola impedì che fossero fatte entrare nel processo alcune vignette di Forattini ispirate alla mia nuova identità di mafioso (forse questi accaniti accusatori criticheranno Forattini per l'ultima vignetta di questi giorni dopo la condanna di Perugia nella rubrica delle "Mascalzonate").
Nel quadro della campagna del 1993 i collaboranti venivano esaltati come penitenti che volevano soltanto redimersi e che si mettevano al servizio esclusivo della giustizia. Che per alcuni, forse anche per molti, sia così non vi è dubbio (ed io stesso ho appoggiato la legislazione ad hoc) a cominciare da Buscetta, al quale del resto per tutta la vicenda Pecorelli si è stranamente attribuita una tantum in un verbale la dizione su richiesta mentre in seguito avrà sempre negato che fossero state cosi le confidenze del Badalamenti. Nel libro di memorie di Saverio Lodato lo ripete ancora una volta esplicitamente.
Tra i pentiti che riguardano il mio caso emerge il Baldassarre Di Maggio. lo non mi opposi ovviamente - anche se mortificante - ad un confronto in sede istruttoria,
potendone cosi valutare direttamente il tipo umano. Ma ancor più viva fu l'allucinante udienza del 28 gennaio 1998 alla quale ero presente. Alla domanda del professor Coppi cosa volesse dire quando affermava che se avessero arrestato il figlio si sarebbe portato dietro i procuratori, si voltò lentamente, come in una sequenza cinematografica, verso il banco della Procura e scandì i nomi: Lo Forte, Scarpinato e Natoli. La Procura restò silente ed io sentii un brivido di sconcerto per lo spettacolo cui stavo assistendo. Si badi, io ho condiviso e condivido la legislazione sui pentiti, ma a nessuno è lecito considerarli oracoli verso le dichiarazioni dei quali non vi sia necessità di prove.
Non so se sia abituale ascoltare in un processo tanti testimoni come è avvenuto nel caso mio qui a Palermo. Una revisione della lunga sequenza offre lo spunto ad alcuni interrogativi non effimeri. Mi limito a due casi limite.
Perché la Procura convoca un bizzarro falso agente della NATO che in aula si sveste - richiamato dal Presidente - per mostrare un vistoso tatuaggio a soggetto americano? E perché mai una distinta signora viene a criticare me, attribuendomi filiazioni massoniche, per la nomina dell'ammiraglio Pecori Giraldi a Capo di Stato Maggiore della Marina, nomina che era stata fatta due anni prima del mio arrivo al Ministero della Difesa?
Ma c'è di più. Al nonno della signora, ammiraglio Bigliardi, non solo non feci torti ma quando andò nella riserva lo nominammo presidente dell'industria pubblica Oto Melara per mantenerlo - era bravissimo - al servizio dello Stato.
Senza mancare di riguardo ad alcuno, posso dire che diversa fu la qualità dei testimoni indicati dalla difesa: dal Presidente Cossiga al professore Vassalli e ad una serie di ministri che avevano lavorato per anni con me anche nella lotta alla mafia; dal Procuratore generale della Corte di Cassazione agli ambasciatori americani Max Rabb, Vemon Walters e Peter Secchia.
Attenzione. Tutte le volte che nello svolgersi del processo mi si è addebitato un fatto concreto io ho potuto documentarne l'inesistenza.
Un apposito gruppo di lavoro era stato messo in piedi dalla Procura per scovare buchi neri o comunque buchi nella cronaca della mia vita. Quasi trionfalmente si contestarono così dal 1985 al 1992 cento otto date nelle quali non si sapeva dove fossi stato.
Il 17 novembre 1998 fummo in grado di presentare al Tribunale documentata risposta a tutti questi presunti giorni "nascosti". All'ultimo momento aggiunsero tre date, ma nel corso della stessa udienza previa una telefonata a Roma si smontò il perfido castello dei dubbi. Si era chiesto perché mai fossi a Palermo il 15 novembre 1975: ebbene ero qui come ministro per un convegno di Presidenti delle Regioni meridionali indetto dalla Regione Siciliana. Per un'altra data del 1975 (12 febbraio) si asseriva una mia presenza misteriosa a Villa Igiea, laddove ero all'Aja per una riunione di parlamentari europei. II terzo dubbio a sorpresa riguardava il 13 novembre 1973: risultavo a Palermo, ma si ignorava dove avessi pernottato. Gli è che ero arrivato nel primo pomeriggio per una conferenza all'Istituto di Scienze Sociali, ripartendo la sera stessa per Roma.
Tra le date non documentate nell'elenco della Commissione alcune rasentavano il ridicolo, data la facilità di colmarle: settembre 1976, in Friuli per visita ai paesi terremotati e a Bari per inaugurare la Fiera; dicembre 1976 in Toscana per la visita del Presidente Giscard d'Estaing; dicembre 1976 visita ufficiale negli Stati Uniti; gennaio 1977 visita ufficiale in Germania; maggio 1977 a Londra per il Consiglio NATO e a Bucarest, ospite di quel governo; luglio 1977 viaggio ufficiale a Washington; aprile 1978 Consiglio NATO a Copenaghen; marzo 1979 a Parigi per il Consiglio Europeo; maggio 1979 inaugurazione del Traforo del Frejus e inoltre accoglienza al Papa a Montecassino e viaggio ad Atene per l'ingresso della Spagna nella Comunità Europea; settembre 1979 a Palermo con il Presidente Cossiga per il Congresso dell'Istituto di Studi Ciceroniani (di cui sono tuttora Presidente); agosto 1980 al Meeting di Rimini; settembre 1980 a Berlino per l'Unione Interparlamentare; ottobre 1981 a Budapest e a
Praga con la Commissione Esteri della Camera; novembre 1981 in Brasile per l'Unione Interparlamentare; agosto 1982 al Meeting di Rimini (visita del Papa e dibattito con Sergio Zavoli); novembre 1983 visita ufficiale in Siria, Riunione interministeriale ad Atene; aprile 1984 visita ufficiale in Ungheria; luglio 1985 Premio Bancarella a Pontremoli; gennaio 1986 con Craxi a Taormina per incontro italo-spagnolo; febbraio 1987 a Mosca con Gorbacev; settembre 1987 (dopo la famosa festa dell'Amicizia a Palermo) a New York per l'ONU e poi a Bonn; novembre 1988, ottobre 1989 e gennaio 1990 visita a Tunisi e Algeri ai due Presidenti della Repubblica; dicembre 1991 a L'Aja riunione dei Capi di governo europei democristiani; agosto 1992 a Barcellona per le Olimpiadi.
L'ultima data "dubbia" della Commissione Pulizzotto è 13 novembre 1992: ero ad Atene per il Congresso del Partito Popolare Europeo.
Mi scuso per questa petulante lista ma vuole dimostrare come, attraverso le mie carte, i documenti ministeriali e parlamentari e la stampa, io sia stato sempre in grado di dimostrare come si fosse svolta la mia vita.
Quando, ad esempio, Francesco Marino Mannoia, Angelo Siino e Vito Di Maggio mi hanno accusato di due presunti incontri con boss di Cosa Nostra a Catania nel giugno-luglio 1979 ho sgretolato senza difficoltà le accuse rivoltemi.
Come ho potuto smentire quelle accuse?
Dimostrando con documenti ufficiali che nel lasso di tempo in cui avrei dovuto incontrare Stefano Bontate in una tenuta di caccia e Benedetto Santapaola in una hall di un albergo mi trovavo a Strasburgo, a Tokyo e a Mosca.
Nell'atto di appello l'Accusa ha sostenuto che Siino si ê confuso e che Vito Di Maggio (teste prediletto dall'accusa in quanto privo di interesse a mentire non essendo un collaboratore di giustizia) aveva indicato un periodo di tempo più ampio.
Certo è strano che anziché insistere sulle vecchie accuse o abbandonarle in sede di appello si scelga la strada di cambiare in corsa le accuse stesse, etichettando le dichiarazioni dei collaboranti come generiche confuse o imprecise.
In questo strano scambio di ruoli oggi cosa dovrei fare io? Dimostrare che Siino non si è confuso e che Vito Di Maggio è stato molto preciso nel collocare nel tempo il mio incontro?
La verità è che hanno mentito ma hanno mentito in modo imprudente: hanno mentito indicando elementi che io ho potuto contrastare.
Siino ha richiamato in modo specifico la data in cui sarebbe avvenuto l'incontro nella tenuta di caccia precisando che sarebbe avvenuto prima della gara automobilistica denominata "12 ore di Campobello".
Addirittura nell'udienza del 17 dicembre 1997 il Tribunale ha acquisito l'Albo d'oro dal quale risulta che nel 1979 la gara è stata disputata nei giorni 15 e 16 luglio.
Il barman Di Maggio ancora più incautamente nell'udienza del 29 gennaio 1997 ha così risposto ai miei difensori che chiedevano di precisare la data in cui mi sarei incontrato con Benedetto Santapaola "Dal 20 al 26 signora, perché io il 15 faccio l'onomastico ed era dopo la mia festa" L'Avv. Bongiorno insistette: "Dal 20 al 26?" Di Maggio "Dal 20 al 26 o 30" Avv. Bongiorno: "Dunque gli ultimi 10 giorni di giugno?" Di Maggio: "Si, Signore". Tutti i giorni in cui io ero in missione all'estero.
Vi prego di considerare che queste dichiarazioni non lasciano spazio alla scappatoia della confusione con cui si cerca di perdonare Siino e Di Maggio.
Quando parlo di falsità mi viene sempre in mente la fantasiosa invenzione di tal Federico Corniglia che di me sapeva soltanto che andavo a Roma da un barbiere di nome Torquato.
Corniglia ha inventato che avrei avuto un fugace incontro di una trentina di secondi davanti il negozio del mio barbiere "Torquato" con Frank Coppola nel 1970-71.
Nella sentenza di primo grado su Corniglia è stato scritto che la sua accusa nei miei confronti è una "maldestra" invenzione.
Ovviamente questo dato mi rende sereno ma quel che mi preoccupa è che anche in questo caso abbiamo dimostrato la falsità di Corniglia soltanto perché il collaboratore, probabilmente al fine di rendere più attendibile il suo racconto, ha voluto aggiungere alla sua narrazione una serie di particolari che poi si sono rivelati clamorosamente falsi. Ad esempio, ha voluto sostenere che egli nel 1971 aveva conosciuto personalmente Torquato e gli aveva parlato: senonché Torquato è deceduto il 28 giugno 1964.
Ma se Corniglia non fosse stato così imprudente da arricchire la sua narrazione con particolari palesemente falsi come avrei potuto dimostrare di non averlo incrociato per pochi secondi in un periodo di tempo imprecisato del 1970-71?
E' questo il nodo del problema.
Mi scuso, signor Presidente e signori giudici per queste esemplificazioni quasi petulanti. Ma sono stati per me questi ed altri episodi che mi hanno turbato intimamente e fatto chiedere come possa costruirsi sul vuoto una terribile accusa.
Per quel che concerne il Buscetta l'accusa ha sostenuto che la mia insistente richiesta di comprendere quale sarebbe stato l'oggetto del patto di scambio tra me e Cosa Nostra troverebbe una risposta nell'accusa specifica rivoltami appunto da Buscetta a proposito del condizionamento del processo Rimi.
Io avrei ricevuto aiuto elettorale da Cosa Nostra in cambio dell'aggiustamento dei processi; alcuni attraverso il Presidente Carnevale, altri da solo.
Il 6 aprile 1993 Buscetta ha dichiarato che io mi sarei incontrato a Roma nel mio studio con uno dei Rimi, uno dei Salvo e Gaetano Badalamenti in vista dell'imminente processo in Cassazione a carico dei Rimi che si celebrò nel dicembre del 1971.
Secondo l'accusa io avrei "aggiustato" questo processo. In occasione di questo incontro io avrei inoltre detto a Badalamenti "di uomini come lei ce ne vorrebbero uno per ogni strada di ogni città di Italia".
Questa era una accusa di fondamentale rilievo per la Procura della Repubblica perché dimostrativa, finalmente, di un mio favore a Cosa Nostra. Mi è sembrato piuttosto strano che in questo caso nessuna indagine sia stata fatta sui giudici che avrebbero acconsentito alla realizzazione del condizionamento.
Comunque, dopo l'accusa formulata il 6 aprile 1993 i miei avvocati hanno atteso con ansia che questa accusa venisse ripetuta in dibattimento. Attendevano con ansia in quanto avevano scoperto che proprio nel 1971, anno del processo e della mia presunta riunione con i Rimi e Badalamenti, sia i Rimi che Badalamenti erano detenuti.
Ebbene in udienza abbiamo assistito ad un cambiamento di versione da parte di Buscetta. Anziché ribadire che la riunione si riferiva al processo in Cassazione (1971) ha sostenuto che solo a causa di una sua erronea deduzione aveva parlato di Cassazione mentre
ripensandoci arrivava alla diversa conclusione che la riunione risaliva ad epoca successiva.
Sennonché non è affatto vero che Buscetta ha cambiato versione a seguito di un autonomo ripensamento.
Nel processo per l'omicidio di Salvo Lima, di cui è stata acquisita la trascrizione del 24 aprile 1995, Buscetta ha infatti rivelato che egli aveva sempre fatto riferimento ad una riunione relativa all'aggiustamento del processo in Cassazione aggiungendo infine che era stato COSTRETTO A CORREGGERE questa sua indicazione.
Ci siamo chiesti più volte cosa intendeva dire Buscetta.
Buscetta ha sostenuto di aver corretto la sua versione avendo appreso di essere stato smentito da Badalamenti.
Già questo fatto lascia perplessi: perché è stato informato Buscetta della smentita di Badalamenti?
Ma soprattutto non si è trovato il verbale in cui a Buscetta vengono lette le dichiarazioni di Badalamenti.
Esiste?
C'è invece un altro verbale che risale al 19 gennaio 1995 e cioè ad epoca immediatamente precedente alla mia udienza preliminare.
Da tale verbale risulta che mentre Buscetta ancora ribadiva la solita versione dell'aggiustamento in Cassazione, la Procura della Repubblica riteneva di fornire al collaboratore le seguenti notizie "L'ufficio fa notare che la Cassazione si pronunciò sul processo riguardante i due Rimi in data 3 dicembre 1971 annullando con rinvio ad altra Corte di Assise di Appello la condanna all'ergastolo inflitta ai due Rimi: fa rilevare poi che solo la sentenza della Corte di Assise di Appello di Roma del 13 febbraio 1979 i predetti Rimi furono assolti".
Io mi chiedo se in un sistema in cui si deve accertare quale sia il bagaglio di conoscenza di un collaboratore sia ammissibile fornire a chi ha fornito una versione palesemente falsa di alcuni fatti notizie che gli consentano di correggere gli errori.
Badate sono agli atti i successivi verbali di Buscetta.
Dopo il 1995 non commetterà più errori sulle date perché utilizzerà le informazioni ricevute dalla Procura. Anzi ripeterà quelle informazioni come se fossero proprie.
Vi segnalo un fatto che elimina ogni dubbio in ordine al fatto che Buscetta abbia ripetuto pedissequamente le notizie acquisite dalla Procura: uno dei due soggetti di cui stiamo discutendo e cioè Vincenzo Rimi è morto nel 1975. Quindi la sentenza riguardava solo il figlio Filippo.
Tuttavia Buscetta continuerà a parlare di assoluzione che riguarda entrambi i Rimi. Sapete perché? Perché nel gennaio 1995, quando gli erano state fornite notizie dettagliate sul processo Rimi, la Procura incorrendo in una svista aveva detto che la Corte d'Appello aveva assolto i PREDETTI RIMI.
Come vedete, studiando le carte si possono rintracciare le falsità: ma ciò è possibile solo se le accuse siano agganciate in qualche modo ai fatti.
Quando le accuse si basano su deduzioni cioè ragionamenti e non su fatti, come è possibile dimostrare il contrario? Buscetta ha dichiarato di dedurre, badate di dedurre, che esisteva un mio interesse alla eliminazione di Pecorelli. Anche la sentenza di primo grado di Palermo ha sottolineato che Buscetta si è limitato a proporre una sua deduzione.
Questo interesse Buscetta lo ricollega alle carte di Moro. Secondo l'accusa Pecorelli sarebbe entrato in possesso del memoriale manoscritto di Moro estremamente compromettente per la mia carriera politica. Da qui il mio interesse a eliminare Pecorelli.
Ebbene dalla comparazione del testo riassuntivo fatto dai brigatisti e le copie del manoscritto di Moro potete ben comprendere che in realtà io sarei stato interessato alla immediata pubblicazione delle carte inedite di Moro rinvenute nel 1990: infatti solo attraverso la lettura degli originali manoscritti di Moro si evince che le BR hanno alterato in senso antidemocristiano il pensiero di Moro. Questo potevamo dimostrarlo e l'abbiamo fatto.
Mi chiedo come si possa pretendere che io dimostri che Buscetta non abbia mai fatto deduzioni o congetture sull'omicidio Pecorelli. Perché su queste deduzioni e solo su queste sono stato condannato a Perugia.
Profonda amarezza mi hanno arrecato anche altri risvolti processuali. Mi riferisco ai dubbi avanzati sul gen. Dalla Chiesa attraverso l'ascolto di un incredibile testimone come il maresciallo Incandela. Fare apparire come complice di malefatte governative l'uomo che aveva servito sempre e soltanto lo Stato, accettando anche nel 1977 il mio invito a comandare la formazione di una unità speciale antiterroristica che lo esponeva ancora di più in prima linea, è più che assurdo. Ma tutta l'impostazione sulle carte Moro è contrassegnata da una malafede grossolana.
II confronto tra il riassunto dattiloscritto fatto circolare dagli assassini di Moro e il testo manoscritto rinvenuto in seguito attesta in modo inconfutabile che si erano volutamente messe in circolo frasi e concetti che nell'originale non ci sono.
Si badi. Non ê escluso che Moro avesse pensato di indurre i suoi carcerieri a desistere dall'assassinio attraverso l'annunciato impegno di rompere i ponti con la Democrazia Cristiana. Era un tentativo disperato di sottrarsi al sacrificio. Così vanno letti anche giudizi negativi su alcuni di noi (compreso il suo amico carissimo Zaccagnini).
In quanto a me Aldo Moro mi aveva aperto la strada ad uno sviluppo straordinario di vita quando mi chiamò a dirigere il giornale della Federazione Universitaria Cattolica. E quando nel 1976 si era realizzato - in circostanze di estrema difficoltà - l'accordo per il governo cosiddetto di solidarietà nazionale fu lui a volere che io lo presiedessi e, due anni dopo, che rimanessi al mio posto mentre io sostenevo che dovesse tornare lui a Palazzo Chigi. Queste sono cronache inconfutabili della nostra vita nazionale ed è doloroso vederle manipolate per strumentalizzazioni tutt'altro che chiare.
Signor Presidente, signori Giudici, quando nel maggio 1993 il Senato dette alla Procura l'autorizzazione a procedere, il Presidente Giovanni Pellegrino espresse nella sua relazione scritta il pieno apprezzamento della Giunta per la lettera con cui io mi ero associato alla richiesta onde favorire - avevo scritto - il massimo approfondimento in tempi rapidi.
I tempi non sono stati rapidi.
Da allora io sto vivendo gli effetti di due incredibili implicazioni giudiziarie delle quali prego Iddio di farmi restare in vita fino alla giusta conclusione.
Per tante cose dovrò lassù fare affidamento sulla misericordia. Quaggiù io chiedo soltanto giustizia e mi rifiuto di credere che i nostri ordinamenti non rendano sicura questa oggettività.

14 maggio 2003 - GIUFFRE' SU RIINA E CAMPAGNA CONTRO I PENTITI
"Il Mattino di Padova"
"Così Totò Riina decise la morte di tutti i pentiti"
MILANO. Fu la Commissione di Cosa Nostra, che aveva come capo indiscusso Totò Riina, a decidere l' uccisione di tutti i collaboratori di giustizia e dei loro familiari. Per ore Antonino Giuffrè, superpentito di mafia, ha raccontato questa verità ai giudici della terza Corte d'Assise di Palermo.
La Corte ieri era in in trasferta a Milano, per lo stralcio del processo denominato Golden Market, relativo appunto ad una lunga serie di omicidi, tra il 1986 e il 1989, di pentiti e di loro familiari. "Quella della Commissione - ha spiegato Giuffrè - era una strategia. Non è che si decideva omicidio per omicidio. Si era deciso di eliminare tutti i collaboratori di giustizia che stavano minando Cosa Nostra. Riina disse che si dovevano uccidere anche i loro familiari e anche i figli, compresi quelli piccoli quando avrebbero compiuto i 18 anni, per far capire che la mafia non dimentica gli errori". Non tutta la Commissione era d'accordo di alzare così tanto il livello di scontro ma Riina e i Corleonesi avevano instaurato un clima di terrore e tutti si adeguarono. "Quella - ha spiegato Giuffrè - era una macchina bellica che non si poteva più fermare. Riina ha regnato a lungo e ha lasciato dietro di sè una lunga scia di sangue".

14 maggio 2003 - LE RIVELAZIONI DI CIRO VARA
"Il Mattino"
FU IL CARCERIERE DEL BIMBO SCIOLTO NELL'ACIDO
"Io, killer della mafia"
Imprenditore confessa una decina di omicidi
L'imprenditore Ciro Vara, neocollaboratore di giustizia, che sta per completare le sue rivelazioni ai pm entro i 180 giorni previsti dalla legge, si autoaccusa di decine di delitti e ammette anche di essere stato uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del boss pentito Mario Santo, sequestrato, strangolato e infine sciolto nell'acido su ordine di Giovanni Brusca, oggi pentito.
Ciro Vara sostiene di avere preso in consegna da Giovanni Brusca il figlio del collaboratore, che lo ha accusato della strage di Capaci. Dice di aver tenuto segregato il piccolo in un covo nelle campagne di Vallelunga, al confine delle Madonie. Giuseppe Di Matteo aveva 13 anni quando il 23 novembre 1993 venne prelevato in un maneggio alle porte di Palermo da un gruppo di mafiosi. Dopo 26 mesi di "prigionia" trascorsi in diversi covi del Palermitano, l'11 gennaio 1995 Brusca ne ordinò l'uccisione. L'ex boss non ha mai fatto il nome di Ciro Vara, anche se ha sostenuto che il bambino per circa un anno sarebbe stato affidato a un mafioso di Agrigento.
Vara si autoaccusa inoltre di decine di delitti commessi, in gran parte su ordine del boss di Caltanissetta, Giuseppe "Piddu" Madonia, nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Palermo, Trapani, Enna, Catania, Torino, Milano, Alessandria e Genova. Le rivelazioni del neopentito sono considerate attendibili dalla Procura di Caltanissetta. "Abbiamo riscontrato punto su punto tutto ciò che ha detto - dice il procuratore aggiunto Renato Di Natale - per questo motivo crediamo a quello che ha affermato".
Il collaboratore avrebbe dovuto deporre ieri in videoconferenza davanti ai giudici del tribunale di Caltanissetta che sta processando Giuseppe Palazzolo, considerato il prestanome di Provenzano. L'interrogatorio è stato rinviato a causa dello sciopero degli avvocati della città che lamentano carenze di organico a Palazzo di giustizia.
Vara si definisce uno spietato killer e afferma che con la sua collaborazione vuole "distruggere Cosa nostra". Interrogato dal pm Carlo Negri della Procura di Caltanissetta, il boss di Vallelunga chiarisce il motivo per cui ha deciso di "saltare il fosso". "La mia vita - dice il pentito - è stata un inferno, ho provato amarezze e mortificazioni. Avevo bisogno di pulire la mia coscienza, di respirare aria di legalità, dovevo scrollarmi di dosso questo fardello di mafioso".

14 maggio 2003 - GIUFFRE', ECCO PERCHE' VENNERO UCCISI I POLITICI
ANSA:
(di Paolo Barbieri)
All'interno di Cosa Nostra valeva solo la legge di Toto' Riina e dei Corleonesi. Avevano vinto la guerra di mafia e verso la fine degli anni '80 si apprestavano alla resa dei conti.
Eliminare tutti i nemici che potevano ostacolare quella che sembrava un'inarrestabile ascesa: dai pentiti che stavano indebolendo Cosa Nostra, ai magistrati, tra i quali Giovanni Falcone considerato il nemico numero uno, ai politici. Antonino Giuffre', superpentito di mafia, anche oggi ha spiegato e precisato ai giudici della Corte d'Assise di Palermo, in trasferta a Milano per il processo Golden Market, la strategia della Cupola, saldamente comandata da Toto' Riina.
"Nella Commissione c'era un clima pesante che, via via, - ha spiegato Giuffre' - e' diventato di ghiaccio. Si era alla resa dei conti. Molte persone, soprattutto i politici, si erano defilati in seguito alla guerra di mafia, ma con Cosa Nostra, una volta che si inizia una collaborazione non la si puo' interrompere volontariamente". Per chi lo ha fatto, iniziando a collaborare con la giustizia o defilandosi, e' stata decisa la condanna a morte: "Diversi personaggi politici - ha raccontato Giuffre' - hanno mangiato nello stesso piatto, poi ci sputavano. Salvo Lima era uno di quei personaggi che si erano defilati. Ma defilarsi non gli e' servito a niente perche' era arrivata la sua ora. Quando venne deciso che si dovevano uccidere i politici Riina, che sapeva che molti di noi avevano contatti e amicizie in quel mondo, disse di non chiedergli niente".
Eppure non tutti nella Commissione erano d'accordo con i metodi e la strategia di Riina. Non lo era, per esempio, Bernardo Provenzano che, nel 1987, aveva avuto un contrasto con Riina il quale alle elezioni voleva appoggiare il Psi e non la Dc: "Lui non era d'accordo con quella scelta ed e' stato il primo a capire che la guerra allo Stato non si puo' fare". Provenzano anti Riina?: "Non era nella Commissione e non era capo di mandamento, ma godeva di un appoggio molto importante anche perche' manovrava i politici e aveva grossi legami con l'imprenditoria anche al di fuori della provincia di Palermo". Ma Salvatore Riina era riuscito, con il terrore, ad imporre la sua legge che, pero', aveva indebolito Cosa Nostra. "Aveva teso troppo la corda - ha detto Giuffre' - soprattutto per quanto riguardava il controllo degli appalti per i lavori pubblici. I politici erano seccati, erano oppressi dalle minacce. Io sono cosciente che la politica ha un ruolo e un potere e ho sempre pensato che se il rapporto con noi si e' incrina i perdenti siamo noi".
Rapporti tesissimi, quindi, all'interno di Cosa Nostra al punto che molti uomini d'onore, nei primi anni '90, hanno pensato allo scioglimento dell'organizzazione. "Era un'ipotesi che serpeggiava - ha ricordato Giuffre' -. Gia' negli anni '60 Cosa Nostra venne sciolta per cui i vecchi pensavano che anche in questo caso chiudere tutto poteva essere utile al fine di non aggravare la situazione e per riapparire quando le cose si sarebbero tranquillizzate".