Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: maggio |
16 maggio 2003 - RINVIO PER PROCESSO BORSELLINO TER
"La Sicilia"
BORSELLINO TER
Imputati impegnati a Milano
rinviato il processo a Catania
CATANIA. Si è aperto ieri, davanti alla seconda sezione della Corte d'assise d'appello, presieduta da Paolo Lucchese, ma è stato subito rinviato, il processo "Borsellino ter" con alla sbarra nove imputati, che si sono visti annullare la sentenza di secondo grado da parte della sesta sezione della Cassazione. Il rinvio - al 30 giugno prossimo - si è reso necessario in quanto la maggior parte degli imputati era impegnata davanti alla Corte d'assise di Palermo, in trasferta a Milano per il processo Golden Market. I nove imputati sono Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Benedetto Santapaola, Stefano Gangi, Giuseppe Lucchese, Giuseppe Madonia, Giuseppe Montalto, Francesco Madonia. L'accusa sarà sostenuta dal Pg MIchelangelo Patanè.16 maggio 2003 - BRUSCA DEPONE A PROCESSO GOLDEN MARKET
"La Sicilia"
Giovanni Brusca depone in Golden Market
"I giudici Falcone e Borsellino dovevano essere uccisi da tempo"
MILANO. Cosa Nostra decise l'uccisione di tutti i pentiti e dei loro familiari, degli uomini politici che non servivano più e dei magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in una riunione plenaria della Commissione provinciale di Palermo, già dominata da Salvatore Riina. Una decisione complessiva che servì per delineare la strategia della mafia dopo i duri colpi subiti con i pentimenti di Masino Buscetta e Totuccio Contorno. Giovanni Brusca, responsabile delle stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ora collaboratore di giustizia, ha spiegato ai giudici della Corte d'assise di Palermo, in trasferta a Milano per il processo Golden Market, che a quella strategia, decisa molto prima del 1989, anno in cui lui entrò a far parte della Commissione, si adeguarono tutti. "Non ho mai partecipato ad una riunione plenaria della Commissione per decidere l'eliminazioni dei pentiti e dei loro familiari - ha spiegato Brusca -. Quella era una decisione presa da tempo e tutti noi abbiamo agito di conseguenza. Che Falcone e Borsellino dovevano essere eliminati lo sapevo da una vita. Così come conoscevo le lamentele nei confronti di Lima".
Tutti si adeguarono alla legge di Zù Totò. E, per spiegare meglio in che modo Riina comandava, ha raccontato un episodio: "Dovevano essere eliminati due personaggi. Vennero convocati per un chiarimento e Riina voleva ucciderli subito. Provenzano, invece, disse di lasciarli andare che poi si sarebbe deciso il da farsi. Salvatore Riina disse che comandava lui e si fece come lui voleva". Secondo il racconto di Brusca, la "politica" generale della mafia, che aveva al primo punto l'eliminazione di tutti i nemici, venne decisa solo dalla Cupola. "Io - ha raccontato - ho rapito e ucciso il piccolo Di Matteo, perchè il padre stava collaborando con i magistrati che stavano indagando sulle stragi e chiamava in causa me e gli altri responsabili". Il processo è stato aggiornato al 29 maggio, a Palermo.16 maggio 2003 - RIINA RICOVERATO D'URGENZA PER INFARTO
"Il Nuovo"
Totò Riina ricoverato d'urgenza per infarto
Il boss si è sentito male nella mattinata ed è stato ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno. La crisi sembra superata. Si trova recluso in regime di 41 bis nel supercarcere di Marino del Tronto.
ASCOLI PICENO - E' stato colpito da un infarto, ma la crisi sembra, adesso, superata: il boss Totò Riina è stato ricoverato d'urgenza questa mattina, nell'ospedale di Ascoli Piceno, reparto di cardiologia. Imponenti le misure di sicurezza: l'ospedale è presidiato all' esterno da agenti della questura e all' interno dalla polizia penitenziaria di cui si attendono rinforzi da Roma. La sorveglianza è svolta anche dai carabinieri e si sta valutando
Riina si trova sottoposto al regime duro del 41 bis nel supercarcere di Marino del Tronto. La comunicazione della necessità di cure mediche è arrivata in mattinata al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; già le prime indiscrezioni confermavano un possibile infarto.
In ospedale, il boss è arrivato in reparto verso le 11:30 direttamente dal supercarcere di Marino del Tronto, dopo aver accusato il malore. Gli ultimi accertamenti clinici, risalirebbero al settembre scorso. Il trasporto, anche allora, non era passato inosservato, data la presenza di agenti dei reparti speciali anche sui tetti delle abitazioni. In passato, si era parlato anche di una seria malattia al fegato di cui sarebbe affetto il boss, ma non se ne è mai avuta conferma.
Nei giorni scorsi, le condizioni di salute di Riina, comunque erano giudicate buone.17 maggio 2003 - COSI' COSA NOSTRA UCCISE IL PRIMO PENTITO
"La Sicilia"
Rivelazioni
Così Cosa Nostra uccise il primo pentito di mafia
leone zingales
Palermo. Fu la cosca della "Noce" a organizzare ed eseguire il delitto del primo "vero" pentito di Cosa nostra, Leonardo Vitale. A quasi venti anni di distanza dall'omicidio del cosiddetto "Valachi" di Altarello, gli inquirenti palermitani si dicono convinti di avere individuati i presunti mandanti ed esecutori dell'azione criminosa. A svelare i retroscena dell'assassinio sono stati pentiti Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo i quali hanno raccontato il "come" e il "perché" le organizzazioni mafiose decisero l'assassinio di Vitale che fu sì il primo pentito di Cosa nostra ma anche il primo pentito a non essere creduto; fu infatti spedito in manicomio, e poi, quando ne uscì, la mafia, che ha la memoria lunga, lo uccise davanti alla sua casa della Siccheria.
Era il 4 dicembre 1984 e Vitale stava tornando dalla messa domenicale quando i killer entrarono in azione. Buscetta e Contorno avevano raccontato da poco i segreti di Cosa Nostra al giudice Giovanni Falcone e la mafia rispose lanciando un segnale ai pentiti e ai loro familiari. "Un'azione dimostrativa contro i pentiti", definì la decisione di Cosa Nostra di eliminare il primo pentito della storia della mafia, l'ex boss della Noce Calogero Ganci, componente del gruppo di fuoco che uccise Vitale. "Abbiamo aspettato che Vitale uscisse dalla messa - ha detto Ganci ai magistrati raccontando la dinamica del delitto - e nel momento in cui è entrato in macchina è morto". "A sparare - ha aggiunto l'ex superkiller - sono stati mio fratello Domenico Ganci e Giovanni Guglielmino. Lui, ormai, era una larva umana, mischinazzo".
Per l'omicidio di Leonardo Vitale la procura ha chiesto il rinvio a giudizio del boss Raffaele Ganci, dei figli Domenico e Calogero e di Domenico Guglielmino, uno dei killer. La richiesta è stata avanzata dai pm Maurizio De Lucia e Marzia Sabella, il gip, a distanza di due anni, non ha ancora fissato l'udienza preliminare. "Quella di Vitale era una lezione. Come dire: anche fra dieci, venti anni, noi ti cercheremo sempre. In effetti non c'era motivo di ucciderlo perché era diventato una larva umana". In quel periodo caddero Salvatore Anzelmo, ucciso dal nipote, poi pentito, Francesco Paolo, Pietro Busetta, marito della sorella di Buscetta, e Mario Coniglio, fratello del pentito Salvatore, che aveva svelato i retroscena del traffico di stupefacenti della banda di "nonna eroina".17 maggio 2003 - RIINA: DAI GIORNALI
"Il Messaggero"
Il malore nella cella d'isolamento del supercarcere, poi la corsa per un infarto. Ora Riina è in osservazione nell'unità coronarica
Il boss ricoverato d'urgenza al Mazzoni
L'ospedale "blindato" da squadre speciali giunte da Roma. Fermati i familiari
di ENNIO MANCINI
Sospetto infarto al miocardio da angina. Questa la diagnosi stilata dai medici del reparto di Cardiologia del "Mazzoni" per Totò Riina, il boss rinchiuso dal 1998 nel supercarcere di Marino del Tronto in regime di 41 bis. Il capo di Cosa nostra non avrebbe però accusato cali di pressione o shock (che normalmente si manifestano durante una crisi ischemica) da far temere per la sua vita. "Totò Riina non è in prognosi riservata", ha confermato da Firenze, il suo legale Luca Cianferoni che oggi verrà ad Ascoli. E' ricoverato, sorvegliato a vista dagli agenti della Polizia penitenziaria in una stanza all'Utic dove resterà in osservazione per 72 ore. In nove mesi è questo il terzo ricovero per Riina. Precedentemente era stato trasferito dal carcere al "Mazzoni" una prima volta lo scorso settembre (dolori allo stomaco) e poi il 12 ottobre per un'ecografia al fegato ed una gastroscopia. Questa volta la cosa sembra essere più seria.
Inizialmente era stato annunciato l'arrivo dalla Sicilia dei familiari; circostanza poi smentita dal legale per problemi di nulla osta e per non turbare il paziente.
L'allarme è scattato ieri mattina poco prima delle nove quando tre auto della Polizia sono giunte all'ospedale civile per "occupare" alcuni punti strategici e dare subito dopo il via libera per l'arrivo del "capo dei capi" della mafia. Verso le 10, a bordo di un'ambulanza, scortato da una decina di auto di Carabinieri, Polizia e agenti penitenziari, Riina, sentitosi male, dal carcere è stato trasferito al "Mazzoni". Sgomberata l'intera area antistante e dentro il pronto soccorso, il boss è stato trasferito direttamente nel reparto Utic di Cardiologia. Ad attenderlo, con il primario Luciano Moretti, i medici del reparto e del dipartimento di emergenza. Allertati anche i sanitari del blocco operatorio per una eventuale urgenza di intervento chirurgico. Nonostante lo sforzo da parte delle forze di Polizia, coordinate dal Capo di Gabinetto della Questura Quinto Amadio e dal comandante delle Volanti Marco Fischetto, gran parte dell'ospedale è rimasto praticamente blindato. Off limits per tutti anche il primo piano (reparto di Ostetricia) e il secondo piano dell'Utic. Entrambi gli ingressi sono sorvegliati da agenti con tanto di giubbotto antiproiettile e mitra in mano. Sempre nella giornata di ieri, poco dopo mezzogiorno, sono giunte da Roma diverse auto con una quindicina di agenti della Polizia penitenziaria. La situazione di massima allerta resterà tale almeno fino a lunedì prossimo, a conclusione del periodo di osservazione che di norma viene riservato per pazienti colpiti da crisi ischemica.
Nei mesi scorsi era stata disposta la cessazione dei benefici di socializzazione a cui il capo di Cosa nostra era stato ammesso nel 1999. "Faremo ricorso a Strasburgo per lesione dei diritti dell'uomo" -ha detto l'avvocato Luca Cianferoni- aggiungendo che, a suo avviso, "Riina deve scontare il carcere, ma la misura dell'isolamento è illegittima". Cianferoni contesta anche il fatto che, "per disposizioni ministeriali, la cella che ospita Riina nel carcere di Marino è illuminata 24 ore su 24, e solo la notte con intensità minore".
La direttrice del carcere Lucia Di Feliceantonio ha riferito che si tratta del primo malore del genere, e che Riina era stato sì ricoverato in precedenza, ma per altre patologie. Dal canto suo, il direttore generale della Asl Mario Maresca, al quale non risulta ufficialmente che il paziente piantonato sia Riina in quanto il suo nome non figura nei registri, si augura "che la presenza del detenuto non crei disagio all'attività dell'ospedale".18 maggio 2003 - RIINA OPERATO A TERAMO
"La Stampa"
RIUSCITO L'INTERVENTO DI ANGIOPLASTICA ALL'OSPEDALE DI TERAMO
Operato Totò Riina Il cuore non va bene
I familiari sono pronti a partire ma manca il permesso da Roma Attorno all'edificio è stato creato un rigido cordone di sicurezza
corrispondente da PALERMO
Il cuore del vecchio "padrino" corleonese fa i capricci e per questo Totò Riina, il "capo dei capi", ieri mattina ha subito un intervento di angioplastica all'ospedale Mazzini di Teramo. Vi era giunto la notte precedente dal nosocomio di Ascoli Piceno dove giovedì sera era stato ricoverato per un principio di infarto. Il boss di Cosa nostra, 72 anni, appena uscito dalla sala operatoria tenta di sorridere. Resterà ricoverato nell'Unità di terapia intensiva cardiologica (Utic) ancora per alcuni giorni. Le sue condizioni - il breve intervento è servito a dilatare le coronarie - sono giudicate "soddisfacenti" dai medici. I familiari - che hanno seguito da Corleone le tappe della vicenda - fanno sapere che sono pronti a partire, ma solo quando il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria concederà loro il permesso di incontrare Riina. I due figli maschi non potranno comunque vederlo perchè sono rinchiusi in carcere con l'accusa di omicidio e associazione mafiosa. L'arrivo di Riina all'ospedale di Teramo ha obbligato polizia e carabinieri a creare attorno all'edificio un cordone di sicurezza. I medici non emettono alcun bollettino ufficiale sulle condizioni di salute di Riina, fanno però sapere che il paziente non sarà trasferito nell'area dell'ospedale normalmente riservata ai detenuti, perché non è attrezzata per questi casi eccezionali. L'immagine sanguinaria di Riina si è proiettata per quasi trent'anni sulla Sicilia, e la sua ombra si è allungata su tutte le stragi e sui delitti eccellenti. La scalata del capo dei capi ai vertici di Cosa nostra cominciò nel 1981 quando il corleonese decise che era giunto il momento di tirare la volata finale: la sua forza militare era ormai tale da consentirgli di eliminare a viso aperto tutti i capi delle famiglie che gli resistevano. Cominciò uccidendo il boss "don Piddu" Panno di Casteldaccia, poi quello palermitano Stefano Bontade: da allora iniziò una guerra di mafia durata tre anni, lasciò sulle strade del Palermitano mille morti, tra quelli uccisi in sparatorie e in agguati e quelli soppressi col metodo della lupara bianca. Alla fine tutta la mafia tremava davanti a Totò Riina. La sua latitanza è durata 24 anni e si è conclusa il 15 gennaio 1993, a Palermo. Quando la sua immagine apparve per la prima volta in tv, sorprese tutti: nessuno immaginava che un personaggio così goffo, piccolo, dagli occhi spiritati, potesse essere il mafioso feroce mai di cui si scriveva nelle cronache giudiziarie. I giudici Falcone e Borsellino avevano però compreso lo spessore criminale di Riina, il paesano dalle "scarpe infangate", ben diverso da quello che si sforzava di apparire. La storia di Riina è soprattutto la storia di un gruppo di picciotti di Corleone, malridotti e spietati nello stesso tempo, che danno la scalata alla gerarchia di Cosa nostra, che fino ad allora aveva le sue regole, le sue leggi e una sia pur distorta moralità. Teorico della violenza totale e dell'inganno sistematico, all'interno di un progetto lucido quanto folle, massacro dopo massacro, Riina spazza via l'organigramma eccellente del parlamento mafioso. Il capo corleonese cancella le regole a colpi di tritolo e come ha sostenuto il pentito Tommaso Buscetta, soltanto un potere superiore, una "entità", è riuscita ad assicurargli una latitanza di 24 anni. Sono decine gli ergastoli, anche quelli definitivi, ai quali è stato condannato. Fra di essi quello per le stragi del 1992 e gli altri per una serie di delitti eccellenti commessi a Palermo negli Anni '80: l'uccisione di Michele Reina, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa con la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. E ancora, le condanne per l'autobomba che ammazzò il consigliere istruttore Rocco Chinnici e i carabinieri che lo proteggevano.
Lirio Abbate19 maggio 2003 - RIINA DOPO L' OPERAZIONE
"Il Messaggero"
Operato a Teramo
Riina migliora
Chiesti per lui gli arresti in ospedale
TERAMO - Ha trascorso una notte tranquilla il boss mafioso Totò Riina, dopo l'intervento di angioplastica coronarica al quale è stato sottoposto sabato nell'ospedale "Mazzini" di Teramo, a seguito dell'infarto che lo aveva colpito nella sua cella del supercarcere di Marino del Tronto. I medici potranno, comunque, pronunciarsi sulle condizioni di salute del 72enne, ricoverato nel reparto cardiologico, nell'Unità di terapia intensiva coronarica (Utic), soltanto stamattina, trascorse le 48 ore dall'operazione.
Sarà allora che si deciderà la destinazione di Riina: i suoi avvocati sostengono che l'isolamento non è più compatibile con il suo stato di salute e hanno chiesto gli arresti ospedalieri. Che potrebbero essere anche stabiliti nel nosocomio ascolano "Mazzoni". Intanto la struttura sanitaria di Teramo è al centro di eccezionali misure di sicurezza: circa trenta uomini, fra agenti di polizia e carabinieri, circondano l'edificio e procedono all'identificazione, e alla successiva perquisizione, di tutti coloro che, per visite, devono entrare nell'Utic, obbligandoli a depositare all'esterno il telefono cellulare.
Anche ieri Ninetta Bagarella, moglie del boss mafioso, ha voluto parlare con i medici dell'équipe del prof. Iacovoni, primario cardiologo dell'ospedale teramano. I sanitari hanno rassicurato la donna confermandogli che il marito ha ben superato il periodo maggiormente critico, quello post operatorio. "Quando i medici dell'ospedale di Tearmo scioglieranno la prognosi - ha detto ancora ieri uno dei legali di Totò Riina, avvocato fiorentino Luca Cianferoni - chiederemo che al mio assistito venga concessa una forma alternativa al carcere in isolamento. Totò Riina ha ormai 73 anni e l'applicazione di tre angioplastica non gli consente più di scontare il carcere in regime di 41 bis e isolamento. Con gli altri colleghi valuteremo il da farsi. Ma questo solo a partire da domani (oggi ndr.)".
19 maggio 2003 - RAIUNO: CASA RAIUNO DEDICATO A STRAGE CAPACI
ANSA:
A tre giorni dall' undicesimo anniversario della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, Massimo Giletti, nella puntata di Casa Raiuno, in onda domani alle 14:05 su Raiuno, ripercorrera', dalle ore 16, con le testimonianze in studio di Maria Falcone, di Claudio Martelli e Vincenzo Scotti e del giornalista Francesco Lalicata, le tappe della tragica vicenda di questo magistrato scomodo della super procura Antimafia.19 maggio 2003 - TRAVAGLIO SU COMMENTO AVV. BONGIORNO A SENTENZA ANDREOTTI
da "Dagospia"
BUONANOTTE, AVVOCATO BONGIORNO - TRAVAGLIO DEMOLISCE L'"ASSOLUZIONE" ANDREOTTI E TRAFORA LA PRINCIPESSA DEL FORO...
Marco Travaglio per L'Unità
L'avvocatessa Giulia Bongiorno ci usa la cortesia di spiegarci i segreti dei suoi ultimi trionfi nei due processi Andreotti (una condanna a 24 anni per omicidio a Perugia e una mezza prescrizione per mafia a Palermo). Lo fa in una strepitosa intervista a Sette. Un'intervista piena di rivelazioni sconvolgenti ("Da bambina, in tv, ai cartoni animati preferivo Perry Mason") e di particolari inquietanti. Dopo la sentenza di Perugia la piccola Giulia, questo "fuscello leggero con anima di acciaio", questa donna sottile come un chiodo, apparentemente indifesa ma pronta ad azzannare l'avversario con l'arguzia", non ha retto più. Perché lei, per Andreotti, è più che un avvocato: è la sua "ombra, amica di famiglia, consigliere e figlia adottiva".
Dunque s'è ammalata come se avessero condannato lei: "di celiachia, un raro malanno che provoca rigetto di pasta, pane e ogni farinaceo". Anche Andreotti, per solidarietà, s'è sentito male. Ma per un'altra patologia ("sbalzi di pressione", ha confidato a Oggi) e per l'altro processo, quello per mafia. È l'alternanza. Tornando ai segreti della Perry Mason in gonnella, apprendiamo che è "testarda e stakanovista". E anche un po' bugiarda, visto che ripete la solita bufala: "Confermando l'assoluzione di primo grado, quella di Palermo diventa una sentenza matrioska che fa piazza pulita di Perugia". Due bugie in due righe: non è stata confermata nessun'assoluzione ("prescrizione per i reati commessi fino alla primavera 1980") e il delitto Pecorelli risale al 1979, cioè rientra nel periodo in cui i reati sono provati, ancorchè prescritti.
Ma il vero segreto è l'"esame a ragnatela": "Imparo a memoria i verbali delle indagini". Poi prepara domande. Ma non così, a caso: "A raffica. Penso a una domanda e individuo tre risposte, anche di più. E le scrivo su grandi fogli, tutte. Ognuna porta ad altre domande e a una serie di possibili risposte. Una selva di frecce, una ragnatela, appunto". Un genio. E meno male che c'era lei. Perché altrimenti - spiega - i giudici avrebbero preso sul serio le fanfaluche della Procura. Tipo i "viaggi segreti" di Andreotti, inventati dalla polizia che aveva "ignorato i posti giusti", non aveva saputo "aprire i cassetti giusti". Chi li ha poi aperti? La piccola Giulia, naturalmente. Purtroppo, però, le cose sono andate molto diversamente.
Mentre Fuscello d'Acciaio girava l'Italia sbattendosi da un ufficio all'altro, Procura e polizia si rivolgevano al Comando dei Carabinieri, che a sua volta raccoglieva i tutti i dati sui viaggi dalle stazioni periferiche. Ecco perché l'ufficiale di Pg, al processo, sbottò: "Ma le pare che io devo girare il mondo?". L'altra mirabolante scoperta riguarda le due versioni del memoriale Moro. Secondo l'accusa, quella integrale - molto più compromettente per Andreotti - finì in mano a Pecorelli, che fu ucciso per questo. "Ma a un tratto - scrive il cosiddetto intervistatore - irrompe la Bongiorno". E che ti scopre? Che fra le due versioni non c'è questa gran differenza. Purtroppo, però, né i giudici di Palermo né quelli di Perugia l'han presa sul serio. Infatti insistono entrambi sulle enormi differenze fra i due memoriali. E a Perugia Andreotti è stato condannato in appello proprio per Pecorelli.
Ma i colpacci della principessa del foro non finiscono qui: scopre pure la prova che "Andreotti aveva tentato il salvataggio delle banche di Sindona perché c'era un interesse pubblico". Se l'ex premier incontrava Sindona, bancarottiene e latitante, e tentava di salvare il suo impero malavitoso basato sul riciclaggio mafioso in parallelo all'opera meritoria della P2 e di Cosa Nostra, lo faceva per noi. Per l'"interesse pubblico". Purtroppo Giorgio Ambrosoli non lo capì, e non fece neppure in tempo a conoscere l'avvocatessa Bongiorno. Così si mise in testa di fare l'interesse pubblico contrastando quel salvataggio. E Sindona lo fece assassinare. Ma in nome dell'interesse pubblico, s'intende.20 maggio 2003 - RIINA DOPO L' OPERAZIONE
"Il Messaggero"
IL BOSS IN OSPEDALE
Riina migliora: è loquace e disteso,
già oggi potrebbe tornare a Marino
di ROBERTO ALMONTI
TERAMO - Totò Riina non mangia come tutti gli altri degenti dell'ospedale Mazzini di Teramo, a lui non possono somministrare i pasti precotti che l'azienda Pap distribuisce ogni giorno. Alla sua alimentazione provvedono direttamente gli agenti della squadra scorte della polizia penitenziaria che lo hanno "a carico". Pasti cotti dallo stesso personale e somministrati come super sicuri. E' uno dei mille accorgimenti di sicurezza che riguardano il boss corleonese ricoverato nel reparto di terapia intensiva coronarica dell'ospedale Mazzini, dopo l'intervento di angioplastica subito nella notte tra venerdì e sabato. Le forze di pubblica sicurezza non possono correre il rischio di un avvelenamento, così come provvedono a tenere a debita distanza qualsiasi persona non autorizzata dal terzo piano del lotto cardiologico del nosocomio teramano. Il 72enne detenuto per reati di mafia è socievole e disponibile, è loquace e si trova bene, parla con il personale sanitario e si informa sulle sue condizioni, senza allarmarsi o preoccuparsi più di tanto. Insomma, è un paziente modello. Si trova in uno "splendido" isolamento, in un reparto a sua completa disposizione, senza altri degenti con le uniche presenze diverse dalla sua persona costituite da un nugolo di agenti e dal personale medico e infermieristico. Ci sono tre infermieri impegnati su un turno consecutivo di ventiquattro ore e alcuni medici addirittura non escono dal reparto da sabato mattina: tutti, nessuno escluso, a cominciare dal primario Fabrizio Iacovoni, che se non fosse in ferie sarebbe sottoposto anche lui a severi controlli su identità e accensione del telefonino. Unica persona diversa da poliziotti, agenti penitenziari, carabinieri e sanitari che il detenuto può ricevere è il suo avvocato: i familiari avevano chiesto di poter arrivare a Teramo per fargli visita ma fino a ieri il Dap (dipartimento di amministrazione penitenziaria) del ministero di Grazia e giustizia non aveva autorizzato il colloquio. Ed è probabile che non lo autorizzi almeno fino al rientro nel carcere di Marino del Tronto. Adesso si discute proprio su questo, sulle dimissioni di Riina dal reparto teramano. Secondo fonti riservate, il boss potrebbe trascorrere oggi l'ultimo giorno di degenza nel reparto al terzo piano della divisione del cuore. Sono le ottime condizioni di salute che ne possono consigliale la dimissione dal ruolo di degente per tornare ad essere detenuto in regime di 41 bis in cella. I medici sono ottimisti sul decorso post-operatorio, hanno imposto un periodo di almeno 72 ore di monitoraggio dopo l'applicazione di due "stent" nell'arteria interventricolare e queste sono scadute questa notte: è dunque presumibile che, anche per far cessare il prima possibile il disagio per la struttura cardiologica divisa a metà tra il piano dell'Utic e querllo di cardiochirurgia, è presumibile dunque che Riina venga trasferito indietro già da domani.21 maggio 2003 - MANDANTI AUTOBOMBE 1993: INDAGATO EX SENATORE DC VINCENZO INZERILLO
ANSA:
L'ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, gia' condannato ad otto anni di carcere per associazione mafiosa, e' indagato per concorso in strage dai magistrati di Firenze nell'ambito dell'inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del '93. La notizia e' stata confermata in ambienti giudiziari. Assistito dal suo legale, avvocato Franco Inzerillo, l'esponente politico e' stato interrogato lunedi scorso a Firenze dal procuratore aggiunto Francesco Fleury e dai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini. Lo stesso giorno funzionari e agenti della Dia hanno perquisito la sua abitazione a Palermo.
In un' intervista pubblicata stamane da due quotidiani il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna aveva confermato l'esistenza di una persona indagata per strage a Firenze definendola una "talpa, un canale tra ambienti istituzionali e gli esecutori degli attentati" del 1993 agli Uffizi di Firenze, a Roma e Milano.
La notizia dell' interrogatorio dell' ex senatore Inzerillo e' stata confermata dalla procura di Firenze. Interpellato telefonicamente, il pm Giuseppe Nicolosi ha rifiutato comunque qualsiasi riferimento alle indagini. "Non ho niente da dire. Assolutamente", questo il suo unico commento.
Nicolosi ha sempre indagato con Gabriele Chelazzi (il pm della Dna morto d' infarto a Roma il 17 aprile) e i colleghi Francesco Fleury e Alessandro Crini sugli eventuali mandanti occulti delle stragi con autobombe del 1993."Il Nuovo"
Stragi del '93, indagato ex senatore Dc
Vincenzo Inzerillo è accusato di essere la "talpa" che teneva i rapporti tra Cosa nostra e potere politico a Palermo. Il profilo di un insospettabile, già assessore con Orlando, poi condannato per associazione mafiosa.
di Simone Navarra
ROMA - Ecco la talpa. L'ex senatore della Democrazia Cristiana Vincenzo Inzerillo è indagato "per concorso in strage" per i fatti del '93: l'attentato del 27 maggio, a Firenze, in via dei Georgofili, che causò la morte di 5 persone e il ferimento di altre 41; quelli tra la notte del 27 e il 28 luglio: uno a Milano, in via Palestro, con 5 morti e 12 feriti, e l'altro nel cuore di Roma, di fronte la chiesa di San Giorgio al Velabro, che nell'occasione andò completamente distrutta. Fu "il colpo di maglio della mafia", l'attentato al cuore dello stato, il colpo finale di una Cupola che per la prima volta, o quasi, varcava lo stretto di Messina e portava "nelle città del continente" il suo carico di "d'odio e ricatti", leggendo la requisitoria del primo maxi processo di Palermo. "Si voleva mettere in crisi il Palazzo e ottenere la fine del carcere duro, il 41 bis, per i boss arrestati". Con una strategia terribile che iniziò con la bomba in via Ruggero Fauro, nella Capitale, allo scopo di uccidere Maurizio Costanzo e che fu fermata solo con l'arresto di Totò Riina.
Inzerillo, in tutto questo, è il soggetto conosciuto e quello che per molto tempo è stato considerato come un alfiere della "Sicilia che vuole cambiare". Già assessore alle manutenzioni della giunta Orlando, al comune di Palermo, e inviso ai plenipotenziari dello scudocrociato - leggi il sempre sospettato Salvo Lima - finisce accusato dal consigliere comunale Gioacchino Pennino, che traccia proprio dallo scranno del palazzo del municipio una mappa delle collusioni tra politica e Cosa Nostra. Inzerillo, per l'accuse di questo e di altri pentiti, è stato condannato in primo grado a otti anni per "associazione mafiosa" anche se aspetta l'appello con "la voglia di spaccare il mondo".
In un' intervista pubblicata stamane da due quotidiani il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna aveva confermato l'esistenza di una persona indagata per strage a Firenze definendola una "talpa, un canale tra ambienti istituzionali e gli esecutori degli attentati". Eppure il curriculum di Inzerillo sembra trasparente: segretario del senatore Giuseppe Cerami e poi di Attilio Ruffini, quindi consigliere comunale di Palermo dall'80 fino al '92 quando viene eletto al Senato. Poi più volte assessore, anche nelle giunte presiedute da Leoluca Orlando. Nel '90 è vicesindaco nella giunta Lo Vasco. Nel filone dell'inchiesta a suo carico è compresa anche l'accusa, tra l'altro, di aver percepito tra l'88 e l'89 una tangente di 700 milioni per la conclusione di un affare relativo alla costruzione di case popolari a Ciaculli, acquistate dal Comune.
Assistito dal suo legale, avvocato Franco Inzerillo, l'esponente politico è stato interrogato lunedi scorso a Firenze dal procuratore aggiunto Francesco Fleury e dai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini. Lo stesso giorno funzionari e agenti della Dia hanno perquisito la sua abitazione a Palermo. Interpellato dalle agenzie Nicolosi ha rifiutato comunque qualsiasi riferimento alle indagini. "Non ho niente da dire. Assolutamente", si è lasciato scappare. Enzo Fragalà, deputato di An, dice: "E' una sorpresa quella di Inzerillo. Una cosa che forse nessuno poteva aspettarsi. Meno che mai coloro che per anni sono andati dicendo in Sicilia, di essere e rappresentare il nuovo, le facce pulite". E tornano così quasi d'attualità le parole di Walter Ricoveri
Coordinatore delle Parti Civili al processo per via dei Georgofili: "Il legame tra potere politico e mafia non solo può esser manifesto ma anche reclamato come onesto".
Dalla parte di Inzerillo ci sono però due cose . Il suo principale accusatore, Pennino, è figlio di Gaetano Pennino che era stato coinvolto nel processo dei 114 boss mafiosi che si celebrò alla fine degli anni sessanta a Catanzaro. Secondo Tommaso Buscetta era a casa dei Pennino che si riunivano politici e boss per decidere sul futuro di Palermo, ai tempi in cui si compiva lo scempio edilizio - il cosiddetto "sacco" - della città con la cementificazione sia delle zone urbane che di quella Conca d'oro che scomparve completamente.
E lo stesso Pennino, che è stato chiamato il Buscetta della politica, è insieme a Di Maggio - e molti altri - tra i collaboratori che hanno rivelato notizie e dati importanti nelle indagini su Giulio Andreotti. "A Palermo - chiosa Fragalà - nulla accade per caso".21 maggio 2003 - SCARCERATO BRUSCA: POLEMICHE
"Il Gazzettino"
Uccise e poi sciolse nell'acido un tredicenne per punirne il padre - Condannato a 30 anni, ne ha scontati solo 7 Scarcerato il killer mafioso Brusca Concessi gli arresti domiciliari perché "pentito" - Polemiche e un'inchiesta del ministro Castelli Roma
È un provvedimento che ha scatenato polemiche infuocate quello preso dal Tribunale di sorveglianza di Roma: Enzo Salvatore Brusca, 38 anni, di cui gli ultimi sette trascorsi in carcere, pentito di mafia è stato scarcerato e posto agli arresti domiciliari. Enzo Brusca uccise e poi sciolse nell'acido il ragazzo di 13 anni Giuseppe Di Matteo, dopo averlo tenuto prigioniero per 26 mesi. Fu una vendetta contro il padre del giovane Mario Santo Di Matteo che indicò ai magistrati in Giovanni Brusca, fratello di Enzo, l'autore della strage di Capaci in cui morì il giudice Falcone.
Catturato, reo confesso, venne condannato a 30 anni di carcere. Poi il pentimento suo e anche del fratello. E ora la scarcerazione. Una decisione che gli stessi magistrati siciliani, come il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso che il Pm che lo arrestò Alfonso Sabella, ritengono corretta. Ma è ritornata in discussione sul fronte politico tutta la legge sui pentiti con feroci polemiche trasversali ai partiti e profondo sconcerto, tanto da indurre il ministro di Grazia e Giustizia, Roberto Castelli, a un'ispezione per chiarire se le norme di legge siano state correttamente applicate.
Eppure Enzo Brusca, mafioso pentito, condannato a 30 anni, ora è agli arresti domiciliari. È stata semplicemente applicata la legge che favorisce i collaboratori di giustizia. L'inchiesta ordinata dal ministro Castelli si scontrerà con una legge voluta dal Parlamento. Schizofrenica, forse, come altre: la "41 bis", per esempio, appena inasprita, la sola che condanna i boss mafiosi alla segregazione a vita. Chiude e isola per sempre i mafiosi eccellenti, ma lascia liberi i killer della mafia. Come Brusca.
Tutto lascia supporre che Enzo Brusca abbia collaborato ampiamente con i giudici, sia andato oltre il normale pentimento. Certe leggi sono utili a tutta la società, ma esistono limiti incomprensibili al cittadino che pensa che la legge sia uguale per tutti. Davanti al delitto del bambino sciolto nell'acido, si chiede almeno la certezza della pena.
È straordinaria la nostra giustizia, soprattutto nel non farsi capire dalla gente. Due storie di questi giorni fanno discutere: la vicenda Brusca e quella del tabaccaio milanese che insegue e uccide il rapinatore. Eppure sono questi gli aspetti della giustizia che toccano ognuno, che coinvolgono, fanno riflettere: lo stupratore che può tornare a molestare la sua vittima, l'assassino che può sfrontatamente irridere la vedova della sua vittima, il sequestratore che può incrociare per strada il suo ostaggio. I veri problemi della giustizia italiana sono legati ai tempi lunghi del giudizio e alla mancata certezza della pena. Non c'entra il garantismo, vero o finto, quanto la necessità di garanzie per tutti. A pochissimi può essere riservato il clamore di un processo "politico", a tantissimi può capitare la giustizia di ogni giorno. Siamo tutti, anche senza volerlo, esposti alla criminalità comune, a ladri, rapinatori, pirati della strada. In qualche regione si è vittime di una criminalità organizzata, vero e proprio antistato, spesso più potente dello Stato.
Le storie di Milano e di Brusca rappresentano, non a caso, il Nord e il Sud di quest'Italia e sono la dimostrazione che l'incertezza del diritto non conosce latitudine. La vicenda di Milano è drammatica, nella metropoli i commercianti si sentono insicuri, non protetti. La tolleranza zero non ha dato frutti, molte misure di prevenzione si sono quasi esaurite nell'effetto annuncio. Il rischio è che, nell'insicurezza, una difesa può diventare vendetta: per rabbia, per senso di impotenza, per reazione all'umiliazione che si prova a sentirsi minacciati, oltraggiati, derubati. La risposta può essere la perdita della razionalità e in quel momento un'arma a portata di mano diventa più che una tentazione. La stessa legittima difesa può diventare un'arma a doppio taglio. Occorrono freni per evitare che prevalga la legge della giungla, per impedire che la vita altrui - e quindi la nostra - abbia sempre meno valore. Certo non è giusto mettere sullo stesso piano il rapinatore e il tabaccaio. Nessuno vuole confondere Caino e Abele. La legge accerterà eventuali responsabilità, troverà la verità. Uccidere non è mai un gesto leggero.
Anche questo è lo specchio di una situazione più generale: c'è la sensazione diffusa che manca la certezza della pena. Negli ultimi dieci anni in Italia non sono stati scontati oltre 850 mila anni di pene già comminati.E si ritorna alla vicenda Brusca, emblematica della pena non scontata, della confusione tra Caino e Abele, delle nostre certezze messe in discussione.IL KILLER DI SAN GIUSEPPE JATO Assieme al fratello Giovanni costituiva una spietata "ditta del crimine". Progettavano di inquinare i processi. Da pentiti si sono scambiati accuse Strangolò e sciolse nell'acido il piccolo Di Matteo Ha confessato otto omicidi: "Sono cresciuto in un clima di terrore e violenza, per Cosa nostra avrei fatto anche il kamikaze" Figlio di Bernardo Brusca, uno dei capi della cupola mafiosa, fratello di Giovanni, ex capomandamento di San Giuseppe Jato e oggi pentito come lui, Enzo Salvatore Brusca, 34 anni, non ha avuto difficoltà davanti ai giudici a fare il bilancio della sua attività di killer: "Otto o nove omicidi, non ricordo". Certo nulla al confronto del fratello Giovanni che in fatto di esecuzioni aveva ammesso in aula: "Ne avrò fatte 50, 60, 100...".
Di tutti i delitti confessati, il più orribile compiuto da Enzo Brusca fu quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, ucciso a 15 anni per tappare la bocca al padre. Per averlo strangolato e sciolto nell'acido Enzo Brusca fu condannato definitivamente a 30 anni di carcere. Enzo Brusca accusò il fratello Giovanni, il mafioso che tra l'altro premette il telecomando della strage di Capaci. Sostenne di aver tentato fino all'ultimo di evitare la tragica fine del bambino. Anche se uno dei suoi due complici, Giuseppe Monticciolo, dichiarò ai giudici che "Enzo Brusca non volle che fosse coinvolto nella fase esecutiva del delitto Vito Vitale perchè Giovanni Brusca non dicesse che non eravamo in grado di farlo da soli". Le sue dichiarazioni comunque hanno consentito di scoprire il luogo in cui è stato tenuto prigioniero e assassinato il piccolo Giuseppe.
Arrestato assieme al fratello Giovanni nel maggio del 1996 Enzo Brusca raccontò che assieme al fratello stava preparando una strategia di falsificazione e di inquinamento dei processi attraverso dichiarazioni depistanti da introdurre nei dibattimenti. L'obiettivo era quello di screditare Balduccio Di Maggio, compaesano che con le sue dichiarazioni aveva contribuito a far crollare l'impero "corleonese". I due avrebbero poi rinunciato al disegno.
I magistrati hanno ritenuto subito più attendibile la collaborazione di Enzo, iniziata nel '96, rispetto al fratello. Una collaborazione cominciata, quattro giorni dopo la sua deposizione al processo Andreotti, col racconto del suo "battesimo" da assassino e l'uccisione in un casolare a San Giuseppe Jato di Vincenzo Filippi. "Per Cosa nostra - disse - avrei fatto qualunque cosa, persino il kamikaze, l'uomo bomba. Non temevo la morte perchè sono cresciuto in un clima di terrore e di violenza. Ammazzavo senza pensare". Nel '97 in un intervista ammise: "Ho parlato con i giudici per salvare mia moglie e mia figlia dalle vendette".I PENTITI DI MAFIA Tutto cominciò da Buscetta, che infranse l'omertà Il primo grande "pentito" di mafia, che infranse l'omertà su cui si reggeva Cosa Nostra, fu Tommaso Buscetta (nella foto a destra). Decise di parlare con il giudice Giovanni Falcone, titolare nei primi anni Ottanta di cinque inchieste sulla mafia palermitana. Dalla stupefacente memoria di Buscetta viene fuori l'organigramma di Cosa Nostra dagli anni Settanta, le decisioni criminali prese dalle varie "cupole" succedutesi. Grazie alle indicazioni di Buscetta e ai riscontri che le indagini riuscirono a trovare, 366 boss mafiosi furono incastrati e condannati, e decine di delitti irrisolti trovarono colpevoli e mandanti. Gli arresti, e i pentimenti, si susseguirono: dopo le confessioni di Buscetta, ecco quelle dei boss Calzetta, Sinagra e Contorno. Altri 115 omicidi vengono risolti, con l'arresto di esecutori e mandanti. Tra questi, anche l'assassinio del generale Dalla Chiesa.
21 maggio 2003 - RIINA TORNA IN CARCERE
"Il Centro"
DOPO QUATTRO GIORNI AL MAZZINI
Totò Riina ha lasciato Teramo
Partenza nella tarda serata, probabile destinazione Ascoli
TERAMO. L'emergenza per le forze dell'ordine e per i malati di cuore di Teramo è terminata. Totò Riina ha lasciato ieri sera alle 23.05 l'ospedale Mazzini, nella cui unità di terapia intensiva coronarica era stato ricoverato nella notte di venerdì scorso perchè colpito da un attacco cardiaco nella cella del carcere ascolano di Marino del Tronto. Riina era a bordo di un'ambulanza del 118 scortata da una decina di auto delle forze dell'ordine: la colonna è uscita dalla città dirigendosi verso il mare, dunque verso l'autostrada A14. Non è stato chiarito, visto il riserbo con cui è stata condotta l'operazione, se l'ex capo della mafia fosse diretto ad Ascoli Piceno o se sia stato trasferito direttamente ai centri clinici di Parma o Secondigliano (Napoli), abilitati ad ospitare detenuti in regime di carcere duro (41 bis), cui è sottoposto Riina. L'ipotesi più probabile è però che Riina sia stato trasportato nell'ospedale Mazzoni di Ascoli, dove esiste una stanza attrezzata per detenuti in questo regime, in modo da completare lì la sua convalescenza post-operatoria.
Il 72enne boss corleonese è rimasto a Teramo quattro giorni, dopo essere stato sottoposto a un intervento di angioplastica coronarica con l'inserimento di due "stent" nell'arteria interventricolare, il cui restringimento gli aveva provocato un'ischemia seguita da un infarto di media estensione. La presenza di Riina nel reparto del lotto cardiologico ha provocato uno sconvolgimento dell'organizzazione della struttura sanitaria. I medici sono stati costretti, per motivi di sicurezza, a liberare il reparto, trasferendo gli altri 11 degenti in cardiochirurgia. Il boss si è trovato così a disporre dell'intera unità coronarica e di tutto il personale medico e infermieristico, e a consumare, sempre per motivi di sicurezza, solo cibo cucinato e somministrato direttamente dal personale di polizia penitenziaria anzichè quello preparato dall'azienda ospedaliera.
A differenza del viaggio di andata, compiuto sulla tortuosa statale 81, il viaggio di ritorno verso Ascoli (sempre che Ascoli fosse la destinazione) si è preferito farlo via autostrada. Le grandi manovre per la partenza sono cominciate intorno alle 22.30, quando le auto delle forze dell'ordine hanno cominciato a posizionarsi sul percorso dall'ospedale allo svincolo della superstrada Teramo-mare. Alle 23.05 l'ambulanza con a bordo il boss ha lasciato il Mazzini in mezzo a una colonna di auto di scorta: complessivamente i mezzi in transito erano dodici, tra questi c'era anche un'altra ambulanza. I carabinieri hanno bloccato l'incrocio di via San Marino per far defluire la colonna e la stessa scena si è ripetuta a tutti gli incroci fino al casello autostradale di Mosciano, anche se la colonna procedeva nel flusso di traffico normale (non c'erano cioè staffette che le "aprivano" la strada in anticipo)."Il Nuovo"
Mafia, Riina di nuovo in carcere dopo l'intervento
Il boss di Cosa Nostra, operato al cuore il 17 maggio scorso, è rientrato nel supercarcere di Marino del Tronto (Ascoli Piceno). Ma il suo legale protesta: "Riina deve rimanere in ospedale"
ANCONA - Un boss della mafia esce al carcere, un altro, pur in precarie condizioni di salute, vi rientra. Ieri sono stati concessi gli arresti domiciliari a Enzo Brusca. Il boss Totò Riina è tornato invece nel supercarcere di Marino del Tronto (Ascoli Piceno), dopo un intervento al cuoe.
"Sarà particolarmente seguito", dice il responsabile della struttura. Riina è convalescente dopo un intervento di angioplastica cui è stato sottoposto nel nosocomio abruzzese dopo di un ischemia al miocardio. Fonti locali del Dipartimento dell' amministrazione penitenziaria, fanno sapere che c' erano le condizioni per trasferire di nuovo il malato in cella piuttosto che in un'altra struttura. I sanitari, sempre secondo la stessa fonte, hanno ritenuto che non fosse "bisognevole di cure ospedaliere".
Il legale del boss, Luca Cianferoni, promette battaglia: la patologia di Riina viene giudicata incompatibile con il regime del 41bis. Per ora poi, non si sa se a Marino del Tronto è stato predisposto un apposito locale per il ricovero del boss. "E' una situazione di clamorosa illegittimità - dice -, in carcere non ci deve stare".
Nel carcere comunque, la guardia medica è attiva 24 ore su 24 ed erano stati proprio i sanitari di questo servizio a consigliare il trasferimento del detenuto dapprima nell'ospedale Mazzoni di Ascoli Piceno e quindi in quello di Teramo.23 maggio 2003 - FALCONE: MANDANTI ANCORA OSCURI
"Il Mattino"
Falcone, mandanti ancora oscuri
GIUSEPPE NARDI
Erano le 17.58 del 23 maggio 1992 quando 600 chilogrammi di tritolo piazzati all'interno di un cunicolo squarciarono in un attimo un tratto dell'autostrada uccidendo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. E proprio in concomitanza con l'anniversario dell'eccidio di Capaci, la Procura di Caltanissetta annuncia che nuove indagini sono in corso per individuare i cosiddetti "mandanti a volto coperto" delle stragi del 1992, dopo che l'ala militare guidata da Totò Riina è già stata condannata in diversi processi, alcuni dei quali con sentenza definitiva.
Un fascicolo, spiega il Procuratore Francesco Messineo, che costituisce l'approfondimento di un'inchiesta precedente, avviata verso l'archiviazione, ma che si basa anche sugli spunti offerti dai più recenti collaboratori di giustizia come Nino Giuffrè e Ciro Vara.
A undici anni da quell'attentato, che segnò il momento più alto della sfida stragista lanciata da Cosa Nostra allo Stato, Palermo si ferma ancora una volta per ricordare il valore e l'impegno del magistrato simbolo della lotta alla mafia. Numerose iniziative, manifestazioni e dibattiti sono stati organizzati a partire da ieri dalla Fondazione Falcone e dal cartello di associazioni della società civile "per non dimenticare".
Il primo appuntamento organizzato per ricordare il sacrificio di Giovanni Falcone ha un valore fortemente simbolico, come ha ricordato lo stesso Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio inviato alla sorella del magistrato. All'interno dell'aula bunker dell'Ucciardone, dove si celebrò il primo maxiprocesso a Cosa Nostra istruito proprio da Falcone, ieri pomeriggio è stato inaugurato il Villaggio europeo della legalità che vede come protagonisti studenti di tutta Italia.
Altre manifestazioni si svolgeranno oggi a Capaci, sul luogo dell'attentato, con un corteo di studenti promosso dall'associazione Libera al quale parteciperanno Rita Borsellino e Gian Carlo Caselli. Alle 11 il presidente della commissione antimafia, Roberto Centaro, che ha invitato a ricordare Falcone "senza polemiche e strumentalizzazioni inutili", deporrà una corona di fiori sull'autostrada. Una tavola rotonda sulla tema della giustizia, con il vice presidente del Csm Virginio Rognoni e il Procuratore Pietro Grasso, si svolgerà invece nell'aula bunker. Nel pomeriggio due cortei attraverseranno la città, partendo proprio dall'aula bunker e dal Palazzo di Giustizia, per confluire davanti all'Albero Falcone, divenuto ormai un luogo simbolico. Sarà una cerimonia sobria senza la partecipazione di politici.
A Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato, sono giunti ieri anche i messaggi dei presisenti di Camera e Senato, Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera. "Ricordare Giovanni Falcone senza retorica - scrive Casini - significa recuperare il senso profondo di una sfida morale e civile, combattuta sino al sacrificio estremo". Per il presidente del Senato: "Giovanni Falcone è un uomo non solo da celebrare ma anche da imitare per il suo alto senso dello Stato". "Unomattina" dedica oggi su Raiuno un ampio spazio al ricordo di Giovanni Falcone a cui parteciperà la sorella del magistrato assassinato.23 maggio 2003 - BORSELLINO: PRESO D'URSO
"Il Nuovo"
Strage di via D'Amelio, preso un altro boss
Giuseppe Urso era latitante dal giorno della sentenza definitiva d'ergastolo. Lui, insieme al cognato, avevano rubato e preparato con il tritolo la 126 che esplose ed uccise il giudice Paolo Borsellino.
ROMA - Strage di via D'Amelio: manette per Giuseppe Urso, latitante dal 28 marzo 2002, giorno della sentenza che lo condannava all'ergastolo. A finire dietro le sbarre è l'uomo che aveva imbottito di tritolo e portato la 126 proprio vicino a dove passava il giudice Paolo Borsellino ogni volta che andava a trovare la madre. A Palermo fu l'inferno quel 19 luglio '92. E a provocarlo c'era anche questo commerciante di giorno e boss di notte, marito di Rosa Vernengo, figlia di quel Pietro che era uno dei capi mandamento di Corso dei Mille, una delle cosche più note della Sicilia.
Urso, comunque non agiva da solo. Insieme lui c'era sempre il cognato, Cosimo Vernengo anche lui "scomparso" il giorno che i giudici lo condannarono all'ergastolo. Nel processo "Borsellino bis", Vernengo e Urso sono stati chiamati in causa per la prima volta dal pentito Vincenzo Scarantino. "Portarono la macchina lì due giorni prima della strage - si legge - e fecero in modo che nessuno ci mettesse il naso dentro". Nel primo maxiprocesso era stato assolto grazie alla testimonianza di un altro pentito, Francesco Marino Mannoia, marito di una sua cugina acquisita, che aveva escluso che fosse affiliato a Cosa nostra. Poi però i riscontri incrociati dei collaboratori di giustizia e le deposizioni l'hanno fatto condannare.
Oggi per le procure di Palermo e Caltanissetta che hanno coordinato tutte le indagini, la notizia della sua individuazione e dell'arresto all'alba in un edificio a Palermo, è stata di sicuro "una di quelle cose che cambiano il sapore di una giornata e che solo la giustizia può dare", secondo le parole di Giovanni Falcone. Quasi in coincidenza con l'anniversario della strage di Capaci le manette per Urso è il miglior ricordo.23 maggio 2003 - FALCONE: PALERMO LO RICORDA TRA SLOGAN E STRISCIONI
ANSA:
Il silenzio fuori ordinanza suonato con la tromba da un agente, le canzoni di Carmen Consoli emozionatissima, poesie recitate da alunni provenienti dalle scuole di tutta Italia, striscioni variopinti, slogan allegri e antimafiosi: con due cortei chiassosi e colorati, confluiti all' albero Falcone (un ficus magnolioides di circa 80 anni detto Borzi', dal nome del botanico messinese che per primo lo classifico'), Palermo ha ricordato il sacrificio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta. "E' stato uno spettacolo bellissimo, voi ragazzi siete i fiori risbocciati su questo luogo", ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo, ucciso 56 giorni dopo in via d'Amelio. Ad onorare la memoria di Falcone e' stata anche, a suo modo, la polizia, con l'arresto del latitante Giuseppe Urso, condannato per la strage di via D'Amelio.
A camminare sotto un sole quasi estivo un migliaio di partecipanti partiti dall' aula bunker dell' Ucciardone, preceduti da un camion che irradiava musica da due altoparlanti; altri duecento si sono mossi dal palazzo di Giustizia, i due luoghi simbolo del lavoro del magistrato piu' odiato dalle cosche. In mezzo ai ragazzi, la citta' ufficiale ha sfilato per una volta unita, mettendo da parte per un giorno rivalita' e contrapposizioni: nello stesso corteo hanno sfilato i due candidati alla presidenza della Provincia di Palermo, Luigi Cocilovo e Francesco Musotto, il procuratore di Palermo Pietro Grasso, il sindaco di Palermo Diego Cammarata, i segretari nazionali della Cisl, Savino Pezzotta e della Uil, Luigi Angeletti, e Paolo Nerozzi, della Cgil, magistrati, sindacalisti, uomini politici dei due schieramenti, associazioni ed esponenti della societa' civile.
Il ricordo di Falcone non ha pero' evitato accenni polemici: all' invito ad una pacificazione rivolto dal presidente della commissione antimafia Roberto Centaro, che ha anche inviato una lettera ai familiari delle vittime, ha replicato il procuratore Grasso: "Ci viene rivolto un invito alla pacificazione e al dialogo, ma mi chiedo con chi? Forse con coloro che ogni volta gridano al complotto quando c' e' una sentenza di condanna, o con chi intravede nell' istruttoria di un processo fantasmi di attentati alla stabilita' di Governi - ha detto Grasso intervenendo al dibattito svolto nell' aula bunker -? Siamo caduti in basso in Italia perche' ormai il concetto di giustizia e' ridotto a merce di scambio. Ma se non si faranno i processi in Italia sara' caos, disordine e mancanza di etica. Si diffondera' la sensazione di una impunita' diffusa che non fara' che accrescere la paura e violentare la speranza degli onesti". E Gian Carlo Caselli ha aggiunto: "ricordare Giovanni Falcone significa rivendicare l' idea che l' indipendenza della magistratura e l' eguaglianza dei cittadini davanti alla legge non sono questione di destra o di sinistra, ma temi che riguardano le liberta' e i diritti di tutti. Falcone lo sapeva ed e' morto per questo". Anche secondo Giovanni Conso, presidente emerito della Corte Costizionale, "gli attacchi indiscriminati alla magistratura sono pericolosissimi: screditare la giustizia significa indebolirla".
Il convegno era stato introdotto da un omaggio di Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso 11 anni fa, ad Antonino Caponnetto, storico leader del pool antimafia, scomparso lo scorso anno. Il ricordo di Caponnetto ha fatto scattare in piedi la platea di studenti, docenti e magistrati che gli hanno dedicato un lungo applauso. Subito dopo la sorella del magistrato ucciso a Capaci ha "bacchettato" i colleghi del congiunto: "Voglio riferire a tutti i magistrati presenti in quest' aula - ha detto Maria Falcone - un messaggio che mi viene ripetuto da tanti". "Un messaggio di scoraggiamento - ha aggiunto - 'suo fratello, mi dice la gente, era un' altra cosa, ma noi non abbiamo piu' fiducia nella magistratura'. Voi non sapete quanto dolore mi danno queste parole". Ed ha aggiunto: "la gente e' scontenta della lungaggine dei processi e della mancanza di certezza della pena". In difesa del suo lavoro, e di quello dei suoi colleghi, ha parlato invece Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, che e' tornato sulle polemiche per la scarcerazione di Enzo Brusca: "Per scatenare lo scandalo basta dire che un assassino torna in liberta', ma nessuno spiega che la persona alla quale sono stati concessi gli arresti domiciliari e' un collaboratore di giustizia, che contribuisce con le sue rivelazioni a sconfiggere Cosa nostra".
Di mattina un altro corteo, composto da 500 alunni delle elementari e delle medie, e' partito da Capaci per deporre corone di fiori sul luogo dell' eccidio, lungo l'autostrada per Punta Raisi. C'erano, tra gli altri, il presidente dei deputati ds Luciano Violante e il presidente dell'antimafia Roberto Centaro, che ha deposto una corona di fiori.24 maggio 2003 - FALCONE E BORSELLINO: DA PENTITI NUOVI DATI SU MANDANTI
"La Gazzetta del Sud"
Palermo La Dda di Caltanissetta avrebbe acquisito nuovi elementi grazie alle dichiarazioni di Nino Giuffrè e Ciro Vara
Falcone e Borsellino, caccia ai mandanti occulti
Il procuratore Messineo: ma questi undici anni trascorsi ci rendono difficile il cammino
Michele Cimino
PALERMO - È confermato. E' in corso presso la Procura di Caltanissetta una nuova inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del '92 che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino ed agli agenti delle loro scorte. Di quelle stragi, a 11 anni di distanza, si sa chi le ha compiute, si sa che Giovanni Brusca, per sua diretta ammissione, azionò il telecomando che azionò il detonatore che fece esplodere l'esplosivo a Capaci nel momento in cui le auto del giudice Falcone e della sua scorta vi passarono sopra. Killer e componenti della cupola mafiosa che organizzarono l'assassinio di Falcone sono stati processati e condannati, ma c'è sempre stato il sospetto che Cosa Nostra abbia agito per conto di qualcuno che riteneva Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino poi pericolosi testimoni. Dalle iniscrezioni emerse da Caltanissetta, la nuova indagine, pur collegandosi a una precedente inchiesta ormai avviata verso l'archiviazione, sarebbe arricchita dalle dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia, fra cui Nino Giuffré e Ciro Vara, e da ulteriori spunti, frutto di accertamenti effettuati nel corso delle indagini svolte in questi anni. Di certo, al momento, c'è che il nuovo fascicolo è stato aperto contro ignoti ed è coordinato direttamente dal procuratore Francesco Messineo. Fra qualche giorno, i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia dovrebbero trasmettere al Gip il fascicolo che riguarda la prima inchiesta sui mandanti occulti delle stragi, nella quale vi sono dieci indagati fra boss e imprenditori. I termini stabiliti dalla legge per le indagini sono scaduti e la vecchia inchiesta, secondo quanto si afferma negli ambienti giudiziari, sarebbe avviata verso la richiesta di archiviazione. "Le indagini sui cosiddetti mandanti occulti - ha detto in proposito il procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo - non sono ancora completate. Per questo la Procura ha aperto un altro fascicolo. Lo abbiamo fatto in base a diversi spunti di indagine che debbono essere approfonditi e riscontrati". Ed ha spiegato che "queste nuove indagini vengono portate avanti verso un'altra visuale rispetto a quella per la quale sarà chiesta l'archiviazione. Il tempo che è trascorso dal giorno delle stragi - ha concluso Messineo - purtroppo non è dalla nostra parte. Dopo undici anni è difficile ricostruire molte cose, ma ci stiamo provando". La nuova inchiesta sarebbe collegata anche a quella in corso sulle stragi del '93, con cui i fedelissimi di Totò Riina, a cominciare da Leoluca Bagarella intendevano costringere lo Stato ad avviare una trattativa per eliminare il 41 bis e rimettere in libertà i boss mafiosi. Al centro di quella inchiesta, infatti, c'è un nuovo pentito, Salvatore Facella, un uomo d'onore della famiglia mafiosa di Lercara Friddi, già fedelissimo dei corleonesi e del boss di Mazara del Vallo Mariano Agate, da anni emigrato a Torino e condannato all'ergastolo per una serie di omicidi commessi negli anni Ottanta, le cui rivelazioni potrebbero aprire nuovi squarci sulla stagione stragista di Cosa nostra. Facella ha cominciato a collaborare ad ottobre con i magistrati della Procura di Torino e si è autoaccusato di avere procurato il proiettile di mortaio che venne lasciato da Santo Mazzei nell'ottobre 1992 nel giardino dei Boboli, a Palazzo Pitti, a Firenze, e fatto ritrovare grazie ad una telefonata anonima ai carabinieri. Fu quello un atto dimostrativo dei boss contro il 41 bis che aprì di fatto la campagna d'attacco al patrimonio artistico. I pm della Dda di Palermo lo hanno interrogato nelle scorse settimane nell'ambito di alcune inchieste riguardanti gli affiliati alle cosche del Palermitano, in particolare quelle delle Madonie. Nei prossimi giorni Facella sarà ascoltato dai giudici del tribunale di Termini Imerese nell'ambito del processo in cui sono imputati presunti affiliati alla cosche di Caccamo e San Mauro Castelverde, fra i quali anche il collaboratore Nino Giuffré. Ma sarà ascoltato anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D'Amelio. "Sentiremo Facella al più presto - ha detto il procuratore aggiunto Paolo Giordano - ne parlavo proprio stamani con il procuratore Messineo". Nell'ambito delle stesse indagini sarà ascoltato anche il geometra Pino Lipari, l'ex braccio destro di Bernardo Provenzano che, però, la Procura di Palermo ritiene inattendibile.25 maggio 2003 - FILM SU BORSELLINO: PRIMO CIAK
"Liberazione"
Film su Borsellino, oggi il ciak
Partiranno oggi le riprese di "Scorta QS21", il film che racconterà la storia di Emanuela Loi, la ragazza di 23 anni che faceva parte della scorta di Paolo Borsellino. La pellicola ricostruirà la vicenda del giudice ucciso nella strage di Via D'Amelio nell'estate del '92. Ad interpretare la Loi nel film diretto da Rocco Cesareo sarà l'attrice Nicole Grimaudo - inizialmente si pensava a Violante Placido - già vista nelle fiction "Ultimo" e "Un posto tranquillo". Nel cast del film, le cui riprese si svolgeranno fra Roma e Palermo per un totale di sette settimane, anche Pino Insegno, nel ruolo del capo scorta Agostino Catalano. Fra gli attori che invece vestiranno i panni degli agenti della scorta del magistrato, Manuel Oliverio ("Incantesimo"), Cristiano Morroni ("Velocità massima") e Alessandro Cossu ("Un posto al sole"). Il film è tratto dal libro di Francesco Massaro "La ragazza poliziotto".25 maggio 2003 - COVO RIINA; UFFICIALI CC A CONFRONTO IN PROCURA PALERMO
ANSA:
Incomprensioni lessicali, difetti di comunicazione tra ufficiali dell' Arma, le tecniche dell' antiterrorismo applicate, questa volta senza successo, alla lotta alla mafia: sarebbe questo, secondo indiscrezioni che hanno trovato conferma in ambienti giudiziari, l' esito del confronto tra il colonnello Domenico Balsamo, nel '93 comandante del reparto operativo del gruppo carabinieri Monreale, e il maggiore Sergio De Caprio, soprannominato "Ultimo", l'uomo che ha bloccato il boss Toto' Riina.
Sono i due uomini ai quali i carabinieri hanno affidato, nel '93, la cattura del capo di Cosa Nostra.
Con il confronto tra i due ufficiali dell' Arma, alla presenza del procuratore Pietro Grasso e del pubblico ministero Antonio Ingroia, ed un altro confronto, tra Balsamo e un appuntato del Ros, si e' conclusa l'ultima fase dell'inchiesta sui misteri del covo di Riina, la mancata perquisizione della villetta di via Bernini, a Palermo, nei pressi della quale, dopo esserne uscito, il capomafia corleonese venne arrestato la mattina del 15 gennaio 1993.
La vicenda viene ricostruita stamane dai quotidiani Repubblica e l'Unita' che rivelano i contenuti di una relazione inviata dall'allora reggente della Procura Vittorio Aliquo' al neo-procuratore, insediato lo stesso giorno dell'arresto di Riina, Gian Carlo Caselli. Secondo la relazione, i carabinieri del Ros avrebbero assicurato ai magistrati che il covo, il cui controllo venne abbandonato lo stesso giorno dell'arresto, era in realta' vigilato dall'Arma per sorprendere altri latitanti.
Interrogati dai magistrati sulle strategie seguite all' arresto di Riina, gli investigatori dei carabinieri che agirono quel giorno di gennaio, il reparto operativo speciale guidato da Ultimo, e quello della compagnia di Monreale al comando di Balsamo, avrebbero offerto dettagli non concordanti.
In particolare, Ultimo avrebbe giustificato il mancato intervento nel covo con l'applicazione delle tecniche del antiterrorismo: l'arresto di Riina, avvenuto lontano da casa sua, avrebbe consentito l'irruzione in un secondo tempo, quando, cioe', il covo si fosse "raffreddato". Balsamo ha riferito di avere capito che, nel frattempo, l'abitazione del boss avrebbe dovuto essere controllata dai suoi colleghi del Ros. Ma nessuno lo controllo', e, secondo i due ufficiali, messi a confronto, cio' fu dovuto ad un' incomprensione.
Insieme ai due confronti, i magistrati della Procura di Palermo, che hanno avviato la nuova fase investigativa su indicazione del gip Vincenzina Massa, dopo avere chiesto una prima volta l'archiviazione del fascicolo, hanno interrogato come persona informata dei fatti il direttore del Sisde Mario Mori, all'epoca vicecomandante del Ros.
Il termine delle indagini e' scaduto ieri, e nei prossimi giorni la procura di Palermo inviera' le proprie richieste al gip.27 maggio 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: CARTOTTO SU NASCITA FORZA ITALIA
"La Gazzetta del Sud"
Dell'Utri Ricostruzione in aula dell'ex dc Ezio Cartotto
Così nacque Forza Italia
La difesa chiede la testimonianza di Cossiga
PALERMO - I percorsi seguiti da Silvio Berlusconi e Marcello Dell' Utri per la nascita di Forza Italia sono stati ricostruiti in aula dal teste Ezio Cartotto, ex dirigente Dc a Milano ma anche ex consulente Fininvest, nel processo al senatore "azzurro" accusato di concorso in associazione mafiosa. Ai giudici del tribunale, in trasferta a Milano per ascoltare Cartotto nell' aula bunker di via Ucelli di Nemi, l' ex consulente Fininvest ha detto che la nascita di Forza Italia sarebbe avvenuta fra l' ottobre e il novembre 1993 dopo alcuni incontri che Berlusconi ebbe con Martinazzoli e Segni. Cartotto ha ricordato anche l' incontro che il leader di Fi ebbe nell' aprile 1993 con Bettino Craxi: quest' ultimo lo avrebbe esortato a muoversi in politica "per creare un partito moderato". L' ex dirigente della Dc era già stato citato in aula per questo processo nel maggio 1998; adesso la difesa ha chiesto ed ottenuto di riconvocarlo. Il pm non ha posto alcuna domanda al teste. Cartotto nella sua prima deposizione aveva raccontato che quando si occupava di Enti locali per la Dc, aiutò Berlusconi a perfezionare licenze ed adempinenti per la costruzione di "Milano due"; inoltre aveva aggiunto che negli anni '80 tenne lezioni di storia della politica per i dirigenti di Publitalia. Nel '92, disse allora Cartotto, un "Berlusconi preoccupatissimo di perdere le concessioni televisive" gli commissionò uno studio sulla crisi politica italiana. Al termine della deposizione di Cartotto, Marcello Dell' Utri ha fatto spontanee dichiarazioni ai giudici. Il senatore ha ricordato di avere ricevuto incarico da Berlusconi nell' autunno del 1993 di progettare attraverso 29 manager di Publitalia, la costruzione di Forza Italia. La difesa ha quindi chiesto al tribunale di citare in aula l' ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, in ordine al momento politico della nascita di Forza Italia. Su questa richiesta i giudici scioglieranno la riserva oggi.27 maggio 2003 - I DUE VOLTI DI COSA NOSTRA
"L'Eco di Bergamo"
Dagli eccidi di Riina alla strategia del silenzio: i due volti di Cosa nostra
D alle stragi degli anni Novanta al "silenzio" di oggi. Non è più tempo né di guerre né di lupara. Il folle sogno di Totò Riina, un antistato da opporre allo Stato, è definitivamente seppellito. Cosa nostra ha cambiato volto e ha indossato una maschera per mimetizzarsi meglio. Ma non bisogna confondere l'inabissamento o l'occultamento con l'inesistenza. Perché la mafia c'è e questo "farsi gli affari propri" scelto dal nuovo capo indiscusso dell'organizzazione, il superlatitante Bernardo Provenzano, è un modo per stornare l'attenzione. Il procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, disegna una linea di azione: "Se ce la mettiamo tutta, anche la strategia della mafia mimetizzata di Provenzano e compagni fallirà".
La carriera criminale di Provenzano comincia negli anni Cinquanta, quando insieme a Riina ed a Bagarella diventa il più fidato luogotenente di Luciano Liggio, allora capo incontrastato della mafia corleonese. L'approdo ai vertici di Cosa nostra avviene tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta. All'interno dell'organizzazione Riina è il regista della strategia del terrore, che ha insanguinato mezza Italia, mentre Provenzano viene ritenuto un "moderato". È lui che in tutti questi anni avrebbe gestito il rapporto con la politica, tessendo vecchie e nuove alleanze. E dopo la cattura di Riina, nel gennaio del '93, è toccato sempre a lui il compito di prendere in mano le redini di Cosa nostra, decimata dagli arresti, indebolita dalle "cantate" dei pentiti, impoverita dai sequestri di armi e di denaro, e di tentare di rimettere in piedi un'organizzazione allo sbando. Lui solo, del resto, aveva il carisma per richiamare all'ordine il popolo degli uomini d'onore, cercando di ricompattarlo.
Conferme attendibili arrivano anche dal nuovo collaboratore di giustizia Nino Giuffrè. Molto vicino a Provenzano, l'ex capo mandamento di Caccamo, un feudo mafioso nella provincia di Palermo, racconta ai giudici che fino alla strage Borsellino Riina e Provenzano sono andati di pari passo. All'interno di Cosa Nostra valeva solo la legge di Riina e dei Corleonesi. Eliminare tutti i nemici che potevano ostacolare quella che sembrava un'inarrestabile ascesa: dai pentiti ai magistrati, tra i quali Giovanni Falcone, considerato il nemico numero uno, ai politici "che si erano defilati. Eppure non tutti nella Commissione erano d'accordo con i metodi di Riina. Non lo era, per esempio, Bernardo Provenzano. "È stato il primo a capire che la guerra allo Stato non si può fare" aggiunge il pentito.
Ma Riina è irremovibile. Il pentito Giovanni Brusca indica nella normativa patrimoniale antimafia, che ha introdotto la confisca dei beni, promossa da Pio La Torre, la causa del suo assassinio e uno dei moventi della stagione stragista del '92. "Alla mafia le misure di prevenzione facevano paura - ha aggiunto Brusca - tanto che indirettamente sono state anche alla base delle stragi del 1992".
Una guerra allo Stato che ha finito per indebolire l'organizzazione mafiosa. Gli "errori" che hanno portato Cosa nostra allo sbando, dopo le stragi e le operazioni delle forze dell'ordine, vengono riconosciuti dagli stessi protagonisti di quella terribile stagione di sangue.
Ma "il fatto che Cosa nostra oggi non faccia parlare di sé, ovvero sia invisibile, non significa - ama ripetere il procuratore di Palermo, Pietro Grasso - che la mafia non è attiva. La mafia controlla il territorio e tutte le attività economiche imponendo la legge del racket".
Alessandra Gravano27 maggio 2003 - INDAGINE SU RITARDI PERQUISIZIONE COVI DI RIINA
"La Sicilia"
Fuga di notizie sul covo di Totò Riina, aperta un'inchiesta
Indagine suppletiva.
Si cerca una risposta ai motivi che spinsero gli investigatori a perquisire la villa del boss soltanto 19 giorni dopo la cattura
Giorgio Petta
Palermo. È stata aperta un'inchiesta sulla fuga di notizie relative al covo palermitano di Totò Riina in via Bernini e pubblicate da alcuni quotidiani. L'inchiesta per individuare la "gola profonda" che ha informato i cronisti sui risultati dell'indagine suppletiva chiesta dal gip Vincenzina Massa alla Procura di Palermo, è alle prime battute. Ma non viene nascosto l'effetto dirompente della pubblicazione di notizie coperte dal segreto istruttorio ai fini della prossima decisione dello stesso Gip. Questi proprio oggi dovrebbe ricevere dalla Procura gli atti conclusivi dell'inchiesta suppletiva svolta dal procuratore Pietro Grasso e dal sostituto Antonio Ingroia. Assieme alla documentazione, la Procura trasmetterà all'ufficio del giudice per l'indagine preliminare anche le sue richieste. Che, sei mesi fa, furono di archiviazione.
Cosa deciderà il gip Massa, nessuno lo può dire in questo momento, così come è difficile ipotizzare quali reati potrebbero eventualmente essere contestati se prima non ci saranno, con nome e cognome, degli indagati. Bisognerà vedere a quali risultati è giunta l'inchiesta suppletiva e soprattutto se è stato chiarito perché mai non fu perquisita dagli inquirenti - subito dopo la cattura del superboss di Cosa nostra il 15 gennaio 1993 - la villa con piscina di via Bernini dove Riina, latitante da un trentennio, viveva da qualche anno insieme alla moglie Ninetta Bagarella e ai quattro figli. Per la verità, la perquisizione fu fatta. Ma solo 19 giorni dopo, lasciando tutto il tempo ai "picciotti" di Cosa nostra di ripulire l'edificio da ogni traccia di Riina, portando via - addirittura - anche una cassaforte murata. È stato il pentito Giovanni Brusca a parlare della missione, spiegando perché mai la villa non fosse stata subito perquisita. "I carabinieri - riferì ai magistrati nel 1998 - non sono voluti entrare subito nell'abitazione di Riina in quanto temevano che all'interno della stessa potesse trovarsi traccia del "papello"". Quest'ultimo sarebbe stato costituito dalle richieste avanzate dal superboss ad esponenti delle istituzioni per fermare la campagna di attentati iniziata con la strage di Capaci e conclusa, nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, con le due autobombe esplose a Roma davanti a S. Giovanni in Laterano e S. Giorgio in Velabro. Secondo Brusca, con il "papello" Riina chiedeva la modifica della Rognoni-La Torre, la revisione del maxiprocesso, una rivisitazione della legge sui pentiti, l'attenuazione del regime carcerario del 41 bis e la liberazione anticipata di alcuni boss anziani e malati. Nella trattativa sarebbero stati coinvolti l'ex vicecomandante del Ros Mario Mori, l'allora capitano Giuseppe De Donno e l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Di qui la deduzione-interpretazione di Brusca a proposito della mancata perquisizione della villa di via Bernini da parte dei carabinieri: un modo per non perdere la faccia se, appunto, fosse stato trovato il "papello". Probabilmente conservato nella cassaforte della cui esistenza ha parlato soltanto Brusca.
Ma qualche dubbio rimane. Perché Riina, allora latitante, avrebbe dovuto conservare a casa - dove viveva con la sua famiglia - documenti scottanti che potevano far scoprire un rifugio "pulito" nel caso, non improbabile, di un controllo anche fortuito da parte delle forze dell'ordine? E proprio in una cassaforte, la prima ad essere, comunque, cercata ed aperta?
In realtà, Riina la sua documentazione - sempre che esistesse - probabilmente la nascondeva in un altro luogo, questo sì mai individuato e perquisito. E allora? Di cose da chiarire, nell'"affaire" del covo di via Bernini, ce ne sono ancora davvero parecchie da chiarire.27 maggio 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: PROCURA DEPOSITA VERBALI NUOVO TESTIMONE
ANSA:
Nel processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi), accusato di concorso in associazione mafiosa, entra un nuovo testimone della procura. Si tratta di un professionista palermitano che ha ricostruito ai magistrati della Dda i rapporti che vi sarebbero stati fra Marcello Dell'Utri, Gaetano Cina' (che e' coimputato in questo processo), e il boss Mimmo Teresi.
L' esistenza del testimone d'accusa e' stata confermata negli ambienti della procura, dove si e' appreso che i verbali di interrogatorio saranno depositati agli atti per essere messi a disposizione dei difensori. I pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo hanno intenzione di citare in aula il professionista.
Intanto i magistrati hanno prodotto al tribunale la copia di un articolo di alcuni mesi fa pubblicato su Panorama in cui si parlava di una inchiesta catanese che riguardava l' imprenditore Sebastiano Scuto il quale avrebbe finanziato nel 1999 con dieci milioni delle vecchie lire, la campagna elettorale per le Europee di Marcello Dell' Utri e Luigi Cocilovo.I giudici del tribunale che stanno processando il senatore Marcello Dell' Utri (Fi) accusato di concorso in associazione mafiosa, hanno nominato un perito per accertare le condizioni di salute del professore Francesco Traina, il consulente medico della procura di Caltanissetta che lo scorso anno ha depositato una relazione psichiatrica sul collaboratore Calogero Pulci.
Il collegio ha disposto la visita medica per verificare se il professore Traina e' nelle condizioni o meno di deporre nel processo Dell' Utri. La difesa del parlamentare aveva chiesto di produrre la consulenza su Pulci, che concludeva indicando il pentito come un "tipo paranoico", ma il tribunale non l' ha acquisita ed aveva disposto la deposizione del consulente che avrebbe potuto illustrare il suo elaborato. Le condizioni di salute del professore Traina impedirebbero pero' la sua presenza in aula, da qui l' accertamento medico da parte del tribunale.
I giudici, inoltre, non hanno sciolto la riserva su un' altra richiesta della difesa, quella di citare l' ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Il processo e' stato rinviato al 3 giugno.31 maggio 2003 - MAFIA: UCCISO CUGINO DEL PENTITO SCARANTINO
"Il Nuovo"
Mafia, ucciso il cugino del pentito Scarantino
Il cugino di Vincenzo Scarantino, il pentito che ha confessato di avere partecipato alla strage di via D'Amelio è stato assassinato poco fa a Palermo.
PALERMO - "Sparano, stanno sparando!". E' sabato, un'afa insopportabile divora Palermo. Ma sotto al sole cocente, alle 10 di stamane, in piazza Scaffa, c'è un uomo riverso per terra in una pozza di sangue. E' Rosario Scarantino, 35 anni, muratore, cugino di Vincenzo, il principale teste d'accusa della strage Borsellino. Il pentito è stato il primo a parlare della strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992 in cui venne ucciso il giudice Paolo Borsellino.
Forse una resa di conti, quasi certamente un agguato mafioso. Rosario Scarantino, 30 anni, è stato raggiunto da numerosi colpi d' arma da fuoco al volto ma non si sa chi o quanti siano i suoi killer. Le indagini ora sono in corso, i carabinieri cercano di ricostruire gli ultimi momenti di vita del cugino dell'ex boss."Al momento non possiamo formulare alcuna ipotesi: stiamo valutando tutte le piste", ha detto il capo della squadra mobile di Palermo Giuseppe Cucchiara, giunto sul luogo dell'omicidio per coordinare le indagini.
Scarantino, sposato, tre figli, è finito in carcere nel settembre del 1992 con l' accusa di avere commissionato il furto della fiat 126 utilizzata per la strage di via D' Amelio. La sua collaborazione con la giustizia è stata tormentata ed altalenante: dopo avere ammesso nel '94 con il questore Arnaldo La Barbera, e il pm Ilda Boccassini di avere prima commissionato il furto e poi condotto la fiat 126 dall' officina di corso dei Mille, dove sarebbe stata "imbottita" di tritolo, fino a piazza Leoni, la mattina del 19 luglio del 1992 per conto dei boss della Guadagna, il giovane 'picciotto' ritrattò ogni accusa nel luglio del '95 con una telefonata a Studio Aperto. Ma non venne creduto dai pm di Caltanissetta. Dopo che della strage parlarono altri collaboratori Scarantino decise di pentirsi un'altra volta, ritrattando la ritrattazione, e confermando tutte le accuse mosse ai suoi presunti complici.
Nel '97, infine, al termine di un confronto a Como con il fratello Rosario, decise di abbandonare definitivamente la strada della collaborazione con la giustizia, sostenendo di essersi inventato tutto. Condannato nel frattempo ad otto anni, fu espulso dal programma di protezione e ora è detenuto in un carcere del nord Italia in una località segreta. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate parzialmente dai giudici dei tre processi fin qui celebrati per la strage di via D'Amelio: non è stato creduto da quelli del Borsellino uno, che hanno assolto sia Vincenzo Orofino che Pietro Scotto, accusati entrambi (il primo da Scarantino) di avere avuto un ruolo esecutivo nella strage, è stato sostanzialmente ignorato dalle corti dle Borsellino ter, e creduto, invece, dai giudici del Borsellino bis, l'unico ancora in attesa del verdetto definitivo, che, accreditando i primi tre verbali redatti subito dopo il primo pentimento, hanno distribuito numerosi ergastoli ai presunti mandanti della strage, attribuita dall'accusa alle famiglie mafiose di Brancaccio e della Guadagna. Una nuova valutazione definitiva delle dichiarazioni di Scarantino si attende, adesso, dalla suprema corte chiamata a giudicare, a partire dal 3 luglio prossimo, gli imputati condannati del Borsellino bis.
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