Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2002 - marzo |
1 marzo 2001 - PROCESSO APPELLO LIMA; RICHIESTE PG
Il sostituto procuratore generale di Palermo Dino Cerami, che sostiene l' accusa nel processo d' appello per l' omicidio dell' eurodeputato Salvo Lima, ha chiesto l' assoluzione dei boss che fanno parte della commissione che il giorno dell' agguato erano detenuti. Pur sostenendo il teorema Buscetta secondo cui gli omicidi eccellenti vengono deliberati dalla commissione di Cosa nostra, il pm ha chiesto ai giudici della terza sezione della corte d' assise d' appello, presieduta da Alfredo Laurino, l' assoluzione per Francesco Madonia, Pippo Calo', Salvatore Buscemi e Salvatore Montalto, per non aver commesso il fatto. L' assoluzione e' stata chiesta anche per Giovanni Cusimano (per quanto riguarda l' esecuzione dell' omicidio), e Giuseppe Bono (dall' accusa di associazione mafiosa). Il processo e' tornato a Palermo nei mesi scorsi dopo che la Cassazione aveva annullato la sentenza della corte d' assise d' appello emessa il 15 luglio 1998. La condanna all' ergastolo e' stata chiesta oggi per i componenti della commissione, indicati come mandanti, si tratta di: Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Giuseppe Montalto, Giuseppe Farinella, Benedetto Spera, Gioacchino La Barbera e Nene' Geraci. Il procuratore generale ha chiesto inoltre la conferma della sentenza per Salvatore Biondo e Simone Scalici come esecutori materiali dell' agguato. Durante la requisitoria l' accusa ha indicato l' uccisione di Lima come un "omicidio strategico" ed ha sostenuto che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Onorato e Ferrante sono attendibili e riscontrate. Riguardo invece alla testimonianza oculare di Edoardo Marchiano, il pg ravvisa una contraddizione laddove il teste descrive Onorato (autoaccusatosi di essere l' esecutore materiale dell' omicido) come una persona magra e non molto alta, mentre in realta' e' di corportaura robusta e supera il metro e ottanta. Per Cerami c' e' una spiegazione ed e' data dal fatto che Marchiano aveva visto la scena dalla cabina di guida di un autocarro distante piu' di 150 metri e per tale motivi "puo' essere stata alterata la sua percezione visiva".2 marzo 2002 -CAROVANA ANTIMAFIA DI LIBERA: TAPPA A MILANO
"Il Nuovo"
"Lombardia crocevia delle mafie"
Durante la tappa milanese della carovana nazionale antimafia, Lorenzo Frigerio dell'associazione Libera ricorda agli studenti il ruolo di primo piano del Nord nella mappa dei traffici illeciti
di Ketty Areddia
MILANO - Per il secondo anno in cammino per tutta la Lombardia, la carovana nazionale antimafia, partita per la prima volta nel 1994 da Palermo, è approdata a Milano per lanciare un messaggio di speranza e di denuncia al tempo stesso: "L'Italia esiste. Ma anche le mafie". Nella sala congressi del Palazzo della Provincia, l'associazione Libera ha riunito lo storico Nicola Tranfaglia, lo scrittore siciliano, Vincenzo Consolo e il sindacalista Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ucciso luglio durante gli scontri di Genova. Testimoni della storia, hanno parlato a una platea di circa trecento studenti delle scuole milanesi, per non dimenticare che delinquenza, impunità e mafia sono ancora dietro la porta.
"I morti per le strade di Milano nei primi anni '90 - ha ricordato Lorenzo Frigerio, responsabile regionale di Libera, che riunisce 800 associazioni in tutt'Italia - dimostrano che le organizzazioni mafiose sono presenti anche nella nostra regione, crocevia per i traffici di droga, della prostituzione e di altri interessi illeciti. C'è di più, in Lombardia la mafia proveniente da altri Paesi, quella, cinese e dell'Europa dell'Est, ha stabilito alleanze con le organizzazioni criminali italiane". Pur delineando scenari di criminalità e di omertà senza via d'uscita, Frigerio ha offerto ai giovani anche elementi di speranza: "Grazie alla confisca dei beni ai mafiosi - racconta -, abbiamo colpito i mafiosi nell'onore e nei soldi, e allo stesso tempo abbiamo fatto fruttare, in positivo, ingenti risorse economiche che ci erano state tolte ingiustamente". E fa l'esempio della villa confiscata a Totò Riina, che oggi ospita un istituto superiore, e i terreni del latitante Bernardo Provenzano, coltivati a Corleone da una cooperativa di ex tossicodipendenti.
Torna indietro nel tempo Nicola Tranfaglia, delineando a larghe tracce la storia della mafia. E torna indietro con la memoria alla sua infanzia siciliana Vincenzo Consolo. Racconta quando da piccolo venne fermato dai carabinieri insieme al padre e poi vennero rilasciati per volere di un distinto signore in borghese, don Calogero Vizzini, capomafia della Sicilia del dopoguerra. "Potevo anche diventare mafioso dopo aver assistito al grande potere di questo uomo dell'Antistato", ammette lo scrittore.
Lo scrittore ricorda Leonardo Sciascia, narratore dei fatti di mafia, e con la memoria torna al primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Commuove ancora il ricordo dell'attentato a Giovanni Falcone, il magistrato per eccellenza dell'antimafia insieme a Paolo Borsellino. Sono passati dieci anni dalla sua morte, ma non si può dimenticare "quel terribile cratere vicino Capaci". Consolo conclude con una nota polemica diretta all'attuale governo: "Il regime fascista si è presentato negli anni '20 sotto forma di tragedia, oggi sembra che si ripresenti sotto forma di farsa. Una farsa devastante, ma tragica come allora".
E polemizza con il governo Berlusconi anche il padre di Carlo Giuliani, il cui intervento è preceduto da un lungo applauso: "La proposta di una tassa per la sicurezza della carne e per la sicurezza dei voli risponde a una logica infame e illegale, per cui se hai i soldi ti puoi permettere una carne garantita contro il morbo della mucca pazza e un viaggio in aereo garantiti, altrimenti ti puoi attaccare alla carlinga".
Catturati dai discorsi appassionati, i ragazzi non fiatano. Soprattutto a loro è dedicato il progetto di Libera, l'associazione fondata don Luigi Ciotti, che vuole promuovere la cultura della democrazia e della legalità e favorire l'impegno sociale dei cittadini attraverso la conoscenza. Eppure la commissione del ministero dell'Istruzione ha bocciato i piani di Libera. "Ci hanno gambizzato, perché ora per entrare nelle scuole e per formare insegnanti dovremo chiedere ogni volta l'autorizzazione", commenta Gaetano Nicosia, collaboratore di don Ciotti. "Tra l'altro hanno addotto motivazioni che non stanno né in cielo né in terra: 'non chiare finalità di Libera', dicono, mentre da otto anni ci battiamo per l'educazione alla legalità e la mancanza di tecnologie. Forse non sanno che abbiamo un archivio enorme di dossier e documentazione, oltre a un sito Internet dell'associazione e una newsletter".
E la carovana antimafia non si ferma qui. IL 9 marzo sarà Brescia, Mantova, Lodi, Cremona e Milano. Poi in Emilia Romagna, Sardegna, Liguria, Piemonte. Ad aprile passerà per Calabria, Sicilia, campani e Puglia. A luglio in Toscana.2 marzo 2001 - RITA BORSELLINO A GUBBIO
Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, partecipa a Gubbio ad un incontro sul tema "Il coraggio delle donne" e invita il mondo politico a parlare di giustizia "sempre e senza alzare i toni". "Quando i toni si alzano - ha detto Rita Borsellino - non mi piace in ogni caso, da qualsiasi parte si alzino e qualsiasi cosa si dica. Di queste cose non si puo' parlare alzando i toni ogni tanto ma se ne deve parlare con piu' pacatezza ma sempre. Quello della giustizia deve essere un argomento sempre presente e al quale bisogna sempre prestare la giusta attenzione". Per Rita Borsellino inoltre e' stata "importante e bella" l' iniziativa di Giovanni Bachelet di dedicare l' alzabandiera svoltosi durante la manifestazione romana dell' Ulivo a quei magistrati che hanno perso la vita durante il servizio. "E' un gesto di rispetto e di onore - ha detto la sorella di Paolo Borsellino - nei confronti di quanti hanno sacrificato tutto, e non solo la vita, per un ideale di giustizia. E' stato un giusto omaggio".4 marzo 2002 - MARTELLI SULLA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA
"Il Corriere della sera"
"La Prima Repubblica è stata uccisa e si è suicidata"
Martelli: ricordo gli ultimi incontri con Craxi, ero tra due fuochi e l'ondata giustizialista ci travolse tutti
A dieci anni dall'avvio delle inchieste giudiziarie che sconvolsero il sistema politico (17 febbraio 1992), parlano protagonisti e testimoni di un periodo controverso della storia italiana. ROMA - "Tangentopoli? Un'orgia di morte... In uno dei nostri ultimi colloqui, alla vigilia delle elezioni del 1994 (avevamo ripreso a parlarci dopo una lunga incomprensione, durata due anni), Bettino Craxi mi chiese cosa intendevo fare. Era preoccupato anche per me, e mi mise in guardia, immaginava che potessero arrestarmi: "Ti metteranno in cella, magari con un mafioso". Mi disse di pensarci, di pensare ai miei figli e più tardi mi fece avere anche un bigliettino, con l'indirizzo di un luogo dove avrei potuto riparare, mi pare fosse in Messico... Ero spaventato, ci pensai seriamente soprattutto quando, poco dopo, il vicecapo della Polizia mi informò del pericolo di attentati di mafia e quando la Procura di Milano mi ritirò il passaporto. Ero spaventato, ma restai. Ma più ancora che nei casi individuali la pulsione di morte si vide nelle scelte collettive: la Prima Repubblica è stata uccisa e si è suicidata. Un Parlamento per metà inquisito e ricattato moralmente dall'altra metà si privò della possibilità di ogni amnistia correggendo la Costituzione per renderla impossibile, poi tolse l'immunità ai parlamentari al culmine dell'offensiva giudiziaria, infine si autosciolse e si consegnò alle Procure".
Suicidi, stragi, sangue. Nelle parole di Claudio Martelli, il decennale dell'inchiesta Mani pulite fa riaffiorare lo scontro, anche fisico, tra due Italie. In mezzo, al centro della scena, c'era proprio lui, investito da due ruoli inconciliabili. Era, infatti, contemporaneamente ministro della Giustizia (e lo fu sino al 10 febbraio 1993) e l'erede designato alla guida del Psi dal leader Bettino Craxi, immediatamente identificato come imputato numero uno del grande processo ai partiti. Mentre il suo terzo figlio maschio, Brenno, di 15 mesi, muove i suoi primi passi cinguettando e nulla potrebbe rallegrarlo di più (a quasi sessant'anni) di una giovane moglie bellissima e innamorata, Martelli scende negli inferi della sua vita per cercare una chiave, una spiegazione. E per rispondere alle accuse di chi (come Enzo Carra, nell'intervista pubblicata su questo giornale quindici giorni fa) lo indica come un doppiogiochista. Uno che sperava di ereditare il potere proprio grazie al crollo dei grandi vecchi... "Sono d'accordo con Carra nell'analisi generale: il sistema era esausto. Non capisco la polemica con chi quel sistema tentò di rinnovarlo. In quel periodo, ero tra due fuochi: da una parte i capipartito che cercavano di resistere, e dall'altra l'ondata giustizialista che veniva da destra e da sinistra e che ci travolse tutti. Mi pare bizzarro sostenere che io avrei saputo cose che non sapevano Craxi o Andreotti". Il guardasigilli, tuttavia, non poteva non sapere... "Certo, non ho bloccato le indagini. Se si vuol dire che io sarei intervenuto sulle Procure... questo è un altro discorso".
Il ministro Martelli chiama il procuratore Borrelli alla vigilia delle elezioni del 1992: "Lo avevo conosciuto nel 1991, quando convocai tutti i principali procuratori al ministero per sondarli sul progetto dell'istituzione di una Procura nazionale antimafia. Ricordo che si dichiarò contrario, come Violante, mentre Vigna era invece a favore... Prima delle politiche del '92 mi rivolsi a Borrelli perché rinviasse i provvedimenti contro i candidati all'indomani del voto. Lui mi rispose che, allo stato, non c'erano avvisi in vista. Né io né Craxi abbiamo mai delegittimato l'inchiesta. Anche Bettino, nel suo discorso alla Camera del luglio 1993, non fece polemiche contro i magistrati, lui si batteva contro l'ipocrisia dei suoi colleghi. Su quel periodo è stato scritto tutto e il contrario di tutto, talvolta anche dagli stessi autori, prima fustigatori della corruzione politica e poi ravveduti censori della violenza giudiziaria. Non vorrei si dimenticasse che la "caccia al cinghialone" la aprì proprio Vittorio Feltri, prima sull' Indipendente , poi sul Giornale di Berlusconi. Eppure, una spiegazione storica convincente ancora manca. Prima, bisognerebbe far rivivere il non senso e la follia individuale e collettiva che rinvia a paure, arroganze e pulsioni più oscure.Capire chi voleva uccidere e uccise, chi decise di morire e morì. Chi voleva uccidere e uccise fu innanzitutto la mafia che divelse un'autostrada per distruggere Falcone e una via di Palermo per assassinare Borsellino. Li uccisero per vendetta dopo le condanne in Cassazione e per impedire che diventassero procuratori nazionali antimafia come io volevo. La prima Repubblica cade mentre ha ingaggiato la sua battaglia più giusta e più coraggiosa".
Falcone e Martelli erano diventati amici. E' proprio il magistrato a suggerire al ministro di applicare provvedimenti straordinari contro la criminalità organizzata. Poco tempo dopo, quelle leggi e quei sistemi vengono usati contro i segretari di partito, i ministri, i grandi imprenditori. "Il carcere preventivo per far parlare l'indagato era un metodo di contrasto e repressione forgiato per la lotta alla mafia, è stato inammissibile usarlo per Tangentopoli... negli anni del terrore giudiziario, però, la frase che si sentiva di più era: devi morire. La si sentiva dire alla gente, ai giornalisti, ai magistrati che parlavano di avversari. Come ha scritto Gherardo Colombo nel libro di Corrado Stajano, "siccome eravamo scettici sulla possibilità di arrivare alla punibilità dei potenti inquisiti abbiamo puntato a distruggere la loro credibilità". Da lì vengono il carcere preventivo, la gogna mediatica, le umiliazioni... Per un uomo pubblico la morte civile, la morte pubblica è come perdere la vita. Vollero davvero morire Renato Amorese e Sergio Moroni, Gabriele Cagliari e Raul Gardini, e come loro diversi imputati suicidi. Altri morirono un po' alla volta, in mezzo alle urla degli indignati. Anche Craxi decise di lasciarsi morire. Cominciò riconoscendosi colpevole, alla pari di tutti, dichiarandosi arreso nell'ultima intervista televisiva a Giuliano Ferrara, interrogandosi in mezzo allo scempio generale con i compagni più intimi: "Cosa dovrei fare? Suicidarmi?", scegliendo con l'esilio e l'impossibilità di difendersi un'altra forma di morte".
Il Claudio Martelli di oggi è di nuovo in campo. Come parlamentare europeo, come dirigente socialista, come animatore di "Opera", un'associazione impegnata socialmente. I dieci anni passati hanno lasciato un'ombra sul viso e hanno reso più mite uno sguardo che appariva, a tratti, sprezzante. Non è cambiata la sua passione per la vita e per la politica. Alle sue spalle, tante separazioni, tanti distacchi, mille invidie e avversità superate. Scomodo e spesso fuori dal coro, negli ultimi anni ha continuato a occuparsi di immigrazione, con l'allora ministro Livia Turco. La mancata successione al vertice del Psi, "dove mi aveva scelto e piazzato Bettino... uno che avrebbe potuto cacciarmi con una battuta", lo amareggiò moltissimo, ma lui si sente ancora in gioco. La sua analisi politica attuale è durissima, tanto con i "movimenti" quanto con il centro-destra. "Lasciamo a Micromega di festeggiare come liberazione quella che è stata un'orgia di morte e lasciamo ai girotondisti spiegare come mai tanta liberazione abbia portato prima alla vittoria di Berlusconi nel 1994 e poi come gli abbia consentito di diventare, dall'opposizione, l'uomo più ricco e potente del Paese. Uno che sconfigge la sinistra nel 1999, nel 2000 e nel 2001, con il consenso dei media e con il consenso dei giudici che lo hanno assolto. Ma attenzione: Berlusconi non è la guarigione, è soltanto un'altra forma della malattia del sistema. Avere liquidato i partiti democratici ha fatto vincere il potere più sregolato di tutti, quello di Silvio Berlusconi, come gli italiani non tarderanno a capire".8 marzo 2002 - LEONE ZINGALES, "VECCHIA E NUOVA MAFIA"
Lucky Luciano, Calogero Vizzini, Michelangelo La Barbera, Michele Micalizzi, Francesco Madonia e Tommaso Spadaro. Sono soltanto alcuni dei cento personaggi che fanno parte del secondo volume del giornalista Leone Zingales dedicato a mafiosi di rango, killer e semplici "soldati". Tra i cento personaggi citati anche il celebre Lucky Luciano, al secolo Salvatore Lucania, boss italo-americano originario di Lercara Friddi (Palermo), morto a Napoli negli anni '60. Leone Zingales, 41 anni, gia' autore di una dozzina di pubblicazioni sui temi della mafia e della lotta alla mafia, si e' cimentato in questo lavoro di ricostruzione con il piglio del cronista. Un racconto asciutto di cronaca, con riferimenti processuali e micro-biografie, come le definisce, l' autore, dedicate ai cento personaggi che vanno ad aggiungersi ai cento del volume che, nel 2001, ha iniziato questa opera dedicata al "chi e'" di Cosa Nostra. Accanto a nomi celebri nel panorama di "stidda", mafia siciliana e Cosa nostra italo-americana, Zingales affianca una serie di nomi non proprio celebri ma, non per questo, giudicati "meno pericolosi" dagli inquirenti.9 marzo 2002 - A SUZZARA LA CAROVANA ANTIMAFIA
"La Gazzetta di Mantova"
SUZZARA
La sorella di Borsellino: la verità trionfi
m.p.
S'è fermata a Suzzara, al cinema Dante, la carovana antimafia, nata otto anni fa in Sicilia e che a staffetta, di regione in regione, attraverserà tutta l'Italia per diffondere la cultura della legalità e della giustizia sociale. All'incontro dibattito con gli studenti dell'istituto Manzoni-Marangoni erano presenti Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia, il procuratore Pier Luigi Vigna, il sindaco di Suzzara Anna Bonini e l'assessore provinciale alla pubblica istruzione Francesco Negrini.
Prima dell'intervento dei relatori è stato proiettato il film del regista Marco Tullio Giordana, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, in ricordo di Peppino Impastato, il giovane commentatore radiofonico ucciso dalla mafia il 9 maggio 78, lo stesso giorno del delitto Moro. "Sembra paradossale - ha detto Rita Borsellino - ma c'è voluto un film per conoscere la figura di Peppino. Avevamo accettato la sua morte come vittima di un attentato terroristico suicida. La verità deve trionfare. Solo così la madre di Peppino troverà pace. Quest'anno ricorre il decimo anniversario della strage di Capaci e della morte di mio fratello Paolo. Non voglio annegare nelle lacrime, la mia rabbia deve essere costruttiva. Attenzione agli anniversari: ho paura di passerelle ed esibizioni inutili".
Anche Pier Luigi Vigna ha voluto lasciare il segno di una lezione di civiltà e di fiducia nelle nuove generazioni: "L'illegalità si combatte solo in minima parte nelle aule di tribunale. In Italia, l'attività di contrasto alla criminalità è poggiata più che altro sulle azioni penali. Ma il senso di legalità si acquisisce a scuola: bisogna conoscere, non dimenticare e riflettere".11 marzo 2002 - MAFIA: PENTITO, DEPUTATO FI MI PORTO' DA BOSS LATITANTE
ANSA:
Condannato per le stragi di Capaci e via d'Amelio il boss di Santa Maria di Gesu' Carlo Greco, allora latitante, avrebbe ricevuto la visita del deputato di Forza Italia, Gaspare Giudice, accompagnato da un imprenditore poi divenuto collaboratore di giustizia. Lo ha rivelato al Tribunale che giudica Gaspare Giudice, accusato di associazione mafiosa, riciclaggio e bancarotta, lo stesso imprenditore pentito Salvatore Lanzalaco, che ha deposto stamane nell'aula bunker di Santa Verdiana, a Firenze. Il sistema di spartizione degli appalti ed i propri rapporti politici sono stati al centro della lunga deposizione dell'ex imprenditore che ha deposto per sette ore ricostruendo il sistema di aggiudicazione illecita delle opere pubbliche decisa a tavolino da mafiosi, imprenditori e politici. Il pentito ha parlato del 'sostegno' ricevuto da uomini politici come Calogero Mannino e Franz Gorgone, il primo assolto, il secondo condannato, per concorso in associazione mafiosa, e, piu' in generale, del sistema di relazioni che l' avrebbe aiutato a inserirsi nel mondo degli appalti. Lanzalaco ha poi riferito che Giudice avrebbe fatto da tramite tra lui ed il boss di Santa Maria di Gesu' Carlo Greco. Proprio il deputato di Forza Italia l'avrebbe condotto dal capomafia, all' epoca latitante. Secondo la Procura Lanzalaco avrebbe svolto un ruolo di 'intermediario' tra il gruppo imprenditoriale di Giuseppe Panzeca' di Caccamo e il gruppo mafioso di Carlo Greco, Lorenzo Tinnirello, Giovanni D' Agati e Pietro Vernengo, consentendo al primo di inserirsi nel settore delle societa' nautiche. Il deputato di Forza Italia ha sempre respinto le accuse, ammettendo di avere conosciuto persone poi finite nel mirino della giustizia, ma di non avere avuto da loro alcun vantaggio ne' economico, ne' elettorale. A riferire delle relazioni pericolose di Giudice, alle scorse udienze, era stato anche un altro collaboratore di giustizia, Angelo Siino, che aveva parlato dell' appoggio fornito a Giudice, all' elezioni del '96, da esponenti della cosca mafiosa di Caccamo.11 marzo 2002 - PROCESSO IMPASTATO, SENTENZA CRITICA INDAGINI SUL DELITTO
Depositate le 488 pagine della motivazione della sentenza della Corte di Assise di Palermo sulla uccisione di Peppino Impastato che ha condannato a 30 anni di reclusione il boss di Cinisi Vito Palazzolo. La sentenza critica la “sconcertante sequela di omissioni, ritardi, negligenze e approssimazioni nella raccolta delle prove”, un "clima di diffidenza, di sospetto e di sfiducia" nei confronti di coloro che "avrebbero potuto fornire un contributo prezioso alle indagini", "un sistematico travisamento dei dati di fatto e delle informazioni raccolte nel corso dei primi accertamenti investigativi". Per i giudici, privilegiando la pista del sucidio ed accantonando quella mafiosa, gli investigatori ebbero un "atteggiamento preconcetto" che impedi' l' accertamento della verita'. E la verita' per la corte e' che a determinare la morte di Impastato fu la sua coraggiosa attivita' di denuncia nei confronti della mafia di Cinisi, del boss Tano Badalamenti, ironicamente chiamato " Tano Seduto" dalle onde di Radio Aut, la radio di Impastato. I giudici non hanno dubbi: nel punto in cui il giovane venne fatto saltare in aria c'erano prove sufficienti per comprendere quale fosse stata la dinamica dei fatti. Gli indizi pero' non vennero valutati, non si tenne conto delle pietre macchiate dal sangue della vittima, del fatto che la montatura dei suoi occhiali fosse integra, nonostante l' esplosione. La verita' era a portata di mano, dunque, secondo i magistrati.12 marzo 2002 - LIMA: PARLA LA FIGLIA,LEGATI I DELITTI DI PAPA' E DI FALCONE
ANSA:
(di Giuseppe Lo Bianco)
“L'omicidio di mio padre e quello di Giovanni Falcone probabilmente hanno un legame, non ancora individuato. Credo che la sentenza di morte, dieci anni fa a Mondello, sia stata eseguita dalla mafia. Ma Cosa Nostra quella sentenza non l'ha scritta”. Nel decennale dell'omicidio di Salvo Lima, l'eurodeputato dc ucciso dalla mafia nella zona balneare di Mondello, la figlia Susanna, 39 anni, architetto e mamma di una bambina, accetta di parlare con l'Ansa e afferma: “Mio padre mafioso? Con lui si e' compiuta la piu' vasta opera di disinformazione scientifica dai tempi di Stalin: Andreotti, Mannino, Mancini e altri si sono potuti difendere, e infatti sono stati assolti; lui e' divenuto quasi un criminale, pur essendo morto perfettamente incensurato. Questa e' la civilta' che esprime oggi questo Paese. Ma il tempo, mi creda, e' galantuomo”. “Del resto - aggiunge - cosa avrei dovuto aspettarmi da uno Stato che stipendia e mantiene in liberta', e forse nel lusso, l'esecutore materiale, reo confesso, dell'assassinio di mio padre? Qualcuno, forse, dovrebbe vergognarsi”. A dieci anni dal delitto, Susanna Lima ricorda gli amici del padre, luogotenente di Andreotti in Sicilia, “prontamente dileguatisi dopo l'omicidio”, rivela che l' uomo politico piu' chiacchierato in Sicilia stimava il giudice Falcone ('credo che i due omicidi abbiano un legame non ancora individuato'), ricorda i rapporti con i comunisti ('buoni, poi in quel partito prevalse chi preferiva utilizzare la mafia per criminalizzare la Dc') e respinge con forza l'idea che il genitore fosse vicino alle cosche, che poi lo hanno ucciso, dicono le sentenze, “per liberarsi di antichi e scomodi amici, non piu' utili”: “non si puo' immaginare - sostiene - quanta gente comune e' rimasta legata al suo ricordo. Se fosse stato un mafioso, sarebbe stato possibile? Ogni volta che vado al cimitero trovo sempre fiori freschi sulla sua tomba: non ho idea di chi li metta”. E rimpiange i giudici Falcone e Borsellino: “se non fossero stati uccisi, le indagini sull'omicidio di mio padre sarebbero state condotte in maniera diversa. Difficilmente avrebbero sposato una tesi precostituita, finalizzata a dimostrare un teorema politico: in Sicilia, Dc uguale mafia. Non credo alla ricostruzione giudiziaria delle ragioni dell'omicidio di mio padre, la storia dei presunti impegni non rispettati non ha ne' capo ne' coda: tre giorni prima dell'agguato era a passeggiare tranquillamente di sera, in una stradina isolata di Mondello, con me e mia figlia di due anni: se avesse preso in giro la mafia, mi creda, non lo avrebbe fatto”. E allora, perche' e' stato ucciso? “In questi dieci anni - risponde Susanna Lima - non ho mai smesso di pensarci, di pormi interrogativi. Mi sono formata una personale idea, ma parlarne ora e' prematuro e forse non opportuno. Sono convinta che la mafia abbia eseguito la sentenza di morte, non credo, pero', che l'abbia scritta”.
Che Lima fosse vicino alla mafia e' scritto in una sentenza della Cassazione...
“Non ci credero' mai. Quella sentenza e' stata funzionale alla definitiva demolizione della cosiddetta prima repubblica, alla distruzione della Democrazia Cristiana. La realta' e' ben diversa, e non si e' nemmeno ricercata”.
Come lo ricorda?
“Era un uomo dolcissimo, e' stato un padre eccezionale. Benche', per i suoi impegni, egli fosse a Palermo solo dal venerdi' al lunedi' era capace di trasmettermi, in quel brevissimo tempo, tutto l'affetto di cui una figlia aveva bisogno. Sorrideva solo con lo sguardo, in un modo che solo in famiglia o gli amici comprendevano al volo. Ed era dotato di un umorismo sottile e raffinatissimo”.
Lo vide preoccupato nell'ultimo periodo?
“Mai. E se uno assume un impegno con i mafiosi, gente che non scherza, che spara, quando sa di non averlo mantenuto non sta certo tranquillo ad aspettare la vendetta. E poi, conoscendo la prudenza di mio padre, so benissimo che non avrebbe mai assunto, e meno che mai con persone di quel tipo, un impegno che sapeva benissimo di non poter mantenere, quand'anche per ragioni da lui non controllabili. Come si puo' credere che mio padre s'impegnasse, giocandosi la propria vita, per un fatto altrui?”
Eppure di legami tra corrente andreottiana della Dc e la mafia si parla nei documenti delle commissioni antimafia...
“Se e' per questo, negli atti delle varie commissioni parlamentari di nomi ce ne sono anche molti altri, pure di uomini che hanno continuato regolarmente a fare politica e non hanno subito il linciaggio di cui e' stato fatto oggetto mio padre”.
Ce l'ha con qualcuno, in particolare?
“Dico solo che chi ha condotto le indagini e' arrivato perfino a sostenere che la corrente andreottiana in Sicilia era una struttura di servizio della mafia. Ma allora, era solo mio padre l'unico esponente di questa corrente? Ne ha visti condannare molti? Anche Andreotti e' stato assolto, e a seguito di regolare processo. Dunque, o gli inquirenti hanno fatto male il loro lavoro, perche' non hanno arrestato e punito centinaia di pericolosi criminali, o la tesi era fantasiosa: non c'e' via d'uscita”.
In vita Lima ebbe una pletora di amici. Le sono rimasti vicini dopo la sua morte?
“Alcuni si', altri no. Ma non ne sono sorpresa: paradossalmente si e' allontanato proprio chi avrebbe avuto le maggiori ragioni di gratitudine. Ma al di la' degli amici importanti, dei politici, prontamente dileguatisi, non si puo' immaginare quanta gente comune e' rimasta legata al ricordo di mio padre. Mi succede ogni giorno: 'Lei e' figlia dell'onorevole?', mi chiedono. E poi: 'sa io ero amico di papa' suo, non sa quanto bene mi ha fatto. Quanto mi manca...'E talvolta questi incontri finiscono con gli occhi umidi”.
Se fosse vivo, che cosa farebbe oggi Salvo Lima?
“Forse sarebbe stato travolto dalla caduta della Prima Repubblica. Non credo, pero', che avrebbe tentato di riciclarsi come qualcuno ha fatto, magari rinnegando la propria storia: era troppo coerente, troppo orgoglioso, troppo serio”.
Come vorrebbe che suo padre fosse ricordato?
“Per quello che era veramente, cosa che sa solo chi lo ha personalmente conosciuto: una persona onesta, corretta, colta, attenta alla realtà, capace di grande umanità, dedita alla politica che amava tanto. Credo che, nella storia degli uomini pubblici italiani, non si sia mai verificato un fenomeno di cosi' grande divario fra la realta' e l'apparenza. E' stato vittima di un meccanismo mediatico tanto inesorabile quanto ingiusto, e il risultato e' che si tramanda un'immagine totalmente divergente dalla verita’”.13 marzo 2002 – SONO LIBERI I KILLER PENTITI DI FALCONE
"Il Nuovo"
Mafia, liberi i killer pentiti di Falcone
Mario Santo di Matteo vive al centro di Altofonte e lavora in campagna. Proprio lì dove con Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella fecero le prove generali per l'attentato al giudice.
LA SORELLA DEL GIUDICE: SONO ESTEREFATTA
PALERMO - A dieci anni dalla strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, gli assassini sono tornati in libertà. Sono tutti pentiti, con una condanna sulle spalle, ma liberi di potere circolare. E uno di loro come riporta oggi il quotidiano La Repubblica , è tornato nel suo paese natale, ad Altofonte, ad appena una ventina di chilometri da Palermo. Proprio lì dove con Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella fecero le prove generali per l'attentato al giudice.
Si tratta di Santino Di Matteo, detto 'mezzanasca', padre del piccolo Giuseppe Di Matteo, il ragazzo ucciso ad appena tredici anni e poi sciolto nell'acido per fare uno 'sgarbo' al padre che aveva iniziato a collaborare con i magistrati di Palermo. Di Matteo è tornato a vivere nella sua casa di campagna di Altofonte, dove accudisce le sue bestie, ed ha rinunciato alla 'scorta'. Gli unici a 'proteggerlo' sono due cani maremmani che ringhiano a chi si avvicina al cancello di casa.
Santino Di Matteo non e' l'unico killer, oggi pentito, tornato in libertà. Oltre a lui, ci sono anche Salvatore Cancemi, Calogero Ganci, Gioacchino La Barbera, Giovanbattista Ferrante ed Antonio Galliano. Tutti condannati a pene comprese tra i 13 e i 15 anni, ma tornati in libertà. Sono in attesa della sentenza definitiva della Cassazione, chiamata a decidere il prossimo 30 maggio. L'unico killer pentito a restare dietro le sbarre è Giovanni Brusca, l'ultimo, in ordine di tempo, a decidere di pentirsi.13 marzo 2002 - FINI, IMMORALE SCARCERARE KILLER FALCONE E UNO BIANCA
ANSA:
“Fermo restando l'assoluto e doveroso rispetto per le leggi vigenti e per l'autonomia della magistratura, e' semplicemente immorale che i mafiosi assassini di Falcone siano tornati liberi e che due ergastolani pluriassassini della banda della Uno bianca possano godere, tra brevissimo tempo e dopo pochissimi anni di carcere, dei benefici previsti dall'ordinamento penitenziario”: e' quanto afferma, in una dichiarazione, il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, annunciando che domani proporra' in Consiglio dei ministri la modifica in senso restrittivo delle leggi Gozzini e Simeone. “La modifica in senso restrittivo delle leggi premiali e delle leggi Gozzini e Simeone – prosegue Fini - e' un impegno cui il Governo non puo' piu' sottrarsi e, in tal senso, porro' la questione della revisione in sede parlamentare fin dal Consiglio dei ministri di domani”. “La certezza della pena - conclude il presidente di An - e' un valore che va garantito: e' un dovere morale nei confronti di tutta la societa' ed in particolare per le famiglie delle vittime e per le Forze dell'ordine. Sono certo del pieno sostegno del presidente Berlusconi, del ministro Castelli e di tutto il Governo”.13 marzo 2002 - MAFIA: CASTELLI, LIBERI 6 PENTITI CHE HANNO FATTO ARRESTARE 29 BOSS
ANSA:
Sono state liberate sei persone, in base alla legge del '91 sui “pentiti”, che pero' hanno permesso di far arrestare, e condannare all' ergastolo, altre 29 persone responsabili della strage di Capaci. Cosi' il ministro della giustizia Roberto Castelli torna sulla vicenda della liberazione dei responsabili della morte di Giovanni Falcone. “Posso comprendere le ragioni dello sgomento destato da questa vicenda, - ha affermato - ma si e' trattato dell' applicazione di una legge, la n.82 del 15 marzo 1991, che riguarda il trattamento dei collaboratori di giustizia. Dalle risultanze dei primi accertamenti compiuti dal ministero, grazie ai benefici previsti da quella legge, nel tempo sono state rimesse in liberta' sei persone, che con il loro pentimento hanno portato all' arresto e alla condanna all' ergastolo di altre 29 persone coinvolte nella vicenda e che tuttora sono in carcere. Ripeto: il fatto puo' lasciare perplesso, ma si e' trattato dell' applicazione di una legge che ha permesso agli inquirenti di sgominare l' intera cupola, con la cattura di molti altri criminali”.13 marzo 2002 - MAFIA: CENTARO, PENTITI SONO UTILI MA C'E' PREZZO DA PAGARE
Il presidente dell' antimafia, sen. Roberto Centaro, commenta cosi’ la notizia della liberta' per i responsabili della strage di Capaci:“Se i collaboratori di giustizia, uno strumento utilissimo per le indagini, danno un validissimo aiuto, dobbiamo pero' sapere che c'e' un prezzo da pagare. E se il contributo finora e' stato straordinario, di conseguenza anche il prezzo e' altissimo. Comprendo lo sfogo della signora Falcone, non dobbiamo dimenticare pero' che si tratta di persone gia' sottoposte a protezioni con la vecchia legge sui pentiti, quella presentata da Martelli ma ideata proprio da Giovanni Falcone. E la legge fu poi modificata proprio per evitare certe storture”. “La commissione antimafia naturalmente verifichera' se l' attuale legge si possa ancora migliorare - ha aggiunto - pero' i termini della vicenda sono questi. C'e' da considerare poi che se la Cassazione, che si occupera' del processo il prossimo 30 maggio, confermera' le condanne, allora dovranno tornare in carcere”.14 marzo 2002 - CHIESTA CONDANNA A 10 ANNI PER ANDREOTTI IN APPELLO
ANSA:
La procura generale di Palermo ha chiesto la condanna di Giulio Andreotti a 10 anni nel processo d' appello in cui e' imputato per concorso in associazione mafiosa. In primo grado il senatore a vita era stato assolto. Stamattina la condanna e' stata chiesta dai sostituti procuratori generali Daniela Giglio e Anna Maria Leone. Il processo di svolge davanti ai giudici della corte d' appello di Palermo, presiduta da Salvatore Scaduti. La requisitoria si e' protratta per otto udienze. Andreotti, che non era presente in aula, e' indicato come un referente politico di Cosa nostra, era stato assolto nell' ottobre 1999 dal tribunale dopo una lunga camera di consiglio. L' udienza di oggi e' stata interamente impegnata dall' intervento di Anna Maria Leone che ha ricostruito il quadro del "rapporto sinallagmatico" tra Andreotti e l'organizzazione mafia, caratterizzata da una promessa di "scambio di favori". In questo rapporto, secondo l'accusa, Andreotti era il destinatario di un sostegno elettorale che ne aveva accresciuto il potere all'interno della Dc. La mafia, sempre a giudizio del sostituto pg, aveva invece la possibilita' di disporre della corrente andreottiana come di una "struttura di servizio". "L' insieme dei fatti provati - ha concluso il pg Anna Maria Leone - conferma una disponibilita' quasi ventennale del senatore a sostenere gli interessi strategici e le finalita' dell' organizzazione". La requisitoria era cominciata il 25 ottobre 2001. La difesa comincera' a sviluppare i suoi interventi a partire da giovedi' 18 aprile. I legali di Andreotti (Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e Giulia Bongiorno) prevedono di parlare per 12 udienze. La sentenza, considerata la cadenza delle udienze, pertanto potrebbe essere emessa solo dopo l' estate. Andreotti "referente politico" dei boss e la sua corrente "struttura di servizio" per Cosa nostra che ricambiava con il sostegno elettorale i favori promessi o ricevuti. Il perno dell'accusa nei confronti del senatore a vita e' tutto in questo "rapporto sinallagmatico" sul quale i pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio hanno basato la richiesta di condanna di Giulio Andreotti a 10 anni per associazione mafiosa: 5 in meno di quelli che nel processo di primo grado, concluso poi con una sentenza di assoluzione, aveva proposto il pubblico ministero Roberto Scarpinato. Non sono pero' cambiate le valutazioni dell'accusa. Lo "sconto", ha spiegato la Leone, e' un omaggio "all' eta' avanzata dell'imputato". "Sono certa che questa motivazione non riempira' di piacere il senatore", ha chiosato con ironia Giulia Bongiorno, l' unico legale di Andreotti presente in aula al momento della conclusione della requisitoria cominciata il 25 ottobre 2001. Per otto udienze i due pg hanno rivisitato l'impianto del processo e ribadito la credibilita' delle dichiarazioni di 23 pentiti che, da Tommaso Buscetta in poi, hanno descritto il quadro dei presunti rapporti tra il senatore e i vertici mafiosi. L' accusa ha confermato la tesi che questi rapporti sarebbero stati mantenuti dall' ex presidente del Consiglio tramite gli esattori Nino e Ignazio Salvo e l'eurodeputato Salvo Lima, leader della corrente andreottiana in Sicilia. Ma in alcune occasioni Andreotti avrebbe perfino incontrato i boss. Per quanto discusso, l'accusa ha sempre creduto all' episodio riferito da Balduccio Di Maggio, secondo il quale il senatore incontro' pure e bacio' Toto' Riina. L' episodio viene considerato il momento culminante dello "scambio". Come contropartita del suo sostegno elettorale la mafia chiedeva che Andreotti intervenisse sul giudice Corrado Carnevale per "aggiustare" il maxi processo. Riina poteva fare quella richiesta, ha osservato la Leone, perche' Andreotti aveva rapporti con Carnevale ed era in grado di alimentare tra i boss l'aspettativa di una "positiva conclusione" del giudizio. Lo "scambio" non sarebbe riuscito perche' intanto, cambiato il presidente della corte, il processo era sfuggito al controllo di Carnevale. Andreotti, aggiunge l'accusa, mascherava questi rapporti con una "antimafia di facciata". Tutta la legislazione degli anni '80 non sarebbe stata promossa da lui. "Si limitava a non ostacolare le misure antimafia, assumendo una posizione neutra" e' la tesi della procura generale. I boss distinguevano tra leggi-manifesto e provvedimenti seri, come il decreto Martelli contro le scarcerazioni. Comunque erano disposti ad accettare il "sacrificio" della compressione delle liberta' personali in cambio di un obiettivo piu' importante: l' "aggiustamento" del maxi processo. Questa aspettativa viene dall'accusa spiegata con il fatto che per quasi 20 anni Andreotti, direttamente o attraverso i suoi uomini, si era posto come "referente politico" della mafia. La sua corrente ("struttura di servizio") sarebbe stata impropriamente utilizzata come strumento di un patto scellerato che avrebbe provocato un inquinamento delle istituzioni. "In quegli anni - ha sottolineato la Leone - Cosa nostra era in grado di condizionare fortemente il potere politico". La "disponibilita"' di Andreotti verso i boss avrebbe realizzato un obiettivo strategico della mafia: quello di "accrescere il suo potere e la sua influenza" all'interno dello Stato.14 marzo 2002 - DELL'UTRI; PROCURA PALERMO, VOLEVA SCREDITARE PENTITI
ANSA:
"Il senatore Marcello Dell' Utri voleva creare un corto circuito nel sistema dei collaboratori di giustizia in modo da screditare i pentiti palermitani". E' quanto ha sostenuto oggi il pm Antonio Ingroia nella relazione introduttiva del processo a Dell'Utri, per calunnia, che si svolge davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale. L' accusa sostiene che Dell' Utri "avrebbe cercato di sabotare" il processo che lo vede imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pm, il parlamentare con la complicita' del pentito Cosimo Cirfeta, coimputato adesso con Dell' Utri, avrebbe fatto affermare che i collaboratori che lo accusavano a Palermo concordavano le dichiarazioni. Cirfeta, presente in aula, aveva riferito ai magistrati che i collaboratori Francesco Onorato e Francesco Di Carlo si sarebbero accordati fra loro per accusare di collusioni mafiose Dell' Utri e Silvio Berlusconi. Le dichiarazioni del pentito si sarebbero poi allargate, tanto da affermare che ci sarebbe stata una 'combine' anche nei confronti di Massimo D' Alema e del maggiore dei carabinieri Giuseppe De Donno. "Le dichiarazioni di Cirfeta - afferma il pm Ingroia - sono frutto di un ambizioso disegno criminoso per minare la credibilita' dei piu' importanti pentiti sui quali si basano molti procedimenti penali che riguardano anche fatti di sangue". La procura sostiene di provare durante lo svolgimento del processo, "la falsita' di queste accuse" e mettere in luce "la gravissima interferenza", secondo il pm, di Dell' Utri. "Un fatto grave - afferma Ingroia - se commesso da un parlamentare della Repubblica e del parlamento Europeo, per agevolare l' associazione mafiosa, e non solo il suo processo, screditando i collaboratori". A conclusione della relazione introduttiva i pm hanno chiesto di trascrivere alcune intercettazioni telefoniche, in particolare quelle in cui i pentiti Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo parlano con Marcello Dell' Utri. Su questo punto la difesa del parlamentare si e' riservata di decidere.
La difesa del senatore Marcello Dell'Utri (Fi) ha chiesto ai giudici della quinta sezione del tribunale, davanti ai quali e' imputato per calunnia nei confronti di due collaboratori di giustizia, di sentire in aula l' ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e il generale Mario Mori, direttore del Sisde. Nell' elenco dei testi presentato dagli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, figurano anche il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna e Alessandro Margara, ex responsabile delle carceri. Il tribunale si e' riservato di decidere. La citazione per Caselli e' stata motivata sulla circostanza di un passaggio di bigliettini fra collaboratori di giustizia, mentre Mori dovrebbe riferire al tribunale quanto di sua conoscenza "su manovre dei pentiti per accusare Silvio Berlusconi, Marcello Dell' Utri e Forza Italia". In apertura di udienza Cosimo Cirfeta ha comunicato la nomina del suo nuovo difensore, l' avvocato Alessandra De Filippis del foro di Bari, che ha chiesto e ottenuto i termini a difesa. L' avvocato Di Peri ha sottolineato che Dell' Utri nel momento in cui e' stato contattato da Cirfeta, che gli ha segnalato il complotto di altri collaboratori nei suoi confronti, ha subito denunciato il fatto al presidente della seconda sezione del tribunale davanti al quale e' in corso il processo per concorso in associazione mafiosa. "Il nome di Cirfeta - dice Di Peri - e' stato segnalato da Dell' Utri ai giudici, rappresentando anche il nome di Chiofalo che era a conoscenza di questa combine". "Le affermazioni del dottor Ingroia - sostengono i difensori di Dell' Utri - appaiono del tutto ingiustificate ove si consideri che, gia' in sede di incidente probatorio, sono emerse gravi deviazioni e disfunzioni nella gestione di alcuni collaboratori di giustizia che erano codetenuti e fra di loro socializzavano nel momento in cui rendevano dichiarazioni nell' ambito del medesimo procedimento, con grave pregiudizio per la salvaguardia della genuinita' della prova". La difesa, in una nota, precisa che la segnalazione di Dell' Utri al presidente Leonardo Guarnotta del processo in cui e' imputato per concorso in associazione mafiosa, "che tale attivita' attiene a fondamentali diritti di autodifesa". Questo fatto, pero', spiegano i legali "e' stato criminalizzato al solo scopo di tutelare alcuni collaboratori, indicati dai pm quali testi d' accusa a suo carico". Per questi fatti la procura di Palermo aveva chiesto l' ordine di arresto per il deputato 'azzurro' che e' stato negato dal Parlamento. Il processo e' stato rinviato al prossimo 4 aprile.14 marzo 2002 - "IL MATTINO" SU KILLER FALCONE IN LIBERTA'
"Il Mattino"
Di Matteo a casa scortato, Cancemi mai stato in cella
Santino non sta ad Altofonte: "È venuto qui, a casa, la settimana scorsa perchè doveva partecipare ad alcune udienze nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli. Poi è andato via. Lui vive in una località segreta, torna in Sicilia solo per i processi". Il figlio maggiore del primo pentito della strage di Capaci nega il ritorno a una vita "normale", nega che il padre sia tornato nella masseria in località Ribattone, dove dieci anni fa l'"attentatuni" fu provato e riprovato, prima di quel 23 maggio. Santino Di Matteo, cui la mafia uccise il figlio undicenne per spingerlo a ritrattare, è fuori dal carcere da un anno (ma per i fatti di Capaci fu scarcerato già nel '95) e fuori dal programma di protezione dal '98. E tuttavia quando viene ad Altofonte, dalla famiglia, è scortato dalla polizia, in attesa che il Comitato provinciale per la sicurezza individui altre misure di protezione. Per lo Stato resta un imputato e soprattutto un testimone prezioso.
Collaboratore di giustizia fin dal '93, un anno prima dell'approvazione della legislazione premiale, Di Matteo era stato riarrestato ne 1997, per la vicenda del suo "ritorno in armi" in Sicilia, insieme a Michelangelo La Barbera e Balduccio Di Maggio, con l'obiettivo di compiere una serie di vendette trasversali. Condannati a diversi anni di carcere non solo per Capaci, i tre sono in attesa che le sentenze diventino definitive. Anche gli altri pentiti (Salvatore Cancemi, Calogero Ganci, Giovambattista Ferrante e Antonio Galliano) sono liberi da tempo e non godono più di protezione. Per Capaci, Ganci e Ferrante sono stati condannati rispettivamente a 17 e 15 anni; nel novembre '97 i giudici hanno motivato la scarcerazione con "l'alto valore della collaborazione, e per l'allontanamento da Cosa Nostra". Calogero Ganci, rampollo di una dinastia mafiosa che ha spadroneggiato alla Noce, si è autoaccusato di un centinaio di omicidi (in relazione ai quali è attualmente agli arresti domiciliari) e si è pentito nel giugno '96 dopo una detenzione di tre anni. Il caso più eclatante è quello di Salvatore Cancemi, che si consegnò ai carabinieri nel '93: non ha fatto un solo giorno di carcere, usufruendo sempre delle misure alternative previste dalla legge, compreso l'affidamento ai servizi sociali. Giovanni Brusca, l'ultimo a pentirsi, è invece in cella. Ma solo perchè non si è ancora deciso a chiedere i benefici: forse si sente più al sicuro lì.16 marzo 2002 - STRAGE VIA D'AMELIO, FIORI SU TOMBA EMANUELA LOI
La Carovana antimafia, partita il 23 febbraio da Roma, e' arrivata a Sestu, nel cagliaritano, luogo di nascita di Emanuela Loi, la giovane agente di polizia che 10 anni fa mori' nell' attentato che costo' la vita al magistrato Paolo Borsellino e alla sua scorta. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha deposto una corona di fiori sulla tomba di Emanuela, nel cimitero di Sestu. La cerimonia - presenti, tra gli altri, il sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu, il deputato Michele Cossa, ex sindaco di Sestu, il Prefetto e il Questore di Cagliari, Efisio Orru' e Antonio Pitea, e il presidente del Consiglio regionale sardo, Efisio Serrenti - si e' svolta in forma privata. "Oggi la parola giustizia, tra le 30 parole piu' pronunciate al mondo, secondo una recente statistica - ha detto don Ciotti - deve tradursi anche nei piccoli gesti e deve condurre tutti i cittadini, non solo le istituzioni, alla riscoperta delle responsabilita"'. "Emanuela non e' stata un' eroina – ha sottolineato il presidente di Libera - ma una ragazza fedele a Dio e agli uomini, una operatrice di giustizia ed e' questo l' impegno da portare avanti nel solco della memoria". "La tragedia di Emanuela Loi - ha ricordato Michele Cossa - ha trasformato il dolore individuale e familiare in quello di una intera comunita'. Sostenere oggi percorsi di giustizia e di legalita' significa anche mantenere vivo il ricordo e la memoria di chi ha combattuto contro la mafia. Emanuela - ha precisato Cossa - era una giovane che come tanti ragazzi sardi aveva deciso di servire lo Stato lontano dalla sua terra e dalla sua gente. Tutti noi dovremmo mostrare ai nostri figli il suo esempio".18 marzo 2002 - DELL'UTRI: NO DIFESA A DEPOSIZIONE TESTE SU CONTI BERLUSCONI
ANSA:
La difesa del senatore Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, si e' opposta oggi nel processo che lo vede imputato a Palermo, alla deposizione del maresciallo della Dia, Giuseppe Ciuro, che doveva riferire su una indagine eseguita sulle holding che formano la Fininvest. Gli avvocati, in particolare, hanno sostenuto che l'investigatore avrebbe acquisito conti "personalissimi" del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il pm Antonio Ingroia ha replicato, sostenendo che nella relazione di Ciuro non vi e' alcun documento di corrispondenza che riguarda il parlamentare, ma vi sono solo documenti societari. La difesa chiede inoltre al tribunale la revoca dell' ordinanza che gli stessi giudici hanno emesso il 26 marzo 2001 che estendeva al maresciallo Ciuro l' indagine sulle holding. Per la difesa attraverso queste audizioni, si intende provare un fatto che e' stato oggetto di un procedimento gia' archiviato (quello che riguarda Dell'Utri che era indagato di riciclaggio insieme ai boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi) e che non puo' quindi essere riproposto in assenza di un decreto di riapertura delle indagini da parte del gip. Gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri hanno rilevato ai giudici della seconda sezione del tribunale che fra gli atti oggetto di indagine da parte dell' investigatore della Dia Giuseppe Ciuro, vi sono documenti di natura strettamente personale del senatore Marcello Dell' Utri e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, tra cui conti correnti personali, assegni, corrispondenza e mandati fiduciari che, tra l' altro, hanno caratterizzato l' attivita' delle holding di Berlusconi. La difesa sottolinea che tra gli atti depositati da Ciuro vi sono anche documenti acquisiti dopo il 27 dicembre 1998, data in cui sono scaduti i termini delle indagini preliminari nel procedimento per riciclaggio in cui era indagato Dell' Utri, "con conseguente inutilizzabilita' - dice la difesa – degli stessi atti". I pm Antonio Ingroia e Nico Gozzo, dopo essersi opposti alla richiesta che hanno definito "piuttosto intempestiva", hanno chiesto ed ottenuto una pausa per controreplicare. L' udienza e' stata sospesa.
"Oggi il senatore Marcello Dell' Utri ci manda a dire attraverso i suoi legali che non si deve sentire il maresciallo Ciuro in modo da non parlare dei soldi che sarebbero arrivati da Bontade e Teresi". Lo ha detto il pm Antonio Ingroia alla ripresa dell' udienza del processo a Marcello Dell' Utri per concorso in associazione mafiosa. La procura ha insistito sull' opposizione alla richiesta avanzata dalla difesa di revocare l' ordinanza che ha ammesso l' audizione dell' investigatore della Dia. La richiesta della Difesa ha colto di sorpresa i pm perche' l' ordinanza del tribunale che accoglieva la deposizione di Ciuro e' stata fatta nel marzo dello scorso anno. Il magistrato ha sottolineato il fatto che questa mossa della difesa "potrebbe essere un modo per rifugiarsi dietro alcune azioni processuali che rischiano di allungare per tanto tempo il processo". "Mi chiedo - ha aggiunto Ingroia rivolgendosi ai giudici - quale sia oggi il fatto nuovo che motivi la revoca dell' ammissione di Ciuro". Poi il pm ha aggiunto: "Ci sono stati tanti rinvii per consentire alla difesa di esaminare queste carte. Vediamo che Dell' Utri ha nominato consulenti, portato in aula un collegio tecnico di illustri studiosi e incaricato l' avvocato Federico per studiare questo argomento. Oggi la difesa si oppone, dopo quasi un anno dall' ordinanza del tribunale e ci preannuncia che fara' lo stesso per Giuffrida, il funzionario della Banca d' Italia che ha presentato una consulenza sulle holding". Gli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico a margine dell' udienza hanno quindi chiarito ai giornalisti che "il senatore Marcello Dell' Utri non si vuole sottrarre". "Pretendiamo - dicono i due avvocati - che il pm osservi le regole processuali e che gli atti vengano acquisiti secondo legalita'”. Il tribunale si e' riservato di decidere ed ha annunciato che si pronuncera' nella prossima udienza del 25 marzo.18 marzo 2002 - PROCESSO APPELLO BORSELLINO BIS; INFLITTI 13 ERGASTOLI
ANSA:
La Corte d' assise d' appello di Caltanissetta, presieduta da Francesco Caruso, ha inflitto 13 ergastoli nei confronti di presunti mandanti ed esecutori della strage di via D' Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo. Si tratta del processo di secondo grado del cosidetto troncone "Borsellino bis". Tra gli imputati condannati al carcere a vita figurano boss ai quali in primo grado era stato inflitto l' ergastolo: Toto' Riina, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia. L' ergastolo e' stato inflitto anche a Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Giuseppe Urso e Gaetano Murana, che erano stati invece assolti in primo grado. Dieci anni di reclusione per associazione mafiosa, sentenza confermata, sono stati inflitti a Giuseppe Calascibetta e Salvatore Vitale, otto anni e sei mesi a Salvatore Tomaselli e otto anni ad Antonino Gambino. I giudici hanno infine confermato l' assoluzione per Giuseppe Romano, che doveva rispondere di associazione mafiosa. La Corte d' assise d' appello di Caltanissetta ha accolto quasi integralmente l' accusa dei sostituti procuratori generali Maria Giovanna Romeo e Dolcino Favi, che avevano chiesto l' ergastolo per 17 dei 18 imputati del processo denominato 'Borsellino bis'. I pg, infatti, avevano chiesto la conferma dell' assoluzione solo per Giuseppe Romano. La Corte, inoltre, ha rideterminato anche le provvisionali del risarcimento a favore delle parti civili rappresentate dai familiari dei cinque agenti di polizia rimasti uccisi insieme al giudice Paolo Borsellino in via D' Amelio, davanti l' abitazione della madre del magistrato. Secondo i giudici, 181 mila euro devono essere corrisposti a Maria Petrucia Dos Santos; 52 mila euro in favore di Emilia Ippolito Incandela, Tommaso, Salvatore, Giulia e Rosa Catalano in qualita' di eredi di Emanuele Catalano, padre dell' agente Agostino; 52 mila euro ciascuno in favore di Nella Cosliani, Grazia Asta, Emilia Ippolito Incandela; 26 mila euro ciascuno a Edna Cosina, Antonina Traina, Luciano Traina, Tommaso, Salvatore, Giulia e Rosa Catalano. Tutti gli imputati, inoltre, escluso Giuseppe Romano, sono stati condannati al pagamento delle spese processuali a favore delle altri parti civili del processo: la Presidenza del Consiglio dei ministri, il ministero dell' Interno e quello della Giustizia, la Regione siciliana, il Comune e la Provincia regionale di Palermo, di tutti i familiari dei cinque agenti uccisi e di Agnese Piraino Borsellino, Lucia, Manfredi, Fiammetta, Adele, Rita, Salvatore Borsellino, Maria Pia Lepanto, familiari del giudice ucciso. La motivazione della sentenza sara' depositata fra 90 giorni e fino ad allora sono sospesi i termini della custodia cautelare.19 marzo 2002 - FALSO SEQUESTRO SINDONA, MORTE PRESUNTA PER BOSS GIACOMO VITALE
Il tribunale di Palermo ha dichiarato la “morte presunta” di Giacomo Vitale, il boss coinvolto nel falso sequestro di Michele Sindona. Vitale, cognato di Stefano Bontade ucciso nel 1981, e' scomparso nel luglio 1989, probabilmente vittima della “lupara bianca”. Nell' estate del 1979 Giacomo Vitale si era recato in Grecia con Francesco Fodera' per accompagnare Sindona, che viaggiava sotto falso nome, in Sicilia facendo tappa prima a Caltanissetta e poi a Palermo. Coinvolto nel fallimento della Franklin Bank, Sindona aveva ideato il finto sequestro per sfuggire al processo e progettato il viaggio in Sicilia con l'obiettivo, riteneva il giudice Giovanni Falcone, di realizzare un “golpe” di intonazione separatista. Il progetto falli'. Ospite del boss Rosario Spatola, Sindona fu costretto a rientrare a New York e a rinunciare ai suoi progetti nei quali erano coinvolti la mafia e ambienti della massoneria. Il ruolo di Vitale, anch'egli massone e affiliato alla cosca di Villagrazia, sarebbe stato quello di dare appoggi logistici ai movimenti di Sindona in Sicilia. Sopravvissuto alla guerra di mafia dell'inizio degli anni '80, dieci anni dopo il “caso Sindona” Vitale e' scomparso, vittima di un'esecuzione dal movente ancora oscuro.21 marzo 2002 - BORRACCETTI NUOVO PROCURATORE VENEZIA
Il plenum del Csm, su proposta della Commissione per gli incarichi direttivi, nomina procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti, attualmente sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia. In magistratura dal 1967, Borraccetti ha 61 anni e ha cominciato la carriera come sostituto procuratore presso il tribunale di Trieste; dal 1971 al 1974 e' stato giudice al tribunale di Venezia; poi e' stato nominato pretore a Padova, citta' nella quale e' rimasto sino al 1979 come sostituto procuratore. Dal 1993 e' passato alla Direzione nazionale antimafia. A Padova Borraccetti ha condotto diversi procedimenti in materia di terrorismo ed eversione. Nel 1982 ha condotto l' inchiesta sulle violenze subite da appartenenti alle Brigate Rosse autori del sequestro del generale statunitense Dozier. Dalla procura nazionale antimafia ha coordinato le indagini scaturite dalle dichiarazioni di Felice Maniero, che hanno portato all'arresto di numerosi esponenti della mafia del Brenta. E' stato anche segretario di Magistratura democratica.21 marzo 2002 - NANDO DALLA CHIESA, MIO PADRE MANDATO ALLO SBARAGLIO
In un’ intervista all’ “Eco di San Gabriele”, Nando Dalla Chiesa, parlamentare e figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, dice che quella del padre fu una «morte annunciata» decretata dall' «asse Roma-Palermo» e il generale fu «abbandonato in Sicilia e simbolicamente offerto». «Mio padre in Sicilia - ricorda Nando Dalla Chiesa – fu mandato allo sbaraglio, ma che sia stato fatto intenzionalmente ho ancora difficolta' ad accettarlo. Egli infatti si batte' per uscire da un isolamento che c'era nell'Arma dei carabinieri ed avere un nuovo incarico operativo che lo valorizzasse: era un uomo d'azione e non da prepensionamento; pertanto l'idea che sia stato mandato li' apposta per... la rifiuto. Che poi una volta in Sicilia sia stato abbandonato e simbolicamente offerto...e' vero». Nando Dalla Chiesa ricorda poi come suo padre scrisse nel suo diario «che la politica dei partiti aiutava la mafia, che il primato della tessera di partito sullo Stato fosse la grande condizione di forza della mafia». Oggi per il figlio e' intatto lo stesso meccanismo, con l'idea che «nessuno possa essere attaccato o accusato perche' appartiene allo stesso partito».22 marzo 2002 - GRASSO, ENTITA' ESTERNE DIETRO ALCUNI DELITTI POLITICI
ANSA:
«Ci sono stati omicidi come quelli del segretario regionale del Pci Pio La Torre e del presidente della Regione Piersanti Mattarella in cui, sembra, che Cosa nostra sia stata il braccio armato di entita' esterne». L' ha detto il procuratore di Palermo Pietro Grasso, rispondendo ad una domanda sui presunti mandanti occulti del delitto Carlo Alberto Dalla Chiesa. «In queste ipotesi - ha detto il magistrato - e' ancora piu' difficile scoprire il movente del delitto perche' gli stessi esecutori materiali, che in altri casi pentendosi hanno dato contributi importanti alle indagini, non ne sono a conoscenza». “Qualora si dovessero presentate gli spunti di indagine – ha concluso il procuratore - il mio ufficio li approfondirebbe”.23 MARZO 2002 – UCCISIONE DALLA CHIESA: CONDANNE ALL’ ERGASTOLO
"Il Corriere della sera"
Palermo, delitto Dalla Chiesa Due ergastoli dopo 20 anni
PALERMO - Gli ergastoli per i killer del generale Dalla Chiesa arrivano a quasi vent'anni dal massacro. Ed è l'ennesima stangata per Antonio Madonia e Vincenzo Galatolo, due esponenti di rango del braccio armato della mafia che negli anni di piombo seminarono morte e terrore per le strade di Palermo. Come avvenne la sera del 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini, quando sotto i colpi di kalashnikov insieme con il prefetto caddero la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Oltre a Madonia e Galatolo, la Corte d'Assise di Palermo ha condannato Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci: 14 anni grazie alle attenuanti previste per i pentiti. Un piccolo tassello che si aggiunge al mosaico dell'inchiesta, che ha già visto condannare al carcere a vita i boss della Cupola ritenuti i mandanti dell'eccidio: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Michele Greco, Nenè Geraci. In un altro processo sono imputati Raffaele Ganci, boss della Noce, e Giuseppe Lucchese, killer della Kalsa.
"Giustizia è fatta" ha commentato a caldo il senatore Nando Dalla Chiesa, figlio del generale, che ha aggiunto: "Non mi scandalizzo del fatto che i pentiti abbiano avuto solo 14 anni, perché senza di loro non saremmo mai giunti alla verità". Una verità comunque parziale, secondo il parlamentare dell'Ulivo, se è vero che restano da svelare i retroscena della strage, con ipotesi investigative che puntano ai presunti rapporti tra mafia e servizi segreti deviati. "Da quanto mi risulta - sostiene Dalla Chiesa - c'è ancora un procedimento aperto per l'individuazione di quelli che i magistrati definiscono mandanti occulti".
La prima sentenza per la strage di via Carini fu emessa nel 1989 dai giudici del maxiprocesso, che condannarono all'ergastolo Riina, Provenzano e tutti i boss del governo di Cosa Nostra. Il verdetto, basato sul cosiddetto teorema Buscetta (cioè la responsabilità della Commissione in tutti gli omicidi di livello), fu annullato in appello. Ma la Cassazione ordinò nel 1992 un nuovo processo che si concluse con la conferma di tutte le condanne ad eccezione di quella riguardante il capomafia catanese Nitto Santapaola, che fu assolto.
Enzo Mignosi25 marzo 2002 - RINFORZATA SCORTA A SOSTITUTO INGROIA A PALERMO
E' stata rinforzata la scorta al sostituto procuratore Antonio Ingroia. Il magistrato si e' presentato nell' aula dove si svolge il processo al sen. Marcello dell' Utri con un numero di agenti superiore alla volta precedente. Ingroia e' pm nel processo. Una misura di tutela e' stata assegnata anche all' investigatore della Dia, Giuseppe Ciuro, chiamato a deporre oggi al processo. Non si conoscono i motivi che hanno indotto ad assegnare queste misure di protezione.25 marzo 2002 - FALLITO ATTENTATO DELL’ ADDAURA; CHIESTO NUOVO DIBATTITO
ANSA:
E' stata chiesta la riapertura dell' istruttoria dibattimentale nel processo d' appello di Caltanissetta per il fallito attentato sul litorale palermitano dell' Addaura al giudice Giovanni Falcone, avvenuto il 20 giugno del 1989. Lo ha sollecitato oggi il sostituto pg Dolcino Favi. Ha chiesto alla Corte di sentire quanti, la sera prima dell' attentato, parteciparono ad una cena cui era presente anche Falcone. Secondo i collaboranti Francesco Onorato e Giovambattista Ferrante, condannati in primo grado a 10 e 3 anni di reclusione, a quella cena avrebbe partecipato anche un infiltrato di «cosa nostra», che avrebbe rivelato ai boss il programma del magistrato per il giorno successivo. Falcone cioe' avrebbe dovuto recarsi nella villetta dell' Addaura con i colleghi elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehman, ospiti a Palermo per un' indagine riservata sul riciclaggio in Svizzera di denaro sporco della mafia siciliana. La mafia quindi, nella notte tra il 19 e il 20 giugno, fece collocare sugli scogli antistanti la casa un borsone contenente 57 candelotti di dinamite che sarebbero dovuti esplodere su impulso di un comando a distanza. All' ultimo momento pero' Falcone e gli ospiti annullarono l' escursione per impegni, mentre il borsone fu notato da alcuni bagnanti che avvertirono le forze dell' ordine. In primo grado, oltre ai due pentiti, sono stati condannati a 26 anni di reclusione ciascuno Salvatore Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia, mentre sono stati assolti Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote. Tutti sono accusati di associazione mafiosa e tentativo di strage ad eccezione di Ferrante, processato per porto e detenzione abusivi di esplosivo. Il pg ha chiesto anche l' audizione del pentito Luigi Ruvolo, che accusa i Galatolo di avere partecipato all' organizzazione dell'agguato a Falcone. La Corte si e' riservata sulla riapertura dell' istruttoria, aggiornando il processo al 13 maggio.25 marzo 2002 - DELL'UTRI: TRIBUNALE AMMETTE AGENTE DIA SU CONTI FININVEST
ANSA:
I giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo hanno deciso di ascoltare nell' ambito del processo a Marcello Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, l' investigatore della Dia che ha indagato sulle holding che costituiscono il capitale Fininvest. La difesa la scorsa udienza aveva chiesto di annullare l' ordinanza del tribunale che disponeva di sentire l' agente, il quale, su delega della procura di Palermo, ha redatto un' informativa sui flussi finanziari delle societa' alle quali farebbero capo le aziende di Silvio Berlusconi. I difensori del senatore ed euroodeputato di Forza Italia, gia' Presidente di Publitalia, in particolare, avevano sostenuto che l'investigatore avrebbe acquisito «conti personalissimi» del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e pertanto avevano chiesto la revoca dell' audizione. L' istanza e' stata rigettata dal tribunale. La difesa aveva sottolineato che fra gli atti sui quali l' esperto della Dia aveva svolto accertamenti vi sono documenti di natura strettamente personale sia di Marcello Dell' Utri sia di Silvio Berlusconi, tra cui conti correnti personali, assegni, corrispondenza e mandati fiduciari che, tra l' altro, hanno caratterizzato l' attivita' delle holding di Berlusconi. Dopo che il tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta ha disposto di sentire l' innvestigatore, l' udienza e' stata aperta con la citazione del teste ed e' in corso. L' investigatore della Dia, Giuseppe Ciuro, ha parlato delle 22 holding che formano il capitale della Fininvest e ha detto che furono costituite nel 1978 nello stesso giorno con gli stessi soci. L' illustrazione delle societa', che si basa sull' informativa che Ciuro ha presentato alla Procura, e' proseguita con gli aumenti di capitale e con l' analisi di conti corrente. Il tribunale ha quindi acquisito la parte dell' informativa che ricostruisce lo sviluppo delle holding, il capitale di alcune delle quali «dopo un giro di finanziarie e fiduciarie - ha detto il teste - e' tornato nel 1990 nella disponibilita' palese di Silvio Berlusconi». Ciuro, rispondendo a domande del pm Antonio Ingroia, ha poi illustrato alcuni documenti acquisiti negli archivi della Banca Popolare di Lodi che aveva rilevato la Banca Rasini dov' erano molti conti riferiti alle holding. Secondo Ciuro, le societa', che avevano capitali sociali milionari, «erano nate come servizi di parruccheria e istituti di bellezza». Dopo che il tribunale ha rigettato le eccezioni della difesa che chiedeva di non far testimoniare Ciuro, gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, difensori di dell' Utri, oggi hanno detto che «non possono che prendere atto del provvedimento del collegio». A giudizio dei due legali «il provvedimento del collegio non appare esauriente alla luce di tutte le questioni rappresentate dalla difesa e in particolare per quanto attiene l' ammissione di temi, la cui rilevanza non sfugge a nessuno, gia' oggetto di indagini archiviate dalla stessa magistratura palermitana». La deposizione di Ciuro proseguira' lunedi' 8 aprile.28 marzo 2002 - OMICIDIO GIUDICE GIACOMELLI, ERGASTOLO A RIINA
I giudici della corte d' assise di Trapani condannano all' ergastolo Toto' Riina come mandante dell' omicidio del giudice Alberto Giacomelli, ucciso a "Locogrande", a pochi chilometri da Trapani, il 14 settembre 1988. Secondo l' accusa il capo di Cosa nostra avrebbe decretato la morte del magistrato, che era in pensione da piu' di un anno, perche' da presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani aveva ordinato nel 1988 la confisca di alcuni beni, fra i quali appezzamenti di terreno e case di Gaetano Riina, fratello di Toto'.
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