Almanacco dei misteri d' Italia
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le notizie del 2003: marzo 2003 |
4 marzo 2003 - PROCESSO DELL' UTRI
"La Gazzetta del sud"
Dichiarazioni spontanee di Dell'Utri
Pentito denuncia: ho subito minacce
PALERMO - Il senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, è tornato a rendere dichiarazioni spontanee ieri mattina davanti al Tribunale di Palermo al termine dell'udienza del processo in cui è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Dell'Utri ha parlato dell'imprenditore Filippo Alberto Rapisarda che, ha detto, "riesce a conquistare le persone con cui entra in contatto, ed è riuscito a convincere anche personaggi importanti che entravano e uscivano dal suo studio di via Chiaravalle". L'ex manager di Publitalia ha poi aggiunto che la sua idea di "costituire una associazione di vittime di Rapisarda è ancora in piedi. E' una cosa che faremo certamente e che istituiremo con tutte le vittime. Ci sono -ha proseguito- persone che sono rimaste nella più assoluta indigenza". Il parlamentare ha poi detto di aver conosciuto il prof. Conso nell' abitazione di Rapisarda, in via Chiaravalle a Milano". il riferimento all' ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale Conso aveva l'intento di illustrare ai giudici le persone che "bazzicavano" in casa di Rapisarda, l' imprenditore che lo ha accusato di avere intascato denaro dalle cosche mafiose palermitane. In precedenza, erano stati sentiti alcuni testimoni, tra i quali anche parenti di Gaetano Cinà, unico altro imputato del processo, e un suo ex socio, Giuseppe Puccio. Quest'ultimo ha affermato di conoscere Dell'Utri e di aver occasionalmente cenato con lui e con Cinà. E' stato ascoltato anche come teste citato dalla difesa l'ingegnere Francesco Paolo Alagna, che in passato era stato in affari con Rapisarda e che in aula ha dichiarato di "aver perso quasi tutto dopo aver seguito i consigli di questa persona". Alagna ha spiegato che i suoi rapporti con Dell'Utri erano relativi appunto alla vicenda di Rapisarda. I Pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia hanno chiesto l'acquisizione di alcuni verbali e di una denuncia presentata dal collaboratore di giustizia Calogero Pulci che ha sostenuto di avere ricevuto minacce dopo che alcune sue dichiarazioni erano state acquisite agli atti del processo Dell'Utri.4 marzo 2003 - TELE+GRIGIO SUI MISTERI D'ITALIA
ANSA:
Nel mese di marzo, il consueto appuntamento con "Dedicato a..." offre quattro storie italiane, legate tra loro dal sottile filo della denuncia politica e civile. In un marzo che ci riporta alla mente, a 25 anni di distanza, la vicenda del rapimento di Aldo Moro, sequestrato il 16 marzo del 1978 e ritrovato senza vita il 9 maggio dello stesso anno. La rassegna inizia domani, (alle 21.00 su Tele+Grigio) con "I Banchieri di Dio - Il caso Calvi" di Giuseppe Ferrara, lucida analisi di un caso sul quale la giustizia italiana non ha fatto ancora oggi piena luce, per terminare il 26 marzo con "Giovanni Falcone", precedente lavoro di denuncia dello stesso regista, che inquadra l'opera giudiziaria svolta da Giovani Falcone e la sua conseguente tragica scomparsa. Il 12 marzo andra' in onda "Un eroe borghese" dedicato al delitto Ambrosoli per la regia di Michele Placido e il 19 marzo "Il giudice ragazzino" di Alessandro Di Robilant, ispirato al libro di Nando Dalla Chiesa. A venticinque anni dalla scomparsa di Aldo Moro, a marzo Tele+ regala dunque altre quattro storie italiane per non dimenticare. Sempre su Tele+Digitale, Raisat Album dedica un'ampia rassegna all'argomento, con la messa in onda dei telegiornali che nel 1978 hanno accompagnato per oltre cinquanta giorni il tragico sequestro di Aldo Moro.5 marzo 2003 - MAFIA: FALLITO ATTENTATO ADDAURA; CORTE IN CAMERA CONSIGLIO
ANSA:
Sono entrati in camera di consiglio i giudici della corte d' assise d' Appello di Caltanissetta, davanti ai quali si e' svolto il processo per il fallito attentato dell' Addaura al giudice Giovanni Falcone.
La Corte potrebbe uscire con una ordinanza piuttosto che con la sentenza, visto che al presidente della corte, Giacomo Bodero Maccabeo, e' stato chiesto dall' avvocato Antonio Impellizzeri, difensore del boss Antonino Madonia, una nuova riapertura dell' istruttoria dibattimentale, per acquisire le dichiarazioni rese dal boss-confidente Luigi Ilardo e registrate nel 1996 dal colonnello Michele Riccio.
Nell' attentato all' Adduara, secondo Ilardo, ci sarebbe stato "lo zampino" dei servizi segreti deviati.
I giudici si sono riservati di decidere sulla richiesta durante la camera di consiglio, alla fine della quale potrebbero uscire con una ordinanza in cui si accetta la riapertura del dibattimento, oppure con la sentenza, in cui si motivera' il rigetto.
Nel processo d' appello, iniziato il 14 gennaio 2002, sono imputati Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Antonino Madonia (tutti condannati in primo grado a 26 anni ciascuno), i pentiti Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante (condannati a 10 anni), Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote, che sono stati invece assolti. Tutti sono accusati di associazione mafiosa e tentativo di strage.
La Corte aveva disposto la sospensione dei termini di custodia cautelare per gli imputati. L' inchiesta sul fallito attentato dell' Addaura va avanti, con alterne vicende, da 13 anni.
Il 20 giugno del 1989 alcuni agenti di scorta trovarono una borsa con 58 candelotti di dinamite sulla scogliera davanti alla villa che Giovanni Falcone aveva affittato per il periodo estivo. L' indagine, archiviata nel 1994 a carico di ignoti, fu riaperta nel 1996 dopo le dichiarazioni di Ferrante. Il collaboratore, assieme ad altri pentiti come Angelo Siino, rivelo' che Cosa nostra voleva uccidere oltre a Falcone anche i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lheman, ospiti a Palermo per un' indagine riservatissima sul riciclaggio in Svizzera di denaro sporco della mafia siciliana.
Durante una cena a Mondello, Falcone invito' i due colleghi svizzeri a raggiungerlo il giorno successivo nella sua villetta per fare il bagno. Appreso dell' invito da un infiltrato, presente alla cena, alcuni uomini di Cosa nostra di notte collocarono la dinamite sugli scogli per farla esplodere il giorno successivo con un congegno a distanza. Per un cambiamento improvviso di programma dei tre magistrati, l' ordigno non fu pero' azionato. Il processo di primo grado e' cominciato nel 1998 ed e' terminato ad ottobre del 2000 dopo 50 udienze.5 marzo 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: RISCHIO PRESCRIZIONE
"Liberazione"
Alto rischio di prescrizione. Resterebbero i dubbi sull'origine dei capitali delle 22 holding Fininvest Azzerato il processo Dell'Utri? Toni Baldi Giudici trasferiti, in mancanza di proroghe il dibattimento ricomincerà da capo dopo 7 anni. L'imputato: "A volte rivedere un film due volte lo rende più bello" Il processo contro il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, potrebbe ricominciare da zero. Il presidente del collegio giudicante Leonardo Guarnotta, infatti, dovrebbe prendere possesso oggi della presidenza del Tribunale di Termini Imerese (Palermo) mentre il prossimo 11 marzo scadono i due anni di applicazione (ovvero di proroga del mandato) previsti dalla legge per la giudice a latere, Gabriella Di Marco, già trasferita alla Corte d'Appello del capoluogo siciliano. Spetterà adesso al presidente della Corte d'Appello di Palermo, Carlo Rotolo, la decisione di concedere una ulteriore proroga dell'applicazione ad entrambi i magistrati al fine di portare a termine il dibattimento di primo grado. Una decisione che dovrebbe essere resa nota il prossimo 17 marzo, così come annunciato, a conclusione dell'udienza di ieri mattina, dallo stesso presidente Guarnotta. Secondo alcune indiscrezioni, Rotolo potrebbe investire del problema anche il Consiglio superiore della magistratura perché interpreti il quadro tecnico sotto il profilo amministrativo e procedurale. Nell'eventualità che ai due magistrati non venga concessa la proroga, il processo nei confronti del senatore "azzurro", in corso ormai da quasi sette anni, potrebbe pertanto ripartire daccapo davanti ad un nuovo collegio giudicante e con il rischio, tutt'altro che remoto, che si risolva con una prescrizione per decorrenza dei termini.
"A volte rivedere un film due volte lo rende più bello - ha dichiarato Dell'Utri nell'apprendere la notizia - anche se rivedere comunque un film dell'orrore non è sempre piacevole".
Viaggi nel catanese, terra di Santapaola
Nell'udienza di ieri, è stato ascoltato il funzionario di polizia Vincenzo Montemagno, il quale in passato aveva condotto alcune indagini per conto della Procura di Catania. L'incarico di Montemagno era diretto in particolare a stabilire se e quante volte, nel corso dei primi anni '90, Marcello Dell'Utri si fosse recato a Catania. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, infatti, Marcello Dell'Utri avrebbe incontrato proprio in quel periodo, nel catanese, il boss mafioso Nitto Santapaola. Montemegno ha affermato che esistono biglietti aerei intestati a Dell'Utri, ma non vi è nessun riscontro che siano stati effettivamente utilizzati dal parlamentare "azzurro".
L'ex manager di "Pubblitalia", imputato insieme al boss mafioso Gaetano Cinà, era stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Palermo il 19 maggio del 1997 su richiesta dei sostituti procuratori Antonio Ingroia e Domenico Gozzo. Nel corso delle 142 udienze effettuate, sono stati ascoltati 45 collaboratori di giustizia e 261 testimoni citati dall'accusa, mentre dei 67 testi indicati dalla difesa ne sono stati sentiti fino ad oggi soltanto 20.
Il finanziere dei boss e lo stalliere di Arcore
Nel corso del processo, i magistrati della procura di Palermo non si sono limitati soltanto a contestare al senatore "azzurro" i presunti rapporti intrattenuti con uomini di Cosa nostra, ma hanno cercato anche di accertare se capitali mafiosi fossero finiti, tramite Dell'Utri, nelle holding di Berlusconi. Il 20 luglio del 1998, infatti, in esecuzione di un decreto disposto dalla procura di Palermo nell'ambito dell'indagine contro Marcello Dell'Utri e l'imprenditore Carlo Bernasconi (entrambi indagati per riciclaggio in concorso con i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi), gli investigatori della Dia del capoluogo siciliano e di Milano avevano sequestrato la documentazione contabile delle ventidue "holding" che custodiscono i capitali della Fininvest. Berlusconi ha sempre sostenuto che dietro le 22 "holding" c'è soltanto la sua persona e la sua famiglia e che questo castello societario, inventato da Umberto Previti (padre del deputato di Fi, Cesare), è stato messo in piedi tra il 1978 e il 1981 per pagare meno tasse allo Stato. Berlusconi non ha mai spiegato, però, da dove provenivano i capitali che hanno consentito alla Fininvest, nel corso dell'anno 1979, di elevare il capitale sociale da 20 milioni a 52 miliardi delle vecchie lire ed ha omesso di dire che quote rilevanti di alcune di queste "holding" erano state intestate alla società fiduciaria Par. Ma. Fid. Spa che, proprio in quel periodo, gestiva i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa nostra che riciclava capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta ed altri boss che operavano a Milano nel traffico internazionale di stupefacenti e nei sequestri di persona.
Ebbene, Antoni Virgilio e Salvatore Enea a quei tempi erano in rapporto con Marcello Dell'Utri, come si evince dagli atti depositati dai pubblici ministeri di Palermo nel procedimento per concorso in associazione mafiosa nei confronti del senatore di Fi. Ma c'è di più. Il 14 febbraio del 1983, nel corso di un'operazione condotta tra Milano, Roma e Palermo denominata "San Valentino", vennero arrestati decine di boss e "colletti bianchi" accusati di spaccio di stupefacenti, sequestri di persona e riciclaggio di denaro sporco. Fra gli arrestati figuravano, tra gli altri, Luigi Monti e Antonio Virgilio accusati di riciclare capitali mafiosi attraverso un intreccio di società immobiliari e di essere in rapporti con il boss Vittorio Mangano, il famoso "stalliere" di Arcore amico di Dell'Utri. Inoltre, Monti e Virgilio erano intestatari di conti correnti presso la Banca Rasini, indicata dalla procura di Milano come crocevia degli interessi di Cosa nostra negli anni '60 e '70. Tant'è che, nel corso dell'operazione "San Valentino", venne arrestato anche il direttore generale del piccolo istituto di credito, Antonio Vecchione, il quale era subentrato alla fine degli anni settanta a Luigi Berlusconi, padre dell'attuale presidente del Consiglio.6 marzo 2003 - TROVATA RUBRICA CON CONTATTI PROVENZANO
"La Gazzetta del sud"
Palermo Nelle campagne di Vicari, zona dove è stato segnalato pure di recente, trovata l'agendina personale del boss
In una rubrica i contatti di Provenzano
Rinvenute anche una trentina di lettere. Si indaga su una serie di nomi di incensurati
Michele Cimino
PALERMO - Una rubrica telefonica del boss Bernardo Provenzano è finita nelle mani dei carabinieri del Ros. Non si tratta di una vera e propria agenda, ma d'un paio di fogli contenenti nomi e numeri telefonici di alcuni presunti favoreggiatori del boss di Cosa Nostra, latitante da 40 anni, e del suo ex braccio destro, il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré. Il prezioso documento era nascosto in una abitazione di campagna a Vicari, in provincia di Palermo, nella stessa zona dove alcuni mesi addietro è stato catturato Giuffré e dove più volte, negli anni passati è stata segnalata la presenza di Provenzano. Il rinvenimento della rubrica ed anche di 31 lettere indirizzate ai boss, ma non "distribuite", perché il mittente potrebbe essere stato costretto ad abbandonare il rifugio in fretta e furia, è avvenuto il 4 dicembre scorso. La notizia, però, è trapelata solo ieri. Dei due fogli, uno è di colore giallo ed è di maggiori dimensioni, l'altro, più piccolo, è di colore bianco. Su entrambi, oltre ai numeri telefonici e ai nominativi corrispondenti, vi sono annotazioni manoscritte che gli inquirenti ritengono molto interessanti, ritenute molto interessanti dagli inquirenti. I nominativi apparterrebbero a presunti favoreggiatori e persone di fiducia del boss, alcune delle quali anche incensurate, sulle quali sono in corso indagini riservate da parte del Ros, coordinate dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Intanto, dagli accertamenti tecnici effettuati dal reparto investigazioni scientifiche e dal Ros dei carabinieri, che hanno analizzato i 31 "messaggi" di Provenzano sequestrati nel casolare di Vicari, sarebbe emerso che il boss latitante li avrebbe scritti, come tutte le altre lettere inviate ai capimafia negli ultimi dieci anni, con la stessa macchina per scrivere. Le caratteristiche, come è stato accertato, sono identiche a quelle rilevate sulle cinque lettere trovate addosso a Nino Giuffré il giorno del suo arresto, e alle altre nove che vennero consegnate dal boss Luigi Ilardo al colonnello Michele Riccio nei primi anni Novanta. L'analisi tecnica è stata eseguita su disposizione della Procura di Palermo ed è stato anche accertato che il modo di confezionare i bigliettini sarebbe caratterizzato da una "procedura soggettiva", tale da evidenziare che le lettere trovate fino ad ora dagli investigatori, hanno tutte le stesse identiche piegature. Gli indizi idonei a far ritenere che il "mittente" sia sempre la stessa persona. Da parte degli investigatori del Ros, infatti, è stato rilevato che ogni "fagottino" nel quale è contenuta la lettera dattiloscritta, è sigillato con nastro adesivo trasparente e su un lato presenta la sigla "NN.", una specie di indirizzo o, meglio, un segnale di riconoscimento per il boss a cui è indirizzata. Inoltre, lo studio "soggettivo" effettuato dai tecnici dei carabinieri è stato rivolto all'accertamento dell'identità dell'autore, del metodo di impostazione della lettera, all'analisi degli errori sintattici e ortografici che si ripetono. Hanno scoperto, così, fra l'altro, che Provenzano utilizza spesso la lettera "d" al posto della "t", mentre le formule d'apertura e quelle di commiato sono sempre identiche in tutte le missive. Tutta una serie di indizi che hanno portato gli esperti a ritenere con quasi assoluta certezza che le tante lettere dattiloscritte scoperte fino ad ora, in cui si indica come autore Provenzano, sono state redatte e confezionate sempre dalla stessa persona, con la stessa macchina per scrivere e con le stesse piegature del foglio. Ma in possesso degli inquirenti vi sono anche "bigliettini" manoscritti di Provenzano. Uno di questi, mai pervenuto al destinatario, perché intercettato dai carabinieri del Ros insieme con il "postino", è della fine del '97 ed era indirizzato a Salvatore Genovese, all'epoca latitante, posto dallo stesso Provenzano a capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato. Con quel messaggio Provenzano, che da poco si era insediato al vertice di Cosa Nostra, chiedeva conto a Genovese di Vito Vitale, il sanguinario boss di Partinico, candidato da Totò Riina e Leoluca Bagarella a succedere loro quale "reggente" della Cupola mafiosa. "Ho sentito che gira per San Giuseppe Jato - scriveva Provenzano - un certo Vitale. Chi è"?. Un messaggio molto emblematico dai significati inequivocabili nel linguaggio di Cosa Nostra, che non ha bisogno di traduzioni o di spiegazioni.7 marzo 2003 - ESPLOSIVO PER LA PUCCI STESSO DI PIZZOLUNGO
"La Sicilia"
"L'esplosivo della strage lo stesso usato per la Pucci"
La stessa partita di esplosivo usato per l'attentato all'ex sindaco di Palermo Elda Pucci potrebbe essere stata utilizzata anche per la strage di Pizzolungo del 2 aprile del 1985.
E' stato il collaboratore di giustizia Giuseppe Maniscalco, che ha deposto in videconferenza davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta, nel processo a carico di Antonino Madonia e del collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio, a non escludere questa possibilità.
Maniscalco, ex sicario delle famiglie mafiose del mandamento di San Giuseppe Iato, ha raccontato di avere custodito all'interno di un magazzino di sua proprietà materiale esplosivo, armi da fuoco ed auto rubate.
"Quell'esplosivo - ha detto il collaboratore di giustizia - venne utilizzato per l'attentato al sindaco di Palermo Elda Pucci, ma non escludo che sia stato usato pure per la strage di Pizzolungo". Giuseppe Maniscalco ha detto anche che l'esplosivo da lui custodito veniva fornito di volta in volta da un giovane che lavorava in una cava e che il boss Vincenzo Milazzo, che guidava la famiglia mafiosa di Alcamo fino a quando fu ucciso nel 1992 per ordine di Totò Riina, era un esperto di esplosivi.
Della strage di Pizzolungo, oltre agli imputati di questo processo, sono stati accusati il boss di Trapani Vincenzo Virga ed il boss Totò Riina, che sono stati già giudicati con il rito abbreviato. Un attentato, secondo l'accusa, voluto da Cosa Nostra per uccidere il giudice Carlo Palermo, giunto a Trapani per ricoprire il ruolo di sostituto procuratore appena cinquanta giorni prima della strage. Carlo Palermo rimase ferito nell'attentato, che costò la vita ad una donna, Barbara Rizzo, ed ai suoi due figli gemelli di sei anni Giuseppe e Salvatore Asta. La donna stava accompagnando i figli a scuola e la sua auto, al momento dell'esplosione dell'autobomba, fece di fatto da scudo all'auto su cui viaggiava il giudice Palermo.
Un primo processo per la strage di Pizzolungo si concluse con l'assoluzione degli imputati, Per anni calò il silenzio sull'attentato, fino a quando alcuni collaboratori di giustizia, tra cui l'ex boss di San Giuseppe Iato Giovanni Brusca, hanno raccontato cosa accadde e perché Cosa Nostra aveva decretato la condanna a morte del giudice Palermo. E proprio Giovanni Brusca sarà ascoltato nella prossima udienza del processo che si celebra a Caltanissetta, fissata per l'11 aprile.
Nel corso dell'udienza sarà ascoltato anche il collaboratore di giustizia di Altofonte Francesco Di Carlo.
Cinzia Bizzi7 marzo 2003 - MAFIA: PRESO RINELLA; BRACCIO DESTRO DI GIUFFRE'
"Il Nuovo"
Mafia, preso Rinella, braccio destro di Giuffrè
E' stato arrestato a Palermo. Latitante, aveva già una condanna all'ergastolo. Sembra che il boss ambisse a diventare il capo del mandamento che fino al 16 aprile scorso era di Antonino Giuffrè.
PALERMO - E' finito in manette il boss mafioso latitante Salvatore Rinella, capomafia di Trabia, ricercato da oltre otto anni.
Rinella è stato sorpreso all'interno di un appartamento a Palermo. Il boss, che ha già una condanna all'ergastolo, è il braccio destro di Antonino Giuffré.
"Salvatore Rinella è un boss mafioso di grande importanza in Cosa nostra. Era il candidato alla successione di Giuffré nella gestione del mandamento di Caccamo". Lo dice Pietro Grasso, procuratore di Palermo. Che spiega: "Questa nuova cattura rappresenta un ennesimo colpo di scure a Cosa nostra".
Salvatore Rinella, 49 anni, è un ergastolano definitivo, con un passato da trafficante di stupefacenti, che aveva l'ambizione di diventare il capo del mandamento gestito fino al 16 aprile scorso dal boss Giuffrè. La condanna definitiva al carcere a vita Rinella l'ha avuta per l'omicidio di Antonino Di Matteo, il gestore dello stabilimento balnerare "la vetrana" di Trabia, assassinato nel luglio del 1979 con il metodo della lupara bianca.
Da allora Rinella ha scalato la gerarchia mafiosa fino a diventare capo della famiglia di Trabia. Di lui hanno parlato in passato diversi collaboratori di giustizia, in particolare Salvatore Contorno, Mario Santo Di Matteo (che afferma di averlo avuto presentato dal vecchio boss Lorenzo Di Gesu'), da Giuseppe Marchese, Gioacchino La Barbera (che ne ha evidenziato il rilevante ruolo svolto all'interno dell'associazione criminale) e poi ancora da Gaetano Lima e per ultimo da Nino Giuffre'.
Rinella è latitante dal 14 dicembre 1994, quando riusci' a fuggire al blitz scaturito dalle dichiarazioni del pentito Lima. Da allora il boss di Trabia ha stretto alleanze, ha eliminato le armi, non ha piu' ordinato omicidi, ma in cambio ha aumentato le richieste di estorsione, il controllo sugli appalti e in particolare sulle lottizzazioni della zona.7 marzo 2003 - ANTIMAFIA:PRESIDENTE CENTRO IMPASTATO CONSULENTE COMMISSIONE
ANSA:
Umberto Santino, presidente del Centro di documentazione Giuseppe Impastato, e' stato nominato consulente, a titolo gratuito, della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Roberto Centaro.
Il Centro, che ha sede a Palermo, fu fondato da Santino nel 1977 e successivamente dedicato a Giuseppe Impastato, esponente di Lotta Continua ucciso a Cinisi dalla Mafia nel '78. La struttura basa la sua attivita' sull' impegno volontario e gratuito dei soci ed e' completamente autofinanziata.
"Sarei lieto - ha scritto Santino in una missiva spedita a Centaro - se potessi contribuire, all' interno dei lavori della Commissione, a far luce sui rapporti tra mafia e istituzioni e in particolare sui delitti politico-mafiosi e sulle stragi: dall' assassinio di Accursio Miraglia e dalla strage di Portella della Ginestra nel 1947 agli eventi piu' recenti".8 marzo 2003 - PROCESSO DALLA CHIESA, ERGASTOLO PER DUE BOSS
ANSA:
La corte d' assise di Palermo, presieduta da Cladio Dall' Acqua, ha condannato all' ergastolo Giuseppe Lucchese, boss di Brancaccio, e Raffale Ganci, capomafia del quartiere Noce, per l' omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell' agente di scorta Domenico Russo avvenuto il 3 settembre 1983 a Palermo.
A piu' di venti anni di distanza si chiude il cerchio sull' uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Quello che si e' concluso oggi a Palermo e' il terzo processo celebrato per l'eccidio di via Carini. I giudici si sono gia' pronunciati nei confronti dei boss della Cupola, condannati all' ergastolo come mandanti dell' agguato con sentenza divenuta definitiva nel 1995 e dei capimafia accusati di essere gli esecutori materiali del delitto: Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, entrambi condannati al carcere a vita. Delle circostanze attenuanti previste per chi collabora con la giustizia hanno beneficiato Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci i pentiti grazie ai quali si e' fatta luce sulla dinamica dell'agguato. Entrambi per la morte del generale dovranno scontare 14 anni di reclusione.
Dalla simulazione virtuale dell' attentato, ricostruito anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, e' emerso che l' A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparo' dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l' eventuale reazione dell' agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco "Scarpuzzedda" che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbando', costringendo l' auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L' attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell' automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano gia' fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. "Me li avete fatti trovare morti", avrebbe detto il killer."Resta una grande zona d' ombra: quella che circonda i mandanti occulti, coloro, cioe', che fecero pressioni sulla cupola per eliminare mio padre". Cosi' Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto assassinato a Palermo il 3 settembre del 1982, commenta le condanne all'ergastolo di Giuseppe Lucchese e Raffaele Ganci. "C'era - aggiunge il senatore della Margherita - un procedimento aperto nei confronti dei cosiddetti mandanti esterni a Cosa nostra ma non so se portera' mai a qualcosa. So solo che sono quelle le verita' che illuminano un delitto come quello di mio padre".
"La sentenza emessa oggi - dice Dalla Chiesa - conferma l'importanza dei pentiti. A piu' di vent' anni dall' eccidio siamo arrivati al verdetto di primo grado e questo anche grazie all'apporto dei collaboratori di giustizia. Ci pensi chi fa campagne contro di loro".9 marzo 2003 - MAFIA: INTERROGATO CIRO VARA
"La Sicilia"
IL NEO COLLABORANTE DI GIUSTIZIA SENTITO NELL'AMBITO DI UNA INDAGINE ANTIMAFIA CONGIUNTA
I procuratori Messineo e Grasso interrogano Ciro Vara
Il neo collaboratore di giustizia Ciro Vara è stato interrogato dai procuratori di Caltanissetta e Palermo, Francesco Messineo e Piero Grasso, per una indagine collegata che interessa le due Direzioni distrettuali antimafia. Non si conosce l'oggetto dell'inchiesta. Si è appreso in ambienti giudiziari che l'interrogatorio si è svolto ieri.
Il pentito è stato poi ascoltato, nell'ambito di altre indagini, dal procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, che è stato anche pm nel processo al senatore a vita Giulio Andreotti.
Vara, uomo di fiducia di Giuseppe Madonia e compagno di scuola di Nino Giuffrè, è stato indicato dai pentiti, in particolare da Leonardo Messina e Angelo Siino, come un referente degli appalti pubblici. Il boss, oggi pentito, avrebbe partecipato, secondo quanto sostengono altri collaboratori, a numerose riunioni della commissione regionale, in particolare ad alcune in cui si sarebbe parlato del tentativo di aggiustare il maxi processo in Cassazione.
Ciro Vara ha risposto per tutto il pomeriggio alle domande dei magistrati della Dda di Palermo che lo hanno interrogato su alcuni filoni di indagine ancora in fase istruttoria. Il neo pentito ha parlato anche di alcuni imputati di mafia per i quali sono ancora in corso processi davanti ai giudici di primo e secondo grado. L'ex uomo di fiducia del boss "Piddu" Madonia ha spiegato ai pm di Palermo e Caltanissetta alcuni dei canali di riciclaggio utilizzati da "cosa nostra", dei contatti che i boss avrebbero avuto con importanti uomini d'affari e politici.
Molte delle sue dichiarazioni sarebbero più precise di quelle fatte fino adesso dai pentiti che erano affiliati alla famiglia di Gela. Riscontri alle dichiarazioni di Vara sono stati avviati da parte delle forze dell'ordine su delega della Dda di Caltanissetta.9 marzo 2003 - SENTENZE OMICIDIO DALLA CHIESA E TENTATO ATTENTATO ADDAURA
"La Gazzetta del Sud"
PALERMO, CONCLUSO IL TERZO PROCESSO SU VIA CARINI. A CALTANISSETTA RESPINTO IL TENTATIVO DI TIRARE IN BALLO I SERVIZI
Omicidio Dalla Chiesa, altri due ergastoli. Attentato all'Addaura, pene ridotte ai pentiti
PALERMO - Si è concluso il processo ad altri due esecutori materiali della strage che il 3 settembre del 1982 costò la vita al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo: entrambi condannati all'ergastolo. Si tratta di Giuseppe Lucchese, detto "Lucchiseddu" e Raffaele Ganci, boss del quartiere Noce. Per i giudici il delitto è stato qualificato come omicidio plurimo e non come strage, anche se per i due imputati la condanna è stata ugualmente alla massima pena. Le due condanne fanno seguito a quelle comminate, sempre all'ergastolo, il 22 marzo del 2002 nei confronti di Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, mentre a 14 anni furono condannati i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Ieri intanto a Caltanissetta i giudici della Corte d' assise d' appello hanno parzialmente confermato la sentenza di condanna di primo grado per i boss accusati del fallito attentato all' Addaura scattato il 20 giugno 1989 nei confronti del giudice Giovanni Falcone. La Corte ha infatti ridotto la pena ai pentiti Giovan Battista Ferrante e Francesco Onorato, il primo condannato a due anni e 8 mesi, il secondo a 9 anni e 4 mesi. La Corte, presieduta da Giacomo Bodero Maccabeo, ha confermato l' assoluzione per Vincenzo e Angelo Galatolo, zio e nipote. Sono stati invece condannati a 26 anni di carcere per tentativo di strage i boss Totò Riina e Antonino Madonia. I giudici non hanno trattato la posizione di Salvatore Biondino, che in primo grado aveva avuto inflitti 26 anni di reclusione. Il pg, dopo aver impugnato la sua posizione, ha rinunciato. I giudici hanno inoltre rigettato l' istanza avanzata dal difensore di Madonia che aveva chiesto, prima dell' ingresso in camera di consiglio, l' acquisizione delle dichiarazioni del boss-confidente Luigi Ilardo, il quale affermava che nell' attentato all' Addaura ci sarebbe stato lo zampino dei servizi segreti deviati. Nel processo si erano costituiti parte civile le sorelle del giudice Giovanni Falcone, il giudice Carla Del Ponte, la provincia ed il comune di Palermo, la Presidenza del Consiglio, i ministri dell' Interno e della Giustizia ed il presidente della Regione siciliana. La Camera di consiglio si è protratta per tre giorni. Il 20 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono una borsa con 58 candelotti di dinamite sulla scogliera davanti alla villa che Giovanni Falcone aveva affittato per il periodo estivo. L' indagine, archiviata nel 1994 a carico di ignoti, fu riaperta nel 1996 dopo le dichiarazioni di Ferrante. Il collaboratore, assieme ad alcuni pentiti come Angelo Siino, rivelò che Cosa nostra voleva uccidere oltre a Falcone anche i magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lheman, ospiti a Palermo per un' indagine riservatissima sul riciclaggio in Svizzera di denaro sporco della mafia siciliana. Nei mesi scorsi il neo pentito Nino Giuffrè ha confermato questi progetti ideati da Riina, ed ha sottolineato che il boss voleva eliminare i giudici perchè erano di intralcio agli affari di Cosa nostra.11 marzo 2003 - DELL'UTRI: PRESIDENTE RESTA, PROCESSO PROSEGUE
ANSA:
Il processo palermitano a Marcello Dell'Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, proseguira' senza intoppi legati a trasferimenti di magistrati giudicanti. Con un provvedimento del presidente della Corte di Appello Carlo Rotolo il presidente del Tribunale, Leonardo Guarnotta, ha ottenuto l'applicazione per continuare a dirigere il collegio nonostante sia stato gia' trasferito al vertice del Tribunale di Termini Imerese. Contemporaneamente e' stata concessa la 'supplenza' alla sua collega Gabriella Di Marco, giudice a latere, alla quale l'applicazione biennale sarebbe scaduta oggi. Ne da' notizia stamane il Giornale di Sicilia. Iniziato il 5 novembre del 1997, il processo Dell'Utri va avanti da oltre cinque anni. Nel frattempo le carriere dei giudici hanno subito la naturale progressione; senza il provvedimento del presidente Rotolo il processo sarebbe dovuto ricominciare daccapo con nuovi giudici, se la difesa non avesse consentito l'acquisizione degli atti gia' compiuti.13 marzo 2003 - PROCESSO UCCISIONE PIO LA TORRE
ANSA:
Tra i killer che parteciparono all' omicidio dell' onorevole La Torre c' era Pino Greco 'scarpa'. Cosa nostra fece pagare al deputato il progetto di legge sulle confische dei beni ai mafiosi". E' quanto hanno affermato i pentiti Francesco Paolo Anselmo e Calogero Ganci, sentiti oggi come testi al processo per l' uccisione del segretario del Pci siciliano Pio La Torre, assassinato a Palermo nell' aprile del 1982.
Per quell' agguato, nel quale perse la vita anche l' autista della vittima, Rosario Di Salvo, sono imputati davanti alla corte d' assise, come esecutori materiali, Giuseppe Lucchese e Nino Madonia.
I due collaboratori, ascoltati nell' aula bunker di Roma, hanno riferito che i commando incaricati da Cosa nostra dei delitti eccellenti venivano costituiti di volta in volta. Entrambi i pentiti, poi, hanno smentito l' alibi di Nino Madonia dichiarando che il boss all' epoca dell' omicidio era in Sicilia e non in Germania come sostenuto dall' imputato.
L' udienza continua questo pomeriggio con l' audizione dell' ex ministro Virgilio Rognoni e dell' ex senatore del Pci Emanuele Macaluso.'Per il 3 settembre del 1982 avevo convocato la riunione dei prefetti per conferire al generale Dalla Chiesa quei poteri speciali di coordinamento antimafia che aveva insistentemente chiesto'. Deponendo come teste oggi pomeriggio a Roma, nell'aula bunker di via dei Gladiatori, nel processo per l'omicidio dell'esponente comunista Pio la Torre, assassinato dalla mafia il 30 aprile del 1982, l'ex ministro dell'Interno Virginio Rognoni (dc) ha sostenuto che la concessione dei poteri speciali antimafia che il generale aveva piu' volte sollecitato, anche attraverso interviste a quotidiani, era imminente. "La riunione era stata convocata per il 3 settembre - ha detto Rognoni - poi era stata spostata al sette, ma Dalla Chiesa nel frattempo venne ucciso'.
Di Pio la Torre l'ex ministro ha ricordato una visita, compiuta insieme con altri esponenti comunisti, nel corso della quale gli sollecito' l'approvazione, da parte del Parlamento, della legge sulla confisca dei beni mafiosi che poi avrebbe portato anche il suo nome. 'Di quella legge esistevano due testi - ha detto Rognoni - uno del Governo, l'altro di La Torre. Dopo la sua morte vennero unificati nel complesso di norme che porta i nostri due nomi'. Il processo prosegue con la deposizione dell'onorevole Emanuele Macaluso, componente della direzione nazionale dei Ds."La Torre era sempre seguito dai servizi segreti, peccato che non lo fosse proprio il giorno della sua uccisione". Lo ha detto l' ex senatore del Pci Emanuele Macaluso, deponendo come teste nel processo per l' uccisione dell' ex segretario regionale del Pci Pio La Torre. "Dopo l' uccisione da parte della mafia di Mattarella, Reina e di altri esponenti politici La Torre mi confido': 'ora tocca a noi'" ha ricordato Macaluso .
Il processo riprendera' domattina nell' aula bunker di via dei Gladiatori a Roma, con la deposizione del boss pentito Salvatore Cucuzza, che ha ammesso di essere l' esecutore materiale del delitto.14 marzo 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: SLITTA UDIENZA
"La Gazzetta del sud"
"Impegnato a Strasburgo" Slitta l'udienza Dell'Utri
PALERMO - La difesa del senatore Marcello Dell'Utri (Fi) ha fatto valere per la prima volta davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo il legittimo impedimento del parlamentare per il processo in cui è imputato di calunnia nei confronti dei collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo, Domenico Guglielmini e Francesco Onorato. Dell' Utri aveva chiesto la scorsa settimana di assistere alle udienze che sono iniziate alla fine del 2001 e da allora l' esponente azzurro non ha mai partecipato al dibattimento. Oggi i giudici hanno rinviato a causa dell'assenza dell'imputato che è impegnato, secondo i legali, a Strasburgo ad una seduta del Parlamento europeo. Il tribunale, accogliendo l'eccezione della difesa, ha rinviato al 22 marzo. Dell'Utri è sotto processo insieme all'ex pentito Cosimo Cirfeta, con il quale, secondo la procura, il parlamentare, con l'aiuto anche di un altro boss, Giuseppe Chiofalo, avrebbe cercato di screditare i collaboratori che lo accusano nel processo in cui è imputato a Palermo di concorso in associazione mafiosa.14 marzo 2003 - ALLARME DIA: MAFIA STA CAMBIANDO STRATEGIA
"Avvenire"
LOTTA ALLA MAFIA
Rapporto allarmante della Dia: per ritorsione studiata una nuova strategia stragista
"Contro il 41 bis Cosa Nostra è pronta a colpire"
Secondo gli investigatori dal carcere Totò Riina avrebbe ricucito i rapporti con Bernardo Provenzano per ricompattare le cosche e colpire duramente obiettivi politici. Pronti ad attingere "manovalanza" per colpi ad effetto da risorse esterne fornite anche dalla 'ndrangheta,
dalla camorra e dalla criminalità pugliese
Da Roma Antonio Maria Mira
L'allarme della Dia è molto, molto preoccupante. Di fronte alla legge che ha reso defintivo il 41bis, Cosa nostra starebbe per cambiare strategia. E da quella dell'inabissamento e della mediazione degli ultimi anni, tornare a quella "stragista" degli anni '90. Una scelta presa di comune accordo tra Totò Riina, il "padre" della linea dura, e Bernardo Provenzano, propugnatore di quella più morbida. Così, scrive la Direzione investigativa antimafia nella ultima Relazione al Parlamento, tra le due possibilità di strategia, "una reazione violenta o un nuovo tentativo di mediazione, non è da escludere la prima ipotesi, anche perché minacce espresse dalla mafia, se dovessero rimanere prive di seguito, indurrebbero una caduta di credibilità sull'intera organizzazione: perdere prestigio significa perdere autorevolezza e, quindi, potere, affievolendo, di conseguenza, posizioni che hanno avuto bisogno di anni per consolidarsi". Insomma, tentata invano la via degli "approcci" politici, dei condizi onamenti soft, si potrebbe tornare ai vecchi e sanguinosi schemi.
La Relazione cita a lungo la durissima contrapposizione tra l'ala dura e quella moderata. Ma ora, proprio Provenzano sta ricucendo il vecchio strappo cercando di "ripristinare l'unitarietà di "Cosa nostra" a suo tempo compromessa dal conflitto accesosi tra gli "stragisti" di Leoluca Bagarella e Vito Vitale e i "moderati" facenti capo a Provenzano stesso". Il "vecchio" boss sa benissimo, scrive ancora la Dia, che questo è possibile solo con "la conquista del consenso degli affiliati detenuti" che dal carcere continuano a dettare la politica delle cosche. Quale modo migliore che condurre una battaglia, anche dura, contro il tanto temuto 41bis ormai definitivo? Nasce da questa esigenza, e dalla nuova alleanza Riina-Provenzano, il "progetto comune, nella cui realizzazione i due capi di "Cosa nostra" si alternano sulla scena nei ruoli che ormai sono loro universalmente accreditati - il primo come esponente dell'ala favore vo le ad azioni di forza e il secondo più propenso alla "trattativa" - sostenendo profferte di dialogo con la prospettiva di gravi ritorsioni secondo un copione preventivamente concordato". Insomma la Mafia mette in scena il "gioco delle parti", una commedia che potrebbe presto diventare tragedia. Infatti, lancia l'allarme la Dia, "è facilmente desumibile che sia Riina che Provenzano, uno all'interno del mondo carcerario e l'altro all'esterno, stiano mettendo a punto le eventuali contromosse da intraprendere". Non solo ipotesi. Anche perché proprio sul fronte della lotta al 41bis si sono strette alleanze che possono "attingere a risorse esterne fornite da "Cosa nostra", 'ndrangheta, camorra e criminalità pugliese: un bacino criminale in grado di agire ovunque, in Italia e all'estero, e di avvalersi di un ventaglio di complicità e connivenze di considerevole ampiezza".14 marzo 2003 - PROCESSO ANDREOTTI: LIPARI SMENTISCE PENTITI
Palermo, Lipari smentisce le accuse contro Andreotti
Il senatore a vita a processo a Palermo con l'accusa di associazione mafiosa. Ma Lipari, la presunta mente economica di Provenzano, smentisce le deposizioni di altri pentiti: Andreotti non avrebbe incontrato boss mafiosi
PALERMO – Nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, Giulio Andreotti e il pentito Pino Lipari sono a pochi metri di distanza. Il senatore a vita interviene al processo che lo vede imputato per associazione mafiosa. Mentre Lipari, ritenuto la mente economica di Bernardo Provenzano, è chiamato a deporre. "Provenzano mi disse che le accuse contro Andreotti erano frutto di un complotto del Pci - attacca il pentito - Il bacio di Andreotti a Riina?: invenzione del pentito Di Maggio". I magistrati lo hanno già definito inattendibile perché durante i colloqui in carcere anticipava le dichiarazioni che intendeva fare sulle indagini. Per il pubblico ministero, "l'intenzione di Lipari è precisamente quella di depistare".
Di fatto l’udienza ha riservato più di una sorpresa: dopo aver smentito alcuni collaboratori di giustizia che hanno parlato di incontri tra capi mafiosi e Giulio Andreotti, Lipari ha fatto i nomi di alcuni uomini politici che avrebbero avuto contatti con Cosa Nostra. Le accuse contro Andreotti, ha detto il dichiarante, sarebbero il frutto di un complotto creato dal Partito Comunista.
Il geometra durante il processo ha smentito l’episodio raccontato dal pentito Baldassare di Maggio, secondo il quale Andreotti e Riina si sarebbero visti e scambiati un bacio in casa di Ignazio Salvo a Palermo. Il fatto, dice Lipari, gli venne smentito da Provenzano. Anzi, Riina avrebbe sempre parlato in maniera dispregiativa di Andreotti. Non vi sarebbe stato mai, poi, l’incontro tra il senatore a vita e il boss Stefano Bontade.
Cosa Nostra, aggiunge Lipari, era in contatto con altri politici. “ll contatto politico principale, quello più qualificato, si pensava fosse Salvo Lima, ma Cosa nostra, attraverso i cugini Salvo, aveva stabilito contatti anche con Mannino, con Nicolosi attraverso l'imprenditore Salamone, con Ruffini, con Sergio Mattarella, con Cuffaro: chiedevano favori, non credo parlassero di mafia. Cuffaro era assessore all'agricoltura, molte erano le aziende dei Salvo''.
”C'era anche Ciancimino - ha aggiunto Lipari - che mi fu presentato dal conte Cassina, ma non ho mai detto che fosse il mandante dell'omicidio Mattarella, né ho mai parlato della consegna di due miliardi ai magistrati affinché facessero uscire il rapporto del Ros sugli appalti. E' vero il contrario, io dissi che era un bluff”.
Le accuse contro Andreotti, spiega il geometra, sarebbero il frutto di un complotto creato dal Partito Comunista. “Provenzano mi disse che lo scopo - ha spiegato Lipari - era quello di portare le sinistre al governo, malgrado il muro di Berlino fosse già stato abbattuto”. Il colloquio sarebbe avvenuto nel 1999, subito dopo l’ultima scarcerazione di Lipari.
Andreotti poi, sostiene Lipari, non avrebbe mai ricevuto da Salvo Lima richieste di interventi istituzionali a favore di un ammorbidimento della sentenza del maxi processo. Lima avrebbe detto a Riina attraverso Ignazio Salvo: “Non posso parlare di questi argomenti al presidente Andreotti perché mi caccerebbe dalla corrente. Quando la risposta giunse a Riina il boss, a detta di Lipari, “impazzì” e diede ordine di votare per il Psi nel 1987.
Dice Lipari: ''Durante la campagna elettorale del 1987 Martelli venne in Sicilia e Provenzano, Riina, Abbate e l'ingegner Martello mi dissero che si era sensibilizzato per introdurre norme che attenuassero la pressione dello Stato sulla mafia”.15 marzo 2003 - GIUFFRE' SU UCCISIONE DI LIMA
"La Gazzetta del sud"
Giuffrè: "Salvo Lima è ormai arrivato" fu la sentenza di morte di Provenzano
PALERMO - L'europarlamentare Salvo Lima fu assassinato dalla mafia il 9 marzo del 1992, ma la sua condanna a morte fu pronunziata da Bernardo Provenzano nel 1989 alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, quando la Cupola mafiosa si pose il problema di chi sostenere in campagna elettorale. "Lima è ormai arrivato", disse il boss corleonese, pronunciando così l'inappellabile sentenza di morte. A riferire l'episodio è stato ieri l'ex capomafia di Caccamo e oggi collaboratore di giustizia Antonino Giuffré nel corso del controesame al processo a carico di Mariano Agate e altri 50 boss accusati di svariati omicidi. Da tempo, ha raccontato l'ex braccio destro di Provenzano, all'interno di Cosa Nostra circolavano voci sul fatto che per Lima il "terreno cominciava a franare". "Ho messo le mani in fronte a Lima per non fargli sbattere la testa", gli avrebbe detto Provenzano nell'informarlo che l'europarlamentare andreottiano sarebbe stato ucciso, anche se non subito. E infatti all'uccisione di Lima, decisa circa tre anni prima, si pervenne in conseguenza della nota sentenza della Cassazione del 30 gennaio 1992 che, contrariamente alle attese dei boss, aveva confermato le condanne del maxiprocesso. Lima fu ucciso, ha precisato Giuffré, perché "aveva preso un'altra strada". "Per tanto tempo - ha proseguito - era stato per Cosa Nostra un simbolo e un importante punto di riferimento politico. Aveva avuto un ruolo molto attivo nella difesa e nella salvaguardia degli interessi della mafia, ma poi si era defilato". Dopo quell'intervento di Provenzano della primavera del 1989, nella Cupola non si sarebbe più parlato di Lima, anche perché, secondo Giuffré, "si era perfettamente capito" quale sarebbe stato l'epilogo. "Si aspettava solo che fosse ucciso", ha detto l'ex boss di Caccamo, a cui il pubblico ministero Gioacchino Natoli ha contestato una contraddizione con precedenti sue dichiarazioni che, invece, riporterebbero a una riunione della Cupola nel Natale 1991 la decisione di eliminare Lima. A quel tempo, infatti, Giuffré era componente della Cupola ed avrebbe quindi condiviso la sentenza di morte. Ma il pentito, che per l'omicidio Lima è stato già processato e assolto, per cui ha cercato di attribuire la decisione a "riunioni ristrette". Sempre ieri, intanto, Il Gip, in accoglimento della richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia Michele Prestipino e Lia Sava ha firmato l'ordine di custodia cautelare per i fratelli Francesco e Placido Pravatà, di 52 e 55 anni, gli allevatori di Roccapalumba, che avevano protetto la latitanza di Nino Giuffré, che sarebbero, affiliati al mandamento mafioso di Caccamo. (m. c.)15 marzo 2003 - MORTO MARESCIALLO LO BIANCO, DIEDE LA CACCIA A GIULIANO
"La Stampa"
DIEDE LA CACCIA AL BANDITO GIULIANO
Morto il maresciallo Lo Bianco
PALERMO. Era rimasto l'ultimo carabiniere in vita che aveva dato la caccia al bandito Salvatore Giuliano, al quale aveva anche arrestato la madre. Il maresciallo Giovanni Lo Bianco è morto ieri a Palermo all'età di 96 anni. Era stato nell´Arma dal luglio 1928 fino al gennaio 1959, anno in cui si è congedato dopo essere stato protagonista delle più importanti inchieste siciliane di quel periodo e nemico giurato di "Turiddu" Giuliano. A 91 anni aveva deciso di rompere un lungo silenzio, pubblicando un libro sulla storia del bandito, sui misteri che lo hanno circondato negli ultimi decenni, sulla morte e sul tradimento. Lo Bianco sosteneva che "troppe cose sbagliate erano state dette e troppe speculazioni erano passate in silenzio" e affermava che "la strage di Portella della Ginestra non era stata una strage di Stato". L'ultima intervista il maresciallo l'aveva concessa alla trasmissione televisiva Blu notte, condotta da Carlo Lucarelli e trasmessa nelle scorse settimane durante la puntata dedicata al caso Giuliano.18 marzo 2003 - PROCESSO DELL'UTRI: PENTITO CIRFETA ACCUSA PENTITI
"La Sicilia"
Processo Dell'Utri
Di scena Cosimo Cirfeta pentito che accusa i pentiti
Palermo. "Io so solo quello che mi dicevano. E Guglielmini mi disse che lui aveva fatto delle dichiarazioni contro Berlusconi, che se io avessi mosso accuse contro Forza Italia avrei potuto trarne benefici, che Onorato e Di Carlo si stavano mettendo d'accordo a proposito delle dichiarazioni su Berlusconi e che aveva avuto un input dai magistrati per vedere se c'erano dichiarazioni su Berlusconi, che sarebbe venuto un magistrato da Milano, mi pare Ilda Boccassini...Io ho solo rappresentato un fatto, non ho mai detto che i collaboratori di Palermo dicevano il falso. Io non voglio screditare nessuno...".
Parla a raffica Cosimo Cirfeta, ex personaggio di spicco della Sacra Corona unita, collaboratore di giustizia sino al 1999 quando non gli è stato più rinnovato il programma di protezione. Un fiume in piena che cita articoli del codice e atti per cercare disperatamente di convincere i giudici della II sezione del tribunale di Palermo, che sta processando il senatore Marcello Dell'Utri, della sua verità: una verità che racconta contatti facili tra i pentiti nel carcere di Rebibbia e in quello di Paliano, possibilità per gli stessi collaboratori di concordare tra loro le dichiarazioni, e una sorta di accordo - a Cirfeta non piace la parola 'combine' - tra gli stessi collaboranti per rendere dichiarazioni contro Dell'Utri e Berlusconi. Una verità che a Cirfeta, insieme con Dell'Utri, sta costando un processo per calunnia aggravata nei confronti dei pentiti da lui accusati di aver ordito le trame contro Forza Italia.
Cirfeta - che alla maggior parte delle domande del Pm Antonio Ingroia, basate sulla relazione del Procuratore della Dda di Lecce in seguito alla quale non gli è stato rinnovato il programma di protezione, ha opposto la facoltà di non rispondere - ha detto di aver agito in piena legalità nella vicenda relativa alle accuse concordate contro Berlusconi e Dell'Utri, denunciando ai magistrati con cui collaborava quanto da lui appreso in carcere a proposito degli accordi tra pentiti. Ed ha espresso rammarico per l'opera di screditamento della sua attendibilità che, a suo dire, sarebbe derivata da quella sua denuncia. "E' un vero pentito - ha commentato al termine dell'udienza il senatore Dell'Utri - che ha davvero cercato di cambiare vita e che per aver denunciato la combine nei miei confronti sta soffrendo molto. Questo mi dispiace, come mi spiace che alle dichiarazioni sulla combine contro di me venga attribuita poca importanza, mentre si ritengono veri i castelli in aria costruiti da altri personaggi con la combinazione - anzi con la regia - delle autorità preposte". L'udienza è stata aggiornata ad oggi, per l'audizione dell'ex assessore comunale Renato Palazzo.
Maria Teresa Conti18 marzo 2003 - GIUFFRE': PER UCCISIONE FALCONE ORDINI DAGLI USA
"La Sicilia"
Scuole di mafia per i boys americani
Da Oltreoceano.
Cosa Nostra americana manda i suoi picciotti in Sicilia perché diventino "uomini d'onore"
Giorgio Petta
Palermo. Non si sono mai interrotti i rapporti tra la mafia siciliana e Cosa Nostra americana. Anzi quest'ultima avrebbe avuto un ruolo centrale nell'indurre la prima ad organizzare ed eseguire gli attentati che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992. E come se ciò non bastasse, le stesse "famiglie" americane invierebbero i loro "picciotti" a scuola di mafia e tradizione proprio in Sicilia per diventare "uomini d'onore".
A fare queste clamorose rivelazioni agli agenti della Fbi, la polizia federale Usa, è stato Antonino Giuffré "manuzza", l'ex braccio destro di Bernardo Provenzano che nel giugno scorso ha deciso di collaborare. In realtà, a proposito dei corsi di mafia, gli agenti federali qualcosa lo sapevano già. Da tempo si erano incuriositi di questi strani viaggi, tra New York e Castellammare del Golfo, degli affiliati della "famiglia" Bonanno. Una specie di ritorno a casa visto che Joseph Bonanno "Bananas", il "patriarca" morto lo scorso anno ultranovantenne e la cui figura fu riproposta nel "Padrino" di Michel Cimino, era originario proprio di Castellammare.
"Li mandano qui - ha spiegato Giuffré ai "federali" - per farli diventare uomini d'onore, per fargli fare pratica, perché in America non c'è quell'attaccamento ai valori, non c'è più rispetto. E allora li mandano in Sicilia per formarli e per fargli capire cosa vuol dire diventare uomo d'onore, perché la mafia americana è diversa ed ha bisogno delle nostre qualità. Se la mafia degli Stati Uniti manda dei manovali a specializzarsi, si vede che ne ha bisogno, perché fa acqua ed ha necessità di persone più forti, non di dilettanti allo sbaraglio. Hanno bisogno di uomini d'onore preparati a cui bisogna fare prima il doposcuola per poi inserirli nei ruoli che verranno loro assegnati. Non c'è cosa più pericolosa di un mafioso ignorante nel suo settore. Non parlo come cultura, perché non si pretende che sia un universitario o un laureato, ma deve essere preparato nelle questioni di mafia. I capimafia questo lo hanno compreso e sapendo che nel trapanese c'è un buon laboratorio di preparazione, hanno avviato una sorta di corsi professionali". Che la scuola sia ottima, i boss d'Oltreoceano non hanno mai avuto dubbi. "Persone di Cosa nostra siciliana - ha aggiunto Giuffré - quando arrivavano in America venivano subito agganciate e usate perché avevano una buona preparazione, soprattutto dal punto di vista militare. Ma anche per un altro fattore importante: la riservatezza. In Sicilia è arcinoto che i mafiosi americani "parravano assai". Oggi la mafia per sopravvivere deve tornare indietro e cercare di correre ai ripari, in modo particolare quella americana, per non rifare gli errori del passato, perché la storia insegna. E niente di strano che sta iniziando dall'inizio, dallo "zoccolo duro" siciliano, che è Trapani, che a sua volta gode di tanti appoggi importanti. Allo stato attuale Trapani, compresa Castellammare, è una delle zone più forti per la mafia. Ma non solo: è anche quella più intatta, meno colpita dalle forze dell'ordine, ed è un punto di incontro tra i Paesi arabi e l'America. Il "trapanese" è la sponda di entrata tra l'Africa, l'Europa e l'America... punto di incontro di massoneria, servizi segreti deviati, terrorismo. Posso dire serenamente che vi sono relazioni fra la mafia e i terroristi. Cosa nostra non chiude le porte a nessuno: quando i suoi interessi convergono fa alleanze".
Quanto alle stragi di Capaci e via D'Amelio "Dietro la morte dei due giudici - ha detto Giuffré - c'è un movente, una causale internazionale che per una parte coinvolgerebbe i boss d'oltreoceano. Ricordo che intorno al 1983 sono stati assestati dei colpi alla mafia internazionale grazie a Giovanni Falcone e ad un altro giudice importante americano che era Rodolfo Giuliano (Rudolph Giuliani, ndr). Totò Riina in questa vicenda ha avuto delle responsabilità nei confronti degli americani e per questo ha dovuto cercare di neutralizzare gli attacchi che venivano rivolti ai boss degli Stati Uniti".
Infine, i vertici della mafia siciliana. "La Cupola - ha detto Giuffré ha subito una variazione: non è più l'insieme di tutti i 14 capimandamenti, ma un ristrettissimo gruppo di boss tra cui i latitanti Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo".18 marzo 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: EX ASSESSORE COMUNALE SU CENTRO STORICO
ANSA:
La Fininvest non si sarebbe interessata ai lavori di risanamento del centro storico di Palermo. E' quanto ha sostenuto l' ex assessore comunale, Renato Palazzo, ascoltato stamane dai giudici del processo al senatore Marcello Dell' Utri (Fi) accusato di concorso in associazione mafiosa.
Palazzo, citato dalla difesa, e' stato responsabile degli interventi di recupero nelle giunte guidate da Leoluca Orlando. Il processo e' stato rinviato al 24 marzo.19 marzo 2003 - GIUFFRE': RIVELAZIONI SU CAMPO DI STERMINIO
"La Stampa"
LE RIVELAZIONI DI GIUFFRÈ: DAGLI USA UN AVVOCATO DI COSA NOSTRA DOVEVA SCREDITARE I PENTITI
Campo di sterminio della mafia in una ditta con i sigilli
PALERMO
Nei capannoni di un'azienda che commerciava ferro la mafia aveva realizzato negli anni Ottanta il suo campo di sterminio dove sarebbero state assassinate un centinaio di persone. Molte di loro, o di quello che restava dei loro corpi, dopo essere stati immersi nell'acido, sono stati seppelliti nel campo che circonda lo stabilimento. Il capomafia ne avrebbe ordinato l'eliminazione per fare spazio alla cosca corleonese che aveva puntato sulla città. I macabri particolari di questi delitti sono stati raccontati dal pentito Antonino Giuffrè che ricorda "l'odore nauseabondo di corpi sciolti nell'acido, dentro quei capannoni in cui il boss Leonardo Greco mascherava i suoi traffici internazionali di eroina". Provenzano di questa azienda ne aveva fatto il suo personale campo di sterminio, ma anche luogo sicuro di decine di riunioni della "Commissione" di Cosa nostra, e molti di questi incontri sarebbero avvenuti dopo che la magistratura ne aveva ordinato il sequestro. I boss avrebbero parlato di fatti di mafia proprio mentre i capannoni erano protetti dai sigilli dello Stato. "Provenzano - racconta Giuffrè ai magistrati della Dda di Palermo - stabilisce il suo quartiere generale, all'inizio degli anni Ottanta, a Bagheria e precisamente come ho detto, nel deposito di ferro accanto all'autostrada Palermo-Catania di Leonardo Greco. Lì si consumavano cose orrende: le persone arrivano e non facevano più ritorno a casa". "Quello - aggiunge - era un campo di sterminio di tutti gli avversari dei corleonesi. Bastava una parola per lasciarci le penne. Bastava uno che diceva: ma quello mi sa che... e già, appuntamento, bello bello, e da quel posto non se ne andava più". Le notizie inedite, Giuffrè continua però a fornirle agli investigatori del Fbi. Il pentito rivela la missione di un penalista statunitense, incaricato dalla famiglia dei Gambino, di New York, di raccogliere in Sicilia tutte le informazioni possibili per demolire la credibilità di Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Era la fine degli anni Ottanta e si era già concluso il primo grande processo a Cosa nostra. Dagli Usa alla Sicilia per scavare nella vita privata dei due pentiti, grazie all'aiuto dei boss dell'isola, con l'obbiettivo di screditarli davanti ai giudici americani del processo contro la famiglia Gambino. Giuffrè ha raccontato questo episodio agli agenti del Fbi che lo hanno interrogato lo scorso mese a Milano, insieme ad alcuni magistrati di una Corte federale Usa. "I Gambino - racconta il collaboratore - attraverso mio zio Joe Stanfa, che è stato a lungo ai vertici della famiglia mafiosa di Filadelfia, mi mandarono il loro legale, che per tutto il periodo in cui è rimasto a Palermo ha alloggiato in un albergo di Mondello". Giuffré non ricorda il nome del penalista, ma lo descrive molto bene e sostiene che potrebbe avere avuto origini siciliane. "Questo legale americano - aggiunge - parlava molto bene l'italiano. Voleva da me, in modo particolare, informazioni su alcuni collaboratori che non ricordo bene se fosse Buscetta o Mannoia, che in quel periodo avevano messo in grave difficoltà il clan Gambino. Voleva sapere quale fosse il punto debole di questi pentiti, in modo da difendere i suoi clienti". "L'avvocato - prosegue - era molto interessato a Buscetta. Mi ricordo che ha cercato di approfondire il punto su questo collaboratore parlando dell'onorabilità, perché era un fatto molto importante, a suo parere, conoscere la moralità del boss,in particolare da un punto di vista di rapporti con le donne".(Nota dell' Almanacco dei misteri d'Italia: ssu questa storia del campo di sterminio della mafia, "Diario" aveva gia' pubblicato un bell' articolo di Barbacetto che ora vi riproponiamo:
6 dicembre 2002
Cosa nostra, la soluzione finale
Nino Giuffré, l’ultimo pentito, racconta il «campo di sterminio» di Bernardo Provenzano, a Bagheria. Eccolo, ed ecco la sua storia. Una storia di voti e affari che non si interrompe mai, nemmeno quando arrivano la lupara bianca e l’acido che scioglie i corpi
di Gianni Barbacetto
BAGHERIA, PALERMO.
Questo testo. «Un campo di sterminio» di Cosa nostra. Con queste parole Nino Giuffré, l’ultimi dei «pentiti», ha descritto un’area alla periferia di Bagheria. Siamo andati a visitarla. Un’occasione per fare il punto anche sulla controversa collaborazione di Giuffré, che divide i magistrati palermitani tra entusiasti, scettici e così così.
È alle porte di Bagheria il «campo di sterminio» di Cosa nostra. Lo chiama proprio così – «campo di sterminio» – Antonino Giuffré, l’ultimo dei «pentiti»: «Era un deposito di ferro a Bagheria, situato ai bordi, ai limiti, dell’autostrada Palermo-Catania... In questo posto venivano dati appuntamenti a quelle persone che non erano più ritenute affidabili e una volta che arrivavano lì non facevano più ritorno a casa... Era come un campo di sterminio, uno dei campi di sterminio di Cosa nostra».
«Campo di sterminio» è un’espressione chiave della storia del Novecento. Indica il luogo dell’assassinio. Di più, il luogo della pianificazione scientifica dell’assassinio, della morte come metodo, come ingegneria. E Giuffré è un uomo attento alle parole. Capomafia, braccio destro del capo dei capi Bernardo Provenzano, ha un titolo di studio, un diploma di scuola media superiore, è perito agrario, ha fatto l’insegnante. Ai magistrati che lo interrogano risponde con voce sicura, proprietà di linguaggio, ragionamenti stringenti. Alle domande cui vuole dare risposta affermativa, invece di dire sì, spesso replica: «Perfetto». Quando ha dovuto spiegare che cos’era «il deposito del ferro» di Bagheria, che a volte chiama semplicemente «il ferro», ha detto senza emozione: «È il campo di sterminio di Cosa nostra».
Oggi di quel «campo», proprio a ridosso dello svincolo dell’autostrada, resta un vasto cortile ingombro di materiale per l’edilizia, una costruzione senza intonaco, una rete e un cancello sbarrato. È una proprietà confiscata dallo Stato: è stata il primo tra i beni mafiosi sequestrati, dopo l’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre. Ma non è ancora a disposizione dello Stato: anche dopo il sequestro, vi sono continuate le riuniuni dei mafiosi. Ieri era la Icre, una sigla che significava «Industria chiodi e reti», un’azienda controllata da Leonardo Greco, mafioso di rango. Non fabbricava nulla, in verità, ma vendeva tondino di ferro e altro materiale per l’edilizia a chiunque volesse costruire nella zona. Tutti dovevano acquistare lì: la concorrenza e il libero mercato non sono troppo graditi, nella Sicilia della mafia. Il tondino arrivava dal Nord, da fabbriche vere. Come quella di Oliviero Tognoli, industriale bresciano molto, molto amico degli uomini d’onore. Indagato da Giovanni Falcone, quando la polizia andò a sorpresa ad arrestarlo, non lo trovò: qualcuno aveva fatto una soffiata. Falcone – secondo la testimonianza processuale dell’ex procuratore svizzero Carla Del Ponte – si era convinto che ad avvertire Tognoli fosse stato Bruno Contrada, poliziotto e uomo dei servizi segreti.
Ma la Icre era ben più di un’azienda che vendeva tondino di ferro, reti metalliche, chiodi. Era un’importantissima base di Cosa nostra. Luogo appartato in un contesto ad alta densità mafiosa, era il centro dove i boss potevano incontrarsi e tenere riunioni riservate; ed era il tranquillo mattatoio di Bernardo Provenzano. A partire dal 1981, quando scoppia la «guerra di mafia» che i corleonesi di Totò Riina e Provenzano dichiarano a Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, sono decine e decine gli uomini che entrano «al ferro» e non ne escono più. Strangolati, poi i corpi sciolti nell’acido. In silenzio, senza clamore.
Oggi Giuffré detto «Manuzza» toglie dall’oblio anche questa vecchia vicenda dimenticata e vi aggiunge nomi, fatti, particolari; e soprattutto una definizione destinata a restare: quello era «il campo di sterminio» di Cosa nostra. Lì, rivela Giuffré, avviene una riunione storica. «Siamo agli inizi del 1981, dopo l’uccisione di Bontate e Inzerillo, cioè siamo agli albori dello scoppio della guerra di mafia... Il punto di riferimento era il deposito del ferro a Bagheria, situato ai bordi dell’autostrada Palermo-Catania. Quando siamo arrivati là c’erano diverse altre persone». Giuffré vi arriva con Ciccio Intile, il boss di Caccamo di cui «Manuzza» era allora il braccio destro e di cui poi prenderà il posto. Era presente il padrone di casa, Leonardo Greco, e una decina di persone. «Ha preso la parola Leonardo Greco e ha detto che era iniziata la scalata al potere da parte dei corleonesi e che lui e la sua “famiglia”, in linea di massima, avevano fatto una scelta ben precisa: Bernardo Provenzano. Quindi consigliava, era sottinteso, di schierarsi, i vari mandamenti, con Bernardo Provenzano». È fatta: i corleonesi hanno iniziato la guerra. Per chi non ci sta, o anche solo tentenna, non c’è scampo.
ROCCAFORTE. «Successivamente diciamo che, saltuariamente, Provenzano fa delle capatine al deposito del ferro a Bagheria e questo diventerà, diciamo, la sua roccaforte, cioè il posto dove lui farà tutti, o buona parte, dei suoi appuntamenti». Nel fabbricato in fondo al cortile, Provenzano stabilisce il suo ufficio, da cui guida gli affari di Cosa nostra, quelli militari, ma soprattutto quelli di soldi, relazioni, appalti. Da lui, «al ferro», vanno in pellegrinaggio i capi locali delle famiglie siciliane. «Ricordo benissimo che ci recavamo a Bagheria, “al ferro”, di mattina, e c’era Provenzano», ribadisce Giuffré.
Per chi non era ritenuto fedele al nuovo corso corleonese, «il ferro» diventa la stazione d’arrivo di un viaggio senza ritorno. «È stato anche un posto dove venivano sterminati gli avversari del lato corleonese. Cioè, in questo posto venivano dati appuntamenti anche a quelle persone che non erano più ritenute affidabili, e una volta che arrivavano lì non facevano più ritorno a casa. Venivano uccisi. Quindi, questo posto aveva una duplice funzione: una era come campo di sterminio, uno dei campi di sterminio di Cosa nostra, in modo particolare di Provenzano; secondo, come posto dei suoi appuntamenti con le persone più vicine».
È di martedì 3 dicembre 2002, intanto, la notizia che la Cassazione ha deciso di scarcerare per scadenza dei termini gli uomini del «ferro»: Leonardo Greco, ex proprietario dell’area, suo fratello Niccolò e Vincenzo Giammanco, chiamato «’u ragioniere», addetto alla contabilità delle aziende di Greco e Provenzano. Volonterosi funzionari del «campo di sterminio» di Cosa nostra.
MOSTRI. Sono passati vent’anni, e qualcosa è cambiato a Bagheria. Il traffico è peggiorato, le case abusive sono aumentate, si costruiscono nuove chiese con i soldi del Comune; e Cosa nostra è diventata silenziosa, invisibile. Per il resto, il panorama non è tanto diverso dai tempi in cui Provenzano qui era di casa. Il posto giusto, per il più politico dei mafiosi. «Perché a Bagheria non c’è mai stata distinzione tra mafia e politica, qui la mafia non è mai stata un contropotere, è sempre stata il potere», dice Vincenzo Drago, ex corrispondente del quotidiano L’Ora, ex consigliere comunale comunista, oggi animatore di un prezioso periodico locale, Il nuovo Paese, sottotitolo «Ambiente, cultura, diritti, informazione in un’area ad alta densità mafiosa».
Nel 1972 Drago fu radiato dal Pci «per indisciplina». «Avevo dato le dimissioni dal consiglio comunale, dichiarando che non potevo più stare in un organismo che era nelle mani della speculazione edilizia e della mafia, mentre stava nascendo il piano regolatore». Quel piano poi fu approvato quattro anni dopo, ma oggi si fatica a credere che possa esserci un piano per l’infinito disordine edilizio di Bagheria, con le case che hanno soffocato le ville di tufo rosato, bellissime e struggenti.
Nel Settecento, questa ventosa piana di agrumi, vigneti, fichi d’india (Bab el gherib in arabo significa porta del vento, come scrive Dacia Maraini) era la campagna dei signori palermitani, luogo di villeggiatura dei nobili: il principe di Butera, o l’eccentrico principe di Palagonia, che edificò la Villa dei Mostri, decorata con centinaia di grandi statue in pietra tufacea d’Aspra, gobbi, storpi, draghi, centauri, grifoni, sirene, dame, cavalieri, musicisti... Il principe, narrano le cronache, faceva sedere gli ospiti su morbidi cuscini dentro i quali, però, aveva fatto mettere delle spine.
«Questa villa è come Bagheria», dice Drago, «qui il potere è sempre stato mostruoso. Villa Palagonia passò in proprietà ad antichi sindaci e notai poi inquisiti per “maffia”, come si diceva allora. Don Raffaele Palizzolo, accusato del delitto Notarbartolo, era stato eletto nel collegio di Bagheria. Il prefetto Mori a Bagheria e dintorni arrestò trecento persone, nel 1923, ma dovette anche commissariare le locali sezioni del Fascio. Poi arrivò la Dc di Franco Restivo, che fu anche ministro a Roma ma che a Bagheria aveva il suo feudo elettorale, curato dal suo compare, il capomafia Antonio Mineo. Infine vennero gli andreottiani di Salvo Lima. Nel 1990 qui Giulio Andreotti fece un viaggio trionfale, accompagnato da Lima. A Bagheria», ricorda Drago, «il consiglio comunale è stato sciolto tredici volte, le ultime due nel 1993 e nel 1999».
Qui la mafia non ha mai dichiarato guerra alla politica – come ha voluto fare Riina nel 1992 – perché qui la mafia è sempre stata politica. Poteva dunque esserci posto migliore per Bernardo Provenzano? Voti e affari, sorrisi e strette di mano, comizi e nastri tagliati non si interrompono mai, nemmeno quando entrano in funzione, in silenzio, la lupara bianca e l’acido che scioglie i corpi. Il «campo di sterminio» del «ferro» ha un precedente: nei primi anni Settanta, sul monte Catalfano, di fronte a Bagheria, fu scoperto un cimitero della mafia, furono disseppelliti almeno venti chili di ossa umane. Del resto, Bagheria è forse l’unico paese d’Italia ad avere intitolato una piazza a un mafioso, Pasquale Alfano, solo da poco diventata, dopo le proteste sollevate da Il nuovo Paese, piazza Beppe Montana.
BINGO! A pochi chilometri da Bagheria, a Palermo, si discute del mistero Giuffré, che ha riportato alla luce questa e tante altre storie, vecchie e nuove, di mafia e di politica. La città esulta per il record italiano di vincite al Bingo: Rosalia Ferreri, casalinga, ha sbancato la sala di via Molinari. Grazie al numero 42 ha vinto poco meno di 22 mila euro, mettendo insieme il numero che porta fortuna (23) con quello che annuncia disgrazia (17). La Sicilia è così, fortuna e disgrazia sono sempre mischiate. Tra poco scadranno i 180 giorni che una curiosa legge impone come periodo entro il quale i collaboratori di giustizia devono raccontare tutto, proprio tutto. Per Natale, dunque, i giochi saranno fatti. I verbali degli interrogatori del «nuovo Buscetta», finora blindatissimi, cominceranno a essere depositati nei processi in corso (già fatto per quello Andreotti e per quello contro Marcello Dell’Utri) e daranno origine a nuovi procedimenti. Si capirà finalmente se Giuffré è davvero il «nuovo Buscetta», se porterà fortuna o disgrazia, o entrambe. Dentro il palazzo di giustizia, tra i magistrati e gli investigatori, ci sono gli entusiasti, sicuri che Giuffré abbia portato nuovi elementi anche sui rapporti tra mafia e politica: i contatti tra gli andreottiani e i boss di Cosa nostra, il passaggio al Psi imposto da Riina nel 1987, il ritorno alla Dc voluto da Provenzano, il tentativo, nei primi anni Novanta, di fare un partito in casa («Sicilia libera») e l’approdo finale a Forza Italia, con la mediazione, tra gli altri, di Marcello Dell’Utri, Massimo Maria Berruti, Gaspare Giudice. Le rivelazioni di Giuffré, sostengono poi gli entusiasti, faranno cortocircuito con quelle di un altro nuovo «pentito» le cui rivelazioni potrebbero essere devastanti: quel Pino Lipari che era il grande consigliere di Provenzano per gli appalti e i rapporti con la politica, l’uomo che ha sostituito Angelo Siino nel ruolo di
«ministro dei Lavori pubblici» di Cosa nostra.
Qualcuno, invece, resta del tutto scettico: Giuffré parla, parla, ma racconta cose che già si conoscono, non aggiunge nulla di veramente nuovo e soprattutto processualmente utilizzabile. E poi, come farebbe a svelare eventuali connivenze del potere con la mafia? La commissione da cui dipende oggi la sua vita è espressione di quel potere di cui eventualmente dovrebbe svelare gli scheletri negli armadi. È un effetto della nuova legge sui pentiti, che li schiaccia sulla contingenza politica, obbligandoli a dire tutto entro 180 giorni. Quanto a Pino Lipari, dicono gli scettici, è uno che fa il furbo, che sa tutto e non dice niente. Un nuovo Ciancimino, che non ha rotto davvero con l’organizzazione criminale.
Altri sono più cauti: quasi del tutto scomparsi i dubbi iniziali sull’autenticità della collaborazione di Giuffré, ritengono che dica la verità, anche se con molte omissioni. Sa molto, ma dice quello che vuole; e ciò che non racconta, ci tiene a far capire che lo sa. Studia molto i suoi interlocutori, valuta quanto siano disposti ad approfondire. Sui rapporti di Andreotti con Cosa nostra, per esempio, non aggiunge fatti concreti e determinanti, però conferma il quadro accusatorio e ciò è ancora più importante perché proviene, per la prima volta, da un collaboratore dell’ala Provenzano, non di quella Riina. Anche sui rapporti con Forza Italia, dicono, emergeranno nomi e fatti, promesse e patti. Si esce da un interrogatorio di Giuffré – racconta un magistrato – come si esce da uno di quei film che non sono certamente dei capolavori ma sono molto discussi. Qualcuno dice: è un bel film. Altri dicono: è brutto. Dipende dalle aspettative con cui si era entrati in sala. I risultati delle confessioni di Giuffré sono certamente inferiori al suo spessore di uomo d’onore. Ma di questi tempi, in questo contesto politico, che cosa aspettarsi di più? Chi sperava salti decisivi nella conoscenza di Cosa nostra e dei suoi rapporti con il potere sarà deluso: ha compiuto una scelta di collaborazione di basso profilo, e per di più in questo contesto politico, e con l’imprinting dato dai primi interrogatori – dicono i cauti – che non lo hanno incalzato troppo sui rapporti con la politica. Però Giuffré spiega scenari, racconta episodi, rivela nomi. Ce ne saranno, di novità.
COMPUTER. L’episodio che ha messo tutti in allarme negli ultimi giorni è il tentativo di violare il computer del sostituto procuratore Michele Prestipino, il magistrato di Palermo che ha condotto i primi interrogatori di Giuffré. Questo attacco informatico ha contribuito a compattare l’intera Procura: entusiasti, scettici e così così. Ma che cosa cercavano dentro il computer di Prestipino? E chi ha tentato di strappare informazioni? Le domande evocano comunque risposte inquietanti: non può essere stato un mafioso con la coppola a manipolare il computer. Nessuno lo vuole dichiarare, ma i sospetti sono tutti per qualche uomo degli apparati di Stato. Qualcuno che ha fretta, molta fretta di sapere che cosa sta dichiarando Giuffré, o di che cosa sta parlando Pino Lipari, oppure se c’è qualcuno che sta facendo il doppio gioco. Doppio gioco? Qui lo scenario si fa terribilmente complesso, prendono forma le più ardite ipotesi dietrologiche, si animano i fantasmi di rapporti tra pezzi di Cosa nostra e pezzi degli apparati. Giuffré, in un interrogatorio a Padova durante il processo Biondolillo, ha raccontato i contrasti insorti tra Riina e Provenzano, cioè tra l’ala stragista (guidata dopo l’arresto di Riina da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Vito Vitale) e l’ala più «politica» (quella di Giuffré, di Carlo Greco e Pietro Aglieri, che conquistano poi anche Benedetto Spera, Raffaele Ganci e Totò Cancemi). «Più di una volta io e Benedetto Spera abbiamo avanzato ufficialmente richiesta a Provenzano per uccidere Brusca», dice Giuffré. La richiesta non è stata accolta, ma «Manuzza» aggiunge: «Se devo pensare un pochino male, potrei pensare anche altre cose poco belle, che l’arresto di Brusca potrebbe essere stato anche pilotato». Oltre a Brusca, sono finiti in cella anche Bagarella, Vitale e altri dell’ala di Riina, e Riina stesso, senza che i carabinieri abbiano mai perquisito la casa dove viveva. Poi Provenzano, con i suoi massimi consiglieri «politici» Pino Lipari e Masino Cannella – spiega Giuffré – «comincia a portare avanti il processo di sommersione, cioè rendere Cosa nostra invisibile affinché ci si potesse con calma riorganizzare». Ma come ha fatto Provenzano a restare invece imprendibile? E se fosse vera la «malpensata» di Giuffré, come ha fatto a «pilotare» quegli arresti? Provenzano, insomma, ha qualche rapporto sotterraneo con qualche corpo dello Stato?
Forse le due anime di Cosa nostra sono ancora in guerra. Provenzano e i suoi sembrano, oggi, i vincenti: pacati e astuti nel metodo, spregiudicati nei rapporti. Sempre animati dallo spirito di Bagheria, affari e forza, politica e armi, assessori, deputati e «campi di sterminio». Ma Bagarella, dal carcere, ha chiamato a raccolta i suoi uomini ancora liberi: Matteo Messina Denaro è il boss più potente e ricco rimasto in libertà. Forse la partita si gioca non solo sul campo, ma anche nei rapporti con le istituzioni. Chi sarà catturato per primo? Chi ha più strumenti di ricatto? Chi più rapporti con lo Stato? Comunque andrà a finire, da oggi nel lessico italiano l’espressione «campo di sterminio» descrive anche il luogo della morte pianificata dalla più potente e sfuggente delle nostre organizzazioni criminali.19 marzo 2003 - GIUFFRE': LA MAFIA ELEGGEVA META' PARLAMENTARI SICILIANI
"La Gazzetta del Sud"
Palermo Il boss-pentito ha sostenuto che Cosa nostra riusciva a eleggere la metà dei parlamentari
Giuffrè: dopo la caduta del "muro" la politica cominciò a difendersi dalla mafia
PALERMO - "La politica? E' l'acqua e noi siamo i pesci, metà dei parlamentari li eleggevamo noi. La forza di Cosa Nostra? Infiltrare le istituzioni, la polizia, la magistratura. Riina e Provenzano? All'inizio amici, poi, se Riina non fosse stato arrestato, sarebbero state scintille". È la mafia in pillole secondo Nino Giuffrè, l'ex braccio destro di Bernando Provenzano, che in un verbale depositato dalla Procura di Palermo parla di politica e scenari internazionali, descrivendo, dall'interno dell'organizzazione, l'evoluzione dei rapporti con gli esponenti politici dopo il crollo del muro di Berlino. "In linea di massima - inizia Giuffrè - diciamo che per un buon 50-60 per cento lo decidevamo noi chi doveva andare a Roma. La popolazione era assoggettata a noi perchè aveva paura. Nel momento in cui cade il muro di Berlino ancora peggio. La politica è un potere come la mafia. Ai politici prima non interessavano le morti. Poi camminando, camminando si cominciarono a fare il conto: oggi è successo a quello, ma domani potrebbe pure succedere a me. Cominciano a guardarsi intorno e, siccome è un potere, a difendersi". Due poteri, secondo Giuffrè, rigidamente separati, seppure costantemente comunicanti. "Noi (lui e Provenzano, ndr) siamo degli ortodossi di Cosa nostra - sostiene il pentito - un uomo d'onore non può rivestire cariche politiche ( e quindi conferma implicitamente che Vito Ciancimino non fu mai "uomo d'onore", ndr). Nel momento in cui un uomo d'onore diventa sindaco, deve anche instaurare un certo rapporto con le Forze dell'Ordine, con le autorità locali e se occorre deve anche fare arrestare persone. Un uomo d' onore non pur fare arrestare persone: ecco l'incompatibilità". Riina e Provenzano. "Sono tutti e due dei buoni generali nel campo della guerra, tanto è vero che spesso il Riina delega in certi discorsi di guerra Provenzano perchè sa che non è secondo a nessuno - dice Giuffrè - dopo la guerra si sono messi nelle mani la Sicilia. Per un periodo sono in perfetta sintonia, poi nascono dissidi garbati tra loro acutizzati da quelli vicini a Provenzano che non vedevano Riina di buon occhio. Più tempo passava e più i discorsi si andavano deteriorando e se non avessero arrestato Riina ho l'impressione che ne avremmo viste delle belle". Riina dopo la sentenza della Cassazione che rende definitive le condanne del maxi processo. "Totò Riina più tempo passava e più diventava irriconoscibile non era più il Riina di un tempo era di una "ferocità" che si vedeva negli occhi da fare paura: c'è stato il discorso del maxi processo, ci sono tanti discorsi che ormai molte cose cominciavano a sfuggirgli dalle mani. Il giorno della sentenza del maxi era terribilmente incazzato ha detto testualmente riferendosi ai palermitani: "non venite da me se qualche giorno uccido qualche politico, non mi venite a chiedere nulla".25 marzo 2003 - PROCESSO DELL' UTRI: CITATI CONFALONIRI, FEDE, FELTRI, GALLIANI
"La Gazzetta del sud"
Palermo Al processo Dell'Utri
Citati Confalonieri Fede, Feltri e Galliani
PALERMO - Il tribunale di Palermo, che sta giudicando Marcello Dell'Utri accusato di concorso in associazione mafiosa, sarà lunedì a Milano per ascoltare 15 testimoni citati dalla difesa. Tra essi, Adriano Galliani, Fedele Confalonieri, Paolo Liguori, Emilio Fede e Vittorio Feltri. Le audizioni saranno divise in due giorni, lunedì e martedì. Il provvedimento dei giudici è stato adottato per facilitare l'audizione dei testimoni ed evitare intoppi al processo. Nell'udienza di ieri sono stati ascoltati due testi, Francesco Todaro, ex tesoriere della Pallacanestro Trapani già indagato per false comunicazioni al pm, che si è avvalso della facoltà di non rispondere, e l'ex contabile della società sportiva Giovanni Consolazione. Quest'ultimo ha risposto alle domande della difesa sul contratto di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani firmato dalla Birra Messina tramite Publitalia.30 marzo 2003 - GUIDOTTO CONSULENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA
"Il Messaggero Veneto"
IL PROFESSORE
Guidotto consulente antimafia
Collaborerà con la commissione parlamentare
Dino Liviero
CASTELFRANCO. Risiede a Treville il nuovo consulente della commissione parlamentare antimafia: è Enzo Guidotto, un insegnante in pensione, originario di Messina, che ha speso tutta la sua vita nella lotta contro la mafia e contro le "piccole e grandi ingiustizie". Guidotto è nato nel 1942 a Novara di Sicilia (Messina), da una famiglia di carabinieri (carabinieri erano infatti il padre, i nonni, alcuni zii, un fratello e dei nipoti), da cui probabilmente ha preso il suo forte attaccamento alla giustizia. Ha iniziato giovanissimo a interessarsi allo studio del fenomeno mafioso, documentandosi quasi in modo ossessivo per cercare di capire come la mafia si sviluppa e che strumenti esistano per poterla debellare. Conosceva benissimo Paolo Borsellino di cui era, oltre che amico, anche consulente. "Nella commissione parlamentare mi occuperò di quello che mi sono sempre occupato: combattere la mafia sia a livello nazionale sia locale - spiega il professore Guidotto - La mafia è un problema serio che ha radici lontane nel tempo ed esiste anche in zone dove si pensa non sia presente. Dopo la cattura di Maniero e di vari esponenti della mafia del Brenta, tutti pensavano che nel Triveneto la criminalità organizzata fosse stata cancellata, ma non è così: la mafia esiste ancora, adesso c'è quella albanese, nigeriana, russa e colombiana. Quello che preoccupa maggiormente è la cosidetta mafia invisibile, che si inserisce direttamente nel tessuto produttivo tramite il riciclaggio di denaro sporco: usato per acquistare attività economiche legali". Guidotto inoltre denuncia la scarsità di uomini che nella nostra regione combattono contro la criminalità organizzata: "In Veneto ci sono troppi pochi uomini impegnati nella lotta alla criminalità organizzata: condivido perciò le preoccupazioni dei sindacati di polizia e dell'associazione nazionali magistrati".
@ scrivi all' almanacco dei "misteri d'Italia"
Le notizie del 2000
Le notizie del 2001
Le notizie del 2002
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